Il Grande Nulla, due anni dopo Muammar Gheddafi

Maximilien Forte, Global Research, 21 ottobre 2013

gheddafi_roma_sapienzaLa nozione di “Libia” ha cessato di avere qualsiasi significato pratico, quale concetto in riferimento a un certo grado di unità nazionale, comunità immaginata, sovranità o esercizio di un’autorità statale sul proprio territorio, la “Libia” è tornata indietro, quando doveva ancora formalizzarsi come concetto. Coloro che una volta celebravano i “ribelli rivoluzionari”, Obama, la NATO, le ONG, i media occidentali e l’opinione pubblica imperialista, liberale e “socialista” che, dopo un lungo periodo di aggiustamento strutturale interiorizzato, ora ha per filosofia il migliore accordo con i principi neoliberali, raramente, se mai, hanno incarnato il “futuro migliore” che doveva venire.  Visioni, come allucinazioni e deliri, del meglio che sarebbe venuto una volta che Gheddafi sarebbe stato doverosamente giustiziato, abbondavano negli scritti politicamente infantili sulla “primavera araba”.

Angelo Del Boca, presunto esperto di Libia e Africa, ha partecipato attivamente al rovesciamento della Jamahiryia Libica, fiiancheggiando i servizi segreti italiani nel golpe contro Tripoli.

Angelo Del Boca, presunto esperto di Libia e Africa, ha partecipato attivamente al rovesciamento della Jamahiryia Libica, fiancheggiando i servizi segreti italiani nel golpe contro Tripoli.

Se mai c’è stata una “primavera araba” in Libia, in pochi giorni si trasformò in un incubo africano.  Questo fu particolarmente vero riguardo al terrorismo razzista contro decine di migliaia di inermi civili libici neri e di lavoratori migranti africani. Da quando la “Libia” non esiste più, l’assenza è una vergognosa macchia. La Libia è ora il nuovo “Stato” dell’apartheid e il nuovo “regime” torturatore in Africa. Perché le virgolette? A differenza dell’apartheid in Sud Africa, la “nuova Libia” è priva di qualsiasi tipo di coesione, come Stato e, tra governanti effettivi o potenziali, come classe, e le analisi di classe, infatti, quando applicata alla Libia utilizzando Marx come un manuale produce quei risultati risibili che ci si può aspettare dagli ortodossi eurocentristi, da coloro che indicano il presente nei contesti non occidentali come mera proiezione o ripetizione dello “stalinismo”. Le torture grottesche e criminali, l’omicidio e il massacro di Muammar Gheddafi simboleggiarono ciò che venne subito inflitto a tutta la Libia, proprio come fu fatto a migliaia di libici neri e di migranti africani dagli “eroici ribelli” nella guerra della NATO contro la Libia del 2011. La Libia è stata smembrata, come è stato scritto, sprofondando nella guerra di tutti contro tutti a vantaggio di pochi.
Giorni, settimane, mesi e ora anni sono passati, segnati da sequestri quotidiani, torture, ingiusta detenzione, omicidi, attentati, incursioni e sanguinosi scontri tra milizie rivali, estorsioni armate, assalti che hanno ridotto l’industria petrolifera in un miraggio di ciò che “una volta era”, ed esplosione di razzismo, fondamentalismo religioso e regionalismo. Se “Gheddafi” era il loro nemico, allora i libici hanno uno strano modo di dimostrarlo: massacrandosi a vicenda, i libici si dichiarano i propri peggiori nemici. Gheddafi non era chiaramente il problema: era la soluzione che doveva essere spezzata, in modo che la Libia fosse “fermata”, bloccata e costretta nella visione dei crudeli tiranni di Arabia Saudita, Qatar e Stati Uniti.

Gino Strada, mercenario al servizio dell'intelligence francese in Afghanistan, Repubblica Centrafricana e Libia.

Gino Strada, mercenario al servizio dell’intelligence francese in Afghanistan, Repubblica Centrafricana e Libia.

Se la Libia ha subito migliaia di morti dal brutale rovesciamento di Gheddafi e di tutto ciò che aveva creato, è un bene ed una felice notizia per tutti quei puerili e pretesi sempliciotti che basano infantilmente le loro teorie su idee e contrapposizioni binarie eurocentriche, appena velate dalle traduzioni idiote delle demonizzanti caricature di Gheddafi. Così era “il dittatore”, che a quanto pare governava senza uno Stato, se si crede a ciò che Reuters tenta di far passare da analisi politica.  (Nessuna quantità di “esserci stato” ti curerà se insisti nella tua ignoranza). Qui c’era il dittatore “brutale”, che evidentemente manteneva debole il suo esercito. O c’era uno Stato, che era anche un one-man show, qualsiasi cosa per incolparlo di tutto il passato e per distogliere l’attenzione da tutti coloro che hanno la responsabilità del presente. Se continuano a combattere “Gheddafi” e ad accusare Gheddafi per il presente, allora non vi è stata alcuna “rivoluzione”, ma solo continue rievocazioni di tutto ciò che fu “Gheddafi.” Se i leader delle milizie vedono Gheddafi ovunque e in tutti, è perché non sono da nessuna parte. Perfino le grandiose dichiarazioni, vengono passate per analisi di esperti come Juan Cole e altri amici della Libia “che si ribella”, del popolo unito nel “rovesciare il regime” del dittatore. Davvero, è imbarazzante quando si pensa che tali presunti adulti, perfino “studiosi”, fossero dietro tale sciocco cartone animato.
Per i “socialisti” occidentali che hanno applaudito i “rivoluzionari” libici, chiediamogli: dov’è il socialismo in Libia oggi? Per i liberali che parlavano di “democrazia” e “diritti umani”, dove sono oggi? Per i sostenitori dei principi dell’intervento e della “protezione umanitaria”, perché siete così  silenziosi dopo aver chiuso con l’omicidio di Gheddafi? A chi immaginava presunti “massacri” futuri, accompagnando le invocazioni dei chierichetti inglesi e americani secondo cui “Gheddafi doveva sparire”, perché la vostra immaginazione improvvisamente scompare davanti ai veri massacri da voi stessi commessi e permessi? A coloro che affermano “delle vite sono state salvate,” dov’erano quando corpi insanguinati cominciarono ad accumularsi tra sciami di mosche negli ospedali abbandonati? Quando i pazienti negli ospedali furono freddati nei loro letti, e quando i prigionieri ammanettati, supini, furono assassinati con colpi a bruciapelo, tanto che l’erba sotto le loro teste fu bruciata; avete sussultato? In altre parole, dove vedete questo grande “successo” nell’ossario che oggi è la “Libia”?

Laura Boldrini, ex-portavoce dell'UNCHR, ha avvallato politicamente e meidaticamente la distruzione della Libia. Tutt'oggi invoca la distruzione della Siria e celebra la propaganda  bellica usata nell'aggressione della Jamahiriya Libica

Laura Boldrini, ex-portavoce dell’UNCHR, ha avvallato politicamente e mediaticamente la distruzione della Libia. Tutt’oggi invoca la distruzione della Siria e celebra la propaganda bellica usata nell’aggressione contro la Jamahiriya Libica

E’ una piana ‘analisi che parla della compressione dello spazio-tempo nella globalizzazione, che spiega presumibilmente quanti imperialisti iPad si siano investiti personalmente di “correggere” la Libia, in modo che potesse diventare simile a quello che hanno immaginato di possedere. Non guardano a nulla, se non a un’altra occasione di presentarsi, lusingando se stessi con un evoluto rinvigorimento culturale, applicato a forza dai bombardamenti della NATO. La Libia è ora “pronta alla democrazia”, e i missili da crociera hanno dimostrato quanto la Libia fosse matura per “il miglioramento.” Compressione spazio-temporale? La globalizzazione della coscienza? La coscienza, per quanto ce ne sia mai stata, è stata sicuramente compressa, in un minuscolo guscio di noce in cui sono vietate le opinioni contrarie, come soltanto ha sempre dimostrato di essere.
In tal senso, raccomando al lettore d’investire 40 minuti circa, per rivedere come stavano le cose prima di farsi illudere dalle nostre stesse bugie. Si tratta di una panoramica della Libia di Gheddafi, prodotta da BBC e CBS (che ci crediate o no), quando le fantasie demonologiche non si erano ancora completamente schiuse, volando e scaricando tanti escrementi propagandistici sulle nostre teste, come avviene con i vanagloriosi monologhi imperiali di Obama. Sfidate voi stessi e guardate alcune delle cose che la Libia ha perso, tutto in nome del grande nulla.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Libia scivola sul sentiero della Somalia

Jurij Zinin New Oriental Outlook 14.10.2013

Man gestures in front of burnt vehicles in a state security building in Tobruk east of LibyaLo scandalo in Libia legato alla cattura di Abu Anas al-Libi sembra andare un po’ oltre. L’uomo è accusato dalla Casa Bianca del presunto collegamento con le esplosioni nelle ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania nel 1998, che costarono la vita a 224 persone. In un primo momento il governo libico ha chiesto alle autorità statunitensi spiegazioni sul fatto che un suo cittadino sia stato rapito, ma allo stesso tempo conserva la speranza che i legami strategici tra i due Paesi non siano compromessi da questo fatto. Ma con il tempo la posizione libica ha cominciato a cambiare. La National Forces Alliance (NFA), considerata la forza più liberale del parlamento libico, ha censurato l’azione della Delta Force su suolo straniero quale azione che viola la sovranità della Libia e la Carta delle Nazioni Unite. Infine, il Congresso Nazionale Generale (GNC), che interpreta il ruolo del parlamento ad interim, ha chiesto a Washington di rilasciare immediatamente il rapito.
L’attuale posizione dei due poteri è rappresentato dallo sbarramento multimediale proveniente da entrambi i lati del confronto politico. Gli Stati Uniti sono determinati a “perseguire” l’uomo che credono sia il capo di al-Qaida responsabile degli attentati dinamitardi. A loro volta i libici credono che non dovrebbero permettere che loro concittadini possano essere rapiti nei parcheggi e in pieno giorno. Allo stesso tempo, non si possono certo discutere i loro argomenti, il fatto che un cittadino libico sia colpevole può essere stabilito solo in un tribunale libico, è così che funziona nei Paesi democratici. Poiché lo scambio di accuse infuria, improvvisamente le voci degli islamisti sono diventate più forti delle altre. I famigerati “Fratelli musulmani” hanno colpito il governo libico con dure critiche per la sua posizione “morbida”, chiedendo la formazione di un gruppo di avvocati indipendenti che dovrebbe indagare sul caso. Un tale passo può finire in una grande caccia alle streghe che si trasformerebbe lentamente in una faida. Un certo numero di gruppi jihadisti ha rivolto al popolo libico proclami di vendetta violenta contro gli Stati Uniti, da effettuare attraverso attacchi alle infrastrutture petrolifere. Allo stesso tempo, anche i “traditori libici” che aiutano gli Stati Uniti “devono” subire la rabbia jihadista. Il gruppo “Ansar al-Sharia” ha chiesto azioni immediate, affermando che “la gente dovrebbe prendere tutte le misure possibili per liberare Abu Anas al-Libi e gli altri prigionieri libici nelle carceri straniere“.
L’ascesa degli islamisti in Libia oggi appare chiaramente, una volta che il colonnello Gheddafi è andato non c’è nessun che gli impedisce di avere una posizione di rilievo nel panorama politico libico. Nell’era Gheddafi tutti gli islamisti, in particolare il Gruppo combattente islamico libico (LIFG), che terrorizzava la parte orientale del Paese, erano stati soppressi. Abu Anas al-Libi era un membro del LIFG, ma ad un certo punto della sua vita fuggì dalla Libia per evitare la condanna, ma una volta che la rivolta contro Gheddafi era iniziata, rientrò per combattere il regime. Al momento gli islamisti giocarono un ruolo chiave nell’abbattere il governo di Gheddafi. Una volta che le forze armate regolari vennero spazzate via, cosa inimmaginabile senza il sostegno degli Stati Uniti e della NATO, le nuove élite hanno fatto del loro meglio per demolire completamente il sistema di sicurezza esistente. La miscela di élite e di gruppi che ha occupato la Libia non è riuscita a instaurare l’ordine nel Paese, in cui vari gruppi militanti, divisi per regione e per tribù, continuano a fare praticamente ciò che vogliono. Tutto questo ha creato terreno fertile per gli islamisti rientrati  dall’esilio politico. I “Fratelli musulmani” si sono affrettati a creare il “partito Giustizia e Sviluppo”. Secondo alcune fonti, una buona parte degli islamisti occupa gli uffici degli enti libici, oggi. Un certo numero di gruppi militanti costituisce oggi il sistema di sicurezza della Libia, tra cui almeno un paio sono islamisti. Il sopra citato “Ansar al-Sharia” è uno di questi, dal momento che combatté le forze di Gheddafi nella zona di Sirte. Dopo la guerra, questo gruppo ha chiesto al nuovo governo di istituire la sharia in tutta la Libia. Questo grosso gruppo è ritenuto responsabile dell’assalto all’ambasciata statunitense di Bengasi nel settembre del 2012, quando l’ambasciatore degli Stati Uniti fu assassinato.
L’operazione del rapimento di Abu Anas al-Libi ha determinato un importante cambiamento del panorama politico libico, mostrando il grado d’instabilità della Libia post-Gheddafi. C’è la possibilità che esplosioni di sangue e di violenza incontrollata inizino in ogni momento. I militanti islamici che usano il Congresso Nazionale Generale come schermo del loro feudo, possono facilmente spingere la Libia nel sentiero della Somalia.

Jurij Zinin, ricercatore presso il Moscow State Institute e collaboratore della rivista on-line “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: campo di battaglia tra occidente ed Eurasia

Gli islamisti e i militari turchi

Jurij Kirillov, New Oriental Outlook

erdogan_DW_Bayern__Turkish Prime Minister Recep Tayyip Erdogan, guiding his country back toward IslamIl processo a un gruppo di ex militari è iniziato in Turchia. Sono accusati del rovesciamento, nel corso del colpo di Stato incruento nel 1997, del governo islamico guidato dal Primo Ministro N. Erbakan del Refah Partisi (Partito del Benessere), in seguito bandito dalla Corte Costituzionale del Paese per attività di “natura anti-secolare”. Il partito Giustizia e Sviluppo (JDP), il partito islamico che governa il Paese dal 2002, ha origine nel Refah Partisi. Uno dei suoi fondatori, l’attuale Primo ministro Erdo?an, ha ricevuto il testimone dalle mani del suo maestro Erbakan. Il processo, che oggi ci ricorda chi governa in Turchia, continua la sequenza dei processi ai militari. Tra cui il caso Ergenekon, tenutosi solo un mese fa; un complotto contro il governo, sentenze di condanna sono state emesse contro più di 300 militari, per la preparazione di atti terroristici volti a destabilizzare il Paese. In realtà, ciò è l’eco dello scontro tra gli islamisti e l’esercito turchi che, da lungo tempo, si ritiene essere l’erede di Kemal Ataturk, il fondatore della Turchia laica. Anche se il processo attuale è una questione interna della Turchia, il suo contesto regionale non deve essere ignorato, nell’ambito della turbolenta primavera araba intorno la Turchia.
Dopo il successo degli islamisti (inaspettato per molti) alle elezioni in Egitto e Tunisia, così come l’aggravarsi della crisi in Siria, è emersa la prospettiva per queste forze, di poter rafforzare le loro posizioni nei centri di potere, sostituendo le vecchie élite. Un certo numero di forze politiche arabe, specialmente i Fratelli musulmani e gruppi simili, hanno concentrato la loro attenzione sulle esperienze sviluppatesi nel modello turco. Queste tendenze, ovviamente, fanno appello alla leadership del JDP cui sempre più s’ispirano per l’attività politica, e non solo negli affari interni dei Paesi che subiscono il “risveglio arabo”. Hanno fatto rivivere i sogni, a lungo accarezzati dalle elite islamiste di Ankara, di avere lo status di leader o “grande fratello” nel mondo arabo-musulmano.
Tuttavia, come i successivi eventi della primavera hanno dimostrato, la leadership dei partiti islamisti in Egitto e Tunisia si è rivelata incapace di porre fine alle turbolenze post-rivoluzionarie.  Il loro dominio ha solo aggravato i problemi esistenti, in tutti i loro aspetti, e nel campo della sicurezza in particolare. In Siria, l’opposizione anti-governativa si è unita, sotto la maschera della rivoluzione, agli elementi più combattivi delle forze terroristiche internazionali. In conseguenza delle perturbazioni e dello squilibrio globale nella regione, il sistema di relazioni economiche stabilite dalla Turchia verso un certo numero di Paesi arabi, durante il dominio di leader autoritari, è stato scosso. Ankara ha subito danni economici e finanziari a causa della guerra interna e al rovesciamento di Gheddafi in Libia, una delle roccaforti dell’imprenditoria turca nel mondo arabo. C’erano circa 30.000 turchi impegnati nella realizzazione di progetti del valore di 15 miliardi di dollari.
Le relazioni di Ankara con la Siria, una volta amichevoli e reciprocamente vantaggiose, sono state eliminate. Il commercio bilaterale era in rapida crescita, il regime dei visti era stato rimosso, ma il ritiro di Ankara da questo percorso nel 2011, ha scosso la struttura della cooperazione come un terremoto. Oltre alle spese per il sostegno dei ribelli, le autorità turche hanno dovuto fornire rifugio a più di 400.000 profughi siriani. La presenza di così tante persone ha acuito la destabilizzazione della normale vita nella regione, suscitando insoddisfazione tra la popolazione locale. Gli esperti avvertono che la ribellione in Siria, fomentata dalla Turchia, può avere un effetto boomerang nella Turchia stessa, e la guerra religiosa siriana si riverserà in Turchia.
Le ambizioni geopolitiche regionali della Turchia vengono contrastate dal rovesciamento del presidente Muhammad Mursi in Egitto, dove i Fratelli musulmani egiziani erano considerati da Ankara tra i partner più importanti. Le relazioni di Ankara con l’Egitto hanno iniziato a mostrare segni di tensione dopo che la leadership della Turchia ha condannato l’avvento dei militari in Egitto e il rovesciamento di Mursi. Cairo ha risposto con una protesta ufficiale per l’interferenza nei suoi affari interni. Una reazione molto sottotono per il colpo di Stato in Egitto da parte dell’occidente (soprattutto dallo stretto alleato della Turchia, gli Stati Uniti), il supporto all’esercito egiziano da parte di Arabia Saudita e delle altre monarchie del Golfo, hanno aumentato le preoccupazioni di Erdogan verso i militari, ritiene Attila Yesilada, analista politico presso Global Source Partners di Istanbul.
Non si può negare che la Turchia abbia superato il mondo arabo, in termini di secolarizzazione della società. Oggi, quando in un certo numero di Paesi colpiti dalla primavera, esiste un divario crescente nella società e un crescente confronto tra gli islamisti, andati al potere sull’onda delle proteste, e le forze liberali pro-laiche, logicamente Ankara dovrebbe affiancare queste ultime.  Tuttavia, in realtà, le sue autorità, seguendo i loro gretti interessi di partito, giocano a favore di quelle forze che, toccando le corde islamiche, fanno arretrare i loro Paesi.

Jurij Kirillov, esperto di Medio Oriente e Nord Africa, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Obamagate e la fine degli islamisti al potere

Mohsen Abdelmoumen – Algerie Patriotique, Tunisie-Secret.com 22 luglio 2013

Ogni cosa in questo mondo ha un termine e nessun regno sfugge al suo declino (proverbio algerino)

Anti-Mursi14Perché Obama insiste sulla liberazione di Mursi. La maledetta “primavera araba”. L’allusione all'”Obamagate” è inevitabile e si conferma sempre più come il grande scandalo che minaccia la Casa Bianca

Si evoca anche l’impeachment del presidente degli Stati Uniti, Barack Hussein Obama, sostenuto da molti senatori repubblicani guidati dal senatore dell’Oklahoma James Inhofe, decano del Senato sconvolto dalle menzogne sul caso dell’attacco a Bengasi e dell’assassinio dell’ambasciatore Christopher Stevens, determinato ad arrivare fino al punto di far processare Obama. La genesi della vicenda risale all’invio di documenti compromettenti, per l’amministrazione Obama, ad alcuni senatori repubblicani da parte dei servizi segreti algerini, alleati ai servizi russi. In effetti, molti senatori repubblicani e due grandi giornali molto influenti, Washington Post e New York Times, sono stati i destinatari dei molto imbarazzanti documenti che dimostrano che l’attacco terroristico a Bengasi era stato accuratamente preparato da molti mesi, corroborando così il rapporto della CIA stilato dai suoi agenti presenti in Libia, che avvertirono di un imminente attacco terroristico da parte di al-Qaida. Le dodici versioni del rapporto della CIA, ottenuti dal giornalista di ABC Jonathan Karl, mostrano che i termini “terrorismo” e “al-Qaida” sono stati volontariamente rimossi dalla versione originale, scoprendo anche che Victoria Nuland, portavoce del dipartimento di Stato, aveva chiesto ai suoi dipendenti d’evitare di menzionare gli avvertimenti della CIA su un possibile attentato per l’anniversario dell’11 settembre, in modo da non portare acqua ai repubblicani molto critici verso la politica estera di Obama. Alla luce di queste rivelazioni esplosive, il deputato della Florida Ted Yoho ha presentato un disegno di legge il 26 giugno, che afferma il divieto di stanziare fondi per fornire assistenza militare ai gruppi armati in Siria, da parte di qualsiasi agenzia o istituzione statunitense, dichiarando alla Commissione esteri della Camera dei Rappresentanti: “Chi pensa che armare l’opposizione dei ribelli in Siria sia una buona idea deve imparare le lezioni del passato. Le stesse politiche hanno creato mostri in Iraq, Afghanistan e altrove. L’opposizione siriana è una miscela di gruppi come i Fratelli musulmani in Siria e altre organizzazioni che hanno giurato fedeltà ad al-Qaida.” Il tentativo di nascondere alcune verità sull’attacco a Bengasi da parte della Casa Bianca, è definito “la menzogna di Stato più evidente della storia americana“, e il senatore John McCain, la sinistra figura conosciuta per le sue posizioni filo-sioniste e che non ha esitato a visitare la Siria grazie all’infiltrazione clandestina turca a sostegno dei terroristi sul posto, è stato chiamato in soccorso del povero Barack Obama per cercare di calmare l’ardore dei senatori che chiedono la testa del presidente, trasformando la loro richiesta di rimozione in una “commissione speciale d’indagine del Senato.” Ricordiamoci che Hillary Clinton, segretaria di Stato, aveva confessato, alla fine di una riunione non-stop di tredici ore con i nostri funzionari algerini, di aver appreso molte cose sui tentacoli del terrorismo internazionale, ed espresso ammirazione per il lavoro dei servizi di sicurezza algerini e la loro efficacia nel sradicare questo flagello. Inoltre, quando Clinton venne ascoltata al Senato sull’attacco terroristico a Bengasi, disse che l’attacco con esplosivi e armi da guerra, perpetrato dalle milizie islamiste affiliate ad al-Qaida,non si era verificato nel vuoto.” A suo avviso, “le rivoluzioni arabe hanno cambiato l’equilibrio delle forze nella regione e l’instabilità in Mali ha creato un santuario per i terroristi che cercano di estendere la loro influenza e di perpetrare ulteriori attacchi come quello della settimana scorsa in Algeria”, riferendosi all’attacco a Tiguenturin.
La crisi degli ostaggi in Algeria e la guerra in Mali hanno alimentato i timori degli Stati Uniti sulla destabilizzazione del Nord Africa da parte dell’AQIM. Le “preoccupazioni per il terrorismo e l’instabilità in Nord Africa non sono nuove“, ha riconosciuto Hillary Clinton. “Ma dopo Bengasi, abbiamo accelerato la nostra campagna diplomatica per aumentare la pressione su AQIM e altri gruppi terroristici nella regione.” Mentre il presidente Obama ha detto, a sua volta, che l’attacco al consolato di Bengasi era opera di pochi fanatici scatenati dall’uscita del film sul Profeta Muhammad (pace su di lui). La discrepanza maggiore tra la versione del presidente e quella della sua segretaria di Stato è chiara, e siamo portati a chiederci se le dimissioni anticipate di Clinton non siano legate a questo dissenso. La menzogna del presidente degli Stati Uniti potrebbe costargli caro e le conseguenze già iniziano a farsi sentire con la rimozione dell’emiro del Qatar, sacrificato per il suo coinvolgimento nel sostegno militare ai vari gruppi armati, soprattutto in Nord Africa, nel nord del Mali, e altrove nel mondo. Il Qatar, nel suo ruolo di finanziatore dei terroristi attraverso la Qatar Charity e altre ONG, ha visto fischiare la fine della ricreazione da parte del grande fratello statunitense, che ha sloggiato il suo lacchè per salvarsi la testa da “Nobel della Pace” alla guida “della più grande democrazia del mondo”, accusato di sostenere il terrorismo globale, cosa che fa una brutta impressione… Solo che l’effetto domino è già iniziato verso i regimi islamisti incondizionati alleati del Qatar, con la rimozione del presidente dei Fratelli musulmani Mursi, che paga lo scotto subito dopo la caduta dello sceicco panzone Hamad. Le battute d’arresto e gli scandali dell’amministrazione Obama sono solo all’inizio, perché un altro scandalo, ma non meno importante, questa volta legato al deposto presidente Mursi, ossessiona le notti di Obama.

Perché Obama insiste sulla liberazione di Mursi
Gli statunitensi hanno ufficialmente mollato Mursi come hanno fatto con l’emiro del Qatar, e ce ne saranno altri. Ciò non gli impedisce di rivendicare con forza il rilascio del californiano Mursi. Perché? Si scopre che il presidente islamista egiziano ha stipulato uno sconcertante contratto per vendere il 40% del territorio del Sinai ai profughi palestinesi. Non è certo una dimostrazione di solidarietà nei confronti del popolo palestinese, ma piuttosto un’idea del Ministero del Tesoro degli Stati Uniti, da cui la Fratellanza musulmana ha intascato 8 miliardi di dollari per la transazione. Il documento di transazione firmato dal deposto presidente Mursi, dalla guida suprema dei Fratelli musulmani Muhammad Badie e da Qairat al-Shatir, il miliardario islamista dell’import-export, è stato inviato dal Generale al-Sisi al Senato degli Stati Uniti. Un ex-membro del governo Mursi non ha avuto paura di dichiarare che questa operazione sia stata assai vantaggiosa per i Fratelli musulmani, Obama, Israele e Hamas. In un momento in cui città statunitensi come Detroit sono in bancarotta, i senatori repubblicani, furiosi nel veder sperperare i soldi dello Stato e del contribuente, pretendono l’immediata restituzione degli 8 miliardi di dollari di questa transazione oscena e disastrosa. Comprendiamo l’ossessione disperata di Barack Obama per il rilascio di Mursi, incarcerato e passibile di pena di morte per tradimento, sapendo che potrebbe fornire informazioni molto pericolose e compromettenti per il presidente degli Stati Uniti e Israele.
Obama cerca con disperata energia di salvarlo invocando una finta ragion di Stato e un presunto desiderio di voler “risolvere” il conflitto israelo-palestinese, optando per la soluzione della patria alternativa per il popolo palestinese. Interrogato nei giorni scorsi dal Senato degli Stati Uniti, Obama ha confessato che il suo governo aveva speso 25 miliardi dollari, “prima e dopo la rivoluzione egiziana affinché i Fratelli musulmani prendessero il potere, in particolare in occasione delle elezioni legislative e presidenziali.” Ha continuato, rispondendo ad una domanda, “Abbiamo anche sostenuto i salafiti, ma meno dei Fratelli musulmani che erano così ansiosi di arrivare al potere che si sono offerti di lavorare per i nostri interessi e quelli d’Israele“, aggiungendo che “il rapporto dei Fratelli musulmani con Hamas e i movimenti estremisti nel Sinai era molto forte. Riducendo in tal modo gli attacchi contro Israele. Muhammad Mursi ha svolto assai rapidamente un grande servizio nella crisi in Siria, quando ha reciso i legami con quel Paese e ha esortato gli egiziani a condurre il jihad contro la Siria“. Davanti all’osservazione di un senatore che ha indicato il fallimento di questa politica dato che il regime dei Fratelli musulmani è crollato, Barack Obama s’è difeso accusando i servizi d’intelligence e l’ambasciatrice degli Stati Uniti a Cairo Patterson, che gli avevano fornito analisi sostenendo che l’Egitto era definitivamente sotto il controllo dei Fratelli musulmani. Nessun commento. Questo è il presidente della “più grande” potenza mondiale che dà lezioni interferendo sfacciatamente negli affari interni e nella sovranità di un Paese e che si è smarrito in calcoli sordidi e mostruosi, minacciando la stabilità di intere regioni, partecipando attivamente al massacro di persone inermi solo per l’interesse e la sicurezza dei sionisti e dell’impero degli Stati Uniti, dimostrandone ancora una volta la pericolosità e la tossicità per i popoli di tutto il mondo, mentre il suo popolo soffre la bancarotta e la miseria imposte dal mortale sistema di predazione capitalista.
I contribuenti statunitensi dovrebbero chiedere conto al presidente, che terrorizzato dalla grandezza dello scandalo globale, nasconde la sua nullità politica dietro una foglia di fico deviando su una notizia certamente spiacevole ma comune negli Stati Uniti, dove le armi circolano liberamente grazie al secondo emendamento della Costituzione, e agitando la folla di colore affermando che, da uomo di colore, potrebbe essere stato il giovane adolescente Trayvon Martin ucciso da un poliziotto. E quindi Obama è entrato nel settarismo di Mursi, agitando le folle e dividendo i popoli per salvare il proprio dominio. Questo atto di diversione che strumentalizza il malessere di una famiglia per la perdita di uno dei suoi figli, non è glorioso per un presidente che dovrebbe spiegare le sue dannose azioni contro l’Egitto, la Siria, la Libia e altrove, invece di gettarsi a capofitto in una falsa pista politica. Ricordate che quando l’Egitto era in grave crisi, Obama girava in perpetuo in Sud Africa e in Tanzania per un safari in famiglia. La necessità di un mondo multipolare è di vitale importanza per tutti i popoli della terra. Basta con l’egemonia statunitense che ci ha portato al disastro! In questi tempi in cui la cospirazione viene rivelata dai suoi stessi promotori, senza aver bisogno di offrirgli un viaggio a Guantanamo Bay per subire l’interrogatorio duro riservato ai terroristi e ai loro complici, come il waterboarding o il gegene della rete francese, Obama ha confermato l’esistenza del complotto, rinfacciando il  servilismo abietto dei media mainstream che ci rintronano con le loro balle sulle “rivoluzioni arabe”. I Fratelli di Mursi, seduti nell’internazionale  islamica e spaventati, si sono profusi in dichiarazioni fantasiose e malsane che riflettono la paura di perdere i piaceri terreni e il potere assoluto concessi in preparazione del grande califfato. Temendo di vedere evaporare il loro sogno allucinato di dirigere per sempre il mondo arabo-musulmano verso il loro retrogrado sogno wahhabita, che c’immergerebbe nelle profondità infernali, questi ipocriti hanno creato un coro cacofonico per chiedere la liberazione del loro fratello oppresso, la “vittima” che si scopre essere un agente del sionismo e dell’imperialismo.
E ora Erdogan, che picchia e uccide il suo popolo, che ha partecipato al massacro dei siriani e ne ha spezzato le infrastrutture economiche, dice che Muhammad Mursi è l’unico legittimo capo di stato dell’Egitto. E ora anche Ghannuchi, il sinistro fascista che ha ordinato la morte di Shuqri Belaid, l’oppositore politico il cui omicidio è ancora irrisolto, Ennahda camuffa i propri crimini, e che invia in Siria giovani vergini in affitto con la fatwa per la jihad niqah degli amici e fratelli di al-Qaradawi (a proposito, dove è? Su un cammello nel deserto in cerca di un rifugio sicuro?) e di al-Arifi (agli arresti domiciliari in Arabia Saudita), osa sollevare la legittimità delle urne. Questo imbroglione di Ghannuchi che ha dimenticato i suoi legami con i terroristi del Jebel Shambi, che il nostro glorioso esercito ANP ha ripulito dai parassiti terroristi sostenuti dal governo di Ennahda.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Un’arma misteriosa terrorizza gli ammiragli statunitensi

Da qualche parte là fuori, qualcuno ha costruito qualcosa per cui l’US Navy è andata assolutamente fuori di testa
Robert Beckhusen War is Boring, 12 luglio 2013

YJ62Gli Stati Uniti hanno la più grande e cattiva marina del mondo. Ma una nuova e pericolosa arma misteriosa spaventa gli ammiragli statunitensi. Ciò secondo la recente approvazione di una spesa  massima di 65 milioni di dollari in tre anni tra il Naval Research Laboratory e l’azienda della difesa ITT Exelis. I fondi, secondo un documento dell’US Navy, sono destinati a 24 sistemi di guerra elettronica da imbarcare sulle navi militari degli USA che navigano nei pressi delle acque cinesi. Il motivo? Ciò è “necessario per contrastare un pericolo immediato alle operazioni della flotta navale”, ha dichiarato l’US Navy. Il comando operazioni vuole che le nuove difese siano attive dal marzo 2014. L’allerta urgente, apparso per primo su Military & Aerospace Electronics, è un avvertimento insolitamente forte per la flotta più potente del pianeta. Ufficiali dell’US Navy hanno detto alla rivista del pericolo posto da una “minaccia scoperta di recente” che ha spinto il comandante dell‘US Pacific Fleet, Ammiraglio Cecil Haney, ad accelerare il programma. L’US Navy non parla di ciò che la minaccia, quale Paese l’abbia sviluppata o quando sia stata scoperta dagli statunitensi. Richieste di commenti all’US Navy non hanno avuto risposta. Ma è possibile fare supposizioni. Come osserva la rivista di settore, “i sistemi di guerra elettronici imbarcati in genere sono progettati per rilevare e ingannare i radar delle minacce nemiche. In particolare, l’elettronica dei radar delle navi lanciamissili“. Ed è ragionevolmente sicuro supporre se si tratti di un nuovo missile, cinese.

Come affondare una nave statunitense
Per essere chiari, nessuno al di fuori dell’US Navy sa di certo cosa abbia così sorpreso il comando operazioni. Fino a quando l’US Navy non rivela esattamente ciò che la minaccia, si potrà solo indovinare. Oltre alla Cina, gli altri giocatori in questo scenario sono, naturalmente, la Russia, l’Iran e la Corea democratica. “Numerose possibilità che esploda assai rapidamente, si potrebbe costruire partendo da una tecnologia di matrice russa, cinese, iraniana e nordcoreana, e poi guardare i progetti originali ottimizzandoli e migliorandoli, o avere dei progetti del tutto nuovi“, dice a War is Boring Carlo Kopp, analista del think tank Air Power Australia. “Uno o tutti questi potrebbero costringere a un rapido aggiornamento.” “Non ci sono state altre rivelazioni su nuovi missili russi o cinesi, ma se  per esempio sono aggiornati e migliorati con nuova tecnologia dei missili già esistenti, ciò potrebbe non apparire sui media per settimane, mesi o anni“, dice Kopp. “Un cambiamento di questo tipo potrebbe costringere a un rapido dispiegamento di un nuovi jammer“, continua. “Questo è accaduto spesso durante la guerra fredda, quando scoprimmo quei sistemi che i sovietici ci nascondevano. Così c’era una folle corsa per recuperare.
La velocità del nuovo programma di guerra elettronica e il suo dichiarato pretesto, potrebbero essere letti come segnali di allarme che l’US Navy resta indietro rispetto alle marine sue rivali. La Cina, per esempio, ha investito molto in ogni tipo di ordigni progettati per affondare le navi da guerra statunitensi nell’oceano. L’US Navy è sempre più sulla difensiva, le proprie armi non sono in grado di impedire ad aerei, navi e sottomarini di Pechino di avvicinarsi abbastanza per sparare missili contro le navi statunitensi. Un missile cinese lanciato verso una nave statunitense potrebbe volare a pelo d’acqua con un profilo basso, puntando sul suo obiettivo usando sensori multi-modali, come gli infrarossi e il radar. Ciò significa che il missile è molto difficile da individuare e fermare. Usando un jammer, l’AN/SLQ-32 è il modello principale dell’US Navy, una nave da guerra potrebbe  disturbare elettronicamente un missile in volo abbastanza per interromperne la fase di guida terminale, quando il missile è a solo pochi secondi di distanza dal bersaglio. Ma qualcosa è andato terribilmente storto se un missile nemico arriva così vicino. E’ per questo che l’US Navy tradizionalmente pone maggiore accento sulla distruzione del vettore di lancio. E’ meglio, secondo logica, rilevare e distruggere aerei, sottomarini o navi di superficie nemici prima che abbiano mai la possibilità di lanciare un missile. Una grande nave rumorosa è più facile da rilevare, ed e molto più facile da distruggere, di un missile che si può vedere solo per pochi secondi, se non lo si vede del tutto. Ma se gli Stati Uniti non possono nemmeno fare questo?

Ecco che arrivano i missili cinesi
La causa: nella corsa missilistica in corso nel Pacifico, solo la Cina potrebbe essere vincente. La più muscolosa di queste nuove armi cinesi è il missile balistico antinave DF-21D, che ha una gittata di oltre 3000 km. Se in una qualche futura guerra uno di questi missili venisse lanciato contro una nave da guerra degli Stati Uniti, non potrebbe esserci alcuna difesa contro di esso. La Cina sviluppa anche una versione navalizzata del missile da crociera aria-superficie DH-10, che può percorrere quasi 2.500 chilometri e colpire bersagli terrestri quali le basi statunitensi di Guam e Okinawa. Gran parte dell’arsenale di missili da crociera antinave della Cina è obsoleto, pieno di vecchi missili da crociera importati come Styx, Silkworm e Saccade. Il più potente missile antinave di Pechino è di fabbricazione straniera, il russo SS-N-22 Sunburn, un terrificante distruttore da Mach-3. Pechino ha anche un nuovo missile a corto raggio di produzione locale chiamato C-701 o YJ-62, più o meno equivalente al pilastro missilistico degli Stati Uniti, l’Harpoon. C’è una versione per navi di superficie del YJ-62, con un raggio operativo di circa 400 km, maggiore rispetto a quello dell’Harpoon standard, che è di 120 km. A parità di condizioni, in un testa a testa, un cacciatorpediniere cinese potrebbe sparare il primo colpo contro una nave degli Stati Uniti. E in Cina è in corso anche una grande spinta per costruire missili antinave nuovi e migliori. Pechino avrebbe incrementato l’impiego di speciali navi per test dotate di nuovi sensori che potrebbero essere comunicazioni satellitari o sistemi di controllo del tiro, o qualcosa di completamente diverso.
Tutta questa attività sull’altro lato del Pacifico ha messo gli USA in allarme. “Non siamo troppo sorpresi se l’US Navy si affretta in nuovi rischieramenti, essendo [gli statunitensi] cronicamente arretrati negli aggiornamenti del parco dei sistema EW di tutte e tre le armi, a causa dei finanziamenti deviati nella guerra globale al terrorismo, o qualunque scusa si adotti in questi giorni“, dice Kopp. L’US Navy ha da tempo intuito che sta passando dall’approccio offensivo a quello difensivo. Nel 2011, l’US Navy e la Defense Advanced Research Projects Agency, l’agenzia di ricerca aerospaziale del Pentagono, hanno consegnato 218 milioni dollari alla Lockheed-Martin per sviluppare un nuovo missile antinave a lungo raggio, o LRASM. La gittata precisa è sconosciuta e il missile non entrerà in servizio per altri due anni, al più presto. Certo, questo potrebbe non essere sufficiente per affrontare qualsiasi altra cosa rappresenti una minaccia alle navi statunitensi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come gli USA armano i terroristi in Siria

I ribelli islamisti in Siria ricevono armi dai depositi europei della NATO?
Valentin Vasilescu, Réseau International, 14 luglio 2013

47391Sia la Federazione russa che i Paesi occidentali dovrebbero astenersi dal fornire armi a uno dei due campi, perché vi è una guerra civile, il che significa molte vittime e notevoli rischi per la stabilità della Giordania“, ha detto il presidente Traian Basescu in una conferenza stampa a Bucarest, dopo un incontro con il segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolaj Patrushev, il 17 giugno 2013. D’altra parte, il governo romeno guidato da Victor Ponta ha inutilmente girato il mondo da Pechino a Mosca dicendo che l’obiettivo dell’offensiva diplomatica della Romania è tracciare un illusorio investimento da 10 miliardi di euro creando 50.000 posti di lavoro entro la fine dell’anno. Il governo rumeno si trova ora in una situazione disperata, come ho presentato in un precedente articolo sui piani di investimento della Russia e della Cina in Europa, che escludevano la Romania.
Invece di iniziare a creare un clima di competenze, il governo rumeno s’è impigliato in una coalizione con mafiosi di partito che, in tutti i governi precedenti, hanno subordinato tutto agli interessi statunitensi e confermato ad alti incarichi i loro clienti, parenti ed amici. Una coorte di politici americanizzati senza alcuna preparazione per i loro incarichi, è stata installata dall’ambasciata statunitense eliminando i veri professionisti che si ritrovano disoccupati da almeno 8-9 anni. Anche se il Primo ministro Ponta conosce la realtà, non se ne preoccupa. E per conquistare la fiducia del Cremlino e di Pechino, deve prima imparare a non mentire a denti stretti perché Mosca non crede alle sue lacrime di coccodrillo, né all’assoluzione, nonostante le prove, del pubblico ministero per il vergognoso plagio per la propria tesi di dottorato.
Il ministro dell’Economia della Romania, Vosganian, aveva già annunciato il 6 giugno 2013 che l’industria della difesa tramite la Romarm aveva firmato un contratto per l’esportazione di oltre 100.000 AK-47 negli Stati Uniti, un contratto valido fino al 2014. L’esportazione avviene sotto il controllo dell’US Federal Bureau per alcol, tabacco e armi. Secondo il ministro romeno, il prezzo offerto dagli Stati Uniti era di circa il 30% superiore a quello di mercato e il volume degli ordini è superiore alla capacità della fabbrica di armi Cugir. Ecco perché gli statunitensi hanno chiesto alla società di raddoppiare la sua capacità produttiva attuale, ma non vi è alcun segno che il mercato statunitense sia in procinto di uscire dalla recessione. Soprattutto da quando, dopo la strage del 14 dicembre 2012, effettuata con un fucile d’assalto nel college “Sandy Hook” della città di Newtown, nello Stato del Connecticut, dove furono uccise 27 persone, di cui 20 bambini, le autorità statunitensi hanno limitato la commercializzazione di questo tipo di armi.
La fabbrica di armi Cugir, che lo scorso anno ha avuto un fatturato di 3 milioni di dollari ed ha quasi 300 dipendenti, è miracolosamente riuscita ad aumentare la produzione senza assunzioni, riuscendo a consegnare agli Stati Uniti, il primo mese, decine di migliaia di armi per un valore di 1 milione di dollari. Chiunque legga questo articolo si chiederà come ha fatto una piccola fabbrica di armi in Romania a triplicare la produzione in una notte, e senza alcun investimento? Una spiegazione può essere trovata negli anni precedenti, quando la Romania avrebbe dovuto fornire alla Giordania dei nuovi AK-47, prodotti nella stessa fabbrica. L’esercito giordano era già dotato di moderne armi d’assalto degli Stati Uniti, M16/AR-15 da 5,56 mm e le taiwanesi T91 e T86 dello stesso calibro. Perché hanno bisogno degli AK-47 rumeni da 7,62 millimetri? La Romania ha preso le vecchie armi dell’era di Ceausescu dai depositi militari, le ha ridipinte e inviate ad Amman. I giordani sono rimasti scioccati ricevendo armi arrugginite e che non funzionavano, invece delle nuove armi che si aspettavano. Questi errori furono così numerosi e gravi che i giordani non potevano credere che la Romania potesse permettere che queste armi lasciassero la fabbrica in tali condizioni.
Il Consiglio Supremo di Difesa del Paese (CSAT), guidato dal presidente Traian Basescu (con il Primo ministro Victor Ponta, anch’egli membro del CSAT e complice) ha l’autorità legale di approvare tutte le transazioni per le armi da guerra, e quindi anche per le armi vecchie e nuove per la Giordania. Dopo il ‘caso’ giordano, la fabbrica Cugir dovrebbe perdere la licenza di esportazione e la Romania la sua credibilità. Vi sono suggerimenti e dicerie che la Siria fosse la destinazione finale e che le armi sarebbero finite in possesso dei ribelli islamisti. Così, è per i ribelli armati islamisti in Siria che gli Stati Uniti hanno bisogno di queste armi, qualunque ne sia la loro origine.
Nel 1989, l’esercito romeno aveva una forza di 300.000 effettivi che, in caso di mobilitazione, sarebbero stati integrati da 800.000 guardie paramilitari e giovani patrioti, tutti armati di AK-47. La  Romania oggi ha un esercito di 70.000 soldati professionisti, l’eccesso di oltre 1 milione di AK-47 è disponibile per alimentare le guerre civili degli Stati Uniti. Inoltre, la Romania, membro della NATO e dell’UE, è conosciuta come uno dei più attivi trafficanti di armi, come evidenziato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

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Perché la Croazia è stata ammessa nell’Unione europea?
Valentin Vasilescu, Réseau International, 12 luglio 2013

63364591_ukraineweaponsNon è più una novità che i ribelli islamici che combattono contro l’esercito nazionale siriano siano armati e addestrati da Stati del Golfo, Libia e Paesi occidentali. I giornalisti hanno già ripreso, durante i combattimenti, armi moderne come il fucile d’assalto statunitense M-16 dotato di telescopio usato dai cecchini islamisti del battaglione Hamza che opera ad al-Rastan (Homs). La BBC ha trasmesso l’8 ottobre 2012 un reportage sulle munizioni sequestrate dall’esercito siriano in un deposito dei ribelli in una moschea di Aleppo. Sulle scatole di cartucce che appaiono nel servizio vi sono scritto il numero 990 del lotto 1429 (lotto che conta 1,8 milioni di cartucce). Conteneva 1320-1400 proiettili da 7,62 x 39 millimetri. L’etichetta sulla confezione indica che le munizioni provenivano dall’impianto LCW di Lugansk, in Ucraina, esportate all’esercito saudita dalla società kirghisa Dastan Engineering, che ha una filiale a Kiev. Nei combattimenti che hanno avuto luogo a Daraa (al confine con la Giordania), come ad Aleppo, dei video mostrano per la prima volta ribelli siriani con armi pesanti della Croazia, membro della NATO. I modelli identificati di armi pesanti croate in possesso ai ribelli siriani sono: la versione locale modernizzata del lanciagranate francese da 90mm, LRAC-F, denominata M-79 Osa.

Inoltre:
1. cannone anticarro senza rinculo M-60 da 82mm
2. lanciagranate multiplo da 40mm RBG-6
3. lanciagranate anticarro RPG-22 da 72mm e missili antiaerei portatili

L’industria della difesa in Croazia
Tra il 1991 e il 1995, durante la guerra d’indipendenza, l’embargo imposto dalle Nazioni Unite impedì alla Croazia di acquistare tecnologia, attrezzature e armi. La Germania fu l’unico Paese di cui è dimostrata la violazione dell’embargo. Le fabbriche di armi ereditate dall’ex Jugoslavia (Metallic Promrad Adria-Mar, Duro Dakov, Borovo Gumitrade e HS Produkt) poterono fornire armi complesse all’esercito croato, carri armati, blindati, pezzi d’artiglieria, missili anticarro e antiaerei portatili e la gamma completa delle armi per la fanteria. Dopo aver ottenuto l’indipendenza, l’industria della difesa della Croazia è fiorita, le fabbriche di armi furono rilevate da investitori tedeschi. La Croazia ha venduto nel 2012 più di 300 milioni di dollari in armamenti a: Argentina, Austria, Svizzera, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Spagna, Polonia, Bulgaria, Italia, Arabia Saudita e Ucraina. L’Alan è l’agenzia governativa incaricata di approvare l’importazione e l’esportazione di equipaggiamenti per la difesa. È anche responsabile della supervisione della produzione di materiale per la difesa destinato all’esportazione, in conformità agli obblighi internazionali stabiliti.

Lo scenario del traffico di armi croato
Cronologicamente, l’operazione inizia il 2 novembre 2012 quando la segretaria di Stato Hillary Clinton compì una visita ufficiale a Zagabria per ringraziare la Repubblica di Croazia per il suo coinvolgimento nella ‘democratizzazione’ della Siria. Un mese dopo la visita a Zagabria, nell’aeroporto di Pleso della capitale croata, si videro grandi aerei da trasporto Il-76 appartenenti alla Giordania. Il quotidiano croato Jutarnjilist, citato dal New York Times, pubblicò alla fine di febbraio 2013 documenti e dichiarazioni dei controllori del traffico aereo croati che dimostravano che il 14, 23 dicembre 2012, 6 gennaio e 18 febbraio 2013 due aerei Iljushin Il-76MF matricola JY-JID e JY-JIC, e un Ilyushin Il-76TD matricola JY-JIA di proprietà della società giordana International Air Cargo, atterrarono a Zagabria-Pleso dove caricarono 230 tonnellate di armi per 6,5 milioni di dollari. Anche se aeroporti e autorità aeronautiche devono conservare una copia di ogni piano di volo per un certo periodo, documenti falsi (della “cioccolata” si direbbe in Romania in riferimento ai contrabbandieri di sigarette) venivano rilasciati a Zagabria sotto l’ombrellone della “sicurezza nazionale”, di solito usato per tenere segrete certe cose nella NATO e nascondere la verità sotto il tappeto. Il fatto che queste armi siano state intenzionalmente consegnate ai ribelli siriani da un membro della NATO, proprio quando stavano cercando di circondare Damasco, dimostra che sui documenti di consegna il nome del destinatario finale (l’utente finale) fu manomesso e che lo Stato interessato dovrebbe essere oggetto di sanzioni per violazione dell’embargo delle Nazioni Unite e dell’Unione europea.
In un mondo democratico, la leadership dello Stato croato, gli intermediari ed il traffico di armi principalmente opera dei capi di Arabia Saudita e Giordania, che trasporta e introduce armi di contrabbando in territorio siriano, dovrebbero attirare l’attenzione della Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità. Invece, il 1° luglio 2013, la Croazia diventava il 28° Stato membro dell’Unione europea, il che dimostra che per l’Unione europea il traffico internazionale di armi suggella l’appartenenza a questa organizzazione, come ho accennato in un precedente articolo.

Il precedente della Romania
L’operazione “Sigaretta 2″, fu l’atterraggio e il parcheggio sulla piattaforma militare dell’Aeroporto di Bucarest-Otopeni, la notte del 16 aprile 1998, di un aereo Il-76 che venne caricato di armi. Il servizio d’intelligence principale (SRI) ricevette dal Presidente della Romania il compito di organizzare una mascherata denominata ‘Sigaretta 2′, per nascondere un’operazione speciale dello Stato romeno, un semplice traffico di armi. Così, una settimana dopo che l’aereo era decollato dall’aeroporto di Otopeni, ordinò la “discesa organizzata con cura” in un deposito di Mogoshoaia (15 km dall’aeroporto), dove l’SRI “trovò” 2.250 stecche di sigarette recanti il numero di registrazione J/40/1473 e il codice SIRUES 403.011.971, ordinati alla zecca nazionale il 03.09.1996. Salvo che il 15 marzo 1998, un mese prima, la guardia di finanza scoprì a Mangalia Costanza un traffico di numerosi containers di sigarette di contrabbando, sigarette Assos, con esattamente lo stesso codice e lo stesso numero di registrazione dell’operazione ‘Sigaretta 2′. Il carico fu rilasciato dalla dogana nella zona franca di Constanta Sud Agigea, ed apparteneva a Jamal al-Atm e Yahia al-Atm, partner del colonnello dell’antiterrorismo del SRI George Dumitrescu, (identificato dalla carta d’identità Serie DM n. 365.850, quale cervello dell’operazione e direttore di una società di comodo del SRI). Dopo il sequestro, le sigarette furono consegnate, sigillate, alla Direzione generale delle dogane, con lettera n. 38336/1998 dell’Ispettorato Generale di Polizia, da dove 40 giorni dopo, agenti del SRI le rimossero e le collocarono nel deposito di Mogoshoaia, per mascherare da contrabbando di sigarette il volo dell’aereo Il-76.
Nel frattempo, l’SRI scrisse e inviò ai capiredattori di tutti i giornali un fax anonimo che scatenò lo scandalo “Sigaretta 2″. Il fax diceva che la sera del 16 aprile 1998, nella base militare di Otopeni furono scaricate 3.000 stecche di sigarette di contrabbando da un aereo Il-76. Tutta questa disinformazione del SRI fu sulla prima pagina dei giornali della Romania per un anno, la stampa romena ne fece una favola enorme, a causa degli accusati, indicati tra i principali gangster internazionali che avrebbe infiltrato in modo occulto i vertici dell’esercito e del Ministero dei Trasporti, il tutto senza alcuna prova e senza “fonti”. Inoltre, anche prima del rinvio a giudizio da parte del giudice militare, l’intera classe politica romena promise l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta, nelle cui conclusioni gli imputati apparvero aver minacciato la sicurezza nazionale. La maggior parte delle conclusioni della commissione fu copiata e riprodotta con servilismo dai pubblici ministeri che preparavano l’atto d’accusa, ma senza alcuna prova. Questa messa in scena fece pressione sulla giustizia, portando all’arresto di 18 cittadini rumeni ultra-specializzati nel settore dell’aviazione, mettendo fine alla loro carriera. La stampa in Romania non ha mai pubblicato il punto di vista degli accusati o le prove a loro difesa depositate in giudizio. E non dissero mai che la maggior parte degli imputati fu assolta e rilasciata dalla procura, e che lo Stato romeno fu costretto dai giudici e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo a pagare danni e interessi.

Valentin Vasilescu, pilota ed ex-vicecomandante della base militare di Otopeni, laurea in Scienze Militari presso l’Accademia di Studi Militari di Bucarest, nel 1992.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Fomentare la guerra civile in Egitto

Eric Draitser, Global Research, 11 luglio 2013

1L’uccisione di più di 50 persone in una manifestazione a sostegno del deposto presidente egiziano Mursi, a Cairo l’8 luglio, ha giustamente inorridito molti in Egitto e all’estero. Gli elementi pro-Mursi ne hanno incolpato i militari, mentre i militari pretendono si esser stati attaccati con armi da fuoco. Mentre volano le accuse reciproche, un nuovo aspetto di questa storia emerge, la presenza di una terza forza, vale a dire cecchini sui tetti che sparano a entrambi i lati del conflitto. Questa rivelazione suscita seri interrogativi circa la vera natura del conflitto in Egitto e le inquietanti somiglianze tra questo incidente e altri simili in Siria, Thailandia e altrove.

Il massacro di Cairo
Mentre a migliaia si riunivano nei pressi del comando della Guardia Repubblicana, dove molti credono che l’esercito egiziano detenga l’ex presidente Morsi, violenze sono esplose, uccidendo almeno 51 persone e ferendone centinaia. Il sanguinoso incidente ha segnato un chiaro passaggio dal conflitto puramente politico a una potenziale guerra civile. Secondo i militari, “terroristi” pro-Mursi hanno tentato di prendere d’assalto l’edificio, provocando così la risposta violenta dei militari che si difendevano. Il colonnello Ahmad Muhammad Ali, portavoce dell’esercito egiziano, ha affermato che i poliziotti sono stati attaccati durante il tentativo di rendere sicura l’area. Ha osservato che, “Erano in cima agli edifici… sparando o gettando oggetti… sparavano ai militari che hanno dovuto difendersi.” I commenti del colonnello Ali sono stati ripresi dalla maggior parte dei principali media egiziani, in gran parte controllati da forze solidali con i militari e l’ex regime di Mubaraq. Tuttavia, i Fratelli musulmani e altre forze pro-Mursi dipingono un quadro nettamente diverso.
Una dichiarazione sul sito web del partito Giustizia e Libertà dei Fratelli musulmani, incolpa naturalmente i militari egiziani per aver arbitrariamente ucciso coloro che descrivono come “manifestanti pacifici che rifiutano il colpo di Stato militare e chiedono la reintegrazione del loro presidente Muhammad Mursi.” Dal punto di vista islamico, il massacro, così come il colpo di Stato in sé, è un attacco diretto non solo ai Fratelli musulmani, ma alla stessa democrazia. Inoltre, le uccisioni sembrano aver creato un precedente quando gli islamici non hanno fatto alcun ricorso a violenze in Egitto. Nonostante le differenze tra le fazioni opposte, c’è un filo comune tra esse,  accusandosi a vicenda d’incitamento alla violenza che potrebbe portare alla destabilizzazione totale del Paese. Tuttavia, qui è importante notare che la maggior parte delle uccisioni è avvenuta per mano di cecchini sconosciuti posizionati sui tetti, come mostrato in questo video youtube. Anche se i cecchini sembrano indossare uniformi, la loro vera identità rimane oscura. Perché è impossibile verificare esattamente chi fossero i cecchini, per chi lavorano, ed è fondamentale esaminare invece le possibili motivazioni o la loro assenza.
I militari hanno sostenuto ripetutamente di esser stati attaccati e che la risposta era puramente difensiva. Tuttavia, questo non può assolutamente spiegare la presenza di cecchini sui tetti, non è un semplice atteggiamento difensivo. Al contrario, l’affermazione dei Fratelli musulmani e sostenitori che i cecchini fossero ovviamente militari egiziani, non sembrano coerenti con le circostanze politiche, né con i fatti sul terreno. In primo luogo, si deve rilevare che l’esercito non ha nulla da guadagnare e tutto da perdere nell’usare queste tattiche. Dopo aver preso il potere in quello che può essere considerato solo come uno dei tanti “colpi di Stato popolari” (non è un mio termine) della storia moderna, avendo già la maggior parte del Paese e dell’opinione pubblica mondiale dalla propria parte. Non c’è nessuna condanna nel mondo per la loro azione; anzi i governi sembrano ripetere di “guardare avanti”, “concorrere alla stabilità”, un linguaggio semplicemente codificato per un tacito sostegno. Così, con il mondo che guarda l’Egitto scrutando attentamente ogni mossa dell’opposizione secolare e dei militari, com’è possibile che questi possano trarre beneficio seminando tale caos? Naturalmente, non avrebbero nulla da guadagnare. Inoltre, l’idea che cecchini militari egiziani abbiano sparato ai loro commilitoni è inverosimile, per non dire altro. In secondo luogo, i Fratelli musulmani e i loro sostenitori senza dubbio hanno capito l’impossibilità di lottare contro i militari per le piazze. Qualunque fonte afferma che hanno armi (bottiglie, sassi, armi leggere) che non sono certamente sufficienti ad avere un impatto significativo sui militari. L’idea che questi manifestanti abbiano tentato di “devastare” il quartier generale della Guardia repubblicana, sembra risibile. Anche se la folla era prevalentemente costituita da ferventi sostenitori del deposto presidente Mursi, erano sempre comuni egiziani, non militanti salafiti o di qualche formazione.
Quindi sembrerebbe che nessuna delle due parti ne abbia davvero tratto beneficio o abbia la capacità di fare ciò che l’altra parte suggerisce. Ci sarebbe poi da sollevare la questione più critica di tutte… se i cecchini non facevano parte delle due controparti, chi sono esattamente? Sembrerebbe che l’unica conclusione logica sia che i cecchini fossero di una terza forza sconosciuta il cui interesse non è sostenere una parte, ma assicurarsi che scontri violenti e uccisioni avvengano inasprendo le tensioni e fomentando la guerra civile. Attenti osservatori noteranno di aver visto in precedenza un tale scenario prima, più di recente in Siria.

I precedenti siriano e tailandese
Allo scoppio delle violenze in Siria nel 2011, molti si chiesero come la situazione sul terreno subisse un’escalation così rapida. Sembrerebbe, secondo notizie della stampa mainstream occidentale, che le forze di sicurezza siriane fossero semplicemente impazzite iniziando ad uccidere manifestanti pacifici a caso. Tuttavia, divenne chiaro in pochi giorni che cecchini sconosciuti stazionanti sui tetti di città come Daraa e Hama, ne fossero i veri responsabili principali. Come si vede in questi video, come in numerosi articoli, la presenza di cecchini sui tetti in tutta la Siria è innegabile. Naturalmente, fu immediatamente detto che i cecchini fossero soltanto militari di Assad. Abbastanza comodamente, nessuna prova fu mai prodotta che dimostrasse che i cecchini fossero davvero soldati governativi. È interessante notare che la missione degli osservatori della Lega Araba, in sé apertamente ostile al regime di Assad, osservò nella sua
relazione di inizio 2012 che molte delle atrocità provocate dal tiro di cecchini, potrebbero essere attribuite correttamente ad una terza forza sconosciuta nel Paese. Il rapporto osservava: “La missione ha stabilito che vi è un soggetto armato non menzionato nel protocollo. Questi sviluppi della situazione possono senza dubbio essere attribuiti all’uso eccessivo della forza da parte delle forze governative siriane in risposta alle proteste verificatesi prima del dispiegamento della missione, che chiedevano la caduta del regime. In alcune zone, questa entità armate hanno reagito attaccando le forze di sicurezza e i cittadini siriani, portando il governo a rispondere con altra violenza.”
Il rapporto avvalora ciò che molti testimoni oculari hanno affermato, e cioè che alcune violenze scoppiate all’inizio del conflitto in Siria sono attribuibili a questa “terza forza” di cecchini  pienamente addestrati ed equipaggiati. Com’era prevedibile, la relazione tenta di trasformare le violenze della “terza forza” in pura risposta ai militari siriani, ma non fornisce alcuna prova che non sia l’affermazione generica che “senza dubbio [le violenze] vanno attribuite all’uso eccessivo della forza dei governativi“. In sostanza quindi, dovrebbe essere chiaro che ci fosse qualche elemento in  Siria, durante le prime fasi del conflitto, che usò cecchini e altre forme di violenza e di terrore per spingere l’opposizione e il governo verso la guerra. E che sembrano aver avuto successo. La Siria non è certo l’unico Paese che ha sperimentato questo tipo di fenomeno.
Nel 2010, violenze scoppiarono tra il governo della Thailandia e le camicie rosse sostenitrici dell’ex-Primo ministro Thaksin Shinawatra. Proprio come in Siria, misteriosi individui armati di fucili di precisione, mitragliatrici e granate spuntarono delle fila delle camicie rosse e cominciarono ad attaccare le truppe thailandesi, uccidendo un colonnello e altri sei soldati. Il tentativo di “assaltare” una struttura militare usando chiaramente dei manifestanti come copertura, venne cinicamente orchestrato per fomentare il caos e la possibile destabilizzazione del Paese, con l’intenzione d’installare Shinawatra, caro a Washington. Anche qui vediamo cecchini ed altri combattenti armati sconosciuti al centro della vicenda. Quello che è successo in Thailandia non fu un semplice caso. Sono necessari coordinamento, pianificazione, finanziamento e materiale di supporto. Ciò indica che, al contrario della narrativa fantastica dei media mainstream, questa non fosse una semplice protesta politica e non deve essere considerata tale. Piuttosto, come in Siria, vediamo un chiaro esempio di fin dove  giungerebbero alcuni elementi per i propri scopi politici.
I dettagli del massacro in Egitto sono ancora ignoti, quindi è impossibile dire con certezza ciò che è successo. Tuttavia, a giudicare dalle precedenti esperienze in Siria e in Thailandia, si dovrebbero avere riserve sulla narrazione che viene venduta al pubblico. Chi erano esattamente quei cecchini a Cairo? Chi ha dato l’ordine di sparare ai manifestanti pro-Mursi e ai militari? Le risposte a queste e ad altre domande emergeranno con il tempo. Speriamo che ci sia ancora un Egitto unito e pacifico quando avverrà.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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