2,5 milioni di dollari per assassinare il Presidente Maduro

Thierry Deronne, Global Research, 3 agosto 2013

ap-venezuela-president-nicolas-maduro_20130709104851_640_480La speranza della destra internazionale e dei media mainstream di vedere la rivoluzione bolivariana scomparire con la morte (sospetta) del Presidente Hugo Chavez, è stata frustrata dal nuovo Presidente Nicolas Maduro che porta avanza con forza le trasformazioni ricorrendo, in particolare, al “Governo di quartiere” in Venezuela (1), all’integrazione politica dell’America Latina e alla cooperazione Sud-Sud. Perciò, riprendo i preparativi per un attentato, di cui i servizi segreti venezuelani hanno sventato un primo tentativo. Prevista per il 24 luglio, l’operazione includeva l’assassinio di Maduro da parte di un cecchino, mentre partecipava a manifestazioni pubbliche per commemorare la nascita di Simon Bolivar, seguita da attacchi simultanei ad obiettivi politici e militari da parte di 400 uomini infiltrati in Venezuela attraverso il confine con la Colombia.
Secondo il ministro Miguel Rodríguez Torres, che ha rivelato i dettagli il 31 luglio alla rete d’informazione Telesur, gli incontri per sviluppare questo progetto si sono svolti a Bogotá, Medellín (Colombia), Miami e Panama. Il membri di questa operazione comprendono terroristi, golpisti, personaggi legati al traffico di droga e paramilitari, tutti vecchi giocatori della sovversione in America Latina come Roberto Frómeta di Miami, leader del gruppo terrorista F4, riconosciuto autore di azioni terroristiche contro Cuba e mentore del terrorista internazionale di origine cubana Luis Posada Carriles. Ex agente della CIA, è l’autore (tra le altre cose) del bombardamento del 6 ottobre 1976, quando morirono 73 passeggeri del volo 455 della Cubana de Aviación, e responsabile della tortura e della scomparsa di militanti sinistra, per conto della polizia politica venezuelana del regime degli anni ’60 e ’70. Nonostante le diverse richieste di estradizione, continua a godere della protezione del governo degli Stati Uniti. Sempre a Miami i 2,5 milioni di dollari volti a coprire l’acquisto di armi e logistica per l’attentato contro Maduro, furono raccolti dalla rete dell’imprenditore di destra venezuelano Eduardo Álvarez Macaya (di origine cubana), alias Eddy, membro del Comando delle organizzazioni rivoluzionarie unite (CORU) e di Omega 7, sospettato di aver organizzato l’assassinio del diplomatico cubano all’ONU Félix García, nel 1980.
Prima del piano di assassinare il presidente bolivariano, la prima fase di questa operazione era creare il caos in Venezuela per giustificare l’intervento. Fu lanciata dal candidato della destra Henrique Capriles Radonski dopo l’annuncio della sua sconfitta alle elezioni presidenziali del 14 aprile 2013. Seguendo i suoi ordini di scendere in piazza per scatenare la rabbia, gli squadroni paramilitari s’infiltrarono tra i militanti del suo partito Primero Justicia, assassinando gli attivisti bolivariani José Luis Ponce, Rosiris Reyes, Ender Agreda, Henry Rangel Manuel, Keler Enrique Guevara, Luis García Polanco, Rey David Sánchez, Antonio Acosta Hernández Jonathan e Johnny Pacheco, attaccando o bruciando le sedi del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), 25 Centri di Diagnosi Integrale (centri gratuiti di salute popolari), media comunitari, centri per l’approvvigionamento popolare (rete Mercal), una sede regionale del Consiglio Nazionale Elettorale e le case dei funzionari governativi. Tre settimane prima delle elezioni, tre membri della destra, Ricardo Sánchez (supplente di María Corina Machado), Andres Avelino (supplente di Edgar Zambrano) e Carlos Vargas (supplente di Rodolfo Rodríguez) avevano ritirato il loro sostegno a Capriles denunciando l’esistenza di questo piano di destabilizzazione (2).

Il leader della destra venezuelana Henrique Capriles Radonski (a sinistra) si è incontrato a Santiago, il 19 luglio 2013, con Jovino Novoa, sottosegretario del governo Pinochet. Capriles Radonski è coinvolto nella violenze e negli eccidi di attivisti bolivariani del 15 aprile 2013 e al sanguinario  colpo di Stato contro il Presidente Chavez nell'aprile 2002.

Il leader della destra venezuelana Henrique Capriles Radonski (a sinistra) si è incontrato a Santiago, il 19 luglio 2013, con Jovino Novoa, sottosegretario del governo Pinochet. Capriles Radonski è coinvolto nella violenze e negli eccidi di attivisti bolivariani del 15 aprile 2013 e al sanguinario colpo di Stato contro il Presidente Chavez nell’aprile 2002.

Questa violenza permeata di razzismo sociale godeva della disponibilità dei media privati che dominano la maggior parte dell’etere in Venezuela, e dei media internazionali che hanno oscurato le vittime. Durante la campagna presidenziale, il quotidiano francese “Le Monde” aveva definito Henrique Capriles “azzimato avvocato socialdemocratico” (sic). Questa prima fase, fallita davanti la resistenza pacifica della popolazione, aveva attratto il commento dell’ex Presidente Lula nell’aprile 2013: “Quando lasciai l’incarico che occupavo c’erano cose che non si potevano dire per diplomazia, ma oggi posso dire che ogni volta gli Stati Uniti interferiscono nelle elezioni di un altro Paese. Dovrebbero farsi gli affari propri e lasciarci scegliere il nostro destino.”(3) Nel giugno 2013, una registrazione telefonica rivelava i contatti con gli Stati Uniti di un altro leader della destra venezuelana, Maria Corina Machado (anch’ella coinvolta nel sanguinoso colpo di Stato contro Chavez nell’aprile del 2002). Insistendo sulla necessità di organizzare un nuovo colpo di Stato preceduto da “scontri non dialoganti” (sic).
Fin dall’inizio, tutta questa operazione faceva affidamento sul sostegno di alcuni agenti della CIA e di due ex-presidenti legati al traffico internazionale di stupefacenti e ai paramilitari: l’ex presidente colombiano Alvaro Uribe e l’ex presidente honduregno de facto, l’imprenditore Roberto Micheletti, che prese il potere in Honduras dopo il colpo di Stato contro il Presidente Manuel Zelaya. Questi sono gli stessi settori della destra ad organizzare attività di destabilizzazione contro i governi di Bolivia, Ecuador e Venezuela, sempre con l’aiuto dei media privati, che hanno partecipato al colpo di Stato contro Hugo Chavez nell’aprile 2002, al blocco petrolifero nel 2002-2003, al massacro di Plaza Altamira nel dicembre 2012, agli attentati contro le ambasciate di Spagna e Colombia nel 2003, all’omicidio del giudice Danilo Anderson nel 2004, che indagava sugli autori del colpo di Stato, all’infiltrazione nel 2004 di un centinaio di paramilitari colombiani arrestati nella finca Daktari (periferia di Caracas), mentre preparavano l’assassinio di Hugo Chavez.

Un centinaio di paramilitari colombiani arrestati nel maggio 2004 nella finca Daktari, di proprietà del cubano Roberto Alonso, vicino Caracas. Scopo dichiarato dell'operazione: "decapitate Chavez."

Un centinaio di paramilitari colombiani arrestati nel maggio 2004 nella finca Daktari, di proprietà del cubano Roberto Alonso, vicino Caracas. Scopo dichiarato dell’operazione: “decapitate Chavez.”

Le telefonate dimostrano che la possibilità dell’omicidio di Nicolas Maduro, rinviato a causa delle fughe e delle misure adottate dal servizio segreto venezuelano, resta. Uno degli scenari preferiti dai terroristi sarebbe “il governo di quartiere” approfittando dell’alta esposizione del presidente durante il contatto diretto con la popolazione.

Thierry Deronne, Caracas, 1 agosto 2013, AVN e Telesur.

Note:
(1) “Deux tours du monde en 100 jours : révolution dans la révolution bolivarienne
(2) “Venezuela: victoire du “chavisme sans Chavez” di Maurice Lemoine
(3) “Défaite de la tentative de coup d’État. L’ex-président Lula critique l’ingérence des États-Unis dans les élections vénézuéliennes“,
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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Elezioni del presidente del Venezuela: l’opposizione non ha alcuna chance

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 8 aprile 2013

484083Uno scienziato politico venezuelano che conosco mi ha detto, un paio di anni fa, che l’opposizione aveva un candidato presidenziale promettente, Alberto C. Vollmer, un giovane distillatore di rum e proprietario terriero che ricopriva la carica di Presidente del Consiglio di Amministrazione e Amministratore Delegato di Ron Santa Teresa. Centinaia di persone, contadini senza terra ed elementi declassati, improvvisamente occuparono le sue terre. Ma invece di usare la forza per cacciarli, iniziò a parlargli, raggiungendo un accordo. In Venezuela, le occupazioni del genere venivano normalmente respinte arruolando pistoleros, chiamati a fare il lavoro sporco dai capi.  Gestì la situazione in modo assai diverso. Non ci fu alcun spargimento di sangue quella volta.  Accompagnato da un poliziotto, Vollmer avvicinò gli occupanti per sapere di preciso ciò che volevano. Di conseguenza furono autorizzati a vivere sulla tenuta. C’erano case costruite per ospitare gli indigenti, un servizio medico venne fornito a tutti loro e una scuola fu costruita per i loro figli. Questo esperimento fu un caso unico, un’esperienza da studiare per i think tank economici dell’America Latina. Il carismatico Vollmer, di origine tedesca, sembra essere fedele al regime bolivariano, è finito nella lista mondiale dei leader neoliberali globali.
Vollmer era troppo indipendente per diventare un candidato. Così chi tira le fila di nascosto ha guardato altrove, lasciando spazio al docile Henrique Capriles Radonsky, rampollo 40enne di una ricca famiglia ebrea. La famiglia è proprietaria di industrie, media, nel cui campo dell’intrattenimento fa la parte del leone. Le sue vedute destrorse sono in larga parte spiegate dalle sue origini e dai legami famigliari con i partner commerciali degli Stati Uniti e di Israele… Negli anni scolastici, Henrique aderì alla TFP (Tradizione, Famiglia, Proprietà), un’organizzazione di destra che combatteva il marxismo e la Teologia della Liberazione e manteneva stretti legami con para-militari estremisti. Il suo leader, Alejandro Pe?a Esclusa, ebbe un’enorme influenza su Henrique. Sostenne pienamente gli appelli di Esclusa ad usare la violenza contro i nemici. Ma il Venezuela vietò l’organizzazione nel 1984, essendo coinvolto nel tentato omicidio di Giovanni Paolo II. La prima cosa che fece Henrique, fu di nascondere la bandiera della TFP che sventolava nelle manifestazioni.
Laureatosi, Capriles entrò in politica e divenne un membro del parlamento nel 1998. Nel 2000 fu  coinvolto nella creazione di Primero Justicia (Movimiento Primero Justicia), un partito politico di centro-destra finanziato dalla CIA. Fin dai primi giorni della sua fondazione, il partito è stato visto come uno strumento per combattere le politiche di Chavez. Assegnato al distretto della capitale di Baruta, Capriles condusse la caccia alle streghe contro i sostenitori del governo bolivariano e organizzò l’assalto all’ambasciata cubana. Incontrando German Sanchez, l’ambasciatore cubano, pretese di avere accesso a ogni angolo dell’edificio dell’ambasciata, per assicurarsi che dirigenti chavisti non vi avessero trovato rifugio. Sanchez rifiutò risolutamente l’ultimatum e avvertì che il personale dell’ambasciata era pronto a resistere con tutti i mezzi a disposizione. Capriles non ebbe il coraggio di attaccare, ma l’ambasciata fu assediata interrompendo energia elettrica, acqua, fognatura, mentre tutte le vetture con targa diplomatica furono danneggiate. Capriles ha passato diversi mesi in carcere per questi crimini.
Nel luglio-ottobre 2012 Capriles guidò l’opposizione alle elezioni presidenziali. Chavez aveva gravi problemi di salute, dopo aver subito diversi interventi chirurgici e chemioterpaici. Ma riuscì a riprendersi e a sconfiggere l’avversario ottenendo il 55% dei voti contro il 44% di Capriles. Molti studiosi politici venezuelani pensano che la sua grave malattia sia stato un complotto, un cancro inoculato dai nemici per disabilitarlo prima delle elezioni di ottobre. Si suppose che Capriles avesse una buona possibilità di vincere di fronte a qualsiasi altro candidato bolivariano. La giornalista venezuelana Ivana Cardinale è sicura che l’intelligence israeliana ne sia stata coinvolta. Il Presidente aveva cacciato l’ambasciatore d’Israele e maledetto pubblicamente lo Stato israeliano per l’uccisione di centinaia di libanesi. Il rafforzamento delle relazioni tra il Venezuela e la Palestina è ritenuta inaccettabile da Israele. Era visto come un pericoloso precedente seguito da altri Stati latino-americani. La nazionalizzazione dell’oro e dei diamanti, prima sotto il controllo degli imprenditori israeliani, suscitò la rabbiosa reazione di Tel Aviv. Cardinale sottolinea che il Mossad e la CIA hanno una lunga esperienza in operazioni in Venezuela; incitando ai colpi di stato, destabilizzando il Paese e finanziando l’opposizione, i giornalisti anti-governativi e le proteste  inscenate dagli studenti. Dice che Capriles è un ebreo che finge di essere un cattolico, e che è un candidato sostenuto dal Mossad. Secondo lei, agenti del Mossad erano le sue guardie nelle scorse elezioni. Cardinale ricordò l’incidente della sinagoga a Caracas saccheggiata nel 2009. Uomini armati fecero irruzione nell’edificio e l’imbrattarono scrivendo slogan, tra cui “ebrei andatevene”, sulle pareti, prima di distruggere oggetti religiosi. La guardia del corpo del rabbino e un gruppo di poliziotti, ne furono i responsabili. Cardinale ammise la possibilità che i poliziotti fossero stati pagati per accusare i sostenitori di Chavez. Si chiede se gli attentati contro le sinagoghe a Caracas continueranno ad imitare le azioni antiebraiche o se lo stesso Shimon Peres ammetterà mai il coinvolgimento d’Israele e confesserà che Israele ha ucciso Chavez nello stesso modo con cui ha ucciso Arafat. Si noti che agenti del Mossad controllavano le posizioni chiave nella polizia segreta venezuelana prima di Chavez. Alcuni di loro hanno lasciato il Paese dopo l’avvento di Chavez nel febbraio del 1999, altri sono ricorsi all’arte del mimetismo e hanno continuato le loro attività sovversive. Le indagini vengono svolte per impedire la possibilità che i leader bolivariani cadano preda di malattie impreviste.
Secondo il sondaggio condotto da Hinterlaces il 4 aprile, Capriles non ha alcuna possibilità di vincere le elezioni presidenziali, se non in caso di una qualche “emergenza”. Oscar Schemel, capo dell’agenzia di sondaggi Hinterlaces, ha detto che Nicolas Maduro vince sui dibattiti ideologici, perché la sua fedeltà al chavismo gli dà un vantaggio. A 10 giorni dalle elezioni, in programma per il 14 aprile, i sondaggi danno a Maduro un vantaggio del 20%. Secondo Shemel, l’assenza di Chavez provoca instabilità emotiva tra le fila chaviste. La base si sente vulnerabile avendo perso il leader che li difese, gli restituì i diritti e li rese i principali partecipi della vita nazionale, in modo che possa rendersi conto che erano sempre dei cittadini. Non li portava all’immobilismo, piuttosto radicava il chavismo come movimento politico. Dopo aver saputo dell’intenzione di Capriles di ritirarsi dalla corsa, in vista dell’inevitabile sconfitta, Nicolas Maduro ha chiesto al suo avversario di continuarla. Secondo i media bolivariani, Capriles si è comprato un appartamento da 5 milioni di dollari a Manhattan, New York. Questo tipo di informazioni disorienta gli elettori dell’opposizione. Capriles ha perso almeno il 5% dei voti recentemente, ma la cosa più importante, è che si trova ad affrontare molti avversari clandestini, soprattutto nelle file dei partiti borghesi tradizionali, Azione Democratica (AD) e Partito Democristiano (COPEI), che ne minano gli sforzi.
Non importa, il fattore decisivo, prima delle elezioni del 14 aprile, è la mobilitazione del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Le informazioni provenienti dalle città che Nicolas Maduro ha visitato, testimonia il fatto che Hugo Chavez è in grado di vincere la battaglia per il socialismo, il progresso e la prosperità del popolo, anche dopo la morte. In tutti gli angoli del Paese, il popolo dice che “Chavez ci ha detto di vincere, e lo faremo a qualsiasi prezzo!

E’ gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA complottano contro il Venezuela del dopo-Chavez

Land Destroyer – 6 mar 2013
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Il think-tank della grande finanza, l’American Enterprise Institute (AEI), ha dichiarato nella suo “lista dei doveri post-Chavez per i politici degli Stati Uniti“, che gli Stati Uniti devono muoversi rapidamente per riorganizzare il Venezuela secondo gli interessi degli USA. Al momento le “esigenze fondamentali” della loro lista sono:
• La cacciata dei narco-boss che ora occupano posti di responsabilità nel governo
• Il rispetto di una successione costituzionale
• L’adozione di significative riforme elettorali per garantire una equa campagna e un trasparente conteggio dei voti per le attese elezioni presidenziali
• Lo smantellamento delle reti iraniane e di Hezbollah in Venezuela
In realtà, AEI sta parlando di smantellare del tutto gli ostacoli che hanno impedito agli Stati Uniti e agli interessi delle imprese finanziarie che li dirigono, di installare un regime cliente e di estrarre del tutto le ricchezza del Venezuela, mentre ostacolano e smantellamento i progressi e l’influenza geopolitica realizzata negli anni dal Presidente Hugo Chavez in tutto il Sud America, e altrove. La “lista” dell’AEI, continua affermando: “Ora è il momento per i diplomatici degli Stati Uniti di avviare un dialogo silenzioso con le principali potenze regionali, per spiegare gli elevati costi del regime criminale di Chavez, compreso l’impatto della complicità chavista con i narcotrafficanti che seminano caos in Colombia, America Centrale e Messico. Forse allora saremo in grado di convincere i leader regionali a mostrare solidarietà verso i democratici venezuelani che vogliono ripristinare l’impegno allo stato di diritto e ricostruire un’economia che può essere un motore per la crescita del Sud America”.
Naturalmente, per “democratici venezuelani”, l’AEI intende i fantocci di Wall Street come Henrique Capriles Radonski e la sua facciata politica Primero Justicia, due entità che i media occidentali si stanno già preparando a sostenere in vista delle elezioni anticipate.

L’occidente ha già posizionato i fantocci per spolpare il Venezuela del dopo-Chavez
Primero Justicia è stata co-fondata da Leopoldo Lopez e Julio Borges, che come Radonski, furono gestiti per quasi un decennio dal dipartimento di Stato degli USA. Primero Justicia e la rete di ONG dai finanziamenti esteri che la supportano, hanno avuto sostegno sia diretto e indiretto dall’estero, per almeno altrettanto tempo.

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Immagine: Il documento del dipartimento di Stato USA che illustra il ruolo svolto dalle ONG finanziate dal National Endowment for Democracy (NED) nel sostenere gli esponenti dell’opposizione in Venezuela. Gli Stati Uniti evitano regolarmente di indicare in modo trasparente chi ottiene gli ampi finanziamenti che il NED fornisce ai gruppi di opposizione in Venezuela, quindi, documenti come questo forniscono uno sguardo unico sui nomi e le dinamiche effettivamente operanti. Come si sospettava, il NED invia denaro alle reti che supportano l’attuale  candidato alla presidenza, Henrique Capriles Radonski. In questo documento particolare, i problemi legali di Sumate, finanziato dal NED, sono descritti in relazione al suo tentativo di difesa di Radonski. Al momento della stesura di questo documento, Radonski era in carcere in attesa di giudizio per il suo ruolo di supporto al fallito golpe del 2002, sostenuto dagli USA, contro il presidente Hugo Chavez. Il documento è ancora on-line presso il sito ufficiale del dipartimento di Stato USA.

Tutti e tre i co-fondatori si sono laureati negli USA; Radonski ha frequentato la New York Columbia University (spagnola), Julio Borges il Boston College e Oxford (spagnola), e Lopez Leopoldo la Harvard Kennedy School of Government (KSG), di cui è considerato un ex-alunno (qui). La Harvard Kennedy School, che ospita il noto Centro Belfer, comprende le seguenti facoltà e gli alunni di Lopez, co-fondatore dell’attuale opposizione filo-Stati Uniti in Venezuela: John P. Holdren, Samantha Power, Lawrence Summers, Robert Zoellick, (tutti nella facoltà), così come Ban Ki-Moon (’84), Paul Volcker (’51), Robert Kagan (’91), Bill O’Reilly (’96), Klaus Schwab (’67), e letteralmente centinaia di senatori, ambasciatori e amministratori di Wall Street e di Londra, l’attuale crema dell’ordine globale internazionale.
La Harvard Kennedy School of Government (KSG) è chiaramente una delle diverse università che costituiscono il fondamento della politica globalista-internazionale guidata dalla grande finanza, e che creano le legioni di amministratori per gestirla. Per comprendere pienamente le implicazioni dell’istruzione di Lopez, aiuta a capire la leadership e i principi guida la dichiarazione di missione di Harvard, ben esemplificata dal Belfer Center della KSG che, fino ad oggi, offre il suo sostegno pubblico a Lopez e al suo partito di opposizione Primero Justicia.

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Immagine: John P. Holdren (con la barba, a sinistra), sostenitore della riduzione della popolazione attraverso la sterilizzazione forzata, supervisionata da un “regime planetario”, è solo uno dei tanti caratteri “colorati” che si trovano nelle aule della Harvard Kennedy School of Government, dove il co-fondatore di Primero Justicia del Venezuela, Leopoldo Lopez, si è laureato. Fino ad oggi, KSG fornisce consulenza negli sforzi dell’opposizione filo-USA nel prendere il potere in Venezuela.

Denominato da Robert Belfer, della Belco Petroleum Corporation e, poi, direttore della fallimentare Enron Corporation, il Centro Belfer si definisce come “il fulcro della ricerca della Harvard Kennedy School, nell’insegnamento e nella formazione nella sicurezza degli affari internazionali, nelle questioni ambientali e risorse, e nella scienza e tecnologia.” Robert Belfer è ancora membro del Consiglio internazionale. Il direttore della Belfer, Graham Allison fornisce un esempio di corporativismo che trae vantaggio guidando la politica degli Stati Uniti. E’ stato uno dei fondatori della Commissione Trilaterale, direttore del Council on Foreign Relations (CFR), consulente della RAND Corporation, direttore di Getty Oil Company, Natixis, Loomis Sayles, Hansberger, Taubman Centers Inc., e Belco petrolio e gas, nonché membro dei comitati consultivi di Chase Bank, Chemical Bank, Hydro-Québec e della losca International Energy Corporation, tutto secondo la sua biografia ufficiale del Centro Belfer.
Altri personaggi discutibili e alunni della Belfer sono Robert Zoellick, membro del CFR e della  Goldman Sachs, ed ex-presidente della Banca Mondiale. Al consiglio di amministrazione vi è l’ex-membro del CFR ed ex consulente di Goldman Sachs, Ashton Carter. C’è anche l’ex direttore di Citigroup e Raytheon, ex direttore della CIA e membro del CFR John Deutch che ottenne il perdono da Clinton per evitare il processo su una violazione della sicurezza, mentre armeggiava nelle sue funzioni nella CIA. Nel frattempo vi sono anche Nathaniel Rothschild di Atticus Capital e RIT Capital Partners, Paul Volcker della Federal Reserve e l’ex segretario della DHS, Michael Chertoff, tutti “consiglieri” del Centro Belfer.
Ultimo ma non meno importante, vi è John P. Holdren, anche membro del Council on Foreign Relations, consigliere scientifico sia del presidente Clinton che del presidente Obama, e co-autore con Paul Ehrilich dell’ormai famigerato “Ecoscience”, quando Holdren non promuove la “distruzione climatica”, con cui sogna un governo totalitario globale malthusiano che sterilizza forzatamente la popolazione mondiale. Teme, erroneamente, che la sovrappopolazione ponga fine dell’umanità. Aveva sostenuto con piena superbia, nel suo scadente libro, “La società senza crescita“, che entro il 2040 gli Stati Uniti avrebbero avuto una popolazione pericolosamente insostenibile di 280 milioni di abitanti, definendola “esagerata”. La popolazione attuale degli Stati Uniti è di oltre 300 milioni di abitanti, e nonostante la leadership e le politiche azzardate, resta ancora sostenibile.
Si potrebbe sostenere che l’istruzione di Lopez risieda nel suo passato, indipendentemente dalle sue attività politiche attuali, tuttavia gli interessi che guidano l’agenda del Centro Belfer ancora dimostrano il suo sostegno agli sforzi del partito Primero Justicia a prendere il potere in Venezuela. Lopez, Radonski e Borges fino ad oggi continuano a ricevere ingenti finanziamenti e sostegno dalle reti di ONG finanziate direttamente dal National Endowment for Democracy del dipartimento di Stato USA, e sono chiaramente favoriti dalla stampa occidentale. Inoltre, CFR, Heritage Foundation  e altri gruppi di riflessione guidati dalle aziende finanziarie sostengono tutti Radonski e Primero Justicia nel loro tentativo di “ripristinare la democrazia” in stile statunitense in Venezuela.
Con la morte di Chavez, i nomi di queste figure dell’opposizione diventeranno i pilastri della comunicazione occidentale in vista delle elezioni anticipate, di cui l’occidente è ansioso tenere; elezioni in cui l’occidente è ben posizionato nel manipolarle in favore di Lopez, Radonski e Borges. Qualunque cosa si possa avere pensato del presidente venezuelano Hugo Chavez e delle sue politiche, ha nazionalizzato il petrolio della sua nazione, cacciando le multinazionali straniere, ha diversificato le esportazioni riducendone la dipendenza dai mercati occidentali (con le esportazioni verso gli Stati Uniti al minimo in 9 anni), e si era apertamente opposto al neo-imperialismo delle aziende finanziarie in tutto il mondo. E’ stato un ostacolo all’egemonia occidentale, un ostacolo che ha provocato un palese depravato giubilo nei suoi avversari, al momento della morte. E mentre molti critici sono pronti a definire le politiche del Presidente Chavez un “fallimento”, sarebbe utile ricordare che gli Stati Uniti hanno schierato le loro vaste risorse, sia apertamente che segretamente, contro il popolo venezuelano nel corso degli anni, per garantirsi che qualsiasi sistema al di fuori della sfera di influenza occidentale fallisca inevitabilmente.

Davanti, giorni oscuri
Giorni bui, in effetti, attendono il Venezuela, con la “lista” dell’AEI che prefigura una “rivolta”, affermando: “Mentre i democratici venezuelani lottano contro il chavismo, i leader regionali devono mettere in chiaro che una repressione in stile Siria non sarà tollerata nelle Americhe. Dobbiamo difendere il diritto dei venezuelani a lottare democraticamente per recuperare il controllo del loro Paese e del suo futuro. Solo Washington può chiarire ai leader cinesi, russi, iraniani, cubani che sì gli Stati Uniti si preoccupano se si cerca di sostenere un regime non democratico e ostile in Venezuela. Qualsiasi tentativo di sopprimere la sua autodeterminazione con contanti cinesi, armi russe, terroristi iraniani o teppismo cubano, riceveranno una risposta coordinata regionale.”
Consiglieri militari e forze speciali degli Stati Uniti sono stati catturati mentre operavano in giro per il Venezuela. Così come ci sono stati segnali di avvertimento in Siria, anni prima che nel 2011 il conflitto iniziasse; le intenzioni degli Stati Uniti di spargere sangue e provocare un cambiamento di regime in Venezuela risalgono al 2002. Proprio come la Siria ora affronta una guerra per procura ideata dall’occidente, lo stesso sarà per il Venezuela, con l’AEI che ha già svelato i piani degli Stati Uniti per condurre una guerra per procura, sul modello siriano, in Sud America.
L’AEI ricorda anche ai lettori che il racket di Hugo Chavez aveva espulso dal Venezuela i falsi diritti umani, “sviluppo economico” e “promozione della democrazia” dell’occidente, diffondendosi in altre regioni del Sud America, e il desiderio dell’occidente di ripristinarle: “Le agenzie di sviluppo degli Stati Uniti dovrebbero cooperare con gli amici della regione, in modo da formare una task force di rappresentanti dell’industria privata, economisti e ingegneri, per collaborare con i venezuelani per identificare le riforme economiche, gli investimenti in infrastrutture, sicurezza, assistenza e negli aiuti umanitari che saranno necessari per stabilizzare e ricostruire il paese. Naturalmente, l’aspettativa sarà che tutti i costi di queste attività saranno a carico di un’industria petrolifera  restaurata nella produttività e nella redditività. Infine, abbiamo bisogno di collaborare con le nazioni che la pensano come noi, per dare nuovo impulso alle organizzazioni regionali impegnate alla democrazia, ai diritti umani, lotta contro la droga, cooperazione e solidarietà emisferica, e che sono state castrate dall’agenda distruttiva di Chavez.”
Mentre gli Stati Uniti finanziano, armano e sostengono apertamente al-Qaida in Siria, eseguono sequestri globali, gestiscono un arcipelago internazionale di centri di tortura, e solo ora conclude un decennio di stragi e assoggettamento in Iraq e in Afghanistan, continuando a mietere vite e a mettere a repentaglio il futuro di milioni di persone, finora resta difficile discernere a chi si rivolga l’AEI. E’ molto probabile a chi sa leggere tra le righe: gli avvoltoi delle corporation finanziarie in attesa del momento giusto per spolpare il Venezuela fino all’osso.
Il destino del Venezuela è nelle mani del suo popolo. La destabilizzazione occulta deve essere affrontata dal popolo venezuelano, mentre i media alternativi devono fare del loro meglio per svelare le bugie già snocciolate nelle tanto a lungo pianificate operazioni per il “Venezuela post-Chavez”. Per il resto di noi, dobbiamo individuare gli interessi aziendali-finanziari che guidano questa agenda; interessi che probabilmente frequentiamo ogni giorno, boicottandole e sostituendole in modo permanente, erodendo l’influenza indebita che hanno e continueranno ad utilizzare contro il popolo venezuelano, così come contro i popoli di tutto il mondo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La rielezione di Chavez in Venezuela

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 08/10/2012

La rielezione di Chavez nelle elezioni presidenziali in Venezuela, incombeva in tutte le previsioni più serie. Il 7 ottobre ha ottenuto il 54,4% dei voti, il messaggio inviato dal collegio elettorale dice che i venezuelani non hanno perso la fiducia nel loro leader, nel corso di 14 anni di governo. Chavez rimane un campione senza sfidanti diretti in vista, e il mandato ribadito gli permette di proseguire le radicali riforme strutturali, comprese le missioni dal carattere sociale che gli sono valse l’eccezionale popolarità nel paese. La presidenza attuale è destinata a durare fino al 2019, ma la costituzione venezuelana non limita il numero delle rielezioni, il che significa che Chavez, come ha spiegato in più occasioni, ha bisogno di essere al timone fino al 2025 per poter attuare il suo programma socialista per il Venezuela, che probabilmente ripresenterà nuovamente in futuro.
L’affluenza senza precedenti dell’80,94%, ha evidenziato l’adeguatezza del corso, unico nel suo genere, in cui è entrato il Venezuela da quando Chavez è salito al potere nel 1999, una combinazione di forti politiche di modernizzazione, sovranità e fedeltà immune alle alte pressioni internazionali, e di destinazione dei proventi del petrolio ai massicci e ampi programmi di welfare. Come leader di un paese dotato di alcuni dei più grandi giacimenti energetici del mondo, Chavez non deve flirtare con l’oligarchia nazionale o con Washington. Ha vinto fiduciosamente la partita  con Henrique Capriles Radonski, che ha ottenuto il 44,5% dei voti con la sua subdola piattaforma antinazionale e, se eletto, avrebbe capovolto i benefici sociali per la popolazione, detto no alla costruzione di alleanze latinoamericane e avviato la privatizzazione strisciante di tutto il settore energetico venezuelano.
Al momento, i sostenitori di Chavez possono essere orgogliosi di aver ottenuto la rielezione diretta. L’intensità della propaganda occidentale anti-Chavez, non è mai stata leggera verso il leader venezuelano, raggiungendo un picco nella giornata cruciale del 7 ottobre. Contrariamente ai sondaggi del tutto affidabili, i media hanno sfornato rapporti inattendibili secondo cui Radonski fosse un attivista energico a pochi punti da Chavez, che avrebbe colmato il divario e che avrebbe alla fine prevalso. Alcuni media liberali della Russia, tra l’altro, con entusiasmo hanno fatto eco a tali rivendicazioni. Tornando alla prima presidenza di Chavez, l’establishment politico in Russia era stato lento nell’apprezzare le opportunità che cominciarono a sorgere con lo passaggio del Venezuela verso il populismo. L’inerzia dell’era Eltsin e gli approcci adottati quando A. Kozyrev era alla guida del ministero degli Esteri russo, nel 1991-1995, una pseudo-diplomazia che riconosceva un’illimitata supremazia degli Stati Uniti e che portava la Russia a sacrificare di continuo i propri interessi, dominavano la politica estera di Mosca, ma emerse in breve tempo che Chavez era entrato nella politica mondiale con dei piani di vasta portata e assolutamente realistici. Mosca, dunque, ha dovuto aprire un dialogo con Chavez e, infine, tracciare un lungimirante programma di cooperazione.
Ad oggi, la partnership tra la Russia e il Venezuela è un modello da seguire per l’America Latina e non solo. Mosca e Caracas interagiscono nei settori dell’energia, dell’industria, del commercio, delle finanze, ecc. E soprattutto l’impegno di Chavez nell’amicizia con la Russia è assoluto. La sua posizione, infatti, espone Chavez a ulteriori critiche nei media occidentali e liberali russi che, evidentemente, sono sconvolti dal fatto che la cooperazione tra la Russia e il Venezuela aumenti. Non dovrebbe sfuggire il fatto che, implicitamente, la diffusione delle invettive contro Chavez, spesso prendano di mira il presidente russo Putin mentre tenta di portare verso Mosca lo slancio di Caracas.
Le anticipazioni dei media filo-occidentali già ridipingono il quadro delle elezioni venezuelane su misura di Washington, dando al pubblico resoconti ridicoli, secondo cui dei sondaggi citati, ma non identificati, davano a Radonski un punteggio inferiore a quello del vincitore di meno dell’un per cento, cercando in qualche modo d’inserirsi nel margine di errore nel conteggio dei voti. In origine, le accuse di brogli elettorali avrebbero dovuto essere il primo passo nel quadro di uno scenario destinato a culminare in disordini nelle strade delle città venezuelane, ma la vittoria schiacciante di Chavez ha aggiunto al suo successo l’impraticabilità di tale piano.
Non c’è dubbio che, in circostanze meno favorevoli, l’opposizione venezuelana radicale avrebbe scatenato una violenta offensiva contro il regime, inviando le sue bande addestrate dalla CIA e finanziate dall’USAID, a lottare per gli interessi degli influenti mandanti stranieri. “Chavez ora ha mano libera nel conferire un ruolo ancora più grande allo stato nell’economia e nel perseguire i programmi populisti. Ha promesso, prima della votazione, di dare una spinta più forte al socialismo, nel prossimo mandato. E’ anche probabile che limiterà ulteriormente il dissenso e approfondirà le amicizie con i rivali degli Stati Uniti“, ha scritto il collaboratore di Associated Press Ian James. Quanto sopra fornisce una buona idea delle lamentele suscitate a Washington, che considera Chavez il nemico numero uno in America Latina.
Radonski ha semplicemente dovuto cedere sulla vittoria di Chavez e astenersi dalla solita retorica sui presunti brogli elettorali. In primo luogo, l’attuale processo di votazione in Venezuela è completamente sicuro ed include anche la scansione delle impronte digitali prese a coloro che vanno nelle cabine. In secondo luogo, l’opposizione si sta preparando a una battaglia elettorale per l’elezione dei governatori e legislatori, a dicembre. La tattica degli avversari di Chavez passa al confronto muscolare regionale con il regime populista.
L’opposizione già controlla Zulia, Táchira e Nueva Esparta. In parte, una finestra di opportunità si apre per l’opposizione dal momento che, in un certo numero di casi, i governatori pro-Chavez non sono stati all’altezza degli standard che Caracas sta cercando di imporre e, a livello locale, mali come la corruzione, l’inefficienza e la demagogia erodono le fondamenta dell’autorità venezuelana. La situazione si è ulteriormente deteriorata quando Chavez era alle prese con il cancro, e la sua presa sul governo e il Partito Socialista Unito si era temporaneamente indebolita.
E’ chiaro che Chavez non ha praticamente il tempo di celebrare il trionfo. Ciò che affronta, mentre la polvere si deposita, è una nuova fase di sostegno alla causa; la sfida consiste nel salvaguardare le conquiste politiche nazionali e internazionali.

È gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Aggredire la Democrazia: Chavez, gli Stati Uniti e la destabilizzazione del Venezuela

Eric Draitser, StopImperialism.com, 5 ottobre 2012

Il Venezuela va alle urne questa domenica, in un’elezione che molti vedono quale referendum sul presidente Chavez e le sue politiche. Anche se vi è sicuramente una tale dimensione, il significato delle elezioni va ben al di là delle opinioni politiche e dei litigi partigiani, andando al cuore dello Stato venezuelano. Questo perché le elezioni saranno utilizzate come copertura per un tentativo di rovesciare, con la forza bruta se necessario, il governo democraticamente eletto, mettendo al suo posto un governo più sensibile agli interessi degli Stati Uniti. Ciò dovrebbe suonare familiare. È esattamente la stessa tattica provata nel 2002, con un colpo di stato istigato dagli USA che, anche se per breve tempo, depose Chavez, ma che in ultima analisi non riuscì. Ora, dieci anni dopo, la classe dominante imperialista degli Stati Uniti è pronta a cimentarsi ancora una volta in un cambiamento di regime in Venezuela.

La destabilizzazione strategica
Le elezioni di domenica rappresentano l’occasione ideale per l’intelligence USA di avviare una sorta di colpo di stato o rivoluzione “colorata” in Venezuela. Tuttavia, al fine di raggiungere questo obiettivo insidioso, vi sono strategie e tattiche molto specifiche, e rischi che devono essere compresi. Nel suo articolo, pubblicato dal Council on Foreign Relations, l’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Venezuela Patrick Duddy presenta una serie di scenari dove l’elezione diventa il fulcro di una campagna di destabilizzazione. Forse il più importante di questi scenari, che sarebbe in linea con la tradizione delle “rivoluzioni colorate” in tutto il mondo, è l’esplosione di violenze nelle prime ore dalla proclamazione del vincitore.
Duddy scrive, “la maggior parte degli scenari plausibili per l’instabilità e il conflitto in Venezuela deriva dalla premessa che i chavisti non abbiano intenzione di cedere il potere, e sarebbero disposti a provocare violenze, orchestrare disordini civili o impegnarsi in varie forme di resistenza armata, per evitare ciò.” Naturalmente, Duddy non riesce a spiegare dove un tale scenario sarebbe considerato “plausibile”. A causa della natura della rivista e dell’autore, è giusto supporre che si riferisca alla comunità d’intelligence degli Stati Uniti, per cui ciò è “plausibile”. Naturalmente, questa affermazione viene fatta senza che ci sia alcun precedente storico riguardo ai chavisti impegnati in tale comportamento. Piuttosto, è proprio questo il tipo di disordini fomentati dagli Stati Uniti per un cambiamento di regime. Ogni violenza dovrebbe essere basata sul concetto che le elezioni sono state ingiuste e che Chavez abbia “rubato” la vittoria. Infatti, la propaganda statunitense su questa premessa è inconfondibile. In un articolo scritto per la destrorsa Heritage Foundation e dal titolo propagandistico “Il piano di Chavez per usurpare le elezioni del Venezuela“, Ray Walser scrive che il “furto” delle elezioni sarà reso possibile dall’inganno, dalla disuguaglianza elettorale, dalla propaganda e dalla violenza, tra gli altri fattori. Tuttavia, esaminando il modo con cui Walser presenta ciascuno di questi fattori, si comincia a vedere che, in realtà, ciò che viene descritto non è un elenco di tattiche e scenari possibili, ma piuttosto, un progetto incredibilmente dettagliato dei pretesti che verrebbero utilizzati per legittimare una risposta fabbricata e probabilmente violenta ad una vittoria di Chavez.
Una delle forme più evidenti di inganno in cui la comunità intelligence degli Stati Uniti si sta impegnando, è la manipolazione dei dati elettorali. Uno studio condotto dal Venezuela Solidarity Campaign UK dimostra che, non più di due mesi fa, il vantaggio di Chavez era dai 15 ai 27 punti, a seconda della agenzia di sondaggio. Tuttavia, nonostante l’enorme quantità di dati statistici in senso contrario, i media occidentali e la dirigenza dell’intelligence continuano a propagare la menzogna che Chavez sia in realtà indietro nei sondaggi. In nessun luogo questo inganno più evidente che nel Democracy Digest, espressione del National Endowment for Democracy, che sostiene che Capriles Radonski detiene un vantaggio di due punti sul presidente venezuelano. L’articolo cita Luis Christiansen, un rappresentante del dubbio gruppo di sondaggi Consultores, che afferma : “Se dovessimo fare una proiezione lineare delle elezioni, Capriles manterrà un vantaggio del 2,5 per cento rispetto a Chávez.” Questa sembra un’affermazione piuttosto innocua che potrebbe avere una qualche validità, se non fosse per il fatto incontrovertibile che più di una dozzina di altre agenzie elettorali indipendenti concludono esattamente l’opposto e che, di fatto, Chavez è avanti con un margine significativo. Pertanto, si può facilmente vedere che un gruppo di sondaggio come Consultores svolgerebbe un ruolo di primo piano nella produzione di una crisi, perché il sondaggio verrebbe poi presentato come la prova di un chiaro “broglio elettorale”.
Un altro aspetto di tali propaganda e inganno ha a che fare con l’integrità delle stesse elezioni. Uno dei punti di cui più comunemente si parla, stabiliti dalla classe dominante imperialista degli Stati Uniti, è che la decisione di Chavez di non consentire osservatori internazionali alle elezioni non può che essere interpretata come un’ammissione di colpa del governo nella frode elettorale. Come afferma Walser nel suo articolo su Heritage Foundation, “Dopo le elezioni presidenziali del 2006, il Venezuela pose fine alle grandi missioni di osservazione elettorale dell’OSA, dell’Unione europea e altri gruppi, come ad esempio il Centro Carter degli Stati Uniti … Il CNE [Consiglio Nazionale Elettorale] ora permette solo ‘compagni’ elettorali … che mancano di credibilità internazionale“. Questa affermazione ignora completamente il fatto evidente che tali organizzazioni non governative internazionali, e altre organizzazioni, sono parte di una complessa rete di istituzioni finanziate e controllate dalla classe dominante imperialista occidentale. Come è stato più chiaramente dimostrato in Russia, dopo la rielezione di Putin, la funzione dei provocatori cosiddetti “osservatori indipendenti”, è cercare di creare polemiche dove non ce ne sono. Inoltre, tali organizzazioni sono del tutto dipendenti dai finanziamenti del Dipartimento di Stato USA e di altre potenti istituzioni della classe dominante, che lavorano al servizio dell’imperialismo statunitense. Alla luce di tale tentativo di sovversione, nonché di esempi simili in tutto il mondo negli ultimi anni, ha perfettamente senso che Caracas voglia garantire la validità delle elezioni, al di fuori della presenza del potere egemonico statunitense.
Al di là delle stesse elezioni, gli Stati Uniti intendono anche cercare di usare l’esercito contro Chavez. In una strategia che ricorda l’Egitto e l’uso di Tantawi e di altri, nel lavoro sporco di estromissione di Mubarak, così come anche della speranza dell’intelligence istituzionale di corrompere o influenzare in altro modo gli alti ufficiali per abbattere Chavez. Questa è proprio la raccomandazione finale, e forse più importante, fatta dall’ex ambasciatore Duddy, che scrive che gli Stati Uniti dovrebbero, “far leva sui contatti del Dipartimento della difesa in America latina e le forze armate ispaniche, per comunicare alla leadership militare venezuelana che è tenuta a sostenere la costituzione, rispettando i diritti umani e proteggendo la tradizione democratica del suo paese.” Oltre ad essere una grave violazione del diritto internazionale, intromettendosi negli affari di uno Stato sovrano, tale raccomandazione dimostra la debolezza dell’opposizione politica che, pur essendo ben finanziata e godendo del sostegno delle élite più ricche, non ha il supporto necessario per ottenere una vittoria elettorale legale.
Le raccomandazioni di Duddy, Walser ed altri dimostrano che queste forze (l’opposizione, i militari, la polizia, l’élite economica, ecc.) che furono istigate al tentativo di colpo di stato contro Chavez nel 2002, sono molto attive in questo nuovo sforzo di destabilizzazione. In nessun aspetto ciò è più evidente che riguardo al candidato stesso dell’opposizione, Henrique Capriles Radonski. Al momento del tentato colpo di stato, Capriles era sindaco di Baruta (un comune di Caracas) e compì quello che può essere descritto come un assalto contro l’ambasciata cubana. La sua responsabilità nell’aggressione è dimostrata chiaramente dalla dichiarazione rilasciata dal personale dell’ambasciata cubana, che dice: “La responsabilità immediata del signor Capriles Radonsky e delle altre autorità dello Stato del Venezuela, è stata dimostrata quando non riuscirono ad agire con diligenza per evitare un aumento dell’aggressività cui era stata sottoposta la nostra ambasciata, causando gravi danni e mettendo in pericolo la vita dei funzionari e delle loro famiglie, in chiara violazione del diritto nazionale e internazionale.”
Alcuni ipotizzano, a ragione, che Capriles abbia partecipato anche all’assassinio di Danilo Anderson, il procuratore incaricato di indagare sui responsabili del colpo di stato del 2002. Data la criminalità che Capriles ha dimostrato, insieme ad un egocentrismo insaziabile, bisognerebbe chiedersi se quest’uomo potrebbe essere altro che un fantoccio degli Stati Uniti. Capriles ha ancora una base tra i ricchi e nella classe media borghese, anche se va sottolineato che l’ampiezza di questa base è spesso volutamente male interpretata dai portavoce dei media della classe dirigente. Tuttavia, a prescindere dalle dimensioni, i suoi sostenitori principali saranno messi in pericolo a causa del recente appello di Capriles a “stare in piazza” per “minimizzare le frodi” alle urne. Questi sostenitori diventeranno probabilmente vittime, istigatori o entrambi, delle violenze post-elettorali, così come si è visto in Kenya, Thailandia e innumerevoli altri paesi negli ultimi anni. Queste violenze sarebbe usate contro il governo di Chavez e sono volte a destabilizzare l’intero paese.
Tuttavia, la questione rimane: se non i chavisti, allora chi perpetrerebbe tali violenze? Una possibilità che non è un segreto: una forza mercenaria penetrata in Venezuela attraversando illegalmente il confine del paese. Ai primi di agosto, uno statunitense è stato catturato mentre cercava di intrufolarsi in Venezuela. Anche se ha rifiutato di divulgare qualsiasi informazione su se stesso o la sua missione, il suo passaporto dimostrava i suoi viaggi in Libia, Afghanistan, Iraq e altri paesi. Questa rivelazione, da sola, potrebbe indicare almeno un certo interesse militare e, probabilmente, delle forze speciali o di qualche altro distaccamento segreto. Inoltre, la sua cattura è coincisa piuttosto strettamente con la misteriosa esplosione e l’incendio di una raffineria, che ha ucciso un certo numero di venezuelani. Questi fa parte di un gruppo di sabotatori e di mercenari inviati in Venezuela, in preparazione di una destabilizzazione? Sebbene una prova concreta di ciò sia impossibile da avere, data la natura delle operazioni segrete, la possibilità deve essere considerata.

Perché odiano Chavez
Le ragioni per cui Chavez evoca tanta rabbia e antipatia nella classe dirigente degli Stati Uniti sono numerose e interconnesse. In primo luogo, Chavez si è dimostrato essere forse il leader internazionale dell’antimperialismo e della resistenza all’egemonia degli Stati Uniti. Ha guidato la trasformazione di gran parte dell’America Latina da poco più di mercato degli Stati Uniti per lo sfruttamento, a nazioni indipendenti in grado di gestire i propri affari. Questo sviluppo si presenta sotto forma di creazione di organizzazioni di cooperazione regionale, nell’affermazione della sovranità nazionale e del controllo delle risorse, così come nella formazione di blocchi politici vitali e indipendenti nella regione. Inoltre, Chavez guida un paese che è uno dei produttori leader mondiali di energia, fornendogli una leva sulle compagnie petrolifere occidentali. Infine, e forse più critico, Chavez rappresenta un modello per le altre nazioni dell’America Latina e il resto del mondo, che desiderano intraprendere una via indipendente e socialista allo sviluppo. Questo è, naturalmente, un anatema per gli obiettivi della élite finanziaria anglo-statunitense, che vuole riaffermare il dominio in quella che era stata la sfera di influenza statunitense.
Una delle grandi realizzazioni di Hugo Chavez è stata la costituzione di organizzazioni di cooperazione regionale, come l’Alleanza Bolivariana per le Americhe (ALBA) e la Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC). Queste organizzazioni fungono da comunità economiche e blocchi politici, fornendo una valida alternativa alla dipendenza dagli Stati Uniti. E’ a causa di dette organizzazioni regionali, che paesi come l’Ecuador e la Bolivia sono stati in grado di prendere l’iniziativa contro le varie forme di dominio, la coercizione e la sovversione da parte degli Stati Uniti. Inoltre, ciò ha delegittimato l’egemonia degli Stati Uniti, consentendo all’America Latina di allontanarsi dalle organizzazioni dominate dagli USA, come l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) e il Mercosur. In tal modo, ALBA, CELAC e altri simili alleanze diventano organi per l’indipendenza nazionale.
Un altro aspetto dell’influenza di Chavez che attira le ire degli imperialisti degli Stati Uniti, è il suo sostegno al grande sviluppo economico della regione. Non solo il Venezuela si è liberato degli Stati Uniti e delle sue braccia finanziarie internazionali, il FMI e la Banca mondiale, ma ha usato le alleanze di cui sopra per promuovere lo sviluppo economico indipendente. I piani recentemente annunciati per un canale Inter-Oceanico attraverso il Nicaragua, che colleghi gli oceani Pacifico e Atlantico, insieme alla proposta dell’oleodotto Colombia-Venezuela, sono solo due esempi dell’impegno del governo di Chavez reciprocamente vantaggioso per lo sviluppo economico. Questi progetti, e molti come essi, hanno contribuito a portare l’America Latina in direzione della cooperazione e del progresso, lontano dalla divisione e dalla sottomissione del 20° secolo. Questa forma di dominio dell’Impero USA appariva con maggiore evidenza nel settore petrolifero.
Per decenni, le compagnie petrolifere straniere hanno estratto una ricchezza incalcolabile da sotto i piedi del popolo del Venezuela, mentre la povertà dilagante peggiorava. Tuttavia, con la Legge sugli idrocarburi del 2001, il governo di Chavez ha effettivamente nazionalizzato l’industria energetica e, per la prima volta, ha esercitato la sovranità nazionale sulle risorse naturali. Questa mossa, forse più di ogni altra, gli valse l’odio della classe dirigente anglo-statunitense. L’industria petrolifera non è stata l’unica ad essere nazionalizzata; cemento, telefono e un certo numero di altri settori sono stati posti sotto il controllo statale. Chavez ha anche costruito strette relazioni economiche e politiche con la Cina, la Russia, l’Iran, Cuba e innumerevoli altri paesi che gli imperialisti percepiscono come “nemici”. Questo è ciò che viene spesso definito come l'”anti-americanismo” di Chavez. Tuttavia, è opportuno qui ricordare che Chavez ha dichiarato più volte la sua visione positiva degli americani, dicendo in un discorso a New York City, “… mi sono innamorato dell’anima del popolo degli Stati Uniti.” Piuttosto, è la classe dirigente degli Stati Uniti, la classe dirigente stessa che ha sfruttato e oppresso il Venezuela e il resto dell’America Latina per decenni, che disprezza. Questa è una distinzione importante,  fondamentale per dissipare le distorsioni e le bugie raccontate dai media mainstream negli Stati Uniti.
Forse le realizzazioni più importanti di Chavez sono quelle socio-economiche. I progressi che il suo governo ha fatto nella lotta contro la povertà, l’analfabetismo, il razzismo, l’oppressione dei popoli indigeni, la mortalità infantile e innumerevoli altri indicatori del progresso sociale, hanno fatto del Venezuela nel fulgido esempio per il resto dell’America Latina e del Mondo. Questa è, naturalmente, una minaccia esistenziale per il potere del capitale finanziario internazionale, e più in generale, per il capitalismo. Esponendo questo tipo di “Socialismo del 21° secolo“, Chavez diventa bersaglio della sovversione degli Stati Uniti; le sue politiche sociali lo rendono il nemico pubblico numero uno. Hugo Chavez è giunto a simboleggiare tutto ciò che la classe dominante imperialista degli Stati Uniti disprezza: lo sviluppo economico indipendente, la politica estera indipendente e un profondo impegno per la giustizia sociale. Ha sfidato apertamente non solo l’impero degli Stati Uniti, ma l’imperialismo in tutte le sue forme. Inoltre, Chavez rappresenta un futuro sostenibile per l’America Latina, libera dalle catene della schiavitù degli Stati Uniti. Per questi motivi, la classe dirigente prova un cambiamento di regime, ancora una volta. Gli antimperialisti di tutto il mondo devono ora sostenere e difendere Chavez e la rivoluzione bolivariana, non perché siano d’accordo o in disaccordo con tutti i suoi principi, ma perché si trova all’opposizione dell’impero, del colonialismo e del dominio.

Eric Draitser è un analista indipendente geopolitico di New York City. È fondatore e direttore di StopImperialism.com così come ospite del podcast StopImperialism. È un frequente ospite di RussiaToday, del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione e di molti altri siti e pubblicazioni.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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