Israele cerca solo di guadagnare tempo!

Nasser Kandil Global Research, 16 luglio 2014

GazaBigWar1. Secondo lei, signor Kandil, fino a che punto Israele potrebbe spingere il suo assalto a Gaza?
Penso che Israele sia in difficoltà perché non può permettersi la pace che legittimerebbe la sua esistenza, come non può permettersi una guerra che gli consenta di tornare al “periodo delle iniziative”. Questo è il motivo per tale ennesima aggressione a Gaza, distruggendo tutto ciò che può colpire, armi, capi, combattenti e infrastrutture, ritenendo che ciò gli darebbe notevoli benefici nella prossima fase del conflitto. Guadagnare tempo sembra essere “l’unica strategia del momento” di fronte alla nuova mappa regionale che si delinea, dove non è più un fattore decisivo. Questo è anche il motivo per cui retrocede sulla creazione dello Stato curdo, che all’inizio ha incoraggiato [1], il clima internazionale e regionale è dominato da avvertimenti contro i pericoli delle partizione dell’Iraq.

2. Altre guerre d’Israele sono dunque in vista?
Quello che posso assicurare è che se Israele decide di impegnarsi in una guerra aperta e totale, troverà una Resistenza pronta ad andare fino in fondo e senza alcuna intenzione di lasciare porte aperte agli “aggiustamenti” che continua a pretendere ogni giorno [...]

3. Dice che Israele non ha una strategia chiara e che cerca solo di guadagnare tempo. Perché?
Penso che tutto ciò che la nostra regione ha vissuto dalla guerra d’Israele contro il Libano, nel luglio 2006, sia il risultato del rapporto intitolato “Baker-Hamilton” presentato al presidente George W. Bush il 6 dicembre 2006 [2] [3]. In realtà, sono passati otto anni, il Libano era sull’orlo di una guerra memorabile che ha imposto una nuova equazione regionale dopo “l’erosione della deterrenza israeliana“. Per cui è nato il nuovo approccio statunitense, presentato in tale famosa relazione firmata e supervisionata dai due pilastri democratico e repubblicano alla guida dei servizi segreti e degli Esteri, e Consiglieri della Sicurezza Nazionale… In breve, la relazione invita gli Stati Uniti a fare tutto il possibile per risolvere il conflitto israelo-palestinese, implicitamente riconoscendo:
• la sconfitta del progetto statunitense in Iraq e in Afghanistan,
• il fallimento del ruolo regionale d’Israele,
• l’emergere di potenze regionali concordi con gli Stati Uniti nel salvare l’Iraq e stabilizzare la regione.
Ciò sulla base del ritiro statunitense da Afghanistan e Iraq, con:
• l’accettazione di una partnership USA-Russia per gestire la stabilizzazione della regione,
• il riconoscimento del ruolo centrale dell’Iran, Stato nucleare, su Afghanistan, Iraq e Stati del Golfo,
• riconoscimento del ruolo influente della Siria nel Levante.
Ma la cosa più importante di tale relazione è spingere Israele ad attuare le risoluzioni delle Nazioni Unite sul conflitto arabo-israeliano, tra cui:
• uno Stato palestinese nei territori occupati nel 1967 con capitale Gerusalemme est
• una giusta soluzione al problema dei profughi sulla base della “risoluzione 194″ garantendo il diritto al ritorno e al risarcimento,
• la restituzione del Golan siriano occupato alla linea del 4 giugno,
• il ritorno ai libanesi delle fattorie Shaba.
Dal dicembre 2006 viviamo le conseguenze della denigrazione del rapporto Baker-Hamilton con  una serie di guerre per procura e conflitti che insanguinano l’asse della Resistenza. Nessuno conosce la portata della cooperazione tra Israele e Stati del Golfo, come Arabia Saudita e Qatar, per contrastare le raccomandazioni della relazione strategica degli Stati Uniti, o trovare alternative e quindi ignorare la Roadmap che raccomanda di garantire la necessaria stabilità regionale. Tali imbrogli si sono complicati passo passo. Per iniziare, c’erano le elezioni iraniane del 2008 con il piano di rovesciare il Presidente Ahmadinejad ed imporre Muhammad Khatami al potere con la promessa di permettere all’“Impero iraniano il suo dossier nucleare” contro l’abbandono della causa palestinese. All’epoca, Martin Indyk aveva parlato di “rovesciare l’Iran in Palestina”. Tale scommessa fallì, e la prima guerra contro Gaza ebbe luogo, ancora con lo stesso slogan di Indyk: “rovesciare l’Iran in Palestina”. Consacrata la sconfitta d’Israele, la ripresa del percorso di pace fu ridotta ad imporre all’Autorità palestinese ulteriore obbedienza. Quindi nel 2010 il piano di Hillary Clinton per una pace israelo-palestinese “parziale” fatta di concessioni minime degli israeliani. Ma l’estremismo israeliano è responsabile della distruzione del piano di Clinton, il piano d’Israele è una pace che si traduca nell'”alleanza arabo-israeliana contro l’Iran“. In altre parole, i sionisti hanno scelto di costruire tale alleanza invece di accettare il basso costo che avrebbe rappresentato lo smantellamento del 10% degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, per garantire la continuità territoriale tra le parti del residuale mini-Stato palestinese.

4. Israele continuerà a guadagnare tempo iniziando altre guerre di logoramento, senza esaurirsi?
Dalla sconfitta d’Israele nella sua guerra contro il Libano, nel luglio 2006, riteniamo che non sia più questione di guerra aperta israeliana o statunitense. Ma la negazione di nuove realtà sul terreno  riempirebbe il vuoto strategico dopo il ritiro degli Stati Uniti da Iraq e Afghanistan. Pertanto, dal dicembre 2006, cioè negli ultimi otto anni, Israele cerca di evitare di pagare il conto della Baker-Hamilton, creando ogni sorta di problema per paralizzare l’Asse della Resistenza formato da Iran, Siria, Hezbollah e anche Hamas. Opportunamente, l’esplosione della cosiddetta “primavera araba” certamente nata dalla rabbia popolare contro i loro governanti, è stata l’occasione per Stati Uniti, Turchia e Qatar d’ adottare la loro idea di affidare il potere regionale ai Fratelli nusulmani, con l’idea che l”impero ottomano’ avrebbe ereditato il potere in Tunisia ed Egitto, con alla sola condizione di abbandonare la Siria. La guerra “universale” contro la Siria ha avuto quindi luogo, ma è fallita, mentre la strategia del caos ha creato un ambiente favorevole al terrorismo e al suo radicamento, con il rischio che il califfato del SIIL divida l’Iraq ed altre entità della regione…
Nel frattempo, Hamas ha perso l’illusione che l’identità condivisa con i Fratelli musulmani prevalesse sull’appartenenza alla resistenza palestinese. Ma dopo il fallimento delle vittorie in Egitto e Siria, ha rivisto i conti. I neo-ottomani sono stati sconfitti e il “Fronte del Rifiuto” si avvicina alla vittoria, Hamas non riesce a trovare il suo posto che rientrando nella trincea della resistenza all’occupazione israeliana. Israele ha fallito nonostante i ripetuti tentativi di minare la Resistenza.  Indipendentemente dalle posizioni assunte da certi capi di Hamas, qualsiasi siano i disaccordi con Fatah. Ciò che conta è che le Brigate al-Qasam (ramo militare di Hamas) operino e siano pienamente impegnate nella lotta contro l’aggressione israeliana a Gaza. Israele ha scommesso sulla sconfitta della Siria, e sulla sconfitta di Hezbollah in Siria, sostenendo i vari rami di al-Qaida con i suoi raid aerei [4] su Jamraya [Centro di ricerca scientifica a nord ovest di Damasco], nella speranza che vincessero la guerra ad al-Qusayr [maggio 2013], i raid su Janta affinché vincessero a Yabrud, e i raid su al-Qunaytra per imporre la cintura di sicurezza alla cosiddetta opposizione siriana complice. Ma tutti questi piani sono falliti, uno dopo l’altro. Israele oggi è in ansia perché incapace di scatenare una guerra ma anche di aspettare. Questo mentre il mondo assiste alla cristallizzazione di due campi, uno che rappresenta le crescenti forze di Russia, Cina, Brasile e altri Paesi BRICS, l’altro guidato da Washington, sconfitto in Ucraina e Siria e che si prepara ad altre sconfitte in Yemen e Iraq…
Israele si trova ad affrontare una nuova equazione basata sulla previsione di ciò che potrebbe derivare dal ritiro statunitense dall’Afghanistan, alla fine dell’anno, ora che l’Iraq è alleato di Siria e Iran, con un accordo tra occidente ed Iran si profila all’orizzonte e segnali indicanti la vittoria siriana che appaiono, mentre l’opposizione a uno Stato curdo nato dalla partizione dell’Iraq è quasi unanime, nonostante il suo dichiarato sostegno. Sa che le condizioni per una nuova guerra saranno diverse da quelle della guerra del 1973, come previsto da una relazione del Shabak [servizio di sicurezza interna d'Israele] nel 2010… Israele non potrà vincere una nuova guerra contro una resistenza che si prepara ad ogni evenienza, soffrendo dello stesso deficit strutturale che ha causato le sue sconfitte precedenti. Tutto ciò che ottiene da tale nuovo assalto su Gaza, è reindirizzare la bussola sulla “causa prima”: la lotta contro l’occupazione e la colonizzazione della Palestina.

5. Cosa ne pensate della nomina di Staffan de Mistura a successore di Laqdar al-Brahimi[5]?
Ad ogni fase della guerra contro la Siria, corrisponde un inviato con una specifica missione. Kofi Annan alla fine si dissociò con dimissioni storiche. Laqdar Brahimi, la cui unica missione era condurre colloqui politici, fece ciò che poteva. Qui siamo nella fase della scelta di De Mistura, probabilmente per le sue competenze tecniche e diplomatiche. Tecnicamente curò la prima missione dell’ONU di lancio di aiuti alimentari [Ciad – 1973], fu vicedirettore del Programma alimentare mondiale [2009-2010]. Diplomaticamente, ha ricoperto vari incarichi presso le Nazioni Unite [6], in particolare come rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Afghanistan [2010-2011], Iraq [2007-2009] e Libano [2001 - 2004]. Pertanto, la sua nomina suggerisce l’esistenza di una nuova mappa regionale dall’Afghanistan al Libano, dove per anni ha gestito il conflitto tra Hezbollah e Israele e lo Stato libanese. In altre parole, ha le chiavi del conflitto arabo-israeliano. Probabilmente  non controlla sufficientemente il dossier siriano, ma può essere compensato dalle sue numerose relazioni con personalità regionali, che si precipiteranno, come dovrebbero, per renderlo edotto dei più piccoli dettagli.

6. Secondo Voi, qual è la missione di De Mistura?
Preparare il tavolo per la nuova mappa regionale. Come mediatore delle Nazioni Unite nel conflitto siriano, può passare dalla Siria a Iraq, Afghanistan e Libano. Penso che sarà il partner principale del presidente egiziano al-Sisi.

7. Tale nuova carta regionale richiede la partizione dell’Iraq?
Non credo assolutamente.

8. Eppure molti dicono il contrario, prevedendone la partizione in tre Stati: sunnita, sciita e curdo.  Alcuni parlano anche di uno “Stato del SIIL!”
In sostanza, l’idea di partizione, non solo dell’Iraq, si basa sulla tesi di Bernard Lewis, il famoso storico statunitense [7], la cui tesi venne discussa sotto l’egida della NATO a Francoforte nel novembre 2012. La domanda era: “Dovremmo mantenere i confini tracciati da Sykes-Picot, o dovremmo riprogettarli sulla base dei dati demografici regionali?“, cioè in base alle popolazioni sunnita, sciita, curda, alawita, ecc… tale partizione in linea di principio sarebbe più facile in Iraq che altrove. Se dovesse avvenire, il secondo passo dovrebbe portare alla partizione della Turchia, creando uno Stato curdo nei suoi territori orientali, e non dell’Iran, al 90% dalla stessa confessione. Ciò spiega l’immediata ritirata dei capi turchi che iniziano a rendersi conto che pagheranno per l’aggressione alla Siria, soprattutto per Qasab e Aleppo. Da parte loro, i sauditi hanno finalmente capito che rischiano grosso vedendo gli Houthi alla periferia di Sana, e la minaccia della creazione di uno Stato sciita sulle coste petrolifere orientali del loro regno. Ecco perché credo che la decisione sarà altra che non la partizione, ed è per questo motivo che quattro dichiarazioni dicono NO ad uno Stato curdo in Iraq! Di Ban ki Moon [8], del Presidente al-Sisi [9], dal comunicato congiunto Stati Uniti e Russia, del numero due della sicurezza nazionale alla Casa Bianca, Tony Blinken, che ha dichiarato che “l’unità dell’Iraq è l’obiettivo da difendere“. E quando si dice ciò, s’intende NO alla partizione dell’Iraq!

Nasser Kandil 11/07/2014, sintesi di due interventi:
Video di al-Mayadin, MN Kandil è intervistato da Diya Sham e articolo su al-Bina;
Trascrizione e traduzione di Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation.ca

ISIS TerritoryNote:
[1] Il premier israeliano è a favore di un Kurdistan indipendente
[2] Baker-Hamilton Report 2006
[3] Baker-Hamilton/Wikipedia
[4] VIDEO. Raid israeliano in Siria uccide almeno 42 soldati, bilancio incerto
[5] Staffan de Mistura successore di Brahimi come mediatore
[6] Staffan de Mistura/Wikipedia
[7] Bernard Lewis/Wikipedia
[8] L’Iraq deve avere uno Stato unito, secondo Ban Ki-moon
[9] Egitto: Sisi, un referendum nel Kurdistan iracheno sarebbe una “catastrofe”

Nasser Kandil è un ex-deputato libanese ed direttore di TopNews-Nasser-Kandil e del quotidiano libanese al-Bina
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il caos iracheno: la Waterloo di Obama, lo Yarmuq dell’Iran

Ziad al-Fadil Syrian Perspective
531655_Syrian Perspective ricorda umilmente di essere stata tra i primi a rivelare il ruolo di Izat Ibrahim al-Duri nel disastro in Iraq. Abbiamo seguito al-Duri per anni dopo esser sfuggito ai tribunali illegali istituiti dall’alto commissario statunitense L. Paul Bremer, forse uno dei più completi imbecilli del mondo, nascondendosi nel nord, nella sua città natale di Mosul, svicolando lungo le linee di faglia tra arabi, curdi e turchi. Finalmente arrivato in Turchia, fu adottato da una squadra di spettri statunitensi e inglesi presentatigli dai sicari del MIT di Erdoghan. Da quel momento svolge il ruolo che gioca ora. Attenzione, non credo che il SIIS sia ciò che sembra. Non è un’organizzazione salafita, poiché tali organizzazioni, ripeto, non prendono quali capi ex-baathisti come al-Duri. Alcuni di voi avranno sentito parlare di una recente dichiarazione da Mosul secondo cui il SIIS ha ora un comando unificato con al-Duri. È vero, al-Duri è un ex-militare iracheno salito alla ribalta sotto Sadam, divenendo l’unico uomo capace di sputare in faccia a leader temibili senza nemmeno alzare un sopracciglio. Tuttavia al-Duri non ha alcuna esperienza militare sostanziale come comandante sul campo, e se ne vedrà abbastanza presto il fallimento. È inoltre in cattive condizioni di salute, soffre di gravi condizioni respiratorie e nefrite che lo spacceranno al più presto. Che un naqshbandi/baathista (sufi) come al-Duri si possa alleare con Abu Baqr al-Baghdadi prova che il SIIS è un fantoccio statunitense ingrassato dai soldi sauditi e abbellito dalle banalità dei terroristi jihadisti. La pretesa di Obama di esser disposto ad inviare la propria potenza aerea in Iraq per aiutare al-Maliqi, è un semplice cavallo di Troia o dote di Jalila, un metodo per rimuovere il Primo Ministro al-Maliqi una volta divenuto chiaro che il disgraziato presidente statunitense non è riuscito a spodestare il nostro Dr. Bashar al-Assad. Il piano sionista, inventato e promosso dai traditori neo-con, viole che la Mezzaluna Fatimide sia più una collana di  perle che una vera mezzaluna. Se non è possibile sbarazzarsi del cordone siriano, si passi a quello iracheno. Questo è un piano sionista, reso evidente dal fatto che solo possono profferire una visione così sociopatica da comportare lo sterminio dei cristiani d’Iraq e Siria.
Il piano dei traditori neo-con è questo: Per soffocare Hezbollah è necessario troncarne i legami con l’Iran. Ciò significa distruggere Siria e Iraq. Hanno preso di mira la Siria per prima, dato che sembrava la più debole dei due. Ma la Siria non era la più debole dato l’immenso sostegno ricevuto  da Federazione Russa e Iran. Ciò lascia l’Iraq unico obiettivo per respingere gli iraniani dalla regione e isolare Hezbollah. Se l’Iraq finisse nelle mani di sadamisti come al-Duri, l’Iraq ancora una volta diverrebbe un cuscinetto contro l’Iran e un buco nero per Hezbollah. Voglio qui ricordare, inoltre, che il recente ammonimento dell’Arabia Saudita che le forze straniere dovrebbero rimanere fuori dal conflitto iracheno, serve solo a sviare le accuse sul suo netto coinvolgimento nel finanziamento del mostro SIIS in Siria e Iraq. Tre realtà sono ormai emerse da tutto ciò, per le sanguisughe sioniste: 1. La campagna di Bush contro Sadam fu un disastro di proporzioni storiche, che deve essere corretto; 2. Hezbollah è una delle forze più minacciose che lo Stato-colono sionista deve affrontare nei conflitti futuri; 3. Lo stesso piano disastroso contro la Siria potrebbe ancora funzionare in Iraq con una corretta pianificazione.
Nota: le dichiarazioni del Generale Qasim Ata a Baghdad, ieri, avvertivano i cittadini e l’opinione pubblica a diffidare di articoli faziosi da fonti che vomitano menzogne e propaganda. E’ la stessa situazione della Siria, con la condizione che gli iracheni sono pienamente consapevoli della campagna mediatica in Siria e sono disposti a contrastarla. Il Generale Qasim Ata, portavoce dell’esercito iracheno, cerca di assicurare avvertendo i cittadini su al-Arabiya, al-Jazeera e tutto il resto di ben noti menzognifici già utilizzati contro la Siria. E ancora più interessante notare come SIIS ed alleati del Baath iracheni usino in modo sofisticato internet, manipolando l’opinione popolare. Il modo con cui tali selvaggi utilizzano internet chiaramente indica una tutela di Stati Uniti ed alleati inglesi, turchi e altri. Suggerimento: si guardi attentamente come la BBC copre gli avvenimenti in Iraq e saprete chi c’è dietro tutto ciò.
Con il SIIS che sostiene di controllare le province del nord dell’Iraq contigue alla Turchia, si assicura le aree con i principali impianti petroliferi e basi militari. Ieri ha falsamente affermato di aver invaso la raffineria di petrolio di Bayji, la più grande dell’Iraq. Con tale piano, gli Stati Uniti probabilmente continueranno a sostenere logisticamente il SIIS fino a che al-Maliqi farà ciò che il Presidente Assad doveva fare: dimettersi. Ma ora la palla è nelle mani di Teheran. Potrà sostenere al-Maliqi come ha fatto con Assad? E (un grande E) Mosca interverrà anche qui? L’Iran ha un profondo rapporto storico con Mesopotamia/Iraq. Gli esempi dell’interazione tra i due popoli sono infiniti. Difficilmente si deve risalire ad Artaserse o Barmecide per spiegarlo. Ma oggi, nell’Iran teocratico, i luoghi santi di Najaf e Qarbala ne domineranno il pensiero geo-politico. L’Iran andrà in guerra per proteggere i santuari sciiti e ciò significa centinaia di migliaia di guerrieri Basij pronti ad attraversare il confine iracheno per sradicare le larve supportate dagli statunitensi che operano sotto la bandiera della banda di cannibali finanziati dai sauditi. Il SIIS ha già chiarito l’intenzione di uccidere gli “apostati” e distruggerne i santuari, galvanizzando i volontari iracheni che proteggono i santuari di Sayid Zaynab e Suqayna di Damasco e spingendoli a continuare la lotta in Iraq.  Avvertiamo i politici statunitensi di non permettere che la politica estera statunitense sia diretta dai traditori sionisti neo-con a Washington DC. Il loro movimento deve essere fermato e processato per alto tradimento.
La Russia osserva questi eventi con molta attenzione. L’Iraq è una miniera d’oro per i produttori di armi russi e Mosca non traballerà nel suo approccio. Tuttavia, Putin affronta molte questioni oggi.  La crisi ucraina creata dalla NATO, soprattutto da Obama, potrebbe essere una mossa volta a distrarre i russi, mentre gli Stati Uniti cercano di far risorgere il fallito piano sionista per sloggiare i leader di governi legittimi, soppiantandoli con i loro corrotti adulatori filo-sionisti, le cui vite saranno alquanto effimere. Già i media occidentali si scagliano su al-Maliqi accusandolo di settarismo e brutalità nella guida del suo Paese. Non stupitevi se sentirete parlare di atrocità commesse dai “lealisti pro-Maliqi”. Già delle storie vengono diffuse su prigionieri sunniti a Mosul  giustiziati da guardie sciite mentre il SIIS tentava di liberarli. Nauseanti storie inventate, menzogne e propaganda, ci si può aspettare cose ancor più nauseanti di quelle sentite sulla Siria. Non si arrendono. I sionisti non mollano, a meno che i popoli statunitense, francese, inglese e australiano s’oppongono e si riprendono la propria politica estera, tale rapporto da vampiro parassita continuerà a loro danno. Al-Maliqi deve fare ciò che il Dottor Assad ha fatto in Siria, deve serrare i ranghi e prepararsi a un lungo confronto con la chimera statunitense di Obama. Non è fantasia. La dirigenza sionista è ossessionata dall’Iran e trascinerà nel baratro dell’Inferno gli USA pur di prolungare l’esistenza del fasullo Stato-Ghetto. Al-Maliqi deve tendere la mano, come fa oggi, a tutti i sunniti, unendo le forze per bloccare l’assalto alla cultura semitica irachena arabo-musulmano-cristiana da parte dei coloni ebrei europei e cazari che non hanno portato nulla se non peste e miseria al nostro amato Vicino Oriente. Deve inoltre continuare l’alleanza con il Dr. Assad e utilizzare l’esperienza dell’Esercito siriano nel combattere le orde barbariche di Obama e del sionismo. Più che altro, il Primo Ministro al-Maliqi deve avere ciò che il Dottor George Habash chiamava “chiara visione”.  Non deve permettere che la pletora di trappole e disinformazione l’accechino dalla pura oggettività nel valutare la situazione. Ciò che ha mantenuto lucido il Dr. Assad è la sua formazione scientifica. O come GWF Hegel suggerirebbe nel suo Die Welt Verkehrte (Il mondo capovolto), che al-Maliqi si metta nella posizione dei suoi nemici e veda il loro punto di vista, svelandone i piani come se fossero stati creati dalla sua mente.

856c25c6-f182-11e3-a2da-00144feabdc0.imgTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

SIIS in Iraq e Siria: vergogna su Obama mentre Hezbollah sostiene il mosaico

Murad Makhmudov e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 11 giugno 2014

iraqIl presidente Obama e gli altri capi di Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito dovrebbero essere ritenuti responsabili della ri-destabilizzazione dell’Iraq assieme alla destabilizzazione di Libia e Siria. Infatti, le conseguenze vengono sentite in Egitto, Libano, Mali, Tunisia e molto più lontano. Pertanto, i capi del Golfo e delle potenze occidentali assieme alla Turchia hanno scatenato forze che decapitano, massacrano minoranze, compiono attentati terroristici quotidianamente, distruggono monumenti e miriadi di altre barbarie. L’ex-capo degli USA George Bush junior iniziò la destabilizzazione dell’Iraq con scuse false e mendaci. Dopo anni finalmente si ha la stabilizzazione, nonostante il terrorismo sia una realtà in Iraq, e allora Obama apre le porte al caos che sostiene in Libia e Siria. Tale follia guida la grave crisi in Iraq a seguito del caos pianificato in Libia e Siria. Ironia della sorte, nonostante l’isteria di Israele e USA, Hezbollah in Libano supporta il mosaico del Levante. Dopo tutto, i cristiani in Siria fuggono e sono massacrati da terroristi e settari supportati da potenze del Golfo e Turchia. Naturalmente, il ruolo oscuro di USA, Francia e Regno Unito nell’inviarvi armi, combattenti e propaganda massiccia gioca un ruolo importante. Pertanto, Hezbollah è una potenza stabilizzante che opera assieme al principale partito cristiano in Libano di Michel Aoun. Questa realtà è ignorata comodamente da Israele e USA, perché non soddisfa il solito mantra contro Hezbollah. Il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha avvertito della minaccia taqfira affermando: “Se tali (gruppi taqfiri) vincono in Siria, e se Dio vuole non accadrà, la Siria sarà peggio dell’Afghanistan“. Nasrallah continuava: “Se tali gruppi armati vincono, ci sarà un futuro per il Movimento Futuro in Libano? Ci sarà una possibilità per chiunque tranne i taqfiri, nel Paese?” Infatti, il recente attacco frontale totale dello Stato Islamico dell’Iraq e Sham (SIIS) all’Iraq esprime vari motivi. Dopo tutto, è chiaro che il SIIS vuole staccare parti di Iraq e Siria creando uno Stato taqfiri da “anno zero dell’islamismo”, dove la mentalità salafita domini su tutto. Tuttavia, non è chiaro se il SIIS agisce sulla base della forza o perché le forze armate della Siria e i loro alleati, tra cui Hezbollah, respingono tali forze dal Paese. In entrambi i casi, è del tutto evidente che le forze centrali in Iraq devono iniziare a considerare un patto militare congiunto con la Siria, o almeno una maggiore cooperazione tra le due forze armate per attaccare il SIIS in modo coordinato. In altre parole, gli USA hanno in primo luogo destabilizzato l’Iraq sotto Bush figlio e poi tradito questa nazione con Obama quando sembrava che il peggio fosse passato, l’Iraq deve quindi avvicinarsi al governo della Siria. Dopo tutto, se il governo siriano cade, allora non solo crollerà il mosaico di questa nazione ma l’Iraq e il Libano subiranno terribili conseguenze ancora peggiori. Hezbollah l’ha pienamente compreso in Libano e assieme al governo della Siria è in prima linea nella guerra di civiltà, con cui taqfiri, petrodollari del Golfo e potenze occidentali cercano di schiacciare il mosaico del Levante.
Con i nuovi capi delle maggiori potenze della NATO e del Golfo, è chiaro che gli affiliati di al-Qaida e altri gruppi settari estremisti fioriscono. Nel nuovo ordine mondiale, da quando Obama è entrato in carica, è ovvio che al-Qaida e destabilizzazione si diffondono grazie ai petrodollari del Golfo e alle politiche torbide delle principali potenze occidentali. Pertanto, le varie forze settarie e taqfire crescono in tutto il Nord Africa, Africa occidentale, Medio Oriente e in altre parti del mondo, secondo gli intrighi del Golfo e occidentali. In altre parole, Usama bin Ladin era rintanato in un piccolo posto in Pakistan (chiaramente in cattiva salute, protetto dagli Stati Uniti e supportato dal  Pakistan) prima di essere ucciso. Tuttavia, oggi gli affiliati di al-Qaida e le forze settarie suscitano apertamente il caos per dei capricciosi torbidi obiettivi di politica estera. La ripetizione dell’Afghanistan degli anni ’80 e ’90 si rinnova in diverse nazioni perché le stesse potenze del Golfo e occidentali cercano di utilizzare la “bandiera terrorista e settaria”. Tuttavia, proprio come testimonia il contraccolpo dall’11 settembre, quando migliaia di innocenti furono uccisi, oggi l’Iraq  affronta tale ritorno di fiamma. La situazione di cui sopra è nauseante, perché in Siria gli stessi giocatori sono apertamente in combutta con vari gruppi terroristici, milizie settarie e forze mercenarie. In altre parole, tutte le decapitazioni in Siria da parte delle forze taqfiri e dell’esercito libero siriano (ELS) non significano nulla nei corridoi del potere delle prime nazioni del Golfo e occidentali. Allo stesso modo, la consapevolezza che le minoranze religiose in Siria affrontino un bagno di sangue, se il governo siriano crollasse, non sembra riguardare i soliti giocatori, pur sapendolo appieno. Tuttavia, il ritorno di fiamma in Iraq è una questione diversa, perché evidenzia il fallimento totale di Obama e di altre nazioni come il Regno Unito. Dopo tutto, migliaia di truppe alleate vi sono morte, e numerosi civili continuano a morire in Iraq. Eppure oggi è amico degli USA ma l’amministrazione Obama provoca quanto accade in Iraq per la propria politica contro il governo della Siria. Il SIIS lancia un’offensiva militare su Mosul e altre parti dell’Iraq. Nel frattempo l’amministrazione Obama ancora parla di assistere le varie forze in Siria, mentre l’Iraq è in fiamme e il Levante è minacciato. Attualmente, l’unica forza che redime è Hezbollah che rifiuta di piegarsi alle pressioni internazionali. Pertanto, in Siria le forze armate di questa nazione e altre forze fedeli al Presidente Bashar al-Assad resistono con Hezbollah preservando il ricco mosaico religioso del Levante. È giunto il momento che il governo iracheno unisca le forze con la Siria e Hezbollah perché gli amici degli USA inviano petrodollari del Golfo e jihadisti internazionali per diffondere il caos in Iraq.
Nasrallah ha dichiarato sull’Afghanistan: “Considerate l’esperienza dell’Afghanistan. Le fazioni jihadiste afghane combatterono uno dei due più potenti eserciti del mondo, l’esercito sovietico, che fu sconfitto in Afghanistan”. Tuttavia, Nasrallah continua: “C’erano alcune fazioni in Afghanistan dall’ideologia taqfira, esclusiva, discriminatoria, sanguinarie e omicida… le fazioni jihadiste afghane entrarono in un sanguinoso conflitto intestino… i jihadisti distrussero città e villaggi… cose che non fece neppure l’esercito sovietico… E ora, dov’è l’Afghanistan? Dal giorno in cui i sovietici si ritirarono ad oggi, portatemi un giorno in Afghanistan senza omicidi, feriti, profughi, distruzione e dove non sia difficile vivere. Portatemi un giorno di pace e felicità nella vita da tali (gruppi)...” Nonostante la realtà dell’Afghanistan, l’amministrazione Obama era disposta a vendere l’Egitto ai fratelli musulmani. Inoltre, sotto la supervisione sua e delle élite di Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito, allora affiliate ad al-Qaida e a varie forze settarie, furono avviate sommosse in molte nazioni. Infatti, l’Europa esporta sempre più terroristi taqfiri in Medio Oriente e altre parti del mondo. La realtà brutale è che Hezbollah e il governo della Siria si concentrano sulla conservazione del ricco mosaico del Levante. Tuttavia, le forze del settarismo e del terrorismo, apertamente supportate dagli amici di USA, Qatar, Arabia Saudita e Turchia, sono dedite a distruggere l’Iraq proprio come la Libia. Pertanto, l’Iraq dovrebbe riallinearsi con il governo della Siria ed Hezbollah, perché è del tutto ovvio che i petrodollari del Golfo e le ingerenze occidentali nel Levante sono alla radice dell’attuale avanzata del SIIS in tutta la regione.

Hezbollah-leader-Sheikh-Hassan-NasrallahTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’esecuzione dei tre cervelli degli attentati con autobombe

Mazir Qanso al-ManarReseau International 27 marzo 2014

140327-execution-02Domenica scorsa si è svolta una operazione dei commando contro i mandanti delle autobombe in Libano. Ahmad Ali Hamra, Farid Muhammad Qayir-Juma e Husam Masud Hamud, e 4 dei loro assistenti sono stati uccisi nell’esplosione della villa dove s’incontravano. Citando fonti della sicurezza libanese, il quotidiano al-Akhbar assicura che è Hezbollah che l’ha progettato in coordinamento con l’esercito siriano. Era la sua promessa contro gli attentati con autobombe che causarono la morte di decine di libanesi negli ultimi mesi. L’autore di questo articolo, Mazin Qanso ricorda a questo proposito gli avvertimenti del numero uno della Resistenza, Sayad Hasan Nasrallah, il 16 agosto 2013, quando avvertì i pianificatori degli attentati suicidi contro i libanesi:  “Sappiamo i vostri nomi. Che nessuno pensi di avviare la battaglia e di chiuderla allo stesso tempo.  Siamo noi che decideremo i tempi della battaglia e ne decideremo la fine“. E’ vero che la resistenza non ha mai nascosto le sue intenzioni per rintracciarli e consegnarli alla giustizia. Tutte le informazioni raccolte concordavano che fosse il Qalamun la loro roccaforte e soprattutto le aree di Nabaq Dayr Atiyah, Yabrud, Ranqus, Falita nelle regioni libanesi presso la città di Arsal.

Rilevamento e monitoraggio
La caduta di Yabrud e la fuga delle milizie permise non solo di scoprire dove gli esplosivi venivano fabbricati e le auto preparate, ma anche di capire la roccaforte in cui i loro principali cervelli si riunivano: in una regione chiamata “Hosh al-Arab” fra Ranqus, Malula e Asal al-Warid, più precisamente in una villa a due piani circondata da numerosi altri edifici e frutteti e protetta da una grande barriera. Fu sottoposta ad un’operazione di monitoraggio approfondito che concluse l’impossibilità di catturare i miliziani per molte ragioni.

Decisione di liquidarli
Così fu presa la decisione di liquidarli, anche se questo operazione aveva rischi significativi, soprattutto perché la villa era ad oltre 11 km dalla postazione più vicina dell’esercito siriano. Fu anche deciso di minare l’edificio dall’esterno senza sollevare dubbi sugli esplosivi adatti. Un’unità speciale fu assegnata, oltre a genieri incaricati di installare gli esplosivi vi erano anche elementi per sorveglianza, comunicazione oltre ai responsabili della copertura per garantire ingresso e uscita dalla regione. Il giorno “j” dell’operazione fu deciso per sabato, e dopo il tramonto l’unità speciale si avviò verso la villa. Lungo la strada, l’operazione fu quasi silurata quando dei miliziani apparvero nella regione per operazioni di routine con il rischio dello scontro. Ma si affrettarono ad allontanarsi dopo essersi rassicurati che non ci fosse nessuno.

Rapidamente
Successivamente tutto andò assai veloce. In un minuto, i membri dell’unità speciale riuscirono a superare il muro, installare gli esplosivi nei punti favorevoli: nel giardino, gli angoli delle pareti, in prossimità dell’ingresso principale e dietro i cancelli. Una volta occultati gli esplosivi, la maggior parte degli elementi dell’unità speciale si ritirò di diverse centinaia di metri. Solo alcuni elementi competenti rimasero molto vicino al bersaglio, per controllare quando gli obiettivi rientravano e la presenza di civili. Si allontanarono domenica mattina, quando tutti e tre i cervelli delle autobombe arrivarono nella villa, uno dopo l’altro. L’esplosione fu molto più massiccia del previsto date le bombe usate, per la presenza di una grande quantità di esplosivo. La villa è stata completamente distrutta e i cadaveri rimasero sotto le macerie. A questo punto tutti gli elementi dell’unità speciale si ritirarono completamente. Nonostante l’afflusso di un gran numero di miliziani nella zona, tornarono incolumi e senza l’aiuto delle altre unità di scorta mobilitate per intervenire.

Non per vendetta
Ciò mi ricorda le operazioni contro il nemico israeliano e i suoi collaboratori lahadiani nella striscia di frontiera“, dice Abu Turab dell’unità speciale. Esprime tristezza per quanto accade ora in Siria, ha ricordato i parenti morti negli attentati nei sobborghi meridionali. “No, non era per vendetta… volevo solo arrivare ai responsabili di questi attentati terroristici. Li ho visti entrare uno dopo l’altro in una casa in cui fabbricavano questi giocattoli di morte per i nostri figli. Io personalmente mi assicurai che non ci fossero civili, non c’era nessun passante“, ha confidato ad al-Akhbar.

563549Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il perno mediorientale di Mosca: opportunità e rischi

Rakesh Krishnan Simha RIR 9 febbraio 2014

L’era dell’egemonia occidentale in Medio Oriente svanisce e la Russia avanza nel vuoto. Tuttavia, riandando alla sua passata esperienza nel trattare con leader la cui lealtà è nota spostarsi con la sabbia del deserto, la parola d’ordine di Mosca dovrebbe essere cautela.
putinCairo26.7.13Quarantadue anni fa il presidente egiziano Anwar Sadat diede il benservito a più di 20000 consiglieri militari sovietici, e costrinse il suo Paese a un’alleanza impopolare con gli Stati Uniti. Grosso errore. Il matrimonio US-Egitto, organizzato e celebrato a Camp David, con Israele come testimone, fu considerato un tradimento dalla maggior parte degli egiziani e portò all’assassinio dello sfortunato Sadat. Il matrimonio ora mostra tutti i segni di un rapporto teso. Guardandole come un filmato accelerato, le rivoluzioni arabe spazzano via l’egemonia occidentale in Medio Oriente, in un arco di tempo notevolmente compresso. Dopo gli armeggi diplomatici in Egitto, la sconfitta politica in Siria e la confusione in Iraq, sembra che gli Stati Uniti non abbiano lo stomaco per restarsene. Tali fattori, combinati con il boom del gas shale in Nord America diminuiscono l’interesse strategico degli Stati Uniti per il Medio Oriente. Inoltre, una sempre più potente Cina  preoccupa i militari statunitensi in Asia-Pacifico. Nella porta girevole geopolitica, se una superpotenza va via ne appare un’altra. Nel novembre 2013, dimostrando sostegno alla Siria, la Russia ha inviato le sue più potenti navi da guerra, Varjag e Pjotr Velikj, note come killer di portaerei, nel Mediterraneo. Una settimana dopo gli Stati Uniti ritiravano la portaerei USS Nimitz dal Golfo Persico, insieme al cacciatorpediniere USS Graveley dal Mar Mediterraneo. Dopo aver dato agli Stati Uniti un assaggio della diplomazia delle cannoniere, i pezzi grossi del corpo diplomatico russo si facevano avanti. Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov e il ministro della Difesa Sergej Shojgu si proiettavano in Egitto, offrendo armi  avanzate e cyber-tecnologia.

L’appello della piazza
La Russia avanzava ancora una volta in Medio Oriente. Dopo aver assistito alla difesa intransigente di Mosca della Siria, il brusio della piazza araba indica che l’equilibrio di potere svantaggia gli Stati Uniti. Il quotidiano egiziano al-Watan ha descritto la Russia come una “grande potenza militare”, aggiungendo in modo piuttosto bizzarro che le armi russe sono “più ecologiche”. Al contrario, c’è il  senso di tradimento dell’abbandono statunitense del dittatore egiziano Hosni Mubaraq, un cliente fedele agli Stati Uniti da decenni. Ciò è aggravato dal sostegno statunitense ai fondamentalisti  Fratelli musulmani. Mentre gli stretti alleati Arabia Saudita e Qatar sono atterriti dal ritiro statunitense sulla Siria, il membro della NATO Turchia è irritata perché bloccata con centinaia di terroristi ceceni che addestrava ma che, ora, non può infiltrare in Siria. La destra statunitense nota, con una punta di invidia indubbia, che il gioco di potere di Putin in Siria “ha trasformato Mosca nel nuovo centro d’influenza geopolitica regionale, la capitale mondiale in cui il Capo di Stato Maggiore generale egiziano, il capo dell’intelligence saudita, il Primo ministro israeliano e adesso l’opposizione siriana filo-USA sentono di dover visitare per concludere qualcosa“.

Perché il Medio Oriente
Il Medio Oriente esercita una forte influenza nel cortile di Mosca. La prima preoccupazione della Russia è che gli Stati Uniti utilizzino la regione come un trampolino di lancio per estendere la loro presenza in Asia Centrale. In secondo luogo, gli sceicchi carichi di petrodollari del Golfo esportano mullah ottusi in luoghi un tempo pacifici come Kirghizistan e Uzbekistan, al fine di piantare il ceppo virulento saudita del fondamentalismo wahabita. Dal punto di vista di Mosca, qualsiasi ricaduta dal Medio Oriente deve essere contenuta a livello locale. Parlando di fallout, la regione è  sull’orlo di una grande corsa agli armamenti e dell’escalation nucleare. In questo momento i sauditi gonfiano la prospettiva della bomba nucleare iraniana. Se i colloqui non riescono a convincere Teheran, possono chiedere la “bomba islamica” dal Pakistan. Non dimentichiamo che l’Arabia Saudita pagava il conto del programma nucleare clandestino del Pakistan. Poi c’è l'”Asse della Resistenza”, il termine usato da Siria e Iran, Hamas e Hezbollah per descrivere la loro alleanza. I quattro credono che solo loro hanno i ‘cojones’ per affrontare Israele. L’Asse probabilmente avrà un quinto membro presto. Con la partenza dell’ultimo soldato statunitense dall’Iraq, gli iraniani sono tenuti a intensificare l’armamento delle milizie sciite irachene, che non attendono che unirsi alla lotta. Ciò, insieme alla paura della bomba nucleare iraniana, potrebbe far schizzare l’Arabia Saudita e le altre monarchie sunnite del Golfo. La Russia sembra essere l’unico Paese con una certa influenza sul programma di armi nucleari dell’Iran. Se l’Iran ottiene il nucleare, tutte le scommesse sono chiuse in Medio Oriente.

Non è il solito affare
Si è sicuri che la regione non sia un caso chiuso. Con una popolazione giovane e in crescita, secondo il World Energy Outlook 2013, il Medio Oriente si afferma come importante centro di consumo. Dovrebbe essere il secondo maggiore consumatore di gas entro il 2020 e il terzo maggiore consumatore di petrolio entro il 2030. Ma sebbene si tratti di un mercato lucrativo, il problema è che sia anche volubile. Ad esempio, in Egitto. Gli egiziani mostrano vivo interesse per le avanzate armi russe, ma c’è la possibilità assai reale che gli egiziani usino Mosca come merce di scambio con gli Stati Uniti. Il legame tra i corrotti produttori di armi statunitensi e i generali egiziani altrettanto corrotti non è molto noto, ma è un elemento integrante del rapporto USA-Egitto. Una grossa fetta dei 1,3 miliardi di dollari di aiuti militari finiva direttamente nelle tasche dei generali. Ecco come Mubaraq e i suoi compari rimasero saldamente nel campo statunitense. Mentre l’Egitto è pronto ad assumere la leadership del mondo arabo, il Paese è ancora dominato dai militari. Se gli statunitensi aprono di nuovo il rubinetto degli aiuti, i generali potrebbero trovare gli Stati Uniti di nuovo gradevoli e trovarne le battute ancora divertenti.

La Russia non sarà faziosa
Agli occhi sovietici gli Stati arabi erano amici e il loro nemico, Israele, era per impostazione predefinita il nemico di Mosca. Per fortuna, il Cremlino non usa più quell’equazione a somma zero. La ragione di ciò non è solo che è mutata la visione del mondo della Russia, ma anche l’Aliyah, l’emigrazione ebraica. Tra il 1990 e il 2004 circa 1,4 milioni di ebrei si trasferirono da Russia e  repubbliche ex-sovietiche in Israele. Il russo è ora la terza lingua più parlata in Israele, dopo l’ebraico e l’arabo. Ciò complica il ruolo della Russia in Medio Oriente. Ad esempio, la diaspora ha un impegno attivo nel Paese di nascita, viaggiando tra la Russia e Israele. Le aziende fondate da questi ex-cittadini in Israele sono un’importante fonte di tecnologia avanzata per la Russia.

Vantaggi al limite per gli altri
Prima che l’occidente rovesciasse i regimi in Medio Oriente, le società non occidentali erano i principali operatori della regione. In Iraq, per esempio, prima della caduta del presidente Saddam Hussein, Baghdad era un posto pregiato per i dirigenti indiani. A causa del loro approccio sensato e della competenza in progetti di qualità e a basso costo, aziende come le ferrovie indiane e l’ONGC stipularono una serie di progetti ferroviari, stradali e ponti, petroliferi in Medio Oriente. L’invasione occidentale dell’Iraq e della Libia sabotò molti di questi progetti. ONGC, per esempio, fu costretta ad abbandonare le proprie concessioni in Libia, quando Muammar Gheddafi fu estromesso. Attualmente le aziende statunitensi e inglesi arraffano la maggior parte dei progetti più redditizi grazie ai governi fantoccio che hanno installato. Una spinta russa nella regione estrometterà  l’occidente, e ancora una volta ciò permetterà gare d’appalto favorevoli a Paesi come India e Cina.

Navigando nel nuovo Medio Oriente
Gli statunitensi in combutta con la Gran Bretagna hanno cercato di cambiare la mappa del Medio Oriente, fallendo in modo spettacolare. Il 23 ottobre 1983, la maggiore esplosione non nucleare mai avutasi uccise 243 marines e soldati statunitensi nelle loro baracche alla periferia di Beirut. Giorni dopo il presidente Ronald Reagan, che s’era vantato che gli Stati Uniti non si sarebbero mai ritirati dal Libano, si ritirò. Iraq e Libia sono la prova vivente che Washington e il suo compare non hanno imparato la lezione. D’altra parte, il vantaggio della Russia è che la piazza araba sa che non cerca di arraffargli le risorse e la terra come l’occidente. Le amichevoli relazioni di Mosca con i membri dell’Asse della Resistenza e la presenza di numerosi ex-cittadini russi in Israele, fanno leva su entrambi i lati della faglia arabo-israeliana. Putin ha svolto alcune mosse abili nella regione, ma ora affronta un nuovo Medio Oriente rinvigorito dal ritorno dell’Egitto. Se il presidente russo gestirà il compito apparentemente impossibile di far fare concessioni reciproche ad arabi ed israeliani, più di chiunque altro potrà cambiare il volto del Medio Oriente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra dei Saud contro la Siria

Bahar Kimyongür, Global Research, 23 gennaio 2014

524578Qualsiasi osservatore del conflitto siriano desideroso di saperne di più sulla rivolta anti-regime avrà qualche difficoltà a poterlo fare, data l’inflazione di gruppi armati, oramai oltre un migliaio. La guerra fratricida in cui sono sprofondate le principali milizie jihadiste dall’inizio dell’anno, evidenzia la confusione particolare su ruolo ed evoluzione di al-Qaida nel conflitto. Eppure, al di là delle rivalità economiche e territoriali, la stessa ideologia e la stessa strategia le uniscono e le collegano a un attore chiave nella guerra siriana: il regno dell’Arabia Saudita.

Il wahhabismo siriano prima della guerra
Il movimento religioso fu fondato circa 250 anni dal predicatore estremista Muhammad bin Abdul Wahhab nel Najd in Arabia Saudita, non è una moda apparsa improvvisamente in Siria e favorevole alla primavera araba. Il wahhabismo ha una forte base sociale nei siriani che da diversi anni vivono in Arabia Saudita e altre teocrazie della penisola araba. In Siria, gli immigrati del Golfo sono singolarmente chiamati “sauditi” perché al loro ritorno a casa vengono confusi con i veri sauditi. La maggior parte di tali emigranti di ritorno, infatti, sono impregnati di puritanesimo rituale, di costume, familiare e sociale che caratterizza i regni wahhabiti (1). Ma il wahabismo siriano è anche  composto da predicatori salafiti espulsi dal regime di Damasco e ospitati dai regni del Golfo. Nonostante la distanza e la repressione, questi esuli poterono mantenere le reti d’influenza salafite nelle loro regioni e tribù originali. La proliferazione dei canali satellitari wahhabiti in Siria ha rafforzato la popolarità di alcuni esuli siriani convertitisi al “tele-coranismo”. Il più rappresentativo di questi è probabilmente Adnan Arur. Esiliato in Arabia Saudita, lo sceicco della discordia (fitna) com’è soprannominato, anima diversi programmi su Wasal TV e Safa TV, dove ha reso popolari i discorsi anti-sciiti e anti-alawiti, tra cui quello in cui chiede di “macellare gli alawiti e gettarne la carne ai cani.” Nella regione di Hama da cui proviene, Arur ha mantenuto un’influenza notevole, al punto che il suo nome è stato scandito nelle prime manifestazioni anti-regime nel 2011.
Dal punto di vista storico e territoriale, la wahhabizzazione dilagante tra le popolazioni rurali in Siria, ha sopraffatto l’istituzionale sunnismo siriano Hanafi dal presunto orientamento tollerante. Dopo la svolta liberale adottata dal partito Baath nel 2005, il wahabismo ebbe una significativa ripresa nei sobborghi poveri delle città siriane o in piccole città come Duma o Daraya, facendo rivivere lo spettro della discordia tra le comunità. Molti siriani arricchitisi in Arabia Saudita lanciarono campagne di beneficenza nel Paese d’origine, aumentando così la loro influenza tra i siriani svantaggiati. Ogni vuoto dello Stato fu presto riempito dalle reti caritative collegate ad ambiziosi sceicchi esuli. Uno dei più noti è Muhammad Surur Zayn al-Abidin. È il capo di una corrente di un proselitismo a metà strada tra il movimento della Fratellanza musulmana siriana e il wahhabismo (2). Nel frattempo, i siriani nel Golfo sono diventati i maggiori sponsor privati della jihad in Siria, presto aiutati nel loro “sacro” compito da ricchi donatori sauditi, come anche quwaytiani, bahrayni e giordani, quasi sempre di osservanza wahhabita (3). Nonostante la relativa calma, che dava reputazione al regime di sicurezza di Damasco prima dei disordini e della guerra che vediamo da tre anni, il Paese subì diversi casi di scaramucce e provocazioni confessionali. (4) Un nativo della città a maggioranza sunnita di Tal Qalaq, nel governatorato di Homs, mi disse di un  tentato pogrom anti-alawita più di un anno prima delle prime manifestazioni democratiche del marzo 2011. Altri siriani hanno confermato l’instaurarsi nel decennio precedente di un’atmosfera velenosa di risentimento delle comunità dei quartieri poveri di Damasco e Idlib e in alcuni villaggi. Le autorità siriane preferirono sopprimere tali incidenti per evitarne il contagio. Nel marzo 2011, gli slogan contro gli sciiti di Hezbollah ed Iran urlati alle porte della moschea Abu Baqr Sadiq di Jablah, sulle coste siriane, presto lasciò il posto ad appelli alla guerra contro le minoranze. Mentre i siriani protestavano contro ingiustizia, tirannia, corruzione e povertà, alcune forze conservatrici cercarono deliberatamente di deviare la rabbia popolare su obiettivi inermi, il cui unico crimine era quello di esistere. Così, prima ancora che le truppe di al-Qaida sparassero il loro primo colpo in Siria, i predicatori wahabiti stavano già manovrando.

La wahhabizzazione della ribellione siriana
Se all’inizio della rivolta siriana, tra la stragrande maggioranza dei combattenti sunniti si potevano trovare alcuni ribelli drusi, cristiani, sciiti e alawiti, sotto la pressione di agitatori e dei generosi donatori del Golfo, la ribellione rapidamente si omogeneizzò sul piano confessionale e si radicalizzò, costringendo alcuni combattenti delle minoranze a smobilitare ed esiliarsi. Nella loro propaganda, i gruppi di ribelli siriani adottarono gli insulti anti-sciiti in voga nel regno dei Saud. Sciiti, ma anche alawiti, drusi e ismailiti vennero sempre più accusati dai ribelli di essere miscredenti (qufar), negazionisti (rafidha), zoroastriani (majus), trasgressori (tawaghit, plurale di taghut), politeisti, adoratori di icone, pietre o tombe (mushriqin), satanisti, invasori persiani cripto-iraniani, safavidi o cripto-giudei (5). Nel frattempo, battaglioni dalle connotazioni confessionali si formarono anche nell’Esercito libero siriano: battaglioni Muawiya, Yazid, Abu Ubayda Jarrah, Ibn Taymiyah, Ibn Qatir, la brigata turkmena Yavuz Sultan Selim dal nome del sultano-califfo ottomano che nel XVI.mo secolo massacrò aleviti, alawiti e sciiti… Tra questi gruppi di insorti a connotazione religiosa c’è la famosa brigata Faruq, la spina dorsale dell’esercito libero siriano. Nessun media occidentale s’è nemmeno chiesto il significato di Faruq. (6) Era il soprannome del califfo Omar Ibn Qatab, considerato un usurpatore dagli sciiti. Nessuno si può dimenticare Qalid al-Hamad, l’uomo che squartò un soldato dell’esercito governativo prima di morderne il cuore e il fegato, prima gridò: “Oh, eroe! Uccidere gli alawiti e tagliare i loro cuori per mangiarli!” Ma se ci ricordiamo che questo individuo non era un membro di al-Qaida o un semplice miliziano, ma un comandante della famosa brigata al-Faruq dell’Esercito libero siriano (ELS) apparentemente moderato ed oggi guidato da Salim Idris. Il predicatore Adnan Arur che invocava lo sterminio nelle sue comparsate televisive fa parte dell’esercito libero siriano (ELS) e non della cosiddetta ribellione “estremista”.
Questi esempi dimostrano che la presentazione dell’Esercito libero siriano (ELS) come ribellione democratica, laica e plurale sia un puro prodotto del marketing presso l’opinione pubblica occidentale. Oggi, i nostri media indicano il Fronte islamico (FI), la principale coalizione jihadista che riunisce circa 80000 combattenti, quale possibile alternativa ad al-Qaida. Il leader del Fronte islamico è Zahran al-Lush. È il figlio di Muhammad al-Lush, predicatore ultra-conservatore ed esule siriano in Arabia Saudita. Zahran al-Lush che invano ha resistito al ramo siriano di al-Qaida, cioè al-Nusra e Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (EIIL), o Desh, ha la stessa retorica settaria dei suoi concorrenti. In un discorso al castello omayade di Qasr al-Hayr al-Sharqi nei pressi di al-Suqna, nel luglio 2013, ecco cosa dichiarò urbi et orbi Zahran al-Lush: “I figli degli omayadi sono tornati nel Levante malgrado voi. I mujahidin del Levante elimineranno le brutture dei rafidha purificando il Levante… gli sciiti rimarranno per sempre sottomessi e umiliati come lo sono stati nella storia. E l’Islam ha sempre distrutto il loro Paese… La dinastia degli omayadi ha sempre distrutto il loro Stato“. (7) All’inizio dell’ottobre 2013, quattro gruppi jihadisti con diverse migliaia di combattenti indipendenti da al-Qaida annunciarono la creazione nella Siria orientale dell’Esercito siriano della comunità della Sunnah (Jaysh al-Sunna wal Jama’a). Non solo questa nuova coalizione sfoggia un nome chiaramente settario anti-sciita, ma in aggiunta accusa i suoi nemici di essere safavidi, il nome di una dinastia sciita che governò l’Iran nel 1501-1736. Inoltre, il nuovo esercito settario proclama la volontà di combattere le “sette” fino al giorno del giudizio. (8) Pertanto, non sarebbe realistico considerare la ribellione armata contro al-Qaida un segno della rispettabilità e della tolleranza di tali gruppi. Infatti, tutti i movimenti ribelli attivi in Siria sono taqfîri, cioè conducono la guerra contro gli “increduli”, prima contro le correnti dell’Islam considerate eretiche e non-credenti, poi contro le minoranze cristiane e, infine, contro i sunniti. La distinzione fatta dai media occidentali tra ribelli e jihadisti è abusiva. Tra al-Qaida, Fronte islamico ed Esercito libero siriano c’è la distinzione tra Pinco Panco e Panco Pinco.

Il regno wahhabita attacca la fortezza siriana
In tre anni di conflitto in Siria, il regime dei Saud non ha potuto semplicemente esportare la sua ideologia. Fin dall’inizio della crisi incombente, in effetti, Riyadh si poneva come l’avanguardia nella guerra contro il regime siriano. S’è distinto come il primo Paese a rompere le relazioni diplomatiche con Damasco. Quando vi fu l’insurrezione armata in Siria, il regno wahhabita tentò immediatamente di prenderne il controllo. Incaricò i suoi agenti locali d’inviare risorse finanziarie, logistiche e militari ai gruppi di insorti più affidabili. In Libano, Turchia e soprattutto Giordania, l’intelligence saudita ha organizzato campi di addestramento per i ribelli siriani. Nella Terra dei Cedri, l’Arabia Saudita mobilita il Movimento del Futuro di Hariri, una potente famiglia politica libanese-saudita asservita alla dinastia wahhabita, nonché le cellule terroristiche nel Nord di questo Paese. I gruppi terroristici nel nord del Libano sono la forza di riserva tradizionale del regime di Riyadh nella guerra contro il partito Hezbollah ben radicato tra la popolazione sciita del Libano meridionale. Dall’inizio della “primavera siriana” (marzo 2011), lo stesso nord del Libano è sempre servito da base d’attacco dell’Arabia Saudita contro la Siria. Mercenari pro-sauditi di ogni origine, ma inizialmente siriani, accorsero nelle province di Homs e Damasco dal territorio libanese.
Il capo delle operazioni anti-siriane non è altri che il principe Bandar bin Sultan, segretario generale del Consiglio nazionale della sicurezza saudita. Il principe è anche soprannominato “Bandar Bush” per via dei suoi stretti legami con l’ex-presidente degli Stati Uniti. Aduso alle operazioni segrete, il principe Bandar fece dell’eliminazione del presidente siriano una questione personale. Giunse ad arrivare a Tripoli, capitale del nord del Libano, per incoraggiare pagandoli i volontari della jihad anti-sciita, anti-Hezbollah e anti-siriana (9). A volte incarica i suoi migliori agenti hariristi, come il deputato Oqab Saqr, di assicurarsene la logistica. Secondo un’indagine del quotidiano Time, Oqab Saqr alla fine dell’agosto 2013 era ad Antiochia, città turca che funge da retroguardia dei jihadisti anti-siriani del fronte settentrionale, per rifornire diverse unità dell’esercito siriano libero (FSA) a Idlib e Homs. (10) Il 25 febbraio 2013, il New York Times rivelò che le armi provenienti dalle scorte segrete dell’esercito croato furono acquistate dall’Arabia Saudita e inviate ai ribelli siriani dalla Giordania. Si è parlato di “diversi aerei carichi di armi” e di una “ignota quantità di munizioni.” (11) Il 17 giugno 2013, citando diplomatici del Golfo, Reuters disse che l’Arabia Saudita fornì ai ribelli siriani missili antiaerei acquistati in Francia e Belgio. L’inviato afferma che il trasporto delle armi fu finanziato dalla Francia. (12) In Libano, Turchia e Giordania, l’Arabia Saudita muove le sue pedine mentre gli altri mandanti della ribellione, come il regime di Ankara e l’emiro del Qatar, si toglievano dai piedi. Oggi la Siria è vittima di una guerra saudita, una guerra d’invasione e conquista dell’Arabia Saudita.

Le legioni saudite sferzano la Siria
Vedendo che gli Stati Uniti erano riluttanti ad inviare truppe per combattere il regime di Damasco, dopo l’attacco chimico avvenuto il 21 agosto 2013, il regime di Riyadh ha deciso di raddoppiare gli sforzi per aumentare sensibilmente la spesa militare e il numero di mercenari sauditi nella guerra contro la Siria. Nel frattempo, centinaia di sauditi, soldati attivi e riservisti, sono andati in Siria a rafforzare i gruppi terroristici più radicali come al-Nusra e Desh. Nelle ultime settimane, il quotidiano libanese al-Safir e i media di Stato siriani hanno scoperto il maggiore coinvolgimento della monarchia wahabita, indicando che alcuni membri dell’esercito saudita, tra cui un colonnello, sono stati catturati dall’Esercito siriano ad Aleppo, mentre un generale capo di stato maggiore dell’esercito saudita, Nayaf Adil al-Shumarim, era stato ucciso in un attacco suicida a Dayr Atiyah. I media siriani ne hanno pubblicato la foto in uniforme dell’esercito saudita. Al-Shumari era il figlio del capo della guardia reale saudita. Un’altra personalità saudita, Mutlaq al-Mutlaq, figlio del generale saudita Abdullah Mutlaq Sudayri, è stato ucciso ad Aleppo. Alla sua morte, le autorità saudite hanno cercato di dissociarsi dal suo ingaggio in Siria, affermando che era latitante nel Paese in guerra. Le osservazioni del giornale al-Safir, tuttavia, indicano che lo zio paterno di Mutlaq al-Mutlaq è anch’egli in Siria tra i jihadisti. (13) Tra le migliaia di sauditi attualmente presenti in Siria, ci sono anche sceicchi influenti come Abdullah al-Muhaysany. In un video pubblicato su Youtube, si vede con un’arma in mano decantare il fronte al-Nusra e lo Stato Islamico dell’Iraq e Levante (SIIL), entrambi filiali di al-Qaida in Siria e maledire shiiti e alawiti (14). L’inerzia dei servizi segreti sauditi di fronte alla presenza di figure pubbliche come al-Muhaysany solleva interrogativi. All’inizio del conflitto, le autorità saudite sembravano voler mantenere i loro cittadini lontani dalla guerra in Siria. Nel settembre 2012, diversi religiosi appartenenti ad un ente governativo avevano anche sconsigliato i loro cittadini dal recarsi a combattere in Siria. (15) Oggi, Riyadh sembra invece predicare con veemenza la guerra totale nel Paese. Alla fine di novembre 2013, l’Esercito arabo siriano annunciava di aver catturato non meno di 80 combattenti sauditi a Dayr Atiyah, durante la battaglia del Qalamun. Il 15 gennaio 2014, l’ambasciatore siriano alle Nazioni Unite Bashar al-Jafari ha detto che il 15% dei combattenti stranieri in Siria è saudita. Nei suoi ultimi due interventi, il presidente siriano Bashar al-Assad ha sottolineato la minaccia del wahhabismo all’Islam e al mondo, aggiungendo: “(…) tutti devono contribuire alla lotta contro il wahabismo e alla sua eradicazione.” Il presidente siriano ha confermato che la guerra siriana è diventata una guerra dell’Arabia Saudita contro la Siria.

Conclusione
Quando parliamo del ruolo dell’Arabia Saudita nella guerra di Siria, per ignoranza o malafede, gli analisti occidentali spesso sono vaghi o semplicemente ripetono banalità sulla rivalità tra Iran e la dinastia Saud. Se i media occidentali, soprattutto francesi, sono avari di critiche verso le monarchie del Golfo, sono totalmente silenziosi sull’ossessione dei Saud nel confessionalizzare a tutti i costi un conflitto eminentemente politico, geostrategico e ideologico. E’ vero che i “nostri” esperti collegano il discorso religioso e l’estremismo della ribellione, ma ne parlano come conseguenza e non come  causa principale del conflitto e della sua perpetuazione. Tuttavia, le forze del regime hanno sempre sottolineato la solidarietà interconfessionale e l’unità del Paese al centro della lotta (che i media mainstream continuano a menzionare, facendo passare le forze lealiste per i membri di una sola comunità) mentre i gruppi armati inaspriscono le loro differenze e purezza dalle comunità considerate devianti rispetto alla popolazione in generale. Qualora questi miliziani fanatici  prendessero il potere, si avranno caos e terrore. Nelle cosiddette zone “liberate”, il gioco pericoloso anti-sciita e anti-alawita offerto dalla propaganda saudita s’è rapidamente trasformato in una campagna per sterminare tutto ciò che non è sunnita, prima, e tutto ciò che è diverso, poi. Ciò è il fenomeno che vediamo oggi, con la liquidazione di oltre mille jihadisti in due settimane di guerra tra fazioni rivali che sostengono la stessa fede e la stessa pratica teologica.
In tre anni di crisi e di guerra in Siria, la strategia saudita è passata dal ‘soft power‘ della wahhabizzazione rampante alla guerra diretta. I Saud hanno sabotato qualsiasi prospettiva di riforma, democratizzazione e riconciliazione in Siria. Poi hanno spinto i siriani a uccidersi a vicenda lanciando contro le forze lealiste i gruppi armati creati da zero a loro immagine. Vedendo fallire il loro piano per rovesciare il regime, hanno deciso di fare di tutto per ridurre in polvere la Siria con l’aiuto di al-Qaida. Mentre il regime teocratico di Riyadh è in guerra contro al-Qaida a livello interno, alcuni esperti occidentali dubitano ancora del sostegno di Riyadh ai terroristi in Siria. Tuttavia, la manipolazione dei servizi sauditi dei gruppi di al-Qaida come al-Nusra e il SIIL non è solo una costante della politica estera saudita, ma in aggiunta le milizie del Fronte islamico (FI) e dell’Esercito libero siriano (ELS) che l’Arabia Saudita sostiene, hanno ufficialmente un’ideologia quasi identica a quella di al-Qaida. Così tutti, dal capo dell’intelligence saudita Bandar bin Sultan al leader supremo di al-Qaida, Ayman al-Zawahiri, dall’emiro di al-Nusra, Abu Muhammad al-Julani, al comandante dell’Esercito libero siriano Salim Idris, all’emiro di Desh Abu Baqr al-Baghdadi e al comandante del Fronte islamico (FI), Zahran al-Lush, sostengono lo stesso discorso, gli stessi metodi e gli stessi obiettivi in Siria. Il terrorismo di tali bande e del loro mandante saudita non lascia scelta alla Siria sovrana che resistere o sparire. Siamo sicuramente ancora lontani dalla pace.

Note
(1) Ho osservato tale fenomeno della wahhabizzazione nei miei numerosi viaggi in Siria tra il 1998 e il 2005. E’ stato osservato da Alper Birdal e Yigit Gunay, autori di un libro critico sulla primavera araba (Arap Bahari Aldatmacasi, ed. Yazilama, 2012). La figura dell’opposizione siriana Haytham Mana ha parlato perfino di una wahhabizzazione progressiva in Siria, durante una conferenza a Bruxelles del 3 novembre 2013.
(2) Muhammad Surur Zayn al-Abidin attualmente vive in Giordania.
(3) Secondo un articolo del 12 novembre del New York Times firmato da Ben Hubbard, dodici quwaytiani, tra cui un certo Ghanim al-Matayri, inviavano apertamente fondi per la jihad in Siria. Anche imam che vivono in Europa sono coinvolti nel traffico internazionale di armi in Siria, come l’imam siriano esiliato in Svezia Haytham Rahmah.
(4) A Qamashli, nella Siria nord-orientale, si ebbero sanguinosi disordini interetnici nel 2004 tra tifosi di calcio arabi e curdi.
(5) La leggenda narra che un ebreo convertito all’Islam, Abdullah Ibn Saba, sia il fondatore dello sciismo. Alcune fonti sunnite indicano Ibn Saba come agente provocatore ebreo che aveva la missione di distruggere l’Islam dall’interno. Ma fino ad oggi le autorità sciite negano l’esistenza stessa di questo personaggio e accusano gli autori di tale “mito” di cercare di screditare la loro fede.
(6) Faruq significa che distingue il bene dal male.
(7) Vedi
(8) Vedi
(9) Per dettagli su Bandar bin Sultan, Bahar Kimyongür, Syriana, la conquista continua, Ed. Investig’Action e Couleur Livres, Charleroi, 2012
(10) Times, Ribelli laici e islamici della Siria: Chi armano i sauditi e il Qatar?, 18 settembre, 2012
(11) New York Times, I sauditi aumentano gli aiuti ai ribelli in Siria con armi croate, 25 febbraio 2013
(12) Reuters, L’Arabia saudita fornisce missili ai ribelli in Siria: fonte del Golfo, 17 giugno 2013
(13) al-Safir, Jihadisti sauditi fluiscono in Siria, 5 dicembre 2012
(14) Vedi, Lo slogan dello sceicco saudita mette nello stesso paniere sciiti e USA, un controsenso. Il regno di cui è cittadino non solo è un protettorato degli Stati Uniti, ma inoltre Washington è uno dei principali sostenitori della jihad in Siria.
(15) Reuters, I sauditi scoraggiano i cittadini dalla “jihad” siriana, 12 settembre 2012

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Silenzio e tradimento da 3 miliardi di dollari

Thierry Meyssan, Rete Voltaire, Damasco 15 gennaio 2014

Ma perché l’Arabia Saudita ha deciso di donare all’esercito libanese 3 miliardi di armamenti francesi, mentre nelle ultime settimane i suoi agenti in Libano non cessavano di denunciare lo slogan “Popolo-Esercito-Resistenza” e la collusione tra l’esercito e Hezbollah? E se questa improvvisa generosità è il prezzo del silenzio libanese, dimenticando le centinaia di vittime del terrorismo saudita nel Paese dei cedri e il tradimento francese dei propri impegni in Medio Oriente?

afp-hollande--644x362La visita di François Hollande accompagnato da 30 amministratori delegati di grandi aziende in Arabia Saudita, il 29 e 30 dicembre 2013, si sarebbe concentrata principalmente su questioni economiche e sul futuro di Siria e Libano. Le questioni politiche internazionali sarebbero state  discusse tra francesi e sauditi, ma anche in presenza di leader libanesi come il presidente Michel Sulayman e l’ex primo ministro saudita-libanese Saad Hariri (considerato organico alla famiglia reale) e il presidente della Coalizione Nazionale siriana, il siro-saudita Ahmad Asi al-Jarba [1] Durante la visita, l’Arabia Saudita ha annunciato improvvisamente l’offerta di 3 miliardi dollari di armi francesi all’esercito libanese. Questa generosità è straordinaria, poiché una conferenza internazionale dovrebbe, a febbraio o marzo, raccogliere fondi per il Libano in generale e il suo esercito in particolare. Il Libano non aveva mai ricevuto un tale dono. L’annuncio fu ufficialmente fatto dal presidente libanese Michel Sulayman. Il generale, diventato Capo di stato maggiore dell’esercito libanese, non avendo gli altri accesso a tale carica, fu imposto presidente per le stesse ragioni da Francia e Qatar. La sua elezione parlamentare è incostituzionale (articolo 49 [2]) e la carica non gli è stata caduta dal suo predecessore ma dall’emiro del Qatar. Nel suo discorso televisivo al popolo libanese, il presidente Sulayman ha accolto con favore la regale “maqruma”, il dono che il sovrano fa al suo servo e, incongruamente, concludeva con “Viva l’Arabia Saudita!”. Tale annuncio fu accolto calorosamente dall’ex-primo ministro Saad Hariri, tentando di vedervi il primo passo verso il futuro disarmo di Hezbollah.
La decisione di Riyadh non può che sorprendere: infatti, negli ultimi mesi, i filo-sauditi del 14 Marzo di Saad Hariri hanno più volte criticato la stretta relazione tra l’esercito e Hezbollah. Nei giorni seguenti, una grande campagna pubblicitaria a Beirut celebrava l’amicizia tra il Libano e l’Arabia Saudita, definita “Regno del bene” (sic). Infatti, ciò non aveva senso. Per capire, si dovettero aspettare un paio di giorni.
Il 1 gennaio 2014, quattro giorni dopo l’annuncio saudita, si apprese che l’esercito libanese aveva arrestato Majid al-Majid, cittadino saudita a capo delle brigate Abdullah Azzam, ramo di al-Qaida in Libano. Ma in seguito si apprese che l’arresto fu dovuto all’avviso della Defense Intelligence Agency (DIA) statunitense del 24 dicembre. Washington fu poi informata dall’esercito libanese che Majid al-Majid venne ricoverato in ospedale per sottoporsi a dialisi. L’esercito libanese si affrettò a ricoverarlo nell’ospedale Maqasid, arrestandolo durante il viaggio in ambulanza da Ersal, il 26 dicembre, tre giorni prima dell’annuncio saudita. Per più di una settimana l’arresto del leader di al-Qaida in Libano fu un segreto di Stato. Il saudita era ufficialmente ricercato nel suo Paese per terrorismo, ma ufficiosamente era considerato un agente dei servizi segreti sauditi agli ordini diretti del principe Bandar bin Sultan. Aveva pubblicamente riconosciuto di aver organizzato numerosi attentati, tra cui quello contro l’ambasciata iraniana a Beirut del 19 novembre 2013, che aveva ucciso 25 persone. Ecco perché l’esercito libanese informò Riyadh e Teheran del suo arresto.
Nei casi riguardanti il Libano, Majid al-Majid ha svolto un ruolo importante nell’organizzare l’esercito jihadista di Fatah al-Islam. Nel 2007, il gruppo cercò di aizzare i campi palestinesi in Libano contro Hezbollah e di dichiarare l’emirato islamico nel nord del Paese. Tuttavia, il suo mandante, l’Arabia Saudita, l’abbandonò all’improvviso dopo un incontro tra il Presidente Ahmadinejad e re Abdullah. Furiosi, i jihadisti si presentarono armati nella banca di Hariri per essere pagati. Dopo alcuni combattimenti, si ritirarono a Nahr al-Barad che l’esercito libanese assediò. Dopo oltre un mese di combattimenti, il generale Shamil Ruquz [3] diede l’assalto e li schiacciò. Durante l’operazione antiterrorismo, l’esercito libanese perse 134 soldati [4]. Majid al-Majid era in contatto personale, diretto e segreto con molti leader arabi e occidentali. Agli investigatori ebbe il tempo di confermare l’appartenenza ai servizi segreti sauditi. E’ chiaro che la sua confessione poteva sconvolgere la politica regionale. Soprattutto se accusava Arabia Saudita e 14 Marzo libanese. Un deputato parlò della proposta saudita di 3 miliardi di dollari per non registrare le confessioni di Majid al-Majid ed estradarlo a Riyad. Il quotidiano al-Akhbar sostenne che il prigioniero non era per nulla in pericolo e che poteva essere liquidato dai suoi mandanti per assicurarsene il silenzio. Il giorno dopo l’editoriale, l’esercito libanese ne annunciava la morte. Il corpo di Majid al-Majid fu sottoposto ad autopsia, ma a differenza dei procedimenti penali, da un solo medico che concluse che era morto per la malattia. Il suo corpo fu trasferito in Arabia Saudita e sepolto alla presenza della famiglia e dei bin Ladin.
L’Iran chiede chiare spiegazioni dal Libano sull’arresto e la morte di Majid al-Majid. Ma non troppo forte, perché il presidente Ruhani tenta di avvicinarsi anche all’Arabia Saudita. Questa è la sesta volta che il leader di un’organizzazione terroristica filo-saudita che opera in Libano sfugge alla giustizia. Fu così per Shaqir Absi, Hisham Qadura, Abdal Rahman Awadh, Abdal Ghani Jawhar e, più recentemente, Ahmad al-Asir.
Comunque, se re Abdullah ha speso 3 miliardi di dollari, pochi ne verranno all’esercito libanese.
– In primo luogo, la somma comprende tradizionalmente i reali “regali” per coloro che servono il re. Così, secondo il protocollo, il presidente Michel Sulayman ha immediatamente ricevuto a titolo personale 50 milioni di dollari, e il presidente François Hollande un importo proporzionale alla sua funzione, il cui importo è sconosciuto, se accettato o meno. Il principio saudita della corruzione si applica in modo identico a tutti i leader e alti funzionari libanesi e francesi che partecipavano alla transazione.
– In secondo luogo, la maggior parte del denaro sarà pagato al Tesoro francese, per il trasferimento dalla Francia al Libano di armi e addestramento militare. Questa è la ricompensa per l’impegno militare coperto della Francia, dal 2010, nel fomentare i disordini in Siria e rovesciare l’alawita  Assad, che il Custode delle Due Sacre Moschee non accetta come Presidente di una terra prevalentemente musulmana [5]. Tuttavia, poiché non esiste un listino prezzi, Parigi può decidere come valutare questa donazione. Così Parigi sceglierà anche tipo di armi e di addestramento. Già, poiché non si deve fornire materiale che può essere utilizzato successivamente per resistere efficacemente al principale nemico del Libano, Israele.
– In terzo luogo, il denaro non serve per aiutare l’esercito a difendere il Paese, è invece destinato a  dividerlo. L’esercito libanese è stato di gran lunga l’unica entità integra e multi-religiosa del Paese. L’addestramento sarà fornito dalla Francia per “francesizzare” gli ufficiali, piuttosto che per trasmettergli il loro know-how. Il denaro rimanente sarà utilizzato per costruire belle caserme e comprare belle vetture.
Tuttavia, la donazione reale non potrà mai arrivare a tutti, in Libano. Secondo l’articolo 52 della Costituzione [6], per essere percepito il dono deve essere approvato prima dal Consiglio dei Ministri e presentato al Parlamento. Tuttavia, il governo dimissionario di Najib Miqati non si riunisce da nove mesi e quindi non può trasmettere l’accordo al Parlamento per ratificarlo. Presentando l’accordo ai libanesi, il presidente Michel Sulayman ha pensato bene di precisare, senza essere richiesto, che i negoziati a Riyadh non hanno comportato per nulla il possibile rinvio delle elezioni presidenziali e l’estensione del suo mandato, o la composizione di un nuovo governo.  Questa precisione fa sorridere, in quanto è chiaro che tutto ciò era al centro delle discussioni. Il presidente si è impegnato con i suoi omologhi saudita e francese a formare un governo di “tecnocrati”, senza sciiti o drusi, da imporre al Parlamento. Il termine “tecnocrate” qui indica alti funzionari internazionali che hanno fatto carriera presso la Banca Mondiale, il FMI, ecc. dimostrando la loro docilità alle pretese statunitensi. Si deve capire che il governo sarà composto da filo-USA in un Paese che in maggioranza resiste all’impero. Ma non riesce a trovare una maggioranza in Parlamento, con 3 miliardi?
Purtroppo, il principe Talal Arslan, erede dei fondatori del Principato del Monte Libano nel XII.mo secolo e presidente del Partito Democratico, ha immediatamente ricordato al presidente Sulayman che, secondo l’accordo di Taif [7] l’esecutivo è ora monopolio del Consiglio dei Ministri [8] e che dovrebbe riflettere la composizione religiosa del Paese [9]. Pertanto, un governo di tecnocrati è una violazione di tale accordo e il presidente Sulayman sarebbe considerato un golpista a prescindere dalla sua capacità nel corrompere il Parlamento. La cosa probabilmente non finisce qui: il 15 gennaio l’esercito libanese ha arrestato sul confine siriano Jamal Daftardar, un luogotenente di Majid al-Majid.
Il presidente François Hollande sarà certamente dispiaciuto per il fallimento del suo omologo libanese nel vendersi il Paese per 50 milioni di dollari, ma visto da Parigi, l’unica cosa che conta è la spartizione dei rimanenti 2,95 milioni di dollari.

e7430e2200cb563881a2778f044b753798714602Note
[1] Ahmad Asi al-Jarba è un membro della tribù beduina Shamar, da cui re Abdullah proviene.  Prima degli eventi fu condannato per traffico di droga in Siria. Gli Shamar sono nomadi che si muovono nei deserti saudita e siriano.
[2] “I magistrati e i funzionari di prima classe o equivalenti di tutte le amministrazioni pubbliche, istituzioni pubbliche e altre persone giuridiche di diritto pubblico, possono essere eletti nell’esercizio delle loro funzioni e per due anni dalle dimissioni e l’effettiva cessazione dell’esercizio delle loro funzioni o alla data del pensionamento.
[3] Il generale Ruquz, senza dubbio il più prestigioso militare libanese, probabilmente avrebbe dovuto essere nominato Capo di Stato Maggiore. Ma è il genero del generale Michel Aoun, presidente del Movimento Patriottico Libero, alleato di Hezbollah.
[4] “La questione dei mercenari di Fatah al-Islam è chiusa“, Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 27 agosto 2007.
[5] A seguito della firma del Trattato di Lancaster House, Francia e Regno Unito sono intervenute in Libia e in Siria per organizzare pseudo-rivoluzioni e rovesciarne i governi. Tuttavia, l’operazione siriana si rivelava un fallimento e Londra si ritirava mentre Parigi continua a sostenere attivamente la “Coalizione Nazionale” guidata dal saudita-siriano Ahmad Asi al-Jarba.
[6] “Il Presidente della Repubblica negozia e ratifica i trattati in accordo con il Capo del governo.  Questi saranno considerati e ratificati solo dopo l’approvazione del Consiglio dei Ministri. Il Governo ne informa la Camera dei Deputati quando l’interesse e la sicurezza dello Stato nazionale lo permettono. I trattati che riguardano le finanze dello Stato, i trattati commerciali e i trattati che non possono essere risolti alla fine di ogni anno, possono essere ratificati solo dopo l’approvazione della Camera dei Deputati.
[7] “L’Accordo di Taif“, Réseau Voltaire, 23 ottobre 1989.
[8] “Il Consiglio dei Ministri è l’organo esecutivo“.
[9] “Ogni autorità che contraddice la Carta della vita comune è illegittima e illegale“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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