Fine dei giochi in Siria: scenario strategico nella guerra segreta del Pentagono contro l’Iran

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 7 gennaio 2013

525968Dall’avvio del conflitto in Siria nel 2011, è stato riconosciuto, da amici e nemici, che gli eventi in quel paese sono legati a un piano che prende di mira, in ultima analisi, l’Iran, il primo alleato della Siria. [1] Scollegare la Siria dall’Iran e scardinare il Blocco della Resistenza che Damasco e Teheran hanno formato, è uno degli obiettivi della politica estera supportata dalle milizie anti-governative in Siria. Tale divisione tra Damasco e Teheran cambierebbe l’equilibrio strategico del Medio Oriente a favore degli Stati Uniti e di Israele. Se ciò non può essere realizzato, però, si paralizzerà la Siria  evitando che possa fornire all’Iran una qualsiasi forma effettiva di sostegno politico, economico, diplomatico e militare di fronte alle minacce comuni, di cui sono obiettivo primario. Impedire una qualsiasi continua cooperazione tra le due repubbliche è l’obiettivo strategico. Questo include impedire il terminale energetico Iran-Iraq-Siria in fase di costruzione e la conclusione del patto militare tra i due partner.

Tutte le opzioni sono finalizzate a neutralizzare la Siria
Il cambio di regime a Damasco non è l’unico o il principale modo, per gli Stati Uniti ed i loro alleati, di evitare che la Siria resti al fianco dell’Iran. Destabilizzare la Siria e neutralizzarla come  Stato fallito e diviso, ne è la chiave. Le lotte settarie non sono un risultato casuale dell’instabilità in Siria, ma un progetto alimentato dagli Stati Uniti e dai loro alleati, che hanno costantemente fomentato con il chiaro intento di balcanizzare la Repubblica araba siriana. A livello regionale, soprattutto Israele, tra tutti gli altri stati, ha la partecipazione più importante nel garantire tale risultato. Gli israeliani, in realtà, hanno delineato in diversi documenti a disposizione del pubblico, tra cui il Piano Yinon, la distruzione della Siria in una serie di piccoli Stati confessionali; uno dei loro obiettivi strategici. E questo lo prevedono i pianificatori militari statunitensi.
Come il vicino  Iraq, la Siria non ha bisogno di essere formalmente divisa. A tutti gli effetti, il paese può essere diviso come il vicino Libano, in vari feudi e tratti di territorio controllati da diversi gruppi, durante la guerra civile libanese. L’obiettivo è degradare la Siria in un ruolo esterno. Dalla sconfitta israeliana in Libano nel 2006, vi è stata una rinnovata attenzione verso l’alleanza strategica tra l’Iran e la Siria. Entrambi i paesi si oppongono decisamente ai progetti statunitensi nella regione. Insieme sono stati protagonisti nell’influenzare gli eventi in Medio Oriente, dal Mediterraneo orientale al Golfo Persico. La loro alleanza strategica ha indubbiamente svolto un ruolo importante nel plasmare il paesaggio geopolitico in Medio Oriente.
Anche se i critici di Damasco dicono che ha fatto molto poco riguardo un’azione sostanziale contro gli israeliani, i siriani sono stati i partner di questa alleanza che hanno sopportato il maggior peso nel confronto con  Israele, ed è stato grazie alla Siria che Hezbollah e i palestinesi hanno avuto santuari, logistica e una profondità strategica iniziale contro Israele. Fin dall’inizio i leader dell’opposizione estera supportata dagli stranieri, hanno reso chiara la loro politica estera, che può essere fortemente indicata come un riflesso degli interessi che servono. Le forze antigovernative e i loro leader hanno anche dichiarato che allineeranno la Siria contro l’Iran.  Usando perciò un linguaggio settario per farla rientrare “nell’orbita naturale degli arabi sunniti“. Questa è una mossa chiaramente favorevole agli Stati Uniti e ad Israele.
Rompere l’asse tra Damasco e Teheran è fin dagli anni ’80 anche uno degli obiettivi principali di Arabia Saudita, Giordania e petro-sceiccati arabi, nell’ambito del piano per isolare l’Iran durante la guerra Iran-Iraq. [2] Inoltre, il linguaggio settario usato fa parte di un costrutto che non è un riflesso della realtà, ma un riflesso di congetture e desideri orientalisti che, falsamente, prevedono che i musulmani che si percepiscono sciiti o sunniti, siano di per sé in opposizione gli uni agli altri come nemici.
Tra i leader della prostrata opposizione siriana che perseguirebbero gli obiettivi strategici degli Stati Uniti vi è Burhan Ghalioun, l’ex presidente del Consiglio nazionale siriano di Istanbul patrocinato dall’estero, che aveva detto al Wall Street Journal, nel 2011, che Damasco avrebbe posto fine alla sua alleanza strategica con l’Iran e al suo sostegno a Hezbollah e ai palestinesi, non appena le forze antigovernative avessero occupato la Siria. [3] Questi esponenti dell’opposizione sponsorizzata dall’estero, sono anche stati usati per convalidare, in un modo o nell’altro, le varie narrazioni che pretendono che sunniti e sciiti si odino a vicenda.
I media mainstream nei paesi che operano in sincronia per un cambiamento di regime a Damasco, come gli Stati Uniti e la Francia, hanno sempre presentato il regime in Siria come un regime alawita, alleato con l’Iran perché gli alawiti sono un ramo dello sciismo. Anche questo è falso, perché la Siria e l’Iran non condividono una comune ideologia, ma sono alleati a causa della comune minaccia e condividono obiettivi politici e strategici. Né la Siria è diretta da un regime alawita, essendo la composizione del governo riflettere la diversità etnica e religiosa della società siriana.

Il ruolo di Israele in Siria
La Siria è tutto per l’Iran secondo Israele. Come se Tel Aviv non avesse nulla a che fare con gli eventi in Siria, i commentatori e gli analisti israeliani ora insistono pubblicamente sul fatto che Israele ha bisogno di colpire l’Iran, intervenendo in Siria. Il coinvolgimento di Israele in Siria, insieme agli Stati Uniti e alla NATO, si è cristallizzato nel 2012. E’ chiaro che Israele sta cooperando con un conglomerato composto da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Turchia, NATO, Arabia Saudita, Qatar, Giordania, minoranza dell’Alleanza del 14 Marzo in Libano, e dagli usurpatori filo-NATO che hanno conquistato e distrutto la Jamahiriya Araba di Libia.
Anche se dovrebbe essere letta con cautela, si segnala la corrispondenza piratata di Reva Bhalla della Strategic Forecast Incorporated al suo capo, George Friedman, su una riunione del dicembre 2011 al Pentagono tra lei (che rappresentava Stratfor) e funzionari inglesi, statunitensi e francesi sulla Siria. [4] La corrispondenza di Stratfor sosteneva che gli Stati Uniti e i loro alleati nel 2011 avevano inviato forze militari speciali per destabilizzare la Siria, e che in realtà non c’erano molti siriani tra le forze antigovernative sul terreno o, come scrive Bhalla, “non c’è molto da prendere dell’esercito libero siriano per l’addestramento”. [5]
The Daily Star, di proprietà della famiglia libanese Hariri, coinvolta nelle operazioni di cambio di regime contro la Siria, subito dopo aveva riferito che tredici agenti segreti francesi erano stati catturati dai siriani nelle operazioni ad Homs. [6] Invece di un no categorico alle informazioni relative agli ufficiali francesi catturati, la risposta  pubblica del ministero degli esteri francese era di non poter confermare nulla, cosa che può essere indicata come un’ammissione di colpa. [7] Giorni prima, al-Manar di Hezbollah aveva rivelato che armi ed equipaggiamenti di fabbricazione israeliane, dalle granate e binocoli notturni ai dispositivi di comunicazione, erano stati catturati insieme ad agenti del Qatar nella roccaforte degli insorti di Bab Amr a Homs, verso la fine di marzo e l’inizio di aprile. [8] Un anonimo funzionario degli Stati Uniti avrebbe poi confermato, nel luglio 2012, che il Mossad affianca la CIA in Siria. [9]
Appena un mese prima, a giugno, il governo israeliano aveva iniziato a chiedere pubblicamente un intervento militare in Siria, presumibilmente degli Stati Uniti e del conglomerato dei governi che lavorano con Israele per destabilizzare la Siria. [10] I media israeliani ha anche cominciato a segnalare, casualmente, che dei cittadini israeliani, anche se uno era stato identificato come arabo-israeliano (vale a dire un palestinese con cittadinanza israeliana) erano entrati in Siria per combattere contro l’esercito siriano. [11]
In genere qualsiasi israeliano, in particolare quelli arabi, che entrano in Libano e/o Siria, vengono processati e condannati dai tribunali delle autorità israeliane, e le notizie israeliane si concentrano su questo aspetto delle storie. Tuttavia, non è stato così in tale caso. Va inoltre ricordato che gli oppositori palestinesi ad Israele che vivono in Siria, sono presi di mira proprio come i palestinesi che vivevano in Iraq venivano presi di mira dopo che gli Stati Uniti e il Regno Unito l’invasero nel 2003.

La Siria e l’obiettivo di isolare l’Iran
Il giornalista Rafael D. Frankel ha scritto un articolo per Washington Quarterly, rivelando ciò che i politici statunitensi e i loro partner pensano della Siria. Nel suo articolo Frankel ha sostenuto che a causa della cosiddetta primavera araba, un attacco contro l’Iran di Stati Uniti e Israele non innescherebbe più una risposta coordinata regionale dell’Iran e dei suoi alleati. [12] Frankel ha sostenuto che a causa degli eventi in Siria, vi era l’occasione per Stati Uniti e Israele di attaccare l’Iran senza innescare una guerra regionale che coinvolgesse Siria, Hezbollah e Hamas. [13] La linea di pensiero di Frankel non è andata persa nei circoli della NATO o d’Israele. In realtà la sua linea di pensiero scaturisce dai punti di vista e dai piani di questi circoli stessi. Come rafforzamento psicologico delle loro idee, il testo è effettivamente arrivato nella sede della NATO di Bruxelles, nel 2012, come materiale di documentazione. Mentre Israele ha pubblicato il rapporto della sua intelligence su questo argomento.
Secondo il quotidiano israeliano Maariv, il rapporto dell’intelligence al ministero degli esteri israeliano concludeva che la Siria e Hezbollah non saranno più in grado di aprire un secondo fronte contro Israele se dovesse entrare in guerra con l’Iran. [14] Nella pubblicazione del rapporto israeliano, un alto funzionario israeliano avrebbe detto: “la capacità dell’Iran di danneggiare Israele in risposta a un nostro attacco, è diminuita drasticamente“. [15] Molti giornali, documenti e scrittori su posizioni ostili verso la Siria e l’Iran, come The Daily Telegraph, hanno immediatamente replicato i risultati del rapporto di Israele sull’Iran e i suoi alleati regionali. Due delle prime persone a riprodurre le conclusioni della relazione israeliana, Robert Tait (reporter dalla Striscia di Gaza) e Damien McElroy (espulso dalla Libia nel 2011 dalle autorità del paese durante la guerra con la NATO), riassumono in modo significativo i risultati della relazione, precisando effettivamente come gli alleati chiave dell’Iran nel Levante siano stati neutralizzati. [16]
Il rapporto israeliano ha trionfalmente dichiarato che la Siria è ripiegata ed è troppo occupata per sostenere il suo alleato strategico iraniano contro Tel Aviv, in una guerra futura. [17] Le conseguenze della crisi siriana hanno anche posto gli alleati libanesi dell’Iran, Hezbollah in particolare, in una posizione instabile, dove le loro linee di rifornimento sono a rischio, e sono politicamente danneggiati per il loro sostegno a Damasco. Se qualcuno in Libano dovesse fiancheggiare l’Iran in una futura guerra, gli israeliani hanno detto che l’invaderanno attraverso massicce operazioni militari terrestri. [18]
Il ruolo del nuovo governo egiziano nel favorire gli obiettivi degli Stati Uniti sotto la presidenza di Morsi, diventa anch’esso chiaro, secondo quanto afferma il rapporto israeliano circa il suo ruolo di sostegno: “La relazione del ministero degli esteri ha anche previsto che l’Egitto avrebbe impedito ad Hamas, il movimento islamista palestinese, di aiutare l’Iran con il lancio di razzi dalla Striscia di Gaza“. [19] Ciò porta credito all’idea che Morsi abbia avuto il permesso dagli Stati Uniti e da Israele per mediare una pace tra la Striscia di Gaza e Tel Aviv, che impedirebbe ai palestinesi di appoggiare l’Iran durante una guerra. In altre parole, la tregua egiziana è stata posta per legare le mani di Hamas. I recenti annunci del governo Morsi di impegnarsi politicamente con Hezbollah, può anche essere indicato come un prolungamento della stessa strategia applicata a Gaza, ma in questo caso per distaccare l’Iran dai suoi alleati libanesi. [20]
Inoltre si chiede a gran voce una procedura per scollegare Hezbollah, l’Iran e, per estensione, i loro alleati cristiani in Libano. Il German Marshall Fund ha presentato un testo che sostanzialmente dice che ai cristiani libanesi alleati di Hezbollah, Siria e Iran, deve essere presentata una narrazione politica alternativa, che sostituisca quella in cui si crede che l’Iran sia una grande potenza del Medio Oriente. [21] Anche ciò è teso ad erodere ulteriormente il sistema di alleanze iraniano.

Missione compiuta?
Il conflitto in Siria non è solo un affare israeliano. La lenta erosione della Siria interessa altre parti che vogliono distruggere il paese e la sua società. Gli Stati Uniti sono al primo posto tra le parti interessate, seguiti dai dittatori arabi dei petro-sceiccati. La NATO inoltre vi è sempre stata segretamente coinvolta. Il coinvolgimento della NATO in Siria rientra nella strategia degli Stati Uniti, che utilizza l’alleanza militare per dominare il Medio Oriente. Per questo motivo si è deciso di istituire una componente dello scudo missilistico in Turchia. Questo è anche il motivo per cui i missili Patriot sono stati dispiegati sul confine turco con la Siria.
L’Istanbul Cooperation Initiative (ICI) e il Dialogo Mediterraneo della NATO sono anch’essi componenti di questi piani. Inoltre, la Turchia ha tolto il suo veto contro l’ulteriore integrazione di Israele nella NATO. [22] La NATO si riorienta verso la guerra asimmetrica e una maggiore enfasi viene ora posta nelle operazioni di intelligence. Gli strateghi della NATO hanno sempre studiato i curdi, l’Iraq, Hezbollah, la Siria, l’Iran e i palestinesi. Nello scenario di una guerra totale, la NATO si è preparata per evidenti ruoli militari in Siria e Iran.
Anche l’Iraq è stato destabilizzato ulteriormente. Mentre gli alleati dell’Iran a Damasco sono stati colpiti, i suoi alleati a Baghdad non lo sono. Dopo la Siria, lo stesso conglomerato di paesi che opera contro Damasco rivolgerà le sue attenzioni all’Iraq. Ha già iniziato ad operare in Iraq per galvanizzare ulteriormente le sue linee di frattura settarie e politiche. Turchia, Qatar e Arabia Saudita stanno giocando un ruolo di primo piano, con questo obiettivo. Ciò che sta diventando evidente è che le differenze tra musulmani sciiti e sunniti, che Washington ha coltivato dall’invasione anglo-americana dell’Iraq nel 2003, sono inasprite dal settarismo curdo. Sembra che molti della dirigenza politica israeliana ora credano di esser riusciti a spezzare il Blocco della Resistenza. Che sia giusto o sbagliato è una questione dibattuta.
La Siria è ferma, la Jihad islamica palestinese (che era di gran lunga il gruppo palestinese più attivo nel combattere Israele a Gaza, nel 2012) e altri palestinesi si schiereranno con l’Iran, anche se Hamas avrà le mani legate dall’Egitto, ma vi sono sempre degli alleati di Teheran in Iraq, e la Siria non è la sola linea di rifornimento dell’Iran per armare il suo alleato Hezbollah. Ma è anche molto chiaro che l’assedio contro la Siria è un fronte della guerra occulta multidimensionale contro l’Iran. Solo questo dovrebbe far riconsiderare le dichiarazioni dei funzionari degli Stati Uniti e dei loro alleati, di preoccuparsi del popolo siriano soltanto per motivi umanitari e democratici.

Note
[1] Mahdi Darius Nazemroaya, “Obama’s Secret Letter to Tehran: Is the War against Iran On Hold? ‘The Road to Tehran Goes through Damascus,’” Global Research, 20 gennaio 2012.
[2] Jubin M. Goodarzi, Syria and Iran: Diplomatic Alliance and Power Politics in the Middle East (London, UK: I.B. Tauris, 2009), pp.217-228.
[3] Nour Malas and Jay Solomon, “Syria Would Cut Iran Military Tie, Opposition Head Says,” Wall Street Journal, 2 dicembre 2011.
[4] WikiLeaks, “Re: INSIGHT – military intervention in Syria, post withdrawal status of forces,” 19 ottobre 2012.
[5] Ibid.
[6] Lauren Williams, “13 French officers being held in Syria,” The Daily Star, 5 marzo 2012.
[7] Ibid.
[8] Israa Al-Fass, “Mossad, Blackwater, CIA Led Operations in Homs,” trans. Sara Taha Moughnieh, Al-Manar, 3 marzo 2012.
[9] David Ignatius, “Looking for a Syrian endgame,” The Washington Post, 18 luglio 2012.
[10] Dan Williams, “Israel accuses Syria of genocide, urges intervention,” Andrew Heavens ed., Reuters, 10 giugno 2012.
[11] Hassan Shaalan, “Israeli fighting Assad ‘can’t go home,’” Yedioth Ahronoth, 3 gennaio 2013.
[12] Rafael D. Frankel, “Keeping Hamas and Hezbollah Out of a War with Iran,” Washington Quarterly, vol. 35, no. 4 (Fall 2012): pp.53-65.
[13] Ibid.
[14] “Weakened Syria unlikely to join Iran in war against Israel: report,” The Daily Star, 4 gennaio 2013.
[15] Ibid.
[16] Damien McElroy and Robert Tait, “Syria ‘would not join Iran in war against Israel,’” The Daily Telegraph, 3 gennaio 2013.
[17] “Weakened Syria,” The Daily Star, op. cit.
[18] “Syria and Hezbollah won’t join the fight if Israel strikes Iran, top-level report predicts,” Times of Israel, 3 gennaio 2013.
[19] McElroy and Tait, “Syria would not,” op. cit.
[20] Lauren Williams, “New Egypt warms up to Hezbollah: ambassador,” The Daily Star, 29 dicembre 2011.
[21] Hassan Mneimneh, “Lebanon – The Christians of Hezbollah: A Foray into a Disconnected Political Narrative,” The German Marshall Fund of the United States, 16 novembre 2012.
[22] Hilary Leila Krieger, “Israel to join NATO activities amidst Turkey tension,” Jerusalem Post, 23 dicembre 2012; Jonathon Burch and Gulsen Solaker, “Turkey lifts objection to NATO cooperation with Israel,” Mark Heinrich ed., Reuters, 24 dicembre 2012; “Turkey: Israel’s participation in NATO not related to Patriots,” Today’s Zaman, 28 dicembre 2012.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La partita a scacchi geopolitica dietro l’attacco israeliano a Gaza

Mahdi Darius Nazemroaya Global Research, 1 dicembre 2012
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Le recenti ostilità tra la Striscia di Gaza e Israele devono essere considerate nel contesto del grande scacchiere geopolitico. Gli eventi di Gaza sono legati alla Siria e alle manovre regionali degli Stati Uniti contro l’Iran e il suo sistema di alleanze regionale. La Siria è stata compromessa come rifornitrice di armi di Gaza, a causa della sua instabilità interna. Israele ne ha capitalizzato politicamente e militarmente. Benjamin Netanyahu non solo ha cercato di garantirsi la propria vittoria elettorale alla Knesset attraverso l’attacco a Gaza, ma ha utilizzato l’instabilità  sponsorizzata in Siria come un’opportunità per cercare di colpire i depositi di armi dei palestinesi. Netanyahu ha calcolato che Gaza non sarà in grado di riarmarsi, mentre la Siria e i suoi alleati sono distratti. Il bombardamento della fabbrica d’armi Yarmouk in Sudan, che Israele dice essere di proprietà della Guardia Rivoluzionaria Iraniana, faceva probabilmente parte di questo piano ed era  un preludio all’attacco israeliano a Gaza.
In questa partita a scacchi, siedono i cosiddetti “moderati”, una etichetta fuorviante utilizzata congiuntamente da George W. Bush Jr. e Tony Blair per imbiancare la loro cabala regionale di tiranni e regimi arretrati, assieme all’amministrazione Obama e alla NATO. Questi cosiddetti moderati sono i dittatori del deserto del feudale Gulf Cooperation Council (GCC), la Giordania, Mahmoud Abbas e la Turchia. Nel 2011, le file dei moderati furono incrementate dal governo della Libia installato dalla NATO e supportata dalle milizie anti-governative che la GCC/NATO ha  scatenato in Siria. Dall’altro lato della scacchiera si contrappone il Blocco della Resistenza composto da Iran, Siria, Hezbollah (e dagli alleati di Hezbollah in Libano, come Amal e il Movimento patriottico libero), il cosiddetto fronte del rifiuto palestinese, e sempre più l’Iraq. I Fratelli musulmani, emersi quale nuova forza regionale, sono sempre più spinti nel campo moderato da Stati Uniti e CCG, nel tentativo di giocare, in ultima analisi, la carta settaria contro il Blocco della Resistenza.
Forti contrasti tra Gaza e Siria L’attacco israeliano a Gaza è stato un banco di prova. Tutte le voci che spingono continuamente per una McJihad degli USA contro il governo siriano, in nome della libertà, sono sparite dai loro pulpiti o si sono silenziate improvvisamente quando Israele ha attaccato Gaza. Il tele-predicatore di al-Jazeera Yusuf al-Qaradawi e il Gran Mufti Abdul Aziz, prescelto dal dittatore dell’Arabia Saudita, sono rimasti in silenzio. Adnan al-Arour, uno squinternato esiliato religioso siriano che risiede in Arabia Saudita, come i capi spirituali delle forze antigovernative siriane, ha minacciato di punire chiunque dica che al-Qaida è presente tra le loro fila, ed ha anche rimproverato Hamas e i palestinesi per voler combattere contro Israele. I combattimenti a Gaza li hanno veramente messi nei guai. Qui vediamo le contraddizioni della loro “primavera araba”. Vediamo veramente chi sostiene a parole la liberazione della Palestina e chi no. Inoltre, i sostenitori stranieri della Coalizione nazionale siriana, un rimaneggiamento del Consiglio nazionale siriano sono, ironicamente, tutti sostenitori di Israele. Questo è il motivo per cui ricordare che il sostegno che l’Iran, la Siria e Hezbollah hanno fornito a Gaza è diventato un tabù tra i sostenitori delle forze antigovernative in Siria. Tutto quello che possono dire è che, qualsiasi riconoscimento del sostegno che Teheran, Damasco e Hezbollah hanno fornito a Gaza, è un tentativo di “ripulire Bashar al-Assad e i suoi sostenitori.”

Iran, Siria ed Hezbollah hanno aiutato i palestinesi di Gaza
Il razzo iraniano Faijr-5 incarna simbolicamente il sostegno di Teheran alla Palestina. Nonostante il fatto che Israele e Gaza siano di gran lunga impari, sono state prevalentemente le armi e le tecnologie iraniane che hanno cambiato i rapporti di forza. Teheran è stato il principale alleato e sostenitore della resistenza palestinese. Stati Uniti, Israele, Hezbollah, Hamas, Jihad islamica palestinese, e lo stesso Iran hanno riconosciuto ciò in modi diversi. La Jihad islamica palestinese, che è nettamente filo-iraniana, ha apertamente dichiarato che tutto ciò che Gaza ha utilizzato nella lotta contro Israele, dai proiettili ai razzi, è stato generosamente fornito da Teheran. E’ stato anche riportato, durante i combattimenti, che Hezbollah, utilizzando una speciale unità dedicata all’armamento dei palestinesi, riforniva la Striscia di Gaza con alcuni dei propri razzi a lunga gittata. Tutto questo è avvenuto mentre i cialtroni di Arabia Saudita, Qatar e Turchia hanno invece armato le milizie antigovernative siriane. Egitto e Giordania continueranno ad essere dei partner importanti nell’impedire che le armi iraniane arrivino ai palestinesi. I combattenti palestinesi sono stati addestrati in Libano, Siria e Iran. Ironia della sorte, le forze antigovernative in Siria prendono di mira anche i membri dell’Esercito di Liberazione palestinese in Siria. Il sostegno che il Blocco della Resistenza ha dato ai palestinesi mette attori come la Turchia e il Qatar, contrari al governo siriano, in una situazione critica. Questi cosiddetti stati sunniti sono imbarazzati, non solo non riescono ad aiutare una popolazione prevalentemente sunnita, ma la loro mancanza di sincerità è palese. È per questo che vi è lo sforzo attivo di negare il sostegno che l’Iran e i suoi alleati hanno fornito a Gaza.

Scollegare Hamas dal Blocco della Resistenza e iniziare una guerra civile musulmana
Tornado alla storia su tutto questo, l’attacco israeliano a Gaza e il corteggiamento dei moderati verso Hamas non puntano solo alla neutralizzazione di Gaza. I leader di Hamas vengono tentati a scegliere tra il campo moderato e la Resistenza, e sempre più tra l’amministrazione o la resistenza attiva all’occupazione israeliana. Attraverso ciò, una qualche forma di accomodamento tra Stati Uniti e Israele viene ricercata da Hamas. Gli obiettivi sono svincolare i palestinesi, in particolare Hamas, dal Blocco della Resistenza, al fine di presentare l’Iran e i suoi alleati come ripiegati nell’alleanza sciita per dominare i sunniti. Se si è abbastanza stupidi da cadere in questa trappola, si entra nell’”American fitna” (scisma) in pieno dispiegamento, mirando ad innescare una guerra regionale civile musulmana tra sciiti e sunniti. L’amministrazione Obama sta cercando di costruire e allineare un asse sunnita contro gli sciiti della regione.
Si tratta della classica strategia del divide et impera che prevede che USA e Israele dominino la regione mentre i musulmani sono bloccati dal loro salasso interno. Gli sciiti sono sistematicamente vilipesi per gentile concessione della nuova guerra mediatica: Iran, Hezbollah, Bashar al-Assad (un Alawita sempre etichettato come sciita per favorire questo piano) e l’amministrazione di Nouri al-Maliqi in Iraq sono ritratti come i nuovi oppressori dei sunniti. Al loro posto la Turchia, con la sua quasi defunta politica estera del neo-ottomanesimo, e l’Egitto sotto i Fratelli musulmani vengono presentati come i campioni dei sunniti. Non importa che in Egitto, Mohamed Morsi abbia continuato il blocco di Gaza per conto d’Israele o che la Turchia di Erdogan abbia perso la voce quando Israele ha iniziato a bombardare Gaza. Gli Stati Uniti stanno cercando di utilizzare i Fratelli musulmani d’Egitto per controllare Hamas, poiché è Cairo che ha stabilito un cessate il fuoco tra Israele e Gaza. Mentre l’Iran offre tecnologia militare, supporto logistico e finanziario, gli egiziani si sono presentati a Gaza per stabilire una qualche forma di normalità e il GCC per dare finanziamenti alternativi. Questo è il motivo per cui l’emiro del Qatar al-Thani ha visitato Gaza, adescando Hamas con la sua declinante offerta di petrodollari.

La divisione tra sciiti e sunniti è un costrutto politico
All’interno di Hamas vi sono diverse differenze su questo. Mentre Damasco, Teheran e Hezbollah desiderano una qualche forma di riconoscimento pubblico della loro assistenza vitale ad Hamas e ai palestinesi, i funzionari di Hamas sono stati attenti nelle loro dichiarazioni. Quando Khaled Meshaal ha ringraziato Egitto, Qatar e Tunisia nel corso di una conferenza stampa importante, ha malapena menzionato l’Iran. Il fare politico di Meshaal non è sfuggito al segretario generale di Hezbollah Hassan Nasrallah, che ha risposto poche ore dopo chiedendosi retoricamente chi abbia fornito e faticosamente trasferito i razzi Fajr-5 a Gaza?
Nasrallah ha chiesto alla gente di ignorare gli amici opportunisti di Gaza, come i qatarioti e i sauditi che pensano di poterli comprare per accedere nelle grazie dei palestinesi, ma a guardare verso gli amici di Gaza che le hanno permesso di resistere da sola. Poi il leader libanese ha ribadito il sostegno continuo del Blocco della Resistenza al popolo palestinese.
Nonostante la posizione del suo Politburo sulla Siria, Hamas fa ancora parte del Blocco della Resistenza. Ma con una nuova forma, ora. Se la Grecia e la Turchia erano in contrasto tra di loro, mentre erano alleati della NATO, allora Hamas può avere le sue differenze verso la Siria ed essere ancora alleata del Blocco della Resistenza contro Israele. La frattura in Medio Oriente non è settaria, tra sciiti e sunniti, ma è fondamentalmente politica. L’alleanza dei movimenti della resistenza palestinese, prevalentemente sunniti, e del Movimento Patriottico Libero, il più grande partito politico cristiano del Libano, con l’Iran ed Hezbollah a maggioranza sciita, deve disinnescare la percezione che gli Stati Uniti e i loro alleati stanno cercando di coltivare.

Mahdi Darius Nazemroaya è sociologo e ricercatore associato presso il Centre for Research on Globalization (CRG) di Montréal e autore di La globalizzazione della NATO (Clarity Press).
Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La via maestra per Gerusalemme: Hamas ha tradito l’Iran e la Siria

Fida Dakroub Mondialisation.ca, 28 Novembre 2012

Generalità Quando l’emiro del Qatar, Hamad, era arrivato a Gaza a capo di una folta delegazione tra cui sua moglie Moza e il suo primo ministro Hamad, che non è lo sceicco emiro, è stato accolto dal capo del governo di Hamas, Ismail Haniyeh, che aveva organizzato una grande cerimonia per l’occasione. I due uomini stavano fianco a fianco, mentre gli inni nazionali palestinese e del Qatar venivano suonati. Naturalmente il tappeto rosso è stato srotolato in suo onore, e l’emiro è stato poi salutato da una folla di Hamas, dai ministri del governo di Gaza e dal leader in esilio del movimento, Saleh Arouri, entrato in territorio palestinese per l’occasione più gloriosa. [1] Inoltre, il signor Taher al-Nunu, portavoce del capo del governo di Hamas a Gaza, che avrà ingoiato la lingua quando recitava  fedeltà al nuovo emiro, aveva detto che la visita è stata di grande importanza politica perché era il primo leader arabo, o piuttosto “arabico” secondo la nostra nomenclatura [2], a rompere la politica del blocco [3].
Mortaretti sono stati sparati con gioia, ovviamente nel cielo di Gaza, assediata da un millennio e più, dalla soldataglia israeliana e dal tradimento arabo. Per le strade, migliaia di bandiere palestinesi e qatariote erano appese assieme a foto giganti dello sceicco Hamad: “Grazie al Qatar che mantiene le sue promesse” (sic) o “Benvenuto” si poteva leggere sui cartelli lungo la strada Salahuddin, che attraversa il territorio palestinese da nord a sud. L’emiro aveva accettato di aumentare gli investimenti del Qatar da 254 a 400 milioni di euro, ha dichiarato Haniyeh nel corso di una cerimonia a Khan Younis, in presenza dello sceicco Hamad, ponendo la prima pietra di un progetto per alloggiare le famiglie palestinesi svantaggiate, che avrebbe avuto anche il nome di sua allegrezza: Hamad o emiro del Qatar.
L’onnipresenza di sua allegrezza ha preceduto l’operazione militare israeliana denominata “pilastro della difesa“, questa corsa improvvisa per l’influenza del Qatar a Gaza, nell’estasi dei leader di Hamas sul valico di Rafah toccati dallo Spirito Santo oscurantista del dispotismo arabo; questa ascesa dell’emiro mentre scendeva, questa sua apparizione mentre si nascondeva, questo silenzio mentre parlava, questo rumore mentre restava in silenzio, non erano un privilegio della natura, come proclamato dall’emiro e dai suoi adulatori, né una allucinazione collettiva, come sostengono i suoi detrattori, ma solo un errore di calcolo dei leader di Hamas dopo il vile tradimento verso la Siria e l’Iran.

Il tradimento di Hamas verso la Siria e l’Iran
Prima di ogni altra cosa, ciò che mancava ai media della “resistenza” durante le ultime violenze a Gaza, è stato il coraggio! Non quello di insultare il loro “nemico” Israele, ma piuttosto il coraggio di svergognare il cosiddetto “alleato”, quando si è trasformato in Dalila, e l’”alleanza” con lui dalla capigliatura ambita da Sansone [4]. Questo è ciò che i media pretesi “resistenti” non osavano fare in risposta al tradimento di Hamas verso la Siria e l’Iran. Inoltre, lontano dal rumore dei proiettili e dei razzi di entrambe le parti, una domanda molto semplice s’impose il primo giorno delle operazioni contro Gaza, a cui né i media arabi “resistenti”, né quelli d’Israele ebbero il “coraggio” di rispondere: cosa ha spinto il primo ministro israeliano, Netanyahu, a dare via libera all’operazione militare? La semplicità di questa domanda, a questo punto, non esclude una certa difficoltà a rispondere infine; la “risposta” non ce l’aspettiamo, naturalmente, da una tale confusione mediatica che non serve a presentare i fatti oggettivi dell’operazione, o a “rispondere” alla domanda precedente.
In altre parole, tutto ciò che è stato detto, tutto ciò che è stato pubblicato, sia dai media israeliani che dai loro “nemici”, i media “resistenti”, non formano, secondo l’analisi del discorso, materia analitica di fatti oggettivi che riportino all’operazione “pilastro della difesa“, e la sola analisi da trarre dalla sintesi dei due discorsi, israeliano e “resistente”, è che i due gruppi hanno saputo ben gestire, durante la condotta delle operazioni militari, l’arte della propaganda! Infatti, all’inizio della campagna imperialista contro la Siria nel marzo 2011, Hamas si è schierata con la cosiddetta “rivoluzione siriana”, o anche con la guerra imperialista contro la Siria, giustificandosi dicendo di spostare il “fucile da una spalla all’altra“, secondo l’espressione libanese per “sottomissione alla volontà dei popoli arabi” in piena primavera araba. [5]
Basta fare un parallelo con la visita del Primo Ministro del movimento islamico palestinese di Hamas, Ismail Haniyeh, a Cairo il 24 febbraio 2012, quando aveva lodato ciò che aveva chiamato la “ricerca del popolo siriano della libertà e della democrazia [6]” (sic). “Mi congratulo con l’eroico popolo di Siria, che anela alla libertà, alla democrazia e alle riforme”, aveva detto Haniyeh davanti a una folla di sostenitori riuniti nella moschea di al-Azhar, per una manifestazione dedicata al “supporto” (sic) alla moschea di al-Aqsa a Gerusalemme e al popolo siriano. [7] E’ anche interessante sapere che la prima visita ufficiale del Primo Ministro Haniyeh, da Gaza, fu a Mokattam, sede a Cairo dei Fratelli musulmani, dove aveva detto che Hamas è un “movimento jihadista palestinese della Fratellanza”. Haniyeh aveva parlato a una folla di sostenitori della Fratellanza musulmana, che scandiva “Né Iran, né Hezbollha“, “Siria islamica“, “Fuori Bashar, vattene macellaio“, mentre sua Santità Haniyeh era rimasto di marmo [8].
Inoltre, va notato che Hamas non è solo un movimento islamista palestinese, ma ha anche da una precisa ideologia; i Fratelli musulmani sono i peggiori nemici del potere politico in Siria. I suoi tre fondatori, Ahmed Yassin, Abdel-Aziz al-Rantisi e Mohammed Taha erano anche loro dei Fratelli musulmani, il che spiega perché i leader di Hamas si sono rivolti contro il presidente Bashar al-Assad, storico sostenitore della causa palestinese, dopo che per molti anni la Siria li ha sostenuti  contro Israele, ripiegando bruscamente di 180°, per posizionarsi nel campo contrapposto a Damasco, tradendola alleandosi a Turchia, Egitto, emirati e sultanati arabi del Golfo Persico, entrando in conflitto con l’”asse della resistenza” o arco sciita, secondo la nomenclatura della reazione araba e dell’imperialismo mondiale.

Hamas sulla strada dell’accordo Oslo 2
Soprattutto, secondo Amos Harel, analista del quotidiano israeliano Haaretz, all’inizio dell’operazione militare israeliana a Gaza, né Hamas né Israele avevano interesse a un confronto militare prolungato, o ad impegnarsi in un nuova “farsa” come la guerra di Gaza nel 2008-2009. Inoltre, Harel ha aggiunto che la valutazione dei servizi segreti israeliani, riferita all’ufficio del primo ministro Netanyahu, dichiarava che Hamas si considerava fuori dal confronto militare, e non aveva alcun interesse ad interferire. Ha detto anche che, ogni volta che Hamas doveva scegliere tra il valore reale della resistenza e il potere politico, ha sempre scelto quest’ultimo. [9]
Diversi indizi ci inducono a concludere che Hamas si stia muovendo verso una nuova “Oslo”, che porterebbe al riconoscimento di Israele, in primo luogo, e ad abbandonare l’”asse della resistenza”, tradendo la Siria e l’Iran. Ricevendo la benedizione dello Spirito Santo della reazione araba, posizionandosi nel campo dei cosiddetti “arabi moderati”, vale a dire per la guerra imperialista contro la Siria, Hamas apre, infatti, una porta verso una nuova “Oslo” che porterebbe al riconoscimento di Israele sponsorizzato, questa volta, dall’emirato del Qatar. La “grandiosa” visita di sua allegrezza l’emiro del Qatar a Gaza lo conferma, soprattutto dopo che l’emiro aveva annunciato un aiuto di 400 milioni di dollari per Gaza [10] e 2 miliardi di dollari per l’Egitto [11].
In secondo luogo, la sponsorizzazione dell’ultimo cessate il fuoco tra Israele e Gaza da parte dell’Egitto, e la sua conclusione improvvisa, ha escluso le organizzazioni palestinesi che continuano ad adottare la scelta della resistenza, e che non sono ancora coinvolte nella Santa Alleanza contro la Siria, come la Jihad islamica e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. A questo si aggiunga che l’intervento dell’Egitto e la sua precipitazione alla dichiarazione del cessate il fuoco, hanno anche lo scopo di supportare l’autorità di Hamas a Gaza contro la Jihad e il FPLP. Va notato qui che Hamas non ha preso parte alle schermaglie che hanno preceduto l’assassinio di al-Jaabari, tra Israele da una parte e le organizzazioni palestinesi dall’altra parte, e che i combattenti di Hamas non hanno sparato un solo colpo contro Israele, durante gli scontri precedenti; i suoi leader non volevano lasciarsi provocare a uno scontro con Israele, cosa che avrebbe interferito con il loro proposito di mettersi sotto il mantello dell’emiro del Qatar, Hamad. Più tardi, Hamas è stata costretta a prendere parte alle operazioni militari solo dopo l’assassinio di uno dei suoi comandanti, al-Jaabari; altrimenti la “farsa” sarebbe stata scandalosa!
In terzo luogo, quando Cairo ha segnalato il cessate il fuoco, il leader di Hamas, Khaled Mashaal, non ha fatto il minimo riferimento al ruolo della Siria o della Repubblica Islamica dell’Iran, che hanno sostenuto, in tanti anni, la causa palestinese; in particolare Hamas. Ciò ha indotto il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ad alludere all’ingratitudine e alla mancanza di riconoscimento dei leader di Hamas verso l’Iran e la Siria. [12]
In quarto luogo, la “sorpresa della sorpresa” che abbiamo dai leader di Hamas è l’ultima fatwa [13] che vieta, sotto pena di scomunica, attacchi contro Israele [14]! Tale fatwa viene utilizzata per stabilire e dare legittimità religiosa all’accordo di pace imminente tra Israele e Hamas, e ciò su tre livelli: rapporti con Israele, rapporti intra-palestinesi, e rapporti inter-arabi.

La fatwa di Hamas che vieta le operazioni militari contro Israele
In primo luogo, a livello di relazioni con Israele, una fatwa faciliterebbe nel prossimo futuro la dichiarazione di Gaza a territorio “indipendente”, non da Israele, ma dalla Cisgiordania, dove il capo dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas, ha passato a Ramallah il resto della vita lottando, così per dire, come Simón Bolívar, contro il vuoto e la noia, a caccia di mosche verdi nel labirinto  del suo penoso ozio [15]. Inoltre, questa fatwa conferma, prima di tutto, la frontiera della “Palestina” e la formalizza! Non la Palestina del 1948, né del 1967, né del 1992, ma piuttosto una sorta di miniatura di una qualsiasi Palestina microscopica, che si estenda lungo la costa del Mediterraneo, da nord a sud della Striscia di Gaza!

Congratulazioni Hamas! Madre de Deus, Nostro Sennor! [16]
In secondo luogo, a livello intra-palestinese, la fatwa vieta qualsiasi azione militare contro Israele,  definendo quindi Hamas come l’unica autorità militare, politica, civile e religiosa di Gaza, l’unica che potrebbe decidere la guerra o la pace con Israele. Tuttavia, questa “ascesa” di Hamas fra gli dei formalizza e istituzionalizza il suo potere non solo a Gaza, ma anche nella diaspora palestinese,  accelerando la creazione di due “entità” isolate e separate dal territorio Israele: l’emirato di Hamas a Gaza e la contea dell’OLP nella West Bank.

Che farsa! Che tragedia! Allora il Signore fu con Giosuè, e la sua fama si diffuse in tutto il paese [17]
In terzo luogo, a livello inter-arabo, la fatwa è una dichiarazione di Hamas, chiara come il cielo blu di Beirut a luglio, della rottura completa con il resto dei paesi arabi che ancora resistono alla normalizzazione con Israele, e conferma anche che la resistenza non è più una scelta, e ciò con  dispiacere del discorso trionfalistico dei millantatori e degli sbruffoni dei media palestinesi e di quelli etichettati “resistenti”, dopo la dichiarazione della tregua tra Israele e Gaza.

Cosa è successo a Nasreddin Hodja Djeha quando tagliò il ramo su cui sedeva
Nasreddin Hodja Djeha stava a cavalcioni di un grosso ramo di ciliegio, coi calzoni larghi e un lungo caffettano bianco che circondava la sua vita e le gambe che ondeggiavano da una parte all’altra, ogni volta che brandiva l’ascia.
- Salute su di voi, Effendi Nasreddin Hodja Djeha! gli disse una voce.
- Che sia con te, Effendi Khalid! disse Nasreddin Hodja Djeha stando seduto sul ramo. Posando la sua ascia, sistemava il turbante che gli era scivolato.
- Cadrai dall’albero! gli disse Khalid, Guarda che ci sei seduto!
- Faresti meglio a guardare dove cammini, rispose Nasreddin Hodja Djeha. Le persone che guardano le cime degli alberi e le nuvole è sicuro che sbattono le dita dei piedi.
Improvvisamente, il ramo cadde a terra, seguito dall’ascia e poi da Nasreddin Hodja Djeha. Era troppo occupato per notare che era seduto sul lato sbagliato del ramo che stava tagliando. In conclusione, sembra che il destino di Hamas, dopo la rottura con la Siria e l’Iran e dopo il precipitazione dei suoi dirigenti a presentarsi sotto il mantello dell’emiro del Qatar, non sarà in nessun punto meno tragico del destino di mullah Nasreddin Hodja Djeha quando tagliò il ramo su cui era seduto. Escludendosi dalla retroguardia – Iran e la Siria – la Striscia di Gaza sarà da oggi vittima degli stati d’animo dei re d’Israele.

Fida Dakroub, Ph.D Sito ufficiale dell’autrice: FidaDakroub.net

Note
[1] L’Orient-Le Jour, 23 ottobre 2012, “L’emiro del Qatar, ‘il primo leader arabo a rompere la politica del blocco’ a Gaza
[2] Distinguiamo nei nostri scritti l’arabo e l’arabico o abitante della penisola arabica, che per il suo substrato culturale, si oppone al primo. Quest’ultimo è stato creato in Siria, proprio a Damasco, attraverso le civiltà siriaca e greca, o cristiano siriana, una delle più grandi civiltà della storia umana, la civiltà araba.
[3] loc.
[4] Tra i testi biblici che hanno ispirato l’artista, vi è la saga di Sansone e Dalila con la loro disavventura. Questa storia appare nel libro dei Giudici (13: 1-16: 22).
[5] L’autrice usa l’espressione ironica “la primavera degli arabi” al posto della “primavera araba”.
[6] France 24, 24 febbraio 2012, “Hamas formalizza il suo divorzio con il regime di Damasco.”
[7] loc.
[8] loc.
[9] Harel, Amos, 15 novembre 2012, “L’escalation a Gaza non significa necessariamente che Israele vada in guerra”, Haaretz.
[10] Rudoren, Jodi, 23 ottobre 2012, “L’emiro del Qatar visita Gaza donando 400 milioni di dollari ad Hamas“, The New York Times.
[11] Henderson, Simon, 22 ottobre 2012, “L’emiro del Qatar visita Gaza“, Washington Institute
[12] Dichiarazione del segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah.
[13] Una fatwa è, nell’Islam, una consulenza legale fornita da uno specialista in legge islamica su una particolare questione.
[14] Kamal, Sana, 27 novembre 2012, al-Akhbar
[15] Allusione al romanzo di Gabriel García Márquez “Il generale nel labirinto“. Si tratta di un racconto romanzato degli ultimi giorni di Simon Bolivar, il liberatore e leader della Colombia, che racconta anche l’ultimo viaggio di Bolivar da Bogotà fino alla costa settentrionale della Colombia, nel suo tentativo di lasciare l’America del Sud esiliandosi in Europa.
[16] Madre di Dio, nostro Signore. Il manoscritto del Cantigas de Santa María è una delle più grandi collezioni di canzoni monofoniche della letteratura medievale occidentale, scritta durante il regno di re Alfonso X di Castiglia, conosciuto come el Sabio o il Saggio (1221-1284).
[17] Libro di Giosuè, 6:27.

Dottoressa ricercatrice in Studi francesi (University of Western Ontario, 2010) Fida Dakroub è una scrittrice e ricercatrice in teoria bachtiniana. È anche un’attivista per la pace e i diritti civili.
Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio SitoAurora

Israele contro Hamas: Teatro Mortale

Tony Cartalucci – LandDestroyer

L’Occidente ha creato e gestisce Israele, Hamas, l’”Esercito libero siriano” e la Fratellanza Musulmana, quando il pubblico ha bisogno di essere manipolato, si avvia un balletto mortale

16 novembre 2012 (LD) – L’alleato occidentale, finanziato, armato e diretto da organizzazioni estremiste settarie, vale a dire al-Qaida, la Fratellanza musulmana e le sue controllate Hamas e il cosiddetto “Esercito libero siriano“, sono stati creati, e oggi sono sostenuti specificamente, per contrastare la reale opposizione ai disegni di egemonia occidentale su tutto il mondo musulmano. L’Occidente ha creato e continua a far esistere Israele nello stato attuale, come nazione volutamente provocatoria che funge da testa di ponte per gli obiettivi occidentali in tutta la regione, così come a continuare a costituire le fila dei gruppi estremisti che vengono, poi, scagliati contro i nemici dell’Occidente. Mentre Israele conduce operazioni contro Hamas a Gaza, sostiene i loro affiliati in Siria, appena oltre il confine sulle alture del Golan, anche attraverso un grande coordinamento con Stati Uniti, Francia, Inghilterra, Arabia Saudita e Qatar. Mentre i rappresentanti degli Stati Uniti spesso si incontrano a Doha, in Qatar, per sostenere e continuare a puntellare il fronte politico che funge da copertura per gli occidentali, i terroristi in Siria sono sostenuti da Arabia Saudita e Qatar.
Il capo assoluto del Qatar, lo sceicco Hamad bin Khalifa al-Thani, entrando e uscendo da Gaza, ha versato 250 milioni di dollari ad Hamas, poco prima che scoppiasse l’ultimo violento conflitto Israele-Hamas. E’ documentato che dal 2007 Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita sono collusi nell’armare e scatenare gli estremisti settari, sia di al-Qaida che i Fratelli musulmani, contro i loro comuni nemici di tutta la regione. Usando il Qatar come base per le operazioni, l’Occidente non solo sostiene continuamente il cosiddetto “Consiglio nazionale siriano”, ma vi ha insediato il Doha Center, think-tank della Brookings Institution, finanziato dalle corporations. Dobbiamo credere che il Qatar stia, non così segretamente, cercando di distruggere Israele proprio sotto il naso degli Stati Uniti? Senza condanne o proteste dagli Stati Uniti o da uno dei loro compari? Per quanto difficile sia da credere, l’attuale governo di Israele sta deliberatamente mettendo in pericolo la vita dei suoi cittadini e soldati eseguendo una trovata geopolitica, orchestrata e finalizzata ad acquisire quel sostegno popolare che Hezbollah aveva ottenuto difendendo il Libano nel 2006. A differenza del 2006, in cui Hezbollah, secondo fonti occidentali, è stato sostenuto da Siria e Iran, oggi Hamas è, come lo è sempre stato, sostenuto da Arabia Saudita e Qatar, con Israele e gli Stati Uniti che svolgono un ruolo dissimulato finanziando, infiltrando, dirigendo e manipolando l’organizzazione.

Hamas è stata creata da Israele: Occidente e USA usano gli estremisti per le proprie macchinazioni
Il Wall Street Journal ha riportato nel suo articolo “Come Israele ha creato Hamas“, che: “‘Hamas, con sommo dispiacere, è una creazione di Israele’, dice il signor Cohen, un ebreo tunisino che lavorava a Gaza da più di due decenni. Responsabile per gli affari religiosi della regione fino al 1994, il signor Cohen guardava il movimento islamista prendere forma, affrontare i rivali laici palestinesi e poi trasformarsi in quello che è oggi, un gruppo militante che ha giurato di distruggere Israele. Invece di cercare di frenare gli islamisti di Gaza fin dall’inizio, dice il signor Cohen, Israele li ha tollerati per anni e, in alcuni casi, li ha incoraggiati come contrappeso ai nazionalisti laici dell’Organizzazione della Liberazione della Palestina e la sua fazione dominante, Fatah di Yasser Arafat. Israele ha collaborato con l’infermo e semicieco chierico sceicco Ahmed Yassin, anche se stava ponendo le basi di ciò  che sarebbe diventata Hamas. Sheikh Yassin continua ad ispirare militanti oggi, durante la recente guerra di Gaza; i combattenti di Hamas affrontano le truppe israeliane con le “Yassin”, lanciagranate primitive nominate in onore del chierico.” Ciò è, infatti, esattamente il compito che Hamas svolge oggi, contrastare l’opposizione reale dividendo e mettendo le une contro le altre le diverse  fazioni ed organizzazioni musulmane e secolari, immergendole nella confusione e negli scontri armati, impedendo la nascita di un grande fronte unito contro l’espansione occidentale e lo sfruttamento di tutta la regione.
I gruppi estremisti strettamente allineati ad Hamas, tra cui al-Qaida e i Fratelli musulmani, si diffusero in Iraq durante l’occupazione degli Stati Uniti,  disgregando “casualmente” la resistenza unita sunnita-sciita, e creando sanguinose lotte interne che spezzarono la schiena dell’opposizione contro l’occupazione straniera. Queste stesse reti utilizzate per inondare l’Iraq di terroristi provenienti da tutta la regione, dal 2007 sono utilizzate dall’Occidente, incluso Israele, per avviare il grande confronto con Hezbollah in Libano, così come con la Siria e l’Iran. Come dimostrato dal vincitore del Premio Pulitzer, il giornalista Seymour Hersh, in “The Redirection” pubblicato quello stesso anno sul New Yorker, molti di questi estremisti settari sono in realtà direttamente affiliati ad al-Qaida. L’articolo affermava in particolare (il corsivo è mio): “Per indebolire l’Iran, prevalentemente sciita, l’amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le sue priorità in Medio Oriente. In Libano, l’Amministrazione ha collaborato con il governo dell’Arabia Saudita, sunnita, nelle operazioni clandestine che hanno lo scopo d’indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli Stati Uniti hanno inoltre preso parte ad operazioni segrete contro l’Iran e la sua alleata Siria. Un sottoprodotto di queste attività è stato il rafforzamento dei gruppi estremisti sunniti che sposano una visione militante dell’Islam, e che sono ostili agli USA e in sintonia con al-Qaida”. “The Redirection“, Seymour Hersh (2007)
L’articolo di Hersh continuava affermando: “Il governo saudita, con l’approvazione di Washington, avrebbe fornito fondi e aiuti logistici per indebolire il governo del presidente Bashir Assad, in Siria. Gli israeliani credono che mettendo sotto una tale pressione il governo di Assad, lo renderà più conciliante e aperto ai negoziati.” “The Redirection“, Seymour Hersh (2007)

Immagine: secondo la relazione di West Point sulla rete di al-Qaida utilizzata per incanalare combattenti stranieri in Iraq, intitolata “Bombers, Bank Accounts and Bleedout: al-Qa’ida’s Road In and Out of Iraq“, viene approfondito ciò che davvero si cela dietro l’afflusso di terroristi, su come è stato realizzato e sulla gamma di opzioni che possono essere applicate per impedire che ciò accada. La relazione fornisce un’ampia visione di come la NATO e gli Stati del Golfo Persico utilizzino al-Qaida per destabilizzare la Siria, oggi, e di come questi interessi, assai probabilmente finanzino, indirizzino e manipolino Hamas. Anche il legame tra gruppi estremisti e finanziamento saudita è stato menzionato nella relazione, e riflette le prove presentate dal Centro West Point per lotta al terrorismo, indicando che la maggior parte dei combattenti e dei finanziamenti dietro la violenza settaria in Iraq, provenga dall’Arabia Saudita.

L’articolo di Hersh afferma esplicitamente: “…Bandar [dell'Arabia Saudita] e altri sauditi hanno assicurato la Casa Bianca che “non mancheranno di tenere sottocchio molto da vicino i fondamentalisti religiosi. Il loro messaggio per noi era ‘Abbiamo creato questo movimento, e siamo in grado di controllarlo.’ Non è che non vogliamo che i salafiti lanciano bombe, ma che li lancino contro Hezbollah, Moqtada al-Sadr, l’Iran e ai siriani, se continuano a cooperare con Hezbollah e l’Iran“. “The Redirection“, Seymour Hersh (2007)
E già nel 2007, il diretto sostegno occidentale alla Fratellanza Musulmana era in corso: “Ci sono prove che la strategia di reindirizzamento dell’Amministrazione abbia già beneficiato la Fratellanza. Il Fronte di Salvezza Nazionale siriano è una coalizione di gruppi di opposizione, i cui principali soci sono una fazione guidata da Abdul Halim Khaddam, ex-vicepresidente siriano che disertò nel 2005, e la Fratellanza. Un ex alto ufficiale della CIA mi ha detto: “Gli statunitensi hanno fornito sostegno politico e finanziario. I sauditi stanno prendendo l’iniziativa con il supporto finanziario, ma vi è il coinvolgimento statunitense.” Ha detto che Khaddam, che ora vive in Parigi, aveva ottenuto finanziamenti dall’Arabia Saudita, con l’assenso della Casa Bianca. (Nel 2005, una delegazione di membri del Fronte si incontrava con funzionari del Consiglio nazionale di sicurezza, secondo la stampa.) Un ex funzionario della Casa Bianca mi ha detto che i sauditi avevano fornito ai membri del Fronte i documenti di viaggio.” “The Redirection“, Seymour Hersh (2007)
Se al-Qaida, i Fratelli musulmani e Hamas sono davvero una minaccia per l’Occidente e i suoi alleati, chiaramente l’Occidente deve incolpare solo se stesso. L’Occidente ha, e fino ad oggi, ancora puntella questi gruppi estremisti finché la loro credibilità in tutto il mondo musulmano ha cominciato a vacillare. Potrebbe essere questo il ragionamento dietro l’ultimo scontro tra Israele e Hamas? Un tentativo di ricostruire una credibilità gravemente danneggiata, dopo quasi due anni di supporto da Stati Uniti, Israele, Arabia e Qatar, nel piano contro la Siria? E’ una versione molto più grande degli assalti alle proprie ambasciate di recente ideate dagli USA, volte a riaffermare la narrativa della “Guerra al Terrore” dopo che la Russia aveva apertamente accusato gli Stati Uniti di armare e finanziare direttamente al-Qaida in Siria? O potrebbe semplicemente essere che Israele “ripulisca” Hamas dagli inevitabili “veri credenti” alla causa, lasciandovi solo agenti doppi cooptati, dopo le violenze? Forse entrambe le cose.
Una cosa è certa, la minaccia che Hamas rappresenta per Israele è direttamente proporzionale al sostegno che dà all’organizzazione, sotto forma di aiuto finanziario e militare segreto, così come continuamente alimenta la sua causa retorica attraverso provocazioni palesi e continue, dirette al popolo della Palestina. E’ chiaro che l’unica vera minaccia esistenziale che Israele e il suo popolo affrontano sono la doppiezza, l’inganno e i piani del loro stesso governo. Mentre il conflitto continua, è assolutamente indispensabile capire e tenere a mente l’illegittimità di Hamas e dei suoi affiliati, sia di al-Qaida che della Fratellanza musulmana, così come di ogni organizzazione attualmente appoggiata dall’Occidente ovunque, dall’Egitto alla Siria e dalla Libia allo Yemen. Mentre delle persone inevitabilmente moriranno su entrambi i lati, nella tentazione di rinvigorire i nostri vecchi pregiudizi pro-palestinesi o pro-israeliani dobbiamo capire che questa divisione è esattamente ciò che l’occidente vuole, un mezzo con cui mira a perseguire i proprio obiettivi di dominio sulla regione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio -  SitoAurora

La guerra al Libano e la battaglia per il petrolio

Prof. Michel Chossudovsky Global Research, 21 ottobre 2012

Nota dell’autore I recenti sviluppi in Siria e Libano puntano verso l’escalation militare, vale a dire verso una grande guerra regionale, che è sul tavolo del Pentagono dal 2004. I confini di Siria e Libano sono circondati. Truppe inglesi e statunitensi sono di stanza in Giordania, l’Alto Comando turco in collaborazione con la NATO sta fornendo sostegno militare all’esercito libero siriano. Le forze navali alleate sono dispiegate nel Mediterraneo orientale. Secondo un recente rapporto d’intelligence del Debka News Service israeliano: “Le truppe statunitensi inviate al confine Giordania-Siria stanno costituendo un quartier generale in Giordania per rafforzarne le capacità militari, nel caso le violenze si riversassero dalla Siria, suggerendo un ampliamento dell’intervento militare statunitense nel conflitto siriano.”
Il dispiegamento di truppe alleate al confine meridionale della Siria è coordinato con le azioni intraprese dalla Turchia e dai suoi alleati al confine nord della Siria. Nel frattempo, il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu ha chiesto il sostegno della NATO contro la Siria, secondo la dottrina della sicurezza collettiva. “Faremo ciò che deve essere fatto, se la nostra frontiera sarà violata di nuovo“, aveva detto ai giornalisti il 13 ottobre. Davutoglu aveva sottolineato la presunta violazione del confine della Turchia da parte della Siria come una violazione dei confini della NATO. Ai sensi dell’articolo 5 del Trattato di Washington, l’attacco a uno stato membro dell’Alleanza Atlantica è considerato come un attacco contro tutti gli stati membri della NATO. “In questo contesto, ci aspettiamo il sostegno dei nostri alleati”, aveva detto Davutoglu, intendendo che sia la Germania che gli altri Stati membri dell’alleanza atlantica dovrebbero agire per difendere la Turchia secondo la dottrina della sicurezza collettiva: “Se un tale attacco si producesse, ciascuna di essi, nell’esercizio del diritto individuale o collettiva alla legittima difesa … assisterà la parte o le parti così attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, compreso l’uso della forza armata per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale…” (Vedi testo completo dell’articolo 5 del Trattato di Washington, aprile 1949).
Inoltre, le azioni di Israele e Turchia sono coordinate nel contesto di una trentennale alleanza militare diretta contro la Siria. In base a tale patto bilaterale, Turchia e Israele sono d’accordo “a collaborare nella raccolta d’intelligence” dalla Siria e dall’Iran. Durante l’amministrazione Clinton, un’intesa triangolare militare tra Stati Uniti, Israele e Turchia venne creata. Questa ‘triplice alleanza’, controllata dall’US Joint Chiefs of Staff, integra e coordina le decisioni dei comandi militari tra Washington, Ankara, Tel Aviv e il quartier generale della NATO, a Bruxelles, riguardanti il Medio Oriente. La triplice alleanza è anche accoppiata all’accordo di cooperazione militare NATO-Israele del 2005, in base al quale Israele è diventato un membro de facto dell’alleanza atlantica. Questi legami militari con la NATO sono visti dai militari israeliani come un mezzo per “rafforzare la capacità di deterrenza d’Israele verso potenziali nemici che lo minacciano, soprattutto l’Iran e la Siria.”

L’ultima bomba a Beirut
L’attentato dinamitardo che ha devastato un quartiere cristiano di Beirut il 19 ottobre, ha provocato 8 morti e più di 80 feriti. Poche ore dopo l’attacco, i media occidentali, così come il Dipartimento di Stato USA, hanno accusato, senza uno straccio di prova, Damasco di essere dietro l’attentato e la morte del direttore del servizio di sicurezza interno del Libano, il Brigadier-Generale Wissam al-Hassan. A seguito di tali segnalazioni, il governo siriano è stato accusato di aver ordinato l”assassinio politico’ di Wisssam al-Hassan, che viene descritto come un componente della fazione anti-siriana di Saad Hariri. “Volevano farlo, e l’hanno fatto“, ha detto Paul Salem, analista regionale della Carnegie Middle East Center. Mentre non vi è alcuna prova del coinvolgimento del governo siriano in questo attentato, molti osservatori hanno sottolineato il fatto che il bombardamento del quartiere cristiano di Beirut assomiglia a quelli svolti dall”opposizione’ dell’esercito libero siriano (ELS) contro la comunità cristiana in Siria.
Il bombardamento di Beirut del 19 ottobre ha le caratteristiche di un attacco sotto falsa bandiera, una provocazione destinata a scatenare una guerra settaria in Libano, così come a destabilizzare il governo della Coalizione 8 marzo, che ha il sostegno di una parte della comunità cristiana. L’obiettivo è forzare alle dimissioni il governo della Coalizione 8 marzo. Il 21 ottobre, due giorni dopo l’attentato di Beirut, Israele e Stati Uniti hanno avviato grandi esercitazioni di guerra, simulando “un attacco missilistico iraniano, siriano e/o di Hezbollah su Israele.” Soldati statunitensi sono ora presenti in Israele e Giordania. Forze speciali britanniche sono state inviate in Giordania.

La guerra del 2006 contro il Libano
Lo sfondo storico di questi eventi recenti dovrebbe essere inteso. Nel 2006, il Libano è stato bombardato dalle forze aeree israeliane. Le truppe israeliane attraversarono il confine e furono respinte dalle forze di Hezbollah. La guerra del 2006 contro il Libano era parte di un piano militare attentamente pianificato e coordinato. L’estensione della guerra del 2006 contro il Libano alla Siria era stata contemplata dai pianificatori militari degli Stati Uniti e di Israele. Quest’ampia agenda militare del 2006 era strettamente legata alla strategia del petrolio e degli oleodotti. Era sostenuta dai giganti petroliferi occidentali che controllano i corridoi petroliferi.
Uno degli obiettivi militari formulati nel 2006 era che Israele ottenesse il controllo delle coste libanese e siriana del Mediterraneo orientale, cioè la creazione di un corridoio costiero che si estendesse da Israele alla Turchia. Il seguente testo scritto nel 2006, al culmine della guerra del Libano del 2006, esamina la geopolitica dei corridoi e dei gasdotti dell’energia e del petrolio, attraverso il Libano e la Siria. Un altro importante obiettivo strategico d’Israele è il controllo sulle riserve di gas offshore nel Mediterraneo orientale, comprese quelle di Gaza, Libano e Siria. Queste riserve di gas costiere si estendono dal confine d’Israele con Egitto al confine turco.

La guerra al Libano e la battaglia per il petrolio
Michel Chossudovsky, Global Research, 26 luglio 2006

Esiste una relazione tra il bombardamento del Libano e l’inaugurazione del più grande oleodotto strategico del mondo, che destinerà più di un milione di barili di petrolio al giorno ai mercati occidentali? Virtualmente ignota, l’inaugurazione dell’oleodotto Ceyhan-Tblisi-Baku (BTC), che collega il Mar Caspio al Mediterraneo Orientale, ha avuto luogo il 13 luglio, fin dall’inizio dei bombardamenti israeliani in Libano. Un giorno prima degli attacchi aerei israeliani, i principali partner e azionisti del progetto BTC, tra cui molti capi di Stato e dirigenti di compagnie petrolifere, erano presenti nel porto di Ceyhan. Poi si precipitarono a un ricevimento inaugurale ad Instanbul, patrocinato dal presidente turco Ahmet Necdet Sezer, nei lussuosi dintorni del Palazzo Cyradan. Vi parteciparono l’Amministratore Delegato della British Petroleum (BP), Lord Browne, insieme ad alti funzionari governativi di Gran Bretagna, Stati Uniti e Israele. La BP guida il consorzio dell’oleodotto BTC. Altri principali azionisti occidentali sono Chevron, Conoco-Phillips, la francese Total e l’italiana ENI. Il ministro dell’energia e delle infrastrutture di Israele, Binyamin Ben-Eliezer era presente assieme ad una delegazione di alti funzionari israeliani del settore petrolifero.
L’oleodotto BTC elude del tutto il territorio della Federazione Russa. Transita attraverso le repubbliche ex-sovietiche dell’Azerbaijan e della Georgia, che sono entrambe diventate ‘protettorati’ degli Stati Uniti, ben integrate in un’alleanza militare con gli Stati Uniti e la NATO. Inoltre, sia l’Azerbaigian che la Georgia hanno accordi di cooperazione militare di lunga data con Israele. Israele ha una quota dei campi petroliferi azeri, dai quali importa circa il venti per cento del suo petrolio. L’apertura del gasdotto aumenterà in modo sostanziale le importazioni petrolifere israeliane dal bacino del Mar Caspio. Ma c’è un’altra dimensione che si correla direttamente alla guerra in Libano. Considerando che la Russia è stata indebolita, Israele è destinato a giocare un ruolo strategico importante nel ‘proteggere’ i corridoi di Ceyhan e la pipeline del Mediterraneo orientale.

La militarizzazione del Mediterraneo Orientale
Il bombardamento del Libano è parte di un piano militare attentamente pianificato e coordinato. L’estensione della guerra alla Siria e all’Iran è già stata contemplata dai pianificatori militari degli Stati Uniti e di Israele. Questa più ampia agenda militare è intimamente legata alla strategia sul petrolio e gli oleodotti. È sostenuta dai giganti petroliferi occidentali che controllano i corridoi petroliferi. Nel contesto della guerra in Libano, Israele cerca il controllo territoriale delle litoraneo del Mediterraneo orientale. In questo contesto, l’oleodotto BTC, controllato dalla British Petroleum, ha cambiato drammaticamente la geopolitica del Mediterraneo orientale, che adesso è collegata, mediante un corridoio energetico, al bacino del Mar Caspio: “[L'oleodotto BTC] cambia considerevolmente lo status dei paesi della regione e cementa una nuova alleanza pro-occidente. Avendo collegato l’oleodotto al Mediterraneo, Washington ha praticamente creato un nuovo blocco con Azerbaijan, Georgia, Turchia e Israele“. (Komersant, Mosca, 14 luglio 2006) Israele fa ora parte dell’asse militare anglo-statunitense, che serve gli interessi dei giganti petroliferi occidentali in Medio Oriente e Asia Centrale. Mentre i rapporti ufficiali dichiarano che l’oleodotto BTC “porterà petrolio ai mercati occidentali“, quello che non viene riconosciuto è che parte del petrolio del Mar Caspio sarà direttamente incanalato verso Israele. A questo proposito, il progetto di oleodotto sottomarino israelo-turco è previsto che colleghi Ceyhan al porto israeliano di Ashkelon e da lì, attraverso le pipeline principali d’Israele, al Mar Rosso.
L’obiettivo di Israele non è solo acquisire petrolio dal Mar Caspio per il proprio consumo interno, ma anche svolgere un ruolo chiave nella riesportazione del petrolio del Caspio verso i mercati asiatici, attraverso il porto di Eilat sul Mar Rosso. Le implicazioni strategiche di questo re-instradamento del petrolio dal Mar Caspio, sono di vasta portata. Così è previsto il collegamento dell’oleodotto BTC alla pipeline Trans-Israele Eilat-Ashkelon, anche noto come Tipline d’Israele, da Ceyhan al porto israeliano di Ashkelon. Nell’aprile 2006, Israele e Turchia annunciarono piani per quattro oleodotti sottomarini che ignorano il territorio siriano e libanese. “La Turchia e Israele stanno negoziando la costruzione di un progetto multi-milionario per il trasporto di acqua, elettricità, gas naturale e petrolio mediante degli oleodotti per Israele, con il petrolio da inviare da Israele verso l’Estremo Oriente. La nuova proposta israelo-turca in discussione, vedrebbe il trasferimento di acqua, elettricità, gas naturale e petrolio ad Israele mediante quattro oleodotti sottomarini”. JPost
Il petrolio di Baku può essere trasportato ad Ashkelon attraverso questo nuovo oleodotto, e da lì  all’India e all’Estremo Oriente. [Attraverso il Mar Rosso]. Ceyhan e il porto mediterraneo di Ashkelon sono situati a soli 400 km di distanza. Il petrolio può essere trasportato in città con petroliere o mediante una pipeline appositamente costruita sott’acqua. Da Ashkelon, il petrolio può essere pompato attraverso oleodotto già esistente verso il porto di Eilat sul Mar Rosso, e da lì può essere trasportato in India e in altri paesi asiatici, su navi petroliere”. (REGNUM)

Acqua per Israele
Parte di questo progetto è una condotta per l’acqua diretta a Israele, pompata dalle riserve del sistema fluviale a monte del Tigri e dell’Eufrate, in Anatolia. Questo è da tempo un obiettivo strategico di Israele a detrimento della Siria e dell’Iraq. L’agenda di Israele riguardo l’acqua è sostenuta dall’accordo di cooperazione militare tra Tel Aviv e Ankara.

Il reindirizzo strategico del petrolio dell’Asia centrale
Il reindirizzo del petrolio dell’Asia centrale e del gas verso il Mediterraneo Orientale (sotto la protezione militare israeliana) per riesportarlo verso l’Asia, serve a minare il mercato dell’energia inter-asiatico, che si basa sullo sviluppo dei corridoi petroliferi che collegano l’Asia centrale e la Russia all’Asia del Sud, alla Cina e all’Estremo Oriente. In definitiva, questo progetto ha lo scopo di indebolire il ruolo della Russia in Asia Centrale e di escludere la Cina dalle risorse petrolifere dell’Asia centrale. È inoltre destinato a isolare l’Iran. Nel frattempo, Israele è emerso come nuovo e potente giocatore nel mercato globale dell’energia.

La presenza militare della Russia in Medio Oriente
Nel frattempo, Mosca ha risposto al progetto di USA-Israele-Turchia per militarizzare il litoraneo  del Mediterraneo Orientale con l’intenzione di stabilire una base navale russa nel porto siriano di Tartus: “Fonti del ministero della difesa ricordano che una base navale a Tartus permetterà alla Russia di consolidare le proprie posizioni in Medio Oriente e garantire la sicurezza della Siria. Mosca intende dispiegare un sistema di difesa aereo attorno alla base, per fornire copertura aerea alla stessa base e a una parte consistente del territorio siriano. (I sistemi S-300PMU-2 Favorit non saranno consegnati ai siriani, ma saranno gestiti da personale russo.)(Kommersant, 2 giugno 2006) Tartus è strategicamente situata a 30 km dal confine con il Libano. Inoltre, Mosca e Damasco hanno raggiunto un accordo per la modernizzazione delle difese aeree siriane così come un programma di sostegno alle forze terrestri, per la modernizzazione dei caccia MiG-29 e dei sottomarini. (Kommersant, 2 giugno 2006). Nel contesto di una escalation a un conflitto, questi sviluppi hanno implicazioni di vasta portata.

Guerra e oleodotti
Prima del bombardamento del Libano, Israele e Turchia avevano annunciato degli oleodotti sottomarini che evitavano la Siria e il Libano. Questi oleodotti sottomarini non violano apertamente la sovranità territoriale del Libano e della Siria. D’altra parte, lo sviluppo di corridoi terrestri alternativi (per il petrolio e l’acqua) attraverso il Libano e la Siria richiederebbe il controllo territoriale israelo-turco delle coste del Mediterraneo orientale di Libano e Siria. L’implementazione di un corridoio terrestre, in contrasto con il progetto di gasdotto sottomarino, richiede la militarizzazione del litoraneo del Mediterraneo orientale, che si estende dal porto di Ceyhan e, attraverso Siria e Libano, arriva al confine israelo-libanese. Non è forse questo uno degli obiettivi occulti della guerra in Libano? Aprire uno spazio che permetta ad Israele di controllare un vasto territorio che si estende dal confine libanese alla Turchia attraverso la Siria.
Vale la pena notare che l’Accademia militare degli Stati Uniti aveva previsto la formazione di un “Grande Libano” che si estenda lungo la costa tra Israele e la Turchia. In questo scenario, tutta la costa siriana sarà collegata ad un protettorato israelo-anglo-statunitense. Il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha dichiarato che l’offensiva israeliana contro il Libano “durerà molto tempo“. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno accelerato l’invio di armi a Israele. Vi sono obbiettivi strategici sottesi alla “Lunga Guerra”, collegati al petrolio e agli oleodotti. La campagna aerea contro il Libano è inestricabilmente legata agli obiettivi strategici israelo-statunitensi sul Medio Oriente, compresi Siria e Iran. Recentemente, la Segretaria di Stato Condoleeza Rice ha dichiarato che lo scopo principale della sua missione in Medio Oriente non è cercare un cessate il fuoco in Libano, ma piuttosto isolare la Siria e l’Iran. (Daily Telegraph, 22 luglio 2006). In questo particolare momento, il rifornimento di scorte a Israele di armi di distruzione di massa degli Stati Uniti, punta ad un’escalation della guerra sia entro che oltre i confini del Libano.

Michel Chossudovsky è l’autore del best seller internazionale “The Globalization of Poverty”, pubblicato in undici lingue. E’ Professore di Economia presso l’Università di Ottawa e Direttore del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione.  È anche collaboratore dell’Enciclopedia Britannica. Il suo libro più recente è intitolato: La “guerra al terrorismo” dell’America, Global Research, 2005. Per ordinare il libro di Chossudovsky, clicca qui.

Per ulteriori informazioni sulla campagna contro l’oleodotto BTC

Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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