L’amministrazione Obama ha pianificato la distruzione della Libia e la morte di Gheddafi

Le rivelazioni del contrammiraglio degli Stati Uniti Charles R. Kubic
Reseau International 27 aprile 2014

Reuters_VP-lybia(1)Secondo il contrammiraglio dell’US Navy Charles R. Kubic, subito dopo i bombardamenti della NATO nel marzo 2011 per punire il regime libico, Muammar Gheddafi era “pronto a dimettersi“. “Era pronto ad andare in esilio e a mettere fine alle ostilità“. Secondo Kubic, l’amministrazione Obama scelse di continuare la guerra senza consentire ai negoziati di pace di andare avanti. Kubic esige che un’inchiesta sia condotta dal Congresso.
Il 19 marzo 2011, la segretaria di Stato Hillary Clinton fece un annuncio drammatico da Parigi a nome della “comunità internazionale”, chiedendo che Gheddafi, alleato degli Stati Uniti dall’11 settembre contro il terrorismo di al-Qaida, rispettasse il cessate il fuoco della risoluzione ONU. Lo stesso giorno, le forze aeree e navali della NATO iniziarono la guerra contro Gheddafi che combatteva contro al-Qaida, per sostenere e far poi vincere i ribelli di al-Qaida contrari al regime di Gheddafi. Zio Sam aderì alla jihad in Libia.
Secondo Kubic, Gheddafi voleva discutere della propria abdicazione in modo accettabile con gli Stati Uniti. Il giorno successivo, 20 marzo 2011, Kubic inoltrò la richiesta di colloquio di Gheddafi presso il comando dell’US AFRICOM, che sarebbe stato favorevole ai negoziati. L’AFRICOM rispose rapidamente con interesse e stabilì le comunicazioni tra i militari degli Stati Uniti e della Libia. Il 22 marzo, Gheddafi iniziò a ritirare le sue truppe dalle città ribelli di Bengasi e Misurata. Il cessate-il-fuoco chiesto da Hillary Clinton sembrava essere a portata di mano, con la cessione del potere e il possibile esilio di Gheddafi. Poi, secondo Diana West, nel suo ultimo libro “American Betrayal“, Kubic ebbe l’ordine di “ritirarsi” dall’AFRICOM, un ordine dell’amministrazione Obama.
La domanda posta da Diana West è perché l’amministrazione Obama sabotò i colloqui sulla tregua che avrebbero portato ad un cambio di potere senza spargimento di sangue e probabilmente impedito la distruzione della Libia da parte delle forze NATO?
Ma la domanda in ultima analisi, al di là dell’articolo di Diane West, è fino a che punto il piano atlantista non mirava a distruggere e indebolire la Libia, indebolendo tutta la sub-regione per garantirsene il controllo militare e politico?

G8: AL VIA ULTIMA GIORNATATraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: campo di battaglia tra occidente ed Eurasia

Dalla “primaverizzazione” degli arabi all’Innocenza dei musulmani

Ahmed Bensaada, Global Research, 11 ottobre 2012

404619Le scienze sperimentali esplorano le proprietà di un materiale spesso sottoponendone un campione a un certo segnale. L’analisi della risposta del campione al segnale determina le caratteristiche del materiale, spesso nascoste. Per quanto sorprendente possa sembrare, è lo stesso nelle discipline umanistiche. A questo proposito, le risposte politiche e sociali suscitate dalla pizza islamofoba intitolata “L’innocenza dei musulmani” sono istruttive in più di un modo. Infatti, anche se di qualità molto scarsa, il “segnale d’interferenza” ha contribuito a portare alla luce alcune interessanti informazioni sui paesi democratizzatori e i paesi arabi “democratizzati”, in grazia alla recente primavera.
In primo luogo, a modo di prefazione, si noti che è inaccettabile che una persona, a prescindere delle sue azioni o appartenenze ideologiche, sia gettata alla folla, torturata in luogo pubblico o linciata da folle isteriche. Inoltre, si noti che non vi è niente di più degradante che gioire per la morte di un essere umano, deliziarsi delle sordide scene di tortura o godere svilendo, insultando o deridendo un corpo. Solo la giustizia deve essere invocata ed applicata in conformità con le leggi e i trattati internazionali.

Tortura, omicidio e comportamentismo
L’aria triste esibita sinceramente da Clinton dopo l’esecuzione abominevole del suo ambasciatore in Libia, è in netto contrasto con la sua impudente (e sincera) risatina di gioia alla notizia del terrificante linciaggio di Gheddafi. Lasciandosi anche andare ad una efferata tirata indecente “Siamo venuti, abbiamo visto, è morto” riferendosi più al film “Gostbusters” [1], che al famoso Giulio Cesare [2].
Inoltre, a differenza di quelle del diplomatico statunitense, le immagini odiose della vecchia “guida” libica, massacrata ed esposta come un trofeo di caccia al fianco di suo figlio, sono rimbalzate sui titoli dei giornali, del web e della televisione di tutto il Mondo. Due vili eventi simili, ma due trattamenti mediatici contrastanti. D’altra parte, vale la pena ricordare che l’esposizione dei cadaveri di due membri della famiglia Gheddafi non solo è in totale contrasto con le regole basilari della giustizia, ma anche con i principi fondamentali della religione islamica e il rispetto della dignità umana. In termini di giustizia, coloro che hanno torturato e brutalmente assassinato Gheddafi possono essere identificati, perché appaiono apertamente nei video pubblicati su Youtube, e alcuni di loro si sono addirittura vantati delle loro azioni.
Tuttavia, nessuno di loro è stato disturbato da una qualsiasi giurisdizione e ciò non ha offeso nessuno, né in Libia, né in occidente o altrove. Un’altra visione dell’esecuzione di Gheddafi è stata rivelato dall’ex primo ministro libico Mahmoud Jibril. Quest’ultimo ha detto a Dream TV (Egitto) come l’autore dell’omicidio “sia stato un agente straniero che era nelle brigate rivoluzionarie”. Secondo il quotidiano italiano Corriere della Sera, si tratterebbe probabilmente di un agente francese [3], implicando la Francia direttamente nell’assassinio di Gheddafi, oltre agli aiuti militari di quel paese agli stessi insorti che hanno torturato l’ex leader libico.
Nel caso del diplomatico statunitense, la condanna internazionale è stata unanime, cosa abbastanza naturale e di buon senso, in contrasto con l’atteggiamento adottato dalla “comunità internazionale” verso Gheddafi e la sua fine orribile. Inoltre, l’ira degli Stati Uniti è stata sentita dalle autorità libiche, accorse a trovare i colpevoli [4] e a rendere omaggio pubblico all’ambasciatore degli Stati Uniti, alla fine di una cerimonia. [5] Ma al di là di questo macabro confronto sul diverso trattamento di queste due persone brutalmente assassinate, ciò che richiama l’attenzione, in questo caso, è più profondo. In primo luogo, la reazione della piazza verso il video anti-Islam è estremamente virulento, nella maggior parte dei paesi arabi “primaverizzati” rispetto a quelli che non lo sono. In secondo luogo, i classici virulenti slogan anti-americani sono ricomparsi nei paesi arabi “democratizzati”, laddove erano già completamente scomparsi all’inizio della “primavera” araba.

Libia
Questa improvvisa inversione di tendenza nei paesi, “molto grati” verso coloro che li hanno “democratizzati”, ha sorpreso molti, in particolare la segretaria di Stato Hillary Clinton che, come sappiamo, era ampiamente coinvolta in questo compito [6]. “Molti americani si chiedono oggi, e mi sono chiesta, come questo possa accadere. Come questo sia accaduto in un paese che abbiamo aiutato a liberare, in una città che abbiamo aiutato a sfuggire alla distruzione?” Ha detto, parlando della Libia. [7] Ciò l’ha portata a chiedere, specificatamente alle “nazioni della primavera araba“, di proteggere le ambasciate degli Stati Uniti e a por fine alle violenze. [8]
Si è lontani dalle dichiarazioni incandescenti del senatore McCain, che visitando Bengasi nell’aprile 2011, aveva espresso la sua opinione sui ribelli libici: “Ho incontrato questi combattenti coraggiosi, non sono di al-Qaida. Al contrario: sono patrioti libici che vogliono liberare la loro nazione. Dobbiamo aiutarli a farlo“. [9] Ancor più lontana la posizione di Bernard-Henri Lévy (BHL), avvocato supremo “della causa della Libia”, che a Natalie Nougayrède ha detto: “Non importa, a mio avviso, il passato “gheddafista” di alcuni membri del CNT, i riferimenti alla “sharia” o la presenza tra i ribelli di ex sostenitori di al-Qaida”. Nonostante le preoccupazioni, nulla ha dissuaso il filosofo, il grande distruttore dell’”islamo-fascismo” ad erigere in blocco gli insorti a combattenti per la libertà”. [10]
In realtà, e anche se lo dicono McCain e BHL, era noto che gli ex membri di al-Qaida non solo erano attivi nella ribellione libica, ma ne erano al comando. [11] Alcuni di loro erano membri influenti del Gruppo combattente islamico (ICG) libico, quando nel 2007, lo stesso Ayman al-Zawahiri (n° 2 di al-Qaida) aveva chiamato i libici a rivoltarsi contro, cito, “Gheddafi, gli Stati Uniti e gli infedeli”. [12] Forse c’è una risposta alla domanda di Clinton.

Tunisia
Anche in Tunisia, la reazione della strada è stata violenta. Nessun diplomatico straniero è stato ucciso, ma dei manifestanti tunisini hanno perso la vita e degli interessi statunitensi sono stati saccheggiati a Tunisi. Come in Libia, l’ira del governo degli Stati Uniti si è sentita e la risposta delle autorità tunisine non si è fatta attendere. Moncef Marzouki, presidente tunisino, ha denunciato l’attacco contro l’ambasciata degli Stati Uniti a Tunisi, vedendovi un atto “inaccettabile” nei confronti di un “paese amico”. In un colloquio con la segretaria di Stato degli USA, ha affermato che “Non confonderemo oggi quest’uomo (il regista del film, ndr) e l’amministrazione e il popolo americani (…)”[13].
Il Primo Ministro tunisino, Hamadi Jebali, a sua volta ha promesso di arrestare tutti i salafiti coinvolti nelle vicende dell’ambasciata statunitense. “Abbiamo le prove, abbiamo la legittimità e il rispetto, che useremo per imporre l’ordine”, si affrettava a sottolineare [14]. In una dichiarazione ad al-Hayat di Londra, il presidente del partito al-Nahda, Rashid Ghannouchi, nel frattempo aveva detto che gli attacchi contro le ambasciate degli Stati Uniti nei paesi arabi avevano lo scopo di rompere il dialogo tra gli Stati Uniti e gli islamisti. [15]
E’ interessante notare la forza e l’unanimità delle posizioni assunte dalle più alte personalità politiche della “nuova” Tunisia contro i salafiti, in netto contrasto con la clemenza relativa, con cui sono state trattate queste persone nei molti casi di violenze che hanno segnato la vita socio-politica della Tunisia dalla caduta di Ben Ali. Questo è ciò che è stato detto nell’editoriale di Ghorbal Abdellatif: “Da un lato [Ghannouchi] ha incoraggiato i suoi “figli” (con la sua compiacenza, le sue parole e il suo silenzio) ad aggredire donne non velate, artisti, giornalisti, docenti universitari, intellettuali, teologi, o altri, esortando i predicatori di odio, che non hanno nulla da invidiare ai loro omologhi occidentali islamofobi, e impedendo con tutti i suoi mezzi di adottare sanzioni nei confronti dei suoi seguaci salafiti. Quando il pompiere è un piromane, è normale e prevedibile che la nazione bruci“. [16]

Egitto
In Egitto, la violenza ha ricordato i giorni peggiori di piazza Tahrir. La zona intorno l’ambasciata statunitense a Cairo ha visto scontri tra manifestanti e le forze di sicurezza che avevano bloccato l’accesso all’edificio con blocchi di cemento. Come in altri paesi, i salafiti sono stati ritenuti responsabili delle violenze. Da parte sua, la televisione ha mostrato i volti di persone arrestate con l’accusa di essere teppisti al soldo di non si sa quale potere occulto. Il presidente egiziano Mohamed Morsi, degli influenti Fratelli Musulmani, ha inizialmente sostenuto le proteste pacifiche contro il video anti-islamico, prima di cambiare idea quando le proteste si sono scatenate per le strade di Cairo. Ha poi condannato con forza gli attacchi brutali contro l’ambasciata statunitense a Cairo. [17] In una conversazione telefonica con il presidente statunitense, Mohamed Morsi  ha detto, “ho dovuto prendere provvedimenti legali contro tutti coloro che vogliono danneggiare le relazioni tra i popoli, specialmente tra il popolo egiziano e gli Stati Uniti“[18].
Come si può vedere, questa dichiarazione del presidente Morsi assomiglia stranamente quella di Rashid Ghannouchi. Da parte loro, i Fratelli musulmani avevano inizialmente indetto manifestazioni pacifiche in tutto l’Egitto, il 14 settembre 2012, dopo la preghiera del venerdì, per denunciare il video anti-Islam. Il giorno prima, Khairat al-Chater, numero due ed eminenza grigia della confraternita è stato accusato dal portavoce dell’ambasciata degli Stati Uniti a Cairo, di doppio gioco; in uno scambio di sottigliezze su tweeter, il diplomatico ha sottolineato che l’islamista sosteneva la riappacificazione nei suoi micromessagi in inglese, ma chiamava a manifestare in quelli scritti in arabo. [19]
Un duro colpo per Khairat al-Chater, che avrebbe dovuto essere il primo “reale” presidente civile d’Egitto. L’appello a protestare pacificamente è stato poi cancellato dalla fratellanza. Un secondo colpo per coloro che si definiscono “difensori” dell’Islam e del suo profeta, è giunto quando scoprirono, una volta al potere, che i principi religiosi e la ragione di Stato non vanno sempre mescolati. Al fine di compiacere il governo degli Stati Uniti e rimanere in sintonia con i ritmi post-islamisti della primavera, Khairat al-Chater ha scritto un articolo sul New York Times per offrire le condoglianze della fratellanza, e della sua gente, al popolo statunitense per la perdita del suo ambasciatore in Libia. Aveva inoltre indicato che “la violazione della sede dell’ambasciata degli Stati Uniti da parte dei manifestanti egiziani è illegale secondo il diritto internazionale” e che “il fallimento della polizia (egiziana) nel proteggerla deve essere indagato“, o “Nonostante il nostro risentimento per la continua comparsa di produzioni cinematografiche anti-musulmane, che ha portato alle violenze attuali, non vogliamo che il governo degli Stati Uniti o i suoi cittadini siano ritenuti responsabili degli atti di pochi che violano le leggi che proteggono la libertà di espressione“. [20]
Devo dire che il presidente egiziano e la Fratellanza musulmana da cui proviene, puntano molto su questo caso. E’ davvero il loro primo grande test verso le attività di polizia e protezione degli interessi statunitensi nel paese. In cambio del supporto e sostegno fornito dal governo degli Stati Uniti per l’ascesa al potere della Fratellanza islamica in questo paese [21], gli Stati Uniti si aspettano (almeno) la sicurezza del loro personale e delle loro rappresentanze diplomatiche.
Questo è anche il caso di tutti i paesi arabi colpiti dalla famosa “Primavera”, e le cui premature e inattese manifestazioni anti-americane hanno sconcertato il Dipartimento di Stato e la sua segretaria. Nel caso dell’Egitto, la tempistica di questi eventi ha causato ulteriori preoccupazioni. Infatti, in un articolo pubblicato dal Washington Post, A. Gearan e M. Birnbaum ricordano che “le violente manifestazioni innescate dal video anti-Islam e la risposta inizialmente goffa dell’Egitto, ha temporaneamente interrotto i negoziati [tra gli Stati Uniti e l'Egitto] sul rilevante debito egiziano di miliardi di dollari e sull’accelerazione di altre forme di sostegno, da diversi milioni di dollari” [22].
D’altra parte, la capitale egiziana ha ospitato, l’8-11 settembre 2012, una delegazione molto grande composta da non meno di 118 uomini d’affari statunitensi, in rappresentanza di 50 grandi aziende statunitensi, tra cui IBM, Pepsi, Coca-Cola, Chrysler, Google, Microsoft, Visa, ecc. [23]. La delegazione degli Stati Uniti, la più grande ad aver visitato un paese del Medio Oriente, era stata ricevuta dal presidente Morsi il 9 settembre. Tuttavia, le manifestazioni anti-americane in Egitto hanno avuto inizio l’11 settembre, giorno della cerimonia di chiusura della missione commerciale, cosa che non avrà fornito un’immagine attraente del paese ospitante presso questi affaristi, cui il mercato egiziano sembrava interessare.

La “chiarezza” di un famoso telepredicatore
Il quadro della situazione sarebbe certamente incompleto senza i consigli di Youssef al-Qaradawi, il predicatore stella di al-Jazeera e presidente dell’Unione Mondiale degli Ulema musulmani. Membro influente dei Fratelli musulmani, al-Qaradawi ha dedicato il suo sermone del venerdì, 14 settembre 2012, in una moschea di Doha, alla rabbia dei musulmani di tutto il Mondo. Ha “consigliato” i fedeli che vogliono protestare contro l’offensivo film prodotto negli Stati Uniti, ad “abbandonate le violenze e a non assediare l’ambasciata degli Stati Uniti”. [24]
Questa posizione molto “civile” e così benevola verso gli interessi statunitensi, contrasta nettamente con gli appelli all’omicidio di  Gheddafi e le esortazioni alla jihad contro il regime di Bashar al-Assad. Ricordiamo che ad al-Qaradawi, di origine egiziana e in possesso di un passaporto diplomatico del Qatar, è stato vietato di entrare in Francia da Sarkozy in persona, nel marzo 2012 [25], che il suo visto per la Gran Bretagna è stato rifiutato nel 2008 [26], ed è considerato persona non grata negli Stati Uniti. [27]
Infine, possiamo dire che il video incendiario “l’Innocenza dei musulmani”, ha rivelato apertamente che il rispetto per la dignità umana è un concetto molto relativo, al contrario di ciò che viene spesso presentato nelle cerimonie pompose dell’occidente o altrove. D’altra parte, ha dimostrato che i governi islamici attualmente al potere nei paesi colpiti dalla “primavera” araba, si comportano come vassalli del “grande amico” Stati Uniti, pur di rimanere nelle sue buone grazie e non aggravare la sua ira. Ciò suggerisce che la “primavera” araba non ha in realtà cambiato per nulla la fedeltà dei leader di questi paesi verso gli Stati Uniti.
Tuttavia, vi è un aspetto importante del problema posto dal video anti-Islam che gli occidentali (e gli statunitensi in particolare) non sembrano capire: non sono solo i salafiti che si sentono insultati da questa pizza. La stragrande maggioranza dei musulmani di tutto il mondo lo è, anche se questa maggioranza non ha dimostrato, né gridato, né distrutto.

Ahmed Bensaada

Riferimenti
1 – “We came. We saw. We kicked its ass.”(Siamo venuti. Abbiamo visto. L’abbiamo preso a calci). Frase del film Ghostbusters: Dedefensa, “Siamo venuti, abbiamo visto, è morto” (ma “il troppo è troppo”…) 21 ottobre 2011
2 – “Veni, Vidi, Vici” (Sono venuto, ho visto, ho vinto). Famosa frase pronunciata da Giulio Cesare.
3 – Lorenzo Cremonesi, “Un agente francese dietro la morte di Gheddafi“, Corriere della Sera, 29 settembre 2012
4 – AFP, “Libia: 50 arresti dopo la morte dell’Ambasciatore degli Stati Uniti,” Jeune Afrique, 16 settembre 2012
5 – RFI, “lL Libia rende omaggio all’ambasciatore americano ucciso a Bengasi,” 21 settembre 2012
6 – Ahmed Bensaada “Arabesco americano: il ruolo degli Stati Uniti nelle rivolte di strada araba“, Edizioni Michel Brûlé, Montreal (2011); Éditons Synergy, Algeri (2012)
7 – IIP Digital, “Dichiarazione della Clinton sulla morte di americani in Libia“, 16 settembre 2012
8 – Joe Sterling e Greg Botelho, “Clinton chiede ai paesi della primavera araba di proteggere le ambasciate, e fermare le violenze“, CNN, 14 settembre 2012
9 – John McCain, “Dichiarazione del senatore McCain a Bengasi, in Libia“, Senato degli Stati Uniti, 22 aprile 2011
10 – Natalie Nougayrède “BHL alfiere libico” LeMonde.fr, 8 novembre 2011
11 – Jean-Pierre Perrin, “Abdelhakim Belhaj, il ritorno di al-Qaida“, Libération, 26 agosto 2011
12 – Ibidem.
13 – AFP, “Video anti-Islam: Il mondo arabo ha vissuto un venerdì sanguinoso” LeParisien.fr 14 settembre 2012
14 – Digital Tunisia “Tunisia: Jebali promette di fermare i salafiti coinvolti nelle vicende dell’ambasciata degli Stati Uniti“, 28 settembre 2012
15 – Bissan al-Sheikh, “Ghannouchi ad Al-Hayat: l’attacco all’ambasciata è una cospirazione per fermare il dialogo degli islamici con gli americani“, al-Hayat, 30 settembre 2012
16 – Abdellatif Ghorbal, “I figli di Ghannouchi non sono tunisini“, Leaders, 19 settembre 2012
17 – Catherine Le Brech, “L’atteggiamento di Mohamed Morsi sul movimento dopo le violenze“, FranceTV.fr 14 settembre 2012
18 – Le Nouvel Observateur, “Mohamed Morsi condanna l’attacco contro la missione degli Stati Uniti a Cairo“, 13 settembre 2012
19 – Benjamin Barthe, “Battibecco su Twitter tra l’ambasciata americana e la Fratellanza musulmana egiziana“, LeMonde.fr, 13 settembre 2012
20 – Khairat al-Chater, “‘Le nostre condoglianze’, dicono i Fratelli musulmani“, The New York Times, 13 settembre 2012
21 – Ahmed Bensaada, “L’Egitto: elezioni presidenziali sotto un’alta influenza“, Le Quotidien d’Oran, 28 giugno 2012
22 – Anne Gearan e Michael Birnbaum, “Gli aiuti degli Stati Uniti in Egitto in fase di stallo“, The Washington Post, 17 settembre 2012
23 – Camera di commercio statunitense, “Missione del Business USA in Egitto. Elenco delle società degli Stati Uniti partecipanti
24 – AFP, “Al-Qaradawi: Sono in errore coloro che uccidono gli ambasciatori e rispondono con la violenza agli insulti contro l’Islam,” Elaph, 14 settembre 2012
25 – Malbrunot , “Sarkozy contro l’arrivo di Youssef Al-Qaradawi”, LeFigaro.fr 26 marzo 2012
26 – BBC News, “Religioso musulmano non ammesso nel Regno Unito“, 7 feb 2008
27 – Middle East Online, “Qaradawi ‘persona non grata’ in Francia“, 26 marzo 2012

Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Julian Assange, Eroe o Agente Provocatore?

Le ‘rivelazioni’ di Wikileaks, sito di ‘controinformazione’ gestito dall’australiano Julian Assange, negli ultimi mesi del 2009, hanno sconvolto il mondo mediatico-diplomatico. Il mondo dei mass media governativi e aziendali, il ‘mainstream’ come dicono gli anglosassoni, il mondo della politica  ufficiale e accademico ha accolto le ‘fughe’ (Leaks) diplomatiche riportate da Assange con un’apparente sorpresa, sbalordimento e indignazione. Perfino il ministro degli esteri Franco Frattini è giunto a parlare di una ‘Pearl Harbor che avrebbe potuto portare alla terza guerra mondiale’.
Facezie e amenità a parte, in realtà, chi si occupa di tematiche legate alla geopolitica, alla diplomazia, alle questioni energetiche e militari, ha sempre saputo quelle informazioni ‘rivelate’ da Wikileaks. Ma essendo verità scomode, e ve ne sono di molto più scomode di quelle ‘rivelate’, il ‘mondo dell’informazione’ governativo, filo-governativo o legato alle grandi imprese, per almeno dieci anni ha tenuto nascoste queste notizie, che oggi vengono definite ‘sconvolgenti’.
I documenti rivelati da Wikileaks, generalmente definiti dalla stampa con il termine ‘Cablegate‘, riguardano 251.287 tra cablogrammi, telex, messaggi e-mail inviati a Washington dal personale di 274 ambasciate e consolati statunitensi, generalmente quadri medio-bassi del ministero degli esteri USA. Non sono neanche documenti segreti, ma ‘riservati’ (15.652) o ‘confidenziali’ (133.887): ovvero non contengono dati e informazioni relativi a operazioni militari, armi segrete o accordi occulti. Ma semmai contengono dati legati alla privacy dello stesso personale diplomatico statunitense, essendo, nella maggior parte dei casi, non documenti elaborati da organismi militari o governativi, ma appunto pareri e considerazioni personali dei vari ufficiali governativi operanti nelle ambasciate USA sparse nel mondo.
Julian Assange avrebbe avuto questi documenti da un soldato statunitense: Bradley Manning, che in precedenza avrebbe consegnato altri 300.000 documenti dell’esercito USA e il famoso video di un elicottero statunitense che attaccava un gruppo di civili iracheni, che ha permesso a Wikileaks di emergere per la prima volta nei mass-media tradizionali.
Julian Paul Assange fin da giovanissimo ha fatto parte del mondo degli hacker, i pirati informatici. Nel 1988 fece parte del Chaos Computer Club di Amburgo, un’organizzazione che avrebbe creato virus informatici e che era coinvolta in un grave caso di spionaggio in Germania occidentale. Poi aderisce all’”International Subversives“, un altro gruppo di cyber-pirati. Nel 1991 viene arrestato sempre per hackeraggio e nel 1992, nonostante 24 capi d’accusa, viene rilasciato dopo aver pagato una multa di 2100 dollari. Ma è noto che gli hacker, una volta catturati, o abbandonano la loro attività informatica, oppure la continuano per conto del governo, soprattutto proprio con i servizi d’intelligence. È nel 2007 che Assange lavora con Wikileaks. Ora, bisogna dire che parecchi suoi collaboratori e colleghi lo hanno criticano per il comportamento autoritario e oscuro che ha tenuto nell’ambito di Wikileaks. Ad esempio il suo vice, il tedesco Daniel Domscheit-Berg si è dimesso nell’ottobre 2010, per contrasti con Assange sulla linea fin troppo appariscente tenuta da Wikileaks, mentre in precedenza altri soci e colleghi di Assange, come John Young e Deborah Natsios, fondatori del sito di controinformazione Cryptome.org, il 7 gennaio 2007 abbandonarono l’impresa, ritenendo troppo oscuri i metodi e gli obiettivi perseguiti da Assange. Young chiuse il rapporto con Assange con queste parole: “Wikileaks è una frode… che lavora per il nemico“.
Fatti oscuri che riguardano anche le accuse di presunte molestie di Assange verso due donne svedesi. Fatto ‘curioso’ è che la sua principale accusatrice, la giornalista svedese Anna Ardin, collabora con l’USAID e il NED, due enti governativi statunitensi per gli ‘aiuti’ all’estero, ovvero sono la facciata legale della CIA, coinvolte in operazioni per influenzare la politica degli stati esteri. Infatti Ardin collabora col ‘profugo politico cubano’ Carlos Alberto Montaner, ricercato da Cuba per terrorismo.
Ciò si comprende da questa vicenda, è che l’amministrazione di Barack Obama ne esce danneggiata, mentre l’immagine della segretaria di stato (il ministro degli esteri degli USA) Hillary Rodham Clinton è notevolmente offuscata, non solo per l”inefficienza’ dimostrata da Washington nel saper tenere al sicuro documenti riservati, ma anche per via di irriguardosi giudizi personali da lei stessa espressi verso altre figure internazionali.
Julian Assange, dopo esser stato agli arresti per 48 ore, è stato rilasciato su cauzione ed è ospitato dal giornalista Henry Vaughan Lockhart Smith, ex capitano dei granatieri inglesi, che scrive per la rivista ufficiale della NATO, ed è anche il presidente del Frontline Club, un’organizzazione legata ai media governativi e aziendali britannici finanziata dall’Open Society Institute, l’organizzazione creata del miliardario speculatore finanziario statunitense, George Soros.
Infine, ecco cosa hanno detto alcuni personaggi oggetto dei giudizi poco lusinghieri espressi nel ‘Cablegate‘:
Il primo ministro russo Vladimir Putin, aveva avvertito gli USA a “Non ficcare il naso nei nostri affari” dopo la pubblicazione dei documenti, mentre il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, ha definito i documenti riservati una “lettura divertente” aggiungendo minacciosamente che “prenderemo in considerazione il comportamento dei nostri partner (statunitensi)“.
Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad aveva detto che “Non crediamo che queste informazioni siano trapelate per caso, pensiamo che sia stato organizzato per rilasciare regolarmente questi documenti e che il tutto persegua fini politici.
Il presidente venezuelano Hugo Chávez aveva dichiarato, invece: “Devo congratularmi con quelli di Wikileaks per la loro audacia e il loro coraggio. Qualcuno dovrebbe studiare la stabilità mentale della signora Clinton, il minimo che può fare è dimettersi, insieme agli altri delinquenti che lavorano nel Dipartimento di Stato degli Stati Uniti“.
Il primo ministro dell’Argentina, Horacio Rodríguez Larreta, aveva detto che le notizie sono “una vergogna per la diplomazia statunitense” e che “gli USA dovranno dare molte spiegazioni, in molte nazioni e a tanta gente“.

Alessandro Lattanzio, 27/12/2010

La Siria si sta preparando a una possibile invasione

Chris Marsden WSWS 9 luglio 2012

La Siria effettua esercitazioni militari che simulano un’invasione, in risposta alle minacce sempre più grandi da Washington e dai suoi alleati nella regione.
Questa grande esercitazione, che ha avuto inizio sabato, si basa sullo scenario di una reazione all’aggressione straniera e coinvolge forze aeree e di terra e veri lanci di missili. Il ministro della difesa Dawood Rajiha ha detto che le forze navali dimostrano “un alto livello di addestramento al combattimento e capacità di difendere la costa siriana contro ogni possibile aggressione.”
La Turchia ha ripetutamente inviato aerei da guerra e truppe di terra vicino al confine, dopo che la Siria aveva abbattuto un aereo da ricognizione F-4 Phantom, il 22 giugno. Le incursioni oltre il confine dell’esercito libero siriano, basato in Turchia, sono sempre più frequenti, e ora sono frequenti le scaramucce lungo il confine libanese.
L’agenzia SANA ha detto che le truppe siriane hanno sventato dei tentativi di intrusione nel paese, attraverso il confine, da parte di uomini armati provenienti dalla Turchia e dal Libano, venerdì; una delle schermaglie ha causato la “morte o il ferimento di decine degli armati intrusi.” Nella provincia di Idlib, a un gruppo armato è stato impedito di entrare dalla Turchia, nei pressi di Harem, ha aggiunto SANA, causando la morte di diverse persone. Sabato, tiri di mortaio dalla Siria hanno colpito dei villaggi nel nord del Libano, le perdite erano ancora da determinare. Il Nord del Libano è una base consolidata delle forze di opposizione al governo di Bashar al-Assad, e il paese si è rapidamente polarizzato in due campi, replicando le divisioni della Siria. Le milizie armate sunnite in Libano sono mantenute e rifornite da Stati Uniti, Arabia Saudita, Qatar e Turchia, e sono utilizzate sia contro Assad in Siria, che contro il governo del primo ministro Najib Mikati e l’alleato Hezbollah, quest’ultimo è un alleato dell’Iran e della Siria. L’ex primo ministro Hariri ha denunciato il governo Mikati per il suo silenzio sui morti del fine settimana, dicendo che è stato “nominato per facilitare tali crimini.” Il capo del blocco parlamentare del Movimento del Futuro, Fouad Siniora, ha definito il governo “complice di chi commette crimini e omicidi [...] la via è aperta al governo di salvezza, prima che sia troppo tardi.”
Venerdì, Parigi ha organizzato un incontro degli Amici della Siria, che è stato ancora una volta boicottato da Russia e Cina.
Il fine settimana precedente, un incontro a Ginevra ha concordato un piano di transizione per la Siria, evitando di chiedere le dimissioni di Assad quale presupposto per un governo di transizione. Mosca e Beijing sono contrarie a questa richiesta, sulla quale Washington insiste. Gli Stati Uniti e i loro  alleati hanno fatto delle dichiarazioni che affermano che la Russia aveva accettato, in linea di principio, le dimissioni di Assad, ingaggiando un confronto diplomatico che è uscito allo scoperto a Parigi. Il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha detto che alcuni paesi occidentali avevano chiesto a Mosca di concedere al presidente siriano Bashar Assad asilo diplomatico, la proposta è stata fatta per la prima volta dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, durante i negoziati del 1° giugno, al presidente Vladimir Putin. “Da parte nostra, abbiamo pensato che fosse uno scherzo e abbiamo risposto con una battuta: e perché invece non dovreste essere voi, tedeschi, a prendervi il signor Assad“, ha detto Lavrov a una conferenza stampa con il ministro degli esteri tedesco Guido Westerwelle. Era “un po’ sorpreso” quando l’idea è stata sollevata nuovamente, in occasione della riunione di Ginevra.
A Parigi, il ministro degli esteri Hillary Rodham Clinton ha esortato i partecipanti a “farla pagare” a Russia e Cina per aver aiutato Assad. “Vi chiedo di rivolgervi a Russia e Cina, e non solo ad incitare, ma ad esigere che si mettano da parte e comincino a sostenere le legittime aspirazioni del popolo siriano“, ha detto. “Io non so se Russia e Cina credono di pagare un prezzo qualsiasi, niente di niente, stando a fianco del regime di Assad. L’unico modo per farle cambiare, è che ogni nazione qui presente faccia sapere direttamente e con urgenza, che la Russia e la Cina dovranno pagarla.” Il primo ministro del Qatar, Sheikh Hamad bin Jassim al-Tani, ha chiesto che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sia messo da parte. “Siamo pronti ad associarci a ogni sforzo di qualsiasi genere per liberare il popolo siriano dalla tragedia in cui è immerso“, ha detto.
Sabato, l’inviato speciale delle Nazioni Unite Kofi Annan ha rilasciato un’intervista a Le Monde, in cui ha detto che gli sforzi per trovare una soluzione politica alla crescente violenza in Siria erano falliti. Clinton ha arraffato la sua osservazione per sottolineare i suoi attacchi. In Giappone, ha detto che l’ammissione di Annan sul fallimento del suo piano di pace “dovrebbe aprire gli occhi di tutti.” “I giorni sono contati” per Assad, ha detto. “Quanto prima si riesce a porre fine alle violenze e ad iniziare un processo di transizione politica, quanto non solo meno persone moriranno, ma ci sarà la possibilità di salvare lo stato siriano da una tempesta catastrofica, che sarebbe molto pericolosa non solo per la Siria, ma per l’intera regione.” Sebbene tutte le fonti di informazione abbiano fatto di tutto per affermare che il termine “attacco catastrofico” si riferiva agli attacchi dell’opposizione, la minaccia di fondo è chiara.
L’intervista con Annan, infatti, esprime un certo grado di frustrazione e rabbia da parte sua contro la diretta ingerenza militare in Siria, già intrapresa da Stati Uniti e dai loro alleati Turchia e Stati del Golfo. Si lamentava che se la Russia e l’Iran sono presentati da alcuni come ostacoli alla pace, “non parleranno che quei paesi che inviano armi, soldi e hanno una presenza sul campo.” “Tutti questi paesi dicono di volere una soluzione pacifica, ma intraprendono azioni individuali e collettive che minano il senso stesso delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza“, ha detto. Ha definito ciò “concorrenza distruttiva.”
Il 3 luglio, una riunione del gruppo di opposizione siriana al Cairo, ha fatto capire il tipo di regime che le potenze occidentali stanno cercando per sostituire i baasisti Assad. Come per la Libia prima di essa, l’opposizione è vista come una forza democratica, ma in realtà è dominata da elementi islamisti, ex elementi del regime e agenti dei servizi segreti occidentali. Cairo è stata anche dominata dai tentativi di proiettare un’immagine di questo tipo, i rapporti ufficiali si concentravano sulle dichiarazioni politiche che giuravano che la Siria post-Assad avrebbe avuto un sistema di governo “repubblicano, democratico, civile, pluralista.” Tuttavia, la conferenza che ha riunito 250 persone è stata una faccenda movimentata legata alle differenze profonde sul sostegno all’intervento militare imperialista, sulla natura non democratica del Consiglio Nazionale siriano, il più importante fronte filo-occidentale, sull’influenza dei Fratelli Musulmani e sul rifiuto di fare concessioni alla popolazione curda in Siria. Un leader tribale importante di Homs, Abdel-Ilah al-Mulham, ha insistito sul fatto che la Siria deve diventare uno stato islamista. “La rivoluzione proviene dalle moschee, poi, con tutto il mio rispetto per le minoranze, vogliamo uno stato civile ma dobbiamo anche ricordare che oltre l’80 per cento della Siria è musulmana“, ha detto. Si è opposto alle leggi che garantiscono la parità tra uomini e donne, in quanto contrarie alla legge islamica.
Il CNS è stato contrastato nel suo ruolo di leader dell’opposizione nominato dagli imperialisti, in parte perché è composto da esuli che non hanno legami con la Siria, e in parte a causa delle sue implicazioni politiche. Il CNS è stato accusato dal Comitato di coordinamento nazionale siriano (CCNS) di essere un fronte della Fratellanza Musulmana, mentre il CNS ha denunciato il CCNS come troppo legato al regime, per essersi opposto all’intervento militare della maggioranza. Gli attivisti curdi hanno organizzato l’allontanamento dalla riunione, perché i curdi non sono stati riconosciuti come una minoranza distinta. Una rissa è esplosa e dei colpi sono stati scambiati. Mashouk Morshed, uno dei leader del Consiglio nazionale curdo siriano ha dichiarato: “Non torneremo alla conferenza e questa è la nostra ultima parola. Siamo un popolo perché abbiamo una lingua e un religione, e questo è ciò che definisce un popolo.”
Il Comitato Generale della Rivoluzione siriana, un gruppo eterogeneo di 44 “blocchi” rivoluzionari stabilitosi in Siria, ha abbandonato prima dell’inizio della riunione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il fiasco del matrimonio reale inglese e il suo “Piccolo Sporco Segreto” in Bahrain

Cunningham Finian Global Research, 26 Aprile 2011

Il matrimonio reale britannico si sta trasformando rapidamente in un disastro di pubbliche relazioni, con la notizia che il principe ereditario del Bahrain che ha rispettosamente rifiutato l’invito alla manifestazione. a causa della “situazione che regna” nel reame del Golfo Persico. Tuttavia, la vera storia dietro i titoli dei giornali, è che il rifiuto diplomatico rivela che la dirigenza britannica è ben consapevole della repressione feroce condotta dai governanti del Bahrain, con le forze armate degli Stati vicini del Golfo, compresi gli alleati dell’occidente, di Arabia Saudita, Kuwait, Qatar , Emirati Arabi e Oman.
Il principe ereditario Salman bin Hamad Al Khalifa ha detto che, secondo quanto riferito, che lui non voleva che la sua presenza “offuscasse” il matrimonio reale che si terrà presso l’Abbazia di Westminster a Londra, questo Venerdì. Il principe del Bahrein è tra i 40 sovrani di tutto il mondo a essere stati invitati dalla dirigenza britannica, ad unirsi ai 2.000 altri ospiti, tra cui capi di governo e celebrità, per partecipare alle nozze del principe William e della sua fidanzata Kate Middleton. William è il figlio dell’erede al trono della Gran Bretagna, il principe Carlo.
I reali britannici sono finiti, in questi ultimi giorni, sotto il fuoco della stampa britannica, per aver invitato il principe del Bahrein, che è anche il vice comandante supremo delle forze di difesa del Bahrain. Nonostante la mancanza di copertura nei media mainstream britannici, e occidentali in generale, tuttavia, c’è stata una protesta pubblica in Gran Bretagna per la brutale repressione del movimento pro-democrazia. Più di 30 civili sono stati uccisi dalla violenza di Stato – che è culminata il 16 marzo, dopo che le forze degli altri paesi del Golfo, guidate dei sauditi, hanno fatto ingresso nella piccola isola di circa 700.000 abitanti. Migliaia di altri sono stati feriti dall’esercito e dalla polizia, che hanno aperto il fuoco sui manifestanti pacifico. Fino a 1.000 persone sono finite illegalmente detenute, o “scomparse“, tra cui medici, infermieri, avvocati, operatori dei diritti umani e blogger. Quattro persone, tra cui il giornalista del Bahrain Karim Fakhrawi [1], sono morte durante la detenzione, recando segni di tortura. La maggioranza sciita in Bahrain è particolarmente presa di mira dai governanti sunniti e dai loro alleati del Golfo. Centinaia sono stati licenziati dai posti di lavoro, accusati di essere il supporto della rivolta anti-governativa, che ha avuto inizio il 14 febbraio.
Mentre le continue violazioni, tra cui l’occupazione militare degli ospedali e la detenzione illegale di pazienti feriti, hanno suscitato condanne dal Comitato ONU sui diritti umani, Amnesty International, Human Rights Watch, Medici Senza Frontiere e della statunitense Physicians for Human Rights, il governo britannico, insieme a Washington e altri governi occidentali, è stato vistosamente inerte.
L’ex potenza coloniale del Bahrain, Gran Bretagna, e il governo degli Stati Uniti, sono ben consapevoli della repressione. La Quinta Flotta degli Stati Uniti ha sede nella strategica isola del Golfo Persico, che funge da posto di ascolto e sorveglianza della proiezione di potenza geopolitica occidentale nella regione, in particolare contro l’Iran. E’ incredibile che i governi occidentali non siano a conoscenza della repressione. In effetti, è molto probabile che questi governi hanno dato la loro approvazione ai governanti del Bahrein e del Golfo ad effettuare il giro di vite sul movimento pro-democrazia, e sulla popolazione sciita in generale.
Pochi giorni prima che le forze saudite entrassero in Bahrein, il re Hamad bin Isa Al Khalifa ha ricevuto separatamente, in visita personale, il segretario alla difesa USA Robert Gates e l’alto consigliere della sicurezza nazionale britannico Sir Peter Ricketts, quest’ultimo ha riferito direttamente al primo ministro britannico David Cameron.
Gran Bretagna e Stati Uniti sono i principali fornitori di attrezzature militari del Bahrain – tra cui i gas lacrimogeni, elicotteri e mezzi blindati che vengono utilizzati per schiacciare le proteste pro-democrazia. La Gran Bretagna ha un ruolo particolarmente importante nelle politiche repressive del regime del Bahrain. Quando la Gran Bretagna concesse l’indipendenza nominale allo sceiccato petrolifero nel 1971, molti dei militari britannici posti alla  sicurezza dello Stato, rimasero al loro posto. Il capo della sicurezza del Bahrain, tra il 1968 al 1998, fu il colonnello Ian Henderson, che si crede  agisca ancora come consigliere del re. Henderson in passato è stato oggetto di diverse relazioni dei gruppi internazionali per i diritti umani, per il suo coinvolgimento nel supervisionare la tortura e la repressione in Bahrain. [2]
Dopo che l’ultima repressione era iniziata, i governanti del Bahrain ed i loro alleati del Golfo, hanno cercato di legittimare lo stato di emergenza dichiarato il 14 marzo, come una misura necessaria per schiacciare un “progetto eversivo” nel paese e nella regione, fomentati dall’Iran. Il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, ha cercato di puntellare tali accuse, denunciando “l’interferenza iraniana“. Ma, come il fiasco delle nozze regali inglesi indica, la Gran Bretagna (e gli USA) sono profondamente consapevoli delle inquietanti preoccupazioni umanitarie in Bahrain.
Ufficialmente, il principe ereditario del Bahrein “non ha invitato” se stesso.  In un comunicato, ha detto: “Speravo che il Regno del Bahrein avrebbe avuto una rappresentanza di alto profilo, in questo evento glamour, riflettendo così il legame di amicizia dei nostri paesi. Tuttavia, l’attuale situazione che regna in Bahrain mi impedisce di parteciparvi.” Le scommesse sono che il Foreign Office britannico si sia preoccupato per la crescente controversia mediatica in Gran Bretagna sulla prevista partecipazione al matrimonio dal monarca del Bahrein, e abbia consigliato quest’ultimo di non invitarsi.
Se il governo britannico ha creduto veramente alle giustificazioni ufficiali per la repressione in Bahrain, non avrebbe fatto una tale mossa. La volontà del monarca del Bahrein di non offuscare l’occasione, sembra essere una opportunistica ammissione accidentale che non ci sono inquietanti violazioni perpetrati dal regime. E il governo britannico sa bene che sta proteggendo un piccolo sporco segreto in Bahrain, e che se i media scavano di più, potrebbero portare alla luce. Ma l’istituzione britannica non ha limitato i danni del tutto. È ancora in programma la partecipazione al matrimonio reale di uno dei principi della Casa di Saud. Che causerà altre domande sulle connessioni della Gran Bretagna con la repressione in Arabia Saudita contro il suo movimento pro-democrazia, come pure il coinvolgimento in corso di quest’ultimo in Bahrain.
Inoltre, la lista degli invitati indica il cinico doppio standard, in materia di politica estera della Gran Bretagna. L’analista di media Paul Kane sottolinea: “Per così dire, a così tanti diversi livelli, per esempio, il contrasto tra i governanti del Bahrein, che ottengono invitato alle nozze reale britannica – qualcosa che viene preso per compendiare e definire la gentilezza e la nobiltà e le conquiste culturale delle élites occidentali – e i governanti libici, che ricevono munizioni, presumibilmente caricate con l’uranio impoverito, sulla loro testa”.

Finian Cunningham è un giornalista e musicista. E’ corrispondente per il Medio Oriente di Global Research.

NOTE
[1] [2]

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

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