L’amministrazione Obama ha pianificato la distruzione della Libia e la morte di Gheddafi

Le rivelazioni del contrammiraglio degli Stati Uniti Charles R. Kubic
Reseau International 27 aprile 2014

Reuters_VP-lybia(1)Secondo il contrammiraglio dell’US Navy Charles R. Kubic, subito dopo i bombardamenti della NATO nel marzo 2011 per punire il regime libico, Muammar Gheddafi era “pronto a dimettersi“. “Era pronto ad andare in esilio e a mettere fine alle ostilità“. Secondo Kubic, l’amministrazione Obama scelse di continuare la guerra senza consentire ai negoziati di pace di andare avanti. Kubic esige che un’inchiesta sia condotta dal Congresso.
Il 19 marzo 2011, la segretaria di Stato Hillary Clinton fece un annuncio drammatico da Parigi a nome della “comunità internazionale”, chiedendo che Gheddafi, alleato degli Stati Uniti dall’11 settembre contro il terrorismo di al-Qaida, rispettasse il cessate il fuoco della risoluzione ONU. Lo stesso giorno, le forze aeree e navali della NATO iniziarono la guerra contro Gheddafi che combatteva contro al-Qaida, per sostenere e far poi vincere i ribelli di al-Qaida contrari al regime di Gheddafi. Zio Sam aderì alla jihad in Libia.
Secondo Kubic, Gheddafi voleva discutere della propria abdicazione in modo accettabile con gli Stati Uniti. Il giorno successivo, 20 marzo 2011, Kubic inoltrò la richiesta di colloquio di Gheddafi presso il comando dell’US AFRICOM, che sarebbe stato favorevole ai negoziati. L’AFRICOM rispose rapidamente con interesse e stabilì le comunicazioni tra i militari degli Stati Uniti e della Libia. Il 22 marzo, Gheddafi iniziò a ritirare le sue truppe dalle città ribelli di Bengasi e Misurata. Il cessate-il-fuoco chiesto da Hillary Clinton sembrava essere a portata di mano, con la cessione del potere e il possibile esilio di Gheddafi. Poi, secondo Diana West, nel suo ultimo libro “American Betrayal“, Kubic ebbe l’ordine di “ritirarsi” dall’AFRICOM, un ordine dell’amministrazione Obama.
La domanda posta da Diana West è perché l’amministrazione Obama sabotò i colloqui sulla tregua che avrebbero portato ad un cambio di potere senza spargimento di sangue e probabilmente impedito la distruzione della Libia da parte delle forze NATO?
Ma la domanda in ultima analisi, al di là dell’articolo di Diane West, è fino a che punto il piano atlantista non mirava a distruggere e indebolire la Libia, indebolendo tutta la sub-regione per garantirsene il controllo militare e politico?

G8: AL VIA ULTIMA GIORNATATraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: campo di battaglia tra occidente ed Eurasia

Dalla “primaverizzazione” degli arabi all’Innocenza dei musulmani

Ahmed Bensaada, Global Research, 11 ottobre 2012

404619Le scienze sperimentali esplorano le proprietà di un materiale spesso sottoponendone un campione a un certo segnale. L’analisi della risposta del campione al segnale determina le caratteristiche del materiale, spesso nascoste. Per quanto sorprendente possa sembrare, è lo stesso nelle discipline umanistiche. A questo proposito, le risposte politiche e sociali suscitate dalla pizza islamofoba intitolata “L’innocenza dei musulmani” sono istruttive in più di un modo. Infatti, anche se di qualità molto scarsa, il “segnale d’interferenza” ha contribuito a portare alla luce alcune interessanti informazioni sui paesi democratizzatori e i paesi arabi “democratizzati”, in grazia alla recente primavera.
In primo luogo, a modo di prefazione, si noti che è inaccettabile che una persona, a prescindere delle sue azioni o appartenenze ideologiche, sia gettata alla folla, torturata in luogo pubblico o linciata da folle isteriche. Inoltre, si noti che non vi è niente di più degradante che gioire per la morte di un essere umano, deliziarsi delle sordide scene di tortura o godere svilendo, insultando o deridendo un corpo. Solo la giustizia deve essere invocata ed applicata in conformità con le leggi e i trattati internazionali.

Tortura, omicidio e comportamentismo
L’aria triste esibita sinceramente da Clinton dopo l’esecuzione abominevole del suo ambasciatore in Libia, è in netto contrasto con la sua impudente (e sincera) risatina di gioia alla notizia del terrificante linciaggio di Gheddafi. Lasciandosi anche andare ad una efferata tirata indecente “Siamo venuti, abbiamo visto, è morto” riferendosi più al film “Gostbusters” [1], che al famoso Giulio Cesare [2].
Inoltre, a differenza di quelle del diplomatico statunitense, le immagini odiose della vecchia “guida” libica, massacrata ed esposta come un trofeo di caccia al fianco di suo figlio, sono rimbalzate sui titoli dei giornali, del web e della televisione di tutto il Mondo. Due vili eventi simili, ma due trattamenti mediatici contrastanti. D’altra parte, vale la pena ricordare che l’esposizione dei cadaveri di due membri della famiglia Gheddafi non solo è in totale contrasto con le regole basilari della giustizia, ma anche con i principi fondamentali della religione islamica e il rispetto della dignità umana. In termini di giustizia, coloro che hanno torturato e brutalmente assassinato Gheddafi possono essere identificati, perché appaiono apertamente nei video pubblicati su Youtube, e alcuni di loro si sono addirittura vantati delle loro azioni.
Tuttavia, nessuno di loro è stato disturbato da una qualsiasi giurisdizione e ciò non ha offeso nessuno, né in Libia, né in occidente o altrove. Un’altra visione dell’esecuzione di Gheddafi è stata rivelato dall’ex primo ministro libico Mahmoud Jibril. Quest’ultimo ha detto a Dream TV (Egitto) come l’autore dell’omicidio “sia stato un agente straniero che era nelle brigate rivoluzionarie”. Secondo il quotidiano italiano Corriere della Sera, si tratterebbe probabilmente di un agente francese [3], implicando la Francia direttamente nell’assassinio di Gheddafi, oltre agli aiuti militari di quel paese agli stessi insorti che hanno torturato l’ex leader libico.
Nel caso del diplomatico statunitense, la condanna internazionale è stata unanime, cosa abbastanza naturale e di buon senso, in contrasto con l’atteggiamento adottato dalla “comunità internazionale” verso Gheddafi e la sua fine orribile. Inoltre, l’ira degli Stati Uniti è stata sentita dalle autorità libiche, accorse a trovare i colpevoli [4] e a rendere omaggio pubblico all’ambasciatore degli Stati Uniti, alla fine di una cerimonia. [5] Ma al di là di questo macabro confronto sul diverso trattamento di queste due persone brutalmente assassinate, ciò che richiama l’attenzione, in questo caso, è più profondo. In primo luogo, la reazione della piazza verso il video anti-Islam è estremamente virulento, nella maggior parte dei paesi arabi “primaverizzati” rispetto a quelli che non lo sono. In secondo luogo, i classici virulenti slogan anti-americani sono ricomparsi nei paesi arabi “democratizzati”, laddove erano già completamente scomparsi all’inizio della “primavera” araba.

Libia
Questa improvvisa inversione di tendenza nei paesi, “molto grati” verso coloro che li hanno “democratizzati”, ha sorpreso molti, in particolare la segretaria di Stato Hillary Clinton che, come sappiamo, era ampiamente coinvolta in questo compito [6]. “Molti americani si chiedono oggi, e mi sono chiesta, come questo possa accadere. Come questo sia accaduto in un paese che abbiamo aiutato a liberare, in una città che abbiamo aiutato a sfuggire alla distruzione?” Ha detto, parlando della Libia. [7] Ciò l’ha portata a chiedere, specificatamente alle “nazioni della primavera araba“, di proteggere le ambasciate degli Stati Uniti e a por fine alle violenze. [8]
Si è lontani dalle dichiarazioni incandescenti del senatore McCain, che visitando Bengasi nell’aprile 2011, aveva espresso la sua opinione sui ribelli libici: “Ho incontrato questi combattenti coraggiosi, non sono di al-Qaida. Al contrario: sono patrioti libici che vogliono liberare la loro nazione. Dobbiamo aiutarli a farlo“. [9] Ancor più lontana la posizione di Bernard-Henri Lévy (BHL), avvocato supremo “della causa della Libia”, che a Natalie Nougayrède ha detto: “Non importa, a mio avviso, il passato “gheddafista” di alcuni membri del CNT, i riferimenti alla “sharia” o la presenza tra i ribelli di ex sostenitori di al-Qaida”. Nonostante le preoccupazioni, nulla ha dissuaso il filosofo, il grande distruttore dell'”islamo-fascismo” ad erigere in blocco gli insorti a combattenti per la libertà”. [10]
In realtà, e anche se lo dicono McCain e BHL, era noto che gli ex membri di al-Qaida non solo erano attivi nella ribellione libica, ma ne erano al comando. [11] Alcuni di loro erano membri influenti del Gruppo combattente islamico (ICG) libico, quando nel 2007, lo stesso Ayman al-Zawahiri (n° 2 di al-Qaida) aveva chiamato i libici a rivoltarsi contro, cito, “Gheddafi, gli Stati Uniti e gli infedeli”. [12] Forse c’è una risposta alla domanda di Clinton.

Tunisia
Anche in Tunisia, la reazione della strada è stata violenta. Nessun diplomatico straniero è stato ucciso, ma dei manifestanti tunisini hanno perso la vita e degli interessi statunitensi sono stati saccheggiati a Tunisi. Come in Libia, l’ira del governo degli Stati Uniti si è sentita e la risposta delle autorità tunisine non si è fatta attendere. Moncef Marzouki, presidente tunisino, ha denunciato l’attacco contro l’ambasciata degli Stati Uniti a Tunisi, vedendovi un atto “inaccettabile” nei confronti di un “paese amico”. In un colloquio con la segretaria di Stato degli USA, ha affermato che “Non confonderemo oggi quest’uomo (il regista del film, ndr) e l’amministrazione e il popolo americani (…)”[13].
Il Primo Ministro tunisino, Hamadi Jebali, a sua volta ha promesso di arrestare tutti i salafiti coinvolti nelle vicende dell’ambasciata statunitense. “Abbiamo le prove, abbiamo la legittimità e il rispetto, che useremo per imporre l’ordine”, si affrettava a sottolineare [14]. In una dichiarazione ad al-Hayat di Londra, il presidente del partito al-Nahda, Rashid Ghannouchi, nel frattempo aveva detto che gli attacchi contro le ambasciate degli Stati Uniti nei paesi arabi avevano lo scopo di rompere il dialogo tra gli Stati Uniti e gli islamisti. [15]
E’ interessante notare la forza e l’unanimità delle posizioni assunte dalle più alte personalità politiche della “nuova” Tunisia contro i salafiti, in netto contrasto con la clemenza relativa, con cui sono state trattate queste persone nei molti casi di violenze che hanno segnato la vita socio-politica della Tunisia dalla caduta di Ben Ali. Questo è ciò che è stato detto nell’editoriale di Ghorbal Abdellatif: “Da un lato [Ghannouchi] ha incoraggiato i suoi “figli” (con la sua compiacenza, le sue parole e il suo silenzio) ad aggredire donne non velate, artisti, giornalisti, docenti universitari, intellettuali, teologi, o altri, esortando i predicatori di odio, che non hanno nulla da invidiare ai loro omologhi occidentali islamofobi, e impedendo con tutti i suoi mezzi di adottare sanzioni nei confronti dei suoi seguaci salafiti. Quando il pompiere è un piromane, è normale e prevedibile che la nazione bruci“. [16]

Egitto
In Egitto, la violenza ha ricordato i giorni peggiori di piazza Tahrir. La zona intorno l’ambasciata statunitense a Cairo ha visto scontri tra manifestanti e le forze di sicurezza che avevano bloccato l’accesso all’edificio con blocchi di cemento. Come in altri paesi, i salafiti sono stati ritenuti responsabili delle violenze. Da parte sua, la televisione ha mostrato i volti di persone arrestate con l’accusa di essere teppisti al soldo di non si sa quale potere occulto. Il presidente egiziano Mohamed Morsi, degli influenti Fratelli Musulmani, ha inizialmente sostenuto le proteste pacifiche contro il video anti-islamico, prima di cambiare idea quando le proteste si sono scatenate per le strade di Cairo. Ha poi condannato con forza gli attacchi brutali contro l’ambasciata statunitense a Cairo. [17] In una conversazione telefonica con il presidente statunitense, Mohamed Morsi  ha detto, “ho dovuto prendere provvedimenti legali contro tutti coloro che vogliono danneggiare le relazioni tra i popoli, specialmente tra il popolo egiziano e gli Stati Uniti“[18].
Come si può vedere, questa dichiarazione del presidente Morsi assomiglia stranamente quella di Rashid Ghannouchi. Da parte loro, i Fratelli musulmani avevano inizialmente indetto manifestazioni pacifiche in tutto l’Egitto, il 14 settembre 2012, dopo la preghiera del venerdì, per denunciare il video anti-Islam. Il giorno prima, Khairat al-Chater, numero due ed eminenza grigia della confraternita è stato accusato dal portavoce dell’ambasciata degli Stati Uniti a Cairo, di doppio gioco; in uno scambio di sottigliezze su tweeter, il diplomatico ha sottolineato che l’islamista sosteneva la riappacificazione nei suoi micromessagi in inglese, ma chiamava a manifestare in quelli scritti in arabo. [19]
Un duro colpo per Khairat al-Chater, che avrebbe dovuto essere il primo “reale” presidente civile d’Egitto. L’appello a protestare pacificamente è stato poi cancellato dalla fratellanza. Un secondo colpo per coloro che si definiscono “difensori” dell’Islam e del suo profeta, è giunto quando scoprirono, una volta al potere, che i principi religiosi e la ragione di Stato non vanno sempre mescolati. Al fine di compiacere il governo degli Stati Uniti e rimanere in sintonia con i ritmi post-islamisti della primavera, Khairat al-Chater ha scritto un articolo sul New York Times per offrire le condoglianze della fratellanza, e della sua gente, al popolo statunitense per la perdita del suo ambasciatore in Libia. Aveva inoltre indicato che “la violazione della sede dell’ambasciata degli Stati Uniti da parte dei manifestanti egiziani è illegale secondo il diritto internazionale” e che “il fallimento della polizia (egiziana) nel proteggerla deve essere indagato“, o “Nonostante il nostro risentimento per la continua comparsa di produzioni cinematografiche anti-musulmane, che ha portato alle violenze attuali, non vogliamo che il governo degli Stati Uniti o i suoi cittadini siano ritenuti responsabili degli atti di pochi che violano le leggi che proteggono la libertà di espressione“. [20]
Devo dire che il presidente egiziano e la Fratellanza musulmana da cui proviene, puntano molto su questo caso. E’ davvero il loro primo grande test verso le attività di polizia e protezione degli interessi statunitensi nel paese. In cambio del supporto e sostegno fornito dal governo degli Stati Uniti per l’ascesa al potere della Fratellanza islamica in questo paese [21], gli Stati Uniti si aspettano (almeno) la sicurezza del loro personale e delle loro rappresentanze diplomatiche.
Questo è anche il caso di tutti i paesi arabi colpiti dalla famosa “Primavera”, e le cui premature e inattese manifestazioni anti-americane hanno sconcertato il Dipartimento di Stato e la sua segretaria. Nel caso dell’Egitto, la tempistica di questi eventi ha causato ulteriori preoccupazioni. Infatti, in un articolo pubblicato dal Washington Post, A. Gearan e M. Birnbaum ricordano che “le violente manifestazioni innescate dal video anti-Islam e la risposta inizialmente goffa dell’Egitto, ha temporaneamente interrotto i negoziati [tra gli Stati Uniti e l'Egitto] sul rilevante debito egiziano di miliardi di dollari e sull’accelerazione di altre forme di sostegno, da diversi milioni di dollari” [22].
D’altra parte, la capitale egiziana ha ospitato, l’8-11 settembre 2012, una delegazione molto grande composta da non meno di 118 uomini d’affari statunitensi, in rappresentanza di 50 grandi aziende statunitensi, tra cui IBM, Pepsi, Coca-Cola, Chrysler, Google, Microsoft, Visa, ecc. [23]. La delegazione degli Stati Uniti, la più grande ad aver visitato un paese del Medio Oriente, era stata ricevuta dal presidente Morsi il 9 settembre. Tuttavia, le manifestazioni anti-americane in Egitto hanno avuto inizio l’11 settembre, giorno della cerimonia di chiusura della missione commerciale, cosa che non avrà fornito un’immagine attraente del paese ospitante presso questi affaristi, cui il mercato egiziano sembrava interessare.

La “chiarezza” di un famoso telepredicatore
Il quadro della situazione sarebbe certamente incompleto senza i consigli di Youssef al-Qaradawi, il predicatore stella di al-Jazeera e presidente dell’Unione Mondiale degli Ulema musulmani. Membro influente dei Fratelli musulmani, al-Qaradawi ha dedicato il suo sermone del venerdì, 14 settembre 2012, in una moschea di Doha, alla rabbia dei musulmani di tutto il Mondo. Ha “consigliato” i fedeli che vogliono protestare contro l’offensivo film prodotto negli Stati Uniti, ad “abbandonate le violenze e a non assediare l’ambasciata degli Stati Uniti”. [24]
Questa posizione molto “civile” e così benevola verso gli interessi statunitensi, contrasta nettamente con gli appelli all’omicidio di  Gheddafi e le esortazioni alla jihad contro il regime di Bashar al-Assad. Ricordiamo che ad al-Qaradawi, di origine egiziana e in possesso di un passaporto diplomatico del Qatar, è stato vietato di entrare in Francia da Sarkozy in persona, nel marzo 2012 [25], che il suo visto per la Gran Bretagna è stato rifiutato nel 2008 [26], ed è considerato persona non grata negli Stati Uniti. [27]
Infine, possiamo dire che il video incendiario “l’Innocenza dei musulmani”, ha rivelato apertamente che il rispetto per la dignità umana è un concetto molto relativo, al contrario di ciò che viene spesso presentato nelle cerimonie pompose dell’occidente o altrove. D’altra parte, ha dimostrato che i governi islamici attualmente al potere nei paesi colpiti dalla “primavera” araba, si comportano come vassalli del “grande amico” Stati Uniti, pur di rimanere nelle sue buone grazie e non aggravare la sua ira. Ciò suggerisce che la “primavera” araba non ha in realtà cambiato per nulla la fedeltà dei leader di questi paesi verso gli Stati Uniti.
Tuttavia, vi è un aspetto importante del problema posto dal video anti-Islam che gli occidentali (e gli statunitensi in particolare) non sembrano capire: non sono solo i salafiti che si sentono insultati da questa pizza. La stragrande maggioranza dei musulmani di tutto il mondo lo è, anche se questa maggioranza non ha dimostrato, né gridato, né distrutto.

Ahmed Bensaada

Riferimenti
1 – “We came. We saw. We kicked its ass.”(Siamo venuti. Abbiamo visto. L’abbiamo preso a calci). Frase del film Ghostbusters: Dedefensa, “Siamo venuti, abbiamo visto, è morto” (ma “il troppo è troppo”…) 21 ottobre 2011
2 – “Veni, Vidi, Vici” (Sono venuto, ho visto, ho vinto). Famosa frase pronunciata da Giulio Cesare.
3 – Lorenzo Cremonesi, “Un agente francese dietro la morte di Gheddafi“, Corriere della Sera, 29 settembre 2012
4 – AFP, “Libia: 50 arresti dopo la morte dell’Ambasciatore degli Stati Uniti,” Jeune Afrique, 16 settembre 2012
5 – RFI, “lL Libia rende omaggio all’ambasciatore americano ucciso a Bengasi,” 21 settembre 2012
6 – Ahmed Bensaada “Arabesco americano: il ruolo degli Stati Uniti nelle rivolte di strada araba“, Edizioni Michel Brûlé, Montreal (2011); Éditons Synergy, Algeri (2012)
7 – IIP Digital, “Dichiarazione della Clinton sulla morte di americani in Libia“, 16 settembre 2012
8 – Joe Sterling e Greg Botelho, “Clinton chiede ai paesi della primavera araba di proteggere le ambasciate, e fermare le violenze“, CNN, 14 settembre 2012
9 – John McCain, “Dichiarazione del senatore McCain a Bengasi, in Libia“, Senato degli Stati Uniti, 22 aprile 2011
10 – Natalie Nougayrède “BHL alfiere libico” LeMonde.fr, 8 novembre 2011
11 – Jean-Pierre Perrin, “Abdelhakim Belhaj, il ritorno di al-Qaida“, Libération, 26 agosto 2011
12 – Ibidem.
13 – AFP, “Video anti-Islam: Il mondo arabo ha vissuto un venerdì sanguinoso” LeParisien.fr 14 settembre 2012
14 – Digital Tunisia “Tunisia: Jebali promette di fermare i salafiti coinvolti nelle vicende dell’ambasciata degli Stati Uniti“, 28 settembre 2012
15 – Bissan al-Sheikh, “Ghannouchi ad Al-Hayat: l’attacco all’ambasciata è una cospirazione per fermare il dialogo degli islamici con gli americani“, al-Hayat, 30 settembre 2012
16 – Abdellatif Ghorbal, “I figli di Ghannouchi non sono tunisini“, Leaders, 19 settembre 2012
17 – Catherine Le Brech, “L’atteggiamento di Mohamed Morsi sul movimento dopo le violenze“, FranceTV.fr 14 settembre 2012
18 – Le Nouvel Observateur, “Mohamed Morsi condanna l’attacco contro la missione degli Stati Uniti a Cairo“, 13 settembre 2012
19 – Benjamin Barthe, “Battibecco su Twitter tra l’ambasciata americana e la Fratellanza musulmana egiziana“, LeMonde.fr, 13 settembre 2012
20 – Khairat al-Chater, “‘Le nostre condoglianze’, dicono i Fratelli musulmani“, The New York Times, 13 settembre 2012
21 – Ahmed Bensaada, “L’Egitto: elezioni presidenziali sotto un’alta influenza“, Le Quotidien d’Oran, 28 giugno 2012
22 – Anne Gearan e Michael Birnbaum, “Gli aiuti degli Stati Uniti in Egitto in fase di stallo“, The Washington Post, 17 settembre 2012
23 – Camera di commercio statunitense, “Missione del Business USA in Egitto. Elenco delle società degli Stati Uniti partecipanti
24 – AFP, “Al-Qaradawi: Sono in errore coloro che uccidono gli ambasciatori e rispondono con la violenza agli insulti contro l’Islam,” Elaph, 14 settembre 2012
25 – Malbrunot , “Sarkozy contro l’arrivo di Youssef Al-Qaradawi”, LeFigaro.fr 26 marzo 2012
26 – BBC News, “Religioso musulmano non ammesso nel Regno Unito“, 7 feb 2008
27 – Middle East Online, “Qaradawi ‘persona non grata’ in Francia“, 26 marzo 2012

Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Julian Assange, Eroe o Agente Provocatore?

Le ‘rivelazioni’ di Wikileaks, sito di ‘controinformazione’ gestito dall’australiano Julian Assange, negli ultimi mesi del 2009, hanno sconvolto il mondo mediatico-diplomatico. Il mondo dei mass media governativi e aziendali, il ‘mainstream’ come dicono gli anglosassoni, il mondo della politica  ufficiale e accademico ha accolto le ‘fughe’ (Leaks) diplomatiche riportate da Assange con un’apparente sorpresa, sbalordimento e indignazione. Perfino il ministro degli esteri Franco Frattini è giunto a parlare di una ‘Pearl Harbor che avrebbe potuto portare alla terza guerra mondiale’.
Facezie e amenità a parte, in realtà, chi si occupa di tematiche legate alla geopolitica, alla diplomazia, alle questioni energetiche e militari, ha sempre saputo quelle informazioni ‘rivelate’ da Wikileaks. Ma essendo verità scomode, e ve ne sono di molto più scomode di quelle ‘rivelate’, il ‘mondo dell’informazione’ governativo, filo-governativo o legato alle grandi imprese, per almeno dieci anni ha tenuto nascoste queste notizie, che oggi vengono definite ‘sconvolgenti’.
I documenti rivelati da Wikileaks, generalmente definiti dalla stampa con il termine ‘Cablegate‘, riguardano 251.287 tra cablogrammi, telex, messaggi e-mail inviati a Washington dal personale di 274 ambasciate e consolati statunitensi, generalmente quadri medio-bassi del ministero degli esteri USA. Non sono neanche documenti segreti, ma ‘riservati’ (15.652) o ‘confidenziali’ (133.887): ovvero non contengono dati e informazioni relativi a operazioni militari, armi segrete o accordi occulti. Ma semmai contengono dati legati alla privacy dello stesso personale diplomatico statunitense, essendo, nella maggior parte dei casi, non documenti elaborati da organismi militari o governativi, ma appunto pareri e considerazioni personali dei vari ufficiali governativi operanti nelle ambasciate USA sparse nel mondo.
Julian Assange avrebbe avuto questi documenti da un soldato statunitense: Bradley Manning, che in precedenza avrebbe consegnato altri 300.000 documenti dell’esercito USA e il famoso video di un elicottero statunitense che attaccava un gruppo di civili iracheni, che ha permesso a Wikileaks di emergere per la prima volta nei mass-media tradizionali.
Julian Paul Assange fin da giovanissimo ha fatto parte del mondo degli hacker, i pirati informatici. Nel 1988 fece parte del Chaos Computer Club di Amburgo, un’organizzazione che avrebbe creato virus informatici e che era coinvolta in un grave caso di spionaggio in Germania occidentale. Poi aderisce all'”International Subversives“, un altro gruppo di cyber-pirati. Nel 1991 viene arrestato sempre per hackeraggio e nel 1992, nonostante 24 capi d’accusa, viene rilasciato dopo aver pagato una multa di 2100 dollari. Ma è noto che gli hacker, una volta catturati, o abbandonano la loro attività informatica, oppure la continuano per conto del governo, soprattutto proprio con i servizi d’intelligence. È nel 2007 che Assange lavora con Wikileaks. Ora, bisogna dire che parecchi suoi collaboratori e colleghi lo hanno criticano per il comportamento autoritario e oscuro che ha tenuto nell’ambito di Wikileaks. Ad esempio il suo vice, il tedesco Daniel Domscheit-Berg si è dimesso nell’ottobre 2010, per contrasti con Assange sulla linea fin troppo appariscente tenuta da Wikileaks, mentre in precedenza altri soci e colleghi di Assange, come John Young e Deborah Natsios, fondatori del sito di controinformazione Cryptome.org, il 7 gennaio 2007 abbandonarono l’impresa, ritenendo troppo oscuri i metodi e gli obiettivi perseguiti da Assange. Young chiuse il rapporto con Assange con queste parole: “Wikileaks è una frode… che lavora per il nemico“.
Fatti oscuri che riguardano anche le accuse di presunte molestie di Assange verso due donne svedesi. Fatto ‘curioso’ è che la sua principale accusatrice, la giornalista svedese Anna Ardin, collabora con l’USAID e il NED, due enti governativi statunitensi per gli ‘aiuti’ all’estero, ovvero sono la facciata legale della CIA, coinvolte in operazioni per influenzare la politica degli stati esteri. Infatti Ardin collabora col ‘profugo politico cubano’ Carlos Alberto Montaner, ricercato da Cuba per terrorismo.
Ciò si comprende da questa vicenda, è che l’amministrazione di Barack Obama ne esce danneggiata, mentre l’immagine della segretaria di stato (il ministro degli esteri degli USA) Hillary Rodham Clinton è notevolmente offuscata, non solo per l”inefficienza’ dimostrata da Washington nel saper tenere al sicuro documenti riservati, ma anche per via di irriguardosi giudizi personali da lei stessa espressi verso altre figure internazionali.
Julian Assange, dopo esser stato agli arresti per 48 ore, è stato rilasciato su cauzione ed è ospitato dal giornalista Henry Vaughan Lockhart Smith, ex capitano dei granatieri inglesi, che scrive per la rivista ufficiale della NATO, ed è anche il presidente del Frontline Club, un’organizzazione legata ai media governativi e aziendali britannici finanziata dall’Open Society Institute, l’organizzazione creata del miliardario speculatore finanziario statunitense, George Soros.
Infine, ecco cosa hanno detto alcuni personaggi oggetto dei giudizi poco lusinghieri espressi nel ‘Cablegate‘:
Il primo ministro russo Vladimir Putin, aveva avvertito gli USA a “Non ficcare il naso nei nostri affari” dopo la pubblicazione dei documenti, mentre il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, ha definito i documenti riservati una “lettura divertente” aggiungendo minacciosamente che “prenderemo in considerazione il comportamento dei nostri partner (statunitensi)“.
Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad aveva detto che “Non crediamo che queste informazioni siano trapelate per caso, pensiamo che sia stato organizzato per rilasciare regolarmente questi documenti e che il tutto persegua fini politici.
Il presidente venezuelano Hugo Chávez aveva dichiarato, invece: “Devo congratularmi con quelli di Wikileaks per la loro audacia e il loro coraggio. Qualcuno dovrebbe studiare la stabilità mentale della signora Clinton, il minimo che può fare è dimettersi, insieme agli altri delinquenti che lavorano nel Dipartimento di Stato degli Stati Uniti“.
Il primo ministro dell’Argentina, Horacio Rodríguez Larreta, aveva detto che le notizie sono “una vergogna per la diplomazia statunitense” e che “gli USA dovranno dare molte spiegazioni, in molte nazioni e a tanta gente“.

Alessandro Lattanzio, 27/12/2010

La Siria si sta preparando a una possibile invasione

Chris Marsden WSWS 9 luglio 2012

La Siria effettua esercitazioni militari che simulano un’invasione, in risposta alle minacce sempre più grandi da Washington e dai suoi alleati nella regione.
Questa grande esercitazione, che ha avuto inizio sabato, si basa sullo scenario di una reazione all’aggressione straniera e coinvolge forze aeree e di terra e veri lanci di missili. Il ministro della difesa Dawood Rajiha ha detto che le forze navali dimostrano “un alto livello di addestramento al combattimento e capacità di difendere la costa siriana contro ogni possibile aggressione.”
La Turchia ha ripetutamente inviato aerei da guerra e truppe di terra vicino al confine, dopo che la Siria aveva abbattuto un aereo da ricognizione F-4 Phantom, il 22 giugno. Le incursioni oltre il confine dell’esercito libero siriano, basato in Turchia, sono sempre più frequenti, e ora sono frequenti le scaramucce lungo il confine libanese.
L’agenzia SANA ha detto che le truppe siriane hanno sventato dei tentativi di intrusione nel paese, attraverso il confine, da parte di uomini armati provenienti dalla Turchia e dal Libano, venerdì; una delle schermaglie ha causato la “morte o il ferimento di decine degli armati intrusi.” Nella provincia di Idlib, a un gruppo armato è stato impedito di entrare dalla Turchia, nei pressi di Harem, ha aggiunto SANA, causando la morte di diverse persone. Sabato, tiri di mortaio dalla Siria hanno colpito dei villaggi nel nord del Libano, le perdite erano ancora da determinare. Il Nord del Libano è una base consolidata delle forze di opposizione al governo di Bashar al-Assad, e il paese si è rapidamente polarizzato in due campi, replicando le divisioni della Siria. Le milizie armate sunnite in Libano sono mantenute e rifornite da Stati Uniti, Arabia Saudita, Qatar e Turchia, e sono utilizzate sia contro Assad in Siria, che contro il governo del primo ministro Najib Mikati e l’alleato Hezbollah, quest’ultimo è un alleato dell’Iran e della Siria. L’ex primo ministro Hariri ha denunciato il governo Mikati per il suo silenzio sui morti del fine settimana, dicendo che è stato “nominato per facilitare tali crimini.” Il capo del blocco parlamentare del Movimento del Futuro, Fouad Siniora, ha definito il governo “complice di chi commette crimini e omicidi [...] la via è aperta al governo di salvezza, prima che sia troppo tardi.”
Venerdì, Parigi ha organizzato un incontro degli Amici della Siria, che è stato ancora una volta boicottato da Russia e Cina.
Il fine settimana precedente, un incontro a Ginevra ha concordato un piano di transizione per la Siria, evitando di chiedere le dimissioni di Assad quale presupposto per un governo di transizione. Mosca e Beijing sono contrarie a questa richiesta, sulla quale Washington insiste. Gli Stati Uniti e i loro  alleati hanno fatto delle dichiarazioni che affermano che la Russia aveva accettato, in linea di principio, le dimissioni di Assad, ingaggiando un confronto diplomatico che è uscito allo scoperto a Parigi. Il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha detto che alcuni paesi occidentali avevano chiesto a Mosca di concedere al presidente siriano Bashar Assad asilo diplomatico, la proposta è stata fatta per la prima volta dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, durante i negoziati del 1° giugno, al presidente Vladimir Putin. “Da parte nostra, abbiamo pensato che fosse uno scherzo e abbiamo risposto con una battuta: e perché invece non dovreste essere voi, tedeschi, a prendervi il signor Assad“, ha detto Lavrov a una conferenza stampa con il ministro degli esteri tedesco Guido Westerwelle. Era “un po’ sorpreso” quando l’idea è stata sollevata nuovamente, in occasione della riunione di Ginevra.
A Parigi, il ministro degli esteri Hillary Rodham Clinton ha esortato i partecipanti a “farla pagare” a Russia e Cina per aver aiutato Assad. “Vi chiedo di rivolgervi a Russia e Cina, e non solo ad incitare, ma ad esigere che si mettano da parte e comincino a sostenere le legittime aspirazioni del popolo siriano“, ha detto. “Io non so se Russia e Cina credono di pagare un prezzo qualsiasi, niente di niente, stando a fianco del regime di Assad. L’unico modo per farle cambiare, è che ogni nazione qui presente faccia sapere direttamente e con urgenza, che la Russia e la Cina dovranno pagarla.” Il primo ministro del Qatar, Sheikh Hamad bin Jassim al-Tani, ha chiesto che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sia messo da parte. “Siamo pronti ad associarci a ogni sforzo di qualsiasi genere per liberare il popolo siriano dalla tragedia in cui è immerso“, ha detto.
Sabato, l’inviato speciale delle Nazioni Unite Kofi Annan ha rilasciato un’intervista a Le Monde, in cui ha detto che gli sforzi per trovare una soluzione politica alla crescente violenza in Siria erano falliti. Clinton ha arraffato la sua osservazione per sottolineare i suoi attacchi. In Giappone, ha detto che l’ammissione di Annan sul fallimento del suo piano di pace “dovrebbe aprire gli occhi di tutti.” “I giorni sono contati” per Assad, ha detto. “Quanto prima si riesce a porre fine alle violenze e ad iniziare un processo di transizione politica, quanto non solo meno persone moriranno, ma ci sarà la possibilità di salvare lo stato siriano da una tempesta catastrofica, che sarebbe molto pericolosa non solo per la Siria, ma per l’intera regione.” Sebbene tutte le fonti di informazione abbiano fatto di tutto per affermare che il termine “attacco catastrofico” si riferiva agli attacchi dell’opposizione, la minaccia di fondo è chiara.
L’intervista con Annan, infatti, esprime un certo grado di frustrazione e rabbia da parte sua contro la diretta ingerenza militare in Siria, già intrapresa da Stati Uniti e dai loro alleati Turchia e Stati del Golfo. Si lamentava che se la Russia e l’Iran sono presentati da alcuni come ostacoli alla pace, “non parleranno che quei paesi che inviano armi, soldi e hanno una presenza sul campo.” “Tutti questi paesi dicono di volere una soluzione pacifica, ma intraprendono azioni individuali e collettive che minano il senso stesso delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza“, ha detto. Ha definito ciò “concorrenza distruttiva.”
Il 3 luglio, una riunione del gruppo di opposizione siriana al Cairo, ha fatto capire il tipo di regime che le potenze occidentali stanno cercando per sostituire i baasisti Assad. Come per la Libia prima di essa, l’opposizione è vista come una forza democratica, ma in realtà è dominata da elementi islamisti, ex elementi del regime e agenti dei servizi segreti occidentali. Cairo è stata anche dominata dai tentativi di proiettare un’immagine di questo tipo, i rapporti ufficiali si concentravano sulle dichiarazioni politiche che giuravano che la Siria post-Assad avrebbe avuto un sistema di governo “repubblicano, democratico, civile, pluralista.” Tuttavia, la conferenza che ha riunito 250 persone è stata una faccenda movimentata legata alle differenze profonde sul sostegno all’intervento militare imperialista, sulla natura non democratica del Consiglio Nazionale siriano, il più importante fronte filo-occidentale, sull’influenza dei Fratelli Musulmani e sul rifiuto di fare concessioni alla popolazione curda in Siria. Un leader tribale importante di Homs, Abdel-Ilah al-Mulham, ha insistito sul fatto che la Siria deve diventare uno stato islamista. “La rivoluzione proviene dalle moschee, poi, con tutto il mio rispetto per le minoranze, vogliamo uno stato civile ma dobbiamo anche ricordare che oltre l’80 per cento della Siria è musulmana“, ha detto. Si è opposto alle leggi che garantiscono la parità tra uomini e donne, in quanto contrarie alla legge islamica.
Il CNS è stato contrastato nel suo ruolo di leader dell’opposizione nominato dagli imperialisti, in parte perché è composto da esuli che non hanno legami con la Siria, e in parte a causa delle sue implicazioni politiche. Il CNS è stato accusato dal Comitato di coordinamento nazionale siriano (CCNS) di essere un fronte della Fratellanza Musulmana, mentre il CNS ha denunciato il CCNS come troppo legato al regime, per essersi opposto all’intervento militare della maggioranza. Gli attivisti curdi hanno organizzato l’allontanamento dalla riunione, perché i curdi non sono stati riconosciuti come una minoranza distinta. Una rissa è esplosa e dei colpi sono stati scambiati. Mashouk Morshed, uno dei leader del Consiglio nazionale curdo siriano ha dichiarato: “Non torneremo alla conferenza e questa è la nostra ultima parola. Siamo un popolo perché abbiamo una lingua e un religione, e questo è ciò che definisce un popolo.”
Il Comitato Generale della Rivoluzione siriana, un gruppo eterogeneo di 44 “blocchi” rivoluzionari stabilitosi in Siria, ha abbandonato prima dell’inizio della riunione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il fiasco del matrimonio reale inglese e il suo “Piccolo Sporco Segreto” in Bahrain

Cunningham Finian Global Research, 26 Aprile 2011

Il matrimonio reale britannico si sta trasformando rapidamente in un disastro di pubbliche relazioni, con la notizia che il principe ereditario del Bahrain che ha rispettosamente rifiutato l’invito alla manifestazione. a causa della “situazione che regna” nel reame del Golfo Persico. Tuttavia, la vera storia dietro i titoli dei giornali, è che il rifiuto diplomatico rivela che la dirigenza britannica è ben consapevole della repressione feroce condotta dai governanti del Bahrain, con le forze armate degli Stati vicini del Golfo, compresi gli alleati dell’occidente, di Arabia Saudita, Kuwait, Qatar , Emirati Arabi e Oman.
Il principe ereditario Salman bin Hamad Al Khalifa ha detto che, secondo quanto riferito, che lui non voleva che la sua presenza “offuscasse” il matrimonio reale che si terrà presso l’Abbazia di Westminster a Londra, questo Venerdì. Il principe del Bahrein è tra i 40 sovrani di tutto il mondo a essere stati invitati dalla dirigenza britannica, ad unirsi ai 2.000 altri ospiti, tra cui capi di governo e celebrità, per partecipare alle nozze del principe William e della sua fidanzata Kate Middleton. William è il figlio dell’erede al trono della Gran Bretagna, il principe Carlo.
I reali britannici sono finiti, in questi ultimi giorni, sotto il fuoco della stampa britannica, per aver invitato il principe del Bahrein, che è anche il vice comandante supremo delle forze di difesa del Bahrain. Nonostante la mancanza di copertura nei media mainstream britannici, e occidentali in generale, tuttavia, c’è stata una protesta pubblica in Gran Bretagna per la brutale repressione del movimento pro-democrazia. Più di 30 civili sono stati uccisi dalla violenza di Stato – che è culminata il 16 marzo, dopo che le forze degli altri paesi del Golfo, guidate dei sauditi, hanno fatto ingresso nella piccola isola di circa 700.000 abitanti. Migliaia di altri sono stati feriti dall’esercito e dalla polizia, che hanno aperto il fuoco sui manifestanti pacifico. Fino a 1.000 persone sono finite illegalmente detenute, o “scomparse“, tra cui medici, infermieri, avvocati, operatori dei diritti umani e blogger. Quattro persone, tra cui il giornalista del Bahrain Karim Fakhrawi [1], sono morte durante la detenzione, recando segni di tortura. La maggioranza sciita in Bahrain è particolarmente presa di mira dai governanti sunniti e dai loro alleati del Golfo. Centinaia sono stati licenziati dai posti di lavoro, accusati di essere il supporto della rivolta anti-governativa, che ha avuto inizio il 14 febbraio.
Mentre le continue violazioni, tra cui l’occupazione militare degli ospedali e la detenzione illegale di pazienti feriti, hanno suscitato condanne dal Comitato ONU sui diritti umani, Amnesty International, Human Rights Watch, Medici Senza Frontiere e della statunitense Physicians for Human Rights, il governo britannico, insieme a Washington e altri governi occidentali, è stato vistosamente inerte.
L’ex potenza coloniale del Bahrain, Gran Bretagna, e il governo degli Stati Uniti, sono ben consapevoli della repressione. La Quinta Flotta degli Stati Uniti ha sede nella strategica isola del Golfo Persico, che funge da posto di ascolto e sorveglianza della proiezione di potenza geopolitica occidentale nella regione, in particolare contro l’Iran. E’ incredibile che i governi occidentali non siano a conoscenza della repressione. In effetti, è molto probabile che questi governi hanno dato la loro approvazione ai governanti del Bahrein e del Golfo ad effettuare il giro di vite sul movimento pro-democrazia, e sulla popolazione sciita in generale.
Pochi giorni prima che le forze saudite entrassero in Bahrein, il re Hamad bin Isa Al Khalifa ha ricevuto separatamente, in visita personale, il segretario alla difesa USA Robert Gates e l’alto consigliere della sicurezza nazionale britannico Sir Peter Ricketts, quest’ultimo ha riferito direttamente al primo ministro britannico David Cameron.
Gran Bretagna e Stati Uniti sono i principali fornitori di attrezzature militari del Bahrain – tra cui i gas lacrimogeni, elicotteri e mezzi blindati che vengono utilizzati per schiacciare le proteste pro-democrazia. La Gran Bretagna ha un ruolo particolarmente importante nelle politiche repressive del regime del Bahrain. Quando la Gran Bretagna concesse l’indipendenza nominale allo sceiccato petrolifero nel 1971, molti dei militari britannici posti alla  sicurezza dello Stato, rimasero al loro posto. Il capo della sicurezza del Bahrain, tra il 1968 al 1998, fu il colonnello Ian Henderson, che si crede  agisca ancora come consigliere del re. Henderson in passato è stato oggetto di diverse relazioni dei gruppi internazionali per i diritti umani, per il suo coinvolgimento nel supervisionare la tortura e la repressione in Bahrain. [2]
Dopo che l’ultima repressione era iniziata, i governanti del Bahrain ed i loro alleati del Golfo, hanno cercato di legittimare lo stato di emergenza dichiarato il 14 marzo, come una misura necessaria per schiacciare un “progetto eversivo” nel paese e nella regione, fomentati dall’Iran. Il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, ha cercato di puntellare tali accuse, denunciando “l’interferenza iraniana“. Ma, come il fiasco delle nozze regali inglesi indica, la Gran Bretagna (e gli USA) sono profondamente consapevoli delle inquietanti preoccupazioni umanitarie in Bahrain.
Ufficialmente, il principe ereditario del Bahrein “non ha invitato” se stesso.  In un comunicato, ha detto: “Speravo che il Regno del Bahrein avrebbe avuto una rappresentanza di alto profilo, in questo evento glamour, riflettendo così il legame di amicizia dei nostri paesi. Tuttavia, l’attuale situazione che regna in Bahrain mi impedisce di parteciparvi.” Le scommesse sono che il Foreign Office britannico si sia preoccupato per la crescente controversia mediatica in Gran Bretagna sulla prevista partecipazione al matrimonio dal monarca del Bahrein, e abbia consigliato quest’ultimo di non invitarsi.
Se il governo britannico ha creduto veramente alle giustificazioni ufficiali per la repressione in Bahrain, non avrebbe fatto una tale mossa. La volontà del monarca del Bahrein di non offuscare l’occasione, sembra essere una opportunistica ammissione accidentale che non ci sono inquietanti violazioni perpetrati dal regime. E il governo britannico sa bene che sta proteggendo un piccolo sporco segreto in Bahrain, e che se i media scavano di più, potrebbero portare alla luce. Ma l’istituzione britannica non ha limitato i danni del tutto. È ancora in programma la partecipazione al matrimonio reale di uno dei principi della Casa di Saud. Che causerà altre domande sulle connessioni della Gran Bretagna con la repressione in Arabia Saudita contro il suo movimento pro-democrazia, come pure il coinvolgimento in corso di quest’ultimo in Bahrain.
Inoltre, la lista degli invitati indica il cinico doppio standard, in materia di politica estera della Gran Bretagna. L’analista di media Paul Kane sottolinea: “Per così dire, a così tanti diversi livelli, per esempio, il contrasto tra i governanti del Bahrein, che ottengono invitato alle nozze reale britannica – qualcosa che viene preso per compendiare e definire la gentilezza e la nobiltà e le conquiste culturale delle élites occidentali – e i governanti libici, che ricevono munizioni, presumibilmente caricate con l’uranio impoverito, sulla loro testa”.

Finian Cunningham è un giornalista e musicista. E’ corrispondente per il Medio Oriente di Global Research.

NOTE
[1] [2]

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

Gli agenti di Washington e della Gran Bretagna nella leadership dell’opposizione della Libia

Julie Hyland WSWS 2 aprile 2011

Il transitorio e provvisorio Consiglio nazionale (TNC) non è stato ufficialmente in grado di partecipare alla conferenza sulla Libia tenutasi al London’s Lancaster House Martedì, a causa delle differenze all’interno della coalizione di guerra sul sostegno alla leadership anti-Gheddafi. Tuttavia, Washington e Londra hanno chiarito il loro appoggio per ciò che viene indicato come il governo-in-attesa della Libia, cioè la assalto militare contro il paese ha raggiunto l’obiettivo desiderato del cambiamento di regime.
Il primo ministro britannico David Cameron e la Segretaria di Stato Hillary Clinton, hanno incontrato il presidente del TNC Mahmoud Jibril. Il Foreign Office britannico ha ospitato una conferenza stampa di Guma El-Gamaty e Mahmoud Shammam, descritti come figure di spicco dell’opposizione libica. Nonostante le affermazioni persistente da parte di Londra e Washington, che non hanno interessi nel loro intervento nella guerra civile della Libia, un quadro delle loro relazioni con Jibril e El-Gamaty dimostra il contrario.
Il 28 marzo, il Boston Globe ha riportato che Jibril “ha giocato un ruolo chiave nel convincere gli Stati Uniti e i loro alleati” ad intervenire militarmente contro il regime del colonnello Muammar Gheddafi. Solo il giorno dopo che Washington ha iniziato gli attacchi missilistici contro il paese, Jibril avrebbe incontrato il Senatore John Kerry del Massachusetts, in un albergo del Cairo “per delineare la sua visione per il futuro della Libia.” Kerry è il presidente della Commissione Esteri del Senato. Jibril aveva anche incontrato  Clinton e il presidente francese Nicolas Sarkozy, scrive il giornale.
Jibril (noto anche come Mahmoud Gebril El-Warfally) è “in molti sensi un improbabile leader della ribellione“, il Globe ha segnalato. Ha trascorso molti anni insegnando negli Stati Uniti, dopo aver conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Pittsburgh “sotto il defunto Richard Cottam, un ex funzionario dell’intelligence statunitense in Iran, che divenne un famoso scienziato politico specializzato sul Medio Oriente“. Questo in realtà dipende da che tipo di “ribellione” guidi. In ogni caso, nel 1998, Jibril trasformò la sua dissertazione- “Immaginario e ideologia nella politica degli Stati Uniti Verso la Libia”- in un libro e ritornò in Medio Oriente, dove è diventato il presidente di una società di consulenza, offrendo programmi di formazione per dirigenti in tutta la regione, tra cui Egitto, Arabia Saudita, Libia, Giordania e Bahrein.
Jibril è ancora più noto per il suo lavoro con il regime di Gheddafi. Nel 2004, l’allora Primo Ministro britannico Tony Blair concluse l’”affare nel deserto” con Gheddafi che  vide la Libia uscire dall’isolamento. Oltre ad essere un alleato chiave dei Stati Uniti e Gran Bretagna in Medio Oriente, soprattutto dopo l’invasione dell’Iraq, la Libia di Gheddafi cominciò ad aprirsi agli investimenti esteri. Il figlio di Gheddafi, Saif, sembra aver guidato tale processo e fu lui, si dice, abbia raccolto l’aiuto di Jibril. Dal 2007, Jibril guida l’ufficio di Gheddafi per lo Sviluppo Economico Nazionale, nato per facilitare l’introduzione del capitale globale. Queste relazioni in via di sviluppo sono state aiutate dalla società di consulenza di Boston, Monitor Group. Nelle ultime settimane, l’azienda è sotto attacco per i suoi sforzi proclamati apertamente di “rafforzare il profilo della Libia” e di Gheddafi. Centrale in questo è stato lo sviluppo di relazioni spesso redditizie tra il regime e studiosi e istituzioni di spicco, in particolare negli Stati Uniti e Regno Unito, tra cui la London School of Economics. Ma il coinvolgimento del Monitor ha anche facilitato i contatti tra i leader neo-liberale “riformatori” economici del regime e le società occidentali. Il lavoro di Jibril lo ha messo “in contatto frequente con i diplomatici USA“, il Globe ha segnalato, così come con i dirigenti petroliferi statunitensi.
Il giornale ha segnalato un cablo diplomatico statunitense del gennaio 2010, pubblicato da Wikileaks. Il cablo fornisce un resoconto dei colloqui tra l’ambasciatore USA in Libia, Gene Cretz, e Jibril. Cretz racconta dei colloqui con Jibril, in cui quest’ultimo ha espresso la sua convinzione che “ora è il momento” per le aziende statunitensi di sfruttare il loro “vantaggio competitivo” nella corsa per il commercio e gli investimenti nei piani libici. “Gli Stati Uniti hanno un vantaggio qui“, ha detto Jibril a Cretz. “Se non camminate, Singapore, Regno Unito, Germania e Francia sono pronti“. Il cablo concludeva: “Jibril sembrava essere un interlocutore molto aperto,” uno che sembrava essere “ben collegato all’interno del regime” e che “può avere una capacità unica di influenzare i decisori, senza mettere in discussione la loro autorità“. Tuttavia, i giornali scrivono, Jibril lascia la Libia per la frustrazione della “linea dura del regime che soffoca le riforme”, diventando una delle “armi più potenti dell’opposizione dopo la ribellione scoppiata a febbraio“.
L’articolo del Globe si lamentava del fatto che persone come Jibril osservavano “che una delle principali debolezze del movimento per rovesciare Gheddafi: la loro mancanza di forza militare.” Sette membri dei 31 membri TNC sono professori universitari, e solo tre sono generali, ha segnalato. Questo spiega l'”appello urgente” pubblicato da Ali Aujali, che si è dimesso come ambasciatore della Libia a Washington per unirsi all’opposizione, “agli Stati Uniti di fornire armi, addestramento e supporto logistico ai ribelli“.

Chi è Guma El-Gamaty, coordinatore britannico del TNC?
El-Gamaty è sempre descritto come “scrittore, commentatore politico libico e critico assiduo del regime libico.” Un ricercatore presso l’Università di Westminster, col dottorato di ricerca  intitolato “La mentalità libica e i suoi effetti sullo sviluppo umano in Libia.” “E’ gente come lui che, speranza dei membri della Coalizione, che daranno un futuro alla nuova Libia“, il scrive quotidiano Independent. Eppure, nonostante i circa 30 anni da oppositore e scrittore nel Regno Unito, è molto difficile trovare qualcosa di sostanziale su El-Gamaty ed i suoi scritti e ricerche.
The Independent ha riferito che El-Gamaty era nel gruppo di manifestanti che si sono riuniti a Londra il 17 Aprile 1984, al di fuori della sede dell’ambasciata libica, per protestare contro il dominio di Gheddafi. “Era a pochi metri di distanza, quando un uomo armato ha aperto il fuoco su di loro dalla finestra del ambasciata libica, colpendo e uccidendo la poliziotta Yvonne Fletcher“, ha affermato il quotidiano. L’uccisione della poliziotta portò ad un assedio di 11 giorni dell’ambasciata libica da parte della polizia armata, dopo di che venne espulso il suo personale dal paese. La Gran Bretagna  ruppe le relazioni diplomatiche con Tripoli.
L’esatta filiazione politica di El-Gamaty non è chiara, ma la manifestazione era stata organizzata dal Fronte Nazionale per la Salvezza della Libia (NFSL). Ci sono numerose testimonianze che il NFSL, nato nell’ottobre 1981, sia stato istituito come parte degli sforzi di di Stati Uniti e Israele per assemblare e addestrare una forza militare per rovesciare Gheddafi. Il suo nucleo comprendeva alcuni catturati in Ciad, mentre combattevano una ribellione sostenuta dai libici contro il governo sostenuto dagli Usa di Hissène Habré. Sforzi a tal fine sono stati sostenuti e finanziati da Gran Bretagna, Francia, Arabia Saudita, Egitto e Marocco, tra gli altri.
Il World Socialist Web Site ha segnalato, all’inizio di questa settimana, che il collaboratore veterano della CIA, Khalifa Hifter, è stato nominato capo militare dell’opposizione di Bengasi. L’ex colonnello dell’esercito libico si unì all’opposizione anti-Gheddafi, mentre si trovava in Ciad alla fine degli anni ’80. Solo pochi anni dopo, emigrò negli Stati Uniti. Hifter, secondo quanto riferito in un articolo del Washington Post del 26 marzo 1996, avrebbe avuto a che fare con una ribellione armata contro Gheddafi. Questi cita un testimone, secondo cui la ribellione era guidata da Hifter, descritto come il leader di un “gruppo di tipo contra, con sede negli Stati Uniti, chiamato Libyan National Army.” (Vedi “Un comandante della CIA per i ribelli libici“)
Un mese dopo l’uccisione della poliziotta Fletcher a Londra, il NFSL rivendicò la responsabilità di un attacco militare contro il campo di Gheddafi a Bab al-Azizia, l’8 maggio 1984, azione ampiamente ritenuta essere stata coordinata con la CIA. Gheddafi sfuggì, ma altri 80 furono uccisi durante l’attacco, seguita da rappresaglie massicce in Libia. Secondo le rivelazioni dell’ex agente del MI5, David Shayler, il Regno Unito aveva progettato un piano per assassinare Gheddafi appena un mese prima. Questo coinvolgeva il Libyan Islamic Fighting Group (LIFG), considerato l’ala libica di al-Qaida. L’intelligence britannica, avrebbe pagato il LIFG con 100.000 sterline, per piazzare una bomba sotto il convoglio di Gheddafi a Sirte. Fu presa di mira la macchina sbagliata e degli innocenti furono uccisi.
Il 14 aprile 1986 gli statunitensi, con l’appoggio britannico, effettuarono dei bombardamenti sulla Libia. Anche se la residenza del dittatore libico fu bombardata, egli sfuggì. Sua figlia adottiva, tuttavia, rimase uccisa. Ci sono altri rapporti sul coinvolgimento dell’intelligence britannica con gli avversari islamisti di Gheddafi, nei piani di assassinio degli anni ’90. Shayler è stato imprigionato per sei mesi, nel novembre 2002, per la divulgazione dei documenti MI5 che si pensa siano da mettere in relazione con le trame del 1984. Nel giugno 2005, il NFSL si riunì con una serie di altri gruppi, per tenere la prima conferenza dell’opposizione nazionale libica (NLO) a Londra, dedicata a mobilitare le forze esterne e interne per estromettere Gheddafi. Il NFSL, che secondo quanto riferito, s’è ritirato dal NLO nel 2008, ha tenuto la sua ultima conferenza negli Stati Uniti nel 2007.
Il preciso coinvolgimento El-Gamaty con queste macchinazioni non è chiaro. Ma negli ultimi anni, soprattutto dall’accordo di Blair del 2004, è stato invitato a parlare alla Camera dei Lord due volte sugli affari libici. Nel marzo 2007, El-Gamaty fece notizia lodando gli Stati Uniti per aver aiutato la Libia a costruire la sua prima centrale nucleare, come “un premio significativo per Gheddafi e un segno di quanto i rapporti tra l’America e la Libia sono andati avanti…” proseguiva: “Questo invierà un segnale diplomatico ad altri paesi più cruciali, come l’Iran e la Corea del Nord, che se seguiranno l’esempio della Libia e capitoleranno e cederanno completamente alle pressioni americane e adotteranno  la linea americana … verranno ricompensati“.
Più di recente, è stato responsabile di alcuni delle più stravaganti affermazioni sulla guerra civile libica. Questi includono affermazioni che Gheddafi sia andato nello Zimbabwe su un jet privato pieno di lingotti d’oro, e che il regime aveva reclutato “migliaia di mercenari africani” per sopprimere l’opposizione.
El-Gamaty ha detto alla Australian Broadcasting Corporation, il 24 febbraio, che questi “africani che parlano francese o inglese … sono completamente estranei alla società libica e hanno detto che gli sono state promesse grandi quantità di dollari per combattere per Gheddafi.” “E queste migliaia di africani sono all’interno della caserma al-Bab Azizia,” ha continuato. “E’ un enorme complesso e lo si scatenano fuori dalla caserma per le strade di Tripoli, terrorizzando la popolazione e impedendogli di uscire e manifestare“. Ha detto, allo stesso programma, che la Libia aveva sofferto sotto quello che ha descritto come “oppressione sciita da 41 anni“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

Libia: campo di battaglia tra Occidente e Eurasia



Libia: campo di battaglia tra Occidente e Eurasia

1. Le operazioni clandestine sul terreno
A fine Marzo è oramai chiaro che la ‘rivolta popolare’ o meglio, la rivoluzione colorata con cui si è tentato di rivestire il golpe con cui abbattere la Jamahiriya, è fallita. Il piano era in preparazione almeno dal 20 ottobre 2010, quando il governo francese aveva invitato a Tunisi Nouri Mesmari, capo del protocollo del governo Libico, e il giorno successivo giungeva a Parigi, dove in pratica resta in esilio ad organizzare il golpe.
Sicuramente ai primi di novembre sono visti entrare all’Hotel Concorde Lafayette di Parigi, dove Mesmari soggiorna, alcuni stretti collaboratori del presidente francese Sarkozy. Il 16 novembre c’e’ una fila di auto blu fuori dall’hotel. Nella suite di Mesmari si svolge una lunga e fitta riunione. Due giorni dopo parte per Bengasi una strana e fitta delegazione commerciale francese. Ci sono funzionari del ministero dell’Agricoltura, dirigenti della France Export Cereales e della France Agrimer e manager della Soufflet, della Louis Dreyfus, della Glencore, della Cani Cereales, della Cargill e della Conagra.” Una missione commerciale che serve a coprire un gruppo di militari e di agenti dell’intelligence che a Bengasi incontrarono il colonnello dell’aeronautica libica Abdallah Gehani, disposto a disertare e che aveva contatti con dei dissidenti tunisini.
Il 28 novembre, a seguito delle indagini del controspionaggio libico, Tripoli emette un mandato di cattura internazionale nei confronti di Mesmari, che viene trasmesso anche alla Francia. Gli uomini di Sarkozy inscenano un finto arresto, che si tramuta in una confortevole permanenza parigina per il complottatore bengasino. Mesmari, dopo aver chiesto ufficialmente alla Francia asilo politico svela i segreti della difesa militare e delle alleanze diplomatiche e finanziarie della Libia, descrivendo il quadro dei possibili dissidenti disposti a passare con le forze nemiche di Tripoli. Dopo aver respinto i successivi tentativi di contatto del governo libico, Mesmari, il 23 dicembre 2010 incontra i transfughi politici Farj Charrant, Fathi Boukhris e Alì Ounes Mansouri, che diverranno i dirigenti della presunta rivolta popolare di Bengasi. I tre sono accompagnati da funzionari dell’Eliseo e da dirigenti del servizio segreto francese (DGSE).
A Gennaio 2011 la Francia è pronta ad avviare il golpe contro il governo Libico. Il 22 gennaio il comandante del controspionaggio in Cirenaica, il Generale Aoudh Saaiti, fa arrestare il colonnello dell’aeronautica Gehani, collegamento occulto dei servizi francesi con la rete dei prossimi rivoltosi. Rivolta che esplode egualmente il 17 febbraio a Bengasi. Da subito, gli Israeliani indicano la presenza di elementi esterni e stranieri dietro la ‘rivolta popolare’. Decine, e poi centinaia, di ‘consiglieri’ militari ed agenti dei servizi segreti statunitensi, britannici e francesi, sono sbarcati a Bengasi e a Tobruk almeno fin dal 2 febbraio 2011, per creare e alimentare la rivolta. Lo scopo della loro missione era triplice: aiutare i comitati rivoluzionari a stabilire infrastrutture governative; organizzare i rivoltosi in unità paramilitari, addestrandoli all’uso delle armi; preparare l’arrivo di altre unità militari straniere, forse egiziane e saudite, oltre a reparti di ex-guerriglieri in Afghanistan, gli ‘afgansy’, collegati con l’universo islamista egiziano e saudita.
Di fatti erano giunti a Bengasi cannoni anticarro da 106 millimetri di provenienza NATO,  con munizionamento inglese, e armi antiaeree, il tutto camuffato da aiuti umanitari alla popolazione civile; da ciò si può ben comprendere quale sia, in realtà, il vero scopo delle ONG umanitarie che reclamano fin dall’inizio delle ostilità, l’istituzione di ‘corridoi umanitari’ per la popolazione civile (nome in codice per indicare i mercenari e la guerriglia anti-Jamahiriya). Camuffate da aiuti umanitari le armi, camuffati da volontari umanitari gli istruttori militari occidentali che, appena sbarcati, iniziano l’addestramento dei rivoltosi; mentre commandos di incursori iniziavano a compiere operazioni clandestine di sabotaggio e provocazione. Tutto ciò, secondo le fonti interne francesi, avviene da ben prima della risoluzione 1973, adottata dal consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 17 marzo, che chiede “un immediato cessate il fuoco” e autorizza la comunità internazionale ad istituire una no-fly zone in Libia e a utilizzare tutti i mezzi necessari per proteggere i civili. Lo stesso ministro degli interni francese, Claude Guéant, aveva parlato di «una crociata» riferendosi all’operato di Sarkozy.
L’insieme delle operazioni clandestine anglo-francesi rientra dell’ambito dell’operazione South Mistral. La cui versione ufficiale, ovvero le operazioni di bombardamento sotto mandato ONU; sono denominate Harmattan, in francese, o Ellamy, in inglese, che  a loro volta rientrano nell’operazione Odissey Dawn, voluta dal salotto dirittumanitarista di sinistra di Washington, che ha le sue massime espressioni nella segretaria di stato USA Hillary Rodham Clinton, nell’ambasciatrice USA all’ONU Susan Rice e nell’intellettuale-gangster Samantha Power, notoria cantrice dell’interventismo armato umanitario internazionale degli USA.*
Gli screzi non sono mancati, comunque, all’interno del disomogeneo fronte anti-Jamahiriya, che è stato formato rappattumando svariati gruppi e clan spinti alla rivolta con motivazioni e per interessi differenti. Ai primi di marzo, due agenti dell’MI6 e sei incursori delle SAS inglesi, mentre stavano scortando un diplomatico britannico, appena scesi dall’elicottero che li aveva trasportati nella loro zona operativa, a Bengasi, furono catturati dai guardiani di una fattoria e consegnati alla fazione ribelle gestita dai francesi o dagli egiziani, e non dagli inglesi. Interrogati, non avevano svelato nulla ed erano stati poi esfiltrati e fatti rientrare con la fregata HMS Cumberland. Secondo The Times, la presenza inaspettata di questa unità “avrebbe irritato gli esponenti dell’opposizione libica, che hanno trasferito i soldati in una base militare“. In effetti, questi elementi sono aggregati ai circa 200 militari dello Scottish Royal Regiment, reparto inglese rientrato dall’Afghanistan nel 2009, che partecipa alle operazioni militari coperte da azioni umanitarie e sgombero. Il ministro della Difesa britannico aveva ammesso che questi militari operano nel bengasino da almeno tre settimane: ufficialmente per assistere piloti abbattuti.
Lo scopo di questo tipo di operazioni, di questo dispiegamento sul campo di reparti speciali, era anche quello di approfittare del caos a Tunisi e Cairo, per consentire l’ingresso dai due paesi confinanti con la Libia di mercenari, volontari islamisti e almeno un centinaio di membri dell’Unità 777,  le forze speciali egiziane, tutti inviati per fornire sostegno tecnico, nuovi armamenti e appoggio tattico alla presunta spontanea ‘rivolta popolare libica’.

Gli uomini qui ripresi caricano una cassa di munizioni speciali, si tratta di proiettili da 106mm per dei cannoni senza rinculo M40A1 di fabbricazione statunitense. Tale arma non è in dotazione alle forze armate libiche; inoltre la scritta HESH-T, ovvero Proiettile ad Alto Esplosivo a Testata Dirompente – Tracciante, dimostra che i proiettili sono di fabbricazione inglese, poiché questo tipo di proiettili sono chiamati così solo nel Regno Unito, mentre nel resto del mondo vengono denominati HEP-T (Proiettile ad Alto Esplosivo al Plastico – Tracciante). Inoltre l’esplosivo HESH-T/HEP-T è impiegato solo dai paesi membri della NATO, Israele, India e Svezia. Non possono che avere origine esterna alla Libia, non sono stati prelevati dagli arsenali delle forze armate libiche.

*Il jetset cosmopolita che l’intellettualità di sinistra italiana, soggetta a un perpetuo senso di inferiorità, ama frequentare e celebrare con assiduità. Si ricordi, tal riguardo, dei non casuali articoli panegirici della direttrice dell’Unità Concita Degregorio verso questo bel mondo cosmopolita.

Alessandro Lattanzio, 25/3/2011
Aurora03.da.ru

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 367 follower