Thierry Meyssan: “I terroristi siriani sono stati addestrati dall’UCK in Kosovo”

Intervista alla rivista serba Geopolitika
Thierry Meyssan risponde alle domande della rivista serba Geopolitika. Ritornando sulla sua interpretazione dell’11 settembre, degli eventi in Siria e della situazione attuale in Serbia
Rete Voltaire Belgrado (Serbia) 2 dicembre 2012

LibyaSyriaGeopolitika: signor Meyssan, siete diventato famoso in tutto il mondo quando è stato pubblicato il libro L’Incredibile Menzogna, che mette in discussione la versione ufficiale delle autorità statunitensi sull’attentato terroristico dell’11 settembre 2001. Il suo libro ha incoraggiato altri intellettuali ad esprimere i loro dubbi su questo tragico evento. Potrebbe brevemente dire ai nostri lettori che cosa è realmente accaduto l’11 settembre, cosa è successo o cosa è esploso sul Pentagono: si trattava di un aereo, che vi si è schiantato, o di qualcosa d’altro? Che cosa è successo con gli aerei che si sono schiantati contro le torri gemelle, e in particolare nel terzo edificio vicino alle torri? Qual è il contesto più profondo dell’attacco, che ha avuto un impatto globale e ha cambiato il Mondo?
Thierry Meyssan: E’ sorprendente che la stampa mondiale abbia ripreso la versione ufficiale, da un lato perché è assurdo, dall’altra parte perché non riesce a spiegare alcuni fatti. L’idea che un tossicodipendente, nascosto in una grotta in Afghanistan, e venti individui, armati di taglierini, possano distruggere il World Trade Center e colpire il Pentagono prima che l’esercito più potente del Mondo avesse il tempo di reagire, non è nemmeno degna di un fumetto. Ma la storia più grottesca è che pochi giornalisti occidentali si pongono delle domande. Inoltre, la versione ufficiale ignora la speculazione sul mercato azionario sulle aziende vittime degli attacchi, l’incendio di un edificio annesso alla Casa Bianca, o il crollo della terza torre del World Trade Center, quel pomeriggio. Tutti eventi che non sono nemmeno menzionati nella relazione finale della Commissione presidenziale d’inchiesta.
Nel merito, non si parla della cosa più importante di quel giorno: dopo l’attacco al World Trade Center, il piano di continuità del governo è stato attivato illegalmente. Esiste una procedura in caso di guerra nucleare. Se vi fosse l’annientamento delle autorità civili e militari, verrebbe instaurato un governo alternativo. Intorno alle 10:30, il piano venne attivato anche se le autorità civili erano ancora in grado di esercitare le loro responsabilità. Il potere passò ai militari che lo restituirono ai civili solo intorno alle 16:30. Durante questo periodo, dei commando raccolsero quasi tutti i membri del Congresso e i funzionari di governo, per metterli in salvo nei rifugi nucleari. Quindi ci fu un colpo di stato militare di un paio d’ore, giusto il tempo per i golpisti per imporre una propria linea politica: uno stato di emergenza permanente all’interno e l’imperialismo globale all’estero. Il 13 settembre, il Patriot Act venne presentato al Senato. E non si tratta di una legge, ma di un sostanzioso codice antiterrorismo la cui redazione venne effettuata in segreto per due o tre anni. Il 15 settembre, il presidente Bush approvò il piano della “matrice mondiale”, che istituiva un sistema globale di rapimenti, prigioni segrete, torture e omicidi. Nella stessa riunione, venne approvato un piano di attacchi in successione a Afghanistan, Iraq, Libano, Libia, Siria, Somalia, Sudan e Iran. Si può vedere che la metà del programma è già stata completata.
Questi attacchi, il colpo di stato e i crimini successivi sono stati organizzati da quello che dovrebbe essere chiamato Stato profondo (questa espressione viene usata per descrivere il potere segreto militare in Turchia o in Algeria). Questi eventi sono stati progettati da un gruppo molto ristretto: gli straussiani, vale a dire, i discepoli del filosofo Leo Strauss. Queste sono le stesse persone che hanno indotto il Congresso degli Stati Uniti al riarmo nel 1995, e che ha organizzato lo smembramento della Jugoslavia. Dobbiamo ricordare, ad esempio, che Alija Itzetbegovic ebbe come consulente politico Richard Perle, come consigliere militare Usama bin Ladin e come consulente mediatico Bernard-Henri Lévy.

Geopolitika: Il suo libro e il suo atteggiamento anti-americano, espresso liberamente sulla rete indipendente Voltaire, sono stati la fonte di problemi che avete avuto personalmente con l’amministrazione dell’ex presidente francese, Nicolas Sarkozy. Puoi dirci un po’ di più? Infatti, nell’articolo che ha scritto su Sarkozy, dal titolo “Operazione Sarkozy: come la CIA ha messo uno dei suoi agenti alla presidenza della Repubblica francese“, ha inserito informazioni sensibili che ricordano dei thriller politico-criminali.
Thierry Meyssan: Non sono antiamericano. Io sono un antiimperialista e penso che anche il popolo degli Stati Uniti sia una vittima dei suoi leader politici. Ho scoperto che Nicolas Sarkozy ha vissuto la sua adolescenza a New York, presso l’ambasciatore Frank Wisner Jr. Questo personaggio è uno dei più grandi dirigenti della CIA, che è stata fondata dal padre, Frank Wisner Sr. Ne consegue che la carriera di Nicolas Sarkozy è stata interamente determinata dalla CIA. Non vi è quindi da stupirsi che, diventato presidente della Repubblica francese, abbia difeso gli interessi di Washington e non quelli francesi. I Serbi hanno familiarità con Frank Wisner Jr., è lui che ha organizzato l’indipendenza unilaterale del Kosovo come rappresentante speciale del Presidente degli Stati Uniti. Ho spiegato tutto questo in dettaglio nel corso di un discorso al Media Forum Euroasiatico (in Kazakistan) e mi è stato chiesto di svilupparlo in un articolo per Odnako (Russia). Accadde che, per un capriccio del momento, venisse pubblicato durante la guerra in Georgia, quando Sarkozy si recò a Mosca. Il primo ministro Vladimir Putin mise la rivista sul tavolo prima di iniziare a chiacchierare con lui. Questo, ovviamente, non ha migliorato il mio rapporto con Sarkozy.

Geopolitika: signor Meyssan, qual è la situazione attuale in Siria, la situazione sul fronte e la situazione nella società siriana? L’Arabia Saudita e il Qatar, così come i paesi occidentali, che vogliono rovesciare il sistema politico del presidente Bashar Assad con forza, sono vicine a realizzare il loro obiettivo?
Thierry Meyssan: dei 23 milioni di siriani, 2-2,5 milioni sosterrebbero i gruppi armati che cercano di destabilizzare il paese e indebolire il suo esercito. Hanno preso il controllo di diverse città e vaste zone rurali. In ogni caso, questi gruppi armati non saranno in grado di rovesciare il regime. Il piano prevedeva che le prime azioni terroristiche occidentali creassero un ciclo di provocazione/repressione per giustificare un intervento internazionale, sul modello terrorismo dell’UCK e repressione di Slobodan Milosevic, seguito dall’intervento della NATO. Indichiamo di passaggio, che è stato dimostrato che dei gruppi che combattono in Siria sono stati addestrati al  terrorismo dai membri dell’UCK in Kosovo. Questo piano non è riuscito perché la Russia di Vladimir Putin non è quella di Boris Eltsin. Mosca e Pechino non hanno permesso alla NATO di intervenire e da allora la situazione marcisce.

Geopolitika: Che cosa otterrebbero Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Arabia Saudita e Qatar, abbattendo il presidente al-Assad?
Thierry Meyssan: ciascuno Stato membro della coalizione ha un suo interesse in questa guerra, e ritiene di poterlo soddisfare, anche se questi interessi sono talvolta contraddittori. A livello politico, c’è il desiderio di spezzare l’”Asse della resistenza al sionismo” (Iran-Iraq-Siria-Hezbollah-Palestina). C’è anche il desiderio di continuare il “rimodellamento del Grande Medio Oriente.” Ma la cosa più importante è di natura economica: si sono scoperte enormi riserve di gas naturale nella parte sud-orientale del Mediterraneo. Il centro di questo giacimento è vicino Homs in Siria (più precisamente, Qara).

Geopolitika: Puoi dirci un po’ di più della ribellione di al-Qaida in Siria, i cui rapporti con gli Stati Uniti sono in contraddizione, a dir poco, se si guardano le loro azioni sul campo? Lei ha detto in un’intervista che il rapporto tra Abdelhakim Belhadj e la NATO è stato quasi istituzionalizzato. Al-Qaida per chi combatte in realtà?
Thierry Meyssan: Al-Qaida era in origine il nome dei database, dei file di computer, dei mujahidin arabi inviati a combattere in Afghanistan contro i sovietici. Per estensione, si sono denominati al-Qaida gli ambienti jihadisti in cui sono stati reclutati questi mercenari. Poi con al-Qaida è stata designata la cerchia di bin Ladin e, per estensione, tutti i gruppi che nel Mondo sostengono l’ideologia di bin Ladin. Secondo il momento e le esigenze, questo movimento è stato più o meno numeroso. Durante la prima guerra in Afghanistan, la guerra in Bosnia e le guerre in Cecenia, questi mercenari erano dei “combattenti per la libertà”, poiché combattevano contro gli slavi. Poi, durante la seconda guerra in Afghanistan e l’invasione dell’Iraq, erano dei “terroristi” perché stavano attaccando i GI. Dopo la morte ufficiale di bin Ladin, sono ancora una volta diventati “combattenti per la libertà” durante le guerre in Libia e Siria, perché combattono a fianco della NATO. In realtà, questi mercenari sono sempre stati controllati dal clan Sudeiri, la fazione pro-USA e arci-reazionaria della famiglia reale saudita, e più in particolare, dal principe Bandar bin Sultan. Uno che George Bush padre ha sempre presentato come il suo “figlio adottivo” (vale a dire, il figlio intelligente che il padre avrebbe voluto avere), che non mai smesso di lavorare per conto della CIA.
Anche quando al-Qaida combatteva i soldati in Afghanistan e in Iraq, lo era ancora nell’interesse degli Stati Uniti perché poteva giustificarne la presenza militare. Si scopre che negli ultimi anni, i libici hanno formato l’ossatura di al-Qaida. La NATO naturalmente li ha utilizzati per rovesciare il regime di Muammar al-Gheddafi. Una volta che questo è stato fatto, hanno nominato il numero due dell’organizzazione, Abdelhakim Belhaj, governatore militare di Tripoli, anche se è ricercato dalla giustizia spagnola per la sua presunta responsabilità negli attentati di Madrid. In seguito, hanno mandato i suoi uomini a combattere in Siria. Per trasportarli, la CIA ha usato le risorse del Commissariato per i Rifugiati di Ian Martin, rappresentante speciale di Ban Ki-Moon in Libia. I cosiddetti rifugiati sono stati portati in Turchia, nei campi che servono come basi per attaccare la Siria e il cui accesso è stato vietato ai parlamentari e alla stampa turchi. Ian Martin è noto anche ai vostri lettori: è stato il Segretario Generale di Amnesty International e Alto rappresentante del Commissario per i diritti umani in Bosnia-Erzegovina.

Geopolitika: La Siria è al centro non solo di una guerra civile, ma della manipolazione e della guerra mediatica. Vi chiediamo come testimone diretto, presente sul terreno, cosa è realmente accaduto a Homs e Hula?
Thierry Meyssan: Non sono un testimone diretto di ciò che è successo a Houla. Per contro, mi sono fidato di terze parti, nei negoziati tra le autorità siriane e francesi, durante l’assedio dell’emirato islamico di Bab Amr. I jihadisti erano trincerati in questa zona di Homs, da cui avevano cacciato gli infedeli (cristiani) e gli eretici (sciiti). In effetti, solo 40 famiglie sunnite sono state lasciate tra circa 3.000 combattenti. Avevano introdotto la sharia, e un “tribunale rivoluzionario” ha condannato più di 150 persone, che furono uccise in pubblico. Quest’auto-proclamato emirato era segretamente gestito da ufficiali francesi. Le autorità siriane volevano evitare il bombardamento e negoziarono con le autorità francesi affinché i ribelli si arrendessero. In definitiva, i francesi poterono lasciare la città di notte e fuggire in Libano, mentre le forze lealiste entravano nell’emirato e i combattenti si arrendevano. Lo spargimento di sangue fu evitato, ci furono meno di 50 morti, in ultima analisi, durante l’operazione.

Geopolitika: A parte gli alawiti, anche i cristiani vengono presi di mira in Siria. Puoi dirci un po’ di più sulla persecuzione dei cristiani in questo paese e perché la cosiddetta civiltà occidentale, le cui radici sono cristiane, non si mostra solidale con i propri correligionari?
Thierry Meyssan: I jihadisti per primo aggrediscono coloro che sono più vicini a loro: in primo luogo i sunniti e sciiti (compresi alawiti) progressisti, e solo dopo i cristiani. In generale, torturano e uccidono pochi cristiani. Per contro, li espellono e li derubano sistematicamente. Nella regione in prossimità del confine con il nord del Libano, l’esercito libero siriano ha concesso una settimana ai cristiani per fuggire. C’è stato un esodo di 80.000 persone. Coloro che non sono fuggiti in tempo sono stati massacrati. Il cristianesimo è stato fondato da San Paolo a Damasco. Le comunità siriane sono più antiche di quelle occidentali. Hanno mantenuto gli antichi riti e una fede molto forte. La maggior parte è ortodossa. Coloro che sono legati a Roma hanno mantenuto i loro riti ancestrali. Durante le Crociate, i cristiani d’Oriente combatterono con gli altri arabi contro i soldati inviati dal Papa. Oggi, stanno combattendo con i loro compagni contro i jihadisti inviati dalla NATO.

Geopolitika: E’ possibile aspettarsi un attacco contro l’Iran il prossimo anno, e in caso di un intervento militare, quale sarà il ruolo di Israele? Un attacco nucleare è il vero scopo di Tel Aviv, o  Israele viene spinto in questa avventura da una struttura globalista, interessata a una ampia destabilizzazione delle relazioni internazionali?
Thierry Meyssan: L’Iran supporta una rivoluzione. Questo è l’unico grande paese che offre un modello alternativo di organizzazione sociale all’American Way of Life. Gli iraniani sono un popolo mistico e perseverante. Ha insegnato agli arabi l’arte della resistenza e dell’opposizione al progetto sionista, non solo nella regione, ma in tutto il Mondo. Detto questo, nonostante la sua furia, Israele non è in grado di attaccare l’Iran. E gli Stati Uniti hanno rinunciato ad attaccarlo. Si tratta di una nazione di 75 milioni di abitanti, dove tutti aspirano a morire per il proprio paese. Mentre l’esercito israeliano è composto da giovani la cui esperienza militare si limita al tormento dei palestinesi, e l’esercito statunitense è composto da disoccupati che non hanno intenzione di morire per una paga  misera.

Geopolitika: Come vede il ruolo della Russia nel conflitto siriano e come vede il ruolo del presidente della Russia, Vladimir Putin, che viene ampiamente demonizzato dai media occidentali?
Thierry Meyssan: La demonizzazione del presidente Putin sulla stampa occidentale è l’omaggio del vizio alla virtù. Dopo aver raddrizzato il suo paese, Vladimir Putin intende rimetterlo al suo posto nelle relazioni internazionali. Ha basato la sua strategia sul controllo di quello che dovrebbe essere la principale fonte di energia nel XXI secolo: il gas. Già Gazprom è diventata la prima società gasifera mondiale e la Rosneft è la prima petrolifera. Ovviamente, non ha intenzione di lasciare che gli Stati Uniti mettano le mani sul gas siriano, e non lascerà che l’Iran utilizzi il proprio gas senza controllo. Di conseguenza, è dovuto intervenire in Siria e allearsi con l’Iran. Inoltre, la Russia sta diventando il principale garante del diritto internazionale, mentre gli occidentali sostengono, in nome della paccottiglia moralistica, di poter violare la sovranità delle nazioni. Quindi non bisogna temere la potenza russa, perché serve la legge e la pace. A giugno, Sergej Lavrov ha negoziato un piano di pace a Ginevra. E’ stato rinviato unilateralmente dagli Stati Uniti, ma in definitiva dovrebbe essere attuato da Barack Obama durante il suo secondo mandato. Esso prevede il dispiegamento di una forza di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, composto prevalentemente da truppe della CSTO. Inoltre, permette la continuazione del potere di Bashar al-Assad, se il popolo siriano lo decide attraverso le urne.

Geopolitika: Cosa ne pensa della situazione in Serbia e del difficile cammino percorso dai serbi negli ultimi due decenni?
Thierry Meyssan: la Serbia è stata esaurita da una serie di guerre che ha affrontato, in particolare la conquista del Kosovo da parte della NATO. E’ davvero una guerra di conquista, in quanto si concluse con l’amputazione del paese e il riconoscimento unilaterale da parte della NATO dell’indipendenza di Camp Bondsteel, vale a dire di una base della NATO. La maggioranza dei serbi ha pensato a un avvicinamento all’Unione europea. Ignorando che l’Unione europea è la faccia civile di un’unica entità di cui la NATO è la faccia militare. Storicamente l’UE è stata creata in riferimento alle clausole segrete del Piano Marshall, che precedette la NATO, ma è comunque parte dello stesso piano di dominio anglosassone. Può essere che la crisi dell’euro porti alla dissoluzione dell’Unione europea. In questo caso, Stati come Grecia e Serbia si volgeranno spontaneamente verso la Russia, con la quali condividono molti elementi culturali e la stessa domanda di giustizia.

Geopolitika: Si consiglia alla Serbia, in modo più o meno diretto, a rinunciare al Kosovo per poter  entrare nell’Unione europea. Lei ha una grande esperienza delle relazioni internazionali, e noi sinceramente Le chiediamo se può darci consigli su cosa dovrebbero fare i serbi in politica interna ed estera?
Thierry Meyssan: Non ho consigli da dare a nessuno. Da parte mia mi dispiace che alcuni Stati abbiano riconosciuto la conquista del Kosovo da parte della NATO. Dal momento che il Kosovo è diventato il fulcro, per lo più, della diffusione in Europa della droga coltivata in Afghanistan sotto la vigile protezione delle truppe statunitensi. Nessun popolo otterrà nulla da questa indipendenza e di certo non i kosovari, ormai ridotti in schiavitù dalla mafia.

Geopolitika: Esisteva tra la Francia e la Serbia una forte alleanza che ha perso senso, quando la Francia ha partecipato al bombardamento della Serbia nel 1999, nel quadro della NATO. Tuttavia, in Francia e Serbia vi sono ancora persone che non hanno dimenticato “l’amicizia delle armi” della prima guerra mondiale, e che pensano che dovrebbero ripristinare la vita spezzata di queste relazioni culturali. Lei condivide questo punto di vista?
Thierry Meyssan: Sapete che uno dei miei amici, con i quali ho scritto Pentagate: L’attacco al Pentagono dell’11 settembre con un missile e non con un aereo fantasma, è il comandante Pierre-Henri Bunel. Venne arrestato durante la guerra della NATO per spionaggio a favore della Serbia. Successivamente, è stato estradato in Francia, processato e condannato a due anni di carcere, invece che a vita. Questo verdetto dimostra che in realtà ha agito su ordine dei suoi superiori. La Francia, membro della NATO, è stata costretta a partecipare all’attacco alla Serbia. Ma lo ha fatto di malavoglia e spesso aiutando segretamente la Serbia che ha bombardato. Oggi, la Francia è in una situazione ancora peggiore. E’ governata da una élite che per proteggere i propri vantaggi economici, si è posta al servizio di Washington e Tel Aviv. Spero che i miei compatrioti, che hanno una lunga storia rivoluzionaria, alla fine caccino queste élite corrotte. E nello stesso tempo, la Serbia riacquisti un’indipendenza effettiva. Così i nostri due popoli si ritroveranno spontaneamente.

Geopolitika: La ringrazio molto per il tempo concessoci.

Documenti di accompagnamento (PDF – 199,1 kb)

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I BRICS sono in ottima forma

Rakesh Krishnan Simha RIR 21 novembre 2012

Contrariamente alle previsioni circa la loro imminente fine, i BRICS sono sempre più forti; i loro problemi economici attuali possono essere liquidati come dolori di crescita. Una tendenza osservata nei media occidentali in questi giorni è l’ondata di necrologi sui BRICS. Si ha la sensazione che i commentatori stiano sbavando sulle loro tastiere mentre pompano le attuali difficoltà economiche nei paesi emergenti. Vi è una sorta di “si-sapeva-questo-era-troppo-bello-per-essere-vero” nei loro reportage, che si riallaccia perfettamente con il loro compiacimento “si-sono-ancora-da terzo mondo”. La maggior parte di questi “esperti” attacca direttamente i paesi BRICS per un presunto eccesso di promesse poi non mantenute. Il londinese Financial Times sostiene che l’India soffra di “depressione clinica”, che la Russia sia traballante e la Cina sia una bolla in attesa di esplodere.
In un articolo intitolato ‘La frenata dei paesi BRICS’, Forbes ha attaccato lo scrittore indiano Pankaj Mishra – che chiama ironicamente Brankaj – per aver osato commentare sul New York Times che il “ridimensionamento dell’America è inevitabile“. Altri cercano di essere più sottili. Un sedicente esperto di un think tank statunitense dice: “Niente di tutto questo dovrebbe sorprendere, perché è difficile sostenere una rapida crescita per più di un decennio.” Forse il suo editore dovrebbe dirgli che, col senno di poi, non c’è nulla di sorprendente. Ve lo dico io cosa è sorprendente, che questi commentatori si concentrano sui problemi economici dei paesi BRICS, in un momento in cui le bottiglie molotov illuminano le città europee. E qui c’è qualcosa di ancora più sorprendente, che questi giornalisti continuano a parlare di “recessione economica globale“, quando in realtà si tratta di una recessione economica occidentale.

Come non sbagliarsi
La visuale diventa distorta se ci si basa esclusivamente sulle tendenze. Questo perché le tendenze sono spesso solo un segmento di una storia più grande. Per esempio, se i paesi BRICS subiscono una contrazione, una tendenza in linea con il resto del mondo, questo non significa che la loro  crescita sia finita. Qui voglio porre ai commentatori occidentali una domanda: mentite a voi stessi o mentite al vostro pubblico? Comunque mentite. Infatti, non vi sono dati sufficienti per sostenere l’opinione che i paesi BRICS siano un’idea superata. Per prima cosa, diamo un’occhiata alle dimensioni della crescita dei mercati emergenti, e poi vediamola in prospettiva. In un rapporto intitolato ‘Ballando con i Giganti’, la Banca mondiale, che  essenzialmente è una banca statunitense, dice che la rivoluzione industriale fu per gli Stati Uniti il periodo di massimo splendore, il reddito era più che raddoppiato in una sola generazione. Per quanto impressionante e senza precedenti fosse, ciò impallidisce davanti ai BRICS. Il rapporto afferma che in Cina e in India, “gli attuali tassi di crescita, le aspettative di vita, e i redditi aumenteranno di cento volte in una generazione.”
I dati forniti dal Fondo monetario internazionale mostrano il drammatico cambiamento della ricchezza e dei redditi nei BRICS, in confronto con la più ricca nazione occidentale. Poco più di un decennio fa, il PIL pro capite della Russia era di 1775 dollari, rispetto ai 35252 negli Stati Uniti. Nel 2013 questo è destinato ad aumentare a 16338. Così, il rapporto USA-Russia sul reddito che era di 1 a 20, sarà nel prossimo anno di 1 a 3. Tra tutti i paesi BRICS, l’economia russa ha ricevuto la peggiore stampa, “l’Arabia Saudita con gli alberi“, come un ex funzionario della NATO ha descritto il paese. Secondo i rapporti, l’economia russa è gonfiata artificialmente dal petrolio e dal gas, cosa che la danneggia di più rispetto ai suoi partner dei BRICS. Mark Adomanis, un consulente di Washington DC, avverte che il racconto di una Russia al collasso e decrepita è “estremamente fuorviante e incredibilmente persistente“. E aggiunge: “Se si guarda a cose come la produzione di energia elettrica, produzione alimentare e standard di vita, la Russia è molto più vicina alle norme occidentali di quanto lo siano gli altri paesi BRICS“. Questo ottimismo è supportato da Bloomberg che ha segnalato, la scorsa settimana, che quasi tutti gli indicatori economici in Russia attualmente sono positivi. Allo stesso modo, una decina di anni fa il PIL pro capite della Cina era a un abissale 945 dollari, o in un rapporto di 1 a 37.
Il FMI prevede che il rapporto USA-Cina si ridurrà a 1 a 8 il prossimo anno. Nel complesso, anche se il PIL dei paesi BRICS è aumentato dal 15 per cento del reddito globale, di una decina di anni fa, al 25 per cento di oggi; il PIL combinato dei paesi del G7 – Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Germania, Francia, Canada e Italia – è sceso dal 70 per cento del totale del PIL mondiale di due decenni fa, al 50 per cento di oggi. Questa è una buona notizia per tutti. “La crescita dei paesi BRICS e di altre economie emergenti, ha promosso la distribuzione e lo sviluppo della ricchezza e del potere globali in modo più equilibrato“, dice Tao Wenzhao, un ricercatore presso l’Istituto di Studi Americani dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, un think-tank di Pechino.

Il commercio intra-BRICS
Mentre l’Europa e gli Stati Uniti rimuginano sulla perdita di posti di lavoro e di industrie manifatturiere, i BRICS siglano mega-accordi. In una riunione tenutasi a New Delhi il 9 novembre, l’ambasciatore del Brasile in India, Carlos Duarte, ha detto che gli scambi tra l’India e il Brasile crescono con un sorprendente “35 per cento l’anno, nonostante un rallentamento economico in entrambi i paesi e la distanza fisica tra di essi“. Le grandi aziende brasiliane già collaborano con imprese indiane, la Reliance con la società petrolifera brasiliana Petrobras e la Tata con l’azienda brasiliana Marco Polo. Il volume del commercio bilaterale ha superato i 10 miliardi di dollari nel 2011-12. “Il Brasile e l’India si sono uniti in un abbraccio gigantesco“, ha detto Deepak Bhojwani, ex console generale indiano a San Paolo.
La Cina, che sta svolgendo un grande gioco nelle vaste risorse naturali del Brasile, ha messo in guardia dall’utilizzare il Canale di Panama per inviare tali risorse. Il canale, anche se gestito da una ditta cinese di Hong Kong, è strettamente monitorato dai militari degli Stati Uniti. Si è, pertanto, proposto un nuovo percorso attraverso la Colombia, con una ferrovia da 7,6 miliardi dollari, per collegare il Brasile e le coste dei Caraibi con il Pacifico. Nel 2010 la Cina è diventata il principale partner commerciale dell’India, con scambi bilaterali aumentati incredibilmente di 28 volte negli ultimi dieci anni. E per fare un confronto, nel dicembre dello stesso anno, quando il premier cinese Wen Jiabao ha visitato l’India, i due paesi siglarono un accordo del valore di 16 miliardi di dollari, il mese prima che, con un assai pubblicizzato viaggio, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama siglasse un accordo di soli 10 miliardi di dollari.
L’anno scorso, la Rusal della Russia, il più grande produttore di alluminio al mondo, ha scelto di lanciare la sua offerta pubblica iniziale non a Londra o a New York, ma alla borsa di Hong Kong, diventando la prima azienda russa a farlo. Un altro enorme cambiamento strategico è che l’infrastruttura petrolifera della Russia ora punta ad est, la pipeline ESPO della Russia, tra la Siberia orientale e l’Oceano Pacifico, offre petrolio russo a una Cina energivora, ribaltando decenni di dipendenza russa dai mercati europei. Nei prossimi anni, le infrastrutture per il gas russo saranno anch’esse rivolte ad est. Time Magazine dice che “se il commercio e gli investimenti supersonici tra le economie emergenti continuano, l’importanza degli Stati Uniti e dell’Europa, economicamente e politicamente, diminuirà“.

Aumenta l’angoscia
Com’era prevedibile, tali stretti legami tra i paesi BRICS non va giù ad alcuni ambienti. Assieme al costante flusso di storie sulla “Frenata dei BRICS“, un’altra nuova tendenza sono le storie relative alle fratture nei BRICS. Il quotidiano conservatore di Sydney The Australian dice: “La nostra missione deve essere attirare la Russia fuori dai BRICS e offrirle una posizione alternativa nel mondo come partner dell’UE, pronta ad accettare le sue radici europee e ad impegnarsi nei valori europei… abbandonando i BRICS, perderebbe la faccia, ma sarebbe una liberazione per la Russia. I suoi politici non si sono mai sentiti a loro aggio con il ‘modello di sviluppo asiatico’.”
Io lavoro in una società mediatica di proprietà australiana, quindi questo pezzo mi fa rabbrividire non solo perché mi preoccupo per il degradarsi degli standard del giornalistici, ma anche perché fa appello ai più vili istinti razziali. La Russia non è stata trascinata nei BRICS, ma ne è invece all’origine. Questo brillante articolo di Sergej Radchenko, docente di storia delle relazioni asiatico-americane presso l’Università di Nottingham di Ningbo, in Cina, dimostra che non è Goldman Sachs, ma l’ex presidente russo Mikhail Gorbaciov, ad aver proposto un nuovo ordine mondiale con Russia, Cina, Brasile e India dentro. The Australian, con una bizzarra inversione della realtà, spera che la piccola minoranza di moscoviti che è insorta dopo il ritorno di Vladimir Putin alla presidenza, forzerà l’uscita della Russia dall’Asia. “Ancoriamo la Russia all’Europa, piuttosto che incoraggiare le sue confuse idee d’utilizzare i paesi BRICS come una nuova versione dell’Internazionale. E parliamo con il Brasile di cooperazione per la difesa, ad esempio, scartandolo dall’imbroglio BRIC“.
Bene, questo è giornalismo zombie. E’ sintomatico della scarsa comprensione della realtà in occidente. Perché, tra tutti gli occidentali, gli australiani hanno raggiunto la maggior parte dei mercati emergenti, in particolare la Cina. E’ l’appetito vorace di Pechino per i metalli e minerali dell’Australia, che ha salvato il paese caldo e polveroso dalla peggiore recessione degli ultimi decenni. Ma no, The Australian non lascerà che i fatti ostacolino la strada della bella storiella, anche se passa molto lontana dalla realtà.

Constatare la realtà
C’è una innegabile sacca di corruzione e arretratezza nei BRICS. Per esempio, la Russia è classificata solo 43.ma nell’indice delle 50 principali economie nell’Indice del Dinamismo Globale pubblicato dalla società di consulenza Grant Thornton, la scorsa settimana. L’economia indiana  ruggiva al 9 per cento, prima che la recessione la rallentasse al 5 per cento. Tuttavia, nessuno di questi problemi è unico per i paesi BRICS. In realtà, il loro reddito e la loro influenza avanzano nelle classifiche, mentre gli standard di vita in Occidente sono in calo. Come afferma ‘Ballando con i Giganti’ i paesi BRICS sono stati in grado di togliere centinaia di milioni di persone dalla povertà negli ultimi decenni, e non è solo un dato di fatto, ma fornisce anche una speranza al resto del Mondo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

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