La Primavera araba: una trappola degli islamisti infiltrati alla Casa Bianca

Fakhreddin Besbes, Dottore in Scienze Politiche, Tunisie-Secret, 23 marzo 2013

obama-thanks-qatari-amir-for-support-on-libyaDopo aver letto questo articolo, si capirà perché Ghannouchi e Morsi sono andati al potere in Tunisia e in Egitto. Due anni dopo la sua esplosione in Tunisia, la “primavera araba” appare per ciò  che nessuno aveva visto all’inizio: la metodica distruzione degli Stati-nazioni e loro sostituzione con regimi dispotici, ma modernisti, nati dalla colonizzazione dei reazionari regimi islamisti asserviti agli Stati Uniti. Diciamo che si tratta di una lettura degli eventi “cospirazionista”. Questa è l’argomentazione della disinformazione e degli agenti al soldo dell’imperialismo. Ecco i fatti esposti da un dottore in scienze politiche, che ci ha gentilmente inviato la sua analisi. Giudicate voi stessi.

La Primavera araba: una trappola degli islamisti infiltrati alla Casa Bianca
Tutto è iniziato subito dopo gli attentati criminali dell’11 settembre 2001. Quando Usama bin Ladin, ex agente della CIA, si era rivoltato contro la potenza che l’aveva armato e supportato contro la presenza sovietica in Afghanistan. La decisione degli Stati Uniti di colpire al-Qaida in Afghanistan di per sé non era illegale. Bin Ladin, i suoi soci e i suoi protettori dovevano pagarla. Ma nel suo delirio narcisistico, George W. Bush decise d’invadere l’Iraq nel 2003, uno Stato che non aveva assolutamente alcuna responsabilità per gli attentati dell’11 settembre, a differenza dell’Arabia Saudita, custode dei santuari e dei pozzi di petrolio.

Da George W. Bush a Barack Hussein Obama
E’ con questa invasione che gli Stati Uniti decisero di cambiare strategia e alleanze, piuttosto che farseli nemici, gli islamisti pentiti saranno i nostri alleati e i custodi dei nostri interessi nel mondo arabo. Con la scusa della democrazia e dei diritti umani, si lasceranno decadere i regimi che li opprimono facendoli installare al potere. Li chiamiamo “islamisti moderati”, vale a dire democratici e moderati iper-imperialisti. Fissiamo le tre linee rosse da non attraversare: il nostro controllo sulla ricchezza energetica del mondo musulmano, la sacralità dello Stato d’Israele e bloccare le azioni che ci terrorizzano. Questo riavvicinamento tra imperialisti e islamisti, che riattiva la vecchia alleanza tra il wahabismo saudita e il pragmatismo americanista, e anche tra servizi segreti inglesi e i Fratelli musulmani, è stato descritto nell’importante libro di Robert Dreyfuss, “Devil’s Game. How the United States Helped Unleash Fundamentalist Islam”, (Gioco Diabolico. Come gli Stati Uniti hanno scatenato l’Islam fondamentalista), pubblicato nel novembre 2005.
Con l’avvento al potere di Barack Hussein Obama, questo riavvicinamento tra l’amministrazione statunitense e la setta islamista ha preso una svolta decisiva. Con un padre kenyano e musulmano, e poi un patrigno indonesiano, Barak Hussein era immerso nell’identità islamista e nel vittimismo comunale che non ha nulla a che fare con l’Islam quietista, spirituale e disinibito della maggior parte dei musulmani nel mondo. Negli anni ’80 era assistente sociale, o più precisamente “organizzatore di comunità” nella periferia sud di Chicago. Nello stesso tempo, aderiva alla Chiesa Unita di Cristo guidato localmente dal controverso pastore Jeremiah Wright, del culto della Nation of Islam e, infine, “convertito” al protestantesimo. Con Barak Hussein Obama alla Casa Bianca, gli islamisti hanno così trovato l’alleato ideale che sostiene la loro lotta e condivide i loro ideali, così come l’opportunità storica di passare alla fase finale della loro conquista del potere nel mondo arabo. Per loro, Obama è in qualche modo il Messia liberatore, il braccio con cui il piano di Allah si avvererà, non solo nel mondo arabo ma anche, nel medio e lungo termine, nel vecchio continente indebolito dalla scristianizzazione avviata da più di un secolo. Gli islamisti non sanno ancora che Obama è l’Anticristo, piuttosto, la cui politica ha portato direttamente a uno scontro di civiltà che farà scomparire l’Islam come religione. Dividere i musulmani, uccidere l’Islam con il veleno islamista, sono una machiavellica strategia del governo degli Stati Uniti.

L’infiltrazione dei Fratelli musulmani
Il 22 dicembre 2012 apparve sulla rivista egiziana Ros al-Youssef un articolo di grande importanza, dal titolo: “Un uomo e sei fratelli alla Casa Bianca”, firmato da Ahmed Shawki, uno pseudonimo. L’autore scrive che sei persone hanno cambiato la politica degli Stati Uniti: “La Casa Bianca è passata dall’ostilità nei confronti dei gruppi e delle organizzazioni islamiche a più grande sostenitore mondiale dei Fratelli musulmani“. Secondo l’autore, i sei individui sono: Arif Ali Khan, Assistente per lo sviluppo delle politiche del segretario alla Sicurezza Nazionale; Mohamed Elibiary, membro del Consiglio consultivo per la Sicurezza Nazionale, Hussein Rashid, inviato speciale degli USA presso l’Organizzazione della Conferenza Islamica, Salim al-Marayati, fondatore del Muslim Public Affairs Council (MPAC), Mohamed Majid, presidente dell’Islamic Society of North America (ISNA), Eboo Patel, membro del consiglio consultivo del presidente Obama, incaricato dei consigli comunali inter-religiosi.

Il pedigree dei sei fratelli  
Nato nel 1968 da padre indiano e madre pakistana, Arif Ali Khan è un avvocato musulmano e docente presso la National Defense University, specializzata nella lotta contro il terrorismo. Dopo il suo successo come vicesindaco di Los Angeles, è stato nominato da Obama, nel 2009, Assistente del segretario alla Sicurezza Nazionale. E’ stato soprattutto il consulente incaricato da Obama sui dossier degli Stati islamici. Fondatore della Organizzazione Mondiale Islamica, un ramo della Fratellanza musulmana, è stato colui che ha provveduto ai collegamenti e alle trattative con i movimenti islamici prima e dopo la “primavera araba”.
Nato ad Alessandria d’Egitto, Mohamed Elibiary è cresciuto in Texas, dove i suoi genitori si erano trasferiti fuggendo dalla persecuzione degli islamisti in Egitto. Mohamed Elibiary, alias il “qutbita” per il suo fanatismo verso le idee di Said Qutb, è un membro di spicco dei Fratelli musulmani degli Stati Uniti. Laurea in gestione e progettazione di reti, è stato direttore della sezione di Houston del Consiglio per gli Affari Islamici Americani (CAIR), una vetrina dei Fratelli musulmani negli Stati Uniti. E’ stato colui che ha scritto il discorso di Obama che chiedeva ad Hosni Mubarak di lasciare il potere.
Nato nel 1978 nel Wyoming, Hussein Rashid è un avvocato indo-pakistano, già membro segreto dei Fratelli musulmani. Nel giugno 2002 ha partecipato alla Conferenza annuale del Consiglio Mussulmano Americano, già guidato da Abdul Rahman al-Amudi, condannato per finanziamento del terrorismo. Ha inoltre partecipato al comitato organizzatore della Riflessione critica islamica, accanto alle figure più importanti dei Fratelli musulmani degli Stati Uniti, come Jamal Barzinji, Hisham al-Talib e Yacub Mirza. Dopo l’adesione alla squadra elettorale di Obama, quest’ultimo l’ha nominato consigliere della Casa Bianca nel gennaio 2009. Barak Hussein Obama l’ha anche nominato responsabile della redazione dei suoi discorsi sulla politica estera. Nel 2009, fu Hussein Rashid che scrisse il discorso di Obama di Cairo. In risposta alle critiche, Obama disse del suo amico e consigliere, “L’ho scelto per questo ruolo perché è un avvocato compiuto e perché ha svolto un ruolo chiave nello sviluppo dei partenariati chiesti a Cairo. E come Hafiz (esperto) del Corano, è un membro rispettato nella comunità musulmana americana.”
Nato in Iraq, Salim al-Marayati è di adozione statunitense. Attualmente è direttore esecutivo del Muslim Public Affairs Council (MPAC), un’organizzazione islamica fondata nel 1986 dai Fratelli musulmani. E’ stato scelto nel 2002 per lavorare con la National Security Agency. I sospetti che pesavano sul MPAC durante la campagna sicurezza post-11 settembre 2001, non hanno impedito ad al-Marayati di avvicinarsi, ai neocons e poi ai democratici della squadra di Obama.
Nato nel nord del Sudan nel 1965, Mohamed Majid è figlio dell’ex- ìMufti del Sudan. Emigrato negli Stati Uniti nel 1987, dopo ulteriori studi, nel 1997 insegnava alla Howard University, come specialista di esegesi coranica. Membro dei Fratelli musulmani, è stato molto influente tra le comunità musulmane in America del Nord. Da avvocato è stato un attivista feroce nella criminalizzazione di ogni diffamazione dell’Islam. Avendo sostenuto la candidatura di Obama alle elezioni presidenziali, quest’ultimo gli ha dato diverse missioni associative di tipo comunitarista. Nel 2011, è stato nominato consulente del dipartimento per la Sicurezza Nazionale (DHS) nella lotta contro l’estremismo e il terrorismo. È attualmente consigliere del Federal Bureau of Investigation (FBI) e di altre agenzie federali.
Infine, Patel è un musulmano statunitense di origine indiana. Ha completato i suoi studi in sociologia nell’Illinois, presso l’Urbana-Champaign. Da studente era un islamista militante presso i  musulmani provenienti da India, Sri Lanka e Sud Africa. Con il finanziamento della Fondazione Ford, ha avviato la IFYC nel 2002. Fratello musulmano e amico di Hani Ramadan, è membro del comitato consultivo religioso del Council on Foreign Relations. Era anche molto vicino a Siraj Wahhaj, un ben noto Fratello musulmano statunitense. Patel è attualmente consulente del dipartimento per la Sicurezza Nazionale e membro del consiglio consultivo di Barack Obama.

Anche Hillary Clinton ha una musulmana al suo servizio
Il suo nome è Huma Mahmoud Abidin e ha giocato con la Clinton un ruolo importante all’inizio della “primavera araba”. Prima di entrare nella squadra elettorale della Clinton, proveniva anche lei dal vecchio ambiente delle associazioni comunitarie di Barak Hussein Obama. Per rendere la pariglia al grande capo nero, Hillary Clinton l’ha reclutata tra i suoi più stretti collaboratori. E’ nata nel 1976 da padre indiano e madre pakistana. E’ cresciuta ed è stata educata nel Paese del wahhabismo, l’Arabia Saudita, dove i suoi genitori lavoravano. Durante le primarie democratiche del 2008, era assistente personale di Hillary Clinton. E’ sposata con David Anthony Weiner, un membro del Partito Democratico eletto a New York.

Conclusione
Fin dai suoi primi vagiti in Tunisia, la “primavera araba” è stata un’enorme truffa e un grande complotto mediatico dell’islamo-imperialismo che il popolo tunisino, desiderando la libertà e la democrazia, non ha visto. Con tali influenti personaggi islamisti presenti nel processo decisionale e di sicurezza statunitensi, la “primavera araba” non poteva che essere un inverno islamista. Non è un caso che i due principali sostenitori dell’islamismo mondiale, Arabia Saudita e Qatar, fin dalla “rivoluzione dei gelsomini” hanno supportato le cosiddette rivolte spontanee. Non è un caso che questi Stati continuino a finanziare i jihadisti nella Siria che hanno messo a fuoco e fiamme, in attesa di colpire probabilmente Iran, Libano e Algeria. Per gli ignoranti, questo è il secolo del risveglio dell’Islam. Per i consapevoli, è iniziata la fine dell’Islam.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La repressione di Mursi espone il ruolo controrivoluzionario dei socialisti rivoluzionari egiziani

Johannes Stern, WSWS 6 dicembre 2012

october-cairo-protest-against-morsi
La repressione omicida di ieri al Cairo, da parte delle forze fedeli al presidente islamista egiziano Mohamed Mursi contro i manifestanti che protestavano contro il suo decreto costituzionale del 22 novembre, chiarisce il ruolo controrivoluzionario di Mursi. Dopo aver fatto in modo che tutti i poteri legislativi, costituzionali, esecutivi e giudiziari si concentrassero nelle sue mani, avendo così più potere del presidente Hosni Mubarak prima che la lotta rivoluzionaria della classe operaia nello scorso anno lo cacciasse, Mursi sta ora cercando di affogare nel sangue la sua opposizione. Ciò ha anche esposto il ruolo controrivoluzionario delle forze piccolo-borghesi “di sinistra” del gruppo dei socialisti rivoluzionari (RS) dell’Egitto e i loro alleati internazionali: l’International Socialist Organization (ISO) statunitense e il Socialist Workers Party (SWP) inglese. Dall’inizio della campagna elettorale di Mursi l’anno scorso, fino alla vigilia della sua presa del potere, i RS e i loro alleati cantavano le lodi di Mursi e dei suoi Fratelli musulmani (MB), in quanto forze che perseguivano la rivoluzione egiziana.
Il giorno prima della presa del potere di Mursi, il giornale Socialist Worker dell’ISO ne sminuiva le mosse per isolare i palestinesi durante l’assalto israeliano alla Striscia di Gaza, nella politica di cooperazione con i governi di Israele e degli Stati Uniti. Il 21 novembre, Lee Sustar, un giornalista dell’ISO, predisse: “Morsi non ha altra scelta se non mostrare qualche forma di sostegno ai palestinesi di Gaza, anche svolgendo manovre diplomatiche… per la prima volta da decenni, i politici in egiziani e di altrove si sentono sotto pressione nell’esprimere la diffusa simpatia per i palestinesi.” Prima delle elezioni presidenziali di giugno, i RS hanno supportato fino in fondo Mursi e la MB. Hanno fatto campagna elettorale per Mursi, producendo innumerevoli dichiarazioni a favore della MB, promuovendola quale “ala destra della rivoluzione” e Mursi come “candidato rivoluzionario.” I membri dei RS e dell’ISO supportavano Mursi, questa estate a Chicago, alla conferenza Socialismo 2012 dell’ISO, dove hanno promosso Mursi e la MB come agenti della rivoluzione. Sameh Naguib, principale teorico dei RS e professore di sociologia presso l’Università americana del Cairo, ha elogiato l’elezione di Mursi: “La vittoria di Mursi, candidato dei Fratelli musulmani, è una grande conquista, piegando la controrivoluzione e respingendo il colpo di Stato. Per ora, questa è una vera vittoria per le masse egiziane e una vera vittoria per la rivoluzione egiziana.” Aveva denunciato chiunque criticasse Mursi: “Molti, soprattutto in occidente e anche qui, hanno un atteggiamento islamofobo che non gli permette di vedere la natura dei Fratelli musulmani. Così tante persone qui, anche a sinistra, potrebbero dire che non c’è differenza reale tra Mursi, il candidato dei Fratelli musulmani, e Shafiq, il candidato dei militari, entrambi sarebbero forze contro-rivoluzionarie, e che la vittoria di uno di essi sarebbe la vittoria della controrivoluzione e la sconfitta della rivoluzione egiziana.” Aggiunse: “Ogni volta che ci sarà una minaccia della contro-rivoluzione, gli islamisti si volgeranno verso la masse, mobilitando centinaia di migliaia di persone contro il regime militare.” Naguib ha dichiarato che gli islamisti “hanno tutte le contraddizioni dei principali movimenti riformisti apparsi nelle democrazie sociali in occidente. Non possono svolgere un ruolo completamente contro-rivoluzionario“.
Mentre per le strade del Cairo i teppisti della MB colpivano e uccidevano i manifestanti che si oppongono al tentativo di Mursi di schiacciare la rivoluzione, il fallimento di questi argomenti è netto. La MB non ha mobilitato le masse per lotta rivoluzionaria contro i militari, come Naguib sosteneva sarebbe successo. Dopo aver fatto un accordo con l’esercito, la MB sta mobilitando teppisti, imam reazionari e altra feccia controrivoluzionaria per schiacciare le proteste dei lavoratori  contro la dittatura di Mursi. La MB non è un partito riformista, né rivoluzionario, non lo è mai stato. Si tratta di un partito di destra borghese, senza radici nel movimento operaio o aderenze nella massa dei lavoratori. Fondata nel 1928 dagli strati di destra della classe dirigente egiziana, si dedicò principalmente a schiacciare la crescente influenza del comunismo nella classe operaia. La MB si è storicamente associata agli attacchi ai lavoratori in sciopero, alla collaborazione con l’imperialismo degli Stati Uniti e alle politiche economiche di libero mercato. Queste politiche sono ora svolte da Mursi e dal MB di fronte al Mondo intero. In politica estera, Mursi supporta l’adesione alla guerra degli Stati Uniti contro la Siria e l’Iran, mentre internamente si prepara ad attacchi massicci contro la classe operaia. Sotto la Fratellanza musulmana, l’Egitto si è assicurato un prestito di 4,8 miliardi dollari dal Fondo monetario internazionale (FMI), sulla base dei piani di tagli alle sovvenzioni vitali come benzina e pane, da cui le masse impoverite egiziane dipendono.
Ora, con le proteste di massa che eruttano contro Mursi, i RS si allineano ai partiti secolari del grande business. I loro nuovi “rivoluzionari” arrivano all’ex-funzionario delle Nazioni Unite Mohamed al-Baradei e al suo Partito costituzionale liberale, al leader nasseriano Hamdeen Sabahi, al Partito liberale egiziano del miliardario Naguib Sawiris e ai resti del vecchio regime, come Amr Moussa, ex capo della Lega Araba e ministro di Mubaraq. Un governo guidato da tali forze difenderebbe gli interessi della classe dirigente egiziana contro i lavoratori, come fanno spietatamente Mursi e la MB. Infatti, ISO e RS sono ora preoccupati che la loro alleanza con le forze del vecchio regime di Mubaraq, come Moussa, renda il loro ruolo controrivoluzionario troppo chiaro e stanno cercando di prenderne le distanze. Martedì scorso, Lee Sustar ha citato il blogger dei RS Hossam al-Hamalawy: “Quando vi è la polarizzazione tra islamisti e laici, allora ciò significa che Amr Moussa può improvvisamente diventare un campione dello stato civile, può improvvisamente significare che [il conduttore di talk show pro-Mubaraq] Tawfiq Okasha diventi il simbolo della libertà di espressione, può improvvisamente significare che [il blogger controrivoluzionario] Ahmed Spider marci per le strade per poter recuperare il manto del martire, … i rivoluzionari devono fare molta attenzione a ciò.” Se Hamalawy insiste sul fatto che i RS devono essere “attenti” nel distinguersi dalle forze come Moussa, questo accade perché la politica destroide rende i RS sempre più indistinguibili dai funzionari dell’era Mubaraq o dagli altri politici borghesi. Infatti, dopo la cacciata di Hosni Mubaraq lo scorso febbraio, si è registrato una costante nella politica dei RS e delle loro internazionali: hanno insistito sul fatto che le fazioni della classe dirigente egiziana dovessero svolgere un ruolo progressivo nella rivoluzione egiziana. In primo luogo hanno dichiarato che la giunta militare filo-USA che aveva preso il potere dopo la caduta di Mubaraq, poteva essere messa sotto pressione per avviare riforme democratiche. Scrivendo l’anno scorso sulla pubblicazione dell’ISO statunitense, Socialist Worker, il membro dei RS Mustafa Omar ha detto: “Nonostante le sue misure repressive, il Consiglio supremo capisce che la rivolta del 25 gennaio ha cambiato l’Egitto una volta per tutte… Il Consiglio si propone di riformare il sistema politico ed economico, permettendogli di diventare più democratico e meno opprimente.”
Quando le proteste di massa contro il regime militare rinnovato si sono intensificate lo scorso autunno, i RS hanno ritenuto il loro orientamento alla giunta militare non più sostenibile. Si sono volti verso la MB islamista, con la quale hanno già collaborato strettamente sotto Mubaraq. Questo orientamento verso la borghesia egiziana e, infine, l’imperialismo degli Stati Uniti, rispecchia la posizione degli strati sociali privilegiati della classe piccolo-borghese, che i RS rappresentano. La maggior parte dei loro aderenti proviene da più ricchi strati filo-occidentali del ceto medio: accademici, avvocati, studenti benestanti, attivisti delle ONG e funzionari di sindacati  “indipendenti” sponsorizzati dall’occidente. Sono indifferenti alle aspirazioni sociali e democratiche della classe operaia, e ostili al rovesciamento rivoluzionario dello Stato borghese egiziano e alla creazione di uno stato operaio che combatta per delle politiche socialiste. Mirano a ridisegnare il capitalismo egiziano in modo da aumentarvi la loro influenza e ricchezza. I lavoratori e i giovani devono trarre conclusioni gravi dalle amare esperienze vissute nei mesi scorsi, con le forze reazionarie promosse dai RS. Questa organizzazione deve essere considerata per quella che è: un’organizzazione che conduce la classe operaia da un disastro all’altro, e che in ultima analisi è un nemico della rivoluzione, così come le forze che cerca di promuovere.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

I fratelli d’Egitto attuano un colpo di stato preventivo

Melkulangara Bhadrakumar, Strategic Culture Foundation, 15.08.2012

Il presidente egiziano Mohammed Morsi ha fatto l’impensabile – affermando la supremazia civile su quella militare. Questo è stato un atto che doveva andare ben oltre le capacità della Fratellanza musulmana per un colpo come questo. Qualcosa è accaduto. Sei decenni di storia politica dell’Egitto sono stati chiusi. Ma questo è più di una svolta nella storia. Paesi vicini e lontani – Stati Uniti, Israele, Iran e Arabia Saudita, in particolare – ne terranno conto.
C’è silenzio nell’aria. A dire il vero, gli Stati Uniti e Israele sono traumatizzati. Israele, che non è mai a corto di parole, è senza parole. La cacciata del maresciallo Mohammed Tantawi, ministro della difesa dell’Egitto, rimuove il numero uno degli interlocutori-collaboratori degli Stati Uniti nel calcolo del potere a Cairo. Washington sembra aver completamente frainteso il panorama politico egiziano. Non più tardi di due settimane fa, il segretario alla difesa statunitense Leon Panetta aveva visitato Cairo ed espresso il suo convincimento che Tantawi e Morsi se la cavavano bene. In un commento che lo perseguiterà, oggi, Panetta aveva detto: “A mio avviso, in base a quello che ho visto [a Cairo], il presidente Morsi e il feldmaresciallo Tantawi hanno un rapporto molto buono e collaborano agli stessi obiettivi”. Ciò che Panetta diceva, era che gli interessi degli Stati Uniti a Cairo erano al sicuro, non importava la transizione democratica dell’Egitto e l’ascesa dei Fratelli musulmani, a condizione che Tantawi fosse al comando. L’autorevole opinionista del Washington Post, David Ignatius, che è collegato alla dirigenza degli Stati Uniti, ha riassunto l’acutezza del dilemma attuale dell’amministrazione statunitense:
Ciò che è indiscutibile è che i Fratelli musulmani, di cui Morsi è membro da tempo, ha rafforzato la sua presa sull’Egitto, controllando i militari, nonché la presidenza e il parlamento. Questo è un esempio di democrazia in azione e di controllo civile delle forze armate, o un colpo di stato dei Fratelli musulmani, a seconda del vostro punto di vista. Probabilmente è entrambe le cose”. Ignatius ha aggiunto, “la mossa di Morsi è avvenuta con la repentinità di un colpo di stato”. Evidentemente, vi è stato un fallimento dell’intelligence a Washington. La prima reazione della Casa Bianca è stata di rassegnazione. “E’ importante che l’esercito egiziano e i civili (il governo) lavorino a stretto contatto per affrontare la sfida economica e di sicurezza che affronta l’Egitto”, ha detto ai giornalisti il capo ufficio stampa della Casa Bianca, Jay Carney. “Ci auguriamo che l’annuncio del Presidente Morsi servirà gli interessi del popolo egiziano … e continueremo a lavorare con i leader civili e militari in Egitto, per far avanzare i molti nostri interessi comuni.”
Gli Stati Uniti capiscono che non è in loro potere sovvertire quanto è successo. Gli eventi di domenica testimoniano il drammatico declino dell’influenza degli Stati Uniti in Egitto, lo scorso anno. Ma Washington ha rapidamente risposto sostenendo che il nuovo ministro della Difesa, Abdel Fattah al-Sissi, nominato da Morsi, è una ‘nota’ figura che ha partecipato all’addestramento in un istituto militare degli Stati Uniti, circa tre decenni fa. Questo para il vero problema. Il cuore della questione è che la mossa di Morsi va ben al di là della questione dei nuovi volti militari. Ha anche annullato la dichiarazione costituzionale volta a contenere i poteri presidenziali e gli ha dato i poteri militari legislativi e altre prerogative. Ha modificato la costituzione ad interim negando all’esercito qualsiasi ruolo nella definizione delle politiche pubbliche, del bilancio e qualsiasi ruolo nella scelta di una assemblea costituente per redigere la nuova costituzione. Questo è a dir poco la presa, da parte dei Fratelli musulmani, delle leve del potere.
Chiaramente, Morsi ha agito secondo la decisione collettiva della leadership dei Fratelli musulmani. Si tratta di una decisione ben ponderata e le sue ramificazioni nella futura traiettoria delle politiche egiziane resta da vedere. Ignatius riassume, “Gli israeliani hanno detto di essere più preoccupati per la purga di domenica, preoccupati da Morsi che sta prendendo una serie di passi che possono portare verso una collisione con Gerusalemme. Ma per gli Stati Uniti e Israele, osservare gli sviluppi in Egitto è un po come andare a cavallo di una tigre, potenzialmente molto pericolosa e impossibile da governare”.
Ciò che gli Stati Uniti (e Israele) devono soppesare con attenzione in questo momento, è la connessione tra l’attentato terroristico in Sinai del 5 agosto, e la decisione di Morsi di frustare i militari. Il punto è se ci sia una connessione.

Una sceneggiatura hollywoodiana
In effetti, Washington ha rapidamente fatto seguito all’attacco terroristico del Sinai, offrendo ai militari egiziani un pacchetto di assistenza. Non prima che l’attacco terroristico avesse luogo, Israele si era anch’esso subito presentato come il miglior alleato che l’Egitto potrebbe mai pensare di avere in questi tempi pericolosi. Tuttavia, i Fratelli musulmani hanno volutamente ritenuto il Mossad israeliano responsabile della gestione dell’attacco in Sinai. Significativamente, il primo importante cambiamento di Morsi, che ha fatto seguito al misterioso attacco terroristico in Sinai del 5 agosto, è stato il licenziamento del capo dei servizi segreti, il generale Murad Muwafi, ampiamente ritenuto il singolo ‘asset strategico’ più importante degli Stati Uniti (e d’Israele) nella direzione della sicurezza egiziana.
In poche parole, i Fratelli sono diffidenti nei confronti dei tentativi degli Stati Uniti di portare il terrorismo al centro della scena del discorso egiziano, in questo frangente, quando Morsi deve ancora consolidare la sua presa sulla struttura di potere. I Fratelli sanno che se il centro si sposta sulla ‘guerra al terrorismo’, ciò inevitabilmente spingerà Cairo a ricercare la cooperazione nella sicurezza con Washington (e Tel Aviv), un’eventualità che danneggerebbe Morsi erodendone la base politica. Inoltre, ci sarebbe anche un programma che metterebbe ancor più i militari alla guida, e per molto tempo. In effetti, nelle ultime settimane, gli Stati Uniti hanno spinto la questione. Il mese scorso, quando il segretario di stato statunitense Hillary Clinton e Panetta visitarono Cairo, chiesero che l’esercito egiziano agisse con fermezza contro i militanti che operano in Sinai. Washington contava sull’esercito egiziano per stringere ulteriormente i legami del paese con gli Stati Uniti, in una comune ‘guerra al terrore’ nel Sinai. Gli Stati Uniti hanno promesso maggiore assistenza nella sicurezza all’esercito egiziano.
Poco dopo la sua visita a Cairo, Clinton ha detto alla CNN: “Abbiamo degli americani nel Sinai.  Abbiamo delle preoccupazioni per la loro sicurezza. Quindi questo non riguarda solo l’Egitto e Israele, si tratta anche degli Stati Uniti e degli altri membri di questa forza multinazionale. Perciò è nell’interesse di tutti lavorare insieme per fare in modo che la sicurezza sia vigente nel Sinai”. Vale a dire, Clinton implica che la presenza dei 700 soldati statunitensi nella forza internazionale di pace nel Sinai (con il trattato di Camp David) obbligato Washington ad intervenire per garantire che il governo Morsi non si discosti dalla politica perseguita da Hosni Mubarak verso il Sinai (implicando uno stretto coordinamento e cooperazione con Israele). Insomma, era un avvertimento a malapena dissimulato riguardo la ‘linea rossa’.
Si tratta di semplice buon senso, poiché il Sinai è una terra di nessuno senza legge, dove l’intelligence israeliana è molto attiva. Non sorprende che gli attacchi del 5 agosto abbiano sollevato una serie di domande per le quali non ci sono in realtà risposte facili. Gli attacchi hanno avuto luogo subito dopo che Morsi aveva ricevuto il capo di Hamas, Khaled Mashaal, e ordinato la progressiva eliminazione delle restrizioni al valico di Rafah, una parodia del blocco israeliano di Gaza. Ovviamente, la correzione politica di Morsi su Gaza e la sua bonomia verso la leadership di Hamas, fa suonare i campanelli d’allarme a Washington e Tel Aviv. Basti dire che Washington e Tel Aviv erano sempre più ottimiste, dopo le ultime visite a Cairo di Clinton e Panetta, verso la leadership militare egiziana, su cui potrebbero contare per un proseguimento degli orientamenti della politica estera dell’era Mubarak, nei confronti di Israele. Ma gli eventi di domenica hanno spazzato via questo ottimismo.
Chiaramente, a partire da domenica, la scommessa si ferma con Morsi. La realtà della situazione attuale è tale che solo la magistratura rimane al di fuori del controllo della presidenza egiziana. Né gli USA, né Israele, hanno un indizio su cosa pensino di fare i Fratelli nel prossimo periodo.

La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I leader occidentali rimbambiscono

Thierry Meyssan Réseau Voltaire Damasco (Siria) 8 Agosto 2012

Lo slogan “Bashar deve andarsene!” era destinato ad essere scandito da una folla di dimostranti a Damasco e Aleppo. In mancanza di simili manifestazioni, è stato ripreso, al posto loro, dai leader occidentali, benché ciò non sia previsto dalla diplomazia convenzionale. Perché?

Hillary Clinton manifesta dal suo ufficio al Dipartimento di Stato: “Bashar al-Assad deve andarsene!” Nel 1985, uno scienziato sociale, Gene Sharp, pubblicava uno studio commissionato dalla NATO su come rendere l’Europa inconquistabile. Aveva osservato che in ultima analisi, un governo esiste solo perché le persone decidono di obbedirgli. Mai l’URSS avrebbe potuto controllare l’Europa occidentale se la gente avesse rifiutato di obbedire ai governi comunisti.
Pochi anni dopo, nel 1989, Sharp fu incaricato dalla CIA di sperimentare in Cina l’applicazione pratica della sua ricerca teorica. Gli Stati Uniti volevano rovesciare Deng Xiaoping in favore di Zhao Ziyang. L’idea era legittimare un golpe organizzando proteste di piazza, un po’ come quando la CIA diede un’apparenza popolare al famoso rovesciamento di Mohammed Mossadegh, pagando dei manifestanti a Teheran (Operazione Ajax, 1953). La novità fu che Gene Sharp dovette basarsi su un mix di giovani pro-Zhao e pro-USA per mascherare il colpo di stato da rivoluzione. Ma Deng fece arrestare Sharp sulla piazza Tiananmen e lo fece espellere. Il colpo di stato fallì, ma non prima che la CIA spingesse i giovani a un vano attacco per screditare Deng con la repressione. Il fallimento dell’operazione fu attribuito alle difficoltà nel mobilitare i giovani attivisti nella direzione desiderata.
Dal  lavoro del sociologo francese Gustave Le Bon, a fine diciannovesimo secolo, sappiamo che gli adulti, quando reagiscono ad una emozione collettiva, si comportano come bambini. Diventano suggestionabili all’influenza di un capo che incarna, per loro, per un istante, la figura paterna. Nel 1990, Sharp si avvicinò al colonnello Reuven Gal, che era allora il capo-psicologo dell’esercito israeliano (e poi viceconsigliere per la sicurezza nazionale di Ariel Sharon, e ora dirige le operazioni di mobilitazione dei giovani israeliani non-ebrei). Mescolando le scoperte di Le Bon e Sigmund Freud, Gal è giunto alla conclusione che è possibile sfruttare il “complesso di Edipo” negli adolescenti, per gestire una folla di giovani contro un capo di Stato, figura simbolica del Padre.
Su questa base, Sharp e Gal concorrono nei programmi di formazione dei giovani attivisti nell’organizzare colpi di stato. Dopo alcuni successi in Russia e nei paesi baltici, nel 1998 Gene Sharp completò il metodo delle “rivoluzioni colorate” con il rovesciamento del presidente serbo Slobodan Milosevic.
Dopo che il presidente Hugo Chavez aveva sventato un colpo di stato in Venezuela, basandosi su una delle mie indagini che rivelavano il ruolo e il metodo di Gene Sharp, quest’ultimo sospese le attività dell’Albert Einstein Institute, che fungeva da copertura e creò nuove strutture (CANVAS a Belgrado, l’Accademia del cambiamento a Londra, Vienna e Doha). Si sono visti all’opera in tutto il mondo, soprattutto in Libano (rivoluzione dei cedri), Iran (rivoluzione verde), Tunisia (rivoluzione dei gelsomini) ed Egitto (rivoluzione del loto). Il principio è semplice: esacerbare tutte le frustrazioni, rendere l’autorità politica responsabile di ogni problema, gestione della gioventù secondo lo scenario freudiano del “parricidio”, organizzare un colpo di stato e far credere che il governo venga rovesciato dalla piazza.
L’opinione pubblica internazionale ha ingoiato facilmente queste messinscena. In primo luogo perché vi è confusione tra la folla e il popolo. Così, la “rivoluzione del loto” si era limitata ad una dimostrazione sulla piazza Tahrir a Cairo, mobilitando decine di migliaia di persone, mentre quasi tutto il popolo egiziano si era astenuto dal partecipare alle manifestazioni. In secondo luogo, vi è confusione intorno alla parola “rivoluzione”. Un’autentica rivoluzione è una rivoluzione nelle strutture sociali che si svolge nell’arco di diversi anni, mentre una “rivoluzione colorata” è un cambio di regime che si verifica in poche settimane. L’altro nome di cambiamento forzato di leadership senza trasformazione sociale è “golpe”. Continuando con l’esempio dell’Egitto, non fu chiaramente il popolo che ha spinto Hosni Mubarak a dimettersi, ma l’ambasciatore statunitense Frank Wisner che glielo ordinò.
Lo slogan delle “rivoluzioni colorate” emerge da un registro infantile. Bisogna rovesciare il capo dello Stato, senza preoccuparsi di ciò che ne conseguirà. Non fatevi domande sul vostro futuro, Washington si prenderà cura di tutti voi. Quando le persone si svegliano, è troppo tardi, il governo è usurpato da persone che non hanno scelto, ciò fa parte del pacchetto. Inizialmente, si urla  “Basta Shevardnadze!” o “Ben Ali vattene!“. Una variante ripulita è stata lanciata alla terza conferenza degli “amici” della Siria (Parigi, 6 luglio): “Bashar deve andarsene!“.
C’è una strana anomalia. La CIA non ha trovato gruppi di giovani siriani per scandire questo slogan nelle strade di Damasco e Aleppo; perciò sono Barack Obama, Francois Hollande, David Cameron, Angela Merkel e altri a ripeterlo in coro, dai loro rispettivi palazzi. Washington e i suoi alleati stanno cercando di applicare i metodi di Gene Sharp alla “comunità internazionale”. E’ una strana scommessa pensare di manipolare facilmente le cancellerie come se fossero delle bande giovanili.  Per ora, il risultato è stato semplicemente ridicolo: i leader delle potenze coloniali strepitano come bambini frustrati davanti a un oggetto che gli adulti russo e cinese gli negano, insistendo ancora e ancora che “Bashar deve andarsene!“.

Thierry Meyssan Tichreen – (Siria)

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria, Kalashinkov e armi di distruzione di massa

Iyad Khuder Nsnbc 26 luglio 2012

Quando la Russia ha chiesto alla comunità internazionale di interrompere l’invio di armi ai gruppi militanti in Siria, gli Stati Uniti hanno risposto: “anche la Russia deve smettere di militarizzare la Siria!” E i media del Golfo Persico hanno riecheggiato questa risposta statunitense, e dedicato molto tempo a parlare di “armi russe utilizzate dal regime siriano“, e questo lamento delle armi russe è stato sentito dalla gente comune in Siria, che ha ospitato i militari nei loro quartieri. E’ un modo strano di costruire una realtà, infatti, non so come questo confronto possa avere senso.
Secondo la stessa logica statunitense io, come cittadino siriano, mi interrogo sull’arsenale di armi statunitensi nel Golfo Persico e in Israele!
Classifichiamo queste armi:
- Armi individuali, come fucili, bombe a mano e RPG:
Se è con questo che si intende “armi”, i gruppi militanti sono dotati di armi di qualità assai migliore!E’ divertente lamentarsi delle “armi russe”, riferendosi ai “fucili russi”, perché mentre i soldati siriani hanno solo fucili russi, i ribelli armati dispongono di ogni tipo di armi (compresi fucili per cecchini statunitensi, fucili israeliani … e quelli russi!) Poi i fucili russi sono disponibili ovunque in tutti gli angoli del mondo, quindi è divertente dare la colpa alla Russia, se i soldati siriani li stanno usando!

- Armi pesanti e sistemi d’arma, come ad esempio sistemi di difesa aerea, forze aeree, forze navali e sistemi radar:
Se lamentarsi dei “fucili russi” suona divertente per me, poi lamentarsi del secondo tipo di armi, come ad esempio i sistemi di difesa aerea, mi fa arrabbiare! Perché questo dimostra tutto! Si tratta delle “preoccupazioni di Israele!” Quando gli Stati Uniti parlano delle armi russe, non hanno veramente a cuore il popolo siriano. Ricordiamo ancora le “armi” al fosforo usate contro Gaza e il Libano. A quel tempo, gli Stati Uniti inviavano sempre più armi ad Israele, e non volevano fermare la guerra, anche se erano consapevoli del suo uso diretto contro i civili. Tuttavia, sia chiaro al mondo che la Siria non dipende dalla Russia nel campo militare tradizionale. Il sostegno russo è limitato ai settori strategici e high-tech. Anche se la Siria è teoricamente classificata come “Terzo mondo”, la Siria è abbastanza sviluppata per produrre armi, compresi sistemi di telecomunicazione, tecnologie di guerra elettronica e missili (Sayed Hassan Nasrallah ha recentemente confessato che i missili utilizzati durante l’aggressione israeliana contro il Libano, nel luglio 2006, erano stati in realtà fabbricati in Siria). La Siria in realtà paga i costi, come credono molti osservatori neutrali.
Un siriano ha detto ad alcuni media russi: “Noi attribuiamo la colpa alla Russia, perché l’esercito siriano ci sta uccidendo con fucili e carri armati russi!”
Io non sono qui per discutere se l’esercito siriano stia uccidendo civili o militanti, e chi sia responsabile delle vittime, ma sto solo discutendo del punto delle “armi russe”, quindi mi chiedo: Il mondo si aspetta che un Paese che si confronta con Israele, sia SENZA carri armati e cannoni? Beh, la risposta è logicamente “Certo che no, ma tali armi non dovrebbero comunque essere usate contro i civili“. Devo dire che: si sentono nei media parecchie storie di “armi russe usate dall’esercito siriano“, forse perché la signora Clinton ne ha parlato?
La Siria è stata da sempre sanzionata dall’occidente per la “sicurezza di Israele”. Non trovo altri motivi, se qualcuno conosce un altro motivo, me lo dica! Gli Stati Uniti giustificano l’embargo contro la Siria dicendo che la Siria sostiene il terrorismo. E quando chiedete del “terrorismo sostenuto dalla Siria”, si scopre che si tratta della resistenza palestinese e libanese contro Israele, che sta ancora occupando le terre palestinese, libanese e siriana!
La Russia, e in precedenza l’Unione Sovietica, era quasi l’unica potenza che ha sostenuto la Siria e i paesi arabi nel loro scontro con Israele, a partire dalla triplice aggressione (Regno Unito, Francia e Israele) all’Egitto nel 1956, passando per la guerra dell’ottobre 1973, quando i SAM anti-aerei russi fecero la differenza e impedirono a Israele di raggiungere Damasco, e terminando con questa aggressione occidentale-araba del golfo alla Siria, quando il gigante russo ha imposto un limite all’arroganza statunitense e ha impedito un’altra Libia.
A coloro che parlano di “rivoluzione” e “democrazia” e gridano: “La Russia deve smettere di sostenere la dittatura“, vorrei chiedere: Chi ha sostenuto Hosni Mubarak? La Russia o Stati Uniti e Israele? Chi ha sostenuto lo “Shah dell’Iran” prima della rivoluzione iraniana del 1979? La Russia o Stati Uniti e Israele? E chi ha sempre sostenuto i preistorici regni del Golfo arabo? La Russia o  Stati Uniti e Israele?
Vorrei anche dire ai russi che si sentono “colpevoli” del sostegno russo al governo siriano e sono soggetti alle critiche dei media del tipo: “La Russia sostiene la dittatura“, direi (senza discutere in questo articolo se il governo siriano sia più dittatoriale dei regimi in Medio Oriente, e meno democratico di quanto gli stessi paesi occidentali siano, per esempio, quando bloccano i media ufficiali siriani dando lezioni di libertà di espressione alla Siria): Il Governo russo ha sempre confermato che la Russia non è pro o anti governo siriano, ma cerca semplicemente di aiutare la Siria a superare la crisi in modo politico e a proteggere il popolo siriano dall’intervento straniero (almeno nel suo senso diretto, come in Libia), anche per evitare di imporre un altro “regime” progettato in base alle esigenze occidentali, come in Afghanistan, Iraq e Libia; e in particolare (si veda che cosa la diplomazia russa ha detto) che il presidente siriano continua ad avere l’approvazione della maggioranza del popolo siriano.
La Russia (Unione Sovietica) ha aiutato l’Egitto nella costruzione della diga sul Nilo, al tempo di Jamal Abd al-Nasser, che ha dato la vita per il popolo dell’Egitto, mentre gli Stati Uniti d’America hanno aiutato l’Egitto nella costruzione del muro alle frontiere con Gaza, condannando a morte il popolo di Gaza! La Russia ha sempre svolto un ruolo nobile verso il popolo arabo;  la Russia non si è tenuta la sua parte della “torta araba” di Sikes-Picot. La Siria fu occupata dai nonni di Erdogan e del franco-sionista Henry Levy, e non da quelli di Putin e Lavrov. La Russia ha salvato il popolo siriano, non la persona del Presidente siriano, non il “regime” come i media ufficiali ripetono giorno e notte. I missili della NATO non riconosceranno i siriani anti o pro Bashar! Mi rammarico di come alcuni siriani siano guidati da quello che la TV gli dice (riferendosi a quell’uomo che ha parlato di armi russe): E’ così triste dimenticare quando i SAM russi hanno salvato la mia famiglia, e la sua famiglia, nell’ottobre 1973 …
Per quanto riguarda l’uso di armi russe nel conflitto siriano, non è responsabilità del governo russo, in ogni caso, ma la Russia semplicemente ha impedito il peggio: un intervento militare straniero, che non avrebbe portato la pace nel paese, ma avrebbe “aggiunto olio sul fuoco!“, e l’esercito siriano, come qualsiasi altro esercito al mondo, ha diritto di svilupparsi con tutte le armi tradizionali e i sistemi di difesa, contro ogni possibile intervento, e questo è il caso.
Credo che, dopo tutta questa spiegazione, è solo giusto dire: Spasiba Russia!

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 142 follower