L’alleanza blasfema tra i mercenari della Blackwater e i governanti degli Emirati Arabi Uniti

Habib Siddiqui Mediamonitors 23 maggio 2011

“… Non ci vuole uno scienziato per capire la logica dietro la diffusione di R2 negli Emirati Arabi. Le autorità hanno paura di questi lavoratori a basso reddito e dei loro diritti legittimi di cui vengono derubati. La diabolica alleanza con un odiato gruppo di omicidi dal grilletto facile, come la Blackwater, ha molto a che fare con il contenere le potenziali agitazioni dei lavoratori, e quindi per evitare catastrofi come quelli occorsi all’ex Shah nell’Iran, a Zine Ben Ali in Tunisia e a Hosni Mubarak in Egitto. Ma come la storia ha mostrato, per tanti volte è arrivato il momento in cui nessun gruppo di mercenari è in grado di proteggere un regime impopolare.”

Ricordate la Blackwater USA, il gruppo militare privato che ha lavorato come contractor per il Dipartimento di Stato USA? Dal giugno 2004, è stata pagata più di 320milioni di dollari dal budget del Dipartimento di Stato per il suo servizio mondiale di protezione individuale, proteggendo funzionari degli Stati Uniti e alcuni funzionari stranieri, nelle zone di conflitto. Solo in Iraq, in una sola volta, impiegava non meno di 20.000 forze di sicurezza armate. Nell’Iraq post-Saddam, avevano tratto molta notorietà per il loro grilletto facile, dall’atteggiamento da Gung Ho. Tra il 2005 e il settembre 2007, il personale di sicurezza della Blackwater è stato coinvolto in 195 scontri a fuoco, in 163 di questi casi, il personale della Blackwater ha sparato per primo.
Nel 31 marzo 2004, gli insorti iracheni a Falluja attaccarono un convoglio con quattro contractor della Blackwater. Secondo i resoconti iracheni, gli uomini fecero irruzione in una casa e violentarono alcune donne. I quattro contractor furono attaccati e uccisi con granate e armi leggere. Più tardi i loro corpi vennero appesi a un ponte che attraversa l’Eufrate. Nell’aprile del 2005, sei contractor indipendenti della Blackwater furono uccisi in Iraq quando il loro elicottero Mi-8 venne abbattuto.
Il 16 febbraio 2005, quattro guardie della Blackwater di scorta ad un convoglio del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti in Iraq, spararono 70 colpi su un’auto. Una ricerca condotta dal servizio di sicurezza diplomatica del Dipartimento di Stato concluse che la sparatoria non era giustificata e che i dipendenti della Blackwater fornirono dichiarazioni false agli investigatori. Le false dichiarazioni sostenevano che uno dei veicoli della Blackwater era stato colpito dagli spari dei ribelli, ma l’indagine aveva rivelato che una delle guardie della Blackwater aveva effettivamente sparato al proprio veicolo per sbaglio. Tuttavia, John Frese, alto funzionario della sicurezza dell’ambasciata degli Stati Uniti in Iraq, non volle punire la Blackwater o le guardie di sicurezza, perché credeva che eventuali azioni disciplinari abbassassero il morale del gruppo di mercenari.
Il 6 febbraio 2006, un cecchino impiegato dalla Blackwater Worldwide aveva aperto il fuoco dal tetto del ministero della giustizia iracheno, uccidendo tre guardie che lavoravano per l’Iraqi Media Network statale. Molti iracheni presenti alla scena dissero che le guardie non avevano sparato contro il ministero della giustizia. La vigilia di Natale 2006, una guardia di sicurezza del vicepresidente iracheno venne uccisa, mentre era in servizio all’esterno del compound del primo ministro iracheno, da un dipendente della Blackwater USA. Cinque contractor della Blackwater furono uccisi il 23 gennaio 2007, quando il loro elicottero venne abbattuto sull’Haifa Street di Baghdad. Alla fine di maggio del 2007, i contractor della Blackwater aprirono il fuoco per le strade di Baghdad, per due volte in due giorni, uno degli incidenti provocò una  situazione di stallo tra i contractor della sicurezza e i commando del ministero dell’interno iracheno. Il 30 maggio 2007, i dipendenti della Blackwater uccisero un civile iracheno di cui fu detto che stesse “guidando troppo vicino” ad un convoglio del Dipartimento di Stato che veniva scortato dai contractor della Blackwater.
Il governo iracheno revocò la licenza di operare in Iraq alla Blackwater, il 17 settembre 2007, a causa della morte di diciassette iracheni. Gli infortuni mortali si verificarono mentre una Blackwater Security Detail (PSD) privata stava scortando un convoglio di veicoli del Dipartimento di Stato statunitense, in viaggio per una riunione, nella parte occidentale di Baghdad, con dei funzionari dell’USAID. Come in molti altri casi precedenti, anche in questo si era riscontrato che le guardie della Blackwater avevano aperto il fuoco senza provocazione e con un uso eccessivo della forza. L’incidente aveva causato almeno cinque indagini, e una inchiesta della FBI aveva rilevato che i dipendenti della Blackwater usarono incautamente una forza letale. La licenza venne ripristinata dal governo statunitense nell’aprile 2008, ma all’inizio del 2009 gli iracheni annunciarono di aver rifiutato di estendere tale licenza.
I documenti ottenuti dalla fuga di informazioni sulla guerra in Iraq, sostengono che i contractor della Blackwater hanno commesso gravi abusi in Iraq, uccidendo anche dei civili. Nell’autunno del 2007, un rapporto del Comitato di Vigilanza della Camera del Congresso, aveva rilevato che la Blackwater aveva intenzionalmente “ritardato e ostacolato” le indagini sulla morte dei contractor (del 31 marzo 2004).
Così negativa era la percezione pubblica del gruppo di mercenari, che ha dovuto cambiare il suo nome due volte – prima nell’ottobre 2007 come Blackwater Worldwide e poi come Xe Services LLC, nel febbraio del 2009.
Dopo tutti questi incidenti gravi di non provocate orge omicide di civili inermi in Iraq, da parte dei mercenari dal grilletto facile che lavoravano come contractor per il Dipartimento di Stato USA, nel periodo post-Saddam, abbiamo pensato che avremmo visto per l’ultima la Blackwater e il suo CEO Erik Prince. Ma ci sbagliavamo. Assolutamente sbagliato! Ci siamo dimenticati che il male si vende alla grande! Un brutto mostro è tanto più preferibile di un Don della mafia quanto un affascinante uomo dall’animo candido.
Erik Prince si è stabilito ad Abu Dhabi e vi ha aperto una filiale dei mercenari. Ha preso il nome di Reflex Responses. La società, spesso chiamata R2, è stata autorizzata nel marzo scorso (2011). Oltre a statunitensi, inglesi, francesi e alcuni colombiani, R2 ha reclutato un plotone di mercenari sudafricani, inclusi alcuni veterani di Executive Outcomes, una società sudafricana nota per avere preparato dei tentativi di golpe o la soppressione di ribellioni contro dittatori africani negli anni ’90.
La scorsa settimana il New York Times (NYT) ha avuto un rapporto dettagliato su questo gruppo di mercenari, che viene impiegato – da chi altri questa volta se non – il principe Sheik Mohamed bin Zayed al-Nahyan di Abu Dhabi, emirato zuppo di petrolio, per proteggere la sceiccato dalle minacce. L’affare redditizio vale 529 milioni dollari. R2 spende circa 9 milioni di dollari al mese per mantenere il battaglione, comprendendo tra le spese gli stipendi dei dipendenti, per le munizioni e i salari per decine di lavoratori domestici che cucinano i pasti, lavano i panni e puliscono il campo.
Le legge degli emirati vieta la divulgazione dei documenti riguardanti le imprese, che tipicamente indicano le cariche sociali, ma richiede di pubblicare i nomi delle società sugli uffici e le vetrine. Nell’ultimo anno, il cartello fuori la suite è cambiato almeno due volte – ora dice Management Consulting Assurance.
Ci viene detto che la forza militare straniera era prevista mesi prima delle cosiddette rivolte della primavera araba, che molti esperti ritengono improbabile che si diffonda tra il popolo degli Emirati Arabi Uniti; funzionari statunitensi di R2 e coinvolti nel progetto, hanno detto ai giornalisti del NYT che gli emirati erano interessati allo schieramento del battaglione R2 per rispondere agli attacchi terroristici e per reprimere le insurrezioni all’interno dei campi di lavoro presenti in ogni angolo del paese, che ospitano pakistani, filippini e altri stranieri che costituiscono il grosso della forza lavoro del paese.
Vale la pena sottolineare che gli Emirati Arabi Uniti sono il fondo abissale della democrazia nel mondo arabo di oggi. Attraverso la loro infinita ricchezza si sono trasformati in una nuova federazione high-tech popolata da due comunità dal basso profilo – un corpo di modernisti capitalisti arabi (21% della popolazione) e occidentali (8% in totale), che hanno ben pochi contatti con il grande corpo dell’Islam, e una massa di lavoratori stranieri immigrati (per un totale del 71%) – 27% indiani, 20% pakistani, 8% bengalesi e 16% di altri asiatici – non pagati o sottopagati, senza documenti o passaporti (confiscati), che lavorano tutto il giorno, in ogni condizione, senza assistenza medica o supervisione. Come gli schiavi egizi dei tempi biblici che hanno costruito le piramidi, i lavoratori migranti – negatigli i fondamentali diritti umani – sono gli schiavi moderni che hanno costruito il Burj Khalifah (l’edificio più alto del mondo) e continuano a costruire il parco giochi per l’elite capitalista del mondo – una zona senza regole e senza timore di ricorso alla legge. Come sottolineato recentemente da Shaykh Abdal Qadir as-Sufi, “Non ci sono kamikaze negli Emirati Arabi Uniti, solo il suicidio settimanale di un lavoratore in preda alla disperazione per il suo stipendio, le sue condizioni di lavoro, il suo squallido dormitorio e il suo futuro.”
Gli Emirati Arabi Uniti, come molti dei Paesi del Golfo, hanno una scala dei redditi altamente discriminatoria, che si basa sulla nazionalità. Ad esempio, i salariati più pagati sono i bianchi occidentali (da Stati Uniti, Europa, Australia e Nuova Zelanda), seguiti dai cittadini del GCC, asiatici orientali (da Giappone, Corea), Sud-est asiatici (da Singapore, Filippine, Thailandia), sud-asiatici (da India, Pakistan, Sri Lanka, Bangladesh) e altri paesi africani (in questo ordine).
Mentre principi e sceicchi corrotti vivono una opulenta vita da parassiti, beneficiando delle prestazioni del dono di Dio alla nazione – la risorse in petrolio e gas naturale – e del frutto del lavoro dei loro lavoratori schiavi, che lavorano in quei giacimenti di petrolio e di gas naturale, nell’industria delle costruzioni e nei negozi o centri commerciali; questi lavoratori sono pagati con dei salari tra i più bassi immaginabili. Gli operai edili lavorano 12 ore al giorno, 7 giorni alla settimana, e sono pagati circa 370 AED (100 dollari USA) al mese. I ‘lavoratori’ sono vincolati dal sistema Kafala a non spostarsi dal loro lavoro ad un altro e vengono ‘legati’ al datore di lavoro. I lavoratori sono ospitati dai datori di lavoro nei dormitori conosciuti come campi di lavoro, di solito ai margini delle zone urbane. Ad al-Quoz e a Sonopar, a Dubai, la tipica abitazione di un operaio edile medio è una piccola sala (40 mq) che deve ospitare fino a otto lavoratori. Al-Quoz Camp ospita 7.500 lavoratori migranti che condividono 1.248 camere. La ritenuta dei salari, in totale disprezzo delle regole islamiche, è un luogo comune. Agli avidi datori di lavoro non piace che i loro lavoratori musulmani digiunino durante il Ramadhan, temendo che la loro efficienza sul lavoro ne risenta.
Nel maggio 2010, centinaia di lavoratori hanno marciato dal loro campo di lavoro a Sharjah al Ministero di Dubai, chiedendo di essere rimandati a casa. Avevano affermato che erano rimasti senza assegni per oltre sei mesi ed erano stati mantenuti nello squallore. Le autorità finalmente ne mandarono a casa 700 dei bloccati nel campo di lavoro Sharjah al-Sajar.
Quindi, non ci vuole uno scienziato per capire la logica dietro la diffusione di R2 negli Emirati Arabi. Le autorità hanno paura di questi lavoratori a basso reddito e dei loro diritti legittimi di cui vengono derubati. La diabolica alleanza con un odiato gruppo di omicidi dal grilletto facile, come la Blackwater, ha molto a che fare con il contenere le potenziali agitazioni dei lavoratori, e quindi evitare catastrofi come quelli occorsi all’ex Shah nell’Iran, a Zine Ben Ali in Tunisia e a Hosni Mubarak in Egitto. Ma come la storia ha mostrato, per tante volte è arrivato il momento in cui nessun gruppo di mercenari è in grado di proteggere un regime impopolare.
Negli ultimi anni, il governo degli emirati ha inondato le aziende della difesa statunitensi, con miliardi di dollari per contribuire a rafforzare la sicurezza del paese. Una società gestita da Richard A. Clarke, ex consigliere dell’antiterrorismo durante la amministrazioni Clinton e Bush, ha vinto diversi contratti lucrativi di consulenza, negli Emirati Arabi Uniti, su come proteggere le loro infrastrutture.
Gli ufficiali degli emirati avevano promesso che se il primo battaglione R2 di Erik Prince fosse stato un successo, sarebbe stata acquisita una brigata intera di diverse migliaia di uomini. I nuovi contratti sarebbero miliardari, e avrebbero aiutato il prossimo grande progetto di Prince: un complesso di addestramento nel deserto per le truppe straniere, modellato sul compound della Blackwater di Moyock, Carolina del Nord
In una notte della scorsa primavera, dopo mesi di stanza nel deserto, i mercenari della R2 salirono su un autobus non marcato e furono inviati in un hotel nel centro di Dubai. Lì, alcuni dirigenti della R2 avevano organizzato il loro passatempo serale con le prostitute. In quale altro luogo nel mondo arabo se non negli Emirati Arabi Uniti, si può trovare tale esposizione di immoralità?
In un noto hadith, Muhammad (S), il Profeta dell’Islam, ha detto: “Allah l’Altissimo dice: ‘Ci saranno tre persone contro cui mi batterò nel Giorno del Giudizio: (1) la persona che fa una promessa con un giuramento nel mio nome e poi lo rompe, (2) la persona che vende un uomo libero come schiavo e si appropria dei proventi della vendita, e (3) la persona che impiega un operaio e dopo aver beneficiato appieno del suo lavoro, non riesce a pagargli i suoi debiti.” [Bukhari: Abu Hurayrah (RA)].
Muhammad (S) disse anche: “Date il suo salario al lavoratore prima che il suo sudore si asciughi.” [Ibn Majah: Abdullah b. Umar (RA)] Umar (RA)]
Qualcosa è profondamente sbagliato nel mondo arabo. Una una volta dotati di cammelli e di tenda-dimora, ed ora che volano su jet e hanno ricche abitazioni moderne, gli arabi del deserto sono così occupati a godere delle modalità e dei valori delle moderne tecno-società che hanno completamente perso il cuore di tutta la loro identità civica e spirituale. Hanno dimenticato che la migliore sicurezza non viene dai mercenari, ma da una forza lavoro soddisfatta che sia trattata equamente e umanamente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il ruolo contro-rivoluzionario della pseudo-sinistra egiziana

Alex Lantier e Johannes Stern WSWS 10 dicembre 2011

Questo autunno, i ripetuti scioperi dei lavoratori in Egitto contro il Consiglio Supremo delle Forze Armate (AFSC) della giunta militare, sottolineano l’urgenza politica di fare il punto della rivoluzione egiziana. Nove mesi dopo la caduta di Hosni Mubarak, l’Egitto rimane una dittatura in cui i lavoratori affrontano bassi salari e la repressione politica. 
 
La folla in piazza Tahrir
Il motivo per cui la classe operaia non ha combattuto abbastanza. L’ondata di scioperi  scoppiati dopo la festa del Ramadan, a partire da settembre, è solo l’ultimo di una serie di lotte operaie che seguirono gli scioperi di massa rivoluzionario che rovesciarono Mubarak a febbraio. L’esercito egiziano è stato capace di mantenere il potere solo perché i partiti che sostengono di essere di sinistra hanno sistematicamente lavorato per difendere la giunta sanguinaria e bloccare la lotta politica della classe operaia per il suo rovesciamento.
Queste forze comprendono partiti che risalgono alla politica della vecchio dirigente militare egiziano, il generale Gamal Abdel Nasser, come i partiti Tagammu e Karama, diversi gruppi stalinisti, compreso il Partito Comunista d’Egitto (PCE) che è ampiamente integrato nel Tagammu, le direzioni dei movimenti giovanili come il Movimento Giovanile del 6 aprile e i cosiddetti gruppi di “estrema sinistra” come i socialisti rivoluzionari (SR) e Tagdid (Rinnovamento socialista).
I socialisti rivoluzionari sono affiliati internazionalmente ai partiti della Tendenza Socialista Internazionale, che comprende il Socialist Workers Party (SWP) della Gran Bretagna, e informalmente l’International Socialist Organization (ISO) negli Stati Uniti.
Questi partiti si sono opposti alla mobilitazione indipendente della classe operaia contro la giunta. Politicamente, difendono l’eredità del regime militare in Egitto e il sostegno nazionalista degli stalinisti in suo favore, anche dopo che la classe operaia si è rivoltato contro Mubarak e, successivamente, contro la CSFA. Sociologicamente, questi partiti sono composti da membri provenienti da settori svantaggiati della classe media, strato sociale finanziariamente e politicamente legato all’imperialismo occidentale che cerca di tenere i lavoratori sotto il controllo dello stato e della burocrazia sindacale.
Collaborano con le forze borghesi come i Fratelli Musulmani (MB) di destra e l’Alleanza Nazionale per il cambiamento della ex direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Mohammed ElBaradei, che lavorano dietro le quinte con Washington.
Questi partiti non sono forze che lottano per l’uguaglianza, fondamento storico di una politica di sinistra. Essi non presentano, come i partiti borghesi di sinistra tipici, che concetti che siano compatibili con  l’imperialismo e il capitalismo. I loro nomi di partito li presentano come comunisti, socialisti e rivoluzionari, ma sono determinati a impedire che la classe operaia prenda il potere o lotti per il socialismo. Tale politica è basata su una miscela di verbosità e disonestà politica, in effetti delle forze non realmente di sinistra, ma di pseudo-sinistra.
Solo prendendo il potere in Egitto, come parte della lotta per il socialismo in tutto il Medio Oriente e a livello internazionale, la classe operaia può sconfiggere l’aristocrazia finanziaria d’Egitto e i suoi seguaci dell’imperialismo occidentale, stabilendo la democrazia ed aumentare il livello di vita delle persone. E’ l’unica base per l’uso democratico delle risorse del paese, della regione e del mondo, nell’interesse delle masse lavoratrici.
Il primo passo in questa lotta è una lotta politica per smascherare il ruolo controrivoluzionario della pseudo-sinistra per costruire invece un partito rivoluzionario della classe operaia. Il fatto di armare i lavoratori, gli intellettuali e i giovani di questi partiti, con l’analisi trotskista, contribuirà a gettare le basi per una nuova direzione della classe operaia.

La pseudo-sinistra nella rivoluzione egiziana
La posizione di tutta l’opposizione egiziana ufficiale rispetto alla rivoluzione egiziana è stata riassunta in una dichiarazione al-Baradei, pubblicata poco dopo il rovesciamento del presidente tunisino Zine al-Abidine Ben Ali in risposta alle proteste di massa di gennaio. Auspicando che “il cambiamento avvenga in modo ordinato e non secondo il modello tunisino“, ha detto, “Le cose devono essere organizzate e adeguatamente pianificate. Vorrei utilizzare i mezzi disponibili all’interno del sistema per apportare il cambiamento.”
Appena una settimana dopo, un confronto avvenne tra gli operai rivoluzionari e il “sistema” Egizino – cioè, il grosso braccio della polizia e dell’esercito Mubarak. 
 
“Prima la Tunisia ed ora l’Egitto”
La risposta schiacciante alle proteste organizzate il 25 gennaio, e che hanno stupito l’establishment della politica e la polizia, ha prodotto il 28 gennaio battaglie di strada e la sconfitta della polizia al Cairo. Il giorno dopo, Mubarak ha ordinato all’esercito di circondare i manifestanti nel centro del Cairo. Dopo aver rifiutato di rassegnare le dimissioni il 1° febbraio, ha inviato teppisti montati su cavalli e cammelli, a sgattaiolare attraverso le linee dell’esercito per attaccare Tahrir Square. I manifestanti avevano respinto questi delinquenti.
Il regime di Mubarak – e i funzionari statunitensi, compreso il segretario alla Difesa Robert Gates e l’ex ambasciatore e lobbista imprenditoriali, Frank Wisner, con il quale aveva avuto colloqui durante il tentativo di schiacciare gli eventi – non osò mandare l’esercito contro i manifestanti. Il rischio era che i soldati si rifiutassero di sparare e che si unissero alla rivolta ora troppo grande. Invece, ha preparato il 6 febbraio un incontro con i Fratelli Musulmani, i sostenitori di al-Baradei e del Tagammu, sperando di organizzare una sorta di accordo politico per stabilizzare la situazione e limitare l’impatto delle proteste.
Tutte la pseudo-sinistra, compreso i segmenti dell’”estrema sinistra“, hanno fatto una campagna a sostegno di questo incontro. Il giorno prima della riunione, i socialisti rivoluzionari (SR) avevano rilasciato una dichiarazione chiedendo alla Fratellanza Musulmana una “tavola rotonda” con il regime e sollecitando partiti politici ad includere “tutte le forze politiche e nazionali nella tavola rotonda.” I SR avevano rilasciato una dichiarazione separata, chiedendo la “formazione di una direzione indicata dalle forze nazionali.”
Mentre stavano promuovendo “le forze nazionali”, come la Fratellanza Musulmana, i SR lanciavano un’offensiva per privare della leadership politica i comitati popolari che i lavoratori avevano spontaneamente costituito, per difendere i loro quartieri contro gli attacchi dei teppisti di Mubarak. Avevano proclamato che c’era un “alternativa” a questi comitati come i “consigli supremi democraticamente eletti.“ 
 
28 gennaio – Venerdì di rabbia
Questo circo delle parole nascondeva il tentativo di acquisire i comitati popolari da parte delle “forze nazionali” dei Fratelli Musulmani e della pseudo-sinistra. Come spiegato dai socialisti rivoluzionari, un “supremo consiglio è composto dalle persone di cui vi fidate, indipendentemente dalle loro convinzioni politiche, che sono in grado di difendere adeguatamente gli interessi dei loro consigli.” Avevano insistito dicendo che “era meglio parlare con i manifestanti che avevano una direzione” – vale a dire gli esperti Fratelli Musulmani e la pseudo-sinistra.
Ancora una volta, la classe operaia ostacola i progetti dell ‘”opposizione”. Una massiccia ondata di scioperi paralizzava l’Egitto sviluppandosi pochi giorni prima delle dimissioni di Mubarak. Resoconti degli scioperi di massa dei lavoratori tessili di Mahalla e Kafr al-Dawwar, dei lavoratori del canale di Suez, dei siderurgici di Suez e Porto Said, come pure dei lavoratori del settore farmaceutico di Quesna, avevano raggiunto o media internazionali. Durante gli ultimi giorni prima della cacciata di Mubarak, gli scioperi si erano propagate nei settori finanziari e governativi.
L’11 febbraio, Omar Suleiman – Vice Presidente dell’Egitto, capo dell’intelligence e ufficiale di collegamento della CIA – aveva annunciato che Mubarak “rinunciava” alla sua carica e si dimetteva.
L’esercito egiziano era giunto a questa decisione attraverso discussioni tra il capo di stato maggiore Sami Annan, il Capo di Stato Maggiore della Difesa degli Stati Uniti, l’ammiraglio Mike Mullen, il maresciallo Mohammed Hussein Tantawi e il Segretario della Difesa Robert Gates.
Mubarak venne sostituito dalla giunta dell’AFSC, guidata da Tantawi, che sciolse il parlamento il 13 febbraio annunciando la sospensione della costituzione e dando poteri dittatoriali alla giunta. Il giorno dopo, cercando a tutti i costi di riprendere il controllo della situazione e porre fine agli scioperi, la giunta aveva insistito che se gli scioperi e le proteste continuavano, minacciava di invocare la legge marziale.
La principale bugia politica su cui la giunta stabilì il suo regno fu l’affermazione che avrebbe supervisionato la transizione verso un regime democratico e civile, sotto pressione do Washington e dell’”opposizione” ufficiale in Egitto. Progettò per il 19 marzo un referendum su una nuova costituzione che si stava elaborando.
Il principale alleato della giunta nella promozione delle illusioni, suggerendo che si potesse stabilire un regime democratico, fu la pseudo-sinistra. Aveva  mantenuto un dialogo costante con i partiti di destra, promuovendo nel contempo una prospettiva nazionalista, secondo cui la rivoluzione egiziana era una campagna per le riforme democratiche all’interno dell’esercito e dello stato-nazione egiziano. Questa prospettiva nazionalista piccolo-borghese era ostile a qualsiasi strategia in base alla natura oggettiva delle lotte rivoluzionarie che si erano scatenate in Medio Oriente che, in sostanza, erano le lotte della classe operaia internazionale contro l’imperialismo. 
 
L’attacco a piazza Tahrir del 12 aprile dell’esercito
Anche se la classe operaia si trovava in aperta rivolta contro i militari che governavano l’Egitto sotto Mubarak, i SR glorificavano il cosiddetto esercito egiziano come “esercito popolare.”
In una dichiarazione rilasciata il 1 febbraio, hanno scritto: “Tutti si chiedono, ‘L’esercito è con o contro il popolo?’ L’esercito non è un blocco unico. Gli interessi dei soldati e sottufficiali sono le stesse degli interessi delle masse. Ma gli alti ufficiali sono uomini di Mubarak, scelti con cura per proteggere il suo regime di corruzione, ricchezza e tirannia. Costituisce parte integrante del sistema. L’esercito non è più un esercito popolare. Questo non è l’esercito che aveva sconfitto il nemico sionista nell’ottobre 1973.”
Questa dichiarazione non spiegava come l’esercito egiziano fosse passato da cosiddetto “esercito popolare” a forza motrice dietro la dittatura di Mubarak, e contro la quale la classe operaia stava lottando. Ciò corrisponde ad una richiesta del nazionalismo egiziano, un appello all’esercito, per così dire, che torna ai tempi del generale Gamal Abdul Nasser e del suo successore, Anwar Sadat, che era il capo dello Stato nel 1973 durante la guerra dello Yom Kippur contro Israele. Il suggerimento era che questo sarebbe stato fatto respingendo dal vertice della gerarchia alcuni “uomini di Mubarak” – vale a dire gli ufficiali che gli SR non hanno il coraggio di difendere pubblicamente. 
 
L’esercito di guardia al mercato azionario
Le opinioni espresse nel comunicato degli SR – che “gli interessi di quei soldati e sottufficiali sono gli stessi interessi delle masse” sono totalmente false. Soldati e ufficiali di grado inferiore provengono da settori della popolazione, come ad esempio la classe media e la popolazione rurale, a cui la classe operaia può fare un appello rivoluzionario. Tuttavia, gli SR trascurano le condizioni più evidenti che i soldati devono affrontare: sono sottoposti a disciplina militare degli alti ufficiali, che formano la spina dorsale del capitalismo egiziani e dei collegamenti che l’Egitto ha con l’imperialismo degli Stati Uniti.
Il compito fondamentale di fronte al proletariato rivoluzionario è quello di frantumare la disciplina dell’esercito e quindi il controllo sui soldati da parte dei generali. Il comunicato dei socialisti rivoluzionari  adotta una linea diametralmente opposta. Se il compito fondamentale è far svolgere all’esercito il ruolo che aveva sotto Nasser e Sadat, non si può parlare di rottura disciplina e chiamare a raccolta i soldati egiziani nella rivoluzione della classe operaia.
Gli SR e l’opposizione non-islamista, appellano ufficialmente a votare no al progetto di Costituzione dell’esercito, che propone modifiche o nuova costituzione elaborata dalla opposizione. Ma l’opposizione degli SR alla costituzione dell’esercito è vana perché allo stesso tempo rafforza i legami con gruppi islamici, sostenendo la creazione della giunta.
Il 25 febbraio, hanno rilasciato una dichiarazione, “Verso la costituzione di una Coalizione dei Lavoratori della Rivoluzione del 25 gennaio“. Questo documento è stato firmato dai membri di SR, ECP, Tagdid e dei Fratelli Musulmani. E’ stato pubblicato dal sito International Viewpoint, l’organo internazionale del Segretariato unificato Pablista della Quarta Internazionale, che include gruppi come il Nuovo Partito Anticapitalista (NPA) in Francia.
La proposta di invitare i Fratelli musulmani – un gruppo di destra le azioni storicamente associato al crumiraggio e al terrorismo islamico – di far parte di una coalizione apparentemente associata con la classe operaia, era profondamente reazionaria.
La pseudo-sinistra si era prodigata per promuovere le illusioni circa la giunta e il vecchio regime. Quando le proteste costrinsero il 3 marzo il primo ministro Ahmed Shafiq a dimettersi e ad essere sostituito da Essam Sharaf – ex ministro dei Trasporti sotto Mubarak, che aveva brevemente frequentato la protesta in piazza Tahrir – i SR salutarono con entusiasmo Sharaf. Sottolineando che “aveva partecipato alle proteste della liberazione“, gli SR  aggiunsero: “Per calmare l’ira dei manifestanti, il nuovo primo ministro ha subito sostituito la maggior parte dei ministri impopolari del precedente governo.
In tal modo, il referendum sulla Costituzione è stata approvata 19 marzo col 77 per cento dei voti, ma con una bassa affluenza. La stabilizzazione della giunta egiziana, con l’assistenza della pseudo-sinistra, ha contribuito a dare alla controrivoluzione il tempo di riorganizzarsi e di lanciare attacchi in tutto il Medio Oriente.
Lo stesso giorno, le forze statunitensi, britanniche e francesi iniziavano il bombardamento della Libia.
Iniziava pochi giorni prima, con l’aiuto dell’Arabia Saudita e il tacito appoggio degli Stati Uniti, una sanguinosa repressione contro i manifestanti nel Bahrain. Il 23 marzo, la giunta dell’AFSC vietava scioperi e proteste. Questo non ha impedito le manifestazioni, ma migliaia di lavoratori e di giovani egiziani furono incarcerati e torturati, o portati davanti a tribunali militari, a causa della loro opposizione alla giunta.
 
L’esercito egiziano entra a Cairo
Il referendum non mise fine alle proteste contro la giunta AFSC, a continuava l’1 e l’8 aprile. Tuttavia, la giunta reagiva più ferocemente schiacciando il sit-in in piazza Tahrir, dopo che 20 giovani ufficiali dell’esercito si erano apparentemente uniti ai manifestanti e avevano chiesto il rovesciamento dell’AFSC.
Nei mesi che seguirono, il malcontento tra la popolazione egiziana è cresciuto per la mancanza dell’effettiva punizione dei funzionari responsabili dell’uccisione di manifestanti durante la rivoluzione, per il mantenimento dei tribunali militari e per le condizioni di vita deplorevoli. Le richieste si cristallizzarono attorno alla richiesta di una “seconda rivoluzione” e a un appello a una manifestazione il 27 maggio per una “seconda rivoluzione”.
Gli SR si opposero a questa manifestazione, affermando che era contro la giunta che presentavano come una “forza pro-democrazia“. Il 31 maggio, Mostafa Omar, membro degli SR, pubblicava sull’organo dell’ISO statunitense, Socialist Worker, un articolo intitolato “Le nuove forme di lotta in Egitto“. Scriveva: “Nonostante le sue misure repressive, il Consiglio supremo riconosce che la rivolta del 25 gennaio ha, in qualche modo, cambiato l’Egitto una volta per tutte … Il Consiglio si propone di riformare il sistema politico ed economico per poter diventare più democratico e meno repressivo.”
Come a dimostrare che non aveva imparato nulla dalle recenti proteste e dagli spargimenti di sangue, al-Hamalawy, durante un’intervista con Reuters il 22 giugno, ripete i suoi commenti sulla giunta di febbraio. Disse: “Credo che loro (i generali dell’AFSC) suano sinceri riguardo il trasferimento del potere a un governo civile. Ma questo non significa che abbandonano il loro ruolo nella scena politica egiziana.”
Questo commento è cinico e assurdo. Gli ufficiali  sono stati la spina dorsale politica ed economica del regime di Mubarak. Da un punto di vista giuridico,  esercitano il potere dittatoriale sotto l’attuale CSFAF. Se un governo civile sarà istituito e l’esercito non rinuncerà al suo “ruolo nella scena politica egiziana“, non si tratterà di un governo civile, ma di una facciata per la continuazione della dittatura militare.
In tal modo, la lotta di classe non ha più considerato le fantasie di al-Hamalawy sulle tendenze democratiche della giunta che un pio desiderio di al-Baradei di “cambio degli ordini“. La manifestazione di massa del 27 giugno era stato attaccato dalla giunta, provocando una grande battaglia con decine di persone uccise e ferendone più di mille manifestanti. Scioperi e proteste si ampliarono in eventi che coinvolgevano l’8 luglio, milioni di lavoratori in tutto l’Egitto e im sit-in di protesta in molti luoghi pubblici, tra cui un sit-in delle famiglie dei martiri della rivoluzione a Tahrir Square al Cairo.
Questa eruzione della lotta di classe precipitò i gruppi di pseudo-sinistra ancor più apertamente nelle braccia della controrivoluzione. Il 27 luglio, si unirono a un “Fronte Popolare Unito” che comprendeva quasi tutte le forze dello spettro politico egiziano – la “sinistra”, i liberali e gli islamisti. Esso includeva gli SR, la Coalizione della gioventù della rivoluzione e (“in modo incredibile“, nelle parole del quotidiano al-Ahram), il partito islamista fascista, Gama’a Islamiya. I partiti del “Fronte Popolare Unito” giunsero ad un accordo per non discutere le “questioni controverse.”
Il 29 luglio, il Fronte Popolare Unito aveva indetto una dimostrazione a Tahrir Square. Gama’a Islamiya, dopo aver raccolto i suoi sostenitori da ogni angolo d’Egitto, aveva dominato la manifestazione, urlando slogan che apertamente promuovevano la giunta, “Tantawi, ci senti, noi siamo la voce dei tuoi figli a Tahrir bambini!
Fingendo sorpresa e rabbia nel vedere i fascisti sostenere la giunta, la pseudo-sinistra aveva annunciato il 31 luglio che avrebbe sospeso la sua partecipazione al sit-in. Non dissero il motivo del perché sperassero che Gama’a Islamiya mantenesse la sua parola e non sollevasse “questioni controverse”, e perché pensavano che avrebbe fatto qualcosa di diverso da quello che aveva fatto. Non hanno ripudiato la loro alleanza con un partito fascista.
Il 1° agosto, l’esercito aveva attaccato e massacrato le famiglie dei martiri – le ultime forze che rimanevano sulla Piazza Tahrir – ponendo fine al sit-in. Questa sconfitta, insieme con l’inizio della festa del Ramadan, sospesero temporaneamente la lotta politica fino a quando riesplosero, all’inizio dell’anno scolastico, le lotte in corso.

Il tradimento della pseudo-sinistra e della sua visione piccolo-borghese
I risultati della pseudo-sinistra in Egitto è un record del flagrante tradimento. Mentre aveva la pretesa di essere da sinistra o addirittura socialista, ha cercato di fornire credibilità da sinistra alla giunta sostenuta dagli Stati Uniti, in alleanza con le forze di destra e fasciste. Si è opposta alla lotta politica per screditare il AFSC e armare la classe operaia e con un programma rivoluzionario internazionalista, invece di unire le forze apertamente pro-esercito contro la minaccia di un rovesciamento della giunta da parte della classe operaia.
Questa politica di destra riflette la prospettiva dei borghesi benestanti che vedono la rivolta dei lavoratori con malcelato timore. Ciò emerge più chiaramente dagli articoli di Anne Alexander, che scrive sul Medio Oriente per il SWP della Gran Bretagna, affiliato agli SR. Nel suo articolo “L’anima sociale in crescita della rivoluzione democratica in Egitto“, si pone il problema di come “proteggere e diffondere le conquiste della democrazia politica prodotte durante la rivolta.” Raccomandava in particolare i metodi che la pseudo-sinistra ha effettivamente impiegato in Egitto – alleanze con i partiti di destra e la burocrazia sindacale.
Alexander ritiene che il compito della classe operaia sia quello di mantenere la pressione politica sulla giunta, per proiettare una democrazia di facciata.  Scrive: “Non è appropriato qui esplorare la questione di sapere come la leadership militare e i suoi alleati civili, consolideranno una facciata di democrazia borghese e di come questo sarà uno spazio democratico ampliato, rispetto alla situazione pre-rivoluzionaria. Certamente, se i principali architetti di questo nuovo ordine politico sono i generali… è probabile che i limiti do  questo sistema ‘democratico’ saranno stabilizzati determinati con precisione dal grado di controllo e di organizzazione delle masse che lottano per tenerla aperta.”
Ciò solleva più domande che risposte. Perché i lavoratori dovrebbero essere soddisfatti di una “facciata di democrazia borghese?” Se i lavoratori avevano davvero “la volontà e l’organizzazione per combattere” – che non è la prospettiva di Alexander – perché il SWP non desiderava che rovesciassero la giunta e stabilissero uno Stato dei lavoratori e mettessero in atto politiche socialiste?
Tali proposte non sarebbero venute in mente ad Alexander o dei suoi compari. Questi si sono concentrati sulla prospettiva di uno “esteso spazio democratico“, dono della giunta. Qualunque sia il significato di questa vaga formulazione, non rappresenta la soddisfazione delle rivendicazioni per le quali i lavoratori erano entrati nella rivoluzione. Anche se i lavoratori hanno fornito un esempio di lotta eroica, sono ancora molto chiaramente sottopagati e sfruttati, e corrono ancora il rischio di essere picchiati e portati davanti a tribunali militari, se protestano contro la politica reazionaria della giunta.
Un “esteso spazio democratico” sotto la dittatura dell’AFSC o di qualsiasi altro regime repressivo borghese in Egitto, non è un passo avanti per la classe operaia in Egitto e all’estero. Tuttavia, questo rappresenta un evidente vantaggio per gli strati sociali più agiati per i quali i partiti della pseudo-sinistra si esprimono. La direzione degli SR viene invitata alle riunioni dei partiti di destra, ha fatto dichiarazioni alla stampa egiziana e dell’estero, e ha accesso ad entrate e pubblicità senza precedenti.
Al-Hamalawy pubblica regolarmente i suoi articoli sul Guardian e appare alla BBC. In un’intervista sulla rete televisiva degli Stati Uniti Comedy Central – casualmente – è stato premuroso nel presentare Gigi Ibrahim come “volto della rivoluzione”, e lei si è unita ora ad Hamalawy nei notiziari che riguardano  l’Egitto. Il loro ruolo gli concede ricompense finché non fanno nulla per fare  infuriare i boss del governo del Regno Unito della BBC o della Viacom, proprietaria di Comedy Central, negli Stati Uniti.
L’”esteso spazio democratico” è in realtà l’apertura che offre la classe dirigente, in tempi di crisi politica, agli elementi do pseudo-sinistra della classe media – quando questi servizi sono essenziali per reprimere la lotta del proletariato. Questo è ciò che Alexander vuole proteggere.
Lei insiste che i lavoratori siano controllati per mezzo delle alleanze con la burocrazia statale e le forze di destra, e siano vaccinati contro la critica marxista contro tali alleanze.
Ha elogiato i sindacati egiziani che hanno servito il regime di Mubarak, in cui dei burocrati occupavano delle cariche. La capacità dei sindacati di combattere, scrive: “… non dipende dalla natura della loro leadership o dalle loro disposizioni organizzative interne, ma dal loro rapporto con le lotte dei lavoratori e l’equilibrio generale delle forze della rivoluzione. Anche senza essere democratica, la burocrazia sindacale può essere un trampolino di lancio per le lotte per  rivendicazioni limitate, e che sono in grado di estendersi rapidamente oltre i limiti del corporativismo.”
Questa dichiarazione falsifica gli eventi che hanno avuto luogo durante la rivoluzione. A gennaio, la stragrande maggioranza dei sindacati industriali egiziani era controllata dalla centrale sindacale gialla ETUF. Il proletariato non ha combattuto con ma contro l’ETUF. Infatti, durante le prime proteste , il presidente dell’ETUF, Mogawer Hussein, aveva chiesto che i funzionari sindacali “impedissero ai lavoratori di partecipare a tutte le manifestazioni del momento“, e informassero 24 ore su 24 sui tentativi dei lavoratori di unirsi alle proteste.
Gran parte della tesi reazionaria di Alexander è che le organizzazioni, anche se “antidemocratiche e burocratiche”, siano accettabili per la classe operaia.  Questo significa, come spiega, che gli stessi SR e partiti identici, non devono limitarsi a “organizzazioni che sono in qualche misura delle iniziative della sinistra.” E continua dicendo, “Invece, [ciò] significa soprattutto essere dove sono le masse.
La conclusione inevitabile è che gli SR possono e devono lavorare con (o all’interno) dei gruppi di destra, come i Fratelli Musulmani o Gama’a Islamiya. Alexander insiste anche sul fatto che tali alleanze devono essere protette dalla critica marxista contro il loro carattere di destra. Chiede che gli SR  “evitino che il virus del settarismo infetti il movimento operaio e ne mini l’unità necessaria, ad esempio, per sconfiggere i padroni.”
Questa è un appena velato appello alla censura e ai divieti. La critica politica non implica rompere l’unità delle lotte e degli scioperi o delle manifestazioni di piazza. Offre una prospettiva per superare Tantawi, per rovesciare la giunta e per lottare per il socialismo in Egitto e all’estero. Questo richiede una offensiva politica per screditare le alleanze destrorse dei partiti di pseudo-sinistra – ed è quello che l’attacco preventivo di Alexander contro il cosiddetto “settarismo”, cerca di evitare.
La pseudo-sinistra egiziana ha all’unanimità respinto la prospettiva di costruire un partito che lotti per il socialismo e il marxismo nella classe operaia. Gli SR hanno formato il Partito Democratico dei Lavoratori (PDL) attraverso il quale sperano di reclutare membri su una base pro-capitalista. Il leader degli SR, Kamal Khalil, insiste sul fatto che il PDL non è un partito socialista, perché i lavoratori non sono “pronti a sostenere il socialismo.”
Per quanto riguarda Tagdid, il gruppo insiste allo stesso modo, dicendo che “la maggior parte dei lavoratori radicalizzati e dei militanti di sinistra, non vorrebbero essere parte di un gruppuscolo leninista rivoluzionario socialista.
Quando gli attivisti di pseudo-sinistra, come i leader di Tagdid, dicono che non vogliono partecipare a un partito marxista, dicono la verità. Le loro asserzioni che i lavoratori non vogliono far parte di un movimento socialista, perché ciò sarebbe una piccola organizzazione e non un partito di massa è, al contrario, un tentativo d’inganno per provocare una demoralizzazione politica.
Rovesciando Mubarak, la classe operaia ha dimostrato la sua volontà di adottare misure rivoluzionarie e si è dimostrato come il pessimismo inveterato dell’”estrema sinistra”, sottovaluta la sua volontà d’impegnarsi in una lotta politica. In ogni caso, la logica oggettiva dei fatti spinge la classe operaia al socialismo. Fornisce alla classe operaia l’unica base per la sua opposizione alla dittatura e alla povertà, trasformando in una lotta consapevole per superare la pressione dal capitalismo all’austerità sociale e alla guerra.
Riguardo alle affermazioni che un partito rivoluzionario non è praticabile perché sarebbe piccolo in un primo momento, è semplicemente un argomento per non fare nulla o un argomento a favore dell’opportunismo più sfrenato. Nessun partito egiziano, tra cui la pseudo-sinistra, gode attualmente di un grande numero di aderenti, soprattutto dalla classe operaia. Un partito di massa è ancora da costruire, e le dichiarazioni di Tagdid e SR indicano soltanto la loro opposizione alla costruzione di un partito di massa dei lavoratori su base socialista.
I commenti di Alexander manda in frantumi le affermazioni della pseudo-sinistra secondo cui pretende di lottare per la democrazia. Per SR e PDL, le organizzazioni “non democratiche e burocratiche” sono accettabili per i lavoratori. Queste organizzazioni ritengono che una dittatura militare potrebbe essere appropriata per l’Egitto. L’unico scopo che difendono è un lucroso “spazio democratico allargato” che il regime della giunta offre alle classi medie superiori.

L’imperialismo occidentale e l’”opposizione” della classe media egiziana
La celebrità nuova dei giornalisti degli SR è solo la punta di un iceberg, in termini di opportunità offerte al ceto medio egiziano con lo “spazio democratico allargato“. Mentre la pseudo-sinistra assume un ruolo maggiore nel reprimere politicamente la classe operaia, le potenze occidentali, ansiose di fermare la rivoluzione in Medio Oriente, hanno pompato fondi a questo strato sociale. Queste forze a loro volta si sono precipitare sulla zuppa del finanziamento occidentali, soprattutto degli Stati Uniti.
Questa alleanza è costruita su interessi di classe condivisi tra l’imperialismo occidentale e l’ “opposizione” della classe media egiziana. Entrambi cercano di sopprimere e smobilitare politicamente la classe operaia, diffondendo l’illusione che la giunta creerà la democrazia. L’imperialismo ha generosamente premiato – o, per parlare più francamente, corrotto – gli strati della classe media.
Così, ad aprile, la neonominata ambasciatrice statunitense al Cairo, Ann Patterson, ha annunciato che Washington aveva stanziato 105 milioni per le “aiutare le organizzazioni non governative [ONG] a partecipare alla vita politica del paese.” Il Jerusalem Post ha citato dei testimoni secondo cui le autorità statunitensi hanno ricevuto un migliaio di richieste di finanziamenti da parte delle organizzazioni egiziane.
Tale finanziamento esiste da tempo per le ONG pro-Stati Uniti. Al-Ahram ha citato il professor Gamal Zahran della Suez Canal University, che aveva detto che durante il secondo mandato dell’amministrazione Bush (2005-2009), Washington aveva distolto il suo finanziamento ai progetti per le infrastrutture civili Egitto, all’intervento per il “rafforzamento delle organizzazioni della società civile che lavorano nel campo del monitoraggio elettorale e del controllo della situazione dei diritti umani diritti.”
Non è ormai un segreto per nessuno che l’esercito egiziano – che ha un finanziamento annuale di 1,3 miliardi di dollari – abbia cinicamente tentato di giustificare la repressione menzionando il finanziamento degli Stati Uniti alle ONG, per dire che la rivoluzione egiziana è una cospirazione dall’estero.
Questo è ovviamente assurdo. Il punto di forza principale della rivoluzione è stata la lotta di milioni di lavoratori e giovani, non le migliaia di membri dei partiti di pseudo-sinistra. Tuttavia, il rapporto tra l’imperialismo occidentale e gruppi della classe media egiziani erano troppo evidenti per essere negati e, il 12 agosto, Jim Bever, capo dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) in Egitto, fu costretto a dimettersi.
E’ chiaro che esistono collegamenti importanti – finanziari e operativi – tra le potenze occidentali ed elementi della pseudo-sinistra egiziana. E così, secondo il New York Times, alcuni membri del Movimento del 6 aprile erano stati istruiti dall’organizzazione serba Otpor. Gruppo che ha contribuito, nel 2000, a guidare il colpo di stato, appoggiato dalla NATO, contro il presidente serbo Slobodan Milosevic. Otpor ha addestrato gli organizzatori delle “rivoluzioni colorate” in Europa orientale – putsch politici che hanno istituito regimi filo-occidentali, in particolare in Georgia (2003) e Ucraina (2004).
Un cablo segreto degli Stati Uniti del dicembre 2008 e pubblicato da Wikileaks, hanno confermato che esistono collegamenti diretti tra i leader del Movimento del 6 aprile e funzionari degli Stati Uniti. Il cablo indicava che i diplomatici degli Stati Uniti al Cairo avevano ricevuto informazioni da un membro apparentemente ben inserito nel Movimento 6 aprile e che aveva fornito report dettagliati sull’”opposizione” in Egitto. Questo individuo, il cui nome è stato cancellato, era tornato da Washington, dove il vertice dell’”Alleanza dei movimenti giovanili” aveva avuto dei colloqui con diversi membri del Congresso.
Secondo il rapporto, “[nome cancellato] ha dichiarato che le diverse forze di opposizione – tra cui il Wafd, i nasseristi e i partiti Karama e Tagammu, i Fratelli musulmani, Kifaya e i rivoluzionari socialisti – hanno accettato di sostenere un progetto non scritto, per una transizione prima delle elezioni presidenziali del 2011, per una democrazia parlamentare che implica una presidenza indebolita e la responsabilità del Primo Ministro e il Parlamento. Secondo [nome cancellato], l’opposizione è interessata al sostegno dell’esercito e della polizia a un governo di transizione prima delle elezioni del 2011. [Nome cancellato] ha dichiarato che questo progetto è così sensibile, che non può essere messo per iscritto.”
Se fosse vero, sembra che la pseudo-sinistra sia nel processo di sviluppo dell’alleanza con settori dell’esercito egiziano che, secondo molti diplomatici statunitensi, al momento, disapprovava il piano di Mubarak di nominare suo figlio suo successore come capo di stato. Gli SR, Tagammu e gli altri partiti, del cablo di Wikileaks, non hanno commentato queste rivelazioni.
Un’altra iniziativa pseudo-sinistra – progettata per l creazione di un cosiddetto “sindacato indipendente” esterno all’ETUF – è supportata anche dall’imperialismo occidentale. Nel corso di una conferenza stampa del 23 febbraio, la segretaria di Stato Hillary Clinton ha pubblicamente confermato: “Come molti sanno, gli Stati Uniti sostengono la società civile in Egitto. Abbiamo fornito finanziamenti, cosa che al governo non piaceva, per sostenere l’organizzazione sindacale, per sostenere le organizzazioni dell’opposizione politica al regime. Questo risale a molti anni fa.”
Lo scorso maggio, i funzionari del sindacato SUD (Solidari Unitari Democratici), che è influenzato dal Nuovo Partito Anticapitalista (NPA) si recò in Egitto. Promossero i sindacati  “indipendenti” e si incontrarono con i gruppi, in Egitto, che cercavano di costruirli.
SUD ha spiegato che il Centro Servizi per i sindacati e i lavoratori (CTUWS) – l’ONG principale che stava cercando di costruire i sindacati “indipendenti” in Egitto – è finanziato da Oxfam, dall’Euro-Maghreb Union Alliance (tra cui SUD, e i sindacati spagnolo CGT e algerino SNAPAP), dalla Confederazione europea dei sindacati (CES) e dal sindacato statunitense AFL-CIO.
Scoprirono che i lavoratori egiziani mostravano poco entusiasmo verso i progetti per creare dei nuovi sindacati. Il rapporto cita un ispettore di SUD e membro del Tagdid, Fatma Ramadan, che stava cercando di costruirli: “Non abbiamo eredità su cui possiamo costruire o, quel che è peggio, ciò che abbiamo è una pessima eredità che ci fa dubitare dell’interesse dei lavoratori ad avere sindacati. Non riescono a vedere come i nuovi sindacati possano differire da quelli vecchi.
I lavoratori egiziani conoscono la realtà sociale molto meglio dei burocrati della pseudo-sinistra e di SUD che spacciano i piani di Washington.
Mentre la classe operaia è governata dalla giunta – e controllata sul posto di lavoro dai sindacati gialli della giunta o da quelli “indipendenti” finanziati dai sostenitori della giunta a Washington – le “nuove” le condizioni per i lavoratori non differiscono da quelle vecchie. Il compito principale che spetta ai lavoratori non è la creazione di nuovi sindacati per negoziare con la giunta, ma il rovesciamento della giunta e la presa del potere. Solo mettendo le risorse dell’economia egiziana e del mondo sotto il controllo dei lavoratori, sarà possibile ottenere le risorse per porre fine alla miseria sociale sorvegliata da Mubarak e da Washington.

Come la pseudo-sinistra attacca il marxismo per opporsi alla rivoluzione
Un fattore importante nella capacità della pseudo-sinistra di presentarsi come una tendenza a sinistra, è il suo uso della retorica socialista. Ma, tuttavia, lo fa per meglio ripudiare i principi storici e i contenuti rivoluzionari del marxismo. E’ proprio perché il marxismo è la guida per l’azione del proletariato nella lotta rivoluzionaria, una guida sviluppata storicamente, che la pseudo-sinistra è costretta a falsificarla, contraddirla e attaccarla in ogni occasione.
I tentativi della pseudo-sinistra di nascondere il suo appoggio alla giunta attraverso delle frasi dal lessico marxista, riflettono semplicemente la sua ignoranza e malafede. Così, Fatma Ramadan di Tagdid, rivolgendosi ai burocrati di SUD, aveva citato da Fathallah Mahrous del Partito socialista egiziano: “Gli piaceva dire che siamo in una situazione di doppio potere, da un lato la strada e dall’altro esercito.”
In realtà, la dualità del potere – come termine usato dai marxisti – non esiste in Egitto. La responsabilità è, in primo luogo, di Tagdid, degli SR e di gruppi simili. Sono intervenuti per smantellare i comitati popolari e per prevenire lo sviluppo degli organi del potere popolare che può essere la base di una nuova lotta per il potere dello stato il rovesciamento della giunta militare egiziana.
Il tentativo del Tagdid di nascondere questo fatto, definendo le manifestazioni di piazza “potere duale” è una politica cinica. Nella Storia della rivoluzione russa, Lev Trotzkij aveva sottolineato che l’inevitabile conflitto tra i desideri delle masse oppresse e la politica dello stato capitalista non sarebbe stato un potere duale. Dice: “Le classi antagoniste esistono sempre nelle società e la classe senza potere, inevitabilmente punta a fare piegare questo o quel corso dello stato dalla sua parte. Questo non significa, tuttavia, che nella società, regni una dualità o pluralità di poteri.
Trotzkij spiega nel modo seguente la dualità del potere: “La preparazione storica di una rivolta, in un periodo pre-rivoluzionario, porta la classe destinata a creare il nuovo sistema sociale, mentre non è ancora diventata la padrone del paese, a concentrare efficacemente una quota significativa del potere statale nelle proprie mani, mentre l’apparato ufficiale è ancora nelle mani dei precedenti proprietari. Questo è il punto di partenza del potere duale in ogni rivoluzione.
Ci si deve chiedere: in Egitto i lavoratori “[stanno] concentrando nelle [loro] mani una quota significativa del potere statale”, o si può addirittura parlare di una qualsiasi parte del potere? Hanno creato istituzioni come i soviet (consigli) del proletariato rivoluzionario russo nel 1917, che ha costituito un centro di potere rivale al governo provvisorio borghese, che alla fine ha portato al suo rovesciamento da parte del partito bolscevico? Purtroppo la risposta è no.
I comitati popolari di quartiere, formatisi spontaneamente durante la lotta contro Mubarak e i suoi scagnozzi, aveva il potenziale di svilupparsi in tali istituzioni. Tuttavia, come abbiamo visto, i gruppi della pseudo-sinistra hanno lottato per spezzare questi comitati, insistendo sul fatto che essi verranno sostituiti da consigli composti da membri dei Fratelli Musulmani e dai loro stessi quadri.
Il doppio potere non esiste in Egitto – non perché i lavoratori non fossero pronti a ciò, ma perché le organizzazioni politiche egiziane (soprattutto della pseudo-sinistra) l’hanno combattuto. Invece, hanno insistito sul fatto che i lavoratori si limitassero all’”ampio spazio democratico” che avrebbe fornito la dittatura militare egiziana.
La rivoluzione egiziana, come tutte le altre, pone la questione dell’esercito con straordinaria chiarezza. I generali che governano lo stato, hanno una larga fetta dell’economia, cospirano con Washington ed esercitano il controllo su un grande esercito di leva che, alla fine, in Egitto, è l’unica forza abbastanza grande da annegare nel sangue una rivolta popolare. In Egitto, il compito di ogni seria lotta per la democrazia sarebbe aggregare le truppe alla lottare per la rivoluzione socialista e spezzare l’autorità del corpo degli ufficiali.
La ragione fondamentale che spiega il fatto che la pseudo-sinistra si sia opposta a una tale visione è chiara, se si considerano le osservazioni formulate da al-Hamalawy e dagli altri membri del CS: considerano la giunta e il suo corpo ufficiali come la pietra angolare della transizione democratica. Da questo punto di vista, una lotta per distruggere l’autorità degli ufficiali sulle truppe è pericolosa. Rischia di alienarsi i tiranni militari che secondo la pseudo-sinistra, devono guidare la cosiddetta transizione verso la democrazia!
Gli scritti dei grandi marxisti sono chiare come il cristallo, riguardo l’atteggiamento del proletariato rivoluzionario verso l’esercito e lo stato. In Stato e rivoluzione, Lenin cita con approvazione “l’idea di Marx è che la classe operaia deve spezzare, demolire la ‘macchina statale esistente’ e non limitarsi a prenderne possesso.”
Per quanto riguarda l’esercito, Friedrich Engels scrisse, il 26 settembre 1851 in una lettera a Karl Marx: “E’ chiaro che la disorganizzazione dell’esercito e il rilassamento assoluto della disciplina sono stati necessari, finora, affinché una rivoluzione giungesse a trionfare.”
Il sostegno della pseudo-sinistra alla giunta e al corpo degli ufficiali egiziano, riflette non solo il suo rapporto con la classe dirigente egiziana e l’imperialismo mondiale, ma la sua profonda ostilità all’enfasi marxista sul ruolo rivoluzionario della classe operaia. Come Anne Alexander chiarisce nel suo articolo del 2006, “Suez e l’alta marea del nazionalismo arabo“, l’SWP e la pseudo-sinistra pensano che l’insistenza del marxismo sul ruolo primario della classe operaia nella rivoluzione non sia corretta.
Cita, concentrandosi sulla crisi di Suez del 1956, il ruolo di Nasser quando  salì al potere nel 1952, dopo un colpo di stato contro re Faruk, che pose fine al dominio della Gran Bretagna. A quel tempo, Nasser aveva nazionalizzato il Canale di Suez e l’Egitto avevano combattuto un tentativo, da parte di Gran Bretagna, Francia e Israele, di riprendersi con la forza il Canale. Nasser usò il Partito comunista stalinista d’Egitto per organizzare la resistenza popolare nel porto di Suez e oltre, sapendo che gli stalinisti non avrebbero formulato un’opposizione rivoluzionaria contro il suo regime. L’opposizione popolare e la minaccia di intervento sovietico, e la decisione degli Stati Uniti di ritirare l’appoggio alla sterlina inglese come segno di disapprovazione, fermarono l’invasione franco-britannica.
Per Alexander, il fatto che Nasser abbia mantenuto il potere invalida la prospettiva della rivoluzione socialista nei paesi coloniali, formulata da Leon Trotsky sottolineando il ruolo guida della classe operaia.
Trotzkij, scrive, “era d’accordo con Lenin che la classe operaia fosse l’unica classe in grado di portare al successo la rivoluzione democratica, ma ha sostenuto che una volta al potere, la classe operaia non potesse semplicemente limitarsi a costruire uno stato democratico borghese. Invece di questo, ha detto, ‘la rivoluzione democratica si trasforma subito in una rivoluzione socialista e diventa così una rivoluzione permanente.’ … Le Previsioni di Trotsky non furono confermate dall’ondata di rivoluzioni nazionali che seguirono la Seconda Guerra Mondiale. Un paese dopo l’altro, i vecchi regimi filo-coloniali non furono rovesciati dalla classe operaia o contadina. Al contrario, sezioni di intellettuali o fazioni dell’esercito presero il controllo dello stato.”
Questo commento è una perfetta illustrazione della prospettiva nazionalista, specifica della classe media, del SWP e dei suoi colleghi internazionali. Considerano gli ufficiali e fli intellettuali come le forze motrici della storia. Secondo il SWP, il fatto che Nasser sia salito al potere in Egitto nel 1952, è la prova che una prospettiva socialista era un errore ed è una legittimazione del loro orientamento verso la giunta della CSFA, lo stato nazione dell’Egitto, e dietro di essi, all’imperialismo occidentale.
Alexander non spiega perché, se la rivoluzione democratica era stata effettivamente effettuata da Nasser, come lei dice, la classe operaia sia ora in prima linea in una lotta rivoluzionaria contro la dittatura corrotta guidata dagli eredi politici di Nasser. Infatti, la repressione della classe operaia in Egitto, negli anni ’50, significò il fallimento di ogni lotta per la democrazia. Tuttavia, Alexander non pone queste domande perché la sua prospettiva piccolo-borghese la conduce a una critica senza principi di Trotsky e ad adattarsi politicamente al nasserismo e allo stalinismo.
In termini di politica estera, Nasser fece affidamento inizialmente sull’ostilità di Washington verso i tentativi dell’imperialismo britannico di mantenere il suo dominio sull’Egitto, e all’alleanza con la burocrazia sovietica per limitare la minaccia di un intervento imperialista. In termini di politica interna, aveva contato sul ruolo reazionario del Partito comunista egiziano che, in conformità alla politica del Cremlino, era contro una rivoluzione socialista nel mondo arabo. Il sostegno politico venne incoraggiato dalle concessioni sociali offerte ai lavoratori del regime post-coloniale.
Allo stesso tempo, il regime di Nasser schiacciò brutalmente le lotte indipendenti dei lavoratori. Fece giustiziare due lavoratori, Mustafa al-Kahm e Muhammad Baqri per il loro ruolo nel famoso sciopero del 1952 nella fabbrica tessile Misr. Nonostante questo, il Partito comunista egiziano supportò Nasser. Il Partito Comunista Egiziano ha cercato di limitare l’opposizione della classe operaia a Nasser, giustificando il sua auto-scioglimento nel 1956 con l’affermazione che Nasser stava per costruire il socialismo.
Il periodo storico durante il quale il regime nasseriano fu in grado di reprimere le lotte indipendente della classe operaia, e potersi bilanciare tra l’imperialismo e l’Unione Sovietica, non durò a lungo. Dopo la guerra dello Yom Kippur – 22 anni dopo l’avvento al potere di Nasser – il suo successore, Anwar Saddat, iniziò la politica dell’infidah (apertura) al capitale straniero e all’allineamento diplomatico all’imperialismo statunitense. Ciò incluse la firma di Saddat degli Accordi di Camp David nel 1978, la pace con Israele basata sulla repressione di un eventuale concorso dei lavoratori egiziani, col proletariato israeliano, a una lotta comune contro l’imperialismo e il sionismo.
L’integrazione dell’Egitto nell’economia capitalista globale, sotto l’egida di Washington, ha portato a una crescita ulteriore sia del potere sociale che dell’oppressione economica della classe operaia. Queste contraddizioni di classe che si sono accumulate sotto la superficie della vita politica egiziana, sono eruttate nelle lotte rivoluzionarie che hanno un impatto su tutto il mondo.
Alexander, l’SWP e i loro compagni internazionalisti, tacciono sulle questioni dell’imperialismo e dello stalinismo, a causa della loro prospettiva da classe media. Politicamente ipnotizzati da Nasser e dall’esercito egiziano, lottano per subordinare la classe operaia all’esercito, come fece il Partito comunista egiziano all’epoca di Nasser, anche se in questi giorni, il regime egiziano opera come un agenzia diretta dell’imperialismo.
Un duro colpo è stato inferto a questo orientamento della rivoluzione egiziana del 2011, ed ha confermato l’insistenza di Trotzkij sul ruolo della classe operaia nella lotta rivoluzionaria. La classe operaia ha spodestato Mubarak, il cui regime era assolutamente contrario a qualsiasi tipo di riforme democratiche ed era totalmente soggetto all’imperialismo.
La teoria della rivoluzione permanente, dichiara che la classe capitalista non può condurre la lotta per la democrazia, come ha fatto nelle rivoluzioni borghesi del diciottesimo secolo negli Stati Uniti e in Francia. Temendo il proletariato e, nei paesi ex coloniali come l’Egitto, essendo dipendenti dall’imperialismo straniero, i capitalisti si oppongono alla democrazia nel proprio paese. La democrazia può essere raggiunta solo dalla classe operaia e come parte della sua lotta per la rivoluzione socialista mondiale, per mettere tutte le risorse dell’economia nazionale e internazionale sotto il controllo dei lavoratori e delle masse oppresse.
E’ una caratteristica del tradimento della pseudo-sinistra cercare di screditare la teoria della rivoluzione permanente della classe operaia presentandola come una teoria in contrasto con la lotta politica. Mentre le rivendicazioni della classe operaia si moltiplicano questa estate, a favore di una seconda rivoluzione, i famigerati SR hanno emesso un comunicato dal titolo “Nessuna seconda rivoluzione, ma una rivoluzione permanente fino alla caduta del regime.”
Cercare di presentare le richieste dei lavoratori ‘per una seconda rivoluzione’ come contrarie al trotskismo e alla teoria della rivoluzione permanente, è fondamentalmente disonesto. La lotta per la realizzazione della rivoluzione permanente può adottare la forma di una rinnovata offensiva della classe operaia per rovesciare la giunta – che è precisamente ciò che i lavoratori chiedevano sostenendo una “seconda rivoluzione.” In questa lotta, i lavoratori notano che la pseudo-sinistra è un avversario determinato: di destra, piccolo-borghese e anti-marxista.

La classe operaia ha bisogno di una nuova leadership politica
I primi mesi della rivoluzione egiziana hanno dimostrato l’enorme potere sociale della classe operaia e la sua capacità di abbattere dittatori, paralizzare interi paesi e di organizzarsi per una lotta contro la repressione dello Stato.
La rivoluzione, però, ha anche rivelato i limiti dell’azione spontanea. Privi di una leadership politica, i comitati di sciopero e di autodifesa di base sono stati smantellati o abbandonati. L’iniziativa politica è stata lasciata alla giunta e ai suoi co-cospiratori imperialisti che sempre controllano i militari, le banche e l’apparato statale.
La rivoluzione non poteva trionfare, e nemmeno andare avanti con i partiti politici esistenti, che sono fondamentalmente ostili. Il supporto allo stato e alla burocrazia sindacale ha permesso alla classe dirigente egiziana di tramare la repressione controrivoluzionaria – assieme agli emissari dell’imperialismo occidentale, che hanno avviato una guerra neo-coloniale per un cambiamento di regime in Libia, e ora minacciano di iniziare una guerra in Siria, Iran e altrove.
I lavoratori egiziani hanno bisogno di un nuovo partito rivoluzionario per rovesciare la giunta AFSC, impostare uno stato operaio e guidare la lotta per porre fine al regime imperialista nel Medio Oriente, come parte della lotta per il socialismo internazionale.
Il capitalismo globale è impantanato nella più profonda recessione economica dalla Grande Depressione, soprattutto nei centri imperialisti in America e in Europa, creando una crisi sociale globale e una crescente resistenza da parte della classe operaia internazionale. Le condizioni oggettive necessarie per una lotta per la rivoluzione socialista mondiale, che Trotzkij e altri marxisti influenti avevano previsto e spiegato nella teoria della rivoluzione permanente, stanno per essere riuniti.
Il problema principale rimane l’irrisolta crisi della leadership della classe operaia. I primi mesi della lotta rivoluzionaria in Egitto hanno smascherato in modo devastante la pseudo-sinistra. Non sono la base per la costruzione di un tale direzione, ma un ostacolo la cui politica deve essere criticata spietatamente per riarmare la classe operaia con una prospettiva rivoluzionaria.
Questi partiti, legati a forze profondamente ostili al proletariato – l’imperialismo occidentale, i movimenti islamisti e la stessa giunta – stanno perseguendo e promuovendo una prospettiva politica ferocemente contraria alla lotta per il socialismo. Nella misura in cui mantengono l’influenza sulle lotte della classe operaia, genereranno sconfitte e demoralizzazione, così come il pericolo di vedere la controrivoluzione trionfare.
Il primo compito affrontato da operai, intellettuali e giovani dell’Egitto e del Medio Oriente nello spirito socialista, è spezzare l’influenza di questi partiti, e con gli strati dei lavoratori politicamente più coscienti, costruire di un partito rivoluzionario al fine di condurre la lotta della classe operaia.
La base politica di questa prospettiva è la teoria della rivoluzione permanente e la lotta del Comitato Internazionale della Quarta Internazionale (ICFI) per difendere la continuità rivoluzionaria del trotskismo e le fondamenta storiche e programmatiche del marxismo.
L’ICFI è convinto che la rivoluzione egiziana sia la prima esperienza di un nuovo periodo di lotta rivoluzionaria internazionale. Ha creato il World Socialist Web Site come organo politico per spiegare, unificare e fornire la leadership politica alle lotte della classe operaia in tutto il mondo. Chiama i suoi lettori in Egitto, Medio Oriente e internazionali, a lottare per la prospettiva della rivoluzione permanente e a partecipare alla ICFI.

(Articolo originale pubblicato 21 novembre 2011)

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Arabia Saudita gioca un ruolo chiave nell’alleanza anti-iraniana degli Stati Uniti

Jean Shaoul, Global Research, 15 novembre 2011
World Socialist Web Site

Il ruolo chiave dell’Arabia Saudita nel tentativo di destabilizzare il regime baathista di Bashir Assad, è al centro del tentativo di Washington di mettere insieme una alleanza anti-iraniana, più in generale, volto a reprimere le masse mediorientali.
L’Arabia Saudita, principale produttore ed esportatore di petrolio al mondo, ha le maggiori riserve di petrolio conosciute al mondo. Questo ha portato una ricchezza incalcolabile alla famiglia regnante saudita e ai suoi oltre 20.000 capi. La Casa dei Saud mantiene il potere con un sistema di repressione brutale che vieta ogni  protesta pubblica, sciopero e manifestazione di dissenso, combinata con la sua difesa di una versione estrema dell’Islam sunnita, il wahhabismo.
Dal 10 al 15 per cento della popolazione, è sciita ed è perseguitata. Questo crea profonde tensioni sociali, tanto più che gli sciiti vivono principalmente nella Provincia Orientale, dove si trova il 90 per cento dei 260 miliardi di barili di riserve petrolifere accertate saudite.
La maggior parte della popolazione ha tratto scarso beneficio dalla ricchezza petrolifera. La disoccupazione tra gli uomini sauditi è ufficialmente all’11,6 per cento, ma è più volte questa cifra. Un gran numero di donne è escluso dal mercato del lavoro. I giovani sotto i 30 anni, che costituiscono i due terzi della popolazione di 26 milioni di abitanti, sono colpiti; il 40 per cento dai 20 ai 24enni è disoccupato. Anche i laureati non trovano lavoro, non possono sposarsi e mettere su casa.
L’aumento del prezzo del petrolio ha creato 2,2 milioni nuovi posti di lavoro nel settore privato, ma solo il 9 per cento è andato a cittadini sauditi. Quasi 6 milioni di lavoratori, o l’80 per cento della forza lavoro, non sono cittadini, ma soprattutto lavoratori migranti provenienti dal Sud o Sud-Est asiatico, che lavorano per una miseria, senza diritti o protezione.
A gennaio, a seguito dei movimenti sociali di massa in Tunisia ed Egitto, scoppiò la protesta per chiedere la liberazione dei “prigionieri politici dimenticati“, che sono stati imprigionati per 16 anni senza accuse o processi.  Ciò ha indotto il re Abdullah a tornare a casa subito, dopo mesi di ricovero negli Stati Uniti.
Un punto di riferimento delle proteste è stata Qatif, una zona prevalentemente sciita nella parte orientale petrolifera del paese. Proteste, tutte ignorate dai media internazionali, sono in corso da mesi, con i dimostranti che denunciano l’intervento militare saudita nel vicino Bahrain, chiedono la liberazione di persone arrestate durante le proteste, e denunciano il regime di oppressione delle donne.
Essi sono stati colpiti dalla repressione e da un massiccio pacchetto di riforme da 130 miliardi di dollari USA, un importo pari al 36 per cento del Pil saudita. Il pacchetto comprendeva un salario minimo mensile di 3.000 riyal (800 dollari), due mesi di paga extra per i dipendenti pubblici, più borse di studio agli studenti universitari, l’indennità di disoccupazione di circa 260 dollari al mese, 500.000 case a prezzi accessibili, 4,3 miliardi di dollari in investimenti nelle strutture mediche, 60.000 posti di lavoro nelle forze di sicurezza e una commissione anti-corruzione.
Tale generosità è sostenibile soltanto se il prezzo del petrolio, attualmente a più di 85 dollari al barile, rimane alto.
L’aumento della spesa sociale si aggiunge a un pesante disegno di legge sulla difesa, che trattiene circa un terzo del bilancio saudita. Questo è destinato ad aumentare, in linea con l’atteggiamento sempre più bellicoso del regno verso l’Iran, col suo coinvolgimento nello Yemen e in Pakistan, e col finanziamento segreto delle forze sunnite in Iraq e in Siria. Inoltre, l’Arabia Saudita è impegnata a pagare la maggior parte dei 25 miliardi di dollari del Gulf Cooperation Council (GCC), con cui si è impegnata ad acquietare il malcontento sociale in Bahrain, Egitto, Giordania e Oman. Riyadh fornisce anche grosse somme ai palestinesi e all’Afghanistan.
La morte, il mese scorso, dell’86enne principe ereditario Sultan bin Abdul Aziz, ha sollevato preoccupazioni circa il futuro politico del regno. L’88enne re Abdullah è in condizioni di salute estremamente precarie. Abdullah ha ritardato il funerale del principe Sultan, fino a quando ha ottenuto l’accordo del Consiglio dell’eredità, composto da rappresentanti di ciascuna delle famiglie degli Ibn Saud, fondatrice del regno, nel nominare il principe Nayif, ministro degli interni, nuovo principe ereditario. Ma Nayif, 78 anni, soffre di cattiva salute e non c’è accordo nella nuova generazione per la successione.
L’Arabia Saudita ha funzionato come perno centrale della reazione sociale durante le proteste di massa che hanno scosso il Medio Oriente, quest’anno. Il suo obiettivo principale è distruggere tutte le proteste prima che si diffondano in Arabia Saudita e negli altri Stati del Golfo, che affrontano tutte il dissenso della propria irrequieta popolazione sciita.
Furiosa verso Washington, che ha ritirato il proprio sostegno all’egiziano Hosni Mubarak e all’ex presidente della Tunisia, Zine al-Abidin Ben Ali, che ha accolto, l’Arabia Saudita ha aiutato a schiacciare le proteste contro il vicina Bahrain della dinastia al-Khalifa.
Riyadh ha anche sostenuto il re di Giordania Abdullah, che affronta le proteste in corso, guidate dai Fratelli Musulmani, con contanti e l’offerta di aderire al GCC, incluso il suo supporto militare.
Nel vicino Yemen, Riyadh ha appoggiato la 30ennale dittatura del presidente Ali Abdullah Saleh, contribuendo a reprimere la filiale locale di al-Qaida e i ribelli sciiti, vicino al confine con l’Arabia Saudita. L’elite saudita è preoccupata che le proteste prolungate in Yemen si riversino oltre il confine. Nonostante cerchino di far dimettere Saleh attraverso un accordo mediato dal GCC, i sauditi gli hanno permesso di tornare nello Yemen, dopo mesi durante i quali era a Riyadh, per curarsi delle ferite subite a seguito di un tentativo di assassinio. Questo perché non possono contare su alcun successore.
L’Arabia Saudita ha inoltre collaborato agli “omicidi mirati” degli Stati Uniti di Anwar al-Awlaki, un religioso statunitense musulmano, nello Yemen, e più tardi di suo figlio.
La dinastia saudita gareggia con l’Iran per l’influenza regionale. Usa la sua tutela di due dei tre luoghi sacri dell’Islam, Mecca e Medina, per sostenere la sua pretesa di difendere la fede musulmana, sostenendo un conflitto religioso contro gli “eretici” sciiti, con il sostegno delle altre monarchie del Golfo.
Per decenni, Riyadh ha usato la sua enorme ricchezza petrolifera per coltivare i religiosi sunniti e i gruppi salafiti, e le campagne di finanziamento dell’educazione religiosa e i programmi televisivi trasmessi in tutto il Medio Oriente e l’Asia centrale. Ha scatenato l’ostilità verso le minoranze sciite, per dividere ogni dissenso interno, impedendo la crescita di partiti politici sciiti  filo-iraniani e contrastare l’influenza iraniana. Ed incolpa di routine l’”interferenza” iraniana in Bahrain e nello Yemen, per i disordini che vi sono, ma senza produrre alcuna prova.
In Libano, i sauditi sostengono la fazione filo-occidentale di Saad Hariri e Rafik Hariri, suo padre ed ex primo ministro assassinato nel 2005, quale un baluardo contro l’influenza siriana e iraniana. Hezbollah, il partito sciita appoggiato da Siria e Iran, ha un ampio richiamo popolare al di fuori del Libano, per la sua opposizione ad Israele.
Nel 2002, l’allora re Fahd aveva presentato il suo piano per normalizzare le relazioni con Israele, in cambio di uno stato palestinese accanto a Israele, entro i confini del 1967, per disinnescare la rabbia diffusa in tutta la regione. La roadmap del presidente George W. Bush, annunciata nel 2002, è stato un tentativo di contrastare l’impatto politico dell’invasione dell’Iraq nel 2003, da cui l’allora principe ereditario Abdullah aveva messo in guardia, poiché avrebbe rafforzato l’Iran.
L’Arabia Saudita è implacabilmente ostile al governo iracheno, che è vicino all’Iran. Riyadh s’è rifiutata di inviare un ambasciatore a Baghdad e insiste sul rimborso dei suoi 30 miliardi di dollari di prestito dati a Saddam Hussein per perseguire gli otto anni di guerra contro l’Iran, negli anni ’80.
Secondo il Dipartimento di Stato USA, nei documenti pubblicati da Wikileaks, il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki ha accusato l’Arabia Saudita di “fomentare conflitti settari” e di “finanziamento di un esercito sunnita.” Il suo intervento in Iraq rischia di degenerare dopo che le truppe USA si ritireranno, alla fine di quest’anno.
Riyadh ha giocato un ruolo chiave nell’annuncio della Lega Araba, il 13 marzo, di supporto a una ‘no-fly zone’ sulla Libia, che ha aperto la strada alla guerra della NATO per rimuovere il colonnello Muammar Gheddafi e installare il Consiglio di transizione nazionale fantoccio.
Negli ultimi anni, Riyadh ha riparato i rapporti con la Siria, mentre Damasco cercava relazioni più strette con Washington. Insieme, i due paesi hanno cercato di impedire che le tensioni in Libano degenerassero in un conflitto armato. Ma mentre Riyadh aveva originariamente sostenuto il presidente Bashar al-Assad contro il movimento di protesta guidato soprattutto dalla Fratellanza musulmana e dai salafiti, per mantenere la stabilità nella regione, ha cambiato bandiera, vedendo nei disordini  un’opportunità per ridurre l’influenza dell’Iran in Medio Oriente.
Lo scorso agosto, ha ritirato il proprio ambasciatore da Damasco. Alcuni degli oppositori, molti armati, hanno il supporto dell’Arabia Saudita e delle forze intorno l’ex primo ministro Saad Hariri in Libano. Sono rappresentati nel Consiglio nazionale siriano, istituito con il sostegno della Turchia, nel tentativo di fornire un governo embrionale in esilio siriano e legittimare l’intervento turco per conto delle potenze occidentali.
In Pakistan, Riyadh è stato uno dei principali donatori di Islamabad, secondo solo agli Stati Uniti, e appoggia i suoi sforzi verso la riconciliazione con i taliban in Afghanistan, a scapito delle fazioni rivali più vicine a Teheran. Secondo il Center for Global Development, Riyadh fornito al Pakistan quasi 140 milioni di dollari all’anno tra il 2004 e il 2009. L’anno scorso, Islamabad ha dato 100 milioni di dollari per gli aiuti sul diluvio, e quest’anno altri 114 milioni di dollari.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Occupare Wall Street e l’”autunno americano”: si tratta di una “rivoluzione colorata”?

Parte I
Michel Chossudovsky Global Research, 13 ottobre 2011

C’è un movimento di protesta popolare che si diffonde in tutta l’America, che comprende persone di ogni ceto sociale, di tutte le età, consapevoli della necessità di un cambiamento sociale e impegnate a invertire il corso. La base di questo movimento costituisce una risposta all’”agenda di Wall Street” di frodi e di manipolazioni finanziarie che sono servite a innescare la disoccupazione e la povertà in tutto il paese.
Questo movimento costituisce, nella sua forma attuale, uno strumento di riforma significativa e di cambiamento sociale in America? Qual è la struttura organizzativa del movimento? Chi sono i suoi principali artefici? Il movimento o segmenti di questo movimento sono stati cooptati?
Questa è una domanda importante, che deve essere affrontata da coloro che fanno parte del Movimento ‘Occupare Wall Street’ così come da coloro che, in tutta l’America, sostengono la democrazia reale.

Introduzione
Storicamente, i movimenti sociali progressisti sono stati infiltrati, i loro leader cooptati e manipolati, attraverso il finanziamento aziendale di organizzazioni non governative, sindacati e partiti politici. Lo scopo ultimo del “finanziamento del dissenso” è impedire al movimento di protesta di contestare la legittimità delle élite economiche:
Con una amara ironia, una parte dei guadagni fraudolenti finanziari di Wall Street, negli ultimi anni, sono stati riciclati nelle fondazioni esenti da tasse e nella beneficenza delle élite. Questi disonesti guadagni finanziari non sono stati utilizzati solo per acquistare i politici, ma sono anche stati convogliati a ONG, istituti di ricerca, centri sociali, gruppi religiosi, ambientalisti, media alternativi e per i diritti umani, ecc.
L’obiettivo interno è “fabbricare il dissenso” e stabilire i confini di una opposizione “politicamente corretta”. A sua volta, molte ONG sono infiltrate da informatori che spesso agiscono per conto di agenzie di intelligence occidentali. Inoltre, un segmento sempre più ampio dei media progressisti e dei notiziari alternativi su internet, è diventato dipendente dai finanziamenti di fondazioni private ed enti di beneficenza.
L’obiettivo delle élite aziendali è quello di frammentare il movimento popolare in un vasto mosaico “fai da te”.” (Vedi Michel Chossudovsky, Manufacturing Dissent: the Anti-globalization Movement is Funded by the Corporate Elites, Global Research, 20 settembre 2010)

“Produrre il Dissenso”
Allo stesso tempo, “il dissenso fabbricato” è intento a promuovere divisioni politiche e sociali (ad esempio all’interno e tra i partiti politici e i movimenti sociali). A sua volta, s’incoraggia la creazione di fazioni all’interno di ogni organizzazione.
Per quanto riguarda il movimento anti-globalizzazione, questo processo di divisione e frammentazione risale ai primi giorni del Forum Sociale Mondiale. (Vedasi Michel Chossudovsky, Manufacturing Dissent: The Anti-globalization Movement is Funded by the Corporate Elites, Global Research, 20 settembre 2010)
La maggior parte delle organizzazioni progressiste del periodo post-II Guerra Mondiale, compreso la “sinistra” ufficiale europea , nel corso degli ultimi 30 anni, è stata trasformata e rimodulata. Il sistema del “libero mercato” (neoliberismo) è il consenso della “sinistra“. Questo vale, tra gli altri, per il Partito socialista in Francia, il partito laburista in Gran Bretagna, i socialdemocratici in Germania, per non parlare del partito dei Verdi in Francia e Germania.
Negli Stati Uniti, il sistema bipartisan non è il risultato dell’interazione della politica dei partiti al Congresso. Una manciata di potenti gruppi di lobby aziendali controlla sia i repubblicani che i democratici. Il “consenso bi-partisan” è stabilito dalle élites che operano dietro le quinte. E’ applicata dai principali gruppi di lobby aziendali, che esercitano una morsa su entrambi i maggiori partiti politici. A sua volta, i leader della AFL-CIO sono stati cooptati dall’establishment aziendale contro la base del movimento operaio degli Stati Uniti. I leader delle organizzazioni dei lavoratori partecipano alle riunioni annuali del Forum economico mondiale di Davos (WEF). Collaborano con la Business Roundtable. Ma al tempo stesso, la base del movimento operaio degli Stati Uniti ha cercato di apportare delle modifiche organizzative che contribuiscano a democratizzare le leadership individuali dei sindacati. Le élite promuoveranno un “dissenso rituale” con un alto profilo sui media, con il supporto delle reti televisive, dei notiziari aziendali così come di internet.
Le élite economiche – che controllano grandi fondazioni – supervisionano anche il finanziamento di numerose organizzazioni della società civile, che storicamente sono state coinvolte nel movimento di protesta contro l’ordine stabilito economico e sociale. I programmi di molte organizzazioni non governative (comprese quelle coinvolte nel movimento ‘Occupare Wall Street‘) si basano molto sui finanziamenti di fondazioni private tra cui le fondazioni Tides, Ford, Rockefeller, MacArthur, tra le altre.
Storicamente, il movimento anti-globalizzazione che è emerso negli anni ’90 si è opposto a Wall Street e ai giganti del petrolio del Texas, controllati da Rockefeller, e altri. Eppure, le fondazioni e le associazioni di beneficenza di Rockefeller, Ford et altri, hanno, nel corso degli anni, generosamente finanziato reti progressiste anti-capitaliste e ambientaliste (opposte a Big Oil), al fine di sorvegliare e, in ultima analisi, l’elaborarne le varie attività.

“Rivoluzioni colorate”
Nel corso dell’ultimo decennio, “rivoluzioni colorate” sono emerse in diversi paesi. Le “rivoluzioni colorate” sono operazioni di intelligence degli Stati Uniti che consistono nel sostenere segretamente i movimenti di protesta, al fine di innescare “cambi di regime” sotto la bandiera di un movimento pro-democrazia.
Le “rivoluzioni colorate” sono supportate dal National Endowment for Democracy, dall’International Republican Institute e dalla Freedom House, tra gli altri. L’obiettivo di una “rivoluzione colorata” è quella di fomentare disordini sociali e utilizzare il movimento di protesta per rovesciare il governo esistente. L’obiettivo finale della politica estera è quella di instaurare un compiacente governo filo-USA (o “governo fantoccio“).

“La primavera araba”
Nell’Egitto della “primavera araba“, le principali organizzazioni della società civile, comprese Kifaya (Basta) e il Movimento Giovanile 6 aprile, non erano supportati solo da fondazioni degli Stati Uniti, hanno anche avuto l’avallo del Dipartimento di Stato americano. (Per i dettagli si veda Michel Chossudovsky, Il movimento di protesta in Egitto: “I dittatori” non dettano, obbediscono agli ordini, Global Research, 29 gennaio 2011)
Con amara ironia, Washington ha sostenuto la dittatura di Mubarak, comprese le sue atrocità, ma ha anche sostenuto e finanziato i suoi detrattori, … sotto gli auspici della Freedom House, i dissidenti e gli oppositori egiziani di Hosni Mubarak (vedi sopra) sono stati ricevuti nel maggio 2008 da Condoleezza Rice … e alla Casa Bianca dal consigliere per la Sicurezza Nazionale. Stephen Hadley.” (Si veda Michel Chossudovsky, Il movimento di protesta in Egitto: “I dittatori” non dettano, obbediscono agli ordini, Global Research, 29 gennaio 2011)

OTPOR e il Centro per l’applicazione dell’azione non violenta e strategie (CANVAS)
I dissidenti egiziani del Movimento Giovanile 6 aprile che, per diversi anni, erano in collegamento permanente con l’ambasciata USA al Cairo, sono stati addestrati dal Centro Serbo per l’applicazione dell’azione non violenta e strategie (CANVAS), una società di consulenza e formazione specializzata in “rivoluzioni” sostenuta da FH e dalla NED. CANVAS è stata fondata nel 2003 da OTPOR, un’organizzazione serba sostenuta dalla CIA che ha svolto un ruolo centrale nella caduta di Slobodan Milosevic, in seguito ai bombardamenti NATO del 1999 sulla Jugoslavia. Appena due mesi dopo la fine dei bombardamenti della Jugoslavia 1999, OTPOR ha svolto un ruolo centrale nell’installazione di un governo “ad interim” in Serbia, promosso da USA-NATO. Questi sviluppi hanno anche aperto la strada verso la secessione del Montenegro dalla Jugoslavia, l’istituzione della base militare statunitense Bondsteel e alla fine la formazione di uno stato mafioso in Kosovo.
Nell’agosto 1999, la CIA avrebbe creato un programma di formazione per OTPOR in Bulgaria, nella capitale Sofia:
Nell’estate del 1999, il capo della CIA George Tenet, apriva un ufficio a Sofia, in Bulgaria per “educare” l’opposizione serba. Lo scorso 28  agosto [2000], la BBC ha confermato che uno corso speciale di 10 giorni era stato seguoto dai militanti di Otpor, anche a Sofia. Il programma della CIA è un programma in fasi successive. Nella fase iniziale, lusingano il patriottismo e lo spirito di indipendenza dei serbi, in agendo come se rispettassero queste qualità. Ma dopo aver seminato confusione e spezzata l’unità del Paese, la CIA e la NATO farebbero molto di più.” (Gerard Mugemangano e Michel Collon, “To be partly controlled by the CIA ? That doesn’t bother me much”, Interview with two activists of the Otpor student movement, International Action Center (IAC), 6 Ottobre 2000. Vedasi anche “CIA is tutoring Serbian group, Otpor“, The Monitor, Sofia, tradotto da Blagovesta Doncheva, Emperors Clothes, 8 settembre 2000)

“Il business della rivoluzione”
Il Centro per l’applicazione dell’azione non violenta e strategie (CANVAS) di OTPOR, si descrive come “una rete internazionale di formatori e consulenti” coinvolti nel “Il business della rivoluzione“. Finanziato dal National Endowment for Democracy (NED), costituisce un paravento nella consulenza e formazione dei gruppi di opposizione sponsorizzati dagli Stati Uniti in oltre 40 paesi.
OTPOR ha giocato un ruolo chiave in Egitto. Egitto, Tahir Square: quello che sembrava essere un processo di democratizzazione spontaneo, era una operazione di intelligence accuratamente pianificata. Vedasi il video qui sotto.

Il “Movimento Giovanile 6 aprile” dell’Egitto, ha lo stesso pugno come logo; fonte Infowars. Sia il Movimento 6 aprile che Kifaya (Basta!) hanno ricevuto una formazione preventiva dal CANVAS a Belgrado, “nelle strategie per una rivoluzione non violenta“. “Secondo Stratfor, la tattica utilizzata dal Movimento 6 aprile e da Kifaya “deriva direttamente dal curriculum formativo di CANVAS.” (Citato in Tina Rosenberg, Revolution U, Foreign Policy, 16 febbraio 2011)
Vale la pena notare la somiglianza dei loghi e dei nomi coinvolti nelle “rivoluzioni colorate” sponsorizzate da CANVAS-OTPOR. Il Movimento Giovanile 6 Aprile in Egitto ha usato il pugno chiuso come suo logo, Kifaya (“Basta!“) ha lo stesso nome del movimento di protesta giovanile supportato da OTPOR in Georgia, che è stato chiamato Kmara! (“Basta!“). Entrambi i gruppi sono stati formati da CANVAS.

Il ruolo di CANVAS-OTPOR nel Movimento ‘Occupare Wall Street’
CANVAS-OPTOR è attualmente coinvolto nel Movimento ‘Occupare Wall Street‘ (#OWS). Diverse importanti organizzazioni attualmente coinvolte con Occupare Wall Street (# OWS) il movimento ha svolto un ruolo significativo nella “primavera araba“. Significativo, “Anonymous“, il social media del gruppo “hacktivista“, è coinvolto negli attacchi informatici aisiti web del governo egiziano, al culmine della “primavera araba“. (Anonops, vedi anche Anonnews)
Nel maggio 2011, “Anonymous” ha condotto attacchi informatici contro l’Iran e, lo scorso agosto, ha condotto simili attacchi informatici diretti contro il Ministero della Difesa siriano. Questi attacchi informatici sono stati intrapresi a sostegno dell’”opposizione” in esilio siriana, che è in gran parte integrata dagli islamisti. (Vedasi Syrian Ministry Of Defense Website Hacked By ‘Anonymous’, Huffington Post, 8 agosto 2011). Le azioni di “Anonymous” in Siria e Iran sono coerenti con il quadro delle “rivoluzioni colorate“. Cercano di demonizzare il regime politico e creare instabilità politica. (Per l’analisi sulle opposizioni siriane, si veda Michel Chossudovsky, SIRIA: Chi c’è dietro il movimento di protesta? Fabbricare un pretesto per un “intervento umanitario” USA-NATO, Global Research, 3 maggio 2011)
Sia CANVAS che Anonymous sono ora attivamente coinvolti nel Movimento ‘Occupare Wall Street’. Il ruolo preciso di CANVAS nel Movimento ‘Occupare Wall Street’ resta da valutare. Ivan Marovic, uno dei leader di CANVAS si è recentemente rivolto al movimento di protesta ‘Occupare Wall Street‘, a New York City. Ascoltate attentamente il suo discorso. (Tenete a mente che la sua  organizzazione CANVAS è supportata dal NED).

Clicca sul link qui sotto per ascoltare Ivan Marovic che parla a ‘Occupare Wall Street’, a New York
Ivan Marovic addresses Occupy Wall Street

Marovic riconosceva, in una precedente dichiarazione, che non c’è nulla di spontaneo nella progettazione di un “evento rivoluzionario“: “Sembra che le persone siano appena andate in strada. Ma è il risultato di mesi o anni di preparazione. E’ molto noioso fino ad un certo punto, quando potete  organizzare manifestazioni di massa o scioperi. Se è attentamente pianificata fin dall’inizio, tutto finisce nel giro di settimane“. (Citato in Tina Rosenberg, Revolution U, Foreign Policy, 16 febbraio 2011)
Questa dichiarazione del portavoce di OTPOR Ivan Marovic, suggerisce che i movimenti di protesta nel mondo arabo non si sono diffuso spontaneamente da un paese all’altro, come ritratto dai media occidentali. I movimenti di protesta nazionale sono stati pianificati con largo anticipo. La cronologia e la sequenza di questi movimenti di protesta nazionali, sono stati pure previsti. Allo stesso modo, la dichiarazione di Marovic suggerisce anche che il movimento ‘Occupare Wall Street‘ sia anch’esso oggetto di una attenta avanzata pianificazione, da parte un certo numero di organizzazioni chiave, tatticamente e strategicamente.
Vale la pena notare che una delle tattiche di OTPOR è “non cercare di evitare gli arresti“, ma piuttosto a “provocarli e usarli a vantaggio del movimento” come strategia di pubbliche relazioni. (Ibid)

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: La NATO fornisce le bombe; la “sinistra” l’ideologia

Pierre Lévy Monthly Review

Lo scorso aprile, l’ex direttore di Le Monde Diplomatique Ignacio Ramonet ha pubblicato (su Mémoire des Luttes) un testo intitolato “La Libia, il giusto e l’ingiusto.” La guerra era iniziata qualche settimana prima, inaugurata da aerei francesi che hanno avuto l’onore di far cadere le prime bombe su Tripoli (Bengasi. NdT). Il 19 marzo, “un’ondata di orgoglio attraversò il palazzo dell’Eliseo“, Le Monde ha segnalato. Al momento, gli esperti e i commentatori non hanno avuto dubbi sul fatto che entro pochi giorni o poche settimane al massimo, il paese si sarebbe liberato del “tiranno” grazie alla anticipata sollevazione popolare, facilitata dalla coperta aerea della coalizione, rivestita dell’aura del saggio Bernard-Henri Lévy.
A dire il vero, nel suo testo Ignacio Ramonet ha preso le distanze dalla NATO. Egli ha tuttavia dichiarato fin dall’inizio: “Gli insorti libici meritano l’aiuto di tutti i democratici”. Dio sia lodato! I democratici non erano certo avari con il loro aiuto: in cinque mesi, oltre 15.000 attacchi aerei hanno sganciato diverse migliaia di tonnellate di bombe, per non parlare dei missili di ultima generazione, delle forze speciali a terra sotto forma di istruttori, un dono vietato in linea di principio, ma l’amore è cieco. Solo il risultato conta: la vittoria totale.
Il gioco di parole è facile, ma inevitabile, soprattutto perché Libération ha pubblicato la lettera in cui il Consiglio nazionale di transizione (CNT) ha promesso di concedere il 35% delle concessioni al colosso petrolifero francese Total, “in cambio” (il termine usato) dell’impegno militare francese (un documento che naturalmente ha innescato una frettolosa negazione dal Quai d’Orsay). La lotta per la libertà è un tale nobile causa. L’autore, tuttavia, ha concluso il suo articolo prendendo atto del “forte odore di petrolio che incombe su tutta la faccenda.
Infatti. Ma comunque, il suo approccio non era diverso da quello di tutti i leader e dei media occidentali. In particolare, ha accettato l’analisi della rivolta libica come parte attiva della “primavera araba“. Raggruppando gli eventi insieme, in questo modo s’ignora la realtà di ogni singola nazione. E in questo caso, è addirittura il contrario della verità.
In Tunisia e poi in Egitto, dei movimenti popolari, che certamente non erano identici, hanno condiviso alcuni punti importanti. In termini di politica interna, la mobilitazione ha visto la convergenza delle classi lavoratrici, con quelle che vengono chiamati le “classi medie“, in un movimento sociale, le cui richieste erano inseparabili dagli obiettivi democratici, in ciascuno di questi due paesi, le lotte e gli scioperi dei i lavoratori, negli ultimi anni – duramente represse – hanno costituito una base essenziale per lo sviluppo del movimento, il tutto in un contesto di povertà di massa.
In termini di politica estera, Zine el-Abidine Ben Ali e Hosni Mubarak sono stati, senza dubbio, dei burattini dell’Occidente, di cui sono sempre stati parte integrante, geopoliticamente, economicamente e ideologicamente.
La situazione libica era del tutto diversa. Sul piano sociale, per cominciare, il paese è stato di gran lunga il più avanzato in Africa, secondo l’Indice di Sviluppo Umano (HDI). A tale proposito, è sorprendente consultare le statistiche fornite dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), per l’aspettativa di vita (74,5 anni – prima della guerra), l’eliminazione dell’analfabetismo, la condizione della donna, o l’accesso all’assistenza sanitaria e all’istruzione. Lo standard di vita e protezione sociale erano sostanzialmente molto agevolati. Non c’è bisogno di appartenere al club dei fan di Muammar Gheddafi per ricordare questi fatti.
Inoltre, con la sua storia, Gheddafi difficilmente può essere messo nella stessa categoria dei suoi due ex vicini. Infatti, Ignacio Ramonet giustamente osserva che attorno al 2000, ha fatto innescare un graduale ravvicinamento con i leader occidentali, che hanno finito per stendere un tappeto rosso per lui, business is business. Tuttavia, non l’hanno mai considerato come “uno di famiglia“, era sempre troppo imprevedibile, e soprattutto non ha mai abbandonato il tono “terzomondista” dei suoi discorsi, in particolare nell’ambito dell’Unione africana, in cui interpretava un ruolo molto speciale.
Eppure, le privatizzazioni e liberalizzazioni intraprese negli ultimi anni, non hanno mancato di impattare sulle relazioni di classe. Una certa categoria della popolazione si è arricchita, a volte troppo, con l’adozione dell’ideologia liberale. Proprio alcuni di coloro ai quali la “Guida” ha affidato la “modernizzazione” del paese e che avevano legami privilegiati con l’alta finanza internazionale (e le sue connessioni universitarie, in particolare negli Stati Uniti) realizzarono che, in questo contesto, lo storico capo era più un ostacolo che una risorsa per il completamento del processo. Parte delle classi medie e della gioventù dorata, specialmente a Bengasi per ragioni storiche, costituirono quindi una base sociale per la ribellione – una ribellione armata fin dall’inizio, e non costituita da una folla pacifica.
Le innumerevoli relazioni e interviste con i giovani “anti-Gheddafi” sono illuminanti. Le Monde cita queste giovani donne dorate che gridavano “niente latte per i nostri figli, ma armi per i nostri fratelli“. Uno slogan che probabilmente ha stupito i manifestanti egiziani. … e che in ogni caso illustra l’assurdità di considerare alla stessa stregua, questi eventi.
In breve, l’assenza di rivendicazioni sociali e anche la presenza di una domanda di “più libertà economica“; e (non sistematica, ma comunque frequente e ora più forte), invito a una più rigida applicazione della “legge islamica“; i leader del CNT strettamente legati al mondo degli affari occidentali o anche addestrativi, e un movimento che è stato in grado di vincere solo grazie ai bombardamenti della NATO – tutto ciò che non è esattamente noto  come una rivoluzione. Simbolicamente, la “nuova” bandiera libica è la vecchia bandiera del re Idris I, rovesciato nel 1969. A questo punto il termine che viene in mente sarebbe piuttosto la contro-rivoluzione.
Su questa ipotesi – anche se solo come proposta di dibattito – le cose sembrano un po’ diverse. Naturalmente questo non significa che gli insorti che vogliono liquidare Muammar Gheddafi siano tutti agenti occidentali, molti sono sicuramente sinceri. Ma lo erano anche molti Chouans durante le guerre della Vandea. Molti di loro furono massacrati comunque – a volte in modo cieco, ma necessario per salvare la giovane rivoluzione.
E quando si tratta di “massacri“, i pupilli delle Potenze alleate non sembrano avere bisogno di molte lezioni, per non dire altro. Ciò vale in particolare per il vero e proprio pogrom che ha avuto luogo – e può essere ancora in corso – contro i civili dalla pelle nera. Presentati come “errori deplorevoli” dai media occidentali, quando non potevano essere totalmente ignorati, sembrano essere stati molto più diffusi di quanto ci hanno detto. Soprattutto,  indicano un razzismo di classe, dal momento che, se libici o immigrati, i neri costituiscono le fila principali di quello che potrebbe essere chiamato, a grandi linee, la classe operaia, non proprio nelle grazie degli insorti, meno di tutti in Cirenaica.
In ogni caso, la “protezione dei civili” non è solo un punto alto dell’ipocrisia da parte dei leader occidentali. Soprattutto, ciò costituisce il pretesto per l’intervento, assolutamente contrario al principio fondante della Carta delle Nazioni Unite: la sovranità e l’uguaglianza davanti alla legge di ciascuno Stato.
E’ questo principio eminentemente progressivo, che altri leader di Cuba, del Venezuela e molti latino-americani, giustamente difendono, per il dispiacere di Ramonet. Quest’ultimo denuncia quindi il loro “enorme errore storico” nel rifiutare di schierarsi dalla parte dei ribelli. Al contrario, adottando quella posizione, stanno dando il più grande contributo che si possa immaginare all’emancipazione sociale e politica dei popoli. E’ vero che, quando si tratta dell’idea di un intervento, quei leader latino-americani sono stati vaccinati dalla sollecitudine storica degli yankees verso i loro vicini meridionali.
Caracas, L’Avana, e altri sono accusati da Ramonet di praticare una Realpolitik in cui gli Stati agiscono secondo i propri interessi. Grazie al cielo! L’interesse di Venezuela, Cuba, e altri Stati latino-americani (la maggior parte, in particolare, quelli progressisti) è infatti  difendersi contro la “legalizzazione” dell’intervento, il cui unico scopo è giustificare le potenze imperialiste a badare agli affari degli altri.
Ignacio Ramonet loda la risoluzione ONU 1973 che ha autorizzato l’uso della forza contro Tripoli. Vede una dose supplementare di legittimità nel testo  approvato preventivamente dalla Lega Araba. Strano modo di vedere le cose: l’organizzazione, la cui sottomissione al leader occidentali non è un segreto, non aveva fino ad allora fatto un nome essa stessa, nella sua devozione attiva alla libertà dei popoli (e del popolo palestinese in particolare). Dominata da grandi attori progressisti come l’Arabia Saudita, che è un indiscutibile punto di riferimento quando si tratta di promuovere la democrazia. …
Ramonet aggiunge che “le potenze musulmane, che erano esitanti in un primo momento, come la Turchia, hanno deciso di partecipare alla operazione“. Dobbiamo capire che una potenza musulmana ha una legittimità particolare nel benedire i voli dei cacciabombardieri Rafale e Mirage? Ciò dovrebbe rendere felici i curdi.
Infine, per tacciare Chavez, Castro, o Correa, Ramonet ricorda che “molti leader latinoamericani avevano giustamente denunciato la passività o la complicità delle grandi democrazie occidentali in materia di violazioni commesse contro le popolazioni civili, tra gli anni ’70 e ’90, da parte delle dittature militari in Cile, Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay.
Ricordiamoci ciò che l’autore conosce, così come chiunque altro: come la “passività” o “complicità” delle “democrazie occidentali“, in realtà era con la loro diretta istigazione e la loro collaborazione attiva, che i golpe sanguinosi furono effettuati. Ma anche così, nessuno ha mai sentito dire che, al momento, i democratici di quei paesi avessero chiesto raid aerei su Santiago o incursioni di commando a Buenos Aires. E’ da loro stessi – e non dall’esterno – che i popoli ottengono la loro libertà.
Al di là del caso della Libia, che è il punto più essenziale, ciò che merita di essere discusso tra tutti coloro che aderiscono al diritto dei popoli a decidere del proprio destino – è ciò che era chiamato antimperialismo.
Usato per essere? In realtà, era così fino alla caduta dell’URSS e del Patto di Varsavia, che ha aperto la strada alla riconquista di tutto il pianeta da parte del capitalismo, del suo dominio e delle sue rivalità imperiali. E che non lasciava ai paesi altra scelta se non allinearsi ai canoni dei “diritti umani“, del “dominio della legge” e della “economia di mercato” – tre termini che sono diventati sinonimi – altrimenti si trovavano sotto il fuoco dai cannoni dei poliziotti planetari, che spudoratamente si fanno chiamare “comunità internazionale“.
A proposito, una scena interessante si è svolta a Bruxelles in occasione del vertice europeo degli scorsi 24 e 25 marzo. Erano quasi le 01:00 del mattino. Il presidente francese rotolò in sala stampa. Interrogato in merito ai bombardamenti iniziati cinque giorni prima, si rallegrò: (…) “E’ un momento storico quello che sta accadendo in Libia, è la creazione di una giurisprudenza, è un punto di svolta nella politica estera della Francia, (…) dell’Europa e del mondo“.
In realtà, Nicolas Sarkozy ci ha rivelato quello che è probabilmente il meno visibile, ma più importante obiettivo di questa guerra. Quella mattina, anche il consigliere speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite descrisse come “storica” la risoluzione che metteva in pratica la “responsabilità di proteggere” per la prima volta dopo l’adozione di tale temibile principio, nel 2005; Edward Luck aggiunse: “Forse il nostro attacco contro Gheddafi (sic!) è un avvertimento agli altri regimi.”
Certo, quando si tratta di un intervento armato contro uno Stato sovrano, la cosiddetta “comunità internazionale” non è un principiante. Ma è la prima volta che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha esplicitamente dato il via libera, e che il suo segretario generale, Ban Ki-moon, ha svolto un ruolo attivo nello scatenare le ostilità. Tutte le implicazioni di una tale situazione devono essere soppesate: la brutale sfida alla sovranità degli Stati è stata legalizzata – anche se non legittimata. Le oligarchie planetarie dominanti, il cui orizzonte finale è la sconfinata “governance mondiale“, hanno così segnato un punto importante: l’interventismo (“preventivo“, secondo Luck) può ormai essere la regola.
Questa concezione, che contraddice espressamente la Carta delle Nazioni Unite, è una bomba a orologeria: è scalza le fondamenta stesse su cui era scritto e potrebbe significare un ritorno alla vera e propria barbarie nelle relazioni internazionali.
La difesa intransigente del principio di non intervento non deriva da nessun ristretto, arcaico e fondamentalista culto, ma soprattutto da un principio fondamentale: spetta soltanto a ciascun popolo fare le scelte che condizionano il suo futuro. In caso contrario, la nozione stessa di politica perde il suo significato – per quanto drammatici siano i percorsi che si devono affrontare.
E’ esattamente lo stesso intervento con la tortura. In linea di principio, le persone civili sono contro il suo uso – ma qualcuno può sempre essere trovato ad insistere sul fatto che “in casi estremi“, si dovrebbe essere in grado di fare un’eccezione (“per evitare attacchi omicidi”, è quello che hanno detto durante gli “eventi” algerini; “evitare il massacro di civili” è la giustificazione oggi all’Eliseo e altrove). Ora, le prove  mostrano che, una volta che una eccezione è concessa, subito dieci, poi cento altri saranno consentiti, nel sordido dibattito viene accettato che sia soppesata la sofferenza inflitta ad una persona torturata, con quello che può essere ottenuto in questo modo, sempre presentato in termini umanistici. E’ la stessa cosa con il rispetto della sovranità: una sola eccezione porta alla eliminazione della regola. Non c’è – per nulla! – una circostanza che giustifica l’intervento. Supponiamo che Nicolas Sarkozy persegua una politica totalmente contraria agli interessi del suo paese e del suo popolo (ipotesi assurda, naturalmente) – ciò non avrebbe in alcun modo giustificato un bombardamento aereo libico – o bengalese, o ghanese – sugli Champs Elysées.
E ciò che esprime la dichiarazione secondo cui “l’Unione europea ha una responsabilità specifica. Non solo militare. Deve pensare alla prossima fase del consolidamento delle nuove democrazie che emergono da tale regione vicina“? Non si può non notare che Ramonet riecheggi, parola per parola, le ambizioni visualizzate da Bruxelles. Lasciamo da parte il “non solo militare“, che indica, se le parole significano qualcosa, che l’UE avrebbe motivo di intervenire anche militarmente. Ma questa “responsabilità specifica” che i leader europei costantemente dichiarano di possedere, chi gli lo ha dato? Una “benevolenza” naturalmente attribuita ad una grande potenza e dai suoi vicini? Tale è appunto la descrizione di un impero, anche se in gestazione.
E’ difficile evitare di pensare al discorso tenuto a Strasburgo dall’attuale presidente della Repubblica, nel gennaio 2007, quando stava, sempre in campagna elettorale, cercando di confermare il suo impegno come “europeo convinto“. In quell’occasione, ha glorificato “il sogno infranto di Carlo Magno e del Sacro Romano Impero, delle crociate, del grande scisma fra cristianesimo orientale e occidentale, della gloria decaduta di Luigi XIV e Napoleone…” Allora, continuava Nicolas Sarkozy: “L’Europa è oggi l’unica forza capace di portare avanti un progetto di civiltà.” Ha continuato, concludendo: “Voglio essere il presidente di una Francia che porterà il Mediterraneo nel processo di riunificazione (sic!) … Dopo dodici secoli di divisione e di conflitti dolorosi … America e Cina hanno già iniziato la conquista dell’Africa. Quanto tempo aspetterà l’Europa per costruire l’Africa di domani? Mentre l’Europa esita, avanzano gli altri“.
Non volendo essere lasciato indietro, Dominique Strauss-Kahn, intorno allo stesso periodo, ha espresso il suo desiderio di una Europa che si estende “dal ghiaccio freddo dell’Artico, a Nord alla calda sabbia del Sahara, a Sud (…) E che l’Europa, credo, se continua ad esistere, avrà ricostituito il Mediterraneo come un mare interno, e avrà riconquistato lo spazio che i Romani, o Napoleone più recentemente, hanno tentato di consolidare.” E a proposito, la più alta onorificenza conferita dall’UE è stata battezzata  “Premio Carlo Magno” – un accenno di ciò che l’integrazione europea è stata fin dalle sue origini, e che non ha mai cessato di essere: un progetto necessariamente ed essenzialmente imperiale e ultra-liberista.
Il punto allora non è se il colonnello Gheddafi è un tizio innocente del coro  esclusivamente preoccupato della felicità dei popoli, ma piuttosto quale domani gli piacerà: la libera scelta di ogni popolo di decidere del suo futuro, o l’accettazione di un intervento come norma, senza dubbio travestita da “diritti umani“?
Vi è infatti una verità ovvia che non dovrebbe mai essere dimenticata: l’intervento non è mai stato, e non sarà mai, altro che l’intervento dei potenti negli affari dei deboli. Il rispetto per la sovranità nelle relazioni internazionali, equivale al voto nella cittadinanza: di certo non garantisce in assoluto, anzi, ma è una risorsa importante contro la legge della giungla. Questo, è ciò che potrebbe benissimo occupare il palcoscenico mondiale. Se tutto ciò sembra troppo astratta, torniamo alla storia recente della Libia. Dopo anni di embargo e trattamento da paria, il colonnello Gheddafi ha intrapreso l’avvicinamento, di cui sopra, con l’Occidente, che in particolare ha preso la forma, nel dicembre 2003, della rinuncia ufficiale ad ogni programma di armamenti nucleari, in cambio di garanzie di non aggressione, promesse appositamente da Washington. Otto anni dopo, non c’è niente da fare riguardo al fatto che l’impegno è durato solo fino al giorno in cui sentivano di avere buoni motivi per non calpestarlo. Improvvisamente, nei quattro angoli della terra, ognuno può misurare il valore della parola data dai potenti e quanto valore hanno gli impegni che prendono. I leader della Corea del Nord (Corea del Nord) si sono così pubblicamente congratulati con se stessi per non aver ceduto alle pressioni per abbandonare il loro programma nucleare. Avevano ragione. Sarebbe logico trarre le ovvie conclusioni a Teheran, a Caracas, a Minsk, e molte altre capitali. Sarebbe perfettamente legittimo.
Appena pochi mesi prima della Libia, vi era la Costa d’Avorio – un altro punto di orgoglio per Sarkozy, cui già il Consiglio di sicurezza dell’Onu aveva dato la sua benedizione alla diplomazia delle cannoniere, con il solo pretesto di accuse di irregolarità elettorali – le prime!
E già gli occidentali lucidavano le loro  armi (militari e ideologiche) per le loro successive avventure. Così Paddy Ashdown, che in particolare ha trascorso quattro anni come Alto rappresentante dell’UE in Bosnia-Erzegovina, confidò al Times che d’ora in poi dovrebbero adottare e abituarsi al “modello libico” d’intervento, in contrasto con il “modello iracheno” di invasione massiccia, che ha mostrato le sue inadeguatezze.
Da parte sua, il Segretario generale della NATO ha fatto un appello il 5 settembre, agli europei. Per meglio riunire i loro mezzi militari in questo periodo di restrizione di bilancio. Per Anders Fogh Rasmussen, “come la Libia ha dimostrato, non possiamo sapere dove la prossima crisi arriverà, ma arriverà.” Almeno questo è chiaro.
Stando così le cose, ha davvero alcun senso analizzare la crisi siriana come la rivolta di un popolo contro il “tiranno” Bashar al-Assad? Al contrario, si può essere perdonati nel pensare che egli è solo il prossimo sulla lista nera dei governi occidentali. In questo caso, non c’è davvero nulla di più urgente da fare, anche in termini di causa dell’emancipazione dei popoli, che allinearsi con questi ultimi, anche involontariamente?
Per quanto riguarda le posizioni assunte da Ignacio Ramonet, non lo insulto assimilandolo alla “sinistra“, che ha da tempo perso la memoria delle lotte. Ma si è costretti a notare che, in questo caso, si ritrova trascinato con quest’ultima, che ha scelto senza esitazione la sua parte nella vicenda libica. Dimostrando ancora una volta il paradosso triste della nostra epoca: le forze del capitalismo globalizzato e dell’imperialismo rinvigorito, d’ora in poi trarrano le relative essenziali munizioni ideologiche dalla “sinistra” – dai “diritti umani” all’immigrazione, dall’ecologia al globalismo (che è l’esatto opposto dell’internazionalismo). Ma questo è un altro discorso.
Oppure sì?

Pierre Lévy è un giornalista francese. Ex-direttore de L’Humanité (1996-2001) ed ex membro di CGT-Metallurgie. Ora è direttore di Le Nouveau-République-Bastille-Nations. L’articolo originale “Contre la banalizzazione e la normalizzazione dell’ingerenza” è stato pubblicata su Le Grand Soir, il 28 settembre 2011. Traduzione in inglese, di Diana Johnstone.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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