Una bomba nell’anno del Serpente

Melkulangara Bhadrakumar Strategic Culture Foundation 14/02/2013

A North Korean soldier stands guard at the launch site for the Unha-3 long-range rocket.Tutto ciò che riguarda la Corea del Nord deve essere speculativo. Questo è stato ed è ancora il problema principale. Ma una speculazione sembra finire, finalmente. Si tratta dell’ambivalenza apparente della Cina verso il programma nucleare della Corea del Nord. Sempre più spesso Pechino esce dal ‘lato giusto della storia’. Che a sua volta avrebbe scatenato una serie di profonde conseguenze per la sicurezza della regione Asia-Pacifico e per la politica globale nel suo complesso e, cosa più importante, quel futuro di cui il nuovo leader della Cina Xi Jinping ha enigmaticamente accennato, ma lasciato indefinito, con il suo concetto delle “due grandi potenze” durante la visita negli Stati Uniti dello scorso anno, quando era ancora un semplice ‘principino’.
In effetti, mentre la ‘notizia straordinaria’ tradotta dai bit d’informazione e dalle notizie su un terremoto oscuro in Corea del Nord, la mattina del 12 febbraio, che informava il mondo che il regno eremita aveva probabilmente effettuato il suo terzo test nucleare sotterraneo, tutti gli occhi si sono puntati sulla Cina. Per gli osservatori della Cina, nel complesso, si tratta di una vera e propria festa per la mente, con la nuova leadership della Cina che affronterebbe una grande sfida nella politica estera; una seconda sfida, allo stesso tempo in effetti, se si dovesse aggiungere la faida tra Cina e Giappone sulle isole contese nel Mar Cinese Orientale.
Alla fine emerge che il predecessore di Xi, Hu Jintao, dava consigli di moderazione a Pyongyang, ma che anche manteneva l’economia della Corea del Nord rifornendola ininterrottamente di cibo, carburante e investimenti, praticamente mantenendo a bada la comunità internazionale, limitandone l’imposizione di sanzioni punitive. In effetti, sembra inevitabile l’impressione che la Corea del Nord sia stata tenuta al riparo dalle proteste internazionali da Hu, che tacitamente ha tollerato il programma nucleare della Corea del Nord. Poi è arrivato il lancio dei missili a lunga gittata della Corea del Nord, a dicembre, e la decisione sorprendente di Pechino di affiancarsi agli Stati Uniti nel sostenere le sanzioni delle Nazioni Unite contro Pyongyang. La saggezza convenzionale, a quel punto, era che la Cina sarebbe poco dopo ritornata alla sua “posizione di blocco” sulla Corea del Nord, come aveva fatto molte volte in passato. La cosa interessante, a posteriori, è che le cose non sono esattamente andate così. Al contrario, quando Pyongyang scatena un feroce attacco contro Pechino per aver sostenuto le sanzioni volute dagli USA al Consiglio di sicurezza dell’ONU, e minacciato un test nucleare, la Cina ha pubblicamente rimproverato la Corea del Nord, anche se limitandosi ai media in lingua inglese, destinati all’opinione pubblica mondiale.
Non vi è alcun dubbio che l’editoriale del quotidiano statale Global Times della settimana scorsa, scritto da Zhang Liangui, esperto della Corea del Nord e consigliere del Comitato centrale del Partito Comunista Cinese, deve essere preso sul serio. L’editoriale si basava sul presupposto che Pyongyang sarebbe andata avanti con il test nucleare a qualsiasi costo, e guardando in profondità avvertiva che la Corea del Nord “pagherebbe un alto prezzo” in termini di buona volontà della Cina. Il fondo della nota redazionale è il suo avvertimento inequivocabile che Pyongyang sbaglierebbe calcoli se pensasse di mettere la Cina contro gli Stati Uniti, “Pyongyang non deve sbagliarsi sulla Cina. La Cina non metterà le sue relazioni con Pyongyang sopra agli altri interessi strategici“. Chiaramente, il rapporto politico della Cina con Pyongyang ha toccato un punto basso. Ma allora, quali sono le priorità a lungo termine della Cina? Questi sono: nessuna guerra nella penisola coreana; nessuna destabilizzazione del regime nordcoreano e, una penisola coreana libera dalle armi nucleari. La Cina potrebbe indurirsi, ma rimarranno le considerazioni umanitarie e il rapporto a lungo termine non può essere abbandonato così. Inoltre, la Corea del Nord ha agito come zona cuscinetto cruciale contro le truppe degli Stati Uniti di stanza in Corea del Sud e Giappone. Inoltre, sullo sfondo del riequilibrio in Asia degli Stati Uniti e delle relazioni difficili della Cina con il Giappone, Pechino ha bisogno di una copertura e può, quindi, nella migliore delle ipotesi permettersi di premere il tasto pausa su questo punto.
D’altra parte, c’è anche il grande quadro da considerare, il “nuovo tipo di rapporto tra due grandi potenze“, di cui Xi ha parlato durante la sua visita negli Stati Uniti. Così, in molti modi, non tutto si riduce a come Xi visualizza i rapporti USA-Cina nel loro complesso. C’è qualche ragione per  credere che la nuova dirigenza di Pechino sia alla ricerca di un buon guanxi (o buone reti di relazione) con la nuova amministrazione statunitense nel secondo mandato del presidente Barack Obama, che si è appena assestato. Infatti, un buon guanxi si basa sulle affinità e la fiducia personali ed ha il potenziale di creare situazioni “win-win“, soprattutto se portano alla conclusione di  contratti d’affari. La grande domanda è se la leadership cinese cercherà un buon guanxi da sviluppare con l’amministrazione Obama sul problema della Corea del Nord.

Morso geopolitico
I commentatori statunitensi stimano che al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, come e quando nuove sanzioni economiche contro la Corea del Nord saranno discusse in risposta al suo ultimo test nucleare, la Cina potrebbe sostenere tali misure. In realtà, l’agenzia di stampa sudcoreana Yonhap ha riferito che le imprese della Corea del Nord e le imprese governative che operano in Cina hanno ritirato il denaro dai loro conti bancari cinesi. Al contrario, come ha preso atto l’editoriale del Global Times, c’è sempre la possibilità che gli Stati Uniti, il Giappone e la Corea del Sud stiano probabilmente cercando di fomentare la discordia tra la Cina e la Corea del Nord, e “come trappola sembra verosimile“. Si dice addirittura che gli Stati Uniti potrebbero collaborare con la Corea del Sud e imporre un blocco marittimo alla Corea del Nord, senza preoccuparsi di avere un qualsiasi mandato dalle Nazioni Unite per un atto aggressivo che, ovviamente metterebbe seriamente in difficoltà la leadership cinese. Inoltre, il test nucleare della Corea del Nord avviene in un momento politicamente delicato, in cui vi sono stati cambiamenti nelle leadership di Cina, Giappone e Corea del Sud. In particolare, la neoeletta presidente della Corea del Sud, Park Geun-hye, è la figlia dell’ex presidente Park Chung-hee, che la Corea del Nord una volta tentò di assassinare, finendo per ucciderne la moglie (madre della nuova presidente).
Neanche la Cina può permettersi di farsi distrarre da una nuova crisi nella politica estera vicina, quando gli attuali crescenti problemi interni richiedono grande attenzione. Chiaramente, la Cina si trova tra l’incudine e il martello con il test nucleare nordcoreano. Per una curiosa coincidenza, il test nucleare ha avuto luogo con il capodanno dell’anno del serpente. L’anno del serpente ha storicamente avuto un morso geopolitico: Pearl Harbor (1941), massacro di Piazza Tienanmen (1989), attentati a New York e Washington dell’11 settembre (2001). Tra l’altro, lo stesso Xi è nato nell’anno del serpente del 1953.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Lo scenario BRICS e l’ordine mondiale

D. Aurobinda Mahapatra, RIR, 12 novembre 2012

Nonostante l’ordine mondiale economico sia colpito dalla crisi, i cosiddetti BRICS vanno bene economicamente. L’Economist Intelligence Unit (EIU) prevede che entro il 2022, i paesi BRIC domineranno il mercato internazionale del dettaglio, diventando quattro dei sei più grandi mercati al dettaglio. Secondo la relazione, da quell’anno il mercato cinese al dettaglio varrà 8.300 miliardi di dollari. Lo studio suggerisce, inoltre, che l’India rappresenterà i 4 trilioni di dollari di vendite, la Russia 1.500 miliardi di dollari e il Brasile 1.200 miliardi dollari di vendite. Anche se alcuni articoli mettono in dubbio il potenziale di crescita del gruppo, sembra che questi paesi, a meno di qualche drastico ribasso, prenderanno posto in un processo di rapido sviluppo della loro crescita economica, che a sua volta avrà implicazioni globali. Quest’anno testimonia importanti sviluppi nella politica internazionale.
Questo mese, la Cina sarà testimone di un cambiamento della leadership dopo un decennio, con Xi Jinping probabile sostituto di Hu Jintao come leader del paese. Anche se alcuni casi di corruzione evidenti sembrano influenzare l’immagine della classe dirigente, il passaggio della potenza al livello successivo di leadership è probabile che avvenga tranquillamente. All’inizio di quest’anno, la Russia ha visto il cambiamento di leadership con Vladimir Putin sostituire Dmitrij Medvedev alla presidenza del paese. Dall’altra parte dello spettro, l’elettorato negli Stati Uniti, la scorsa settimana, ha deciso di dare al presidente Obama un altro mandato alla Casa Bianca. Quale impatto ciò avrà sugli sviluppi della politica internazionale? I paesi BRICS saranno interessati da questi sviluppi? E quale sarà o dovrebbe essere la loro futura linea di condotta? Ci sono molte possibilità che necessitano di ulteriori studi. I paesi BRICS hanno perso parte del loro slancio negli ultimi mesi, ma sarebbe esagerato scrivere un necrologio del raggruppamento.
Alcuni recenti testi di ben note riviste, tra cui l’attuale numero di Foreign Policy, hanno previsto che il gruppo perderà gradualmente di lucentezza. Le ragioni addotte sono: il gruppo non ha un coordinamento tra i membri, una scarsità di energia che rallenta l’economia di questi paesi, in particolare India e Cina, i paesi dovranno affrontare una graduale carenza di forza lavoro e della crescita della popolazione e, infine, l’Occidente prenderà slancio grazie agli sviluppi tecnologici e all’aumento di forza lavoro qualificata in quei paesi. Ci sono alcuni elementi di verità, da questi dati, ma non possono essere considerati assoluti. Vi sono molti argomenti che possono essere contraddetti. Per esempio, l’argomento secondo cui il commercio bilaterale tra i paesi si indebolisce, non può essere suffragato da dati. Nel complesso gli scambi bilaterali tra questi paesi sono aumentati. Ad esempio, nel periodo 2011-2012, il commercio bilaterale tra l’India e il Brasile hanno registrato una crescita del 34 per cento.
La sicurezza energetica sarà un grande problema per i paesi membri, in particolare per India e Cina, nei prossimi anni. Degli articoli suggeriscono che entro il 2025 i paesi BRIC rappresenteranno quasi il 38 per cento della domanda mondiale di energia primaria, rispetto al 27 per cento nel 2005. Mentre paesi come la Russia e il Brasile sono nella posizione migliore per soddisfare la domanda di energia, l’India e la Cina non sono benedette da ricche risorse energetiche. La rapida industrializzazione e l’accrescersi sempre più veloce della classe media in questi due paesi, aumenta la domanda di energia. I paesi fornitori di petrolio del Golfo Persico hanno aumentato la produzione, ma la crescente domanda interna in questi paesi ha avuto un impatto sulla loro capacità di esportazione. A proposito, il venti per cento del fabbisogno energetico dell’India è soddisfatto dall’Arabia Saudita. Ma il tasso di aumento del consumo di energia spingerà i paesi, l’India e la Cina, alla ricerca di fonti alternative. C’è un un modello possibile di cooperazione tra i paesi BRICS, per poter affrontare queste sfide. Russia e Brasile sono ricchi di risorse energetiche. Vi sono accordi bilaterali tra i paesi BRICS su petrolio e gas, che possono essere ulteriormente rafforzati. La recente offerta della Russia all’India di esplorare le risorse energetiche del campo Madagan-2, nella parte settentrionale del Mare di Okhotsk, è uno sviluppo positivo che deve essere ulteriormente esteso ad altri giacimenti di petrolio e di gas. India e Brasile hanno accordi commerciali bilaterali sul petrolio, che possono essere ulteriormente allargati. La Cina ha perseguito una forte politica d’importazione di petrolio e gas dai paesi dell’Asia centrale e da altre regioni. Lo sviluppo di un approccio politico coerente tra questi paesi, in materia di sicurezza energetica, li aiuterà a vincere le sfide energetiche. Tale cooperazione energetica reciproca aiuterà, inoltre, a sviluppare un’impostazione coordinata in altre aree con ramificazioni internazionali.
La banca centrale dei BRICS non si è ancora materializzata. Il gruppo ha proposto di istituire una nuova banca per lo sviluppo, a sostegno del finanziamento di progetti a lungo termine delle infrastrutture nei paesi in via di sviluppo. I paesi in via di sviluppo hanno difficoltà a ottenere prestiti da organismi finanziari internazionali, come la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, per finanziare progetti di sviluppo, come strade, ferrovie, elettricità. Nel giugno 2012, il raggruppamento ha istituito un gruppo di lavoro volto a mettere in comune le risorse  valutarie, per 240 miliardi di dollari, per proteggere i membri dalle pressioni a breve termine sulla liquidità. Queste idee non si sono ancora materializzate. La mancata costituzione della banca è percepita, in molti ambienti, come una debolezza del gruppo e una situazione di incertezza economica. I BRICS forniscono una piattaforma alternativa in politica internazionale. Hanno svolto un ruolo cruciale nel processo decisionale nell’ambiente internazionale, sia nel G-20 che presso le Nazioni Unite. La loro debolezza o fallimento indebolirà le prospettive del multilateralismo nel decidere su questioni internazionali critiche, come il cambiamento climatico, la riforma degli organismi internazionali, la pace e la stabilità nelle situazioni di conflitto come l’Afghanistan. La nuova leadership cinese dovrà svolgere un ruolo fondamentale nel dare sinergia al raggruppamento. Il ruolo della Cina nel mantenimento della pace e della stabilità in Asia-Pacifico e nel Mondo, sarà fondamentale nei prossimi anni. E i vicini della Cina, India e Russia, insieme a giocatori come il Brasile e il Sud Africa, dovranno sviluppare un programma coordinato per la pace e lo sviluppo non solo per se stessi, ma anche per altre regioni del mondo.

Dr. Debidatta Aurobinda Mahapatra è un commentatore indiano. Le sue aree di interesse includono le relazioni India-Russia, i conflitti, la pace e gli aspetti strategici della politica eurasiatica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Un G-20 in via di balcanizzazione

Alfredo Jalife-Rahme Réseau Voltaire, Città del Messico (Messico) 23 giugno 2012

Gli incontri continuano ad alta velocità, per i leader mondiali. Dopo il vertice della NATO e del G8 a Chicago e poco prima del Vertice della Terra di Rio, poi il vertice UE a Bruxelles a fine mese, Alfredo Jalife analizza la riunione del G20 che ha appena avuto luogo in Messico. Secondo lui il 2012 è un anno di transizione e le contraddizioni che attraversano questo governo economico mondiale sono troppo grandi per aspettarsi delle decisioni spettacolari. All’ombra delle piramidi messicane, è sugli incontri bilaterali che ci invita a volgere il nostro sguardo.
 
Ecco i programmi elettorali degli Stati Uniti e della Cina fronteggiare la crisi dell’area dell’euro, che diffonde l’infezione fino al cuore della riunione del G20 a Los Cabos. Obama, la cui rielezione è incerta, è paralizzato e non può prendere decisioni forti al G20, che soffre di acefalia cronica, tanto più che lo stesso ospite, il Messico, non ha più peso, né locale, né regionale né globale.
Per il presidente uscente Hu Jintao, il vertice è solo una formalità, e sarà il suo successore designato Xi Jinping, che adotterà le decisioni pertinenti al prossimo vertice del G-20, l’anno prossimo a Mosca. Non sarà la Cina che salverà dalla loro grave situazione finanziaria gli Stati Uniti e l’Europa. Delle tre superpotenze, l’unico che ha le mani libere è il presidente russo Vladimir Putin. La Francia ha definito la sua nuova direzione con il socialista François Hollande e il suo accattivante slogan “crescita senza austerità”, mentre la cancelliera Angela Merkel sta cercando, contro ogni previsione, di mantenere la disciplina fiscale e l’austerità, da cui si allontana perfino il presidente Obama.
Il G-20 è il gruppo eteroclito dei primi 20 PIL del mondo, con due eccezioni eclatanti, Spagna e Iran; si tratta, da un punto di vista economico, di combinare il G-7, in declino e paralizzato dai debiti, con i paesi BRIC, dai risparmi elevati e poco indebitati. In termini geopolitici, il G-20 sarebbe un “G-12″ fratturato (G-7 + i cinque BRICS), cui si aggiungono i loro rispettivi alleati. Solo tre paesi latino-americani vi sono inclusi: Brasile, Messico e Argentina.
La posizione violentemente ostile del presidente Calderon, che a quanto pare voleva diventare il direttore della compagnia petrolifera spagnola Repsol, alla nazionalizzazione della medesima compagnia petrolifera predatrice in Argentina, ha evidenziato la sottomissione del suo paese verso gli Stati Uniti, all’unisono con il suo antagonismo dichiarato verso i BRICS. L’ombra delle fratture perseguita Calderon a tutti i livelli. Qui ci sono altre fratture che interessano l’anatomia del G-20: tra il G-7 e i BRICS, i cui interessi si scontrano in Siria e Iran, tra il Sud America (Argentina e Brasile) e il Messico di Calderon, docile verso la Spagna e Stati Uniti.
I media occidentali sono piuttosto scettici circa i risultati di questo vertice, la cui agenda è stata disturbata dalla crisi in Europa, con Angela Merkel che si è ritrovata sotto la pressione congiunta di Stati Uniti, Gran Bretagna e della nuova presidenza socialista della Francia. Questa crisi non è priva d’importanza per il resto del mondo, ma è comunque una questione interna all’eurocentrismo di uno o dell’altro; e tutti sanno oramai del verdetto greco sul dra(c)mma del suo destino.
Non c’è coesione nell’area dell’euro, e Angela Merkel ha criticato la linea economica francese con un insolito attacco verbale verso Francois Hollande [1]. Il governo francese ha smentito la creazione di un fronte comune con l’Italia e la Spagna contro la Germania, ma ciò che ha infastidito Angela Merkel al massimo, è l’incontro del presidente francese con l’opposizione tedesca di centro-sinistra, piuttosto tentata dal progetto della “crescita senza austerità”.
La Cina è stata avvertita sulla possibilità di una uscita dall’area dell’euro della Grecia [2]. Il G-20 si trova in stato catatonico, nel migliore dei casi, o peggiore, si catapulta nella balcanizzazione fatale. In ogni caso, la cosa più importante, credo, è il successo sul piano bilaterale, a margine del vertice: gli scambi tra Obama e Putin, e tra Obama e Hu Jintao.
L’agenzia Xinhua (06/15/12) ha rivelato che Putin aveva programmato di incontrare Obama: è stato il primo incontro da quando Putin è tornato al Cremlino il mese scorso, ed “è probabile che firmerà degli accordi importanti“. Infatti, The Economist (16/6/12), che soffre di Putinofobia ed è il portavoce dei globalisti neoliberali, è assai critico verso questo incontro. Si potrebbe pensare che vorrebbero una guerra mondiale, apparentemente per ripulire le loro finanze. Questo incontro è stato il culmine del vertice. Nonostante la grave collisione tra Stati Uniti e Russia sul conflitto interno siriano, la disputa nucleare iraniana e il dispiegamento di una presunta “difesa missilistica” ai confini della Russia, non è improbabile che entrambi i paesi delineino le rispettive sfere di influenza nel Grande Medio Oriente. Oggi vediamo la NATO (che include il G-7, tranne il Giappone) e il gruppo di Shanghai lottare per definire le loro nuove frontiere vicino-orientali.
La Germania è sulla difensiva di fronte alle pressioni degli Stati Uniti, e secondo Xinhua, voleva che il vertice “andasse oltre la questione del debito europeo, e considerasse il problema del recupero e della crescita economica su scala globale“, il che significa porre rimedio al “triste stato della finanza degli Stati Uniti“. Gli Stati Uniti cercano di imporre il tema della crisi europea, forse per evitare di essere pubblicamente svergognati per la mancata attuazione della riforma finanziaria globale che la Russia difende, e che era stata decisa al precedente vertice di Cannes.
La presidentessa del Brasile Dilma Rousseff ha avvertito che “il mondo non deve aspettarsi che le economie emergenti regolino da sole il problema della crisi globale.” Riuscirà a convincere Calderon?
Uno degli architetti del “modello G-20″, l’ex Primo Ministro britannico Gordon Brown, sostiene che “la crisi europea non è di uno solo, ma è la crisi di tutti” [3] e aggiunge che se il G-20 non riesce a coordinare presto un piano d’azione globale concertato, “saremo di fronte a un rallentamento globale, che avrà un impatto sulle elezioni presidenziali americane e sulla transizione verso un ruolo di leadership mondiale della Cina“. Concludendo: “questa è l’ultima possibilità“. Certo, una crisi globale farebbe male a Obama, ma sembra esagerato menzionare la Cina in questo contesto, a meno che la perfida Albione non abbia un asso turbolento nella manica. Gordon Brown riteneva che non fosse necessario ai membri del G-20 “lasciare il Messico senza accettare di sostenere un grande progetto per salvare l’Europa, e per fermare il contagio.” La drammaticità delle sue dichiarazioni è dovuta soprattutto alla delicata situazione in Gran Bretagna, perché nella sua semiotica decostruttiva, “salvataggio” del mondo significa probabilmente semplicemente quello della Gran Bretagna. Infatti, David Cameron soffre di una grave infezione, causata dai suoi osceni legami con il pestilenziale oligarca Murdoch, e ne è talmente scosso che ha dimenticato la sua bambina di otto anni in un bar.
Quindi l’anglosfera insolvente drammatizza. James Haley, direttore del programma di economia globale CIGI (un think tank del Canada) rincara, dicendo che le sfide a breve termine del G-20 sono immense, e che bisogna “preservare il sistema del commercio internazionale e dei pagamenti degli ultimi 65 anni“. La situazione è così tragica? Questo è il momento peggiore, e il posto peggiore, per un vertice del G-20: il giorno dopo le elezioni greche, con Obama in uno stato catatonico e un paese ospite impotente. Quali decisioni possono essere prese con una tale frattura all’interno del G-20?
China Daily (16/6/12) riassume la situazione così: “si tratta di spegnere le fiamme dell’economia globale“. Il problema è che alcuni (seguite il mio sguardo), nel G-20 sono più piromani che vigili del fuoco.

[1] Reuters/Global Times, 16/6/12
[2] ChinaDaily, 15/6/12
[3] Reuters, 15/6/12

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia si prepara ad inviare l’esercito in Siria

Clara Weiss WSWS 12 giugno 2012

Dato il peggioramento della crisi in Siria, secondo il quotidiano Nezavisimaja Gazeta, l’esercito russo sta apparentemente preparando una missione in Siria. Citando fonti anonime nella leadership militare, il giornale ha detto che il presidente russo Vladimir Putin ha ordinato allo stato maggiore di elaborare un piano per delle operazioni militari al di fuori della Russia, anche in Siria.
Le unità in preparazione per un intervento sono la 76.ma Divisione Aerotrasportata (una unità particolarmente efficiente dell’esercito russo), la 15.ma Divisione dell’esercito, così come una brigata delle forze speciali della flotta del Mar Nero, che ha una base nella porto siriano di Tartus.
I dettagli del piano operativo sono in preparazione presso i gruppi di lavoro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, a cui la maggior parte degli stati post-sovietici aderisce, così come alla Organizzazione della Cooperazione di Shanghai, a cui Cina e Russia aderiscono.
Secondo il quotidiano, l’implementazione dipende dalla decisione del governo russo e dall’ONU. Tuttavia, i piani prevedono anche che le truppe possano intervenire senza l’approvazione dell’ONU. Il governo russo non ha finora confermato la notizia.
La settimana precedente, tre navi da guerra russe erano state avvistate al largo delle coste siriane. Una fonte anonima del governo russo, ha detto al quotidiano iraniano Tehran Times che Mosca vuole dimostrare alla NATO che non permetterà alcuna operazione militare contro Damasco, con il pretesto di una missione umanitaria.
In precedenza, il Segretario Generale dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, Nikolai Bordjuzha, aveva avanzato la possibilità di utilizzare dei ‘peacekeeper’ in Siria. “Il compito in Siria è probabile sia  imporre la pace, in primo luogo contro gli insorti, che usano le armi per risolvere i problemi politici“.
Russia e Cina si oppongono con forza a un intervento militare della NATO in Siria, e hanno già bloccato due risoluzioni delle Nazioni Unite sulla questione. Gli Stati Uniti e i loro alleati, in particolare la Turchia, l’Arabia Saudita e la Francia, hanno alimentato la guerra civile in Siria e armano sistematicamente i cosiddetti ribelli, che consistono principalmente in islamisti, ex-membri del governo o terroristi di al-Qaida. La Turchia va sempre più nella direzione della guerra per procura degli Stati Uniti in Siria.
Nelle ultime settimane è sempre più invocato l’intervento militare in Siria. Dopo la strage di Houla, il presidente francese Francois Hollande ha parlato a favore di un intervento militare. L’Occidente ha accusato il governo di Bashar al-Assad di questo massacro, senza alcuna prova evidente. Anche l’elite tedesca sta apertamente discutendo di un possibile intervento militare; Berlino ha cercato senza successo di spingere la Russia a fare concessioni sulla questione.
La Russia non ha escluso una “soluzione politica”, cioè il lento passaggio dal regime di Assad a un altro governo. A tutti i costi, tuttavia, il Cremlino vuole evitare il rovesciamento violento di Assad ad opera dell’Occidente, per diverse ragioni, sia attraverso un intervento militare diretto della NATO o per mezzo dei ribelli armati dall’Occidente. Due settimane prima, il primo ministro russo Dmitrij Medvedev aveva avvertito che un intervento militare in Siria potrebbe rapidamente degenerare e provocare l’uso di armi nucleari.
Sin dai tempi sovietici, Mosca e Siria hanno mantenuto stretti legami, soprattutto nel campo militare ed economico. Più importante, tuttavia, una guerra contro la Siria sfocerebbe nell’aggressione degli Stati Uniti al Medio Oriente. Gli Stati Uniti hanno già significativamente esteso la loro influenza nella regione attraverso le guerre contro l’Afghanistan e l’Iraq. Hanno anche basi militari in quasi tutti i paesi della zona: Pakistan, Kuwait, Bahrain, Qatar, Turchia, Uzbekistan, Kirghizistan, Arabia Saudita, Oman e Turkmenistan, così come in alcuni altri stati più piccoli. Nel frattempo, la Siria e l’Iran, che sono praticamente circondati da basi militari statunitensi, sono diventati gli ultimi bastioni della Russia e della Cina in Medio Oriente contro l’invasione degli Stati Uniti.
Un cambiamento di regime a Damasco probabilmente porterà al potere un governo sunnita, che collaborerà strettamente con l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti contro la Russia e la Cina. Inoltre, una escalation della guerra civile in Siria, che è stata già avviata, e un intervento militare potrebbero incendiare l’intero Medio Oriente. Una guerra della NATO contro la Siria sarebbe il preludio immediato ad una guerra contro l’Iran. Un attacco contro l’Iran significherebbe un altro passo verso un’escalation delle tensioni militari tra Washington e Beijing.
Mentre la Cina trae una parte significativa delle sue importazioni di materie prime dall’Iran, Tehran è il più importante alleato della Russia nel Caucaso e nel Mar Caspio, nel contrastare l’influenza degli Stati Uniti e di Israele. Sia Mosca che Teheran si oppongono alla costruzione di un gasdotto trans-caspico dall’Occidente. Rifiutano anche il massiccio riarmo militare dell’Azerbaijan, promosso da Stati Uniti, Israele e Turchia. La regione del Caspio è di fondamentale importanza geopolitica. perché lega la ricca Asia centrale con l’Europa, e perché ha anche estesi giacimenti di petrolio e gas.
La crescente minaccia di guerra in Medio Oriente, e il fatto che i paesi europei, tra cui Germania e Francia, siano schierati con gli Stati Uniti, spinge sempre più la Russia a un’alleanza militare con la Cina.
È significativo che il primo viaggio all’estero di Vladimir Putin, dopo la rielezione, sia stato in Bielorussia, e che poi abbia trascorso solo poche ore a Berlino e Parigi, prima di recarsi in Asia Centrale. Il punto culminante della sua visita all’estero è stato in Cina, dove ha incontrato il presidente cinese, e poi ha preso parte al vertice della Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (SCO) il 6 e 7 giugno. Oltre a Russia e Cina, anche gli stati dell’Asia centrale Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan appartengono a questa organizzazione, mentre Iran, Afghanistan, Pakistan e India hanno lo status di “osservatore”.
Come è avvenuto nella precedente riunione dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, la discussione al vertice della SCO era centrato sulla cooperazione militare ed economica. Il vertice ha adottato una dichiarazione sulla “creazione di una regione di pace duratura e prosperità comune”. L’intervento militare contro la Siria o l’Iran è stato esplicitamente respinto.
La dichiarazione condanna anche l’istituzione del sistema di difesa antimissile della NATO in Europa, che è diretto principalmente contro la Russia, ed ha aggravato le tensioni tra Washington, l’Europa e Mosca. In futuro, la Organizzazione della Cooperazione di Shanghai ha intenzione di cooperare militarmente in modo più stretto sulle questioni di “sicurezza regionale”.
Durante la sua visita a Beijing, Putin aveva precedentemente concordato con il presidente cinese Hu Jintao il comune rafforzamento “della sicurezza nella regione Asia-Pacifico“. Entrambi i paesi intendono effettuare frequenti esercitazioni militari congiunte nel Pacifico, dopo aver tenuto esercitazioni navali congiunte nel Mar Giallo, in primavera. Gli Stati Uniti stanno sempre più concentrando la propria forza militare nella regione asiatica del Pacifico, in preparazione a un confronto militare con la Cina.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il braccio di ferro di Cina e Russia contro l’Occidente

Brendan O’Reilly Questions Critiques, 8 giugno 2012, Copyright 2012 – Asia Times Online

Beijing e Mosca hanno inviato un chiaro messaggio al mondo dopo il vertice dell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (SCO). I leader russi e cinesi hanno tracciato due linee sul campo della politica internazionale – un “No” inequivocabile al bombardamento dell’Iran e un altro “no” inequivocabile al cambiamento di regime in Siria, che si avrebbe dopo una campagna di bombardamenti occidentale.
Il presidente russo Vladimir Putin è arrivato a Pechino per iniziare la sua prima importante visita all’estero dalla sua rielezione a presidente della Russia [aveva incontrato Francois Hollande, il nuovo presidente francese, a Parigi la settimana precedente]. Questo dimostra l’importanza che attribuisce alle relazioni tra il suo paese e la Cina. E a Beijing, ha incontrato il suo omologo iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, fornendo un’indicazione della comune strategia geopolitica esistente tra Cina e Russia.
La portavoce degli esteri cinese, Liu Wenmin, ha spiegato chiaramente l’opinione condivisa dai cinesi e dai russi sulla crisi in Siria: “Sulla questione siriana, Cina e Russia sono rimaste in stretto contatto per coordinarsi a New York, Mosca e Beijing. … La posizione delle due parti è perfettamente chiara: ci dovrebbe essere la fine immediata delle violenze e il processo di dialogo politico deve essere iniziato al più presto possibile“. Oltre all’elogio sulla cooperazione sino-russa su questo tema, Liu ha esposto esplicitamente l’obiezione costante dei due paesi ad usare la forza per risolvere il problema della Siria: “La Cina e la Russia condividono la stessa opinione su questi temi, ed entrambe si oppongono a un intervento esterno nella situazione siriana, e al cambio di regime con la forza.”
Il guanto di sfida è stato gettato. Cina e Russia non autorizzeranno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite l’uso della forza contro il governo siriano. Inoltre, Beijing e Mosca stanno giocando la carta della difesa contro ciò che viene percepito come un’aggressione militare occidentale. Per comprendere gli interessi e i metodi che questi due paesi condividono nell’arena globale, è utile esaminare le origini della stessa SCO.
La SCO è nata dal “Gruppo dei cinque di Shanghai“, un blocco formato nel 1996 che comprendeva la Cina, la Russia e i nuovi Stati indipendenti di Kazakhstan, Tagikistan e Kirghizistan. L’obiettivo iniziale di questo gruppo era allentare le tensioni ai confini dei suoi membri. Nel giugno 2001, questo gruppo si allargò all’Uzbekistan e venne ribattezzato Organizzazione della Cooperazione di Shanghai. L’obiettivo cardine di questo nuovo gruppo è combattere i cosiddetti “tre demoni“, cioè terrorismo, separatismo ed estremismo. La concentrazione sui “tre demoni” suggerisce la strategia fondamentalmente conservatrice di Russia e Cina. Russia e Cina hanno grandi territori popolati da minoranze etniche a volte turbolenti. Russia, Cina e gli “-stan” affrontano gli islamisti politici che sfidano la loro autorità. La missione primaria della SCO è, quindi, perpetuare la politica dello status quo in Asia centrale.
Dalle sue modeste origini, la SCO è diventata un alleanza politica e quasi-militare. Nei primi mesi del 2003, gli Stati membri hanno effettuato una esercitazione militare congiunta chiamata “Missioni di pace“. Sotto l’egida della SCO, Cina e Russia hanno condotto le loro prime esercitazioni militari congiunte nel 2005. L’ultima e più grande di queste “Missioni di pace” ha coinvolto più di 5.000 soldati russi, cinesi, del Kirghizistan, Tagikistan e Kazakhstan, partecipando alle manovre militari in Kazakhstan. Mongolia, India, Pakistan e Iran sono, per ora, “osservatori” nella SCO. Nel 2008, l’Iran ha ufficialmente chiesto l’ammissione come membro a pieno titolo, ma è stato rinviato a causa delle sanzioni dell’ONU contro il paese. Bielorussia e Sri Lanka hanno aderito come “interlocutori”.
Gli Stati Uniti e l’Europa occidentale sono preoccupati per il fatto che la SCO possa svilupparsi in una futura alleanza anti-occidentale. Anche se tale sviluppo è confutata dagli stati membri della SCO, ci sono segni che mostrano che una tale coalizione potrebbe prendere forma. Tuttavia, tale alleanza non sarebbe naturalmente aggressiva. I suoi Stati membri cooperano tra di loro, in modo significativo, per impedire effettive pressione occidentali che invocano il cambiamento delle politiche e dei dirigenti nazionali.

I due pesi massimi
Russia e Cina sono chiaramente gli stati più grandi della SCO. Questi due paesi, nonostante una lunga storia di reciproca diffidenza e di conflitti, hanno interesse comune a resistere all’egemonia statunitense. La Russia si sente minacciata dall’espansione continua dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO). Gli stati ex sovietici dell’Europa dell’est sono considerati parte della sfera d’influenza russa. La Russia è particolarmente preoccupata per la potenziale espansione della NATO in Ucraina e Georgia. Questa espansione, se formalizzata, costringerebbe gli Stati Uniti e i suoi alleati europei ad andare in guerra contro la Russia, in caso di scoppio delle ostilità tra la Russia e gli Stati limitrofi.
Da parte sua, la Cina è preoccupata dal perno nordamericano che si sposta in Asia. La vendita di armi a Taiwan e il sostegno incessante alle Filippine nell’impasse nel Mar Cinese Meridionale, sono argomenti specifici di preoccupazione.
Russia e Cina si sentono minacciate dallo sviluppo e dal continuo dispiegamento della tecnologia missilistica degli Stati Uniti. Queste due potenze, in particolare la Russia, sono preoccupate che questo sistema di difesa sia destinato a rimettere in discussione la loro influenza strategica, con la dottrina della mutua distruzione. Gli statunitensi sostengono che questa tecnologia è diretta contro i cosiddetti “stati canaglia” come l’Iran, ma ciò è stato accolto con scetticismo. Al di là di queste preoccupazioni strategiche, i due leader sono preoccupati da ciò che percepiscono come tentativi degli Stati Uniti di interferire nella politica interna dei loro due paesi.

I problemi in Medio Oriente
I recenti colloqui a Baghdad tra l’Iran e il “Gruppo dei Cinque più Uno” (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza più la Germania) non hanno dato più di un accordo per programmare, verso la fine di giugno, un altro incontro a Mosca. Il punto su cui i negoziati si scontrano, è l’insistenza continua delle potenze occidentali a fermare l’arricchimento dell’uranio dell’Iran a oltre il 20%, e il rifiuto dell’Iran ad accondiscendervi.
Il punto nodale è costituito dal prezzo del Brent, salito del 18% negli ultimi dodici mesi, in gran parte per i timori speculativi di una campagna di bombardamenti aerei contro l’Iran, e della capacità di ritorsione di questo paese. La Cina dipende in larga misura dalle importazioni di petrolio e la sua economia sta soffrendo le conseguenze dell’aumento dei suoi prezzi. Nella possibilità di attacchi contro l’Iran da parte di Israele e /o degli USA, e del blocco iraniano dello Stretto di Hormuz che ne risulterebbe, i prezzi del petrolio potrebbero aumentare notevolmente. La crescita impressionante della Cina negli ultimi trent’anni, potrebbe fermarsi all’improvviso, con imprevedibili conseguenze sociali e politiche.
Le obiezioni della Russia ad un’azione militare contro l’Iran, sono essenzialmente strategiche, ma contengono anche una dimensione economica. L’Iran è un ponte tra l’Asia meridionale, il Golfo Persico e l’Asia centrale. L’Iran confina con gli stati dell’ex Unione Sovietica come Turkmenistan, Armenia e Azerbaigian. Qualsiasi attacco contro l’Iran potrebbe avere conseguenze imprevedibili in una regione che la Russia considera sua sfera di influenza.
Il governo russo è irremovibile nella sua opposizione a qualsiasi azione militare contro l’Iran. Il viceministro degli esteri russo, Sergei Rjabkov, ha recentemente ribadito questi avvertimenti. Oltre a prevedere un “effetto negativo per la sicurezza di molti paesi”, in caso di attacco all’Iran, ha detto che ci sarebbero “conseguenze disastrose per l’economia globale, a causa dell’inevitabile aumento dei prezzi dei carburanti, rallentando l’uscita dalla recessione“.
Cina e Russia condividono comuni ragioni politiche ed economiche per opporsi a un possibile attacco contro l’Iran. Come al solito, le loro motivazioni più comuni sono essenzialmente conservative – entrambi i paesi vogliono evitare le incertezze economiche e geopolitiche.
La cooperazione contro ciò che viene percepito come avventurismo occidentale in Medio Oriente, va oltre la Siria. Come membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Russia e la Cina hanno posto il veto alle risoluzioni proposte recentemente contro il governo siriano.
Cina e Russia temono una ripetizione in Siria della campagna occidentale di attacchi condotta contro il regime di Muammar Gheddafi in Libia. La Risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza fu votata per stabilire una no-fly zone sulla Libia, apparentemente per proteggere la popolazione civile. Russia e Cina si erano congiuntamente astenute dal voto, permettendo alla risoluzione di passare. Due giorni dopo, una coalizione di Stati del Golfo e della NATO ha usato questa risoluzione come opportunità per iniziare una campagna aerea con l’obiettivo finale di formalizzare il cambiamento di regime in Libia.
Cina e Russia vogliono davvero evitare una duplicazione dello scenario libico in Siria e hanno bloccato, quindi, le due risoluzioni del Consiglio di sicurezza che chiedevano sanzioni contro Damasco. Nessuno dei due paesi darà all’Occidente l’occasione per lanciare operazioni militari in Siria. La Russia vuole mantenere i suoi interessi strategici in Siria, in particolare il suo solo accesso nel Mediterraneo, il porto di Tartous. La Cina teme il diffondersi della violenza settaria dalla Siria agli altri paesi della regione, e un conseguente aumento dei prezzi del petrolio. Inoltre, entrambi i paesi vogliono ostacolare la pratica del “cambio di regime“, condotta per motivi ideologici e geopolitici dagli occidentali.

Si tratta di una questione di sovranità
L’ambasciatore cinese alle Nazioni Unite, Li Baodong, ha definito il punto di vista del governo cinese sul conflitto in Siria, dicendo: “Non abbiamo intenzione di proteggere nessuno contro chicchessia. (…) Ciò che  vogliamo veramente garantire è che la sovranità di questo paese sia salvata, e che il destino di questo paese possa rimanere nelle mani del popolo siriano“.
Li ha efficacemente sintetizzato la prospettiva globale geostrategica e politica di Russia, Cina e SCO. La sovranità di ogni singolo paese è sacrosanta. Non importa chi dirige un determinato paese, se il suo governo non è imposto dall’esterno.
Vi è una chiara sfida alla politica estera degli Stati Uniti e dei loro alleati occidentali. Dall’Afghanistan all’Iraq attraverso la Libia, gli Stati Uniti hanno utilizzato il potere militare per effettuare il cambiamento di regime contro i loro rivali regionali. Questi interventi sono stati giustificati facendo riferimento a “diritti umani“, “lotta al terrorismo” e “fermare la diffusione delle armi di distruzione di massa“. Tuttavia, Cina e Russia ritengono che queste campagne siano state lanciate al fine di favorire gli interessi geopolitici degli USA.
L’alleanza sino-russa, di cui la SCO è un esempio perfetto, ha essenzialmente un atteggiamento difensivo e conservatore. Cina e Russia non tollereranno alcuna ulteriore intrusione dell’Occidente nei settori strategicamente sensibili dell’Africa occidentale e centrale. Useranno la loro influenza economica e politica per bloccare i tentativi occidentali di cambio di regime in Siria, Iran e altri paesi in cui Cina e Russia hanno interessi geopolitici.

Brendan O’Reilly è un autore originario di Seattle e residente in Cina.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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