Il volo MH-17 abbattuto da un jet da combattimento ucraino?

Valentin Vasilescu Reseau International 10 agosto 2014

Il punto di vista che segue è di Valentin Vasilescu, ex-pilota dell’aeronautica rumena. Sa di cosa parla e il suo testo contiene alcune sorprese…

138-600x337Ho spiegato in dettaglio e in diversi articoli che il presunto missile superficie-aria Buk-1M invocato da USA e Ucraina non poteva essere lanciato e quindi abbattere il Volo MH-17. Non è stata rilevata alcuna emissione di un fascio di onde elettromagnetiche di puntamento dalle caratteristiche del complesso Buk-1M, e nessuna grande scia di condensa bianca da terra, di solito della lunghezza di 10-35 km, e persistente per qualche minuto dal lancio.
Gordon Duff, veterano dei marines del Vietnam e redattore di Veterans Today, non considera neanche credibile l’abbattimento del MH-17 con un missile superficie-aria, pensando che l’aereo malese sia stato oggetto di una bomba a bordo, o del tiro dei cannoni di un aereo ucraino.  Arrivando per primo sulla scena, il canadese Michael Bociurkiw, un membro della delegazione OSCE, ha esaminato i resti della cabina di pilotaggio del B-777 concludendo che era stato colpito da proiettili d’artiglieria di piccolo calibro sparati a raffica. Chi ha pianificato tale crimine è lo stesso che deliberatamente ha avviato la falsa pista del missile superficie-aria. Il piano di tale attacco è opera di un malvagio, attaccando il volo MH-17 con dei cannoni si creano le condizioni per dare l’impressione che una piccola bomba sia esplosa nella cabina di volo. Il 23 luglio 2014, una relazione della corrispondente della BBC Olga Ivshina fu censurata dalla direzione della BBC. In questa relazione, testimoni di Donetsk confermano la presenza di un altro aereo da guerra ucraino presso il MH-17, al momento dell’incidente. Improvvisamente, la storia di Olga Ivshina smentisce anche la versione dello SBU ucraino, che parla di missile superficie-aria. La censura imposta dai media occidentali non può nascondere la fusoliera del lato destro della cabina di pilotaggio dell’aereo, trafitta da fori di schegge dai bordi ripiegati verso l’esterno, indicando che piccole esplosioni si erano verificate all’interno della cabina di pilotaggio. Ma i fori dei proiettili perfettamente rotondi, entrati dalla parte opposta, attraversarono la cabina senza esplodere. Mentre la testata di un missile Buk-1M sarebbe esplosa in una grande palla di fuoco.

BtL-VxSCIAIpt6oI fori nel pannello della fusoliera del lato destro della cabina del volo MH-17 sono stati prodotti da un tipo di proiettile esplosivo-incendiario incendiando la cabina di pilotaggio. Piccoli frammenti in lega di alluminio del parabrezza si sciolsero a causa del tiro. P5_038Nelle cartucce a nastro per i cannoni a bordo degli aerei da combattimento, l’otturatore inserisce alcuni colpi in lega di tungsteno (avendo una maggiore capacità di penetrazione) simile al sistema statunitense basato sull’uranio impoverito. Non al punto di esplodere, perfora la fusoliera del velivolo attraversando la cabina di pilotaggio.

MH17I colpi sono stati sparati da un pilota di caccia esperto che ha mirato solo alla cabina di volo. Ciò è dimostrato dal fatto che la sezione posteriore della fusoliera della cabina è rimasta intatta e senza fori che possano essere causati da schegge.
7bef0c9d3f13802befaf2e56d00a689e_articleQuando il Boeing 777 delle Malaysia Airlines, matricola 9M-MRD, è scomparso dal centro di controllo del traffico aereo ACC di Dnepropetrovsk, era a una quota di 10300 m. La scomparsa fu determinata dallo spegnimento del transponder del volo MH-17 e dall’interruzione del funzionamento della radio ricetrasmittente, alimentata elettricamente e montata nella cabina. In quel momento, l’aereo cadde in picchiata a quasi 90 gradi. Molto probabilmente per inabilità fisica dell’equipaggio nel controllare l’aeroplano, e per la distruzione dei comandi di trasmissione, cloche e cruscotto. Nessun media ha parlato di una cosa fondamentale del Boeing 777: i comandi di volo del pilota vengono trasmessi dalla cabina dai circuiti elettrici, il fly-by-wire. Un corto circuito dell’impianto elettrico nella cabina avrebbe spento transponder e radio ricetrasmittente. Alla conferenza stampa del Ministero della Difesa della Federazione Russa del 21 luglio 2014, il Capo di stato maggiore generale e il comandante dell’aeronautica, Tenenti-Generale Andrej Kartopolov e Igor Makushev, smantellarono le bugie architettate dai vertici USA e della NATO e amplificate dai media occidentali. I russi, che sanno con certezza chi ha abbattuto il volo MH-17, hanno dato una testimonianza vitale che, se presa in considerazione, permetterebbe immediatamente agli investigatori dell’aviazione internazionale di trovare la causa probabile dell’incidente al velivolo delle Malaysia Airlines. Così, i funzionari russi hanno dimostrato l’esistenza di un aereo da combattimento ucraino che avrebbe intercettato il Malaysia Airlines, tre minuti prima dell’incidente, stimando la distanza che lo separava dal Malaysia Airlines a 3-5 km.
radar_voeVa notato che i controllori del centro del traffico civile ACC di Dnepropetrovsk furono continuamente monitorati da un gruppo di soldati. Nel doc. 4444 (Procedure e regole per i servizi di navigazione aerea) emesso dall’Organizzazione Internazionale dell’Aviazione Civile, l’articolo 7.4.4 stabilisce che la distanza minima consentita tra due aerei si basa sulle loro turbolenze. Il Boeing 777 (MMD da 299370 kg) appartiene alla categoria degli aeromobili pesanti (H – Heavy). Tra i velivoli di tale categoria e quello da 10-20 t, come nel caso dei caccia, il doc. 4444 richiede ai controllori del traffico aereo uno spazio di almeno 9,3 km. Cosa cercava il caccia ucraino, deliberatamente guidato dai controllori del traffico aereo ucraino, a tre chilometri dal volo MH-17 e perché l’ICAO ed Eurocontrol hanno nascosto tale flagrante violazione delle regole della navigazione? Quando il Boeing 777 è stato abbattuto, a 30 miglia da Tamak, era nel processo di trasferimento dal controllo dalla regione di Dnepropetrovsk (che si occupa dello spazio aereo in Ucraina orientale) a quello della regione di Rostov sul Don (nello spazio aereo russo). Lo stesso documento 4444, capitolo 7.5 (controllo del trasferimento radar) obbliga gli organi del traffico civile e militare ucraino ad una distanza minima che consenta la separazione radar tra l’aereo MH-17 e il caccia ucraino, sufficiente a garantire il trasferimento del velivolo malese ai russi. La separazione normale per un aeromobile di categoria H, seguito da un caccia, è di almeno 11,1 km (fig. VI-1A e VI-1B). Così gli ucraini abbatterono l’aereo malese quando lo consegnavano ai russi. Prima conclusione, grazie alle prove presentate alla conferenza stampa, i generali russi hanno dimostrato chiaramente la complicità delle autorità civili e militari nell’abbattere il Volo MH-17 con aerei da combattimento ucraini. I generali russi hanno deliberatamente tralasciato le discussioni riguardanti le stime sulla distanza esatta tra l’aereo da caccia ucraino e l’aeromobile civile malese (3-5 km) prima dello spegnimento del transponder del volo MH-17. Ma non il fatto che il caccia fosse guidato dai controllori ucraini per intercettare il volo MH17 ed abbatterlo. Come ho già notato, il documento 4444, capitolo 7.5 (trasferimento del controllo radar) indica che a causa di limitazioni tecniche, la distanza minima per una separazione radar tra aeromobili categoria H, come un Boeing 777, e un caccia vicino è di 11,1 km. Se la separazione radar minima dell’aviazione civile tra aerei è di 11 km, si può supporre che i radar militari russi siano più efficienti dei simili statunitensi, con un minimo di 4 km. Quando la distanza tra i due velivoli è meno di 4 km, i due segnali si fondono sullo schermo radar. Ma i russi dicono che secondo la sua velocità, il caccia ucraino aveva superato la soglia dei 4 km, proseguendo l’approccio verso il volo MH-17 entrando nella ZAP (possibile area di attacco) per le armi di bordo. Fino a che punto il caccia ucraino s’è avvicinato al volo MH-17? Prima di puntare e sparare sulla cabina di pilotaggio del velivolo, una sezione della lunghezza di 6 m del B-777, che ha una lunghezza di 64,8 m, doveva entrare interamente nel puntatore del pilota del caccia. Il dispositivo di puntamento e calcolo balistico automatico diede al pilota i parametri necessari per i proiettili che colpirono la fusoliera del volo MH-17. Il modo migliore per colpire la cabina di guida era avvicinarsi quasi perpendicolarmente alla rotta del MH-17, il pilota del jet da combattimento era nelle condizioni giuste per sovrapporre la linea di tiro delle sue armi sul punto di tiro alla distanza di 900 m dal B-777. Se la velocità di avvicinamento era di circa 280-300 m/s, ripetere l’attacco era impossibile, e il pilota del caccia aveva 3-4 secondi per tutte queste manovre, dovendo smettere l’attacco ad una distanza di 150m. Ciò implica decine di ore di addestramento su simulatori di volo in condizioni simili a quelle in cui il volo MH-17 è stato abbattuto.
73167_html_m2148ff93Il Ministero della Difesa russo sapeva che l’aereo malese non è stato abbattuto da un missile Buk-1M, ma alla conferenza stampa del 21 luglio 2014, il Capo di Stato Maggiore Generale e il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica russa mostrarono le immagini satellitari, al momento della distruzione del volo MH-17, del trasferimento in zona di 4 batterie di Buk-1M ucraine. Cosa volevano comunicare i generali russi? La guerra civile al confine con la Russia, dove l’esercito ucraino utilizza aerei da combattimento, può creare una situazione che può involontariamente o consapevolmente portare alla violazione dello spazio aereo russo. Si possono, per esempio, attaccare città russe al confine con il pretesto di cercare le forze di autodifesa. Tale possibilità ha costretto l’esercito russo ad intraprendere azioni che qualsiasi altro Stato avrebbe preso. Nei casi in cui i radar di sorveglianza dell’esercito russo segnalassero formazioni di velivoli ucraini decollare e avvicinarsi al confine con la Russia, l’esercito russo creerebbe alcune aree di pattugliamento aereo. Queste aree si trovano a 50-75 km dal confine con l’Ucraina e vi pattugliano velivoli da combattimento come 2 Su-27M o Su-30 armati per il combattimento aereo. Teoricamente parlando, se i russi avessero avuto informazioni precise sulla strage del volo MH-17, nonostante i rischi sottostanti, gli aerei russi sarebbero rapidamente giunti sulla scena e impegnato in combattimento il caccia ucraino per proteggere l’aereo della Malaysia. Ma l’esercito ucraino, che aveva preparato l’operazione, aveva subito preso provvedimenti per garantirsi di contrastare qualsiasi azione a protezione dell’aereo civile, ponendo quattro batterie di Buk-1M. Tali batterie potevano abbattere gli aerei russi inviati a difendere il volo MH-17, prima di poter entrare in combattimento con l’aereo da caccia ucraino. L’enigma è che non si sa su quali dati i generali russi hanno suggerito che l’aereo che ha intercettato il volo MH-17 sia probabilmente un Su-25 (14,4 m di apertura alare, lunghezza di 15,5 m). Al radar appare come solo un punto luminoso la cui dimensione è determinata dalla riflessione della zona radar equivalente (SER) corrispondente agli aeromobili militari. L’aereo da combattimento MiG-29 (11,4 m di apertura alare, lunghezza di 17,3 m) ha una superficie di riflessione simile a quella del cacciabombardiere Su-25. Nell’aviazione ucraina ci sono solo due tipi di velivoli in grado di intercettare un Boeing 777: il Su-27 e il MiG-29. Di un reggimento su 42 Su-27 nel 2000, ne rimane attivo uno squadrone di 12 aeromobili della 831.ma Aerobrigata di Mirgorod (300 km a nord-est di Donetsk). In questo squadrone ci sono solo 3-4 Su-27 che possono volare, i piloti non sono più addestrati al combattimento. Per le ragioni sopra esposte, nessun Su-27 ucraino poteva abbattere il Volo MH-17. Ma l’Ucraina ha anche 30-40 MiG-29 nella base aerea di Vasilkov, nei pressi di Kiev e ad Ivano-Frankovsk, in Ucraina occidentale.
GSh-30-2Il jet da combattimento MiG-29 è propulso da due motori RD-93, ciascuno con una spinta di 8700 kg/s. Nella versione caccia intercettore, il MiG-29 pesa meno di 15300 kg, il che significa che il rapporto spinta/peso è maggiore di uno (1,1), permettendo al velivolo di salire in verticale. La quota massima del MiG-29 è 18013 m. La quota di volo di 10300 m del MH-17 poteva facilmente essere raggiunta. Nella stratosfera la velocità massima del MiG-29 è Mach 2,25 (2400 km/h), il che implica che a un’altitudine di poco più 10000 metri, ha una notevole differenza di velocità rispetto al B-777. E la velocità ascensionale da 0-6000 m è di 109 m/s permettendo di raggiungere i 6000 m in 2-3 minuti dopo il decollo. L’intera operazione, vale a dire l’approccio in forte cabrata verso l’alto, puntamento e tiro con il cannone di bordo al volo MH-17 e infine rientro, non poteva durare più di 7 minuti. Il MiG-29, che ha i cannoni ucraini GS-301 da 30 mm dal ritmo di tiro pari a 1500 colpi/min, alimentati da una caricatore di 150 colpi in lega ad alto esplosivo, incendiario ed esplosivo-tungsteno. La breve raffica di un secondo del cannone GS-301 del MiG-29 invia circa 40-50 diversi tipi di proiettili sul bersaglio. L‘arma è inserita sulla fiancata sinistra della fusoliera.
I piloti militari ucraini, come rumeni, volano in media meno di 40 ore all’anno e non hanno le competenze necessarie per il combattimento aereo ravvicinato (duello) che gli consenta di abbattere il Volo MH-17 come descritto sopra. I piloti militari statunitensi e canadesi presenti nell’Air Base Campia Turzii in Romania hanno tale abilità, ma non hanno familiarità con lo spazio aereo ucraino o con il MiG-29. I piloti militari polacchi sono i meglio addestrati dell’Europa orientale per tali missioni, volando 4-5 volte (180-200 ore/anno) di un ucraino o romeno, e rivaleggiando per istruzione a statunitensi e canadesi. Hanno familiarità con lo spazio aereo ucraino, partecipando a tutte le esercitazione proposte negli ultimi 4-5 anni dall’aeronautica ucraina. L’aeronautica polacca  è dotata di 31 MiG-29, di cui 16 modernizzati dalla IAI (Israel Aerospace Industries). I MiG-29 sono modernizzati con nuova avionica (display multifunzione MFCD; radio UHF/VHF RT-8200 Rockwell Collins, piattaforma laser di navigazione INS e GPS, computer per navigazione e tiro  MPD con mappa digitale integrata, sistemi di registrazione e controllo digitali video e audio con videocanera CTV, ecc). I piloti di prova dei MiG-29 polacchi modernizzati, prima di passare ai piloti e agli istruttori di volo polacchi, provengono dalle fila delle IDF israeliane.

polish2909_1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Israele cerca solo di guadagnare tempo!

Nasser Kandil Global Research, 16 luglio 2014

GazaBigWar1. Secondo lei, signor Kandil, fino a che punto Israele potrebbe spingere il suo assalto a Gaza?
Penso che Israele sia in difficoltà perché non può permettersi la pace che legittimerebbe la sua esistenza, come non può permettersi una guerra che gli consenta di tornare al “periodo delle iniziative”. Questo è il motivo per tale ennesima aggressione a Gaza, distruggendo tutto ciò che può colpire, armi, capi, combattenti e infrastrutture, ritenendo che ciò gli darebbe notevoli benefici nella prossima fase del conflitto. Guadagnare tempo sembra essere “l’unica strategia del momento” di fronte alla nuova mappa regionale che si delinea, dove non è più un fattore decisivo. Questo è anche il motivo per cui retrocede sulla creazione dello Stato curdo, che all’inizio ha incoraggiato [1], il clima internazionale e regionale è dominato da avvertimenti contro i pericoli delle partizione dell’Iraq.

2. Altre guerre d’Israele sono dunque in vista?
Quello che posso assicurare è che se Israele decide di impegnarsi in una guerra aperta e totale, troverà una Resistenza pronta ad andare fino in fondo e senza alcuna intenzione di lasciare porte aperte agli “aggiustamenti” che continua a pretendere ogni giorno [...]

3. Dice che Israele non ha una strategia chiara e che cerca solo di guadagnare tempo. Perché?
Penso che tutto ciò che la nostra regione ha vissuto dalla guerra d’Israele contro il Libano, nel luglio 2006, sia il risultato del rapporto intitolato “Baker-Hamilton” presentato al presidente George W. Bush il 6 dicembre 2006 [2] [3]. In realtà, sono passati otto anni, il Libano era sull’orlo di una guerra memorabile che ha imposto una nuova equazione regionale dopo “l’erosione della deterrenza israeliana“. Per cui è nato il nuovo approccio statunitense, presentato in tale famosa relazione firmata e supervisionata dai due pilastri democratico e repubblicano alla guida dei servizi segreti e degli Esteri, e Consiglieri della Sicurezza Nazionale… In breve, la relazione invita gli Stati Uniti a fare tutto il possibile per risolvere il conflitto israelo-palestinese, implicitamente riconoscendo:
• la sconfitta del progetto statunitense in Iraq e in Afghanistan,
• il fallimento del ruolo regionale d’Israele,
• l’emergere di potenze regionali concordi con gli Stati Uniti nel salvare l’Iraq e stabilizzare la regione.
Ciò sulla base del ritiro statunitense da Afghanistan e Iraq, con:
• l’accettazione di una partnership USA-Russia per gestire la stabilizzazione della regione,
• il riconoscimento del ruolo centrale dell’Iran, Stato nucleare, su Afghanistan, Iraq e Stati del Golfo,
• riconoscimento del ruolo influente della Siria nel Levante.
Ma la cosa più importante di tale relazione è spingere Israele ad attuare le risoluzioni delle Nazioni Unite sul conflitto arabo-israeliano, tra cui:
• uno Stato palestinese nei territori occupati nel 1967 con capitale Gerusalemme est
• una giusta soluzione al problema dei profughi sulla base della “risoluzione 194″ garantendo il diritto al ritorno e al risarcimento,
• la restituzione del Golan siriano occupato alla linea del 4 giugno,
• il ritorno ai libanesi delle fattorie Shaba.
Dal dicembre 2006 viviamo le conseguenze della denigrazione del rapporto Baker-Hamilton con  una serie di guerre per procura e conflitti che insanguinano l’asse della Resistenza. Nessuno conosce la portata della cooperazione tra Israele e Stati del Golfo, come Arabia Saudita e Qatar, per contrastare le raccomandazioni della relazione strategica degli Stati Uniti, o trovare alternative e quindi ignorare la Roadmap che raccomanda di garantire la necessaria stabilità regionale. Tali imbrogli si sono complicati passo passo. Per iniziare, c’erano le elezioni iraniane del 2008 con il piano di rovesciare il Presidente Ahmadinejad ed imporre Muhammad Khatami al potere con la promessa di permettere all’“Impero iraniano il suo dossier nucleare” contro l’abbandono della causa palestinese. All’epoca, Martin Indyk aveva parlato di “rovesciare l’Iran in Palestina”. Tale scommessa fallì, e la prima guerra contro Gaza ebbe luogo, ancora con lo stesso slogan di Indyk: “rovesciare l’Iran in Palestina”. Consacrata la sconfitta d’Israele, la ripresa del percorso di pace fu ridotta ad imporre all’Autorità palestinese ulteriore obbedienza. Quindi nel 2010 il piano di Hillary Clinton per una pace israelo-palestinese “parziale” fatta di concessioni minime degli israeliani. Ma l’estremismo israeliano è responsabile della distruzione del piano di Clinton, il piano d’Israele è una pace che si traduca nell'”alleanza arabo-israeliana contro l’Iran“. In altre parole, i sionisti hanno scelto di costruire tale alleanza invece di accettare il basso costo che avrebbe rappresentato lo smantellamento del 10% degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, per garantire la continuità territoriale tra le parti del residuale mini-Stato palestinese.

4. Israele continuerà a guadagnare tempo iniziando altre guerre di logoramento, senza esaurirsi?
Dalla sconfitta d’Israele nella sua guerra contro il Libano, nel luglio 2006, riteniamo che non sia più questione di guerra aperta israeliana o statunitense. Ma la negazione di nuove realtà sul terreno  riempirebbe il vuoto strategico dopo il ritiro degli Stati Uniti da Iraq e Afghanistan. Pertanto, dal dicembre 2006, cioè negli ultimi otto anni, Israele cerca di evitare di pagare il conto della Baker-Hamilton, creando ogni sorta di problema per paralizzare l’Asse della Resistenza formato da Iran, Siria, Hezbollah e anche Hamas. Opportunamente, l’esplosione della cosiddetta “primavera araba” certamente nata dalla rabbia popolare contro i loro governanti, è stata l’occasione per Stati Uniti, Turchia e Qatar d’ adottare la loro idea di affidare il potere regionale ai Fratelli nusulmani, con l’idea che l”impero ottomano’ avrebbe ereditato il potere in Tunisia ed Egitto, con alla sola condizione di abbandonare la Siria. La guerra “universale” contro la Siria ha avuto quindi luogo, ma è fallita, mentre la strategia del caos ha creato un ambiente favorevole al terrorismo e al suo radicamento, con il rischio che il califfato del SIIL divida l’Iraq ed altre entità della regione…
Nel frattempo, Hamas ha perso l’illusione che l’identità condivisa con i Fratelli musulmani prevalesse sull’appartenenza alla resistenza palestinese. Ma dopo il fallimento delle vittorie in Egitto e Siria, ha rivisto i conti. I neo-ottomani sono stati sconfitti e il “Fronte del Rifiuto” si avvicina alla vittoria, Hamas non riesce a trovare il suo posto che rientrando nella trincea della resistenza all’occupazione israeliana. Israele ha fallito nonostante i ripetuti tentativi di minare la Resistenza.  Indipendentemente dalle posizioni assunte da certi capi di Hamas, qualsiasi siano i disaccordi con Fatah. Ciò che conta è che le Brigate al-Qasam (ramo militare di Hamas) operino e siano pienamente impegnate nella lotta contro l’aggressione israeliana a Gaza. Israele ha scommesso sulla sconfitta della Siria, e sulla sconfitta di Hezbollah in Siria, sostenendo i vari rami di al-Qaida con i suoi raid aerei [4] su Jamraya [Centro di ricerca scientifica a nord ovest di Damasco], nella speranza che vincessero la guerra ad al-Qusayr [maggio 2013], i raid su Janta affinché vincessero a Yabrud, e i raid su al-Qunaytra per imporre la cintura di sicurezza alla cosiddetta opposizione siriana complice. Ma tutti questi piani sono falliti, uno dopo l’altro. Israele oggi è in ansia perché incapace di scatenare una guerra ma anche di aspettare. Questo mentre il mondo assiste alla cristallizzazione di due campi, uno che rappresenta le crescenti forze di Russia, Cina, Brasile e altri Paesi BRICS, l’altro guidato da Washington, sconfitto in Ucraina e Siria e che si prepara ad altre sconfitte in Yemen e Iraq…
Israele si trova ad affrontare una nuova equazione basata sulla previsione di ciò che potrebbe derivare dal ritiro statunitense dall’Afghanistan, alla fine dell’anno, ora che l’Iraq è alleato di Siria e Iran, con un accordo tra occidente ed Iran si profila all’orizzonte e segnali indicanti la vittoria siriana che appaiono, mentre l’opposizione a uno Stato curdo nato dalla partizione dell’Iraq è quasi unanime, nonostante il suo dichiarato sostegno. Sa che le condizioni per una nuova guerra saranno diverse da quelle della guerra del 1973, come previsto da una relazione del Shabak [servizio di sicurezza interna d'Israele] nel 2010… Israele non potrà vincere una nuova guerra contro una resistenza che si prepara ad ogni evenienza, soffrendo dello stesso deficit strutturale che ha causato le sue sconfitte precedenti. Tutto ciò che ottiene da tale nuovo assalto su Gaza, è reindirizzare la bussola sulla “causa prima”: la lotta contro l’occupazione e la colonizzazione della Palestina.

5. Cosa ne pensate della nomina di Staffan de Mistura a successore di Laqdar al-Brahimi[5]?
Ad ogni fase della guerra contro la Siria, corrisponde un inviato con una specifica missione. Kofi Annan alla fine si dissociò con dimissioni storiche. Laqdar Brahimi, la cui unica missione era condurre colloqui politici, fece ciò che poteva. Qui siamo nella fase della scelta di De Mistura, probabilmente per le sue competenze tecniche e diplomatiche. Tecnicamente curò la prima missione dell’ONU di lancio di aiuti alimentari [Ciad – 1973], fu vicedirettore del Programma alimentare mondiale [2009-2010]. Diplomaticamente, ha ricoperto vari incarichi presso le Nazioni Unite [6], in particolare come rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Afghanistan [2010-2011], Iraq [2007-2009] e Libano [2001 - 2004]. Pertanto, la sua nomina suggerisce l’esistenza di una nuova mappa regionale dall’Afghanistan al Libano, dove per anni ha gestito il conflitto tra Hezbollah e Israele e lo Stato libanese. In altre parole, ha le chiavi del conflitto arabo-israeliano. Probabilmente  non controlla sufficientemente il dossier siriano, ma può essere compensato dalle sue numerose relazioni con personalità regionali, che si precipiteranno, come dovrebbero, per renderlo edotto dei più piccoli dettagli.

6. Secondo Voi, qual è la missione di De Mistura?
Preparare il tavolo per la nuova mappa regionale. Come mediatore delle Nazioni Unite nel conflitto siriano, può passare dalla Siria a Iraq, Afghanistan e Libano. Penso che sarà il partner principale del presidente egiziano al-Sisi.

7. Tale nuova carta regionale richiede la partizione dell’Iraq?
Non credo assolutamente.

8. Eppure molti dicono il contrario, prevedendone la partizione in tre Stati: sunnita, sciita e curdo.  Alcuni parlano anche di uno “Stato del SIIL!”
In sostanza, l’idea di partizione, non solo dell’Iraq, si basa sulla tesi di Bernard Lewis, il famoso storico statunitense [7], la cui tesi venne discussa sotto l’egida della NATO a Francoforte nel novembre 2012. La domanda era: “Dovremmo mantenere i confini tracciati da Sykes-Picot, o dovremmo riprogettarli sulla base dei dati demografici regionali?“, cioè in base alle popolazioni sunnita, sciita, curda, alawita, ecc… tale partizione in linea di principio sarebbe più facile in Iraq che altrove. Se dovesse avvenire, il secondo passo dovrebbe portare alla partizione della Turchia, creando uno Stato curdo nei suoi territori orientali, e non dell’Iran, al 90% dalla stessa confessione. Ciò spiega l’immediata ritirata dei capi turchi che iniziano a rendersi conto che pagheranno per l’aggressione alla Siria, soprattutto per Qasab e Aleppo. Da parte loro, i sauditi hanno finalmente capito che rischiano grosso vedendo gli Houthi alla periferia di Sana, e la minaccia della creazione di uno Stato sciita sulle coste petrolifere orientali del loro regno. Ecco perché credo che la decisione sarà altra che non la partizione, ed è per questo motivo che quattro dichiarazioni dicono NO ad uno Stato curdo in Iraq! Di Ban ki Moon [8], del Presidente al-Sisi [9], dal comunicato congiunto Stati Uniti e Russia, del numero due della sicurezza nazionale alla Casa Bianca, Tony Blinken, che ha dichiarato che “l’unità dell’Iraq è l’obiettivo da difendere“. E quando si dice ciò, s’intende NO alla partizione dell’Iraq!

Nasser Kandil 11/07/2014, sintesi di due interventi:
Video di al-Mayadin, MN Kandil è intervistato da Diya Sham e articolo su al-Bina;
Trascrizione e traduzione di Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation.ca

ISIS TerritoryNote:
[1] Il premier israeliano è a favore di un Kurdistan indipendente
[2] Baker-Hamilton Report 2006
[3] Baker-Hamilton/Wikipedia
[4] VIDEO. Raid israeliano in Siria uccide almeno 42 soldati, bilancio incerto
[5] Staffan de Mistura successore di Brahimi come mediatore
[6] Staffan de Mistura/Wikipedia
[7] Bernard Lewis/Wikipedia
[8] L’Iraq deve avere uno Stato unito, secondo Ban Ki-moon
[9] Egitto: Sisi, un referendum nel Kurdistan iracheno sarebbe una “catastrofe”

Nasser Kandil è un ex-deputato libanese ed direttore di TopNews-Nasser-Kandil e del quotidiano libanese al-Bina
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: Nuovo piano di attacco contro Damasco?

Rafiq Nasrallah TV al-Itijah 19/02/2014 – Reseau International
Trascrizione e traduzione di Muna Alno-Naqal
1174903Con il titolo “I capi spioni si riuniscono per discutere della Siria” per la penna di David Ignatius [1], sul Washington Post del 19 febbraio, apprendiamo che i capi dei servizi segreti arabi e occidentali si sono incontrati a Washington, per due giorni di conclave la scorsa settimana, parallelamente alla convocazione della seconda sessione della Conferenza di Ginevra 2 per la pace in Siria… Non c’era che il bel mondo da Turchia, Qatar, Giordania e altre potenze regionali “che sostiene” i terroristi che massacrano la Siria e i siriani, ma che descrive, come si deve, quali “ribelli”! Ciò sotto i buoni auspici del principe Muhammad bin Nayaf, ministro degli Interni saudita, destinato a sostituire il principe Bandar bin Sultan nel coordinare “la politica contro il terrorismo nel regno“, operazione in stretto collegamento con la CIA ed altri servizi segreti occidentali. In breve, è il tentativo di rafforzare la debolezza della cosiddetta “opposizione moderata“, che perde terreno rispetto le forze lealiste e i “combattenti jihadisti vicini ad al-Qaida“. Di qui la necessità di un serio dibattito sull’opportunità di fornire altre armi moderne, come missili antiaerei, che i sauditi possiedono e sarebbero disposti ad inviare, con l’unica condizione di essere sostenuti dall’amministrazione Obama, che sarebbe riluttante…! Secondo Ignatius, è troppo presto per dire se le decisioni del conclave siano puramente “estetiche” o presagiscano cambiamenti reali sul campo di battaglia. In ogni caso, la CIA cerca di organizzare l’addestramento di tali cosiddetti combattenti “moderati”. Così nei campi di addestramento, principalmente in Giordania, da cui escono circa 250 combattenti al mese, più di 1000 combattenti hanno già beneficiato di tale programma… il Paese arabo ha esortato gli Stati Uniti a raddoppiare il numero di reclute, ma le autorità statunitensi vogliono assicurarsi che le “forze ribelli” possano assorbire ulteriori combattenti… Queste le informazioni fornite da Ignatius come “opinioni”. Ma si tratta di una semplice opinione o di certezza? Infatti, fonti attendibili continuano a dire che i Paesi della NATO e loro alleati, in preda alla disperazione, considerano la “soluzione militare”, nonostante ciò che dice John Kerry [2]. Qui riportiamo un’informazione divulgata direttamente da Rafiq Nasrallah, eminente giornalista e direttore del Media Training Center di Beirut, che ha più volte definito la Siria, dall’inizio della cosiddetta primavera araba, “ultimo baluardo contro il caos“[3]. Questo, in un programma televisivo dedicato all’odioso doppio attentato che ha insanguinato, quello stesso giorno, la regione di Bir Hassan [4] di Beirut. [NdT].

[...]
Rafiq Nasrallah: Vorrei cominciare da informazioni di estrema importanza sulla situazione in Siria. Se permettete, vorrei leggere i miei appunti. Spero che i fratelli siriani che mi ascoltano non credano che teorizzo, ed è probabile che le mie informazioni siano già in loro possesso. Comunque, sono molto precise e ruotano intorno a ciò che dovrebbe accadere dal nord della Giordania verso Damasco, argomento di cui ho parlato quasi ogni giorno per tre mesi!

Tawfiq Shuman: a chi interessa la cosa
Rafiq Nasrallah: Per chi è interessato all’argomento.

Tawfiq Shuman: Vada avanti, per favore
Rafiq Nasrallah: RM = Rihab Massud. Attualmente è il vicecapo dell’intelligence saudita dopo esser stato assegnato all’ambasciata (saudita) a Washington. Fu lui che ha seguito l’addestramento di 7000 mercenari che hanno raggiunto gli altri 5000 nel nord della Giordania, dopo essere stati muniti di blindati, già decorati con slogan delle varie brigate d'”opposizione”, per entrare a Damasco!

Tawfiq Shuman: Dalla provincia di Dara?
Rafiq Nasrallah: Sì … Quest’uomo è andato a Riyadh ieri ed ha informato le autorità competenti del momento (dell’attacco)… dell’ora H! Poi si decise che l’attacco avrebbe avuto luogo durante la seconda sessione di Ginevra 2, per porre la delegazione (della Repubblica araba) siriana davanti al fatto compiuto… Attacco che non si è verificato per motivi logistici. Non voglio dire l’ora esatta, anche se le mie informazioni sono molto accurate. Ma devo dire che tale attacco è imminente (termine esatto: l’ora è sul palmo della mano).

Tawfiq Shuman: infatti, ieri o il giorno prima, abbiamo sentito che l'”opposizione” era pronta ad assaltare Damasco.
Rafiq Nasrallah: Attenzione! L’attacco sarà effettuato dal confine sud-occidentale della regione: da Dara, al-Qunaytra e poi dal confine… Più precisamente da Sahm al-Julan e al-Nafia verso la provincia di Qunaytra e, da lì, una deviazione ad est per convergere sul punto dell'”avanzata terrestre” partita da sud-est, da al-Samad e Maniya. Non so se questi nomi siano corretti, perché non conosco la zona.

Tawfiq Shuman: Coloro che sono interessati, lo sapranno!
Rafiq Nasrallah: Sì… questo fino al “corso d’acqua” a est di Damasco, per poi tentare di irrompere nella capitale! In questa fase, chi li attenderà sul terreno? Quali cellule (dormienti)? Che sfrutteranno le riconciliazioni che hanno avuto luogo? Come? Non posso parlarne. Ma tale è la situazione. (I mercenari) hanno veicoli blindati, nuove armi, missili antiaerei, artiglieria, logistica e soprattutto l'”interferenza israeliana”. Infatti, l’apertura dei valichi tra il Golan occupato e la Siria dovrebbe far entrare i feriti da curare (in Israele), e il resto… beh abbiamo assistito al “test” di ieri! [5?]. E’ attraverso queste informazioni che ho voluto affrontare la questione, solo per la storia e la geografia!

Tawfiq Shuman: L’informazione certamente è arrivata… a chi è interessato! Ha detto Rihab Massud?
Rafiq Nasrallah: Sì… Rihab Massud. Non ho avuto queste informazioni da un qualsiasi servizio d’intelligence, ma da fonti specifiche dei Paesi del Golfo. Questo è l’ultimo attacco pianificato su Damasco. Dopo di che, la crisi siriana prenderà una direzione diversa (se l’attacco ha successo o fallisce). Se l’attacco fallisce, ci saranno le elezioni presidenziali… Ora è chiaro che i russi sono consapevoli di ciò, e dovreste puntare il vostro obiettivo sul “perché della tempistica” degli eventi in Ucraina, per distrarli e anche sulle riconciliazioni verificatesi ieri [6]. Si tratta di tempistica!  “Riconciliazioni trappole” di cui ci parlano i media in modo piuttosto ingenuo: un barbuto accanto ad un ufficiale dell’Esercito nazionale siriano! Certo, la riconciliazione è desiderabile per fermare il sangue che scorre, dato che prima o poi, gli inviati ritorneranno al tavolo (delle trattative) e trepideranno prima di apporre le loro firme sui documenti, mentre i martiri saranno morti… come in tutte le guerre!

Tawfiq Shuman: Le riconciliazioni di Babila… infatti, con una barba fino al petto!
Rafiq Nasrallah: Sì… Il tizio è lì come se nulla fosse accaduto, come se tutto fosse normale!

Tawfiq Shuman: E una foto dell’Agence France Presse…
Rafiq Nasrallah: ho detto che la riconciliazione deve avvenire, ma senza offendere i parenti delle vittime il cui sangue non si è ancora asciugato, o il cui corpo non è stato identificato… So che alcuni (siriani) saranno arrabbiati nel sentirmelo dire così. Ma lo dico perché ci tengo a loro!

Note:
[1] Spymasters gather to discuss Syria
[2] John Kerry sur la Syrie: “Il n’y a pas de solution militaire, nous sommes tous d’accord là-dessus”
[3] Syrie: Dernier rempart face au chaos?
[4] Beyrouth: Double attentat suicide contre le Centre culturel iranien
[5]PM Netanyahu Visits IDF Base Treating Wounded from Syria
[6] Photos de la réconciliation à Babillah en banlieue de Damas

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Israele è pronto a ripensare la propria strategia in Siria?

Dmitrij Minin, Strategic Culture Foundation, 02/02/2014
US_buffer_Zones_01_14Il 24 gennaio, un alto ufficiale dell’intelligence militare israeliana ha tenuto una conferenza speciale, in cui ha riferito che vi è la “possibilità” che Israele ripensi la propria strategia sul conflitto siriano. Motivo? Il forte aumento dei militanti di al-Qaida in Siria, che non fanno compromessi quando si tratta d’Israele. Solo due anni fa erano 2000, ma oggi sono arrivati a 30000. Si recano in Siria da Medio Oriente, Europa, America… Israele inizia a comprendere che se Bashar Assad viene rovesciato e l’obiettivo immediato dei militanti realizzato, la creazione di un grande Stato islamico dalla Siria all’Iraq, allora tali forze li attaccheranno duramente. Da qui la necessità d’Israele di cercare di concludere le proprie operazioni su larga scala in Siria, a quanto pare. Secondo gli israeliani, i gruppi islamici in Siria che costituiscono una minaccia per il loro Paese sono:
1. Jabhat al-Nusra. Il 22 gennaio, l’agenzia di sicurezza israeliana Shin Bet ha riferito di aver sventato tre attentati pianificati da tale organizzazione, tra cui far saltare in aria l’ambasciata statunitense a Tel-Aviv e il Centro Congressi di Gerusalemme. I presunti colpevoli erano immigrati provenienti da Turchia e repubbliche del Nord Caucaso.
2. Stato islamico dell’Iraq e del Levante.
3. Ahrar al-Sham. Tale gruppo è alla base del neocostituito Fronte islamico (IF), che gli USA hanno dichiarato gruppo “moderato”. Fonti dell’intelligence israeliane contestano tale valutazione, sottolineando che il leader di Ahrar al-Sham, Abu Qalid al-Suri (vero nome Muhammad Bahayah), ha ammesso di essere membro di al-Qaida. Esperti francesi sono d’accordo osservando che Muhammad Bahayah è coordinatore capo di al-Qaida in Siria, con legami con bin Ladin e stretta conoscenza di al-Zawahiri.
4. Jaysh al-Islam. Tale organizzazione domina la regione di Damasco ed è nota per gli stretti legami con i servizi segreti sauditi e pakistani.
L’esercito israeliano (IDF) valuta diverse opzioni su come affrontare tali gruppi:
a) creare zone-cuscinetto sul lato siriano del confine;
b) attacchi aerei e terrestri contro le concentrazioni di jihadisti alla frontiera;
c) profonde puntate in Siria e Iraq per bloccare l’avanzata delle forze di al-Qaida in Giordania;
d) omicidi mirati dei comandanti di al-Qaida;
e) impedire che le forze jihadiste occupino aree in Siria che potrebbero essere utilizzate come trampolini per attaccare Israele.
Allo stesso tempo però gli strateghi israeliani prevedono di considerare con attenzione tutti i “pro e i contro” nel combattere al-Qaida in Siria, tenendo presente che una tale campagna militare  allenterebbe la pressione sul regime di Assad e i suoi alleati Iran e Hezbollah, cosa che Israele ovviamente non vuole che accada. Ma a un certo punto sarà costretto a scegliere cosa sia più importante, la vera sicurezza o i miti della propria propaganda. Parlando alla conferenza annuale dell’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale, “Le sfide alla sicurezza del 21° secolo”, il ministro della Difesa israeliano Moshe Yaalon ha dichiarato che gli Stati Uniti incontrano molti ostacoli nella regione cercando di ridurre presenza e intervento. Allo stesso tempo, crede che la partizione della Siria in più parti sia una realtà incombente, il che significa che Israele ha bisogno di prepararsi a una situazione in cui le “linee rosse” saranno attraversate, come “un attacco contro Israele o il trasferimento/uso di armi chimiche” che, secondo Yaalon, potrebbero alterare la posizione d’Israele riguardo al “non intervento” in ciò che accade in Siria. Il notevole concentramento militare d’Israele al confine con la Siria è stato già dichiarato. L’ufficio stampa delle IDF ha annunciato ufficialmente l’attivazione di una nuova divisione territoriale conosciuta come divisione Basan, dal nome antico del Golan, in cui la divisione sarà di stanza. La divisione sarà guidata dal generale di brigata Ofek Buchris, ex-comandante della brigata Golani e della 366.ma divisione della riserva, conosciuta come divisione Netiv Ha-Esh. La 36.ma divisione corazzata Gaash delle IDF, che oltre a svolgere missioni di combattimento è una divisione territoriale del Golan, rimarrà nello stesso luogo, ma diverrà una riserva dello Stato Maggiore Generale. Tale divisione include la brigata di fanteria Golan”, le brigate corazzate Saar me-Golan e Barak, e il reggimento d’artiglieria “olan.
Il 28 gennaio, commentando la notizia sul rinnovo delle forniture di armi USA ai ribelli siriani, il sito d’intelligence militare israeliano DEBKAfile riferiva, questa volta, l’intenzione di realizzare il piano concordato con Tel-Aviv per creare due zone cuscinetto al confine tra Israele e Siria. Gli Stati Uniti inoltre sono presumibilmente convinti dell’inutilità di cercare di alterare l’equilibrio delle forze nel conflitto siriano in proprio favore, e sono pronti a limitarsi a proteggere gli ultimi alleati affidabili nella regione. Il piano prevede di creare le zone in Siria, sufficientemente vicino Damasco. Secondo quanto riferito da Reuters, alti ufficiali delle agenzie d’intelligence statunitensi ed europee hanno confermato che un piano approvato dal Congresso degli Stati Uniti per il finanziamento delle forniture di armi ai gruppi ribelli in Siria, contiene articoli segreti che non tutti i membri del Congresso conoscono. Armi e munizioni, tra cui missili e granate anticarro, arriveranno  in Siria dalla Giordania. Inoltre, gli Stati Uniti hanno anche intenzione di fornire alla cosiddetta opposizione moderata varie attrezzature, tra cui attrezzature moderne per la visione notturna e le comunicazioni. Di fronte a ciò, tuttavia, vi sono seri dubbi sulle possibilità della “nuova strategia” di USA e Israele. Per cominciare, è sbagliata la falsa speranza che ci siano forze leali all’occidente che possano  posizionarsi al confine tra Israele e Giordania, come Esercito del Libano meridionale maronita del 20.mo secolo. Trovare “guardie di frontiera” del genere in Siria è estremamente difficile. L’intera regione delle alture del Golan, sul lato siriano, è dominata dai jihadisti anti-israeliani di Jabhat al-Nusra. Per molti aspetti, questi sono stati sostenuti da Israele stesso, da tempo ossessionato dall’idea di rovesciare Bashar Assad a qualunque costo. Va notato che dall’inizio della crisi siriana, più di 800 militanti, di cui 28 capi, sono stati curati negli ospedali israeliani, tra cui il Rambam Medical Center di Haifa, dove i vertici venivano curati. Quanto siano esattamente “democratici” coloro che provengono da tali ambiti al-qaidasti, tuttavia non è chiaro. Il quadro è più variegato sul lato giordano, ma è anche qui difficile che i ribelli vogliano divenire per sempre dei “coloni militari”. Tutti ricordano il destino dell’esercito fantoccio del sud libanese, i cui soldati furono costretti ad abbandonare la Patria con le loro famiglie per vegetare in Israele senza diritti. Infatti, se gli islamisti conquistassero il resto della Siria, sacche come queste verrebbero schiacciate in poche ore.
Adesso s’è capito che nessuna delle varie strategie in Siria può risolversi senza il coinvolgimento di Bashar Assad quale maggiore figura di Damaso e presidente del Paese. Il governo siriano non ha bisogno di alcuna intrusione esterna contro i suoi nemici, supportati dagli “improvvisamente illuminati” stessi strateghi occidentali ed israeliani. È necessario qualcos’altro, e cioè che gli Stati Uniti e i loro alleati smettano qualsiasi inferenza negli affari della Siria. Damasco si occuperà della ribellione con una sola mano. Così sarà più conveniente e ne risulteranno meno vittime.

La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Da Fallujah 2004 a Fallujah 2014, lo spettacolo della follia

Dedefensa, 5 gennaio 2014

1098363Così inizia il 2014… dopo quasi dieci anni, difatti da aprile e novembre 2004, due date segnate da provocazioni, ignoranza, errori grossolani, massacri freddamente perpetrati con l’uso di armi ad alta tecnologia, utilizzando i famosi, per gli effetti biologici a lungo termine, proiettili all’uranio impoverito del cannone a sei canne da 30 millimetri GAU-8A del velivolo da supporto aereo dell’USAF A-10A Thunderbolt II, le forze USA avevano finalmente investito la città irachena di Fallujah il cui controllo sfuggiva, come in gran parte dell’Iraq, dove il terrorismo straniero giunse a dare una mano alle fazioni sunnite e sciite unitesi contro il nemico americanista. Il comandante dei Marines, che guidò l’assalto finale su Fallujah nel novembre 2004, dopo spregevoli e sanguinosi stalli, faceva irresistibilmente pensare a John Wayne, l’attore che fu il miglior soldato nella storia di celluloide di Hollywood, evitando anche d’impegnarsi nella vera guerra del Pacifico, per non privare gli studios e la narrativa americanista di una buona rappresentazione del soldato ideale. (Per John Wayne a Fallujah vedasi 22 dicembre 2004). Fallujah fu così il primo simbolo del caos furioso e dell’inganno sanguinario e crudele che fu l’intervento statunitense in Iraq, nell’ambito del piano generale per trascinare il mondo nell’entropia favorita dalla nostra controciviltà e usata dagli ansiosi ascari del blocco BAO. Così, quasi un decennio dopo, Fallujah viene “ripresa”, “ripresa” dalle mani degli “infedeli”, sembrando da accertare se qualcuno sia più o meno “infedele” rispetto a qualcuno altro. Come fu nel 2004, la città di Fallujah diventa nel 2014 un punto strategico e simbolico nel sistema mediatico, in cui il caos appare nella sua fase finale. Nel frattempo, cioè tra il 2004 e il 2014, il caos è aumentato notevolmente, come doveva. La “ripresa di Fallujah” nel 2014 sembra quasi la “solita” notizia del fine settimana, con vari e squallidi dettagli sul destino delle forze irachene nella città. Un simbolismo che illumina gli avvenimenti degli ultimi giorni. Operativamente, c’è un’altra città irachena, Ramadi, vicino al confine siriano, investita da al-Qaida e da altro, oggetto del tentativo di riconquista da parte dell’esercito iracheno (vedi Guardian, 6 gennaio 2014). Il segretario di Stato John Kerry, che cerca ostinatamente di organizzare qualcosa tra gli israeliani e i palestinesi, ci parla della sua preoccupazione su qualcosa che evoca senza dubbio  barbarie: “Siamo molto, molto preoccupati per l’attività di al-Qaida e dello Stato islamico dell’Iraq e nel Levante, tutto ciò che è affiliato con al-Qaida, che cercano di affermare la loro autorità non solo in Iraq, ma anche in Siria. Questi sono i più pericolosi attori della regione. La loro barbarie contro i civili a Falluja, Ramadi e contro le forze di sicurezza irachene appare a tutto il mondo“.
Questo primo fine settimana del 2014 è stato, quindi, il momento di varie notizie dal calderone esplosivo del Medio Oriente, soprattutto riguardo l’asse Iraq-Siria-Libano, con diversi altri attori dei dintorni (Israele, Iran, Arabia Saudita, Stati Uniti ovviamente, Turchia con i suoi problemi interni, ecc.). Questa è l’occasione per osservare la situazione in Iraq, dal punto di vista del caos in gran parte sul punto di competere con il caos furioso e crudele in Siria, avviando ancora il ciclo delle responsabilità fondamentali del caos attuale: missione compiuta da questo punto di vista, e l’occidente è diventato il blocco BAO che esporta perfettamente il proprio caos, ma che non fa nient’altro che dimostrare la propria impotenza e subirne dal 2008 gli effetti riverberati e moltiplicati in modo regolare. Il 2013 è stato per l’Iraq, per numero di morti nelle violenze politiche, il peggiore dal 2007, con più di 10000 decessi (Antiwar.com, 2 gennaio 2014.) In Siria, i ribelli che combattono (Antiwar.com, 4 gennaio 2014)) si accusano a vicenda di servire segretamente il regime siriano di Bashar al-Assad. Il leader di un gruppo di al-Qaida e cittadino saudita, arrestato in Libano per l’attentato contro l’ambasciata dell’Iran, è morto il giorno dopo in carcere, ovviamente in circostanze sospette. L’acronimo di al-Qaida ed altro, che ora sbuca dal caso libico e si chiama AQIM, o al-Qaida nel Maghreb islamico, è un nuovo fattore introdotto nel circuito del sistema mediatico che ingrossa questo dossier sfuggente. Ora abbiamo AQI (“al-Qaida in Iraq“), abbiamo anche il SIIS, Stato islamico dell’Iraq e della Siria, abbiamo continui ed esaltanti nuovi progetti di califfati islamici, con la continua rappresentazione sempre più evidente dell’Arabia Saudita quale Stato-canaglia, nella strana trasmutazione di un Paese straordinariamente immobile e prudentissimo, come era noto negli anni ’70. Il caos è tra noi perché noi siamo il caos.
Forse l’osservazione più significativa proviene dal sito DEBKAfiles, le cui connotazioni ci sono note (13 febbraio 2012). Il 5 gennaio 2014, DEBKAfiles descrive a suo modo il turbine degli eventi in corso… “Tutti questi eventi si concetrano su al-Qaida in Iraq, al-Qaida in Siria e le brigate Abdullah Azzam che si riuniscono per una potente offensiva volta ad occupare punti d’appoggio in una vasta fascia di territorio mediorientale, lungo la linea che corre tra tre capitali arabe, Baghdad, Damasco e Beirut. Al-Qaida diventa il coltello sunnita che taglia l’asse sciita che collega Teheran a Damasco ed Hezbollah libanese a Beirut. Le nostre fonti militari dicono che una grande escalation di scontri violenti si prepara a breve termine in Iraq, Siria e Libano e non si fermerà lì. Può anche debordare in Israele e Giordania..” … Senza dubbio, il commento più interessante di DEBKAfiles nel suo testo, a cui vogliamo arrivare, riguarda la posizione d’Israele in questa tempesta di cui nessuno conosce davvero il significato, vorticoso e confuso, che si sviluppa come un fuoco fatuo… Israele è allo sbando, non sapendo chi sia il nemico, non perché questo nemico è segreto e introvabile, ma perché ce ne sono troppi che lo sono, che potrebbero esserlo, che non potrebbero esserlo più. Quindi, con tale commento apprendiamo, senza sorpresa, che “Israele trova sempre più difficile determinare chi sono i suoi amici… e chi sono i suoi nemici.” “Israele si ritrova preso tra due forze ugualmente ostili e pericolose, entrambi radicali e che godono di potenti sostegni. Da un lato, l’amministrazione Obama è desiderosa di continuare il riavvicinamento degli Stati Uniti con l’Iran, al punto di consentire al brutale Bashar Assad di rimanere al potere. Dall’altro, l’ex-alleata degli Stati Uniti, l’Arabia Saudita, è disposta a sostenere gli islamisti vicini ad al-Qaida, come forza sunnita in Iraq e loro controparti in Libano, per poter sabotare le attuali politiche di Washington. In tali circostanze, Israele trova sempre più difficoltà a determinare gli amici in Medio Oriente, ed anche a trovare i nemici.”
2004-2014, in effetti Fallujah come simbolo del caos e della spirale infinita generata dal caos, poiché in questo caso si ritorna al punto di partenza, e il disordine israeliano è il simbolo simbolico, l’entità che ha manipolato tutti, demonizzato tutto, radicalizzato tutti, si ritrova intrappolata in questo strano compito: in tale vortice di aggressori e di ritorsione delle vittime aggredite, chi sono i miei amici e chi i miei nemici? La straordinaria accumulazione di mezzi produttori di violenza e tattiche di disintegrazione perseguita dal blocco BAO con una strategia caratterizzata dal vuoto siderale, il nulla quasi impeccabile, questa strana combinazione che si adatta sia all’automatismo  del Sistema attraverso la formula DD&E, ma che necessariamente si volge contro il sistema secondo la formula classica del percorso più breve della superpotenza verso l’autodistruzione, che inizia ad avere i suoi notevoli e spettacolari effetti in Medio Oriente, la zona ritenuta più sensibile e più delicata del pianeta. “Il lavoro” svolto dal blocco BAO nel periodo 2001-2004, dalla falange eroica della coppia Bush-Blair che comprendeva Netanyahu e le sue ossessioni, le incertezze della rock-star BHO (Obama), il nostro presidente peracottaro e i suoi audaci notai di  provincia che scoprono il mondo, “opera” che sembra soddisfare tutte le aspettative che potevamo avere. Il caos si diffonde come i corsi d’acqua sotterranei continui e dalla sporadica visibilità propria, con certezze e alleanze reciproche disperse in un brodo indecifrabile; il caos divenuto una sorta di “espressione spontanea” del multiculturalismo e dell’entropia individuale che riduce il passato e il futuro in un racconto, in voga nei nostri programmi scolastici e nelle nostre gallerie di “arte contemporanea”. Il mondo inizia a trasmutare con notevole puntualità e con una velocità non meno notevole, in una sorta di caotica Torre di Babele, dove i pavimenti sono capovolti e le rampe di scale discendono, il basso verso l’alto con le fondamenta proiettate verso il cielo.
Fortunatamente, le tribù del blocco BAO rientrano dalle “vacanze” con le loro dirigenze politiche desiderose di avere il sopravvento sulle emergenze del momento. Il ministro degli Interni quindi si occupa di una priorità come l'”affare Dieudonné”, mentre il Ministro degli Esteri s’informa se Bashar è ancora stretto alla sua presidenza screditata, per sapere se può cominciare a prendere in considerazione la celebrazione di una nuova era in Medio Oriente, se  può davvero farlo, come previsto dal dirittumanitarismo, dal postmodernismo o dal post-postmodernismo. Il Senato degli Stati Uniti cerca di riunirsi sotto la ferula dell’AIPAC per rispondere subito: imporre nuove sanzioni all’Iran e al pressante pericolo mondiale del programma nucleare di questo Paese. Il termine “danzare sul vulcano” non ha ragione di essere: certo The Independent afferma (6 gennaio 2014) che il rischio di eruzione del super-vulcano che sonnecchia sotto la strana bellezza del Parco Nazionale di Yellowstone nel Wyoming, è più grande di quanto pensassimo, ma in realtà nessuno, tranne gli sciocchi che hanno scelto il ballo di San Vito (è vero, ce ne sono molti), avrebbe voglia di ballare. In un modo che potrebbe sembrare rassicurante per l’automatismo dei pensieri, il solito pronostico che accompagna il nostro nuovo 2014 quale estensione del 1914 (2 gennaio 2014) s’incontra il 6 gennaio 2014 su The Independent. La professoressa Margaret MacMillan, dell’Università di Cambridge, scrive in un articolo per Foreign Affairs… “Ora, come allora, la marcia della globalizzazione ci ha cullati in un falso senso di sicurezza. Il 100° anniversario del 1914 dovrebbe farci nuovamente riflettere sulla nostra vulnerabilità agli errori umani, a catastrofi improvvise e al puro caso. Invece di cavarsela da una crisi all’altra, ora è il momento di ripensare alle terribili lezioni di un secolo fa, nella speranza che i nostri leader, con il nostro incoraggiamento, pensino come poter collaborare per costruire un ordine internazionale stabile.” …Lasciandoci sognare sul “senso fuorviante di sicurezza” in cui abbiamo confinato la globalizzazione. Queste persone sentono davvero tale “senso fuorviante della sicurezza” dall’11 settembre, dall’Iraq, da Fallujah 2004 a Fallujah 2014, dallo tsunami e dalla distruzione del mondo in turbo-ritmo, dalle banche nel 2008, da… da…? Forse dovremmo disilluderci prima di lasciarci ballare. Il Titanic s’inclina e potrebbe affondare.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’alleanza militare tra Israele e Arabia Saudita contro l’Iran

Nikolaj Bobkin Strategic Culture Foundation 24/10/2013

syriaIl ministero della difesa dell’Arabia Saudita ha piazzato negli Stati Uniti un ordine per la fornitura di avanzati missili da crociera e bombe per aereo per complessivi 6,8 miliardi di dollari. Si prevede che il contratto sarà firmato entro un mese dall’approvazione al Congresso della richiesta. Secondo il parere della Defense Security Cooperation Agency del Pentagono (DSCA), l’invio delle armi non cambierà l’equilibrio militare regionale e non porrà una minaccia agli Stati vicini. Ma è vero? Ora, quando Israele e Arabia Saudita discutono la possibilità di un’alleanza militare contro l’Iran, questo accordo sembra rafforzare l’alleanza militare arabo-israeliana, la cui probabile creazione appare sempre più realistica…
Tel Aviv e Riyad percepiscono il rifiuto degli Stati Uniti di attaccare la Siria e i primi passi del presidente Obama verso la normalizzazione delle relazioni con Teheran, come l’inizio di una nuova tappa della Casa Bianca nella trasformazione della struttura geopolitica del Medio Oriente. La famiglia reale saudita, scontenta dal corso di Obama, ha risposto a Washington asimmetricamente, sfidando le Nazioni Unite. Il Regno di Arabia Saudita (KSA) è il primo Stato a rifiutare un seggio nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, lamentando le attività del Consiglio. Riyadh è dispiaciuta che Bashar al-Asad sia ancora al potere, che non ci sia stato alcun successo nella risoluzione del conflitto israelo-palestinese e inoltre, a parere dei diplomatici sauditi, l’ONU non ha fatto abbastanza sforzi per fare del Medio Oriente una zona libera dalle armi di distruzione di massa (un riferimento al programma nucleare iraniano). Il ministero degli Esteri russo ha definito l’iniziativa saudita ‘strana’. E’ abbastanza ovvio che i rimproveri contro il Consiglio di sicurezza nel contesto della crisi siriana, abbiano un orientamento anti-russo. In precedenza Russia e Cina per tre volte hanno bloccato le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza per inasprire le sanzioni contro la Siria. I membri arabi delle Nazioni Unite non nascondono la loro perplessità sul rifiuto dell’Arabia Saudita di questo onore, e sollecitano Riad a riconsiderarlo, almeno per fornire al mondo arabo una rappresentanza nel Consiglio di Sicurezza. I leader sauditi, tuttavia, sostengono che “modalità,  meccanismi d’azione e i doppi standard esistenti nel Consiglio di sicurezza gli impediscono di svolgere le proprie funzioni e di assumersi le responsabilità nel preservare la pace e la sicurezza internazionale, come richiesto”. Questa è la reazione della monarchia all’ONU che non agisce in base alle pretese dell’Arabia Saudita per un intervento nel conflitto siriano e una risoluzione del problema nucleare iraniano con la forza militare. Riad ha più di una volta dichiarato la pretesa di dominare la regione del Medio Oriente. Ora si è giunti al punto in cui, nei giorni del braccio di ferro siriano, il governo saudita ha proposto a Barack Obama di pagare gli Stati Uniti per l’azione militare contro la Siria, come se stessero parlando dei servizi di un sicario. Il rifiuto della Casa Bianca di prendere misure militari contro il governo siriano ha profondamente deluso gli sceicchi arabi. Washington è stata criticata per la sua incapacità di attuare le proprie minacce.
L’insoddisfazione per la politica di Obama è stata resa ancora più chiara dalle valutazioni saudite sui primi segnali di un disgelo nelle relazioni irano-statunitensi. Riad è giunta alla conclusione che Stati Uniti e Iran progettano segretamente un’alleanza strategica volta a indebolire l’influenza saudita. Non c’è nulla di inaspettato nel fatto che il riavvicinamento con l’Iran possa servire agli interessi regionali degli USA. Gli stessi statunitensi credono che controllare il Medio Oriente, facendo in modo che nessun Paese possa diventarne il leader militare assoluto e rivendicare il ruolo di superpotenza regionale, sia vantaggioso per gli Stati Uniti, e un classico modo per raggiungere questo obiettivo dell’equilibrio di potere, sia mantenere una costante tensione nei rapporti tra Stati rivali, in questo caso Arabia Saudita e Iran. Molti anni di orientamento unilaterale verso l’Arabia Saudita, nel mondo islamico, hanno portato gli Stati Uniti a perdere influenza tra gli sciiti, mentre l’Islam sunnita, sotto l’influenza saudita, ha preso un corso anti-statunitense. Non solo Riad finanzia l’aggressione straniera in Siria, ma l’intelligence saudita sostiene i gruppi terroristi sunniti  dall’Algeria al Pakistan, tra cui il movimento talib che combatte contro gli statunitensi in Afghanistan. L’amicizia incondizionata con Riad è diventata ulteriormente pericolosa per gli Stati Uniti, e la congettura che la politica estera di Washington cerchi al più presto di smettere di servire gli interessi dell’Arabia Saudita appare sempre più giustificata.
Naturalmente, un riavvicinamento tra Washington e Teheran non fornisce alcuna garanzia che la posizione degli Stati Uniti nel mondo sciita diventi sostanzialmente più forte, ma esiste la possibilità che il sentimento anti-statunitense in numerosi Paesi del ‘Grande Medio Oriente’, come Iraq, Libano, Siria, Bahrein e Afghanistan, si riduca. Inoltre, l”azzeramento’ dei rapporti con l’Iran permetterebbe agli Stati Uniti di evitare il rischio di essere trascinati in una guerra per proteggere l’Arabia Saudita, attraverso gli obblighi dell’alleanza. Tuttavia, Washington consente ancora la possibilità della ‘chiusura’ con la forza del dossier nucleare iraniano tramite attacchi contro i siti delle infrastrutture nucleari iraniane. Israele insiste categoricamente su questo scenario, e neanche l’Arabia Saudita nasconde il suo interesse per la distruzione dei siti nucleari dell’IRI. Tel Aviv ha dichiarato di essere pronta a condurre un’operazione indipendente contro l’IRI. Effettuare gli attacchi contro l’Iran dal territorio della KSA è una delle principali opzioni considerate dai militari israeliani. Oltre all’inimicizia verso l’Iran, Israele e Arabia Saudita condividono il comune obiettivo di rovesciare il regime in Siria, Tel Aviv e Riad sono unite nel sostegno al governo militare in Egitto e hanno anche trovato un terreno comune riguardo l’inaccettabilità dell’avanzata del ruolo geopolitico della loro comune rivale, la Turchia. Le informazioni su negoziati segreti tra Israele e Arabia Saudita non fanno più sensazione da anni. Nonostante i piani degli Stati Uniti, il mondo potrebbe testimoniare la comparsa di una apparentemente improbabile alleanza saudita-israeliana che rivendichi il ruolo di ‘superpotenza collettiva’ della regione. Questo autunno ha portato il caos generale nei ranghi degli alleati degli USA. I piani per l’azione militare degli Stati Uniti in Siria non sono stati sostenuti dal suo più fedele alleato, la Gran Bretagna, la maggior parte dei Pesi della NATO ha rifiutato di prendere parte a tale operazione, i leader di molti altri Paesi alleati si sono limitati alla solidarietà con il presidente Obama, e i vecchi partner mediorientali agiscono in modo indipendente sul tema della guerra all’Iran.
Gli esempi di azione indipendente israeliana sono numerosi. Oltre un quarto di secolo fa, nel 1981, Israele distrusse il reattore nucleare iracheno di Osiraq, poco prima della sua attivazione. L’amministrazione Reagan aveva ufficialmente condannato l’attacco, al momento, ma gli israeliani la considerano una delle loro operazioni militari di maggior successo. Nel 2007 Israele effettuò degli attacchi aerei contro il presunto reattore di al-Qibar, che i siriani stavano costruendo nella zona desertica orientale del Paese e di cui l’AIEA presumibilmente non sapeva, al fine di dimostrare la propria volontà di distruggere i siti nucleari iniziati nei Paesi vicini. A quel tempo l’amministrazione Bush era divisa nella valutazione di quell’attacco, ma molti alti politici degli Stati Uniti ritennnero che il raid fosse prematuro. Nel maggio di quest’anno, Israele aveva effettuato un attacco contro l’aeroporto di Damasco, così come contro diverse basi missilistiche in Siria. Il vero obiettivo dei raid aerei israeliani contro i siti militari siriani era verificare la possibilità di sorvolare  il Paese arabo per attaccare i siti nucleari iraniani. Tel Aviv conduce tali prove per iniziare una guerra senza badare alla reazione della comunità globale. L’ONU non ha reagito adeguatamente neanche una volta alle recenti azioni militari israeliane in Siria. L’Arabia Saudita, a differenza di Israele, per la prima volta ora appare pubblicamente quale sovvertitore dell’autorità delle Nazioni Unite, ma la famiglia reale si preparava ad iniziare questo cammino pericoloso da molti anni, legando strettamente le sue attività in politica estera al sostegno alle organizzazioni terroristiche internazionali. Nessuno parla dei principi morali della diplomazia saudita, quindi l’Arabia Saudita accetta di fornire agli israeliani un corridoio militare, che sarà considerato sostegno diretto agli attacchi contro l’Iran, anche ospitando temporaneamente aeromobili nelle basi aeree saudite. Aerei da trasporto delle forze aeree israeliane sono già stati visti in Arabia Saudita a scaricare munizioni, che nel caso di una guerra con l’Iran sarà conveniente avere proprio lì. E sarebbe ancora meglio per Israele se l’esercito saudita comprasse i missili da crociera e le bombe per questi scopi, spediti dagli stessi Stati Uniti. Questo è il motivo principale per la nuova spesa da quasi 7 miliardi di dollari del dipartimento della Difesa saudita. Il 90% dei rifornimenti sono munizioni per aerei da combattimento di costruzione statunitensi, dello stesso standard delle forze aeree di Israele e Arabia Saudita. Con l’approvazione di questo contratto, il Congresso degli Stati Uniti darà il via libera ai pericolosi piani di Tel Aviv e Riyad, e le truppe statunitensi nel Golfo Persico saranno trascinate nel pericoloso piano dei due alleati fuori controllo.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Likud sionista verso la sconfitta totale

Jim Dean New Oriental Outlook, 06.10.2013

E per quanto riguarda chi è interessato agli ebrei che controllano l’America, vedano le cose in questo modo. Se non è vero, non c’è niente di cui preoccuparsi. Se è vero, è meglio, sarebbe molto bello per noi“, Aaron Breitbart, Simon Wiesenthal Center, Los Angeles

Campaign-2012-Obama-Netanyahu-20120302Io, Io… che differenza può fare una telefonata. Ovviamente nessuno si aspettava che in Israele, da venerdì sera, i likudnik si agitassero in preda al panico. Avevano schierato tutta la loro intelligence per convertire il mancato intervento degli Stati Uniti contro la Siria in un prepotente soprassalto dello spauracchio sul programma nucleare iraniano. Ma l’AIPAC s’è schiantato e bruciato di nuovo. Netanyahu ha preso in giro se stesso di fronte alle Nazioni Unite, ancora una volta, cosa che tutti sanno non imbarazzarlo affatto, e sembra neppure gli israeliani. Bibi è su una nave che affonda per la sua scommessa sulla minaccia dell’Iran, perché un numero crescente di Paesi occidentali ha pubblicamente annunciato, uno per uno, di essere disposti a migliorare le relazioni con l’Iran. Ci sono stati due eventi chiave che hanno contribuito a chiarire il percorso della telefonata della svolta. L’Unione europea ha messo il suo prestigio nella lista dei singoli Paesi che migliorano le relazioni con l’Iran. Poi c’è stato il vertice alle Nazioni Unite con il gruppo P5 +1, che ha generato commenti sulla stampa molto promettenti riguardo “la risoluzione di tutte le questioni in sospeso“, per la prossima riunione di ottobre.
Le pretese della stampa statunitense hanno accreditato Obama sull’iniziativa della telefonata a Ruhani, potendo così testarne la ricezione al suo ritorno a casa, in Iran. Nel settore delle PR lo si chiama ‘messa in scena’. Ma Obama in realtà segue, e non guida. Tutte le aperture pubbliche degli altri Paesi all’Iran hanno preparato il terreno ad Obama, per poter dare a Bibi la cattiva notizia… che la bufala della minaccia nucleare dell’Iran è un cane morto. E’ giunto il momento per il mondo di andare avanti. Bibi corre a Washington per vedere Obama, lunedì. Ha anche ordinato a tutto il suo governo di imbavagliarsi, nessuno doveva commentare pubblicamente sui media ciò che dimostra la storica telefonata. Come affermato da una fonte anonima israeliana, “Netanyahu teme che si dirigano verso un pessimo accordo con l’Iran, e se è così, preferisce non ci sia alcun accordo“, ha detto la fonte. Vorrei chiedere al torbido Netanyahu, di quale accordo sta parlando. Hanno solo accettato di parlare. Ogni accordo è ovviamente ancora in ipotesi, per ora. L’Iran è già inciampato scioccamente nella pretesa che le sanzioni siano eliminate prima di iniziare la trattativa, un grande e inutile errore da parte sua. Quello che penso di Bibi, ma non vorrei dire, è che lui e i suoi estremisti del Likud vedono che la possibilità che l’esercito e il denaro dei contribuenti statunitensi siano usati  per eliminare un avversario dei sionista, stia sparendo. I Primi ministri israeliani, a lungo, hanno venduto al pubblico israeliano la loro capacità di avere l’aiuto militare e il sostegno dei contribuenti statunitensi. Le armi di distruzione di massa d’Israele rendono gli aiuti degli Stati Uniti tecnicamente illegali, ma questi continuano a mostrare che ‘una correzione’ stia ancora consolidando le proprie competenze in politica estera. Gli israeliani vedono i loro capi come se manipolassero la politica statunitense. Se ne sono anche vantati pubblicamente. Ho il sospetto che Bibi arriverà a Washington con un piano in due parti. Cercherà di far deragliare qualsiasi normalizzazione degli Stati Uniti con l’Iran, forse minacciando qualcosa come costruire altri 5000 nuovi insediamenti in Cisgiordania. Oppure potrebbe cercare di estorcere la promessa di ottenere armi nucleari statunitensi di quarta o addirittura quinta generazione, in sostituzione delle ADM che gli israeliani hanno già, come premio di consolazione.
I sionisti radicali non possono immaginare un mondo in cui non hanno una crescente forza d’attacco nucleare. E per averla, devono tirare fuori questi spauracchi fasulli, per nascondere il fatto che hanno già queste armi offensive. I babbei hanno anche testato i loro nuovi missili balistici a lungo raggio, proprio nel bel mezzo del dramma del minacciato attacco alla Siria. E poi hanno testato due missili lanciati dai sottomarini. Penso che Netanyahu senta che il vento stia cambiando, che senza una qualche minaccia esterna artificiale, non vi sia alcuna reale necessità per Israele di tenersi il suo non dichiarato arsenale di ADM. Ciò significa che è a un passo dal sentirsi chiedere di consegnare quello che ha, nell’ambito di un piano di pace regionale. Rifiuterà, naturalmente, aprendo le porte alle sanzioni, che il mondo intero sosterrebbe subito. Chi lo meriterebbe più dei sionisti? La Lega araba già appoggia questo desiderato ‘Medio Oriente libero dalle ADM’, e l’unica cosa che ha protetto Israele in tutti questi anni, è la corruzione della politica statunitense. Per avere i finanziamenti politici ebraici, nel cuore della campagna elettorale, tutti i candidati hanno dovuto giurare fedeltà alla supremazia militare totale d’Israele su tutta la regione. Questo assegno in bianco a sostegno della politica israeliana, è stato un fallimento totale e causa di tanta miseria e distruzione in Medio Oriente, solo così i politici statunitensi potevano contare sui contanti ebraici per la loro campagna. Tutti coloro che l’hanno fatto, violavano il loro giuramento, mettendo a rischio la sicurezza nazionale statunitense per un piccolo Paese mediorientale di nessuna importanza strategica.
Proprio nel bel mezzo di tutto questo, Israele ha chiesto un grosso aumento supplementare in aiuti militari statunitensi. Caspita, sembra che vogliano che gli USA gli comprino i loro ICBM, proprio quando affrontiamo la chiusura per il tetto del debito. Gli statunitensi sono sempre al passo con il registratore di cassa d’Israele. Il fascino politico dell’offensiva iraniana continua ad essere sempre più pressante, alle sessioni delle Nazioni Unite. Il ministro degli Esteri Zarif ha fatto centro rispondendo agli insulti da quattro soldi di Netanyahu sui tentativi dell’Iran per una riconciliazione. “L’offensiva del sorriso è assai meglio dell’offensiva della menzogna. Netanyahu e i suoi pari hanno detto, fin dal 1991… che l’Iran è a sei mesi dall’avere un ordigno nucleare. E sono passati quanti anni, 22? E ancora dicono che siamo a sei mesi dalle armi nucleari”. Caro Bibi, Zarif se ne fa beffe delle tue sparate, e il notiziario domenicale della ABC, pure. Sento cambiare il vento, Bibi, e penso che anche tu lo senti. Volevo controllare ciò che gli agenti dello spionaggio israeliano faranno, di lavoro straordinario la domenica. Ciò di solito comporta tirar fuori i media e think tank da loro controllati e far spargere materiale, già preparato da qualche ‘esperto’, con un documento importante o qualche intervista televisiva. Non ho avuto bisogno di aspettare molto.
Il Los Angeles Times, la Tel Aviv sul Pacifico, aveva un articolo di Paul Richter. La mia scommessa era che i sionisti avrebbero preteso il divieto totale di qualsiasi attività nucleare dell’Iran, quale unico modo con cui il mondo potrebbe essere messo al sicuro da un Paese, che non ha attaccato nessuno in 1000 anni. Avevo ragione. Mark Dubowitz della pro-sanzioni Fondazione per la Difesa delle Democrazie, pigolava che il diritto al riprocessamento dell’Iran previsto dal TNP, sia in qualche modo oggetto di soggetti estranei, come il desiderio d’Israele di annullarlo. La FDD è uno dei più grandi think tank neocon filo-israeliani che abbiamo, con personaggi famosi come l’ex-direttore della CIA James Woolsey, che vuole che Jonathan Pollard sia rilasciato quando lui e gli israeliani hanno ucciso più persone di qualsiasi uomo della CIA, nella storia. Woolsey deve essere considerato un traditore della fedele comunità dell’intelligence, che vorrebbe vederlo con Pollard a condividere la cella. L’intelligence israeliana spesso s’infiltra in questi grandi gruppi di riflessione, a fini di controllo, perché vi sono pezzi da novanta, come ex-politici e capi dipartimento, quale Loui Freeh dell’FBI, rendendo difficile investigare, se non impossibile… questo è il punto. La FDD è una copertura per le aggressive operazioni di cambiamento di regime all’estero, e sembra rappresentare una varietà di benefattori, anche degli interessi stranieri. Per esempio, sosterebbe il terrorismo di al-Qaida in Siria senza battere ciglio. Dovrebbe cambiare il nome in Fondazione per la democrazia del terrorismo. Altri articoli del LA Times affermano che qualsiasi ritrattamento nucleare iraniano serva solo a poter continuare a nascondere gli impianti per costruire la bomba. La bufala è stata smascherata da secoli da chi segue le procedure di ispezione. Queste élite dei media e dell’impostura, dimenticano che noi contadini sappiamo leggere.
L’AIEA ha confermato con i suoi controlli che non un grammo di materiale nucleare iraniano è andato disperso. Non è una novità per noi di Veterans Today, come per il nostro esperto nucleare Clinton Bastin, per 40 anni al dipartimento di Energia, che sa come come tutti i depositi siano sotto costante monitoraggio e siano in grado di rilevare qualsiasi deviazione quasi in tempo reale. Abbiamo anche altre fonti che confermano che le strutture segrete per la bomba sono un’altra beffa, con la nostra tecnologia satellitare che rileva il ritrattamento… ovunque, e potendolo fare da molto tempo. Non posso dire come o mi sparerebbero, e preferirei continuare a scrivere queste righe per voi. La gente sa in fondo che la minaccia nucleare dell’Iran è solo una grande operazione psicologica truffaldina, fin dall’inizio. E’ stata utilizzata per preparare i cittadini ad accordare fiducia a un futuro attacco all’Iran, quando quelle stesse persone non avrebbero creduto che il loro governo gli mentiva in faccia, e perché. Scriverò oltre su quali siano queste ragioni. Dovete solo fare un lungo viaggio sulla strada della memoria delle guerre passate, per scoprirne il perché.

Jim W. Dean è caporedattore di VeteranToday.com, produttore di Heritage TV Atlanta, membro della Associazione dei funzionari dei servizi segreti e dei Figli dei Veterani confederati, appositamente per New Oriental Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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