Libia: i partigiani di Gheddafi contrattaccano

Joan Tilouine e Youssef Ait Akdim Jeune Afrique 28/10/ 2014

Tre anni dopo la tragica fine della “Guida” della Libia, Muammar Gheddafi, l’inversione delle alleanze avviene discretamente con il ritorno in sella di frange di sostenitori del vecchio regime, in nome della guerra al terrorismo.

Ahmad Gheddafi al-Dam

Ahmad Gheddafi al-Dam

Era meglio prima“, sono soliti lamentarsi i nostalgici della ex-Jamahiriya che avvertirono, nel 2011, contro l’idra islamista e gli appetiti delle potenze imperialiste. Compiacendosi di aver previsto il disordine attuale, ma leggendo il futuro dal retrovisore: dopo la rivoluzione che ha portato violenza e distruzione, si torna indietro. Concludendo, come un editorialista del quotidiano francese Le Monde, “molti libici dicono di rimpiangere i tempi di Muammar Gheddafi“, non ce che un passo pericoloso da compiere. Alcuni di coloro schierati con il regime nel 2011, prima di essere costretti all’esilio in particolare in Tunisia ed Egitto, sono meno discreti e si presentano alleati oggettivi del campo nazionalista contro gli islamisti. Gli eredi orgogliosi del nazionalismo di Umar al-Muqtar, l’eroe della resistenza agli occupanti italiani, di fatto recuperano i vecchi sostenitori di Gheddafi, soprattutto quando si presentano come patrioti onesti che non hanno sparso sangue o sperperato denaro pubblico. La riconciliazione di circostanza obbedisce alla situazione delle forze di sicurezza dello Stato libico fallito e al rifiuto quasi unanime di un nuovo intervento militare straniero.

Anti-gheddafisti contro islamisti
Abbiamo usato gli azlim (appellativo dispregiativo dei sostenitori del vecchio regime) come spaventapasseri dal 2011. Difatti, la minaccia alla sicurezza proviene ancora dagli islamisti e dai loro sostenitori stranieri“, ha detto un alto ufficiale dell’esercito libico. Dietro il fronte di ex-ufficiali di polizia e dell’esercito contro il terrorismo jihadista, si avvia senza problemi un rovesciamento di alleanze: ieri rivoluzionari ed islamisti (tra cui veterani dell’Afghanistan) contro la dittatura; oggi nazionalisti del vecchio regime e nemici di Gheddafi contro gli islamisti. Non c’è da stupirsi che dicano si sentirsi traditi e di “difendere gli obiettivi della rivoluzione del 17 febbraio“. Nel quadro di tale crociata i sostenitori di Gheddafi si alleano discretamente, date le circostanze, al debole blocco anti-islamista politico-militare allineato alle autorità legittime di Tobruq. Nel contesto della guerra, le alleanze politiche e tribali si riaffermano e i gheddafisti riattivano le loro reti. Finora in agguato nell’ombra, ma ben organizzati, i “Verdi” hanno continuato a seguire gli sviluppi in Libia dall’interno, attraverso i loro informatori e sostenitori, in particolare nei ministeri e nell’esercito. Alle grandi figure del vecchio regime, la vittoria dei “non-islamisti” alle legislative dello scorso giugno offre la possibilità di essere utili. Alcuni gheddafisti si sono schierati con il governo di Tobruq (parlamento, governo, esercito) riconosciuto dalla comunità internazionale, ma contestato e contrastato dalla coalizione islamista Fajr Libia.

I sostenitori di Gheddafi in primo piano
Tre anni dopo la tragica fine, il 20 ottobre 2011, della “Guida” alla periferia di Sirte, sua città natale, i sostenitori di Gheddafi ricompaiono sulla scena. Se i figli del colonnello sono stati neutralizzati, caduti combattendo come Muatasim e Qamis, o detenuti a Zintan e a Tripoli come Sayf al-Islam e Sadi, altre figure dell’ex-Jamahiriya alimentano la fiamma verde. Il cugino di Muammar Gheddafi, trasferitosi a Cairo, Ahmad Gheddafi al-Dam, ha ottenuto l’improvvisa revoca del congelamento dei beni da parte della Corte di giustizia dell’Unione europea (UE). Influente e colorito, s’è assicurato i servizi, tra gli altri, dell’avvocato Hervé de Charette, ex-ministro degli esteri francese. I gheddafisti diffidano vedendolo venire sgravato dal congelamento dei beni, in quanto “decisione molto politica”. Ma tutti sono convinti che con la sua fortuna, stimata in diversi miliardi, Gheddafi al-Dam aiuterà le forze di sicurezza, ora senza un soldo, a procurarsi le armi e contribuire attivamente alla lotta al terrorismo. L’ex-coordinatore dei rapporti con l’Egitto, ha detto alla BBC araba: “Il mondo ricorderà a lungo Gheddafi e i libici scopriranno che si sono sbagliati su di lui“. Vero o falso, a pochi giorni dal terzo anniversario del 20 ottobre 2011, il quotidiano iracheno al-Zaman indicava le parole impetuose della figlia di Gheddafi, Aysha, dove su facebook ha detto di essere stata “rapita con i figli e la madre” a Muscat, nel sultanato dell’Oman. Non lontano, a Doha, Musa Qusa, ex-capo dei servizi segreti, riceve visite regolari, ma non ispira fiducia ai sostenitori di Gheddafi. (E’ difatti un traditore. NdT) Da Johannesburg, l’ex-Capo di Stato Maggiore della “Guida”, Bashir Salah, s’é appellato alla corte della UE per la revoca del congelamento dei beni, nella speranza che il caso di Gheddafi al-Dam costituisca un precedente. Salah si riunisce regolarmente e attivamente con, tra gli altri, ufficiali di Zintan che supporta. Con le sue capacità relazionali in Africa e Parigi, questo francofono emerge quale interlocutore credibile con i governi occidentali. Così, alla fine di settembre, ha ripreso i colloqui con i suoi “contatti” francesi, cercando di organizzare la migliore accoglienza a Maliqita Othman, capo della potente milizia zintana Qaqa, in visita a Parigi il 1° ottobre. Ricevuto al ministero della difesa, quest’ultimo ha chiesto il sostegno militare e attacchi aerei mirati dai francesi. Per tale signore della guerra filo-governativo, nessuna collaborazione con i gheddafisti dalle “mani insanguinate”, ma ammette di essere disposto a dare un ruolo a Sayf al-Islam, sottoposto a mandato d’arresto dalla Corte penale internazionale (ICC) per “crimini contro l’umanità”.

Sayf al-Islam agli arresti domiciliari
Dal suo arresto nel sud della Libia, il 19 novembre 2011, Sayf al-Islam è detenuto, o meglio agli arresti domiciliari o protetti, a Zintan. Gli ufficiali zintani lo consultano regolarmente sapendo che conosce la complessità dell’organigramma islamista libico. Anche i capi tribù a lui fedeli, a cominciare dai warshafana sotto il tiro della Fajr Libia, che vogliono “sradicarli”. Indeboliti dalla sconfitta militare a Tripoli, mancanza di munizioni e divisioni tra politici e militari, i zintani sanno di essere vulnerabili. Alcuni di loro cercano di approfittare del bottino di guerra Sayf al-Islam, ambito dalla Fajr Libia. “Una controrivoluzione è in corso contro gli islamisti“, ha detto un vicino ai zintani. E i sostenitori di Gheddafi sono indispensabili per via delle loro reti ed esperienza riguardo amministrazione e militari, per non parlare della loro forza finanziaria per ricostruire e dirigere l’apparato statale. Ma ciò che sembra un’alleanza per alcuni è denunciata come tradimento dei valori della rivoluzione da altri.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

libya-administrative-mapIl 24 settembre, a Tripoli esplodeva la rivolta contro gli islamisti, mentre almeno sei attacchi aerei centravano le postazioni degli islamisti di Fajr Libia (Alba della Libia) nel sud della capitale. Molti islamisti furono eliminati assieme a diversi blindati. Il primo ministro Abdullah Abdurahman al-Thani, da Tobruq, invocava la sollevazione “in risposta all’appello dei residenti di Tripoli per liberarli dai militanti”. In precedenza, il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian aveva invocato l’intervento francese in Libia, sostenendo che sia diventata la “base dei terroristi. Oggi suono l’allarme sulla gravità della situazione in Libia. Il sud è una sorta di hub per i gruppi terroristici che vengono riforniti anche di armi e si riorganizzano. Nel nord, i centri politici ed economici del Paese ormai rischiano di cadere sotto il controllo jihadista… Dobbiamo agire in Libia e mobilitare la comunità internazionale“. Aveva detto che le truppe francesi dispiegate in Mali dovevano trasferirsi in Libia attraverso l’Algeria. “Questo avverrà in accordo con gli algerini, principali attori della regione“. “Le milizie islamiste occupavano Tripoli da fine agosto, e il governo in esilio ‘legittimo’, era a 1200 km di distanza, a Tobruq, da cui non governa nulla, le ambasciate occidentali sono state sgombrate e il sud del Paese è rifugio dei terroristi e le coste centro del traffico dei migranti. Il tutto avviene in un contesto di rapimenti, omicidi e torture, completando il quadro di uno Stato in via di estinzione”, scriveva Le Figaro, il quotidiano finanziato dall’industria bellica francese.
Nel frattempo, l’Egitto salutava la formazione del nuovo governo libico guidato da Abdullah al-Thini, sottolineando l’intenzione di collaborare con il nuovo governo. “La formazione del governo libico è un passo positivo verso il raggiungimento della stabilità politica e il ripristino di pace e sicurezza nel Paese“, dichiarava il portavoce del ministero degli Esteri egiziano Badr Abd al-Aty. Il ministro degli Esteri egiziano Samah Shuqri aveva dichiarato che gli egiziani era interessati ad unificare le istituzioni libiche per avviare il dialogo nazionale. Cairo aveva organizzato una conferenza sulla Libia il 25 agosto, con rappresentanti di Egitto, Algeria, Tunisia, Sudan, Ciad e Niger, raggiungendo un accordo di cessate il fuoco tra i gruppi in conflitto, la stesura di una nuova costituzione, l’avvio del dialogo e il riconoscimento della legittimità del nuovo Parlamento libico. Aqila Salah Isa, presidente della Camera dei rappresentanti libica, dichiarava: “Questo non sarebbe accaduto se la comunità internazionale avesse preso la situazione in Libia sul serio“, chiedendo l’invio di armi e aiuti per ripristinare la sicurezza e ricostruire le istituzioni. “Il terrorismo e l’estremismo… ora formano un ampio fronte che si estende dall’Iraq all’Algeria” e l’inazione lascerà la comunità internazionale di fronte agli effetti di un’ulteriore espansione in Nord Africa e Sahel. La mancata fornitura di armi e addestramento all’esercito libico, nella guerra al terrorismo, è nell’interesse dell’estremismo“. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, a fine agosto, aveva approvato una risoluzione che irrigidisce l’embargo internazionale sulle armi alla Libia. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov dichiarava a sua volta, “A proposito, parlando di armi chimiche, ci piacerebbe avere informazioni reali sullo stato dell’arsenale chimico in Libia. Sappiamo che i nostri colleghi della NATO, dopo aver mutilato il Paese in violazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, preferiscono non toccare il caos che hanno creato, ma la questione dell’arsenale chimico libico, privo di controllo, è troppo seria per chiudervi un occhio“.
Il 5 ottobre 2014, a Derna sfilava il gruppo islamista al-Galuo, composto da terroristi di ritorno da Siria e Iraq, che si preparavano alla nomina a capo dell’emirato islamico di Derna di uno yemenita. Nel frattempo il presidente egiziano al-Sisi incontrava il premier libico Abdullah al-Thini per discutere delle relazioni bilaterali e degli sforzi dell’Egitto per aiutare il governo libico a sradicare le organizzazioni terroristiche in Libia e renderne sicuri i confini. Il 14 ottobre, aerei libici decollati dall’Egitto avviavano un’operazione in appoggio alle truppe di Qalifa Haftar a Bengasi, eliminando almeno 12 terroristi di Ansar al-Sharia.
In Libia esistono due ‘parlamenti’ e due ‘governi’. Quello di Tobruq guidato dal premier al-Thani e riconosciuto dalle Nazioni Unite, e quello di Tripoli del ricostituito Congresso Nazionale Generale (CNG) guidato dal premier islamista al-Hasi. Tripoli è sostenuta da Qatar, Turchia e Sudan; Tobruq è sostenuta da Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Nella seconda metà di ottobre, nella base aerea di Mitiga, controllata dagli islamisti della coalizione Fajr Libya, formata da milizie di Misurata, berberi ed islamisti radicali della Tripolitania, erano atterrati almeno 3 aerei da trasporto qatarioti carichi di rifornimenti militari. Quindi, le forze islamiche avviavano un’offensiva contro Zintan, sul Jabal Nafusa, al confine tunisino. In risposta, velivoli libici bombardavano la base islamista di Gharyan, 120 chilometri a sud-ovest di Tripoli, e veniva avviata una controffensiva sui villaggi Qaqla e al-Qala. A Bengasi le forze di Haftar riconquistavano diverse zone, con la controffensiva della 204° Brigata corazzata appoggiata da velivoli, riprendendo il controllo del quartiere Ras Ubayda e della base della Brigata Martiri del 17 Febbraio, nel quartiere Fuwayhat. Di contro, il Consiglio della Shura dei Rivoluzionari di Bengasi, formata da Ansar al-Sharia, Majlis al-Shura, Brigata Martiri del 17 Febbraio, Scudo della Libia e Liwa Rafallah al-Sahati, scatenavano una serie di attentati suicidi uccidendo oltre 80 persone, tra cui 9 soldati morti nell’attentato contro la casa del generale Haftar, nel quartiere Zaytun. Inoltre gli islamisti attaccavano la base della 204° Brigata, la collina al-Rahma e l’aeroporto di Benina, base principale di Haftar.

photo_1372271056869-1-0Note:
al-Masdar
Global Research
ITAR-TASS
Nsnbc
Nsnbc
RIAN
RID
RussiaToday
Wsws
Zerohedge

Aquile imperiali e terrorismo economico: i fondi avvoltoio sono strumenti della politica estera degli Stati Uniti?

Mahdi Darius Nazemroaya Global Research, 26 Ottobre 2014

E’ una coincidenza che i fondi avvoltoi facciano sempre più pressione sull’Argentina che si prepara a sviluppare le seconde più grandi riserve di gas di scisto del mondo? Gli avvoltoi sono strumenti della politica estera?CFK-ONUParanoia o attenzione di Buenos Aires?
Ore dopo che l’ambasciata statunitense a Buenos Aires aveva emesso un avviso di allerta ai cittadini statunitensi presenti o in viaggio per il Paese sudamericano, la presidentessa argentina Cristina Fernandez de Kirchner ha accusato gli Stati Uniti di complottare per rovesciarla o ucciderla. Parlando alla trasmissione televisiva dalla Casa de Gobierno, il 30 settembre, ha spiegato che “se succede qualcosa a me, non guardate al Medio Oriente, guardate a nord“, a Washington DC. Ha detto al popolo argentino di non credere a nulla che il governo degli Stati Uniti dice, respingendo la minaccia del SIIL quale spauracchio degli Stati Uniti. Alle Nazioni Unite era già cautamente sprezzante sulle minacce ISIL contro di lei, quando vi ha parlato il 24 settembre. Ora, però, la Presidentessa Kirchner ha collegato i punti tra la situazione diplomatica con Washington e la minaccia del SIIL verso di lei, affermando che “quando li si vede uscire dalle sedi diplomatiche, farebbero meglio a non venire qui per cercare di spacciare qualche racconto sul ISIS che vuole rintracciarmi per uccidermi”. Invece di chiedere ciò che ha portato Fernandez de Kirchner a fare tali accuse al governo degli Stati Uniti, la questione dovrebbe essere cosa ha portato al deterioramento delle relazioni diplomatiche tra Buenos Aires e Washington. Tale deterioramento ha due dimensioni. In superficie è legato al debito sovrano dell’Argentina, alla sua ristrutturazione e agli hedge fund negli Stati Uniti. L’altra è legata alla politica su petrolio e gas di scisto.

Terrorismo economico e finanziario: in linea con il SIIL?
Di fronte alla sessantanovesima sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite e alla riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, presieduta dal presidente statunitense Barack Obama, l’Argentina ha sostenuto che il terrorismo non è solo opera di gruppi violenti con le bombe, ma anche di enti e organizzazioni finanziarie che destabilizzano le economie nazionali e impoveriscono intere società con la speculazione e la manipolazione finanziarie. Secondo Cristina Kirchner, “i terroristi non sono solo quelli che lanciano bombe, ma anche coloro che destabilizzano le economie, causando fame, miseria e povertà“. Affrontando la crescente mitologia e fissazione internazionale concernente il SIIL in Siria e in Iraq, l’Argentina ha sostenuto che il terrorismo ha le sue radici alimentate e nutrite da ingiustizia e disparità nel sistema globale. Gruppi come SIIL e al-Qaida sono solo i sintomi di qualcosa di molto più profondo e grave. Respingendo i metodi militari di Washington come improduttivi e illogici, l’Argentina ha dichiarato che per bloccare il circolo vizioso della violenza il mondo deve affrontare alla radice le cause che creano gruppi come il SIIL e condizioni che fanno disperare i popoli. Kirchner ha anche ricordato a Obama e alla delegazione degli Stati Uniti, che raffigurano i gruppi insorti attuali in Siria, che il mondo condanna, come “combattenti per la libertà”. Il punto cruciale della tesi argentina è semplice: il terrorismo è anche economico e finanziario, e tale forma di terrorismo è molto più letale. La distruzione delle economie e la destituzione delle società aprono le porte a una miscela tossica di rabbia, ignoranza e accuse. Perciò Buenos Aires ha sostenuto che i terroristi economici e finanziari che mirano alle economie nazionali devono essere identificati, combattuti e fermati.

Incontrare gli avvoltoi
Non solo l’Argentina s’era indignata il 24 settembre, ma sfidava alle Nazioni Unite le strutture dominanti del sistema globale. Gli argentini erano sconvolti verso gli Stati Uniti ed altri dieci Paesi che avevano votato contro l’istituzione di una formula giuridica universale per affrontare il debito sovrano, pochi giorni prima, il 9 settembre. La presidentessa Kirchner ha deriso le politiche economiche neoliberiste degli istituti di Bretton Woods Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale (FMI), essenzialmente il Washington Consensus. Ha spiegato come i precedenti governi argentini avevano seguito ricette e “condizioni” del FMI, dicendo che la medicina economica del FMI ha rovinato economicamente l’Argentina nel 2001. Allora, chi sono i “terroristi economici e finanziari” condannati dall’Argentina? Parte della risposta è già stata menzionata. L’altra parte ha a che fare con gli hedge fund della NML Capital Ltd. Degli Stati Uniti, che ha sede nelle Isole Cayman, e dell’Aurelio Capital Management. Fin dalla crisi economica nel 2001, Buenos Aires ha rinegoziato i debiti, nel 2005 e nel 2010, attraverso nuovi piani di rimborso e la riduzione dei valori nominali del debito del 70 per cento, circa 13 miliardi di dollari, con il 92,4 per cento dei suoi creditori. Il 7 per cento della minoranza degli obbligazionisti, tuttavia, si tiene fuori e respinge le proposte dell’Argentina. Questi sono hedge fund inglobati dai fondi avvoltoio. Come gli avvoltoi reali circuitano e si aggirano sulle carcasse morenti, tali obbligazionisti colpiscono le economie in difficoltà per trarre vantaggio ed enormi profitti dalla crisi fiscale. Tali hedge fund e fondi private equity predatori operano acquistando debito a sconti stracciati e attendendo ristrettezze e fallimenti. La loro strategia è trarre profitto dai default e amplificarlo massimizzando i rendimenti degli interessi su ciò che gli devono i debitori, o sfruttando i contenziosi citando in giudizio i debitori per importi maggiori di quello che riceverebbero se il debito venisse pagato per intero. E’ nel quadro di tale logica che NML Capital Ltd. ed Aurelio Capital Management hanno rifiutato di accettare qualsiasi swap del debito o accordo con Buenos Aires. Hanno cercato di far deragliare gli argentini e impedirgli di pagare i debiti. Questo è il motivo per cui hanno chiesto il pagamento integrale dei debiti dell’Argentina per un valore nominale di circa 1,33 miliardi di dollari. In ultima analisi, ciò costringerebbe l’Argentina al default incrementandone il debito del 70 per cento. Mentre Kirchner parlava alle Nazioni Unite, Buenos Aires era bloccata nella battaglia legale a New York con gli avvoltoi. Utilizzando il sistema legale degli Stati Uniti, i fondi avvoltoio hanno ottenuto nel 2012 da Thomas Griesa, giudice federale del District Court del Southern District di New York, negli Stati Uniti, una sentenza senza precedenti a loro vantaggio. Griesa aveva ordinato all’Argentina di pagare gli avvoltoi per una somma totale ricalcolata ed irrealistica. L’Argentina ha perso l’appello e la Corte Suprema degli Stati Uniti ha rifiutato di ascoltare in appello l’Argentina, a giugno. Griesa ha concesso non soltanto i debiti con oltre il 1600 per cento d’interesse su ciò che era dovuto, in cinque anni, ma ha anche impedito a Buenos Aires di effettuare i pagamenti del debito agli altri obbligazionisti, fin quando non ripaga i fondi avvoltoio della somma totale ricalcolata. Secondo gli argentini, la nuova interpretazione giudiziaria di Griesa implica che un Paese sovrano non possa pagare i creditori che hanno accettato lo scambio, a meno che i debiti dello scambio non siano tutti pagati, concedendo difatti condizioni privilegiate ai creditori. Quindi il pagamento di 539 milioni di dollari è congelato dalla Bank of New York Mellon Corporation, decidendo il ricorso legale degli altri obbligazionisti il 15 agosto.
La sentenza della Corte degli Stati Uniti ha molte conseguenze. Nel primo caso, l’Argentina non può soddisfare la scandalosa pretesa di pagare i fondi avvoltoio del capitale più il 1600 per cento degli interessi in cinque anni. In secondo luogo, a causa della clausola “diritti sulle offerte future” prevista nei negoziati con gli altri obbligazionisti, che promettevano migliori condizioni, l’Argentina è stata messa in una situazione difficile dal giudice statunitense. Date le circostanze imposte dai fondi avvoltoio tramite il giudice Griesa, gli altri obbligazionisti hanno il diritto di esigere pagamenti superiori, equivalenti a ciò che i fondi avvoltoi pretendono. In altre parole, i negoziati del 2005 e del 2010 sono stati effettivamente annullati da Griesa con una quantità ingestibile di interessi aggiunti agli altri debiti. Se gli altri obbligazionisti evocano la clausola “diritti su offerte future”, ci sarà una grave crisi economica in Argentina. Standard & Poor ha dichiarato l’Argentina in mora il 30 luglio, dopo che a Buenos Aires è stato impedito di effettuare i pagamenti del debito. Non solo gli investitori sono spaventati e v’è un ridotto accesso dell’Argentina al mercato dei capitali globali, ma la minaccia d’inadempienza, alla fine di ottobre 2014, mette ulteriore pressione su economia e peso argentini.

Petro-politica: il gas di scisto argentino e la connessione Gazprom
Sull’altro aspetto della storia, va notato che l’Argentina è in via di ripresa economica dal 2002. Questo recupero include il riacquisto dal governo delle società nazionali privatizzate. La chiave è la rinazionalizzazione degli Yacimientos Petrolíferos Fiscales (YPF) del 3 marzo 2012. La rinazionalizzazione di YPF ha irritato la Spagna, in quanto la compagnia energetica argentina era stata acquistata dal gruppo petrolifero spagnolo Repsol. Riprendere il controllo di YPF è stato importante perché l’Argentina ha le seconde maggiori riserve di gas shale recuperabili nel mondo, dopo quelle cinesi, e Buenos Aires pensa di diventare esportatore di gas naturale sul mercato globale. La petro-politica e la guerra energetica sono parte dell’equazione. Non è un caso che Cristina Kirchner concluse il suo discorso, durante la discussione sul terrorismo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, voltandosi verso la delegazione degli Stati Uniti e dicendo che il suo Paese ha vasti giacimenti di idrocarburi che potrebbero finire per divenire una maledizione a causa dei problemi che li accompagnano. Kirchner tacitamente diceva che temeva che Washington s’intrometta in Argentina, come ha fatto altrove, per controllarne le risorse energetiche. Va anche notato che la Russia è partner dell’Argentina nel programma per divenire esportatrice di gas naturale. Prima che Kirchner parlasse alle Nazioni Unite, il presidente russo Vladimir Putin aveva visitato l’Argentina durante il suo tour in America Latina. A Buenos Aires annunciava che l’Argentina è un partner strategico di Mosca. Il 12 luglio Mosca e Buenos Aires firmavano importanti accordi commerciali e su energia, informazione e cooperazione militare. Mesi dopo, tramite teleconferenza, Putin e Kirchner inauguravano la trasmissione di RT in spagnolo o RT Actualidad in Argentina, il 9 ottobre; chiaramente sfidando influenza e interferenze degli USA in Argentina. Alcuni giorni dopo l’intervento di Kirchner alle Nazioni Unite, Argentina e Russia firmavano un importante accordo bilaterale energetico, di cooperazione tra Gazprom e YPF per esplorare e sviluppare i giacimenti di gas naturale dell’Argentina. Gazprom aveva già dei legami con l’Argentina, quando stipulò un contratto per esportare il gas naturale russo in Argentina nel 2013.

Fondi avvoltoio come “aquile imperiali”
Gli argentini hanno gridato allo scandalo. Sono sconvolti dalle dichiarazioni degli Stati Uniti sull’Argentina inadempiente e accusano il sistema legale e il governo federale degli Stati Uniti di complicità nel tentativo di destabilizzare economicamente l’Argentina. Dopo aver rifiutato di sottomettersi alle sentenze dei tribunali, l’Argentina ha cercato di negoziare con i fondi avvoltoio nel luglio 2014. Gli argentini infine respinsero il mediatore nominato dal tribunale, Daniel Pollack, come incompetente e fazioso. La situazione di stallo nei negoziati mediati dalla corte, infine ha portato al crollo quando Pollack ha fatto una dichiarazione contro l’Argentina. L’avvocato del governo argentino, Jonathan Blackman, protestò il 30 luglio per la dichiarazione di Pollack sull’Argentina inadempiente, come “nociva e pregiudizievole verso la Repubblica in relazione al mercato ed altre persone, come i gestori dei credit default swap“. Il 1° agosto, il governo argentino ha detto di aver perso fiducia nella mediazione. Dopodiché, Griesa ha impedito all’Argentina di ripagare gli altri debiti e un’udienza di emergenza si svolse a Manhattan l’8 agosto. Durante tutto questo tempo, Buenos Aires aveva chiesto al governo degli Stati Uniti di chiarire che il suo giudice nazionale non può trattare l’indipendenza argentina da ostaggio. Washington non ha fatto nulla. La settimana prima della comparsa della Presidentessa Kirchner alle Nazioni Unite, il suo governo fu irritato quando un funzionario degli USA disse che l’Argentina era in default. L’Argentina vede nel rifiuto del governo degli Stati Uniti d’intervenire una complicità. Il 7 agosto, Buenos Aires ha anche chiesto alla Corte internazionale di giustizia di ascoltare il suo caso contro Washington che consente al sistema legale degli Stati Uniti di violare la sua indipendenza di Stato sovrano. Quando il Congresso Nazionale argentino ha approvato la legge sul pagamento del debito sovrano, l’11 settembre, bypassando il sistema bancario degli Stati Uniti e iniziando a ripagare i propri debiti localmente o in Francia, il giudice Griesa l’ha dichiarato illegale. Dopo che Griesa ha minacciato l’Argentina di oltraggio alla corte, l’ambasciatrice argentina Cecilia Nahon ha inviato al segretario di Stato USA John Kerry una lettera di avvertimento, secondo cui Washington sarebbe stata ritenuta responsabile da Buenos Aires delle conseguenze delle sentenze della corte degli Stati Uniti. I fondi avvoltoio vengono utilizzati per ricattare Buenos Aires, come strumento di pressione degli Stati Uniti. Ciò fu accennato da Kirchner mentre parlava alle Nazioni Unite. Non c’è da stupirsi che la Kirchner alludesse a Washington come sostenitore del terrorismo economico. Più tardi Cristina Kirchner ha parlato in modo più diretto. “Non sono ingenua, non è la mossa isolata di un vecchio giudice di New York“, Kirchner ha anche dichiarato pubblicamente il fiasco. Secondo Kirchner, tali hedge fund “sembrano delle aquile imperiali” che eseguono gli ordini di Washington. I leader mondiali s’incontrano riguardo tale terrorismo e ricatto economico. Perciò il presidente boliviano Evo Morales s’è riferito alle sanzioni degli Stati Uniti contro la Federazione russa come atto di terrorismo economico. E’ chiaro che un intricato gioco si svolge. Lo contesa dell’Argentina con i fondi avvoltoio è utilizzata per fare pressione su Buenos Aires. Comunque gli avvoltoi si comportano come “aquile dell’impero”.

Economic-Terrorism-Vulture-Funds-US-Policy-5Mahdi Darius Nazemroaya è sociologo, pluripremiato autore e analista geopolitico.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La vittoria del banderismo ridurrà l’Ucraina al solo banderastan

Oleg Bondarenko, Fort Russ 29 ottobre 2014

L’ultima Rada, o le elezioni senza il Donbas. L’analista politico Oleg Bondarenko parla del motivo per cui le ultime elezioni parlamentari potrebbero essere le ultime dell’Ucraina.12127 Il 26 ottobre si sono svolte le elezioni parlamentari 2014, che per la prima volta nella storia dell’Ucraina moderna hanno portato a una Rada Suprema composta da circa 420 deputati, meno del numero minimo legale di 450 rappresentanti eletti. Senza tener conto delle aree in cui si ritiene non abbiano avuto luogo le elezioni, i mandati non rappresentati includono i 10 della Crimea e 16 del Donbas. In tal modo, le autorità ufficiali di Kiev accettano che questi territori (volutamente denominati “Lungandon” dalla consigliera di Poroshenko Julija Lutsenko) non rientrano più nei confini dell’Ucraina di oggi. Ciò contrasta con le elezioni presidenziali del 25 maggio, quando fu tentato di presentare delle elezioni svolgersi nel Donbass e in Crimea, organizzando seggi elettorali esterni in cui numerosi rifugiati, con permesso di registrazione, furono inviati con la forza. Attualmente ci sono anche sei regioni fantasma nel Donbas, le cosiddette zone ATO (Operazione anti-terrorismo) in cui Kolomojskij ha già comprato la vittoria dei suoi candidati, tema di una conversazione telefonica, disponibile su internet, che ha avuto con il vecchio compare di Poroshenko David Zhvanja. Tuttavia, ciò può forse essere considerato un progresso rispetto ai precedenti tentativi di far passare i voti in Crimea a favore di Poroshenko. Inevitabilmente, le autorità di Kiev devono fare i conti con la nuova realtà politica che affrontano. Così, la nuova Rada (che secondo la costituzione attuale è l’organo principale del potere statale, nonostante le domande sul suo vero significato in assenza della corte costituzionale), per la prima volta non avrà rappresentanti dal Donbas, uno dei due elementi chiave dell’élite regionale ucraina. La relativa stabilità del modello politico precedente (lo strutto non ha crepe) fu raggiunto in larga misura nella lotta permanente tra due clan, Donetsk e Dnepropetrovsk, dove è il patrimonio industriale dell’Unione Sovietica, il cui principale prodotto era l’Ucraina. Kuchma contro Kravchuk, Jushenko contro Janukovich, Janukovich contro Timoshenko. La rivalità politica ed economica si basa su ciò. Naturalmente, negli ultimi dieci anni, tali clan sono stati contestati da uno nuovo, Lvov. Tuttavia per le evidenti carenze finanziarie e di uomini forti, non aveva funzionato. Oggi è una storia diversa, l”orgoglio’ della rivoluzione non è stato costruito dai clan di Kiev che temono il freddo, ma dalle bande senza pretese della Galizia, portando al potere un governo costituito in modo significativo da eletti di Lvov, di cui pare che la capacità di governare si sia dimostrata sensibilmente inferiore al meno intelligente di quelli di Donetsk.
Oggi, in assenza di uno dei più antichi pilastri della statualità, l’Ucraina va rapidamente in pezzi davanti ai nostri occhi. Prima della ‘primavera russa’ il tutto era tenuto dalle risorse e dalla volontà di ferro delle élite del Donbas. Ecco un’idea piuttosto sediziosa o politicamente scorretta: se non fosse stato per il lancio dei ‘paracadutisti’ del Donetsk in Crimea, negli ultimi tre anni, non è certo che la Crimea sarebbe stata nostra. La sostituzione dell’elite di Donetsk, a seguito del fallimento totale dei vecchi deputati con la fuga di Janukovich, ha aperto la strada a numerosi nuovi politici come Aleksandr Zakharchenko e Denis Pushilin. Il 2 novembre i residenti delle Repubbliche di Donetsk e Lugansk andranno alle urne per eleggere i propri consigli e leader locali, eliminando in tal modo la questione della loro legittimità. Il nuovo scontro intra-elite Dnepropetrovsk-Lvov naturalmente sposterà i confini del Paese più a ovest, laddove Bandera è veramente venerato e dove il potere sovietico e Mosca sono ferocemente detestati. L’unico problema trascurato dagli architetti del Nuovo Ordine ucraino sono le divisioni e dicotomie assai inasprite in tale terra travagliata. Dopo il Donbass, Odessa e Kharkov non possono che seguire, e la tardiva consapevolezza di rusini, ungheresi e bulgari sulle loro opzioni e possibilità per una vera e propria sfida alle autorità disorganizzate e impreparate di Kiev. L’autodeterminazione delle città e dei popoli dell’Ucraina sarà notevolmente rafforzata dalla composizione della Rada. La presenza di circa 100 miliziani, comandanti di squadroni della morte e criminali con lo status di deputati, farà del parlamento ucraino qualcosa di simile a una zona di guerra. Il condannato per tentato omicidio e pestaggio di un difensore dei diritti umani, e liberato dal colpo di Stato del 22 febbraio, Igor Mosijchuk (10° nel partito radicale di Oleg Ljashko) e il capo dell”Assemblea Nazionale Sociale’, Andrej Biletskij (unico mandato del Fronte popolare di Arsenij Jatsenjuk a Kiev), continueranno a perseguire le idee amate da Hitler nel nuovo parlamento. E questi sono solo un esempio.
Con le bestie del battaglione ‘Azov‘ dall’immunità da deputato quali volti del massimo organo dello Stato, quale sarebbe migliore pubblicità negativa dell’Ucraina presso gli elettori di etnia diversa. in tale Paese multinazionale? Perciò sono assolutamente convinto che la convocazione della Verkhovnaja Rada dell’Ucraina, nei suoi attuali confini multietnici, sarà l’ultima. Poi vi saranno solo numerose repliche del modello della Rada nell’Ucraina centrale ed occidentale. La vittoria del banderismo ridurrà organicamente il Paese a misura del Banderastan. E la Rada vi contribuirà.

Gloria all'Ucraina!

G-Gloria all’Ucraina…

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Svezia lancia un diversivo sulla Russia per giustificare il raddoppio della propria flotta aerea

Valentin Vasilescu, Reseau International 28 ottobre 2014

Nessuno dei membri europei della NATO vuole seguire le istruzioni presupposte al vertice del Galles, cioè aumentare al 2% del PIL la spesa per la Difesa e destinarne il 20% per acquistare materiale bellico moderno, la Svezia non essendo membro della NATO, lo fa di propria iniziativa.

large_8451ac7c19L’esercito svedese ha annunciato un’operazione di ricerca aeronavale, su informazioni di possibili attività subacquee sospette intorno alle isole al largo di Stoccolma. I media internazionali hanno parlato immediatamente di un sottomarino russo danneggiato, riferendosi alla tragedia del sottomarino Kursk, accaduta oltre un decennio fa. Solo il Ministero della Difesa della Federazione russa rispose: “per ridurre le tensioni nel Mar Baltico e risparmiare denaro dei contribuenti svedesi, si consiglia di chiedere chiarimenti al comando della marina olandese. Da una settimana il sottomarino diesel-elettrico olandese Bruinvis conduce nel Mar Baltico, presso Stoccolma, esercitazioni con emersioni d’emergenza simulate, come mostrato le immagini di ciò che è considerato misterioso“. Per convincere l’opinione pubblica svedese sul pericolo della minaccia che corre il Paese, si è passati a un piccolo diversivo utilizzando l’arsenale della pubblicità sui media, volto a suggerire che l’aggressività della Russia aumenta di giorno in giorno. L’Intelligence Service, FRA, oltre l’esercito svedese, è responsabile dello spionaggio elettronico. Utilizza un aereo Gulfstream IVSP convertito nell’S102B Korpen, con attrezzature da ricognizione e disturbo radio-elettronico (SIGINT e ELINT). Il FRA ha pubblicato una foto dell’aereo russo Su-27 Flanker intercettato dal S102B Korpen da qualche parte sul Mar Baltico, avvicinandosi a 10 m. Come in altri scenari, ideati dal quartier generale della NATO, sulla presunta invasione russa dell’Ucraina, gli svedesi non dicono nulla su data, ora e dettagli del luogo in cui si sarebbe verificato l’incidente. Ciò suggerisce che anche in tale caso si tratti di un fotomontaggio del peggiore tipo.
La Svezia non è un membro della NATO, ma lavora a stretto contatto con gli Stati Uniti in campo militare, ed ha deciso di integrare il bilancio della Difesa con oltre 5 miliardi di euro per acquistare 22 JAS-39E/F Gripen-NG (inizialmente previsti per la Svizzera), oltre ad altri 18 JAS-39E/F. Tutti gli aerei JAS 39E/F-NG svedesi (60) saranno operativi nel 2018. L’armamento accelerato della Svezia è rilevante se visto con il prisma dei rapporti scientifici dell’US Geological Survey, secondo cui nel Mar Glaciale Artico ci sarebbero il 13% delle riserve di petrolio non ancora sfruttate nel mondo e il 30% delle riserve di gas naturale. Già solo il 70% di queste riserve si trova nel Mare di Barents, in particolare nella zona dell’Artico russo. Dato che non ha giacimenti di petrolio e che deve importarlo, la Svezia ha aderito con Stati Uniti, Canada, Danimarca, Finlandia, Norvegia, Estonia, Lettonia e Lituania al nuovo concetto di mini-NATO artica, apparso nel 2011. Tale idea fornisce il mezzo per l’appropriazione e lo sfruttamento con la forza delle risorse di petrolio e gas del Mar Glaciale Artico della Russia. Nell’ambito di tale piano è necessario armare di missili da crociera in grado di colpire Mosca i vassalli più prossimi alla capitale russa: Finlandia e Polonia. Polonia, Paesi baltici e Finlandia travolti dalla febbre degli armamenti
L’aeronautica svedese dispone di 120 aerei JAS-39, di cui 63 della versione più vecchia A/B e 57 della seconda versione C/D. A seguito del referendum in Svizzera nel maggio 2014, il contratto per l’acquisto di 22 aerei JAS-39E/F Gripen, la terza versione NG (Next Generation), per 3,5 miliardi di dollari, è stato annullato. I tre velivoli già consegnati all’aeronautica svizzera sono stati rispediti alla fabbrica svedese SAAB. Nonostante la battuta d’arresto svizzera, il governo ritiene che lo sviluppo di nuove versioni del JAS-39 Gripen NG sia essenziale per l’industria del Paese, essendo il velivolo il favorito nella fase finale del programma di selezione brasiliano FX-2. Lo JAS-39E/F (NG) è apparso dopo che British Aerospace è entrata nella società SAAB con l’intenzione di sviluppare una versione da esportazione (BSE: Export baseline Standard) del JAS-39 Gripen. I cambiamenti riguardano il radar Raven ES-05 AESA (a scansione elettronica attiva) che rileva bersagli aerei a una distanza di 120-180 km, e l’apparecchiatura G-Skyward, utilizzata per rilevare bersagli agli infrarossi e per il puntamento, entrambi prodotti dalla società (italiana) Selex. Il motore F-404 della statunitense General Electric (uno dei due a bordo del F/A-18 Hornet) è prodotto su licenza da Volvo che ne ha aumentato la potenza del 20%. Il nuovo velivolo ha una sonda retrattile per il rifornimento aereo. Il JAS-39E/F-NG ha una velocità massima di Mach 2 e un’autonomia di 1200 km, operatività affidabile e può decollare e atterrare in condizioni invernali su tratti autostradali. Lo JAS-39 Gripen è stato testato in condizioni di combattimento reali nel 2011, quando il governo svedese rispose alla richiesta della NATO d’imporre la no-fly zone sulla Libia. La Svezia ha partecipato con otto aerei JAS-39C/D Gripen che operavano dalla base aerea di Sigonella, in Sicilia. Le aeronautiche di Repubblica Ceca e Ungheria sono dotate di JAS-39 Gripen C/D, mentre l’aeronautica thailandese ha 6 JAS-39C/D dal 2011, e altri 6 da consegnare dal 2013.

gripen-ngTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Soros e CIA subiscono una grave sconfitta in Brasile

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 28/10/2014
331La Central Intelligence Agency e i suoi “manipolatori della democrazia” pagati da George Soros in Brasile hanno subito una grave sconfitta con la rielezione a presidente del Brasile dell’Alfiere del Partito dei lavoratori ed ex-guerrigliera marxista Dilma Rouseff. Nelle ore precedenti alla rielezione di Rousseff, i media occidentali ancora indicavano che le elezioni erano “troppo ravvicinate per una dichiarazione” mentre i primi dati indicavano che Rousseff avrebbe battuto il suo avversario conservatore, appoggiato da CIA e Soros, Aecio Neves, con almeno 2 punti percentuali. New York Times, Globe and Mail, Reuters e altri media erano ovviamente delusi dalla vittoria di Rousseff, dato che tali organi di Wall Street mascherati da aziende giornalistiche indicavano che il “centrista” Neves “per un pelo” aveva perso con Rousseff. L‘Associated Press ha scritto malinconicamente, “non ci sono abbastanza voti da conteggiare da permettere al rivale (Neves) di raggiungerla (Rousseff). E Alberto Ramos, capo economista di Goldman Sachs per l’America Latina, ha avvertito che Rousseff dovrebbe abbandonare le sue politiche alleviando la scarsa “fiducia dei mercati” del Brasile o avrebbe continuato a soffrirne. Bloomberg News ha predetto che il valore della moneta brasiliana, il reale, avrebbe continuato a indebolirsi con la vittoria di Rousseff, e quando i mercati hanno aperto il 27 ottobre, i desideri di Bloomberg si sono realizzati. Il Financial Times di Londra riferiva felice che il real era sceso del 3,1 per cento rispetto al dollaro, e che la sua performance era peggiore del Metical mozambicano, che pure è stato sgonfiato dagli avvoltoi bancari globali dopo che il governo del Fronte di Liberazione del Mozambico (FRELIMO) di sinistra aveva vinto le elezioni contro la Resistenza Nazionale del Mozambico (RENAMO) creata dalla CIA e finanziata da Soros e dai banchieri. Per i manipolatori della democrazia di Soros e della CIA, le notizie sulle elezioni nelle capitali lusofone di Brasilia e Maputo non sono certo incoraggianti.
I “soliti sospetti” Goldman Sachs, Bloomberg e il New York Times piangevano di rabbia per la vittoria decisiva di Rousseff su Neves. Il neo-conservatore Wall Street Journal di proprietà di Rupert Murdoch si lamentava che il Brasile avesse scelto di continuare con lo “statalismo”, che per i capitalisti avvoltoi di Wall Street che adorano il Journal come se fosse un rotolo talmudico, è una bestemmia. Neves era consigliato in politica economica, durante la campagna, da Arminio Fraga Neto, ex-dirigente degli hedge fund Quantum di Soros e in politica estera da Rubens Barbosa, direttore dell’ufficio di San Paolo dell’Albright Stonebridge Group dell’ex-segretaria di Stato statunitense Madeleine Albright (ASG). La reazione di Wall Street e Londra svalutando immediatamente la valuta del Brasile dopo la vittoria di Rousseff, indica la strategia dei capitalisti globali verso il Brasile. Senza dubbio, il Brasile deve essere sottoposto allo stesso tipo di guerra economica riservata al Venezuela dopo la vittoriosa elezione, lo scorso anno, del presidente socialista venezuelano Nicolas Maduro. Il Venezuela ha subito pressioni con carenze artificiali di prodotti di base e problemi di transazione estera per via del sabotaggio dell’economia venezuelana da parte di Wall Street e della CIA. I pesanti interessi di CIA e Soros nel sconfiggere Rousseff avevano lo scopo di far deragliare l’emergente alleanza economica BRICS tra Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa che indebolirebbe il dominio che i banchieri globali e i loro intrinsecamente corrotti Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale (FMI) esercitano sull’economia mondiale. I banchieri e i loro centurioni della CIA credevano che con Neves o Marina Silva, agente del Partito Verde curata da Soros, in carica il Brasile avrebbe abbandonato i BRICS e sarebbe rientrato nella comunità bancaria globale “svendendo” i beni dello Stato brasiliano, come la compagnia petrolifera Petrobras. Soros e i suoi amici della CIA non sono riusciti a capire che i poveri in Brasile devono la loro relativa nuova posizione sociale alle politiche economiche statali di Rousseff e dell’icona del Partito dei lavoratori Luiz Inácio Lula da Silva. Con Rousseff ora rieletta, i BRICS continueranno a sviluppare la Nuova Banca di Sviluppo (NDB) e i suoi 100 miliardi di dollari di riserva di valuta (CRA) o paniere di valute, da cui i Paesi membri possono attingere prestiti, allontanandosi così da Banca Mondiale e FMI sotto il controllo politico occidentale. La rielezione di Rousseff consentirà anche ai BRICS, che rischiavano di perdere il Brasile quale membro, se Rousseff avesse perso le elezioni, di espandere la propria base associativa. L’Argentina, che ha affrontato una campagna economica concertata dall’avvoltoio capitalista di New York, il sionista di destra Paul Singer, per la confisca di beni argentini, ha espresso forte interesse all’adesione ai BRICS. Il ministro degli Esteri argentino Héctor Timerman ha dichiarato che gli argentini intendono aderire ai BRICS e i recenti accordi commerciali tra Argentina, Cina, Russia e India, indicano che gli argentini saranno i benvenuti nel “Club” anti-USA delle emergenti potenze economiche. Iran, Indonesia ed Egitto hanno anche espresso interesse ad aderire ai BRICS. Il nuovo presidente indonesiano Joko Widodo è un membro del partito dell’ex-presidentessa Megawati Sukarnoputri, la figlia del presidente Sukarno, spodestato dalla CIA nel sanguinoso colpo di Stato del 1965, aiutato e spalleggiato dal patrigno indonesiano del presidente Barack Obama, Lolo Soetoro e dalla madre Ann Dunham Soetoro, impiegata di USAID/CIA. La politica estera sukarniana indonesiana si allea con i BRICS con un allineamento naturale.
Le forze interventiste di CIA e Soros ora cercano di consolarsi della vittoria elettorale in America Latina, esercitando pressioni su Brasile e Argentina. Al presidente dell’Uruguay José “Pepe” Mujica, ex-guerrigliero marxista Tupamaro, viene impedito di partecipare alla rielezione e l’alfiere del suo Fronte Ampio è il suo predecessore Tabare Vasquez. Ottenendo il 45 per cento dei voti al primo turno delle elezioni del 26 ottobre, lo stesso giorno delle elezioni in Brasile, Vasquez è ora costretto al ballottaggio con il candidato presidenziale di destra del Partito nazionale Luis Lacalle Pou, figlio dell’ex-presidente conservatore uruguaiano Lacalle Herrera che mise l’Uruguay sotto il controllo economico di Banca Mondiale e FMI. Proprio come la CIA puntava su Neves, il nipote dell’ex-presidente del Brasile Tancredo Neves, morto per una malattia sospetta appena prima di prestare giuramento come presidente, nel 1985. CIA e Soros scommettono su Pou per sconfiggere Vasquez e vantarsi che la base progressista dell’America Latina delle nazioni non è permanente. Pedro Bordaberry, terzo classificato in Uruguay, che ora sostiene Pou proprio come Silva sosteneva Neves in Brasile dopo aver perso il primo turno, è il figlio del brutale dittatore uruguayano installato dalla CIA Juan Maria Bordaberry, arrestato nel 2005 per aver ordinato l’assassinio di due deputati uruguaiani. Ironia della sorte, Vasquez, che come Mujica favorisce la legalizzazione e il controllo governativo della vendita della marijuana, affronta l’opposizione dal suo avversario, finanziato da Soros, contrario alla legalizzazione della marijuana, citando statistiche nebulose e infondate sull’aumento della criminalità sotto le presidenze del Fronte Ampio. Soros passa come favorevole alla legalizzazione della marijuana, tuttavia, compromette la sua posizione in Paesi come l’Uruguay, dove gli interessi suoi e della CIA impongono l’opposizione alla legalizzazione della marijuana.
In Brasile e Uruguay i candidati sostenuti da CIA e Soros e i loro principali sostenitori rappresentano le forze reazionarie che vogliono riportare indietro l’orologio dell’America Latina, ai giorni del dominio fascista. L’elezione brasiliana ostacola i piani di CIA e Soros. Il ballottaggio uruguaiano del 30 novembre darà alla coppia letale John Brennan della CIA e George Soros un’altra occasione per ostacolare l’avanzata dell’America Latina verso un governo progressista, ma anche i piani dell’alleanza BRICS d’espansione come forza economica e politica che possa continuare a sfidare il neo-imperialismo del vero “asse del male”: Washington-Londra-Bruxelles-Israele.

Dilma-Cristina-hgLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Nuove regole o gioco senza regole: “Abbiamo bisogno di un nuovo consenso globale da potenze responsabili”

Presidente Vladimir Putin, Global Research, 25 ottobre 2014

Pubblichiamo il testo integrale del discorso del Presidente russo Vladimir Putin ai membri del Club del dialogo internazionale di Valdaj. Quest’anno il tema principale era Ordine mondiale: nuove regole o nessuna regola?

31435Colleghi, signore e signori, amici, è un piacere darvi il benvenuto all’XI riunione del Club del dialogo internazionale di Valdaj.
E’ stato già detto che il club ha nuovi co-organizzatori quest’anno, tra cui organizzazioni non governative, gruppi di esperti e università russo. È stata sollevata anche l’idea di ampliare il dibattito includendo non solo questioni relative alla Russia, ma anche la politica globale e l’economia. Spero che questi cambiamenti nell’organizzazione e il contenuto rafforzino l’influenza del club come forum di discussione tra esperti di primo piano. Allo stesso tempo, spero che lo ‘spirito di Valdaj’ rimanga, con questa atmosfera libera e aperta e la possibilità di esprimere ogni sorta di opinioni diverse e franche. Vorrei dire a questo proposito che voglio, inoltre, non deludervi parlando direttamente e francamente. Parte di ciò che dico potrebbe sembrare un po’ troppo dura, ma se non parliamo direttamente e onestamente di ciò che realmente pensiamo, non avrebbe molto senso riunirsi in questo modo. Sarebbe meglio in questo caso solo continuare gli incontri diplomatici, dove nessuno dice nulla nel vero senso della parola e, ricordando le parole di un famoso diplomatico, rendersi conto che i diplomatici hanno una lingua per non dire la verità. Ci riuniamo per altri motivi. C’incontriamo per parlarci francamente. Dobbiamo essere diretti e schietti oggi, non scambiarci note, ma tentare di andare a fondo di ciò che realmente accade nel mondo, cercare di capire il motivo per cui il mondo è sempre meno sicuro e più imprevedibile, e perché i rischi aumentano nel mondo.
La discussione di oggi s’è svolta sul tema: nuove regole o gioco senza regole. Penso che questa formula descriva con precisione il punto di svolta storico che abbiamo raggiunto oggi e la scelta che tutti noi affrontiamo. Non vi è nulla di nuovo, naturalmente, sull’idea che il mondo stia cambiando molto velocemente. So che ciò è stato già discusso in precedenza. E’ certamente difficile non notare le trasformazioni drammatiche nella politica e nell’economia mondiali, nella vita pubblica e industriale, delle tecnologie dell’informazione e sociali. Lasciate che vi chieda ora di perdonarmi se finisco per ripetere ciò che alcuni partecipanti al dibattito hanno già detto. E’ praticamente impossibile evitarlo. Avete già avuto discussioni approfondite, ma io porrò il mio punto di vista. Coinciderà con il punto di vista degli altri partecipanti su alcuni aspetti e sarà diverso su altri. Analizzando la situazione odierna, non dimentichiamo le lezioni della storia. Prima di tutto, le variazioni dell’ordine mondiale, ciò che vediamo oggi sono eventi di tale portata, sono di solito accompagnati se non da guerra e conflitti globali, da catene di conflitti locali intensi. In secondo luogo, la politica globale è soprattutto leadership economica, guerra e pace, dimensione umanitaria, compresi i diritti umani. Il mondo è carico di contraddizioni di oggi. Dobbiamo essere sinceri nel chiederci se abbiamo una rete di sicurezza affidabile. Purtroppo, non vi è nessuna garanzia e nessuna certezza che l’attuale sistema di sicurezza globale e regionale possa proteggerci dagli sconvolgimenti. Questo sistema è seriamente indebolito, frammentato e deformato. Le organizzazioni di cooperazione internazionale e regionali politiche, economiche e culturali attraversando momenti difficili. Sì, molti meccanismi che abbiamo per assicurare l’ordine del mondo furono creati molto tempo fa, soprattutto nel periodo immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale. Vorrei sottolineare che la solidità del sistema creato allora non riposava solo sui rapporti di forza e i diritti dei Paesi vincitori, ma sul fatto che i ‘padri fondatori’ di questo sistema si rispettavano, non cercavano di costringere gli altri, ma tentavano di accordarsi. La cosa più importante è che questo sistema deve sviluppare, e nonostante i suoi vari difetti, deve almeno poter mantenere gli attuali problemi del mondo entro certi limiti, regolando l’intensità della naturale competizione tra Paesi. E’ mia convinzione che non possiamo prendere questo meccanismo di pesi e contrappesi costruito nel corso degli ultimi decenni, a volte con molta fatica e difficoltà, e semplicemente distruggerlo senza costruire nulla al suo posto. In caso contrario, saremmo senza strumenti diversi dalla forza bruta. Ciò che dobbiamo fare è una ricostruzione razionale e adattata alle nuove realtà del sistema delle relazioni internazionali. Ma gli Stati Uniti, che si dichiararono vincitori della guerra fredda, non l’hanno ritenuto necessario. Invece di creare un nuovo equilibrio di potere, essenziale per mantenere l’ordine e la stabilità, hanno preso misure squilibrando il sistema in modo acuto e profondo. La guerra fredda si è conclusa, ma non si è conclusa con la firma di un trattato di pace su accordi chiari e trasparenti e sul rispetto delle vigenti norme o creazione di nuove regole e norme. Ciò ha creato l’impressione che i cosiddetti ‘vincitori’ nella guerra fredda abbiano deciso di sospingere gli eventi rimodellando il mondo secondo i propri bisogni e interessi. Se l’esistente sistema di relazioni internazionali, diritto internazionale ed equilibri segue questi obiettivi, viene dichiarato inutile, obsoleto e bisognoso d’immediata demolizione.
Perdonate l’analogia, ma questo è il modo in cui i nuovi ricchi si comportano quando improvvisamente si esaurisce il patrimonio, in questo caso sotto forma di leadership e dominio del mondo. Invece di gestire il patrimonio con saggezza, anche a proprio vantaggio naturalmente, penso che commettano tante follie. Siamo entrati in un periodo da diverse interpretazioni e silenzi deliberati nella politica mondiale. Il diritto internazionale è stato costretto a ritirarsi più e più volte dall’assalto del nichilismo giuridico. L’obiettività e la giustizia sono stati sacrificate sull’altare della convenienza politica. Interpretazioni arbitrarie e valutazioni di parte hanno sostituito le norme giuridiche. Allo stesso tempo, il controllo totale dei media globali ha reso possibile quando ritrarre il bianco come nero e il nero come bianco. In una situazione in cui si aveva il dominio di un Paese e dei suoi alleati o satelliti, piuttosto che la ricerca di soluzioni globali, spesso si è passati al tentativo d’imporre le proprie ricette universali. Le ambizioni di tale gruppo sono così cresciute che ha iniziato a presentare la politica ideata nelle loro stanze del potere come visione di tutta la comunità internazionale. Ma non è così. La stessa nozione di ‘sovranità nazionale’ è diventata un valore relativo per la maggior parte dei Paesi. In sostanza, ciò che veniva proposto era la formula: maggiore è la lealtà verso il solo centro di potere mondiale, più grande è la legittimità di questo o quel regime al potere. Avremo una discussione libera dopo e sarò felice di rispondere alle vostre domande e vorrei anche avere il mio diritto di porre domande a chiunque cerchi di confutare le argomentazioni che ho appena elencate nella prossima discussione. Le misure adottate contro coloro che rifiutano di sottomettersi sono ben note e sono state provate e testate più volte. Comprendono uso della forza, pressione economica, propaganda, ingerenza negli affari interni appello a una sorta di legittimazione ‘sovra-legale’, quando c’è bisogno di giustificare l’intervento illegale in questo o quel conflitto o rovesciare regimi scomodi. Di recente, appare sempre più evidente anche il ricatto verso numerosi leader. Non per nulla il ‘Grande Fratello’ spende miliardi di dollari per mantenere tutto il mondo, compresi i più stretti alleati, sotto sorveglianza. Proviamo a chiederci quanto possa essere comodo, sicuro, felice vivere in tale mondo, e quanto giusto e razionale sarebbe? Forse non abbiamo reali motivi per preoccuparci, argomentare e porre domande imbarazzanti? Forse la posizione eccezionale degli Stati Uniti e il modo in cui sostengono la loro leadership, in realtà sia una benedizione per tutti noi, e la loro ingerenza negli eventi mondiali porta pace, prosperità, progresso, crescita e democrazia, e dovremmo forse solo rilassarci e godere di tutto ciò? Lasciatemi dire che non è così, assolutamente no.
Il diktat unilaterale per imporre i propri modelli produce il risultato opposto. Invece di risolvere i conflitti porta alla loro escalation, invece di Stati sovrani e stabili vediamo avanzare il caos, e al posto della democrazia vi è l’aperto supporto a un molto dubbio pubblico che va da dichiarati neofascisti agli islamisti. Perché supportare costoro? Perché decidono di usarli come strumenti per raggiungere i propri obiettivi, per poi bruciarsi le dita e rinculare. Non smetto mai di stupirmi dal modo in cui i nostri partner non cessino dal calpestare lo stesso rastrello, come si dice qui in Russia, cioè reiterare lo stesso errore più e più volte. Una volta hanno sponsorizzato i movimenti estremisti islamici per combattere l’Unione Sovietica. Tali gruppi hanno acquisito esperienza in battaglia in Afghanistan e in seguito creato i taliban e al-Qaida. L’occidente, se non supportava, chiudeva gli occhi e, direi, dava informazioni, sostegno politico e finanziario all’invasione della Russia dei terroristi internazionali (non l’abbiamo dimenticato) e dei Paesi della regione dell’Asia centrale. Solo dopo i terribili attacchi terroristici sul suolo statunitense svegliarono gli Stati Uniti sulla comune minaccia del terrorismo. Permettetemi di ricordarvi che fummo il primo Paese a sostenere il popolo statunitense, allora, il primo a reagire da amici e partner alla terribile tragedia dell’11 settembre. Nelle mie conversazioni con i leader statunitensi ed europei, ho sempre parlato della necessità di combattere il terrorismo insieme, come sfida globale. Non possiamo rassegnarci ed accettare tale minaccia, non possiamo dividerci e usare due pesi e due misure. I nostri partner hanno espresso accordo, ma passato un po’ di tempo siamo tornati al punto di partenza. Prima c’è stata l’operazione militare in Iraq, poi in Libia, spinta sull’orlo della disintegrazione. Perché la Libia è stata trascinata in tale situazione? Oggi è un Paese in pericolo di spezzarsi e divenuto campo di addestramento dei terroristi. Solo la determinazione e la saggezza dell’attuale leadership egiziana salva tale Pese arabo chiave dal caos e dagli estremisti che dilagano. In Siria, come in passato, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno finanziato e armato direttamente i ribelli, consentendogli di colmare i ranghi con mercenari provenienti da vari Paesi. Vorrei chiedervi da dove provengono tali ribelli e come ottengono soldi, armi e specialisti militari? Da dove viene tutto ciò? Come ha fatto il famigerato SIIL a divenire un gruppo così potente, in sostanza una vera e propria forza armata? Sulle fonti di finanziamento, oggi, il denaro non proviene solo dalla droga, la cui produzione non solo è aumentata di qualche punto percentuale, ma di molte volte, da quando le forze della coalizione internazionale sono presenti in Afghanistan. Ne siete consapevoli. I terroristi ricevono sempre denaro anche con la vendita del petrolio. Il petrolio viene prodotto nei territori controllati dai terroristi, producendolo, trasportandolo e vendendolo a prezzi stracciati. Ma qualcuno compra questo petrolio, lo rivende e ne trae profitto senza pensare al fatto che finanzia i terroristi che potrebbero, prima o poi, venire nelle sue terre seminando distruzione. Da dove prendono nuove reclute? In Iraq, dopo che Sadam Husayn fu rovesciato, le istituzioni dello Stato, compreso l’esercito, furono abbandonate. Dicemmo a quei tempi di essere molto, molto attenti. Avete portato le gente in piazza, e che cosa fanno? Non dimenticate (giustamente o meno) che dirigevano una grande potenza regionale, e cosa sono diventati ora? Qual è stato il risultato? Decine di migliaia di soldati, funzionari ed ex-attivisti del partito Baath sono scesi in piazza ed oggi si sono uniti ai ribelli. Forse ciò spiega il motivo per cui lo Stato islamico s’è rivelato così efficace? In termini militari, è molto efficace e ha alcuni notevoli professionisti. La Russia ha avvertito ripetutamente sui pericoli di azioni militari unilaterali, sull’intervenire negli affari degli Stati sovrani, e nel flirtare con estremisti e radicali. Abbiamo insistito affinché i gruppi che lottano contro il governo siriano centrale, prima di tutto lo Stato islamico, figurino negli elenchi delle organizzazioni terroristiche. Ma non abbiamo visto alcun risultato? Abbiamo fatto appelli invano. A volte si ha l’impressione che i nostri colleghi e amici siano costantemente in lotta con le conseguenze delle loro politiche, gettando tutto il loro impegno nell’affrontare rischi che hanno creato, pagando un prezzo sempre maggiore.
Colleghi, questo periodo del dominio unipolare ha dimostrato, in modo convincente, che un solo centro di potere rende ingestibili i processi globali. Al contrario, questo tipo di costruzione instabile ha dimostrato incapacità nel combattere minacce reali, come conflitti regionali, terrorismo, narcotraffico, fanatismo religioso, sciovinismo e neonazismo. Allo stesso tempo, si è aperta la strada al nazionalismo, manipolando l’opinione pubblica e lasciando che il forte perseguiti e reprima i deboli. In sostanza, il mondo unipolare è semplicemente un mezzo per giustificare la dittatura su popoli e Paesi. Il mondo unipolare si è rivelato un peso troppo scomodo, pesante e ingestibile anche per il leader autoproclamatosi tali. Osservazioni su ciò sono state fatte qui, poco prima, e sono pienamente d’accordo. Questo è il motivo per cui vediamo i tentativi, in tale nuova fase storica, di ricreare una parvenza di mondo quasi-bipolare quale modello conveniente per perpetuare la leadership statunitense. Non importa chi prenda il posto dell'”Impero del Male” della propaganda statunitense, il vecchio posto dell’URSS quale avversario principale. Potrebbe essere l’Iran, in quanto Paese che cerca di acquisire la tecnologia nucleare, la Cina, come prima economia mondiale, o la Russia come superpotenza nucleare. Oggi, assistiamo a nuovi sforzi per frammentare il mondo, tracciare nuove linee di divisione, creare coalizioni basate sul nulla se non contro qualcuno, chiunque, dia l’immagine del nemico, come è avvenuto durante la guerra fredda, e avere diritto a tale leadership, o se preferite diktat. La situazione si presentava così durante la Guerra Fredda. Noi lo comprendiamo e lo sappiamo. Gli Stati Uniti hanno sempre detto ai loro alleati: “Abbiamo un nemico comune, un nemico terribile, l’impero del male, e voi, nostri alleati, siete difesi da questo nemico, e quindi abbiamo il diritto di ordinarvi, di costringervi a sacrificare i vostri interessi politici ed economici e pagare i costi di tale difesa collettiva, di cui saremo i responsabili, naturalmente”. In breve, vediamo oggi i tentativi, in un mondo nuovo e mutato, di riprodurre un familiare modello di gestione globale, e tutto ciò in modo da garantirsi (gli Stati Uniti) una posizione eccezionale e trarne dividendi politici ed economici. Ma tali tentativi sono sempre più avulsi dalla realtà e in contraddizione con la diversità del mondo. I passaggi di tale tipo suscitano inevitabilmente scontro e contromisure dall’effetto opposto a quello sperato. Vediamo cosa succede quando la politica avventatamente s’ingerisce nell’economia e la logica delle decisioni razionali lascia il posto alla logica dello scontro dannoso solo ai propri interessi economici, compresi quelli nazionali.
Progetti economici e d’investimento comuni oggettivamente avvicinano i Paesi e contribuiscono ad appianare i problemi attuali nelle relazioni tra gli Stati. Ma oggi, la comunità del business globale subisce pressioni inaudite dai governi occidentali. Di che imprese, convenienza economica e pragmatismo si può parlare quando sentiamo slogan come “la patria è in pericolo”, “il mondo libero è in pericolo” e “la democrazia è in pericolo”? E così tutti devono mobilitarsi. Questo è ciò cui una politica di vera e propria mobilitazione assomiglia. Le sanzioni già minano le basi del commercio mondiale, le norme dell’OMC e il principio d’inviolabilità della proprietà privata. Infliggendo un duro colpo al modello liberale di globalizzazione basato su mercati, libertà e concorrenza che, mi si permetta di notare, è un modello che ha avvantaggiato soprattutto proprio i Paesi occidentali. E ora rischiano di perdere fiducia come capi della globalizzazione. Dobbiamo chiederci, perché è necessario? Dopo tutto, la prosperità degli Stati Uniti si basa in gran parte sulla fiducia degli investitori e dei detentori stranieri di dollari e titoli statunitensi. Tale fiducia è chiaramente minata e segni di delusione sui frutti della globalizzazione sono visibili oggi in molti Paesi. Il precedente di Cipro è noto e le sanzioni per motivi politici hanno solo rafforzato la tendenza a cercare di rafforzare la sovranità economica e finanziaria, e Paesi o gruppi regionali desiderano trovare il modo di proteggersi dai rischi delle pressioni esterne. Abbiamo già visto che sempre più Paesi cercano di essere meno dipendenti dal dollaro e creano alternative nei sistemi finanziari e di pagamento e nelle valute di riserva. Penso che i nostri amici statunitensi semplicemente tagliano il ramo su cui sono seduti. Non è possibile mescolare politica ed economia, ma è ciò che accade ora. Ho sempre pensato e continuo a pensare oggi che le sanzioni per motivi politici siano un errore che danneggia tutti, ma sono sicuro che torneremo su questo argomento in seguito. Sappiamo come sono state prese tali decisioni, e chi fa pressione. Ma mi si permetta di sottolineare che la Russia non ha intenzione di farsi incastrare, offendersi o mendicare da nessuno. La Russia è un Paese autosufficiente. Lavoreremo nell’ambiente economico straniero che si forma, sviluppando produzione e tecnologia nazionali agendo con maggiore decisione per effettuare la trasformazione. Forzati dall’esterno, come è accaduto in passato, non faremo che rafforzare la nostra società, tenendoci allerta e concentrandoci sui nostri prioritari obiettivi di sviluppo. Naturalmente le sanzioni sono un ostacolo. Cercano di danneggiarci con tali sanzioni, bloccando il nostro sviluppo e isolandoci sul piano politico, economico e culturale, costringendoci al ritardo in altre parole. Ma permettetemi di dire ancora una volta che il mondo è un posto molto diverso, oggi. Non abbiamo alcuna intenzione di chiuderci in noi stessi, scegliendo una sorta via di sviluppo chiusa, cercando di vivere nell’autarchia. Siamo sempre aperti al dialogo, anche sulla normalizzazione delle nostre relazioni economiche e politiche. Contiamo qui sull’approccio pragmatico e la posizione delle comunità del business nei principali Paesi.
Alcuni dicono oggi che la Russia avrebbe voltato le spalle all’Europa, queste parole sono state pronunciate probabilmente già qui e anche nelle discussioni, e che sia alla ricerca di nuovi partner commerciali, soprattutto in Asia. Lasciatemi dire che non è assolutamente così. La nostra politica attiva nella regione dell’Asia-Pacifico non è iniziata solo ieri e non è una risposta alle sanzioni, ma è una politica che seguiamo da diversi anni. Come molti altri Paesi, anche occidentali, abbiamo visto che l’Asia gioca un ruolo sempre più importante nel mondo, nell’economia e nella politica, e non vi è alcun modo di permetterci di trascurare questi sviluppi. Permettetemi di dire ancora una volta che tutti lo fanno, e lo faremo, tanto più che gran parte del nostro Paese è geograficamente in Asia. Perché non dovremmo usare i nostri vantaggi competitivi in questo settore? Sarebbe estremamente miope non farlo. Lo sviluppo dei legami economici con questi Paesi e la realizzazione dei progetti d’integrazione congiunti creano anche grossi incentivi al nostro sviluppo interno. Le attuali tendenze demografiche, economiche e culturali suggeriscono che la dipendenza da una sola superpotenza oggettivamente diminuirà. Ciò è qualcosa di cui gli esperti europei e statunitensi parlano e scrivono da tempo. Forse gli sviluppi della politica globale rispecchieranno gli sviluppi che vediamo nell’economia globale, cioè forte concorrenza in nicchie specifiche e frequenti cambi di leader in settori specifici. Ciò è del tutto possibile. Non vi è dubbio che fattori umani quali istruzione, scienza, sanità e cultura giochino un ruolo più importante nella competizione globale. Questo ha anche un notevole impatto sulle relazioni internazionali, tra cui la risorsa del ‘soft power’ che dipenderà in larga misura dai risultati reali dello sviluppo del capitale umano, piuttosto che da sofisticati trucchi propagandistici.

putin_berlusconi_putin_berlusconi_1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Oro o cannonate: agire contro il crollo del dollaro

Christof Lehmann New Eastern Outlook 27/10/2014

827echina-gold-deng-xiaoping-bust-3Il crollo dell’economia è inevitabile, ha detto l’ex-capo economista della Banca dei regolamenti internazionali (BRI) William White in risposta alla relazione trimestrale del BRI di settembre 2013. Gli esperti prevedono che il collasso economico globale possa verificarsi all’improvviso tra la fine del 2014 e il 2015. Il fatto che gli interessi privati detengano Federal Reserve, Banca Centrale d’Inghilterra e le istituzioni di Bretton Woods rendono improbabile che i governi di Stati Uniti, Regno Unito e Unione europea possano impedirne il crollo. Le loro politiche sono sostanzialmente invariate dall’inizio del 2013, quando il vicegovernatore della Banca Popolare cinese Yi Gang ha sottolineato che la Cina non prevede una guerra economica, ma che vi si è preparata. Gli Stati dei BRICS da allora capitalizzano la Banca di sviluppo dei BRICS; l’asse Stati Uniti/Regno Unito e Unione europea hanno lanciato la guerra delle sanzioni alla Russia e la guerra civile in Ucraina. Nel 2014, la Cina comincia ad aprire il settore bancario a investimenti e banche esteri su scala inaudita; l’Australia è impantanata tra pressione degli Stati Uniti e tendenza ad utilizzare le attraenti e sicure opportunità cinesi. Thailandia, Malaysia e altre economie sono sempre più incoraggiante dai loro investitori a studiare il mercato cinese. Con il sistema di Bretton Woods sull’orlo del collasso e possibili conflitti incombenti, l’oro e le nuove economie basate sull’oro attraggono, in alcuni casi più in altri casi una meno esitante attenzione dai governi di tutto il mondo. La tendenza è, sebbene a malincuore accettata, impossibile da ignorare. La Cina ha superato gli Stati Uniti come prima economia mondiale per potere d’acquisto, ed è pronta a diventare la No.1 per PIL entro un anno, riporta il FMI.

Evitare la confusione dei principi. Fiat vs oro
Le valute fiat non sono necessariamente più instabili delle valute basate sui beni. Hanno vantaggi e svantaggi. Le materie prime, ad esempio l’oro, hanno un valore intrinseco dovuto alla presenza fisica e al valore del lavoro investito nell’estrazione e raffinazione dell’oro. Un problema con l’oro è che è limitato, come altre materie prime e non è equamente distribuito nel mondo. L’oro, in altre parole, non è una panacea contro la geopolitica e i conflitti per le risorse. Le valute fiat sono, in linea di principio, infinite. Stampare sempre moneta a corso forzoso senza adattarsi a valori come materie prime, merci, forza lavoro o potenziale produttivo, implica che le prime potenze militari possano essere tentate di costringere le altre ad accettare, in linea di principio, una moneta senza valore fiat che potrebbero contraffare. Gli Stati Uniti, con la loro geopolitica militare e il costringere più volte altre nazioni, come l’Iraq, ad accettare il dollaro dei regolamenti internazionali o a subire una guerra, sostanzialmente producono denaro contraffatto per risolvere i propri bilanci; l’uso di eufemismi come quantitative easing per coprire la fallimentare politica della contraffazione, è un buon esempio dei problemi e rischi inerenti le valute fiat. Mentre le valute fiat non sono necessariamente migliori o peggiori dei sistemi basati sull’oro, il maggiore problema dell’utilizzo di valute fiat negli accordi economici tra le nazioni, è piuttosto il fatto che alcune banche nazionali sono di proprietà privata; cioè, i proprietari sono parte delle reti canaglia che hanno in ostaggio il governo di uno Stato. Lo stesso vale per le istituzioni di Bretton Woods, come FMI e Banca Mondiale. Altre economie nazionali funzionano bene con valute a corso forzoso, a condizione che la banca nazionale sia una realtà nazionale e che la moneta non sia creata come debito. L’attuale “corsa” all’oro, in altre parole, non è causato da vantaggi intrinseci e superiori delle economie basate sull’oro, ma piuttosto dalle dinamiche conflittuali dell’attuale politica internazionale.

L’illusione che un mercato sotto pressione possa mantenere liquidità
La relazione trimestrale realisticamente pessimista della Banca dei Regolamenti Internazionali, del settembre 2013, indicò il quantitative easing della Banca centrale europea e della Federal Reserve Bank degli Stati Uniti come uno dei principali fattori che potrebbero causare il collasso economico globale. Gli esperti concordano sul fatto che la Federal Reserve e la Banca centrale europea hanno perso il controllo sul diluvio di denaro e debito che creano. Il rapporto della BRI ha osservato, in tante parole, che è impossibile per Federal Reserve e BCE rimettere il dentifricio nel tubetto, mentre, all’epoca, il governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, continuava a spremere il tubetto. L’ex-capo economista della BIS William White ha avvertito, in modo inequivocabile, che il mondo è diretto verso un inevitabile crollo economico globale. White ha osservato che la bolla del credito globale sta per scoppiare e che la percentuale dei prestiti di rischio estremo è balzata del 45 per cento a metà 2013. Cioè, l’interesse sui prestiti di rischio estremo è il dieci per cento in più dalla comparsa della crisi economica globale nel 2007. Parlando a The Telegraph, White ha aggiunto che la situazione nel 2013 era peggiore di prima del crollo di Lehmann Brothers. Il giornale citava White, “Tutti gli squilibri precedenti sono ancora lì. Il totale dei debiti pubblico e privato è del 30 per cento più elevato nel PIL delle economie avanzate di quanto non fosse allora, aggiungendovi il problema del tutto nuovo delle bolle nei mercati emergenti che intendono inserirsi nel ciclo del boom“. White prevede che il collasso economico possa essere improvviso, aggiungendo il problema che la politica finanziaria degli Stati Uniti è imprevedibile e che sia un’illusione credere che un mercato sotto stress possa mantenere liquidità. I problemi di liquidità degli Stati Uniti sono evidenti dal 2013, quando la Federal Reserve respinse i sindaci tedeschi venuti a controllare le riserve d’oro della Germania negli Stati Uniti. Nel 2013 la Germania, come molti altri, iniziò la copertura contro il crollo economico atteso tentando di rimpatriare la maggior parte delle proprie riserve auree. La banca federale e il governo tedeschi risposero al rifiuto chiedendo il rimpatrio dell’oro tedesco dagli Stati Uniti. Gli Stati Uniti risposero che potevano fornire l’oro a rate entro il 2020. Gli Stati Uniti da allora iniziarono a consegnare le rate, ma dissero alla Banca Federale Tedesca che dovevano fondere i lingotti prima della consegna. I lingotti d’oro che la Germania ha ricevuto, da allora, in altre parole non sarebbero identificabili dai numeri di serie. Il processo di ri-fonditura rimuove anche l’impronta digitale chimica con la quale l’oro potrebbe essere identificato come l’oro che la Germania aveva depositato negli Stati Uniti. In altre parole, potrebbe ricevere l’oro rubato alla Libia nel 2011.
Un articolo ironico, intitolato “L’oro della Germania e la Fed dei fessi” descrive la situazione utilizzando un’allegoria. Un motociclista investe il proprietario di una Ferrari, gli rompe le ossa e quindi gli ruba l’auto dicendogli: “guardi quanto è pericoloso il mondo, mi permetta di prendermi cura della sua bella Ferrari”. Quando il titolare si riprende e chiede di riavere l’auto viene cacciato. Dopo di che riceve il permesso di vedere il motore, senza numero di serie, quindi un volante, e alla fine riottiene i pezzi di ricambio che possono, o non possono, provenire dalla sua auto. Infine le altre parti dell’auto vengono consegnate in sette anni. Inutile dire che gli Stati Uniti comunque mancano di liquidità. Molti analisti notano che gli Stati Uniti hanno venduto la maggior parte dell’oro che avrebbero dovuto detenere per conto di altre nazioni. Il furto potrà essere coperto fin quando sarà possibile mantenere lo status quo del fallimentare sistema di Bretton Woods.

peoples_bank_of_china--621x414La Cina si prepara alla guerra economica
Il vicegovernatore della Banca Popolare cinese, Yi Gang, ha dichiarato all’inizio di quell’anno che la Cina può pienamente affrontare una guerra valutaria, se necessario. L’agenzia cinese Xinhua ha citato Yi Gang dire: “La Cina è pronta nelle politiche monetarie ed altri meccanismi, ad affrontare una possibile guerra valutaria, e la Cina terrà pienamente conto della politica dei quantitative easing condotta dalle banche centrali di certi Paesi“. La Cina da allora, prudentemente, ha iniziato a sbarazzarsi dei dollari USA utilizzandoli per acquisire beni di valore nelle economie occidentali, ampliando la portata delle sue importazioni di risorse strategiche, investendo in partnership per garantirsi le risorse e in partnership di produzione in Europa, Latina America, Africa, Asia e Medio Oriente, e tutto questo su una scala senza precedenti. Mentre Stati Uniti, Regno Unito ed Unione europea continuano la loro “quantitative easing”, una strategia per sfuggire al crollo incombente, in generale creando conflitti per perpetuare ancora un po’ il non-glorioso nuovo secolo americano.
Il piano di Stati Uniti/Regno Unito era impedire la costruzione del gasdotto Iran-Iraq-Siria con l’obiettivo di creare insicurezza sull’invio del gas iraniano all’Europa; un coinvolgimento profondo nella crisi in Ucraina, volta a generare insicurezza sulle fornitura di gas russo all’Europa; tentare di forzare l’Europa alla dipendenza degli Stati Uniti su gas e petrolio di scisto statunitensi mentre arginano Mosca; tutto ciò sono risposte illecite a problemi economici leciti. Risposte pericolose e intrinsecamente inadatte a una prevenzione efficace, o almeno attenuazione della crisi economica globale e alla fine del sistema monetario di Bretton Woods. Anche nel 2013, mentre gli esperti avvertivano che il collasso economico globale è inevitabile e mentre altri già notavano che USA/UK non potendo vincere la guerra alla Siria, già dal luglio 2012, puntavano al conflitto in Ucraina, gli Stati membri dei BRICS s’incontravano a margine del G20 a San Pietroburgo, in Russia, decidendo d’istituire la Banca di sviluppo BRICS come complemento a FMI e Banca mondiale. Nel luglio 2014, la Banca di sviluppo dei BRICS è stata fondata con 100 miliardi di dollari. Inoltre, il conflitto in Ucraina ha avvicinato Russia e Cina nella cooperazione economica, energetica, nonché nella sicurezza.

L’apertura della Cina: far gravitare le nuove economie verso l’oro
La Cina ha risposto alla plausibilità del crollo economico globale con la deregolamentazione relativamente rapida e completa su investimenti esteri e commercio. La Cina è, tuttavia, abbastanza prudente da assicurarsi il controllo dello Stato sull’economia nazionale e la moneta. L’apertura della Cina non è passata inosservata. Nel luglio 2014, l’assistente del Governatore del Gruppo operazioni sui mercati finanziari della Banca di Thailandia (BoT), Chantarvan Sucharitakul, ad esempio, ha tenuto un seminario per investitori e uomini d’affari thailandesi. Chantarvan ha incoraggiato gli investitori tailandesi dicendo che dovrebbero indagare sui vantaggi dell’uso dello yuan nei pagamenti quando trattano con la Cina. Chantarvan ha detto: “Attualmente l’uso dello yuan cinese in Thailandia non è molto diffuso in quanto solo l’1 per cento delle attività commerciali della Thailandia con la Cina avviene utilizzando il renminbi (RNB)… Tuttavia, questo tasso è in rapido aumento e pertanto gli investitori thailandesi dovrebbero imparare ad utilizzare il canale di trading supplementare perché importanza e popolarità dello yuan aumenteranno in futuro, anche se non è ampiamente accettato e completamente libero in questo momento“. Sviluppi analoghi si vedono in Malesia, Indonesia e molti altri Paesi asiatici. Questo sviluppo non avviene senza la rigida resistenza degli Stati Uniti. La Thailandia ha subito una grave crisi nel 2014, quando l’opposizione popolare al governo di Yingluck Shinavatra sfidava il governo sul rigetto dell’amnistia per il fratello Taksin Shinawatra, creando una situazione di stallo prolungato e infine l’intervento della maggioranza sostenuta dai militari in Thailandia. L’ex-premier Taksin Shinawatra, che ha ammesso che governava il Paese dall’estero tramite la sorella Yingluck, era fuggito dalla Thailandia dopo essere stato condannato per corruzione. Tali eventi sarebbero un tentativo fallito d’istigare la guerra civile in Thailandia, sostenuta dalle élite di Wall Street e Londra, e l’imposizione di sanzioni degli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti così come le lobby di Wall Street e la City of London, sono più smussati quando si tratta di nazioni come l’Australia. Probabilmente perché percepita come nazione popolata prevalentemente da caucasici, l’Australia subisce un approccio soft-power, mentre Stati Uniti/Regno Unito si ritengono più legittimati nel tentare di sovvertire la Thailandia con la violenza, segno del razzismo radicato osservabile nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Soft power o meno, la pressione degli Stati Uniti contro il tentativo dell’Australia di agire nel migliore interesse degli australiani impantana il governo australiano. Nell’ottobre 2014, la giornalista australiana Michelle Grattan riferiva che alti membri del governo australiano sono divisi sulla possibilità che l’Australia debba firmare la banca internazionale per finanziare lo sviluppo delle infrastrutture, che la Cina si appresta a lanciare nel novembre 2014. Grattan ha osservato che: “L’Australia è sotto pressione degli Stati Uniti, affinché non partecipi alla nuova banca. … Il piano cinese rientra nel grande contesto geopolitico internazionale della concorrenza cino-statunitense nella regione. Gli statunitensi, che vedono la banca come possibile via per aumentare l’influenza della Cina nei Paesi dell’Asia sud-est, fanno vive pressioni per tenersene fuori”. La Cina, dal canto suo, ha annunciato che avrebbe offerto fondi ai Paesi in via di sviluppo nella regione per progetti su energia, telecomunicazioni e trasporti. La Cina ha dichiarato che inizialmente finanzierà la banca di sviluppo regionale con 50 miliardi di dollari, non yuan o renminbi. I segnali sono chiari. La Cina è uno dei più grandi possessori di debito e dollari degli Stati Uniti. La Cina si sbarazza del dollaro sempre più velocemente, e fa il massimo per non ribaltare le economie basate sul dollaro già in difficoltà estrema. Ancora più importante, la Cina investe tali dollari nello sviluppo strategico dei partenariati regionali aiutando le economie delle nazioni più deboli come il Laos, aprendo i suoi mercati a investitori e commercianti di Thailandia, Malaysia, Australia, favorendo la cooperazione su energia e sicurezza con la Russia, utilizzando Hong Kong come base per la sua apertura economica. Del 2014 il conflitto sull’autodeterminazione politica di Hong Kong deve essere visto nella prospettiva della prudente, ma rapida, apertura economica della Cina ai capitali stranieri. Non sorprende che la National Endowment for Democracy, l’ala soft power del dipartimento di Stato degli Stati Uniti e della CIA, sostenga il movimento di Hong Kong “Occupy Central“.
La scena è pronta per una transizione, sia che si presenti sotto forma di crollo improvviso o meno. La spinta primaria di tale transizione, probabilmente, non è la debolezza intrinseca di Stati Uniti/Regno Unito e del sistema monetario ed economico basato sul debito dalle istituzioni di Bretton Woods, ma senza dubbio il fatto che i governi di Paesi come Venezuela, Mozambico, Laos, Myanmar ed altri percepiscano l’approccio soft power della Cina assai meno problematico e, soprattutto, assai meno letale e devastante del presunto “Nuovo secolo americano”. E’ come scegliere tra l’oro e le cannonate.

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Capisco perchè sia così grande da vedersi dallo spazio

Dr. Christof Lehmann è un consulente politico indipendente su conflitti e risoluzione dei conflitti, fondatore e direttore di Nsnbc, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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