Spionaggio USA in Venezuela: Colpo di Stato all’opera

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 18.05.2013
tracyobamalargeTracy è arrivato in Venezuela nel settembre 2012 posando da regista con il compito di seguire la campagna pre-elettorale dell’allora presidente Hugo Chavez e del candidato dell’opposizione Henrique Capriles. Ma si comportò in modo insolito fin da subito. Per esempio, non è mai apparso nel Quartier generale dell’Associazione di Corrispondenti Esteri (APEX). Perfino i corrispondenti indipendenti fanno in modo di rendere il loro soggiorno nel Paese più comodo, evitando di apparire come dei giornalisti petulanti dalle troppe domande. Tracy sapeva bene dove andare a Caracas e non trovava difficoltà nel trovare le persone giuste. Usò un elenco di individui raccomandati per stabilire i primi contatti con attivisti dell’opposizione radicale e avviarne il finanziamento delle attività. I contatti inclusero la Juventud Activa de Venezuela Unida – JAVU e il Movimento Venezuelano del 13 aprile. Strinse legami con il Movimento Rivoluzionario Tupamaro, guidato da persone che più di una volta hanno detto di esser pronte a prendere le armi se l’opposizione avesse tentato di rovesciare il governo legittimo. In particolare, Tracy cercava di valutare quanto sia potente l’organizzazione ed ammise che possiede realmente la capacità di usare la forza, così come quanto fosse efficace la sua interazione con le forze di sicurezza. Secondo SEBIN, la missione principale di Tracy era provocare conflitti e scontri tra chavisti e l’opposizione o, in altre parole, creare i presupposti per la guerra civile.
Agendo sotto copertura, Tracy è riuscito sorprendentemente a sguazzarvi sempre bene. Per esempio, ha ripreso le istruzioni ai giovani militanti dell’opposizione, contro le forze di polizia, date dal generale in pensione Antonio Rivero, figura di spicco dell’organizzazione estremista Volontà del Popolo. Ha anche ripreso i disordini vicino all’ambasciata di Cuba a Caracas, il 14 febbraio 2013. Tracy è stato visto da agenti di sicurezza del SEBIN a Puerto Cabello, dove si trova la principale base navale del Paese. Il giornalista ha prestato particolare interesse al palazzo presidenziale e ha cercato di scattarne delle foto (cosa vietata senza un permesso speciale). Facendo questo, è stato arrestato dalle guardie, che lo rilasciarono molto presto. Le guardie del palazzo erano in allerta da maggio 2004, la misura era dovuta a un tentativo di assaltare l’edificio per uccidere il Presidente Chavez da parte di una formazione di 130 cospiratori di estrema destra e di paramilitari colombiani con divise di fatica militari venezuelane. Gli analisti del SEBIN non hanno dubbi che Tracy abbia ricevuto un addestramento specifico per operare in “ambiente ostile”. La congettura è corroborata dalla sua grande abilità nel penetrare varie organizzazioni. E’ ancora poco chiaro se sia stato addestrato dalla Central Intelligence Agency, dalla Defense Intelligence Agency o dalla Drug Enforcement Administration (DEA) degli Stati Uniti. Lo statunitense non era troppo loquace quando interrogato, fingendo che il suo spagnolo non fosse adeguato. Le domande venivano poste con l’aiuto di un interprete dandogli la possibilità di pensare sulle risposte. La giornalista venezuelana Ivana Cardinale ha detto, in un articolo pubblicato da aporrea.org, che ha fatto ricerche  su Internet, subito dopo lo scandalo, per trovare qualcosa sul regista, ma non ha scovato nulla! Due-tre settimane dopo fu sorpresa nel scoprire che, “improvvisamente”, i risultati di Google mostravano informazioni e non-so-quante-foto di Tim Tracy. Forse hanno pensato che i servizi di sicurezza venezuelani sarebbero stati troppo impegnati con il Presidente Chavez in difficoltà, per prestare attenzione a un collegamento. Anche il suo passaporto aveva solo un anno di validità. Pensavano che il regime sarebbe caduto prima della scadenza?
Dopo la detenzione di Tracy, una campagna per la sua difesa venne lanciata negli Stati Uniti. Non importa quanto si dimostrassero nette le prove, gli amici e i parenti più prossimi dissero che era innocente. Beh, i genitori e un paio di borsisti universitari della Georgetown potrebbero essere stati degli attori. Ed anche le informazioni circa la sua permanenza all’università sono torbide, non concretizzate da date precise. Forse perché si crede che l’università, e giustamente, sia il centro accademico della CIA. Lo stesso presidente Obama agì in sua difesa. Durante la sua visita in America Latina, Obama disse che le accuse contro il documentarista Tim Tracy, 35 anni, erano “ridicole”. E il caso di Tracy verrà gestito come ogni altro in cui un cittadino degli Stati Uniti finisce in un “groviglio legale” all’estero. Aengus James ammette di essere amico e socio di Tracy a Hollywood, California. L’uomo è un vero regista e produttore, ma il nome di Tracy non è mai menzionato in nessuno dei suoi film. Può essere che sia stato avvicinato con la richiesta di dare una mano al connazionale, nei guai a causa della sua lotta contro il “comunismo in America Latina”. James ha accettato di aiutarlo, “Non hanno preso un agente della CIA. Non hanno preso un giornalista. Hanno preso un bambino con una macchina fotografica“, ha detto. Descriveva James Tracy come “senza paura”, ma anche un po’ donchisciottesco. “Tutta questa storia è nata durante una festa nel sud della Florida”, ha detto. “Ha incontrato questa ragazza carina che gli dice: ‘Se sei veramente un documentarista, verrai a raccontare la storia di ciò che sta accadendo in Venezuela’, e se dici una cosa del genere a Tim, lui va, anche se non conosce una sola persona o non sa nulla della situazione politica o delle conseguenze.” James ha davvero inventiva nel raffigurare Tracy come un uomo che si tiene lontano dalla politica, con l’inclinazione alle avventure, troppo vivace e ingenuo per i suoi 35 anni. Che cosa volete da uno come lui?
Apparvero articoli sul materiale raccolto da Tracy per un film sulle organizzazioni criminali che operano nel nord degli Stati Uniti nel contrabbando, nella droga e nella tratta di esseri umani. Ma dove è il film? Forse Tracy ha agito come regista da qualche parte nella zona di frontiera canadese, ma in realtà ha lavorato per la DEA mantenendo i locali trafficanti di droga sotto sorveglianza. Non è forse la ragione per cui i funzionari degli Stati Uniti indugiarono quando il caso di Tracy venne alla ribalta? Le attività della DEA sono vietaei in Venezuela a causa del precedente coinvolgimento dell’agenzia nel raccogliere informazioni su politici e militari venezuelani. Coloro che furono reclutati, sono stati utilizzati per gestire il traffico di cocaina o per operare contro il governo di Chavez. La situazione nel Paese è già abbastanza complicata, l’ambasciata degli Stati Uniti è sotto stretto e intensificato controllo dalle forze dell’ordine venezuelane. E non poteva essere altrimenti, se si prendono in considerazione i diversi fatti sul coinvolgimento dell’ambasciata in cospirazioni, tra cui il tentato colpo di Stato dell’aprile 2002 e lo “sciopero del petrolio” tra la fine del 2002 e l’inizio del 2003. Ecco perché operatori come Tracy vengono inviati in Venezuela per pianificare un altro complotto. Con Washington che vede, nella situazione dopo le elezioni del 14 Aprile 2013, quando Maduro ha vinto con un vantaggio stretto, favorevole a un “cambio di regime” con il “soft power” e l’aiuto dei leader e degli studenti dell’opposizione.
Gli Stati Uniti ritengono che vi sia la solida possibilità di credere che la sconfitta di Capriles possa essere trasformata in una revanche, aumentando gradualmente la pressione sul leader bolivariano.  L’opposizione agisce liberamente, controlla l’80% dei canali TV e delle stazioni radio che ne diffondono la propaganda, i giovani radicali incitano le proteste nelle grandi città, con tentativi di bloccare gli edifici amministrativi, e le forze di polizia vengono provocate in azioni repressive.  L’opposizione possiede un potenziale di mobilitazione con cui fare i conti. In determinate circostanze può ripetere le manifestazioni dell’aprile 2002, quando Chavez fu temporaneamente costretto a lasciare il potere. L’inflazione, scarsità di cibo causata dalle società private (la ripetizione dello scenario cileno), campagne di propaganda che gonfiano la questione della corruzione ai vertici in modo sproporzionato, qualcuno che ha sempre qualche motivo di esser stufo dei politici del “periodo di Chavez”, alcuni dei quali appartengono alla “quinta colonna” nel governo, tutti questi problemi sono davvero difficili da affrontare. Nicolas Maduro saprà evitare uno scenario tipo aprile 2002, quando l’opposizione grazie a nuove nomine e a divisioni interne proprio nel palazzo Miraflores, gettò dei bolivariani dietro le sbarre senza un processo? Allora il presidente Pedro Carmona disse che Chavez doveva essere eliminato. Anche Capriles e il suo team saranno degli spietati liquidatori del potere bolivariano. Spargono sangue, ma si può essere certi che l’impero non interverrà. Questa è la legge della vendetta.
… Nell’aprile 2010 agenti del servizio d’intelligence colombiano DAS furono arrestati nello Stato di Barinas, stavano raccogliendo informazioni sulle infrastrutture energetiche venezuelane E’ ben noto che il DAS collabori strettamente con la comunità d’intelligence degli Stati Uniti. Nell’agosto 2012 un marine statunitense in pensione, che operò in Afghanistan e in Iraq, fu arrestato nello Stato di Tachira. Prima della cattura, cercò di cancellare i suoi appunti. Non molto tempo fa le autorità  dichiararono persone non grate due addetti militari degli Stati Uniti. Ufficiali patriottici  venezuelani indicarono che cercavano di reclutare agenti tra le fila dell’Aeronautica. Il numero di tali episodi è in aumento, lo testimonia il fatto che gli sforzi ostili per la raccolta d’informazioni si sono intensificati. In questo modo le informazioni sulle infrastrutture energetiche vengono utilizzate dai nemici del regime bolivariano per causare dei black-out. La gente ha dovuto attendere dei giorni prima che l’energia venisse ripristinata. Il ripetersi di tali incidenti conduce all’esasperazione degli elettori, che cresce in proporzione. Ciò fu uno dei motivi del critico passaggio a favore dell’opposizione, dalle elezioni del 7 ottobre 2012 a quelle del 14 aprile di quest’anno.

La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La CIA, il Qatar e la creazione di Jabhat al-Nusra

Phil Greaves, Global Research, 17 maggio 2013

556754Una recente intervista rilasciata da un ‘anonimo’ funzionario della sicurezza del Qatar, ha gettato ulteriore luce sull’invio segreto dalla CIA di armi ai militanti che combattono in Siria. In questo articolo della Reuters, il funzionario ‘anonimo’ della sicurezza e diversi comandanti ribelli confermano che il Qatar ha “strettamente coordinato i traffici di armi dirette [plurale] alla Siria“, per la presunta preoccupazione che le armi finiscano nelle mani di militanti estremisti islamici legati ad al-Qaida; gli stessi militanti, come notato in precedenza, che continuano a formare la punta di lancia della rivolta contro il governo siriano: “I combattenti ribelli in Siria dicono che negli ultimi mesi il sistema di distribuzione delle armi è diventato più centralizzato, con le armi consegnate attraverso il Comando Generale della Coalizione dell’opposizione nazionale guidata da Selim Idriss, un generale che ha disertato ed è uno dei preferiti da Washington.”
Ciò che è stato da tempo confermato dalle “fonti ufficiali” sulla stampa mainstream, è che queste spedizioni di armi sono iniziate almeno “all’inizio del 2012″. Possiamo essere sicuri, come nella maggior parte dei resoconti ufficiali, che libertà d’azione sia stata concessa con queste dichiarazioni: è assai probabile che un piccolo traffico di armi in Siria sia iniziato molto prima che le dichiarazioni di testimoni oculari, in Libia, confermassero che le spedizioni di armi dal porto di Misurata, roccaforte del Libyan Islamic Fighting Group, cominciassero subito dopo la caduta di Gheddafi. Sibel Edmonds ha anche riferito, nel novembre 2011, quindi molto prima che i grandi media lo rivelassero, che la CIA, insieme ai suoi omologhi turchi e della NATO, operava dal “centro nevralgico” congiunto statunitense-turco della base aerea di Incirlik, in Turchia, coordinando ‘ribelli’ e ‘attivisti’ già dall’aprile-maggio del 2011. Edmonds teorizza che probabilmente ciò fu una delle prime fasi in cui la CIA e i suoi partner regionali avviarono il contrabbando di armi, combattenti e materiale in Siria, mentre la rivolta prendeva piede.
Molte di queste informazioni di base, ‘fonti ufficiali’ e discrepanze sui resoconti danno l’impressione che i media non diano le informazioni quando le ricevono e che trattengano gli elementi cruciali degli eventi, adattandosi alla favola delle “forze di Assad che uccidono manifestanti pacifici“. Ciò che apprendiamo dal rapporto Reuters è che il Qatar (agendo direttamente agli ordini della CIA) ha scelto di “stringere” il coordinamento delle sue forniture di armi alla Siria, non essendoci modo coerente e strutturato di distribuire le armi, una volta raggiunto il confine con la Siria: “Il Qatar ora [maggio 2013] passa alla Coalizione aiuti umanitari e militari attraverso il comando militare,” ha detto un comandante nel nord della Siria intervistato a Beirut. Ciò pone subito la domanda: chi distribuiva le migliaia di tonnellate di armi del Qatar (su ordine della CIA) prima dell’aprile 2013? L’articolo prosegue affermando: “Prima che la coalizione fosse formata, passavano attraverso gli uffici di collegamento e altre formazioni militari e civili. Ciò all’inizio. Ora è diverso, tutto passa  attraverso la Coalizione e il comando militare”. “Vi sono molte consultazioni con la CIA, che aiuta il Qatar nell’acquisto e trasferimento delle armi in Siria, ma solo come consulente” ha detto. La CIA ha rifiutato di commentare.
Questo pezzo di disinformazione deve essere preso almeno con un pizzico di sale. Quali sono esattamente gli “uffici di collegamento, e le formazioni militari e civili?” L”opposizione’ non ha mai avuto nulla di simile a una formazione militare. Indipendentemente da ciò, questo pone diversi interrogativi e serie domande sui resoconti sul conflitto siriano. Sappiamo da tempo che il principale fornitore di armi ai ‘ribelli’ era ed è tuttora il Qatar, agendo direttamente sotto la “consulenza” della CIA. Sappiamo anche che queste spedizioni di armi furono notevoli “all’inizio del 2012″ e continuarono a crescere in quantità e frequenza. Un’inchiesta del New York Times ha confermato che è stato proprio così, riferendo che ottantacinque aerei cargo militari hanno volavato dal Qatar alla Turchia portando le armi dirette alla Siria tra gennaio 2012 e marzo 2013. (Il carico massimo di un aereo da trasporto militare medio è di circa 50-60 tonnellate.) Quali altri simili aspetti del conflitto sappiamo essere iniziati e progrediti “dall’inizio del 2012″? La dinamica più chiara e lampante verificatasi lungo questo lasso di tempo, e che ha continuato a crescere e aumentare notevolmente, sono il numero di morti che quello dei profughi all’interno della Siria. Come ampiamente indicato prima, il numero di morti in Siria è mensilmente quasi raddoppiato “dall’inizio del 2012″, e ha continuato ad aumentare rapidamente. Tutte le risorse disponibili e i dati sui morti forniti dai gruppi di opposizione o di ‘attivisti’, grosso modo lo confermano, come si può vedere in questo grafico compilato dalla Reuters:
bko-berciaauaye-largeUn altro fattore critico collega direttamente l’aumento del flusso di armi (ad opera di CIA/Qatar) all’enorme aumento del numero di morti. Cioè: il successo, la proliferazione e il rafforzamento di Jabhat al-Nusra e di simili gruppi militanti salafiti/jihadisti. Jabhat al-Nusra o, come è ormai noto, Stato Islamico d’Iraq e al-Sham (ISIS) era attivo in Siria come derivazione dal gruppo Stato islamico dell’Iraq (al-Qaida in Iraq – IQA) anni prima della rivolta siriana. In effetti, fin dalla formazione di IQA nelle regioni orientali della Siria (confinante con l’ovest iracheno e la provincia di Anbar), queste sono state un focolaio delle attività di al-Qaida subito dopo l’invasione degli Stati Uniti nel 2003. E’ fuor di dubbio che Jabhat al-Nusra e altri gruppi salafiti/jihadisti collaborazionisti, siano la forza trainante della rivolta armata. Per la maggior parte del conflitto armato, è stato Jabhat al-Nusra che ha condotto gli attacchi degli insorti alle principali installazioni militari siriane; le basi della difesa aerea e le autostrade costiere nei seri tentativi di bloccare le linee di rifornimento dell’EAS, la stragrande maggioranza degli attentati suicidi in aree civili e degli omicidi di importanti funzionari della sicurezza pubblica. Questi gruppi estremisti sono divenuti sempre più attrezzati, più organizzati, ben finanziati e, soprattutto, con i maggior successi sul terreno. Mentre gli Stati Uniti e i loro alleati del Golfo pretendono di avere armato, addestrato e sostenuto solo i ribelli ‘controllati’ e ‘moderati’, la realtà in Siria non dimostra assolutamente alcuna coerenza con queste affermazioni.
Ora abbiamo alcune opzioni teoriche, primo: la CIA sosterrà, come l’amministrazione statunitense afferma, di aver armato e supportato solo gruppi moderati e ‘coordinati’; come abbiano fatto gli  estremisti va oltre il mandato della CIA. Scaricandone così la responsabilità solo al Qatar o ai contrabbandieri turchi che trasportano armi in Siria. Anche in questo caso, il servizio d’intelligence del Qatar può anche rivendicare una negazione plausibile, passando la patata bollente ai contrabbandieri e ai ribelli che ne controllano il traffico al confine turco. Quindi le ramificazioni di questa politica, anche se fosse vera, assolverebbe dall’incoscienza puramente distruttiva e dall’evidente rafforzamento degli estremisti che ha permesso? Un altro risultato probabile, o negazione dell’associazione con questi gruppi, sarà che l’esercito arabo siriano e il governo siriano, a causa della presunta leadership degli alawiti, avrebbero preso la decisione di instillare consapevolmente il settarismo nel conflitto, al fine di reprimere il movimento di protesta. Quando si guardano da vicino le aperture del governo siriano verso il movimento di protesta pacifica, e le concessioni del governo di Assad fatte durante le prime fasi della protesta, è ancora una volta difficile vedervi una qualsiasi realtà confermare l’intenzione di Assad di dividere la Siria e d’iniziare una guerra settaria su vasta scala. In effetti, molte concessioni sono state fatte, tra cui: massiccia liberazione di prigionieri politici; una nuova costituzione che promette pluralità politica e un massimo di mandati presidenziali, il licenziamento di diversi governatori regionali e il licenziamento completo del governo siriano. Queste concessioni non recano il segno distintivo di un leader che cerca di emarginare la maggioranza del suo Paese, dove la popolazione sunnita era, ed è, fortemente rappresentata sia nel governo che nell’esercito.
La cosa più probabile, è che la CIA, insieme ai suoi partner del Qatar, conosca bene l’ideologia di chi arma e sostiene, scegliendo di perseguire questa politica semplicemente perché la più efficace a indebolire l’esercito siriano e a dividere il pacifico e multi-etnico tessuto della società siriana. Come detto sopra, è Jabhat al-Nusra che guida la lotta in Siria e che ha colpito le basi della difesa aerea della Siria in parecchie occasioni. Quale minaccia i missili antiaerei e i radar della difesa rappresentano per i piccoli gruppi di insorti con armi leggere, è difficile capirlo, suggerendo che questi gruppi agiscano su ordini di Stati esteri, le cui intelligence li utilizzano perseguendo il risultato desiderato d’indebolire le capacità di difesa strategica della Siria. Per coloro che studiano gli incessanti tentativi di sovversione e destabilizzazione dei governi degli Stati Uniti, questa tattica di fomentare e sostenere gli estremisti islamici non sarà una sorpresa. Non è solo la capacità tattica e l’esperienza in battaglia di Jabhat al-Nusra (IQA) che l’ha spinta alla leadership, senza soldi né armi e con il solo appello psicologico per avvincere le reclute, l’esperienza non vale nulla. Questi gruppi, presumibilmente originati da “al-Qaida”, sono più un’ideologia che formazioni operative coerenti e capaci di condurre una guerra internazionale; formano le “truppe d’assalto” settarie che da tempo gli Stati Uniti e i loro alleati hanno concordato di fomentare per sostenere i loro tentativi di bloccare la “resistenza” della “mezzaluna sciita”, allevandole letteralmente in modo incontrollato. Il Qatar (su “consulenza” della CIA) ha tacitamente incoraggiato, promosso e armato quei gruppi divenuti oggi i più importanti: gli estremisti salafiti/jihadisti che abbracciano l’odio settario contro sciiti e minoranze per promuovere divisione e caos sociale. Questo presumibilmente è accaduto proprio sotto il naso della CIA, con la sua tacita “consulenza” e senza riuscire a notare questa dinamica estremista in rapida espansione? Un altro possibile vantaggio per gli Stati Uniti e i loro alleati è stato recentemente sottolineato dal commentatore politico libanese Dr. Asad Abu Khalil, che ha osservato: “elencando il fronte al-Nusrah quale organizzazione terroristica, il governo degli Stati Uniti ha sostanzialmente concesso la licenza a tutti gli altri gruppi armati siriani di commettere ogni sorta di crimini di guerra. Quindi un qualsiasi gruppo armato può farla franca con i suoi crimini di guerra se solo batte la bandiera di al-Nusrah. È tutto quello che ci vuole. Così un gruppo armato appartenente all’ombrello del libero esercito siriano, per esempio, può commettere crimini di guerra, e quindi emettere una condanna il successivo giorno. Si tratta di una licenza illimitata ai crimini di guerra.”
Una forza a tutti gli effetti e totalmente malleabile delegata ai combattimenti, che promuove la sovversione, la divisione settaria e il caos totale per raggiungere l’obiettivo desiderato dagli Stati Uniti della distruzione dello Stato siriano, ergo: la rimozione di un alleato chiave dell’Iran e della resistenza all’egemonia occidentale nel Medio Oriente. Quando l’estremismo e la brutalità diventano troppo appariscenti per consentirne l’aperto sostegno occidentale, gli Stati Uniti indicano dei “terroristi” che, con un cambio di casacca, diventano la menzogna che è l’”ELS”.

Phil Greaves è uno scrittore ed analista inglese dedito all’analisi della politica estera anglo-statunitense e dei conflitti nel medio oriente dalla seconda guerra mondiale.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il sogno degli Stati Uniti si schianta in Asia centrale

Atul Bhardwaj (India) Purple BeretsOriental Review 13 maggio 2013

198224475Il 3 maggio, un aereo cisterna KC-135 dell’aeronautica degli Stati Uniti si è schiantato nel nord del Kirghizistan. Tutti e tre i membri dell’equipaggi a bordo sono rimasti uccisi. In precedenza, il 27 aprile, quattro aviatori statunitensi sono morti quando un aereo da sorveglianza e ricognizione MC-12 si è schiantato nel sud dell’Afghanistan. Il 30 aprile, un’altra tragedia si è avuta quando un cargo Boeing 747 si è schiantato poco dopo il decollo nella base militare statunitense di Bagram, in Afghanistan. Tutte le sette persone a bordo sono morte. Il velivolo era impiegato dalla National Air Cargo, una controllata delle National Airlines della Florida. Nell’anno in corso, l’incidente dell’aero-cisterna è stato l’ottavo riguardante un aereo militare statunitense impegnato nelle operazioni in Afghanistan. Quattro elicotteri, un aereo da combattimento F-16 e un velivolo Beachcraft MC-12 Liberty dell’USAF sono tra i velivoli schiantatisi.
Le perdite di elicotteri sono regolari in Afghanistan e ricevono una copertura mediatica di routine.  Tuttavia, dato che gli incidenti degli aerei ad ala fissa sono rari, ricevono molto più spazio nei media. Gli incidenti aerei sono causati da vari motivi, ma un grande fattore nella maggior parte dei disastri aerei è la fatica degli equipaggi e l’eccesso di fiducia, che spesso emergono durante campagne militari prolungate. La ultradecennale campagna statunitense in Afghanistan s’è dimostrata essere assai impegnativa per gli effettivi delle forze armate degli Stati Uniti e gli effetti negativi iniziano a mostrarsi. Il KC-135 è precipitato vicino a Manas, la base militare statunitense presso la capitale del Kirghizistan Bishkek. Viene utilizzato dai militari degli Stati Uniti come base logistica nel trasferimento di attrezzature e truppe dentro e fuori l’Afghanistan. Manas è stata creata nel 2001 ed è sede di una flotta di aerei-cisterna con 1.500 effettivi statunitensi. Manas è stata il pomo della discordia tra Stati Uniti e la nazione ospitante, il Kirghizistan. Nel 2009, il Kirghizistan aveva affittato il terreno agli Stati Uniti per 60 milioni di dollari all’anno. Il contratto scadrà nel giugno 2014. Washington vuole una proroga del contratto di locazione, al fine di garantirsi il regolare ritiro delle truppe dall’Afghanistan, ma Bishkek è decisa a porre fine all’accordo sull’affitto.
Perdere un aereo in un Paese straniero non è una novità per gli USA, che gestiscono più di 800 basi militari all’estero. Da quando gli Stati Uniti sono profondamente coinvolti nelle operazioni militari in tutto il mondo, è naturale che vi perdano velivoli e uomini. Fino a quando gli statunitensi utilizzano aerei con o senza piloti nello spazio aereo internazionale, va bene. Tuttavia, quando violano lo spazio aereo di una nazione sovrana, cominciano i guai. Ad esempio, quest’anno, a metà  marzo, un drone MQ-1 Predator degli Stati Uniti, in ricognizione sul Golfo Persico, è stato intercettato da caccia iraniani. Alla fine, la questione si risolse dopo un duello verbale. Il drone venne scortato alla base da due aerei militari statunitensi. Tuttavia, nel novembre dello scorso anno gli iraniani spararono contro dei droni statunitensi. Nel dicembre 2011, l’Iran catturò un drone da ricognizione statunitense RQ-170, conosciuto come la ‘Bestia di Kandahar’. Il video del drone con le ali e il corpo completamente intatti fu diffuso dagli iraniani come prova per aver “spezzato” il codice del sistema di comunicazioni dell’RQ-170, facendolo atterrare in modo sicuro in un aeroporto dell’aviazione iraniana rimasto ignoto. Tuttavia, gli statunitensi reagirono aspramente alle affermazioni iraniane e dissero che l’RQ-170 si era schiantato in territorio iraniano.
L’incidente più pubblicizzato che coinvolse un aereo statunitense avvenne il 1° aprile 2001, quando un velivolo d’intelligence elettronica dell’US Navy EP-3E ARIES II, segnalò di aver avuto una collisione in volo con un intercettore J-8II della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLAN), sopra una zona economica esclusiva cinese. L’incidente sul Mar cinese meridionale causò l’uccisione del pilota cinese e l’atterraggio forzato dell’EP-3E sull’isola di Hainan. L’EP-3 era decollato dalla base aerea statunitense di Kadena a Okinawa, in Giappone. Presso l’isola di Hainan tutti i 24 membri dell’equipaggio dell’EP-3 furono catturati dai cinesi. Dopo le trattative, gli Stati Uniti scrissero una “lettera di doppie scuse” e la Repubblica popolare cinese rilasciò l’equipaggio.
Il più tragico incidente nella storia militare degli Stati Uniti accadde sul suolo canadese. Il 12 dicembre 1985, un aereo di linea DC-8-63CF, di un volo internazionale charter per il trasporto truppe statunitensi dal Cairo, in Egitto, alla base di Fort Campbell, Kentucky, via Colonia, in Germania, e Gander, a Terranova, si schiantò sulla pista di quest’ultima subito dopo il decollo. Tutti i 256 passeggeri, che appartenevano alle forze armate degli Stati Uniti, e l’equipaggio a bordo morirono. Il rapporto d’inchiesta sull’incidente ne individuò la causa nel: malfunzionamento dell’apparecchiatura, errore del pilota, impatto con un volatile o azione nemica. Tuttavia, indipendentemente dalle ragioni dell’incidente, i contribuenti degli Stati Uniti continueranno a perdere soldi, a meno che, naturalmente, l’amministrazione statunitense decida di ridurre l’impegno militare all’estero fornendo riposo e recupero ai propri soldati affaticati.

L’autore è un ricercatore presso la Scuola di Studi Liberali dell’Università Ambedkar, Delhi. È un alunno del College del Re, Londra.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La carta curda giocata da Washington

Olga Zhigalina (Russia) New Oriental OutlookOriental Review 14 maggio 2013
INTER-201025-Turquie-Kurdistan_grandL’Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo Persico hanno interesse nel piano per istituire un “Grande Kurdistan”, elemento importante della dottrina statunitense del “Grande Medio Oriente”.  Queste monarchie vogliono che l’Iraq, la Siria, l’Iran e la Turchia vengano rapidamente smembrate.  Non è la prima volta che Washington prova a giocare la “carta curda” nella regione, ed intende utilizzare i curdi come “quinta colonna” per aumentare la pressione sui regimi al potere, in particolare in Iran e Siria. Marcate modifiche si sono avute proprio in questo secolo, nel movimento democratico nazionale curdo. La caduta del regime di Saddam Hussein in Iraq e la sua occupazione da parte delle forze della coalizione a guida USA, è stato un fattore importante nel scatenare il nazionalismo tra i curdi iracheni. Il processo politico iracheno ha contribuito al riconoscimento dell’autonomia del Kurdistan iracheno nella costituzione del nuovo stato federato del 2005. L’élite nazionale curda ha accettato il federalismo nell’Iraq post-Saddam e ha proposto una nuova versione nazionalista della semi-indipendenza della loro regione. Nel 2012, i curdi in Siria occuparono parte del Kurdistan siriano e formarono una regione curda autonoma. Il governo iraniano si avvicinava all’opposizione curda con la proposta di avviare negoziati. Le nuove tendenze in atto in Turchia poterono in grado di facilitare i progressi sul problema curdo.
L’interesse del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan nel mantenere il Partito Sviluppo e Giustizia (AKP) al potere e le sue aspirazioni verso la presidenza, hanno contribuito a qualche allentamento della sua linea dura contro i curdi: apparentemente aveva iniziato a mostrare la volontà di modificare la costituzione del Paese e di alterarne il sistema politico. La montante crisi siriana e il deterioramento della situazione al confine turco-siriano (lungo 500 km ed abitato prevalentemente da curdi) hanno spinto Erdo?an ad adottare misure più drastiche. A un tratto si è reso conto che la politica della Turchia verso la Siria, e in particolare il suo sostegno all’opposizione siriana, veniva giocata dai curdi della Turchia, in particolare dal PKK, sostenendone e favorendone l’avanzata  demografica, politica e militare. Ciò significava che il coinvolgimento della Turchia nelle ampie  azioni internazionali e regionali volte a limitare l’influenza iraniana su Damasco avrebbe complicato le relazioni turco-russe e intensificato il conflitto armato con il PKK. Pertanto, la preoccupazione per la questione curda in Turchia e la creazione dell’autogoverno curdo in parte del Kurdistan siriano, ha spinto i leader della Turchia a moderare le loro mire espansionistiche verso la Siria e fare il passo inedito di aprire dei colloqui con Abdullah Ocalan, nonostante l’opposizione dai nazionalisti e dei militari turchi.
I colloqui avviati dal gruppo parlamentare curdo coinvolsero rappresentanti dell’intelligence turca,  producendo un accordo con il capo del PKK Ocalan. Il PKK era stata dichiarata organizzazione terroristica dai leader della Turchia ed opera illegalmente in Turchia. Nonostante un penoso processo di raggiungimento di un accordo sia in corso, si può dire che riguarda disposizioni intese a frenare le aspirazioni nazionaliste dei curdi. L’élite politica curda ha reagito in modo ambivalente verso la riconciliazione di Ocalan con le autorità turche, con gli oppositori che affermano che le speranze dei curdi possono realizzarsi solo attraverso la “disintegrazione” di altri Paesi, in particolare la Siria e l’Iraq. Diffidano dell’accordo di Ocalan nel disarmare e ritirare i combattenti curdi provenienti dalla Repubblica di Turchia. Altri sostengono la tesi contraria, che il cessate il fuoco aiuterà il movimento curdo ad espandersi e nel fornire ai curdi più opportunità per soddisfare le loro richieste nell’ambito della struttura statale esistente. L’Unione europea, gli Stati Uniti e i curdi iracheni vedono il processo dei negoziati come una mossa positiva. Washington ha detto che sosterrà il popolo della Turchia nei suoi sforzi per risolvere il problema. L’UE ha esortato le parti ad incontrarsi e a raggiungere la pace promettendo pieno sostegno al processo di pace. I rappresentanti dei curdi iracheni hanno espresso soddisfazione per i curdi turchi che si muovono nella giusta direzione, anche se sentono che sia ancora presto.
Nel frattempo, c’è tensione in Turchia tra sostenitori e oppositori della politica conciliante sulla questione curda. Alcuni curdi ritengono che tale politica può causare una spaccatura nel PKK e la sua eliminazione progressiva, e che ciò interessa le autorità turche e l’occidente. Ci sono aspetti positivi e negativi nei tentativi del governo della Turchia di raggiungere un accordo con il PKK. Il governo turco ha riconosciuto per la prima volta che Ocalan è il leader politico dei curdi della Turchia e non un terrorista, ed ha ritenuto opportuno avviare negoziati con lui sulla questione curda. I politici si sono rifiutati di discutere con lui di una prospettiva nazionalista. Vogliono porre la questione di far tornare le relazioni turco-curdi a prima del periodo di Kemal, all’epoca dell’impero ottomano, quando il Kurdistan godeva di uno status speciale. Erdogan ha anche accennato alla possibilità di discutere una struttura federata, in futuro. Tuttavia, questo non significa che i curdi guadagnano terreno verso il raggiungimento dei loro obiettivi nazionali, come la creazione di uno Stato curdo. Nel suo messaggio del marzo 2013, tuttavia, il leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) Ocalan ha detto che la fine della lotta armata tra i combattenti curdi e l’esercito turco apre le porte a una nuova fase dello sviluppo del movimento curdo, all’intensificazione della lotta democratica e all’espansione del movimento. Possiamo supporre che, accettando le garanzie costituzionali ai diritti dei curdi, prenderanno respiro iniziando una nuova fase della loro lotta.
Nel frattempo, né la Turchia (e gli altri leader regionali), né gli Stati Uniti sono interessati a creare uno Stato curdo. Gli Stati Uniti sono sempre stati disposti a mantenere in vita il problema curdo,  riuscendo a mantenere vantaggiosamente l’equilibrio delle forze di cui hanno bisogno nella regione. Infatti, la perdita del Kurdistan della Turchia ne indebolirebbe significativamente la posizione geopolitica in Asia occidentale, impedendole di realizzare i piani strategici per l’Asia centrale, il Caucaso e la Russia. Uno Stato curdo unificato (costituito dalle aree curde della Turchia e dell’Iraq) dominerebbe le regioni del sud-est e dell’est della Turchia, bloccandone l’accesso all’Azerbaigian, al Caucaso e alle repubbliche turche dell’Asia centrale. Rivali della Turchia nell’influenza nel Caucaso e in Asia centrale, gli Stati Uniti si sono già assicurati posizioni decenti in Azerbaigian. Se il gasdotto che collega il giacimento di Shah Deniz in Azerbaigian con la città turca di Erzurum (attraverso il quale già passa un gasdotto che collega la Turchia e l’Iran) verrà costruito, gli Stati Uniti, dopo aver ottenuto il sostegno dei curdi turchi, saranno in grado di controllare le forniture energetiche dall’Asia centrale alla Turchia.
Prendendo l’iniziativa politica di placare i curdi turchi, allontanandoli dagli Stati Uniti, i leader turchi cercano di evitare che gli Stati Uniti e Israele utilizzino il fattore curdo per bloccare gli interessi della Turchia nel Caucaso e nella regione del Mar Caspio. Anche ignorando le critiche degli Stati Uniti, bypassando Baghdad per concludere contratti petroliferi diretti con la regione del Kurdistan iracheno. La Turchia continua a rafforzare il suoi contatti commerciali ed economici con i curdi iracheni nonostante le preoccupazioni dell’amministrazione Obama che ciò possa destabilizzare l’Iraq. In una conversazione telefonica con il presidente del Kurdistan Massoud Barzani, il segretario di Stato degli Stati Uniti John Kerry ha insistito sul fatto che i curdi iracheni non devono stipulare contratti di forniture di greggio alla Turchia ignorando Baghdad, sostenendo che ciò potrebbe portare alla disintegrazione del Paese. Desiderando rimanere l’unico arbitro regionale, gli Stati Uniti tentano di bloccare e indebolire la posizione della Turchia in Iraq e nel Kurdistan turco, dove la Turchia ha iniziato a rivendicare un ruolo nuovo e più significativo. Il processo di pace nel Kurdistan turco, innescato dagli eventi in Siria, favorisce Erdogan che vuole concorrere alla presidenza, così come alcuni politici turchi che cercano di espandere i loro progetti politici ed economici nel Caucaso e in Asia centrale. Tuttavia, è ancora troppo presto per valutarne l’impatto sui curdi della Turchia.

Olga Zhigalina, Dr. sc.  (Storia), è capo della sezione di curdologia e studi regionali del Medio Oriente e Senior Fellow del Centro per lo Studio dei Paesi del Medio Oriente dell’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia delle Scienze Russa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I russi avanzano

Dedefensa 14 maggio 2013

942740Osserviamo anzitutto che oggi Netanyahu è andato a presentare i suoi rispetti a Putin, a Sochi-Canossa, come abbiamo visto in altri tempi, quando per problemi di questa portata e di questo settore (la consegna o meno degli S-300 alla Siria dove si svolge una guerra che preoccupa la “comunità internazionale”) ci si rivolgeva agli Stati Uniti, e quando un primo ministro israeliano, se aveva qualcosa da dire a Mosca in questo campo, consultava prima gli USA facendovi affidamento. Ma oggi gli Stati Uniti sono, diciamo, nello spirito dell’”isolazionismo“. Così Netanyahu vedrà direttamente Putin. Putin… che dirige una potenza che diventa sempre più importante nel Medio Oriente. Alcuni possono pensare che la Russia stia cercando di ritrovare il suo posto nel Medio Oriente dei tempi della guerra fredda. Noi tendiamo ad andare oltre, vale a dire, basta considerare che i russi cercano di avere un ruolo di rilievo, mentre gli Stati Uniti scompaiono… Abbiamo dettagliato alcuni fatti che sembrano andare in questa direzione, a favore dei russi, direttamente o indirettamente.
• La flotta russa si è stabilita definitivamente nel Mediterraneo, tornando laddove schierava il 5° Squadrone Navale nel Mediterraneo, attivo dal 1967 fino al suo scioglimento nel 1992. La decisione di trasferire un’unità autonoma russa nel Mediterraneo è stata presa ad aprile e ora abbiamo dettagli sulla flotta permanente, che avrà il proprio stato maggiore e che disporrà possibilmente di sottomarini lanciamissili nucleari. (Novosti 12 maggio 2013.) “La Task Force Mediterraneo della Russia include 5-6 navi da guerra e può essere ampliata includendovi dei sottomarini nucleari, ha detto l’Ammiraglio Viktor Chirkov. “Nel complesso, già da quest’anno abbiamo in programma di disporre 5-6 navi da guerra e da trasporto [nel Mediterraneo], che saranno sostituite a rotazione da navi di ciascuna delle flotte del Mar Nero, del Baltico, del Nord e, in alcuni casi, anche della flotta del Pacifico. A seconda dello scopo e della complessità delle assegnazioni, il numero di navi da guerra della Task Force potrebbe aumentare”, ha detto Chirkov a RIA Novosti. “La marina russa ha detto il comandante, potrebbe anche schierare sottomarini nucleari nel Mediterraneo, se necessario.” “Forse, in prospettiva. I sottomarini erano già presenti all’epoca del 5° Squadrone. C’erano sia sottomarini nucleari che diesel. Tutto dipenderà dalle circostanze”, ha detto.”
• E’ chiaro che dopo gli attacchi israeliani contro la Siria, decisione della Russia di consegnare S-300 alla Siria rafforza i legami tra la Russia e la Siria. Lo stesso potrebbe accadere con l’Iran, se il vecchio accordo tra la Russia e l’Iran sulla consegna agli iraniani di S-300, che la Russia ha finora rifiutato di onorare su richiesta del blocco BAO, venga risolto nella stessa direzione (consegnando gli S-300 all’Iran). Allo stesso modo, i russi hanno intenzione di accelerare le consegne di armi all’Iraq dopo lo sblocco (27 aprile 2013), del grande contratto sulle armi russe ordinate dall’Iraq. Ben inteso, naturalmente, si tratta dell’alleanza Teheran-Baghdad-Damasco che segue una dinamica particolare, godendo del supporto materiale e attivo della Russia.
•… A ciò dobbiamo ora aggiungere Hezbollah. Le notizie sono riprese, commentate e arricchite da Jean Aziz, giornalista libanese del quotidiano al-Akhbar e della stazione OTV, su al-Monitor Pulse del Libano del 12 maggio 2013, sui recenti contatti tra la Russia ed Hezbollah, e le prospettive che si aprono per queste due parti, secondo una nuova dinamica della cooperazione. Si segnala la constatazione che le due parti parlano di equilibrio generale, in cui la Russia verrebbe ora chiamata a svolgere un ruolo di primo piano. “Per la seconda volta in nove giorni, il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha compiuto un discorso televisivo, sapendo che le due apparizioni rientrano nello stesso contesto politico, già discusso in precedenza in queste pagine, indicando tre ragioni dietro la tempistica delle due apparizioni e discorsi. La sezione precedente ha dettagliato del primo motivo dietro l’apparizione di Nasrallah, confermando i principi religiosi e la giustificazione ideologica della presa di posizione di Hezbollah sulla situazione siriana. La seconda ragione era direttamente collegata agli sviluppi politici in Libano e nelle regioni vicine, a cominciare dalla visita del viceministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov a Beirut, il 26 e il 28 aprile. La visita del ministro russo nella capitale libanese dopo Teheran e Damasco non è priva di significato. Chiaramente Russia, Iran, Siria ed Hezbollah si coordinano ad un certo livello e affrontano gli sviluppi regionali e le posizioni, assunte al riguardo, da uno degli elementi di questo nuovo asse [...] Nel frattempo, fonti consapevoli dei risultati della visita di Bogdanov nella capitale libanese, hanno rivelato ad al-Monitor che la conversazione affrontava nettamente il ruolo della Russia nel proteggere le forze che le sono vicine nella regione, così come l’importanza di affrontare Washington e spostare a proprio favore l’equilibrio del sistema globale regionale, nel Medio Oriente almeno. Inoltre, i funzionari hanno commentato sia le prospettive che l’imposizione della delimitazione delle sfere di influenze internazionali in questa regione. In una conversazione netta e diretta hanno chiarito sia le divergenze che le convergenze ideologiche, economiche, geostrategiche e relative alla sicurezza degli interessi di Mosca e delle forze locali nel raggiungimento di tali obiettivi”.
• L’ultimo punto riguarda ciò che potrebbe essere la riconciliazione tra Arabia Saudita e Iran, una manovra che non dispiacerebbe alla Russia, che ha buoni rapporti con l’Iran e collegamenti decenti  con l’Arabia Saudita. La notizia viene riportata da DEBKAfiles (13 maggio 2013), che ora segue con particolare aggressività la sequenza di eventi che segnano il degrado della posizione degli Stati Uniti in Medio Oriente. “L’Arabia Saudita ha deciso di esplorare un dialogo con il suo grande rivale regionale dell’Iran, per porre fine al conflitto siriano e garantendo il futuro politico del Libano, riportano le fonti dal Golfo di DEBKAfile. Hanno rinunciato alla politica degli Stati Uniti verso la Siria, vedendo l’inflessibile supporto russo e iraniano a Bashar Assad, le sue battaglie vinte con l’aiuto di Hezbollah e delle forze iraniane Basij, e l’inazione della Turchia dopo l’attentato terroristico di sabato nella città di Reyhanli vicino al confine siriano, che ha causato 46 morti. Il ministro degli esteri saudita Saud al-Faisal ha approfittato dell’Organizzazione della Conferenza Islamica-OCI, a Jeddah questa settimana sul conflitto in Mali, per incontrarsi il 13 maggio con il ministro degli Esteri iraniano Ali Akbar Salehi che vi partecipava. Le nostre fonti indicano che la prima priorità di Riyadh è stabilizzare il Libano attraverso un accordo tra Arabia Saudita e Iran sugli equilibri politici a Beirut. Sarebbero i sauditi i prossimi a cercare un accordo con Teheran sulle conseguenze del conflitto civile siriano. I governanti sauditi sono giunti alla conclusione, che l’occidente e Israele tardano a riconoscere, che poiché l’alleanza militare iraniano-siriano-Hezbollah progredisce nel conflitto siriano e raccoglie  vittorie, farebbero meglio a guardare ai loro interessi in Libano, dipendendo pesantemente dal clan sunnita guidato da Saad Hariri. Se aspettano che un Hezbollah vittorioso arrivi marciando prendendo il potere a Beirut, la salvaguardia della comunitaria sunnita del Libano sarebbe molto più difficile...”
Il testo fa riferimento al basso credito presso i sauditi del progetto della conferenza organizzata da Stati Uniti e Russia insieme, soprattutto alla luce della mancanza di entusiasmo dimostrata da Obama sulla cosa, sottolineata dai commenti di Obama nella conferenza stampa del 13 maggio con Cameron sul “persistente sospetto ereditato dalla guerra fredda, tra Russia e Stati Uniti“. Questa osservazione è molto strana, dal momento che questo sospetto non è uno stato persistente, ma ovviamente è una re-invenzione degli Stati Uniti, a colpi dei lobbies, di “attacchi soft”, di accuse umanitarie, ecc. contro la Russia, mentre la Russia ha invece a lungo respinto questo tipo di sospetto di cui Obama parla. La frase di Obama, che potrebbe sorprendere alcuni obamanofili, piuttosto evoca la paranoia persistente negli Stati Uniti, questa paranoia così naturale che non ha bisogno della memoria della guerra fredda per farsi sentire, e che piuttosto è alimentata da quella complessità psicologica di cui gli Stati Uniti non hanno bisogno di nessuno per farla suscitare nel loro capo… In tutti i casi, la frase evoca la luce meno amichevole dello “spirito dell’isolazionismo” di cui parla Stephen M. Walt, la luce del disincanto scoraggiato da ciò che è in realtà è molto più che un ritiro tattico degli Stati Uniti, ma una posizione sempre più costretta dal proprio declino e del crollo del proprio potere. In questo caso, allora è notevole vedere, nella prospettiva di un possibile fallimento del tentativo russo-statunitense della conferenza sulla Siria, un Paese come l’Arabia Saudita considerare di rivolgersi all’Iran, e quindi per semplice sequenza, in parte alla Russia, per trovare un modo per stabilizzare un pasticcio che sfugge sempre più al controllo degli attori esterni. Se si affermasse, questa dinamica certamente non lascerebbe né la Giordania, né l’Egitto insensibili… In tale interpretazione, c’è anche una considerazione alquanto amena sulla Turchia, le cui sfrenate manovre di destabilizzazione per quasi due anni, hanno portato alla situazione di stallo che affligge il proprio territorio, cosa rimproverata anche da Obama a Erdogan. (Gli Stati Uniti sono particolarmente preoccupati per i grandi progetti di riunificazione del Kurdistan turco, con le sue parti siriani e iracheni, a causa delle minacce che il progetto pone non solo all’Iraq, ma alla Turchia stessa. Ma Erdogan oppone a queste paure l’assicurazione impeccabile di se stesso e delle sue politiche.)
La conclusione è che, dati gli sviluppi in Siria, il campo costituito dal blocco BAO comincia a cedere alle tendenze della disintegrazione in tutte le direzioni, mentre la Russia gestisce la posizione centrale di una possibile mediazione che diventa sempre meno possibile, puntando sull’organizzazione di un nuovo raggruppamento in Medio Oriente definito dai suoi legami con Iran, Siria, Iraq ed Hezbollah, e forse altri che diserteranno il campo BAO. Tutto ciò avviene come se il disordine abbia cominciato a esaurire coloro che hanno contribuito a crearlo, con la dispersione di questa coalizione eterogenea, da cui la Russia necessariamente emergerà quale attore esterno chiave nel Medio Oriente. Questa sarebbe una ricompensa logica, e solo se lo si vuole, del ruolo che ha svolto. E per il momento non è nulla di più che un punto di vista, e il disordine è ben lungi dall’aver detto l’ultima parola, e senza dubbio avrà sempre voce in capitolo nel contesto della sequenze attuali. Ma la tendenza generale è sempre più chiara, e si afferma a partire dal carattere insopportabile del processo di autodistruzione del sistema, che respinge o colpisce tutti coloro che hanno scommesso sul sistema, con qualcuno che già adesso è alla ricerca di una via d’uscita dal gioco. In ogni caso, vi è ora la possibilità di un interessante rovesciamento che darebbe alla “primavera araba” un aspetto inatteso, e questa possibilità, se viene necessariamente caratterizzata dall’apparente caos mediorientale, lo sarà soprattutto in questo caso, dalla gerarchia di influenze esterne, con la Russia che ritorna con forza in questa regione, non essendo lontana dal poter  soppiantare gli USA sempre più amareggiati, impotenti nella loro incomprensione della situazione, più stanchi che dotati di spirito, infine. In questo contesto, è possibile che l’israeliano Netanyahu parli a Putin di qualcosa di molto diverso degli S-300, gli israeliani potrebbero anche valutare che la loro scelta di aver un esclusivo “padrino” americanista, sia diventata discutibile. Infatti, a parte questi eventi che hanno significati diversi e talvolta sorprendenti, compare il fenomeno dell’esaurimento, con conseguente spostamento della politica verso direzioni completamente inaspettate. Questo esaurimento psicologico è un fattore centrale della crisi del collasso del Sistema, mentre continuiamo a sottolinearne le radici storiche fondamentali. Non è che un apparente paradosso se questa stanchezza colpisce gli attori periferici della crisi siriana, più che gli attori diretti, perché questi attori periferici sono collegati direttamente alla crisi del collasso del sistema.  La forte posizione della Russia, che ovviamente tiene alla sua politica di principio, in realtà è basata sulla promozione e la tutela dei principi strutturali, ed è l’unico modo per sfuggire alla stanchezza causata dalle forze di destrutturazione e disintegrazione del Sistema.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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