Il vertice BRICS traccia chiare linee rosse su Siria e Iran

Sharmin Narwani, The BRICS Post 3 aprile 2013

12349176I BRICS sono diventati impossibili da ignorare. Alla chiusura del quinto vertice annuale dei BRICS a Durban, in Sud Africa, non c’era dubbio che questo gruppo di cinque economie in rapida crescita abbia avviato la revisione dell’ordine economico e politico mondiale. La Dichiarazione eThekwini, rilasciata al termine del vertice, è stata redatta in linguaggio non conflittuale, ma chiarisce palesemente che l’egemonia e l’unipolarità occidentali venivano presi di mira dal vertice. I BRICS hanno colpito alcuni dei principali punti deboli occidentali, annunciando la formazione di una banca di sviluppo comune finanziata con 50 miliardi di dollari, per rivaleggiare con il FMI e la Banca Mondiale. Sono stati firmati accordi per incrementare gli scambi inter-BRICS nelle rispettive valute, erodendo ulteriormente lo status del dollaro quale valuta di riserva mondiale. Una serie di inconfondibili sfide ai vecchi leader mondiali: riformate istituzioni ed economie, o lo faremo noi.
Con l’intento di riempire un vuoto della leadership economica e finanziaria globale, i BRICS hanno anche iniziato a tracciare alcune nette linee politiche. Per cominciare, il vertice era incentrato sullo sviluppo in Africa, un continente ricco di risorse in cui competono gli interessi economici, attirando linee di faglia geopolitica sempre più polarizzate negli ultimi anni. I BRICS sono stati invitati al tavolo africano dal loro nuovo Stato aderente, il Sud Africa, ed hanno usato questa opportunità per sostenere pienamente l’Unione africana (UA). L’UA è stata il tentativo africano di integrare e unificare economicamente il continente, attraverso la creazione di una moneta unica e di un fondo di sviluppo per poter bypassare il famigerato FMI, e militarmente attraverso la costituzione di organizzazioni di sicurezza/difesa e di forze militari congiunte, tra le altre cose. Per il successo dell’UA saranno necessari la riduzione dell’imperialismo occidentale vecchio stile nella regione, delle attività economiche estere di sfruttamento e impedire a forze straniere come l’AfriCom degli Stati Uniti (AFRICOM), d’insediarsi nel teatro militare africano.
Al centro dell’agenda del vertice vi è la determinazione dei BRICS di ancorare qualsiasi ordine globale emergente al “multilateralismo”, sia chiedendo seggi permanenti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sia erigendo costruzioni economiche alternative per modificare l’equilibrio di potere a loro favore, sia influenzando proattivamente i risultati nelle zone di conflitto mondiale.

Siria e Iran
Il vertice di Durban, pertanto, non aveva intenzione di ignorare le due questioni più importanti presso il Consiglio di sicurezza dell’ONU – Siria e Iran. I BRICS hanno collettivamente respinto ogni ulteriore militarizzazione di questi problemi, auspicando soluzioni politiche negoziate attraverso iniziative diplomatiche, esprimendo preoccupazione per le sanzioni unilaterali e avvertendo contro la violazione dell’”integrità territoriale e della sovranità” di queste nazioni. La Dichiarazione eThekwini dice dell’Iran: “Siamo convinti che non ci sia alternativa a una soluzione negoziata alla questione nucleare iraniana. Riconosciamo il diritto dell’Iran all’uso pacifico dell’energia nucleare, in linea con i suoi obblighi internazionali, e sosteniamo la risoluzione della questione attraverso mezzi e dialogo politici e diplomatici“. E sulla Siria, i BRICS hanno pienamente supportato i principi di Ginevra come quadro per risolvere il conflitto: “Crediamo che il comunicato congiunto del Gruppo di azione di Ginevra fornisca la base per la risoluzione della crisi siriana e riaffermiamo la nostra opposizione ad ogni ulteriore militarizzazione del conflitto. Un processo politico guidato dai siriani che conduca ad una transizione, può essere raggiunto solo attraverso l’ampio dialogo nazionale che soddisfi le legittime aspirazioni di tutte le componenti della società siriana, e il rispetto dell’indipendenza, dell’integrità territoriale e della sovranità siriana, come espresso dal Comunicato congiunto di Ginevra e dalle opportune risoluzioni del Consiglio di sicurezza“.
Le posizioni dei BRICS su Iran e Siria non possono, tuttavia, essere viste solo entro i parametri della dichiarazione del vertice. Per cominciare, l’affermazione non è una novità, i BRICS sono a favore di questi punti, in una forma o nell’altra, da quando rilasciarono il loro primo comunicato sulla politica estera nel novembre 2011. Per capire la profondità e l’ampiezza dell’impegno su queste prese di posizione sul Medio Oriente, vi è la necessità di guardare al di là del sterilizzato ambiente diplomatico del vertice. India, Brasile e Sud Africa, per esempio, non hanno fatto molti commenti  su Siria e Iran, lasciando ai loro colleghi, membri permanenti del Consiglio di sicurezza, Russia e Cina, il ruolo di portavoce dei BRICS su questi temi. All’inizio di marzo, il presidente cinese Xi Jinping ha visitato Mosca nel suo primo viaggio all’estero da capo di Stato, dove ha detto: “Dobbiamo rispettare il diritto di ogni Paese del mondo a scegliere autonomamente il proprio percorso di sviluppo e a poter contrastare l’interferenza negli affari interni da parte di altri Paesi“. Un chiaro avvertimento contro l’aggressivo interventismo occidentale, la visita di Xi al russo Vladimir Putin ha sottolineato l’importanza della loro “partnership strategica” nelle questioni geopolitiche. Sulla Siria, in particolare, la Russia è andata avanti con la benedizione dei suoi colleghi dei BRICS, tra cui la Cina; così la visione critica di Mosca della situazione deve essere presa in considerazione.
I russi hanno recentemente pubblicato un documento di riflessione sull’importanza della loro partecipazione ai BRICS, una visione che riflette probabilmente simili priorità dei vertici degli altri Stati membri.

I BRICS tracciano linee rosse
Per tutti i BRICS, considerazioni finanziarie ed economiche sono la spinta trainante nella formalizzazione di questa coalizione strategica. Vi è, dicono i Russi, “il desiderio comune dei BRICS di riformare l’obsoleta architettura finanziaria ed economica internazionale che non tiene conto della maggiore potenza economica delle economie emergenti e dei Paesi in via di sviluppo.” Ma affinché si abbiano cambiamenti economici fondamentali, deve aversi anche un simultaneo riequilibrio del potere politico nel mondo. Mosca ritiene che i BRICS “possano potenzialmente diventare un elemento chiave del nuovo sistema di governance globale, soprattutto nei settori economici e finanziari. Allo stesso tempo, la Federazione russa distingue un posizionamento favorevole ai BRICS nel sistema mondiale, come nuovo modello di relazioni globali, sovrastante le vecchie linee di divisione tra Est e Ovest, Nord e Sud“.
E’ un nuovo mondo coraggioso, ma v’è anche il valore reale in alcuni dei vecchi modi. Per esempio, i BRICS sono grandi sostenitori dello stato di diritto negli affari mondiali, concetti che l’occidente propaganda, ma a cui raramente aderisce nel perseguimento dei propri interessi strategici, cioè con  l’interventismo, il cambio di regime, la militarizzazione del conflitto. Per i russi, una priorità assoluta dei BRICS è “ottenere l’adesione degli Stati partecipanti allo stato di diritto nelle relazioni internazionali, aumentando progressivamente la cooperazione politica estera con i partner dei BRICS nell’interesse della pace e della sicurezza, nel rispetto della sovranità e integrità territoriale degli altri Stati e della non ingerenza nei loro affari interni“. I BRICS appoggiano il modulo delle Nazioni Unite nel contribuire al raggiungimento di questi principi di base. Per essi, non è il veicolo a essere rotto, il problema sono i suoi piloti. E in particolare l’idea che il cambiamento di regime, le sanzioni e gli interventi militari siano strumenti accettabili negli affari internazionali.
I BRICS, secondo Mosca, possono “migliorare ogni interazione possibile nelle Nazioni Unite, nonché preservare e rafforzare il ruolo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come ente dalla responsabilità principale nel mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, impedendo l’uso dell’ONU, e prima di tutto del Consiglio di Sicurezza, per coprire la via alla rimozione dei regimi indesiderati e all’imposizione di soluzioni unilaterali a situazioni conflittuali, incluso l’uso della forza”. Per inciso, non è certo una coincidenza che il presidente siriano Bashar al-Assad abbia inviato una lettera ampiamente pubblicizzata, al vertice dei BRICS. Qui, dopo tutto, il capo di Stato di una nazione sovrana chiede aiuto ai BRICS in ascesa, per proteggere l’integrità territoriale della Siria contro la “palese interferenza straniera” che opera in contraddizione con la “Carta delle Nazioni Unite.” La lettera colpiva tutti i punti sensibili dei BRICS: stato di diritto nelle relazioni internazionali, conservazione della pace e della sicurezza mondiali, risoluzione pacifica dei conflitti, de-militarizzazione… e riconoscimento dell’importanza dei BRICS nel nuovo ordine mondiale. La lettera di Assad è arrivata il giorno dopo che la Lega Araba aveva assegnato il seggio della Siria alla coalizione dell’opposizione estera sostenuta dai nemici della Siria, una mossa che i russi definiscono “illegale e non valida”, un ostacolo alla risoluzione pacifica del conflitto. Può darsi che i BRICS diano l’esempio qui. Ricevendo questa lettera al vertice, si conferisce chiaramente legittimità ad Assad e alle sue richieste, ed è difficile immaginare che questo non sia stato un evento coordinato in anticipo.
Le posizioni di Mosca sulla questione siriana non possono essere escluse dal contesto dei principi condivisi dai BRICS. I russi potrebbero avere maggiori carte da giocare in ciò che accade in Siria, come anche altre in Iran, ma queste sono le linee rosse coerenti in ciò che i BRICS sperano di raggiungere a livello globale. E sono anche pronti a scommetterci sopra. Parte della scommessa è che le vacillanti economie occidentali non possono andare molto lontano, con l’attuale andazzo ci vorrà solo “tempo” per vedere materializzarsi questi cambiamenti globali. In ogni caso, poco dopo la conclusione del vertice, la Russia ha promesso di evitare qualsiasi misura del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per assegnare il seggio della Siria all’opposizione.
Il potenziale caos appare all’orizzonte, mentre un nuovo ordine politico emerge, e i BRICS non saranno timidi nel sostenere con forza i loro ordini del giorno collettivi, un compito reso più facile dal notevole peso che hanno acquisito. Durante il volo di ritorno da Durban a Mosca, Putin ha ordinato improvvise grandi manovre militari nel Mar Nero, vicino al nemico della Siria, la Turchia, una mossa che la maggior parte degli osservatori ritiene un avvertimento agli interventisti stranieri in Siria. E’ improbabile che le nazioni BRICS andranno lontane nel tracciare tali linee rosse, senza difenderle. Come ciò possa trasparire nei casi di Siria o Iran è incerto, è poco probabile che vedremo l’esercito dei BRICS combattere battaglie nell’immediato futuro. D’altra parte, questi rapporti strategici probabilmente daranno luogo a posizioni militari coordinate e a una pianificazione delle forze speciali esattamente per questo tipo di scenari. Ciò non è difficile da immaginare. I BRIC erano solo un acronimo creato dalla Goldman Sachs per descrivere alcune economie emergenti in rapida crescita, qualche anno fa. Oggi sono impegnati in esercitazioni militari bilaterali, nel finanziamento di banche, creazione di istituzioni e ridefinizione delle priorità globali del 21° secolo.

0_0_1_brics_summitLe opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente quelle  editoriali.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Assalto, resistenza e nuova strategia del non allineamento dei BRICS

Sam Moyo e Paris Yeros, Pambazuka – N° 623,  27/03/2013

E’ necessario domandarsi quale sia il ruolo che i Paesi BRICS svolgono nelle semi-periferie della internazionalizzazione della produzione, fino a che punto sono anti-sistemici e anti-imperialisti? E’ necessario riavviare una nuova strategia di non-allineamento dei Paesi BRICS non solo respingendo l’egemonia militare del Nord, ma consentendo un maggior grado di manovra allo sviluppo nazionale.
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In che modo l’imperialismo di oggi è diverso dagli imperialismi del passato? E quali strategie sono in grado di minarlo? Gli elementi fondamentali dell’imperialismo contemporaneo sono stati analizzati ampiamente. Consistono nella formazione di un imperialismo collettivo, un evento senza precedenti, l’internazionalizzazione attuale della produzione e della ri-finanziarizzazione del capitale monopolistico, e la continua aggressione militare, molto tempo dopo la fine della Guerra Fredda. I mutamenti economici in atto hanno minato l’imperialismo collettivo nella sua vitalità economica e nella sua pace sociale interna, obbligandolo ad aumentare il proprio programma militare esterno e l’offensiva di classe interna. Il risultato concreto di oggi è una nuova ondata di assalti alle risorse naturali e di nuovi interventi militari nelle periferie, accompagnata dalla scomparsa dei patti sociali nei centri del sistema. E’ chiaro che la grande rivalità sistemica della guerra fredda non ha avuto dei veri vincitori tra le superpotenze. L’Unione Sovietica potrebbe essere stata la prima a cedere, ma il disastro si profila ora nell’altro centro. L’unica concreta avanzata dell’ultimo mezzo secolo, è stata la decolonizzazione e la nascita del Sud. Questo ha segnato l’inizio della fine del sistema nato nel 1492.

Nuove sfide e contraddizioni per il Sud
L’emergere del Sud ha prodotto una nuova serie di sfide. Durante la guerra fredda, il movimento di Bandung delineò un insieme coerente di obiettivi, comprendente la decolonizzazione totale, lo sviluppo economico e un ‘non allineamento positivo’. Quest’ultimo significa, in particolare, non-partecipazione ai blocchi militari delle superpotenze e capacità di giudicare ogni relazione esterna sui meriti, in accordo con gli interessi nazionali. L’emergere del Sud ha prodotto anche una nuova serie di contraddizioni. L’internazionalizzazione della produzione ha continuato a differenziare il Sud tra periferie e semi-periferie, e ora anche in semi-periferie ‘emergenti’. Una delle questioni chiave è qual è il ruolo delle semi-periferie, e in particolare di quelle “emergenti”, che operano nel sistema. Le semi-periferie in passato sono state viste come valvole di sicurezza sistemiche, con cui il capitale monopolistico esternalizzava la produzione in zone con manodopera a basso costo e con risorse naturali. Durante la guerra fredda, la valvola di sicurezza politica acquisì un’espressione geo-strategica nella Dottrina Nixon-Kissinger, il cui scopo era selezionare i partner del Sud come ascari regionali nell’espansione economica e nella stabilizzazione politico-militare. Raramente tale politica falliva, come successe in Iran. L’ascaro più prezioso, allora come oggi, era Israele, ma ce n’erano altri più importanti, come il Brasile, dove si è definito il fenomeno del ‘sub-imperialismo’, cioè il tentativo di andare oltre la funzione di nastro trasportatore delle semi-periferiche.
Il termine richiama l’attenzione su una nuova contraddizione, non solo tra periferie e semi-periferie, ma anche tra centri e semi-periferie emergenti,  indipendentemente dal loro orientamento ideologico (il Brasile era sotto una dittatura di destra). La contraddizione rimase non antagonista, fino a quando il regime militare oltrepassò i limiti, negoziando un accordo nucleare con la Germania federale e riconoscendo l’indipendenza dell’Angola. Così, la dittatura venne abbandonata dagli Stati Uniti, in un momento in cui cresceva la mobilitazione interna delle masse. La transizione venne controllata con mezzi politico-finanziari e di altro tipo, portando infine alla ‘riconversione’ di questa semi-periferia in parco giochi finanziario neoliberista de-nazionalizzato. Il termine inoltre richiamò l’attenzione sul fatto che tutto ciò che emergeva finiva sotto il capitalismo monopolistico, e il suo dominio finanziario e tecnologico, che non poteva che essere basato sul super-sfruttamento del lavoro interno (senza quei patti sociali che caratterizzavano i centri dell’imperialismo). Fu questa relazione interna che intensificò la dipendenza esterna, creando l’esigenza di mercati di esportazione per la produzione semi-periferica e a forzare un’influenza politico-militare  regionale, al fine di risolvere la crisi cronica del saggio di profitto.

Le semi-periferie riemergenti
La successiva ‘riconversione’ generale delle semi-periferie ha prodotto effetti contraddittori, per cui un processo di privatizzazione, di maggiore estroversione e de-nazionalizzazione, ha accentuato i conflitti di classe interni, ma ha anche portato alla formazione di nuovi giganteschi blocchi di capitali nazionali, ancora una volta in lizza per un posto al sole. Non cercano più di esportare semplicemente dei manufatti, ma anche capitali. Le semi-periferie ‘ri-emergenti’ sono anche impegnate nella ‘nuova corsa’ per la terra e le risorse naturali dell’Africa. Naturalmente, sono anch’esse assaltate, ma non è paradossale, dato il loro inserimento persistente nei monopoli esterni. La questione riguarda il fatto se le nuove semi-periferie ‘emergenti’ siano stabilizzatori regionali sostanzialmente asserviti, o una forza antagonista all’imperialismo. Alcuni hanno sostenuto che l’emergere collettivo di queste semi-periferie implica un cambiamento di sistema nella diversificazione dei partner economici nel Sud.

Anti-sistemici e antimperialisti
Dovremmo concludere che le borghesie semi-periferiche sono diventate, inavvertitamente, anti-sistemiche? Altri hanno sostenuto che la nascita simultanea di una manciata di grandi semi-periferie, e in particolare della Cina, segna la contraddizione terminale involontaria ma sistemica da cui il sistema capitalistico mondiale non si riprenderà. Dobbiamo allo stesso modo concludere che il sistema si trova su un piano progressivo storico? Non siamo in grado di puntare le nostre speranze né sulle nuove brillanti borghesie, né sulle inesorabili leggi storiche. Il problema immediato è politico e riguarda il tipo di alleanze necessarie per opporsi all’imperialismo, tanto più che si aggrava il suo programma militare. Quindi, dovremmo anche chiederci: tutte le semi-periferie emergenti sono ugualmente sottomesse o sono antagoniste all’imperialismo? Hanno differenze strutturali da cui si manifestano diverse tendenze politiche?
In effetti, differiscono significativamente l’una dall’altra. Ad esempio, il Brasile e l’India sono guidati principalmente da blocchi di capitali privati, con un forte sostegno finanziario pubblico, in collaborazione con il capitale finanziario occidentale. Il caso della Cina comprende la partecipazione molto più pesante e più autonoma delle imprese e delle banche statali. Nel frattempo, in Sud Africa è sempre più difficile parlare di una borghesia autonoma nazionale di un qualsiasi tipo, dato il grado estremo di de-nazionalizzazione e di riconversione che il Paese ha subito nel periodo post-apartheid.

Il programma militare e i BRICS
Il grado di partecipazione al programma militare occidentale è diverso da un caso all’altro, anche se una ‘schizofrenia’, si potrebbe dire tipica del sub-imperialismo, è inerente a tutto questo. Ironia della sorte, lo Stato più riconvertito, il Sud Africa, ha sottoscritto un patto di mutua difesa regionale per contrastare efficacemente l’ingerenza militare occidentale in Africa del Sud, pur continuando a servire da nastro trasportatore degli interessi economici occidentali del continente. L’India è sempre in linea con la strategia degli Stati Uniti, in particolare nel settore nucleare, ma la resistenza interna rimane significativa. Il Brasile, non meno schizofrenico rispetto ai suoi pari, denuncia i colpi di Stato in Sud America, mentre con zelo guida l’invasione post-golpe di Haiti, sotto l’egida degli Stati Uniti. La Russia è rimasta un membro con diritto di veto nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, ed è sempre più lontana dalla NATO. La Cina è la più chiara forza anti-occidentale, esercitando costantemente la sua piena autonomia strategica, nonostante l’evidente dipendenza dai mercati e monopoli esterni.
Le loro modalità d’impegno con l’Africa non sono meno diverse o contraddittorie. A dire il vero, tutti sono beneficiari, anche la Cina, dell’indiscreta apertura neoliberista delle economie africane, avviata dagli anni ’80 sotto l’egida dell’occidente e delle sue agenzie multilaterali. Eppure, tutti mantengono una maggiore sensibilità sulle questioni di sovranità nazionale, anche se rimane la questione irrisolta della corsa, con tendenze paternalistiche, all’Africa. Inoltre, esiste il potenziale di una frattura dei monopoli in alcuni settori e, per estensione, della presa strangolante occidentale, soprattutto da parte della Cina e delle sue finanze e strategie basate sul cambio tra infrastrutture e petrolio.

Riavviare un nuovo non-allineamento
Date le tendenze e le contro-tendenze di questa congiuntura, è necessario riavviare la strategia del non allineamento sotto condizioni nuove. In tal modo, è indispensabile evitare l”equivalenza’ altamente ideologica tra l’imperialismo occidentale e le semi-periferie emergenti, la cui espressione più evidente è la sinofobia. Qualunque cosa facciano le nuove semi-periferie, non sono certamente i principali agenti dell’imperialismo, né militarizzano le loro politiche estere. Né, del resto, sono nazioni coese internamente, dato l’attuale super-sfruttamento su cui si basa la loro espansione.
Il primo principio del nuovo non-allineamento dovrebbe indubbiamente essere la non partecipazione al programma militare della superpotenza rimasta, cioè gli Stati Uniti, così come dei loro partner minori della NATO e la loro iniziativa AFRICOM. Il secondo è la messa a punto di una strategia riguardante gli attuali e aspiranti emergenti, nel consentire un maggior grado di manovra dello sviluppo nazionale. Pochi Paesi in Africa hanno usato la camera di manovra esistente, nella congiuntura attuale, nell’interesse del progresso sociale ed economico, e quando lo hanno fatto, sono stati generalmente classificati come ‘corrotti’ o ‘tirannici’ dall’occidente. Lo Zimbabwe, il Paese che è andato più lontano nel spezzare i monopoli e nell’elaborare una pragmatica politica di non allineamento (in realtà, la cosiddetto ‘Guardare a Oriente’), è stato perciò tra i più disprezzati.
Il nuovo non allineamento implica non solo resistere militarmente all’occidente e ‘guardare a Est/Sud’, ma anche impostare le condizioni di ogni relazione estera. Tale resistenza può essere efficace solo con strategie collettive a livello continentale e sub-regionale. Stabilire patti di mutua difesa, come in Sud Africa, un patto che ha protetto la radicalizzazione dello Zimbabwe, rappresenterebbe un mattone fondamentale, come lo sarebbero le nuove forme d’integrazione regionale, basate su norme e sull’integrazione commerciale che devono ancora emergere.

*Sam Moyo è direttore esecutivo dell’Istituto Africano di studi agrari; Paris Moyo è docente di Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Minas Gerais, Belo Horizonte, Brasile.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

BRICS: Nuovo modello geopolitico e le priorità della politica estera della Russia

Aleksandr Mezaev Strategic Culture Foundation 30/03/2013

brics4Un altro vertice annuale dei BRICS si è svolto il 27 marzo, in Sudafrica. Un ciclo di eventi di alto livello che si svolgono a turno nelle capitali degli Stati membri, è finito. Questa volta è stata di particolare importanza per la Russia. Ai primi di febbraio, il presidente russo Vladimir Putin ha approvato il nuovo Concetto di Politica Estera, in cui si afferma che i paesi BRICS sono un vettore chiave a lungo termine della politica estera della Russia, rivelando la strategia della cooperazione BRICS. Putin si è presentato al vertice con una proposta per elaborare un concetto comune di strategia internazionale per lo sviluppo dei BRICS, idea accolta dagli altri partecipanti… Anche oggi viene invocato l’avvento della “grande rivoluzione geopolitica”, la sua caratteristica principale è il nuovo ruolo dei Paesi in via di sviluppo, che in molti settori sono più avanti di quelli cosiddetti sviluppati. (1) Nel 2007 la crescita media del PIL mondiale è stata del 2,3%, ma il dato è stato del 7,5% per i Paesi in via di sviluppo. Nel 2008, il PIL totale dei Paesi in via di sviluppo ha superato quello dei Paesi sviluppati per la prima volta nella storia. (2) Nel 2012, la crescita media del PIL dei Paesi BRICS è stata del 4% (rispetto allo 0,7% del G7), a parità di potere d’acquisto, è stata del 27% (in costante crescita) (3). Nel 2010-2013, la crescita media è stata del 5,6% per i paesi BRICS (1,85% per i Paesi in via di sviluppo). (4) In totale, l’economia dei BRICS è aumentata 4,2 volte nel corso degli ultimi dieci anni (61% nel caso dei Paesi in via di sviluppo). (5)
Il concetto di nuova strategia di Politica estera per il 2013, afferma “la Russia attribuisce grande importanza nel garantire una gestione sostenibile dello sviluppo globale, richiedendo una leadership collettiva dei maggiori Stati del mondo che, a loro volta, devono essere rappresentativi in termini geografici e di civiltà”.(6) Il Concetto Politico riguardante la partecipazione della Russia nei BRICS (Concetto nazionale della Politica russa nei confronti del BRICS e dei Paesi BRICS) ne chiarisce il senso. Il documento sottolinea “L’istituzione dei BRICS riflette una tendenza obiettiva allo sviluppo globale, verso la formazione di un sistema policentrico di relazioni internazionali sempre più caratterizzato dall’uso di meccanismi non-istituzionalizzati di governance globale basati sulle reti diplomatiche, e dalla crescente interdipendenza economica degli Stati”. Ciò viene riflesso pienamente nel Concetto di Politica estera della Russia del 2013. Globalmente i Paesi BRICS sono  visti come un nuovo modello per le relazioni internazionali (7). La funzione principale del modello BRICS è riformare l’obsoleta struttura economica e finanziaria internazionale del mondo contemporaneo. (8) La cosa principale da ricordare è che le prospettive di sviluppo dei BRICS sono determinate da una serie di fattori fondamentali di lungo termine, che faciliteranno il riavvicinamento degli Stati partecipanti, comprendendo la comune volontà delle parti di riformare l’obsoleta architettura economica e finanziaria internazionale, che non tiene conto della maggiore potenza economica delle economie di mercato emergenti e dei Paesi in via di sviluppo. L’obiettivo principale è creare un nuovo sistema di valute di riserva (9) e aumentare il ruolo delle monete nazionali nei pagamenti reciproci tra gli Stati BRICS e sviluppare la cooperazione nel settore dei mercati finanziari, al fine di migliorare la stabilità finanziaria e un’efficace interazione sulla base di principi e norme internazionali (10). Il vertice di Durban ha dato via libera alla nuova Banca di sviluppo. (11) La presente decisione è stata resa necessaria dalle attività di alcuni attori mondiali (Stati Uniti, Giappone, Europa) con conseguente diffusione di tendenze negative che ha coinvolto altri Paesi. I leader hanno approvato la disposizione di una riserva per imprevisti da 100 miliardi di dollari, che verrà attivata quando una delle cinque nazioni aderenti affronterà una crisi. Secondo i leader dei BRICS, ciò “contribuirà a rafforzare la rete globale di sicurezza finanziaria e a integrare gli accordi internazionali esistenti, come ulteriore linea di difesa”. (12)
I partecipanti sono stati molto duri verso le istituzioni della finanza e del commercio internazionali, primi fra tutti il Fondo monetario internazionale (FMI) e l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). E’ importante che i Paesi BRICS non vedano questi enti come elementi di base delle Nazioni Unite, preferendo dare priorità all’UNCTAD invece; “Riaffermiamo il mandato della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD), come punto focale del sistema delle Nazioni Unite dedito ad analizzare le questioni correlate a commercio, investimenti, finanza e tecnologia da una prospettiva di sviluppo. Il Mandato e il lavoro dell’UNCTAD sono unici e necessari per affrontare le sfide dello sviluppo e della crescita di un’economia globale sempre più interdipendente. Riaffermiamo inoltre l’importanza nel rafforzare la capacità di aiutare l’UNCTAD nei suoi programmi di costruzione del consenso, del dialogo politico, della ricerca e della cooperazione tecnica, e del rafforzamento delle capacità, in modo che sia maggiormente in grado di conseguire il suo mandato volto allo sviluppo”. (13) Vi era una dichiarazione speciale aggiuntiva alla Dichiarazione eThekwini da parte della Federazione russa. Afferma che continueranno gli sforzi nel precisare i principi concreti, le condizioni e i parametri relativi alla creazione della nuova banca. La questione sarà esaminata a San Pietroburgo, a margine del vertice dei G-20 di settembre 2013. (14)
A poco a poco, l’accordo su una serie di questioni internazionali tra gli Stati membri, prende forma.  Gli Stati dei BRICS hanno riconosciuto il diritto della Palestina ad avere uno Stato. Hanno sottolineato che la risoluzione del conflitto in Siria dovrebbe basarsi sul comunicato di Ginevra, invece che sulle decisioni prese dalla Lega degli Stati arabi (15), hanno sottolineato che la gestione dei conflitti africani è una priorità per l’Africa, e i leader hanno anche sottolineato che l’Iran ha il diritto di utilizzare l’energia nucleare per scopi pacifici. E’ importante per i BRICS sostenere le attività dell’Unione Africana e di ECOWAS in Mali, respingendo ostentatamente qualsiasi supporto alla Francia e agli altri Stati occidentali intervenuti senza l’approvazione delle Nazioni Unite… (16) Infine, la Russia e la Cina supportano Brasile, India e Sud Africa nei loro tentativi di avere maggior peso in seno alle Nazioni Unite. Il testo può essere interpretato come un supporto inequivocabile all’adesione permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Il piano d’azione dei BRICS è davvero impressionante. A parte l’economia e le finanze, l’ordine del giorno include la salute, l’energia, lo sport, il turismo, la lotta contro il terrorismo e il traffico di droga, la sicurezza delle informazioni, la scienza, la corruzione e molte altre questioni. Tutto dimostra che i Paesi BRICS sono sulla via per passare da associazione ad organizzazione internazionale o di diventare una realtà internazionale. Il primo passo è già stato fatto, i BRICS hanno preso la decisione di istituire un Segretariato (virtuale per il momento).
Nei BRICS si affacciano anche contraddizioni. Finora i membri non sono riusciti a conformare una vera e propria politica estera comune. (17) C’è il problema della rappresentanza ineguale nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, delle dispute territoriali tra la Cina e l’India, (18) della differenza negli approcci al cambiamento climatico, ecc. (19) L’interdipendenza economica degli Stati membri impallidisce in confronto con la loro dipendenza da quei Paesi cui i BRICS sono destinati a diventare un’alternativa. (20) E’ importante per i BRICS tentare di cambiare la situazione. Il viceministro degli Esteri della Russia, Sergej Rjabkov, ha detto che i problemi nei BRICS non sono mine ad azione ritardata e non ostacolano l’efficacia delle attività dell’organizzazione. (21)
Vi sono anche scosse provocate da forze esterne. Questo è ciò che il Concetto della Politica russa sui BRICS chiarisce. (22) Dice “le dimensioni, la profondità e la dinamica della cooperazione tra i Paesi BRICS possono essere influenzate dalle esistenti forze centrifughe nell’associazione, nonché da influenze negative provenienti dall’esterno”. (23) I punti del documento sottolineano che uno degli obiettivi è “migliorare ogni possibile interazione nell’ambito delle Nazioni Unite, nonché preservare e rafforzare il ruolo del Consiglio di sicurezza dell’ONU come l’ente dalla maggiore responsabilità nel mantenimento della pace e della sicurezza internazionale; impedire l’uso della Nazioni Unite, prima di tutto del Consiglio di Sicurezza, per aprire la via alla rimozione di regimi indesiderati e per imporre soluzioni unilaterali in situazioni di conflitto, comprese quelle basate sull’uso della forza”. (24) Questa è la politica dell’occidente nel perseguire determinati obiettivi che va contrastata. Non dimentichiamo che il rapporto Project Global Trends 2025: A Transformed World dell’US National Intelligence Council include una sezione speciale dedicata allo sviluppo dei Paesi BRICS (25). I BRICS sono un progetto unico globale (26). I loro successo o fallimento sarà il successo o il fallimento della civiltà mondiale.

Note:
(1) rif. K. Brutens, (ex vicecapo del Dipartimento Internazionale del Comitato Centrale del PCUS). Great Geopolitical Revolution – World Economy and International Relations, 2010, N° 10.
(2) rif. A. Senokosov.  BRICS and the West: On the Way to New World Order. The Russian International Affairs Council
(3) Vladimir Putin. Intervista. ITAR-TASS, 22 marzo 2013
(4) V. Lukov.  BRICS – Important Locomotive for G20 Progress.
(5) S. Lavrov. A New Generation Forum with a Global Reach, BRICS-INDIA-2012. M. Larionova.  2012.
(6) Concetto di politica estera della Federazione Russa, punto 30, sito ufficiale del MAE
(7) Concetto di Politica sulla partecipazione della Russia al BRICS, paragrafo 11. Sito ufficiale del Presidente della Federazione Russa.
(8) Paragrafo 8 del Concetto.
(9) Commentando gli accordi finanziari, il ministro degli Esteri sudafricano Maite Nkoana-Mashabanesai ha detto che l’obiettivo è stimolare il commercio. Riducendo al minimo i rischi del cambio mediante la concessione di prestiti in valuta locale, ridurrebbe la dipendenza dei BRICS dal dollaro, risparmiando la spesa, incrementando il commercio e gli investimenti e internazionalizzando le valute.
(10) Paragrafo 17 (c) e (h) del Concetto.
(11) Paragrafo 9 del 5.to Vertice BRICS, Dichiarazione eThekwini e piano d’azione. 27 marzo 2013, Sito ufficiale del vertice in Sudafrica.
(12) Paragrafo 10 della Dichiarazione.
(13) Paragrafo 17 della Dichiarazione.
(14) Il prossimo vertice si terrà in Brasile nel 2014.
(15) BRICS parlano della Lega degli Stati arabi di per sé, ma non delle sue decisioni (Paragrafo 26).
(16) Paragrafo 20 della Dichiarazione eThekwini.
(17) Formalmente il Concetto della Russia prevede “il coordinamento delle posizioni” e “lo sviluppo di approcci comuni o simili” (Paragrafo 16 “a” e ”b”. Allo stesso tempo, vi sono casi in cui i paesi BRICS adottano posizioni comuni su questioni globali, per esempio il voto dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sulla Siria).
(18) Inoltre, il Concetto cita la disponibilità della Russia “ad aiutare altri Stati BRICS nel comporre  divergenze che sorgano tra di essi quando i partner BRICS sono interessati a che la Russia svolga  tale funzione di gestione delle discordie tra i membri (nel caso in cui le parti siano interessate alla mediazione della Russia)”. Paragrafo 14 (f), del Concetto di Partecipazione ai BRICS.
(19) La relazione invoca la Russia nei BRICS. Obiettivi strategici e strumenti per realizzarli. Sito ufficiale del MAE.
(20) Vedasi T. Isachenko. BRICS in Foreign Economic Strategy of Russia: Looking for Alternatives, International Affairs magazine, N°11, pp. 85-86
(21) SCF
(22) Paragrafo 9 del Concetto di Partecipazione ai BRICS.
(23) Paragrafo 10 del Concetto.
(24) Paragrafo 14 (a) del Concetto.
(25) V. Davydov. BRICS in the Emerging Polycentric World, International Affairs, 2011, N°5, p. 99.
(26) Vedasi: BRICS and the Mission of Reconfiguring the World

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli obiettivi eurasiatici degli Stati Uniti e la guerra in Afghanistan

Salman Rafi Sheikh (Pakistan) Oriental Review 18 marzo 2013

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Dal 19° secolo le superpotenze hanno ‘giocato’ il Grande Gioco nella regione dell’Asia centrale, meridionale e sud-occidentale. Durante questo ‘gioco’, l’Afghanistan, che collega strategicamente questi segmenti geografici dell’Asia, è stato storicamente al centro delle manovre inglesi e russe nella lotta per il controllo dell’Asia centrale, nel 19° e agli inizi del 20° secolo. E nell’arco di tempo presente, con le risorse energetiche che diventano tra i maggiori fattori di contesa nella rivalità tra le grandi potenze, l’importanza dell’Asia centrale aumenta ulteriormente a causa delle sue potenziali risorse energetiche. Tuttavia, l’accesso a tali risorse e il controllo delle loro rotte di esportazione, non sono possibile per una qualsiasi potenza extra-regionale senza avere una forte presenza militare nella regione. La dominante presenza militare in Afghanistan è, dunque, considerata dagli statunitensi di vitale importanza per l’attuazione degli interessi degli Stati Uniti. Fornisce la piattaforma attraverso cui gli Stati Uniti possono minacciare i loro potenziali rivali regionali, così come dominare le rotte per l’esportazione del gas e del petrolio provenienti dalla massa eurasiatica. Inoltre, l’Afghanistan si trova lungo il proposto oleodotto dai giacimenti petroliferi del Mar Caspio all’Oceano Indiano, pertanto, la sua importanza per la grande strategia del 21° secolo degli Stati Uniti, è fondamentale. Per essere realistici, quindi, l’invasione statunitense dell’Afghanistan deve essere analizzata dal punto di vista degli obiettivi geo-strategici e geo-energetici degli Stati Uniti, piuttosto che dal punto di vista proiettato dall’”eliminazione del terrorismo globale” da parte degli Stati Uniti. Questo breve articolo presenta un’analisi dei grandi obiettivi degli USA del 21° secolo e l’importanza dell’Afghanistan per il raggiungimento di tali obiettivi.
La dissoluzione dell’URSS rese disponibile agli Stati Uniti nuove vie energetiche verso ciò che è comunemente noto come “ventre” della Russia o regione dell’Asia centrale. Da allora, questa regione è stata teatro di manovre politiche ed economiche, rivalità, conflitti, interferenze e lotte per avere il controllo sulle sue vaste risorse energetiche, per obiettivi geo-strategici e geo-economici di lungo termine. Il controllo delle risorse energetiche di questa regione può eventualmente consentire agli Stati Uniti di manipolare a proprio favore le relazioni con Paesi energivori come India, Cina, Pakistan, Giappone, altri Paesi dell’Asia orientale e anche Paesi europei. In altre parole, il controllo su questa regione apre la via al dominio sia geo-strategico che geo-economico non solo di questa regione, ma anche oltre. Sono quindi le risorse energetiche alla base della logica per capire la politica degli Stati Uniti volta a dominare politicamente tutta la regione attraverso il controllo dell’Afghanistan, che fornisce una base di fondamentale importanza per dominare le rotte terrestri per l’approvvigionamento energetico e per controllare la regione eurasiatica, come anche dominare la proposta Via della Seta. Così, la guerra in Afghanistan non riguarda i cosiddetti terroristi di al-Qaida, né di liberare il mondo dai pericoli del terrorismo, ma piuttosto ha molto a che fare con gli obiettivi a lungo termine degli Stati Uniti per dominare le risorse energetiche mondiali. È dunque qui che risiede il significato effettivo dell’invasione statunitense dell’Afghanistan, richiedendone la comprensione per  determinare la dinamica della guerra in corso nella regione.
L’attacco all’Afghanistan è avvenuto nel 2001, ma la preparazione alla guerra era già iniziata nel 1999, quando il Silk Road Strategy Act [i] venne approvato dal Congresso degli Stati Uniti. Tale legge definiva l’approccio fondamentale  della politica degli Stati Uniti per l’acquisizione dell’energia nella regione eurasiatica. Il paragrafo sei della legge, fornisce la logica alla base della politica degli Stati Uniti nei confronti della regione. Dichiara che la regione del Caucaso meridionale e dell’Asia centrale ha abbastanza risorse energetiche per soddisfare i bisogni statunitensi e ridurne la dipendenza dall’instabile regione del Golfo Persico. [ii] La legge fu modificata nel 2006, dichiarando che la sicurezza energetica era la ragione principale per cui gli Stati Uniti rimanevano in Afghanistan. L’Afghanistan ha tale posizione cardine perché è l’unico Paese della regione che aveva fornito agli Stati Uniti un pretesto per invaderlo. La saga occidentale sul malgoverno dei taliban e del loro rifiuto di consegnare bin Ladin contribuì preparando le menti occidentali ad attaccare e smantellare il regime talib. Al contrario, è ironico notare che non si fa riferimento ad al-Qaida o bin Ladin nell’emendamento della legge del 2006. Il terrorismo non fu dichiarato motivo per rimanere in Afghanistan. Anche se altre dichiarazioni politiche [iii] indicavano l’eliminazione del terrorismo quale obiettivo principale degli Stati Uniti, la notevole discrepanza tra politiche dichiarate e azioni intraprese crea una contraddizione nell’intera agenda anti-terrorismo e anti-taliban degli USA, che dà a questa guerra una particolare nota sulla manipolazione politica, lo sfruttamento delle risorse e il dominio regionale. Il Silk Road Strategy Act, che delinea il quadro principale degli obiettivi economici ed energetici degli Stati Uniti, anche indirettamente, ha aperto la strada all’invasione dell’Afghanistan. Senza avere una posizione di forza nella regione, gli Stati Uniti non avrebbero potuto avere una qualsiasi posizione di controllo delle risorse energetiche e delle rotte commerciali. Allo stesso modo, senza alcuna posizione di forza, non sarebbe stato possibile agli Stati Uniti dominare tutta la regione che si estende dal Mar Nero al Mar Caspio, e anche sull’Asia centrale, occidentale, sud-occidentale e orientale dell’Asia. L’Afghanistan non è solo un Paese debole, almeno nei calcoli degli Stati Uniti sul potenziale dell’Afghanistan, ma è anche posizionato al centro della regione che gli Stati Uniti vogliono dominare politicamente, militarmente ed economicamente, controllandone le vie di esportazione del petrolio e del gas. La presenza militare in Afghanistan così serve gli obiettivi regionali degli Stati Uniti. La cartina seguente è sufficiente ad illustrare questo punto:

Eurasia-sketchL’importanza geospaziale, geostrategica e geoenergetica dell’Afghanistan per gli USA. (Le frecce rosse in grassetto mostrano la sfera di influenza che gli Stati Uniti programmano di istituire nella regione, con una forte presenza militare in Afghanistan.)

Il successo dell’attuazione del Silk Road Strategy Act rende necessaria una massiccia presenza militare nella regione e il controllo militarizzato della regione eurasiatica, come mezzo per assicurarsi il controllo sulle riserve di petrolio ed energetiche, e per proteggere oleodotti e corridoi commerciali. La militarizzazione è volta in gran parte contro la Russia, la Cina, l’Iran e il Pakistan. In altre parole, gli obiettivi reali degli Stati Uniti sono non solo geo-energetici, ma anche geo-economici e geo-strategici. E il raggiungimento di questi obiettivi richiedeva la rimozione del regime talib dall’Afghanistan e l’installazione di governanti favorevoli. Questo era ed è, nei calcoli statunitensi, il modo di raggiungere il triplice obiettivo. Dato che il petrolio e il gas non sono prodotti soltanto commerciali, e il controllo del territorio è una componente essenziale della superiorità strategica sui potenziali rivali.
La guerra in Afghanistan è quindi tanto una guerra per occupare un territorio che per avere la meglio sui rivali regionali come la Cina, la Russia e l’Iran, al fine di assicurarsi le rotte energetiche e commerciali. In altre parole, è ritenuto un mezzo per sostenere il solitario status di potenza globale mantenendo il controllo sui potenziali rivali sfruttandone i punti deboli. Il conflitto in Afghanistan ha creato le condizioni per rafforzare la presenza militare degli Stati Uniti in tutta la regione. Il fenomeno dei taliban, in sé, avrebbe dovuto facilitare, sia pure indirettamente, gli Stati Uniti nella costruzione di basi militari, avendo gli Stati dell’Asia centrale una lunga rivalità con i taliban, affrontando la minaccia della diffusione della loro versione radicale dell’Islam [i]. In altre parole, la guerra in Afghanistan non riguarda l’eliminazione dei terroristi, i taliban non sono al-Qaida. L’origine dei taliban risiede nella guerra in Afghanistan. Furono gli stessi USA, che aiutarono pienamente i mujahidin afghani a combattere i sovietici. A quel tempo, gli interessi degli Stati Uniti e quelli degli afghani erano assai convergenti. Ma dopo la fine della guerra, la situazione cominciò a cambiare, e così fece la politica degli Stati Uniti nei confronti dei taliban, che nacquero sotto la guida del mullah Omar, dopo la guerra, e unendo comandanti afghani locali ed ex-mujahidin. La politica degli Stati Uniti ebbe un cambiamento visibile nel 1997 con la nomina di Madeleine Albright a segretaria di Stato, che criticò apertamente i taliban durante la sua visita in Pakistan, nel 1997. Arrivò al punto di dichiararli “fondamentalisti islamici medievali”. Ciò che causò tale cambiamento fu, oltre ad altri fattori, la marcata ‘insensibilità’ dei taliban agli interessi degli Stati Uniti. Quando i taliban stavano per sottomettere l’Afghanistan, gli Stati Uniti speravano che avrebbero servito gli interessi degli Stati Uniti in Afghanistan, tra cui la costruzione di oleodotti e gasdotti delle compagnie petrolifere statunitensi (UNOCAL e Delta), collegando le risorse energetiche degli Stati dell’Asia centrale al mercato globale [ii], come in seguito indicato nel Silk Road Strategy Act, attraverso l’Afghanistan e il Pakistan. Il rifiuto dei taliban di accondiscendere agli interessi degli Stati Uniti non dovrebbe essere così sorprendente, dato il peculiare aspetto psicologico dei pashtun e le loro esperienze storiche con le potenze straniere. Così, i taliban afgani locali non volevano essere occupati da una qualsiasi potenza straniera. Considerando la psiche e il comportamento degli afghani, le loro esperienze passate e storiche, la geografia della regione e la loro cultura, era naturale concludere che fosse assai difficile soggiogarli con la forza. E’ la storia che testimonia e fornisce le prove incontestabili che gli afghani sono noti nel mantenere la loro indipendenza e nel resistere all’occupazione straniera con tutta le loro forze. [iii] In quanto tali, i taliban non sono terroristi come proiettano i media occidentali e degli Stati Uniti. Sono vittime della grande strategia degli Stati Uniti, che rovescia quei regimi che non dimostrano di essere abbastanza sensibili nel tutelare gli interessi degli Stati Uniti. [iv] Gli Stati Uniti hanno invaso e rovesciato i taliban al fine di spianare la strada alla loro presenza a lungo termine nella regione. Dal momento che queste invasione e occupazione sono contrarie alla psiche degli afgani, una forte resistenza era inevitabile. Gli afghani non solo hanno resistito, ma la loro resistenza aumenta ogni giorno, rendendo estremamente difficile per gli Stati Uniti ed i loro alleati avere una permanente presenza militare nella regione.
L’aspetto geo-strategico e geo-politico della guerra in Afghanistan, come sottolineato in precedenza, e la necessità per gli USA di rovesciare il regime dei taliban, sono strettamente legate all’aspetto della geo-energia. Il controllo del flusso delle risorse energetiche nella regione tramite una forte presenza militare in Afghanistan, è stato il mezzo calcolato dagli Stati Uniti per manipolare la geopolitica regionale. La maggior parte dei Paesi del Sud-Est asiatico e asiatici ha bisogno di energia, mentre i paesi dell’Asia settentrionale, centrale e occidentale sono produttori di energia. L’obiettivo degli Stati Uniti è avere al suo fianco il numero massimo di produttori di energia per manipolare a suo favore le relazioni con i Paesi bisognosi di energia come il Pakistan, l’India, la Cina, il Giappone, ecc, da un lato e dall’altro far concorrenza ai potenti produttori di energia come la Russia e l’Iran. In altre parole, come hanno osservato Fouskas e Gokay, il controllo sull’energia è la chiave dell’egemonia globale degli Stati Uniti, mantenendo il controllo sugli avversari, istituendo una nuova sfera di influenza e integrando la regione dell’Asia centrale nell’economia globale guidata dagli Stati Uniti; [v] e l’Afghanistan è il luogo chiave per eseguire questa strategia.
L’attuazione del Silk Road Strategy Act richiede la militarizzazione del cuore eurasiatico dal territorio dell’Afghanistan, e richiede anche la costruzione di oleodotti per garantirsi il flusso di energia. La logica dei progetti dei gasdotti è fornita da tale legge e dalla National Security Strategy del 1999.  Il documento del NSS così enuncia le motivazioni: “Concentriamo l’attenzione soprattutto sugli investimenti nelle risorse energetiche del Mar Caspio e nella loro esportazione dalla regione del Caucaso ai mercati mondiali, in modo da ampliare e diversificare le forniture energetiche mondiali e promuovere la prosperità nella regione. [vi]” E’ in questo contesto che gli Stati Uniti hanno ritenuto molto importante manipolare le enormi risorse energetiche della regione eurasiatica. Considerando dal punto di vista degli Stati Uniti, la dipendenza economica della regione e l’ombrello di sicurezza attuato dagli USA devono essere mantenuti al fine di rafforzarne il dominio regionale e anche globale. Per fornire tale ombrello di sicurezza, gli Stati Uniti hanno bisogno di costruire una permanente forza militare nella regione, con molte basi militari ben attrezzate in Afghanistan. Lo scopo di queste basi non è ‘smantellare e distruggere’ i terroristi, perché non ci sono terroristi, come definiti dagli USA, in Afghanistan. Lo scopo di queste basi, data l’estrema importanza geostrategica e geoenergetica della regione, è consentire agli USA di essere in grado di evitare che qualsiasi altra potenza domini la ricca regione energetica, e anche di agire tempestivamente e rapidamente contro ogni potenziale minaccia agli interessi degli Stati Uniti.
L’analisi della strategia degli Stati Uniti nella costruzione delle basi militari in Afghanistan, supporta anche la tesi secondo cui la guerra in Afghanistan non è volta a smantellare il terrorismo ma riguarda il petrolio e il gas. Dall’occupazione dell’Afghanistan nel 2002, gli Stati Uniti d’America costruiscono basi militari seguendo un piano sistematico. Durante la sua visita in Afghanistan nel 2004, il segretario di Stato statunitense Donald Rumsfeld annunciò la costruzione di nove basi nelle province di Helmand, Herat, Nimrouz, Balkh, Khost e Paktia. Queste nove basi si aggiunsero alle tre basi già installate sulla scia dell’occupazione degli Stati Uniti dell’Afghanistan.  Queste basi sono destinate a proteggere gli interessi geostrategici e geoenergetici degli Stati Uniti. William Engdahl ha analizzato in dettaglio la strategia degli Stati Uniti. Secondo lui, il Pentagono ha costruito le sue prime tre basi, Bagram Air Field a nord di Kabul, il principale centro logistico militare degli Stati Uniti; Kandahar Air Field, nel sud dell’Afghanistan, e Shindand Air Field nella provincia occidentale di Herat. Shindand, la più grande base statunitense in Afghanistan, è stata costruita a soli 100 km dal confine con l’Iran, e a metà strada tra Russia e Cina. [vii] In secondo luogo, in Afghanistan si trova il tracciato del proposto oleodotto per trasferire petrolio dall’Eurasia all’Oceano Indiano. È un dato di fatto che la maggior parte delle basi statunitensi costruite in Afghanistan si trovi sulla la via del gasdotto (TAPI), al fine di garantirne la sicurezza contro ogni minaccia. [viii]
Gli Stati Uniti riconoscono pienamente l’importanza delle risorse energetiche dell’Asia centrale e le possibilità economiche che offrono sui mercati mondiali e nella regione stessa. Richard Boucher, Assistente del segretario di Stato per l’Asia centrale e meridionale, ha detto nel 2007: “Uno dei nostri obiettivi è stabilizzare l’Afghanistan“, e collegare l’Asia centrale e meridionale nel dicembre 2009, “in modo che l’energia possa fluire a sud”. George Krol, Viceassistente del segretario di Stato per l’Asia centrale e meridionale ha detto, al Congresso, che una delle priorità degli Stati Uniti in Asia centrale è “aumentare lo sviluppo e la diversificazione delle risorse energetiche della regione e delle rotte di approvvigionamento. L’Asia centrale ha un ruolo vitale nella nostra strategia in Afghanistan.” [ix]
Nel caso dell’Afghanistan, è il gasdotto TAPI a contare molto. E’ la pipeline programmata a portare l’energia dalla regione del Caspio all’Oceano Indiano attraverso il Turkmenistan, l’Afghanistan, il Pakistan e l’India. Di fatto, è il gasdotto che ha innescato il conflitto armato nella regione. I negoziati con i taliban sul tracciato del gasdotto fallirono nel 2001, poco prima degli incidenti dell’11 settembre 2001. Il rifiuto dei taliban di accogliere gli interessi degli Stati Uniti, si rivelarono l’ultimo chiodo della bara del regime talib. Furono estromessi e si ritenne che la via alla costruzione del gasdotto TAPI fosse stata sgombrata, e i capi degli Stati partecipanti iniziarono gli incontri per finalizzare il progetto. L’accordo fu finalmente firmato nel 2008. [x] Prima dell’invasione statunitense dell’Afghanistan e degli attentati dell’11 settembre, la Unocal statunitense aveva già testimoniato al Congresso che il gasdotto non poteva essere costruito fino a quando un governo riconosciuto a livello internazionale fosse stato costituto in Afghanistan. Per far avanzare il progetto, si dovevano ottenere finanziamenti internazionali, con accordi inter-governativi e tra governi e consorzi. [xi] Qui si pone la domanda su quanto gli USA otterrebbero da questo progetto di oleodotto? La risposta è più opportuna portando alla ribalta il significato dell’Heartland eurasiatico di Mackinder. Il gasdotto avrebbe sottolineato il significato geo-politico di altre pipeline sostenute dagli USA, come la BTC e la Trans-Caspio, migliorando il controllo degli USA sulle vie di esportazione dell’energia. Nei calcoli degli Stati Uniti, se si potevano controllare le vie di esportazione di energia con una forte presenza militare in Afghanistan e fornendo l’ombrello di sicurezza, potevano controllare le risorse energetiche del continente eurasiatico e, infine,  controllare anche l’Heartland eurasiatico. [xii] Quando si studia la questione del TAPI, in linea con il succitato Silk Road Strategy Act, diventa abbastanza chiaro che il controllo dei giacimenti energetici sia l’interesse primario degli USA nella regione, dovendoli mettere sotto controllo per adempiere agli interessi geo-strategici e geo-economici di lungo termine, e mantenere l’egemonia.
L’analisi di sopra dimostra che l’invasione statunitense dell’Afghanistan non è il risultato del piano di un qualsiasi gruppo terroristico per creare disagi in tutto il mondo. É principalmente il risultato del perenne potente braccio di ferro politico in corso tra le potenze mondiali. E’ un fatto che in altre aree del mondo in cui il petrolio e il gas sono stati scoperti, come Venezuela, Messico, Africa occidentale, non vi è la stessa attenzione. E’ così perché queste aree non sono strategicamente così importanti come lo è l’Heartland eurasiatico. [xiii] La presenza della maggior parte dei Paesi nucleari più potenti, delle maggiori economie e delle rotte commerciali più antiche, dona a questa regione una grande importanza nella politica internazionale. La strategia degli USA, sia in tempo di guerra (invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq, costruzione di basi) che in tempo di pace (costruzione di oleodotti) serve alla loro grande strategia del 21° secolo per mantenere l’egemonia. Un occhio attento è in grado di rilevare che tutte queste strategie hanno un obiettivo comune,  migliorare il controllo politico statunitense sulla massa eurasiatica e le sue risorse in idrocarburi. L’intensificata corsa all’egemonia globale e alla crescente dipendenza della prosperità economica dal petrolio e del gas, sono i fattori principali che si muovono dietro la grande strategia degli Stati Uniti nella regione eurasiatica, comprendendo l’invasione dell’Afghanistan e l’istituzione della presenza militare permanente nella regione. Anche se l’attuale situazione in Afghanistan sembra negativa per gli Stati Uniti, tuttavia, questa situazione oggettiva degli USA e dell’Afghanistan è funzionale al raggiungimento di tali obiettivi. In quanto tale, la guerra non puntava a ‘colpire e distruggere’ i terroristi, ma al gas, al petrolio e al mantenimento del potere o, come dice Zbigniew Brzezinski, “una potenza che domina l’Eurasia dominerebbe due delle tre regioni economicamente più produttive del mondo, l’Europa occidentale e l’Asia orientale… ciò che accadrà nella distribuzione del potere nel continente eurasiatico sarà di importanza decisiva per il primato globale dell’America e la sua eredità storica”. [xiv] La guerra, quindi, non è volta a mantenere un equilibrio di potere, ma a sbilanciarla a favore degli USA contro i suoi principali rivali, la maggior parte dei quali si trova nella massa continentale eurasiatica.

Note
[i] Marker Menkiszak, “Russia’s Afghan Problem: The Russian Federation and the Afghan Problem Since 2001.” Center For Eastern Studies 38 (2011), p. 53
[ii] Ahsan ur Rehman Khan, “Taliban as an Element of the Evolving Geopolitics: Realities, Potential, and possibilities.” Institute of regional Studies, Islamabad 19 (2000-2001), p. 98-99
[iii] Ahsan ur Rehman Khan, Moorings and Geo-Politics of the Turbulence in Pashtun Tribal Areas Spreading to other Parts of Pakistan (Lahore: Ashraf Saleem Publishers, 2011), p. 14-16. L’Autore si occupa della psiche e del comportamento pashtun, come anche di altri fattori che influiscono sulla loro mentalità peculiare, dettagliati nel suo libro citato qui.
[iv] Emre Iseri, “The US Grand Strategy and the Eurasian Heartland in the Twenty-first Century.” Geopolitics 14 (2009), p. 6
[v] V. K. Fouskas and B. Gökay, “The New American Imperialism: Bush’s War on Terror and Blood for Oil.” Westport, CT: Praeger Security International (2005):  29
[vi] “A National Security Strategy for a New Century” Washington, DC: The White House (1999), p. 33
[vii] William Engdahl, “Geopolitics Behind the Phoney U.S. War in Afghanistan”  The Market Oracle (2009)
[viii] Ibid
[ix] John Foster, “Afghanistan, the TAPI Pipeline, and Energy Geopolitics” Journal of Energy Security (2010)
[x] Ibid
[xi] Ibid
[xii] Emre Iseri, “The US Grand Strategy and the Eurasian Heartland in the Twenty-first Century.” Geopolitics 14 (2009), p. 19
[xiii] J. Nanay, ‘Russia and the Caspian Sea Region’, in J. H. Kalicki and D. L. Goldwyn (eds.), Energy & Security: Towards a New Foreign Policy Strategy (Baltimore: The John Hopkins University Press, 2005), p. 142.
[Xiv] Zbigniew Brzezinski, ‘La Grande Scacchiera: la supremazia americana e la sua importanza geostrategica’ (Basic Books: New York 1997), p. 223.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le forze strategiche dell’India

Alessandro Lattanzio, Eurasia 16 maggio 2012

image descriptionSecondo le fonti più accreditate, New Delhi possiederebbe 80/100 testate nucleari, destinate ad armare velivoli caccia-bombardieri e missili di teatro. L’ex ufficiale dell’intelligence indiana, J.K. Sinha, ha affermato che l’India è in grado di produrre 130 kg di plutonio per uso militare ogni anno, grazie ai sei reattori non inclusi nell’accordo nucleare tra India e Stati Uniti.

Missili schierati dall’India
Sono stati prodotti in serie, finora, solo i missili di teatro Prithvi-Danush (circa 75/100 unità schierate), mentre per quanto riguarda gli altri sistemi missilistici a gittata intermedia, non è chiaro se sia mai stata avviata una produzione in grande serie.

Prithvi
Il Prithvi è un missile balistico a corto raggio autocarrato, a singolo stadio e a propellente liquido. La progettazione del missile è iniziata nel 1983 ed è stato testato la prima volta nel 1988. Il missile ha una lunghezza di 9 metri, un diametro di 1,1 metri ed ha una gittata di 150-250km e trasporta una testata di 1000kg. Il Dhanush è la versione navale del Prithvi, è uno dei cinque sistemi missilistici sviluppato dalla Research Defence & Development Organization (DRDO) nell’ambito dell’Integrated Guided Missile Development Program (IGMDP). Il lavoro di progettazione del missile è iniziato nel 1988 e le prime prove sono state effettuate nel novembre 1990. Il Danush ha una gittata di 300-350 km e trasporta una testata di 500 kg.

Agni
L’Agni-I è un missile balistico a medio raggio (MRBM), ha un’altezza di 15 metri, pesa 12 tonnellate ed ha un solo stadio a propellente solido. Il missile può trasportare una testata nucleare di 1 tonnellata sugli obiettivi in Pakistan, senza dover essere schierato alle frontiere. Le testate atomiche possono essere rapidamente montate dal BARC (Bhaba Atomic Research Centre) e dal DRDO (Defense Research & Development Organisation), secondo il principio dichiarato dall’India del ‘non primo impiego‘. L’Agni-I è inoltre progettato per essere lanciato sia da un lanciatore mobile su rotaia, che si può spostare normalmente nel sistema ferroviario, che da un sistema di lancio autocarrato. Il DRDO di Ahmednagar e il Centro di Ricerca & Sviluppo di Pune hanno svolto un ruolo importante nella creazione del veicolo di trasporto e lancio. Infatti, il sistema missilistico mobile riduce la vulnerabilità del sistema d’arma e ne consente una maggiore flessibilità operativa. L’Agni-II è un Missile Balistico a Raggio Intermedio (IRBM), il cui sviluppo è iniziato nel 1979. Nel 1983 divenne parte dell’Integrated Missile Development Program Guide (IGMDP) dell’India. Il primo test dell’Agni-II avvenne il 22 maggio 1989, e altri due test furono condotti il 29 maggio 1992 e il 19 febbraio 1994. Questi test hanno coinvolto dei banchi di prova tecnologici (TTB) per sviluppare la struttura, l’integrazione, la navigazione e controllo, la dinamica del volo del missile e la tecnologia dei veicoli di rientro. L’Agni-II ha una lunghezza di 20 metri, un diametro di 1,3 metri e pesa 16 tonnellate, ha una gittata di 2500km e trasporta una testata di 1000kg, rappresentando così un netto miglioramento rispetto al suo predecessore. Sono in corso di sviluppo delle varianti successive, come l’Agni-III, un missile balistico a raggio intermedio, con gittata di 3000 – 5500km e che dovrebbe essere armato con una testata da 200Kt. L’Agni-III è stato testato con successo il 12 aprile 2007, da Wheeler Island, al largo della costa di Orissa, e il 7 maggio 2008, l’India ha ancora una volta testato, con successo, questo missile. Infine sono in fase di studio i missili balistici intercontinentali (ICBM) Agni-V, con una gittata di 5000 km, e Agni-VI, con una gittata di 6000 km.

Sagarika
Il K-15 Sagarika è un missile balistico lanciabile da sottomarini (SLBM), a due stadi a propellente solido, con una gittata di 700 chilometri. Lo sviluppo del missile K-15 è iniziato alla fine degli anni ’90, con l’obiettivo di costruire un missile balistico per i sottomarini a propulsione nucleare della classe Arihant. Il Sagarika ha una lunghezza di 10 metri, un diametro di 0,74 metri, pesa 17 tonnellate e può trasportare un carico utile di 1000kg. E’ stato sviluppato presso il complesso missilistico DRDO di Hyderabad. Il missile farà parte della forza di deterrenza nucleare indiana, fornendo la capacità di effettuare la rappresaglia a un attacco nucleare. Il missile è stato testato con successo sei volte, e il 26 febbraio 2008 è stato lanciato da un pontone sommerso a 50 metri, al largo delle coste di Visakhapatnam. Una versione terrestre del Sagarika è stata testata con successo il 12 novembre 2008.
Il DRDO sta sviluppando anche il missile sublanciato K-4, che dovrà avere una gittata di 3000 km.

SSBN
I sottomarini a propulsione nucleare lanciamissili balistici (SSBN) classe Arihant, in corso di sviluppo per la Marina militare indiana, costituiranno la terza componente della triade nucleare di New Delhi. L’INS Arihant è stato presentato al pubblico il 26 luglio 2009. L’Arihant è il primo sottomarino nucleare progettato e costruito in India. La classe sarà costituita da quattro battelli che entreranno in servizio nella Marina indiana a partire dal 2015. Lo SSBN Arihant ha un dislocamento di 6.000 tonnellate, è lungo 112 metri, raggiunge la quota di 300 metri di profondità, e sarà armato di 6 tubi lanciasiluri da 533mm, con 30 siluri, missili o mine, e di 4 tubi di lancio per SLBM, con 12 SLBM K15 (3 in ogni tubo di lancio) o 4 SLBM K-4.

Velivoli strategici
L’Indian Air Force dispone di diversi velivoli con capacità nucleare: 51 Dassault 2000H Mirage. 110 Sukhoj Su-30MKI, 14 HAL Tejas e 113 MiG-29. Inoltre l’India possiede centinaia di SEPECAT Jaguar e di MiG-27M che possono essere impiegati per trasportare bombe nucleari a gravità. Il Su-30MKI è l’unico velivolo di teatro a disposizione dell’India, avendo una autonomia di oltre 3.000 km senza rifornimento, permettendo di attaccare in modo efficace obiettivi molto distanti, in sostituzione dei sistemi missilistici come l’Agni.
Ilyushin_Il-78MKI_(RK-3452)

Riferimenti:
Bharat-rakshak
FAS.org

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