Il gioco del Qatar in Tunisia
maggio 7, 2013 Lascia un commento
Kapsa* Tunisie-Secret 1 maggio 2013
Il riconoscimento tardivo dell’intellighenzia tunisina, in questo articolo di Kapsa, pseudonimo di un accademico franco-tunisino, esprime una malinconia che la dice lunga sulla disillusione nella società tunisina. Siamo lontani dall’euforia rivoluzionaria che la Tunisia ha vissuto due anni fa. L’articolo qui sotto è stato pubblicato l’1 maggio 2013, su Politique-Actu.com.
Due anni dopo lo scoppio di quella che è comunemente chiamata la “primavera araba”, cominciamo a capire meglio i pro e i contro di questa cosiddetta rivoluzione araba, che ha instaurato l’oscurantismo islamico e, soprattutto, degli incompetenti come Ghannouchi in Tunisia e Morsi in Egitto, con l’approvazione degli Stati Uniti e il finanziamento saudita-qatariota. Da quei giorni tristi si assiste alla messa in discussione delle conquiste, pagate a caro prezzo dalla Tunisia, un piccolo Paese con scarsi mezzi finanziari ma grandi capacità umane, alla sistematica distruzione delle basi storiche di questo Paese che ha sempre conosciuto e praticato l’Islam ampiamente contestualizzato e quindi aperto e tollerante. Da allora, è stato sostituito un regime certamente non democratico, ma moderno e laico, con i nuovi despoti attuali, dei piccoli “barboncini” ben addomesticati pronti a servire gli interessi stranieri, a cui sono in gran parte asserviti. Qualcuno potrebbe rispondere dicendo che questo è un complotto di gente al soldo del vecchio regime. La verità è che le persone, presumibilmente liberate, rimpiangono amaramente il passato regime, alcune arrivando a chiederne il ritorno oggi, rifiutando in blocco al-Nahda e il suo dilettantismo politico, accoppiato all’incompetenza permanente.
Quali sono le ragioni occulte di questi principi del deserto, afflitti dallo scherno e dall’ignoranza delle qualità del popolo tunisino, che ha cominciato a organizzarsi contro il complotto islamo-capitalista di cui la Tunisia è ostaggio? In effetti, tutto è partito dagli attacchi terroristici contro gli Stati Uniti e dalla conseguente invasione dell’Afghanistan, poi gli statunitensi hanno cambiato strategia nell’affrontare le diverse correnti islamiche, mutando la posizione assunta fin lì, che considerava gli islamisti un pericolo e dei nemici da combattere. Il rovesciamento di valori e il cambiamento fondamentale nella strategia politica degli Stati Uniti, utilizzerà gli islamisti pentiti e cosiddetti moderati come nuovi guardiani degli interessi statunitensi nel mondo arabo. Lo strumento di questa nuova alleanza USA-islamista, lungi dall’essere un’alleanza contro natura, è stata la riproposizione del solito ritornello, in questo tipo di situazione, della costruzione della democrazia e dei diritti umani in questi Paesi, dove è vero che sono da lungo negate, ma con la cauzione e il sostegno degli USA stessi e dei loro “pupazzi” dell’Europa e dei Paesi arabi del Golfo. L’installazione di queste nuove dittature oscurantiste e reazionarie, obbedisce a determinate condizioni imposte dagli Stati Uniti:
1) accettare il controllo degli Stati Uniti sulle risorse energetiche, tra cui il petrolio del mondo arabo;
2) imporre lo Stato d’Israele come unica potenza regionale a spese dei legittimi diritti storici dei martiri palestinesi;
3) fermare definitivamente tutti gli attacchi e le attività terroristiche contro gli Stati Uniti ed i suoi interessi nel mondo;
Ma tutti sanno che i diritti umani sono l’ultima preoccupazione, o meglio l’ultimo “avatar”, secondo il genetista Axel Kahn, della missione civilizzatrice delle ex potenze coloniali e neo-coloniali di oggi. Per provarlo, basta controllare un libro di riferimento su tale diabolico piano degli Stati Uniti, scritto da Robert Dreyfus e dal suggestivo titolo “Devil’s Game. How the United States Helped Unleash Fundamentalist Islam“, pubblicato nel novembre 2005. Questi Paesi liberati affrontano oggi la crescente influenza del wahhabismo, considerato una forma estrema di Islam politico, manipolato dagli Stati Uniti, come l’autore fa notare in modo eccellente. Questo piano venne semplicemente accelerato dal presidente democratico Obama, quando salì al potere negli Stati Uniti. Va ricordato che il presidente Obama aveva un padre keniota musulmano, ed è cresciuto in un ambiente musulmano con un patrigno musulmano indonesiano, conosce bene questo tipo di Islam, piuttosto chiuso e rivolto al comunitarismo e all’isolazionismo, che contrasta con l’Islam maggioritario della nazione arabo-musulmana e in particolare nel Maghreb; parlo di un Islam ampiamente contestualizzato, tollerante, aperto al suo ambiente regionale e internazionale, come nel caso della Tunisia.
Va detto che all’arrivo di Obama alla Casa Bianca, gli islamisti non potevano sperare in un alleato migliore per iniziare finalmente la loro tanto attesa conquista del potere nel mondo arabo, dopo tanti anni di emarginazione e di repressione. Gli islamisti, però, sbagliano e quasi commettono un peccato imperdonabile facendosi tentare da una potenza straniera generalmente islamofoba che cerca solo di assicurare e perpetuare i propri interessi e quelli dei suoi alleati. In breve, questa nuova generazione di dittatori al servizio degli stranieri non si è ancora resa conto di quanto gli Stati Uniti saranno nemici della democrazia e della libertà dei popoli, quando i loro interessi vitali ne saranno toccati. Credo con convinzione alla strategia degli Stati Uniti per indebolire l’Islam e i musulmani con l’unico vero veleno che hanno trovato finora, gli islamisti, e che sembra avere effetto. E’ attraverso questa strategia diabolica e machiavellica che la leadership degli Stati Uniti s’inserisce nel mondo arabo, dopo l’assai controversa “primavera araba”. In altre parole, gli Stati Uniti di Obama sono passati da una certa ostilità per le correnti e le varie organizzazioni islamiche nel mondo, gran parte delle quali incluse nella lista completa dei movimenti terroristici, a quasi alleato strategico dei Fratelli musulmani e dei loro accoliti tunisini. E’ il piccolo Stato del Qatar responsabile dell’attuazione di questa strategia pericolosa, che porta in sé i semi di gravi conseguenze destabilizzanti per i vari Paesi, già alle prese con delle gravi sfide socio-economiche.
È il caso della Tunisia di oggi, dal momento che è il primo Paese ad aver vissuto questo grande inganno chiamato “primavera tunisina”, che non è altro che una grande truffa resa possibile dalla collusione di interessi che vanno ben oltre il popolo tunisino, che fino a ieri non vedeva, ma su cui oggi apre gli occhi, cominciando a chiamare le cose con il loro nome, e cioè che affronta una cospirazione imperialista-islamista, di cui inizia a coglierne i veri pericoli. Come spiegare altrimenti il sostegno quasi spontaneo delle principali monarchie del Golfo alla presunta rivolta tunisina? O anche come spiegare il sostegno finanziario e militare fornito dal Qatar e dall’Arabia Saudita ai cosiddetti combattenti per la libertà in Siria, che mettono in pericolo la stabilità del Paese e della regione nel complesso, vincolandola agli Stati Uniti e all’Europa in nome dei diritti umani e della democrazia? Chi sarà il prossimo Paese? Certamente l’Iran, il Libano e l’Algeria per poi finire il lavoro definendo un califfato che annetta tutti i Paesi così liberati.
Il coinvolgimento di Doha nella politica interna tunisina è totale fin dalla cacciata dell’ex presidente Ben Ali, con tutto il suo peso finanziario usato per far a vincere le prime elezioni tunisine ad al-Nahda, non così trasparenti come vogliono far credere, visto che tale Paese ha firmato assegni per circa 300 milioni per il partito islamista al-Nahda, per consentirgli di raccogliere il massimo dei voti e vincere le elezioni. Questa è solo la parte visibile di un iceberg; accordi segreti sono stati firmati con gli islamisti tunisini su una sorta di cassa di guerra per governare la Tunisia da Doha, con effetti su tutti gli Stati coinvolti in questa primavera araba.
Siria, uno Stato attaccato da mercenari…
Il colmo è che la Tunisia è diventata una retroguardia della Jihad islamica, da cui decine di giovani disoccupati, indottrinati, addestrati, vanno a combattere in Siria per conto della grande jihad, con la promessa di ricevere una notevole somma di denaro. Questi giovani non tornano, perché coloro che cadono vengono cremati sul posto, non lasciando alcuna prova della presenza di mercenari jihadisti. Dopo un periodo di indottrinamento questi giovani vanno al confine con la Turchia, dove finiscono in un conflitto di cui non capiscono assolutamente nulla, se non che sono lì a lottare per il trionfo dello stendardo dell’Islam. In realtà, questo piccolo regno del deserto non vuole perdere la faccia e non si fermerà davanti a niente per far cadere il regime di Bashar al-Assad, consapevole del fatto che oramai assai coinvolto in questa cosiddetta primavera araba. Doha non ha altra scelta che adempiere a questa strategia machiavellica musulmano-americanista. L’assai rimpianto Shuqri Bel Aid non si ingannava quando parlò di complotto israelo-statunitense, anche alla vigilia della sua morte, per dominare il mondo arabo-musulmano mettendo alla sua testa governi islamici incompetenti, dei dilettanti della politica.
Appello al popolo e al governo algerini…
La Tunisia è ormai ostaggio del Qatar, quindi penso che sarà difficile sfuggire al complotto, mentre l’islamista al-Nahda rimane al potere. Al-Nahda rende conto al Qatar, dal momento che questo movimento deve la sua vittoria agli aiuti finanziari versati da Doha, permettendogli di acquistare voti. Questo è il motivo per cui esorto i nostri amici algerini, prossimo obiettivo di questa grande manipolazione, d’investire in Tunisia per far fallire questo piano, in gioco vi sono il futuro e la sicurezza dell’Algeria. Infatti, l’Algeria dispone di oltre 250 miliardi di dollari, con cui gli sarebbe possibile salvare la Tunisia e se stessa dal complotto. Investendo solo 3 miliardi di dollari per ricostruire la Tunisia, tra cui la costruzione della strada che colleghi il nord e il sud a lungo emarginato, e che continua ad esserlo oggi a due anni dalla rivolta tunisina. L’Algeria può essere il miglior baluardo contro lo strisciante wahbabismo che minaccia la stabilità del nostro caro Maghreb e del mondo arabo. La prova più evidente è la decisione del Qatar di concedere un prestito alla Tunisia di 5 miliardi all’enorme tasso d’interesse del 3,5%, il più alto dei mercati finanziari internazionali, più di quello che il FMI può offrire, mentre il Giappone ha offerto la stessa cifra per un misero 0,5%.
Qatar, Stato terrorista?
Non è più un tabù dire che questo piccolo emirato è fortemente coinvolto nel finanziamento del terrorismo islamico, oggi, in Siria e Mali. Questa verità non rischia oggi di essere scoperta sulla stampa tunisina agli ordini dei principi zelanti del Qatar; è l’articolo di un giornale algerino The New Republic, che evidenzia chiaramente il ruolo detestabile di questo Paese su tutti i fronti. E’ stato pubblicato il 28 gennaio 2013, riprendendo un articolo pubblicato in Francia dal Canard Enchaîne del giugno 2012, dal titolo: “Il nostro amico del Qatar finanzia gli islamisti in Mali.” Questo Paese, infatti, finanzia i Fratelli musulmani egiziani, tunisini e i vari jihadisti in Siria, dopo che ha finito il suo sporco lavoro fornendo sostegno finanziario ai ribelli libici sostenuti dalla NATO, riuscendo ad abbattere Muammar Gheddafi, dopo aver supportato la sua cattura ed esecuzione sommaria, in condizioni di pura barbarie, indegne dell’islam e dei musulmani.
Il ruolo del Qatar va al di là del Nord Africa, il suo obiettivo è imporsi come attore chiave nell’Africa occidentale, per via della sua lunga presenza in Mali. Questo Paese e i suoi vicini sono davvero interessanti, sostanzialmente per la ricchezza di materie prime che richiede notevoli investimenti e infrastrutture per essere sfruttata. Sappiamo che il Qatar si è recentemente specializzato nell’applicazione di questo tipo di servizio, non mancherà di fornire la sua esperienza, e Doha nel fare ciò cercherà di consolidare la sua presa sul continente. Il successo di questo gioco demoniaco, almeno per il momento, in Tunisia e in Libia, ha dato le ali a questo insignificante emirato, con una politica di disinformazione diffusa dal suo strumento propagandistico, la rete al-Jazeera, che si accontenta di prendere ordini, dimenticando i più elementari principi di etica giornalistica.
La Tunisia è una piccola parte di un più ampio piano di controllo dei Paesi che non rientrano nella linea wahhabita di Arabia Saudita e Qatar, che cercano anche di proteggersi dal presunto pericolo dell’asse Iran, Siria, Hezbollah. La verità è che cercano di non sprofondare nella Primavera Araba ed essere i prossimi obiettivi dei popoli di questa regione, volutamente tenuti nell’ignoranza totale dalla solita politica di pace sociale comprata con i proventi del petrolio e del gas. Sono fermamente convinto che sia davvero giunto il momento di affrontare, come un sol uomo questo piano distruttivo che gioca con la stabilità del continente, trasformando la Tunisia, Libia ed Egitto negli ostaggi dell’imperialismo islamo-capitalista. Oggi è la Siria, domani l’Algeria, il Libano, l’Iran e l’elenco è tutt’altro che esaustivo. Non si dimentichi il proverbio algerino che dice “Sono le buche scavate dai topi che fanno cadere il cavallo“.
Sì! La Tunisia sta vivendo un passaggio significativo nella sua lunga storia, è a un punto di svolta nella sua storia così ricca, tuttavia, resto fiducioso sul futuro della Tunisia, sulla tolleranza, la forza della sua capacità umana e sulla leggendaria comprensione del suo popolo. Un Paese che ha dato alla luce la prima costituzione moderna in un Paese arabo-musulmano, organizzando un potere politico fondato il 26 aprile 1861 da Mohammed Bey Sadoq, dopo la proclamazione del Patto Fondamentale del 1857, un movimento di idee che ha a lungo ispirato le successive generazioni di desturiani, che chiesero costantemente la costituzione dai primi anni del XX.mo secolo fino alla Costituente dopo l’indipendenza. Un Paese che ha vissuto una drammatica immersione nella modernità sotto Ahmed Bey (1837-1855). Un Paese che si distingue per la sua originalità, che ha abolito la schiavitù il 23 gennaio 1846, due anni prima della Francia (27 aprile 1848). Un Paese, patria di grandi riformatori coraggiosi come Qair al-Din Pasha ha spiegato nel 1868, e cito, “il futuro della civiltà islamica è legato alla modernizzazione“. Un paese, quello dello sceicco Mohamed Snoussi, che nel 1897 auspicava la promozione dell’istruzione delle bambine, o di Abdelqadir Thaalbi, che propugnava la rimozione del hijab, che Bourguiba aveva definito un “miserabile straccio.” Il Paese di Mohamed Bayram, Tahar Haddad, emblemi del moderno riformismo tunisino. Un Paese che si distinse per una serie di leggi rivoluzionarie assai avanzate per il loro tempo, intendo il “Codice dello statuto personale” che diede diritti alle donne tunisine, come il consenso necessario al matrimonio, la creazione della causa di divorzio e l’abolizione della poligamia, o ancora il diritto all’aborto medico e sociale nel 1969, cinque anni prima che venisse concesso lo stesso diritto alle donne francesi…
Questo Paese non può affondare nell’irrazionalità. Voglio credere che la Tunisia saprà sempre respingere i complotti e le strategie di destabilizzazione.
(*) Il signor Kapsa è lo pseudonimo di un accademico franco-tunisino specialista in questioni geostrategiche. Lo ringraziamo per questo contributo e questa appello coraggioso.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
Vedasi: Qatar – L’assolutismo del XXI.mo secolo
















