Ucraina: verso la repubblica nazi-atlantista del Banderastan

Alessandro Lattanzio 8/4/2014

Non credo che alla Russia importi se un’Ucraina sfasciata si unisce alla NATO, chiamandosi “Repubblica Nazista del Banderastan”. La Russia ci guadagnerà se si riprende di nuovo tutto ciò che ha ceduto dagli anni ’20, annettendosi uno Stato con metà popolazione e l’80% dell’industria del Banderastan. Nel frattempo, l’UE avrà preso a bordo il caso disperato di un’economia gestita da gente che farà fare all’ungherese Jobbik la figura del liberaldemocratico. La NATO avrà acquisito carne da cannone e un fronte con una Russia risorgente; ma anche uno Stato fallito che la Russia conosce bene e può gestire, parlando d’intelligence, a volontà. Ci vorrà del tempo alla CIA per fornire parrucche e corsi di lingua ucraina ai suoi agenti, ne sono sicuro”.

3349151Migliaia di persone sventolando bandiere russe sono scese nelle piazze delle città dell’Ucraina orientale di Donetsk, Lugansk, e Kharkov occupando gli uffici governativi. Il 6 aprile, oltre 2000 manifestanti russofoni occupavano i locali del governo provinciale della città di Donetsk, nell’oriente dell’Ucraina. I manifestanti issarono la bandiera russa sul palazzo governativo e inalberavano cartelli con gli slogan “Donetsk, città russa”, “referendum sull’indipendenza e l’unificazione con la Russia”, “I Berkut hanno salvato l’Ucraina”, “Svegliati, popolo ucraino”, “Che sia un’unione dei popoli fratelli” e “fuori la NATO”. La milizia popolare occupava anche l’edificio del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina. A Lugansk venivano occupate la filiale della Banca Nazionale e l’edificio della Direzione Provinciale del Servizio di Sicurezza. La milizia popolare chiede all’amministrazione regionale di Lugansk di “non riconoscere il governo a Kiev” e di “assumere il controllo politico della regione“. Le persone radunatesi a Piazza Lenin, a Donetsk, presentarono una petizione in favore degli agenti di Berkut, falsamente accusati di aver sparato ai rivoltosi di Majdan. I manifestanti chiedono che la “giunta illegale a Kiev” ponga fine a repressioni e persecuzioni politiche e non molesti l’esercizio del diritto all’autodeterminazione, perseguendo l’esempio della Crimea. I manifestanti chiedono ai funzionari una sessione speciale sul referendum, altrimenti organizzeranno l’iniziativa per risolvere la questione. I manifestanti non riconoscono le cosiddette autorità a Kiev e chiedono anche la liberazione del ‘governatore popolare’ Aleksandr Kharitonov, incarcerato da metà marzo, e di altri 15 attivisti filo-russi. Così sei attivisti anti-Majdan furono rilasciati. A Kharkov 10000 manifestanti russofoni si sono scontrati con elementi neonazisti e circa 1500 attivisti pro-russi occupavano la sede dell’amministrazione regionale di Kharkov. Gli organizzatori delle proteste invitarono i partecipanti “a sostenere Donetsk e Lugansk, dove sono stati occupati edifici governativi“. Il 7 aprile, nella sessione del Consiglio del popolo del Donbass, a Donetsk, veniva dichiarata l’autonomia da Kiev proclamando la Repubblica Popolare di Donetsk. Polizia e servizi di sicurezza ucraini non interferivano nonostante le minacce dei golpisti a Kiev. Il Consiglio si proclamava unico organo legittimato della regione fino al referendum generale da tenersi non oltre l’11 maggio. “La Repubblica Popolare del Donetsk costruirà le sue relazioni in linea con il diritto internazionale e sulla base dell’uguaglianza e dei vantaggi reciproci. Il territorio della repubblica rientra nei confini amministrativi riconosciuti della regione di Donetsk ed è indivisibile e inviolabile. Questa decisione entrerà in vigore dopo il referendum“. Inoltre il Consiglio di Donetsk s’è indirizzato al presidente russo Vladimir Putin, chiedendo l’invio di una forza di pace nella regione. “Senza il vostro sostegno sarà difficile resistere alla giunta di Kiev. Lo chiediamo al Presidente Putin perché possiamo affidare la nostra sicurezza solo alla Russia“. Una manifestazione contro la repressione politica in Ucraina si svolgeva anche nella città meridionale di Odessa.
Il ‘presidente’ golpista Aleksandr Turchinov ha minacciato misure antiterrorismo contro coloro che si ribellano alle ‘autorità’ di Kiev, “Quello che è successo ieri è la seconda fase dell’operazione speciale della Federazione russa contro l’Ucraina” perciò un “comando anti-crisi è stato istituito ieri sera. Abbiamo intensificato le misure di sicurezza al confine orientale del Paese, considerando la passività delle forze dell’ordine locali, che saranno rafforzate con personale di altre regioni”. A sua volta il ‘ministro’ degli Esteri ad interim ucraino Andrej Deshitsa annunciava che il governo golpista a Kiev prenderà misure “molto dure” contro i manifestanti russofoni. Quindi i golpisti a Kiev pianificano un’”operazione di pulizia” in Ucraina orientale, mentre Turchinov ha cancellato la visita alla Conferenza dei presidenti dei parlamenti dell’Unione europea in Lituania. Il ‘ministro’ degli interni ucraino, il golpista Arsen Avakov, conferma che “Queste unità speciali sono pronte a risolvere compiti immediati senza prestare attenzione alle peculiarità locali. Invito tutte le teste calde ad astenersi da critiche e panico ed aiutare la polizia a prendere la situazione sotto controllo“. Le ‘autorità’ a Kiev hanno già aperto più di 20 procedimenti penali contro i manifestanti anti-Majdan. Agenti della sicurezza in Crimea avevano sventato un attacco presso la città di Saki, la notte del 6 aprile. Un gruppo di 10 individui aveva attaccato un checkpoint e occupato un edificio nelle sue vicinanze. Quando la polizia è arrivata sul posto fu aggredita da cinque soggetti che cercarono di rubare le armi degli agenti. “Durante lo scontro uno degli aggressori è stato arrestato e un altro è morto, gli altri tre sono fuggiti. Dopo essere stato ferito, un militare s’è difeso uccidendo un ufficiale dell’esercito ucraino, Stanislav Karachevskij“.
Intanto il rappresentante permanente degli Stati Uniti presso l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), Daniel B. Baer, ha dichiarato che qualsiasi referendum in Ucraina sarà considerato illegale da Washington. Il ministero degli Esteri russo invece esorta Kiev a bloccare i preparativi volti ad istigare la guerra civile. L’Ucraina starebbe inviando unità speciali della polizia nelle regioni del sud-est, nel tentativo di contrastare le proteste antigovernative. “Secondo le nostre informazioni, unità delle truppe interne e della guardia nazionale, nonché militanti armati della formazione illegale ‘Fazione Destra’, si avviano verso il sud-est dell’Ucraina e la città di Donetsk“, ha detto il ministero. “Siamo particolarmente preoccupati dal coinvolgimento dei 150 mercenari statunitensi della società privata Greystone Ltd., vestiti con l’uniforme delle unità speciali della polizia ucraina Sokol. Gli organizzatori di tale istigazione hanno una gravissima responsabilità minacciando diritti, libertà e vita dei cittadini ucraini, così come la stabilità dell’Ucraina“. Secondo Lavrov i golpisti di Kiev non sono “In grado di stabilizzare la situazione in Ucraina se ignorano gli interessi delle regioni meridionali e orientali. Il rifiuto del dialogo indica che se non si prendono cura dei loro diritti, nessuno si curerà di loro“.
Il direttore dell’FSB russo Aleksandr Bortnikov ha riferito che il capo di al-Qaida nel Caucaso, Doku Umarov, è stato neutralizzato con un’operazione militare chirurgica nel primo trimestre del 2014, mentre centinaia di terroristi sono stati arrestati. I servizi di sicurezza russi hanno effettuato 33 operazioni antiterrorismo nei primi tre mesi del 2014, eliminando 13 capi islamisti e 65 terroristi, arrestandone altri 240. Già a gennaio, il Presidente della Repubblica autonoma russa della Cecenia, Ramzan Kadyrov, annunciò che Umarov era stato ucciso. Alla fine di dicembre 2013, un braccio destro di Doku Umarov, Islam Atev, era stato eliminato durante uno scontro a fuoco con la polizia russa nella regione di Khasavjurt, nel Daghestan. L’emirato del Caucaso guidato da Umarov, e altri gruppi terroristici islamici nel Caucaso, vengono finanziati dall’Arabia Saudita ed operano in collegamento con le intelligence occidentali e degli Stati Uniti. La conferma dell’eliminazione di Doku Umarov arriva un mese dopo che il capo di Fazione Destra ucraina, Dmitrij Jarosh, ricercato per terrorismo dalla Russia e dall’Interpol, e collaboratore di Umarov nella guerra in Cecenia, aveva istigato al-Qaida a sostenere il movimento Euro-Majdan a Kiev compiendo attentati in Russia. 10153065Fonti:
ITAR-TASS
Moon of Alabama
Nsnbc
RussiaToday
RussiaToday
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RTL
TeleSurTV
Voice of Russia

Ucraina, i militari leali al popolo abbandonano i golpisti della NATO

1462561_493130447470695_1345188460_oIl servizio delle guardie di frontiera della Russia ha dichiarato che 675000 cittadini ucraini sono emigrati in Russia dall’inizio dell’anno. Solo a febbraio, il flusso migratorio dalla regione di Rostov, in Ucraina, è aumentato del 53 per cento, mentre dalla regione di Kursk è aumentato del 71 per cento. “La gente ha paura per la sorte di chi gli è vicino e non chiede solo protezione, ma anche  aiuti ricevendo subito la cittadinanza russa. Nelle ultime due settimane di febbraio sono emigrate circa 143000 persone“, ha detto il capo del dipartimento della cittadinanza del servizio di migrazione. Nel frattempo, il governo golpista di Kiev invocava l’intervento della NATO per garantire l’“integrità territoriale”, un chiaro segno che i golpisti non hanno il supporto delle forze armate e dei servizi di sicurezza ucraini. I golpisti hanno definito “aggressione” la risposta del parlamento russo alle richieste di aiuto dei cittadini russofoni dell’Ucraina, minacciati da una serie di provvedimenti discriminatori e revanscisti da parte degli atlantisti xenofobi eterodiretti, messi al potere a Kiev. Oltre a chiedere la protezione della NATO, il “ministro degli Esteri” ucraino Andrej Deshitsa ha esortato l’alleanza atlantica a presidiare le centrali nucleari in Ucraina. La Verkhovna Rada, il parlamento ucraino, avendo perduto ogni legittimazione presso le forze armate nazionali, con tono lamentoso pretende che Mosca abbandoni al suo destino la popolazione russofona ucraina, “Qualsiasi movimento di truppe, attrezzature e armi deve essere effettuato solo con l’accordo delle autorità competenti dell’Ucraina in conformità agli accordi e alle leggi dell’Ucraina“, aveva detto il parlamento ucraino, mentre nel frattempo il fantoccio dei tedeschi, Vitalij Klishko, su ordine di Berlino, presentava la proposta per una commissione di negoziazione con la Russia. “E’ imperativo avviare dei negoziati. Dobbiamo risolvere questo problema senza l’uso della forza o armi, ma attraverso consultazioni per evitare lo spargimento di sangue“.
Manifestazioni pro-Mosca si svolgono da Odessa a Kirovograd a Kharkov e Sebastopoli, tutta l’Ucraina meridionale e orientale non riconosce il governo golpista dei maidanisti (coagulo di forze revansciste, xenofobe, neofasciste, liberiste e atlantiste cementate dai dollari  e dalla propaganda russofoba ed anti-eurasiatista della NATO e di Soros). Il segretario di Stato USA John Kerry minaccia Mosca: “A meno che passi immediati e concreti non siano presi da Russia per ridurre le tensioni, l’effetto sulle relazioni USA-Russia e sulla posizione internazionale della Russia saranno profondi“. Senza dubbio ciò è vero. Ma sarebbero stati profondi anche se la Russia non si fosse mossa. Nel primo caso, per l’Eurasia, gli “effetti profondi” sono positivi, nel secondo caso sarebbero stati estremamente negativi. L’occidente è “pronto ad andare fino in fondo per isolare la Russia“, ha detto Kerry, aggiungendo che la Russia perderà la sua appartenenza al G-8, così come subirà il divieto dei visti e il congelamento dei beni all’estero. Il segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, minacciava la Russia che “deve fermare la sua attività militare e le sue minacce“, all’apertura della riunione straordinaria sull’Ucraina del Consiglio Nord Atlantico, principale organo della NATO.
48_new_020314Intanto, le forze armate ucraine abbandonano i criminali insediati a Kiev dalla rete terroristica atlantista di Gladio: l’ammiraglia della flotta dell’Ucraina, la fregata Hetman Sakhajdachnij, ha rifiutato di eseguire gli ordini di Kiev ed aderiva alla flotta russa issandone la bandiera. “La nave ammiraglia della Flotta dell’Ucraina, la Hetman Sakhajdachnij, ha issato la bandiera di Sant’Andrea, l’equipaggio segue gli ordini del comandante in capo delle forze armate dell’Ucraina, Viktor Janukovich“, dichiarava il senatore Igor Morozov, della commissione per gli affari internazionali della Duma. Ciò avveniva il giorno dopo le dimissioni del Contrammiraglio Denis Berezovskij, appena nominato comandante della marina militare ucraina dall’autonominatosi presidente Aleksandr Turchinov. Berezovskij ha dichiarato fedeltà “al popolo della Crimea” impegnandosi a “difenderlo“, durante una conferenza stampa presso lo Stato maggiore della marina russa di Sebastopoli. La fregata Hetman Sakhajdachnij, di ritorno dal Golfo di Aden, doveva essere bloccata nello stretto dei Dardanelli; infatti Arsenij Jatsenjuk, l’autonominatosi premier dell’Ucraina, aveva  chiesto al premier turco Recep Tayyip Erdogan di non far attraversare lo stretto del Bosforo alla fregata. Il capitano della nave e comandante della squadra navale ucraina, Ammiraglio Andrej Tarasov, ha disobbedito a tali ordini. Infine, i militari ucraini di stanza in Crimea aderivano alle forze di autodifesa locali dichiarando di prendere ordini solo dal comando delle forze di autodifesa della Crimea. Le autorità della Crimea confermavano che le unità ucraine si affiancano alle forze filo-russe, “Oggi le forze armate ucraine in Crimea sono passate al fianco delle autorità della regione autonoma di Crimea. La transizione è stata assolutamente pacifica, senza che un solo colpo sia stato sparato.” Altri cinque comandanti militari ucraini hanno giurato fedeltà alla Crimea, mentre il Primo ministro della Repubblica autonoma, Sergej Aksjonov, annunciava la creazione della Marina Militare e del Ministero della Difesa della Crimea. Il comandante del Servizio di sicurezza della Crimea Pjotr Zima, il direttore del dipartimento degli Interni della Crimea Sergej Abishov, il direttore del servizio delle situazioni d’emergenza Sergej Shajov e il comandante delle Guardie di Frontiera della Crimea Viktor Melnichenko, hanno giurato fedeltà al popolo di Crimea, presso il Consiglio dei ministri e alla presenza del governo regionale e dei sindaci di diverse città e regioni. I militari hanno promesso di “rispettare rigorosamente la Costituzione della Repubblica autonoma di Crimea” e “di promuovere la conservazione della pace etnica e civile” della penisola. “Penso che questo giorno sarà ricordato nella storia della Repubblica autonoma di Crimea come il giorno in cui le agenzie di sicurezza divennero autonome“, ha detto il primo ministro regionale Sergej Aksjonov, “dimostreremo che il popolo di Crimea sa proteggersi e garantire sicurezza e libertà ai cittadini. Finora, il 90 per cento di tutte le forze dell’ordine sul territorio della regione autonoma si sono subordinati al Consiglio Supremo della Crimea“. Le Forze armate ucraine nella Repubblica Autonoma di Crimea, il 2 marzo, hanno quindi giurato fedeltà alle autorità locali. La decisione è stata presa mentre sempre più soldati in Crimea e nelle altre regioni meridionali ed orientali dell’Ucraina, abbandonano i golpisti di Kiev ed aderiscono alle milizie di autodifesa locali, al comando dei governatori e delle autorità locali.
Sul piano internazionale, si evidenzia che Mosca e Pechino hanno un punto di vista coincidente sulla situazione in Ucraina, dopo la telefonata del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov al collega cinese Wang Yi. “I ministri degli Esteri si sono scambiate le opinioni sulla situazione in Ucraina, evidenziando la sintonia dei punti di vista di Russia e Cina sulla situazione nel Paese. Sergej Lavrov e Wang Yi concordano nel mantenere contatti stretti sul tema”. Inoltre, il ministro degli Esteri iraniano, Muhammad Javad Zarif, ha chiesto una maggiore cooperazione tra Teheran e la Shanghai Cooperation Organization (SCO), sottolineando la necessità di ampliare la cooperazione con il Patto di Shanghai, durante un incontro a Teheran con il Segretario Generale della SCO Dmitrij Mezentsev, affermando che la Repubblica islamica e l’organizzazione hanno “interesse ad azioni comuni“. Il ministro degli Esteri iraniano ha espresso la disponibilità di Teheran a una maggiore cooperazione con la SCO nell’economia, commercio, energia, trasporti e lotta al terrorismo. Mezentsev ha valutato positivamente la visita a Teheran, affermando che il viaggio rafforza ulteriormente i legami SCO-Teheran, salutando anche i progressi del programma nucleare di Teheran. La SCO è un’organizzazione internazionale di sicurezza fondata nel 2001 a Shanghai da Cina, Kazakhstan, Kirghizistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan. Iran, India, Mongolia, Afghanistan e Pakistan hanno lo status di osservatori presso l’organizzazione.

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Alessandro Lattanzio, 3/3/2014

Uesaka Sumire: verso degli anime eurasiatisti?

Intervista alla doppiatrice Uesaka Sumire: il suo amore per la Russia e le aspirazioni per il futuro
Sakurai Takamasa, Asianbeat 22/08/2012

Nlbm0sY4RMMDi tutti i posti che ho visitato per il mio lavoro, Mosca è un po’ speciale. Una cosa che il mio lavoro nella diplomazia culturale mi ha insegnato è che alcune cose si devono solo sperimentare. Non avevo idea di quanto siano noti gli anime giapponese in Arabia Saudita fin quando la visitai nel marzo 2008, e certamente non mi aspettavo l’accoglienza felice che ho ricevuto dagli appassionati di anime in Myanmar durante la mia visita nel settembre 2008. Dopo aver collaborato con il consolato giapponese a Mosca e in varie controparti, fu deciso che avremmo creato un evento sulla cultura popolare giapponese a Mosca, concentrandosi sugli anime e la moda. L’evento divenne il Festival di Cultura Popolare del Giappone (J-FEST), il primo evento si tenne nel novembre 2009. Quel giorno la temperatura esterna era sotto lo zero, ma non impedì agli appassionati di cultura pop giapponese di fare la fila fuori dal centro congressi, per più di cinque ore. Dietro le quinte dell’Harajuku Fashion Show, le ragazze scelte per le audizioni comparirono sul palco ringraziandomi all’unisono: “Arigato” (grazie) in giapponese. E alla fine dello spettacolo il pubblico acclamò “tornare“, “Vi aspettiamo per il prossimo anno.” Numerose volte, quando ero sul palco, mi sentivo pronto a piangere. Non avevo idea di quanti giovani a Mosca adorino il Giappone, erano molti di più di quanto mi aspettassi ed ero al settimo cielo. Promisi di ritornare a vederli tutti l’anno successivo.
uesaka-sumire.jpeg w=560L’atmosfera e l’eccitazione al Japan Pop Culture Festival 2010 non doveva essere da meno del precedente, e non vedevo l’ora di tornare in Giappone per dirlo a tutti. Così, dopo il ritorno in Giappone ho scritto un articolo sul festival per lo Yomiuri Shimbun e in risposta ricevetti un messaggio estremamente positivo sul mio account twitter da una ragazza giapponese. E così che incontrai la doppiatrice Uesaka Sumire. Mi ha detto quanto amava la Russia e dell’importanza di questo evento per le relazioni Giappone-Russia. Sono rimasto colpito da qualcuno che potesse trasmettere i suoi sentimenti in modo così abile in 140 caratteri. Per qualcuno che vive scrivendo, come me, potrei dire solo quanto fosse appassionata. Può essere nata nell’era Heisei, ma Uesaka Sumire ha un forte rispetto per l’era Showa e Meiji. Guardando la sua pagina Twitter, non ha interesse solo per la Russia, ma per gli anime e la moda Lolita. Sul suo profilo aveva scritto, “Agitatrice per tutti coloro che amano l’Unione Sovietica e la Russia più di ogni altra cosa.” Mi piaceva il suo uso delle parole e poi seppi che compiano il compleanno lo stesso giorno. Così fu attraverso Twitter che iniziai a comunicare con Uesaka Sumire e non posso credere che un anno e mezzo siano già passati. Aveva 18 anni all’epoca e ora è al suo terzo anno alla Sophia University, studiando e laureandosi in lingua russa. Diventare doppiatrice era un suo sogno fin dalla tenera età e la sua carriera cominciò quando ebbe il ruolo di una delle eroine dell’anime “Papa no Iu koto wo Kikinasai!” (Listen To Me Girls. I Am Your Father!).
Come ho scritto in un articolo precedente, Uesaka lavora come me al programma radio FM “Tokyo No.1 Kawaii Radio” (o “Kawaraji” in breve) trasmesso sulla rete JFN da 27 stazioni in tutto il Giappone. Le connessioni sono cose misteriose e dovrebbero essere considerate con cura.  Bilanciare studio e lavoro non è facile, non quando si tratta di studiare russo e lavorare da doppiatrice. Ma Uesaka riesce a destreggiarsi continuando ad esprimere amore senza limiti per la Russia e gli anime. “Con gli anime sento che non ci siano confini tra il Giappone e il resto del mondo. Gli appassionati di anime sono uguali, non importa dove tu vada.” L’amore di Uesaka per la Russia e gli anime scorre in lei e dal nostro incontro abbiamo avuto numerose discussioni sul Giappone e l’estero.
Allora, cosa ne pensi dei rapporti del Giappone con il resto del mondo?
Fino a 200 anni fa, il Giappone era chiuso al mondo, ma ancora oggi penso che ci sia ancora la forte idea che il “mondo” sia solo un posto lontano. Ma la realtà è che c’è tanta gente là fuori che ha grande interesse e profondo amore per il Giappone. L’ho scoperto quando andai a Mosca con un gruppo dalla mia università. Penso che le uniche persone che non ne siano consapevoli siano i giapponesi stessi. Se avrò la possibilità mi piacerebbe partecipare alla diplomazia culturale. Voglio parlare con la popolazione locale nei loro Paesi e cambiare la mia impressione iniziale su questi Paesi. Voglio sfidarmi nel capire come migliorare la visione della gente del Giappone.
La Russia è il Paese che ci ha fatto incontrare, ma se si segue solo ciò che si dice sulla Russia, naturalmente, se ne avrebbe un’impressione molto diversa di quella che abbiamo. Ma le cose segnalate sui media e la realtà sono molto diverse. L’ho già detto, negli articoli precedenti e nei colloqui che ho avuto in numerose occasioni. Dopo tempo, mi ricordo ancora chiaramente Uesaka rispondere a uno dei miei tweet dicendo: “I rapporti tra Paesi non passano solo sui vantaggi che si possono avere con questi rapporti.” E’ esattamente come dice. “Non basta giudicare la Russia da quello che si vede a colpo d’occhio. Ho molta voglia d’informare le persone sulla cultura russa e del fatto che ci sono tutte queste persone in Russia che adorano il Giappone. Penso che il popolo russo, come i giapponesi, abbia un lato oscuro, ma non in senso negativo però. Forse anche perché ci sono così tanti giapponesi che amano la letteratura russa. L’aspirazione nel vedere la bellezza nella miseria. Non c’è alcun motivo per cui Russia e Giappone non possano andare d’accordo. Le informazioni sulla Russia sono assai scarse in Giappone. Penso che ci sia la reale necessità per gli esperti in relazioni internazionali di modificare il modo d’informare“.
Fu dopo aver ascoltato l’inno nazionale dell’Unione Sovietica, quando era al primo anno di scuola superiore, che cominciò ad interessarsi della Russia. Iniziò a studiare la società e la storia russa da sola e disse che non poteva studiare qualcosa di diverso dalla lingua russa, quando arrivò all’università.
Allora, cosa s’aspetta il Giappone da Uesaka che racconta della sua amata Russia?
523bd95a9fbcbLa mentalità e l’abilità giapponesi di prendere normali articoli per la casa rendendoli più compatti o più kawaii (carini. NdT), e l’intricata capacità di prendere le emozioni più sottili ed esprimerle attraverso i ‘moe’ (anime, ecc.)
Proprio come nella sua professione di doppiatrice, è con l’attenzione al più piccolo dei dettagli che gli animatori danno vita ai loro personaggi.
Ho sempre voluto diventare doppiatrice. Quando diventai attrice vocale, la mia conoscenza degli anime cambiò completamente. La quantità di informazioni dietro ogni sequenza, la sensazione di distanza dallo schermo, ogni giorno imparavo qualcosa di nuovo“.
Oggi siamo nella situazione in cui il Giappone deve adottare un ruolo più assertivo sulla scena mondiale e credo che ciò di cui il Giappone ha bisogno è altra gente dalla mentalità come la sua. Il Giappone non ha ideato gli anime con l’intento di rivolgersi al pubblico straniero. Ma, come s’è scoperto, gli anime hanno un enorme successo oltreoceano. Così ora l’industria degli anime si trova ad affrontare la questione chiave di come creare opere che continuino il successo nel mercato internazionale. Ho intervistato registi e parlato con molti rappresentanti delle case di produzione di anime negli anni, e questo è ciò che più tendono a dire.
Mi piacerebbe imparare il russo nei prossimi due o tre anni e dopo mi piacerebbe provare ad imparare il cinese. Sono molto interessata anche al cinese“.
Uesaka Sumire certamente guarda al futuro.

sp_profileTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cina-Francia: una disputa territoriale?

Sofia Pale New Oriental Outlook 11/02/2014
tahiti_mapL’espansione aggressiva della Cina nel mondo interferisce con gli interessi di Paesi chiave, come la Francia. Nell’ultimo decennio, il “soft power” cinese è solidamente orientato verso il possedimento geostrategico preferito della Francia nel Pacifico, la Polinesia francese, meglio conosciuta come Tahiti (dal nome dell’isola principale). Questo territorio si estende per oltre 4000 kmq e dispone di ricche risorse ittiche (su 5 milioni di kmq), Cinque volte più grande della madrepatria continentale. Tahiti è stata visitata non solo da carismatici rappresentanti francesi come Paul Gauguin, ma dall’esploratore inglese James Cook, dallo scrittore scozzese Robert Louis Stevenson, dall’etnografo russo N. Mikluho-Maclay, dall’esploratore norvegese Thor Heyerdahl, dal pittore russo delle Vanuatu N. Mishutushkin e anche dal popolare attore e cantante sovietico Vladimir Vysotskij. Alla fine degli anni ’80, Tahiti era governata dal nipote di un generale russo bianco in esilio, Alexandre Leontieff. Purtroppo, nel 1991, fu posto agli arresti domiciliari, sospettato di corruzione e appropriazione indebita di fondi pubblici. Questo territorio francese, nel “cuore” del Pacifico, ospita il poligono ormai non più operativo per i test nucleari. Qui, 192 test furono condotti dalla Francia nel 1966-1996. Dopo la fine forzata dei programmi nucleari, il presidente francese J. Chirac promise che il finanziamento alla Polinesia francese sarebbe continuato (1996-2006). Attivisti locali, a loro volta, in lotta per l’indipendenza dal 1970, vogliono la fine del dominio francese giusto al termine del periodo dei pagamenti delle compensazioni. Tuttavia, nel 2000, nessuno prevedeva la crisi finanziaria del 2008. Ciò costrinse i combattenti per la libertà di Tahiti a ripensare i loro piani. In primo luogo, chiesero a Parigi il risarcimento dei danni causati dai test nucleari (che, per inciso, sono considerati più morali che fisici). Poi stabilirono stretti rapporti economici con un nuovo forte attore nel Pacifico, la Cina.
Lo “tsunami” d’immigrati cinesi, allargatosi sulle isole dell’Oceania a metà degli anni 2000, coprì anche Tahiti. Gli Huaqiao (cinesi d’oltremare) rappresentano il 12% dei quasi 300000 abitanti di tale possedimento francese. Qui i cinesi monopolizzato il commercio al dettaglio, e ora i tahitiani (per l’80% nativi) invece di dire “fare shopping”, dicono “andare in Cina” (à travers la Chine). E’ necessario sottolineare che il capitale cinese ha contribuito alla nascita di una potente lobby pro-Cina nel governo locale. Uno dei primi pupilli cinesi è un vecchio sostenitore dell’indipendenza di Tahiti, Oscar Temaru, che nel 2004 dicendo che aveva radici cinesi da parte della madre, andò al potere tanto atteso. Il primo passo di Tahiti verso l’indipendenza fu il tentativo di compensare le sovvenzioni annuali francesi, di circa 1 miliardo di dollari (non meno del 20% del PIL della Polinesia francese), con l’introduzione o l’aumento delle tasse per la popolazione locale. La gente non sopportò tale aumento per più di sei mesi, quindi Gaston Floss divenne presidente e subito annullò le tasse. G. Floss ha governato Tahiti quasi ininterrottamente dal 1984, “legandosi” a Jacques Chirac. Quest’ultimo è il padrino del suo ultimogenito ed ha sempre sostenuto l’idea di Tahiti parte della Francia. Tuttavia, la gente di Tahiti lo rispettava perché, essendo in rapporti amichevoli con il presidente francese, poteva avere la massima autonomia per la Polinesia francese. Qui possiamo citare il titolo di “presidente” per il capo di Tahiti, il diritto di gestire autonomamente alcuni aspetti delle politiche nazionali e regionali, senza interferenze da Parigi, nonché il riconoscimento dello status ufficiale della lingua tahitiana (anche se ci sono alcuni problemi con la Costituzione francese). Tuttavia, O. Temaru non si arrese facilmente, e nei successivi due anni i due avversari si avvicendarono ogni sei mesi. Infine, Gaston Tong Sang, rappresentante della comunità cinese, divenne presidente di Tahiti. Tuttavia, un anno più tardi, fu accusato da alcuni rappresentanti dei mass media di difendere gli interessi di “una certa minoranza”. Quindi, tre candidati lottarono per la carica di presidente, O. Temaru, G. Floss e H. Tong Sang, indicati come la Trinità dalla comunità internazionale.
Intanto Pechino approcciò ciascuno della Trinità: in questi ultimi anni, ognuno dei leader è stato accusato di aver accettato tangenti (indirettamente, capitale cinese). Il presidente G. Floss, dopo aver visitato la Cina all’inizio di gennaio, è stato accusato di corruzione nel 2014 (non ufficialmente, firmando accordi sul debito con Pechino considerati dannosi per Tahiti). A proposito, dopo la visita , G. Floss semplificò il regime dei visti con la Cina, al fine di rafforzare il flusso di turisti e lavoratori a contratto dalla Cina. Negli ultimi dieci anni, le relazioni commerciali della Cina con la Polinesia francese si sono rafforzate, tanto che quasi tutta l’esportazione di perle nere, l’unico settore redditizio dell’economia di Tahiti, è diretta verso il Celeste Impero. Dopo la crisi finanziaria globale nel 2008-2010, la Francia subì la valutazione economica del 2012, passando da AAA a AA + da parte delle agenzie Fitch e Standard&Poor. Tuttavia, Parigi continua a inviare la stessa quantità di fondi per impedire che Tahiti abbia l’indipendenza economica e abbandoni la sovranità francese. Tuttavia, nel 2013, il capitale cinese nell’economia di Tahiti era stimato in 5 miliardi di dollari, una somma maggiore degli investimenti francesi. Infine, all’inizio del 2013, Pechino passò all’attacco  decidendo di sostenere O. Temaru, salito al potere a Tahiti per ottenere l’indipendenza e la ridenominazione del Paese in Maohi Nui. Pechino ha fatto pressioni per l’introduzione della Polinesia francese nella lista dei Territori Non Autonomi nel comitato speciale sulla Decolonizzazione delle Nazioni Unite.
Poiché la Cina ha bisogno del maggior numero possibile di sostenitori nelle varie organizzazioni internazionali, comprese le Nazioni Unite, ottenendo l’indipendenza, questo Stato sarebbe grato alla Cina votando per Pechino quando richiesto, nonostante il ragionamento critico del rappresentante del Cile presso il Comitato speciale delle Nazioni Unite sulla Decolonizzazione, al vertice del giugno 2013, che dichiarò che “le supreme autorità locali (Polinesia Francese) hanno meno poteri rispetto a un qualsiasi misero sindaco del mio Paese” [1]. Se la Polinesia francese avrà l’indipendenza, tale tattica verrebbe applicata con successo nell’isola di Pasqua, che appartiene al Cile ma da cui vuole separarsi. Poi vi sono Guam e Samoa, che non vogliono appartenere agli Stati Uniti, l’isola ribelle di Pitcairn, parte del Regno Unito, i territori australiani e neozelandesi nel Pacifico (ovviamente, con assai minori, ma ancora possibili, probabilità). Non sorprende che Francia, Australia, Stati Uniti e Regno Unito non abbiano partecipato alla decisione sull’introduzione della Polinesia francese nella lista dei Territori Non Autonomi (a proposito, la Russia ha sostenuto la decisione delle Nazioni Unite).
Oggi il futuro della Francia e dei suoi possedimenti nel Sud Pacifico dipende dalla volontà politica del presidente F. Hollande, consentendo o meno il referendum sull’indipendenza Tahiti nel 2014. La Trinità vuole un referendum: G. Floss, per dimostrare che il 60% dei tahitiani voterà contro la separazione dalla “madre patria”, G. Tong Sang è d’accordo con G. Floss, mentre O. Temaru al contrario ritiene che più della metà dei tahitiani voterà per l’indipendenza. La già scarsa popolarità di F. Hollande colerà a picco nel caso in cui il referendum si svolga a Tahiti e le speranze della Cina di chiamare questo nuovo Stato Maohi Nui saranno adempiute. In tale caso, Parigi affronterebbe enormi difficoltà, sia nel Paese che fuori. I francesi non perdonano ai loro presidenti neanche i piccoli passi falsi, basti ricordare la “Giornata della rabbia” del 27 gennaio 2014. È possibile vedervi la perdita del “cuore” del Sud Pacifico della Francia. Inoltre, la Cina, che ha offerto alla Polinesia Francese prestiti favorevoli, progetti di infrastrutture e flussi di turisti dalla Cina, continuerà tali politiche nei confronti di altri Stati. Inoltre, a quanto pare, l’obiettivo di Pechino nel Pacifico meridionale è la “liberazione” dei territori degli Stati Uniti.

[1] Come conclude la sessione, Commissione speciale sulla decolonizzazione riafferma il diritto inalienabile dei popoli della Polinesia francese all’autodeterminazione. Commissione speciale sulla Decolonizzazione, 9° Vertice dell’Assemblea Generale COL/3258, 21 giugno 2013.

tahiti-mapSofia Pale, PhD, ricercatrice del Centro su Sud-Est asiatico, Australia e Oceania, Istituto di Studi Orientali dell’Accademia Russa delle Scienze, in esclusiva per la rivista online New Oriental Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina è in grado di trasformare l’Africa: Dambisa Moyo

Sons of Malcolm 3 marzo 2013

Dambisa_Moyo2L’economista dello Zambia Dambisa Moyo è un’aperta critica degli aiuti internazionali, sostenendo da anni che la mano straniera soffoca lo sviluppo dell’Africa, perpetuando la corruzione e ostacolando la crescita del continente. Autrice di bestseller del Times New York, Moyo si è affermata al livello internazionale con il suo libro del 2009 “Aiuti mortali: Perché gli aiuti non aiutano e qual’è la via migliore per l’Africa.” Da allora ha scritto altri due libri, sul declino dell’occidente e gli effetti della corsa alle materie prime della Cina. In una nuova intervista con Robyn Curnow del  CNN, Moyo spiega perché è ottimista sul futuro dell’Africa. Guarda all’impatto positivo che la Cina può avere sul continente, e in dettaglio, ai fattori chiave che alimentano la crescita economica dell’Africa.

CNN: Il dibattito sugli aiuti è così diverso da prima…
Dambisa Moyo: Sono successe tante cose negli ultimi cinque anni, in Africa, Sud America e in Asia, dove nessuno parla più di aiuti. Gli stessi responsabili politici l’abbandonano e si dedicano ai debiti sul mercato. Il mio Paese, lo Zambia, ha un debito fantastico, 750 milioni dollari in 10 anni, lo scorso settembre. La discussione riguarda molto più la creazione di posti di lavoro e gli investimenti, una storia fantastica, ovviamente in parte legata al fatto che i donatori tradizionali hanno problemi finanziari, fiscali, per i loro bilanci. Semplicemente non hanno più tanto capitale liquido a disposizione come in passato.

CNN: La storia dei cinesi che si sono immischiati, ha cambiato il quadro?
DM: Sì, assolutamente, ma in un modo strano, è esattamente quello che ci serve in termini di significative crescita economica e riduzione della povertà. Abbiamo bisogno di posti di lavoro,  investimenti, commercio, investimenti esteri diretti, sia dal mercato interno, ma anche dall’estero. Non è una pillola magica, ma tutti sanno che questa è la formula e, infine, i cinesi dimostrano ancora una volta, non solo in Africa, ma in tutto il mondo, quell’elisir, quel mix di opportunità da trasformare in realtà in questi Paesi. Ricordate, il 70% delle popolazioni di questi luoghi ha un’età inferiore ai 24 anni. Non c’è scampo: dobbiamo creare posti di lavoro.

CNN: Molte persone sono critiche verso il “neo-colonialismo” cinese, ma lei sostiene che non è vero.
DM: Beh, non lo è, perché la Cina ha così tanti problemi economici. Sapete, ha una popolazione di 1,3 miliardi di persone, con 300 milioni di persone che vivono a livello occidentale. Così hanno un miliardo di persone da far uscire dalla povertà. L’idea che spenderebbero tempo a cercare di colonizzare altri luoghi è soltanto, francamente, assurda. Non sto dicendo che la Cina dovrebbe disporre di un tappeto rosso, di carta bianca, in Africa o addirittura in qualsiasi parte del mondo, per fare quello che vuole. Abbiamo bisogno di partecipazione, di creare posti di lavoro e di scambi effettivi in questi luoghi. Ma penso che ciò che sia veramente essenziale è concentrarsi su ciò che la Cina può fare per l’Africa, così come ciò che l’Africa può fare per la Cina. E penso che la discussione non sia più obiettiva di come dovrebbe essere. In ultima analisi, la responsabilità di come la Cina si impegna in Africa è davvero compito dei governi africani. Non saremmo preoccupati per i rischi di neo-colonialismo, o abuso ambientale e questioni del lavoro, se ci fidassimo del fatto che i governi africani facciano la cosa giusta.

CNN: Come vedete le tendenze dei prossimi decenni?
DM: Sono un’eterna ottimista. Probabilmente sono la persona sbagliata a cui chiedere, perché credo che il quadro strutturale e fondamentale d’Africa, in questo momento, sia pronto da soli pochi decenni. Se si guarda all’economia attraverso la lente del capitale, fondamentalmente di denaro, di lavoro, fondamentalmente quanti l’hanno e quali competenze hanno, e della produttività, ovvero dell’efficienza nell’uso di capitale e lavoro, la tendenza è chiaramente a favore dell’Africa. Abbiamo un andamento fiscale molto solido. Il debito e PIL in Africa, oggi a livello sovrano, non sono neanche lontanamente simili agli oneri che vediamo in Europa e negli Stati Uniti. L’andamento del lavoro è molto positivo, il 60-70% degli africani ha meno di 25 anni. Quindi, una popolazione giovane su cui si ha bisogno di far leva dinamicamente, sicuramente abbiamo bisogno di investire in competenze e istruzione per assicurarsi il meglio da questa popolazione giovane. E poi, in termini di produttività, questo continente è un grande ricettacolo di tecnologie e di tutto ciò che può aiutarci a diventare più efficienti. Pertanto, questi tre fattori chiave: capitale, lavoro e produttività, contribuiscono a stimolare la crescita economica. Ora avremo una navigazione tranquilla? Certo che no, ci sarà volatilità, ma credo che gli investitori reali in Africa saranno in grado di delimitare rischio e incertezza.

CNN: E si tratta anche di risorse di un Paese, giusto?
DM: Questa è una domanda geniale, perché in realtà la risposta è no. Penso che si tratti soltanto degli elementi strutturali che ho menzionato: capitale, lavoro, produttività. Perché dico questo? Diamo uno sguardo al mercato azionario africano. Ci sono circa 20 borse in Africa e circa 1.000 titoli commerciali, l’85% di essi non sono merci. Parliamo di banche, assicurazioni, vendita al dettaglio, beni di consumo, aziende di logistica, di telecomunicazioni, questi sono i titoli sul mercato azionario africano.

CNN: Sente della responsabilità nel rappresentare una storia africana di successo?
DM: Beh, suppongo che, io, senta la responsabilità di dire la verità. Questo è un grande continente. In questo continente sono andata alla scuola elementare, secondaria, all’università, ho lavorato in questo continente e penso che sia un pessimo servizio che, per qualsiasi motivo, le persone abbiano usurpato un’Africa immaginaria assolutamente sbagliata. Si concentrano su guerre, malattie,  corruzione e povertà. Ma l’Africa non è tutto questo e penso che sia davvero essenziale, se dobbiamo svoltare, avere bisogno di prenderci questa responsabilità, come governi, come cittadini, non solo africani, ma del mondo, dicendo “che in realtà, questo non è vero”. Ci sono più poveri in India che in Africa, più poveri in Cina che in Africa, ma in qualche modo c’è uno stigma decennale  associato al continente africano, del tutto ingiustificato, e che trovo discutibile.

Africa e America Latina: costruire l’unità e la solidarietà contro l’intervento occidentale
Abayomi Azikiwe, Global Research, 4 marzo 2013

540783Il 20-23 febbraio si è tenuto a Malabo, Guinea Equatoriale, il terzo vertice Africa-Sud America (ASA). L’evento segue altri due vertici avutisi in Nigeria nel 2006, e in Venezuela nel 2009. Questo evento ha visto la partecipazione di 63 governi di entrambi i continenti, tra cui 20 capi di Stato  africani e cinque latinoamericani. Il vertice aveva per tema: “Strategie e meccanismi per promuovere la cooperazione Sud-Sud.” Il vertice ha adottato la Dichiarazione di Malabo contenente una serie di risoluzioni volte a rafforzare la cooperazione tra i due continenti. Le deliberazioni hanno anche portato alla creazione di un comitato presidenziale che avrà il ruolo di organo decisionale tra i vertici triennali.
Il ministro degli Esteri della Repubblica dello Zimbabwe Simbarashe Mumbengegwi, membro della delegazione guidata dal Presidente Robert Mugabe, ha descritto il vertice come un grande successo. Dopo il ritorno da Malabo, all’aeroporto internazionale di Harare ha informato i giornalisti sugli sviluppi nel corso del vertice. Mumbengegwi ha detto “Come sapete il tema del vertice riguardava la cooperazione Sud-Sud. Il vertice ha discusso di strategie e meccanismi per promuovere la cooperazione Sud-Sud.” (Zimbabwe Sunday Mail, 24 febbraio). Ha continuato notando che “un segretariato permanente con sede in Venezuela, è stato approvato per il coordinamento quotidiano dell’attuazione della nostra collaborazione.” Circa 30 progetti comuni sono stati proposti in materia di istruzione, informazione, commercio e telecomunicazioni, tra altri settori. Secondo Mumbengegwi, “Finora l’America latina ha espresso interesse in 16 progetti. Tuttavia, l’implementazione non è stata avviata per mancanza di un quadro di attuazione.” Il funzionario dello Zimbabwe ha riconosciuto che questi progetti incarnano la possibilità di trarre enormi benefici economici, per entrambe le regioni. Il Brasile coopera con gli Stati africani in vari settori, tra cui l’agricoltura come strumento di rilancio della crescita economica.

Il presidente venezuelano rilascia una dichiarazione per il Vertice
Il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela Hugo Chavez aveva inviato una lettera aperta al vertice ASA esortando entrambe le regioni ad unirsi per diventare un “vero polo di potere”. La lettera è stata letta dal ministro degli Esteri Elias Jaua a tutte le delegazioni, durante l’incontro. Chavez ha chiesto “un legame autentico e permanente nella cooperazione” tra l’Africa e il Sud America. “… possono salvare il pianeta dal caos cui è stato spinto [dal sistema capitalistaI nostri continenti, dove vi sono sufficienti risorse naturali, politiche e storiche... possono salvare il pianeta dal caos cui è stato spinto [dal sistema capitalista]“, ha detto. (Venezuelan Analysis, 22 febbraio)
Il leader venezuelano, ora sotto cure mediche, ha sottolineato che “in nessun modo si devono negare le nostre relazioni sovrane con le potenze occidentali, ma dobbiamo ricordare che non sono la soluzione completa e definitiva dei problemi dei nostri Paesi”. Chavez ha detto che per l’Africa e l’America Latina è essenziale sviluppare un ordine “multipolare” mondiale, al fine di fornire un’alternativa a livello internazionale al dominio degli Stati Uniti e dei loro alleati. Chavez ha chiesto un’escalation nella cooperazione in materia di energia, istruzione, agricoltura, finanza e  comunicazioni. Per facilitare questi obiettivi, Chavez ha suggerito lo sviluppo di una Università dei Popoli del Sud, una società petrolifera per collegare le risorse petrolifere dei due continenti e la creazione di una Banca del Sud. Il commercio tra l’Africa e l’America Latina è aumentato notevolmente negli ultimi dieci anni, dai 7,2 miliardi nel 2002 ai 39,4 miliardi di dollari US nel 2011. Con la creazione di un segretariato per coordinare meglio queste tendenze, si potrebbe avere una maggiore e più veloce cooperazione.
Il ministro degli Esteri ecuadoriano Ricardo Patino ha discusso delle difficoltà nel rafforzare la cooperazione tra l’Africa e l’America latina. Ha detto che “non ci conosciamo bene, non abbiamo esperienza nel lavoro comune… ci sono tante cose che possiamo offrire l’un l’altro, e non solo in termini commerciali.” (Venezuelan Analysis, 22 febbraio) Patino ha detto che la difficoltà nella collaborazione è dovuta al retaggio del colonialismo europeo. Sebbene l’Africa e l’America Latina condividano la storia comune della forte presenza di popolazioni africane scaturita dalla tratta atlantica degli schiavi e del dominio economico e politico dell’imperialismo e del neo-colonialismo, il processo di decolonizzazione ha, in molti modi, ostacolato l’unità tra gli Stati in via di sviluppo.
Chavez nel suo discorso ha osservato che l’intervento militare dell’imperialismo ha ostacolato la cooperazione tra le regioni. Dal 2009, nell’ultimo Vertice ASA, dove il leader libico colonnello Muammar Gheddafi era presente come l’allora presidente dell’Unione africana, gli Stati Uniti hanno intensificato le proprie politiche di destabilizzazione nei confronti dell’Africa e dell’America latina. Il leader venezuelano ha affermato che “Non è per fortuna o per caso… [che] dopo il Vertice di Margarita (Venezuela), il continente africano sia stato vittima di interventi e attacchi multipli delle potenze occidentali.” Perciò, ha proseguito, il Venezuela “respinge totalmente l’interventismo NATO” in Africa e in altre parti del mondo.

L’Africa invoca l’unità Sud-Sud
Il viceprimo ministro della Repubblica di Namibia Marco Hausiku, alla guida di una delegazione di 13 funzionari, al vertice ASA ha sottolineato che “i popoli dell’America Latina e dell’Africa  condividono la comune storia di lotte per la libertà e l’autodeterminazione. Dobbiamo parlare con una sola voce promuovendo gli interessi comuni dei nostri popoli“. (Informante.web.na, 27 febbraio)
Il presidente della Commissione dell’Unione Africana, il dottor Nkosazana Dlamini-Zuma, in una dichiarazione ha detto che “gli africani non possono ignorare il patrimonio comune condiviso dalle nostre due regioni, forgiati da legami storici, nonché da circostanze di cui non  sempre siamo stati al timone. In effetti, non abbiamo altra scelta che prenderci le responsabilità dei nostri rispettivi destini con un approccio collettivo, come ci viene dettato dal nostro passato e dal presente, nonché dalla necessità di combattere con successo per un futuro brillante.” (African Executive, 1 marzo)
Il vertice ASA ha emesso un comunicato d’impegno verso il popolo palestinese. L’incontro ha riconosciuto che la questione palestinese è una delle sfide principali per la pace internazionale e la sicurezza nel mondo moderno. Per quanto riguarda la Siria, il vertice ha condannato le violenze in corso nel Paese e consigliato il dialogo a tutte le parti coinvolte.

La presidente brasiliana visita la Nigeria
Nel periodo immediatamente successivo al vertice ASA, la presidente brasiliana Dilma Rousseff ha visitato lo Stato dell’Africa occidentale della Nigeria. Questi due Stati hanno le più grandi popolazioni dei continenti di Africa e America Latina. Dopo un vertice a porte chiuse, il presidente della Repubblica Federale della Nigeria Jonathan Goodluck e la Presidente Rousseff hanno emesso un comunicato congiunto affermando che la riforma delle Nazioni Unite è uno sviluppo positivo. I due leader hanno preso atto degli sforzi compiuti dalla Nigeria per divenire membro non permanente del Consiglio di Sicurezza per il 2014-1015. Entrambi i leader hanno firmato un Memorandum of Understanding (MoU) su agricoltura e sicurezza alimentare, petrolio, energia, bio-carburante, commercio e investimenti, estrazione mineraria, l’istruzione, aviazione, infrastrutture,  finanza e cultura. Jonathan ha riferito che una commissione bi-nazionale sarà creata per l’attuazione del protocollo d’intesa.
I capi di Stato hanno preso atto della crescente collaborazione in ambito economico. Il protocollo d’intesa sarà utilizzato come “leva economica dal nostro popolo, migliorando la situazione dei giovani disoccupati e delle donne, facendo in modo che nigeriani e brasiliani siano persone felici.” Il protocollo d’intesa continua affermando che “I nostri scambi sono effettivamente cresciuti  significativamente dal 2009 al 2012, anni segnati dalla crisi. I nostri scambi commerciali sono cresciuti e per il 2012 si arriva a 9 miliardi di dollari US.”

Abayomi Azikiwe, caporedattore di Pan-African News Wire

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio –  SitoAurora

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