La politica estera della Russia in Medio Oriente: Siria e Iran come trampolini regionali

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 31 marzo 2014
n00025105-b(1)Dall’inizio degli eventi della primavera araba nel 2011, la Russia è stata estremamente attiva in Medio Oriente. La regione ora comprende un importante vettore della strategia eurasiatica della Russia e l’adozione di una politica riuscita può impostare la fase per il futuro ritorno della Russia da attore globale. E’ quindi necessario esplorare la politica mediorientale della Russia in profondità, con particolare enfasi sulle questioni iraniana e siriana.

I limiti del Medio Oriente:
Per cominciare, il concetto di Medio Oriente deve essere definito prima di continuare nella ricerca.  Quando si evoca la regione, l’autore si propone di descrivere l’area compresa tra Turchia, Iran, penisola arabica ed Egitto (il ‘tradizionale’ Medio Oriente). Alcuni commentatori di politica estera, soprattutto statunitensi, sostengono la tesi di un “Grande Medio Oriente” che a volte espandono i confini indicati dall’autore includendo Africa araba, Caucaso, Asia centrale, Afghanistan e Pakistan.

Lo sviluppo storico delle relazioni regionali della Russia
L’era sovietica:
L’attuale politica della Russia ha parte delle sue radici nell’epoca sovietica. Pertanto, è necessario iniziare con una breve analisi storica degli sviluppi politici della Russia prima di affrontare lo stato attuale delle cose. Durante la Guerra Fredda, l’Unione Sovietica aveva rapporti cordiali con Iraq, Siria e Yemen del sud. Per un certo periodo i rapporti con l’Egitto furono molto fruttuosi con Nasser, ma questo percorso fu invertito da Sadat e l’Egitto si ‘capovolse’ dalla parte di statunitensi e israeliani.

L’era post-sovietica:
Il successivo periodo delle relazioni storiche si estende nel 1991-2003. All’inizio di questo periodo, l’Unione Sovietica acconsentì all’operazione Desert Storm degli USA. Tradendo il suo alleato mediorientale più vicino al momento, l’Iraq, indicando un esempio negativo ai suoi altri alleati nel mondo. Ciò indica il marciume politico interno dell’Unione Sovietica dell’epoca, mentre diveniva così instabile che non poté proiettare la sua precedente influenza sui suoi alleati del Patto di Varsavia, abbandonando i vecchi amici in Medio Oriente. Dopo la Guerra Fredda, la Russia  mantenne rapporti cordiali con l’Iraq e la Siria, anche se il suo rapporto con lo Yemen del Sud evaporò dopo la riunificazione con il Nord nel 1990 (e il tentativo di secessione del sud, fallito nel 1994). Per la maggior parte, i rapporti con il Medio Oriente erano a un punto morto. La Russia  dovette stabilizzarsi entro i propri confini, prima di proiettare influenza all’estero. Ciò non avvenne che nel periodo successivo delle relazioni.

Tra la guerra in Iraq e la primavera araba:
Il 2003-2011 segna il terzo periodo dell’impegno russo in Medio Oriente. La Russia espresse la sua forte opposizione alla guerra statunitense in Iraq, non avvallandola. La caduta del governo di Saddam Hussein rimosse ufficialmente l’ancoraggio politico della Russia per poi farne il trampolino di lancio per la futura interazione con la regione. La posizione geostrategica dell’Iraq è fondamentale nella pianificazione politica sovietica e futura russa, quindi l’occupazione militare statunitense del Paese ha danneggiato gli interessi a lungo termine russi. Poco dopo gli Stati Uniti iniziarono a brandire la retorica militante contro l’Iran, apparentemente con il pretesto che il programma nucleare iraniano fosse davvero una copertura del programma per armi nucleari. La Russia aiutò decisamente l’Iran, un Paese con il quale ebbe pochissimi contatti diplomatici fin dal periodo imperiale russo. Era assolutamente contraria ad ogni tipo di attacco militare contro l’Iran e dichiarò il suo sostegno ai programmi civili nucleari che vi sviluppa congiuntamente.

I benefici della cooperazione strategica iraniana:
L’impegno diplomatico con l’Iran fu una mossa strategica per compensare la “perdita” dell’Iraq e per  preparare il terreno alla futura spinta estera russa nella regione. L’Iran, storicamente egemone nella regione, apparve da quel momento in ripresa. Anche se pressato dalle forze militari statunitensi a oriente ed occidente, la nazione aveva ancora un forte soft power e una presenza discreta in Medio Oriente. Nel caso in questione, organizzazioni simpatizzati e affiliate iraniane in Iraq andarono al potere a Baghdad, comportando la situazione attuale in cui l’Iraq viene criticato da certi osservatori occidentali quale Stato fantoccio dell’Iran. L’influenza dell’Iran su Hezbollah, arcinemico d’Israele, si estende anche al vasto ambito regionale del Medio Oriente. Pertanto, difendendo il programma nucleare civile dell’Iran e facendo diplomaticamente tutto ciò che è in suo potere per evitare un attacco militare occidentale contro il Paese, la Russia ha stabilito una forte relazione strategica con la potenza emergente. Questo poi comportò un nuovo sviluppo della cooperazione durante la crisi siriana, con Mosca e Teheran che sostengono unitamente Damasco.
Schierandosi con l’Iran, già descritto in crescita regionale, la Russia ottiene forti implicazioni strategiche in Medio Oriente. Poiché l’Iran è diplomaticamente isolato dall’occidente, la Russia vi  vede l’occasione per un’interazione positiva. Oltre alla Cina (con cui la Russia ha una partnership strategica), non c’è concorrenza con altre grandi potenze a favore dell’Iran. Da allora Iran e Russia hanno notevolmente rafforzato i loro rapporti, negli ultimi dieci anni, e forgiato legami ancora più stretti sulla questione siriana, venendo descritti come stretti alleati strategici in Medio Oriente. Ciò comporta importanti benefici per la Russia, soprattutto in attesa del successo (vittoria pro-governativa) nella conclusione della crisi siriana. L’Iran sarà una potenza egemone regionale a quel punto, e la Russia continuerà a sostenerlo in contrasto alle monarchie del Golfo filo-statunitensi.  Un Iran regionalmente radicato vicino alla Russia potrebbe anche aprire le porte ad ulteriori attività diplomatiche ed economiche russe in Medio Oriente, in particolare nelle regioni dove l’influenza di Teheran è forte. Così, Russia e Iran coopererebbero nel ridisegnare la geopolitica del Medio Oriente, facendone delle potenze pseudo-revisioniste. La caratterizzazione ‘revisionista’ non è intesa in senso negativo ma soltanto in relazione al fatto che entrambe le potenze vogliono rivedere l’equilibrio di potere regionale costruito dagli USA attualmente in vigore (e indebolito).

Il rapporto storico con la Siria:
La Siria ha sempre avuto un rapporto speciale con la Russia, fin dai tempi dell’Unione Sovietica. Il partito Ba’ath ha radici socialiste, e di conseguenza, ha stabilito un rapporto di amicizia con l’URSS durante la guerra fredda. Relazioni così profonde da permettere la costruzione della struttura navale di Tartus, finora sola base navale estera della Russia. Ma le considerazioni militari non sono le sole alla base dell’amicizia tra i due Stati. Hafiz Assad coltivò i contatti con Mosca durante il periodo sovietico, e anche se l’URSS si disintegrò e la vecchia guardia del partito comunista venne rimossa, Assad continuava a vincere le elezioni e a rimanere il presidente della Siria. Ciò permise la continuità dei rapporti tessuti tra Mosca e Damasco, visto che lo stesso decisore governava la Siria dalla metà della Guerra Fredda fino al 2000, mentre allo stesso tempo la Russia era in preda della destabilizzazione economica e sociale nazionale. L’ancoraggio diplomatico della famiglia Assad fu fondamentale nel portare le relazioni sovietico-siriane verso le nuove relazioni russo-siriane. La Siria è stata anche l’unico alleato coerente della Russia in Medio Oriente. Mentre Saddam venne rimosso dal potere dagli Stati Uniti e poi giustiziato, e la cooperazione con l’Iran è solo relativamente nuova nelle relazioni della Russia. La Siria è sempre stato un amico della Russia e viceversa, rendendo l’attuale cooperazione e supporto di Mosca a Damasco uno sviluppo organico. Così, la Siria ha sempre mantenuto una posizione di rilievo nella pianificazione politica in Medio Oriente, anche se Mosca fu purtroppo ostacolata dall’instabilità nazionale nell’interagire correttamente a lungo termine con il suo partner.

I principi guida della politica mediorientale moderna della Russia:
Nel loro insieme, l’Iran e la Siria sono i punti focali della politica in Medio Oriente della Russia dall’inizio degli eventi della primavera araba. Il periodo dal 2011 ad oggi segna la nuova era della politica estera mediorientale della Russia, che potrebbe essere ancor più importante per la Russia riguardo la regione. E’ quindi utile affrontare tre temi di fondo che ne determinano il comportamento:
1) La Russia capisce che il sentimento popolare (o la sua percezione) può esplodere contro qualsiasi governo, a prescindere dalla legittimità. Questo sentimento è accettato, ma l’estremismo politico (l’Islam fondamentalista), il cambiamento radicale (cambio improvviso e radicale dei governi, con le “rivoluzioni” eterodirette), e l’insurrezione armata contro le autorità, non lo sono.
2) Come in tutti i Paesi, la Russia lotta per dare un senso e adattarsi ai processi di trasformazione (che siano endemici o eterodiretti è un punto controverso di tale tema), che sferzano la regione. Doveva ‘seguire il flusso’ e regolarsi nuovamente seguendo le dinamiche del cambiamento, così come prevedere il futuro corso degli eventi e le azioni di attori esteri (cioè NATO, Stati Uniti).
3) La Russia si oppone costantemente a qualsiasi coinvolgimento militare regionale (non richiesto). E’ categoricamente contraria a che Stati Uniti e altre potenze occidentali (NATO) intervengano militarmente nella regione. Dopo aver appreso la lezione della manipolazione occidentale della UNSC 1973, la Russia s’è impegnata ad impedire che tale scenario si ripeta in Siria. Questo punto è particolarmente importante in quanto spiega l’approccio della Russia verso il coinvolgimento dell’Iran in Siria e l’assenza di critiche sull’intervento saudita in Bahrain (attori regionali il cui sostegno è stato richiesto).

Considerazioni umanitarie:
Oltre a calcoli geopolitici e amicizie governative stabiliti, la politica della Russia nei confronti della Siria si basa anche su considerazioni umanitarie. Anche se Putin parla dei russi vittime dell’estremismo politico in Ucraina, in una recente dichiarazione, si comprende che la Russia è contro ogni tipo di estremismo politico nel mondo, vedendolo come violazione dei diritti umani di chi non vi si assoggetta. In questo contesto, l’opposizione della Russia ai gruppi terroristici che operano in Siria e il rafforzamento del sostegno al governo legittimo, non solo evitano che il terrorismo attecchisca nei pressi del Caucaso settentrionale, ma anche tutelano la dignità e la vita sociale dei siriani.

Russia come attore conservatore:
La Russia dimostra anche si essere un attore conservatore nelle relazioni internazionali, con la sua politica in Siria. Mosca è contro l’avanzata di violenti attori non statali (ANS) che potrebbero costituire una minaccia per la struttura esistente delle relazioni internazionali. Per dirla in modo teorico, la Russia è un attore realista che non vuole che il modello liberale prevalga. Non è che si rifiuta di riconoscere l’importanza degli ANS (Gazprom è un forte attore degli interessi russi, e ANS pacifiche hanno sostenuto le mire strategiche della Russia in Crimea), ma comprende che la diffusione illimitata di queste entità può portare a crescenti esplosioni di violenza e terrorismo, come in Siria e precedentemente in Cecenia.

Il significato di Derzhavnost:
Infine, si può intuire che la Russia preferisce implicitamente trattare con Stati dai forti governi centrali. ‘Derzhavnost‘ (Stato forte) è la chiave di volta dell’ideologia politica interna de-facto statualista prevalente in Russia dall’ascesa di Putin nel 2000. Con ciò in mente, il forte governo della Siria sembra quasi il precursore del modello di derzhavnost attualmente in vigore in Russia.  Così, i due Stati, a livello governativo, hanno un modello simile d’impegno verso i loro cittadini.  Nessuno di loro potrebbe essere definito Stato liberal-democratico occidentale e, come è noto, non è  detto che tale tipo di Stato funzioni correttamente quando viene militarmente (o occultamente  tramite le rivoluzioni colorate) esportato in Paesi che non mai storicamente furono guidati in tale modo. Chiudendo su questo tema, gli Stati forti valutano seriamente la sovranità statale, principio guida ufficiale della politica Estera russa. Ciò porta Siria e Russia ad avvicinarsi ancora di più a livello ideologico di quanto sarebbe evidente a prima vista.

L’importanza di una vittoria del governo per trasformare il Medio Oriente:
La crisi siriana e la sua risoluzione (in qualunque modo) potrebbe forse essere uno degli eventi più decisivi nella storia del Medio Oriente nell’ultimo secolo. La Russia ha puntato la sua intera reputazione regionale (e forse globale) sul sostegno al governo siriano. E’ già stato spiegato il motivo per cui la Russia ha preso questa decisione, ma “in un modo o l’altro” la scelta della Russia può essere considerata una scommessa. Può finire molto bene o molto male per la visione regionale della Russia. Russia, Iran e Siria sono ovviamente a favore della vittoria del governo, e questo scenario sarà quindi esplorato in questa sezione. In questa ‘futura memoria’, ordine e stabilità vengono ripristinati in Siria e Medio Oriente. Gli omicidi settari commessi dagli insorti filo-occidentali e i loro innumerevoli attacchi terroristici sarebbero fermati. Ciò migliorerebbe la situazione umanitaria nel Paese e permetterebbe alla Siria di lavorare alla ricostruzione con l’aiuto degli alleati, che soprattutto e sicuramente includerebbe la Russia. La vittoria filo-governativa sarebbe anche una grande sconfitta di Stati Uniti, Turchia, Israele, alcuni Stati membri dell’UE (Francia, Regno Unito) e monarchie del Golfo che sostenevano i combattenti antigovernativi. Segnerebbe ufficialmente la morte del neo-ottomanesimo della Turchia, e il ‘regalo d’addio’ (della crisi siriana) che gli Stati Uniti lascerebbero in eredità alla regione prima del Pivot in Asia, verrebbe decisamente respinto. La politica estera della Russia sarà vista come un successo, e la fedeltà all’alleata Siria sarà evidente a tutti. Ciò promuoverebbe soft power e diplomazia della Russia non solo nella regione, ma nel mondo. Dopo tutto, l’intervento diplomatico della Russia ha già scongiurato un attacco statunitense alla Siria, che in conclusione comporterà la sconfitta dei ribelli filo-occidentali; quindi la sua positiva reputazione diplomatica sarà consolidata. La Russia indicherà  ufficialmente di essere ritornata in Medio Oriente come attore importante e di essere più forte di quanto non lo sia mai stata in questa regione durante il periodo sovietico. Siria, Iran e Iraq saranno  uniti nell’asse strategico influenzato dalla guida di Teheran. Dato che Russia e Iran sono stretti partner, questo blocco sarà filo-russo e aiuterà Mosca a stabilire un punto d’appoggio in un Medio Oriente già dominato dagli USA. Questi tre Stati potranno perseguire i loro piani per un gasdotto Iran-Iraq-Siria la cui idea avrebbe spinto attori esteri a destabilizzare la Siria, in primo luogo. Tale piano può cambiare radicalmente la geopolitica del mercato mondiale del gas e far uscire l’Iran e i suoi partner dall’isolamento internazionale imposto dagli occidentali. Inoltre, offre anche la prospettiva di un futuro ‘OPEC del gas’ tra Russia e Iran (due dei maggiori fornitori della risorsa) e va da sé quanto sarebbe fondamentale tale misura.
Dovrebbe ormai essere evidente a tutti gli osservatori esterni che la Russia ha fortemente investito sul risultato della crisi siriana. Gli interessi della Russia sono guidati da storia, considerazioni umanitarie e pragmatismo. Mosca, sostenendo lealmente e costantemente Damasco, ha fatto notare la propria politica estera regionale. Il sostegno del programma energetico nucleare iraniano è stato significativo, ma non ha lo stesso peso in Medio Oriente del coinvolgimento politico russo nel caso siriano. La Russia ha sempre avuto contatti di un certo livello con i suoi partner in Medio Oriente, ma solo con gli avvenimenti della primavera araba e il loro sconfinamento nella storica alleata Siria che la Russia ha rimediato con il suo impegno. Ha raggiunto il suo rapporto recente con l’Iran al fine di moltiplicare l’efficacia delle proprie attività in sostegno dei siriani. Dopo la vittoria filo-governativa in Siria, su cui punta, la Russia potrà usare i successi diplomatici siriani e iraniani come  trampolino di lancio per le future proiezioni del proprio soft power nella regione. Ciò può portare alla ritirata dell’ex-sovranità statunitense in Medio Oriente e al chiaro cambio dell’architettura della sicurezza regionale.

640x392_46533_210418Andrew Korybko è master statunitense presso l’Università Statale di Mosca per le Relazioni Internazionali (MGIMO).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Turchia contro Siria: ultimo sussulto della NATO?

Tony Cartalucci New Oriental Outlook 26/03/2014

1379912Le tensioni sono aumentate ancora una volta lungo il confine siriano-turco con mentre la Turchia abbatte un aereo da guerra siriano e terroristi appoggiati dalle truppe turche oltrepassano il confine verso la costa occidentale della Siria, nella provincia di Lataqia. Il rinnovato vigore della Turchia sembra essere in parte il risultato della pressione esercitata sul primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan la folla sostenuta dagli USA che occupa le piazze da mesi cercandone l’estromissione. Citando Reuters e riportando AFP, l’articolo di RT, “La Turchia abbatte un jet siriano vicino al confine ‘per la violazione dello spazio aereo‘”, osserva che: “Il jet dall’aeronautica siriana è stato abbattuto nei pressi del valico di Qasab, nella provincia di Lataqia, dove aspri combattimenti tra le forze siriane e i ribelli armati si svolgono da tre giorni, secondo la Reuters”. E che: “La dichiarazione (dello Stato Maggiore Generale delle Forze Armate turche) nota che il jet è stato abbattuto a “1200 metri a sud del confine in territorio siriano nella regione di Qasab“, aggiungendo che le guardie di frontiera turche “hanno osservato la sua caduta“. L’aereo abbattuto durante lo svolgimento di raid aerei contro i militanti che attraversano il confine turco-siriano e persino rientrano in territorio siriano, suggerisce che non solo la Turchia ha ingiustificatamente colpito un aereo da guerra siriano sapendo che non era una minaccia, ma l’ha fatto fornendo supporto antiaereo ai terroristi riconosciuti tali a livello internazionale e che ospita sul proprio territorio. Inoltre, è stato riportato che il cugino del presidente siriano Bashar al-Assad, Hilal al-Assad, è stato ucciso negli scontri a Lataqia insieme a molti altri combattenti della milizia di difesa, mentre combatteva contro i terroristi di al-Qaida, al-Nusra. Reuters, nell’articolo “il cugino di Assad ucciso a Lataqia nello scontro con i ribelli siriani“, afferma: “…Hilal al-Assad, capo locale della Forza di Difesa Nazionale, e sette dei suoi combattenti, sono stati uccisi negli scontri con il Fronte al-Nusra e altre brigate islamiste”. Mentre la notizia della morte di Hilal al-Assad sarà sfruttata dall’occidente per il suo valore propagandistico, si deve ricordare che la guerra per procura dell’occidente è contro la nazione della Siria, non contro una particolare famiglia o anche il governo della Siria. La Siria ha  istituzioni e quando i leader vengono rimossi, nuovi leader ne prendono il posto, proprio come fu  illustrato dall’assassinio/attentato a Damasco del luglio 2012. La morte di Hilal al-Assad temprerà ulteriormente la volontà dei siriani nella lotta contro le violenze sostenute dall’estero.

L’offensiva di Lataqia è l’”ultimo sussulto” della grande campagna terroristica
La battaglia presso Lataqia rientra in ciò che sembra essere una grande manovra a tenaglia filo-occidentale sulla Siria. L’altro fronte, chiamato “Fronte del Sud” dall’occidente, comprende presumibilmente 49 fazioni terroristiche che operano lungo il confine siriano-giordano vicino alla città di Dara. L’operazione include il supporto materiale continuo da Arabia Saudita e Stati Uniti, e dispone di una campagna di PR per ritrarre gli estremisti settari come “laici” e “pro-democrazia”. Sulla creazione del “Fronte del Sud”, la Carnegie Endowment for International Peace ha persino dichiarato sul suo articolo: “Il ‘Fronte del Sud’ esiste?” che: “Piuttosto che un’iniziativa dei ribelli stessi, sono gli ufficiali stranieri che hanno sollecitato i comandanti ribelli a firmare una dichiarazione attestante la loro opposizione all’estremismo, dicendo che è precondizione per avere altri armi e denaro. Dato che i mendicanti non possono essere schizzinosi, i comandanti hanno scrollato le spalle e firmato, senza dichiarare una nuova alleanza ma aiutando i funzionari statunitensi a spuntare tutte le caselle giuste nei loro rapporti, sperando che ciò apra un’altra cassa di fucili”. Tuttavia, nonostante il rinnovato vigore retorico, l’occidente ha diretto un torrente di denaro, armi, attrezzature e anche combattenti stranieri oltre i confini della Siria fin dal 2011, ma senza alcun risultato. L’avanzata irreversibile delle forze di sicurezza siriane contro questo torrente, indica che la strategia occidentale ha fallito l’obiettivo ultimo del cambio di regime, e avrebbe fallito anche nell’indebolire sufficientemente la Siria in vista di un attacco sempre più improbabile all’Iran. I tentativi per tutto il 2013 di giustificare l’intervento militare occidentale diretto sono falliti, ma il fatto che siano state tentate, in primo luogo indica il fallimento delle forze legate all’occidente nel sopraffare militarmente la Siria o anche di controllare territorio abbastanza a lungo per ritagliarsi le tanto desiderate “zone cuscinetto” della NATO, con cui sperava di proiettare un supporto militare ancor più profondo in Siria.

L’ipocrisia della Turchia ne espone la disperazione
L’abbattimento di un aereo siriano che si sapeva colpiva i terroristi, intenzionalmente ricoverati nel territorio della Turchia, è problematico per diversi motivi. In primo luogo, questi militanti che s’infiltrano in Siria dalla Turchia sono apertamente identificati come Fronte al-Nusra di al-Qaida dal suddetto articolo di Reuters; al-Nusra è un’organizzazione terroristica denunciata dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti, rendendo così il governo turco colpevole di violazione delle leggi degli Stati Uniti e del diritto internazionale. In secondo luogo, in quanto membro della NATO da decenni, il ruolo della Turchia in favore dei terroristi di al-Qaida, ospitandoli nel suo territorio, fornendogli supporto materiale e coordinandone le attività militari anche con la sua forza aerea, durante quest’ultima incursione nella vicina Siria, il tutto mentre la NATO presumibilmente combatte “al-Qaida” in Afghanistan, illustra ulteriormente la profonda ipocrisia turca non solo in politica estera, ma mina profondamente la legittimità della NATO e della politica estera di ogni suo membro. Inoltre, l’insistenza della Turchia, secondo cui la Siria non ha il diritto di inseguire i terroristi vicino od oltre i suoi confini, ne compromette la vecchia politica di perseguire i curdi vicino e oltre i suoi confini. Di recente, nel 2011, proprio mentre rimproverava la Siria che combatte i terroristi, la Turchia inviava truppe e aerei da guerra oltre la frontiera con l’Iraq, alla “ricerca” di “ribelli curdi”. McClatchy ha riportato nell’articolo, “La Turchia invade l’Iraq dopo che i ribelli curdi hanno ucciso 26 soldati turchi”, che: “La Turchia ha inviato truppe e aerei da combattimento in Iraq, “inseguendo” i ribelli curdi che hanno ucciso più di 25 soldati turchi in diversi attacchi nel sud della provincia turca di Hakkari. E’ stata la prima violenza transfrontaliera in cinque anni, tra le truppe turche e i guerriglieri curdi che secondo la Turchia si rifugiano nel nord dell’Iraq”. Per saperne di più.
La recente opposizione turca alla lotta della Siria contro i gruppi terroristici dentro e lungo i suoi confini, darà ai nemici di Ankara la possibilità di sfruttare ulteriormente la lotta per l’indipendenza curda contro gli interessi turchi. Su un altro livello internazionale, il comportamento della Turchia, in particolare da membro della NATO, potrebbe essere citato da nazioni come il Pakistan riguardo le incursioni transfrontaliere della NATO dall’Afghanistan. Se la Turchia può abbattere aerei militari siriani che combattono i terroristi di al-Qaida che apertamente dilagano dal suo territorio, perché il Pakistan non potrebbe fare pressione sulla NATO che compie attacchi assai più ambigui contro obiettivi nel territorio pakistano?

Ultimo sussulto
Legittimità e reputazione dell’occidente soffrono direttamente dell’ipocrisia sistematica e sempre più palese che ostenta. Incapace di rispettare le norme che ha stabilito nell’assai presunto ordine globale che guida, scuotendo la fiducia di coloro che si aspettano di trovarci il loro posto. Mentre tale ipocrisia si manifesta con invasioni, occupazioni, terrorismo, cambio di regime, destabilizzazione politica ed economica, nonché propaganda sfacciata delle enormi società mediatiche dell’Occidente, il mondo cercherà un ordine totalmente diverso. L’insistenza occidentale nella sua campagna ad oltranza siriana, invece di riconoscere la sconfitta e cambiare passo, assicura che questa sia una delle sue ultime avventure. Mentre manda truppe e ascari ovunque ad immischiarsi in nome dei suoi interessi particolari, l’occidente dovrà fare a meno di supporto autorevole, legittimità o giustificazione morale o altrimenti. I fatti sul terreno combinato con la concessione occidentale ai trucchi propagandistici piuttosto che a un successo effettivo in Siria, indica che quest’ultima spinta a Lataqia nel nord, e a Dara nel sud, finirà come tutte le altre spinte, nella sconfitta dei fantocci dell’occidente e con l’esercito siriano che si avvicina sempre più alla vittoria totale.

1514615Tony Cartalucci, ricercatore di geopolitica e scrittore di Bangkok, per la rivista online “New Oriental Outlook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’asse della speranza da Pechino a Beirut, via Mosca, Teheran e Damasco

André Charny, Rete Voltaire, Parigi (Francia) 8 marzo 2014

La strategia degli Stati Uniti, ideata da Zbigniew Brzezinski, di supportare l’oscurantismo islamico per combattere sia i progressisti musulmani che la Russia, ha suscitato un’alleanza che gli resiste. Ora Cina, Russia, Iran, Siria e Hezbollah sono costretti a fare blocco per sopravvivere. Infine, osserva André Charny, la trappola scatta su chi l’ha tesa.26f02pol3-cina-russia-putin-reutersIslam contro Islam…
Iran, Siria e Libano grazie ad Hezbollah e ai suoi alleati, considerati per anni dall’occidente fonte del male per il loro sostegno a ciò che l’occidente chiama “terrorismo”, non hanno mai finito di parlarsi. Dopo il trattamento individuale per ciascuno di essi in funzione delle divisioni politiche regionali, nasce un asse che dalle porte di Russia e Cina arriva a quelle di Tel Aviv. Quest’asse nasce dalla politica occidentale nella regione. Gli Stati Uniti, seguiti dai principali Paesi occidentali, hanno dichiarato che i loro interessi economici devono essere preservati a tutti i costi. Questa politica faziosa negli anni ha generato tensioni, conflitti armati e scontri che non finiscono di fare notizia. Tale politica continua è stata attuata con il sostegno di attori locali. Tuttavia, è accelerata dopo la caduta del muro di Berlino, vissuto come evento storico giustamente, ma segnando l’avvento di una strategia aggressiva e sprezzante in Medio Oriente. Scomparsa l’URSS, i Paesi della regione non potevano sperare in null’altro che rimettersi alla volontà occidentale, anche quella degli Stati Uniti. Invece di approfittare di tale posizione privilegiata di arbitro, questi ultimi e certi Paesi occidentali preferirono l’imposizione e il dominio sul “Medio Oriente allargato” attraverso interventi diretti in Iraq e Afghanistan, ma anche in Libano, Yemen e Maghreb con la dichiarata intenzione di intervenire in Siria e Iran. Gli Stati Uniti fin dagli anni ’70 , dopo la crisi petrolifera, devono controllare le fonti delle materie prime, in particolare il petrolio, nonché le rotte di queste risorse, perché ebbero l’amara esperienza di scoprirne la necessità vitale per la loro economia e il benessere dei loro cittadini. Le opinioni degli esperti si differenziano sulla valutazione delle riserve di gas e idrocarburi, ma l’idea rimane la stessa, la natura finita di tali tesori che si trovano, secondo loro, nelle mani di avidi beduini che non sanno utilizzarli se non per accumulare oro e finanziarsi passatempi e divertimento.
Nel momento in cui lo “scontro di civiltà” di Samuel Huntington sostituisce la guerra fredda, l’Islam è diventato per gli Stati Uniti il nuovo utile nemico, in qualche modo loro “alleato” contro l’Europa.  Pragmatici e opportunisti, videro nel movimento islamico un’”ondata” e scelsero di giocare la carta musulmana per controllare meglio le arterie dell’oro nero. Questo pericoloso alleato islamista venne percepito come utile ben prima dell’implosione del comunismo. Dagli anni ’70, gli Stati Uniti sostennero gli estremisti islamici, dalla Fratellanza musulmana siriana agli islamisti bosniaci e albanesi, dai taliban a Jama Islamyah egiziano. Si parlò addirittura di rapporti con il FIS (Fronte islamico di salvezza, diventato il violento gruppo “GIA”), in Algeria. Coccolarono i wahhabiti a capo della monarchia saudita pro-USA, che finanzia quasi tutte le reti islamiste nel mondo. Fecero gli apprendisti stregoni, e i movimenti fondamentalisti che credevano di manipolare spesso si rivoltarono contro il “Grande Satana” per raggiungere i loro obiettivi. Al contrario, gli Stati Uniti abbandonarono o vollero neutralizzare quei Paesi musulmani suscettibili di conquistare potere politico e relativa autonomia. Si pensi al presidente Jimmy Carter che abbandonò lo Scià quando l’Iran stava diventando padrone del suo petrolio. A ciò si aggiunse la volontà di schiacciare ogni accenno d’indipendenza intellettuale anche nei Paesi arabi laici come Siria, Egitto e Iraq.
Giocando con l’islamismo a scapito dei movimenti laici che potessero rappresentare un’alternativa all’Islam politico radicale, ridivenendo rifugio sicuro dopo ogni fallimento in questa regione. Tuttavia, tale “islamismo” ovviamente non deve essere confuso con la Repubblica “islamica” dell’Iran, che ha una storia atipica. Inoltre, diversi autori importanti sui movimenti islamici, a volte commettono l’errore di confondere la Repubblica islamica dell’Iran con gli islamisti, che non hanno nulla in comune tranne il preteso riferimento a Islam e sharia. La differenza fondamentale è la definizione stessa di Islam politico auspicato da ognuno. Fondamentalmente tutto li separa, e se è vero che gli statunitensi non fecero molto per salvare lo Shah, ciò fu giustificato secondo le loro ragioni strategiche, perché con loro l’Iran in nessun modo poteva diventare un grande potenza regionale. Ciò spiega perché, qualche tempo dopo la caduta dello Scià, gli Stati Uniti avviarono la guerra scatenata da Saddam Hussein contro il confinante, permettendo di rovinare gli unici due Paesi che potessero avere un’influenza decisiva nella regione del Golfo. Tuttavia, gli sviluppi in Iran dopo la guerra con l’Iraq gli permisero di diventare una vera potenza regionale, temuta in particolare da certe monarchie del Golfo, che da allora preferirono affidare la propria sicurezza all’occidente, soprattutto agli USA. Per contropartita, affidarono le loro “risorse” alle economie occidentali, finanziando attività e movimenti indicatigli dai servizi segreti di Washington.
Tali monarchie chiusero gli occhi sugli eventi in corso in certe regioni, come la Palestina, anche se dicevano di sostenere le aspirazioni del popolo palestinese. Furono tra i primi Paesi arabi ad avere contatti diretti e segreti con Israele, portando poi alla riconciliazione del movimento di resistenza palestinese con gli iraniani, che oggi appaiono essere gli unici disposti a difendere i luoghi santi dell’Islam con gli uomini di al-Quds, ramo delle Guardie Rivoluzionarie, e attraverso il loro sostegno ad Hamas. La magia statunitense si rivolse contro il mago. Il mondo arabo-musulmano deve rimanere per il Nord America un mondo ricco di petrolio da sfruttare a volontà, ma povero di materia grigia e tenuto nella totale dipendenza dalla tecnologia; un mercato di un miliardo di consumatori privi d’indipendenza politico-militare ed economica. Il giogo coranico, secondo loro, ne sostiene la povertà intellettuale.

Le regole del gioco
L’asse passando da Baghdad e Damasco avanza a scapito della strategia regionale di Washington. Era essenziale, negli anni, che questo asse adottasse alleati e partner, soprattutto per via delle sanzioni contro Iran e Siria. Inoltre storicamente la linea Damasco-Mosca non è mai stata interrotta nonostante la scomparsa dell’Unione Sovietica, nonostante il periodo tumultuoso attraversato dalla Federazione russa. Ma l’arrivo del Presidente Vladimir Putin, che aspirava a ristabilire il ruolo internazionale della Russia e a preservarne gli interessi strategici, non fu gradito dagli Stati Uniti. Da parte sua, l’Iran doveva sviluppare le relazioni con la Russia, divenendone alleato oggettivo nei negoziati con l’occidente sul programma nucleare. Anche la Cina ha rafforzato i rapporti con Teheran, soprattutto dopo l’embargo sull’economia iraniana. Queste due grandi potenze sono diventate, per forza di cose, le basi, se non le riserve strategiche, dell’”asse della Speranza”. E’ ovvio che ognuno ne tragga vantaggio, ma i russi e cinesi sono contenti di avere partner che agiscono da pedine contro i loro avversari storici, mentre approfittano del petrolio e del gas iraniani, e delle posizioni strategiche offerte dalla situazione in Siria rispetto alle posizioni avanzate degli Stati Uniti. Nel suo libro La Grande Scacchiera, l’America e il resto del mondo, pubblicato nel 1997, Zbigniew Brzezinski, ex-consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter, molto influente negli Stati Uniti di Clinton, rivela con franchezza le ragioni ciniche alla base della strategia islamica del suo Paese. Secondo lui, la sfida principale degli Stati Uniti è l’Eurasia, il vasto spazio dall’Europa occidentale alla Cina passando per l’Asia centrale: “Dal punto di vista americano, la Russia sembra destinata divenire un problema…
Gli Stati Uniti dunque sono sempre più interessati a sfruttare le risorse della regione e a cercare d’impedire alla Russia di avere la supremazia. “La politica degli Stati Uniti ha anche lo scopo d’indebolire la Russia e privare di autonomia militare l’Europa. Da qui l’allargamento della NATO verso l’Europa centrale e orientale al fine di sostenere la presenza degli Stati Uniti, mentre la formula della difesa europea capace di contrastare l’egemonia americana sul vecchio continente comporterebbe un ‘asse anti-egemonico Parigi-Berlino-Mosca‘”. Infatti, attraverso le loro scelte, gli statunitensi sembrano essersi sbagliati su tutti i fronti utilizzati come basi per conquistare i giacimenti di petrolio e gas, ottenendo cocenti fallimenti politici. Riguardo gli europei occidentali, hanno praticamente abbandonato ogni strategia affidando la loro politica estera agli Stati Uniti. Anche se cercano di salvare la faccia con certe pose, sanno che non sono loro a comandare. Il recente esempio di François Hollande e Laurent Fabius che giocano alla guerra è lampante: hanno dovuto ripiegare rapidamente, comprendendo che i negoziati tra Lavrov e Kerry prevalgono sui loro annunci roboanti.

La risposta della tigre
Prendendo atto del fallimento delle loro manovre, gli statunitensi intendono alzare la tensione contro le autorità russe, decise ad opporsi mentre la Cina rimane appostata valutando la situazione, ma riluttante a fidarsi di Washington… Ricordiamo che la Cina è interessata tanto quanto la Russia al Medio Oriente: il primo segno d’interesse risale al 1958, durante la crisi in Libano che portò allo sbarco statunitense sulle coste libanesi, intervento cui si oppose aspramente, ben più dell’URSS. Tali manovre statunitensi sono particolarmente ben rodate, essendo un meccanismo relativamente semplice; si creano presunte ONG per i diritti umani, incoraggiando certi “allarmisti” e fornendo una sede ad oscuri oppositori senza spessore, creando nel momento opportuno le condizioni per destabilizzare un Paese. Questo è un lavoro che si prepara per anni. Fu sperimentato durante la Guerra Fredda, l’esempio più eclatante è il Cile, continuando fino ad oggi con le famose “rivoluzioni colorate” e, più recentemente, con la “primavera araba”. Le stesse azioni sono in preparazione in altri Paesi che appariranno sui titoli di giornale, specialmente in Azerbaijan. E’ in tale contesto che scoppiarono le “manifestazioni” in Iran nel giugno 2009, con il pretesto del condizionamento dell’elezione del Presidente Mahmud Ahmadinejad. La Repubblica islamica dovette affrontarle per quasi nove mesi. Hezbollah inoltre subì l’attacco israeliano per 33 giorni e un nuovo complotto del governo per privarlo dello strumento direttamente correlato alla sua sicurezza, cioè la rete di comunicazione. La sua risposta rapida ed efficace del 7 maggio 2008 fu considerata dai cospiratori un affronto, essendogli stata resa la pariglia!
Non restava dell’”Asse della speranza” che la Siria, cui venne intimato dagli statunitensi che se non rompeva i rapporti con Iran ed Hezbollah, avrebbe subito la sorte degli altri Paesi arabi colpiti dalla “primavera”, che invece di portare le rondini della democrazia, portava i corvi del terrore e dell’instabilità. E’ in questo contesto che le famose “rivoluzioni colorate” colpiscono la Russia attraverso l’esempio ucraino. Queste rivoluzioni hanno fatto perdere alla Russia la maggior parte del suo campo strategico. Furono utilizzate dall’Europa (UE), che vuole accogliere gli ucraini con la promessa di migliori condizioni economiche e di aiuti. Ma in realtà, tali eventi hanno permesso agli Stati Uniti d’imporre basi militari alla periferia di Mosca. All’epoca la Russia, indebolita da un potere che non aveva né ambizione né spessore, non poté rispondere. La Russia di oggi non può accettare che ciò si riproduca in Ucraina. Ciò spiega la sua reazione immediata. La sua reazione è, nonostante le apparenze, conforme agli esempi in Medio Oriente, dato che l’idea è dire che la democrazia non si esercita nelle piazze, ma conquistandosi i voti. Se l’opposizione vuole prendere il potere, dovrebbe farlo con le elezioni. Al di là di ciò, la Russia, appena uscita dall’aggressione in piena regola delle milizie cecene che hanno portato morte e terrore nel suo territorio, con il sostegno finanziario di certe monarchie del Golfo, ovviamente difende i suoi interessi. Questo spiega la velata minaccia dei sauditi: “Potremmo evitarvi la minaccia del terrorismo a Sochi, se abbandonate la questione siriana”. Gli è stato riposto con irricevibilità, ovviamente. In ogni caso, tutto ciò dimostra sia il ruolo delle monarchie del Golfo che l’uso dei movimenti islamisti nel sostenere occultamente la politica degli Stati Uniti di destabilizzazione di certi Stati, ritenendo di crearsi condizioni favorevoli nella regione.
L’asse Beijing-Beirut, via Mosca, Teheran e Damasco potrà solo divenire più forte. Si tratta per ognuno di essi di sopravvivenza. Secondo un proverbio orientale: “Non mettere nell’angolo un gatto, rischi di vederlo trasformarsi in una tigre”, ma se si vuole mettere nell’angolo una tigre? Certamente nessuno vorrebbe sapere la risposta.

Screen-Shot-2013-01-22-at-5_38_11-PMAndré Charny, sociologo e avvocato francese. L’Iran, la Syrie et le Liban – L’Axe de l’espoir (Les éditions du Panthéon, 2012). Vice-Presidente di Réseau Voltaire Francia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mosca e Cairo di nuovo insieme

Stanislav Ivanov New Oriental Outlook 20/02/2014

0771D142-755D-4E49-999F-2C155C1E56D8_mw1024_n_sIl 12-13 febbraio 2014, il ministro della Difesa e dell’industria militare Abdel Fatah al-Sisi e il ministro degli Esteri Nabil Fahmy dell’Egitto erano in visita ufficiale a Mosca. Oltre a negoziati nel formato 2 +2 con il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu e il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, gli alti funzionari sono stati ricevuti dal Presidente della Federazione Russa V. V. Putin, che ha notato che Russia ed Egitto hanno lunghe e tradizionalmente amichevoli relazioni, numerosi  lungimiranti grandi progetti economico-commerciali e di altro tipo, ed ha espresso la speranza che, con l’emergere del nuovo potere in Egitto, tutti i meccanismi della cooperazione bilaterale siano pienamente utilizzati. La Russia è il primo Stato visitato dal ministro della Difesa e attuale capo della Repubblica araba d’Egitto, A. F. al-Sisi. Come è noto, dalla fine dell’estate dello scorso anno, il Paese in realtà è diviso in due fazioni: coloro che sostengono i Fratelli musulmani, saliti al potere a seguito di elezioni democratiche, e l’opposizione che lotta per un Egitto laico e democratico. L’usurpazione del potere nel paese dei Fratelli musulmani s’è scontrata con anche altri gruppi islamici (salafiti). Nel contesto della situazione economica e finanziaria aggravata e del crescente rischio che la rivolta potesse trasformarsi in una guerra civile, la leadership dell’esercito egiziano dovette intervenire nel conflitto interno rovesciando il presidente Muhammad Mursi e, quindi di fatto, inscenando un colpo di Stato militare. Ora l’Egitto si prepara a nuove elezioni presidenziali e parlamentari, e le azioni dell’ex-presidente M. Mursi sono attualmente sotto processo. In vista della visita dei ministri egiziani a Mosca, il presidente della Costituente egiziana ed ex-capo della Lega Araba Amr Mussa aveva detto che il feldmaresciallo A. F. al-Sisi era destinato, al ritorno dalla Russia, ad annunciare ufficialmente la candidatura alle prossime elezioni presidenziali.
Il primo incontro del formato 2+2 tra i ministri russi ed egiziani si è tenuto a Cairo nel novembre 2013. Nel contesto di tale riunione, l’incrociatore Varjag, ammiraglia della flotta del Pacifico della Marina russa e vetrina delle capacità militari e tecniche della Russia, è arrivato nel porto egiziano di Alessandria. Tali negoziati si sono concentrati sulle prospettive della cooperazione bilaterale tra F. R. e RAE in campo militare e tecnico-militare. Come sappiamo, fino al 1972, il principale partner dell’Egitto in questo campo fu l’URSS, ma dopo che la leadership egiziana concluse la pace con Israele, con Washington mediatrice, i leader dell’Egitto passarono alla cooperazione militare con gli Stati Uniti. Negli ultimi anni, l’Egitto ha ricevuto annualmente, su base non-rimborsabile, armi statunitensi del valore di 1,4 miliardi dollari. Il Pentagono ha anche addestrato ufficiali e specialisti delle Forze Armate egiziane. Tuttavia, le autorità degli Stati Uniti, proprio come la maggior parte dei leader dell’Unione Europea, non hanno formalmente approvato la destituzione del presidente egiziano Muhammad Mursi da parte dei militari egiziani, evitando temporaneamente di riconoscere la legittimità del nuovo regime e, nell’ottobre 2013, il programma di assistenza finanziaria e militare degli Stati Uniti per l’Egitto è stato ridotto. Data la complessa persistente situazione politica interna del Paese e la crescente minaccia terroristica nella regione, A. F. al-Sisi ha dovuto iniziare a cercare  fonti alternative di approvvigionamento per le forze armate nazionali. È stato spinto dall’obsolescenza e dall’usura fisica di numerose armi ed attrezzature militari delle Forze Armate egiziane. Washington avrebbe tacitamente fatto capire a Cairo che non ha intenzione di opporsi alla diversificazione parziale degli armamenti dell’esercito egiziano, compresi quelli russi, soprattutto considerando che le forze armate egiziane ancora utilizzano numerose armi ed attrezzature militari obsolete di fabbricazione sovietica (fino al 40% dell’arsenale, secondo le stime degli esperti). Al fine di mantenere l’efficienza al combattimento, negli ultimi dieci anni l’Egitto ha acquistato parti di ricambio e munizioni dalla Russia, per complessivamente circa 350-400 milioni di dollari. Gli egiziani considerano sponsor finanziari dei possibili nuovi grandi contratti nella cooperazione tecnico-militare tra l’ARE e RF, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, che già forniscono una notevole assistenza finanziaria e materiale alle nuove autorità dell’Egitto. Allo stesso tempo, Riyadh non cerca di nascondere il fatto che sia interessata a rafforzare le posizioni dei salafiti egiziani, vicini ai sauditi, in contrapposizione ai rappresentanti islamisti della Fratellanza musulmana. Secondo il quotidiano egiziano Egypt Independent, il primo lotto di armi russe potrebbe arrivare in Egitto fin dalla metà del 2014. Si prevede che la quantità totale di materiale militare (sistemi di difesa aerea, elicotteri da combattimento, caccia MiG-29, complessi anticarro, ecc) acquistati dall’Egitto in Russia sarà di 2-4 miliardi di dollari.
Durante il loro ultimo incontro a Mosca, le parti hanno convenuto l’accelerazione della preparazione della documentazione sulla cooperazione tecnico-militare ampliando la portata dei legami militari (lotta al terrorismo, manovre ed esercitazioni congiunte, ospitalità per le navi, addestramento dei militari, ecc). Durante l’incontro, i capi dei ministeri degli esteri e della difesa dei due Paesi hanno sottolineato l’unità delle loro posizioni sul problema numero uno dell’agenda mediorientale: il conflitto siriano. “I ministri hanno ribadito il pieno rispetto della sovranità della Siria e profondo ripudio di qualsiasi interferenza estera nei suoi affari“, dice la dichiarazione congiunta. Tale posizione delle nuove autorità egiziane contrasta con le dichiarazioni dei loro predecessori. Ad esempio, Muhammad Mursi chiese apertamente l’intervento straniero contro il regime di Bashar al-Assad a “sostegno della rivolta siriana” e proprio prima della sua caduta, ruppe le relazioni diplomatiche con Damasco. Così, la collaborazione emergente tra Russia ed Egitto nella cooperazione tecnico-militare e in altri campi indica la tendenza al recupero della posizione della Russia nel mondo arabo e nel Medio Oriente nel complesso. Senza dubbio, sarebbe prematuro parlare di successo finale della diplomazia russa verso l’Egitto, in quanto il grande accordo sulla cooperazione tecnico-militare e le prospettive delle relazioni russo-egiziane in altri campi possono essere considerati un’equazione dalle molte incognite. In questo contesto, non si dovrebbe ignorare sia la continua e abbastanza complessa situazione politica interna dell’Egitto che le posizioni di Washington, Riyadh e altri giocatori esteri che possono avere un impatto sui prossimi eventi, ma ci sono ancora motivi per essere ottimisti. La grande minaccia della diffusione del radicalismo islamico e del terrorismo internazionale nella regione e nel mondo, spingono oggettivamente le leadership di Stati Uniti e Arabia Saudita verso la collaborazione con la Russia nella sicurezza internazionale. Ad esempio, Washington non si è opposta alla diversificazione del suo partner regionale Iraq nella cooperazione tecnico-militare con Russia, Ucraina e Repubblica ceca. Gli Stati Uniti hanno acquistato elicotteri militari russi per le forze armate afghane. Stati Uniti, UE e altri Paesi cooperano strettamente con la Russia nell’eliminazione delle armi chimiche siriane.

209751-01-08Stanislav Ivanov, ricercatore presso l’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia Russa delle Scienze, in esclusiva per la rivista online New Oriental Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Criminali arruolati come “combattenti per la libertà” in Siria: detenuti sauditi, pakistani e iracheni riempiono i ranghi di al-Qaida

Prof. Michel Chossudovsky, Global Research, 16 febbraio 2014

1662128Diverse centinaia di prigionieri fuggiti dalle carceri, accuratamente custodite, in Iraq hanno recentemente aderito allo Stato Islamico d’Iraq e Siria (SIIS), così come alla forza ribelle di al-Qaida, Jabhat al-Nusra. Secondo il NYT: “l’evasione dal carcere riflette anche la crescente richiesta di combattenti esperti (da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati), portando al tentativo concertato dei gruppi militanti, in particolare dello Stato islamico dell’Iraq e della Siria, o SIIS, cercandoli nell’unico luogo dove erano trattenuti in massa, nelle prigioni irachene“. (Tim Arango e Eric Schmitt, I detenuti fuggiti dall’Iraq alimentano l’insurrezione siriana, NYT, 12 febbraio 2014).
I funzionari statunitensi stimano che alcune centinaia di evasi abbiano aderito allo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, diversi in ruoli di comando.” Il NYT riconosce che l’evasione rientra nel reclutamento dei jihadisti per la rivolta siriana. Ciò che non menziona, tuttavia, è che il reclutamento di mercenari è coordinato da NATO, Turchia, Arabia Saudita e Qatar, con il sostegno dell’amministrazione Obama. Inoltre, è noto e documentato che la maggior parte delle forze legate ad al-Qaida sono segretamente sostenute dai servizi segreti occidentali, come CIA, Mossad e MI6 inglese. Le evasioni in Iraq rientrano nell’azione coordinata “Operation Breaking the Walls“, ideata nel luglio 2012 dal SIIS. Come riconosciuto da un funzionario antiterrorismo statunitense citato dal New York Times, “L’afflusso di tali terroristi, che hanno decenni di esperienza in battaglia, probabilmente rafforza il gruppo e la sua leadership“.
Le forze di occupazione USA e i militari nelle carceri hanno chiuso un occhio sulle evasioni. Abu Aisha fu arrestato dagli statunitensi e poi liberato da Camp Bucca, l’infame prigione statunitense  nel sud dell’Iraq, nel 2008. Fu nuovamente arrestato dagli iracheni nel 2010. “Infine, mi portarono  ad Abu Ghraib, e ancora una volta incontrai alcuni leader e combattenti che conoscevo, compresi i principi di al-Qaida, iracheni, arabi e di altre nazionalità”. “La maggior parte di loro era stata a Bucca“. Una notte della scorsa estate, mentre Abu Aisha era nella sua cella in attesa, come faceva ogni giorno, del suo appuntamento con il boia, esplosioni e spari scoppiarono e una guardia carceraria amica aprì le porte della cella e gli disse di andarsene immediatamente. Con centinaia di altri, Abu Aisha attraversò i corridoi del carcere fuggendo da una breccia attraverso le mura. Saltò in su autocarro Kia in attesa, portandolo verso la libertà e di nuovo il campo di battaglia. Abu Aisha disse che i capi dello Stato Islamico d’Iraq e Siria gli diedero una scelta: andarsene e lottare con loro in Siria, o rimanere e combattere in Iraq (NYT, op. cit.)

Programma coordinato: Arabia Saudita
Le recenti evasioni hanno le caratteristiche di un’operazione segreta accuratamente pianificata con la complicità del personale carcerario militare iracheno e statunitense. Tali evasioni non sono limitate all’Iraq. Evasioni per aderire all’insurrezione jihadista si sono verificate contemporaneamente in diversi Paesi, indicando l’esistenza di un programma di reclutamento coordinato. L’Arabia Saudita, che ha svolto un ruolo centrale nel convogliare armi (tra cui missili antiaerei) ai jihadisti per conto di Washington, è attivamente coinvolta nel reclutamento di mercenari nelle prigioni del regno. In Arabia Saudita, invece, non ci sono state evasioni: i criminali che scontano pene detentive vengono liberati dalle prigioni del regno, a condizione di unirsi alla jihad in Siria. Un memorandum top secret inviato dal ministero degli Interni dell’Arabia Saudita, “rivela che il regno saudita ha inviato in Siria  dei condannati alla decapitazione, a combattere la Jihad contro il governo siriano, in cambio dell’assoluzione.” Secondo l’appunto del 17 aprile 2012, l’Arabia Saudita ha reclutato circa 1200 detenuti, offrendogli perdono completo e uno stipendio mensile alle famiglie rimaste nel Regno, in cambio “…dell’addestramento per il bene della Jihad in Siria“. Tra gli scarcerati e reclutati in Arabia Saudita vi sono detenuti di Yemen, Palestina, Arabia Saudita, Sudan, Siria, Giordania, Somalia, Afghanistan, Egitto, Pakistan, Iraq e Kuwait.

Da “criminale” a “Freedom Fighter”
L’alleanza militare occidentale non solo sostiene e finanzia la guerriglia terroristica, fornendole  sistemi d’arma avanzati, ma è anche complice nel reclutamento di criminali. Ciò che è attivo è il coordinamento delle varie successive fasi evasione, reclutamento e addestramento di mercenari “combattenti per la libertà”, e rifornimento delle armi all’insurrezione:
1. Evasione/rilascio di criminali e combattenti dalle prigioni;
2. Reclutamento dei detenuti rilasciati/evasi nelle formazioni ribelli in Siria;
3. Addestramento paramilitare degli ex-detenuti, ad esempio con programmi di addestramento e indottrinamento religioso da sauditi e qatarioti;
4. Invio dei jihadisti appena addestrati nel teatro bellico. Gli ex-detenuti vengono inviati in Siria per unirsi alla rivolta. Vengono integrati come mercenari nelle forze di al-Qaida.
5. L’equipaggiamento militare dei mercenari addestrati (in Arabia Saudita, Turchia, Qatar) e l’invio di armamenti per l’insurrezione dal governo statunitense che finanzia l’afflusso di armi.

Reclutamento di criminali per l’insurrezione: un processo continuo
Le evasioni verificatesi nell’estate 2013 in Libia, Pakistan e Iraq sembravano un programma coordinato con cura. Ciò che riporta il New York Times è la continuazione di un precedente programma di evasioni. Il 23 luglio 2013, le carceri di Abu Ghraib e Taji furono colpite da un’operazione condotta con cura, comportando la fuga di 500-1000 detenuti, molti dei quali reclutati dal SIIS. Gli attacchi furono effettuati dopo mesi di preparativi dallo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, formato da affiliati di al-Qaida in Siria e in Iraq. Dei 500-1000 detenuti evasi a seguito dell’attacco, “la maggior parte erano membri di al-Qaida condannati a morte“, ha detto Haqim Zamili, membro del Comitato sicurezza e difesa del parlamento. Un kamikaze guidò un’autobomba contro i cancelli del carcere alla periferia di Baghdad, mentre uomini armati attaccarono le guardie con mortai e lanciarazzi. (Russia Today, luglio 2013)
Il 26 luglio, presso il carcere di massima sicurezza a Bengasi, in Libia, si ebbe un’evasione identica a quella in Iraq: vi furono scontri all’interno del carcere, con degli incendi. Improvvisamente uomini armati accorsero verso il carcere aprendo il fuoco. Circa 1200 dei peggiori criminali della Libia fuggirono. (Peregrino Brimah,.. Obama’s Syria Endgame: New Al Qaeda “Recruits” Dispatched to Syria, Global Research, 4 Settembre 2013)
E a mezzanotte del 29-30 luglio: taliban armati con lanciarazzi e kamikaze che indossavano divise della polizia, attaccarono la maggiore prigione di Dera Ismail Khan, nella provincia del nord del Pakistan, liberando oltre 300 detenuti. Erano ben coordinati, armati di lanciagranate e liberarono i migliori militanti, alcuni degli uomini più letali dei taliban. Usarono gli altoparlanti per fare l’appello di coloro di cui avevano bisogno. Secondo un funzionario (Reuters), solo 70 delle 200 guardie in servizio erano al lavoro quella fatidica sera, suggerendo il coinvolgimento dei vertici della sicurezza governativa. (Ibid)

Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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