Lo strano caso di Nuri al-Maliqi

Eric Draitser New Oriental Outlook 03/07/2014

pirhayati20121113210450680Mentre l’attenzione del mondo s’è fissata sulla rapida avanzata e conquista del territorio del SIIL in Iraq, un chiaro cambio nella retorica e nell’analisi ha avuto luogo contro il Primo ministro Nuri al-Maliqi e il suo governo. Anche se è stato elogiato da Washington mentre le truppe statunitensi  rimanevano sul suolo iracheno, nei quasi tre anni dalla loro ritirata s’è magicamente trasformato in un autocrate settario e brutale evocando gli aspetti peggiori del regime di Sadam e dei suoi vicini e alleati sciiti in Iran. Cosa potrebbe spiegare un tale drammatico voltafaccia? La questione allora è: il mondo ha semplicemente preso atto della dittatura di Maliqi, sullo sfondo della guerra contro il SIIL? Oppure può darsi che il racconto muta perché l’ordine del giorno e gli interessi degli Stati Uniti sono cambiati e, quindi, anche l’immagine di Maliqi. Da rappresentante democratico della maggioranza religiosa/etnica a feroce tiranno volto alla distruzione delle minoranze sunnite e curde, Maliqi ha subito un restyling politico scioccante. Infatti, Maliqi non è il primo, né è probabilmente l’ultimo, capo appoggiato, armato e sostenuto politicamente e militarmente dagli Stati Uniti divenire la proverbiale “maggiore minaccia a pace e stabilità regionali”. Tale fu il destino di Sadam, così pure di Jean-Bertrand Aristide ad Haiti. E sembra ora che Maliqi, come innumerevoli altri aspiranti burattini statunitensi che improvvisamente scoprono i propri interessi nazionali, è magicamente divenuto il centro del male in Iraq e nella regione. Va notato che l’esame di come la narrativa su Maliqi sia mutata non deve essere considerata un avallo di tutte le sue azioni politiche. Al contrario, una tale analisi si basa sull’esame di fatti e condizioni materiali, piuttosto che un appello emotivo a “schierarsi” e “sostenere il popolo”. Queste e altre frasi vuote hanno adornato le tesi di molti analisti su tale problema, nelle scorse settimane, senza esaminare a fondo le reali forze in gioco. In quanto tali, le frasi vuote diventano analisi superficiali che producono confusione sull’Iraq di oggi.

Washington, Teheran e le ‘colpe’ di Maliqi
Non sorprenderebbe nessuno, anche moderatamente consapevole di come la politica estera e la propaganda degli Stati Uniti operino storicamente, che la demonizzazione di Maliqi sia direttamente legata all’incapacità di Washington di controllarlo, o altrimenti detto, il suo rifiuto di accettare i diktat degli Stati Uniti. Di conseguenza, è diventato un capo cattivo, piuttosto che un leader che tenta di creare istituzioni indipendenti, in un Paese in cui tutte le istituzioni sono state create dalle autorità di occupazione militare. Quindi, la domanda è Maliqi cerca semplicemente di consolidare  il suo potere? O Maliqi tenta di eliminare dal governo agenti, clienti, marionette e altri uomini degli statunitensi? Come spesso accade, la risposta sarà nel mezzo. Ascoltando i punti del dipartimento di Stato, esperti ed “esperti di sicurezza”, si potrebbe pensare che l’amministrazione Obama e l’élite politica statunitense siano d’accordo che Maliqi sia un dittatore autocratico. Tuttavia, Obama disse tutto il contrario quando il Primo ministro iracheno giunse alla Casa Bianca meno di due anni e mezzo fa. Il 12 dicembre 2011, poche settimane prima del ritiro definitivo delle truppe statunitensi dall’Iraq, il presidente Obama accanto a Maliqi fece le seguenti osservazioni: “Oggi sono orgoglioso di accogliere il Primo Ministro Maliqi, leader legittimo di uno Stato sovrano, l’Iraq autosufficiente e democratico… che affronta grandi sfide ma che oggi riflette l’impressionante progresso che gli iracheni hanno compiuto. Milioni di persone hanno votato, alcune rischiando o dando la vita, per votare in elezioni libere. Il primo ministro guida ancora il governo iracheno più inclusivo. Gli iracheni lavorano per costruire istituzioni efficienti, indipendenti e trasparenti”. Esaminando queste e altre osservazioni di Obama e Bush prima di lui, appare chiaro che uno spostamento tettonico s’è verificato su come Maliqi sia visto da Washington. Una volta flessibile regime cliente, Maliqi è ormai l’incarnazione di corruzione, settarismo e brama di potere. Cosa avrà motivato un cambiamento così drastico?
In primo luogo gli atteggiamenti e le politiche di Maliqi verso l’occupazione e la presenza di personale militare e non militare statunitensi. In realtà, Maliqi si rifiuta di accogliere la richiesta degli Stati Uniti di mantenere basi militari nel Paese dopo il ritiro, inducendo i primi attacchi contro lui e il suo governo. Fu allora che l’immagine di Maliqi quale fantoccio iraniano è diventata veramente popolare, almeno nei media occidentali. Infatti, come The Guardian ha rilevato, al momento, “Il Pentagono voleva le basi per facilitare la lotta contro la crescente influenza iraniana in Medio Oriente. Solo pochi anni fa gli Stati Uniti avevano piani per lasciarsi alle spalle quattro grandi basi, ma di fronte alla resistenza irachena, il piano viene ridimensionato quest’anno a una forza di 10000. Ma anche questo era troppo per gli iracheni“. Maliqi ha anche compiuto il passo monumentale di chiudere Campo Ashraf ed eliminare od espellerne gli abitanti. Lungi dall’essere un campo per “esiliati politici iraniani”, come i media occidentali hanno tentato di ritrarre, Ashraf era la base dell’organizzazione terroristica iraniana Mujahidin-e-Khalq (MeK), un’organizzazione sostenuta a pieno dai neocon (così come dalla maggioranza dei “liberali”) nella sua guerra terroristica continua contro l’Iran. Naturalmente, poiché Maliqi ha osato purificare l’Iraq da tale teppa terroristica, fu immediatamente condannato dalla corte dell’opinione pubblica statunitense che ha descritto l’operazione come assalto ai “combattenti per la libertà” iraniani. Sappiamo fin troppo bene cosa significa per gli Stati Uniti quando descrive dei terroristi come combattenti per la libertà. E così, rifiutando i diritti alle basi, di estendere immunità e protezioni legali ai mercenari statunitensi che operano in Iraq, e spazzando via Campo Ashraf e il MEK, Maliqi è diventato il cattivo. Più precisamente, fu il suo rifiuto di consentire  che gli Stati Uniti e i alleati usassero l’Iraq come baluardo militare e politico contro l’Iran che gli valse l’ira dell’occidente. Lungi dal voler “un Iraq sovrano, autonomo e democratico”, come Obama eloquentemente proclamò, Washington aveva bisogno che il Paese rimanesse uno Stato cliente usato come arma dalla politica estera degli Stati Uniti nella regione. Rifiutandosi, Maliqi all’improvviso è diventato “un dittatore”. Ma il Maliqi dittatore è diventato un potente strumento per plasmare la narrativa sull’Iraq. Uno dei metodi principali di tale narrativa è indicare, e ribadire costantemente, che Maliqi ha consolidato il proprio potere eliminando dal governo i rivali politici. Mentre vi è indubbiamente qualcosa di vero nel fatto che Maliqi abbia cercato di emarginare alcuni personaggi politici che non volevano “giocare a palla” con il suo regime a Baghdad, questa è solo metà della storia, la sola che i media occidentali fanno ascoltare. L’altra metà di tale storia è il fatto che Maliqi ha ricevuto dagli Stati Uniti un governo fazioso e con personaggi che non rappresentavano l’Iraq ma gli interessi politici e finanziari occidentali. Uno dei modi con cui gli accusatori di Maliqi indicano come esempio della sua dittatura è l’epurazione di figure chiave dalle principali istituzioni irachene. Tuttavia, questi stessi accusatori non menzionano mai esattamente chi sia stato eliminato, e perché.
Uno degli esempi principali di tale epurazione di Maliqi è il licenziamento di due figure chiave nella dirigenza bancaria dell’Iraq. In particolare, Maliqi ha cacciato Sinan al-Shabibi, governatore della Banca Centrale dell’Iraq, e Husayn al-Uzri, ex-capo della Banca commerciale statale. Questi licenziamenti furono indicati come una presa del potere. Tuttavia, quasi mai si parla del fatto fondamentale che tali individui, molto potenti nella struttura finanziaria irachena, fossero amici e collaboratori di Ahmad Chalabi. Un nome che dovrebbe allarmare coloro che hanno seguito la tragedia dell’Iraq in questi ultimi dodici anni; Chalabi era il beniamino di Bush, Cheney e neocon.  Stretto alleato politico, Chalabi originariamente fu indicato da Cheney and Co. come capo del nuovo Iraq, un Iraq suscettibile agli interessi politici e corporativi statunitensi nel Paese. Sebbene Chalabi venisse respinto dal popolo iracheno, e non potesse mai imporsi politicamente, al momento lui e i suoi amici neocon poterono arraffare dal loro popolo gli istituti bancari iracheni, permettendo così l’effettivo controllo statunitense sul credito nel Paese. Come è da sempre noto, il potere sulle finanze è l’autorità politica de facto. Così, Maliqi cerca di consolidare tutto il potere a sé? O cerca di liberare le banche irachene dagli agenti corrotti del capitale finanziario occidentale imposti proprio dalle stesse forze che hanno propugnato con entusiasmo la distruzione dell’Iraq? Un altro dei gravi crimini di Maliqi è attaccare le compagnie petrolifere occidentali che cercano di trarre enormi profitti dai vasti giacimenti energetici dell’Iraq. Forse l’esempio più noto si ebbe nel 2012, quando la ExxonMobil firmò un accordo di esplorazione petrolifera nella regione semi-autonoma del Kurdistan nel nord dell’Iraq. Maliqi respinse la validità della transazione, rilevando che tutti i contratti petroliferi devono essere negoziati con il governo centrale di Baghdad, piuttosto che il governo filo-USA di Barzani ad Irbil. Il portavoce di Maliqi ne prese atto: “Maliqi vede tali offerte come un’iniziativa molto pericolosa che può provocare delle guerre… (e) spezzare l’unità dell’Iraq … Maliqi è pronto a fare il massimo per preservare la ricchezza nazionale e la necessaria trasparenza nell’investimento sulle ricchezze degli iracheni, in particolare sul petrolio… inviando un messaggio al presidente statunitense Barak (sic) Obama, la scorsa settimana, per sollecitarlo ad intervenire per evitare che ExxonMobil vada in tale direzione”. Non è un segreto che la volitiva resistenza di Maliqi a tale accordo, oltre al suo rifiuto di versare ad ExxonMobil 50 milioni di dollari per migliorare la produzione di un importante giacimento di petrolio del sud, ha spinto la compagnia petrolifera a ritirarsi dal lucroso progetto West Qurna-1. In sostanza, quindi, Maliqi ha affrontato potenti compagnie petrolifere (BP non è amica di Maliqi), cercando di avere un accordo migliore per l’Iraq. Sarebbe lecito ritenere che la corruzione endemica in Iraq avrebbe reso più facile a Maliqi e soci arricchirsi con tangenti e/o ricevendo versamenti da altri interessi petroliferi. Tuttavia, ciò è secondario rispetto al “crimine” principale di mettere in discussione l’egemonia delle compagnie petrolifere in Iraq. Maliqi non si rende conto che gli Stati Uniti hanno combattuto la guerra in Iraq anche per proteggere e promuovere gli interessi delle proprie compagnie petrolifere?
Senza dubbio, il maggiore peccato di Maliqi agli occhi di USA-NATO-Israele-GCC è il suo sostegno costante alla Siria e ad Assad. Maliqi s’è rifiutato di abbandonare Assad quando la macchina da guerra USA-NATO si stava preparando a bombardare la Siria. Proclamò a gran voce il suo sostegno ad Assad e la sua resistenza contro qualsiasi tentativo di convincere e persuadere l’Iraq ad allearsi contro di lui. Così, Maliqi ha affermato l’alleanza Teheran-Baghdad-Damasco-Hezbollah contro l’asse USA-NATO-Israele-CCG, e mettendosi in cima alla lista dei nemici di Washington. Alla fine del 2013, Maliqi, assieme ad Assad e alle autorità iraniane, partecipò al proseguimento dei negoziati sul gasdotto Iran-Iraq-Siria che porterà il gas iraniano e iracheno sul Mediterraneo attraverso la Siria, dando così a questi Paesi l’accesso diretto al mercato europeo. Naturalmente, ciò fu visto come sfida diretta all’alleato degli USA Qatar e al suo predominio sul commercio del gas mediorientale in Europa. Va notato che non è un caso che l’esplosione della guerra in Siria coincida perfettamente con i primi negoziati sul gasdotto. Quindi, piuttosto che un leader che difende gli interessi nazionali tentando d’impegnarsi nello sviluppo economico indipendente al di fuori dell’egemonia dei poteri politici e corporativi occidentali, Maliqi viene dipinto come un corrotto e brutale tiranno deciso a distruggere sunniti, curdi e chiunque altro l’ostacoli. Non è forse qualcosa che riguarda il fantoccio Maliqi contrario alla guerra contro la Siria? Quasi come un ripensamento, vi sono ancora altri motivi per cui Maliqi è demonizzato. Ha acquistato notevole materiale militare dalla Russia, come elicotteri d’attacco, piuttosto che fare esclusivamente affidamento sull’assistenza militare degli Stati Uniti. Maliqi ha permesso al vicepresidente iracheno Hashimi, politico noto per essere vicino a Qatar e Stati Uniti, di essere incriminato e processato quale mandante di un assassinio. Maliqi ha riorganizzato la vita politica irachena spezzando alcune istituzioni politiche deliberatamente disfunzionali create dagli occupanti statunitensi dopo la guerra. Ha cercato di utilizzare prestiti e crediti per ricostruire alcune infrastrutture distrutte. Ha rifiutato di permettere che la politica sciita sia territorio esclusivo dei sadristi ed altri. Queste ed innumerevoli altre azioni, ovviamente dimostrano a Stati Uniti ed alleati che “Maliqi deve andarsene”, come amano dire.

Gli Stati Uniti sostengono davvero Maliqi?
Uno degli aspetti più perniciosi della copertura del conflitto in Iraq è la propaganda mainstream e di certi media non tradizionali secondo cui gli Stati Uniti “sostengono” e “puntellano” Maliqi. Decine di articoli e interviste sono apparse nelle ultime settimane, in cui esperti sposano l’idea che l’amministrazione Obama cerca di mantenere al potere Maliqi. Nonostante le giravolte su logica e  fatti, tale racconto si diffonde ovunquei ed è la base su cui molti sostengono de facto il SIIL e gli insorti sunniti loro deboli alleati. Sembrerebbe che coloro che sostengono che gli Stati Uniti vogliano conservare la posizione di Maliqi in Iraq non facciano attenzione. Infatti, titoli come “I capi americani vogliono che l’iracheno Nuri al-Maliqi si dimetta in cambio degli attacchi aerei degli Stati Uniti sul SIIL“, dell’International Business Times, o “L’Iraq deve formare il nuovo governo, Kerry mette in guardia Baghdad” del Financial Times, mettono in discussione tale affermazione. In realtà, non è Maliqi che gli Stati Uniti cercano di preservare, ma la propria influenza sull’Iraq. Questo è il punto che molti cosiddetti esperti hanno totalmente omesso di cogliere; Maliqi non fa ciò che gli dicono, quindi gli Stati Uniti vogliono mettere al suo posto qualcuno che lo faccia, usando l’avanzata del SIIL come conveniente pretesto per il cambio di regime. E quale nome emerge dal dibattito su con chi gli Stati Uniti vorrebbero sostituire Maliqi? Nientemeno che il buon vecchio Ahmad Chalabi, lo stesso fantoccio che Bush e Co. tentarono di piazzare all’inizio. Ayad Alawi, altro politico iracheno con stretti legami con gli Stati Uniti, è anche in lizza. Così, due falliti fantocci statunitensi sono ora promossi a futuro “democratico” e “inclusivo” della politica irachena. E’ abbastanza per non fare ridere nessuno, o star male. E’ anche divertente sentire i cosiddetti esperti che parlano di come gli Stati Uniti inviano truppe in Iraq per aiutare Maliqi. Tale analisi superficiale rivela totale mancanza di comprensione di questioni militari e del modo di operare degli Stati Uniti all’estero. L’autorizzazione all’invio di 300 militari in Iraq non è la prova del tentativo di salvare Maliqi, ma di preservare certe infrastrutture politiche, finanziarie ed energetiche degli interessi occidentali. Gli Stati Uniti non proteggono Maliqi, ma se stessi e loro investimenti da Maliqi, se tentasse di aggrapparsi al potere. Quei soldati proteggeranno l’ambasciata statunitense, e anche saranno i consulenti chiave per la protezione dei giacimenti petroliferi e dei lavoratori petroliferi stranieri. Ciò non può essere scambiato con il sostegno militare a Maliqi, a meno che naturalmente  coloro che sposano tali assurdità convincano il mondo che Maliqi sia l’”uomo degli Stati Uniti in Iraq”.
Oggi l’Iraq è in guerra e rischia di frantumarsi. Con islamisti e insorti sunniti che combattono una guerra contro il governo di Baghdad, il Paese è vicino al collasso totale e alla partizione. Ma questa guerra non è iniziata con il SIIL che conquista Mosul. Non inizia con Maliqi che consolida il potere. E’ iniziata prima che le ultime truppe statunitensi lasciassero l’Iraq. Tutto è iniziato quando Maliqi decise di non farsi intimidire da minacce e diktat statunitensi, iniziando a cercare d’affermare un secondo Iraq indipendente. Perciò l’Iraq paga un prezzo vitale.

iraqEric Draitser è un analista geopolitico indipendente di New York City, fondatore di StopImperialism.org ed editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online ” New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran si prepara a sconfiggere il SIIL

MK Bhadrakumar – 1 luglio 2014
mappedDopo una pausa di una settimana, Teheran ha mutato retorica e approccio sulla crisi in Iraq e Siria.  Allusioni e suggerimenti oscuri delle dichiarazioni iraniane, sono sostituiti da aperte critiche al supporto saudita allo Stato Islamico dell’Iraq e Levante (SIIL). Due esponenti di spicco della commissione della Majlis sulla politica estera e di sicurezza si scagliano contro Riyadh: “L’Arabia Saudita è il sostenitore spirituale, materiale e ideologico del SIIL e il re saudita aveva incaricato l’ex-capo dei servizi segreti del Paese (principe Bandar) della missione speciale di sostenere il SIIL“. (Mohammad Hassan Asafari). E’ estremamente raro che il re Abdullah sia denunciato per nome in una dichiarazione iraniana. Ancora, un altro eminente deputato, Mohammad Saleh Jokar, ha implicitamente avvertito Riyadh dal tirare pietre su una casa di vetro, “Invece d’interferire negli affari iracheni e seguire le trame degli Stati Uniti, l’Arabia Saudita farebbe bene ad affrontare i propri affari interni“. Secondo la linea iraniana la lotta di successione nella famiglia reale saudita si acutizza. Significativamente, la Guida Suprema Ali Khamenei ha ripetuto un’espressione coniata dall’Imam Khomeini nei primi anni della rivoluzione iraniana, riferendosi all’Arabia Saudita come il barboncino degli Stati Uniti e complice occulto d’Israele. Khamenei ha anche detto, ad un uditorio di lettori del Corano a Teheran, che c’è differenza tra l’”American Islam” e il vero Islam, “L’Islam americano, pur avendo aspetto e nome islamico, è conforme al dispotismo e al sionismo… e totalmente al servizio degli obiettivi del sionismo e degli Stati Uniti“. Nel frattempo, l’aperto sostegno del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu all’idea di uno Stato curdo indipendente nel nord dell’Iraq, oltre le visite del segretario di Stato USA John Kerry e del ministro degli Esteri inglese William Hague ad Irbil la scorsa settimana, hanno allertato Teheran sulla strategia anglo-statunitense volta (con la partecipazione d’Israele) a creare uno petro-Stato ai  confini occidentali dell’Iran.
Teheran sorveglia la forte presenza dell’intelligence israeliana ad Irbil. In una dichiarazione Teheran minaccia direttamente la nascita di un Kurdistan indipendente. Il Viceministro degli Esteri Hossein Amir Abdollahian ha consigliato la leadership curda che non sarebbe saggio perseguire la secessione. Un importante deputato iracheno ha criticato apertamente il capo curdo Masud Barzani e le sue dichiarazioni sull’annessione di Kirkuk. Barzani è vicino all’intelligence israeliana.  L’attività d’intelligence israeliana s’è intensificata nella regione del Kurdistan e la mossa di Netanyahu di sfruttare le differenze intra-irachene, in parte spiegherebbe la possibilità che Teheran possa considerare la ripresa dell’assistenza ad Hamas. I legami di Teheran con Hamas si sono atrofizzati negli ultimi anni, dopo la decisione catastrofica di Qalid Mishaal di lasciare Damasco e prendere la residenza a Doha, allineandosi con i Paesi della regione sostenitori del cambio di regime in Siria. Senza dubbio, Mishaal è un uomo più triste e saggio oggi come risulta dalla lettera al presidente iraniano Hassan Ruhani, a cui chiede aiuto. Inoltre, Teheran ha fatto un passo importante sul fronte diplomatico. Abdollahian s’è recato a Mosca nel fine settimana, per consultazioni con il suo omologo russo sugli sviluppi in Iraq-Siria, in particolare la necessità di vanificare la strategia degli Stati Uniti. Lo stretto coordinamento russo-iraniano è evidente nei colloqui a Mosca. Per essere sicuri, l’Iran accoglie con favore la mossa russa d’inviare aviogetti e consiglieri militari a Baghdad. L’obiettivo dei due Paesi è impedire a Washington la prerogativa di dettare condizioni al governo iracheno. È interessante notare che Mosca ha risposto alla richiesta di aiuto del Primo ministro in carica Nuri al-Maliqi, nonostante i disperati tentativi di Washington di rimuoverlo dal potere e sostituirlo con una figura flessibile a capo del governo di Baghdad. I media occidentali hanno descritto Maliqi come un caso chiuso, ma Mosca e Teheran potrebbero vederla in modo diverso.
Ancora una volta, Teheran ha concluso che la saga del SIIL in Iraq è un’operazione segreta USA-Arabia Saudita che esclude il Qatar (i legami sauditi-qatarioti sono freddi). La cabala che ha incontrato Kerry a Parigi, il 26 giugno, per discutere della road map per Iraq e Siria includeva Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Giordania, ma il Qatar ha brillato per la sua assenza. Così, Ruhani ha preso il telefono e ha discusso sull’Iraq e la sfida del SIIL con l’emiro del Qatar. Ruhani ha proposto che Iran e Qatar uniscano le forze per combattere il terrorismo in Iraq. Allo stesso modo, Teheran ha ribadito il suo sostegno a Bashar in Siria in una telefonata del Primo Vicepresidente iraniano Eshaq Jahangiri al Primo ministro siriano Wail al-Halqi. Il risultato di queste mosse sul fronte diplomatico è che l’Iran spera d’infliggere una pesante sconfitta al SIIL. Una mobilitazione a tal fine è chiaramente in corso. L’Iran non permetterà che la vittoria in Siria sia messa in discussione dalle parti sconfitte tramite l’avanzata del SIIL in Iraq; né potrà tollerare il rovesciamento del potere sciita in Iraq attraverso la scappatoia della ‘balcanizzazione’ del Paese. Insomma, Teheran non è disposta a transigere sui propri interessi vitali e preoccupazioni principali in Siria e Iraq, semplicemente perché i colloqui sul nucleare tra P5+1 e Iran si avvicinano alla conclusione.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iraq ringrazia la Siria per aver bombardato il SIIS, e Obama aiuta il settarismo in Siria

Boutros Hussein e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 27 giugno 2014

10455051Il presidente degli USA Obama è ancora una volta coinvolto in nuovi intrighi sinistri, perché mentre lo Stato Islamico d’Iraq e Siria (SIIS) è intento a frazionare Iraq e Siria, l’unica risposta a tale realtà è, per Obama, cercare di portare altro caos e settarismo in Siria. Infatti, è evidente come l’assalto del SIIS in Iraq segua naturalmente le orme delle manovre militari in Giordania di USA e innumerevoli alleati. Mai SIIS e altre forze settarie e taqfiriste in Siria hanno temuto Israele e la NATO in Turchia. Al contrario, SIIS e altre forze settarie e taqfiriste prosperano all’ombra di Israele, Giordania e NATO in Turchia. Allo stesso modo, alcuni elementi del blocco anti-Hezbollah e anti-Aoun in Libano giocano con i taqfiristi e il demonio settario. Il recente attacco del SIIS in regioni dell’Iraq è stato accolto dalla solita bizzarria dell’amministrazione Obama. Ciò vale per l’illogica necessità di rafforzare le forze anti-siriane in Siria, così rafforzando SIIS e altre forze settarie e terroristiche. L’Iraq deve prendere atto che le potenze del Golfo e della NATO partecipano all’intera agenda settaria in Siria e, naturalmente, che tale realtà mina lo Stato nazione iracheno. Dopo tutto, le forze settarie taqfiriste in Siria sono sostenute da varie nazioni del Golfo e dalla Turchia, alleate degli USA e che ovviamente la destabilizzazione della Siria iniziò usando le enormi scorte militari rimaste in Libia. Allo stesso tempo, il cosiddetto controllo di CIA, MI6, DGSE e altre intelligence in Turchia e Golfo è una farsa, perché i terroristi inondano la Siria e l’Iraq da tutto il mondo. Infatti, l’unico controllo che sembra esserci è volto ad armare le varie forze settarie in Siria contro il governo laico del Presidente Bashar al-Assad.
USA ed alleati occidentali adorano la parola “democrazia” quando fa comodo, ma il popolo della Siria è dannato se vota o meno. Questa visione neo-coloniale di USA, Francia, Quwayt, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito è estremamente irritante. Pertanto i siriani, nel Paese e all’estero, che sostengono il governo di Assad, non contano. Ciò spinge Obama ad ignorare le elezioni in Siria, proprio come USA ed alleati occidentali ignorano la schiavitù delle donne nel Golfo. Allo stesso modo, l’Arabia Saudita è il paradiso dei pedofili perché vecchi possono sposare bambine di otto anni, mentre naturalmente il regno della Casa dei Saud supporta l’uccisione degli gli apostati verso il cristianesimo. Naturalmente, ciò non fa aggrottare la fronte, pur essendo  completamente nota tale realtà. Pertanto, con l’Iraq che affronta altro settarismo e barbarie taqfirista, non sorprende sentire Obama finanziare ulteriore settarismo e terrorismo in Siria. Anche le forze  antisiriane fuori dalla nazione non possono negare che l’esercito libero siriano (ELS) spesso combatte a fianco delle varie forze taqfiriste e settarie. Altre volte si combattono perché la loro unica caratteristica vincolante è uccidere, decapitare, perseguitare minoranze e applicare barbarie a chiunque capiti di essere in disaccordo con il loro dominio.
Diversamente dall’amministrazione Obama che cerca d’indebolire le forze centrali in Siria al fine di potenziare il SIIS, il governo siriano bombarda tale movimento barbaro presso il confine tra Iraq e  Siria. L’Iraq viene messo in pericolo da USA e satelliti di NATO e Golfo, accendendo il settarismo in Siria, con il risultato di mettere in pericolo Libano e Iraq. Allo stesso tempo, la Turchia di Erdogan non disdegna contrattare in Iraq con strutture di potere estranee a Baghdad. Ciò significa che l’Iraq deve affrontare la duplice minaccia della barbarie del SIIS e del ruolo della Turchia nell’ignorare le forze economiche centrali della nazione. Nel frattempo, mentre le potenze del Golfo e la Turchia giocano la carta settaria contro il governo della Siria, mettendo chiaramente in pericolo l’Iraq, la saggezza del Grande Ayatollah Ali al-Sistani entra in gioco. Ciò vale in particolare per i fedeli sciiti che ascoltano con passione il grande ayatollah dell’Iraq. Tuttavia, questo venerato leader religioso si rivolge a tutti i cittadini iracheni, a prescindere dall’appartenenza religiosa. Il grande ayatollah sa bene che le forze sinistre estranee all’Iraq cercano di trascinare la nazione, ancora una volta, nel settarismo. Nonostante ciò, il venerato leader sciita fa sapere che l’unità è essenziale contro SIIS e altre forze settarie che prosperano sulle divisioni nella società. Pertanto, a prescindere dall’aspetto politico dell’Iraq moderno, è chiaro che il SIIS cerca d’imporre uno status draconiano alla società, per imporle l’”anno zero”. Non sorprendono gli appelli all’unità dei leader sunniti e sciiti in Iraq, perché i leader religiosi sanno perfettamente che i taqfiristi odiano tutti. Allo stesso modo, gli studiosi religiosi in Iraq comprendono appieno che tali forze brutali lavorano all’ombra delle potenze del Golfo e della NATO.
Recentemente è stato riportato che la Siria ha bombardato il SIIS al confine tra Iraq e Siria. La BBC riferisce: “Il primo ministro Nuri al-Maliqi dell’Iraq ha detto alla BBC di sostenere l’attacco aereo sui militanti islamici in un valico di frontiera tra Iraq e Siria… Fonti militari e ribelli dicono che l’attacco ha avuto luogo nell’Iraq, all’incrocio Qaim, anche se Maliqi ha detto che s’è avuto sul lato siriano“. Tuttavia, mentre la Siria cerca di arginare la marea del SIIS, il governo USA è intento a promuovere la minaccia taqfirista sostenendo altre forze settarie in Siria contro il governo centrale.  Il New York Times: “Il presidente Obama ha chiesto 500 milioni di dollari al Congresso per addestrare ed equipaggiare ciò che la Casa Bianca chiama membri “adeguatamente controllati” dell’opposizione siriana, riflettendo maggiore preoccupazione per l’allargamento del conflitto siriano in Iraq“. Naturalmente, gli “opportunamente controllati” esistono solo nelle menti deliranti dell’amministrazione Obama. In effetti, un gran numero di massacri brutali sono dovuti a tali cosiddetti “moderati”, che in realtà sono settari e apertamente partecipi al banditismo di massa. Pertanto, mentre Baghdad e Damasco sono minacciate dai “taqfiri da anno zero”, l’amministrazione Obama cerca di versare ulteriore benzina sul fuoco sostenendo altra destabilizzazione in Siria. Ciò  deve aprire gli occhi ai leader dell’Iraq, perché sanno che gli alleati degli USA nel Golfo e la Turchia consentono che il virus settario, sedizioso e terrorista taqfirista si diffonda. Pertanto, i governi di Iraq, Iran, Siria e il movimento Hezbollah devono collaborare più strettamente, arginando l’agenda settaria e taqfirista di Arabia Saudita, Quwayt e Qatar, amplificata dalla NATO in Turchia e dal totale fallimento di USA, Francia e Regno Unito.

ap229496324122Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iraq: situazione dal 23 al 27 giugno

Alessandro Lattanzio, 28/6/2014
801cff3273e5183d6ee40d9cf5b4042e22 giugno, Umaya Naji Jabara, consigliera del governatore di Tiqrit, veniva uccisa da un cecchino del SIIL, ma dopo aver eliminato tre terroristi.
23 giugno, la Giordania invia truppe, blindati e pezzi di artiglieria al suo confine con l’Iraq. Presso la raffineria Baiji, l’assalto di 11 autoveicoli dei terroristi viene respinto con la distruzione di 9 di essi tramite attacchi aerei, 22 i terroristi eliminati. Presso Ramadi, le forze di sicurezza irachene riprendono il controllo del valico di frontiera di al-Walid, tra Iraq e Siria, dopo che i terroristi del SIIL l’avevano brevemente sequestrato. Liberato anche il valico di Tribil con la Giordania. Più di 70 persone uccise nella provincia di Babil, dopo che i terroristi hanno attaccato un convoglio che trasferiva i detenuti di una prigione.
24 giugno, l’aviazione irachena attacca le postazioni dei terroristi a Tal Afar. Il Maggior-Generale Abu Walid afferma di aver ripreso la parte meridionale della città dopo la riorganizzazione delle forze governative. I terroristi entrano ad al-Alam, ad est di Tiqrit, dopo un accordo con il locale clan Jabur. I servizi di sicurezza e le milizie irachene eliminano i terroristi da al-Athim, 60 km a nord di Baquba. Riyadh al-Athath, a capo del governo provinciale di Baghdad, afferma che le forze di sicurezza a Baghdad sono sufficienti per affrontare il SIIL. Arrivano i primi 50 ‘consiglieri’ statunitensi, inviati a Kirkuk per crearvi un centro d’intelligence. Il compito principale degli “osservatori” degli Stati Uniti è, secondo il dipartimento della Difesa USA, “valutare le forze irachene che combattono contro le brigate del SIIL“. I 300 “consiglieri” statunitensi non sono che spie inviate a compromettere la sicurezza operativa e le forze irachene. Il quotidiano turco Milliyet afferma che cittadini dei seguenti Paesi sono presenti al confine con la Siria: Cina, Germania, Francia, Svizzera, Svezia, Arabia Saudita, Azerbaijan, Afghanistan, Stati Uniti, Uzbekistan, Tagikistan, Yemen, Marocco, Tunisia, Libano, Sudan e Russia. Il capogruppo parlamentare di Hezbollah, Muhammad Rad, afferma che il movimento di resistenza libanese affronterà i mandanti del SIIL, dopo che il presidente iraniano Hassan Ruhani aveva indicato negli Stati del Golfo Arabo i finanziatori del terrorismo. “Sappiamo come affrontare i vostri piani e come abbattere le vostre illusioni. Si volgeranno contro di voi quando il nostro popolo in Iraq li scaccerà“. Ruhani aveva invitato gli “Stati dei petrodollari” a interrompere il finanziamento del terrorismo, “Consiglio i Paesi musulmani che sostengono i terroristi con i loro petrodollari di fermarsi. Domani sarete i prossimi ad essere presi di mira… da tali terroristi selvaggi, che si sporcano le mani uccidendo musulmani“.
25 giugno: il premier Nuri al-Maliqi dichiara che i tentativi occidentali di eliminarlo tramite “l’invito a formare un governo nazionale di emergenza è un colpo di Stato contro la costituzione e il processo politico. L’obiettivo pericoloso di formare un governo nazionale di emergenza non è occulto. È un tentativo di coloro contrari alla Costituzione e al processo democratico, sabotando il voto degli elettori”. L’alleanza elettorale dell’amministrazione al-Maliqi ha 92 seggi in parlamento, tre volte quelli del secondo partito. Al-Maliqi ha avuto circa 720000 voti personali, di gran lunga superiore a qualsiasi altro candidato. L’Iran avrebbe inviato velivoli carichi di forniture militari in Iraq, dove avrebbe anche istituito un centro di raccolta informazioni e d’intercettazione delle comunicazioni a Baghdad, ed impiegato droni da ricognizione. La Siria effettua attacchi aerei sulle posizioni dei terroristi nell’Iraq occidentale. Il governo egiziano chiude tre canali iracheni, al-Baghdadiya, al-Rafadayn e al-Hadath su richiesta del governo iracheno, poiché incitano all’odio settario in Iraq. Scontri tra terroristi a Sayda, provincia di Diyala. 5 terroristi del SIIL eliminati a Tiqrit. Il SIIL ha finora bruciato 11 chiese e distrutto la tomba del profeta Yunus e la tomba del profeta Shayth a Mosul.
26 giugno, 40 turcomanni sciiti vengono assassinati dal SIIL nei villaggi Tuz Khurmato e Bashir, presso Kirkuk. Muqtada al-Sadr, a Najaf, afferma “Faremo tremare il terreno sotto i piedi dell’ignoranza e dell’estremismo“. Il presidente del governo regionale del Kurdistan, Masud Barzani, visita Kirkuk per rassicurare i funzionari locali che le forze curde difenderanno la città contro il SIIL. La visita di Barzani è avvenuta il giorno dopo l’attentato che ha ucciso 7 persone e ferito altre 20. Una bomba nel quartiere sciita di Baghdad di Qadhimiya uccide 8 persone. William Hague, il ministro degli Esteri inglese si reca a Baghdad e nel Kurdistan iracheno per incontrarne i capi. Iyad Allawi, ex-premier fantoccio degli USA e capo della coalizione United Alliance, incontra capi curdi e sunniti “per trovare una soluzione per il futuro dell’Iraq”. Infatti Washington spera che i gruppi armati sunniti fiancheggiatori del SIIL possano essere persuasi a passare dall’altra parte, a condizione che siano inclusi in un nuovo governo. Gli iracheni riorganizzano le forze armate, che  respingono un altro assalto a Samara eliminando 6 terroristi. Le forze di sicurezza governative eliminano il capo del SIIL a nord di Tiqrit. Altri 22 terroristi e 8 loro autoveicoli vengono eliminati dai Servizi di sicurezza nella provincia di Anbar. Altri 7 terroristi sono liquidati a nord di Baquba. Elicotteri dell’esercito iracheno bombardano il palazzo di Sadam Husayn a Tiqrit. Le forze irachene lanciano un assalto aereo a Tiqrit sbarcando dei commando nello stadio dell’università, un elicottero viene abbattuto dai terroristi. Intensi scontri intorno al complesso universitario. I tiratori dell’esercito si posizionano sugli edifici del complesso universitario. In precedenza, le forze governative avevano inviato commando d’élite a bordo di elicotteri a difendere la più grande raffineria di petrolio del paese, a Baiji. Il segretario di Stato USA John Kerry s’incontra a Parigi con il ministro degli Esteri iracheno Nasser Judah e le controparti di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti per discutere di Siria e Iraq.
27 giugno, il portavoce dell’esercito Qasim Ata dichiara, “i militanti del SIIL che cercavano di avvicinarsi alla raffineria di Baiji sono stati schiacciati. Vi assicuriamo che la raffineria è il cimitero dei vili terroristi del SIIL“. Dopo il raid dei commando governativi iracheni a Tiqrit, i terroristi del SIIL fuggivano verso Kirkuk, mentre la locale base militare ritornava ai governativi. Kerry chiarisce che gli Stati Uniti non chiedono un governo d’emergenza, avendo Maliqi respinto qualsiasi idea di governo di unità nazionale di emergenza, proposto ufficialmente dal fantoccio della CIA Iyad Allawi. Tre sospetti, l’ex-ufficiale statunitense Douglas Gillem, l”accademico’ (leggasi agente della CIA) statunitense Mark Polyak e il ‘ricercatore’ francese Fabrice Jean-Michel Robert Blanche, vengono arrestati mentre tentano d’infiltrarsi in Siria, a Kilis. Erano equipaggiati di macchine fotografiche, telefoni satellitari e dispositivi di navigazione. Il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman afferma “L’Iraq si spezza sotto i nostri occhi e sembra che la creazione di uno Stato curdo indipendente sia scontata“, anche il presidente israeliano Shimon Perez, ha detto “I curdi hanno di fatto creato un proprio Stato democratico. Uno dei segni della democrazia è la concessione della parità alle donne“. Difatti, il greggio curdo fluisce in Israele passando per la Turchia: una nave cisterna, la Baltic Commodore, era arrivata nel porto israeliano di Ashkelon carica di greggio iracheno già il 31 gennaio 2014, seguita dalla Hope A carica di greggio curdo giunta ad Ashkhelon e Haifa il 10-15 febbraio. Infine la Kriti Jade, sempre carica di greggio curdo, era salpata dalla Turchia per Ashkhelon e Haifa, il 17-20 maggio. Il primo ministro della regione curda Nechervan Barzani, visita Ankara per incontrare il ministro degli Esteri turco Ahmed Davotoglu, il ministro dell’Energia e delle Risorse naturali Taner Yildiz, il capo del servizio d’intelligence turco MIT Hakan Fidan e rappresentanti dell’AKP, il partito al potere in Turchia, per discutere del riconoscimento dello Stato curdo nel Nord dell’Iraq. La visita in Turchia segue una del premier curdo a Teheran.
Dal 2004 le Forze Armate irachene hanno ricevuto dagli Stati Uniti 146 carri armati Abrams A1AIM; 10000 veicoli corazzati ruotati M-1117, Cougar, Humvee; 1000 veicoli trasporto truppe M-113; semoventi M-109 e obici M-198 da 155 mm; missili anticarro Hellfire; sistemi antiaerei missilistici Hawk ed Avenger/Stinger. L’Iraq intanto acquista velivoli da combattimento da Russia e Bielorussia per combattere i terroristi, dati i gravi ritardi nel consegnare i caccia F-16 degli Stati Uniti. Le truppe irachene sono rimaste senza supporto aereo e il primo ministro Nuri al-Maliqi dichiara che gli aviogetti “dovrebbero arrivare tra due o tre giorni. Se Dio vuole, entro una settimana questa forza sarà efficace e distruggerà i covi dei terroristi“. Al-Maliqi accusa “di lungaggine e grave lentezza” gli Stati Uniti nella consegna di 36 velivoli da combattimento. “Sarò franco dicendo che c’eravamo illusi quando abbiamo firmato il contratto con gli Stati Uniti. Non dovevamo comprare solo jet statunitensi, ma avremmo dovuto comprare jet inglesi, francesi e russi per fornire supporto aereo. Se oggi avessimo avuto il supporto aereo, niente di tutto questo sarebbe successo“. Secondo il sito dell’intelligence militare israeliana DEBKAfile “L’attacco aereo siriano in Iraq è una dimostrazione impressionante della stretta sincronizzazione operativa tra i centri di comando iraniani a Damasco e Baghdad, collegati agli alti comandi degli eserciti siriano e iracheno. Questo coordinamento permette flessibilità ai centri di comando di Teheran nelle due capitali arabe, inviando droni iraniani dalle basi aeree siriane e irachene, per informare i centri con l’intelligence necessaria per la pianificazione strategica delle operazioni militari degli eserciti siriano e iracheno”, volte a respingere il tentativo del SIIL di creare un’entità tra Diyala e Raqah, puntando a tagliare i collegamenti tra Iran e Siria, e a collegare la Turchia a Giordania e Arabia Saudita. Uno degli obiettivi della guerra d’Israele contro il Libano, nel luglio 2006, era il “Nabucco“, il gasdotto che dal Mar Caspio doveva raggiungere la Turchia e il porto di Haifa in Israele, per poi arrivare al Mar Rosso, creando un’alternativa alla rotta via stretto di Hormuz. È lo stesso obiettivo del SIIL. Il gasdotto Bassora-Banyas che trasporta petrolio e gas dall’Iran al Mar Mediterraneo è stato infatti interrotto dal SIIL.

Iraqi Checkpoint StationFonti:
al-Alam
Aydinlik Daily
Dedefensa
Islamic Invitation Turkey
Jordan Times
National Post
Nsnbc
Nsnbc
Nsnbc
Reseau International
Times of India
Vineyard Saker
Vineyard Saker
Vineyard Saker
Vineyard Saker
Zerohedge

Alessandro Lattanzio all’IRIB: “Guantanamo per reclutare dirigenti dell’esercito di mercenari e terroristi

Brzezinski capovolto: il dilemma finale eurasiatico

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 22 giugno 2014

zbigniew-brzezinskiIntroduzione
Un cambiamento globale nella strategia degli Stati Uniti è attualmente in corso, con gli USA che passano da ‘gendarme del mondo’ a mandante criminale. Questo cambiamento fondamentale comporta essenzialmente che gli Stati Uniti passino dalle grandi operazioni militari offensive alle forze stay-behind difensive. Parte di tale trasformazione è la riduzione militare convenzionale e sua sostituzione con forze speciali e agenti d’intelligence. Anche le compagnie militari private (PMC) occupano un ruolo maggiore nella grande strategia degli Stati Uniti. Naturalmente, ciò non vuol dire che gli Stati Uniti non hanno più la capacità o la volontà di aggredire, per nulla, ma che la strategia in evoluzione degli Stati Uniti preferisce un approccio più indiretto e nefasto alla proiezione di potenza, superando invasioni e bombardamenti di massa. Così seguendo il consiglio di Sun Tzu che  scrisse che, “la suprema eccellenza consiste nel spezzare la resistenza del nemico senza combattere“. Il risultato è una miscela di rivoluzioni colorate, guerre non convenzionali ed interventi di mercenari evitando l’uso diretto delle truppe degli Stati Uniti e basandosi sull’ampio coinvolgimento dei fantocci regionali. Ciò si traduce nella promozione della politica statunitense attraverso metodi obliqui e il mantenimento della relativa negazione plausibile. È importante sottolineare che l’assenza di forze convenzionali sia pensata per ridurre il rischio di un confronto diretto tra Stati Uniti e Russia, Cina e Iran, gli obiettivi primi di tali guerre per procura. Il piano di destabilizzazione strategico e di fratturazione eurasiatico deve la sua genesi a Zbigniew Brzezinski e al suo concetto dei Balcani eurasiatici. Gli Stati Uniti sono flessibili nel praticare questo concetto, che non si ferma finché la destabilizzazione incontra un ostacolo e non può avanzare. In questo caso, come in Ucraina, Siria e Iraq e forse presto nel Mar Cinese Meridionale, lo stratagemma evolve massimizzando il caos negli Stati trampolino posizionati sulla soglia delle potenze eurasiatiche. L’idea è creare “buchi neri” del disordine assoluto in cui Mosca, Pechino e Teheran siano “dannati se intervengono, dannati se non intervengono”. Idealmente, gli Stati Uniti preferiscono che i loro obiettivi siano risucchiati in un pantano che li esaurisca e li destabilizzi, come nella guerra sovietico-afgana che Brzezinski tramò oltre 30 anni fa. Lontano dall’espansione dei Balcani eurasiatici e ritornando alle radici dell”anarchia afgana’, si ha la natura del Brzezinski capovolto, che pone nella trappola del dilemma finale le potenze eurasiatiche.

Il prototipo afgano
L’esperienza degli Stati Uniti nell’addestrare e armare i mujahidin per scatenare e gestire la guerra sovietico-afgana, può essere considerata la prima incursione della strategia del mandante. Gli Stati Uniti cooperarono con Pakistan e altri Stati islamici diffondendo il caos in Afghanistan (anche creando l’organizzazione mercenaria internazionale al-Qaida), destabilizzando strategicamente, in modo così allettante, l’Unione Sovietica da non potere resistere alla sollecitazione ad intervenire. Obiettivo ultimo dal successo clamoroso e anche culmine delle guerre per procura della Guerra Fredda, che modificò nettamente l’equilibrio del potere internazionale del momento. Fu un tale successo che venne accreditato come uno dei fattori che contribuirono alla dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991. Ciò alterò l’equilibrio del potere globale e portò al momento unipolare degli Stati Uniti. In tale periodo, il prototipo della guerra per procura afgana non fu più ritenuto necessario poiché gli Stati Uniti avevano potere, volontà e possibilità di proiettare potenza direttamente e con forza in tutto il mondo.

Il momento unipolare dello Shock and Awe
Ubriachi di potere dopo esser usciti vittoriosi dalla guerra fredda, gli Stati Uniti iniziarono un’ondata di interventi militari con la prima guerra del Golfo. Anche se spacciata come operazione multilaterale, gli Stati Uniti furono il maggiore azionista della coalizione bellica. Nel giro di pochi anni gli Stati Uniti bombardarono le posizioni serbe in Bosnia prima di iniziare la guerra unilaterale della NATO nel Kosovo, provincia della Serbia. Fu il bombardamento della Serbia a svegliare i decisori russi sulla necessità di difendere il loro Paese da minacce future, iniziando così l’impegno a modernizzazione la propria industria della Difesa, al fine di scoraggiare un attacco diretto USA/NATO contro gli interessi russi. Tuttavia, ciò non determinò un cambio immediato, e nel frattempo il potere degli Stati Uniti era al culmine. Dopo gli attacchi terroristici del 9/11, gli Stati Uniti intrapresero l’operazione militare e successiva occupazione dell’Afghanistan, un Paese situato dall’altra parte del mondo e vicino all’Heartland dell’Eurasia. Tale massiccia espansione della potenza militare statunitense nel continente fu inedita, ma anche segnò il culmine dell’era post-guerra fredda. L’epitome del momento unipolare fu in realtà la campagna Shock and Awe del 2003 in Iraq. In quel periodo gli Stati Uniti bombardarono massicciamente l’Iraq con una dimostrazione di forza volta sicuramente a ricordarne al resto del mondo lo status di superpotenza. Inoltre distribuirono una quantità incredibile di truppe e armamenti in Medio Oriente. Ironia della sorte, i successivi costi finanziari della guerra e dell’occupazione svolsero un ruolo decisivo nel ridurre la potenza statunitense permettendo ad altri Paesi, come Russia e Cina, di affrontare la sfida e difendere dagli Stati Uniti le proprie sfere d’interesse.

I Balcani eurasiatici
Fu al centro del momento unipolare, nel 1997, che Brzezinski, autore di “La Grande Scacchiera”,  definì le priorità geostrategiche degli Stati Uniti in Eurasia e come raggiungerli al meglio. Postulò l’indispensabilità per gli Stati Uniti di un’influenza dominante sull’Eurasia, e che la via migliore perciò fosse impedire la collusione tra Russia e Cina. La ‘balcanizzazione’ strategica delle società del continente eurasiatico è un mezzo cardine per destabilizzare l’intero continente. Nella sua conclusione logica, prevede di creare un’ondata di anarchia etnica, religiosa e politica che può schiantare e smembrare le civiltà di Russia, Cina e Iran. Per certi aspetti, le guerre statunitensi in Afghanistan e Iraq e le loro conseguenze caotiche, possono essere viste come dettate dalla filosofia di tale principio. Gli Stati Uniti hanno anche storicamente intrapreso operazioni di cambio di regime come metodo per diffondere la destabilizzazione continentale facendo penetrare la potenza occidentale in Eurasia.

Cambio di regime
Il cambio di regime è sempre stato una caratteristica della politica estera statunitense, dal rovesciamento segreto del governo siriano nel 1949. Da allora, la CIA avrebbe rovesciato o tentato di rovesciare più di 50 governi, anche se l’ammise solo in 7 casi. Il cambio di regime può essere diretto o indiretto. Del primo caso vi sono gli esempi di Panama nel 1989 o Iraq nel 2003, mentre del secondo vi sono il colpo di Stato iraniano del 1953 o le rivoluzioni colorate. Come evidenziato dal recente colpo di Stato ucraino, il cambio di regime oggi può essere svolto al modico costo di soli 5 miliardi di dollari, una frazione della spesa richiesta per rovesciare direttamente Janukovich e invadere il Paese. Inoltre, a seguito delle circostanze internazionali e della rinascita della potenza militare russa, era impossibile agli Stati Uniti farlo senza rischiare una grande guerra. Pertanto, le operazioni segrete di cambio di regime sono preferibili quando gli interessi di altre grandi potenze sono in gioco. E’ assai importante che la nuova dirigenza sia percepita legittima dalla comunità internazionale dopo il colpo di Stato. Dato che la democrazia occidentale è vista come elemento standard di un governo legittimo, le rivoluzioni colorate pro-occidentali sono il metodo ottimale di cambio di regime negli Stati presi di mira che oggi non praticano tale forma di governo.

Rivoluzioni colorate
Le rivoluzioni colorate sono colpi di Stato filo-occidentali eterodiretti. In particolare utilizzano  social media e ONG per infiltrare la società, ingrossare i ranghi ed espanderne l’efficienza dopo l’avvio dell’operazione di cambio di regime. In genere manipolando grandi masse si crea l’illusione di un vasto movimento popolare di scontenti che si sollevano contro una dittatura tirannica. Tale percezione fuorviante consente al tentativo di colpo di Stato di avere ampio sostegno e l’accettazione dalla comunità occidentale, denigrando le legittime autorità che cercano di opporsi al rovesciamento illegale. Le masse manipolate sono trascinate per le piazze soprattutto tramite le tattiche di Gene Sharp, che con destrezza cercano di amplificare i movimenti di protesta sociale al massimo possibile. Tale nuovo metodo di guerra è estremamente efficace perché presenta un dilemma sorprendente per la leadership dello Stato interessato, usare la forza contro i manifestanti civili (de facto scudi umani inconsapevoli manipolati politicamente), per colpire il nucleo estremista tipo Pravyj Sektor? E sotto gli occhi dei media occidentali che seguono gli sviluppi, il governo può permettersi d’essere isolato dalla comunità delle nazioni, se si difende legalmente? Così, le rivoluzioni colorate presentano la strategia da Comma-22 al governo preso di mira; non è quindi difficile capire perché si siano diffuse nello spazio post-sovietico e oltre, sostituendo i ‘tradizionale’ colpi di Stato della CIA, divenendo il modus operandi occulto del cambio di regime.

1175352Verso la strategia del mandante e la sua accettazione ufficiale
Le convenzionali (forti) strategie di cambio di regime (Panama, Afghanistan, Iraq) erano possibili in un mondo unipolare, ma con il momento unipolare che svanisce, gli Stati Uniti sono costretti a riavviare il modello del mandante con cui già flirtarono durante la guerra sovietico-afgana. La prima indicazione ufficiale che gli Stati Uniti passavano a tale strategia fu il loro comportamento nella guerra di Libia del 2011, dove usarono per la prima volta la tattica del mandante. Ciò fu seguito dall’allora segretario alla Difesa Robert Gates, nel discorso finale in cui implorò gli alleati della NATO a fare di più per aiutare gli Stati Uniti nell’affrontare le sfide globali. Fu quindi evidente che gli Stati Uniti non erano più entusiasti del “far da sé”, come prima, né sembravano disposti a porre l’ultimatum “siete con noi o contro di noi”. L’indicazione che la potenza statunitense declinava  relativamente davanti le altre grandi potenze, fu formalmente indicata dal National Intelligence Council del 2012. Nella sua pubblicazione “Global Trends 2030“, scrisse come gli Stati Uniti saranno “primus inter pares” perché “il ‘momento unipolare’ è finito e la ‘Pax Americana’, l’era della supremazia statunitense nella politica internazionale iniziato nel 1945, si esaurisce rapidamente”. Chiaramente, in un ambiente così competitivo, l’unilateralismo aggressivo sarà sempre più difficile da attuare senza rischiare conseguenze. Quest’ulteriore dato diede impulso alla strategia del modello del mandante nell’attuazione dei piani militari statunitensi. Infine, il presidente Obama istituzionalizzò il modello del mandante parlando a West Point a fine maggio. Nel suo discorso sottolineò che “l’America deve dirigere la scena mondiale… ma che l’azione militare degli Stati Uniti non può essere l’unica, o addirittura prima, componente della nostra leadership in ogni caso. Solo perché abbiamo il miglior martello non significa che ogni chiodo sia un problema“. Ciò fu interpretato come se gli Stati Uniti abbandonassero formalmente l’unilateralismo del ‘fare da sé’ salvo in circostanze eccezionali. A questo punto, è evidente che gli Stati Uniti hanno mostrato definitivamente l’intenzione di scambiare il posto di poliziotto mondiale con quello di mandante occulto. Illustra ulteriormente tale punto la trasformazione sociale e politica regionale che gli Stati Uniti hanno immaginato con la Primavera araba, che non sarebbe riuscita come azione unilaterale. Pertanto, il 2011 rappresenta la fine ufficiale del momento unipolare e l’inizio dell’era del mandante, e l’adattamento dei militari statunitensi al mondo multipolare.

Le improvvisazioni siriana e ucraina
Siria e Ucraina rappresentano improvvisazioni tattiche delle strategie del mandante e dei Balcani  eurasiatici. L’ibrido risultante presenta la prima indicazione di ciò a cui somiglia il nuovo approccio alla guerra degli Stati Uniti. Cominciando con la Siria, la guerra segreta degli Stati Uniti rientra nei  piani per la trasformazione della regione con la Primavera araba. A differenza di Tunisia, Egitto o Yemen, le autorità siriane hanno resistito con fermezza al tentativo di rivoluzione colorata grazie al notevole sostegno popolare e alla legittimità tra la popolazione. Ciò era un ostacolo all’attuazione del modello del mandante appena lanciato in Libia (pseudo-rivoluzionari aiutati dai raid aerei occidentali). Considerando che in Libia ampi segmenti della società erano precariamente tenuti insieme dalla personalità e dal governo di un singolo individuo, in Siria la situazione era completamente diversa. La Siria ha una identità civile, mentre la Libia ha solo un’identità nazionale (anche se Gheddafi cercava di far evolvere tale identità a livello continentale africano, prima di essere rovesciato e ucciso). Tuttavia, poiché un forte sostegno popolare ha reso estremamente difficile ‘balcanizzare’ la Siria allo stesso modo della Libia, gli Stati Uniti dovettero improvvisare la propria strategia ed adattarsi a questo ostacolo. Gli Stati Uniti così optarono per la strategia del  mandante indiretto, contribuendo a reclutare, addestrare, armare e dispiegare mercenari islamici in Siria, utilizzando la Turchia come ascaro regionale grazie ai mutui interessi. Ankara ha l’ambizione di ripristinare l’impero ottomano anche se rimodellato e quindi era l’alleato più attivo degli Stati Uniti nel destabilizzare la Siria. Quando l’ibrido rivoluzione colorata/eterodiretta non era evidentemente sufficiente a rovesciare il governo siriano, gli Stati Uniti passarono alla strategia della guerra non convenzionale. Pertanto, il contributo dell’esperienza siriana alla nuova strategia di guerra degli Stati Uniti fu dare ai gruppi mercenari addestrati dagli occidentali un ruolo maggiore nel promuoverne sul campo gli obiettivi. Tale principio viene applicato con alterne fortune in Ucraina dopo il colpo di Stato contro Janukovich. Prima gli Stati Uniti avevano ancora una volta lanciato la loro ibrida rivoluzione colorata/eterodiretta, salvo che in questo caso la Polonia ha sostituito la Turchia come potenza egemone regionale nella destabilizzazione del vicino. Indipendentemente da ciò, vi sono molte somiglianze strutturali, ma a differenza di Assad che ha coraggiosamente resistito alla guerra combattuta contro di lui, Janukovich capitolò e fu rovesciato  rapidamente. A questo punto, il popolo di Crimea e del Donbass si oppone ai golpisti cominciando a far valere i propri diritti umani. Mentre la Crimea ha avuto successo nel rapido ricongiungimento con la Federazione russa (grazie a circostanze storiche uniche e alla demografia), il Donbas ha dovuto condurre una lunga lotta di autodeterminazione. In questa lotta gli Stati Uniti importano la loro strategia siriana in Ucraina. Mercenari occidentali, agenti della CIA e dell’FBI, consiglieri militari e oltre 50 milioni di dollari sono stati inviati alla giunta per aiutarla a reprimere la ribellione orientale. Il fatto che le improvvisazioni apprese durante la destabilizzazione siriana siano ripetute in un altro teatro, conferma che gli Stati Uniti hanno sviluppato un nuovo approccio alla guerra.

Brzezinski capovolto e le insidie eurasiatiche
Le guerre segrete condotte dagli Stati Uniti in Siria e Ucraina sono parte integrante della più ampia strategia dei Balcani eurasiatici. Idealmente, la logica del mandante è diffondere la destabilizzazioni come un incendio in una foresta arida, fagocitando Iran (con la Siria e il flusso di mercenari in Iraq) e Russia (Ucraina). Questo pio desiderio è subito fallito quando la Siria e il popolo di Crimea e del Donbas hanno resistito. Per estensione, Iran e Russia coprono i loro interessi nelle rispettive sfere, comprendendo che il successo della politica estera degli Stati Uniti potrebbe costituire una minaccia esistenziale. Così, con la destabilizzazione relativamente contenuta, la strategia inversa di Brzezinski viene respinta. Gli Stati Uniti hanno cercato di capitalizzare il caos in Siria e Ucraina,  per creare “buchi neri” in cui risucchiare Iran e Russia. Scientificamente parlando, un buco nero è formato da una stella collassata, per far sì che tale metafora sia rapidamente trapiantata nella geopolitica, si guardi al caos balcanizzato formato da uno Stato fallito (o parti di essi). La Siria non è crollata, ma parti del Paese rimangono al di fuori del controllo del governo legittimo. L’Iraq si  avvicina allo status di Stato quasi fallito, i cui problemi possono rappresentare una pericolosa minaccia per l’Iran. Allo stesso modo, l’Ucraina è uno pseudo-Stato fallito, e gli eventi che genera  sono un pericolo significativo per la Russia. In entrambi i casi, accade che i buchi neri si formano in alcune parti della Siria, della maggior parte dell’Iraq e in Ucraina, la cui attrazione gravitazionale è la destabilizzazione e il caos che possono facilmente aspirare Iran e Russia. Dopo tutto, Iran e Russia hanno i legittimi interessi di sicurezza nazionale messi in pericolo dalle azioni degli USA  nelle vicinanze, e la tentazione potrebbe essere troppo grande per astenersi da un coinvolgimento. Ciò rende le situazioni in Siria/Iraq e Ucraina delle insidie eurasiatiche per intrappolare Iran e Russia. Russia e Iran sono obiettivi del Brzezinski capovolto, perché gli Stati Uniti hanno già importanti infrastrutture e influenza nelle loro vicinanze (NATO e basi nel Golfo). Ciò facilita la direzioni di tali grandi operazioni segrete. Una struttura simile non è ancora pronta nel Sudest asiatico, ma potrebbe presto apparire dopo il Pivot in Asia degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno infrastrutture e influenza in Asia nordorientale, ma il sud-est asiatico rappresenta il ventre molle di Pechino. In futuro gli Stati Uniti potranno utilizzare le lezioni di Siria/Iraq e Ucraina per costruire una trappola ancora più allettante contro la Cina, o forse riuscire a mettere Russia e Iran ‘fuori gioco’, e una sistemazione sarebbe possibile con la Cina, consolidandola in una posizione asservita. Allo stesso modo, se gli Stati Uniti avessero successo nella destabilizzazione su larga scala dell’Asia centrale, dopo il ritiro afgano, un mega-buco nero regionale potrebbe svilupparsi aspirando contemporaneamente Russia, Cina e Iran. Sarebbe il colpo di grazia della pianificazione eurasiatica statunitense e rappresenterebbe il raggiungimento dell’obiettivo strategico della Grande Scacchiera.

Riflessioni conclusive
Compiendo una svolta completa Brzezinski è tornato ai suoi principi fondamentali, attirare gli avversari degli USA in impegni strategici da cui non poter ritirarsi. La sua istigazione della guerra sovietico-afgana con i mujahidin addestrati e armati dalla CIA, prima dell’intervento sovietico, non deve mai essere dimenticata. Il concetto dei Balcani eurasiatici ha ampiamente oscurato tale capitolo del passato di Brzezinski, ma ciò non significa che non sia meno importante per la dottrina strategica statunitense contemporanea. Mentre il momento unipolare degli Stati Uniti si avvicina al crepuscolo, l’alba dell’era multipolare è dietro l’angolo. Ciò richiede un cambio fondamentale del precedente modello offensivo degli Stati Uniti in Eurasia, e quindi il rilancio della strategia del mandante. Per accentuare il fatto che tale strategia sia attualmente utilizzata dai vertici statunitensi, si deve andare oltre i casi di Siria e Ucraina. Questi due campi di battaglia sono i fronti dichiarati di tale strategia, essendo i test in tempo reale per perfezionare tale idea. Le recenti dichiarazioni dimostrano che l’obiettivo principale degli Stati Uniti è attirare Russia e Iran nei pantani eurasiatici di Ucraina e Siria/Iraq. Brzezinski stesso ha detto che gli USA devono armare direttamente Kiev, al fine di bloccare tutte le forze russe d”invasione’ che è convinto essere sul punto di attraversare il confine. Egualmente, gli Stati Uniti ora parlano di ‘collaborare’ con l’Iran per sconfiggere il SIIL filo-occidentale in Iraq. Il pensiero va ai raid aerei statunitensi che coprirebbero le offensive della Guardia Rivoluzionaria iraniana (in coordinamento con l’esercito iracheno), ma in realtà ciò permetterebbe agli Stati Uniti di scegliere quando e dove entrare in battaglia (da esterni), mentre le truppe iraniane ed irachene sarebbero usate come carne da cannone. L’offerta di cooperare non è altro che una finta per ingannare gli iraniani impigliandoli nella trappola irachena. Il “reset iraniano” è altrettanto falso del reset USA-Russia, un inganno per guadagnare tempo prezioso per montare il tradimento strategico. Mentre le insidie in Medio Oriente ed Europa orientale sono già dispiegate, la versione asiatica è ancora in sviluppo. Gli Stati Uniti devono prima completare il Pivot in Asia per completare la trappola alla Cina, tuttavia ciò non vuol dire che non siano già state testate diverse strategie. Ad esempio, la controversia vietnamita-cinese sul Mar Cinese Meridionale continua a tendersi, con accuse di aggressività da entrambi le parti. Gli Stati Uniti testano il terreno per usare i leader regionali quali partner eterodiretti, e finora sembra che il Vietnam sia in prima linea nelle riuscite manovre anticinesi. Tuttavia, poiché il Pivot in Asia è ancora in essere, può cambiare, ed è difficile prevedere esattamente quale sarà la trappola asiatica quando sarà infine dispiegata.
In conseguenza delle mutate circostanze internazionali, gli Stati Uniti hanno definitivamente abbandonato i grandi interventi militari a favore delle guerre segrete per procura con i paramilitari. La nomina di Frank Archibald a capo del National Clandestine Service (NCS) della CIA, nel 2013, è la prova dell’importanza delle operazioni paramilitari, del cambio di regime e delle rivoluzioni colorate nella strategia statunitense. Archibald partecipò alla guerra civile bosniaca e seguì la prima rivoluzione colorata in Serbia nel 2000. Quando un esperto in campagne paramilitari e rivoluzioni colorate, per inciso le prime riuscite nella storia, viene messo al vertice della NCS, allora qualsiasi movimento rivoluzionario colorato dovrebbe giustamente essere sospettato essere un’operazione della CIA, così come qualsiasi campagna paramilitare dannosa agli interessi russi, cinesi e iraniani. Mentre gli Stati Uniti riducono la dipendenza dal conflitto convenzionale, seguendo il consiglio di Sun Tzu di sconfiggere il nemico senza combattere direttamente, il nuovo approccio statunitense alla guerra è ancor più nefasto. Il padrino della guerra sovietico-afgana è tornato alle sue grandi radici strategiche, e la sua influente eredità ha portato alla creazione di due trappole eurasiatiche invitanti per Russia e Iran. Entrambi gli obiettivi prefissati furono attirati in conflitti sanguinosi quando l’Unione Sovietica finì in Afghanistan nel 1979, e siano “dannati se intervengono, dannati se non intervengono“. Quando si parla delle atrocità umanitarie e dei crimini di guerra in Ucraina, ciò è volutamente intrapreso al fine d’irritare la leadership russa e provocare una reazione militare emotiva. Mosca è ancora una volta nel mirino dello scaltro Brzezinski che l’aveva ingannata in passato, e l’Iran deve riflettere profondamente sulle conseguenze se ritornasse nel conflitto iracheno dopo lo stallo della guerra Iran-Iraq. Per concludere con il commento di Hillary Clinton in chiusura del suo libro di memorie, quando si tratta di Mosca e Teheran “il tempo per un’altra scelta difficile arriverà abbastanza presto“.

defense-largeAndrew Korybko è corrispondente politico della Voce della Russia, attualmente vive e studia a Mosca, per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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