Geopolitica della guerra imperialista contro la Siria: il vecchio ordine del Medio Oriente

Parte seconda
Fida Dakroub, Mondialisation, 22 maggio 2012 

Generalità
Molta infelicità nasce in questo mondo dalla confusione e dalla cose uccise [1]. Si pubblicano libri su libri, articoli su articoli, molti anche cinque o sei volte, in modo che non ci si perda durante la lunga strada verso la cosiddetta “rivoluzione” siriana, i cui eroi assediano da un anno e oltre, il “tiranno di Damasco” nel suo Gran Serraglio di dispotismo e tirannia. Analisi preliminari, analisi degli incidenti, analisi interne, e altri processi ausiliari ed essenziali, in ogni momento, crescono con grande proliferazione.
Riguardo ciascuno di queste grandi e piccoli analisi, i conduttori televisivi s’impegnano di routine, sui grandi schermi, in interviste con docenti specialisti di scienze politiche, esperti di affari siriani, presidenti dei centri di ricerca sul Medio Oriente, orientalisti ciarlatani diventati esperti di geostrategia nel Medio Oriente dopo aver letto “Tintin ed i sigari del Faraone“. Tutto questo rumore, frastuono, di quello che diranno, questo sbadiglio, russare, alla radio, in televisione, su internet, nelle sale da pranzo, tutto ciò è il “grande dibattito” sulla “primavera araba” e la supposta “rivoluzione” siriana, per l’appunto. Sono soprattutto questi “dottori” in sciamanesimo mediorientale che i media dell’ordine sono soliti fare riferimento, nel desiderio di riprodurre l’immagine tipica del “dispotismo” arabo contro la “democrazia democratica” dell’occidente. Tuttavia, questa volta, vediamo questi stessi “dottori”, che sono tanto consultati, precipitarsi davanti alle telecamere dei media dell’ordine, emittenti della propaganda imperialista, non per accusare gli arabi di “innata inclinazione al dispotismo“, ma piuttosto per glorificarli e congratularsi con loro per la loro “primavera”, considerata dai fanfaroni dell’imperialismo come l’”ultima incarnazione” del definitivo compimento della democrazia occidentale borghese. Plaudite, acta est fabula![2]

I due assi belligeranti in Medio Oriente
Tuttavia, dietro questo tremendo idillio tra i media dell’ordine e le “rivoluzioni arabe” si nascondono, con tutta l’ipocrisia del discorso “filantropico” e “liberatore”, gli interessi strategici dell’imperialismo mondiale in Medio Oriente.  
Dopo la sconfitta di Israele nella Seconda Guerra del Libano [3], l’Impero si è svegliato nell’amara realtà che gli iraniani sono già alle porte di Israele e l’arco sciita si è ben consolidato dall’Iran a est al Libano ad ovest, attraversando l’Iraq e la Siria. Questo asse contro l’Impero in Medio Oriente comprende, infatti, tre paesi: Iran, Siria e Libano (si aggiunga il governo Maliki in Iraq, dopo il ritiro delle truppe statunitensi). Il segretario generale dell’organizzazione Hezbollah, Hassan Nasrallah, l’ha ben descritto quando ha detto che questo asse ha tre ‘corpi’: la spalla (Iran), il braccio (Siria) e il pugno (Libano) [4].
Di fronte a questo asse, vi è l’asse pro-Impero, composto da Israele, punta di diamante dell’imperialismo mondiale in Medio Oriente, dagli emirati e dai sultanati della penisola arabica, dall’Egitto a sud (prima della detronizzazione del suo Faraone Mubarak), e dalla Turchia a nord. Infatti, l’asse dell’Impero è stato costituito nel 1978 con la creazione dell’ordine di Camp David [5], che aveva sostituito l’ordine del secondo dopoguerra.
In questo senso, ci sentiamo veramente “imbarazzati” nel credere al discorso “filantropico” dei fanfaroni della tragedia della “i”, ed interpretare, quindi, gli eventi che sconvolgono il mondo arabo, come fatti isolati dai piani espansionistici dell’Impero nella regione.  
Le nostre osservazioni del paesaggio siriano hanno portato a questo risultato: che l’insurrezione armata in Siria e l’improvvisa comparsa di gruppi islamici salafiti sulla scena degli eventi, non può essere compresa né dal discorso dei media dell’ordine occidentali e arabi subordinati, né ricordando a memoria il discorso poetico e miserabile del Consiglio nazionale siriano [6], ma piuttosto determinando 1) le componenti etniche e religiose del paesaggio della Siria, 2) le condizioni storiche della nascita di nuovi stati in Medio Oriente, dopo lo smembramento dell’impero ottomano nel 1918 [7], 3) il fallimento dell’impero statunitense dopo le guerre in Afghanistan e in Iraq; 4) la sconfitta di Israele nella seconda guerra del Libano [8].
Detto questo, qualsiasi discussione sulla violenza in Siria – un nome che troviamo più realistico della fantastica “rivoluzione” siriana – dovrebbe prendere come base per l’analisi, i punti di cui sopra.
Inoltre, ciò che cerchiamo di stabilire è proprio la conoscenza di un evento storico tanto significativo nella storia del Medio Oriente, e il suo effetto sugli attuali eventi in Siria; poiché anche se si possiede la conoscenza più completa possibile di tutti gli eventi della “Primavera araba“, saremmo impotenti di fronte alle seguenti domande:
In primo luogo, come spiegare il fatto che, ad un certo punto nella guerra contro il terrorismo dichiarata nel 2011, l’antagonismo Occidente-Islam è riuscito a formare un “fronte unito” che afferma di “difendere” democrazia e diritti umani nel mondo arabo; un “fronte” che raccoglie, dietro la barricata e anche sotto la stessa bandiera della “libertà, democrazia, giustizia“, l’imperialismo degli Stati Uniti, il neo-colonialismo europeo, l’islamismo del Califfato turco e il dispotismo oscurantista arabo?
In secondo luogo, come spiegare il fatto che gli emirati e sultanati arabi del Golfo si considerino minacciati dall’Iran, un paese musulmano, e non dallo stato ebraico stabilito nel cuore del mondo arabo dall’imperialismo britannico, all’indomani della Grande Guerra?
In terzo luogo, perché Israele, un paese che si considera ed è considerato l’”unica democrazia” in Medio Oriente, a un certo punto diventa la garanzia di continuità delle politiche oscurantiste delle monarchie dispotiche della penisola arabica?
In quarto luogo, come spiegare il fatto che, nonostante la propaganda imperialista e la disinformazione dei media contro la Siria, troviamo che la maggior parte dei siriani continua a sostenere il presidente Bashar al-Assad, e che anche la maggioranza dei libanesi e degli iracheni, per non parlare degli iraniani, lo supporta?
In quinto luogo, come spiegare il fatto che le minoranze cristiane d’Oriente, che normalmente si identificano con l’”Occidente cristiano” si sentano minacciate dalla “democrazia democratica” stessa dell’Occidente, e preferiscano la “tirannia” del presidente siriano Assad alla “libertà” promessa dall’imperialismo mondiale?
E’ vero che il numero e la natura delle cause determinanti di un singolo evento qualsiasi è sempre infinito, e non vi è nelle cose stesse alcun tipo di criterio che permetta di selezionare una parte di esse, come le sole da dover prendere in considerazione; ma non possiamo lasciarci prendere “dalla confusione e uccidere le cose” della propaganda imperialista, per la semplice ragione che le cause sono infinite; al contrario, il nostro lavoro analitico richiede la distribuzione delle cause infinite in gruppi finiti di cause, che limiteremo in due aspetti: 1) le componenti etniche-religiose del paesaggio della Siria naturale, o l’eterogeneità culturale siriana e 2) la concretizzazione politica di questa eterogeneità nella nascita di nuovi Stati, a seguito della dissoluzione dell’Impero Ottomano nel 1918, sulla base di precise condizioni storiche.

Il vecchio ordine in Medio Oriente
E’ chiaro fin dall’inizio, che il mondo arabo attraversa un periodo di profonda ristrutturazione della propria mappa geopolitica, delle sue frontiere esterne ed interne, dei nomi dei suoi paesi e della loro natura. Si tratta, infatti, di una seconda grande ricostruzione in un secolo; dopo la prima ricostruzione avutasi dopo la Grande Guerra e lo smembramento dell’impero ottomano nel 1918, da parte dell’imperialismo franco-britannico. Tra la prima ricostruzione (1918) e la seconda (2011), due revisioni sono state fatte:
In primo luogo, la revisione del secondo dopoguerra che è stata applicata negli anni Cinquanta e Sessanta. Questa revisione ha portato a due eventi principali: 1) la caduta delle monarchie create dall’imperialismo francese e britannico all’indomani della Grande Guerra, la monarchia di Idris I di Libia (1951-1969), il Regno d’Egitto [9] (1922-1953), il Regno d’Iraq [10] (1921-1958), la monarchia dello Yemen [11] (1918-1962) e 2) l’indipendenza delle colonie francesi e inglesi in Africa del Nord e Medio Oriente.
In secondo luogo, la revisione dell’ordine di Camp David, istituito nel 1978 a seguito della guerra “carnevalesca” dell’ottobre 1973. Questa seconda revisione ha portato alla nascita di dittature e monarchie sanguinarie imposte e sostenute dall’imperialismo mondiale [12]. Per tre decenni, mostri come Mubarak, Saddam, gli emiri e i sultani della penisola arabica, godettero della benedizione dell’impero statunitense e dei suoi alleati europei. Da un lato, lo status quo ha imposto Israele al centro delle relazioni regionali, dall’altra parte, ha permesso a despoti e mostri arabi, docili all’impero statunitense, di tiranneggiare i loro popoli e di terrorizzarli con tortura, oppressione e sterminio. Qui citiamo l’esempio di Saddam Hussein, che si precipitò in una guerra selvaggia contro il popolo iraniano (1979 – 1988) causando 1,5 milioni di vittime fra morti e disabili [13], e l’esempio di Mubarak, il faraone egiziano e figlio di Ramses II, che s’impose in Egitto ed ha affamato il suo popolo per trentanni come nessun altro Faraone aveva mai fatto.   

L’accordo Sykes-Picot (1916)
Come evidenziato dalla mappa geopolitica del Medio Oriente, i confini degli Stati esistenti furono elaborati in piena Grande Guerra (1914 – 1918), proprio come una divisione coloniale, risultata da diversi accordi e trattati imposti da Francia e Regno Unito, le due grandi potenze coloniali del tempo; citiamo l’accordo Sykes-Picot (1916), la Dichiarazione Balfour (1917), la Conferenza di Pace (1919), il trattato di Sevres (1920) e il Trattato di Losanna (1923). Ne risulterà che francesi e britannici ridisegnarono i confini interni ed esterni delle province arabe dell’Impero ottomano, in base ai propri interessi coloniali e non, ovviamente, nell’interesse dei popoli conquistati.
Il primo accordo tra le potenze coloniali, sul futuro delle province arabe dell’Impero Ottomano, fu quello Sykes-Picot del 1916. Le grandi potenze erano in guerra. Il costo di questa guerra raggiunse già i milioni di morti e mutilati, lasciati nelle trincee di una guerra fatta per determinare quale gruppo di briganti finanziari avesse la quota maggiore di bottino coloniale. Tuttavia, lontani dai bombardamenti dell’artiglieria pesante, a Downing Street, a Londra, le due potenze coloniali, Francia e Regno Unito, si stavano preparando per ritagliare e spezzettare il “malato d’Europa“. Per queste due superpotenze, il crollo dell’Impero Ottomano era una questione di tempo.
A seguito dei lavori epistolari preparatori, durati diversi mesi, tra Paul Cambon, ambasciatore di Francia a Londra, e Sir Edward Grey, Segretario di Stato al Ministero degli Esteri, l’accordo Sykes-Picot venne concluso da Francia e Regno Unito, tra Sir Mark Sykes e François Georges-Picot, il 16 maggio 1916. L’accordo prevedeva la frantumazione del Levante e della Mesopotamia, in particolare dello spazio tra Mar Nero, Mar Mediterraneo, Mar Rosso, Oceano Indiano e Mar Caspio, allora parte dell’Impero ottomano.
Inoltre, la Russia zarista e l’Italia avevano partecipato alle deliberazioni e diedero il loro assenso ai termini dell’accordo, che rimase segreto fino al gennaio 1918 quando il nuovo governo bolscevico in Russia, l’aveva portato all’attenzione del governo della Sublime Porta, ancora proprietario dei territori interessati.  
Secondo l’accordo Sykes-Picot, il Levante e la Mesopotamia, vale a dire la Siria naturale [14], sarebbero stati divisi in cinque zone:
1. Zona di amministrazione diretta francese, formata dall’attuale Libano e dalla Cilicia;
2. Zona araba A, d’influenza francese nel nord della Siria e nella provincia di Mosul;
3. Zona di amministrazione diretta inglese formata da Kuweit e dalla Mesopotamia;
4. Zona araba B, d’influenza britannica, comprendente Siria meridionale, Giordania e il futuro mandato della Palestina;
5. Zone d’amministrazione internazionale, comprendente San Giovanni d’Acri, Haifa e Gerusalemme. Il Regno Unito otterrà il controllo dei porti di Haifa e di Acri [15].  
A un altro livello, gli Stati Uniti, che si presentavano nel ventesimo secolo come una forza “liberatrice”, non parteciparono alle delegazioni Sykes-Picot, e il presidente Woodrow Wilson cercò di presentare l’argomento dell’autodeterminazione dei popoli. Pertanto, spiegò l’8 Gennaio 1918 davanti al Congresso degli Stati Uniti, i quattordici punti che, secondo lui, avrebbero contribuito a regolare il dopo-guerra. In linea con questi quattordici punti, venne avanzata l’idea di inviare una commissione d’inchiesta nella provincia siriana.
Il dodicesimo punto indicava la posizione di Wilson sulla divisione dell’Impero Ottomano:
Alle regioni turche dell’impero ottomano, dovrebbe essere garantita la sovranità e la sicurezza, ma per le altre nazioni che sono ora sotto il dominio turco, dovrebbe essere garantita la sicurezza assoluta della vita e la piena opportunità di svilupparsi autonomamente; riguardo allo stretto dei Dardanelli,  dovrebbe rimanere sempre aperto, per consentire il libero passaggio alle navi e al commercio di tutte le nazioni, sotto delle garanzie internazionali [16].”
Infatti, i principi di Wilson non furono completamente rifiutati, l’occupazione britannica e francese delle province arabe dell’Impero Ottomano, al contrario, li legittimarono. I principi di Wilson riconobbero solo la sovranità delle regioni turche dell’Impero; riguardo le regioni arabe, questi principi garantirono solo, senza assicurare, la “sicurezza assoluta della vita e la piena possibilità di svilupparsi autonomamente.” Ciò significava, sottinteso, che i punti di Wilson ritenevano i siriani incapaci di decidere il proprio destino e il proprio futuro, e quindi di dover rimanere sotto una sorta di protettorato coloniale, prima che potessero avere la loro indipendenza.
Dal punto di vista del suo contenuto e non della sua forma, il discorso “liberare” di Wilson non si discosta molto da quello fatto dalle potenze coloniali alla Conferenza di Berlino, nel 1884, per giustificare la divisione dell’Africa [17]. Se la Conferenza di Berlino (1884) adottò un discorso sulla “civilizzazione” per giustificare il saccheggio dell’Africa [18], la Conferenza di Pace (1919) preferì un discorso “liberatore” per regolare l’assalto al Medio Oriente. Ricordiamoci anche, en passant, del discorso “democraticista” dell’Impero statunitense alla vigilia dell’invasione dell’Iraq, nel 2003.
Contrariamente a ciò che la Conferenza di Pace diffuse, i siriani [19] erano determinati a raggiungere l’indipendenza e a governare indipendentemente dalle potenze coloniali. Ciò era giustificato dalla presenza, fin dal XIX secolo, di grandi partiti politici, movimenti, organizzazioni, club, giornali, stampa, pubblicazioni, il cui obiettivo principale era raggiungere l’indipendenza delle province arabe dall’Impero ottomano. Infatti, non è vero che i turchi, sconfitti nella Grande Guerra, abbandonarono macchia e boschi occupati da una popolazione primitiva, come ama diffondere il discorso colonialista; al contrario, le città arabe dell’Impero Ottomano aveva raggiunto, a quel tempo, un livello molto avanzato nel campo dell’organizzazione urbana.   
Certo, la posizione degli Stati Uniti di fronte ai progetti di suddivisione del Levante, alla vigilia della Conferenza di Pace (1919), non può essere spiegata con la natura, allora “liberatrice” degli Stati Uniti, o dalla “buona volontà” e dal “libero arbitrio” del presidente statunitense Woodrow Wilson, “Pace dalle sue ceneri”; ma piuttosto dall’analisi oggettiva dell’”astinenza” statunitense, considerata nel contesto del rapporto di forze allora stabilito tra le due scaltre potenze coloniali, e che erano state sul punto di perdere la guerra in Europa, Francia e Regno Unito, da un lato, e una potenza imperialista in ascesa, che si precipitò in loro soccorso nel 1917, gli Stati Uniti, dall’altro lato.   In altre parole, gli Stati Uniti volevano, a quel tempo, frenare le ambizioni coloniali di Francia e Regno Unito, che si stavano preparando a una soluzione globale del Medio Oriente, secondo il modello applicato in Africa. Inoltre, gli interessi degli Stati Uniti esigevano che le province arabe dell’Impero ottomano non fossero sotto un’occupazione diretta che portasse a una soluzione globale, come era stato fatto in Africa, ma sotto un’occupazione indirettamente controllata dalla Lega delle Nazioni.
In base a questa determinazione nel rifiutare l’imperialismo britannico e francese, e le sue manifestazioni, un nuovo sistema giuridico venne introdotto gradualmente. La Società delle Nazioni organizzò nel contesto di un comitato, una consultazione delle popolazioni interessate. La Commissione d’inchiesta King-Crane venne inviata nel 1919 in Palestina, Libano, Siria e Cilicia, per indagare sui desideri dei popoli circa il loro futuro. Anche in Iraq, gli inglesi lanciarono una consultazione pubblica tra dicembre 1918 e gennaio 1919.
Percependo che la situazione gli sfuggiva, francesi e britannici, che avevano partecipato alla cattura di Damasco nel 1918, lasciarono il comitato e subito imposero ai territori interessati nuove frontiere, come venne specificato dall’accordo Sykes-Picot. L’anno seguente, le forze britanniche si ritirarono dalla zona di influenza della Francia, cedendo il controllo alle truppe francesi.
Incapace di far fronte alla volontà delle potenze coloniali, la Lega delle Nazioni gli affidò, nel 1920, un mandato sulle province arabe dell’Impero Ottomano, che doveva portare rapidamente, almeno in teoria, all’indipendenza dei due territori. Tuttavia, i nazionalisti siriani, organizzati dalla fine del XIX secolo, dopo aver auspicato la creazione di una Siria indipendente, comprendente la Palestina e il Libano, respinsero il mandato. Nel marzo 1920, il Congresso Nazionale siriano, eletto nel 1919, aveva rifiutato il mandato francese e proclamò unilateralmente l’indipendenza del paese. Tuttavia, nell’aprile 1920, la conferenza di San Remo confermò l’accordo Sykes-Picot, e legittimò l’intervento militare francese. Pertanto, le truppe del generale Gouraud entrarono a Damasco a luglio, e schiacciarono brutalmente l’indipendenza della Siria. Migliaia di nazionalisti siriani furono fucilati dall’autorità occupante francese. Così si ebbe il crollo del “grande progetto arabo” di raccogliere attorno a Damasco le province arabe già facenti parte dell’Impero Ottomano. Mentre era stata ostile ai turchi, la popolazione siriana divenne rapidamente di sentimenti anti-francesi.
Così, dalla suddivisione della Siria naturale, emersero dei nuovi Stati, che non erano mai esistiti prima dell’occupazione franco-britannica: Iraq, Giordania, Kuwait, Libano, Palestina, Siria e altri due Stati che non durarono a lungo, grazie al rifiuto totale da parte del popolo siriano – questo rifiuto portò alla Rivoluzione siriana (1925 – 1927) – stiamo parlando dello stato dei drusi e dello stato alawita.

Fida Dakroub, Ph.D

Per contattare l’autrice: Bof Dakroub 

Note
[1] Citazione di Fëdor Dostoevskij.
[2] Sul letto di morte, l’imperatore romano Augusto, sentendosi sempre più indebolito, chiese uno specchio, si fece pettinare e rasare la barba. Dopo di che disse: “Non ho giocato bene la mia parte? Sì, si rispose; Battete le mani, pertanto, ha detto, il gioco è finito! Plaudite, acta est fabula!”
[3] Dakroub, Fida. (2012, 14 maggio). La sconfitta di Israele nella seconda guerra del Libano (2006) Centre de recherche sur la mondialisation, 21 maggio 2012
[4] Moqawama
[5] Gli Accordi di Camp David furono firmati il 17 settembre 1978, dal presidente egiziano Anwar Sadat e dal primo ministro israeliano Menachem Begin, sotto la mediazione del presidente statunitense Jimmy Carter. Si trattava di due accordi quadro che furono firmati alla Casa Bianca dopo 13 giorni di negoziati segreti a Camp David. Furono seguiti dalla firma del primo trattato di pace tra Israele e un paese arabo: il trattato di pace tra Israele ed Egitto del 1979.
[6] Vedi l’articolo dall’autrice, “Le 11-Vendémiaire de la Sainte-Révolution syrienne ou L’Échec du Conseil national syrien
[7] Indichiamo per condizioni storiche tutti gli accordi e i trattati tra le potenze coloniali e imperiali sulla divisione e spartizione del Levante tra i diversi stati antagonisti, nel periodo successivo alla Grande Guerra (1914-1918).
[8] Dakroub, Fida. La sconfitta di Israele nella seconda guerra del Libano (2006). op. cit.
[9] Il regno venne istituito nel 1922, quando il governo britannico riconobbe l’Egitto indipendente. Il sultano Fuad I divenne il primo re del nuovo stato. Farouk I succedette al padre come re nel 1936. Prima la Francia, l’Egitto venne occupato e controllato dal Regno Unito dal 1882.
[10] Il regno venne prima annunciato il 23 agosto 1921, durante il mandato britannico sulla Mesopotamia. Il mandato della Società delle Nazioni esercitato dal Regno Unito, fu annullato di diritto nel 1922, ma la tutela britannica rimase parzialmente in vigore; infatti, fino al 1932, quando l’Iraq vide la sua piena indipendenza riconosciuta di diritto con la sua adesione alla Lega.
[11] Il Regno dello Yemen era uno stato che è esistito nel 1918-1962, nel nord dello Yemen moderno.
[12] Özhan, Taha, (10 ottobre 2011). The Arab “Spring”, Hürriyet
[13] Karsh, Efraim. (2002), The Iran-Iraq War 1980-1988, Osprey, Londra.
[14] Si tratta qui della Siria naturale che corrisponde grosso modo alla Siria greco-biblica, situata tra l’Anatolia, la Mesopotamia, il Mediterraneo e il Sinai (oggi Siria, Libano, Palestina, Giordania, Iraq, Kuwait e stato ebraico).
[15] Laurens, Henry. Comment l’Empire ottoman fut dépecé, Le Monde Diplomatique, aprile 2003.
[16] I Quattordici Punti del presidente Wilson, Messaggio al Congresso che delinea il programma di pace degli Stati Uniti, 8 gennaio 1918.
[17] La Conferenza di Berlino segnò l’organizzazione e la collaborazione europea nella spartizione e divisione dell’Africa. La conferenza iniziò il 15 novembre 1884 a Berlino e terminò il 26 febbraio 1885. Su iniziativa del Portogallo e organizzato da Bismarck, Germania, Austria-Ungheria, Belgio, Danimarca, Spagna, Francia, Regno Unito, Italia, Paesi Bassi, Portogallo, Russia, Svezia, Norvegia e Turchia e Stati Uniti vi  parteciparono. La conferenza di Berlino non aveva spartito l’Africa tra le potenze coloniali, si limitò a stabilire le regole di questa divisione.
[18] Nel 1876, la conferenza di geografia di Bruxelles (12-19 settembre 1876) fu convocata dal re belga Leopoldo II per inviare spedizioni in Congo, per il presunto scopo di fermare la tratta degli schiavi attuata dagli arabi e, nelle sue stesse parole, per “civilizzare” il continente africano.
[19] Per siriani, intendiamo gli abitanti naturali della Siria prima dell’accordo Sykes-Picot.

Dottore in Studi francesi (UWO, 2010), Fida Dakroub è una scrittrice e ricercatrice, membro del “Gruppo di ricerca e studio sulle letterature e le culture del mondo francofono” (GRELCEF) presso l’University of Western Ontario. È autrice de “L’Orient d’Amin Maalouf, Écriture et construction identitaire dans les romans historiques d’Amin Maalouf” (2011).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Siria e la crisi terminale della potenza militare statunitense

Dedefensa Bloc-Notes 20/03/2012

Per le forze armate degli Stati Uniti, la Siria è già una guerra prima di esserla per davvero, anche se non lo è mai realmente. La situazione reale sul terreno, che si distingue sempre più chiaramente, implica molti avvertimenti ai militari statunitensi sulla loro capacità di intervenire (“proiezione della forza“) e di controllare una situazione esterna di questo genere, sulla loro capacità di influenzare, ecc., una zona strategica di tale importanza. Abbiamo già notato la posizione espressa al Congresso, all’inizio del mese, dai capi statunitensi (il presidente dei Capi di Stato Maggiore Riuniti e Comandante del Comando Centrale, il 3 marzo 2012). I chiarimenti recenti, tra cui quelli di DEBKAfiles, (del 19 Marzo 2012 ), ma anche di altre fonti, non sono rassicuranti per il Pentagono; se si osserva tenendo in conto l’essenziale, cioè quel che costituisce l’identità e lo scopo del Pentagono, del complesso militare-industriale, dei concetti americanisti, – vale a dire la capacità di proiezione necessariamente globale della forza vittoriosa…
Ci siamo concentrati su tre aspetti, diretti e indiretti, della situazione in Siria, in termini di potenza militare statunitense, e della relativa postura strategica.
- DEBKAfiles informa sull’assistenza fornita dalla Russia alla Siria, riguardo la difesa aerea, nel concetto che punta all’ambizione d’interdire lo spazio aereo siriano alle forze aeree straniere ostili. Si tratta dell’impiego dei 50 sistemi mobili Pantsir-S1, il successore dei formidabili ZSU-23 con affusti quadrinati di cannoni da 23 millimetri a tiro rapido e radar-guidati. Il sito Australian Air Power, la migliore fonte tecnica per i sistemi russi, fornisce i dettagli che descrivono le capacità impressionanti del Pantsir-S1, nella sua versione attuale con due cannoni da 30 mm a tiro rapido e a otto postazioni lanciamissili terra-aria SA-22, montati su un unico autoveicolo, e dotato anche di un apparato di guida radar e di contro-misure elettroniche. Le funzionalità descritte si riferiscono a una capacità di risposta estremamente mobile ognitempo, una potente protezione elettronica, in particolare contro missili anti-radar HARM, una capacità di risposta contro aerei, elicotteri, missili e anche Tomahawk, bombe e missili aria-superficie Walleye 2 e Maverick. Si tratta di un vero e proprio sistema di interdizione tattica dello spazio aereo, senza eguali nel mondo per capacità, efficienza e flessibilità. Questa rete di sistemi di interdizione antiaerei della Siria è gestita da specialisti russi.
- La precisazione data da DEBKAfiles riguardo i voli iraniani sull’Iraq, per appoggiare l’intervento dell’Iran in Siria, implica l’incapacità degli Stati Uniti nel convincere il governo iracheno a vietare all’Iran di praticare queste vie aeree (“Questo tentativo è reso possibile dal permesso di Baghdad di sorvolare l’Iraq direttamente verso la Siria. Secondo le nostre fonti di Washington, il presidente statunitense Barack Obama ha cercato di intercedere presso il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki, per bloccare i voli di transito iraniani in Siria, solo per essere respinto.”). La cosa era già stata ufficialmente avviata dal Dipartimento di Stato (AFP 17 marzo 2012 ):
Senza entrare in questioni d’intelligence, siamo preoccupati per il sorvolo dell’Iraq dei voli cargo iraniani diretti in Siria“, aveva detto ai giornalisti la portavoce del Dipartimento di Stato Victoria Nuland. “Ci stiamo consultando con l’Iraq riguardo a essi, e stiamo facendo il punto che ogni esportazione di armi o materiale bellico dall’Iran per, francamente, qualsiasi destinazione, sarebbe una violazione della risoluzione 1747 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite“, aveva detto. [...]
Il premier iracheno Nuri al-Maliki ha insistito che tutti gli elementi trasportati attraverso l’Iraq in Siria fossero beni umanitari, dopo che un giornale degli Stati Uniti aveva segnalato che l’Iran inviava armi alla Siria attraverso lo spazio aereo iracheno. “L’Iraq non consente che il suo territorio o i suoi cieli siano una via di passaggio per le armi in qualsiasi direzione e da qualsiasi provenienza”, aveva detto Maliki in una dichiarazione rilasciata dal suo ufficio“.
In realtà, ci sono stati diversi interventi degli Stati Uniti presso gli iracheni per impedire tali transiti iraniani nello spazio aereo iracheno, tutti respinti. Non vi è alcuna prova che gli iracheni cambieranno il loro atteggiamento verso ciò che costituisce un rafforzamento strategico iraniano di così grande importanza regionale. L’episodio è particolarmente evidente, in primo luogo a causa della impotenza degli Stati Uniti nell’influenzare il governo iracheno su una questione di tale importanza, in secondo luogo, a causa dell’impotenza, o riluttanza, degli Stati Uniti nel compiere da sé le manovre per vietare lo spazio aereo iracheno, o anche per controllare se la risoluzione 1747 non sia violata (per quanto riguarda una legittimità estrema e assurda degli Stati Uniti a tal riguardo, perché sappiamo che sono i guardiani intangibili della legalità internazionale nel campo delle Nazioni Unite, ed essi stessi sono assolutamente rispettosi della cosa) … Comunque, nel complesso, non vi è un quadro incoraggiante sulla capacità di risposta e d’influenza degli Stati Uniti su un paese che dovrebbe essere tra i suoi servitori più obbligati, dopo il trattamento che è stato applicato su di esso da parte degli Stati Uniti, dal 2003 fino a poco tempo fa.
- Nelle stesso campo delle osservazioni e delle ipotesi circa l’attività aerea statunitense attorno al caso siriano, si deve rilevare che una recente analisi di Loren B. Thompson incontra le preoccupazioni generali nell’USAF e nella Navy. Beninteso, l’intervento di Thompson è essenzialmente mercantile, il “columnist” non è altri, in questo caso, che un commerciante di zuppe che cerca di promuovere le sue carabattole. Thompson, lamentandosi del fatto che l’USAF non accelera la produzione degli F-35, alias JSF, non si sofferma sullo stato catastrofico del programma che oramai è una sorta di rappresentanza permanente del disastro finanziario-tecnologico dell’industria degli armamenti degli Stati Uniti. Questo non ha impedito il ragionamento teorico, per essere onesti, che anche si può dubitare che l’F-35 ideale (durante il normale funzionamento) possa fornire le prestazioni di cui Loren B. giudica essere capace, e non solo … (In Early Warning del 10 Marzo 2012 .)
“… Ma non è questo il grande problema che ci si attende nell’avere l’F-35 nell’aviazione. Il problema principale è stato esposto questa settimana nelle audizioni al Congresso, quando il presidente dei Capi di Stato Maggiore Riuniti, Gen. Martin Dempsey, aveva avvertito i legislatori sulle capacità della difesa aerea siriana. Secondo Dempsey, i missili superficie-aria e i radar di sorveglianza della Siria sono più avanzati di quelli che erano in possesso della Libia, vale a dire che una campagna per bombardare la brutale dittatura del presidente Assad, sarebbe un’operazione assai dura rispetto a quella lanciata lo scorso anno a sostegno dei ribelli della Libia.
“Le difese aeree della Siria non sarebbero molto importati se l’esercito USA avesse un’ampia forza di velivoli tattici stealth, poiché i radar non sarebbero in grado di tracciare essi e i missili, e non sarebbero in grado di intercettarli. Ma allo scopo c’è solo una manciata di simili aerei nell’aviazione di oggi, e l’F-35 sta progredendo in modo tale che rimarrà fuori discussione ancora per qualche tempo. Tutti e tre i servizi militari che sono destinati ad operare con gli F-35, hanno ritardato l’inizio dell’operatività del velivolo, in risposta al programma di ristrutturazioni, e con il basso ritmo di produzione, ci vorranno due decenni prima che l’aereo d’attacco furtivo sia completamente operativo. Questo è un tempo di attesa lungo, in un mondo che vede i politici affrontare periodicamente minacce inaspettate.
“Così il rischio reale nel ritardare la produzione dell’F-35 non è il prezzo di ogni velivolo che schizza in alto, ma che la nazione si possa trovare impreparata ad affrontare un avversario in futuro…
(Propaganda thompsoniana a parte, è vero che l’Aviazione (e la Marina) non posseggono più equipaggiamenti adeguati nel condurre campagne aeree di alta intensità, nelle attuali condizioni di impiego delle loro forze. In tutti i casi la stima che di solito viene fatta dai capi militari statunitensi, ha colpito Dempsey quando ha detto che era quasi incapace di garantire che tale campagna potesse svolgersi, in Siria, con la certezza totale della vittoria. Abbastanza comprensibilmente, quando si sa che il JSF è sia la soluzione che la causa di questo problema, sempre secondo queste stime statunitensi: perché è considerato un sistema altamente avanzato, in grado di sconfiggere la difesa aerea più avanzata grazie alle sue capacità stealth (che di per sé è una dichiarazione teorica estremamente contestata, se non altro ancora), perché i suoi enormi problemi, i suoi problemi irrisolti, paralizzano qualsiasi progresso nel campo dell’equipaggiamento della forza aerea, drenando tutto il bilancio a disposizione e impedendo una qualsiasi altra soluzione, o la ricerca di una soluzione a questo problema creato da esso stesso. L’argomento di Thompson, che è quello del suo padrone Lockheed-Martin, è sia accettabile che assolutamente specioso, cosa che non sorprenderà nessuno. In ogni caso, si tratta di una situazione di attrito e d’incapacità vera e propria delle forze aeree degli Stati Uniti.)
I tre fattori di cui sopra, riguardanti i diversi aspetti della potenza aerea e del controllo dello spazio aereo, considerati in una prospettiva globale, misurano i limiti ormai evidenti della potenza complessiva degli Stati Uniti e conferma la constatazione già fatta da noi il 3 marzo 2012: “Dobbiamo renderci conto, come abbiamo fatto gradualmente da soli, dissezionando all’inizio in modo inconsapevole, poi sempre più precisamente, le frasi del generale Mattis, che è la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, che gli Stati Uniti ritengono di affrontare una formidabile capacità militare, che li rende incerti circa la propria capacità di compiere una missione.”
È inoltre molto importante che questa constatazione riguardi la potenza aerea in generale (USAF e Navy), che è il mezzo principale di “proiezione della forza” e, quindi, il mezzo essenziale della potenza militare e d’influenza americanista. Tutti i disegni strategici globali degli Stati Uniti, tutti i piani di egemonia e di controllo degli spazi e dei diversi campi si basano sul controllo dell’aria, la superiorità aerea è diventata anche, da oltre venti anni, “il dominio aereo” – dalla superiorità aerea al dominio dell’aria. (Il cambiamento semantico, deciso nel 1990, ha segnato ulteriormente l’aumento dell’importanza che gli strateghi statunitensi davano alla potenza aerea, al di là dell’accento capitale già messovi, la fiducia che avevano nel loro potere in tal senso e come, al contrario, l’impotenza attuale sia uno sviluppo gravissimo.) Dato che nella guerra di Corea, durante il periodo 1950-1951, la superiorità aerea/predominio aereo degli Stati Uniti era stato un fattore costante dello schieramento e della proiezione delle loro forze in tutte le operazioni pianificate, anche quando queste forze non erano necessariamente superiori sul campo. Questo dogma è ora in grave pericolo, rischia di essere distrutto, ed è in ogni caso soggetto a maggiore incertezza. La limitazione decisiva della potenza statunitense che abbiamo messo in evidenza il 3 marzo 2012, appare ancora più decisiva. Essa colpisce la base della potenza statunitense, secondo i concetti che gli strateghi statunitensi hanno sempre sostenuto prioritari affinché l’aviazione esistesse come l’arma operativa principale.
Prima di diventare un evento per i suoi effetti nella zona interessata, questa osservazione sarà fatta a Washington, al Pentagono, al Congresso, ecc. E sempre più appare come un fattore fondamentale per la discussione generale delle capacità militari degli Stati Uniti, immersi in una profonda crisi di cui sappiamo con precisione quali potrebbero essere i mezzi per risolverla. Sappiamo, in particolare, che la soluzione solita (mettere più soldi nel circuito senza fine e senza fondo del Pentagono), oltre ad essere infinitamente complessa, se non impossibile, nella situazione del bilancio attuale, è anche del tutto inadeguata. L’inefficienza e la sterilità produttiva del Pentagono oggi hanno superato qualsiasi contributo finanziario, in un  classico movimento d’inversione del sistema (superpotenza-autodistruzione), a tal punto che più denaro conduce solo ad aumentare gli sprechi, la corruzione e, infine, l’inefficienza. Il caso drammatico dei limiti della potenza statunitense in Siria, è uno dei primi effetti operativi di una crisi generale e terminale del sistema del complesso militare-industriale, e della crisi generale del sistema con la dinamica da superpotenza che si trasforma nella dinamica da autodistruzione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La strada insanguinata per Damasco: La guerra della Triplice Alleanza contro uno Stato Sovrano

James Petras, Axis of Logic, 13 marzo 2012

Introduzione
Ci sono prove chiare e schiaccianti che la rivolta per rovesciare il presidente Assad della Siria, sia un violento golpe guidato da combattenti stranieri che hanno ucciso e ferito migliaia di soldati, civili, poliziotti, partigiani del governo e oppositori pacifici siriani. L’indignazione espressa dai politici occidentali e del Golfo nei mass media, per ‘l’uccisione di pacifici cittadini siriani che denunciavano le ingiustizie’, è cinicamente volta a coprire i rapporti documentati sull’occupazione violenta di quartieri, villaggi e città da parte di bande armate che brandiscono mitragliatrici e piantano bombe sui cigli delle strade.
L’assalto contro la Siria è sostenuto da elementi finanziati, armati e addestrati dall’estero. A causa della mancanza del sostegno interno, tuttavia, per avere successo, sarà necessario un diretto intervento militare straniero. Per questo motivo una massiccia campagna di propaganda e diplomatica viene montata per demonizzare il legittimo governo siriano. L’obiettivo è imporre un regime fantoccio e rafforzare il controllo imperiale occidentale sul Medio Oriente. Nel breve periodo, ciò isolerà ancor di più l’Iran, in preparazione di un attacco militare di Israele e Stati Uniti e, nel lungo periodo, elimina un altro regime laico e indipendente amichevole verso Cina e Russia. Al fine di mobilitare il sostegno mondiale a questo golpe finanziato dalle potenze occidentali, Israele e dagli stati del Golfo, diversi stratagemmi propagandistici sono stati utilizzati per giustificare un’altra palese violazione della sovranità di un paese, dopo la distruzione dei governi secolari di Iraq e Libia.

Il contesto più ampio: Aggressione Seriale
L’attuale campagna occidentale contro il regime indipendente di Assad in Siria, è parte di una serie di attacchi contro i movimenti democratici e i regimi indipendenti dal Nord Africa al Golfo Persico. La risposta imperiale-militarista al movimento per la democrazia egiziano, che ha rovesciato la dittatura di Mubarak, è stato sostenere l’occupazione del potere della giunta militare e la sua campagna di incarcerazione, tortura e assassinio di oltre 10.000 manifestanti pro-democrazia.
Di fronte a una simile massa di movimenti democratici nel mondo arabo, i dittatori autocratici filo-occidentali del Golfo hanno schiacciato le rispettive rivolte in Bahrain, Yemen e Arabia Saudita. Gli assalti estesi al governo secolare della Libia, dove le potenze della NATO hanno lanciato massicci bombardamenti aerei e navali a sostegno delle bande armate di mercenari, distruggendo l’economia e la società civile della Libia. Lo scatenarsi dei gangster armati, guidati dai mercenari, ha portato al feroce attacco della vita urbana e alla devastazione delle campagne in Libia. Le potenze della NATO hanno eliminato il regime laico del colonnello Gheddafi, ucciso e mutilato con lui dai loro mercenari. La NATO ha supervisionato il ferimento, l’incarcerazione, la tortura e l’eliminazione di decine di migliaia di civili sostenitori di Gheddafi e di dipendenti pubblici. Il regime fantoccio sostenuto dalla NATO ha intrapreso un sanguinoso pogrom contro i cittadini libici originari dell’Africa sub-sahariana, nonché dei lavoratori immigrati africani sub-sahariani – i gruppi che hanno beneficiato dei generosi programmi sociali di Gheddafi. La politica imperiale di rovina e dominio in Libia serve quale “modello” per la Siria: creare le condizioni per una rivolta di massa guidata dai fondamentalisti islamici, finanziati e addestrati dai mercenari occidentali e degli Stati del Golfo.

La strada insanguinata da Damasco a Teheran
Secondo ‘La strada per Teheran passa per Damasco’ del Dipartimento di Stato degli USA, l’obiettivo strategico della NATO è distruggere il principale alleato dell’Iran in Medio Oriente, per le monarchie assolutiste del Golfo lo scopo è sostituire una repubblica laica con una dittatura teocratica vassalla; per il governo turco lo scopo è promuovere un regime riconducibile ai dettami della versione di Ankara del capitalismo islamico, per al-Qaida e gli affini fondamentalisti salafiti e wahabiti, è un regime teocratico sunnita ripulito dai siriani secolari, alawiti e cristiani, che servirà come trampolino per proiettare il proprio potere nel mondo islamico, e per Israele, una Siria divisa e insanguinata garantisce la sua egemonia regionale.
Non era privo di lungimiranza profetica l’ultra-sionista senatore degli Stati Uniti Joseph Lieberman, quando aveva chiesto pochi giorni dopo l’attacco di ‘al-Qaida’ dell’11 settembre 2001: “Prima di andare in Iran, dobbiamo andare in Iraq e Siria” – prima di esaminare gli effettivi autori del fatto.
Le forze anti-siriane riflettono una varietà di prospettive nel conflitto politico, unite solo dall’odio verso l’indipendente regime nazionalista laico che per decenni ha governato la complessa, multi-etnica società siriana. La guerra contro la Siria è il trampolino di lancio per un principio di rinascita del militarismo occidentale che si estende dal Nord Africa al Golfo Persico, rafforzato da una campagna di propaganda sistematica che, a nome del popolo siriano, proclama la missione umanitaria, democratica e di ‘civilizzazione’ della NATO.

La strada per Damasco è lastricata di bugie
Un’analisi obiettiva della composizione politica e sociale dei principi dei combattenti armati in Siria, confuta qualsiasi reclamo secondo cui la rivolta è volta alla ricerca della democrazia per il popolo di quel paese. I combattenti fondamentalisti autoritari costituiscono la spina dorsale della rivolta. Gli Stati del Golfo finanziano questi brutali criminali, in qualità di monarchie assolutiste. L’Occidente, dopo aver imposto al popolo della Libia un brutale regime gangsteristico, non può avanzare alcuna pretesa di ‘intervento umanitario’.
I gruppi armati si infiltrano nei centri abitati e usano la popolazione come scudi con cui lanciare attacchi contro le forze governative. Costringono migliaia di cittadini a lasciare le loro case, negozi e uffici, che poi usano come avamposti militari. La distruzione del quartiere di Bab Amr a Homs, è un classico caso di bande armate che utilizzano i civili come scudi e come propaganda per demonizzare il governo.
Questi mercenari non hanno una credibilità nazionale verso la massa del popolo siriano. Una delle loro principali macchine della propaganda, si trova nel cuore di Londra, il cosiddetto “Osservatorio siriano sui diritti umani”, dove si coordina strettamente con l’intelligence britannica per sfornare storie di atrocità spaventose, volte a scatenare sentimenti a favore di un intervento della NATO. I re e gli emiri degli Stati del Golfo finanziano questi combattenti. La Turchia fornisce le basi militari e controlla il flusso transfrontaliero di armi e i movimenti dei leader del cosiddetto “esercito libero siriano.” Stati Uniti, Francia e Inghilterra forniscono armi, addestramento e copertura diplomatica. I jihadisti fondamentalisti stranieri, tra cui quelli di al-Qaida da Libia, Iraq e Afghanistan, sono entrati nel conflitto.
Questa non è una “guerra civile”. Si tratta di un conflitto internazionale istigato da una diabolica triplice alleanza imperialista di NATO, despoti degli Stati del Golfo e fondamentalisti islamici, nei confronti di un regime laico indipendente e nazionalista.
L’origine straniera delle armi, della propaganda e dei mercenari rivela il sinistro carattere imperiale e ‘multi-nazionale’ del conflitto. In definitiva, la violenta rivolta contro lo Stato siriano rappresenta esattamente una sistematica campagna imperialista per rovesciare un alleato di Iran, Russia e  Cina, anche a costo di distruggere l’economia e la società civile della Siria, frammentando il Paese e scatenando perenni guerre settarie di sterminio contro gli alawiti e le minoranze cristiane, così come contro i sostenitori del governo secolare.
Le uccisioni e le fughe in massa dei rifugiati non sono il risultato della violenza gratuita dello stato siriano assetato di sangue. Le milizie sostenute dagli occidentali hanno sequestrato dei quartieri con la forza delle armi, hanno distrutto oleodotti, sabotato i trasporti e bombardato edifici governativi. Nel corso dei loro attacchi hanno distrutto i servizi critici di base per il popolo siriano, quali l’istruzione, l’accesso a cure mediche, sicurezza, acqua, elettricità e trasporti. Così, essi hanno la maggior parte delle responsabilità di questa “catastrofe umanitaria”, (mentre i loro alleati imperiali e i funzionari delle Nazioni Unite ne danno la colpa alle Forze Armate e di sicurezza siriane). Le forze di sicurezza siriane stanno lottando per preservare l’indipendenza nazionale di uno Stato laico, mentre l’opposizione armata commette violenze in nome dei suoi padroni stranieri – di Washington, Riyadh, Tel Aviv, Ankara e Londra.

Conclusioni
Il referendum del regime di Assad del mese scorso, ha attirato milioni di elettori siriani a dispetto delle minacce imperialiste occidentali e degli appelli al boicottaggio dei terroristi. Questo ha chiaramente indicato che la maggioranza dei siriani preferisce una soluzione pacifica e negoziata e respinge le violenze dei mercenari. Il Consiglio nazionale siriano – “Esercito libero siriano”, sostenuto dall’Occidente, dai turchi e dagli Stati del Golfo hanno seccamente rifiutato gli appelli russo e cinese a un dialogo aperto e a dei negoziati che il regime di Assad aveva accettato. La NATO e le dittature degli Stati del Golfo spingono i loro fantocci a proseguire il loro violento “cambio di regime”, una politica che ha già causato la morte di migliaia di siriani. Le sanzioni economiche statunitensi ed europee sono state progettate per rovinare l’economia siriana, nell’idea che la privazione acuta spingerà una popolazione impoverita nelle braccia dei loro violenti fantocci. In una ripetizione dello scenario libico, la NATO propone di “liberare” il popolo siriano distruggendone l’economia, la società civile e lo Stato laico.
Una vittoria militare occidentale in Siria non farà che alimentare la crescente frenesia del militarismo. Incoraggerà l’occidente, Riyadh e Israele a provocare una nuova guerra civile in Libano. Dopo la demolizione della Siria, l’asse Washington-UE-Riyadh-Tel Aviv passerà ad un confronto molto più sanguinoso con l’Iran.
La terribile distruzione dell’Iraq, seguito dal terrificante crollo post-bellico della Libia, forniscono un modello di ciò che è in serbo per il popolo della Siria: Un precipitoso collasso del tenore di vita, la frammentazione del Paese, la pulizia etnica, il dominio delle bande settarie e fondamentaliste, la totale insicurezza per la vita e le proprietà. Come ieri i “progressisti” di “sinistra” definirono il feroce attacco brutale alla Libia una “lotta rivoluzionaria degli insorti democratici”, per poi andarsene, lavandosene le mani insanguinate delle conseguenze delle violenze etniche contro i libici neri, oggi ripetono lo stesso appello all’intervento militare contro la Siria. Gli stessi liberali, progressisti, socialisti e marxisti che chiedono all’Occidente di intervenire nella “crisi umanitaria” in Siria, dai loro bar e uffici, a Manhattan e a Parigi, perderanno ogni interesse per l’orgia sanguinaria dei loro mercenari vittoriosi dopo che Damasco, Aleppo e le altre città siriane saranno bombardate dalla NATO fino alla resa.

L’ultimo libro di James Petras sull’America Latina, co-autore Henry Veltmeyeris, Beyond Neoliberalism:A World to Win (Ashgate, Surrey 2011)
© Copyright 2012 by AxisofLogic.com

Questo testo è disponibile, anche come ristampa della copia integrale nella sua interezza, rispettandone l’integrità. La ristampa deve citare l’autore e Axis of Logic come fonte originale, compreso il link all’articolo. Grazie!

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’alleanza blasfema tra i mercenari della Blackwater e i governanti degli Emirati Arabi Uniti

Habib Siddiqui Mediamonitors 23 maggio 2011

“… Non ci vuole uno scienziato per capire la logica dietro la diffusione di R2 negli Emirati Arabi. Le autorità hanno paura di questi lavoratori a basso reddito e dei loro diritti legittimi di cui vengono derubati. La diabolica alleanza con un odiato gruppo di omicidi dal grilletto facile, come la Blackwater, ha molto a che fare con il contenere le potenziali agitazioni dei lavoratori, e quindi per evitare catastrofi come quelli occorsi all’ex Shah nell’Iran, a Zine Ben Ali in Tunisia e a Hosni Mubarak in Egitto. Ma come la storia ha mostrato, per tanti volte è arrivato il momento in cui nessun gruppo di mercenari è in grado di proteggere un regime impopolare.”

Ricordate la Blackwater USA, il gruppo militare privato che ha lavorato come contractor per il Dipartimento di Stato USA? Dal giugno 2004, è stata pagata più di 320milioni di dollari dal budget del Dipartimento di Stato per il suo servizio mondiale di protezione individuale, proteggendo funzionari degli Stati Uniti e alcuni funzionari stranieri, nelle zone di conflitto. Solo in Iraq, in una sola volta, impiegava non meno di 20.000 forze di sicurezza armate. Nell’Iraq post-Saddam, avevano tratto molta notorietà per il loro grilletto facile, dall’atteggiamento da Gung Ho. Tra il 2005 e il settembre 2007, il personale di sicurezza della Blackwater è stato coinvolto in 195 scontri a fuoco, in 163 di questi casi, il personale della Blackwater ha sparato per primo.
Nel 31 marzo 2004, gli insorti iracheni a Falluja attaccarono un convoglio con quattro contractor della Blackwater. Secondo i resoconti iracheni, gli uomini fecero irruzione in una casa e violentarono alcune donne. I quattro contractor furono attaccati e uccisi con granate e armi leggere. Più tardi i loro corpi vennero appesi a un ponte che attraversa l’Eufrate. Nell’aprile del 2005, sei contractor indipendenti della Blackwater furono uccisi in Iraq quando il loro elicottero Mi-8 venne abbattuto.
Il 16 febbraio 2005, quattro guardie della Blackwater di scorta ad un convoglio del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti in Iraq, spararono 70 colpi su un’auto. Una ricerca condotta dal servizio di sicurezza diplomatica del Dipartimento di Stato concluse che la sparatoria non era giustificata e che i dipendenti della Blackwater fornirono dichiarazioni false agli investigatori. Le false dichiarazioni sostenevano che uno dei veicoli della Blackwater era stato colpito dagli spari dei ribelli, ma l’indagine aveva rivelato che una delle guardie della Blackwater aveva effettivamente sparato al proprio veicolo per sbaglio. Tuttavia, John Frese, alto funzionario della sicurezza dell’ambasciata degli Stati Uniti in Iraq, non volle punire la Blackwater o le guardie di sicurezza, perché credeva che eventuali azioni disciplinari abbassassero il morale del gruppo di mercenari.
Il 6 febbraio 2006, un cecchino impiegato dalla Blackwater Worldwide aveva aperto il fuoco dal tetto del ministero della giustizia iracheno, uccidendo tre guardie che lavoravano per l’Iraqi Media Network statale. Molti iracheni presenti alla scena dissero che le guardie non avevano sparato contro il ministero della giustizia. La vigilia di Natale 2006, una guardia di sicurezza del vicepresidente iracheno venne uccisa, mentre era in servizio all’esterno del compound del primo ministro iracheno, da un dipendente della Blackwater USA. Cinque contractor della Blackwater furono uccisi il 23 gennaio 2007, quando il loro elicottero venne abbattuto sull’Haifa Street di Baghdad. Alla fine di maggio del 2007, i contractor della Blackwater aprirono il fuoco per le strade di Baghdad, per due volte in due giorni, uno degli incidenti provocò una  situazione di stallo tra i contractor della sicurezza e i commando del ministero dell’interno iracheno. Il 30 maggio 2007, i dipendenti della Blackwater uccisero un civile iracheno di cui fu detto che stesse “guidando troppo vicino” ad un convoglio del Dipartimento di Stato che veniva scortato dai contractor della Blackwater.
Il governo iracheno revocò la licenza di operare in Iraq alla Blackwater, il 17 settembre 2007, a causa della morte di diciassette iracheni. Gli infortuni mortali si verificarono mentre una Blackwater Security Detail (PSD) privata stava scortando un convoglio di veicoli del Dipartimento di Stato statunitense, in viaggio per una riunione, nella parte occidentale di Baghdad, con dei funzionari dell’USAID. Come in molti altri casi precedenti, anche in questo si era riscontrato che le guardie della Blackwater avevano aperto il fuoco senza provocazione e con un uso eccessivo della forza. L’incidente aveva causato almeno cinque indagini, e una inchiesta della FBI aveva rilevato che i dipendenti della Blackwater usarono incautamente una forza letale. La licenza venne ripristinata dal governo statunitense nell’aprile 2008, ma all’inizio del 2009 gli iracheni annunciarono di aver rifiutato di estendere tale licenza.
I documenti ottenuti dalla fuga di informazioni sulla guerra in Iraq, sostengono che i contractor della Blackwater hanno commesso gravi abusi in Iraq, uccidendo anche dei civili. Nell’autunno del 2007, un rapporto del Comitato di Vigilanza della Camera del Congresso, aveva rilevato che la Blackwater aveva intenzionalmente “ritardato e ostacolato” le indagini sulla morte dei contractor (del 31 marzo 2004).
Così negativa era la percezione pubblica del gruppo di mercenari, che ha dovuto cambiare il suo nome due volte – prima nell’ottobre 2007 come Blackwater Worldwide e poi come Xe Services LLC, nel febbraio del 2009.
Dopo tutti questi incidenti gravi di non provocate orge omicide di civili inermi in Iraq, da parte dei mercenari dal grilletto facile che lavoravano come contractor per il Dipartimento di Stato USA, nel periodo post-Saddam, abbiamo pensato che avremmo visto per l’ultima la Blackwater e il suo CEO Erik Prince. Ma ci sbagliavamo. Assolutamente sbagliato! Ci siamo dimenticati che il male si vende alla grande! Un brutto mostro è tanto più preferibile di un Don della mafia quanto un affascinante uomo dall’animo candido.
Erik Prince si è stabilito ad Abu Dhabi e vi ha aperto una filiale dei mercenari. Ha preso il nome di Reflex Responses. La società, spesso chiamata R2, è stata autorizzata nel marzo scorso (2011). Oltre a statunitensi, inglesi, francesi e alcuni colombiani, R2 ha reclutato un plotone di mercenari sudafricani, inclusi alcuni veterani di Executive Outcomes, una società sudafricana nota per avere preparato dei tentativi di golpe o la soppressione di ribellioni contro dittatori africani negli anni ’90.
La scorsa settimana il New York Times (NYT) ha avuto un rapporto dettagliato su questo gruppo di mercenari, che viene impiegato – da chi altri questa volta se non – il principe Sheik Mohamed bin Zayed al-Nahyan di Abu Dhabi, emirato zuppo di petrolio, per proteggere la sceiccato dalle minacce. L’affare redditizio vale 529 milioni dollari. R2 spende circa 9 milioni di dollari al mese per mantenere il battaglione, comprendendo tra le spese gli stipendi dei dipendenti, per le munizioni e i salari per decine di lavoratori domestici che cucinano i pasti, lavano i panni e puliscono il campo.
Le legge degli emirati vieta la divulgazione dei documenti riguardanti le imprese, che tipicamente indicano le cariche sociali, ma richiede di pubblicare i nomi delle società sugli uffici e le vetrine. Nell’ultimo anno, il cartello fuori la suite è cambiato almeno due volte – ora dice Management Consulting Assurance.
Ci viene detto che la forza militare straniera era prevista mesi prima delle cosiddette rivolte della primavera araba, che molti esperti ritengono improbabile che si diffonda tra il popolo degli Emirati Arabi Uniti; funzionari statunitensi di R2 e coinvolti nel progetto, hanno detto ai giornalisti del NYT che gli emirati erano interessati allo schieramento del battaglione R2 per rispondere agli attacchi terroristici e per reprimere le insurrezioni all’interno dei campi di lavoro presenti in ogni angolo del paese, che ospitano pakistani, filippini e altri stranieri che costituiscono il grosso della forza lavoro del paese.
Vale la pena sottolineare che gli Emirati Arabi Uniti sono il fondo abissale della democrazia nel mondo arabo di oggi. Attraverso la loro infinita ricchezza si sono trasformati in una nuova federazione high-tech popolata da due comunità dal basso profilo – un corpo di modernisti capitalisti arabi (21% della popolazione) e occidentali (8% in totale), che hanno ben pochi contatti con il grande corpo dell’Islam, e una massa di lavoratori stranieri immigrati (per un totale del 71%) – 27% indiani, 20% pakistani, 8% bengalesi e 16% di altri asiatici – non pagati o sottopagati, senza documenti o passaporti (confiscati), che lavorano tutto il giorno, in ogni condizione, senza assistenza medica o supervisione. Come gli schiavi egizi dei tempi biblici che hanno costruito le piramidi, i lavoratori migranti – negatigli i fondamentali diritti umani – sono gli schiavi moderni che hanno costruito il Burj Khalifah (l’edificio più alto del mondo) e continuano a costruire il parco giochi per l’elite capitalista del mondo – una zona senza regole e senza timore di ricorso alla legge. Come sottolineato recentemente da Shaykh Abdal Qadir as-Sufi, “Non ci sono kamikaze negli Emirati Arabi Uniti, solo il suicidio settimanale di un lavoratore in preda alla disperazione per il suo stipendio, le sue condizioni di lavoro, il suo squallido dormitorio e il suo futuro.”
Gli Emirati Arabi Uniti, come molti dei Paesi del Golfo, hanno una scala dei redditi altamente discriminatoria, che si basa sulla nazionalità. Ad esempio, i salariati più pagati sono i bianchi occidentali (da Stati Uniti, Europa, Australia e Nuova Zelanda), seguiti dai cittadini del GCC, asiatici orientali (da Giappone, Corea), Sud-est asiatici (da Singapore, Filippine, Thailandia), sud-asiatici (da India, Pakistan, Sri Lanka, Bangladesh) e altri paesi africani (in questo ordine).
Mentre principi e sceicchi corrotti vivono una opulenta vita da parassiti, beneficiando delle prestazioni del dono di Dio alla nazione – la risorse in petrolio e gas naturale – e del frutto del lavoro dei loro lavoratori schiavi, che lavorano in quei giacimenti di petrolio e di gas naturale, nell’industria delle costruzioni e nei negozi o centri commerciali; questi lavoratori sono pagati con dei salari tra i più bassi immaginabili. Gli operai edili lavorano 12 ore al giorno, 7 giorni alla settimana, e sono pagati circa 370 AED (100 dollari USA) al mese. I ‘lavoratori’ sono vincolati dal sistema Kafala a non spostarsi dal loro lavoro ad un altro e vengono ‘legati’ al datore di lavoro. I lavoratori sono ospitati dai datori di lavoro nei dormitori conosciuti come campi di lavoro, di solito ai margini delle zone urbane. Ad al-Quoz e a Sonopar, a Dubai, la tipica abitazione di un operaio edile medio è una piccola sala (40 mq) che deve ospitare fino a otto lavoratori. Al-Quoz Camp ospita 7.500 lavoratori migranti che condividono 1.248 camere. La ritenuta dei salari, in totale disprezzo delle regole islamiche, è un luogo comune. Agli avidi datori di lavoro non piace che i loro lavoratori musulmani digiunino durante il Ramadhan, temendo che la loro efficienza sul lavoro ne risenta.
Nel maggio 2010, centinaia di lavoratori hanno marciato dal loro campo di lavoro a Sharjah al Ministero di Dubai, chiedendo di essere rimandati a casa. Avevano affermato che erano rimasti senza assegni per oltre sei mesi ed erano stati mantenuti nello squallore. Le autorità finalmente ne mandarono a casa 700 dei bloccati nel campo di lavoro Sharjah al-Sajar.
Quindi, non ci vuole uno scienziato per capire la logica dietro la diffusione di R2 negli Emirati Arabi. Le autorità hanno paura di questi lavoratori a basso reddito e dei loro diritti legittimi di cui vengono derubati. La diabolica alleanza con un odiato gruppo di omicidi dal grilletto facile, come la Blackwater, ha molto a che fare con il contenere le potenziali agitazioni dei lavoratori, e quindi evitare catastrofi come quelli occorsi all’ex Shah nell’Iran, a Zine Ben Ali in Tunisia e a Hosni Mubarak in Egitto. Ma come la storia ha mostrato, per tante volte è arrivato il momento in cui nessun gruppo di mercenari è in grado di proteggere un regime impopolare.
Negli ultimi anni, il governo degli emirati ha inondato le aziende della difesa statunitensi, con miliardi di dollari per contribuire a rafforzare la sicurezza del paese. Una società gestita da Richard A. Clarke, ex consigliere dell’antiterrorismo durante la amministrazioni Clinton e Bush, ha vinto diversi contratti lucrativi di consulenza, negli Emirati Arabi Uniti, su come proteggere le loro infrastrutture.
Gli ufficiali degli emirati avevano promesso che se il primo battaglione R2 di Erik Prince fosse stato un successo, sarebbe stata acquisita una brigata intera di diverse migliaia di uomini. I nuovi contratti sarebbero miliardari, e avrebbero aiutato il prossimo grande progetto di Prince: un complesso di addestramento nel deserto per le truppe straniere, modellato sul compound della Blackwater di Moyock, Carolina del Nord
In una notte della scorsa primavera, dopo mesi di stanza nel deserto, i mercenari della R2 salirono su un autobus non marcato e furono inviati in un hotel nel centro di Dubai. Lì, alcuni dirigenti della R2 avevano organizzato il loro passatempo serale con le prostitute. In quale altro luogo nel mondo arabo se non negli Emirati Arabi Uniti, si può trovare tale esposizione di immoralità?
In un noto hadith, Muhammad (S), il Profeta dell’Islam, ha detto: “Allah l’Altissimo dice: ‘Ci saranno tre persone contro cui mi batterò nel Giorno del Giudizio: (1) la persona che fa una promessa con un giuramento nel mio nome e poi lo rompe, (2) la persona che vende un uomo libero come schiavo e si appropria dei proventi della vendita, e (3) la persona che impiega un operaio e dopo aver beneficiato appieno del suo lavoro, non riesce a pagargli i suoi debiti.” [Bukhari: Abu Hurayrah (RA)].
Muhammad (S) disse anche: “Date il suo salario al lavoratore prima che il suo sudore si asciughi.” [Ibn Majah: Abdullah b. Umar (RA)] Umar (RA)]
Qualcosa è profondamente sbagliato nel mondo arabo. Una una volta dotati di cammelli e di tenda-dimora, ed ora che volano su jet e hanno ricche abitazioni moderne, gli arabi del deserto sono così occupati a godere delle modalità e dei valori delle moderne tecno-società che hanno completamente perso il cuore di tutta la loro identità civica e spirituale. Hanno dimenticato che la migliore sicurezza non viene dai mercenari, ma da una forza lavoro soddisfatta che sia trattata equamente e umanamente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’alleanza sino-russa: una sfida alle ambizioni statunitensi in Eurasia

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research 23 settembre 2007

Ma se lo spazio intermedio [la Russia e l'ex Unione Sovietica] respinge l’Occidente [l'Unione europea e l'America], diventa una singola entità assertiva ed o ottiene il controllo sul Sud [Medio Oriente] o si allea con il principale attore orientale [Cina], il primato dell’America in Eurasia si restringe drammaticamente. Lo stesso accadrebbe nel caso i due principali attori orientali in qualche modo si uniscano. Infine, ogni espulsione dell’America da parte dei suoi partner occidentali [l'intesa franco-tedesca] dalla sua posizione alla periferia occidentale [Europa] segnerebbe automaticamente la fine della partecipazione degli Stati Uniti nel gioco sulla scacchiera eurasiatica, anche se questo comporterebbe la subordinazione dell’estremità occidentale ad un redivivo giocatore che occupa lo spazio intermedio [per esempio la Russia] “.
-Zbigniew Brzezinski (La Grande Scacchiera: la supremazia americana e i suoi imperativi geostrategici, 1997)

La terza legge del Moto di Sir Isaac Newton afferma che “per ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria.” Questi precetti della fisica possono essere utilizzati anche nelle scienze sociali, con particolare riferimento alle relazioni sociali e geo-politiche.
Stati Uniti d’America e Gran Bretagna, l’alleanza anglo-statunitense, si sono impegnate in un progetto ambizioso per controllare le risorse energetiche globali. Le loro azioni hanno portato a una serie di reazioni complesse, che hanno creato una coalizione eurasiatica che si appresta a sfidare l’asse anglo-statunitense.

Circondare la Russia e la Cina: il ritorno di fiamma delle ambizioni globali anglo-statunitensi
Oggi stiamo assistendo ad un iper-uso, praticamente incontrollato, della forza – forza militare – nelle relazioni internazionali, forza che sta spingendo il mondo nell’abisso dei conflitti permanenti. E di conseguenza non abbiamo la forza sufficiente per trovare una soluzione completa a uno di questi conflitti. Trovare un accordo politico diventa altrettanto impossibile. Stiamo assistendo al sempre maggiore disprezzo verso i principi fondamentali del diritto internazionale. E le norme legali indipendenti diventano, infatti, sempre più vicine al sistema legale di uno Stato. Uno Stato, naturalmente in primo luogo gli Stati Uniti, che ha oltrepassato i propri confini nazionali in ogni modo.”
-Vladimir Putin alla Conferenza di Monaco sulla politica di sicurezza in Germania (11 febbraio 2007)

Ciò che i leader e o funzionari statunitensi chiamato “Nuovo Ordine Mondiale” è ciò che i cinesi e i russi considerano un “mondo unipolare.” Questa è la visione o l’allucinazione, a seconda della prospettiva, che ha colmato il divario tra Pechino e Mosca.
Cina e Russia sono ben consapevoli del fatto che sono obiettivi della alleanza anglo-statunitense. Il comune timore dell’accerchiamento le ha unite. Non è un caso che, nello stesso anno in cui la NATO bombardava la Jugoslavia, il presidente cinese Jiang Zemin e il presidente della Russia Boris Eltsin. in una dichiarazione congiunta anticipata al vertice storico del dicembre 1999, rivelavano che la Cina e la Federazione Russa si avrebbero lavorato assieme per resistere al “Nuovo Ordine Mondiale.” I semi di questa dichiarazione sino-russa erano stati, infatti, previsti nel 1996, quando entrambe le parti dichiararono che si opponevano all’imposizione globale dell’egemonia di solo Stato.
Sia Jiang Zemin che Boris Eltsin dichiararono che tutti gli stati-nazione dovrebbero essere trattati allo stesso modo, godere della sicurezza, del reciproco rispetto della sovranità, e assai importante, della non interferenza negli affari interni da parte di altri stati-nazione. Queste affermazioni erano rivolte al governo degli Stati Uniti e ai suoi partner.
I cinesi e russi inoltre chiesero l’istituzione di un più equo ordine economico e politico globale. Entrambe le nazioni avevano anche indicato che gli USA erano dietro ai movimenti separatisti nei rispettivi paesi. Inoltre sottolinearono le ambizioni statunitensi nel voler balcanizzare e finlandizzare gli stati-nazione dell’Eurasia. Gli statunitensi più influenti come Zbigniew Brzezinski, avevano già auspicato la de-centralizzazione e infine la frammentazione della Federazione russa.
Sia i cinesi che i russi avvertirono con una dichiarazione che la creazione di uno scudo missilistico internazionale e la violazione del Trattato Anti-Missile Balistico (trattato ABM ) avrebbe destabilizzato l’ambiente internazionale e polarizzato il mondo. Nel 1999, i cinesi e i russi erano consapevoli di ciò che stava per avvenire e della direzione che gli USA stavano prendendo. Nel giugno 2002, meno di un anno prima dello scatenarsi della “Guerra Globale al Terrore“, George W. Bush Jr. annunciava che gli Stati Uniti si sarebbero ritirati dal trattato ABM.
Il 24 luglio 2001, meno di due mesi prima dell’11 settembre 2001, la Cina e la Russia firmarono il Trattato di cooperazione amichevole e buon vicinato. Quest’ultimo è un ben formulato patto di mutua difesa contro gli Stati Uniti, la NATO e la rete militare asiatica statunitense che circondava la Cina. [1]
Il patto militare del trattato Shanghai Organization (SCO) segue lo stesso formato di cauta  formulazione. E’ anche interessante notare che l’articolo 12 della dichiarazione congiunta sino-russa del trattato bilaterale del 2001, prevede che la Cina e la Russia lavorino insieme per mantenere l’equilibrio strategico globale, “l’osservazione degli accordi basilari relativi alla salvaguardia e al mantenimento della stabilità strategica” e “promuovere il processo di disarmo nucleare”. [2] Questo sembra alludere alla minaccia nucleare rappresentata dagli Stati Uniti.

Mettersi di traverso agli USA e alla Gran Bretagna: la coalizione “cinese-russo-iraniana”
Come risposta alla corsa all’accerchiamento anglo-statunitense e, infine, al smantellamento della Cina e della Russia, Mosca e Pechino hanno serrato i ranghi e la SCO si è lentamente evoluta, emergendo nel cuore dell’Eurasia come una potente entità internazionale.
Gli obiettivi principali della SCO sono di natura difensiva. Gli obiettivi economici della SCO devono integrare e unificare le economie eurasiatiche contro l’attacco economico-finanziario e la manipolazione della “Trilateral” Nord America, Europa occidentale e Giappone, che controlla porzioni significative dell’economia globale.
Lo Statuto della SCO è stato anche creato, utilizzando il gergo occidentale della sicurezza nazionale, per combattere “il terrorismo, il separatismo e l’estremismo“. Attività terroristiche, movimenti separatisti e movimenti estremisti in Russia, Cina e Asia Centrale sono tutte forze tradizionalmente segretamente nutrite, finanziate, armate e appoggiate dai governi inglesi e degli Stati Uniti. Diversi gruppi separatisti ed estremisti che hanno destabilizzato i membri della SCO, hanno uffici anche a Londra.
Iran, India, Pakistan e Mongolia sono tutti membri della SCO. Lo status di osservatore nella SCO dell’Iran è fuorviante. L’Iran ne è un membro de facto. Lo status di osservatore ha lo scopo di nascondere la natura della cooperazione trilaterale tra Iran, Russia e Cina, in modo che la SCO non possa essere etichettata e demonizzata come gruppo militare anti-statunitense o anti-occidentale.
Gli interessi dichiarati di Cina e Russia sono volti a garantire la continuità del “Mondo Multi-Polare” prefigurato da Zbigniew Brzezinski nel suo libro del 1997, ‘La Grande Scacchiera: Primato e imperativi geostrategici dell’America’ e messo in guardia contro la creazione o la “nascita di una ostile coalizione [Eurasiatica] che in futuro potrebbe cercare di sfidare il primato degli Stati Uniti.”[3] Inoltre, ha definito questa potenziale coalizione eurasiatica un’”alleanza anti-egemonica“, che sarebbe formata da una coalizione “cinese-russo-iraniana” con la Cina come suo fulcro. [4] Si tratta della SCO e dei gruppi diversi eurasiatici che sono collegati alla SCO.
Nel 1993, Brzezinski aveva scritto: “Nel valutare le future opzioni della Cina, si deve considerare anche la possibilità che una Cina  economicamente prospera e politicamente sicura di sé – ma che si sente escluso dal sistema globale e che ha deciso di diventare sia il promotore che il leader degli stati svantaggiati del mondo – può decidere di costituire non solo un articolato dottrinale, ma anche una potente sfida geopolitica al mondo dominato dalla Trilateral [un riferimento al fronte economico formato da Nord America, Europa Occidentale e Giappone].” [5]
Brzezinski avvertiva che la risposta di Pechino alla sfida allo status quo globale sarebbe stata la creazione di una coalizione  cinese-russo-iraniana: “Per gli strateghi cinesi, affrontare la coalizione trilaterale di America e  Europa e Giappone, il gioco geopolitico più efficace potrebbe essere cercare e formare una propria triplice alleanza, che collegasse la Cina con l’Iran nel Golfo Persico /Medio Oriente e la Russia alla zona dell’ex Unione Sovietica [e europeo orientale]“. [6] Brzezinski continuava dicendo che la coalizione cinese-russo-iraniana, che chiamava anche coalizione “anti-establishmentarian” [anti-sistema] potrebbe “essere una potente calamita per altri stati [ad esempio, il Venezuela] insoddisfatti dallo status quo [globale]“. [7]
Inoltre, Brzezinski nel 1997 ammoniva che “Il compito più immediato [per gli Stati Uniti] è rendere sicuro che nessuno Stato o combinazione di stati, acquisisca la capacità di espellere gli Stati Uniti dall’Eurasia o anche di diminuire in modo significativo il suo ruolo di arbitro decisivo.” [8] Può darsi che i suoi avvertimenti siano stati dimenticati, perché gli Stati Uniti sono stati espulsi dall’Asia centrale e le forze statunitensi sono state sfrattate da Uzbekistan e Tagikistan.

Il ritorno di fiamma delle “Rivoluzioni di Velluto” in Asia centrale
L’Asia Centrale è stata teatro di numerosi tentativi, sponsorizzati dai britannici e dagli statunitensi, di cambio di regime. Questi ultimi sono stati caratterizzati dalle rivoluzioni di velluto simili alla Rivoluzione Arancione in Ucraina e alla Rivoluzione delle Rose in Georgia.
Queste rivoluzioni di velluto in Asia centrale finanziate dagli Stati Uniti, fallirono, a parte in Kirghizistan, dove c’era stato un parziale successo con la cosiddetta Rivoluzione dei Tulipani.
Perciò, il governo degli Stati Uniti ha subito importanti battute d’arresto geo-strategiche in Asia centrale. Tutti i leader dell’Asia centrale hanno preso le distanze dagli USA.
Russia e Iran si sono anche assicurati gli accordi energetici nella regione. Gli sforzi degli USA, da parecchi decenni, di esercitare un ruolo egemonico in Asia centrale sembrano essere stati rovesciati in una notte. Le rivoluzioni di velluto finanziate dagli statunitensi hanno fallito. I rapporti tra Uzbekistan e Stati Uniti sono stati particolarmente colpiti.
L’Uzbekistan è sotto il governo autoritario del presidente Islam Karimov. A partire dalla seconda metà degli anni ’90 il presidente Karimov fu portato a trascinare l’Uzbekistan nell’alleanza anglo-statunitense e nella NATO. Quando ci fu un attentato alla vita del presidente Karimov, aveva sospettato il Cremlino a causa della sua posizione politicamente indipendente. Questo è ciò che ha portato l’Uzbekistan a lasciare CSTO. Ma Islam Karimov, anni dopo, ha cambiato idea su chi stesse cercando di sbarazzarsi di lui.
Secondo Zbigniew Brzezinski, l’Uzbekistan rappresentava un grave ostacolo al ristabilimento del controllo russo e nell’Asia centrale, ed era praticamente invulnerabile alle pressioni russe; questo è il motivo per cui era importante assicurarsi che l’Uzbekistan come protettorato statunitense in Asia centrale.
L’Uzbekistan è anche la più grande forza militare in Asia centrale. Nel 1998, l’Uzbekistan compì delle esercitazioni con le truppe della NATO in Uzbekistan. L’Uzbekistan si stava pesantemente militarizzando, come la Georgia nel Caucaso. Gli Stati Uniti diedero all’Uzbekistan enormi quantità di aiuti finanziari per sfidare il Cremlino in Asia centrale, e fornirono anche l’addestramento delle forze usbeche.
Con il lancio della “Guerra globale al terrore” nel 2001, l’Uzbekistan, un alleato degli anglo-statunitensi, offrì immediatamente basi e installazioni militari agli Stati Uniti, a Karshi-Khanabad.
Il governo dell’Uzbekistan sapeva già quale direzione avrebbe preso la “Guerra globale al terrore“. Irritando Bush Jr., il presidente uzbeco formulò una politica di autonomia. La luna di miele tra l’Uzbekistan e l’alleanza anglo-statunitense finì quando Washington DC e Londra contemplarono la rimozione dal potere di Islam Karimov. Era un po’ troppo indipendente per i loro comodi e gusti. I loro tentativi di rimuovere il Presidente Uzbek fallirono, causando uno spostamento delle alleanze geo-politiche.
I tragici eventi di Andijan del 13 maggio 2005, furono il punto di rottura tra l’Uzbekistan e l’alleanza anglo-statunitense. Gli abitanti di Andijan furono incitati allo scontro con le autorità usbeche, portando a un pesante giro di vite di della sicurezza sui manifestanti e alla perdita di vite umane.
Gruppi armati furono indicati come coinvolti. Negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e nell’UE, i resoconti dei media si concentrarono soprattutto sulle violazioni dei diritti umani, senza citare il ruolo occulto dell’alleanza anglo-statunitense. L’Uzbekistan accusò la Gran Bretagna e Stati Uniti si essere i responsabili, accusandoli di incitare alla ribellione.
MK Bhadrakumar, l’ex ambasciatore indiano in Uzbekistan (1995-1998), ha rivelato che l’Hezbut Tahrir (HT) è stato uno dei partiti accusati delle agitazioni ad Andijan dal governo uzbeco. [9] Il gruppo stava già destabilizzando l’Uzbekistan utilizzando tattiche violente. La sede di questo gruppo sembra essere a Londra e gode del sostegno del governo britannico. Londra è un hub di molte organizzazioni simili che sostengono i vari interessi anglo-statunitensi nei vari paesi, compresi l’Iran e il Sudan, attraverso le campagne di destabilizzazione. L’Uzbekistan aveva perfino avviato la repressione delle organizzazioni non governative (ONG) straniere, a causa dei tragici eventi di Andijan.
L’alleanza anglo-statunitense aveva giocato male le proprie carte in Asia centrale. L’Uzbekistan  aveva lasciato ufficialmente  il gruppo GUUAM, una entità promossa da NATO-USA in funzione anti-russa. Il GUUAM divenne ancora una volta il GUAM (Georgia, Ucraina, Azerbaijan e Moldavia), il 24 maggio 2005.
Il 29 luglio 2005, le truppe statunitensi ebbero l’ordine di lasciare l’Uzbekistan entro sei mesi. [10] Letteralmente, agli statunitensi dissero che non erano più i benvenuti in Uzbekistan e in Asia centrale.
Russia, Cina, e la SCO aggiunsero le loro voci alle richieste. Gli Stati Uniti eliminarono la loro base aerea in Uzbekistan nel  novembre 2005.
L’Uzbekistan è rientrato nella CSTO il 26 giugno 2006 e si è riallineata, ancora una volta, con Mosca. Il Presidente uzbeco è diventato anche un veemente fautore, insieme all’Iran, della totale espulsione degli Stati Uniti dall’Asia centrale. [11] A differenza dell’Uzbekistan, il Kirghizistan ha continuato a permettere agli Stati Uniti di utilizzare la base aerea di Manas, ma con restrizioni e in un clima di incertezza. Il governo kirghizo mise anche in chiaro che nessuna attività negli Stati Uniti avrebbe dovuto colpire l’Iran partendo dal Kirghizistan.

Il maggiore errore geo-strategico
Sembra che un riavvicinamento strategico tra Iran e gli USA fosse in opera dal 2001 al 2002. All’inizio della guerra globale al terrorismo, Hezbollah e Hamas, due organizzazioni arabe appoggiate da Iran e Siria, furono tenute fuori dalla lista delle organizzazioni terroristiche del Dipartimento di Stato statunitense. L’Iran e la Siria erano anche vagamente ritratte come potenziali partner nella “guerra globale al terrore“.
Dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003, l’Iran aveva espresso il suo sostegno al governo iracheno post-Saddam Hussein. Durante l’invasione dell’Iraq, i militari statunitensi attaccarono la milizia dell’opposizione iraniana basata in Iraq, i Mujahedin-e Khalq Organization (MEK/MOK/MKO). I jet iraniani attaccarono le basi irachene del MEK, all’incirca nella stessa finestra temporale.
Iran, Gran Bretagna e Stati Uniti cooperarono contro i taliban in Afghanistan. Vale la pena ricordare che i taliban non sono mai stati alleati dell’Iran. Fino al 2000, i taliban erano sostenuti dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, che lavoravano a braccetto dell’esercito e dell’intelligence pakistani.
I taliban rimasero scioccati e sconcertati per ciò che videro come un tradimento degli statunitensi e dei britannici nel 2001 – questo alla luce del fatto che nell’ottobre 2001, avevano dichiarato che avrebbero consegnato Usama bin Ladin agli Stati Uniti, dietro la presentazione delle prove del suo presunto coinvolgimento negli attentati dell’11/9.
Zbigniew Brzezinski aveva avvertito, anni prima del 2001, che “una coalizione che allea Russia, Cina e Iran può nascere solo se gli Stati Uniti sono così miopi da contrapporsi alla Cina e all’Iran allo stesso tempo“. [12] L’arroganza di Bush Jr. ha portato a questa politica miope.
Secondo il Washington Post, “Subito dopo la caduta lampo di Baghdad da parte delle forze degli Stati Uniti, tre anni fa [nel 2003], un insolito documento di due pagine venne sparato fuori dal fax dell’Ufficio per il Vicino Oriente del Dipartimento di Stato. Era una proposta dell’Iran per un ampio dialogo con gli Stati Uniti, e il fax suggeriva che tutto era sul tavolo, compresa la piena cooperazione sui programmi nucleari, l’accettazione di Israele e la cessazione del sostegno iraniano ai gruppi militanti palestinesi“. [13]
La Casa Bianca fu impressionata da ciò, credendo che ciò fosse dovuto alle grandi “vittorie” in Iraq e in Afghanistan, semplicemente ignorò la lettera inviata attraverso i canali diplomatici del governo svizzero, per conto di Teheran.
Tuttavia, non fu a causa di ciò che era stato erroneamente percepito come una rapida vittoria in Iraq, che l’amministrazione Bush ha respinto l’Iran. Il 29 gennaio 2002, in un importante discorso, il presidente Bush Jr. confermava che gli Stati Uniti avrebbero inoltre preso di mira l’Iran, che era stato aggiunto al cosiddetto “Asse del Male” insieme all’Iraq e alla Corea del Nord. Gli Stati Uniti e Gran Bretagna intendevano attaccare l’Iran, la Siria e il Libano, dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003. Infatti, subito dopo l’invasione, nel luglio 2003, il Pentagono aveva formulato uno scenario di guerra inizialmente chiamato “Theater Iran Near Term (TIRANNT).”
A partire dal 2002, l’amministrazione Bush aveva deviato dalla loro originaria tesi geo-strategica script. Francia e Germania furono escluse dalla spartizione del bottino della guerra in Iraq.
L’intenzione era quella di agire contro l’Iran e la Siria proprio come gli USA e la Gran Bretagna usarono e tradirono i loro alleati taliban in Afghanistan. Gli Stati Uniti erano anche decisi a colpire Hezbollah e Hamas. Nel gennaio del 2001, secondo Daniel Sobelman, corrispondente di Haaretz, il governo statunitense aveva avvertito il Libano che gli Stati Uniti avrebbero attaccato Hezbollah. Queste minacce dirette al Libano furono fatte all’inizio del mandato presidenziale di George W. Bush Jr., otto mesi prima degli eventi dell’11 settembre 2001.
Il conflitto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite tra la alleanza anglo-statunitense e l’intesa franco-tedesca, sostenuta da Russia e Cina, è stato un segno di questa deviazione.
Gli geo-strateghi statunitensi, anni dopo la guerra fredda, avevano programmato che l’intesa franco-tedesca fosse un partner nei loro piani di supremazia globale. A questo proposito, Zbigniew Brzezinski aveva riconosciuto che l’intesa franco-tedesca, alla fine, avrebbe dovuto avere uno status più elevato e che il bottino di guerra avrebbe dovuto essere diviso con gli alleati europei di Washington.
Entro la fine del 2004, l’alleanza anglo-statunitense aveva cominciato a correggere il proprio atteggiamento verso la Francia e la Germania. Washington era tornato al suo originario copione geo-strategico con la NATO che aveva un ruolo più esteso nel Mediterraneo orientale. A sua volta, la Francia ha ottenuto concessioni petrolifere in Iraq.
I piani di guerra del 2006 per il Libano e il Mediterraneo orientale, puntavano anche a un importante cambio di direzione, un ruolo di partnership per l’intesa franco-tedesca, con la Francia e la Germania a svolgere un ruolo militare di primo piano nella regione.
Vale la pena notare che un importante cambiamento si era verificato nei primi mesi del 2007, riguardo l’Iran. A seguito delle battute d’arresto degli Stati Uniti in Iraq e in Afghanistan (così come in Libano, Palestina, Somalia, e nell’Asia centrale ex sovietica), la Casa Bianca aveva avviato dei negoziati segreti con l’Iran e la Siria. Tuttavia, il dado era  tratto e sembrerebbe che gli USA non fossero in grado di spezzare un’alleanza militare che includeva Russia, Iran e Cina come suo nucleo.

La Commissione Baker-Hamilton: cooperazione occulta anglo-statunitense con l’Iran e la Siria?
L’America dovrebbe anche appoggiare decisamente le aspirazioni turche a un oleodotto da Baku nella [Repubblica di] Azerbaijan, a Ceyhan sulla costa turca del Mediterraneo, che servirebbe da importante sbocco per le fonti energetiche dal bacino del Mar Caspio. Inoltre, non è nell’interesse dell’America a perpetuare le ostilità irano-americane. Una qualsiasi riconciliazione dovrebbe basarsi sul riconoscimento del reciproco interesse strategico nella stabilizzazione di quello che attualmente è un ambiente regionale molto volatile per l’Iran [ad esempio, Iraq e Afghanistan]. Certo, una tale riconciliazione deve essere perseguita da entrambe le parti e non è un favore concesso da uno all’altro. Un forte, anche religiosamente motivato ma non fanaticamente anti-occidentale, Iran è nell’interesse degli Stati Uniti, e perfino la dirigenza politico iraniana può riconoscere questa realtà. Nel frattempo, gli interessi a lungo raggio degli statunitensi in Eurasia sarebbero meglio serviti da abbandonando le attuali obiezioni statunitensi a una più stretta cooperazione economica turco-iraniana, soprattutto nella costruzione di nuovi gasdotti…
-Zbigniew Brzezinski (La Grande Scacchiera: la supremazia americana ei suoi imperativi geostrategici, 1997)

Le raccomandazioni della Commissione Baker-Hamilton o Iraq Study Group (ISG) non sono un reindirizzamento riguardo al coinvolgimento dell’Iran, ma un ritorno alla pista da cui l’amministrazione Bush aveva deviato, in conseguenza dei deliri per le sue frettolosamente annunciate vittorie in Afghanistan e in Iraq. In altre parole, la Commissione Baker-Hamilton cercava di controllare i danni e reindirizzare il percorso geo-strategico degli USA, originariamente previsto dai pianificatori militari da cui l’amministrazione Bush sembrava aver deviato.
Il rapporto ISG fece anche sottilmente intendere che l’adozione del cosiddette riforme economiche per il “libero mercato“,  potrebbe agire sull’Iran (e per estensione sulla Siria) al posto del cambio di regime. L’ISG ha anche favorito l’adesione della Siria e dell’Iran all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). [14] Va inoltre osservato, in proposito, che l’Iran ha già avviato un programma di privatizzazione di massa che coinvolge tutti i settori, dalle banche all’energia e all’agricoltura.
La relazione dell’ISG raccomanda inoltre, la fine al conflitto arabo-israeliano e l’instaurazione della pace tra Israele e Siria. [15]
anche gli interessi comuni di Iran e Stati Uniti furono analizzati dalla Commissione Baker-Hamilton. L’ISG aveva raccomandato che gli Stati Uniti non rafforzassero nuovamente i taliban in Afghanistan (contro l’Iran). [16] Va inoltre notato che Imad Moustapha, l’ambasciatore siriano negli Stati Uniti, il ministro degli Esteri siriano e Javad Zarif, il rappresentante iraniano alle Nazioni Unite, furono tutti consultati dalla Commissione Baker-Hamilton. [17] L’ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite, Javad Zarif, è stato anche per anni un uomo di tramite tra gli Stati Uniti e i governi iraniani.
Vale la pena ricordare anche che l’amministrazione Clinton fu coinvolta nel percorso di riavvicinamento con l’Iran, tentando al contempo di tenere sotto controllo l’Iran nel quadro della politica del “doppio contenimento” nei confronti di Iraq e Iran. Questa politica era legata anche al documento ’1992 Draft Defence Guidance’ scritto da persone delle  amministrazioni Bush Sr. e Bush Jr.
Vale la pena notare che Zbigniew Brzezinski aveva affermato, già nel 1979 e nel 1997, che l’Iran sotto il suo sistema politico post-rivoluzionario avrebbe potuto essere cooptato dagli USA. [18] Anche la Gran Bretagna aveva assicurato la Siria e l’Iran, nel 2002 e 2003, che non sarebbero stati presi di mirati e li aveva incoraggiati nella loro cooperazione con la Casa Bianca.
Va notato che la Turchia ha di recente firmato un accordo con l’Iran su una  pipeline che trasporterà gas verso l’Europa occidentale. Questo progetto prevede la partecipazione del Turkmenistan. [19]  Sembrerebbe che questo accordo di cooperazione tra Teheran e Ankara indichi una riconciliazione, piuttosto che lo scontro con l’Iran e la Siria. Ciò è in linea con quello che Brzezinski nel 1997 sosteneva essere nell’interesse degli USA.
Inoltre, il governo iracheno sponsorizzato dagli anglo-statunitensi ha recentemente firmato accordi per una pipeline con l’Iran.
Ancora una volta, gli interessi degli USA in questo affare avrebbero dovuti essere messi in discussione, come lo diedero sull’Iran gli alti pareri dei leader fantoccio di Iraq e Afghanistan.
Qualcosa non va …
L’attenzione dei media in Nord America e in Gran Bretagna ai commenti positivi su Teheran, espressi dai clienti anglo-statunitensi a Baghdad e a Kabul, era sinistra.
Nonostante questi commenti da Baghdad e Kabul circa il ruolo positivo assunto dall’Iran in Iraq e in Afghanistan non fossero nuovi, l’attenzione dei media lo era. Il presidente George W. Bush Jr. e la Casa Bianca criticarono il primo ministro iracheno per aver detto che l’Iran giocava un ruolo costruttivo in Iraq, ai primi di agosto del 2007. La Casa Bianca e la stampa inglese o nordamericana di solito avrebbero solo ignorano o rifiutano questi commenti. Tuttavia, questo non fu il caso nell’agosto 2007.
Il presidente afghano, Hamid Karzai, nel corso di una conferenza stampa congiunta con George W. Bush Jr. aveva dichiarato che l’Iran era una forza positiva nel suo paese. Non era strano sentir dire che l’Iran era una forza positiva in Afghanistan, perché la stabilità dell’Afghanistan è nei migliori interessi dell’Iran. Ciò che si presentava come strano erano “quando” e “dove” le osservazioni erano state fatte. Le conferenze stampa della Casa Bianca sono coreografate e il luogo e il tempo delle osservazioni del presidente afghano dovrebbe essere messi in discussione. Successe anche poco dopo i commenti del presidente afghano, quando il presidente iraniano giunse a Kabul per una visita senza precedenti, che doveva essere stato approvata dalla Casa Bianca.

L’influenza politica dell’Iran
Per quanto riguarda l’Iran e gli Stati Uniti, l’immagine è sfocata e le linee tra cooperazione e la rivalità sono poco chiare. La Reuters e l’agenzia stampa degli studenti iraniani (ISNA) avevano entrambe riferito che il presidente iraniano poteva visitare Baghdad dall’agosto 2007. Queste notizie emersero proprio poco prima che il governo degli Stati Uniti iniziasse a minacciare di dichiarare il Corpo della Guardia Rivoluzionaria Iraniana come organizzazione terroristica internazionale. Senza insinuare nulla, va anche rilevato che la Guardia Rivoluzionaria e le forze armate USA hanno avuto anche una storia di cooperazione di basso profilo dalla Bosnia-Erzegovina all’Afghanistan controllato dai taliban.
Il presidente iraniano aveva anche invitato i presidenti degli altri quattro paesi del Caspio, per un vertice sul Mar Caspio a Teheran. [20] Aveva invitato il presidente turkmeno, mentre era in Turkmenistan, e anche i presidenti russo e kazako nell’agosto del 2007, al vertice della SCO in Kirghizistan. Il Presidente Aliyev, a capo della Repubblica di Azerbaigian (Azarbaijan) era stato invitato personalmente durante un viaggio del presidente iraniano a Baku. Il vertice previsto sul Mar Caspio poreva essere simile a quello di Port Turkmenbashi, nel Turkmenistan, tra i presidenti kazako, russo e turkmeno, e dove fu annunciato che la Russia non sarebbe stata esclusa dagli accordi sulle pipeline in Asia centrale.
L’influenza iraniana era chiaramente sempre più forte. I funzionari di Baku avevano anche affermato che avrebbero ampliato la cooperazione energetica con l’Iran e inseriti nell’accordo sul  gasdotto tra Iran, Turchia e Turkmenistan, che fornirà i mercati europei di gas. [21] Questo accordo, per rifornire l’Europa, era simile all’accordo russo per trasportare energia, firmato tra la Grecia, la Bulgaria e la Federazione russa. [22]
In Oriente, la Siria era coinvolta nei negoziati connessi all’energia con Ankara e Baku, e colloqui importanti erano stati avviati tra funzionari statunitensi e Teheran e Damasco. [23]
L’Iran aveva anche preso parte agli scambi diplomatici con Siria, Libano, Turchia, e  Repubblica di Azerbaigian. Inoltre, a partire dall’agosto 2007, la Siria aveva accettato di riaprire gli oleodotti iracheni per il Mediterraneo orientale, che attraversano il territorio siriano. [24]
La recente visita ufficiale del Primo Ministro iracheno al-Maliki in Siria è stata descritta come storica da notiziari come la British Broadcasting Corporation (BBC). Inoltre, la Siria e l’Iraq hanno deciso di costruire un gasdotto dall’Iraq alla Siria, dove il gas iracheno sarà trattato in impianti  siriani. [25] Tali accordi vengono presentati come le fonti delle tensioni tra Baghdad e la Casa Bianca, ma ciò è dubbio. [26]
L’Iran e il Gulf Cooperation Council (GCC) stanno anche programmando di avviare il processo per la creazione di una zona di libero scambio iraniana-GCC nel Golfo Persico. Nei bazar di Teheran e nel circolo politico di Rafsanjani, vi sono anche discussioni sulla eventuale creazione di un mercato unico tra Iran, Tagikistan, Armenia, Iraq, Afghanistan e Siria. Il ruolo statunitense in questi processi. per quanto riguarda Afghanistan, Iraq e il GCC, dovrebbero essere esplorato.
Sotto il presidente Nicholas Sarkozy, la Francia ha indicato che è disposta ad impegnarsi pienamente se i siriani daranno garanzie specifiche per quanto riguarda il Libano. Queste garanzie sono connesse agli interessi economici e geo-strategico francesi.
Nello stesso periodo di tempo delle dichiarazioni francesi sulla Siria, Gordon Brown aveva indicato che la Gran Bretagna era anch’essa disposta a impegnarsi in scambi diplomatici con Siria e Iran. Heidemarie Wieczorek-Zeul, ministro tedesco per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, fu  anche coinvolta nei colloqui con Damasco su progetti comuni, riforma economica e per avvicinare l’Unione Europea alla Siria. Questi colloqui, tuttavia, tendono a camuffarsi dietro le discussioni tra la Siria e la Germania per quanto riguarda l’esodo di massa dei rifugiati iracheni, derivante dall’occupazione anglo-statunitense del loro paese. Il ministro degli esteri francese era atteso a Teheran per colloqui su Libano, Palestina e Iraq. Nonostante i guerrafondai degli Stati Uniti e più recentemente della Francia, questo ha portato tutti a fare speculazioni su una possibile inversione di tendenza per quanto riguarda l’Iran e la Siria. [27]
Poi di nuovo, questo fa parte del duplice approccio degli Stati Uniti nel prepararsi al peggio (la guerra), mentre sollecitano la capitolazione diplomatica di Siria e Iran come stati clienti o partner. Quando accordi su petrolio e armi sono stati firmati tra la Libia e la Gran Bretagna, Londra ha detto che l’Iran dovrebbe seguire l’esempio libico, così come ha detto la Commissione Baker-Hamilton.

Si è fermata la corsa alla guerra?
Nonostante i colloqui a porte chiuse con Damasco e Teheran, Washington sta comunque armando i propri clienti in Medio Oriente. Israele è in un avanzato stato d  preparazione militare per una guerra contro la Siria.
A differenza di Francia e Germania, le ambizioni degli anglo-statunitensi verso Iran e Siria non sono la cooperazione. L’obiettivo ultimo è la subordinazione politica ed economica.
Inoltre, sia come amico o come nemico, gli USA non possono tollerare l’Iran entro i suoi confini attuali. La balcanizzazione dell’Iran, come quella dell’Iraq e della Russia, è un’importante obiettivo a lungo termine anglo-statunitense.
Che cosa ci aspetta non si sa. Mentre non vi è fumo all’orizzonte, l’agenda militare di US-NATO-Israele non necessariamente comporta l’attuazione della guerra come previsto.
Una “coalizione cinese-russo-iraniana” – che costituisce la base di una contro-alleanza globale – sta emergendo. USA e Gran Bretagna piuttosto che optare per una guerra diretta, potrebbero scegliere di cooptare Iran e Siria attraverso una manipolazione macro-economico e le rivoluzioni di velluto.
La guerra contro l’Iran e la Siria, tuttavia, non può essere esclusa. Ci sono preparativi di guerra reali sul terreno in Medio Oriente e nell’Asia centrale. Una guerra contro l’Iran e la Siria avrebbe conseguenze di vasta portata in tutto il mondo.

Mahdi Darius Nazemroaya è uno scrittore indipendente di Ottawa specializzato sul Medio Oriente e l’Asia centrale. È ricercatore associato del Centre for Research on Globalization (CRG).

NOTE
[1] Trattato di buon vicinato e amichevole cooperazione tra la Repubblica popolare cinese e la Federazione russa, firmato ed entrato in vigore il 16 luglio 2001, RP della Cina, Federazione Russa, Ministero degli Affari Esteri della Repubblica popolare cinese.
Di seguito gli articoli del trattato che sono rilevanti per la mutua difesa di Cina e Russia contro l’accerchiamento e gli sforzi per smantellare entrambe le nazioni degli statunitensi;

ARTICOLO 4
La parte cinese sostiene la parte russa nelle sue politiche sulla questione della difesa dell’unità nazionale e dell’integrità territoriale della Federazione russa.
La parte russa appoggia la parte cinese nelle sue politiche sulla questione della difesa dell’unità nazionale e dell’integrità territoriale della Repubblica popolare cinese.

ARTICOLO 5
La parte russa ribadisce che la posizione di principio sulla questione di Taiwan, come esposto nei documenti politici firmati e adottati dai capi di Stato dei due paesi dal 1992 al 2000 rimangono invariati. La parte russa riconosce che c’è una sola Cina nel mondo, che la Repubblica popolare cinese è l’unico governo legale che rappresenta tutta la Cina e che Taiwan è parte inalienabile della Cina. La parte russa si oppone a qualsiasi forma di indipendenza di Taiwan.

ARTICOLO 8
Le parti contraenti non entrano in nessuna alleanza o fanno parte di alcun blocco né devono intraprendere tale azione, compresa la conclusione di trattati con un paese terzo che compromette la sovranità, la sicurezza e l’integrità territoriale dell’altra Parte contraente. Nessuna delle due parti contraenti deve consentire che il suo territorio venga utilizzato da un paese terzo per compromettere la sovranità nazionale, la sicurezza e l’integrità territoriale della parte contraente.
Nessuna delle due parti contraenti deve consentire la creazione di organizzazioni o bande sul proprio suolo che possano danneggiare la sovranità, la sicurezza e l’integrità territoriale dell’altra parte contraente e tali attività dovrebbero essere vietate.

ARTICOLO 9
Quando si verifica una situazione in cui una delle parti contraenti ritiene che la pace sia minacciata e minata o dei suoi interessi di sicurezza siano coinvolti o quando si confronta con la minaccia di aggressione, le parti contraenti avviano immediatamente i contatti e le consultazioni al fine di eliminare tale minacce.

ARTICOLO 12
Le parti contraenti devono lavorare insieme per il mantenimento di equilibrio strategico globale e la stabilità e fare grandi sforzi per promuovere l’osservazione degli accordi di base relativi alla salvaguardia e al mantenimento della stabilità strategica.
Le parti contraenti promuoveranno attivamente il processo di disarmo nucleare e la riduzione delle armi chimiche, promuovono e rafforzano i regimi sul divieto delle armi biologiche e adottano misure volte a prevenire la proliferazione delle armi di distruzione di massa, i loro vettori e la loro relativa tecnologia .
[2] Ibid.
[3] Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives (NYC, New York: HarperCollins Publishers , 1997), p.198.
[4] Ibid.  pp. 115-116, 170, 205-206.
Nota: Brzezinski si riferisce alla coalizione cinese-russo-iraniana anche come una “controalleanza” (p.116).
[5] Zbigniew Brzezinski, Out of Control: Global Turmoil on the Eve of the 21st Century (NYC, New York: Charles Scribner’s Sons Macmillan Publishing Company , 1993), p.198.
[6] Ibid.
[7] Ibid.
[8] Brzezinski, The Grand Chessboard , Op. cit. , p.198.
[9] MK Bhadrakumar, The lessons from Ferghana, Asia Times, 18 maggio 2005.
[10] Nick Paton Walsh, Uzbekistan kicks US out of military base, The Guardian (UK), 1 agosto 2005.
[11] Vladimir Radyuhin, Uzbekistan rejoins defence pact, The Hindu, 26 giugno 2006.
[12] Brzezinski, The Grand Chessboard , op. cit., p.116.
[13] Glenn Kessler, In 2003, US Spurned Iran’s Offer of Dialogue, The Washington Post, 18 giugno 2006, p.A16.
[14] James A. Baker III et al. , The Iraq Study Group Report: The Way Forward — A New Approach Authroized ed. (NYC, New York: Random House Inc. , 2006), p.51.
[15] Ibid. , pp.51, 54-57.
[16] Ibid. , pp.50-53, 58.
[17] Ibid. , p.114.
[18] Brzezinski, The Grand Chessboard, op. cit., p.204.
[19] Iran, Turkey sign energy cooperation deal, agree to develop Iran’s gas fields, Associated Press, 14 luglio 2007.
[20] Tehran to host summit of Caspian nations Oct.18, Russian News and Information Agency (RIA Novosti), 22 agosto 2007.
[21] Azerbaijan, Iran reinforce energy deals, United Press International (UPI), 22 agosto 2007.
[22] Mahdi Darius Nazemroaya, The March to War: Détente in the Middle East or “Calm before the Storm?,” Centre for Research on Globalization (CRG), 10 luglio 2007.
[23] Ibid. Vale la pena notare che l’Iran è stato coinvolto nelle operazioni condotte con la Turchia e nei negoziati tra Siria, Libano, Turchia e la Repubblica di Azerbaigian sull’eventuale creazione di un corridoio energetico nel Mediterraneo orientale. Le offerte si sono verificate nello stesso lasso di tempo in cui Siria e Iran hanno iniziato i colloqui con gli Stati Uniti, dopo la relazione della Commissione Baker-Hamilton.
[24] Syria and Iraq to reopen oil pipeline link, Agence France-Presse (AFP), 22 agosto 2007.
[25] Ibid.
[26] Roger Hardy, Why the US is unhappy with Maliki, British Broadcasting Corporation (BBC),  22 agosto 2007.
27] Hassan Nafaa, About-face on Iran coming?, Al-Ahram (Egypt), no. 859, 23-29 Agosto, 2007.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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