La “primavera araba” ha inventato la guerra “low cost”

Ahmed Bensaada 15 novembre 2012
Intervista condotta da Nordine Azzouz (“Reporter“)
Questa intervista è stata pubblicata nella rivista “Reporter” del 11 novembre 2012

Gli sconvolgimenti che caratterizzano da più di due anni molti paesi arabi vengono variamente analizzati. Per alcuni, queste “rivoluzioni” non sono né più né meno che il prodotto dei laboratori specializzati nella destabilizzazione degli Stati della regione, tra cui le politiche d’interferenza degli interessi delle potenze occidentali e degli Stati Uniti in particolare. Per altri, sono il risultato della fine dei regimi dittatoriali. Ahmed Bensaada, un ricercatore del Canada, sostiene la necessità di una lettura che sia una sintesi delle due teorie.

Un libro di prossima uscita sul tema della primavera araba. Di cosa tratta?
Il libro in questione è intitolato “Il lato oscuro delle rivoluzioni arabe” delle Edizioni Ellipses, sarà pubblicato a Parigi il 4 dicembre 2012. Questo libro, a cui ho contribuito, è un’opera collettiva diretta da Eric Denece, direttore del Centro francese per la Ricerca sull’Intelligence (CF2R). Non meno di 24 autori provenienti da ambienti diversi vi hanno partecipato, il che lo rende un libro molto ricco e ben documentato, che certamente contribuirà alla comprensione di ciò che viene comunemente chiamata “primavera araba”. Così, possiamo leggere testi scritti da ricercatori, giornalisti, filosofi e politici. Il libro è diviso in tre parti: a) Analisi e decostruzione delle rivoluzioni nazionali, b) Il ruolo degli attori stranieri e c) Le conseguenze internazionali della primavera araba. Questo lo rende uno dei primi lavori con una panoramica sui vari aspetti delle rivolte che hanno scosso le piazze arabe per quasi due anni.

Voi contribuite: quale tesi difendete?
La tesi che svolgo è il coinvolgimento degli Stati Uniti nelle rivolte delle piazze arabe attraverso una rete di agenzie statunitensi specializzate nell’”esportazione” della democrazia. In quanto tali, si possono citare l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID), il National Endowment for Democracy (NED), l’International Republican Institute (IRI), il National Democratic Institute for International Affairs (NDI), la Freedom House (FH) e l’Open Society Institute (OSI). Queste stesse organizzazioni hanno contribuito al successo delle rivoluzioni colorate che hanno avuto luogo in alcuni paesi dell’Europa orientale o ex repubbliche sovietiche: Serbia (2000), Georgia (2003), Ucraina (2004) e Kirghizistan (2005).  Il coinvolgimento degli Stati Uniti può essere diviso in due distinti aspetti ma complementari: un è il cyberspazio e l’altro è lo spazio reale. Il primo riguarda la formazione di cyberattivisti arabi (nell’ambito di ciò che viene comunemente chiamato la “Lega Araba della rete”) per controllare il cyberspazio. Il secondo riguarda le tecniche di controllo della lotta nonviolenta teorizzate dal filosofo statunitense Gene Sharp e praticate dal ‘Center for Applied Non Violent Action and Strategies’ (CANVAS), guidato da ex dissidenti serbi che parteciparono alle rivoluzioni colorate. Argomenti come questi, con decine di riferimenti, vengono presentati sia nel mio libro “Arabesco americano: il ruolo degli Stati Uniti nelle rivolte di piazza arabe” (Edizioni Michel Brûlé, Montreal, 2011; Edizioni Synergy, Algeri, 2012) che in un capitolo intitolato “Il ruolo degli Stati Uniti nella primavera araba” del nuovo libro di prossima uscita “Il lato oscuro delle rivoluzioni arabe”. Si noti che in questo secondo libro, alcune informazioni sono state aggiornate, mentre altre riguardanti la Libia e la Siria sono state aggiunte. In effetti, all’uscita del primo libro, le rivolte in entrambi i paesi erano ancora all’inizio.

Oggi si dice oggi che la “primavera araba” sia stata progettata nei laboratori senza la volontà del popolo, sebbene nei vari paesi della regione vi sia un vero problema di governance e di deficit democratico?
Certo, non sono gli Stati Uniti che hanno suscitato la “primavera” araba. Le rivolte che hanno spazzato la piazza araba sono una conseguenza della mancanza di democrazia, giustizia sociale e fiducia tra i leader e i loro popolo. Tutto ciò costituisce una destabilizzazione “fertile”. Il terreno è composto da uomini e donne che hanno perso fiducia nei loro leader, e la cui permanenza deleteria non lasciava alcuna speranza. Per loro, il fine giustifica i mezzi. Tuttavia, il coinvolgimento degli Stati Uniti in questo processo non è banale, tutt’altro. Gli importi investiti, la formazione offerta, l’impegno militare e l’atteggiamento diplomatico di alto livello lo confermano. Inoltre, la loro partecipazione non è iniziata con le rivolte di strada arabe, ma molto tempo prima. Ad esempio, si stima che tra il 2005 e il 2010 non meno di 10.000 egiziani siano stati formati dalle organizzazioni di cui sopra. Queste organizzazioni hanno speso quasi 20 milioni di dollari all’anno in Egitto, raddoppiando l’importo nel 2011. E’ per questo motivo che nel 2012, alcune di queste organizzazioni sono state perseguite dalla magistratura egiziana, che le ha accusate di “finanziamento illecito”. Ricordiamo a questo proposito che 19 statunitensi furono coinvolti nel caso, tra cui Sam LaHood, direttore dell’IRI in Egitto e figlio di Ray LaHood, Segretario ai Trasporti degli Stati Uniti.

Perché i “pacchetti” della stessa borsa di “primavera” non hanno funzionato nello stesso modo; in Egitto dove Mubarak e il suo regime sono stati abbattuti, ha funzionato bene, e la Siria invece rischia la frammentazione, oggi?
E’ vero che le rivolte hanno una loro dinamica. Quelle in Tunisia e Egitto sono molto simili. Per  contro, anche se sono iniziate in modo simile alle prime due, le rivolte libica e siriana si sono  rapidamente trasformate in guerre civili “classiche”, con la palese interferenza straniera. Va sottolineato che gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo centrale in tutti questi casi, anche se negli ultimi due la collaborazione di alcuni paesi della NATO (Francia, Gran Bretagna, Turchia) e arabi (Qatar e Arabia Saudita) è notevole. Dall’analisi delle rivolte della “primavera” araba, due lezioni si possono trarre. La prima è che i paesi occidentali (aiutati da collaboratori arabi) possono supportare il cambiamento dei regimi e dei governi arabi, con rischio quasi zero di perdere vite umane e con investimenti molto redditizi. In Libia, ad esempio, decine di migliaia di persone sono state uccise, mentre le perdite occidentali sono stati pari a zero, nonostante decine di migliaia di attacchi aerei della NATO. D’altra parte, il ministro della difesa francese ha detto che il costo totale delle operazioni in Libia, per la Francia, potrebbe essere stimato a 320 milioni al 30 settembre 2011. Inezie se confrontiamo queste cifre con, ad esempio, il costo di un intervento occidentale in Iraq e Afghanistan, dove le vittime della coalizione e gli investimenti erano molto più coerenti. Con la “primavera araba”, il concetto di guerra “low cost” viene inventata. Ovviamente, il costo è basso per l’occidente e non gli arabi. La seconda lezione da trarre è che i paesi occidentali possono passare, senza scrupoli, dall’approccio non violento di Gene Sharp alla guerra aperta (sotto l’egida delle Nazioni Unite o meno) con i mezzi militari della NATO, mentre brandiscono, di volta in volta, lo spettro della Corte penale internazionale (CPI).

Non siamo in linea con la tesi del ‘complotto dell’occidente’?
Lo sviluppo di una tesi sul ruolo degli Stati Uniti nelle rivolte arabe è tre volte problematico per uno scrittore. In primo luogo, può essere etichettato come cospirazionista paranoico ossessionato da visioni antiamericane. In secondo luogo, può farlo sembrare un protettore o un ammiratore di leader autocratici megalomani e tirannici, che hanno per troppo tempo usurpato il potere. In terzo luogo, non è impossibile farsi tacciare di nemico della “nobile e grande rivoluzione popolare.” Infatti, non appena vi è un discorso intellettuale diverso da quello dei media principali, si viene automaticamente indicati “flirtare con la teoria del complotto.” Nel caso specifico delle rivolte arabe, il complotto è tirato in ballo piuttosto dai media “mainstream” che vogliono farci credere nella spontaneità delle rivolte arabe. Mi ricordo di una citazione di FD Roosevelt: “In politica nulla accade per caso. Se succede qualcosa, potete scommettere che è stato progettato per questo.”
Le informazioni contenute nei due libri si basano su fatti i cui riferimenti sono stati tutti verificati. Vi ricordo che i principali media che creano e diffondono informazioni, provengono dai paesi maggiormente coinvolti nella “primaverizzazione” araba. Tutti presentano la stessa storia sollevando un belligerante al rango di eroe (colui che è contro l’attuale governo) e assegnando all’altro il ruolo di carnefice. La verità è molto più complessa e non può semplicemente essere ritratta in bianco e nero. Un lavoro giornalistico integro e onesto si proporrebbe piuttosto, di analizzare le diverse sfumature di grigio. Un’altra favola narrata dai media è che ciò che interessa agli occidentali è portare il Vangelo in questi paesi, sotto forma di democrazia. In tal caso, perché gli occidentali non aiutano i cittadini del Bahrain a godere, anche loro, della democrazia, mentre da mesi la rivolta scuote il regno? E paesi come il Qatar e l’Arabia Saudita che vogliono costruire la democrazia nei paesi arabi, perché non iniziano da essi stessi? Così, finché i giornalisti non faranno il loro lavoro, saremo noi, senza alcuna affinità con i belligeranti, ad avere il compito di svelare la verità.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

BOMBA: Gli USA invischiati nelle elezioni russe!

Putin paragona le ONG finanziate dagli Stati Uniti a Giuda Iscariota
Tony Cartalucci, Global Research, 6 Dicembre 2011 
Landdestroyer – 05-12-2011

4 Dicembre 2011 – Che cosa direbbero gli statunitensi, trovassero i loro seggi elettorali e certi partiti politici completamente infiltrati dal denaro cinese, da osservatori cinesi e da candidati dei cinesi che promuovono gli interessi della Cina, nelle elezioni statunitensi? La risposta varia dall’incarcerazione a processi con accuse che vanno dalla truffa, alla sedizione e al tradimento, anche con pene che vanno da decenni in carcere all’ergastolo, e forse anche alla pina di morte, così come una possibile azione militare per ciò che potrebbe facilmente essere considerato un atto di guerra.
Infatti, il tentativo di sovversione di una nazione straniera e/o ingerenza nelle sue elezioni sono atti di guerra, un atto di guerra del governo degli Stati Uniti attraverso le sue varie “organizzazioni non governative” (ONG) sono stati commessi per decenni nel mondo. In effetti, la stessa “Primavera araba” è una conflagrazione geopolitica innescata da questa vasta rete di organizzazioni non governative filo-occidentali.
Il New York Times nel suo articolo, “Gruppi degli Stati Uniti aiutano a sostenere le rivolte arabe“, dichiara chiaramente quanto riferisce, “un certo numero di gruppi e individui direttamente coinvolti nelle rivolte e nelle riforme radicali della regione, incluso il movimento dei Giovani del 6 aprile in Egitto, il Centro per i diritti umani del Bahrain e i militanti di base come Entsar Qadhi, un giovane leader nello Yemen, hanno ricevuto addestramento e finanziamento da gruppi come l’International Republican Institute, il National Democratic Institute e la Freedom House, una organizzazione senza scopo di lucro sui diritti umani di Washington.
Il Times continuava spiegando, “gli istituti repubblicani e democratici sono liberamente affiliati ai partiti repubblicano e democratico. Sono stati creati dal Congresso e sono finanziati attraverso il National Endowment for Democracy, che è stato istituito nel 1983 per canalizzare le borse di studio per la promozione della democrazia nelle nazioni in via di sviluppo. Anche il National Endowment riceve circa 100 milioni di dollari US l’anno dal Congresso. La Freedom House ottiene la maggior parte dei suoi fondi dal governo statunintense, in particolare dal Dipartimento di Stato“.
Queste stesse ONG hanno anche recentemente svolto un ruolo centrale in Myanmar, bloccando la costruzione di una mega-diga che avrebbe avviato lo sviluppo delle zone rurali del paese, fornito energia elettrica per l’esportazione e l’uso domestico e contribuito a irrigare i terreni agricoli circostanti. Queste ONG stanno attualmente creando un divario sociale in Thailandia per sovvertire un anno istituzione politica indipendente vecchia  di 800 anni, che ha resistito per secoli all’invasione occidentale. Vi sono anche prove documentate che queste ONG tentano di destabilizzare il governo della Malesia e di reinstallare di nuovo al potere il servitore del FMI Anwar Ibrahim.
Nel vicino e alleato della Russia, la Bielorussia, questa rete di ONG finanziate dagli USA ha tentato di iniziare una “Primavera bielorussa” per rovesciare il leader Aleksandr Lukashenko, che si è fermamente opposto all’insinuarsi della NATO verso le frontiere sue e della Russia. E ora la stessa Russia ha appena sradicato un complotto di queste stesse ONG insinuantesi dentro e intorno alle istituzioni politiche della nazione, nel tentativo di sovvertirle e sostituirle.

La lunga lotta della Russia contro la sovversione finanziata dagli Stati Uniti.
Questa non è la prima volta che la Russia ha affrontato questa insidiosa infiltrazione dall’estero. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, si procedette a una libertà senza legge, dove gli stranieri iniziarono a infilarsi nel tentativo di creare il proprio ordine dal caos. Alla guida di questa carica vi era il miliardario oligarca Mikhail Khodorkovsky, che creò la “Fondazione Open Russian” e che aveva anche i finanzieri elitari corporativi occidentali Jacob Rothschild e Henry Kissinger seduti nel suo consiglio di amministrazione. In uno scenario ormai a tutti troppo familiare, Khodorkovsky e le sue reti di ONG dai finanziamenti stranieri, hanno tentato di consolidare e trasferire la ricchezza e il potere della Russia, e il destino del suo popolo, nelle mani della “corporatatorship” globale di Wall Street e di Londra.

Khodorkovsky, al sicuro dietro le sbarre. In Russia, i bankster mafiosi di Wall Street e di Londra vanno in prigione.

La Russia, tuttavia, non era del tutto indifesa. In una reazione devastante, Khodorkovsky è stato gettato in una prigione siberiana, dove rimane fino ad oggi, mentre gli altri oligarchi che servono gli interessi occidentali si sono sparsi come scarafaggi tornandosene a Londra e a New York. In un vuoto tentativo di ritrarre gli sforzi della Russia per preservare la sua sovranità nazionale, come “violazioni dei diritti umani,” Wall Street e Londra hanno assemblato una difesa legale guidata dall’avvocato globalista Robert Amsterdam, che pur rappresentando Khodorkovsky, difende anche un altro perdente del gioco di Wall Street nel collocare i suoi burattini in posizioni di potere in tutto il mondo, Thaksin Shinawatra in Thailandia.
Più di recente, mentre si avvicinano le elezioni in Russia, AFP ha affermato che le ONG, come Golos’ e Times New’slon.ru finanziate dal NED degli Stati Uniti, che presentano regolarmente gli articoli del detenuto di cui sopra, Khodorkovsky, sono state attaccate in modo da impedire la diffusione delle “frode elettorale massiccia“. Perché i gruppi di opposizione e le ONG finanziate dall’estero hanno interesse diretto nell’impedire che il partito Russia Unita di Putin ottenga una vittoria netta alle urne, dovendo credere soprattutto alla rivelazione della “frode elettorale massiccia“, non è mai spiegato da AFP.
Il sito ufficiale del NED elenca un numero incredibile di ONG impiccione che svolgono attività in tutta la Federazione russa, e che nessun statunitense sano di mente avrebbe permesso sul proprio suolo. Golos’ è solo una delle numerose ONG finanziate dal governo degli Stati Uniti, sotto la supervisione dall’Ambasciata degli Stati Uniti in Russia, e utilizzata per interferire negli affari interni della loro nazione sovrana.
AFP ha riferito, “il primo ministro Vladimir Putin, il cui partito Russia Unita ha vinto nei sondaggi di domenica, ma con una maggioranza ridotta, ha denunciato le organizzazioni non governative come Golos, accostandole a Giuda, il discepolo che tradì Gesù“. E infatti, Golos’ certamente tradisce il popolo russo prendendo soldi stranieri e perseguendo un’agenda straniera, mascherata da crociata “pro-democrazia“.
Le attività di Golos’, che ricalcano quelle della primavera araba progettata dagli USA, comprendono il sito della “Mappa delle violazioni” online, i cui dettagli “affermano” la frode in tutta la Russia, nel tentativo di minare la legittimità di Putin e del suo partito nelle prossime elezioni, che prevedibilmente vincerà facilmente. Lilija Shibanova di Golos’ ha descritto il loro progetto della “Mappa delle violazioni” come un luogo dove le persone possono caricare qualunque informazione o prove di violazioni elettorali. Ciò, essendo lontano da dati di fatto, rispecchia ancora una volta la stessa tattica di manipolazione dell’opinione pubblica nel bel mezzo delle rivolte in tutto il mondo, alimentata dalle  identiche organizzazioni finanziate dall’estero, in cui indicazioni infondate di abuso, violenza e violazioni dei “diritti umani” compongono la totalità delle accuse che vengono poi utilizzate dai governi occidentali per prendere di mira diplomaticamente e militarmente le nazioni da mettere sotto pressione (nel caso della Libia e ora della Siria).
Come in Bielorussia, dove il vicepresidente dalla FIDH finanziata dal NED, e leader dell’anello della sedizione finanziata dall’estero nel paese dell’Europa orientale, fu imprigionato per oltre 4 anni, in Russia, il governo sta indicando apertamente il nemico per nome. Questo è accaduto anche in Malesia, dove il governo dirigente ha eliminato il movimento “Bersih Pulito e Giuste Elezioni” come una cospirazione di aziendal-finanziaria straniera i cui interessi erano volti a destabilizzare il paese e installare un più favorevole regime di procura, guidato dall’agente del FMI Anwar Ibrahim.

La sovversione russa coordinata dall’ambasciatore degli Stati Uniti, Michael McFaul
Russia avrebbe anche saggiamente rivolgere la sua attenzione all’Ambasciata degli Stati Uniti e al recentemente confermato ambasciatore Michael McFaul, che fa parte del consiglio di amministrazione di Freedom House e del National Endowment for Democracy, ora implicato nelle interferenze dirette negli affari sovrani della Russia.


Foto: Michael McFaul, confermato a novembre ambasciatore degli Stati Uniti in Russia, immediatamente al lavoro, non per rappresentare gli interessi, le aspirazioni e la buona volontà del popolo statunitense, ma per eseguire l’ordine del giorno corporativo-finanziario oligarchico, che a ottobre ha cantato lodi per quanto riguarda il suo background in fatto di agitazioni estere e delle possibilità che la sua presenza in Russia potrebbe produrre. Dovrebbe anche essere notato che McFaul è un Senior Associate del Carnegie Endowment for International Peace, interamente finanziato da società come Fortune 500, Open Society di Soros e da altre fondazioni finanziate da corporations.

Vi è stato l’avvertimento, nell’ottobre 2011, in “Agitator Nominated for Next US “Ambassador” to Russia“, che gli interessi corporativo-finanziari hanno espresso le loro raccomandazioni per McFaul, che:
La Brookings Institution ha recentemente pubblicato una “lettera di raccomandazione” per McFaul, dal titolo “Dare al prossimo ambasciatore in Russia un potente strumento per tutelate i diritti umani.” Fuor di metafora, l’articolo utilizza in malafede il concetto di ” diritti umani” per far leva sugli interessi degli Stati Uniti in Russia. Scritto dall’arci-neo-conservatore Robert Kagan della Brookings e dal presidente di Freedom House David Kramer, il brano inizia da subito invitando il Senato degli Stati Uniti a confermare McFaul.
Kagan e Kramer sostengono che gli Stati Uniti dovrebbero poi armare McFaul con un disegno di legge per “sanzionare” i funzionari russi accusati di “violazioni dei diritti umani.” A giudicare dalle precedenti relazioni USA-Russia, e in particolare, la trasparente e quasi grottesca crociata di Robert Amsterdam per il suo cliente in carcere, Mikhail Khodorovsky, si può presumere che questi “abusi” si riferiscano all’incarcerazione di operatori politici per gravi attività criminali compiuti per contro degli interessi aziendali-finanziari statunitensi.
Il pezzo della Brookings continua a enumerare i “meriti” di McFaul che includono, la “promozione della democrazia” (leggi: ingerenza extraterritoriale), incontro con i rappresentanti della “società civile” sia in Russia che nelle nazioni limitrofe (leggi: cospirare con le organizzazioni non governative e i leader dell’opposizione politica finanziati dagli USA), oltre ad avere un buon rapporto con gli attivisti dell’opposizione russa che operano a Washington. Brookings rileva in particolare quanto sia importante avere McFaul in Russia, per il fatto di dare la sua “valutazione” delle prossime elezioni russe. Non detto, ma che sicuramente filtrerà dai titoli dei giornali nei prossimi mesi, McFaul farà la “promozione della democrazia” per conto di selezionati partiti di opposizione nel panorama politico della Russia.
Come per togliere ogni dubbio in merito proprio quello che la Brookings intende per “violazioni dei diritti umani“, Kagan e Kramer poi citano il caso del finanziere britannico Sergej Magnitsky di Mangement Hermitage Capital, un’impresa che pur operando principalmente nei mercati russi, ha mantenuto la sua sede nelle Isole Cayman.
Magnitsky è stato arrestato e imprigionato per evasione fiscale e frode fiscale, e sarebbe morto di malattia mentre era in prigione. Gli Stati Uniti e Gran Bretagna prevedibilmente si inventeranno le circostanze della morte di Magnitsky, con la fondazione finanziata dalle aziende Redress (page 28) del Regno Unito, con la presentazione di un “rapporto” all’ONU di in un altro classico esempio di sfruttamento della questione dei “diritti umani” contro una nazione, allo scopo di servire gli interessi occidentali. Questo è solo un assaggio di quello che verrà con McFaul che presiederà la prossima tappa della destabilizzazione globale anglo-statunitense.
Kagan della Brookings e Kramer di Freedom House hanno nominato McFaul con l’intenzione di immischiarsi ulteriormente negli affari sovrani della Russia, così come nella destabilizzazione dei suoi vicini, nel tentativo di coprire il riemergere della Russia come potenza mondiale sovrana, o forse anche nel tentativo di riprodurre un grande strategia della tensione globale, costringendo l’assediato mondo in via di sviluppo a consolidarsi, sotto i sempre più evidenti  attacchi dell’Occidente, solo nell’”unione” per cooptazione ed integrazione all’”ordine internazionale” di Wall Street-Londra, in un secondo momento. In entrambi i casi, McFaul non rappresenta gli ideali, i principi o le leggi del popolo statunitense o la Costituzione degli Stati Uniti, né rappresenta i valori universali del rispetto della sovranità nazionale.
La sua conferma da parte del Senato degli Stati Uniti, indicherà la doppiezza tra il Comitato per le Relazioni Estere del Senato statunitense e un’ulteriore divergenza tra le loro azioni e la volontà e le aspirazioni del popolo statunitense, che li ha eletti. McFaul rappresenta l’elite corporativo-finanziaria e la loro agenda per costruire un “ordine internazionale” (leggi: impero) al costo di altre risorse e vite statunitensi, lasciando una élite immensamente ricco più spadroneggiare su una maggioranza statunitense indigente.
Esponendo sia le vere “credenziali” che le intenzioni di McFaul, così come per chi lavora davvero e perché, e sistematicamente boicottato e sostituendo le mangiatoie  consumistiche che alimentano questa oligarchia corporativo-finanziaria, possiamo  rettificare questa divergenza evidente e in continua espansione, tra ciò che è meglio per l’America e ciò che viene perseguito dall’oligarchia, che vuole il dominio su di noi.
La Russia e un numero crescente di altre nazioni indicano apertamente e controllano gli agenti responsabili della sedizione che operano nel loro paese, inviati e finanziati col denaro dei contribuenti statunitensi. E’ tempo di togliersi il sassolino dalla scarpa, e per il popolo occidentale di controllare i propri governi. Mentre le nazioni prese di mira cominciano a scoprire e incarcerare i membri di questa cospirazione globale, anche l’Occidente deve cominciare a indicare gli spacciatori in malafede di questa agenda, e cioè i consigli di amministrazione e gli amministratori che organizzano questo complotto e riprendersi i fondi utilizzati in questa destabilizzazione globale, e tenerli debitamente responsabili dell’uso del denaro dei contribuenti nel finanziare il caos politico all’estero, mentre il decadimento economico e sociale interno rovina gli statunitensi e gli europei. 

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

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