Il Maresciallo al-Sisi vicino alla vittoria nella lotta per il futuro dell’Egitto

Dmitrij Minin, Strategic Culture Foundation, 12/02/2014

Egyptians-support-Sisi-minister-of-defenseIl 6 febbraio i media mondiali, citando la pubblicazione quwaytiana al-Sayasah, hanno riferito che l’uomo forte dell’Egitto, Comandante in Capo e neo-Maresciallo al-Sisi, annunciava la partecipazione alle presidenziali. La cosa importante è che il Consiglio Supremo delle Forze Armate dell’Egitto ha già nominato il ministro della Difesa candidato alla presidenza. E’ evidente a tutti che al-Sisi sarà il probabile vincitore delle elezioni presidenziali, che si terranno non oltre il 19 aprile. Ed è soprattutto da quest’uomo, che il popolo vede come “nuovo Nasser”, che dipenderà il futuro dell’Egitto… Allo stesso tempo, il prevedibile incremento del suo potere significherà il ripristino delle forme di governo tradizionali e chiaramente naturali del Paese. I cinque anni di disordine e confusione dal discorso del maggio 2009 del presidente degli Stati Uniti B. Obama, a Cairo, e della “primavera araba” istigata da Washington, che hanno causato al Paese solo perdite finanziarie e vittime, arrivano al termine. Il piano per la democratizzazione del “Grande Medio Oriente” è agli sgoccioli.
Abdel Fatah Said Husayn Qalil al-Sisi è nato il 19 novembre 1954 a Cairo da una famiglia religiosa.  Egli stesso è noto per la sua adesione alle tradizioni islamiche (spesso cita il Corano a memoria nelle conversazioni, e sua moglie indossa l’hijab), ma non è un fanatico ed è tollerante verso le altre fedi. Ha sempre mantenuto buoni rapporti con i copti ortodossi. Tenendo presente l’irritazione provocata nel Paese dal “vezzoso” comportamento della famiglia di H. Mubaraq, in particolare di suo figlio Gamal, tiene prudentemente la sua famiglia riservata. Ha tre figli e una figlia, di cui si sa poco. Ama l’ordine e la disciplina. Chi lo circonda fin dall’infanzia lo chiama “generale”. Nel 1977 si diplomò presso l’Accademia Militare. Successivamente ebbe ulteriore istruzione militare superiore in diversi istituti in Gran Bretagna e Stati Uniti. S’interessa di storia e diritto. Era il direttore del Dipartimento dell’intelligence militare e della ricognizione del Paese, di cui come rappresentante ha ricoperto il prestigioso incarico di addetto militare in Arabia Saudita. Ha buoni collegamenti con i vertici delle forze armate saudite e di numerosi altri Paesi arabi, in particolare  della Siria. In un momento difficile per l’Egitto, quando l’occidente gli ha voltato le spalle, al-Sisi, grazie alla sua autorità, ha potuto ottenere una generosa assistenza finanziaria dai Paesi del Golfo Persico. Quando entrò a far parte del Consiglio Supremo delle Forze Armate d’Egitto, ne era l’aderente più giovane. Il 12 agosto 2012 fu nominato Presidente del Consiglio e anche ministro della Difesa.
Dal 3 luglio 2013, quando l’esercito ha rimosso il presidente Muhammad Mursi, rappresentante dei Fratelli musulmani, al-Sisi, anche se formalmente solo viceprimo ministro, difatti divenne il leader occulto del Paese. Le prossime elezioni confermeranno e sanciranno la sua posizione reale. Tale percorso fu aperto dal riuscito referendum per l’approvazione della nuova costituzione, sostituendo quella adottata dalla Fratellanza musulmana. I critici hanno sottolineato che solo il 39% della popolazione ha votato al referendum, tuttavia, si sono dimenticati di dire che solo il 32% votò al referendum sulla costituzione precedente, e solo il 63,8% dei partecipanti del referendum votarono a favore, a differenza del 98% di questa volta. La crescita del sostegno nazionale è chiara. Vale la pena notare che, a parere degli esperti, sono in gran parte le donne ad essere dietro tale risultato, votando all’unanimità la nuova costituzione, ripristinando quei diritti che gli erano già stati presi. Il fatto che al-Sisi segua le tradizioni religiose l’ha messo in buona posizione illudendo i leader dei Fratelli musulmani, che scelsero preferendolo tra tutti i militari. In realtà, scoprirono che per al-Sisi gli interessi nazionali sono più importanti dell’Islam. O più precisamente, non crede che l’Islam debba sempre imporsi sulla vita moderna o le altre credenze religiose. Il suo credo è che “Siamo prima di tutto egiziani, e poi musulmani e cristiani”. Ritiene che una società democratica e pluralista sia pienamente compatibile con le norme musulmane, tuttavia, su ciò un percorso graduale dovrebbe essere seguito, a suo parere. Nel documento “La democrazia in Medio Oriente”, scritto da al-Sisi durante i suoi studi presso l’US Army War College in Pennsylvania, scrive che la democrazia sarà difficile da realizzare in Medio Oriente perché la forma di governo deve adattarsi alla situazione culturale e religiosa locale. In questo lavoro, al-Sisi è contro la teocrazia, ma  esprime la convinzione che la democrazia in Egitto debba basarsi sui valori islamici. Allo stesso tempo, ha sempre detto che l’esercito dovrebbe essere dalla parte del popolo, e di conseguenza di tutti i cittadini del Paese. Al-Sisi non propende al confronto continuo con i Fratelli musulmani, ma alla riconciliazione nazionale. Ad esempio, gli influenti copti egiziani, circa 8-10 milioni nel Paese, lo sostengono all’unanimità. Non è un caso che alla vigilia della promozione a maresciallo e dell’annuncio che i militari nominavano il Generale al-Sisi alla presidenza, il 26 gennaio di quest’anno, ricevette il patriarca della Chiesa ortodossa copta, Teodoro II, accompagnato da sei vescovi.
Il fatto che gli avversari di al-Sisi ricorrano al terrorismo sanguinoso, indica che non possono più  organizzare proteste di massa contro di lui, ricorrendo quindi a misure disperate. Con ogni attentato insensato la sua autorità diventa sempre più forte, in quanto la popolazione è sempre più convinta della necessità di una “mano ferma”. La fiducia popolare in lui, oggi è eccezionalmente alta. È sostenuto da ex-liberali filo-occidentali, piuttosto delusi dai loro patroni, dalle minoranze religiose, e dai funzionari di governo e militari, ma è supportato anche dalla maggioranza della gente comune dei musulmani devoti che vedono in al-Sisi la reincarnazione di Nasser, un uomo che impose la giustizia sociale nella società. La ex-élite è dalla sua parte. Ad esempio, l’ex presidente Hosni Mubaraq ha dichiarato, in un’intervista ad al-Arabiya, che il popolo egiziano sostiene al-Sisi. “Lo vedono come presidente, e lo sarà presto vincendo questa battaglia”, ha detto l’ex-presidente. Uno dei principali candidati alle elezioni precedenti, l’ex-segretario generale della Lega Araba Amir Musa, ha già invitato i cittadini a votare per al-Sisi. Non partecipandovi. La popolarità di al-Sisi a volte prende forme grottesche, ci sono manifesti con il suo ritratto ovunque, spesso insieme a Nasser e talvolta con V. Putin. Sulle numerose bancarelle di souvenir, la foto e le iniziali di al-Sisi sono estremamente popolari. Si vedono anche sui dolci. Ma tutto questo non va contro la cultura nazionale e non è dettato dall’alto. Sono i sentimenti del popolo.
Il possibile orientamento della politica estera di al-Sisi e le misure che intende adottare per ripristinare la precedente influenza dell’Egitto nella regione, sono anche oggetto di attenzione.  L’atteggiamento di al-Sisi verso la cooperazione con gli Stati Uniti è strettamente pragmatico. Dopo avervi trascorso una discreta quantità di tempo, conosce bene gli USA ma non ne è affatto accecato dalla grandezza, perché sa che ha un prezzo. Non è un caso che alcune fonti statunitensi lo definiscano “oscuro” ed “enigmatico”. Al-Sisi ha criticato la Casa Bianca sull’Iraq, e non l’ha nascosto neanche durante i suoi studi negli Stati Uniti, a volte ha incontrato la retorica irritata dei veterani statunitensi di ritorno dall’Iraq, cosa chiaramente impressa nella sua memoria. Quando Mursi fu rovesciato, al-Sisi, senza mezzi termini, in un’intervista al Washington Post, accusò il governo statunitense di azioni ostili verso il suo Paese: “Hanno abbandonato gli egiziani. Voltato le spalle agli egiziani che non dimenticheranno”. Il fatto che Cairo abbia respinto Robert Ford, l’attuale rappresentante statunitense in Siria, assai noto per i suoi stretti legami con l’opposizione islamista siriana, come futuro ambasciatore degli Stati Uniti è abbastanza degno di nota, per esempio. Ciò caratterizza anche l’atteggiamento di al-Sisi verso gli eventi in quel Paese, soprattutto considerando il fatto che è assai probabilmente per sua iniziativa che le relazioni ufficiali tra Cairo e Damasco, interrotte dai Fratelli musulmani, sono state ristabilite. Tuttavia, gli statunitensi, che annunciarono la sospensione degli aiuti militari annuali all’Egitto, del valore di 1,5 miliardi di dollari, dopo che l’esercito era salito al potere, sono stati costretti ad annunciare un ripensamento per motivi geopolitici.
Una delle ragioni per cui la Casa Bianca ha deciso di ristabilire il versamento degli aiuti era ovviamente la preoccupazione per la sicurezza d’Israele e la possibilità del passaggio di Cairo ad altre preferenze strategiche. Ad esempio, i media israeliani spaventarono l’occidente con la presunta ambizione di Mosca di creare basi per la marina militare in Egitto, indicando quattro potenziali luoghi, Alessandria, Port Said, Damietta e Rosetta, così come piani per grandi invii di armamenti russi destinati a sostituire completamente i modelli statunitensi. Ma dove la Russia avrebbe preso così tante navi, o dato così tanti soldi all’Egitto? Il punto di tali tattiche intimidatorie è abbastanza evidente. Israele non ha alcun interesse a che gli statunitensi si allontanino dall’Egitto, motivandoli a continuare ad abbracciarlo strettamente. Allo stesso tempo, il vettore russo della politica futura dell’Egitto ha infatti buone prospettive, ma sono il risultato non di  mitici preparativi militari, ma di fattori economici oggettivi. I tre pilastri della moderna economia egiziana sono turismo, ricavi del canale di Suez e sfruttamento del gas naturale. Riguardo Suez l’Egitto non dipende da nessuno, ma riguardo il gas e soprattutto il turismo, la cooperazione con la Russia potrebbe essere più stretta. I cittadini russi, difficilmente spaventabili da qualcosa, hanno letteralmente salvato l’industria del turismo nella piena crisi del 2013; 2,5 milioni di persone hanno visitato l’Egitto quell’anno. Da parte sua, l’Egitto, fortemente dipendente dalle importazioni alimentari, ha importato 3 miliardi di dollari di grano solo dalla Russia quello stesso anno, prendendo il primo posto in questo categoria di esportazioni della Russia. La prevista creazione di una zona di libero scambio tra l’Egitto e l’Unione doganale potrebbe dare ulteriore forte impulso allo sviluppo della cooperazione tra i due Paesi. Considerando che il famoso aiuto militare statunitense è in gran parte solo credito per la riduzione dei prezzi di armamenti obsoleti che potrebbero essere facilmente sostituiti con materiali provenienti da altri luoghi e a condizioni favorevoli, si scopre che Washington semplicemente non ha nulla da offrire al popolo egiziano di ciò di cui ha veramente bisogno.

La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’alleanza occidentale con i “jihadisti” in Siria: frutti sinistri

Dmitrij Minin Strategic Culture Foundation 13/12/20130
1476654Dopo aver subito una sconfitta militare dopo l’altra, l’opposizione radicale siriana, sostenuta dall’occidente e dalle monarchie del Golfo Persico, infligge sempre più crudeli rappresaglie alla popolazione civile. I jihadisti occupano città e siti culturali e religiosi, fino a quel momento rimasti  fuori dai combattimenti, proclamandole ad alta voce come sue vittorie. Ad esempio, in risposta all’avanzata dell’esercito governativo nel Qalamun, fra Damasco e Homs, dove un potente gruppo di ribelli si era riunito per un improvviso assalto alla capitale da nord (questo gruppo è arrivato da 5000 uomini, un anno fa, a 20000 questo novembre), i jihadisti, ancora una volta, aggredivano la vicina città cristiana di Malula. Dopo atti vandalici e la dissacrazione di antiche chiese, il 2 dicembre sequestrarono 12 suore del convento ortodosso di Santa Tecla, nascondendole nella città di Yabrud, occupata dai ribelli, che dichiararono che avrebbero bruciato il convento e ucciso gli ostaggi, tra cui la badessa Madre Pelagia Sayaf, dopo che l’esercito si era ritirato. La brigata ‘Qalamun libero’, dell’Esercito dell’Islam (Jaysh al-Islam), è responsabile di tali barbarie. Le agenzie hanno riportato solo l’offerta per scambiare le sorelle sequestrate con un migliaio di prigionieri femminili accusate di favoreggiamento dei terroristi, ma in realtà i ribelli hanno chiesto che le forze governative fermassero il loro attacco a Yabrud e togliesse l’assedio ai ribelli nel Ghuta orientale, in cambio della vita delle sfortunate monache, in altre parole, incoraggiarne la barbarie consegnandogli una vittoria. Il video trasmesso da al-Jazeera, la rete televisiva del Qatar, allo scopo di dimostrare che le sorelle “sono trattate bene in prigionia” (come se potessero essere considerate prigionieri di guerra!). Tuttavia, è chiaro dalla trasmissione che le monache sono state costrette a togliersi la croce, un insulto alla loro fede. Allo stesso tempo, centinaia di ribelli dei gruppi Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham al-Islami si spostavano da Yabrud a Ranqus, nel tentativo di occupare la vicina città cristiana di Saidnaya. Durante l’attacco alla città hanno usato i lanciagranate contro le chiese e il convento locali. In Siria orientale, nella città di Raqqah, il gruppo Stato Islamico d’Iraq e Siria (SIIS) ha distrutto tutti i simboli cristiani e in una chiesa della città ha insediato la sua base. In una conversazione con il patriarca di Antiochia Giovanni X, il primo ministro siriano Najib Miqa ha promesso di fare tutto il possibile per liberare le suore rapite, così come i due metropoliti ortodosso e giacobita siriani rapiti dai ribelli. Ha sottolineato la dedizione del governo nel proteggere i luoghi sacri di tutte le religioni nelle zone di combattimento. La diffusa profanazione di chiese cristiane da parte dei ribelli è solo una faccia della medaglia, l’altra è la profanazione dei santuari sciiti, anche quelli per la venerazione dei discendenti diretti del fondatore dell’Islam, così come le moschee  vengono trasformate in fortificazioni e depositi dei rifornimenti militari.
Riporta l’inglese Independent che la minaccia terroristica in Europa e negli Stati Uniti dei “jihadisti” in Siria cresce rapidamente. MI5 e Scotland Yard hanno rilevato il primo caso di ribelli inviati dalla Siria a Londra per compiere attacchi terroristici “se necessario”. Nel giugno di quest’anno i jihadisti europei “recatisi” in Siria sarebbero stati 600, e da allora la cifra è quasi triplicata. “Riguardo ai dati europei, si ritiene che siano tra 1500 e 2000”, dice la ministra degli Interni belga Joelle Milquet. “È un fenomeno molto generalizzato”. Gli analisti dell’intelligence occidentali già fanno raccomandazioni per preservare l’Esercito governativo siriano dopo il “rovesciamento del regime di Assad” per combattere gli islamisti, per non ripetere gli errori commessi in Iraq e Libia. Salim Idris, il comandante del filo-occidentale esercito libero siriano (ELS) avrebbe già accettato. Ma l’Esercito siriano sarà d’accordo? Idris si vede più spesso a Parigi e a Londra che sul campo di battaglia, e la sua intenzione di guidare l’esercito dell’”opposizione unita al governo” contro al-Qaida evoca solo sarcasmo.
Attualmente gli islamisti hanno il controllo totale dell’ELS. Secondo l’Independent, vi sono 22500 combattenti solo del SIIS. Questa organizzazione è particolarmente attiva nel sequestro di persone. Ad esempio, hanno rapito 35 giornalisti stranieri, così come 60 figure politiche e pubbliche. Secondo l’intelligence degli Stati Uniti, più della metà dei 17000 ribelli stranieri che combattono in Siria contro il governo fa parte dello Stato Islamico dell’Iraq e di Siria. L’ala russofona di questo gruppo, che conta diverse centinaia di combattenti, è guidata da un ceceno della Gola del Pankisi in Georgia, Tarkhan Batirashvili, noto anche come shaiq Umar al-Shishani… Come riporta il Wall Street Journal, Batirashvili fu addestrato dall’esercito georgiano sostenuto dagli statunitensi. Le sue truppe comprendono non solo emigrati dalle repubbliche ex-sovietiche, ma europei noti per la loro “violenza insolita… anche per gli standard raccapriccianti della guerra in Siria”. Anche se le persone vicine a Batirashvili dicono che cerchi colpire un alleato del Cremlino, non nasconde il suo odio per gli USA, scrive il Wall Street Journal. Nel 2008 combatté contro la Russia in un’unità d’intelligence militare georgiana. Vale la pena notare che nel settembre 2010, l’inquieto Batirashvili fu arrestato in Georgia per aver possesso illegale di armi e fu condannato a tre anni di carcere. Tuttavia, nei primi mesi del 2012 fu rilasciato per recarsi subito in Siria. Si potrebbe supporre che questa svolta del suo destino avvenne con l’aiuto dell’ex-presidente della Georgia M. Saakashvili. Le minacce dei jihadisti siriani ai Giochi Olimpici di Sochi vengono collegate a Batirashvili.
Alla fine di novembre, la maggioranza delle organizzazioni su cui l’ELS contava, dichiarò la propria adesione ai “valori islamici e ala sharia”, unendosi per formare il Fronte Islamico (FI) e annunciando la loro vicinanza ai “fratelli di Jabhat al-Nusra”. Il numero totale dei combattenti del fronte appena creato è stimato a 45-60000 uomini. I governi occidentali, che perdono rapidamente il controllo degli eventi in Siria, si sono già affrettati a dichiarare l’FI “una forza con cui è possibile avere una finestra di dialogo”, e hanno anche avviato trattative preliminari con loro. In realtà, l’FI è una copertura e un mezzo per legalizzare politicamente questi “jihadisti” compromessi. Basti dire che chi ha rapito le 12 suore ortodosse di Malula appartiene al Fronte Islamico. Mentre l’antica Malula cristiana veniva vandalizzata, i rappresentanti dei Paesi occidentali, tra cui gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, s’incontravano con i leader dell’FI ad Ankara grazie alla mediazione del Qatar. Il destino delle suore martiri non è stato discusso in tale incontro. Secondo le informazioni della stampa, nel corso dei negoziati di Ankara gli alleati occidentali hanno cercato di convincere gli islamisti a moderare le loro critiche al Consiglio militare supremo dell’ELS e al suo leader Salim Idris. Da parte loro, coloro che non erano compromessi prima della riunione, chiesero che il Consiglio militare gli mostrasse un sostegno più attivo, con particolare riguardo alle armi. E a quanto pare hanno ricevuto questo supporto. Uno dei partecipanti inglesi ai negoziati ha ammesso al Daily Telegraph che nel Fronte vi sono elementi “sinistri”.
Entrando in contatto con il Fronte islamico, i diplomatici occidentali sperano di evitare che si uniscano ai gruppi ancora più radicali di Jabhat al-Nusra e ISIS, che a differenza dell’FI hanno apertamente dichiarano i loro legami con al-Qaida. Tuttavia, queste speranze non sono giustificate.  Solo pochi giorni dopo la riunione ad Ankara, l’FI ha iniziato a scacciare dalla Siria l’Esercito libero siriano. I combattenti del Fronte Islamico hanno sequestro basi e depositi di armi dell’ELS lungo la frontiera turca del governatorato di Idlib. Hanno già occupato i più grandi depositi di armi di Bab al-Hawa. Alla fine di novembre, all’udienza del Congresso degli Stati Uniti, il massimo esperto del Washington Institute, Andrew J. Tabler, ha riconosciuto che i processi che avvengono in Siria non vi rimarranno, ma inevitabilmente si propagheranno in tutta la regione. E il brusco aumento degli estremisti nell’opposizione siriana rende improbabile aiutare i filo-occidentali bypassando i jihadisti. “Dobbiamo iniziare di nuovo a parlare con il regime di Assad di antiterrorismo e di altre questioni d’interesse comune”, ha dichiarato al New York Times Ryan Crocker, diplomatico attivo in Siria, Iraq e Afghanistan. “Dovrà essere fatto molto, molto tranquillamente. Ma per quanto male sia Assad, non lo è quanto i jihadisti che prevarrebbero in sua assenza”. Anche Z. Brzezinski, noto per la sua antipatia verso la Russia, afferma che la minaccia di un’esplosione del Medio Oriente, e della Siria in particolare, spinge gli Stati Uniti a dover cooperare strettamente con la Russia e la Cina e “in una certa misura, più che con la Gran Bretagna o la Francia”. E il paladino della guerra fredda Brzezinski sa di cosa parla.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La frattura nell’opposizione siriana si approfondisce

Aleksandr Orlov New Oriental Outlook 7.10.2013

1233580La situazione in Siria, sia per gli Stati Uniti che per l’Arabia Saudita, è sempre più complicata ogni giorno che passa. La Casa Bianca ha iniziato a investire ancora più risorse nell’Esercito siriano libero in opposizione agli islamisti che si radicano nelle regioni della Siria che non sono controllate dalle forze armate regolari. Ma, come dicono fonti confidenziali, questa tattica è già fallita. Il 24 settembre 11 gruppi armati islamisti hanno rigettato l’opposizione laica firmando una lettera collettiva che nega autorità alla coalizione nazionale e considera la sharia l’unica forma possibile di governo in Siria. E poco dopo, il 29 settembre, tutti i gruppi armati ribelli che operano in prossimità di Damasco si sono fusi, formando il Jaish al-Islam (Esercito dell’Islam). Questo passaggio mina l’autorità dell’ELS in questa regione della Siria, dato che è considerato da tempo il gruppo ribelle più potente dei dintorni.
“Il Fronte meridionale della Siria” è sempre stata una grande minaccia “interna” per l’ELS. Per mesi i ribelli hanno lavorato duramente per unire tutti i gruppi intorno a Damasco e nella provincia di Daraa, al fine di coordinare i loro sforzi. Questo lavoro è stato controllato e sponsorizzato dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita, gli “alleati” stranieri che hanno creato campi di addestramento e  centri di comando di quei gruppi per impedire all’estremismo di diffondersi nel territorio siriano. Ma oggi le forze salafite sono diventate la forza dominante nelle zone “liberate” della Siria e sostengono le più radicali idee wahaabite. Così oggi la Bandiera dell’Islam (Liwa al-Islam), gruppo al centro del Jaish al-Islam (Esercito dell’Islam) è il gruppo ribelle più influente in Siria. Gli sforzi militari in Siria sono da tempo organizzati da una commissione militare dei leader ribelli, ma alla luce dei recenti avvenimenti, il gruppo radicale Ahrar al-Sham ha lasciato questo consiglio. Il rappresentate di Ahrar al-Sham dice che non accetta il ruolo dominante di un unico gruppo su tutti gli altri. Ma le novità non si limitano a questo ancora. L’avanzata dei salafiti creerà concorrenza tra gli estremisti radicali come Jabhat al-Nusra e lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante collegati ad “al-Qaida”. Questi due gruppi hanno recentemente iniziato a combattersi nelle regioni del nord della Siria. I ribelli laici siriani vanno a pezzi ed i gruppi islamici estremisti iniziano a combattersi. Tutto ciò è un grande fallimento per l’Arabia Saudita e le sue astuzie. L’Arabia Saudita ha svolto un ruolo importante nel riunire i diversi gruppi ribelli. Ma nonostante il fatto che Riyadh abbia supportato Liwa al-Islam nell’ELS, un rappresentante di questo gruppo ha dichiarato in un’intervista ad al-Arabiya che Bandiera dell’Islam non è più un membro dell’ELS. La maggior parte dei ribelli ha deciso ad un certo punto che la creazione di un Paese governato dalla sharia, sia una strategia migliore che non sostenere l’ELS.
La tensione tra i gruppi ribelli non sempre si trasforma in scontri diretti, dato che hanno la comune missione di far cadere il regime di Assad. E il gran numero di estremisti non è un indicatore degli umori della società siriana. Ad esempio, i militanti di ‘Ahrar al-Sham‘ nelle regioni meridionali della Siria possono differire notevolmente nei loro stati d’animo dalle loro controparti settentrionali, dato che le regioni del nord della Siria sono notoriamente conservatrici. Alcuni gruppi come ‘al-Suqur’ hanno membri secolari a fianco di membri islamici, questi ultimi sono di solito veterani dell’opposizione militare alle forze armate degli Stati Uniti, in Iraq. Quindi, la stragrande maggioranza dei militanti islamici moderati è più interessata a combattere i mercenari stranieri in Siria che le loro controparti estremiste. Uno degli ufficiali dell’ELS ha detto in un’intervista: “Non siamo particolarmente preoccupati dai membri di Jabhat al-Nusra, una volta che la guerra sarà finita si uniranno a noi. Li conosciamo, sono nostri fratelli, nostri vicini, figli delle nostre tribù. Chi ci accingiamo a combattere è lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante e il leader di Jabhat al-Nusra“. Ma tutto questo indebolisce i ribelli e la loro capacità di combattere il regime di Assad, dato che le ideologie contrastanti non sono condivise dallo Stato legittimo e costituzionale e dalle forze armate siriane per cui combattono.

Aleksandr Orlov è un analista politico e un orientalista. In esclusiva per New Oriental Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Geopolitica e Islam

Venjamin Popov, Jurij Mikhailov (Russia) 2 ottobre 2013 RegnumOriental Review

rabbani20121217055721300I cambiamenti geopolitici che hanno avuto luogo all’inizio del 21° secolo nelle nazioni del mondo islamico, e che sembrerebbero essere il culmine di molti fattori spontanei sono, infatti, una manifestazione di un complesso cambiamento qualitativo nell’equilibrio globale del potere. Per alcuni analisti politici, tutto questo può essere attribuito soltanto ai miopi giochi politici della nazione più potente del mondo, gli Stati Uniti, un retaggio delle loro apparenti carenze intellettuali e miopia strategica. Naturalmente gli statunitensi riescono a mettere mano in quasi tutto ciò che avviene nel mondo di oggi. E, a loro credito, sono abili nel difendere i propri interessi nazionali. Ma al fine di individuare le vere origini dei disordini attuali, bisogna guardare oltre i meri eventi degli ultimi anni, assumendo la visione più ampia della prospettiva storica.
Gli Stati Uniti sono pienamente consapevoli che il Medio Oriente, per tutto il XX.mo secolo, ha marciato sotto la bandiera della rinascita intellettuale islamica. Ma che è stato sentito dagli statunitensi ancor più acutamente durante la rivoluzione islamica in Iran, nel 1979, e in seguito,  all’alba del nuovo millennio, durante gli sconvolgimenti causati dai tragici eventi dell’11 settembre 2001. Dopo secoli di stagnazione, gli intellettuali islamici del tardo 19.mo – inizio 20.mo secolo, tra cui riformatori islamici, educatori e feroci oppositori del colonialismo come Jamal ad-Din al-Afghani, Abd al-Rahman al-Qawaqibi, Sayed Ahmad Qan, Muhammad Abduh e Rashid Rida, così come i rappresentanti del Movimento di Rinascita Tartara (Jadidismo), segnarono l’inizio di questa rinascita intellettuale. Si prefissero di cercare di dare un senso al ruolo che i musulmani avrebbero giocato nel nuovo mondo futuro e, soprattutto, nel fare i conti con l’essenza sociale della dottrina islamica e designare il ruolo dello Stato nello sviluppo e modernizzazione della società contemporanea. Tra le idee di questi riformatori, il filo conduttore era l’idea che l’Islam dovesse essere in prima linea nello sviluppo umano, e che il mondo musulmano era tenuto a garantire il benessere non solo dei suoi fedeli sudditi, ma anche di coloro delle altri fedi, una disposizione che era stata la caratteristica del Califfato bella sua età d’oro.
Alla metà del 20.mo secolo queste idee furono più chiaramente manifestate negli insegnamenti di Ali Shariati, che diede un contributo significativo allo sviluppo della dottrina sociale dell’Islam. Il rigoroso sistema di gerarchia sciita contribuì a diffondere le idee di Shariati tra i religiosi iraniani. Il frutto di questi insegnamenti fu la rivoluzione islamica del 1979, sotto la direzione del suo leader carismatico ayatollah Khomeini. In passato, l’obiettivo primario era l’arretratezza di questo Stato semi-coloniale, ma ora la Repubblica islamica dell’Iran da oltre trenta anni è divenuta una potenza leader regionale che ha fatto passi da gigante intellettuale. (Per esempio, nel 2013 l’Iran era salito al 17° posto nella classifica accademica globale, e il ritmo dei suoi progressi scientifici ha superato quello di quasi tutti i principali Paesi, compresa la Cina. Lo Stato prevede di aumentare la spesa pubblica per la ricerca, dall’attuale 1% del PIL al 4% nel 2029, ed entro il 2019 gli iraniani hanno intenzione di inviare un uomo nello spazio a bordo di un loro missile). Tutto ciò dimostra il reale potenziale del vero Islam politico. L’esempio dell’Iran, così come la prospettiva che gli abitanti del Medio Oriente possano improvvisamente decidere di incanalare la loro ricchezza e il loro potenziale combinato perseguendo gli obiettivi del proprio sviluppo, ha reso gli statunitensi ancor più nervosi.
L’invecchiamento e l’indebolimento dell’occidente ha trovato un rivale nel risorgente Oriente islamico. Nel mondo reale, l’islam sciita ha dimostrato una potente capacità di mobilitazione, oltre alla possibilità di difendere i propri interessi (anche se in realtà, gli sciiti costituiscono solo il 15% dei 1,6 miliardi di musulmani in tutto il mondo). Se l’Islam sunnita fosse parimenti in grado di mostrare un tale successo, gli analisti statunitensi prevedono che le conseguenze potrebbero rappresentare una seria sfida agli Stati Uniti. Non è un caso che molti politici statunitensi sono stati chiari sul fatto che più le nazioni islamiche sono scosse da guerre e lotte interne, più facile sarà per gli Stati Uniti assicurare la propria egemonia. Così l’obiettivo primario degli Stati Uniti in questa fase è dividere il mondo islamico e arabo, per quanto possibile, e sfruttare tutti i mezzi necessari per promuovere la nascita di nuovi focolai di tensione, compreso l’uso della provocazione con le armi di distruzione di massa. Ciò comporta il desiderio di creare regimi docili, indipendentemente dal fatto che siano religiosi o laici, repubbliche o monarchie. Il ragionamento degli statunitensi è semplice: se il Medio Oriente viene lasciato indisturbato anche per un decennio, ne emergerebbe un attore globale pericoloso e praticamente incontrollabile che potrebbe scegliere come avvalersi delle proprie risorse energetiche disponibili, oltre a ritirare potenzialmente tutte le sue attività dalle banche straniere, causando una crisi senza precedenti per l’economia occidentale. Per evitare ciò, conflitti inter-statali e intrastatali regionali vengono regolarmente attivati, e bombe a orologeria sono sistematicamente piazzate nella regione. I promotori di queste azioni non rifuggono da qualsiasi forma di incitamento delle crisi internazionali, interreligiose o interetniche, o dagli interventi militari diretti. Tutto sommato, gli statunitensi sono assai consapevoli di ciò che fanno e del perché.
L’analisi delle notizie apparse sulla stampa occidentale dalle ultime settimane, mostra la prevalenza dell’idea della futilità delle aspirazioni politiche dell’Islam sunnita, come dimostra il fallito tentativo dei Fratelli musulmani di governare lo Stato. C’è il concetto pervasivo che sunniti e sciiti saranno sempre in uno stato di eterno conflitto, un punto di vista che potrebbe avere un solo risultato realistico, un periodo di crescente tensione che culmina nell’annientamento reciproco. Di tanto in tanto, ci sembra vi sia un’eruzione accidentale nei media globali delle voci di coloro che ritengono che gli sciiti non solo non siano musulmani, ma eretici totali, settari amorali e fanatici consumati che non meritano di vivere. Una deliberata campagna viene condotta per emarginare l’islam, diffondere affermazioni che l’Islam non sia in grado di sviluppare una propria agenda positiva e che l’Islam predichi sempre violenza, sangue, vandalismo e distruzione della società tradizionale. Questa propaganda è abbastanza abilmente diffusa sia a livello accademico che dai mass media. L’attuale realtà geopolitica è tale che il declino della civiltà occidentale costringe la sua élite a cercare sempre nuove fonti di “ringiovanimento.” Gli Stati Uniti non sono tanto preoccupati dal salvataggio dei loro alleati tra il dispiegarsi della crisi economica e della civiltà globale, ma di come  assicurarsi la sopravvivenza preservando la propria egemonia anche a spese dell’Europa. Da qui il  desiderio di attirare gli europei nei conflitti in Medio Oriente, mentre allo stesso tempo salvaguardano la propria sicurezza nazionale. Nonostante le dichiarazioni dei funzionari di Washington, le azioni degli Stati Uniti suggeriscono che essenzialmente favoriscono la crescita del radicalismo islamico, utilizzato come efficace meccanismo per minare la posizione di ogni potenziale concorrente. È letteralmente un artificio volto a generare focolai di estremismo e  terrorismo in Siria, Iraq, Libia e molti altri Paesi, in cui le fiamme di ogni animosità vengono accese. Calcolando che una lotta interna si diffonderebbe esaurendo ed indebolendo la regione, debilitando assolutamente potenziali rivali o concorrenti. Sembra che Washington ritenga che la potenza militare ed economica degli Stati Uniti, così come la loro posizione geografica, gli consentano di mantenersi al di fuori dello scontro, conservando così un ruolo centrale nella politica internazionale. Ma in realtà, il sogno di tutti questi schemi non è privo di pericoli, perché, come l’episodio dei fratelli Tsarnaev e il processo del maggiore Nidal Hasan dimostrano, una tale politica, nonostante calcoli accurati che sembrano esserne alla base, finiranno per ritorcersi su gli stessi Stati Uniti. Inoltre, “sfidanti del regime” possono emergere nel sistema, e già assistiamo ai primi semi di questo fenomeno dopo le azioni del caporale Bradley Manning e dell’ex-dipendente della NSA Edward Snowden.
Molte norme medievali islamiche non sono solo in evidente conflitto con le realtà del ventunesimo secolo, ma fomentano tensioni nelle società. E il problema qui non si trova nella religione, ma nella mancanza di un approccio costruttivo creativo per la comprensione di come gli insegnamenti del Profeta dovrebbero essere osservati in una prospettiva moderna. La mancanza di un reale progresso nello sviluppo creativo degli insegnamenti sociali dell’Islam, e in alcuni casi, questi processi sono stati volutamente ostacolati, anche affermando che ciò era stato fatto a beneficio della società, difatti apre la strada a nuovi gruppi radicali. Un circolo vizioso si forma. La situazione arriva al punto in cui giovani musulmani si orientamento verso le idee espresse dagli ulema conservatori che sostengono che questo conflitto, tra sistema medievale di valori e sfide della modernità, può essere eliminato solo con la forza, compresi violenze e terrore contro gli intrattabili “infedeli”. Queste sono le circostanze in cui la Russia ha un rapporto sempre più ampio con il mondo islamico, screditando i piani dell’occidente (dannosi per tutti i  popoli) per manipolare Paesi e popoli, l’informazione e l’opinione pubblica. A differenza dell’occidente, la Russia non è interessata a frantumare o rimodellare il mondo islamico, ma si dimostra una coerente e ferma sostenitrice dell’unità e dell’integrità della regione. La Russia non è interessata ad alcun pregiudizio, verso l’occidente o l’Oriente. Vuole stabilità e prosperità in occidente e in Oriente, ma non a scapito del benessere di uno sull’altro. Non ha bisogno di un vicino di casa la cui “casa sia in fiamme.” Nell’attuale clima inquieto, la Russia invita l’occidente a “Smetterla di cercare di dividere il mondo islamico“, esortando il mondo islamico, in nome del Corano e degli insegnamenti del profeta Muhammad, “Non siate nemici l’uno dell’altro!”

tumblr_mhcbanIA2e1qze0z6o1_1280Venjamin Popov, direttore del Centro per il partenariato delle Civiltà presso la MGIMO (Scuola del Ministero degli Affari Esteri russo)
Jurij Mikhailov, caporedattore a Ladomir, editore accademico

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran appoggerà la Siria con tutte le forze

Nikolaj Bobkin, Strategic Culture Foundation, 06.09.2013

1004915L’amministrazione degli Stati Uniti ha avviato il processo per avere l’approvazione del Congresso all’attacco contro la Siria. La commissione del Senato per gli affari esteri, ha votato per la risoluzione a sostegno dell’azione prevista. Il passo successivo è ottenere il pieno sostegno bipartisan al Senato e poi alla Camera dei Deputati. In questo modo Washington cerca di fare sembrare legittima la decisione di colpire la Siria, anche contro il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La previsione che la guerra si espanderà fino a coprire l’intero Medio Oriente, nel caso gli Stati Uniti colpiscano la Siria, si avvera. Come previsto, il primo attore esterno a mettersi in gioco è l’Iran. L’arruolamento è avviato, i giovani iraniani sono disposti a indossare l’uniforme e a difendere la Siria. Il numero di volontari arriva a 100 mila. Hanno inviato una lettera al presidente della Siria, per chiedere il permesso di essere schierati nella zona del Golan… vogliono che il loro governo istituisca un ponte aereo per la Siria attraverso lo spazio aereo iracheno. L’Iraq è un Paese dalla grande popolazione sciita, c’è l’alta probabilità che migliaia di sciiti si uniscano ai volontari iraniani. Obama ha voluto che il conflitto interreligioso in Medio Oriente si trasformi in un massacro di portata universale, e ora potrà averlo o, per essere più esatti, potrà avviarlo in Siria lanciando missili Tomahawk contro questo Paese.
La Siria è nel mirino, ma l’obiettivo principale è la Repubblica Islamica dell’Iran. La linea politica del neo-eletto Presidente Rouhani punta alla normalizzazione delle relazioni con l’occidente e a porre fine all’isolamento internazionale. Ciò suscita preoccupazione nei circoli di potere degli Stati Uniti e d’Israele. E’ da molto tempo che gli statunitensi incolpano l’Iran di tutti i problemi del Medio Oriente, anche quando è chiaro che l’Iran non ha niente a che fare con ciò che succede. Può sembrare un paradosso, ma la disponibilità di Teheran ad avviare i colloqui sul programma nucleare viene percepita dall’amministrazione Obama come una minaccia ai suoi interessi. Secondo la logica della Casa Bianca, perderebbe le principali argomentazioni nel confronto con Teheran. Poi le sanzioni degli Stati Uniti non faranno più paura. L’Europa già invia segnali inequivocabili per dimostrare che si aspetta un reale progresso dai colloqui. Gli Stati Uniti non hanno legami commerciali con Tehran e vedono le sanzioni come una leva efficace nella situazione di stallo, mentre gli europei subirebbero perdite miliardarie. L’argomento della “minaccia nucleare iraniana” è diventata un’ossessione per Washington, dopo che Ahmadinejad se n’è andato. Legandosi  pienamente all’intento di trovare un pretesto per la guerra. La fase siriana dell’operazione deve iniziare molto presto. L’Iran non ha bisogno di una guerra. Invece gli iraniani vogliono che Obama soppesi seriamente le conseguenze di tale azione, facendogli sapere che non ha modo di potersi nascondere dietro il Congresso. Il ministro degli Esteri iraniano Muhammad Javad Zarifsaid ha detto: “Il signor Obama non può interpretare e modificare il diritto internazionale basandosi sulla  propria volontà“, aggiungendo che “solo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in circostanze particolari, può autorizzare un’azione collettiva, sotto il capitolo 7 della Carta delle Nazioni Unite, e questo problema ha bisogno dell’approvazione del Consiglio di Sicurezza“, in piena aderenza alla posizione della Russia.
Teheran non vede intrighi nel fatto che il Congresso finalmente sanzioni la guerra contro la Siria, è solo curioso di vedere come i legislatori degli Stati Uniti riusciranno a farlo con il pretesto di “punire” la Siria per l’utilizzo di armi chimiche, affrontando la questione iraniana. I membri del Congresso prenderanno inevitabilmente in considerazione il “fattore iraniano.” Invocando la guerra contro la Siria, il segretario di Stato John Kerry cerca di convincere i legislatori che, se non s’interviene contro la Siria, l’Iran avrà più probabilità di portare avanti il suo nucleare programma. Kerry non aveva la deliberata intenzione di collegare direttamente gli eventi in Siria al programma nucleare iraniano, ma afferma semplicemente la posizione della Casa Bianca. Il segretario alla Difesa statunitense Chuck Hagel dice che non intraprendere alcuna azione contro la Siria, minerà la capacità di Washington di contrastare gli sforzi nucleari iraniani. Il Congresso degli Stati Uniti è sotto la pesante influenza della lobby ebraica e i suoi argomenti funzionano perché, pur essendo ostile alla Siria, Israele ha sempre avuto in mente l’Iran. Dove sia tracciata esattamente la “linea rossa” è piuttosto una questione di secondaria importanza per i politici israeliani. Alcuni repubblicani al Congresso non solo supportano l’azione contro la Siria, ma chiedono un massiccio intervento dicendo che un attacco limitato non sarà sufficiente a spaventare seriamente l’Iran. Un attacco contro la Siria rischia di far incrementare a Teheran la propria sicurezza, compresa l’acquisizione di armi nucleari per la deterrenza universale… Questo ragionevole avvertimento non viene ascoltato in alcun modo. Avendo di mira l’Iran, la provocazione militare contro la Siria sarebbe destinata anche a fomentare dissenso nelle file della leadership iraniana. Washington spera che i suoi politici guerrafondai prevalgano e che il governo iraniano ceda ed abbandoni l’approccio equilibrato alla questione. In effetti, solo pochi mesi fa queste palesi minacce da Washington avrebbero alimentato una tempesta di risposte, l’ex presidente Ahmadinejad era solito rispondere per le rime. Ora l’Iran sembra essersi estremamente contenuto. Parlando indirettamente ad Obama, il ministro della Difesa iraniano Brigadier-Generale Hossein Dehghan utilizza un corretto linguaggio diplomatico e insiste sul fatto che tutti i problemi dovrebbero essere risolti con mezzi politici. Ancora, la moderazione mostrata dal nuovo governo iraniano non deve lasciare nessuna illusione agli statunitensi. Non è con i burocrati del governo che avranno a che fare, se iniziassero i combattimenti, ma piuttosto con le forze armate della Repubblica iraniana, che garantiscono ritorsioni nel caso in cui il Paese sia attaccato.
Il capo di Stato Maggiore iraniano Hassan Firouzabadi avrebbe affermato che se gli Stati Uniti colpiranno la Siria, Israele sarà attaccato. Non è un caso che i volontari iraniani, che corrono in difendere la Siria, non prestano interesse nel dispiegamento nelle zone ai confini con la Turchia e la Giordania. No, vogliono andare sulle alture del Golan, il confine siriano-israeliano da tempo in stallo. Un potenziale attacco dall’Iran contro Israele, in rappresaglia dell’attacco degli Stati Uniti alla Siria, è il peggiore scenario, che renderebbe impossibile evitare una grande guerra in Medio Oriente. Invece di prendere la decisione di evitare un’azione militare contro la Siria, Obama istiga l’irrigidimento dell’Iran inscenando continue provocazioni. Per esempio, il recente test dimostrativo della difesa antimissile israeliana, è un preparativo in vista della rappresaglia iraniana.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La rivoluzione in Egitto oltre la cortina di fumo

Shamus Cooke, Workers CompassNsnbc

--2013~1In tempi di crisi le persone si sforzano di avere facili risposte a situazioni complesse. In Egitto ciò  ha portato a insulsaggini assurdamente digeribili, in cui un lato viene etichettato “buono” (Fratelli musulmani) e l’altro “cattivo” (l’esercito), e la rivoluzione nel suo complesso condannata come un’atrocità. Ma la situazione in Egitto è particolarmente contraddittoria, e sciogliere i nodi politico-sociali della rivoluzione richiede di evitare slogan preconfezionati.
Contrariamente a quanto sostenuto da molti, la notizie sulla morte della rivoluzione sono assai esagerate. Coloro che prevedono che l’Egitto inevitabilmente entrerà in un lungo periodo di dittatura militare dimenticano che la rivoluzione egiziana ha distrutto una tale dittatura, nel 2011, e ha contribuito a rovesciare il governo autoritario di Mursi a luglio. Il popolo in Egitto non è intimidito fino alla sottomissione, è ancora per le strade, senza paura, consapevole del proprio potere. L’esercito egiziano è assai consapevole di questo fatto, come testimoniano le sue azioni. Anche se è  una tragedia che persone innocenti siano state uccise, è anche vero che i Fratelli musulmani non rappresentano la rivoluzione, ma il suo contrario. Soprattutto c’è confusione, poiché un altro oppositore della rivoluzione, i generali, attaccano la Fratellanza sollevando la domanda: perché mai un nemico della rivoluzione ne attacca un altro?
L’attuale situazione apparentemente bizzarra in Egitto, è in realtà comune nella storia delle rivoluzioni, iniziate in epoca moderna con Napoleone Bonaparte che, durante la Rivoluzione francese, consolidò il suo potere allineandosi con alcune classi sociali contro le rivali, e  commutando le alleanze quando necessario, compensando la potenza dei suoi ex alleati, fino a quando tutti i rivali politici furono indeboliti, permettendo a lui e al suo esercito di agire da arbitri. Questa caratteristica comune delle rivoluzioni viene spesso definita “bonapartismo”, in onore del suo fondatore, ed è un riflesso della società rivoluzionaria, in cui le diverse classi sociali si affermano fortemente, anche se sono incapaci di abbattere i loro avversari, permettendo ai militari di agire come “arbitro” bonapartista. Il bonapartismo è anche un segno della debolezza politica dei militari, che non sono in grado di governare senza allinearsi con alcuni segmenti della popolazione (è per questo che i generali egiziani hanno recentemente chiesto alle mobilitazioni il “permesso” di reprimere la disobbedienza civile della Fratellanza, in sostanza utilizzando la sinistra politica egiziana contro la destra politica). Il bonapartismo è praticato dalle dittature militari dai tempi di Napoleone. In realtà, il popolare presidente militare egiziano Gamal Abdul Nasser, che avviò molte misure progressive in Egitto, era un classico bonapartista, anche se uno stranamente tendente verso sinistra. Ad esempio, dopo essere sopravvissuto a un attentato dei Fratelli musulmani, Nasser usò l’esercito per distruggere la Fratellanza, mentre godeva del sostegno della sinistra politica in Egitto per via delle sue politiche progressiste. Dopo aver trattato con la Fratellanza, Nasser consolidò il potere contro la crescente sinistra rivoluzionaria, attaccando sia il partito comunista che i sindacati. Questo atto di bilanciamento politico tra sinistra e destra è il segno distintivo del bonapartismo.
Anche il successore di Nasser, Sadat, usò una strategia bonapartista quando invitò i Fratelli musulmani a ritornare in Egitto, per utilizzarli quale ariete di destra contro la sinistra egiziana.  Sadat aveva bisogno della Fratellanza come sostegno politico, per aiutarlo ad invertire le politiche progressiste attuate da Nasser. Mubaraq usò la Fratellanza in questo modo, per gli stessi motivi di Sadat. E’ vero che Mubaraq e Sadat presero misure aggressive contro la Fratellanza, a volte, ma entrambi permisero al gruppo maggiore libertà di organizzazione politica rispetto a qualsiasi altro gruppo, dal momento che la Fratellanza era un complemento di destra politicamente perfetto verso le politiche neoliberiste del presidente. Questo favoritismo pro-Fratellanza portò alla situazione in cui, dopo la caduta di Mubaraq, la Fratellanza era praticamente l’unica forza politica organizzata in Egitto. Dopo essere stata trascinata nella rivoluzione dalla sua scalciante e urlante ala giovanile, la Fratellanza opportunisticamente prese il potere pur non condividendo nessuno degli obiettivi o della visione dei rivoluzionari. Un modo comune con cui i commentatori confondono la situazione in Egitto è ritrarre i Fratelli musulmani come dei rivoluzionari gandhiani che si sforzano di ripristinare la democrazia. Ma nello stesso tempo, dicono correttamente questi analisti, “Dio non voglia” che alla Fratellanza sia permesso realizzare la loro visione di Stato islamico fondamentalista in Egitto, poiché così facendo ridurrebbero automaticamente le libertà delle donne, dei musulmani non fondamentalisti e delle minoranze religiose. Un altro errore comune nel valutare la sitauzione dell’Egitto è presentarlo come un conflitto tra laicisti e musulmani. I Fratelli musulmani non hanno il monopolio dell’Islam in Egitto. Dei milioni di persone che chiedevano la cacciata di Mursi, il 30 giugno, la stragrande maggioranza era musulmana sunnita, proprio come i Fratelli musulmani. Ma la versione fondamentalista dell’Islam sunnita della Fratellanza rimane il parere di una minoranza nella maggioranza sunnita dell’Egitto.
Un ulteriore errore di analisi degli eventi in corso in Egitto é dimenticare gli sviluppi della situazione, che richiede un approfondimento nel passato non troppo lontano del 30 giugno, quando milioni di egiziani chiesero la dipartita dell’allora presidente Mursi. Queste manifestazioni di massa erano ovviamente almeno grandi quanto quelle che rovesciarono Mubaraq, eppure i Fratelli musulmani non riuscivano a cogliere il messaggio, e tentarono di utilizzare la disobbedienza civile militante al fine di ripristinare un Mursi indubbiamente impopolare. L’esercito si mosse contro la Fratellanza perché credeva, correttamente, che la maggioranza della popolazione lo sostenga e sia contraria alla Fratellanza, come testimoniano le manifestazioni molto più grandi in risposta all’appello dei militari, per non parlare della grande serie di altre prove che documentano tale parere presso la classe lavoratrice di Cairo, un settore ribellatosi ai Fratelli musulmani. E anche se ci sono molti che si limitano a dipingere la manifestazione di milioni di persone del 30 giugno come una “cospirazione”, è impossibile costringere il popolo a frequentarle sotto una sola richiesta, “Mursi deve andarsene”, se non vuole parteciparvi. Molti analisti “pro-complotto” sembrano semplicemente non capire il profondo significato politico di manifestazioni di quelle dimensioni, come se fossero qualcosa di comune e non i sintomi di una potente rivoluzione. E’ vero che i generali egiziani, per non parlare del complotto di Paesi stranieri, cercano di implementare la propria agenda in ogni crisi, così comportando sempre una qualche manovra cospirativa, ma le esigenze del 30 giugno hanno chiarito nettamente quale fosse la questione per gli egiziani: parlare con la propria voce.
Anche se la maggior parte degli egiziani è ormai anti-Fratellanza musulmana, le recenti azioni dei militari creano nuovi problemi per i rivoluzionari egiziani. Il potere della Fratellanza sarà frantumato, ma il potere dei militari sarà rafforzato. Per evitare che i generali abusino del loro potere contro la classe operaia egiziana, i rivoluzionari hanno bisogno di pianificare rapidamente un modo per proteggersi pur perseguendo le esigenze della rivoluzione. Perché la sinistra egiziana rimanga sufficientemente organizzata, deve utilizzare la strategia politica del Fronte Unito, riunendo ampi strati della popolazione sotto un numero limitato di richieste popolari. In questo modo, i generali saranno impotenti di fronte a un movimento di massa unitario che avanza un programma positivo, in contrasto con l’attuale dinamica incentrata su ciò che gli egiziani rifiutano. Un movimento di fronte unito di massa vincerà i cuori e le menti dei soldati egiziani, evitando anche che il fondamentalismo dei Fratelli arruoli altre nuove reclute. In Egitto i bisogni più immediati della popolazione, pane, lavoro, servizi sociali, ecc., sono le richieste che continuano ad alimentare la rivoluzione e ad unirla. Se la sinistra politica stende un piano per realizzare queste richieste con metodi rivoluzionari, invertendo le privatizzazioni, alzando le aliquote fiscali sui ricchi, lavori pubblici per l’occupazione, ecc., allora tutta la classe operaia egiziana si unirà per ottenere questi obiettivi, alcuni dei quali furono realizzati sotto la presidenza di Nasser e poi abbandonati da Sadat e Mubaraq.
La rivoluzione egiziana non ha a disposizione anni per risolvere questi problemi, l’economia dell’Egitto affronta la catastrofe, e una drastica azione deve essere presa immediatamente. Questo è uno dei motivi per cui Mursi è stato scacciato dal potere: pensava di poter continuare la linea di Mubaraq, non fare nulla di sostanziale per la maggior parte della popolazione, di cui una metà vive in condizioni di estrema povertà e l’altra annaspa follemente per evitare un simile destino. Le maggiori aspettative e le nuove speranze ispirate dalla rivoluzione devono essere accompagnate da azioni rivoluzionarie audaci in grado di soddisfare queste nuove aspettative. La politica come al solito è una cosa del passato in Egitto. La rivoluzione può evitare il destino di un bonapartismo radicato, solo se sarà inequivocabilmente diretta ad affrontare le pressanti necessità economiche fondamentali della stragrande maggioranza della popolazione egiziana.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Egitto: la prima sconfitta dell’Islam politico dall’inizio della ‘Primavera araba’

Boris Dolgov Strategic Culture Foundation 18.07.2013

981888-mideast-egyptLa rimozione dal potere del presidente Muhammad Mursi, un leader del movimento dei Fratelli musulmani eletto nel giugno 2012, da parte dei militari il 3 luglio 2013, è la logica conseguenza dello scisma nella società egiziana. Lo scisma mostrato nei risultati delle elezioni presidenziali del 2012: il divario tra il numero di voti per Mursi (51,7%) e per il suo avversario Ahmed Shafiq (48%), l’ex Primo ministro che ha rappresentato l’opposizione agli islamisti, collegato all’esercito e a coloro che non credevano che la Fratellanza sia in grado di governare l’Egitto, era piuttosto piccolo. Varie forze sociali hanno partecipato alle proteste di massa contro il regime corrotto e autoritario di Mubaraq: liberaldemocratici, nazionalisti, sinistra e islamisti. Tuttavia, sono stati questi ultimi ad aver approfittato dei risultati della rivoluzione egiziana, in particolare i Fratelli musulmani. Anche se vale la pena notare il supporto piuttosto consistente degli elettori ad Hamdin Sabahi, il leader del Partito Dignità (Karama in arabo), orientato al nasserismo, ideologia di sinistra. Ricevette il 20,72% dei voti al primo turno delle elezioni presidenziali. Tuttavia, una parte dei sostenitori di Sabahi ha votato per Mursi al secondo turno delle elezioni, quando solo Mursi e Shafiq rimasero in corsa per la presidenza, considerando Shafiq legato al regime di Mubaraq.
Dopo essere stato eletto, Mursi annunciò che era ‘il presidente di tutti gli egiziani’, ma in realtà ha tentato di monopolizzare il potere e di attuare il ‘Piano islamico sunnita’. Il presidente Mursi aveva essenzialmente stabilito il controllo su tutti i rami del potere: legislativo, esecutivo e giudiziario. Si consultava regolarmente con il leader della Fratellanza, Mohamed Badie e con il suo vice, il miliardario Qairat al-Shatar, su questioni finanziarie e importanti questioni di Stato.
Durante l’amministrazione Mursi, oltre ai partiti salafiti al-Nur (Luce) e Appello Salafita, i gruppi islamici della Jihad islamica e del Gruppo islamico, che in passato praticarono il terrorismo, hanno creato i propri partiti politici. Gli islamisti hanno aumentato la loro influenza nel Paese. Ad esempio, un rappresentante di questi movimenti che in passato aveva partecipato ad attentati terroristici, era stato nominato governatore. Le militarizzate truppe dei ‘miliziani islamici’ iniziarono ad essere create. In politica estera, Mursi ha apertamente sostenuto l’opposizione militante siriana, per cui decine di islamisti egiziani hanno combattuto nelle sue file in Siria. Nel 2012 la sede del gruppo di opposizione radicale della Coalizione Nazionale siriana per le forze rivoluzionarie e dell’opposizione siriane fu aperta al Cairo, con il cui aiuto mercenari islamici da diversi Paesi furono inviati in Siria. I jihadisti della Fratellanza egiziana hanno anche cercato di esportare il ‘piano islamico’ nei Paesi del Golfo Persico dove, a loro parere, i regimi non sono ‘veramente islamici’. Per esempio ‘tentando un colpo di Stato’ negli Emirati Arabi Uniti (UAE) nel 2013, da parte di un gruppo di islamisti egiziani che progettava, secondo le autorità degli Emirati Arabi Uniti, di ‘espandere le loro attività in Arabia Saudita’, ma che sono stati arrestati e processati, causando una certa tensione nei rapporti tra gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto.
Le relazioni con gli Stati Uniti, il Qatar, che ha fornito assistenza finanziaria, e la Turchia, con cui Mursi prevedeva di realizzare ‘il piano islamico sunnita’, erano prioritari per Mursi. Mentre era in visita ufficiale negli Stati Uniti nel 2012, Mursi affermò che non intendeva riconsiderare il trattato di pace di Camp David con Israele del 1979. La leadership politica interna di Mursi, nonostante le sovvenzioni finanziarie del Qatar e alcune misure protezionistiche per assistere l’economia nazionale, non è stata in grado di fare qualcosa di concreto per fare uscire il Paese dalla crisi. Gli acuti problemi socio-economici e la corruzione nel governo, causa principale della rivoluzione egiziana del gennaio 2011, persistevano. In realtà, sono peggiorati. Mentre nel 2010 circa il 40% degli egiziani viveva con un reddito di meno di 2 dollari al giorno, nel 2012 il numero di queste persone è aumentato al 50%. A causa dell’instabilità politica, il reddito da turismo è calato sensibilmente. Tutto questo ha accresciuto la delusione e l’insoddisfazione di quelle forze che hanno partecipato al rovesciamento del regime di Mubaraq, sentendosi esclusi dal processo decisionale e vedendo che gli islamisti stavano monopolizzando i frutti della rivoluzione. La politica del regime nel rafforzare il ruolo dell’Islam sulla vita socio-politica ha scatenato le proteste nella popolazione, che mira a preservare i valori laici, approfondendo la spaccatura nella società e acuendo le tensioni sociali.
L’approvazione di una nuova costituzione (il 57% degli egiziani aventi diritto l’ha votata in un referendum nazionale nel dicembre 2012), ha diffuso le proteste contro il regime di Mursi e le aspre contese nei circoli socio-politici. Molti suoi articoli, redatti dal Comitato Costituente, in cui la maggioranza dei membri erano sostenitori dei Fratelli musulmani e del partito salafita al-Nur, hanno attirato le aspre critiche dell’opposizione, così come di Human Rights Watch. Ad esempio, gli articoli sulla condizione delle donne e la nomina di al-Azhar (la più famosa ed influente università nel mondo arabo musulmano), a “supremo e unico arbitro in questioni della sharia” e “principale fonte del quadro giuridico” sono stati criticati come “non conformi alle norme democratiche internazionali”. Mursi ha reagito alle critiche piuttosto duramente: chiudendo le pubblicazioni dissidenti e avviando azioni legali contro i giornalisti. Ciò ha consolidato le forze liberal-democratiche, nazionaliste e di sinistra che difendevano il ‘carattere secolare’ dell’Egitto. Il blocco politico del Fronte di salvezza nazionale fu così creato, venendo raggiunto da soggetti influenti come il Partito della Conferenza egiziano, guidato dall’ex-segretario generale della Lega Araba Amr Moussa, Karama (Partito della Dignità) guidato da Hamdin Sabahi, e Dustur (Partito della Costituzione), il cui presidente è l’ex direttore dell’AIEA Muhammad al-Baradej. Poi fu creato il movimento di protesta Tamarod (Ribellione), uno dei cui fondatori era Mahmud Badr, oppositore di Mursi. Molti partiti e gruppi che si oppongono a Mursi e ai Fratelli musulmani hanno aderito a questo movimento.
Gli oppositori politici di Mursi iniziarono a indire manifestazioni di massa con slogan come “Una Costituzione per tutti gli egiziani” e “Giustizia sociale e unità”. Nell’estate 2013 queste proteste avevano raggiunto un’alta intensità. In diversi casi degenerarono in scontri con i sostenitori del presidente Mursi, con numerose vittime. La proposta finestra del dialogo nazionale tra le forze dell’opposizione e sostenitori del presidente non ha mai avuto luogo. Il confronto aumentava in proporzione alle vittime di entrambe le parti. Uno scisma ebbe luogo anche tra gli islamisti. Parte dei salafiti non ha sostenuto Mursi contestandone i suoi metodi autoritari. Tra gli oppositori di Mursi, che lo accusano di agire su ordine della Fratellanza, lo slogan ‘Uskut hukm al-murshid’ (Abbasso il potere del murshid, la guida suprema dei Fratelli musulmani) è diventato popolare. Il movimento di opposizione, secondo le sue dichiarazioni, ha raccolto 23 milioni di firme indirizzate alla Corte Costituzionale (secondo altri dati, erano 30 milioni di firme) richiedendo la rimozione di Mursi dal potere. Una spaccatura si creò nel campo del presidente; quattro ministri lasciarono il governo, tra cui il ministro degli Esteri. In diverse città gli oppositori di Mursi hanno attaccato la sede della Confraternita e il suo braccio politico, il Partito Libertà e Giustizia, e polizia ed esercito non hanno cercato di proteggerle. Inoltre, poliziotti spesso in borghese hanno partecipato alle proteste contro Mursi. L’ex presidente o non ha pensato di realizzare l’epurazione radicale delle forze militari e della polizia che aveva in programma, o non ne ha avuto il tempo. Di conseguenza, una situazione piuttosto pericolosa si era sviluppata per la leadership di Mursi, dove l’esercito, agenzie di sicurezza e polizia, in lotta contro gli islamisti per decenni, erano per lo più contrari a lui. L’esercito in Egitto, come in molti altri Paesi arabi, non solo protegge il Paese dalle minacce esterne, ma svolge anche un ruolo importante in politica, economia ed affari. È tradizione in Egitto da più di 60 anni. Tutti i presidenti dell’Egitto indipendente, fatta eccezione per Mursi, erano ex militari. Circa un terzo della economia del Paese è controllata da militari. L’esercito era neutrale nel gennaio 2011, durante la rivoluzione egiziana, le massicce proteste popolari e il rovesciamento del regime di Mubaraq. Tuttavia, i militari non potevano non vedere l’ascesa al potere degli islamisti, rappresentati dal presidente Mursi, la rimozione del Consiglio Supremo delle Forze Armate, guidata dal maresciallo Tantawi, anche se fu presentato come pensionamento onorevole, e l’intenzione degli islamisti di condurre un’epurazione radicale nell’esercito e nelle forze di polizia, limitando il ruolo dell’esercito in politica ed economia, minacciandone gli interessi. Così ultimatum dell’esercito al presidente Mursi a fine giugno 2013, al culmine del sanguinoso conflitto tra i suoi oppositori e sostenitori, che minacciava la guerra civile e il collasso del Paese, era pienamente logico. L’esercito, rappresentato dal ministro della Difesa Abdul Fatah al-Sisi, ha chiesto che la leadership di Mursi trovasse immediatamente un consenso politico, dichiarando che se non lo avesse fatto  avrebbe “assunto la responsabilità di difendere il popolo egiziano e l’integrità territoriale del paese”.  Mursi respinse l’ultimatum. Il 3 luglio 2013, l’esercito, con il supporto della polizia e  dell’intelligence, così come del Gran Mufti d’Egitto, del patriarca copto e della Corte costituzionale, sospese la costituzione e rimosse il presidente Mursi, ponendolo agli arresti domiciliari. Diversi membri della dirigenza ed attivisti dei Fratelli musulmani sono stati arrestati con l’accusa di incitamento alle violenze. Il capo della Corte costituzionale, Adly Mansour, è stato nominato presidente in carica, che ha annunciato nuove elezioni parlamentari e presidenziali per l’inizio del 2014.
Gli eventi in Egitto a fine giugno – inizio luglio 2013, segnano la prima sconfitta dell’Islam politico dall’inizio della ‘primavera araba’. La ragione principale della sconfitta degli islamisti è stata l’incapacità dei loro leader di almeno agire per cercare di uscire dalla crisi socio-economica, principale fattore della esplosione sociale in Egitto nel gennaio 2011. Ad essere onesti, va notato che questa crisi è impossibile da superare entro l’attuale modello economico egiziano, nella crisi finanziaria mondiale. E, allo stesso tempo, vi fu un periodo nella storia dell’Egitto indipendente, quando la leadership di Gamal Abdel Nasser sfruttando le leve della partecipazione dello Stato nell’economia e fornendole un orientamento sociale, risolse molti complessi problemi socio-economici. È possibile che alcuni elementi di questa esperienza possano essere utilizzati oggi in Egitto, e non solo. Un altro fattore che ha contribuito alla caduta del regime di Mursi è stato il tentativo, da parte di suoi dirigenti, di attuare il ‘piano islamico’ per islamizzare il Paese. Ciò è un’utopia, e in un Paese come l’Egitto non poteva non portare al confronto con i rappresentanti di altre religioni e con la parte del popolo che non desidera vivere in un ‘Stato islamico’. La sconfitta degli islamisti in Egitto ha un grande significato internazionale e cambia l’equilibrio di potere in Medio Oriente. La posizione dell’Islam politico nella zona della primavera araba e tra le forze filo-islamiste, è stata seriamente scossa. L’esercito egiziano ha suggerito ai rappresentanti dell’opposizione militante siriana di chiudere la loro sede a Cairo e lasciare l’Egitto, vietandone l’ingresso ai ribelli siriani che combattono contro le forze del governo siriano. In Tunisia si forma un movimento Tamarod simile a quello dell’Egitto. Il cambio del potere in Egitto ha provocato una tempesta nella leadership turca. E mentre l’islamismo che pratica il terrorismo continuerà ad operare, una sua vendetta, anche con l’appoggio dell’occidente, è improbabile…

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 351 follower