Origini della collusione wahhabita-sionista

Numidia 24 novembre 2012

king_abdullah_1439115Alla fine del XVIII.mo secolo, al culmine delle conquiste coloniali, gli imperialisti britannici crearono due forze distruttive apparentemente antagoniste, il sionismo da una parte, il wahhabismo o salafismo dall’altra. Applicavano così il motto “divide et impera“. Se i sionisti sono la spada dell’imperialismo, gli islamisti ne sono gli ausiliari, gli harkis. Il sionismo è una calamità imposta dall’esterno al mondo arabo. Il wahhabismo è una degenerazione endogena inoculata agli arabi in modo che per primo attacchino i musulmani sunniti: turchi e gli altri arabi. Rashid Ghannouchi ha detto che i salafiti sono i “suoi figli”, essendo il padre del salafismo in Tunisia. Quindi evitate di dover distinguere tra salafismo, wahabismo e islamismo: sono la stessa razza.
L’islamismo è per l’Islam ciò che è il sionismo per l’ebraismo: un’ideologia di conquista del potere in nome della religione a scapito del popolo. Allo stesso modo, come non dobbiamo confondere Islam e islamismo, non confondiamo sionismo ed ebraismo. Ma quando si sostiene di essere il protettore dei luoghi santi dell’Islam, come afferma la dinastia saudita, quando finanza e dirige gruppi islamisti, spesso terroristici, e poi nascondendo la propria origine ebraica, ne fa di fatto un “sottomarino” sionista. Secondo i documenti storici pubblicati di recente, questo sarebbe il caso del wahhabismo e della dinastia saudita.

Origini
Nel 1914 inizia la prima guerra mondiale. Avrà un impatto decisivo sul successo del sionismo e del wahhabismo. Gli ottomani entrarono in guerra a fianco della Germania e dell’Austria-Ungheria contro Francia, Regno Unito, Italia e Russia zarista. Ognuna di queste quattro potenze aveva ambizioni territoriali verso l’Impero ottomano che volevano smantellare e spartirsi. Nel 1915, il leader sionista inglese Chaim Weizmann s’impegnò a convincere l’amministrazione britannica dei vantaggi nel sostenere la causa sionista. Nel 1916, l’accordo segreto Sykes-Picot divideva tra la Francia e il Regno Unito l’impero ottomano, in caso di vittoria, assegnando ai britannici le aree che bramavano. Nel 1917, Lord Balfour, rappresentante del governo britannico, inviò a Lord Lionel Walter Rothschild una lettera,  la “Dichiarazione Balfour”, in cui affermava che il Regno Unito era favorevole alla creazione di un “focolare nazionale ebraico” in Palestina.

I sauditi accettarono la creazione d’Israele
In occasione della Conferenza di pace di Parigi del 1919, venne firmato l’accordo Faisal-Weizmann il 3 gennaio 1919, tra l’emiro Feisal ibn Hussein (sceriffo della Mecca e re dell’Hijaz) e Chaim Weizmann (in seguito, nel 1949, primo presidente d’Israele). Grazie a questo accordo, Faisal ibn Hussein accettava, a nome degli arabi, i termini della Dichiarazione di Balfour. Questa affermazione è considerata de facto uno dei primi passi per la creazione dello Stato d’Israele. Nel marzo 1919, l’emiro Faisal inviò la seguente lettera a Felix Frankfurter, giudice statunitense e  sionista sfegatato, insediato presso la Corte Suprema degli Stati Uniti. “… Il movimento ebraico è nazionale e non imperialista e il nostro movimento (wahhabismo) è nazionale e non imperialista. In  Palestina c’è spazio sufficiente per entrambi i popoli. Penso che entrambi i popoli abbiano bisogno del sostegno dell’altro per avere successo. (…) Guardo con fiducia a un futuro in cui ci aiuteremo a vicenda, in modo che ogni Paese verso cui abbiamo un vivo interesse possa, ancora una volta, ritrovare il proprio posto nella comunità delle nazioni civili del mondo.” Vedasi Renee Neher-Bernheim, La Dichiarazione di Balfour, Julliard 1969.
In seguito, dopo gli accordi di Camp David, l’Arabia Saudita fu uno dei primi Paesi arabi a importare prodotti israeliani. Secondo al-Alam, l’Arabia Saudita ha importato da Israele le attrezzature necessarie per l’estrazione di petrolio, così come pezzi di ricambio per macchine agricole, frutta e verdura; è stato uno dei primi Paesi arabi ad avere forgiato legami economici e commerciali con il regime sionista. E come ben sanno i lavoratori della società “Aramco”, che è il principale operatore petrolifero saudita, in gran parte l’azienda utilizza il cosiddetto “Made in Israel”.

L’intelligence irachena svela le origini ebraiche dei wahhabiti sauditi
Il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha pubblicato, di recente, le traduzioni di alcuni documenti dei servizi segreti iracheni risalenti al regime di Saddam. La relazione si basa sulle memorie di Hempher, che descrivono in dettaglio come questa spia britannica in Medio Oriente, alla metà del XVIII.mo secolo, fosse in contatto con Abdul Wahhab, per creare una versione sovversiva dell’Islam, il wahhabismo, divenendo il culto fondativo del regime saudita. Queste “Memorie di Hempher” sono state pubblicate a episodi sul giornale tedesco Der Spiegel.
Tra i vizi che gli inglesi volevano promuovere tra i musulmani attraverso la setta wahhabita, vi erano il razzismo e il nazionalismo, l’alcool, il gioco d’azzardo, la lussuria (difetti che si possono trovare negli emiri attuali). Ma la strategia più importante si basava sulla “diffusione delle eresie tra i credenti per poi criticare l’Islam come una religione di terroristi“. A tal fine, Hempher trovò in Muhammad Ibn Abdul Wahhab un individuo particolarmente recettivo. Il movimento wahhabita fu temporaneamente sconfitto dall’esercito ottomano a metà del XIX.mo secolo. Ma con l’aiuto degli inglesi, i wahhabiti sauditi tornarono al potere nel 1932. Da allora, i sauditi hanno collaborato strettamente con gli statunitensi, a cui devono la loro considerevole ricchezza petrolifera, che usano per finanziare diverse organizzazioni islamiche fondamentaliste statunitensi e arabe. Allo stesso tempo, i sauditi usarono la loro grande ricchezza per diffondere questa visione deviante e dirompente dell’Islam, in diverse parti del mondo. Questa campagna  propagandistica è considerata dagli esperti la più grande campagna di propaganda della storia.
Queste sette wahhabite che vanno dai salafiti tunisini ai taliban afgani, spargono terrore ed orrore nel mondo islamico, sporcano l’Islam con il loro comportamento e le nefaste fatwa che pubblicano. Inoltre, un famoso scrittore, l’ammiraglio della flotta ottomana, che ha operato nella penisola arabica, Ayoub Sabri Pasha ha scritto la sua versione della storia, come l’ha vissuta nel 1888. Tra i suoi libri, “L’inizio e la diffusione del wahhabismo“, parla dell’associazione tra Abdul Wahhab e la spia inglese Hempher per complottare contro il governo turco-ottomano, al fine di smembrarlo a beneficio degli inglesi e della setta wahhabita. Il fatto che la spia britannica Hempher sia stata responsabile della concretizzazione dei principi estremistici del wahhabismo viene menzionato anche in “Mir’at al-Haramain“, un libro dello stesso Ayoub Sabri Pasha, del 1933-1938.
Abdul Wahhab era lo strumento con cui gli inglesi poterono insinuare una vile idea tra i musulmani dalla penisola arabica: è lecito uccidere altri musulmani con il pretesto dell’apostasia, bastò pubblicare una fatwa in tal senso. Sulla base di ciò, Wahhab sostenne l’idea che i loro fratelli musulmani turchi, offrendo preghiere ai santi, avessero tradito la loro fede e che era lecito ucciderli, e renderne schiavi le mogli e i figli. I wahhabiti distrussero anche tutte le tombe e i cimiteri sacri, tra La Mecca e Medina. Rubarono il tesoro del Profeta, che comprendeva libri sacri, opere d’arte e innumerevoli ex voto inviati alle città sante in mille anni. Il cuoio che rilegava i sacri libri islamici che avevano distrutto, venne utilizzato per farne sandali da parte dei criminali wahhabiti. Oltre a rivelare il contenuto delle memorie di Hempher, la relazione dell’intelligence irachena riporta rivelazioni inedite sulle origini ebraiche di Abdel Wahhab e della famiglia Saud.

Le origini ebraiche di Abdel Wahhab
Un altro scrittore, D. Mustafa Turan scrisse in “Gli ebrei donmeh“, che Muhammad ibn Abdul Wahhab era un discendente di una famiglia di ebrei donmeh turchi. I donmeh erano discendenti dei seguaci del famigerato falso messia dell’ebraismo Shabbatai Zevi, che scioccò il mondo ebraico nel 1666 con la sua conversione all’Islam. Considerato un sacro mistero, i seguaci di Zevi imitarono la sua conversione all’Islam, anche se questi ebrei mantennero in segreto le loro dottrine cabalistiche. Turan sostiene che il nonno di Abdul Wahhab, Sulayman, in realtà si chiamava Shulman e che apparteneva alla comunità ebraica di Bursa in Turchia. Da lì si trasferì a Damasco, dove fece finta di essere un musulmano, ma fu apparentemente espulso per aver praticato la magia cabalistica. Poi fuggì in Egitto, dove di nuovo affrontò un’altra condanna. Poi emigrò in Hijaz dove si sposò e  nacque il figlio Abdul Wahhab. Secondo la relazione irachena, la stessa discendenza è confermata in un altro documento dal titolo “Gli ebrei donmeh e l’origine dei sauditi wahhabiti”, scritto da Salim Qabar Rifaat.

Le origini ebraiche della dinastia saudita
Il fatto che la famiglia saudita sia di origine ebraica è stato reso pubblico dal saudita Muhammad Saqir, che è stato poi eliminato dal regime saudita per aver osato pubblicare le sue rivelazioni. Inoltre, la relazione irachena fa riferimento ad una relazione simile alle rivelazioni di Muhammad Saqir, ma citando fonti diverse. Secondo “Il movimento wahabita: verità e origini”, di Abdul Wahhab Ibrahim al-Shammari, ibn Saud in realtà discende da Mordechai bin Ibrahim bin Mushi, un mercante ebreo di Bassora. Si unì ai membri della tribù araba degli Aniza e si recò con loro nel Najid affermando di essere un membro di questa tribù. Poi cambiò il suo nome in Ibrahim bin Mussa bin Marqan. Tuttavia, secondo Said Nasir, ambasciatore saudita a Cairo, nella sua “Storia della famiglia Saud”, Abdullah bin Ibrahim al-Mufaddal avrebbe dato a Muhammad al-Tamimi 35.000 junayh (sterline), nel 1943, per inventarsi gli alberi genealogici (1) della famiglia saudita e (2) di Abdul Wahhab, per poi fonderli in un unico albero risalente al profeta Maometto.
Nel 1960, la radiostazione “Sawt al-Arab” di Cairo, in Egitto e le trasmissioni della radiostazione di Sanaa, nello Yemen, confermarono l’origine ebraica della famiglia saudita. Infine, il 17 settembre 1969, il re Faisal al-Saud disse al Washington Post: “Noi, la famiglia saudita, siamo cugini dei giudei: non siamo assolutamente d’accordo con le autorità arabe o musulmane che mostrano antagonismo verso gli ebrei, dobbiamo vivere in pace con loro. Il nostro Paese (Arabia Saudita) è la prima sorgente da cui provenne il primo ebreo, i cui discendenti si sono sparsi nel mondo.”

Altri esempi recenti
1) L’eroe del film anti-Islam è Mossaab, figlio di Hassan Yousef, un importante leader di Hamas
Il Partito della Liberazione egiziano ha detto che l’eroe del film blasfemo contro il Profeta, che la benedizione e la salvezza siano con lui, è Mossaab, figlio di un importante leader di Hamas, Hassan Youssef. Due anni prima, Mossaab era un agente del Mossad e fu responsabile dell’omicidio e dell’arresto dei dirigenti dei partiti, tra cui al-Rantisi, Yassin, Marwan al-Barghouthi, ha scritto il partito sul suo sito web. Quando Mossaab si convertì al cristianesimo, Hamas non lo condannò per  tradimento, né per apostasia. Il movimento lo lasciò emigrare negli Stati Uniti e suo fratello si rifiutò di condannarlo. Mossaab svelò i segreti di suo padre e del movimento in un libro intitolato “Il figlio di Hamas“. Mossaab si recò ad al-Quds pochi mesi prima, per partecipare al film. Secondo Wikipedia, Mossaab ibn Hasan ibn Yusuf ibn Khalil, detto Josef, era un grande collaboratore dello Shabak. Riuscì a impedire l’assassinio di importanti personalità israeliane.

2) Rashid Ghannouchi e la lobby sionista
La visita del leader del partito islamico di Washington venne organizzata dal WINEP (Istituto di Washington per la Politica del Vicino Oriente), un think tank dipendente dall’AIPAC (The American Israel Public Affairs Committee: principale gruppo di pressione operante negli Stati Uniti su interesse della difesa d’Israele). Ricordiamo che i due pilastri che sostengono i sionisti negli Stati Uniti sono AIPAC e WINEP. Sul sito del WINEP, il tema della visita di Rashid Ghannouchi venne pubblicata in formato PDF. Ma ciò sembrò imbarazzante, e quindi venne rimosso 24 ore dopo esser stato inserito online. In occasione della cerimonia organizzata dalla rivista Foreign Policy, R. Ghannouchi ricevette il riconoscimento di uno dei più grandi intellettuali del 2011, assegnato dai più prestigiosi media statunitensi. È interessante notare che tra gli oltre 100 “intellettuali di spicco”, di cui fa parte Rashid Ghannouchi, vi sono anche i sinistri Dick Cheney, Condoleezza Rice, Hillary Clinton, Robert Gates, John McCain, Nicolas Sarkozy, Tayyip Erdogan e il sionista furioso Bernard Henri Levy, oltre a una lunga lista di valletti “arabo-musulmani”. Ghannouchi si trova nella stessa banda di assassini di milioni di iracheni, palestinesi, libici, afghani e altri.
Davanti ad un pubblico di giornalisti, politici e politici che, nella loro maggioranza, sono più interessati agli interessi d’Israele che di quelli degli Stati Uniti, per non parlare di quelli arabi, Rashid Ghannouchi aveva delineato la sua visione del futuro e del ruolo svolto dai Fratelli musulmani in Tunisia, Nord Africa, mondo arabo e della loro cooperazione con gli Stati Uniti. Non contento di mostrare fedeltà e sottomissione al governo degli Stati Uniti, Rashid Ghannouchi aveva rassicurato la lobby sionista sull’articolo secondo cui lui stesso aveva proposto l’inclusione nella Costituzione della Tunisia del rifiuto del governo tunisino a collaborare con Israele. Non sarà mai sancito nella Costituzione tunisina che la Tunisia non allaccerà eventuali rapporti con l’entità sionista. Il suo passaggio al WINEP non fu un momento divertente. Credendo di essere più furbo degli altri, il nostro gianburrasca nazionale-islamista s’è fatto immortalare in un video quando ha negato di aver definito gli Stati Uniti il “Grande Satana”, nel 1989. La vergognosa grossa menzogna di questo presunto grande intellettuale arabo. Con un minimo di orgoglio, chiunque altro avrebbe rinunciato al cosiddetto riconoscimento. Ma non lui. Si disprezza meglio ciò che è ridicolo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Verso una guerra totale a Gaza

La linea rossa che Israele ha sfacciatamente attraversato
Dr. Ismail Salami, Global Research, 17 novembre 2012

Rapporti indicano che Israele starebbe ponendo le basi per una vera e propria guerra a Gaza. Secondo i media israeliani, 16.000 riservisti sono stati informati di una vera e propria guerra nella Striscia di Gaza, mentre il ministro della difesa israeliano Ehud Barak ha ordinato di richiamare altri 75.000 riservisti. Vi sono anche rapporti che indicano che le unità di paracadutisti israeliani e la brigata d’élite Givati si radunano presso la Striscia di Gaza. Fonti israeliane hanno confermato che dei missili palestinesi hanno colpito diversi quartieri di Tel Aviv e che lo scudo antimissile Iron Dome, che è stato pensato per essere orgogliosamente impenetrabile, ha intercettato solo un quinto dei razzi lanciati contro Israele dalla Striscia di Gaza, mentre i media israeliani avevano in precedenza riferito che l’Iron Dome era incredibilmente avanzato e che avrebbe intercettato il 100 per cento dei missili lanciati. Il Secondo Canale di Israele ha detto che solo 210 missili, su un totale di 650 sparati da Gaza, sono stati intercettati dallo scudo antimissile israeliano Iron Dome.
Solo venerdì mattina, aerei da guerra israeliani hanno condotto altri raid sulla Striscia di Gaza, tra colpendo parecchie volte Gaza City. “Ci sono stati 130 attacchi durante la notte, fino ad ora“, ha detto il portavoce del ministero dell’Interno di Hamas, Islam Shahwan, all’AFP. Secondo i media israeliani, Israele ha colpito la Striscia di Gaza assediata circa 830 volte, finora. Harry Fear, un attivista e regista, racconta a PressTV ciò che ha visto a Gaza, “Quello che sta accadendo nella Striscia di Gaza è ciò che i palestinesi chiamano un massacro. Vediamo l’uccisione di donne in gravidanza, anziani e bambini. E’ una situazione molto, molto grave qui a Gaza, con praticamente ogni parte della Striscia di Gaza colpita dagli attacchi aerei o dai bombardamenti navali israeliani. Vediamo ammassare carri armati al confine.”
Gli attacchi israeliani sulla Striscia di Gaza hanno provocato l’ira del mondo musulmano. Israele è in un vicolo cieco. Grazie agli sviluppi nella regione, le equazioni politiche sono diventate drasticamente negative per Israele. Non vi è più il regime supportato dagli USA del dittatore Hosni Mubaraq, che ha aiutato finanziariamente e militarmente il regime sionista nel corso degli ultimi decenni. Il presidente egiziano Mohamed Morsi ha richiamato il suo ambasciatore da Israele e ha rimproverato gli attacchi israeliani come una “palese aggressione contro l’umanità.” “L’Egitto non lascerà sola Gaza… Quello che sta accadendo è una palese aggressione contro l’umanità”, ha detto dopo la preghiera del venerdì in una moschea del Cairo. “Io dico loro, in nome di tutto il popolo egiziano, che l’Egitto di oggi non è l’Egitto di ieri e che gli arabi di oggi sono diversi da quelli di ieri“, ha osservato Morsi. Il primo ministro egiziano Hisham Qandil dice che il suo paese “farà di tutto” per porre fine alla nuova ondata di attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza assediata. “L’Egitto farà di tutto per fermare l’aggressione e raggiungere una tregua duratura. Saremo con i palestinesi fino alla loro indipendenza… Questo è l’unico modo per dare stabilità alla regione“, avrebbe detto Qandil secondo Xinhua. Da parte sua, l’Iran ha anch’esso denunciato le atrocità del regime israeliano contro i palestinesi. Il Ministro degli Esteri iraniano Alì Akbar Salehi ha espresso il sostegno morale e politico dell’Iran alla Palestina. Abbastanza sorprendentemente, il primo ministro e ministro degli esteri del Qatar Sheikh Hamad bin Jassim bin Jabir al-Thani ha espresso l’ira della sua nazione e ha detto, “Condanno nel nome del Qatar… Il grave crimine non deve restare impunito. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU deve assumersi le proprie responsabilità nel preservare la pace e la sicurezza nel mondo.”
Alcuni esperti e leader mondiali ritengono che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu stia perpetrando un genocidio come slancio pre-elettorale. Per esempio, il primo ministro turco Tayyip Erdogan ha detto: “Prima delle elezioni, costoro (Israele) sparano su persone innocenti a Gaza per motivi da loro fabbricati. Le potenze mondiali dominanti la stanno ora facendo pagare al popolo e ai combattenti di Gaza, e la Repubblica di Turchia sarà con i nostri fratelli di Gaza e la loro giusta causa.” Vi è infatti qualche consolazione nel sentire queste parole, soprattutto da Turchia e Qatar. Ma le parole non sono bastano e difficilmente aiuteranno la popolazione di Gaza che si trova in immediato pericolo di vita. Invece del sostegno verbale, devono aiutare finanziariamente e militarmente gli abitanti di Gaza, fornirgli armi e artiglierie (come fanno con i ribelli in Siria). Quando si tratta di Siria, insistono di avere buone intenzioni nell’armare i ribelli e che difendono una causa giusta. Che lo facciano con il popolo di Gaza e dimostrino che le loro buone intenzioni non sono solo riservate ad un gruppo, ma anche a un altro. Inoltre, proteste popolari contro l’attacco israeliano contro Gaza sono scoppiate in tutto il mondo musulmano, con molti slogan di “morte a Israele“.
Lo spettacolo universale della solidarietà nel mondo musulmano con il popolo di Gaza è un buon segno che all’entità sionista non sarà consentito intraprendere un qualsiasi cruento e diabolico avventurismo, e che c’è una linea rossa che ha attraversato così sfacciatamente. Ogni morte a Gaza non è solo la perdita di una vita umana, ma la graduale scomparsa della coscienza collettiva, che è così dolorosamente silenziosa verso le sofferenze di una nazione oppressa e la tirannia indicibile di un regime colonizzatore omicida. Vi è un notevole grado di verità nell’adagio secondo cui il silenzio di fronte alla tirannia è complicità con la tirannia stessa.

Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Siria: segnali premonitori del crollo dell’occidente?

Amin Hoteit Global Research, 19 Settembre 2012

Le maschere sono cadute … ma l’Occidente non si è ancora deciso ad abbandonare la sua “Teoria del caos costruttivo”, nato nel cervello dei “neoconservatori” malati di arroganza, dell’illusione di poter sostenere la sua supremazia e di risolverne i problemi non solo materiali [energetici e finanziari], ma anche politici, morali e spirituali. Eppure questa famosa teoria si scontra con un’altra teoria, del “ritorno di fiamma” inevitabile; come siamo purtroppo costretti ad osservare l’Occidente ha seminato ovunque quel caos che presume lo risparmi: Libia, Tunisia, Egitto… drappeggiati nella loro presunta preoccupazione umanistica e umanitaria, i nostri leader non sono in grado di invertire il corso degli eventi, accanendosi a dimostrare il contrario. La negazione della realtà è oramai l’idea principale con cui addormentarci. L’associazione con i criminali, vale a dire i “terroristi takfiristi”, era l’arma con cui intendevano compiere il lavoro sporco, risparmiando le nostre coscienze e le nostre finanze. Esattamente come accade in Siria … Ma abbiamo la speranza, perché “la fine della speranza è l’inizio della morte”, come ha detto un certo Generale! [Nota di Mouna Alno-Nakhal].

Quando l’occidente ha lanciato la sua aggressione contro la Siria, non si aspettava di trovarsi in un vicolo cieco, più pericoloso di qualsiasi altro in cui si sia impegnato da quando il mondo è diventato unipolare e che gli Stati Uniti decisero di dominare. Scegliendo di condurre una guerra contro la Siria per salvarsi e vendicare l’”Asse della Resistenza” [Iran, Iraq, Siria, Libano, Palestina], l’unico a tenergli testa dalla fine della Guerra Fredda e a rifiutarsi di piegarsi ai diktat degli Stati Uniti, non si aspettava che la resistenza continuasse, e certo non che la Siria potesse emergerne vittoriosa annunciando un nuovo equilibrio mondiale.
L’occidente ha immaginato che cooperare con “quelli che indebitamente si richiamano all’Islam“, avrebbe potuto minare la forza e l’indipendenza dei veri musulmani, mentre gli Stati Uniti hanno usato la loro strategia del “soft power”, dopo aver cercato di ingannare i musulmani con il famoso discorso del Cairo [1] del loro nuovo presidente dalle radici africane e musulmane. Descritto come un discorso storico, inframmezzato di riferimenti lusinghieri, destinato a cancellare il sospetto creatosi con la crociata annunciata da George W. Bush e la sua “guerra contro il terrorismo“! Ha  deliberatamente confuso l’Islam con il terrorismo, così come ha equiparato l’”Asse della Resistenza” di liberazione con il terrorismo indiscriminato, la guerra contro la Siria non è che un passo tra gli altri.
Gli Stati Uniti hanno quindi utilizzato le organizzazioni, i partiti e i paesi che si richiamano all’Islam, ma che seguono dei precetti che gli sono estranei per combattere il vero Islam che resiste, che crede nell’uomo, nella sua libertà e nei suoi diritti, e ritiene gli uomini opera di un Creatore unico e fratelli nella fede, chiedendo il rispetto e il riconoscimento degli altri, consigliando il dialogo per gestire i disaccordi, per quanto gravi siano … Questa è la religione che hanno sfigurato ed emarginato per promuovere il “takfirismo” che può solo distruggere, togliere i beni, la vita e l’onore degli altri, considerando tutti coloro che non condividono la sua ideologia come apostati e, quindi, da eliminare con l’omicidio! Hanno reclutato questi deviati perché hanno trovato in loro quello che volevano: l’arma per combattere l’Islam resistente! Con l’uso e abuso di tale ideologia nemica dell’umanità, estranea alla storia e al diritto, gli Stati Uniti pensavano di uscire vittoriosi da una guerra universale che avrebbero condotto in tutto il mondo. E poiché il Medio Oriente è la via e il serbatoio dell’energia che avrebbe garantito la loro perpetua egemonia, l’hanno invaso e poi vi hanno sguinzagliato i fanatici del takfirismo, che rappresenta solo il 2% dei musulmani [i wahabiti non superano i quaranta milioni rispetto a un totale di circa un miliardo e mezzo], ma gli hanno permesso di mettere le mani su una formidabile ricchezza petrolifera, ricchezza che avrebbe dovuto andare a beneficio di tutti i credenti, che dovrebbero condividere “acqua, pascoli e fuoco”… Ma l’Occidente ha fatto sì che i wahabiti ne siano gli unici proprietari [2] e la benedizione si è trasformata in una maledizione, in quanto i suoi ricavi sono utilizzati per uccidere altri arabi e musulmani e distruggere le loro proprietà. E’ con questa strategia molto “soft”, che l’Occidente ha scelto di attaccare i musulmani con i musulmani e gli arabi con arabi, per annientarli tutti, ed è in questo spirito che ha condotto la guerra contro la Siria, sperando di raggiungere i suoi obiettivi nella regione. Ha usato i ricchi e potenti gruppi wanhabiti takfiristi per condurre il suo passaggio nel secolo: “a noi occidentali la potenza, a voi takfiristi il governo locale, a condizione che iniettiate i vostri soldi nelle nostre economie, affinché noi facciamo ciò che il vassallo può aspettarsi dal suo padrone!”.
Così le persone buone sono state ingannate, e alcuni regimi sono stati cambiati attraverso le urne, traducendo l’intesa esistente tra gli Stati Uniti e i governi occidentali, da un lato, e tra gli Stati Uniti e i cosiddetti musulmani dall’altro. I movimenti takfiristi operano sotto varie etichette, così che i pianificatori statunitensi-sionisti credevano che la Siria non potesse affrontare la loro intimidazione, il loro terrorismo e la loro demagogia, e che l’occidente avrebbe fatto tutto il necessario per demolirla, qualsiasi ne fosse stato il costo… Ma dopo diciotto mesi di terrore, distruzione e crimini contro il suo popolo, la Siria non è caduta… e gli aggressori hanno subito tali sconfitte che ora i loro slogan suscitano ilarità, e l’occidente, dopo una lunga esitazione, ha cominciato a esprimere dubbi, delusione, impotenza e un fallimento, i cui segnali di allarme sono:
1. La certezza che è ormai sia impossibile rovesciare il governo siriano del presidente Bashar al-Assad, dopo aver giocato tutte le carte contro di lui, viene espressa dall’ambasciatore francese in Libano, durante un simposio che si era svolto a Beirut la scorsa settimana [il 11/09/2012], quando ha detto, in sostanza: “Non sappiamo dove va la Siria. Non possiamo offrire nulla sul terreno, perché è impossibile stabilire zone di sicurezza, corridoi umanitari o no-fly zone. Noi crediamo che al-Assad deve lasciare il potere, ma non sappiamo come!” Una dichiarazione che dimostra chiaramente l’impotenza e il fallimento dell’occidente nella situazione. Poi è stata la volta del consigliere alla Casa Bianca a esporre diversi scenari, per concludere dicendo che è più probabile che il presidente al-Assad resti al potere … perché ne ha i mezzi! Un’altra affermazione che riflette certamente la delusione degli Stati Uniti, dopo aver erroneamente dichiarato la sua illegittimità e la sua caduta imminente, ora sono obbligati ad ammettere questa forte probabilità!
2. Il forte richiamo di Papa Benedetto XVI [3], la più alta autorità spirituale cristiana cattolica e autorità morale per eccellenza, a porre fine alle violenze, al traffico di armi, e lavorare per una soluzione pacifica in Siria con un vero e proprio dialogo tra tutti i componenti della società siriana, senza interferenze esterne. Un invito che il Papa non avrebbe mai pronunciato se non avesse preso atto della situazione esatta in Siria, e se pensava di non avere buone possibilità di essere ascoltato, in particolare da Francia e Unione europea, che ora dicono di “astenersi dell’armare l’opposizione siriana” [4]!
3. La disponibilità del nuovo inviato delle Nazioni Unite, Lakhdar Brahimi, a dichiararsi libero dalle pressioni “urbane” dei wahabiti, e di avere la volontà di divulgare quello che ha fatto sapere alla dirigenza del Qatar e al suo ministro degli esteri Hamad bin Jassem, riguardo al fatto che ora dovevano stare lontano dalla missione che dovrebbe porre in essere le basi per una soluzione pacifica, che essa e la sua Lega hanno sempre silurato. A questo si aggiunge la sensazione che l’occidente abbia bisogno di Brahimi per cercare di salvare la faccia. Per non parlare della sua posizione dopo l’incontro con il presidente siriano, che gli ha permesso di togliersi ogni dubbio sulla forza del governo siriano, mettendo in guardia coloro che indirettamente ostacolano la sua missione, e che le ricadute della crisi non si limiteranno ai confini della Siria, ma che “rappresentano una minaccia per il popolo siriano, la regione e il mondo“; il che suggerisce che Brahimi non sarà un Kofi Annan bis!
4. La messa in discussione delle strategie occidentali che sostengono il terrorismo, avanzata da molte parti interessate che, pubblicamente, dichiarano che il perseguimento di tale politica minaccia i propri interessi, in particolare in Europa e negli Stati Uniti [6]. E le reazioni agli estratti del film blasfemo [L'innocenza dei musulmani NdT] dovrebbe spingere gli Stati Uniti ad abbandonare la loro arroganza, per capire che è giunto il momento di smettere di manipolare i popoli [7], e rendersi conto che anche i nuovi governi nati dopo la transazione della “potenza mondiale contro le autorità locale“, non sono necessariamente suoi alleati! Non è senza un retropensiero che Obama abbia detto che l’Egitto “non è un alleato e né un nemico!”
Qualcuno potrebbe dire che, sul terreno, la realtà non rispecchia questo fallimento data la quantità enorme di armi consegnate sempre ai terroristi dal Libano o dalla Libia attraverso la Turchia … l’ultima consegna era di oltre 400 tonnellate [8]! Ma … questo non è in contrasto con il successo dell’esercito arabo siriano nella sua “strategia di accerchiamento prima di ripulire“, con cui ha schiacciato molti di questi terroristi, liberando una dopo l’altra le aree infestate da essi… Quindi, diciamo che la Siria è entrata in una nuova fase che possiamo riassumere come segue:
1. Il campo degli aggressori è alla ricerca di una via in uscita e, anche se alcuni hanno ancora voglia di raggiungere i propri obiettivi primari con minacce e terrorismo, sono costretti a prendere in considerazione il fatto che se innescano l’incendio, rischiano di danneggiare gli interessi dei paesi occidentali.
2. Il dialogo nazionale per una soluzione pacifica, esso solo è in grado di ripristinare la stabilità. Deve essere garantito dalle forze regionali e internazionali coinvolte nella crisi, senza dimenticare che la Siria, dopo aver resistito all’aggressione, è stata in grado di avviare la contro-offensiva.
3. Le maschere sono cadute, l’Occidente non può più ingannare nessuno… la distruttiva ideologia takfirista ha rivelato la sua devianza e quella dei suoi seguaci!

Dottor Amin Hoteit, 17/09/2012 Al-Thawra -  Articolo tradotto dall’arabo da Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation.ca

Riferimenti [nota di Mouna Alno-Nakhal]
[1] Video: Discorso di Barack Obama al mondo musulmano dal Cairo, in Egitto
[2] Arabie saoudite: Le Pacte de Quincy, une relation spéciale, mais de vassalité. [René Naba]
[3] Benedetto XVI fa appello per la pace in Siria [Jean-Marie Guénois]
[4] Le Drian: pas de livraison d’armes à l’opposition syrienne
[5] Sur Brahimi et son approche du dossier syrien [Louis Denghien]
[6] Ron Paul: L’obsession des États-Unis pour la guerre (Iran,Syrie)
[7] La fonction du film islamophobe: provoquer une discorde entre chrétiens et musulmans [Ghaleb Kandil]  Estratto: “La volontà di causare scontri tra musulmani e cristiani si è avuta dopo il fallimento del piano per trasformare la discordia tra sunniti e sciiti, soprattutto con gli sviluppi in Siria che non vanno in questa direzione, nonostante tutto ciò che viene fatto lì, così come in Libano, dove i fuochi della fitna vengono spenti ogni volta che i suoi fautori li accedono. La diffusione di questo film mirava a far fallire la visita di Papa Benedetto XVI in Libano, che ha lo scopo di promuovere e rafforzare l’idea di amicizia e collaborazione tra cristiani e musulmani in Oriente. Il che, ovviamente, non si adatta alla logica degli stati religiosi (salafiti ebrei), i quali sostengono Israele, le monarchie del Golfo e il loro mentore statunitense.
[8] Syrian rebels squabble over weapons as biggest shipload arrives from Libya [Sheera Frenkel] Una nave libica che trasporta la partita di armi più grande in Siria dall’inizio della rivolta, è ancorata in Turchia e la maggior parte del carico viene inviato ai ribelli in prima linea, scrive il Times. Tra le oltre 400 tonnellate di carico che si trovava a bordo, vi erano dei missili superficie-aria SAM-7.

Il Dottor Amin Hoteit è analista politico, esperto di strategia militare e generale di brigata in pensione libanese. Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Fascismo, antifascismo e paradossi

Fabien Lécuyer 7 Seizh 7 giugno 2012

I salafiti e gli islamisti sono più che fascisti. C’è il regno del terrore qui, non riconosco il mio paese, i salafiti sono il braccio armato di Enahda*, che fa orecchie da mercante sui loro eccessi e orrori.” Tale osservazione proviene dalle fantasie di un estremista di destra francese o bretone imbevuto di propaganda lepenista? No, queste parole sono di Nejiba Bakhtri, co-fondatrice del partito ecologista di sinistra Tunisia Verde e membro della direzione nazionale.
Alla domanda sulle rivendicazioni islamiste in Europa, aggiunge, “Non dovrebbero in alcun modo richiedere piscine per le donne, possono nuotare a casa loro. La mia opinione personale sui  predicatori: l’unico luogo di culto è la moschea. Possono pregare a casa e non per le strade! In Tunisia, anche pregare per le strade è provocatorio. Avete visto cristiani o ebrei … pregare per strada? È inaccettabile“. Diversi mesi fa le avevo chiesto notizie del suo paese, sulla primavera araba che aveva appena abbattuto il dittatore Zine Ben Ali, e Nejiba vide la rivoluzione andare in una direzione inquietante: “Gli europei pensano solo ai loro interessi, e ciò è normale (…) bisogna andare in Tunisia e vedere la realtà degli islamisti. Bisogna prendere in considerazione il fatto che fanno un doppio discorso: un discorso per i media, un discorso per gli Stati Uniti e gli europei … Gli islamisti in Francia, ad esempio, hanno votato per la sinistra, qui hanno votato per la destra (… ) Per quanto mi riguarda, sloggerei da qui se arrivassero al potere, o se avessero la maggioranza.”
Le rivoluzioni arabe mi hanno dato l’opportunità di comunicare regolarmente con tunisini o egiziani via Twitter o Facebook. La preoccupazione quotidiana è tanto sul ruolo dell’esercito, il ritorno del terzo coltello degli odiati regimi, quanto l’ascesa degli islamisti. Questo discorso non è nuovo.  Qualche anno fa ho avuto l’opportunità di incontrare attivisti di estrema sinistra curdi e turchi.  Questi sono in lotta su tre fronti: il giacobinismo dello Stato turco, l’estrema destra e l’islamismo. Ricordo in particolare le discussioni con kurdi e turchi usciti da lunghi periodi di detenzione nei loro paesi, per attività relative all’azione dei guerriglieri marxisti del PKK o del TKP-ML (ora Partito Comunista-Maoista/Esercito Popolare di Liberazione) e DHKP-C (Partito-Fronte di Liberazione del Popolo Rivoluzionario -Guevarista-), le tre formazioni sono legate in particolare alla diaspora. Chi conosce questi movimenti, ognuno supporta una guerriglia a bassa intensità in Turchia, sa che sono dell’estrema sinistra rivoluzionaria più radicale possibile. Queste persone  combattono armi in pugno contro l’esercito e contro gli islamisti, né più né meno. Dagli anni ’90, la contro-guerriglia al PKK, per esempio, è stata condotta direttamente da estremisti religiosi. Non è una posizione di principio, una bravata da liceo o una goliardata di cui vantarsi.
Alcune discussioni le ho avute con giovani bretoni antifascisti, fiduciosi ed entusiasti. Una sera, il dibattito si è spostato sull’Islam e l’islamismo. E poi ho potuto misurare la distanza tra un rivoluzionario turco o curdo e un giovane antifascista bretone. Le espressioni “non-stigmatizzazione dell’Islam”, “la comprensione di alcune rivendicazioni dei musulmani in Europa“, “il ridicolo affare del velo”, “le fantasie orchestrate dall’estrema destra“, ecc … sembravano reali provocazioni alle orecchie dei nostri interlocutori. Per loro, “l’Islam è una regressione sociale, filosofica e politica totale” e l’ondata di religiosità presso qualche giovane immigrato, “un insopportabile ritorno del  fanatismo, tanto ridicolo quanto pericoloso”, e non parliamo dei convertiti europei, che bisognava quasi “fucilare!”
In ogni caso, quella notte, due concezioni della lotta antifascista si affrontavano.
Oggi navigando su siti, chattando con persone provenienti dai partiti di sinistra, l’islamismo non può, l’islamismo non deve essere incluso nella geografia bruna del fascismo. I fanatici del manganello, i neo-nazisti, i fans di tutti i regimi più odiati al mondo e nella storia, i suprematisti bianchi, gli antisemiti, i Dupont-Lajoie, il sessismo, l’omofobia sono al “centro” del combattimento, sì! Ma Nient’altro … lì …. là in fondo a destra, con la barba, il Corano, le stronzate e tutto il resto … Mentre i progressisti dei paesi tradizionalmente musulmani dicono, senza mezzi termini, che gli islamisti sono fascisti e l’Islam non è una religione particolarmente progressista; i partiti occidentali di sinistra si rifiutano di discutere la questione. I partiti di destra in Europa sono in forte avanzata, soprattutto tra la classe operaia, ma soprattutto non si deve vedere nulla. O negare. O avere delle spiegazioni una più farlocca dell’altra; qualsiasi informazione sull’Islam viene tacciata come “ossessione” o “deriva”.
In effetti, la galassia antifascista è paralizzata per lo più da un dato di fatto … etnico: l’Islam è una religione nata in Medio Oriente e i suoi seguaci sono per lo più del Maghreb, Africa e Asia. Se l’Islam fosse una religione norvegese, si vedrebbero coorti di manifestazioni anti-musulmane da far arrossire un maoista turco.
Molto diversamente dall’antifascismo storico degli anni ’30, l’antifascismo “della difesa degli immigrati” è nato negli anni ’60 con l’arrivo dei lavoratori di quelle che sarebbero diventate le ex colonie francesi, nell’industria automobilistica in particolare. Gli immigrati, spesso singoli, erano stati stipati nelle case Sonacotra. All’epoca, questi immigrati erano spesso influenzati dal nazionalismo di sinistra arabo (che scoprirono al loro arrivo in Europa) e si trovarono inquadrati da organizzazioni satelliti del Partito Comunista. Lasciati al razzismo di certi esagonali, furono subito difesi da formazioni di sinistra (a volte contro il parere di alcuni dei loro stessi membri, va detto!) E la difesa del movimento alla fine culminò con l’arrivo di Mitterrand al potere, l’invenzione di SOS Racisme, la “marcia dei beurs“, ecc … All’epoca si dovette combattere contro i picchiatori, gli skinhead, l’isolamento degli stranieri, il razzismo quotidiano, ecc…
Ma oggi è completamente diverso. Marginale in quel momento, l’ascesa dell’islamismo ha cambiato la situazione. Al contrario, la logica politica dell’antifascismo sembra essere bloccata agli anni ’80.  E qui la cosa infastidisce. Considerando che per l’estrema destra, l’Islam è “ovunque”, dietro ogni inciviltà orchestrata dalle “forze oscure dell’Islam“, fino al ridicolo; per l’estrema sinistra, l’islamismo non … esiste. Ridotto a “paura sfruttata da Le Pen“, a “epifenomeno”, a “fantasia di poveri coglioni“, di gente poco istruita, ecc … In breve, la classe operaia è diventata così volgare. La decenza obbliga soprattutto a non affrontare l’argomento, scabroso e intrinsecamente rischioso per coloro che non vogliono essere “sospettati di…”.
Perché vi è un timore: l’antifascista ha di fatto una paura fottuta di essere sospettato da altri più antifascisti di lui! Eppure, anche in Bretagna, esempi di questa avanzata di barbe non mancano: L’insediamento di Forsane Alizza a Nantes, le 74 donne Lies Hebbadj; i problemi nella regione di Brest, ecc … e soprattutto come non vedere che l’avanzata del Fronte Nazionale si nutre, tra le altre cose, di questa ascesa del radicalismo islamico e della sua negazione da parte dei partiti di sinistra!
Ed è così che tutti gli ingredienti sono raccolti per un disastro. Oggi, per esempio, la questione della carne halal è presente in molti macelli della Bretagna. In particolare, si traduce nella presenza di un religioso che controlla che gli animali siano macellati in conformità con i precetti del Corano. E che questi vincoli siano ben lungi dall’essere apprezzati dai non-musulmani, è un dato di fatto. Inoltre, portano a una preferenza religiosa come criterio per l’assunzione di una parte del personale. Il 14 marzo 2012, i due sacerdoti del macello LeFloch di Vannes, hanno spiegato al Télégramme, “si deve essere molto religiosi per avere il diritto di svolgere questa funzione.” Quale sarebbe la reazione dei progressisti se un paio di preti fosse stato assegnato a tempo pieno, in un affollato mattatoio, a salmodiare attorno a dei tacchini appesi?
Ma gli antifascisti “storici” rompono il tabù: il settimanale Charlie Hebdo e le sue caricature di Maometto … Sappiamo il resto, d’altronde. Anche gli anarchici, per chi ascolta Radio Libertaire, hanno regolarmente trattato l’islamizzazione dei giovani immigrati in termini molto poco politically correct. Ma usciti da queste due obbedienze, calma piatta. Il fatto stesso di affrontare l’argomento sembra stordire l’intero mondo antifascista e di sinistra, per i quali la bestia immonda non può che essere più o meno lo skinhead, il bestione del FN o il fondamentalista cattolico.
E peggio di tutto è che questo paradosso ha lasciato campo libero ai fascisti bruni stessi. La laicità, i diritti delle donne, la denuncia dei costumi barbari: tutto ciò è stato abbandonato a Marine Le Pen e agli Identitari. Anche questi ultimi, che qualche anno fa facevano festini per il paganesimo e tutte le cianfrusaglie solari, sono ormai divenuti i campioni imbattuti di laicità e libero pensiero. E cosa pensare riguardo la svolta giacobino-laicista del Fronte nazionale marinista, che spazza via i ninnoli religiosi, i fondi di magazzino del vecchio Fronte Nazionale?
Nella sinistra francese, fino al governo, il dibattito infuria su questo tema tra la linea di Terra Nova e la Sinistra Popolare. Ciò che si teme, purtroppo, è il recupero del secolarismo della sinistra giacobina o della destra oscurantista, come denunciano.
Tutto questo è stato possibile a causa della cecità, della rassegnazione e della codardia. Oggi, si dovrebbe finirla col raccontarsi delle storie e di ascoltare ciò che i democratici dei paesi colpiti dal cancro dell’islamismo hanno da dirci.
Prima di chiudere questo articolo, ho ricevuto un ultimo messaggio da Nejiba: “Fabien, infatti, qui c’è davvero l’avanzata dell’islamismo nelle amministrazioni, nei ministeri, nelle scuole, collegi, università, nella vita di tutti i giorni, il Nahda (un altro modo di chiamare Ehnada) ha piazzato i suoi dappertutto, vediamo donne sempre più velate e uomini in tenuta afgana…. con il coraggio che cerco di avere, è possibile chiedere asilo politico Fabien?????”.
Buona fortuna Nejiba, qui si sta ancora valutando se ciò che descrivi sia una “fantasia orchestrata dall’estrema destra” o no…

*Ehnada: partito islamista tunisino

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Storia segreta di Washington con i Fratelli Musulmani

Ian Johnson NYRBook 5 febbraio 2011

Mentre gli uomini forti del Nord Africa e del Medio Oriente sostenuti dagli USA vengono rovesciati o scossi dalle proteste popolari, Washington è alle prese con una fondamentale questione di politica estera: come affrontare la potente ma opaca Fratellanza musulmana. In Egitto, la Fratellanza ha assunto un ruolo sempre più forte nelle proteste, rilasciando una dichiarazione che invocava le immediate dimissioni di Mubarak. E anche se è tutt’altro che chiaro il ruolo che la Fratellanza avrebbe se Mubarak dovesse dimettersi, il presidente egiziano ha dichiarato che lascerà. In ogni caso, è probabile che il movimento sarà un giocatore importante in un qualsiasi governo di transizione.
Giornalisti e opinionisti stanno già pesando i punti di forza e i pericoli di questo movimento islamista vecchio di 83 anni, le cui varie sedi nazionali sono la forza di opposizione più potente in quasi tutti questi paesi. Alcuni si chiedono come la Fratellanza tratterà con Israele, o se ha davvero rinunciato alla violenza. Molti, tra cui l’amministrazione Obama, sembrano pensare che sia un movimento con cui l’occidente può fare accordi, anche se la Casa Bianca nega contatti formali.
Se questa discussione evoca un senso di déjà vu, è perché nel corso degli ultimi sessant’anni ciò è già accaduto molte volte, con risultati quasi identici. Dagli anni ’50, gli Stati Uniti hanno segretamente stretto alleanze con i Fratelli e le loro propaggini su temi diversi, come la lotta contro il comunismo e appassire le tensioni tra i musulmani europei. E se guardiamo alla storia, possiamo vedere uno schema familiare: ogni volta che i leader statunitensi hanno deciso che la Fratellanza potesse essere utile e hanno cercato di piegarla agli obiettivi degli USA, è stata anche la volta, forse non a caso, che l’unica parte che ne ha chiaramente beneficiato sia stata la Fratellanza stessa.
Come possono gli statunitensi non essere a conoscenza di questa storia? Grazie a una miscela di illusioni e ossessione nazionale del segreto, che ha avvolto gli estesi rapporti del governo degli Stati Uniti con la Fratellanza.
Pensate al Presidente Eisenhower. Nel 1953, l’anno prima che la Confraternita venisse messa fuori legge da Nasser, un programma segreto di propaganda degli Stati Uniti, guidato dall’US Information Agency, aveva portato oltre tre dozzine di studiosi e leader locali islamici, per lo più dei paesi musulmani, in quello che ufficialmente era stata una conferenza accademica all’Università di Princeton. La vera ragione dietro l’incontro fu un tentativo di impressionare i visitatori con la forza spirituale e morale degli Stati Uniti, poiché si pensava che potessero influenzare l’opinione popolare musulmana meglio dei loro ossificati governanti. L’obiettivo finale era promuovere un programma anticomunista in questi paesi di recente indipendenza, molti dei quali erano a maggioranza musulmana.
Uno dei leader, secondo il libretto degli appuntamenti di Eisenhower, era “L’Onorevole Saeed Ramahdan, Delegato dei Fratelli musulmani“.*  La persona in questione (nella romanizzazione standard, Said Ramadan), era il genero del fondatore della Fratellanza, e all’epoca indicato ampiamente come facente parte del gruppo del “ministro degli esteri.” (Era anche il padre del controverso studioso islamico svizzero Tariq Ramadan .)
I funzionari di Eisenhower sapevano cosa stavano facendo. Nella battaglia contro il comunismo, hanno capito che la religione era una forza che gli Stati Uniti avrebbero potuto usare, l’Unione Sovietica era atea, mentre gli Stati Uniti sostenevano la libertà religiosa. Le analisi della Central Intelligence Agency su Said Ramadan erano piuttosto brutali, definendolo un “falangista” e un “fascista interessato al raggruppamento di individui per il potere.” Ma la Casa Bianca andò avanti e lo invitò comunque.

Il presidente Dwight D. Eisenhower nello Studio Ovale con un gruppo di delegati musulmani, 1953. Said Ramadan è il secondo da destra.

Entro la fine del decennio, la CIA stava apertamente sostenendo Ramadan. Anche se è troppo semplice chiamarlo un agente degli Stati Uniti, negli anni ’50 e ’60 gli Stati Uniti lo sostennero, mentre guidava una moschea a Monaco di Baviera, cacciando fuori i musulmani locali per costruire quello che sarebbe diventato uno dei più importanti centri della Fratellanza, un rifugio per il gruppo assediato durante gli anni della sua clandestinità. Alla fine, gli Stati Uniti non trassero molto dai loro sforzi, mentre Ramadan era più interessato a diffondere la sua agenda islamista che combattere il comunismo. Negli anni successivi, aveva sostenuto la rivoluzione iraniana e probabilmente aiutato la fuga di un attivista pro-Teheran che aveva ucciso uno dei diplomatici dello scià a Washington.
La cooperazione continuava. Durante la guerra del Vietnam, l’attenzione degli Stati Uniti era concentrata altrove, ma con l’inizio della guerra sovietica in Afghanistan, l’interesse nel coltivare gli islamisti riprese. Tale periodo di sostegno ai mujahidin, alcuni dei quali divenuti al-Qaida, è ben noto, ma Washington ha continuato a flirtare con gli islamisti, e in particolare con la Fratellanza.
Negli anni dopo gli attentati dell’11 settembre, gli Stati Uniti inizialmente si scontrarono con la Fratellanza, dichiarando che molti dei suoi membri principali fossero sostenitori del terrorismo. Ma nel secondo mandato di Bush, gli USA stavano perdendo due guerre nel mondo musulmano, e affrontavano l’ostilità delle minoranze musulmane in Germania, Francia e altri paesi europei, dove la Fratellanza aveva stabilito una presenza influente. Gli Stati Uniti cambiarono tranquillamente posizione.
L’amministrazione Bush ha messo a punto una strategia per stabilire stretti rapporti con i gruppi musulmani in Europa, che erano ideologicamente vicini alla Fratellanza, immaginando che potessero essere un interlocutore nei rapporti con i gruppi più radicali, come gli estremisti locali a Parigi, Londra e Amburgo. E, come nel 1950, i funzionari del governo vollero proiettare al mondo musulmano l’immagine che Washington era vicina agli islamisti residenti in occidente. Quindi, a partire dal 2005, il Dipartimento di Stato ha lanciato un tentativo per corteggiare la Fratellanza. Nel 2006, ad esempio, ha organizzato una conferenza a Bruxelles tra questi Fratelli musulmani europei e i musulmani americani, come l’Islamic Society of North America, che erano considerati vicini alla Fratellanza. Tutto questo era stato sostenuto dalle analisi della CIA, con una del 2006 che affermava che la Fratellanza presentava “impressionanti dinamismo interno, organizzazione e conoscenza dei media.” Nonostante le preoccupazioni degli alleati occidentali, secondo cui sostenere la Fratellanza in Europa era troppo rischioso, la CIA spinse per la cooperazione. Per quanto riguarda l’amministrazione Obama, assunse alcune delle persone del team di Bush che avevano contribuito a elaborare questa strategia.

Perché l’interesse duraturo per la Confraternita?
Dalla sua fondazione nel 1928 da parte del maestro e imam egiziano Hassan al-Banna, la Fratellanza è riuscita a esprimere le aspirazioni della classe media oppressa e spesso confusa del mondo musulmano. Ha spiegato la loro arretratezza in un interessante mix di fondamentalismo e fascismo (o politiche reazionarie e xenofobe): i musulmani di oggi non sono abbastanza buoni musulmani e devono ritornare al vero spirito del Corano. Gli stranieri, soprattutto ebrei, fanno parte di una vasta cospirazione per opprimere i musulmani. Questo messaggio è stato, ed è ancora, fornito attraverso un moderno partito politico-struttura, che comprende gruppi di donne, associazioni giovanili, pubblicazioni e media elettronici e, a volte, bracci paramilitari. Ha inoltre dato i natali a molti dei ceppi più violenti dell’islamismo radicale, da Hamas ad al-Qaida, anche se molti di questi gruppi ora trovano la Fratellanza troppo convenzionale. Non c’è da stupirsi che la Fratellanza, per tutti i suoi aspetti preoccupanti, è interessante agli occhi dei responsabili politici occidentali, desiderosi di guadagnare influenza in questa parte strategica del mondo.
Ma la Fratellanza è stata un partner difficile. Nei paesi in cui aspira a entrare nel mainstream politico, rinuncia all’uso della violenza a livello locale. Quindi la Fratellanza Musulmana in Egitto dice che non cerca più di rovesciare il regime violentemente, anche se i suoi membri non dicono nulla nell’invocare la distruzione di Israele. In Egitto, la Fratellanza dice anche che vuole i tribunali religiosi per imporre la shariah, ma a volte ha anche detto che i tribunali secolari potrebbero avere l’ultima parola. Questo non vuol dire che la sua moderazione sia solo una messinscena, ma è giusto dire che la Fratellanza ha solo parzialmente abbracciato i valori della democrazia e del pluralismo.
Il chierico più potente del gruppo, residente in Qatar, è Youssef Qaradawi, che incarna questa visione biforcata del mondo. Dice che alle donne dovrebbe essere consentito di lavorare e che in alcuni paesi, i musulmani possono detenere dei mutui (che si basano sugli interessi, un tabù per i fondamentalisti). Ma Qaradawi sostiene la lapidazione degli omosessuali e l’uccisione di bambini israeliani, perché essi crescono e potrebbero servire come soldati.
Qaradawi non è certo un emarginato. Negli anni passati, è stato spesso citato come candidato a leader del ramo egiziano. E’ molto probabile che sia il chierico più influente del mondo musulmano, il venerdì, per esempio, migliaia di manifestanti egiziani in piazza Tahrir ascoltano la trasmissione del suo sermone. Ha inoltre dichiarato che i manifestanti che sono morti sfidando il governo sono dei martiri.
Questa è un’indicazione della crescente influenza della Fratellanza nell’ondata di proteste in tutta la regione. In Egitto, la Fratellanza, dopo un avvio lento, è diventato un giocatore chiave nel campo della coalizione antigovernativa, il nuovo vice presidente, Omar Suleiman, ha invitato la Confraternita ai colloqui. In Giordania, dove il gruppo è legale, il re Abdullah ha incontrato la Fratellanza per la prima volta in un decennio. E a Tunisi, il leader dell’opposizione islamista Rachid Ghanouchi, che è stato un pilastro della rete europea della Fratellanza, è da poco tornato a casa dal suo esilio a Londra.
Tutto ciò indica la più grande differenza tra allora e adesso. Mezzo secolo fa, l’Occidente ha scelto di avvalersi della Confraternita per guadagni tattici a breve termine, poi ha sostenuto molti dei governi autoritari che hanno anche cercato di cancellare il gruppo. Ora, con quei governi vacillanti, l’Occidente ha poca scelta, dopo decenni di oppressione, è la Confraternita, con la sua miscela di antico fondamentalismo e moderni metodi politici, che rimane in piedi.

* L’agenda degli appuntamenti e i dettagli della visita di Ramadan sono negli archivi presidenziali di Eisenhower ad Abilene, Kansas. Vedasi il mio libro A Mosque in Munich, pp 116-119, per i dettagli della visita. Sull’utilizzo post-9/11 della Fratellanza, vedasi p. 222-228.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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