Il ritorno del principe Bandar

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 12/07/2014

ISIScaliphateIl principe Bandar bin Sultan bin Saud bin Abdulaziz è il padrino della Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (SIIL), ora chiamato “Stato islamico” o “Califfato islamico”. Senza il sostegno saudita alle forze più radicali dell’opposizione islamica che combattono il presidente siriano Bashar al-Assad, è dubbio che il SIIL sarebbe stato altro che una frangia in Siria. Anche se Bandar è stato cacciato dalla politica saudita prima, ora sembra che le speranze dell’eliminazione del vecchio ex-ambasciatore saudita negli Stati Uniti e amico personale della famiglia Bush fossero semplicemente un “wishful thinking” di coloro che l’hanno incrociato in passato. Bandar è tornato nell’influente posizione di consulente di re Abdullah dopo essere stato licenziato da capo dell’intelligence saudita lo scorso aprile. Il nuovo titolo di Bandar è “consigliere del re e suo inviato speciale”. Bandar in realtà non ha mai lasciato la cerchia interna saudita. Dopo essere stato dimesso dalla guida dei servizi segreti ad aprile, ha mantenuto la posizione di segretario generale del Consiglio di sicurezza nazionale saudita, una posizione analoga a quella di Susan Rice alla Casa Bianca, di consigliera per la sicurezza nazionale e direttrice del Consiglio di Sicurezza Nazionale. Il ritorno di Bandar nella Casa dei Saud avviene mentre re Abdullah nomina il viceministro della Difesa, appena licenziato, principe Qalid bin Bandar bin Abdul Aziz a nuovo capo dell’intelligence saudita. Il principe Qalid ora occupa quella posizione di collegamento con i ribelli siriani che il principe Bandar aveva quando i sauditi organizzarono l’invio di milioni di dollari in contanti e armi ai salafiti radicali e ai taqfiri che combattono Assad in Siria. Anche se sembra che Bandar sia coinvolto in una sorta di scisma interno alla Casa dei Saud, ci sono voluti appena due giorni a Qalid per perdere la carica di viceministro della Difesa, tenuta per soli 45 giorni, ed essere nominato capo dell’intelligence saudita. Anche se condividono lo stesso nome, il capo dell’intelligence saudita Qalid bin Bandar non deve essere confuso con l’imprenditore saudita Qalid bin Bandar bin Abdulaziz al-Saud, figlio del principe Bandar.
1131L’importante posizione di viceministro della Difesa resta vacante, costringendo il ministro della Difesa Salman bin Abdulaziz, il principe ereditario, a gestire le operazioni quotidiane del ministero della Difesa. Il riordino del governo saudita è volto a garantire che i funzionari della Difesa e dell’intelligence saudite siano allineati nel riaffermare il controllo sul SIIL che avanza su Baghdad avvicinandosi al confine iracheno-saudita, dove alcune scaramucce di confine tra guerriglieri del SIIL e truppe di frontiera saudite si sono già svolte. Senza dubbio, la Casa dei Saud è un importante finanziatore del SIIL dall’inizio della guerra civile in Siria. Il fronte al-Nusra (Jabhat al-Nusra), finanziato principalmente dal Qatar, ha promesso sostegno alle forze del SIIL sparse nel settentrione e occidente dell’Iraq, estendendone la portata nel nord-est della Siria. L’obiettivo dell’Arabia Saudita è sempre destabilizzare l’Iraq e la Siria, nella speranza che i governi Nuri al-Maliqi e Bashar al-Assad, siano rovesciati e sostituiti con i regimi sunniti radicali grati ai sauditi. Bandar vuole anche limitare l’influenza del Qatar, che ritiene sostenere la fratellanza musulmana, acerrimo nemico della Casa dei Saud. Il ritorno al potere di Bandar segnala il congelamento della distensione tra l’Arabia Saudita e l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al-Thani. Bandar fu originariamente dimesso da capo dell’intelligence saudita dopo che il presidente Barack Obama incontrò re Abdullah a Riyadh il 28 marzo. I compiti di Bandar quale interlocutore dei sauditi con i ribelli siriani, furono passati al ministro degli Interni saudita principe Muhammad bin Nayaf. Tali oneri sono ora assunti dal principe Qalid. Il principe Muhammad ha contribuito nel sostegno saudita all’esercito libero siriano (ELS) filo-USA, ora attore secondario e debole nella guerra civile siriana. I funzionari dell’ELS, molti ex-funzionari governativi in esilio, vivono più nei comodi alberghi e ristoranti d’Istanbul che in prima linea in Siria. Tuttavia, dopo il successo del SIIL in Siria orientale e Iraq, i sauditi hanno deciso di richiamare l’interlocutore principale del SIIL, il principe Bandar, mettendo la leadership del gruppo sotto un più sodo controllo saudita.
Bandar ha forti legami con il terrorismo jihadista. Bandar, in un viaggio a Mosca prima delle Olimpiadi di Sochi, offrì alla Russia un lucroso affare sulle armi se la Russia cessava il sostegno ad Assad. Bandar disse anche a Putin che se la Russia respingeva l’offerta dell’Arabia Saudita, i terroristi islamici filo-sauditi nel Caucaso sarebbero stati liberi di compiere attacchi terroristici contro le Olimpiadi invernali di Sochi. Putin cacciò Bandar dal suo ufficio al Cremlino. Vi sono  rapporti secondo cui i terroristi islamici finanziati dai sauditi in Cecenia e Daghestan siano attivi in Ucraina contro i separatisti russofoni dell’Ucraina orientale. In alcuni casi, i terroristi islamici si sono uniti alle unità paramilitari israeliane in Ucraina a sostegno delle azioni militari del governo di Kiev contro l’Ucraina orientale. In Siria vi sono state segnalazioni del coordinamento del Mossad con le unità del SIIL negli attacchi contro le forze governative siriane, anche nella regione nord delle alture del Golan. Il direttore della CIA John O. Brennan, saudofilo ex-capo della stazione della CIA a Riyadh, avrebbe dato una mano al ritorno di Bandar a una posizione chiave nel governo saudita. 1000 tra truppe e consiglieri statunitensi sono stati inviati in Iraq non per evitare che il governo Maliqi cada, ma per contribuire alla transizione verso un governo post-Maliqi dalla forte rappresentanza sunnita pro-saudita. I militari statunitensi in Iraq proteggono anche i beni degli Stati Uniti, tra cui l’imponente complesso dell’ambasciata a Baghdad, nonché gli interessi dell’industria petrolifera statunitense. Vi furono diversi rapporti infondati, al momento del licenziamento di Bandar ad aprile, secondo cui era stato assassinato o ferito durante una visita alle posizioni ribelli in Siria. Altri rapporti hanno dichiarato che Bandar, affettuosamente noto dalla famiglia Bush come “Bandar Bush” per via dei suoi stretti legami con la dinastia politica statunitense, sia stato avvelenato in una faida interna saudita volta ad eliminarne l’influenza quale capo del clan Sudayri nella Casa dei Saud. Il clan comprende anche il principe Turqi, ex-capo dell’intelligence saudita, e il principe ereditario Salman, ministro della Difesa e erede al trono.
mccainhopelessIl SIIL dà ad Israele il potente argomento di essere responsabile della Cisgiordania e imporre un più stretto controllo militare su Gaza. L’obiettivo di Bandar è eliminare gli attuali governi di Siria e Iraq, privando così l’Iran dei suoi due alleati regionali… Con un califfato sunnita radicale a Baghdad, il SIIL sarà pronto a varcare il confine iraniano e iniziare la ribellione presso la minoranza araba nella provincia iraniana del Khuzestan, il centro dell’industria petrolifera iraniana. Con il SIIL che controlla i giacimenti petroliferi del sud dell’Iraq, nonché parte dei campi che confinano con il Kurdistan iracheno, l’acquisizione da parte del fantoccio saudita della provincia petrolifera iraniana darebbe all’Arabia Saudita l’effettivo controllo su gran parte delle riserve di petrolio del Medio Oriente. A febbraio, il senatore dell’Arizona John McCain disse alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera, “Grazie a Dio per i sauditi e il principe Bandar”. McCain fece eco a commenti analoghi fatti in precedenza sulla CNN. Nel 2012, McCain s’infiltrò segretamente in Siria dalla Turchia facendosi fotografare con gli islamisti radicali, alcuni dei quali ora combattono con il SIIL in Iraq. McCain sostiene fermamente fascisti e neo-nazisti ucraini. In McCain, “Bandar Bush” trova un compagno d’armi fervido fan del terrorismo.

La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Abu Baqr al-Baghdadi, mercenario di Qatar e Stati Uniti

Nabil Ben Yahmad Tunisie Secret 7 luglio 2014

Diversi media parlano, ma alcuno osa dire chi sia davvero Awad Ibrahim al-Baqri, alias Abu Baqr al-Baghdadi, creatura di CIA e servizi del Qatar sfuggita al loro controllo come il predecessore Usama bin Ladin. Precisazione: il ministero degli Interni iracheno ha negato che l’uomo che appare nei video sia Abu Baqr al-Baghdadi, gravemente ferito da oltre una settimana e trasferito in Siria.

irak_syrieIl capo del gruppo ultraradicale Stato islamico (SI), Abu Baqr al-Baghdadi (43 anni), recentemente auto-nominatosi “califfo” è apparso il 5 luglio, per la prima volta, in un video pubblicato sui siti jihadisti, invitando tutti i musulmani ad obbedirgli. La prima fedeltà gli è giunta da un tunisino, Sayfadin al-Rayas portavoce di Ansar al-Sharia nel Paese della “rivoluzione dei gelsomini”!

Omelia trionfalistica, califfato spettrale
Nella sua omelia, il presunto Abu Baqr al-Baghdadi ha detto: “Allah ha promesso la vittoria ai combattenti. Abbiamo un libro che guida e una spada che conquista… E ora Allah farà trionfare i musulmani che, dopo lunghi anni di jihad e pazienza, si precipitano ad annunciare il califfato e la designazione dell’Imam, un dovere dei musulmani. L’istituzione del califfato è un dovere trascurato per secoli, e così il califfato s’è eclissato dal mondo che ha ignorato i musulmani…” Ripetendo parola per parola il famoso discorso del primo califfo dell’Islam, Abu Baqr al-Sidiq, che governò nel 632-634, l’impostore di Mosul ha aggiunto: “Sono il Wali (sponsor) nominato alla guida e questa pesante responsabilità mi travolge perché non sono migliore di voi. Se mi vedete sulla retta via, aiutatemi; se mi vedete deviare consigliatemi ed obbedirò. Se non obbedisco ad Allah, non datemi obbedienza”. Continuando nel suo delirio, Abu Baqr al-Baghdadi ha detto: “Non vi faccio le promesse che re e governanti fanno, e cioè pace, prosperità e sicurezza. Prometto invece ciò che Allah ha promesso ai credenti!” Due giorni dopo, i jihadisti dello Stato Islamico in Iraq e Levante (SIIL) proclamano la creazione del califfato nei territori occupati in Iraq e Siria, prima di annunciare di aver cambiato il nome del loro gruppo in “Stato islamico”, tout court, senza riferimento geografico.

Califfo di Allah o mercenario degli USA?
Abu Baqr al-Baghdadi, terrorista sunnita finora nell’ombra, ha fatto appello nel suo sermone a Mosul, la seconda città dell’Iraq occupata nell’offensiva lanciata il 9 giugno dai suoi combattenti in Iraq, occupando ampie fasce di territorio. Ma in una dichiarazione alla Reuters, il portavoce del ministero degli Interni iracheno ha detto che dall’”analisi del video, l’individuo proclamatosi califfo non è Abu Baqr al-Baghdadi, essendo stato ferito nella regione di al-Anbar con il suo compagno Abu Muhammad al-Tunisi, trasferendosi nei territori siriani sotto il controllo dei jihadisti”. Il 43enne presunto califfo con Rolex in realtà si chiama Ibrahim Awad al-Baqri. Ex-studente di teologia, si unì alla resistenza irachena durante l’invasione imperialista delle truppe anglo-statunitensi, nel 2003. Fatto prigioniero quello stesso anno, fu misteriosamente rilasciato nel 2006 con la missione d’infiltrare al-Qaida in Iraq, entrando in contatto con il capo di al-Qaida in Iraq, Abu Musab al-Zarqawi. In Giordania si faceva chiamare Ahmad Fadil al-Nazat al-Qalayla. Autore di numerosi attentati che fecero migliaia di morti tra i civili sciiti, divenne il nemico n°1 delle forze colonialiste e imperialiste in Iraq. Fu lui che fece esplodere, il 19 agosto 2003, l’edificio che ospitava il personale delle Nazioni Unite a Baghdad, uccidendo 22 persone, tra cui il rappresentante delle Nazioni Unite, il brasiliano Sergio Vieira de Mello. È anche l’ideatore dell’attentato del 29 agosto 2003 contro la moschea di Ali a Najaf, città santa sciita, facendo 85 vittime. L’11 maggio 2004 diffuse su internet un video della decapitazione del giovane ostaggio statunitense Nicholas Berg. E’ da quel momento che sulla sua testa gli statunitensi posero una taglia di 25 milioni di dollari per la sua cattura, la stessa di Usama bin Ladin!
Il 7 giugno 2006, durante un bombardamento di 2 F-16 degli Stati Uniti su Hibhib, a nord di Baquba, 50 chilometri a nordest di Baghdad, Ahmad Fadil al-Nazat al-Qalayla, alias Abu Musab al-Zarqawi, venne eliminato con sette dei suoi assistenti, tra cui il consigliere religioso shayq Abdal Rahman. 24 ore prima aveva organizzato un “summit” jihadista al quale parteciparono Abu Baqr al-Baghdadi e il suo gruppo! Nabil Nuaym, terrorista egiziano pentito testimoniò alla TV egiziana “laddove passava al-Baghdadi, l’US Air Force compiva attacchi mirati dopo poche ore!

Missione compiuta, rinnovo del contratto
Rimossa la mente di al-Qaida in Iraq, Abu Baqr al-Baghdadi poté costituire un proprio gruppo, il SII, per sradicare ciò che restava di al-Qaida nel Paese di Sadam Husayn ed affrontare la vera resistenza patriottica e baathista. 30 milioni di dollari gli furono versati dai generosi donatori qatarioti e sauditi. Nel 2007-2009 il SII soppianta al-Qaida in Iraq, ma con la “primavera araba”, l’attenzione non era più rivolta alla guerra contro l’influenza iraniana in Iraq ma alla distruzione dello Stato siriano. Tutte le truppe furono poi trasferite da Baghdad ai territori siriani, unendosi ai mercenari accorsi da tutto il mondo, facendosi chiamare SIIL. Il mandato del nuovo accordo di Abu Baqr al-Baghdadi con gli sponsor statunitensi, qatarioti, sauditi e turchi doveva essere a tempo determinato, mentre l’eroica resistenza di popolo e governo siriani l’hanno fatto fallire. Non essendo riuscito a far cadere lo Stato siriano, i mercenari islamo-atlantista videro ampliato e modificato l’accordo: rientro nei territori iracheni per punire lo sciita Nuri al-Maliqi, accusato dagli imperialisti di sostenere il regime siriano, e scatenare una guerra spietata contro l’Iran, principale alleato tattico regionale della Siria. La prova che gli statunitensi tirino le fila è l’invio di 200 consiglieri militari per “inquadrare” l’esercito iracheno, invece d’inviare truppe per fermare le offensive jihadiste in Iraq, che occupano da tre settimane Mosul, la seconda città, e gran parte della provincia di Niniwa (nord), così come parte di Diyala (a est), Salahuddin (nord) e Kirkuk (ovest); a differenza della Russia, principale alleato strategico della Siria, che ha immediatamente consegnato 5 Sukhoj.
Come al solito, gli statunitensi giocano all’apprendista stregone. Se il loro piano ha avuto relativamente successo finora, il Kurdistan ha approfittato della situazione per avviare l’indipendenza dall’Iraq, come voluto da Israele e Stati Uniti, l’annuncio del califfato di Abu Baqr al-Baghdadi è una cattiva sorpresa soprattutto per i loro Stati satelliti, Qatar e Arabia Saudita. Come il loro robot Usama bin Ladin, Abu Baqr al-Baghdadi sembra un drone fuori controllo. La sua distruzione sembra imminente e la sua testa è già stata valutata dagli yankees 10 milioni di dollari. Molto meno rispetto a colui che contribuì ad eliminare, ossia Abu Musab al-Zarqawi, che valeva 25 milioni di dollari!

isisTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Egitto, i fratelli musulmani e la guerra degli USA alla Siria

Tony Cartalucci Global Research, 25 marzo 2014

cartina_egitto_bLa condanna a morte senza precedenti di oltre 500 membri dei fratelli musulmani, in Egitto, per il loro ruolo nell’attacco, tortura e omicidio di un poliziotto egiziano, è il culmine di un’illuminante e onnicomprensivo giro di vite della sicurezza nella centrale nazione araba del Nord Africa. La mossa ha creato un effetto raggelante che ha ammutolito le masse altrimenti violente dei fratelli musulmani e le strade, dove in genere seminano caos, tranquille e vuote. Il New York Times nel suo articolo, “Centinaia di egiziani condannati a morte per l’assassinio di un agente di polizia”, scrive che: “Una folla si è radunata davanti il tribunale della città di Matay, scoppiando in pianto e rabbia  quando un giudice ha condannato a morte 529 imputati solo nella seconda sessione del processo,  condannati per l’omicidio di un agente di polizia nella rabbia per l’estromissione del presidente islamista. Qui, a pochi chilometri di distanza dalla capitale provinciale, le scuole hanno chiuso in anticipo, e molti sono rimasti a casa temendo una rivolta, dicono i residenti. Ma la folla è andata a casa e ben presto le strade sono rimaste tranquille”. La mossa dei giudici egiziani ha attirato la condanna prevedibile del dipartimento di Stato degli Stati Uniti. L’articolo del Washington PostTribunale egiziano condanna a morte 529 persone“, dichiara: “Gli Stati Uniti sono “profondamente preoccupati, e direi in realtà piuttosto scioccati”, per la condanna a morte di massa, ha detto Marie Harf, portavoce del dipartimento di Stato. “Sfida la logica” e “di certo non sembra possibile che un’autentica analisi di prove e testimonianze secondo gli standard internazionali”, possa essere stata effettuata in due giorni, ha detto”.
Mentre gli Stati Uniti continuano a fingere di sostenere il governo di Cairo, sono completamente dalla parte del regime della fratellanza musulmana guidata di Muhammad Mursi, delle sue folle in piazza e delle reti di ONG in Egitto che ne sostengono e difendono le attività. L’ultima di tali ONG ad apparire è l’Iniziativa egiziana per i diritti personali (EIPR) citata dal suddetto articolo del New York Times, che afferma: “Non abbiamo mai sentito parlare di nulla del genere prima, dentro o fuori dell’Egitto, che aveva un sistema giudiziario contrario all’esecuzione di massa“, ha detto Qarim Midhat al-Narah, ricercatore presso l’Iniziativa egiziana per i diritti personali specializzato in giustizia penale. “E’ ridicolo”, ha detto, sostenendo che sarebbe impossibile dimostrare che 500 persone abbaino ognuno avuto un ruolo significativo nell’assassinio di un solo agente di polizia, in particolare dopo appena uno o due brevi sessioni. Chiaramente è un tentativo di intimidire e terrorizzare l’opposizione, e in particolare l’opposizione islamista, ma il giudice è profondamente impegnato in politica fino a questo punto?” EIPR è finanziato tra gli altri dall’ambasciata d’Australia a Cairo, e svolge lo stesso noto ruolo che altre ONG finanziate dagli occidentali hanno avuto durante la “primavera araba” del 2011, coprendo violenze e atrocità dell’opposizione e usando i “diritti umani” per condannare le repressioni della sicurezza effettuati in risposta dallo Stato.

Come c’è arrivato qui l’Egitto
L’attuale crisi in Egitto è risultato diretto della cosiddetta “primavera araba” del 2011. Mentre  nazioni come la Libia sono in rovina avendo avuto la “rivoluzione” “successo”, dove il popolo libico è soggiogato dai fantocci filo-occidentali, e la Siria continua a combattere un grave conflitto da tre anni costato decine di migliaia di vite, l’Egitto ha preso una strada diversa. Quando i tumulti in Egitto cominciarono ad avvicinarsi alle violenze libiche e siriane, l’esercito egiziano, che fu il pilastro del potere in Egitto per decenni, si piegò ai venti del cambiamento. Hosni Mubaraq fu  estromesso e l’esercito tollerò l’ascesa al potere della fratellanza musulmana. Tuttavia prima  gettarono le basi per la sua rovina. La leadership militare attese il suo momento con pazienza, aspettando il momento giusto per spodestare la fratellanza e frantumare rapidamente le sue reti politiche e militari. Fu un colpo da maestro che finora ha salvato l’Egitto dalla stessa sorte subita dalle altre nazioni che bruciano ancora nel caos scatenato dalla “primavera araba”.

La crisi interna dell’Egitto è guidata da interessi esteri
Nel gennaio 2011 ci dissero che una rivolta “spontanea” e “indigena” spazzava il Nord Africa e il Medio Oriente in quella che fu chiamata “primavera araba”. Sarebbero passati mesi prima che i media occidentali ammettessero che gli Stati Uniti erano dietro le rivolte tutt’altro che “spontanee” o “indigene”. In un articolo dell’aprile 2011 pubblicato dal New York Times, intitolato “Gruppi degli Stati Uniti hanno allevato le rivolte arabe“, si afferma: “Un certo numero di gruppi e individui direttamente coinvolti nelle rivolte e riforme radicali della regione, tra cui il Movimento Giovanile 6 Aprile in Egitto, il Centro del Bahrain per i diritti umani e attivisti di base come Entsar Qadhi, un giovane leader nello Yemen, ricevettero formazione e finanziamento da gruppi come International Republican Institute, National Democratic Institute e Freedom House, un’organizzazione per i diritti umani senza scopo di lucro di Washington“. L’articolo aggiunse anche, sul National Endowment for Democracy (NED): “Gli istituti repubblicano e democratico sono liberamente affiliati ai partiti repubblicano e democratico. Furono creati dal Congresso e sono finanziati dal National Endowment for Democracy, istituito nel 1983 per convogliare borse di studio per promuovere la democrazia nei Paesi in via di sviluppo. Il National Endowment riceve circa 100 milioni di dollari all’anno dal Congresso. Freedom House ne ottiene la maggior parte dal governo statunitense, soprattutto dal dipartimento di Stato“. Lungi dal semplicemente capitalizzare o “cooptare” disordini genuini, i preparativi per la “primavera araba” iniziarono già nel 2008. Attivisti egiziani dall’ormai famigerato Movimento 6 Aprile erano a New York per la prima edizione del summit dell’Alleanza dei movimenti giovanili (AYM), noto anche come Movements.org. Lì ricevettero formazione, opportunità di collegarsi e il sostegno all’AYM da vari sponsor governativi e statunitensi, tra cui il dipartimento di Stato USA. Il rapporto del summit AYM 2008 (pagina 3 del .pdf) afferma che il sottosegretario di Stato per la diplomazia Pubblica e gli Affari Pubblici, James Glassman, vi partecipò assieme a Jared Cohen, che siede nello staff per la pianificazione della politica del segretario di Stato. Altri sei membri e consiglieri del dipartimento di Stato parteciparono al vertice assieme a un immenso numero di esponenti aziendali, mediatici e istituzionali. Poco dopo, 6 Aprile si recò in Serbia per allenarsi con CANVAS finanziato dagli USA, formalmente l’ONG finanziata dagli USA “Otpor” che contribuì a rovesciare il governo della Serbia nel 2000. Otpor, secondo il New York Times, è un “movimento ben oliato e sostenuto con diversi milioni di dollari dagli Stati Uniti”. Dopo il successo avrebbe cambiato il nome in CANVAS e cominciato ad addestrare attivisti da usare nelle operazioni di cambio di regime appoggiate dagli USA. Il Movimento 6 Aprile, dopo l’addestramento con CANVAS, tornò in Egitto nel 2010, insieme con il capo dell’AIEA Muhammad al-Baraday. I membri di 6 Aprile addirittura rimasero in attesa dell’arrivo di al-Baraday all’aeroporto di Cairo, a metà febbraio. Già, al-Baraday nel 2010 annunciò l’intenzione di concorrere alle elezioni presidenziali del 2011. Insieme a Wail Ghonim di Google del 6 Aprile e una coalizione di altri partiti d’opposizione, al-Baraday assemblò il suo “Fronte Nazionale per il Cambiamento” ed iniziò a preparare la prossima “primavera araba”. Chiaramente la “primavera araba” fu a lungo pianificata, e programmata dall’estero, con attivisti provenienti da Tunisia ed Egitto addestrati e supportati dall’occidente, in modo che ritornando seminassero disordini in una campagna coordinata regionalmente. Un articolo dell’aprile 2011 di AFP lo conferma, Michael Posner del dipartimento di Stato USA avrebbe ammesso che decine di milioni di dollari furono stanziati per attrezzare e addestrare gli attivisti due anni prima della “primavera araba”.
Il ruolo della fratellanza musulmana venne occultato. Mentre i media occidentali si concentravano sui più presentabili capi “pro-democratici” che aveva addestrato e messo a capo delle folle di piazza Tahrir, la grande adesione dei fratelli musulmani riempì il resto della piazza. Erano anche i responsabili degli attacchi armati in Egitto che costarono gli oltre 800 morti “della rivoluzione”. Gli egiziani subito diffidarono della leadership della protesta, soprattutto di al-Baraday i cui legami con gli interessi occidentali furono scoperti portando alla rapida fine della sua influenza. Il movimento di protesta non aveva una macchina politica per colmare il vuoto creatosi. Ancora una volta, l’occidente si voltò verso i fratelli musulmani e l’occidentale Muhammad Mursi, per avere dei risultati.

Resurrezione dei fratelli musulmani
La fratellanza musulmana è un movimento pseudo-teocratico settario, un movimento regionale che trascende i confini nazionali. Colpevole di seminare violenze per decenni non solo in Egitto ma in tutto il mondo arabo, rimane una grave minaccia per gli Stati laici e nazionalisti, dall’Algeria alla Siria. Oggi, la stampa occidentale denigra gli sforzi egiziani e siriani per frenare questi estremisti settari, in particolare in Siria, dove il governo è stato accusato di aver “massacrato” i militanti armati della Fratellanza ad Hama, nel 1982. Le costituzioni secolari delle nazioni arabe dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente, tra cui la Costituzione siriana riscritta, hanno tentato di escludere i partiti confessionali, soprattutto le affiliazioni “regionali”, per evitare che i movimenti politici  collegati a Fratelli musulmani e al-Qaida non vadano mai al potere. E mentre lo spettro di estremisti settari che prendono il potere in Egitto o in Siria può sembrare una minaccia imminente per gli  interessi occidentali (israeliani compresi), in realtà è un enorme vantaggio. Mursi non è affatto un “estremista” o “islamista.” E’ un tecnocrate statunitense che si limita a porsi da “duro” per coltivare il sostegno fanatico della truppa della fratellanza. I figli di Mursi sono anche cittadini statunitensi.  Nonostante una lunga campagna di propaganda finto antisraeliana ed antiamericana, durante le presidenziali egiziane, la fratellanza musulmana aderì all’intervento “internazionale” di Stati Uniti, Europa e Israele contro la Siria. L’Egitto ruppe le relazioni diplomatiche con la Siria, restaurate dopo che Mursi fu finalmente cacciato dal potere.

Il collegamento siriano
Gli affiliati siriani della Fratellanza musulmana inviano armi, denaro e combattenti stranieri in Siria per combattere la guerra per procura di Wall Street, London, Riyadh, Doha e Tel Aviv. L’articolo della Reuters del 6 maggio 2012 intitolato “L’ascesa dei fratelli musulmani dalle ceneri della Siria“, afferma: “Lavorando con calma, la fratellanza ha finanziato i disertori dell’esercito libero siriano in Turchia e inviato denaro e forniture in Siria, per far rinascere la sua base tra i piccoli contadini e la classe media sunniti, dicono fonti dell’opposizione“. I fratelli musulmani erano vicini all’estinzione in Siria, prima dei disordini, e mentre Reuters fallisce categoricamente nel spiegare il “retroscena” della resurrezione della fratellanza, svelata in un articolo del New Yorker del 2007 intitolato “The Redirection” di Seymour Hersh. La confraternita fu direttamente sostenuta da Stati Uniti e Israele che inviarono sostegno attraverso i sauditi in modo da non compromettere la “credibilità” del cosiddetto movimento “islamico”. Hersh ha rivelato che i membri della cricca libanese di Saad Hariri, allora guidato da Fuad Siniora, furono gli intermediari tra i pianificatori statunitensi e i fratelli musulmani siriani. Hersh riferisce che la fazione libanese di Hariri aveva incontrato Dick Cheney a Washington informandolo personalmente sull’importanza di usare i fratelli musulmani in Siria in qualsiasi azione contro il governo: “(Walid) Jumblat poi mi disse che aveva incontrato il vicepresidente Cheney a Washington, lo scorso autunno, per discutere, tra l’altro, la possibilità di minare Assad. Lui e i suoi colleghi avvisarono Cheney che se gli Stati Uniti avessero agito contro la Siria, i membri della Fratellanza musulmana siriana erano “coloro con cui parlare”, disse Jumblat“.
L’articolo continua spiegando come già nel 2007 Stati Uniti e Arabia Saudita iniziarono ad appoggiare la confraternita: “Ci sono prove che la strategia del reindirizzamento dell’amministrazione abbia già beneficiato la confraternita. Il Fronte di Salvezza Nazionale siriano è una coalizione di gruppi d’opposizione i cui membri principali sono una fazione guidata da Abdul Halim Qadam, ex-vicepresidente siriano che disertò nel 2005, e la fratellanza. Un ex-alto ufficiale della CIA mi disse: “Gli statunitensi hanno fornito sostegno politico e finanziario. I sauditi  prendono l’iniziativa del sostegno finanziario ma c’è il coinvolgimento statunitense”. Disse che Qadam, che ora vive a Parigi, riceveva denaro dall’Arabia Saudita con la consapevolezza della Casa Bianca. (Nel 2005, una delegazione di membri del Fronte s’incontrò con funzionari del Consiglio di Sicurezza Nazionale, secondo la stampa). Un ex-funzionario della Casa Bianca mi disse che i sauditi avevano dato ai membri del Fronte documenti di viaggio. Jumblat disse di aver capito che la questione era sensibile per la Casa Bianca. “Ho detto a Cheney che ad alcune persone nel mondo arabo, soprattutto gli egiziani”, la cui leadership moderata sunnita combatté i fratelli musulmani egiziani per decenni, “non piacerà se gli Stati Uniti aiutassero la fratellanza. Ma se non prendono la Siria, affronteremo in Libano Hezbollah in una lunga lotta che non potremo vincere”.” Avvertì che tale supporto avrebbe giovato alla fratellanza nel suo complesso, non solo in Siria, e avrebbe influenzato l’opinione pubblica anche sull’Egitto, dove una lunga battaglia contro i fautori della linea dura venne combattuta per mantenere il governo secolare egiziano. Chiaramente la fratellanza non risorse spontaneamente in Siria, fu resuscitata da contanti, armi e direttive statunitensi, israeliani e sauditi. Similmente risorse in Egitto.

Il caos della Siria è un avvertimento sul possibile futuro dell’Egitto
Anche se il mondo comincia a raccogliere ciò che è stato seminato in Siria, mediante la risurrezione intenzionale dei fratelli musulmani da parte dell’occidente e delle fazioni estremiste che la fratellanza ha supportato, sembra che non sia stata appresa alcuna lezione dall’opinione pubblica, dove molti affermano essere “esperti geopolitici”. La stessa destabilizzazione, passo dopo passo, è in corso in Egitto e ancora una volta attraverso la fratellanza musulmana. Legioni di terroristi sono in attesa, nella regione egiziana del Sinai, che la fratellanza getti basi sufficientemente ampie tra la popolazione dell’Egitto, in modo che possano distruggerlo, proprio come in Siria. E dietro tutto ciò vi è l’occidente che cerca disperatamente di sloggiare l’esercito egiziano dal potere con una combinazione di carote sgradevoli e bastoni rotti. Il think tank strategici degli USA, finanziati dalle corporazioni, quali Carnegie Endowment for International Peace, hanno espresso il desiderio degli USA di vedere l’esercito egiziano ridotto ed escluso interamente dal potere politico, proprio come in Turchia. In realtà, l’occidente è così orgoglioso di quanto è stato realizzato in Turchia, che si riferisce alla rimozione di qualsiasi istituzione militare indipendente, nel mondo, e alla sua sostituzione con un regime di ascari facilmente manipolabili, come al “modello turco”.
Il post dell’Endowment intitolato “L’Egitto non può replicare il modello turco: ma può imparare da esso“, articola tale desiderio affermando: “In Egitto, un certo numero di giovani e islamici moderati ha sottolineato il governo in Turchia di Giustizia e Sviluppo (AKP) quale fonte d’ispirazione, citando la riforma giuridica, il successo della gestione economica e le vittorie elettorali come modelli da emulare. In alcuni ambienti politici, la Turchia viene anche presentata come modello globale per il mondo arabo, una caratterizzazione che deriva in gran parte dalla sua capacità apparentemente unica di accoppiare democrazia laica e società prevalentemente musulmana. Il partito non solo ha aumentato il suo sostegno tra imprese secolari e classi medie, ma ha anche reso l’idea di Stato onnipotente che comanda l’economia e la vita dei musulmani attraverso i principi islamici, obsoleta. Per lo più l’AKP ha mantenuto la struttura costituzionale e istituzionale di base dello Stato turco, ma ha approvato emendamenti costituzionali per l’armonizzazione con l’UE e ridurre il potere dei militari“. In altre parole, l’Islam e la democrazia sono diventati compatibili in Turchia sotto il neoliberismo. Al-Monitor dell’Arabia Saudita, agenzia politica occidentale, afferma chiaramente nel suo articolo, “La Seconda Rivoluzione dell’Egitto, un colpo alla Turchia”, che: “L’esercito egiziano considera Giustizia e Sviluppo della Turchia un rivale politico e un alleato dei fratelli musulmani. Inoltre, l’istituzione militare egiziana vede il modello turco di limitazione del potere della dirigenza militare della Turchia, per mezzo dell’alleanza con Washington, un modello che minaccia la presenza e gli interessi dell’esercito egiziano”.
Un altro think tank degli Stati Uniti finanziato da aziende, il Council on Foreign Relations (CFR), cita un altro, più vecchio “modello turco”, quello in cui l’esercito turco era al potere, prima di essere ridotto in dimensioni e influenza, accusato della caduta dei fratelli musulmani in Egitto. Nel suo post, “In Egitto, i militari adottano il modello turco per controllare Mursi“, Stephen Cook del CFR scrive: “Poco dopo la caduta di Mubaraq, il feldmaresciallo Tantawi chiese la traduzione della costituzione della Turchia del 1982, che dota gli ufficiali turchi di ampi poteri di polizia politica e limita il potere dei capi civili. Nel decreto del 17 giugno, i militari arginarono la vittoria di Mursi approssimandosi al ruolo tutelare dell’esercito turco di poco prima”. I think tank statunitensi di politica estera e gli editoriali confrontano continuamente Egitto e Turchia, e indicano come l’Egitto può trasformarsi, eliminando l’influenza politica dei militari, in uno Stato fantoccio come la Turchia, membro della NATO definitivamente piegato alla volontà di Wall Street, Londra ed Unione europea.
Quanto l’occidente sia disposto e possa fare in Egitto per avere un tale riordino e quale percorso farà è ancora difficile dirlo. Fino a che punto sia disposto ad andare, in generale, si può vedere nelle macerie disseminate nelle strade in fiamme e nelle città decimate della Siria. Aggiungendovi i fratelli musulmani, considerando il loro ruolo nella continua distruzione della Siria, il governo militare egiziano può essere accusato di uso eccessivo della forza, ma essendo l’Egitto molte volte più grande della Siria per popolazione e superficie, e considerando la devastazione e la perdita di vite umane avutesi in Siria, l’alternativa come accordo temporaneo, negazione o inerzia, è assolutamente inaccettabile.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Paura e delirio in Turchia: Erdogan contro i gulenisti

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 14 febbraio 2014

Hurriyet-fethulla-GulenA prima vista, gli scandali turchi emersi nel dicembre 2013 sembrano essere casi di corruzione ordinaria, ma sotto la superficie si svolge una lotta per il potere. A differenza delle proteste del Parco Gezi, questo confronto è tra chi detiene il potere, non solo tra governo turco e una sezione dell’opposizione. I due antagonisti sono, in un angolo i gulenisti, gli accoliti dell’influente studioso statunitense Fethullah Gulen (il predicatore d’”oltre oceano”) nel partito Giustizia e Sviluppo (AKP) e nelle istituzioni statali turche, e i seguaci del primo ministro Erdogan e ciò che può essere definita la fazione nazionalista de AKP nell’altro angolo. L’Iran sembra essere stato incastrato nel fuoco incrociato tra le due cricche turchi rivali per via del coinvolgimento della Halkbank.

Vendetta, indagine per corruzione dell’AKP o operazione di cambio di regime?
-Le tensioni tra i gulenisti ed Erdogan e i suoi alleati si accumulavano da qualche tempo, ma il divorzio si è svelato in pieno quando il governo turco ha annunciato, nel novembre 2013, che chiudeva scuole e tutorati privati turchi. Un attacco ai gulenisti per indebolirli, perché gestiscono numerose scuole private in Turchia e nel mondo per i lucrosi profitti nonché per reclutare ed indottrinare nuovi membri. Già un precedente scandalo riguardo i colloqui segreti di pace con i separatisti curdi, nel 2012, vide lo scontro tra i due campi, la chiusura delle scuole è il punto di non ritorno. La decisione di Erdogan ha trasformato la silenziosa lotta di potere interna tra le due fazioni in una guerra aperta. La frattura è apparsa con le dimissioni del deputato Idris Bal dall’AKP, il 30 novembre, in segno di protesta per la chiusura delle scuole private. Le dimissioni di Bal sono state seguite dalle dimissioni del deputato Hakan Sukur, un gulenista, il 16 dicembre. Sukur ha anche ammesso pubblicamente di aver consultato Fethullah Gulen sulla decisione. Hasan Yildirim Hami è un altro associato al movimento gulenista che avrebbe dato le dimissioni il 31 dicembre 2013. Il giorno dopo il ritiro di Sukur dall’AKP, furono avviate ufficialmente le indagini contro i membri dell’AKP e le loro famiglie, per riciclaggio di denaro, frode, corruzione e vendita illegale della cittadinanza turca. Le basi per tali indagini furono segretamente preparate nel 2012, lo stesso anno della battaglia per i colloqui di pace curdi. Tre indagini anticorruzione provocarono uno grosso scandalo per il governo turco. Gulenista o no, il procuratore capo era Zekeriya Oz, responsabile dell’inchiesta Ergenekon contro i militari turchi che avrebbero pianificato un colpo di Stato contro l’AKP. I procedimenti giudiziari in stile McCarthy di Oz furono una caccia alle streghe sostenuta inflessibilmente e lodata dal governo dell’AKP, che definì Oz un eroe nazionale.
Le foto infamanti delle scatole da scarpe piene di dollari trovate a casa del CEO di Halkbank trapelarono sui media ad opera degli investigatori turchi. La reazione del primo ministro Erdogan fu  dura. Intervenne direttamente nelle indagini, creando tensioni con polizia e magistratura. Il governo AKP era offeso dal fatto che non fosse stato consultato prima dell’avvio delle indagini. Tutte le unità di polizia e delle forze dell’ordine ebbero l’ordine di informare d’ora in poi i loro superiori, in sostanza il governo, per l’approvazione di tutte le indagini. Centinaia di poliziotti e agenti delle forze dell’ordine, tra cui i capi della polizia di Istanbul e Turchia, furono licenziati e l’AKP presentò un piano di ristrutturazione del sistema giudiziario turco. Comunque, per ordine del governo, i giornalisti non furono più autorizzati ad entrare nei dipartimenti di polizia turchi. Infine, il governo turco eliminò cinquemila persone dai loro incarichi, anche dalla direzione delle Telecomunicazioni (TIB), e dall’agenzia di regolamento e vigilanza bancaria (BDDK). Le motivazioni erano che l’AKP ripuliva le istituzioni statali dai gulenisti che stavano creando uno Stato parallelo e collaboravano con interessi stranieri. Erdogan dimise anche Oz, rivelando quanto fosse corrotto e quante diverse vacanze lussuose in tutto il mondo facesse ogni anno. Indicando la profondità della lotta interna, i media iniziarono a ricevere le umilianti registrazioni delle telefonate private del premier Erdogan, che parlava del suo tentativo d’insabbiamento.

Le indagini mirano a colpire i rapporti turco-iraniani?
fethullah_gulen-acikladi1Ci fu uno scandalo corrispondente ma meno esplosivo in Iran, con rissa al Parlamento iraniano e molti parlamentari che denunciarono il governo. A Teheran fu arrestato il miliardario iraniano Babak Zanjani, il capo di Reza Sarraf/Zarrab in Turchia. Zanjani fu incaricato dal governo del Presidente Mahmud Ahmadinejad di eludere le sanzioni USA contro l’Iran. Lo scandalo Halkbank mise le operazioni di Zanjání sotto stretta sorveglianza delle autorità di Teheran. Dopo che lo scandalo in Turchia divenne pubblico, le autorità iraniane probabilmente si resero conto che Zanjani e i suoi soci intascavano molto più denaro del dovuto nel commercio segreto che dovevano favorire per conto di Teheran. Zanjani fu quindi accusato dalla polizia iraniana di essersi appropriato di circa due miliardi di dollari di fondi governativi. I media iraniani non unirono i puntini o discussero seriamente dei collegamenti tra Zanjani e Halkbank. Comprensibilmente, il governo e i suoi partner non volevano andare troppo in profondità sul modo con cui usarono Turchia e altri Paesi, tra cui la Cina, per aggirare il regime delle sanzioni USA. Il ministro dell’Intelligence iraniano Mahmud Alavi chiese persino, parlando all’agenzia Mehr, che i media iraniani non seguissero la faccenda della corruzione di Zanjani, per via degli effetti che potrebbe avere sugli investimenti nell’economia iraniana.
È importante essere consapevoli che lo scandalo in Turchia scoppiò quando il governo turco cercava di distanziarsi silenziosamente dalla politica neo-ottomana adottata all’esplodere della primavera araba del 2011. Mentre i legami politici di Ankara con Teheran e Mosca sono costantemente degenerati per via dell’abortito piano neo-ottomano del governo dell’AKP di ritagliarsi una sfera d’influenza nel mondo arabo, i funzionari turchi sempre più dolorosamente furono consapevoli che i legami turchi con Iran e Russia sono indispensabili. Ankara aveva ottimisticamente previsto che il governo siriano sarebbe crollato e che avrebbe poi riassunto i suoi legami con l’Iran e la Russia, ma lentamente comprese che l’ordine regionale neo-ottomano, originariamente previsto, è irrealizzabile. Perciò, negli ultimi mesi del 2013, il governo turco sembrò ammorbidire la posizione su Damasco, almeno pubblicamente, cominciando ad intraprendere un percorso per ricostruire i legami con l’Iran e la Russia. Vi furono anche numerosi rapporti che suggerivano che Ankara abbia chiesto a Teheran trattative a porte chiuse per riallacciare i rapporti con il governo siriano. Nel contesto dell’avvicinamento verso l’Iran e la Russia, il primo ministro Erdogan chiese al Presidente Vladimir Putin e ai funzionari russi, nel corso della conferenza stampa tenutasi a San Pietroburgo nel novembre 2013, di far entrare la Turchia nella Shanghai Cooperation Organization come membro a pieno titolo, promettendo che la Turchia avrebbe dimenticato ogni idea di adesione all’UE se entrava nella SCO. Non era la prima volta che Erdogan parlava dell’adesione della Turchia alla SCO, l’ultima volta fu durante un’intervista a Kanal 24 nel gennaio 2013. Questa volta, però, chiese anche che la Turchia aderisse all’Unione Eurasiatica che la Russia e le repubbliche alleate Kazakhstan e Bielorussia formano. Circa due mesi dopo la conferenza stampa di San Pietroburgo con Putin, Erdogan giunse a denunciare ed abbandonare la politica neo-ottomana dell’AKP, mentre  visitava il Giappone nel gennaio 2014. Dichiarò, in presenza dei suoi ospiti giapponesi, che Ankara aveva l’ambizione che la Turchia diventasse una potenza regionale e globale. Una posizione piuttosto diversa da quella che il ministro degli Esteri Davutoglu e Erdogan avevano sposato nel 2011. I turchi inoltre chiesero agli iraniani di partecipare alla seconda conferenza internazionale per la pace in Siria, in Svizzera, e che l’Iran fosse ospitato nella conferenza del 17 gennaio a Sanliurfa, dei Paesi confinanti con la Siria. Ankara iniziò ad allinearsi alle posizioni iraniane e russe sulla Siria coordinandosi su alcune questioni prima di Ginevra II a Montreux. Inoltre, il primo ministro Erdogan visitò Teheran alla fine di gennaio, nonostante l’avvertimento di Washington, forgiando un terreno comune sulla Siria.

L’ingerenza di Stati Uniti e Israele in Turchia?
turkey-israelIl governo turco accusa Stati Uniti e Israele dello scontro con i gulenisti, ripetendo le accuse del governo dell’AKP sulla mano straniera responsabile delle proteste del Parco Gezi. Tali affermazioni possono essere liquidate come tattiche diversive, ma hanno un certo peso. Sfruttando l’azione dell’Iran tramite la Turchia per aggirare le sanzioni, il governo degli Stati Uniti ha vietato le esportazioni di oro in Iran nel luglio 2013, forse nello stesso momento in cui gli investigatori turchi scoprirono che il CEO di Halkbank riceveva soldi da Sarraf/Zarrab, il che significa la possibilità che fossero stati informati dai canali statunitensi o viceversa, informando il governo USA attraverso il movimento gulenista o altri canali. Stati Uniti e Israele erano anche sconvolti dal fatto che Halkbank fosse utilizzata dall’India per comprarsi il petrolio dell’Iran. Il gruppo del primo ministro Erdogan denuncia un complotto internazionale contro la Turchia, mentre la fazione gulenista sostiene che Erdogan e i suoi alleati mentono per nascondere la loro corruzione. Una fazione molto più piccola dei media riferisce che la corruzione del governo è stata denunciata dai gulenisti per motivazioni politiche e per un cambio di regime. I gulenisti vengono dipinti come, consapevolmente o inconsapevolmente, agenti statunitensi e israeliani, pedine degli interessi di Washington e Tel Aviv. Il ruolo dei gulenisti nel rivelare servizi di Halkbank con Teheran supporta tale idea, perché colpisce gli interessi di Erdogan e dell’Iran. Vi sono anche altri fattori che rendono credibile l’idea che i gulenisti siano legati a Stati Uniti ed Israele. Questi fattori sono: l’opposizione di Fethullah Gulen agli sforzi turchi per inviare la flottiglia di aiuti ai palestinesi della Striscia di Gaza nel 2010, il riconoscimento di Gulen d’Israele quale autorità di Gaza, in linea con la sua posizione pro-israeliana, Gulen e la sua oscura aggressiva opposizione a una soluzione pacifica nella Turchia-Kurdistan settentrionale o nel sud-est della Turchia. Indipendentemente dalla natura dei loro legami con Washington e Tel Aviv, i gulenisti perseguono ulteriori obiettivi statunitensi e israeliani con le loro pretese sul Kurdistan. È una coincidenza che le stesse persone che negli Stati Uniti e in Israele parlano di dividere Siria, Iraq, Libano e Iran, parlano anche di dividere la Turchia. L’opzione militare nella Turchia/Kurdistan settentrionale che i gulenisti desiderano, avrebbe effetti negativi sulla Turchia e i Paesi confinanti. Destabilizzerebbe la Turchia polarizzandone i cittadini curdi e ampliando la frattura etnica tra turchi e curdi, catalizzando i curdi di tutta la regione contro il loro governo e dividendo la Turchia, uno scenario favorevole a Stati Uniti e Israele.
Non ci s’inganni nel pensare che il movimento di Fethullah Gulen sia sano. È un’organizzazione ombra con molti soldi e beni nel mondo, e nessuno sa come tutto ciò sia stato acquisito. Potrebbe benissimo essere finanziata dalla CIA per aumentare la propria influenza nel Caucaso e in Asia centrale. Il movimento ebbe anche chiuse le scuole in altri luoghi. Il vecchio Gulen può anche non avere alcun controllo sull’organizzazione. Funzionari governativi turchi inoltre evitano di menzionarne il nome, usando costantemente un linguaggio criptico. Le purghe mostrano che vi è una reale paura di loro. Le indagini sulla corruzione avviate dai gulenisti non hanno nulla a che fare con la legge. Le indagini sono una ritorsione di Gulen nella lotta per il potere con il primo ministro Erdogan ed i suoi alleati. I gulenisti non hanno mai avuto problemi con la corruzione del governo precedente. Ne fecero parte e invariabilmente guardarono dall’altra parte durante gli scandali precedenti, come ad esempio lo scandalo di Deniz Feneri, che la stessa magistratura insabbiò. Non va dimenticato che Erdogan stesso ha permesso ai gulenisti d’accedere a posizioni importanti. Non aveva nessun problema finché erano soci. Né va dimenticato che il suo governo è anche intimamente legato a Stati Uniti e Israele, sia apertamente che clandestinamente.

Il Jinni dell’incertezza esce dalla bottiglia?
TURKEY-MIDEAST-JEWS-CONFLICT-POLITICSLa base dell’AKP si divide, essendovi crescenti mormorii sul primo ministro Erdogan. Vi sarebbero  tensioni tra lui e il presidente Abdullah Gul. Uno dei ministri dimessi, Erdogan Bayraktar, ha anche detto che Erdogan era pienamente consapevole di tutto ciò che accadeva chiedendogli provocatoriamente di dimettersi. Una rivolta nell’AKP contro Erdogan e i suoi luogotenenti potrebbe eventualmente erodere politicamente l’AKP. Le elezioni comunali turche di marzo 2014 attizzeranno tali fiamme. Forse come segnale del panico dell’AKP per le prossime elezioni comunali, i funzionari turchi hanno ordinato che le attività del Partito Repubblicano del Popolo (CHP), principale oppositore ad Istanbul, siano confiscate per un prestito inesigibile del 1998. La mossa sarebbe un modo per assicurare che l’AKP d’Istanbul resti al governo. Probabilmente vi sono ancora dei gulenisti nell’AKP che probabilmente mostreranno il loro vero volto con il tempo, forse quando scoppierà una rivolta nell’AKP contro Erdogan e i suoi alleati. La Turchia è stata danneggiata in diversi modi. La lira turca è caduta e la speculazione colpisce l’economia, per non parlare dei vertici del Tesoro degli Stati Uniti, responsabili delle sanzioni USA contro l’Iran, giunti  in Turchia per discutere della Halkbank. La magistratura turca ora è al centro della lotta nel governo. Mentre l’AKP sostiene di voler rimuovere elementi sovversivi, i suoi critici sostengono che cancella l’indipendenza del potere giudiziario subordinando ufficialmente i giudici al governo. I vertici militari turchi fanno coraggiose dichiarazioni nell’arena politica, chiedendo nuovi processi per i militari condannati. C’è il timore legittimo nell’intellighenzia turca del ritorno della tutela militare. La domanda che nasce da tutto ciò è se lo scontro tra Erdogan e i gulenisti sia volto ad impedire alla Turchia, danneggiata o meno, d’avere una politica estera indipendente che permetta ad Ankara di orientarsi verso Iran e Russia.

Articolo originariamente pubblicato da Russia Today, il 10 febbraio 2014.
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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I barboncini terroristi sauditi dei Rothschild

Dean Henderson 17 gennaio 2014
5988599427_7fdb5b0cac_zIn un articolo su The Independent di Londra del 7 marzo 2011, dal titolo “Piano segreto degli USA per armare ribelli in Libia“, il giornalista Robert Fisk riferiva che l’amministrazione Obama aveva chiesto all’Arabia Saudita di armare i ribelli libici. I sauditi salutarono e poi appoggiarono gli stessi ribelli di al-Qaida in Siria. I sauditi invasero anche il Bahrain per salvare la monarchia al-Qalifa. I sauditi hanno svolto questo ruolo per la cabala bancaria della City di Londra per quasi un secolo, nell’ambito del giro di petrolio, armi, droga e operazioni segrete. (Vedasi il mio post, Il tesoriere saudita)
Il trono saudita è stato a lungo il baluardo anti-democratico regionale dei banchieri di Londra/Wall Street e dei loro consanguinei regali fratelli azionisti europei. Faceva tutto parte di un piano ordito dalla Business Roundtable dei Rothschild, un secolo fa, per prendere il controllo del petrolio del Medio Oriente. I Rothschild sono proprietari di maggioranza di BP e Royal Dutch/Shell, così come della Banca d’Inghilterra, della Federal Reserve e della Banca centrale saudita, la Saudi Arabian Monetary Agency (SAMA). Nel 1917 gli inglesi fecero loro cliente Ibn Saud, cui fu detto d’incoraggiare le tribù arabe per cacciare i turchi ottomani dal Golfo Persico. Lo stesso anno la camera dei Rothschild approvò la Dichiarazione Balfour, portando la Corona a sostenere una patria ebraica in Palestina. L’anno dopo gli ottomani furono sconfitti. Iraq, Giordania e Arabia Saudita si staccarono dall’impero ottomano e caddero sotto il dominio inglese, con Ibn Saud che prese il controllo della sua omonima Arabia Saudita. Nel 1922 il Trattato di Jeddah diede l’indipendenza all’Arabia Saudita, anche se la corona inglese ancora esercitava una notevole influenza. Oggi mercenari inglesi sono le guardie del corpo dei Saud. Negli anni ’20, con l’aiuto di truppe inglesi, Ibn Saud strappò altro territorio agli ottomani, annettendosi Riyadh e occupando le città sante di Mecca e Medina tolte agli hashemiti.
La Standard Oil of California (ora Chevron-Texaco) trovò il petrolio in Arabia Saudita nel 1938. La società costituì l’Aramco, con i suoi quattro amici cavalieri del cartello Exxon, Mobil, Royal Dutch/Shell e BP. Stati Uniti e Gran Bretagna firmarono accordi di sicurezza con i Saud e la Bechtel si occupò della costruzione delle infrastrutture petrolifere dell’Aramco. Nel 1952, sulla scia dell’accordo sulla sicurezza USA/Arabia Saudita, la SAMA divenne la Banca Centrale saudita. Nel 1958, la SAMA era guidata dal pakistano Anwar Ali, poi consigliere di re Faisal. Anwar fu il capo del Dipartimento Medio Oriente del Fondo Monetario Internazionale. Ali reclutò tre banchieri occidentali come consiglieri della SAMA. Conosciuti come i Re Magi o Padri Bianchi, questi banchieri occidentali guidarono la SAMA, con Ali come controfigura. Il più potente dei tre era John Meyer, Jr., presidente della Divisione Internazionale della Morgan Guaranty (oggi JP Morgan Chase) e successivamente presidente di tutta la Morgan. I Padri Bianchi inviarono dalla SAMA le royalties in petrodollari ai conti della Morgan Guaranty. A sua volta Morgan fu una ben pagata consulente finanziaria della SAMA. Il figlio di Anwar Ali finì per lavorare alla Morgan Guaranty. Con flussi da miliardi di petrodollari, venne fondato il giro petrolio per armi.
La progenie di Ibn Saud forma l’attuale monarchia dei Saud che governa l’Arabia Saudita. Meno di venti famiglie collegate al trono controllano l’economia saudita. I Saud diffondono la propria influenza attraverso denaro e autoriproduzione. I membri maschi della famiglia Saud sono ora oltre 5000. Il principe ereditario Abdullah, fratellastro di re Fahd, gestisce la Guardia nazionale saudita e ha il continuo controllo del regno da quando re Fahd ha subito un serio ictus nel 1995. I principi Sultan, Nayef e Salman sono fratelli di re Fahd e sono i ministri della Difesa, dell’Interno e governatore di Riyadh rispettivamente. Il figlio del principe Sultan è il principe Bandar bin Sultan, a lungo ambasciatore saudita negli Stati Uniti. Il cugino del principe Bandar, il principe Saud al-Faisal è il ministro degli Esteri saudita. Questi principi sauditi usano le agenzie governative che guidano come salvadanai personali e rappresentano le imprese straniere che partecipano alle gare d’appalto nel regno. Gestiscono migliaia di miliardi di investimenti all’estero. Re Fahd è il secondo uomo più ricco del mondo, con una fortuna personale di oltre 20 miliardi di dollari.
Il principe Bandar fa parte del clan Sudayri composta dalla prole del defunto re Abdul Aziz e della moglie preferita. I Sudayri sono la famiglia più potente e più occidentalizzata del regno. I Saud favoriscono l’interpretazione fondamentalista wahabita dell’Islam, ma i praticanti del wahhabismo del regno considerano i Sudayri dei munafaqin (ipocriti). Mentre il clan Sudayri vive nell’opulenza, la maggior parte dei sauditi fatica a mettere il cibo in tavola. Il dominio con pugno di ferro e sempre più impopolare dei Sudayri viene costantemente citato dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani per la brutalità e l’opposizione alle libertà democratiche. La monarchia saudita governa per decreto. Le donne non possono guidare autoveicoli e sono bandite da molti ristoranti. Il regno non ha istituzioni democratiche. L’opposizione ai Saud è criminalizzata, spingendo gli oppositori alla clandestinità. Negli anni ’90 i sauditi decapitarono 111 dissidenti. La società statunitensi supportano l’oppressione delle donne saudite. Gli stabilimenti di Pizza Hut, McDonalds e Starbucks in Arabia Saudita sono separati tra uomini e donne. Le sezioni femminili sono malandate. Starbucks non ha posti a sedere per le donne. Le donne che si fanno vedere nei ristoranti occidentali senza i loro mariti vengono allontanate. Nel gennaio 2002 la statunitense Freedom House pubblicò un sondaggio che classifica i Paesi secondo le libertà consentite. L’Arabia Saudita era classificata come uno dei dieci Paesi meno liberi del mondo. Human Rights Watch ha recentemente accusato gli Stati Uniti di ignorare le violazioni saudite dei diritti umani, per garantirsi l’approvvigionamento continuo di petrolio.
L’intervento USA/NATO in Libia non riguarda la “libertà”, ma di sniffare la lunga nemesi dei Saud, i Rothschild di Parigi e Londra e il sistema economico internazionale neo-coloniale che tali parassiti finanziari dominano a scapito dello sviluppo dei Paesi ricchi di risorse.

e7430e2200cb563881a2778f044b753798714602Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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