Egitto, i fratelli musulmani e la guerra degli USA alla Siria

Tony Cartalucci Global Research, 25 marzo 2014

cartina_egitto_bLa condanna a morte senza precedenti di oltre 500 membri dei fratelli musulmani, in Egitto, per il loro ruolo nell’attacco, tortura e omicidio di un poliziotto egiziano, è il culmine di un’illuminante e onnicomprensivo giro di vite della sicurezza nella centrale nazione araba del Nord Africa. La mossa ha creato un effetto raggelante che ha ammutolito le masse altrimenti violente dei fratelli musulmani e le strade, dove in genere seminano caos, tranquille e vuote. Il New York Times nel suo articolo, “Centinaia di egiziani condannati a morte per l’assassinio di un agente di polizia”, scrive che: “Una folla si è radunata davanti il tribunale della città di Matay, scoppiando in pianto e rabbia  quando un giudice ha condannato a morte 529 imputati solo nella seconda sessione del processo,  condannati per l’omicidio di un agente di polizia nella rabbia per l’estromissione del presidente islamista. Qui, a pochi chilometri di distanza dalla capitale provinciale, le scuole hanno chiuso in anticipo, e molti sono rimasti a casa temendo una rivolta, dicono i residenti. Ma la folla è andata a casa e ben presto le strade sono rimaste tranquille”. La mossa dei giudici egiziani ha attirato la condanna prevedibile del dipartimento di Stato degli Stati Uniti. L’articolo del Washington PostTribunale egiziano condanna a morte 529 persone“, dichiara: “Gli Stati Uniti sono “profondamente preoccupati, e direi in realtà piuttosto scioccati”, per la condanna a morte di massa, ha detto Marie Harf, portavoce del dipartimento di Stato. “Sfida la logica” e “di certo non sembra possibile che un’autentica analisi di prove e testimonianze secondo gli standard internazionali”, possa essere stata effettuata in due giorni, ha detto”.
Mentre gli Stati Uniti continuano a fingere di sostenere il governo di Cairo, sono completamente dalla parte del regime della fratellanza musulmana guidata di Muhammad Mursi, delle sue folle in piazza e delle reti di ONG in Egitto che ne sostengono e difendono le attività. L’ultima di tali ONG ad apparire è l’Iniziativa egiziana per i diritti personali (EIPR) citata dal suddetto articolo del New York Times, che afferma: “Non abbiamo mai sentito parlare di nulla del genere prima, dentro o fuori dell’Egitto, che aveva un sistema giudiziario contrario all’esecuzione di massa“, ha detto Qarim Midhat al-Narah, ricercatore presso l’Iniziativa egiziana per i diritti personali specializzato in giustizia penale. “E’ ridicolo”, ha detto, sostenendo che sarebbe impossibile dimostrare che 500 persone abbaino ognuno avuto un ruolo significativo nell’assassinio di un solo agente di polizia, in particolare dopo appena uno o due brevi sessioni. Chiaramente è un tentativo di intimidire e terrorizzare l’opposizione, e in particolare l’opposizione islamista, ma il giudice è profondamente impegnato in politica fino a questo punto?” EIPR è finanziato tra gli altri dall’ambasciata d’Australia a Cairo, e svolge lo stesso noto ruolo che altre ONG finanziate dagli occidentali hanno avuto durante la “primavera araba” del 2011, coprendo violenze e atrocità dell’opposizione e usando i “diritti umani” per condannare le repressioni della sicurezza effettuati in risposta dallo Stato.

Come c’è arrivato qui l’Egitto
L’attuale crisi in Egitto è risultato diretto della cosiddetta “primavera araba” del 2011. Mentre  nazioni come la Libia sono in rovina avendo avuto la “rivoluzione” “successo”, dove il popolo libico è soggiogato dai fantocci filo-occidentali, e la Siria continua a combattere un grave conflitto da tre anni costato decine di migliaia di vite, l’Egitto ha preso una strada diversa. Quando i tumulti in Egitto cominciarono ad avvicinarsi alle violenze libiche e siriane, l’esercito egiziano, che fu il pilastro del potere in Egitto per decenni, si piegò ai venti del cambiamento. Hosni Mubaraq fu  estromesso e l’esercito tollerò l’ascesa al potere della fratellanza musulmana. Tuttavia prima  gettarono le basi per la sua rovina. La leadership militare attese il suo momento con pazienza, aspettando il momento giusto per spodestare la fratellanza e frantumare rapidamente le sue reti politiche e militari. Fu un colpo da maestro che finora ha salvato l’Egitto dalla stessa sorte subita dalle altre nazioni che bruciano ancora nel caos scatenato dalla “primavera araba”.

La crisi interna dell’Egitto è guidata da interessi esteri
Nel gennaio 2011 ci dissero che una rivolta “spontanea” e “indigena” spazzava il Nord Africa e il Medio Oriente in quella che fu chiamata “primavera araba”. Sarebbero passati mesi prima che i media occidentali ammettessero che gli Stati Uniti erano dietro le rivolte tutt’altro che “spontanee” o “indigene”. In un articolo dell’aprile 2011 pubblicato dal New York Times, intitolato “Gruppi degli Stati Uniti hanno allevato le rivolte arabe“, si afferma: “Un certo numero di gruppi e individui direttamente coinvolti nelle rivolte e riforme radicali della regione, tra cui il Movimento Giovanile 6 Aprile in Egitto, il Centro del Bahrain per i diritti umani e attivisti di base come Entsar Qadhi, un giovane leader nello Yemen, ricevettero formazione e finanziamento da gruppi come International Republican Institute, National Democratic Institute e Freedom House, un’organizzazione per i diritti umani senza scopo di lucro di Washington“. L’articolo aggiunse anche, sul National Endowment for Democracy (NED): “Gli istituti repubblicano e democratico sono liberamente affiliati ai partiti repubblicano e democratico. Furono creati dal Congresso e sono finanziati dal National Endowment for Democracy, istituito nel 1983 per convogliare borse di studio per promuovere la democrazia nei Paesi in via di sviluppo. Il National Endowment riceve circa 100 milioni di dollari all’anno dal Congresso. Freedom House ne ottiene la maggior parte dal governo statunitense, soprattutto dal dipartimento di Stato“. Lungi dal semplicemente capitalizzare o “cooptare” disordini genuini, i preparativi per la “primavera araba” iniziarono già nel 2008. Attivisti egiziani dall’ormai famigerato Movimento 6 Aprile erano a New York per la prima edizione del summit dell’Alleanza dei movimenti giovanili (AYM), noto anche come Movements.org. Lì ricevettero formazione, opportunità di collegarsi e il sostegno all’AYM da vari sponsor governativi e statunitensi, tra cui il dipartimento di Stato USA. Il rapporto del summit AYM 2008 (pagina 3 del .pdf) afferma che il sottosegretario di Stato per la diplomazia Pubblica e gli Affari Pubblici, James Glassman, vi partecipò assieme a Jared Cohen, che siede nello staff per la pianificazione della politica del segretario di Stato. Altri sei membri e consiglieri del dipartimento di Stato parteciparono al vertice assieme a un immenso numero di esponenti aziendali, mediatici e istituzionali. Poco dopo, 6 Aprile si recò in Serbia per allenarsi con CANVAS finanziato dagli USA, formalmente l’ONG finanziata dagli USA “Otpor” che contribuì a rovesciare il governo della Serbia nel 2000. Otpor, secondo il New York Times, è un “movimento ben oliato e sostenuto con diversi milioni di dollari dagli Stati Uniti”. Dopo il successo avrebbe cambiato il nome in CANVAS e cominciato ad addestrare attivisti da usare nelle operazioni di cambio di regime appoggiate dagli USA. Il Movimento 6 Aprile, dopo l’addestramento con CANVAS, tornò in Egitto nel 2010, insieme con il capo dell’AIEA Muhammad al-Baraday. I membri di 6 Aprile addirittura rimasero in attesa dell’arrivo di al-Baraday all’aeroporto di Cairo, a metà febbraio. Già, al-Baraday nel 2010 annunciò l’intenzione di concorrere alle elezioni presidenziali del 2011. Insieme a Wail Ghonim di Google del 6 Aprile e una coalizione di altri partiti d’opposizione, al-Baraday assemblò il suo “Fronte Nazionale per il Cambiamento” ed iniziò a preparare la prossima “primavera araba”. Chiaramente la “primavera araba” fu a lungo pianificata, e programmata dall’estero, con attivisti provenienti da Tunisia ed Egitto addestrati e supportati dall’occidente, in modo che ritornando seminassero disordini in una campagna coordinata regionalmente. Un articolo dell’aprile 2011 di AFP lo conferma, Michael Posner del dipartimento di Stato USA avrebbe ammesso che decine di milioni di dollari furono stanziati per attrezzare e addestrare gli attivisti due anni prima della “primavera araba”.
Il ruolo della fratellanza musulmana venne occultato. Mentre i media occidentali si concentravano sui più presentabili capi “pro-democratici” che aveva addestrato e messo a capo delle folle di piazza Tahrir, la grande adesione dei fratelli musulmani riempì il resto della piazza. Erano anche i responsabili degli attacchi armati in Egitto che costarono gli oltre 800 morti “della rivoluzione”. Gli egiziani subito diffidarono della leadership della protesta, soprattutto di al-Baraday i cui legami con gli interessi occidentali furono scoperti portando alla rapida fine della sua influenza. Il movimento di protesta non aveva una macchina politica per colmare il vuoto creatosi. Ancora una volta, l’occidente si voltò verso i fratelli musulmani e l’occidentale Muhammad Mursi, per avere dei risultati.

Resurrezione dei fratelli musulmani
La fratellanza musulmana è un movimento pseudo-teocratico settario, un movimento regionale che trascende i confini nazionali. Colpevole di seminare violenze per decenni non solo in Egitto ma in tutto il mondo arabo, rimane una grave minaccia per gli Stati laici e nazionalisti, dall’Algeria alla Siria. Oggi, la stampa occidentale denigra gli sforzi egiziani e siriani per frenare questi estremisti settari, in particolare in Siria, dove il governo è stato accusato di aver “massacrato” i militanti armati della Fratellanza ad Hama, nel 1982. Le costituzioni secolari delle nazioni arabe dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente, tra cui la Costituzione siriana riscritta, hanno tentato di escludere i partiti confessionali, soprattutto le affiliazioni “regionali”, per evitare che i movimenti politici  collegati a Fratelli musulmani e al-Qaida non vadano mai al potere. E mentre lo spettro di estremisti settari che prendono il potere in Egitto o in Siria può sembrare una minaccia imminente per gli  interessi occidentali (israeliani compresi), in realtà è un enorme vantaggio. Mursi non è affatto un “estremista” o “islamista.” E’ un tecnocrate statunitense che si limita a porsi da “duro” per coltivare il sostegno fanatico della truppa della fratellanza. I figli di Mursi sono anche cittadini statunitensi.  Nonostante una lunga campagna di propaganda finto antisraeliana ed antiamericana, durante le presidenziali egiziane, la fratellanza musulmana aderì all’intervento “internazionale” di Stati Uniti, Europa e Israele contro la Siria. L’Egitto ruppe le relazioni diplomatiche con la Siria, restaurate dopo che Mursi fu finalmente cacciato dal potere.

Il collegamento siriano
Gli affiliati siriani della Fratellanza musulmana inviano armi, denaro e combattenti stranieri in Siria per combattere la guerra per procura di Wall Street, London, Riyadh, Doha e Tel Aviv. L’articolo della Reuters del 6 maggio 2012 intitolato “L’ascesa dei fratelli musulmani dalle ceneri della Siria“, afferma: “Lavorando con calma, la fratellanza ha finanziato i disertori dell’esercito libero siriano in Turchia e inviato denaro e forniture in Siria, per far rinascere la sua base tra i piccoli contadini e la classe media sunniti, dicono fonti dell’opposizione“. I fratelli musulmani erano vicini all’estinzione in Siria, prima dei disordini, e mentre Reuters fallisce categoricamente nel spiegare il “retroscena” della resurrezione della fratellanza, svelata in un articolo del New Yorker del 2007 intitolato “The Redirection” di Seymour Hersh. La confraternita fu direttamente sostenuta da Stati Uniti e Israele che inviarono sostegno attraverso i sauditi in modo da non compromettere la “credibilità” del cosiddetto movimento “islamico”. Hersh ha rivelato che i membri della cricca libanese di Saad Hariri, allora guidato da Fuad Siniora, furono gli intermediari tra i pianificatori statunitensi e i fratelli musulmani siriani. Hersh riferisce che la fazione libanese di Hariri aveva incontrato Dick Cheney a Washington informandolo personalmente sull’importanza di usare i fratelli musulmani in Siria in qualsiasi azione contro il governo: “(Walid) Jumblat poi mi disse che aveva incontrato il vicepresidente Cheney a Washington, lo scorso autunno, per discutere, tra l’altro, la possibilità di minare Assad. Lui e i suoi colleghi avvisarono Cheney che se gli Stati Uniti avessero agito contro la Siria, i membri della Fratellanza musulmana siriana erano “coloro con cui parlare”, disse Jumblat“.
L’articolo continua spiegando come già nel 2007 Stati Uniti e Arabia Saudita iniziarono ad appoggiare la confraternita: “Ci sono prove che la strategia del reindirizzamento dell’amministrazione abbia già beneficiato la confraternita. Il Fronte di Salvezza Nazionale siriano è una coalizione di gruppi d’opposizione i cui membri principali sono una fazione guidata da Abdul Halim Qadam, ex-vicepresidente siriano che disertò nel 2005, e la fratellanza. Un ex-alto ufficiale della CIA mi disse: “Gli statunitensi hanno fornito sostegno politico e finanziario. I sauditi  prendono l’iniziativa del sostegno finanziario ma c’è il coinvolgimento statunitense”. Disse che Qadam, che ora vive a Parigi, riceveva denaro dall’Arabia Saudita con la consapevolezza della Casa Bianca. (Nel 2005, una delegazione di membri del Fronte s’incontrò con funzionari del Consiglio di Sicurezza Nazionale, secondo la stampa). Un ex-funzionario della Casa Bianca mi disse che i sauditi avevano dato ai membri del Fronte documenti di viaggio. Jumblat disse di aver capito che la questione era sensibile per la Casa Bianca. “Ho detto a Cheney che ad alcune persone nel mondo arabo, soprattutto gli egiziani”, la cui leadership moderata sunnita combatté i fratelli musulmani egiziani per decenni, “non piacerà se gli Stati Uniti aiutassero la fratellanza. Ma se non prendono la Siria, affronteremo in Libano Hezbollah in una lunga lotta che non potremo vincere”.” Avvertì che tale supporto avrebbe giovato alla fratellanza nel suo complesso, non solo in Siria, e avrebbe influenzato l’opinione pubblica anche sull’Egitto, dove una lunga battaglia contro i fautori della linea dura venne combattuta per mantenere il governo secolare egiziano. Chiaramente la fratellanza non risorse spontaneamente in Siria, fu resuscitata da contanti, armi e direttive statunitensi, israeliani e sauditi. Similmente risorse in Egitto.

Il caos della Siria è un avvertimento sul possibile futuro dell’Egitto
Anche se il mondo comincia a raccogliere ciò che è stato seminato in Siria, mediante la risurrezione intenzionale dei fratelli musulmani da parte dell’occidente e delle fazioni estremiste che la fratellanza ha supportato, sembra che non sia stata appresa alcuna lezione dall’opinione pubblica, dove molti affermano essere “esperti geopolitici”. La stessa destabilizzazione, passo dopo passo, è in corso in Egitto e ancora una volta attraverso la fratellanza musulmana. Legioni di terroristi sono in attesa, nella regione egiziana del Sinai, che la fratellanza getti basi sufficientemente ampie tra la popolazione dell’Egitto, in modo che possano distruggerlo, proprio come in Siria. E dietro tutto ciò vi è l’occidente che cerca disperatamente di sloggiare l’esercito egiziano dal potere con una combinazione di carote sgradevoli e bastoni rotti. Il think tank strategici degli USA, finanziati dalle corporazioni, quali Carnegie Endowment for International Peace, hanno espresso il desiderio degli USA di vedere l’esercito egiziano ridotto ed escluso interamente dal potere politico, proprio come in Turchia. In realtà, l’occidente è così orgoglioso di quanto è stato realizzato in Turchia, che si riferisce alla rimozione di qualsiasi istituzione militare indipendente, nel mondo, e alla sua sostituzione con un regime di ascari facilmente manipolabili, come al “modello turco”.
Il post dell’Endowment intitolato “L’Egitto non può replicare il modello turco: ma può imparare da esso“, articola tale desiderio affermando: “In Egitto, un certo numero di giovani e islamici moderati ha sottolineato il governo in Turchia di Giustizia e Sviluppo (AKP) quale fonte d’ispirazione, citando la riforma giuridica, il successo della gestione economica e le vittorie elettorali come modelli da emulare. In alcuni ambienti politici, la Turchia viene anche presentata come modello globale per il mondo arabo, una caratterizzazione che deriva in gran parte dalla sua capacità apparentemente unica di accoppiare democrazia laica e società prevalentemente musulmana. Il partito non solo ha aumentato il suo sostegno tra imprese secolari e classi medie, ma ha anche reso l’idea di Stato onnipotente che comanda l’economia e la vita dei musulmani attraverso i principi islamici, obsoleta. Per lo più l’AKP ha mantenuto la struttura costituzionale e istituzionale di base dello Stato turco, ma ha approvato emendamenti costituzionali per l’armonizzazione con l’UE e ridurre il potere dei militari“. In altre parole, l’Islam e la democrazia sono diventati compatibili in Turchia sotto il neoliberismo. Al-Monitor dell’Arabia Saudita, agenzia politica occidentale, afferma chiaramente nel suo articolo, “La Seconda Rivoluzione dell’Egitto, un colpo alla Turchia”, che: “L’esercito egiziano considera Giustizia e Sviluppo della Turchia un rivale politico e un alleato dei fratelli musulmani. Inoltre, l’istituzione militare egiziana vede il modello turco di limitazione del potere della dirigenza militare della Turchia, per mezzo dell’alleanza con Washington, un modello che minaccia la presenza e gli interessi dell’esercito egiziano”.
Un altro think tank degli Stati Uniti finanziato da aziende, il Council on Foreign Relations (CFR), cita un altro, più vecchio “modello turco”, quello in cui l’esercito turco era al potere, prima di essere ridotto in dimensioni e influenza, accusato della caduta dei fratelli musulmani in Egitto. Nel suo post, “In Egitto, i militari adottano il modello turco per controllare Mursi“, Stephen Cook del CFR scrive: “Poco dopo la caduta di Mubaraq, il feldmaresciallo Tantawi chiese la traduzione della costituzione della Turchia del 1982, che dota gli ufficiali turchi di ampi poteri di polizia politica e limita il potere dei capi civili. Nel decreto del 17 giugno, i militari arginarono la vittoria di Mursi approssimandosi al ruolo tutelare dell’esercito turco di poco prima”. I think tank statunitensi di politica estera e gli editoriali confrontano continuamente Egitto e Turchia, e indicano come l’Egitto può trasformarsi, eliminando l’influenza politica dei militari, in uno Stato fantoccio come la Turchia, membro della NATO definitivamente piegato alla volontà di Wall Street, Londra ed Unione europea.
Quanto l’occidente sia disposto e possa fare in Egitto per avere un tale riordino e quale percorso farà è ancora difficile dirlo. Fino a che punto sia disposto ad andare, in generale, si può vedere nelle macerie disseminate nelle strade in fiamme e nelle città decimate della Siria. Aggiungendovi i fratelli musulmani, considerando il loro ruolo nella continua distruzione della Siria, il governo militare egiziano può essere accusato di uso eccessivo della forza, ma essendo l’Egitto molte volte più grande della Siria per popolazione e superficie, e considerando la devastazione e la perdita di vite umane avutesi in Siria, l’alternativa come accordo temporaneo, negazione o inerzia, è assolutamente inaccettabile.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Paura e delirio in Turchia: Erdogan contro i gulenisti

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 14 febbraio 2014

Hurriyet-fethulla-GulenA prima vista, gli scandali turchi emersi nel dicembre 2013 sembrano essere casi di corruzione ordinaria, ma sotto la superficie si svolge una lotta per il potere. A differenza delle proteste del Parco Gezi, questo confronto è tra chi detiene il potere, non solo tra governo turco e una sezione dell’opposizione. I due antagonisti sono, in un angolo i gulenisti, gli accoliti dell’influente studioso statunitense Fethullah Gulen (il predicatore d’”oltre oceano”) nel partito Giustizia e Sviluppo (AKP) e nelle istituzioni statali turche, e i seguaci del primo ministro Erdogan e ciò che può essere definita la fazione nazionalista de AKP nell’altro angolo. L’Iran sembra essere stato incastrato nel fuoco incrociato tra le due cricche turchi rivali per via del coinvolgimento della Halkbank.

Vendetta, indagine per corruzione dell’AKP o operazione di cambio di regime?
-Le tensioni tra i gulenisti ed Erdogan e i suoi alleati si accumulavano da qualche tempo, ma il divorzio si è svelato in pieno quando il governo turco ha annunciato, nel novembre 2013, che chiudeva scuole e tutorati privati turchi. Un attacco ai gulenisti per indebolirli, perché gestiscono numerose scuole private in Turchia e nel mondo per i lucrosi profitti nonché per reclutare ed indottrinare nuovi membri. Già un precedente scandalo riguardo i colloqui segreti di pace con i separatisti curdi, nel 2012, vide lo scontro tra i due campi, la chiusura delle scuole è il punto di non ritorno. La decisione di Erdogan ha trasformato la silenziosa lotta di potere interna tra le due fazioni in una guerra aperta. La frattura è apparsa con le dimissioni del deputato Idris Bal dall’AKP, il 30 novembre, in segno di protesta per la chiusura delle scuole private. Le dimissioni di Bal sono state seguite dalle dimissioni del deputato Hakan Sukur, un gulenista, il 16 dicembre. Sukur ha anche ammesso pubblicamente di aver consultato Fethullah Gulen sulla decisione. Hasan Yildirim Hami è un altro associato al movimento gulenista che avrebbe dato le dimissioni il 31 dicembre 2013. Il giorno dopo il ritiro di Sukur dall’AKP, furono avviate ufficialmente le indagini contro i membri dell’AKP e le loro famiglie, per riciclaggio di denaro, frode, corruzione e vendita illegale della cittadinanza turca. Le basi per tali indagini furono segretamente preparate nel 2012, lo stesso anno della battaglia per i colloqui di pace curdi. Tre indagini anticorruzione provocarono uno grosso scandalo per il governo turco. Gulenista o no, il procuratore capo era Zekeriya Oz, responsabile dell’inchiesta Ergenekon contro i militari turchi che avrebbero pianificato un colpo di Stato contro l’AKP. I procedimenti giudiziari in stile McCarthy di Oz furono una caccia alle streghe sostenuta inflessibilmente e lodata dal governo dell’AKP, che definì Oz un eroe nazionale.
Le foto infamanti delle scatole da scarpe piene di dollari trovate a casa del CEO di Halkbank trapelarono sui media ad opera degli investigatori turchi. La reazione del primo ministro Erdogan fu  dura. Intervenne direttamente nelle indagini, creando tensioni con polizia e magistratura. Il governo AKP era offeso dal fatto che non fosse stato consultato prima dell’avvio delle indagini. Tutte le unità di polizia e delle forze dell’ordine ebbero l’ordine di informare d’ora in poi i loro superiori, in sostanza il governo, per l’approvazione di tutte le indagini. Centinaia di poliziotti e agenti delle forze dell’ordine, tra cui i capi della polizia di Istanbul e Turchia, furono licenziati e l’AKP presentò un piano di ristrutturazione del sistema giudiziario turco. Comunque, per ordine del governo, i giornalisti non furono più autorizzati ad entrare nei dipartimenti di polizia turchi. Infine, il governo turco eliminò cinquemila persone dai loro incarichi, anche dalla direzione delle Telecomunicazioni (TIB), e dall’agenzia di regolamento e vigilanza bancaria (BDDK). Le motivazioni erano che l’AKP ripuliva le istituzioni statali dai gulenisti che stavano creando uno Stato parallelo e collaboravano con interessi stranieri. Erdogan dimise anche Oz, rivelando quanto fosse corrotto e quante diverse vacanze lussuose in tutto il mondo facesse ogni anno. Indicando la profondità della lotta interna, i media iniziarono a ricevere le umilianti registrazioni delle telefonate private del premier Erdogan, che parlava del suo tentativo d’insabbiamento.

Le indagini mirano a colpire i rapporti turco-iraniani?
fethullah_gulen-acikladi1Ci fu uno scandalo corrispondente ma meno esplosivo in Iran, con rissa al Parlamento iraniano e molti parlamentari che denunciarono il governo. A Teheran fu arrestato il miliardario iraniano Babak Zanjani, il capo di Reza Sarraf/Zarrab in Turchia. Zanjani fu incaricato dal governo del Presidente Mahmud Ahmadinejad di eludere le sanzioni USA contro l’Iran. Lo scandalo Halkbank mise le operazioni di Zanjání sotto stretta sorveglianza delle autorità di Teheran. Dopo che lo scandalo in Turchia divenne pubblico, le autorità iraniane probabilmente si resero conto che Zanjani e i suoi soci intascavano molto più denaro del dovuto nel commercio segreto che dovevano favorire per conto di Teheran. Zanjani fu quindi accusato dalla polizia iraniana di essersi appropriato di circa due miliardi di dollari di fondi governativi. I media iraniani non unirono i puntini o discussero seriamente dei collegamenti tra Zanjani e Halkbank. Comprensibilmente, il governo e i suoi partner non volevano andare troppo in profondità sul modo con cui usarono Turchia e altri Paesi, tra cui la Cina, per aggirare il regime delle sanzioni USA. Il ministro dell’Intelligence iraniano Mahmud Alavi chiese persino, parlando all’agenzia Mehr, che i media iraniani non seguissero la faccenda della corruzione di Zanjani, per via degli effetti che potrebbe avere sugli investimenti nell’economia iraniana.
È importante essere consapevoli che lo scandalo in Turchia scoppiò quando il governo turco cercava di distanziarsi silenziosamente dalla politica neo-ottomana adottata all’esplodere della primavera araba del 2011. Mentre i legami politici di Ankara con Teheran e Mosca sono costantemente degenerati per via dell’abortito piano neo-ottomano del governo dell’AKP di ritagliarsi una sfera d’influenza nel mondo arabo, i funzionari turchi sempre più dolorosamente furono consapevoli che i legami turchi con Iran e Russia sono indispensabili. Ankara aveva ottimisticamente previsto che il governo siriano sarebbe crollato e che avrebbe poi riassunto i suoi legami con l’Iran e la Russia, ma lentamente comprese che l’ordine regionale neo-ottomano, originariamente previsto, è irrealizzabile. Perciò, negli ultimi mesi del 2013, il governo turco sembrò ammorbidire la posizione su Damasco, almeno pubblicamente, cominciando ad intraprendere un percorso per ricostruire i legami con l’Iran e la Russia. Vi furono anche numerosi rapporti che suggerivano che Ankara abbia chiesto a Teheran trattative a porte chiuse per riallacciare i rapporti con il governo siriano. Nel contesto dell’avvicinamento verso l’Iran e la Russia, il primo ministro Erdogan chiese al Presidente Vladimir Putin e ai funzionari russi, nel corso della conferenza stampa tenutasi a San Pietroburgo nel novembre 2013, di far entrare la Turchia nella Shanghai Cooperation Organization come membro a pieno titolo, promettendo che la Turchia avrebbe dimenticato ogni idea di adesione all’UE se entrava nella SCO. Non era la prima volta che Erdogan parlava dell’adesione della Turchia alla SCO, l’ultima volta fu durante un’intervista a Kanal 24 nel gennaio 2013. Questa volta, però, chiese anche che la Turchia aderisse all’Unione Eurasiatica che la Russia e le repubbliche alleate Kazakhstan e Bielorussia formano. Circa due mesi dopo la conferenza stampa di San Pietroburgo con Putin, Erdogan giunse a denunciare ed abbandonare la politica neo-ottomana dell’AKP, mentre  visitava il Giappone nel gennaio 2014. Dichiarò, in presenza dei suoi ospiti giapponesi, che Ankara aveva l’ambizione che la Turchia diventasse una potenza regionale e globale. Una posizione piuttosto diversa da quella che il ministro degli Esteri Davutoglu e Erdogan avevano sposato nel 2011. I turchi inoltre chiesero agli iraniani di partecipare alla seconda conferenza internazionale per la pace in Siria, in Svizzera, e che l’Iran fosse ospitato nella conferenza del 17 gennaio a Sanliurfa, dei Paesi confinanti con la Siria. Ankara iniziò ad allinearsi alle posizioni iraniane e russe sulla Siria coordinandosi su alcune questioni prima di Ginevra II a Montreux. Inoltre, il primo ministro Erdogan visitò Teheran alla fine di gennaio, nonostante l’avvertimento di Washington, forgiando un terreno comune sulla Siria.

L’ingerenza di Stati Uniti e Israele in Turchia?
turkey-israelIl governo turco accusa Stati Uniti e Israele dello scontro con i gulenisti, ripetendo le accuse del governo dell’AKP sulla mano straniera responsabile delle proteste del Parco Gezi. Tali affermazioni possono essere liquidate come tattiche diversive, ma hanno un certo peso. Sfruttando l’azione dell’Iran tramite la Turchia per aggirare le sanzioni, il governo degli Stati Uniti ha vietato le esportazioni di oro in Iran nel luglio 2013, forse nello stesso momento in cui gli investigatori turchi scoprirono che il CEO di Halkbank riceveva soldi da Sarraf/Zarrab, il che significa la possibilità che fossero stati informati dai canali statunitensi o viceversa, informando il governo USA attraverso il movimento gulenista o altri canali. Stati Uniti e Israele erano anche sconvolti dal fatto che Halkbank fosse utilizzata dall’India per comprarsi il petrolio dell’Iran. Il gruppo del primo ministro Erdogan denuncia un complotto internazionale contro la Turchia, mentre la fazione gulenista sostiene che Erdogan e i suoi alleati mentono per nascondere la loro corruzione. Una fazione molto più piccola dei media riferisce che la corruzione del governo è stata denunciata dai gulenisti per motivazioni politiche e per un cambio di regime. I gulenisti vengono dipinti come, consapevolmente o inconsapevolmente, agenti statunitensi e israeliani, pedine degli interessi di Washington e Tel Aviv. Il ruolo dei gulenisti nel rivelare servizi di Halkbank con Teheran supporta tale idea, perché colpisce gli interessi di Erdogan e dell’Iran. Vi sono anche altri fattori che rendono credibile l’idea che i gulenisti siano legati a Stati Uniti ed Israele. Questi fattori sono: l’opposizione di Fethullah Gulen agli sforzi turchi per inviare la flottiglia di aiuti ai palestinesi della Striscia di Gaza nel 2010, il riconoscimento di Gulen d’Israele quale autorità di Gaza, in linea con la sua posizione pro-israeliana, Gulen e la sua oscura aggressiva opposizione a una soluzione pacifica nella Turchia-Kurdistan settentrionale o nel sud-est della Turchia. Indipendentemente dalla natura dei loro legami con Washington e Tel Aviv, i gulenisti perseguono ulteriori obiettivi statunitensi e israeliani con le loro pretese sul Kurdistan. È una coincidenza che le stesse persone che negli Stati Uniti e in Israele parlano di dividere Siria, Iraq, Libano e Iran, parlano anche di dividere la Turchia. L’opzione militare nella Turchia/Kurdistan settentrionale che i gulenisti desiderano, avrebbe effetti negativi sulla Turchia e i Paesi confinanti. Destabilizzerebbe la Turchia polarizzandone i cittadini curdi e ampliando la frattura etnica tra turchi e curdi, catalizzando i curdi di tutta la regione contro il loro governo e dividendo la Turchia, uno scenario favorevole a Stati Uniti e Israele.
Non ci s’inganni nel pensare che il movimento di Fethullah Gulen sia sano. È un’organizzazione ombra con molti soldi e beni nel mondo, e nessuno sa come tutto ciò sia stato acquisito. Potrebbe benissimo essere finanziata dalla CIA per aumentare la propria influenza nel Caucaso e in Asia centrale. Il movimento ebbe anche chiuse le scuole in altri luoghi. Il vecchio Gulen può anche non avere alcun controllo sull’organizzazione. Funzionari governativi turchi inoltre evitano di menzionarne il nome, usando costantemente un linguaggio criptico. Le purghe mostrano che vi è una reale paura di loro. Le indagini sulla corruzione avviate dai gulenisti non hanno nulla a che fare con la legge. Le indagini sono una ritorsione di Gulen nella lotta per il potere con il primo ministro Erdogan ed i suoi alleati. I gulenisti non hanno mai avuto problemi con la corruzione del governo precedente. Ne fecero parte e invariabilmente guardarono dall’altra parte durante gli scandali precedenti, come ad esempio lo scandalo di Deniz Feneri, che la stessa magistratura insabbiò. Non va dimenticato che Erdogan stesso ha permesso ai gulenisti d’accedere a posizioni importanti. Non aveva nessun problema finché erano soci. Né va dimenticato che il suo governo è anche intimamente legato a Stati Uniti e Israele, sia apertamente che clandestinamente.

Il Jinni dell’incertezza esce dalla bottiglia?
TURKEY-MIDEAST-JEWS-CONFLICT-POLITICSLa base dell’AKP si divide, essendovi crescenti mormorii sul primo ministro Erdogan. Vi sarebbero  tensioni tra lui e il presidente Abdullah Gul. Uno dei ministri dimessi, Erdogan Bayraktar, ha anche detto che Erdogan era pienamente consapevole di tutto ciò che accadeva chiedendogli provocatoriamente di dimettersi. Una rivolta nell’AKP contro Erdogan e i suoi luogotenenti potrebbe eventualmente erodere politicamente l’AKP. Le elezioni comunali turche di marzo 2014 attizzeranno tali fiamme. Forse come segnale del panico dell’AKP per le prossime elezioni comunali, i funzionari turchi hanno ordinato che le attività del Partito Repubblicano del Popolo (CHP), principale oppositore ad Istanbul, siano confiscate per un prestito inesigibile del 1998. La mossa sarebbe un modo per assicurare che l’AKP d’Istanbul resti al governo. Probabilmente vi sono ancora dei gulenisti nell’AKP che probabilmente mostreranno il loro vero volto con il tempo, forse quando scoppierà una rivolta nell’AKP contro Erdogan e i suoi alleati. La Turchia è stata danneggiata in diversi modi. La lira turca è caduta e la speculazione colpisce l’economia, per non parlare dei vertici del Tesoro degli Stati Uniti, responsabili delle sanzioni USA contro l’Iran, giunti  in Turchia per discutere della Halkbank. La magistratura turca ora è al centro della lotta nel governo. Mentre l’AKP sostiene di voler rimuovere elementi sovversivi, i suoi critici sostengono che cancella l’indipendenza del potere giudiziario subordinando ufficialmente i giudici al governo. I vertici militari turchi fanno coraggiose dichiarazioni nell’arena politica, chiedendo nuovi processi per i militari condannati. C’è il timore legittimo nell’intellighenzia turca del ritorno della tutela militare. La domanda che nasce da tutto ciò è se lo scontro tra Erdogan e i gulenisti sia volto ad impedire alla Turchia, danneggiata o meno, d’avere una politica estera indipendente che permetta ad Ankara di orientarsi verso Iran e Russia.

Articolo originariamente pubblicato da Russia Today, il 10 febbraio 2014.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I barboncini terroristi sauditi dei Rothschild

Dean Henderson 17 gennaio 2014
5988599427_7fdb5b0cac_zIn un articolo su The Independent di Londra del 7 marzo 2011, dal titolo “Piano segreto degli USA per armare ribelli in Libia“, il giornalista Robert Fisk riferiva che l’amministrazione Obama aveva chiesto all’Arabia Saudita di armare i ribelli libici. I sauditi salutarono e poi appoggiarono gli stessi ribelli di al-Qaida in Siria. I sauditi invasero anche il Bahrain per salvare la monarchia al-Qalifa. I sauditi hanno svolto questo ruolo per la cabala bancaria della City di Londra per quasi un secolo, nell’ambito del giro di petrolio, armi, droga e operazioni segrete. (Vedasi il mio post, Il tesoriere saudita)
Il trono saudita è stato a lungo il baluardo anti-democratico regionale dei banchieri di Londra/Wall Street e dei loro consanguinei regali fratelli azionisti europei. Faceva tutto parte di un piano ordito dalla Business Roundtable dei Rothschild, un secolo fa, per prendere il controllo del petrolio del Medio Oriente. I Rothschild sono proprietari di maggioranza di BP e Royal Dutch/Shell, così come della Banca d’Inghilterra, della Federal Reserve e della Banca centrale saudita, la Saudi Arabian Monetary Agency (SAMA). Nel 1917 gli inglesi fecero loro cliente Ibn Saud, cui fu detto d’incoraggiare le tribù arabe per cacciare i turchi ottomani dal Golfo Persico. Lo stesso anno la camera dei Rothschild approvò la Dichiarazione Balfour, portando la Corona a sostenere una patria ebraica in Palestina. L’anno dopo gli ottomani furono sconfitti. Iraq, Giordania e Arabia Saudita si staccarono dall’impero ottomano e caddero sotto il dominio inglese, con Ibn Saud che prese il controllo della sua omonima Arabia Saudita. Nel 1922 il Trattato di Jeddah diede l’indipendenza all’Arabia Saudita, anche se la corona inglese ancora esercitava una notevole influenza. Oggi mercenari inglesi sono le guardie del corpo dei Saud. Negli anni ’20, con l’aiuto di truppe inglesi, Ibn Saud strappò altro territorio agli ottomani, annettendosi Riyadh e occupando le città sante di Mecca e Medina tolte agli hashemiti.
La Standard Oil of California (ora Chevron-Texaco) trovò il petrolio in Arabia Saudita nel 1938. La società costituì l’Aramco, con i suoi quattro amici cavalieri del cartello Exxon, Mobil, Royal Dutch/Shell e BP. Stati Uniti e Gran Bretagna firmarono accordi di sicurezza con i Saud e la Bechtel si occupò della costruzione delle infrastrutture petrolifere dell’Aramco. Nel 1952, sulla scia dell’accordo sulla sicurezza USA/Arabia Saudita, la SAMA divenne la Banca Centrale saudita. Nel 1958, la SAMA era guidata dal pakistano Anwar Ali, poi consigliere di re Faisal. Anwar fu il capo del Dipartimento Medio Oriente del Fondo Monetario Internazionale. Ali reclutò tre banchieri occidentali come consiglieri della SAMA. Conosciuti come i Re Magi o Padri Bianchi, questi banchieri occidentali guidarono la SAMA, con Ali come controfigura. Il più potente dei tre era John Meyer, Jr., presidente della Divisione Internazionale della Morgan Guaranty (oggi JP Morgan Chase) e successivamente presidente di tutta la Morgan. I Padri Bianchi inviarono dalla SAMA le royalties in petrodollari ai conti della Morgan Guaranty. A sua volta Morgan fu una ben pagata consulente finanziaria della SAMA. Il figlio di Anwar Ali finì per lavorare alla Morgan Guaranty. Con flussi da miliardi di petrodollari, venne fondato il giro petrolio per armi.
La progenie di Ibn Saud forma l’attuale monarchia dei Saud che governa l’Arabia Saudita. Meno di venti famiglie collegate al trono controllano l’economia saudita. I Saud diffondono la propria influenza attraverso denaro e autoriproduzione. I membri maschi della famiglia Saud sono ora oltre 5000. Il principe ereditario Abdullah, fratellastro di re Fahd, gestisce la Guardia nazionale saudita e ha il continuo controllo del regno da quando re Fahd ha subito un serio ictus nel 1995. I principi Sultan, Nayef e Salman sono fratelli di re Fahd e sono i ministri della Difesa, dell’Interno e governatore di Riyadh rispettivamente. Il figlio del principe Sultan è il principe Bandar bin Sultan, a lungo ambasciatore saudita negli Stati Uniti. Il cugino del principe Bandar, il principe Saud al-Faisal è il ministro degli Esteri saudita. Questi principi sauditi usano le agenzie governative che guidano come salvadanai personali e rappresentano le imprese straniere che partecipano alle gare d’appalto nel regno. Gestiscono migliaia di miliardi di investimenti all’estero. Re Fahd è il secondo uomo più ricco del mondo, con una fortuna personale di oltre 20 miliardi di dollari.
Il principe Bandar fa parte del clan Sudayri composta dalla prole del defunto re Abdul Aziz e della moglie preferita. I Sudayri sono la famiglia più potente e più occidentalizzata del regno. I Saud favoriscono l’interpretazione fondamentalista wahabita dell’Islam, ma i praticanti del wahhabismo del regno considerano i Sudayri dei munafaqin (ipocriti). Mentre il clan Sudayri vive nell’opulenza, la maggior parte dei sauditi fatica a mettere il cibo in tavola. Il dominio con pugno di ferro e sempre più impopolare dei Sudayri viene costantemente citato dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani per la brutalità e l’opposizione alle libertà democratiche. La monarchia saudita governa per decreto. Le donne non possono guidare autoveicoli e sono bandite da molti ristoranti. Il regno non ha istituzioni democratiche. L’opposizione ai Saud è criminalizzata, spingendo gli oppositori alla clandestinità. Negli anni ’90 i sauditi decapitarono 111 dissidenti. La società statunitensi supportano l’oppressione delle donne saudite. Gli stabilimenti di Pizza Hut, McDonalds e Starbucks in Arabia Saudita sono separati tra uomini e donne. Le sezioni femminili sono malandate. Starbucks non ha posti a sedere per le donne. Le donne che si fanno vedere nei ristoranti occidentali senza i loro mariti vengono allontanate. Nel gennaio 2002 la statunitense Freedom House pubblicò un sondaggio che classifica i Paesi secondo le libertà consentite. L’Arabia Saudita era classificata come uno dei dieci Paesi meno liberi del mondo. Human Rights Watch ha recentemente accusato gli Stati Uniti di ignorare le violazioni saudite dei diritti umani, per garantirsi l’approvvigionamento continuo di petrolio.
L’intervento USA/NATO in Libia non riguarda la “libertà”, ma di sniffare la lunga nemesi dei Saud, i Rothschild di Parigi e Londra e il sistema economico internazionale neo-coloniale che tali parassiti finanziari dominano a scapito dello sviluppo dei Paesi ricchi di risorse.

e7430e2200cb563881a2778f044b753798714602Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Da Fallujah 2004 a Fallujah 2014, lo spettacolo della follia

Dedefensa, 5 gennaio 2014

1098363Così inizia il 2014… dopo quasi dieci anni, difatti da aprile e novembre 2004, due date segnate da provocazioni, ignoranza, errori grossolani, massacri freddamente perpetrati con l’uso di armi ad alta tecnologia, utilizzando i famosi, per gli effetti biologici a lungo termine, proiettili all’uranio impoverito del cannone a sei canne da 30 millimetri GAU-8A del velivolo da supporto aereo dell’USAF A-10A Thunderbolt II, le forze USA avevano finalmente investito la città irachena di Fallujah il cui controllo sfuggiva, come in gran parte dell’Iraq, dove il terrorismo straniero giunse a dare una mano alle fazioni sunnite e sciite unitesi contro il nemico americanista. Il comandante dei Marines, che guidò l’assalto finale su Fallujah nel novembre 2004, dopo spregevoli e sanguinosi stalli, faceva irresistibilmente pensare a John Wayne, l’attore che fu il miglior soldato nella storia di celluloide di Hollywood, evitando anche d’impegnarsi nella vera guerra del Pacifico, per non privare gli studios e la narrativa americanista di una buona rappresentazione del soldato ideale. (Per John Wayne a Fallujah vedasi 22 dicembre 2004). Fallujah fu così il primo simbolo del caos furioso e dell’inganno sanguinario e crudele che fu l’intervento statunitense in Iraq, nell’ambito del piano generale per trascinare il mondo nell’entropia favorita dalla nostra controciviltà e usata dagli ansiosi ascari del blocco BAO. Così, quasi un decennio dopo, Fallujah viene “ripresa”, “ripresa” dalle mani degli “infedeli”, sembrando da accertare se qualcuno sia più o meno “infedele” rispetto a qualcuno altro. Come fu nel 2004, la città di Fallujah diventa nel 2014 un punto strategico e simbolico nel sistema mediatico, in cui il caos appare nella sua fase finale. Nel frattempo, cioè tra il 2004 e il 2014, il caos è aumentato notevolmente, come doveva. La “ripresa di Fallujah” nel 2014 sembra quasi la “solita” notizia del fine settimana, con vari e squallidi dettagli sul destino delle forze irachene nella città. Un simbolismo che illumina gli avvenimenti degli ultimi giorni. Operativamente, c’è un’altra città irachena, Ramadi, vicino al confine siriano, investita da al-Qaida e da altro, oggetto del tentativo di riconquista da parte dell’esercito iracheno (vedi Guardian, 6 gennaio 2014). Il segretario di Stato John Kerry, che cerca ostinatamente di organizzare qualcosa tra gli israeliani e i palestinesi, ci parla della sua preoccupazione su qualcosa che evoca senza dubbio  barbarie: “Siamo molto, molto preoccupati per l’attività di al-Qaida e dello Stato islamico dell’Iraq e nel Levante, tutto ciò che è affiliato con al-Qaida, che cercano di affermare la loro autorità non solo in Iraq, ma anche in Siria. Questi sono i più pericolosi attori della regione. La loro barbarie contro i civili a Falluja, Ramadi e contro le forze di sicurezza irachene appare a tutto il mondo“.
Questo primo fine settimana del 2014 è stato, quindi, il momento di varie notizie dal calderone esplosivo del Medio Oriente, soprattutto riguardo l’asse Iraq-Siria-Libano, con diversi altri attori dei dintorni (Israele, Iran, Arabia Saudita, Stati Uniti ovviamente, Turchia con i suoi problemi interni, ecc.). Questa è l’occasione per osservare la situazione in Iraq, dal punto di vista del caos in gran parte sul punto di competere con il caos furioso e crudele in Siria, avviando ancora il ciclo delle responsabilità fondamentali del caos attuale: missione compiuta da questo punto di vista, e l’occidente è diventato il blocco BAO che esporta perfettamente il proprio caos, ma che non fa nient’altro che dimostrare la propria impotenza e subirne dal 2008 gli effetti riverberati e moltiplicati in modo regolare. Il 2013 è stato per l’Iraq, per numero di morti nelle violenze politiche, il peggiore dal 2007, con più di 10000 decessi (Antiwar.com, 2 gennaio 2014.) In Siria, i ribelli che combattono (Antiwar.com, 4 gennaio 2014)) si accusano a vicenda di servire segretamente il regime siriano di Bashar al-Assad. Il leader di un gruppo di al-Qaida e cittadino saudita, arrestato in Libano per l’attentato contro l’ambasciata dell’Iran, è morto il giorno dopo in carcere, ovviamente in circostanze sospette. L’acronimo di al-Qaida ed altro, che ora sbuca dal caso libico e si chiama AQIM, o al-Qaida nel Maghreb islamico, è un nuovo fattore introdotto nel circuito del sistema mediatico che ingrossa questo dossier sfuggente. Ora abbiamo AQI (“al-Qaida in Iraq“), abbiamo anche il SIIS, Stato islamico dell’Iraq e della Siria, abbiamo continui ed esaltanti nuovi progetti di califfati islamici, con la continua rappresentazione sempre più evidente dell’Arabia Saudita quale Stato-canaglia, nella strana trasmutazione di un Paese straordinariamente immobile e prudentissimo, come era noto negli anni ’70. Il caos è tra noi perché noi siamo il caos.
Forse l’osservazione più significativa proviene dal sito DEBKAfiles, le cui connotazioni ci sono note (13 febbraio 2012). Il 5 gennaio 2014, DEBKAfiles descrive a suo modo il turbine degli eventi in corso… “Tutti questi eventi si concetrano su al-Qaida in Iraq, al-Qaida in Siria e le brigate Abdullah Azzam che si riuniscono per una potente offensiva volta ad occupare punti d’appoggio in una vasta fascia di territorio mediorientale, lungo la linea che corre tra tre capitali arabe, Baghdad, Damasco e Beirut. Al-Qaida diventa il coltello sunnita che taglia l’asse sciita che collega Teheran a Damasco ed Hezbollah libanese a Beirut. Le nostre fonti militari dicono che una grande escalation di scontri violenti si prepara a breve termine in Iraq, Siria e Libano e non si fermerà lì. Può anche debordare in Israele e Giordania..” … Senza dubbio, il commento più interessante di DEBKAfiles nel suo testo, a cui vogliamo arrivare, riguarda la posizione d’Israele in questa tempesta di cui nessuno conosce davvero il significato, vorticoso e confuso, che si sviluppa come un fuoco fatuo… Israele è allo sbando, non sapendo chi sia il nemico, non perché questo nemico è segreto e introvabile, ma perché ce ne sono troppi che lo sono, che potrebbero esserlo, che non potrebbero esserlo più. Quindi, con tale commento apprendiamo, senza sorpresa, che “Israele trova sempre più difficile determinare chi sono i suoi amici… e chi sono i suoi nemici.” “Israele si ritrova preso tra due forze ugualmente ostili e pericolose, entrambi radicali e che godono di potenti sostegni. Da un lato, l’amministrazione Obama è desiderosa di continuare il riavvicinamento degli Stati Uniti con l’Iran, al punto di consentire al brutale Bashar Assad di rimanere al potere. Dall’altro, l’ex-alleata degli Stati Uniti, l’Arabia Saudita, è disposta a sostenere gli islamisti vicini ad al-Qaida, come forza sunnita in Iraq e loro controparti in Libano, per poter sabotare le attuali politiche di Washington. In tali circostanze, Israele trova sempre più difficoltà a determinare gli amici in Medio Oriente, ed anche a trovare i nemici.”
2004-2014, in effetti Fallujah come simbolo del caos e della spirale infinita generata dal caos, poiché in questo caso si ritorna al punto di partenza, e il disordine israeliano è il simbolo simbolico, l’entità che ha manipolato tutti, demonizzato tutto, radicalizzato tutti, si ritrova intrappolata in questo strano compito: in tale vortice di aggressori e di ritorsione delle vittime aggredite, chi sono i miei amici e chi i miei nemici? La straordinaria accumulazione di mezzi produttori di violenza e tattiche di disintegrazione perseguita dal blocco BAO con una strategia caratterizzata dal vuoto siderale, il nulla quasi impeccabile, questa strana combinazione che si adatta sia all’automatismo  del Sistema attraverso la formula DD&E, ma che necessariamente si volge contro il sistema secondo la formula classica del percorso più breve della superpotenza verso l’autodistruzione, che inizia ad avere i suoi notevoli e spettacolari effetti in Medio Oriente, la zona ritenuta più sensibile e più delicata del pianeta. “Il lavoro” svolto dal blocco BAO nel periodo 2001-2004, dalla falange eroica della coppia Bush-Blair che comprendeva Netanyahu e le sue ossessioni, le incertezze della rock-star BHO (Obama), il nostro presidente peracottaro e i suoi audaci notai di  provincia che scoprono il mondo, “opera” che sembra soddisfare tutte le aspettative che potevamo avere. Il caos si diffonde come i corsi d’acqua sotterranei continui e dalla sporadica visibilità propria, con certezze e alleanze reciproche disperse in un brodo indecifrabile; il caos divenuto una sorta di “espressione spontanea” del multiculturalismo e dell’entropia individuale che riduce il passato e il futuro in un racconto, in voga nei nostri programmi scolastici e nelle nostre gallerie di “arte contemporanea”. Il mondo inizia a trasmutare con notevole puntualità e con una velocità non meno notevole, in una sorta di caotica Torre di Babele, dove i pavimenti sono capovolti e le rampe di scale discendono, il basso verso l’alto con le fondamenta proiettate verso il cielo.
Fortunatamente, le tribù del blocco BAO rientrano dalle “vacanze” con le loro dirigenze politiche desiderose di avere il sopravvento sulle emergenze del momento. Il ministro degli Interni quindi si occupa di una priorità come l’”affare Dieudonné”, mentre il Ministro degli Esteri s’informa se Bashar è ancora stretto alla sua presidenza screditata, per sapere se può cominciare a prendere in considerazione la celebrazione di una nuova era in Medio Oriente, se  può davvero farlo, come previsto dal dirittumanitarismo, dal postmodernismo o dal post-postmodernismo. Il Senato degli Stati Uniti cerca di riunirsi sotto la ferula dell’AIPAC per rispondere subito: imporre nuove sanzioni all’Iran e al pressante pericolo mondiale del programma nucleare di questo Paese. Il termine “danzare sul vulcano” non ha ragione di essere: certo The Independent afferma (6 gennaio 2014) che il rischio di eruzione del super-vulcano che sonnecchia sotto la strana bellezza del Parco Nazionale di Yellowstone nel Wyoming, è più grande di quanto pensassimo, ma in realtà nessuno, tranne gli sciocchi che hanno scelto il ballo di San Vito (è vero, ce ne sono molti), avrebbe voglia di ballare. In un modo che potrebbe sembrare rassicurante per l’automatismo dei pensieri, il solito pronostico che accompagna il nostro nuovo 2014 quale estensione del 1914 (2 gennaio 2014) s’incontra il 6 gennaio 2014 su The Independent. La professoressa Margaret MacMillan, dell’Università di Cambridge, scrive in un articolo per Foreign Affairs… “Ora, come allora, la marcia della globalizzazione ci ha cullati in un falso senso di sicurezza. Il 100° anniversario del 1914 dovrebbe farci nuovamente riflettere sulla nostra vulnerabilità agli errori umani, a catastrofi improvvise e al puro caso. Invece di cavarsela da una crisi all’altra, ora è il momento di ripensare alle terribili lezioni di un secolo fa, nella speranza che i nostri leader, con il nostro incoraggiamento, pensino come poter collaborare per costruire un ordine internazionale stabile.” …Lasciandoci sognare sul “senso fuorviante di sicurezza” in cui abbiamo confinato la globalizzazione. Queste persone sentono davvero tale “senso fuorviante della sicurezza” dall’11 settembre, dall’Iraq, da Fallujah 2004 a Fallujah 2014, dallo tsunami e dalla distruzione del mondo in turbo-ritmo, dalle banche nel 2008, da… da…? Forse dovremmo disilluderci prima di lasciarci ballare. Il Titanic s’inclina e potrebbe affondare.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le milizie appoggiate dalla CIA collegate all’attacco a Bengasi, in Libia

Patrick Martin WSWS 30 dicembre 2013
130507Feature2Photo1-650_429Un lungo reportage in prima pagina sul New York Times fornisce un’ulteriore conferma che l’attacco a un complesso statunitense a Bengasi, in Libia, nel settembre 2012 sia stato il risultato dell’impiego da parte dell’amministrazione Obama dei terroristi islamisti nella guerra contro il regime libico di Muammar Gheddafi. L’articolo del Times, basato su decine di interviste a Bengasi, afferma che l’attentato che uccise quattro statunitensi, tra cui l’ambasciatore Christopher Stevens, fu effettuato da libici già alleati del governo degli Stati Uniti nella guerra del 2011 che rovesciò e uccise Gheddafi. Il corrispondente del Times David D. Kirkpatrick, scrive che l’attacco non fu organizzato da al-Qaida o da qualche altro gruppo esterno alla Libia, ma “da combattenti che avevano beneficiato direttamente della potenza aerea e del supporto logistico della NATO durante la rivolta contro il Colonnello Gheddafi.”
La principale base statunitense a Bengasi non era il piccolo edificio della missione in cui Stevens e  un suo aiutante morirono, ma un complesso più ampio definito “la filiale” e che ospitava almeno 20 agenti dalla CIA. Due guardie di sicurezza di questo edificio furono uccise da una colpo di mortaio, otto ore dopo l’attentato che uccise Stevens. La disparità di personale tra la sede della CIA e l’avamposto diplomatico, dice che la missione principale del governo degli Stati Uniti a Bengasi era l’operazione della CIA, che aveva guidato la campagna contro Gheddafi nel 2011, ma che nel 2012 era dedita a una diversa e ancor più sanguinosa operazione: il reclutamento di mercenari e l’invio di armi per la guerriglia islamista contro il regime siriano di Bashar al-Assad. Come il World Socialist Web Site ha riferito, nei giorni degli omicidi di Bengasi: “Ci sono tutte le ragioni per credere che la robusta presenza della CIA a Bengasi, dopo la caduta di Gheddafi, riguardi ben più che la semplice sorveglianza. Gli islamisti libici costituiscono la maggiore componente dei “combattenti stranieri” che svolgono un ruolo sempre più dominante nella guerra settaria sostenuta dagli USA in Siria, con l’obiettivo di rovesciare il governo del Presidente Bashar al-Assad. Secondo alcune stime, si afferma che da 1200 a 1500 dei 3500 combattenti infiltrati in Siria provengono da Cecenia e Pakistan.”
L’articolo del Times individua un leader della milizia, Ahmad Abu Qatala, quale figura principale nell’attacco Bengasi, anche se Qatala ha ammesso di essere stato all’esterno dell’edificio, al momento. Fa anche il nome di un altro leader della milizia, Abdul Salam Bargathi, capo della brigata di sicurezza preventiva, indicato come colui che disse alle guardie libiche dell’impianto statunitense di fuggire al momento dell’attacco. Questi individui, e molti altri nominati nel pezzo del Times, collaborarono strettamente con la CIA e lo stesso Stevens durante i sei mesi di bombardamenti della NATO e di lotta altalenante culminata nel rovesciamento del governo libico e nell’omicidio di Gheddafi. Tali islamisti erano spesso veterani della guerriglia in Afghanistan, sia quella sostenuta dagli USA nella guerra contro l’esercito sovietico, negli anni ’80, che nella guerra in corso contro il regime di occupazione USA-NATO creato nel 2001. Avevano combattuto sia a favore che contro il governo degli Stati Uniti, ed erano in procinto di cambiare nuovamente lato.
Un importante obiettivo del articolo del Times è rafforzare l’amministrazione Obama nel suo continuo conflitto con i repubblicani al Congresso, che cercarono di sfruttare il fiasco di Bengasi sostenendo che i funzionari dell’amministrazione mentirono sugli eventi per evitare danni alla campagna per la rielezione di Obama. L’ultima sezione di questo articolo è una virtuale puntuale confutazione delle affermazioni dei leader repubblicani, come il presidente del Comitato sull’intelligence del Congresso Mike Rogers e di quello di vigilanza sul governo Darrell Issa, secondo cui Bengasi fu una grande operazione di al-Qaida pianificata con largo anticipo. Tale disputa tra democratici e repubblicani è un baraccone politico architettato per nascondere le questioni fondamentali degli eventi di Bengasi, e in particolare la connessione con l’attuale sovversione degli Stati Uniti in Siria. L’attacco alla missione degli Stati Uniti è stato un classico caso di “ritorno di fiamma”. La CIA aveva mobilitato i fondamentalisti islamici, tra cui veterani di al-Qaida e dei taliban della guerra in Afghanistan, per combattere Gheddafi, e che recluta anche per la nuova guerra contro Assad. A un certo punto, alcuni di questi islamisti litigarono con i loro finanziatori imperialisti. Potrebbe anche essere stato esattamente questo, una disputa sul denaro in cui gli islamisti si sentirono disprezzati e discriminati, l’anno dopo il rovesciamento di Gheddafi.
L’articolo del Times inizia con un aneddoto suggestivo, descrivendo una riunione del 9 settembre 2012 tra un funzionario statunitense e i leader delle milizie di Bengasi. I leader delle milizie mostrarono ostilità e dissero allo statunitense che Bengasi non era sicura e che doveva lasciarla al più presto possibile, scrive Kirkpatrick. “Eppure, mentre i miliziani facevano uno spuntino con merendine assieme ai loro ospiti statunitensi, espressero gratitudine per il sostegno del presidente Obama alla loro rivolta contro il colonnello Muammar Gheddafi, sottolineando di voler costruire un partenariato con gli Stati Uniti, in particolare con maggiori investimenti. Chiesero specificamente per Bengasi dei punti vendita per McDonald e KFC. Il funzionario statunitense riassunse le loro opinioni affermando che volevano che l’amministrazione Obama facesse maggiori ‘pressioni’ sulle imprese statunitensi affinché investissero a Bengasi.
L’articolo del Times tocca anche un altro dubbio incidente nel torbido intervento degli Stati Uniti in Libia: l’omicidio del generale Abdul Fatah Yunis, nel luglio 2011, quando il comandante principale delle forze ribelli appoggiate dagli USA era a Bengasi. Yunis, ex-ministro degli interni di Gheddafi, che aveva disertato per unirsi ai ribelli, era odiato dai fondamentalisti islamici. Secondo il Times, Yunis fu sequestrato dagli islamisti e detenuto la notte nella sede della milizia comandata da Abu Qatala. Il giorno dopo, i corpi crivellati di pallottole di Yunis e di due suoi aiutanti furono trovati in una strada presso la città. Non ci fu alcuna seria indagine su circostanze e motivazioni di tale assassinio, sia da parte dei “ribelli” libici che dei loro sponsor USA-NATO.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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