La tragedia di Gaza ai tempi della “primavera araba”

Ahmed Bensaada, Global Research, 10 dicembre 2012

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Si tratta di un nuovo rito israeliano. Tra “il giorno delle elezioni” e il “giorno dell’inaugurazione”, date chiave della democrazia statunitense, Israele segna questo periodo e prepara le proprie elezioni bombardando spudoratamente Gaza e i suoi abitanti. Come un cacciatore che spara con un fucile dar caccia grossa contro qualsiasi cosa che si muove in una voliera, con la motivazione che il volatile l’ha inavvertitamente beccato, lo Stato ebraico stermina uomini, donne e bambini a Gaza, dopo aver volontariamente trasformato la terra palestinese in una prigione a cielo aperto. E questo non gli preclude di battersi il petto e di vantarsi delle proprie “gesta” sotto lo sguardo compiacente dei paesi occidentali, che non vedono, nell’uso di questi fuciloni, che l’equivalente dei colpi di becco.
Tuttavia, tra la mortale operazione israeliana “Piombo Fuso” (fine 2008-inizio 2009) e quella stranamente denominata “Pilastro della difesa” che ha avuto luogo di recente, il mondo arabo ha vissuto la sua “primavera”. E una domanda fondamentale si pone: questo sconvolgimento politico visto da alcuni come fondamentale, quale impatto ha avuto sulla situazione degli abitanti di Gaza, in particolare, e sulla causa palestinese in generale? Nell’elencare i protagonisti arabi o musulmani che hanno monopolizzato la scena mediatica e si sono impegnati a una possibile mediazione tra Hamas e Israele, è possibile avere una risposta. Da questo punto di vista, lo scompiglio nel cortiletto di Cairo registratosi il 17 novembre, è molto rivelatore. Quel giorno, il presidente egiziano Mohamed Morsi, il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, l’emiro del Qatar Hamad bin Khalifa al-Thani e il leader di Hamas Khaled Meshaal si trovavano tutti insieme nella capitale egiziana. E quest'”allineamento dei pianeti” era tutt’altro che accidentale.

L’Egitto di Morsi
Dopo la sua elezione post-primaverile Mohamed Morsi, presidente islamista di “recupero” dopo l’ineleggibilità di Khairat al-Chater (eminenza grigia dei Fratelli musulmani), sa perfettamente che la sistemazione del dossier di Gaza è per lui di fondamentale importanza sotto diversi aspetti. In primo luogo, gli permetterebbe di guadagnare credibilità nella questione palestinese, credibilità colpita dalle ricorrenti chiusure del valico di Rafah, distruzione dei tunnel per il contrabbando tra i due Paesi (provocando l’ira dei palestinesi per la prima volta da quanto Morsi è al potere) e soprattutto dalla divulgazione delle lettere assai “amare” tra Morsi e il presidente israeliano Shimon Peres. In effetti, questo scambio di lettere apparentemente aneddotico ha scioccato gli egiziani che votano verso ciò che chiamano “entità sionista” un odio viscerale. E’ vero che frasi come “mio caro e grande amico” e “tuo amico fedele” [1] rivolte a Peres da Morsi hanno qualcosa di stupido, soprattutto quando si sa che sono scritte da un membro dei Fratelli musulmani, che ha sempre sostenuto la lotta contro l’occupante sionista. La reazione della strada egiziana è stata così forte che la presidenza ha sostenuto che si trattava di un falso [2], prima di riconoscere che le espressioni usate erano “formali” (sic) [3]. Le cortesie tra i due presidenti sono continuate in questi giorni: il presidente Peres ha detto di aver accolto con favore gli “sforzi” del Presidente Morsi “d’introdurre un cessate-il-fuoco” nel conflitto di Gaza [4].
Va notato che queste confidenze tra presidenti sono in netto contrasto con il comportamento naturale di certi personaggi egiziani incstrati, allo stesso tempo, in un programma tipo “candid camera” in cui gli viene fatto credere di essere intervistati da una rete israeliana. [5] Le reazioni degli ospiti erano sempre al di sopra delle righe, nervose e assai violentemente anti-israeliane, facendo infuriare la stampa dello Stato ebraico e suscitando accuse di antisemitismo inondanti la blogosfera. [6] Per quanto riguarda la distruzione, da parte dell’esercito egiziano, dei tunnel per il contrabbando al confine tra Egitto e Gaza, è stata decisa dal governo Morsi a seguito degli attentati mortali del 5 agosto 2012 da parte di un commando definito dalle autorità jihadista [7]. Tuttavia, i Fratelli musulmani del presidente Morsi hanno accusato il Mossad di essere dietro questi attacchi, a tale affermazione ha fatto eco ad Ismail Haniyeh, capo del governo di Hamas a Gaza. [8] Ciò è molto plausibile, in quanto la demolizione di tunnel è stata attuata principalmente per la sicurezza dello Stato d’Israele. Lo strano in questo caso, è la velocità con cui è stata presa la decisione di distruggere i tunnel. Da qui a pensare che ci fosse una collusione, non è difficile. Tanto più che le autorità israeliane hanno curiosamente accettato la presenza di truppe egiziane nella zona “C” del Sinai, solitamente autorizzata solo alla polizia egiziana, ma del tutto vietata all’esercito egiziano, secondo gli accordi di Camp David. [9] Ricordate che questa zona è una striscia di terra nella penisola del Sinai, lungo il confine israelo-egiziano fino al Golfo di Aqaba, che si estende da Rafah a Sharm el-Sheikh.
In secondo luogo, Morsi sa che un ben orchestrato atteggiamento nel conflitto israelo-palestinese lo libererebbe dall’immagine negativa di Presidente “ruota di scorta”, senza scopo e con poco carisma. [10] Per questo motivo, ad esempio, ha richiamato l’ambasciatore egiziano in Israele e inviato il suo primo ministro a Gaza, all’inizio dell’aggressione contro Gaza. Queste decisioni presentate come “eroiche” non spiegano perché ci sia voluto il bombardamento per inviare un dirigente egiziano nell’enclave palestinese. In effetti, data la vicinanza e l’affinità ideologica tra Hamas e la Fratellanza musulmana egiziana, e l’esultanza di Gaza per l’annuncio dell’elezione alla presidenza di Morsi, ci si sarebbe aspettati che il presidente egiziano si recasse a Gaza subito dopo la sua elezione. Ma Morsi non l’ha mai fatto, mentre l’emiro del Qatar vi ha recentemente compiuto una visita ufficiale. Tuttavia, dopo lo scontro di Hamas con i funzionari siriani, il governo egiziano ha autorizzato l’organizzazione palestinese a trasferire la sua sede principale da Damasco a Cairo. Questa disputa è dovuta al riconoscimento, da parte di Hamas, della coalizione ribelle siriana costituita prevalentemente da combattenti islamici. Anche se la decisione egiziana di offrire un ufficio a Hamas fa rabbrividire molti osservatori, è stata accolta con favore dalla Fratellanza musulmana egiziana. [11] Questi osservatori hanno visto un cambiamento importante nella politica egiziana, che riteneva l’OLP, (l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina) unico rappresentante legittimo dei palestinesi. Ovviamente, non poteva essere altrimenti per la fratellanza. Non è utile ricordare che nella sua prima visita ufficiale da primo ministro di Hamas, Ismail Haniyeh si era recato dai Fratelli musulmani egiziani? E che questo stesso capo di governo aveva dichiarato che Hamas è un “movimento jihadista della Fratellanza dal volto palestinese” [12]?
Dobbiamo renderci conto che, nel contesto della “primavera” araba, la decisione di ospitare Hamas a Cairo è al tempo stesso, sia il desiderio di Morsi d’isolare il presidente Bashar al-Assad, sia il desiderio egiziano d’influenzare la futura strategia del governo del movimento islamico palestinese di Gaza, insieme ad altri attori influenti come il Qatar. In terzo luogo, il rais egiziano è ben consapevole che ottenendo un cessate il fuoco nel conflitto israelo-palestinese, otterrebbe anche l’effetto di ridare un ruolo centrale all’Egitto nella questione palestinese. Inoltre, permetterebbe alla sua diplomazia nel mondo arabo di migliorare la propria immagine dopo essere stata pesantemente emarginata negli ultimi anni, in favore di certe  monarchie del Golfo. Così, oltre al problema di Gaza, la riunione tripartita Egitto-Qatar-Turchia aveva certamente un altro punto all’ordine del giorno: la Siria. Infatti, due giorni dopo la riunione di Cairo si apprendeva che la nuova coalizione della rivolta siriana, a Doha, si sarebbe basata a Cairo [13], mentre il vecchio Consiglio nazionale siriano (CNS) aveva sede a Istanbul. Quattro giorni dopo, il Qatar ha annunciato la nomina di un suo ambasciatore presso la coalizione siriana, un’organizzazione composta da diversi gruppi di ribelli costretti, sotto la pressione degli Stati Uniti, ad unirsi [14]. Tra l’altro, con la notevole assenza all’incontro di Cairo, dell’Arabia Saudita, uno dei principali protagonisti dalla “primaverizzazione” della Siria. E questa assenza è tutt’altro che una coincidenza, se si considerano le differenza nella copertura mediatica dell’assalto israeliano a Gaza, tra il canale del Qatar al-Jazeera e quello saudita al-Arabiya, che implicitamente riflettono le differenze politiche tra i due paesi su Gaza. [15]
Mentre aveva più volte annunciato l’intenzione di rivedere gli accordi di Camp David, Morsi ha cambiato idea quando Israele ha sollevato un’eccezione di irricevibilità dell’idea. [16] Questo apparente “successo” di Morsi nella cessazione delle ostilità tra Israele e Hamas però, gli permette di giustificare il suo cambiamento di rotta, rafforzando così l’idea della necessità dell’Egitto d’essere l'”interlocutore ufficiale” credibile dello stato ebraico, grazie agli accordi sottoscritti tra i due Paesi. In questa campo, Morsi non è poi così diverso dal suo predecessore Mubaraq, spazzato via dalla sommossa. Ma questa mancanza di audacia politica del presidente islamista, non ha cambiato l’ardore di alcuni attivisti pro-democrazia, che hanno presentato al tribunale amministrativo di Cairo una richiesta di annullamento del trattato di Camp David, in modo che il loro paese possa godere della piena sovranità politica e militare sulla penisola del Sinai. Il 30 ottobre, il ricorso è stato respinto per motivi di “incompetenza in materia” del giudice, sostenendo che i campi della politica internazionale e della sovranità del paese sono di responsabilità del presidente della repubblica. [17] Morsi si degnerà uno giorno di mantenere la promessa, che è anche quella della confraternita da cui proviene? Nell’attuale contesto geopolitico, è dubbio.

Il Qatar e la “primaverizzazione” degli arabi
Il 23 ottobre 2012, esattamente tre settimane prima della selvaggia aggressione israeliana denominata “Pilastro della difesa,” l’emiro del Qatar effettuava una visita a Gaza. Questa breve visita, descritta “storica” da alcuni osservatori, essendo la prima di un capo di Stato dal 2007, anno della presa (democratica) del potere di Hamas a Gaza, non sarebbe mai stata possibile senza l’approvazione di Egitto e Israele in particolare. Ovviamente, questo viaggio dell’emiro è stato accompagnato dalla generosa distribuzione di petrodollari, ma è chiaro che il suo obiettivo non è solo la filantropia. Come spiegare altrimenti che la generosità del Qatar ha avvantaggiato solo il governo islamico di Hamas, ma non l’intera popolazione palestinese? E perché l’emiro del Qatar non ha colto l’occasione per visitare la Cisgiordania dell’autorità palestinese?
In effetti, su questo punto, il Comitato Esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) non ha apprezzato la visita. “I paesi arabi non dovrebbero perseguire la politica volta a creare un’entità separata nella Striscia di Gaza, che favorisce fondamentalmente i piani israeliani”, aveva dichiarato [18]. Infatti, il comportamento del Qatar verso la Palestina è in perfetta armonia con la volontà d’onnipresenza di questo emirato nella “primaverizzazione” del mondo arabo, un’azione che si basa sul sostegno incrollabile degli islamisti nel mondo arabo e in particolare dei Fratelli musulmani. Questa politica si è vista in Egitto, Tunisia, Libia, Siria e ora a Gaza. D’altra parte, il Qatar ha strette relazioni con Stati Uniti e molti paesi occidentali (relazioni che non ha mai cercato di nascondere, anzi tutto il contrario), è ragionevole pensare che questa visita abbia un significato politico che potrebbe anche servire interessi diversi da quelli della Palestina. In tale ottica, Jean-Pierre Béjot pone le seguenti domande: “Gli statunitensi, che danno l’idea di gestire il Qatar, hanno dato il via libera a questa visita? Questa visita era volta ad isolare la Siria e l’Iran che fino ad oggi erano i principali partner di Hamas?”[19].
Rashid Barnat va anche oltre: “A meno che il suo ‘gioco’ [del Qatar] non rientri nella strategia degli Stati Uniti: 1 – neutralizzare gli estremisti ‘da dentro’, sottraendoli da un probabile recupero iraniano sciita! Cosa che ha fatto  l’emiro del Qatar recandosi nella Striscia di Gaza di Hamas, che ha flirtato con il regime degli ayatollah e ha sostenuto Assad, un altro “amico” dell’Iran. E 2 – consentire una ripresa del dialogo tra palestinesi e israeliani, affinché Obama [...] attui il suo bel programma del discorso d’insediamento: eliminare un problema che affligge le relazioni internazionali da oltre 60 anni!“[20]. A questo proposito, alcune fonti hanno riferito di una discussione estremamente interessante tra Hamad bin Khalifa al-Thani e Ismail Haniyeh, durante la visita dell’emiro a Gaza. Secondo esse, l’incontro si è concluso con un disaccordo  evidente perché il Qatar ha posto specifiche condizioni: a) rompere l’alleanza con l’Iran, b) l’apertura di negoziati con l’entità sionista senza precondizioni, c) il riconoscimento di Israele, d) il riconoscimento di Gerusalemme a capitale di Israele e abbandono del recupero della sua orientale, ed e) l’annuncio della fine della resistenza armata e l’avvio di negoziati quali unica soluzione [21].
In definitiva, sembra che la presenza del Qatar a Cairo come importante mediatore nella questione palestinese, sia collegato ad un doppio piano. Il primo riguarda la “primaverizzazione” della causa palestinese, promuovendo il predominio di Hamas rispetto ad altri gruppi rivali e marginalizzando de facto a Gaza l’Autorità palestinese di Cisgiordania. L’obiettivo finale sarebbe la creazione di un unico governo islamico guidato da Hamas in tutti i territori palestinesi? Il secondo è legato all’abbandono dell’ala militare di Hamas e il suo allontanamento dall'”Iran sciita”, che forniva le armi. Alla luce di tutto ciò, tutto sembra suggerire che i retroscena di queste manovre siano la negoziazione di una “pace” con lo Stato ebraico d’Israele con la benedizione degli USA. E l’emiro del Qatar detiene una carta importante per il successo del progetto: Khaled Meshaal, il leader di Hamas, che apertamente si è allineato  con la politica del Qatar nel riconoscere la ribellione siriana, rompendo con Bashar al-Assad (che l’ha sostenuto e finanziato per anni) e lasciando Damasco, dove ha vissuto, trasferendosi al Four Seasons Hotel di Doha, “sotto la protezione dei suoi ospiti del Qatar” [22].
L’emiro del Qatar non possiede l’arte di sedurre coloro che alla fine diventano i suoi scagnozzi? Meno di una settimana dopo la fine dell’operazione “pilastro della difesa”, il desiderio di Hamas di allontanarsi dall’Iran veniva confermato da Moussa Abu Marzouk, vicecapo dell’ufficio politico di Hamas. Dalla sua nuova sede di Cairo, ha dichiarato che “l’Iran dovrebbe riconsiderare il suo sostegno al regime siriano”. [23] Questo desiderio di emancipazione dall’Iran è stato formulato, con cautela, da Ziad Nakhal, il vicesegretario generale della Jihad islamica palestinese. Pur riconoscendo che “senza il sostegno militare dell’Iran, la resistenza palestinese non avrebbe combattuto da molti anni“, aggiunge che “se gli arabi vogliono sostituire l’Iran, saranno i benvenuti e ringrazeremo Iran“. [24] Questo invito è volto particolarmente al Qatar. Infatti, come è possibile che il ricco emirato del Golfo, che arma i ribelli islamici in tutti i paesi arabi in cerca di una possibile “primavera” e ne sostiene la lotta contro i governi arabi, una volta amici, possa chiedere agli attivisti di Hamas d’abbandonare la lotta armata contro lo Stato di Israele, uno stato canaglia, xenofobo e assassino? Perché, al contrario, non armare i combattenti di una giusta e sacra causa come quella della Palestina, anche per acquistare un effetto dissuasivo che gli permetterebbe di negoziare da una posizione di forza, come fa apertamente in Siria? Bashar al-Assad sarebbe un nemico e Netanyahu un amico? La risposta dell’emiro del Qatar è inequivocabile: durante la conferenza stampa tenutasi il 19 novembre 2012 (quando Israele bombardava Gaza), in occasione della visita a Doha di Mario Monti, primo ministro italiano, ha affermato che “il sostegno del Qatar a Gaza si limita agli aiuti umanitari e alla ricostruzione, ma esclude le armi” [25].

Le armi di Hamas e l’industria sudanese
La notte dopo la visita dell’emiro del Qatar a Gaza (23-24 Ottobre 2012), l’aviazione israeliana bombardava il complesso militare Yarmouk, in Sudan, a sud di Khartoum. L’attacco era durato solo pochi minuti, ma le esplosioni che seguirono durarono diverse ore, indicando che lo stock di munizioni che conteneva era considerevole. Foto satellitari scattate prima e dopo l’attacco israeliano mostrano la distruzione totale del sito [26]. Il ministro dell’informazione sudanese, Ahmed Bilal Osman, ha detto che quattro aerei erano  coinvolti nell’attacco e che prove fisiche (armi che non sono esplose) accusano direttamente Israele [27]. Anche se ha assicurato che il complesso produceva solo “armi convenzionali”, molti rapporti dicono che serviva da magazzino per i missili iraniani Shehab, ed era molto probabile che esperti iraniani fornissero l’assistenza tecnica per la fabbricazione di altri tipi di armi. Israele non ha mai riconosciuto l’attacco, ma i funzionari israeliani hanno accusato il Sudan di essere un punto di transito per l’invio di armi iraniane destinate ai combattenti di Hamas. [28] I missili iraniani, come il “Fajr-5″ che ha raggiunto Gerusalemme durante l’ultimo conflitto israelo-gazawi, vennero certamente inviati dall’Iran a Gaza attraverso il Sudan inizialmente, e successivamente introdotti nell’enclave palestinese attraverso i tunnel del Sinai. [29]
Così è facile capire l’interesse d’Israele nel coinvolgere l’Egitto nella chiusura dei passaggi illegali. Ma ciò che attira maggiormente l’attenzione in questo caso, è il fatto che gli aerei israeliani hanno volato in questa missione, per circa 3600 km (andata e ritorno), senza essere individuati dal Sudan o da paesi “amici” come il vicino Egitto, la Giordania e l’Arabia Saudita. In un articolo dettagliato sull’attacco al complesso sudanese pubblicato dal Sunday Times, Uzi Mahmaini e Flora Bagenal spiegano che gli aerei israeliani avevano volato lungo il Mar Rosso, bypassando il sistema di difesa aerea dell’Egitto [30]. Alcuni giornalisti egiziani hanno persino messo in dubbio che gli aerei abbiano attraversato lo spazio aereo del loro paese.
Nella sua rubrica intitolata “Morsi ha paura d’Israele“, Mohamed Dassouki Rashdi ha scritto: “Non metto in dubbio le capacità egiziana e non lo faccio, ma semplicemente affermo il diritto del popolo di sapere se il suo territorio o spazio aereo sono stati utilizzati per un attacco a un paese vicino, o no.” Aggiungendo: “Com’è possibile che Israele sia riuscito ad attuare la distruzione del complesso sudanese con tale precisione e silenzio, senza che l’Egitto se ne accorgesse o che vi fosse alcuna reazione delle autorità egiziane? Come è possibile che gli aerei potessero volare per quattro ore, per distruggere una parte di un paese fratello, senza che il sonno degli ufficiali egiziani venisse disturbato?“[31].  E’ la Presidenza della Repubblica che si è assunta la responsabilità di rispondere (rivelando la gravità del sospetto), negando l’uso dello spazio aereo egiziano agli aerei israeliani, ma senza smentire le informazioni relative al sorvolo suggerite dal Sunday Times. [32]
Se l’ipotesi avanzata dal quotidiano britannico è vera, è legittimo porsi dei seri interrogativi sulle capacità della difesa aerea egiziana, a meno che la terra dei faraoni sia stata volontariamente cieca di fronte al bombardamento del Sudan, per garantirsi che le armi accumulate in Sudan venissero distrutte e i nuovi missili iraniani non passassero i tunnel del Sinai. Un’altra ipotesi riguardante la rotta seguita dagli aerei israeliani è stata avanzata da Ali Akbar Salehi, il ministro degli esteri iraniano. Secondo le sue informazioni, la squadriglia ha sorvolato la Giordania, l’Arabia Saudita e l’Eritrea prima di bombardare il bersaglio sudanese, il che spiegherebbe il fatto che i testimoni sudanesi abbiano notato che gli aerei nemici provenissero da est [33]. Qualunque sia l’ipotesi, vi sono seri dubbi sul coinvolgimento di diversi paesi arabi nell’aggressione del Sudan, un paese “fratello” che è, inoltre, membro della Lega Araba. A meno che Israele abbia utilizzato direttamente le sue basi nell’arcipelago delle Dahlak eritree [34], ma questa possibilità non è stata avanzata da nessun osservatore.

La Turchia e il neo-ottomanesimo
La politica estera del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan e del suo ministro degli esteri Ahmet Davutoglu è più opportunismo che realpolitik. Originatasi dalla dottrina di “problemi zero” con i vicini, questa politica si è gradualmente evoluta dalla non ingerenza all’interferenza attiva mentre la “primavera” araba continuava a dilagare, da Cairo a Damasco. Così, anche se inizialmente dichiarava “che non ho intenzione di interferire negli affari interni dei paesi arabi” [35] Erdogan s’impegnava a favore del Consiglio nazionale di transizione (CNT) dei ribelli in Libia, dimenticando che solo pochi mesi prima aveva ricevuto, a Tripoli, il Premio Gheddafi 2010 per i diritti umani dal colonnello Gheddafi. [36] Ma la campana a morto della politica dei “zero problemi”, che dopo tutto era effimera, suonò quando è scoppiato il conflitto siriano.
Sotto la guida degli Stati Uniti, Erdogan ha tradito il presidente siriano, lo stesso che un tempo considerava un “amico”, dando alla Turchia un ruolo di primo piano nella sanguinosa guerra civile. Questa posizione aggressiva nei confronti di un paese con il quale la Turchia ha firmato accordi di libero scambio nel 2004, e abolito i visti nel 2009 (l’ultima volta Erdogan l’ha visitata il 17 gennaio 2011, su invito del suo “amico” Bashar Assad), non ha nulla a che fare con i principi morali dettati dall’introduzione di una qualsiasi democrazia in Siria. Il precedente libico è illuminante a tale proposito. La Turchia vuole piuttosto cavalcare l’onda dilagante dei governi islamici che hanno preso il potere nei paesi arabi “primaverizzati”, e vuole fare dell’AKP (Adalet ve Kalkinma Partisi o Partito della giustizia e dello sviluppo) di Erdogan, un modello. Il neo-ottomanismo avanzato da Erdogan e Davutoglu viene definito come la volontà di reinventare, a livello diplomatico ed economico turchi, la sfera d’influenza ottomana. [37] Pertanto, l’attuazione di questa politica di conquista sfrutta l’ascesa al potere del sunnismo politico in molte repubbliche arabe, presentando la Turchia quale modello del successo economico ottenuto da un governo islamico. Insieme a ciò la Turchia ha costruito un notevole capitale di simpatia, presso il mondo arabo, optando per un profilo filo-palestinese e molto populista. Lo scontro suscitato da Erdogan a Davos, il 29 gennaio 2009, è un esempio molto esplicito [38] e la sua presenza alla riunione tripartita Egitto-Qatar-Turchia del 17 novembre 2012 a Cairo, rientra certamente in tale ambito. Ma va sottolineato che la Turchia, sebbene filo-palestinese, non s’impedisce in ogni caso di non essere anti-israeliana. E anche se le relazioni politiche tra la Turchia e Israele si sono raffreddate in modo significativo dall'”Operazione Piombo Fuso” e dal caso della Freedom Flotilla, nel campo militare o economico tutto continua secondo il “business as usual”. Ecco alcuni esempi.
Quasi un anno dopo l’incidente di Davos, Ehud Barak, il ministro della difesa israeliano, venne ricevuto ad Ankara con tutta la sua delegazione. Al termine della visita, il ministro della difesa turco dichiarò che: “Fino a quando avremo gli stessi interessi, lavoreremo insieme per risolvere i problemi comuni. Inoltre, siamo alleati, siamo alleati strategici, come i nostri interessi ci obbligano ad essere.” Da parte loro, i funzionari israeliani hanno commentato la visita affermando che “nonostante le tensioni diplomatiche [...], la loro impressione era che la visita sia stata un successo, e che i turchi sono interessati a mantenere buoni rapporti” [39]. Nel giugno 2011, il quotidiano israeliano Haaretz riportava di “colloqui diretti segreti Israele e Turchia per ridurre la frattura diplomatica.” Veniamo a sapere che “i funzionari turchi e israeliani hanno avuto colloqui diretti segreti per cercare di risolvere la crisi diplomatica tra i due paesi” e che “i negoziati hanno il sostegno statunitense” [40]. In un articolo significativamente intitolato “riparazioni d’Israele e consegna di quattro droni alla Turchia come possibile segno di riapertura delle relazioni“, pubblicato il 19 maggio 2012 dal “Times of Israel”, si leggeva che Erdogan avrebbe detto che “chi qui potesse avere problemi con persone e risentimenti, può astenersi dal meeting. Tutto questo è possibile, ma quando si tratta di accordi internazionali, vi è un’etica del commercio internazionale“. [41] Quindi, è chiaro che il neo-ottomanesimo della Turchia di Erdogan e Davutoglu non danneggia le relazioni turco-israeliane, anche se le apparenze mostrano un discorso rivendicativo contro lo stato ebraico, discorso destinato ai popoli arabi, per i quali la causa palestinese è un argomento molto delicato.

Obama e i suoi piccoli piaceri asiatici
L’aggressione israeliana contro Gaza è coincisa con un breve ma piacevole tour in Asia del presidente Obama. E tra alcuni sguardi e posture d’intesa dell’attraente premier thailandese Yingluck Shinawatra, e alcuni baci “rubati” con Aung San Suu Kyi dell’opposizione birmana [42], il presidente degli Stati Uniti ha apprezzato il suo soggiorno mentre le bombe israeliane distruggevano Gaza e gli abitanti di Gaza. Dobbiamo affrontare il fatto che i Nobel per la Pace non valgono molto di questi tempi. Come spiegare altrimenti la mancanza di compassione dei due vincitori di questo prestigioso premio, in questo caso Obama (2009) e Aung San Suu Kyi (1991), per le vittime di Gaza; nessun appello per la pace è stato lanciato di concerto da questa coppia di premi Nobel in cima ai gradini della residenza di Rangoon dell’ex dissidente birmana? Al contrario, Obama ha costantemente riaffermato “il diritto d’Israele a difendersi”, vale a dire bombardare con armi pesanti un popolo sotto assedio.
Devo ammettere che il sostegno incondizionato del presidente degli Stati Uniti allo stato ebraico è in completa contraddizione con il suo famoso discorso di Cairo, dove ha affermato che “per più di sessant’anni, [il popolo palestinese] ha sopportato il dolore dell’esilio. Molti attendono nei campi profughi della Cisgiordania, di Gaza, dei Paesi vicini, una vita di pace e sicurezza che non hanno mai avuto il diritto di godersi. Sopportano umiliazioni quotidiane […], la situazione del popolo palestinese è intollerabile. L’America non volterà le spalle alla legittima aspirazione del popolo palestinese alla dignità, all’opportunità e a uno Stato proprio.” A proposito del famoso “diritto all’auto-difesa” di Israele, la giornalista israeliana Amira Hass la chiama la “grande vittoria della propaganda”, aggiungendo che “sostenendo l’offensiva israeliana su Gaza, i leader occidentali hanno dato carta bianca agli israeliani per fare quello che sanno fare meglio: sguazzare nel loro status di vittima e ignorare le sofferenze dei palestinesi”. [43]
Una settimana dopo il conflitto, Hillary Clinton si recava in Israele e in Egitto per discutere con i protagonisti. Il cessate il fuoco tra Hamas e Israele era stato proclamato il giorno del suo arrivo a Cairo e credito venne concesso al presidente Morsi. Strana consacrazione del presidente egiziano che aveva invano annunciato la fine delle ostilità, quel giorno, sebbene non fosse nemmeno stato in grado di fermare i bombardamenti di Gaza (anche se solo temporaneamente, e nonostante le promesse di Israele), mentre il suo primo ministro Hisham Kandil era in visita nell’enclave palestinese. [44] Il giorno dopo l’annuncio del cessate il fuoco, il New York Times pubblicava un articolo sui motivi reali dell’operazione “Pilastro della difesa.” Gli autori, David E. Sanger e Thom Shanker, spiegavano che “Il conflitto di Gaza è un test d’Israele rivolto contro l’Iran.” In effetti, secondo alcuni funzionari statunitensi e israeliani, l’operazione militare di una settimana è stata l’esercitazione per un possibile confronto futuro con l’Iran. [45] Queste esercitazioni servivano ad analizzare l’efficacia dei nuovi missili di fabbricazione iraniana in grado di raggiungere Gerusalemme, e testare l’affidabilità del sistema di difesa antimissile “Iron Dome“, messo a punto da Israele. Elemento molto interessante, l’articolo riporta anche che il bombardamento israeliano del complesso Yarmouk in Sudan, fosse solo la prima parte di un più generale indebolimento dell’Iran, proseguito con il conflitto di Gaza.
E’ chiaro che per Israele, i due attacchi hanno simili obiettivi strategici: i) la distruzione delle scorte di armi dei nemici, ii) l’addestramento delle truppe israeliane a un possibile conflitto armato diretto contro l’Iran. In effetti, la precisione e l’abilità con cui è stata condotta l’operazione contro il sito del Sudan (distanza, rifornimento di carburante, disturbo delle comunicazioni nemiche, attacchi chirurgici) dimostrano che lo Stato ebraico ha i mezzi tecnici per un attacco aereo ai siti nucleari iraniani, che si trovano a distanze minori o uguali a quelle tra Israele e Yarmouk. D’altra parte, la distruzione delle armi destinate o utilizzate (rispettivamente in Sudan e Gaza), dalla resistenza palestinese, riduceva al minimo il rischio di aprire ulteriori fronti di lotta, se la decisione di attaccare l’Iran dovesse essere presa. Se a ciò si aggiunge la partecipazione attiva dell’Egitto alla chiusura dei tunnel in Sinai e il coinvolgimento del Qatar nel convincere Hamas ad accettare un cambiamento del paradigma rivoluzionario, le condizioni di un attacco israeliano contro obiettivi iraniani diventano più favorevoli per Israele e, naturalmente, per gli Stati Uniti, il loro fedele alleato in questa “crociata”. Infatti, commentando l’articolo di David E. Sanger e Thom Shanker, Lucio Manisco ha scritto che “l’inchiesta del New York Times illumina la stretta collaborazione tra Washington e Gerusalemme nei preparativi per l’offensiva contro Gaza, e di quelli di più ampia portata previsti nei prossimi mesi contro l’Iran“. [46] C’è, invece, la forte evidenza della collaborazione tra i due paesi nell’attacco al complesso di Yarmouk. Così, il quotidiano arabo al-Hayat ha citato ufficiali sudanesi dire che gli Stati Uniti sapevano dell’attacco, avendo subito chiuso la loro ambasciata a Khartoum, per paura delle rappresaglie. [47]
Se si considera tutto questo, è facile la disinvoltura e la flemma del presidente Obama durante  il suo viaggio in Asia: ha aspettato pazientemente che la prevista esercitazione delle forze israelo-statunitense terminasse, per mandare la sua segretaria di Stato a chiedere un cessate il fuoco tra i belligeranti. Capiamo perché Israele, contrariamente al solito, non ha reagito all’attacco del 21 novembre 2012 a un autobus di Tel Aviv, né posticipato la data della fine delle ostilità.

Sunniti e sciiti: uno scisma politico
La riconfigurazione geopolitica del MENA (Medio Oriente e Nord Africa) a seguito della “primavera” araba, ha causato uno scisma politico sunnita-sciita. Questo scisma, che è diventato basilare nel conflitto siriano a causa della diversità dei culti in questo paese, ha un impatto diretto sulla causa palestinese. Due assi sono emersi nella regione: l’asse sunnita rappresentato, tra gli altri, da Egitto, Qatar e Turchia, e l’asse sciita formato da Iran, Siria e Hezbollah. Il primo asse ha ottimi rapporti con i paesi occidentali, mentre il secondo gruppo è attualmente l'”asse del male” per quei paesi. E’ chiaro che la riunione del 17 novembre a Cairo, costituito esclusivamente da paesi sunniti, e la presenza di Khaled Meshaal, fosse ovviamente destinato ad allontanare Hamas dagli sciiti (Iran in particolare), che la rifornivano di armi. E’ chiaro che statunitensi ed  europei giocano su questa divisione per isolare meglio e quindi indebolire l’asse sciita.
Lo scisma politico ha il suo contraltare religioso, meno insidioso ma altrettanto virulento. Così, la star televisiva di al-Jazeera, il telepredicatore del Qatar, lo sceicco al-Qaradawi, ha attaccato gli iraniani per il loro ruolo in Siria, dicendo che “hanno fallito nella loro missione e ora uccidono musulmani [cioè siriani sunniti] che non sono della loro stessa setta religiosa.” Ha poi chiamato tutti i pellegrini musulmani ad implorare Dio per punire l’Iran. [48] Si è ancora lontani dal momento in cui lo sceicco fustigava Israele, pregando Dio di dargli la possibilità, al tramonto della sua vita, “di sparare ai nemici di Allah, gli ebrei“. [49] La “primavera” araba è passata anche di lì, la sua alleanza con l’emiro del Qatar non gli permette di emettere condanne a morte che contro arabi o musulmani, in un allineamento esemplare tra politica e religione. È probabilmente per questa ragione, che non abbiamo quasi sentito alcuna condanna della selvaggia aggressione israeliana contro la popolazione di Gaza.
In conclusione, possiamo dire che la causa palestinese è senza dubbio influenzata dalla “primavera” araba. Il blocco sunnita rappresentato da Egitto, Qatar e Turchia (tutti e tre i paesi hanno ottimi rapporti con gli Stati Uniti), si prefigge di espellere Hamas dalla zona di influenza sciita iraniana, che la riforniva delle armi necessarie alla sua resistenza contro l’occupazione israeliana. La rottura di Khaled Meshaal con Bashar al-Assad, la sua alleanza con l’emiro del Qatar e il trasferimento della sede principale di Hamas da Damasco a Cairo, sono tutti segni che non ingannano. L’unica incognita in questo caso è la posizione della resistenza palestinese che opera a Gaza e che ha bisogno vitale delle armi per affermare la sua legittimità in conformità con l’ideologia del movimento. A meno che il Qatar non riesca a convincerli a rinunciare alle loro armi e ad optare per una via più pacifica, che potrebbe condurre a liberarsi della loro “organizzazione terroristica”, etichetta attribuitagli da molti paesi occidentali, e ad aderire al tavolo dei negoziati. Tuttavia, considerando gli scarsi risultati ottenuti dall’Autorità palestinese nell’adottare un tale approccio, ci si può aspettare che Hamas non avrà maggior  successo.
È sempre più chiara la dichiarazione di Leila Shahid, delegata generale dell’Autorità palestinese presso l’Unione europea: “La nostra strategia non violenta contro Israele è un fallimento [...] abbiamo fermato la lotta armata [...] e Israele ci ha dato uno schiaffo“. [50] Inoltre, e contrariamente alle apparenze i) il governo islamista di Morsi sembra mantenere rapporti privilegiati con lo Stato ebraico (corrispondenza affettuosa, la distruzione dei tunnel del Sinai, nessuna reazione all’attacco al complesso sudanese), ii) la politica neo-ottomanista della Turchia non danneggia le relazioni turco-israeliane che restano strategiche iii) le relazioni USA-Israele sono in buona forma e sulle questioni palestinese e iraniana, la collaborazione è esemplare. Mentre la Lega Araba, che un tempo aveva la questione palestinese al centro delle sue preoccupazioni, ora è completamente sottomessa agli interessi USA. Ciò che spinge alcuni a dire che questa istituzione non può davvero adottare che azioni che danneggino il mondo arabo! Infine, è interessante vedere l’oscillazione del pendolo che si svolge in Palestina: a Gaza, viene fatto di  tutto per rendere Hamas frequentabile per Israele e gli Stati Uniti, nella West Bank, l’Autorità palestinese provoca le ire di Tel Aviv e Washington, e nonostante le pressioni e le intimidazioni, ottiene lo status di osservatore presso le Nazioni Unite. Il che ci porta alla domanda esistenziale: prima di discutere del ruolo di paesi terzi, può esserci una soluzione al problema della Palestina senza una riunificazione politica dei due territori palestinesi?

Ahmed Bensaada, Montréal 6 dicembre 2012

Riferimenti
1- May Al-Maghrabi e Noha Ayman, “Morsi joue la realpolitik”, al-Ahram Hebdo, 24 ottobre 2012
2- Jonathan-Simon Sellem, “Égypte: “la lettre amicale de Morsi à Peres est une fausse””, JSSNews, 1 agosto 2012
3- al-Masry al-Youm, “Morsy’s letter to Peres not friendly, just protocol, say diplomats”, Egypt Independent, 18 ottobre 2012
4- L’Orient le jour, “Peres salue les “efforts” de Morsi pour une trêve”, 19 novembre 2012
5- E’ un programma televisivo egiziano intitolato “al-Hokm baad al-Moudawala”. È possibile vederne degli estratti delle puntate che hanno ottenuto un grande successo qui
6- Salma Abdelaziz, “Egyptian prank show exposes anti-Israeli sentiment”, CNN, 11 agosto 2012
7- Hélène Jaffiol, “Gaza: la fin des tunnels”, Slate.fr, 29 settembre 2012
8- AFP, “Égypte: selon les Frères musulmans, l’attaque du Sinaï peut être attribuée au Mossad”, Radio-Canada, 6 agosto 2012
9- Una eccellente carta interattiva del Sinai può essere consultata sul sito della FMO (Forza Multinazionale degli Osservatori in Sinai)
10- Ian Black, “Mohammed Morsi: Brotherhood’s backroom operator in the limelight”, The Guardian, 25 maggio 2012
11- Majdi Abou Eleil e Ahmed Tahar, “Le Hamas transfèrera au Caire son principal siège”, al-Watan News, 12 settembre 2012
12- Ramzy Baroud, “Hamas and the Brotherhood: Reanimating History”, Palestine Chronicle, 2 gennaio 2012
13- AFP, “La nouvelle Coalition syrienne basée en Égypte”, 24 Heures, 19 novembre 2012
14- Dedefensa.org, “Les dessous coquins de l’accord de Doha”, 14 novembre 2011
15- Amin Hamadé, “Comment Al-Jazira et sa rivale Al-Arabiya couvrent-elles la guerre à Gaza?”, Courrier International, 22 novembre 2012
16- Ria Novosti, “Égypte: aucune révision des accords de Camp David (officiel), 26 settembre 2012
17- Chimaa al-Karanchaoui, “Le tribunal administratif se déclare non compétent dans l’annulation ou la modification de “Camp David”, al-Masry al-Youm, 30 novembre 2012,
18- AFP, “Visite “historique” de l’émir du Qatar à Gaza”, Le Monde.fr, le 23 ottobre 2012
19- Jean-Pierre Bejot, “Qatar est-il le nouveau nom de “l’impérialisme”, de “la mondialisation”, de ”l’Internationale islamique”…? (3/4)”, La Dépêche diplomatique, 31 ottobre 2012
20- Rachid Barnat, “À quoi joue l’émir du Qatar?”, Kapitalis, 8 novembre 2012
21- al-Manar, “Hamad bin Khalifa à Haniyeh: rompez votre alliance avec l’Iran et…”, 17 novembre 2012
22- Georges Malbrunot, “L’émir du Qatar affiche son parti pris pro-Hamas à Gaza”, Le Figaro.fr, 23 ottobre 2012
23- AFP, “Hamas: L’Iran devrait reconsidérer sa position à l’égard du régime syrien”, al-Masry al-Youm, 26 novembre 2012,
24- Dichiarazione di Ziad Nakhal a Nile News, 27 novembre 2012.
25- Qatar Ministry of Foreign Affairs, “The joint press conference by HE Sheikh Hamad Bin Jassim Bin Jabr Al Thani, the Prime Minister and Minister of Foreign Affairs and Italian Prime Minister Mario Monti regarding the situation in Gaza”, 19 novembre 2012
26- Alain Rodier, “Israël-Soudan-Gaza: Frappe aérienne et riposte du Hamas”, Note d’actualité n°291, Centre Français de Recherche sur le Renseignement, Novembre 2012.
27- AFP, “Le Soudan accuse Israël de l’avoir bombardé”, Le Monde.fr, 24 ottobre 2012
28- AFP, “Le Soudan nie tout rôle de l’Iran dans son usine d’armes de Yarmouk”, Courrier International, 29 ottobre 2012
29- Global Security.org, “Hamas Rockets”, Novembre 2012
30- Uzi Mahmaini e Flora Bagenal, “Israeli Jets Bomb Sudan Missile Site in Dry Run for Iran Attack”, The Sunday Times, 28 ottobre 2012,
31- Mohamed Dassouki Rachdi, “Morsi at-il peur d’Israël?”, al-Youm al-Sabaa, 31 ottobre 2012
32- al-Mesryoon, “La présidence nie que l’aviation israélienne ait pénétré dans l’espace aérien égyptien”, 31 ottobre 2012
33- Gérard Fredj, “Bombardement israélien au Soudan – Des pays arabes auraient ouvert leur espace aérien aux avions israéliens”, Israël Infos, 6 novembre 2012
34- Muhammed Salahuddin, “Israel’s second largest base is on Eritrea’s Dahlak Islands”, Arab News, 31 agosto 2006,
35- Jean Marcoux, “L’expérience turque de transition politique, un modèle pour l’Égypte post-Moubarak?”, LeJMed.fr, 12 febbraio 2012
36- Ahmed Bensaada, “Le double jeu de Recep Tayyip Erdogan”, Mondialisation.ca, 7 dicembre 2011
37- Samia Medawar, “Les limites du «néo-ottomanisme» face aux ambitions de la diplomatie turque”, L’Orient le jour, 11 giugno 2012
38- Ahmed Bensaada, “La valse à quatre temps de Amr Moussa ou l’évanescence de l’arabité politique”, Le Quotidien d’Oran, 12 febbraio 2012
39- Amos Harel, “Barak lauds Turkey visit as successful, despite degraded ties”, Haaretz, 18 gennaio 2012
40- Barak Ravid, “Israel and Turkey holding secret direct talks to mend diplomatic rift”, Haaretz, 21 giugno 2012
41- Yifa Yaakov, “Israel fixes, returns four aerial drones to Turkey in possible sign of warming ties”, The Times of Israel, 19 maggio 2012
42- AP e Daily Mail Reporter, “The charmer-in-chief: Obama gets flirty as he schmoozes with Thai prime minister on first stop of historic Asia visit”, Daily Mail, 18-19 novembre 2012
43- Amira Hass, “Israel’s ‘right to self-defense’ – a tremendous propaganda victory”, Haaretz, 19 novembre 2012
44- AFP, “Israël viole la trêve et bombarde Gaza lors de la visite de Kandil”, al-Youm al-Sabaa, 16 novembre 2012
45- David E. Sanger e Thom Shanker, “For Israel, Gaza Conflict Is Test for an Iran Confrontation”, The New York Times, 22 novembre 2012
46- Lucio Manisco, “Bombardements aéronavals sur Gaza pour essayer les nouvelles armes israéliennes en vue de l’imminente guerre contre l’Iran”, Global Research, 24 novembre
47- Jonathan Schanzer, “Israël et les États-Unis viennent-ils juste de coopérer pour un Galop d’essai, en vue d’une Intervention en Iran?”, Israël Magazine, 2 novembre 2012
48- al-Quds al-Arabi, “al-Qardaoui: l’Iran, la Russie et la Chine sont les ennemis de la Nation et les pèlerins doivent implorer Dieu pour les punir”, 13 ottobre 2012
49- Youtube, “al-Qaradawi praising Hitler’s antisemitism”, Video inserito il 10 febbraio 2009
50- Leïla Shahid, “Notre stratégie non-violente face à Israël est un échec”, RTBF, 18 novembre 2012

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Mondialisation
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La via maestra per Gerusalemme: Hamas ha tradito l’Iran e la Siria

Fida Dakroub Mondialisation.ca, 28 Novembre 2012

Generalità Quando l’emiro del Qatar, Hamad, era arrivato a Gaza a capo di una folta delegazione tra cui sua moglie Moza e il suo primo ministro Hamad, che non è lo sceicco emiro, è stato accolto dal capo del governo di Hamas, Ismail Haniyeh, che aveva organizzato una grande cerimonia per l’occasione. I due uomini stavano fianco a fianco, mentre gli inni nazionali palestinese e del Qatar venivano suonati. Naturalmente il tappeto rosso è stato srotolato in suo onore, e l’emiro è stato poi salutato da una folla di Hamas, dai ministri del governo di Gaza e dal leader in esilio del movimento, Saleh Arouri, entrato in territorio palestinese per l’occasione più gloriosa. [1] Inoltre, il signor Taher al-Nunu, portavoce del capo del governo di Hamas a Gaza, che avrà ingoiato la lingua quando recitava  fedeltà al nuovo emiro, aveva detto che la visita è stata di grande importanza politica perché era il primo leader arabo, o piuttosto “arabico” secondo la nostra nomenclatura [2], a rompere la politica del blocco [3].
Mortaretti sono stati sparati con gioia, ovviamente nel cielo di Gaza, assediata da un millennio e più, dalla soldataglia israeliana e dal tradimento arabo. Per le strade, migliaia di bandiere palestinesi e qatariote erano appese assieme a foto giganti dello sceicco Hamad: “Grazie al Qatar che mantiene le sue promesse” (sic) o “Benvenuto” si poteva leggere sui cartelli lungo la strada Salahuddin, che attraversa il territorio palestinese da nord a sud. L’emiro aveva accettato di aumentare gli investimenti del Qatar da 254 a 400 milioni di euro, ha dichiarato Haniyeh nel corso di una cerimonia a Khan Younis, in presenza dello sceicco Hamad, ponendo la prima pietra di un progetto per alloggiare le famiglie palestinesi svantaggiate, che avrebbe avuto anche il nome di sua allegrezza: Hamad o emiro del Qatar.
L’onnipresenza di sua allegrezza ha preceduto l’operazione militare israeliana denominata “pilastro della difesa“, questa corsa improvvisa per l’influenza del Qatar a Gaza, nell’estasi dei leader di Hamas sul valico di Rafah toccati dallo Spirito Santo oscurantista del dispotismo arabo; questa ascesa dell’emiro mentre scendeva, questa sua apparizione mentre si nascondeva, questo silenzio mentre parlava, questo rumore mentre restava in silenzio, non erano un privilegio della natura, come proclamato dall’emiro e dai suoi adulatori, né una allucinazione collettiva, come sostengono i suoi detrattori, ma solo un errore di calcolo dei leader di Hamas dopo il vile tradimento verso la Siria e l’Iran.

Il tradimento di Hamas verso la Siria e l’Iran
Prima di ogni altra cosa, ciò che mancava ai media della “resistenza” durante le ultime violenze a Gaza, è stato il coraggio! Non quello di insultare il loro “nemico” Israele, ma piuttosto il coraggio di svergognare il cosiddetto “alleato”, quando si è trasformato in Dalila, e l'”alleanza” con lui dalla capigliatura ambita da Sansone [4]. Questo è ciò che i media pretesi “resistenti” non osavano fare in risposta al tradimento di Hamas verso la Siria e l’Iran. Inoltre, lontano dal rumore dei proiettili e dei razzi di entrambe le parti, una domanda molto semplice s’impose il primo giorno delle operazioni contro Gaza, a cui né i media arabi “resistenti”, né quelli d’Israele ebbero il “coraggio” di rispondere: cosa ha spinto il primo ministro israeliano, Netanyahu, a dare via libera all’operazione militare? La semplicità di questa domanda, a questo punto, non esclude una certa difficoltà a rispondere infine; la “risposta” non ce l’aspettiamo, naturalmente, da una tale confusione mediatica che non serve a presentare i fatti oggettivi dell’operazione, o a “rispondere” alla domanda precedente.
In altre parole, tutto ciò che è stato detto, tutto ciò che è stato pubblicato, sia dai media israeliani che dai loro “nemici”, i media “resistenti”, non formano, secondo l’analisi del discorso, materia analitica di fatti oggettivi che riportino all’operazione “pilastro della difesa“, e la sola analisi da trarre dalla sintesi dei due discorsi, israeliano e “resistente”, è che i due gruppi hanno saputo ben gestire, durante la condotta delle operazioni militari, l’arte della propaganda! Infatti, all’inizio della campagna imperialista contro la Siria nel marzo 2011, Hamas si è schierata con la cosiddetta “rivoluzione siriana”, o anche con la guerra imperialista contro la Siria, giustificandosi dicendo di spostare il “fucile da una spalla all’altra“, secondo l’espressione libanese per “sottomissione alla volontà dei popoli arabi” in piena primavera araba. [5]
Basta fare un parallelo con la visita del Primo Ministro del movimento islamico palestinese di Hamas, Ismail Haniyeh, a Cairo il 24 febbraio 2012, quando aveva lodato ciò che aveva chiamato la “ricerca del popolo siriano della libertà e della democrazia [6]” (sic). “Mi congratulo con l’eroico popolo di Siria, che anela alla libertà, alla democrazia e alle riforme”, aveva detto Haniyeh davanti a una folla di sostenitori riuniti nella moschea di al-Azhar, per una manifestazione dedicata al “supporto” (sic) alla moschea di al-Aqsa a Gerusalemme e al popolo siriano. [7] E’ anche interessante sapere che la prima visita ufficiale del Primo Ministro Haniyeh, da Gaza, fu a Mokattam, sede a Cairo dei Fratelli musulmani, dove aveva detto che Hamas è un “movimento jihadista palestinese della Fratellanza”. Haniyeh aveva parlato a una folla di sostenitori della Fratellanza musulmana, che scandiva “Né Iran, né Hezbollha“, “Siria islamica“, “Fuori Bashar, vattene macellaio“, mentre sua Santità Haniyeh era rimasto di marmo [8].
Inoltre, va notato che Hamas non è solo un movimento islamista palestinese, ma ha anche da una precisa ideologia; i Fratelli musulmani sono i peggiori nemici del potere politico in Siria. I suoi tre fondatori, Ahmed Yassin, Abdel-Aziz al-Rantisi e Mohammed Taha erano anche loro dei Fratelli musulmani, il che spiega perché i leader di Hamas si sono rivolti contro il presidente Bashar al-Assad, storico sostenitore della causa palestinese, dopo che per molti anni la Siria li ha sostenuti  contro Israele, ripiegando bruscamente di 180°, per posizionarsi nel campo contrapposto a Damasco, tradendola alleandosi a Turchia, Egitto, emirati e sultanati arabi del Golfo Persico, entrando in conflitto con l'”asse della resistenza” o arco sciita, secondo la nomenclatura della reazione araba e dell’imperialismo mondiale.

Hamas sulla strada dell’accordo Oslo 2
Soprattutto, secondo Amos Harel, analista del quotidiano israeliano Haaretz, all’inizio dell’operazione militare israeliana a Gaza, né Hamas né Israele avevano interesse a un confronto militare prolungato, o ad impegnarsi in un nuova “farsa” come la guerra di Gaza nel 2008-2009. Inoltre, Harel ha aggiunto che la valutazione dei servizi segreti israeliani, riferita all’ufficio del primo ministro Netanyahu, dichiarava che Hamas si considerava fuori dal confronto militare, e non aveva alcun interesse ad interferire. Ha detto anche che, ogni volta che Hamas doveva scegliere tra il valore reale della resistenza e il potere politico, ha sempre scelto quest’ultimo. [9]
Diversi indizi ci inducono a concludere che Hamas si stia muovendo verso una nuova “Oslo”, che porterebbe al riconoscimento di Israele, in primo luogo, e ad abbandonare l'”asse della resistenza”, tradendo la Siria e l’Iran. Ricevendo la benedizione dello Spirito Santo della reazione araba, posizionandosi nel campo dei cosiddetti “arabi moderati”, vale a dire per la guerra imperialista contro la Siria, Hamas apre, infatti, una porta verso una nuova “Oslo” che porterebbe al riconoscimento di Israele sponsorizzato, questa volta, dall’emirato del Qatar. La “grandiosa” visita di sua allegrezza l’emiro del Qatar a Gaza lo conferma, soprattutto dopo che l’emiro aveva annunciato un aiuto di 400 milioni di dollari per Gaza [10] e 2 miliardi di dollari per l’Egitto [11].
In secondo luogo, la sponsorizzazione dell’ultimo cessate il fuoco tra Israele e Gaza da parte dell’Egitto, e la sua conclusione improvvisa, ha escluso le organizzazioni palestinesi che continuano ad adottare la scelta della resistenza, e che non sono ancora coinvolte nella Santa Alleanza contro la Siria, come la Jihad islamica e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. A questo si aggiunga che l’intervento dell’Egitto e la sua precipitazione alla dichiarazione del cessate il fuoco, hanno anche lo scopo di supportare l’autorità di Hamas a Gaza contro la Jihad e il FPLP. Va notato qui che Hamas non ha preso parte alle schermaglie che hanno preceduto l’assassinio di al-Jaabari, tra Israele da una parte e le organizzazioni palestinesi dall’altra parte, e che i combattenti di Hamas non hanno sparato un solo colpo contro Israele, durante gli scontri precedenti; i suoi leader non volevano lasciarsi provocare a uno scontro con Israele, cosa che avrebbe interferito con il loro proposito di mettersi sotto il mantello dell’emiro del Qatar, Hamad. Più tardi, Hamas è stata costretta a prendere parte alle operazioni militari solo dopo l’assassinio di uno dei suoi comandanti, al-Jaabari; altrimenti la “farsa” sarebbe stata scandalosa!
In terzo luogo, quando Cairo ha segnalato il cessate il fuoco, il leader di Hamas, Khaled Mashaal, non ha fatto il minimo riferimento al ruolo della Siria o della Repubblica Islamica dell’Iran, che hanno sostenuto, in tanti anni, la causa palestinese; in particolare Hamas. Ciò ha indotto il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ad alludere all’ingratitudine e alla mancanza di riconoscimento dei leader di Hamas verso l’Iran e la Siria. [12]
In quarto luogo, la “sorpresa della sorpresa” che abbiamo dai leader di Hamas è l’ultima fatwa [13] che vieta, sotto pena di scomunica, attacchi contro Israele [14]! Tale fatwa viene utilizzata per stabilire e dare legittimità religiosa all’accordo di pace imminente tra Israele e Hamas, e ciò su tre livelli: rapporti con Israele, rapporti intra-palestinesi, e rapporti inter-arabi.

La fatwa di Hamas che vieta le operazioni militari contro Israele
In primo luogo, a livello di relazioni con Israele, una fatwa faciliterebbe nel prossimo futuro la dichiarazione di Gaza a territorio “indipendente”, non da Israele, ma dalla Cisgiordania, dove il capo dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas, ha passato a Ramallah il resto della vita lottando, così per dire, come Simón Bolívar, contro il vuoto e la noia, a caccia di mosche verdi nel labirinto  del suo penoso ozio [15]. Inoltre, questa fatwa conferma, prima di tutto, la frontiera della “Palestina” e la formalizza! Non la Palestina del 1948, né del 1967, né del 1992, ma piuttosto una sorta di miniatura di una qualsiasi Palestina microscopica, che si estenda lungo la costa del Mediterraneo, da nord a sud della Striscia di Gaza!

Congratulazioni Hamas! Madre de Deus, Nostro Sennor! [16]
In secondo luogo, a livello intra-palestinese, la fatwa vieta qualsiasi azione militare contro Israele,  definendo quindi Hamas come l’unica autorità militare, politica, civile e religiosa di Gaza, l’unica che potrebbe decidere la guerra o la pace con Israele. Tuttavia, questa “ascesa” di Hamas fra gli dei formalizza e istituzionalizza il suo potere non solo a Gaza, ma anche nella diaspora palestinese,  accelerando la creazione di due “entità” isolate e separate dal territorio Israele: l’emirato di Hamas a Gaza e la contea dell’OLP nella West Bank.

Che farsa! Che tragedia! Allora il Signore fu con Giosuè, e la sua fama si diffuse in tutto il paese [17]
In terzo luogo, a livello inter-arabo, la fatwa è una dichiarazione di Hamas, chiara come il cielo blu di Beirut a luglio, della rottura completa con il resto dei paesi arabi che ancora resistono alla normalizzazione con Israele, e conferma anche che la resistenza non è più una scelta, e ciò con  dispiacere del discorso trionfalistico dei millantatori e degli sbruffoni dei media palestinesi e di quelli etichettati “resistenti”, dopo la dichiarazione della tregua tra Israele e Gaza.

Cosa è successo a Nasreddin Hodja Djeha quando tagliò il ramo su cui sedeva
Nasreddin Hodja Djeha stava a cavalcioni di un grosso ramo di ciliegio, coi calzoni larghi e un lungo caffettano bianco che circondava la sua vita e le gambe che ondeggiavano da una parte all’altra, ogni volta che brandiva l’ascia.
Salute su di voi, Effendi Nasreddin Hodja Djeha! gli disse una voce.
Che sia con te, Effendi Khalid! disse Nasreddin Hodja Djeha stando seduto sul ramo. Posando la sua ascia, sistemava il turbante che gli era scivolato.
Cadrai dall’albero! gli disse Khalid, Guarda che ci sei seduto!
Faresti meglio a guardare dove cammini, rispose Nasreddin Hodja Djeha. Le persone che guardano le cime degli alberi e le nuvole è sicuro che sbattono le dita dei piedi.
Improvvisamente, il ramo cadde a terra, seguito dall’ascia e poi da Nasreddin Hodja Djeha. Era troppo occupato per notare che era seduto sul lato sbagliato del ramo che stava tagliando. In conclusione, sembra che il destino di Hamas, dopo la rottura con la Siria e l’Iran e dopo il precipitazione dei suoi dirigenti a presentarsi sotto il mantello dell’emiro del Qatar, non sarà in nessun punto meno tragico del destino di mullah Nasreddin Hodja Djeha quando tagliò il ramo su cui era seduto. Escludendosi dalla retroguardia – Iran e la Siria – la Striscia di Gaza sarà da oggi vittima degli stati d’animo dei re d’Israele.

Fida Dakroub, Ph.D Sito ufficiale dell’autrice: FidaDakroub.net

Note
[1] L’Orient-Le Jour, 23 ottobre 2012, “L’emiro del Qatar, ‘il primo leader arabo a rompere la politica del blocco’ a Gaza
[2] Distinguiamo nei nostri scritti l’arabo e l’arabico o abitante della penisola arabica, che per il suo substrato culturale, si oppone al primo. Quest’ultimo è stato creato in Siria, proprio a Damasco, attraverso le civiltà siriaca e greca, o cristiano siriana, una delle più grandi civiltà della storia umana, la civiltà araba.
[3] loc.
[4] Tra i testi biblici che hanno ispirato l’artista, vi è la saga di Sansone e Dalila con la loro disavventura. Questa storia appare nel libro dei Giudici (13: 1-16: 22).
[5] L’autrice usa l’espressione ironica “la primavera degli arabi” al posto della “primavera araba”.
[6] France 24, 24 febbraio 2012, “Hamas formalizza il suo divorzio con il regime di Damasco.”
[7] loc.
[8] loc.
[9] Harel, Amos, 15 novembre 2012, “L’escalation a Gaza non significa necessariamente che Israele vada in guerra”, Haaretz.
[10] Rudoren, Jodi, 23 ottobre 2012, “L’emiro del Qatar visita Gaza donando 400 milioni di dollari ad Hamas“, The New York Times.
[11] Henderson, Simon, 22 ottobre 2012, “L’emiro del Qatar visita Gaza“, Washington Institute
[12] Dichiarazione del segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah.
[13] Una fatwa è, nell’Islam, una consulenza legale fornita da uno specialista in legge islamica su una particolare questione.
[14] Kamal, Sana, 27 novembre 2012, al-Akhbar
[15] Allusione al romanzo di Gabriel García Márquez “Il generale nel labirinto“. Si tratta di un racconto romanzato degli ultimi giorni di Simon Bolivar, il liberatore e leader della Colombia, che racconta anche l’ultimo viaggio di Bolivar da Bogotà fino alla costa settentrionale della Colombia, nel suo tentativo di lasciare l’America del Sud esiliandosi in Europa.
[16] Madre di Dio, nostro Signore. Il manoscritto del Cantigas de Santa María è una delle più grandi collezioni di canzoni monofoniche della letteratura medievale occidentale, scritta durante il regno di re Alfonso X di Castiglia, conosciuto come el Sabio o il Saggio (1221-1284).
[17] Libro di Giosuè, 6:27.

Dottoressa ricercatrice in Studi francesi (University of Western Ontario, 2010) Fida Dakroub è una scrittrice e ricercatrice in teoria bachtiniana. È anche un’attivista per la pace e i diritti civili.
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Traduzione di Alessandro Lattanzio SitoAurora

Hamas abbandona Damasco e Teheran

Marcelo Falak – Ambito

La linea di faglia settaria dimostrata dalla guerra civile siriana, sta provocando importanti cambiamenti in Medio Oriente, anche se lo spettacolo orrendo di cadaveri accumulati nei sobborghi di Damasco, Aleppo e in altre città, resta in secondo piano. Molto importante per le sue implicazioni, è il coinvolgimento del gruppo islamico Hamas, che inizia a prendere le distanze da Siria e Iran.
Il primo ministro di Hamas (acronimo in arabo per Movimento di Resistenza Islamico, che significa anche “ira”), Ismail Haniyeh, ha detto che non parteciperà al 16° vertice del Movimento dei Paesi Non Allineati, che si terrà a Teheran questa settimana. Il suo portavoce, Tahir al-Nanu, ha giustificato la decisione con la volontà di evitare la rivale dirigenza laica di Fatah in Cisgiordania, al fine di “non approfondire la divisione interna palestinese o ledere gli interessi del popolo palestinese“, secondo un dispaccio da Gaza dell’EFE.
E’ vero che il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) accettando l’invito dall’Iran, avrebbe dimostrato sicuramente, con la presenza di Haniyeh, la insormontabile rivalità intra-palestinese. Tuttavia, l’agenzia Quds aveva interpretato questo passo come una “protesta silenziosa” contro il crescente sostegno iraniano a Bashar al-Assad. Nel frattempo, l’Iran ha reagito all’annuncio dicendo che “nessun invito ufficiale della Repubblica Islamica è stato inviato al Primo Ministro di Hamas”, secondo il portavoce della riunione del NAM, Mohamed Reza Forqami.
Qualunque sia la verità, quello che è certo che Hamas, fino a poco tempo punta di lancia siriana e iraniana nella politica palestinese e nel conflitto con Israele, si allontana dai suoi vecchi mentori e finanziatori, e ciò influirà pesantemente sui prossimi passi e sulla sua forma futura.
Fino da quando Hamas è salito al potere, dopo la sua vittoria alle elezioni legislative palestinesi del 2006, il centro del potere nel movimento era nel suo ufficio a Damasco, diretto da Khaled Meshaal. Ma ottenendo il controllo del territorio di Gaza, scoppiò la guerra civile con l’espulsione dei militanti di Fatah dalla Striscia di Gaza e di Hamas in Cisgiordania, con la conseguente crescita della sua influenza anche su questo territorio, modificandone il quadro.
Come detto, la guerra civile in Siria aggiunge una componente chiave nel cambiamento della lealtà del gruppo islamico, il cui statuto prevede la distruzione di Israele.

Lotta etnica
Non sorprende che la lotta in Siria sia così prolungata e a somma zero, perché vi è una lotta tra sette etniche e religiose, una delle quali è rappresentata nel governo. In Tunisia e in Egitto il conflitto è stato più breve, più veloce la risoluzione“, ha detto ad Ámbito Financiero lo storico Bruce Maddy-Weitzman, nel corso di un recente incontro in Israele. Questo specialista del Centro Studi sul Medio Oriente e l’Africa Moshe Dayan, presso l’Università di Tel Aviv, ha detto che gli alawiti, una branca dello sciismo a cui appartiene al-Assad, con una presenza nel sud ma soprattutto sulla costa della Siria nord-occidentale, costituiscono oltre il 12% della popolazione di questo paese, contro i due terzi della maggioranza sunnita. Il resto sono drusi, cristiani e curdi. Secondo Maddy-Weitzman, l’attuale guerra civile tira fuori nel peggior modo un vecchio contenzioso: non è più sostenibile che una minoranza detenga il potere contro “la élite commerciale e intellettuale sunnita” che dovrebbe guidare il paese.
È d’accordo Meir Litvak, direttore del Centro per gli Studi iraniani di Tel Aviv. “In Siria non c’è una guerra di tutto il popolo contro il governo, ma della maggioranza sunnita contro la minoranza alawita, come i drusi e cristiani“, ha detto il giornalista. Un fatto che, a suo parere, è in linea con “la frattura principale che separa il mondo arabo: sunniti contro sciiti“, includendovi anche il ramo connesso dell’alavismo. Ciò spiega perché l’Iran, paese sciita che non fa parte del mondo arabo, ma è molto presente nella regione con il suo tradizionale sostegno ad Assad, ha serrato i ranghi e l’ha sostenuto saldamente nella sua spietata repressione. Litvak registra lo slittamento della lealtà muta ma fondamentale di Hamas, sunnita. “Finora il movimento era un alleato di Iran e Siria, ma oggi vediamo che supporta i sunniti (nella guerra civile di questi ultimi) e sta cambiando la sua posizione“, ha detto. Un’asfissia finanziaria colpirà Hamas? Per niente. Le sue altre fonti tradizionali di denaro fresco, i radicali islamici del Golfo, sono lungi dall’esaurirsi.
In questo contesto diventano suggestive le ripetute dichiarazioni del ministro degli esteri israeliano l’ultranazionalista Avigdor Lieberman. Ha detto che Abbas non ha più scuse per presentarsi come presidente dell’Autorità palestinese senza indire elezioni. Non senza ragione: il suo mandato è scaduto da tempo, e la mancanza di elezioni dovrebbe essere spiegata, in gran parte, sul presupposto che Hamas avrebbe vinto non a Gaza, ma in Cisgiordania, finora grande bastione di al-Fatah. Lieberman è andato oltre: ha detto che Abbas è il principale ostacolo a una ripresa dei colloqui di pace con i palestinesi, sarebbe bene che sia rimosso nelle nuove elezioni, essendo più pericoloso degli islamisti, una visione che ha confermato in un’intervista con il quotidiano Haaretz. Curioso: il senso comune internazionale lo vede come un moderato, accettando l’esistenza di Israele, a differenza di Hamas; quindi, qual’è il sottinteso di queste affermazioni?
Una possibile, dato il contesto ideologico del cancelliere, è che solo con la vittoria elettorale di Hamas si avrebbe una scusa perfetta per congelare a tempo indeterminato la riapertura dei negoziati, dando sfogo alle colonie israeliane in Cisgiordania. Unica possibilità? No. L’altra ha a che fare con il crescente consenso in Israele secondo cui Abbas non sia più rappresentativo e che nessun vero accordo di pace possa ignorare Hamas. Lo ritiene un altro esperto, Moti Cristal, membro per quasi un decennio delle squadre di negoziatori dell’Ufficio del Consiglio dei Ministri (da Yitzhak Rabin a Ehud Barak, a Shimon Peres e al primo mandato di Benjamin Netanyahu), oggi dedito ad attività indipendenti. “Nel 2000, in occasione degli ultimi negoziati a Camp David, Hamas non era un elemento così forte. Oggi non si può parlare con un altro gruppo che non sia esso“, ha detto ad Ámbito Financiero.

Domande
Ma come si fa a portare al tavolo dei negoziati un movimento politico e sociale con una ideologia islamista e un apparato ampiamente considerato, internazionalmente, terroristico? “Io non lo metto nel campo dei fondamentalisti. Quando vogliono negoziare con Israele sui prigionieri, per esempio, o con l’Egitto, lo fanno senza problemi. I musulmani negoziano per perseguire i propri interessi o fanno la guerra come tutti gli  altri“, ha detto cercando di cancellare dei pregiudizi radicati. “Furono i nostri nemici, erano molto, molto fondamentalisti e anti-israeliani, ma quando governano, come oggi, devono dare alla gente istruzione, fogne …  In questo contesto, il discorso religioso dura un minuto. I politici usano la religione per mobilitare il popolo, ma la religione non regna, regna solo la politica“, ha concluso, scommettendo su un inevitabile futuro di moderazione per Hamas.
Sarà che ha incontrato di nuovo la vecchia massima (spesso vera, ma esagerata, come altre verità assolute e fonti di delusioni dolorose) che la pace in Medio Oriente possono farla solo i duri; l’irritante Lieberman vuole continuare il percorso di Menahem Begin e Rabin? Impossibile dirlo.  L’unica certezza è che qualcosa di profondo sta cambiando nella regione. E si dovrebbe fare attenzione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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