L’accordo sul nucleare iraniano potrebbe cambiare l’equilibrio di potere in Medio Oriente

Andrej Iljashenko, RIR, 27 novembre 2013
reporters-visit-Bushehr-Nuclear-Plant1Nel vertice a Ginevra, i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania (noto come P5+1) hanno raggiunto un accordo con l’Iran, secondo cui la Repubblica islamica ferma l’arricchimento dell’uranio oltre il 5 per cento di purezza e cede le sue scorte di uranio arricchito al 20 percento, diluendolo a meno del 5 per cento. Inoltre, gli impianti nucleari del Paese di Fordo e Natanz saranno sotto il controllo dell’AIEA, mentre la costruzione di un reattore ad acqua pesante presso Arak, in grado di produrre plutonio, verrà interrotta. In cambio, il gruppo P5+1, o per essere più precisi, gli Stati Uniti e l’Unione europea, hanno deciso di eliminare parte delle sanzioni contro l’Iran. Questo permetterà all’Iran di riprendere limitate relazioni commerciali con gli Stati Uniti nei settori del petrolio e del gas, petrolchimico e automobilistico, nonché nel commercio di oro e metalli preziosi. Il beneficio risultante per l’Iran ammonterà a 5-7 miliardi di dollari di dollari. Tuttavia, questo accordo non è solo una questione di soldi. Il gruppo P5+1 ha presentato la richiesta che l’Iran spenga e smantelli le centrifughe già operative. Questa ed altre disposizioni dell’accordo permettono all’Iran di affermare che la sua richiesta principale, il riconoscimento del diritto di arricchire l’uranio, è stata accolta. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha dato la seguente chiara sintesi dell’essenza del compromesso: “Questo patto significa che siamo d’accordo che sia necessario riconoscere il diritto dell’Iran all’atomo pacifico, compreso il diritto all’arricchimento, a condizione che le questioni che rimangono sul programma nucleare iraniano e il programma stesso vengano sottoposti allo stretto controllo dell’AIEA. Questo è l’obiettivo finale, ma è già stato impostato nel documento di oggi“.
Gli oppositori all’accordo insistono sul fatto che l’Iran così mantiene il potenziale per creare un’arma nucleare. Tutta la sua infrastruttura di arricchimento dell’uranio rimane intatta. Un deluso primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha detto: “Sottolineo: l’accordo non prevede l’eliminazione di una singola centrifuga“. Molti esperti hanno già osservato che una grande infrastruttura nucleare come quella dell’Iran, che consiste in circa 17000 centrifughe per l’arricchimento, è necessaria a un Paese con 12-15 centrali nucleari operative da rifornire con barre di combustibile. Tuttavia, finora l’Iran ha una sola centrale nucleare, a Bushehr, che riceve il combustibile dalla Russia. Gli iraniani attraversano un momento difficile cercando di spiegare perché abbiano bisogno di tante centrifughe, ma sono pronti a qualsiasi forma di controllo, tra cui videocamere, rivelatori e ispezioni improvvise. Anche la volontà degli Stati Uniti di accettare l’accordo richiede qualche spiegazione. Perché l’atteggiamento del Paese sul programma nucleare iraniano ha subito un cambiamento così repentino? Perché i diplomatici statunitensi erano impegnati in colloqui segreti con l’Iran da quasi un anno? Dopo più di 30 anni di ostilità, perché Washington ha deciso di cedere su alcune richieste? Certo, Mahmud Ahmadinejad è stato sostituito da Hassan Ruhani, ma il presidente iraniano in effetti non è altro che il capo del governo. Tutte le questioni di principio sono decise dall’Ayatollah Khamenei, leader spirituale e supremo dell’Iran, e là, nulla è cambiato. La risposta può avere più a che fare con la politica interna statunitense che con l’Iran.
Nei primi anni ’70, gli Stati Uniti subirono una sconfitta devastante in Vietnam. Poi lo scandalo Watergate costrinse il presidente Richard Nixon a dimettersi sotto la minaccia dell’impeachment. Fu  in quel momento, mettendo da parte tutti i sentimentalismi, che gli Stati Uniti compirono un avvicinamento senza precedenti nei rapporti con la Cina comunista. Oggi, gli Stati Uniti subiscono fallimenti in Iraq e Afghanistan e affrontano la sfida della primavera araba ed alleati che vorrebbero trascinarli nelle operazioni militari in Libia e Siria, obiettivi che sarebbero difficili da comunicare ai cittadini statunitensi. Il momento può essere giusto per un impegno degli Stati Uniti con l’Iran,  pronto a combattere per la leadership in Medio Oriente contro le monarchie petrolifere del Golfo. Tale mossa potrebbe riportare l’equilibrio di potere in Medio Oriente nella situazione precedente la rivoluzione del 1979, quando l’Iran faceva da contrappeso all’Arabia Saudita.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Hezbollah impone le linee rosse!

Réseau International, al-Manar 13 luglio 2013

HezbollahUn piccolo esercizio di calcolo: sommate il numero di missili Scud con i Katjusha di Hezbollah, quindi aggiungeteli ai missili Shehab e Zelzal, e divideteli per 7 milioni e mezzo di abitanti, avrete  quanti proiettili toccherebbero ad ogni israeliano. Quanto al problema di geometria, disegnate tre cerchi intorno a Tel Aviv: il primo per la capacità di distruzione dello Shehab, il secondo per lo Scud e il terzo per le Katjusha. Assumendo che l’assalto contro Israele sarà coordinato tra Hezbollah, Iran e Siria, raccomandereste ad Hezbollah di lanciare solamente i suoi Scud e tenersi le Katjusha, e all’Iran di utilizzare il suoi Shehab. Valutate le vostre risposte in base alla posizione e alla gittata dei missili”. Questo passaggio di un articolo pubblicato sul quotidiano israeliano Haaretz e firmato dall’editorialista Zevi Bareil, illustra il livello di preoccupazione tra gli israeliani, dovuto alla minaccia esistenziale derivante dalla forza di deterrenza balistica costruita dalla resistenza libanese dal luglio 2006 ad oggi. Ma “lo Stato spaventato” è ciò con cui il governo israeliano vuole preparare l’opinione pubblica e l’esercito al prossimo conflitto con la Resistenza in Libano, “che sarà deciso in un solo mese“, secondo le parole del Capo di stato maggiore israeliano Benny Gantz. Tuttavia, Hezbollah ed Israele si trovano nell’equilibrio del terrore, il cui obiettivo è scoraggiare qualsiasi confronto. L’ex segretario alla Difesa statunitense Robert Gates l’aveva indicato quando disse che “Hezbollah ha assai più missili di molti governi.” Così, Israele ha di fronte due opzioni: o coabita con questa forza e si rassegna allo status quo, letteralmente l’opposto della sua dottrina militare basata sull’offensiva, o corre il rischio di uno scontro, di cui il comando ignora essenza e conseguenze, nonostante le affermazioni di Gantz.

Nasrallah punta sui missili della Resistenza
Hezbollah ha appreso l’arte della manipolazione da Israele. Il suo Segretario generale Sayad Hassan Nasrallah invia messaggi cifrati che il nemico sa leggere molto bene. Infatti, Israele ha decifrato il messaggio di Sayad Nasrallah. Negli ultimi anni, ha mobilitato a tutta velocità i suoi apparati d’intelligence per avere informazioni o dati sufficienti su armamento, addestramento e preparazione dei piani per il prossimo scontro. Il comando militare israeliano ha sviluppato un piano per misurare il tasso d’incremento degli armamenti di Hezbollah. Gli indicatori sono stati misurati in due fasi: la prima ha avuto inizio con la fine dell’offensiva di luglio ed è continuata fino al 2010; Hezbollah ha realizzato un salto di qualità, secondo le confessioni dello Shin Bet israeliano. Riguardo la seconda fase, è la più importante perché collegata alla crisi siriana durante cui Hezbollah ha ridotto le distanze negli armamenti acquisendo sistemi di difesa antiaerea super sofisticati e missili “Scud”.

Il punto di forza di Hezbollah dopo la guerra di luglio
Come primo passo, la testimonianza dell’ex direttore del “Servizio di ricerca” presso il Dipartimento d’intelligence, Generale di brigata Yossi Bedetz, ha indicato alla commissione per gli affari esteri e la sicurezza della Knesset, nel 2010, una realtà dolorosa per il pubblico israeliano quando ha detto francamente che Hezbollah ha un arsenale composto da migliaia di missili balistici di tutti i tipi e per tutte le distanze, tra cui missili a combustibile solido più precisi e di maggior gittata, concludendo che l’Hezbollah del 2010 era molto diverso da quello del 2006. Le stime israeliane sulla quantità di missili in possesso della Resistenza, sono aumentate come illustrato di seguito: da 12.000 razzi, secondo lo “studio Aviad”, si è arrivati a più di 20.000 secondo il ministro della Difesa d’Israele, Yehuda Barak, nell’agosto 2007. Poi un numero è stato finalmente adottato, le fonti dell’intelligence parlano di 42.000 razzi tipo “Katjusha”, “Raad”, “Zelzal”, “Khayber” e “Fateh 110“, con una gittata di 250-300 km e testate esplosive. Tale mutamento delle dimensioni è stato dimostrato nel 2010, secondo i servizi segreti israeliani, con l’acquisizione dei missili M-600, considerati più precisi dei missili precedenti e in grado di raggiungere una gittata di 250 km e di trasportare una testata di circa mezza tonnellata. Per non parlare di altri missili Scud trasferiti dalla Siria, con una gittata massima di 500 km e dotati di testate di mezza tonnellata, e dei missili tipo “Zelzal” da 400 km di gittata e dotati di un testata del peso di circa 300 kg.
Il dibattito in Israele in questi giorni  non s’incentra più sui missili “Kornet” e “Metz” che Hezbollah aveva prima della guerra, ma su un tipo più pericoloso e mortale. Dal 2008, Hezbollah detiene il successore del missile Kornet, il missile anticarro russo chiamato “Krizantema” con una gittata di sei chilometri e che può penetrare la corazza di tutti i tipi di carri armati. Il punto di svolta della deterrenza a favore della Resistenza si è verificato con l’avvio degli eventi siriani. Ciò che la leadership israeliana più temeva è diventato realtà, dal momento che Israele non è in grado di fare nulla per fermare l’acquisizione di armi da parte di Hezbollah, che sta accrescendo di giorno in giorno le proprie capacità.

Autosufficienza
_41902528_leb_missile_map416_18Hezbollah è riuscito a raggiungere diversi obiettivi mortali per la deterrenza israeliana. L’ex presidente del “Dipartimento d’intelligence militare” delle IDF, Generale Amos Yadlin, in uno studio sulla Resistenza è giunto a una conclusione sconvolgente per gli israeliani. Afferma che “tutte le armi di Siria e Iran, convenzionali o meno, sono giunte ad Hezbollah.” Stesso discorso dal suo collega, il presidente della “Direzione sicurezza e politica” del ministero della Difesa israeliano, Amos Gilad, che in un’ammissione, la prima del genere, conferma una verità incrollabile: “Hezbollah ha missili “Scud-D” da 700 km di gittata, in grado di trasportare una testata da 150kg, o testate biologiche e chimiche, in grado di colpire qualsiasi luogo d’Israele da un qualsiasi punto in Libano.” Questo “concerto horror” si è concluso con l’adesione del commentatore militare del sito web “Walla” Amir Boukhbot, che crede che “l’acquisizione da parte della Resistenza” degli Scud, “cambierà l’equilibrio politico in Medio Oriente. Basta infliggere un solo colpo per creare un forte effetto deterrente“, avvertiva.
Il nemico era appena venuto a conoscenza della presenza dei missili Scud della Resistenza, che uno studio del direttore del “Progetto sull’equilibrio militare in riserva nel Medio Oriente”, Yiftakh S. Shapir allertava a febbraio contro “gli effetti dell’acquisizione da parte della Resistenza di armamenti che potrebbero influenzare l’equilibrio strategico regionale.” Shapir parlava del male assoluto, i nuovi sistemi che potrebbero essere trasmessi al Libano e che potrebbero togliere il sonno ai responsabili della sicurezza e ai politici di Tel Aviv. I sistemi sono lo Stirlitz e il Pantsir-S1 da difesa area. Shapir ha sviluppato nel suo studio una serie di linee rosse che Israele non dovrebbe permettere di superare, altrimenti verrebbe sconvolto l’equilibrio, in favore di Hezbollah.
La prima linea è impedire l’ingresso in Libano del sistema di difesa aerea SA-17, un sofisticato sistema lanciamissili contraereo… Il secondo è il sistema missilistico antinave “Bastion”. Installato sulle coste libanesi coprirebbe il litoraneo israeliano. Inoltre, il missile supersonico antinave russo “Jakhont” renderà molto difficile il compito d’interdizione della marina israeliana.
Con l’entrata in azione del drone “Ayub” lanciato da Hezbollah lo scorso ottobre nello spazio aereo della Palestina occupata, per una profondità di 55 km, la Resistenza in Libano ha introdotto la prima equazione della deterrenza aerea nella storia del conflitto con Israele. Questo gli ha permesso di minare il sistema di protezione dello spazio aereo israeliano, ora penetrabile, soprattutto se questo velivolo e il suo successore, “Mersad”, non sono gli unici due dispositivi che possiede Hezbollah, secondo le fonti del Dipartimento d’intelligence militare.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ed ecco l’islamo-sionismo in tutto il suo splendore

Karim Zmerli Tunisie-Secret 6 maggio 2013

396972L’ultima aggressione israeliana contro la Siria, se necessario, conferma l’alleanza tattica e strategica tra islamisti e sionisti, tra Arabia Saudita, Qatar e Turchia, da una parte e Israele, Stati Uniti d’America ed Europa dall’altra. Un’alleanza assai vecchia, nonostante le apparenze e la propaganda islamista. Coloro che ancora non capiscono la “primavera araba” e la “rivoluzione dei gelsomini” si diano una svegliata.
Contro ogni previsione e per il dispiacere degli pseudo-rivoluzionari, la Siria non è caduta come la Tunisia, la Libia, l’Egitto e, in misura minore, Yemen e Marocco. Peggio per i soldati della NATO e i mercenari dell’imperialismo che si pretendono rivoluzionari, l’esercito arabo siriano negli ultimi sei mesi ha decapitato coloro che si definiscono ELS, cioè la Fratellanza musulmana siriana, la barbarica al-Qaida e gli islamo-terroristi stranieri (ceceni, tunisini, libici, sauditi, taliban, australiani, francesi, belgi, inglesi…) che hanno risposto alla Jihad invocata da Qaradawi, Rashid Ghannouchi e John McCain! L’eliminazione della mafia islamista s’è accelerata negli ultimi due mesi, nonostante il sostegno politico, mediatico, diplomatico, finanziario e militare degli “amici” degli arabi e dei  “difensori” della democrazia.
Notando questo triste fallimento, davanti a un esercito patriottico e a una popolazione che non vuole la “primavera araba”, Israele ha abbandonato la sua “neutralità” nel disperato tentativo di salvare la sua quinta colonna in Siria. Neutralità solo relativa, poiché dall’avvio su Internet della campagna The Syrian Revolution, nel febbraio 2011, operazione in cui i cyber-collaborazionisti tunisini  hanno avuto un ruolo centrale, i servizi israeliani erano già coinvolti. In pieno coordinamento con l’emirato wahhabita del Qatar, che un filosofo tunisino ha chiamato Qatraele, e del governo islamista turco, Israele ha supportato militarmente e logisticamente i “ribelli”. Oltre alla distruzione della Siria, che gli si oppone da mezzo secolo, l’interesse di Israele è ovvio: la vendetta su Hezbollah che gli ha inflitto un’umiliante sconfitta nel 2006, e spezzare l’asse Teheran-Damasco-Beirut per isolare l’Iran fino ad attaccarlo con i suoi nuovi alleati sunniti.
Contrariamente alla disinformazione della maggioranza dei media occidentali, secondo cui aerei da guerra israeliani hanno bombardato “depositi di missili Fateh-110 trasportati dall’Iran per Hezbollah“, gli attacchi del 4 e 5 maggio erano volti a salvare gli islamo-terroristi e ad allentare la presa sui mercenari dell’imperialismo e del sionismo nella regione di Ghouta, un sobborgo di Damasco. Questa aggressione, salutata dagli “Allah Akbar” della milizia islamo-terrorista, prendeva di mira anche il centro di ricerca militare di Jamraya, a nord di Damasco, che era già stato attaccato a fine gennaio dagli aerei da guerra israeliani. Inoltre, è stata presa di mira una caserma. Secondo RussiaToday, queste incursioni avrebbero causato centinaia di morti (in realtà ‘solo’ quattro. NdT). Dei venti velivoli che hanno condotto il raid, due sono stati colpiti dalla difesa aerea e un terzo è stato abbattuto. Entrambi i piloti, Samuel Azar ed Eysson Gary, sono stati catturati.
Mentre la Lega Araba, che dalla “rivoluzione dei gelsomini” è diventata preda dello sceicco  Hamad, ha solo lanciato un vago appello al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e la presidenza egiziana vede in questa “aggressione”, “una violazione dei principi e del diritto internazionale, che (…) minacciano la sicurezza e la stabilità della regione“, come era perfettamente prevedibile, l’usurpatore del governo tunisino, proposto da John McCain e Joe Lieberman, riveduto e corretto dallo sceicco Hamad e dalla sceicca Moza, non ha per nulla risposto a questa aggressione contro la Siria. Normale per un governo venduto e vassallo, il primo a rompere le relazioni diplomatiche con la Siria, mentre la Tunisia ospitava il primo congresso dei traditori e mercenari siriani.
Il silenzio del governo dei vassalli tunisini è così insopportabile che anche il serissimo sito Kapitalis ha dovuto reagire in modo insolito: “Né Moncef Marzuqi, primo responsabile della diplomazia tunisina, né Ali Larayedh, da cui dipende il ministero degli Esteri, né ancora il ministro responsabile di questo reparto, il cosiddetto diplomatico Othman Jarandi, si sono sentiti in obbligo di pubblicare una dichiarazione, anche concisa, di condanna, accennata e pro forma, dell’attacco dell’aviazione militare israeliana contro il Centro di Ricerca Scientifica Jamraya a Damasco, nella notte tra sabato e domenica… Marzuqi e Larayedh attendono istruzioni dall’emiro del Qatar e dal suo ministro degli esteri, per sapere che posizione prendere?” Ci rassicurano i nostri colleghi di Kapitalis, secondo cui  il governo usurpatore e venduto di Tunisi, alla fine rilascerà una dichiarazione che condanna l’aggressione israeliana, come del resto l’emirato del Qatar, per anestetizzare la piazza araba.  Mentre il governo degli Stati Uniti ha già giustificato l’aggressione israeliana nella sua solita formula: “Israele ha il diritto di difendersi dagli Stati che minacciano la sua sicurezza“!
Dalla “rivoluzione dei gelsomini”, che ha annunciato la “primavera araba”, gli israeliani avevano scelto il loro campo, i “democratici” contro la “dittatura”, i “diritti umani” contro la “tirannia”. In modo che le persone non capiscano niente, la propaganda cristiano-sionista ha convinto il pubblico arabo che Ben Ali, Mubaraq e Gheddafi fossero “agenti dell’America” e del “Mossad”, attribuendo il proprio tradimento e il proprio servilismo imperialista-sionista ai loro avversari politici. Con l’aiuto dei cyber-collaborazionisti, era stato detto che Ben Ali e Mubaraq avevano sparato sui manifestanti con proiettili dell’esercito israeliano, che ufficiali dell’esercito israeliano assistevano e consigliavano l’esercito di Gheddafi contro i mercenari di Bengasi…
Dalla “rivoluzione dei gelsomini” nel gennaio 2011, tutto era chiaro, tuttavia, per coloro che hanno una minima esperienza politica e conoscenza della geopolitica. Le cose diventano ancora più chiare quando il numero tre di al-Qaida, Abdelhakim Belhadj, e il numero uno del sionismo francese, Bernard-Henri Levy, erano mano nella mano nella distruzione della Libia. La stessa coppia incestuosa ha continuato la sua macabra crociata contro la Siria, sperando di finire lo sporco lavoro il più rapidamente possibile, per poi dedicarsi all’Algeria. Ma la Siria, governanti e governati, resiste. Ed è a causa della resistenza di questa grande Nazione che subito Israele è passato dal soft power alla forza bruta… svelando l’alleanza islamico-sionista.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Verso una guerra totale a Gaza

La linea rossa che Israele ha sfacciatamente attraversato
Dr. Ismail Salami, Global Research, 17 novembre 2012

Rapporti indicano che Israele starebbe ponendo le basi per una vera e propria guerra a Gaza. Secondo i media israeliani, 16.000 riservisti sono stati informati di una vera e propria guerra nella Striscia di Gaza, mentre il ministro della difesa israeliano Ehud Barak ha ordinato di richiamare altri 75.000 riservisti. Vi sono anche rapporti che indicano che le unità di paracadutisti israeliani e la brigata d’élite Givati si radunano presso la Striscia di Gaza. Fonti israeliane hanno confermato che dei missili palestinesi hanno colpito diversi quartieri di Tel Aviv e che lo scudo antimissile Iron Dome, che è stato pensato per essere orgogliosamente impenetrabile, ha intercettato solo un quinto dei razzi lanciati contro Israele dalla Striscia di Gaza, mentre i media israeliani avevano in precedenza riferito che l’Iron Dome era incredibilmente avanzato e che avrebbe intercettato il 100 per cento dei missili lanciati. Il Secondo Canale di Israele ha detto che solo 210 missili, su un totale di 650 sparati da Gaza, sono stati intercettati dallo scudo antimissile israeliano Iron Dome.
Solo venerdì mattina, aerei da guerra israeliani hanno condotto altri raid sulla Striscia di Gaza, tra colpendo parecchie volte Gaza City. “Ci sono stati 130 attacchi durante la notte, fino ad ora“, ha detto il portavoce del ministero dell’Interno di Hamas, Islam Shahwan, all’AFP. Secondo i media israeliani, Israele ha colpito la Striscia di Gaza assediata circa 830 volte, finora. Harry Fear, un attivista e regista, racconta a PressTV ciò che ha visto a Gaza, “Quello che sta accadendo nella Striscia di Gaza è ciò che i palestinesi chiamano un massacro. Vediamo l’uccisione di donne in gravidanza, anziani e bambini. E’ una situazione molto, molto grave qui a Gaza, con praticamente ogni parte della Striscia di Gaza colpita dagli attacchi aerei o dai bombardamenti navali israeliani. Vediamo ammassare carri armati al confine.”
Gli attacchi israeliani sulla Striscia di Gaza hanno provocato l’ira del mondo musulmano. Israele è in un vicolo cieco. Grazie agli sviluppi nella regione, le equazioni politiche sono diventate drasticamente negative per Israele. Non vi è più il regime supportato dagli USA del dittatore Hosni Mubaraq, che ha aiutato finanziariamente e militarmente il regime sionista nel corso degli ultimi decenni. Il presidente egiziano Mohamed Morsi ha richiamato il suo ambasciatore da Israele e ha rimproverato gli attacchi israeliani come una “palese aggressione contro l’umanità.” “L’Egitto non lascerà sola Gaza… Quello che sta accadendo è una palese aggressione contro l’umanità”, ha detto dopo la preghiera del venerdì in una moschea del Cairo. “Io dico loro, in nome di tutto il popolo egiziano, che l’Egitto di oggi non è l’Egitto di ieri e che gli arabi di oggi sono diversi da quelli di ieri“, ha osservato Morsi. Il primo ministro egiziano Hisham Qandil dice che il suo paese “farà di tutto” per porre fine alla nuova ondata di attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza assediata. “L’Egitto farà di tutto per fermare l’aggressione e raggiungere una tregua duratura. Saremo con i palestinesi fino alla loro indipendenza… Questo è l’unico modo per dare stabilità alla regione“, avrebbe detto Qandil secondo Xinhua. Da parte sua, l’Iran ha anch’esso denunciato le atrocità del regime israeliano contro i palestinesi. Il Ministro degli Esteri iraniano Alì Akbar Salehi ha espresso il sostegno morale e politico dell’Iran alla Palestina. Abbastanza sorprendentemente, il primo ministro e ministro degli esteri del Qatar Sheikh Hamad bin Jassim bin Jabir al-Thani ha espresso l’ira della sua nazione e ha detto, “Condanno nel nome del Qatar… Il grave crimine non deve restare impunito. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU deve assumersi le proprie responsabilità nel preservare la pace e la sicurezza nel mondo.”
Alcuni esperti e leader mondiali ritengono che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu stia perpetrando un genocidio come slancio pre-elettorale. Per esempio, il primo ministro turco Tayyip Erdogan ha detto: “Prima delle elezioni, costoro (Israele) sparano su persone innocenti a Gaza per motivi da loro fabbricati. Le potenze mondiali dominanti la stanno ora facendo pagare al popolo e ai combattenti di Gaza, e la Repubblica di Turchia sarà con i nostri fratelli di Gaza e la loro giusta causa.” Vi è infatti qualche consolazione nel sentire queste parole, soprattutto da Turchia e Qatar. Ma le parole non sono bastano e difficilmente aiuteranno la popolazione di Gaza che si trova in immediato pericolo di vita. Invece del sostegno verbale, devono aiutare finanziariamente e militarmente gli abitanti di Gaza, fornirgli armi e artiglierie (come fanno con i ribelli in Siria). Quando si tratta di Siria, insistono di avere buone intenzioni nell’armare i ribelli e che difendono una causa giusta. Che lo facciano con il popolo di Gaza e dimostrino che le loro buone intenzioni non sono solo riservate ad un gruppo, ma anche a un altro. Inoltre, proteste popolari contro l’attacco israeliano contro Gaza sono scoppiate in tutto il mondo musulmano, con molti slogan di “morte a Israele“.
Lo spettacolo universale della solidarietà nel mondo musulmano con il popolo di Gaza è un buon segno che all’entità sionista non sarà consentito intraprendere un qualsiasi cruento e diabolico avventurismo, e che c’è una linea rossa che ha attraversato così sfacciatamente. Ogni morte a Gaza non è solo la perdita di una vita umana, ma la graduale scomparsa della coscienza collettiva, che è così dolorosamente silenziosa verso le sofferenze di una nazione oppressa e la tirannia indicibile di un regime colonizzatore omicida. Vi è un notevole grado di verità nell’adagio secondo cui il silenzio di fronte alla tirannia è complicità con la tirannia stessa.

Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

LA GUERRA IN IRAN: l’invio di migliaia di soldati degli Stati Uniti in Israele, l’integrazione delle strutture di comando israelo-statunitensi

Michel Chossudovsky Global Research, 4 gennaio, 2012 

La Repubblica islamica dell’Iran è stata minacciata di azioni militari dagli Stati Uniti e dai loro alleati, negli ultimi otto anni. L’Iran ha eseguito esercitazioni belliche nel Golfo Persico. La Marina degli Stati Uniti vi si  è schierata. Le esercitazioni navali dell’Iran, iniziate il 24 dicembre, sono stati condotti in una zona pattugliata dalla quinta flotta statunitense, con sede in Bahrain.
Nel frattempo, un nuovo round di sanzioni economiche contro la Repubblica Islamica dell’Iran viene scatenato, in gran parte rivolte contro la Banca centrale dell’Iran, portando ad un drammatico crollo della valuta iraniana. Reagendo alle minacce degli Stati Uniti, l’Iran ha dichiarato che avrebbe preso in considerazione il blocco del traffico di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz:
Circa il 40 per cento delle petroliere di tutto il mondo transitano quotidianamente per lo stretto, trasportando 15,5 milioni di barili di greggio da Arabia, Iraq, Iran, Kuwait, Bahrein, Qatar e Emirati Arabi Emirati, portando l’ Energy Information Administration degli Stati Uniti a etichettare lo Stretto di Hormuz “il passaggio del petrolio più importante del mondo.” (John CK Daly, War Imminent in Strait of Hormuz? $200 a Barrel Oil?, Global Research, 3 gennaio 2012)

La globalizzazione della guerra e la fine della Repubblica americana
C’è un rapporto simbiotico tra guerra e crisi economica. La pianificazione della guerra all’Iran è al crocevia della depressione economica mondiale, che contribuisce ad allargare le disuguaglianze sociali, la disoccupazione di massa e l’impoverimento di ampie fasce della popolazione mondiale. La frantumazione dei movimenti sociali sul fronte interno – comprese tutte le forme di resistenza al programma militare statunitense e alle sue politiche economiche neoliberiste – è parte integrante del ruolo egemonico mondiale degli Stati Uniti.
Il governo costituzionale, agli occhi dell’amministrazione Obama, rappresenta uno ostacolo alla “Globalizzazione della guerra“? La storia ci dice che un Impero non può essere costruito sulle fondamenta politiche di una Repubblica.
A questo proposito, non dovrebbe essere una sorpresa che il nuovo regime di sanzioni all’Iran, adottate dal Congresso degli Stati Uniti, è diventato legge la notte di Capodanno, 31 dicembre, lo stesso giorno in cui Obama ha firmato il National Defense Authorization Act (NDAA 2012), che sospende le libertà civili e consente la “detenzione a tempo indeterminato degli americani”. (Vedi Michel Chossudovsky, The Inauguration of Police State USA 2012. Obama Signs the “National Defense Authorization Act“, Global Research, 1 gennaio 2012)
L’amministrazione Obama è intenta a schiacciare sia il dissenso sociale che le proteste contro la guerra. La Repubblica americana è incompatibile con la “lunga guerra” dell’America. Ciò che serve è l’instaurazione di una “dittatura democratica“, una governo di fatto dei militare sotto panni civili.

Migliaia di soldati in Israele
Avanzati preparativi di guerra sono in corso. Appena menzionate dai media occidentali, anche se confermato da notizie di stampa israeliana, il Pentagono si prepara a inviare migliaia di soldati statunitensi in Israele. Nel contesto dei preparativi di guerra in corso, queste truppe dovrebbero partecipare a manovre militari congiunte USA-Israele nella primavera del 2012, descritte dal Jerusalem Post come “la più grande in assoluto esercitazione di difesa missilistica nella storia [di Israele]“. 
La scorsa settimana [11-18 dicembre], il tenente-Gen. Frank Gorenc, comandante della Terza Forza Aerea degli Stati Uniti con sede in Germania, ha visitato Israele per finalizzare i piani per le prossime esercitazioni, in cui ci si aspetta di vedere il dispiegamento di diverse migliaia di soldati statunitensi in Israele. (US commander visits Israel to finalize missile… Jerusalem Post 21 dicembre 2011)
Questi giochi di guerra coinvolgono il collaudo del sistema di difesa aerea di Israele, che ora è completamente integrato nel sistema di rilevamento missilistico globale degli Stati Uniti, dopo l’installazione (dicembre 2008) di un nuovo sofisticato sistema radar di allarme precoce, in banda X . (Vedi Defense.gov, 30 dicembre 2011. Vedi anche Sen. Joseph Azzolina, Protecting Israel from Iran’s missiles, Bayshore News, 26 Dicembre 2008).
Il sistema di rilevazione globale missilistico degli Stati Uniti include satelliti, navi Aegis nel Mediterraneo, Golfo Persico e Mar Rosso, così come radar e intercettori Patriot sulla terraferma. Nel contesto della pianificazione delle esercitazioni Stati Uniti-Israele di primavera:
“Gli Stati Uniti porteranno in Israele anche il loro THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) e i sistemi di difesa missilistica balistici navali Aegis, per simulare l’intercettazione di salve di missili contro Israele. I sistemi statunitensi lavoreranno in collaborazione con i sistemi missilistici di difesa di Israele – Arrow, Patriot e Iron Dome.
Gorenc came to Israel for talks with Brig.-Gen. Gorenc era giunto in Israele per colloqui con il Brig.-Gen. Doron Gavish, comandante della Divisione Difesa Aerea dell’Aviazione. Ha visitato una delle batterie di Iron Dome nel sud e il laboratorio di prova d’Israele di Holon, dove la IAF conduce le sue esercitazioni per la simulazione delle intercettazioni. L’IAF ha in programma di implementare una quarta batteria del sistema anti-razzi Iron Dome nei prossimi mesi, e sta rimuginando sulla possibilità di stazionarla ad Haifa per proteggere le raffinerie di petrolio che vi si trovano. Il ministero della difesa ha stanziato un budget per la produzione di ulteriori tre batterie Iron Dome entro la fine del 2012. I requisiti operativi della IAF richiedono il dispiegamento di circa una dozzina di batterie lungo i confini nord e sud di Israele.
L’IAF porta avanti anche il progetto di dispiegare il sistema di difesa anti-missili David Sling della Rafael, che è progettato per difendersi dai missili a medio raggio e dai missili da crociera. La  Rafael ha recentemente completato con successo una serie di prove di navigazione e volo dell’intercettore David Sling, e si prevede di attuare il primo test di intercettazione da metà del 2012. (US commander visits Israel to finalize missile… Jerusalem Post, 21 dicembre 2011)

Integrati le strutture di comando USA-NATO-Israele
In virtù di queste esercitazioni congiunte USA-Israele, vi sono indicazioni che gli Stati Uniti hanno anche in programma di aumentare il numero delle truppe statunitensi di stanza in Israele. Inoltre, queste esercitazioni militari in programma per la prossima primavera, sono accompagnate da un cambiamento fondamentale delle strutture di comando USA-NATO-Israele. Ciò che sta accadendo ora su ordine di Washington è l’integrazione delle strutture di comando militare di Stati Uniti e Israele.
Washington non è un partner riluttante, come alcuni osservatori hanno suggerito, “con l’amministrazione Obama che cerca di prendere le distanze” da una guerra israeliana promosso contro l’Iran. Tutto il contrario! Data l’integrazione del sistema di difesa aerea di Israele con quella degli Stati Uniti, Israele non può, in nessun caso, iniziare una guerra contro l’Iran senza gli Stati Uniti. Inoltre, dalla metà del 2005, dopo la firma di un protocollo tra la NATO e Tel Aviv, Israele è divenuto membro di fatto della Alleanza Atlantica.
Il previsto insediamento di truppe statunitensi in Israele, è parte integrante di una guerra sponsorizzata dagli USA. Nel contesto delle esercitazioni della primavera 2012, i militari degli Stati Uniti creeranno centri di comando in Israele. A sua volta, le  IDF di Israele creeranno centri di comando presso la sede del Comando Europeo (EUCOM) degli Stati Uniti, a Stoccarda, in Germania. (Ibid). L’obiettivo finale di questi centri di comando è quello di stabilire “una joint task force [USA-Israele] in caso di un conflitto su larga scala in Medio Oriente” (Ibid). In altre parole, questi gruppi operativi saranno coinvolti nella pianificazione del dispiegamento di truppe e sistemi d’arma contro l’Iran, con Israele che gioca un ruolo importante come piattaforma di lancio per un’azione militare. Questi sviluppi suggeriscono che la guerra contro l’Iran – che è stato nei piani del Pentagono dal 2003 – vedrà la partecipazione diretta di Israele sotto un comando unificato militare statunitense.
Il popolo di Israele è vittime muta dell’agenda militare globale degli Stati Uniti e dei piani di guerra del proprio governo contro l’Iran. Sono portati a credere che l’Iran possieda armi nucleari, quando in realtà Israele possiede un arsenale nucleare avanzato, che è diretto contro l’Iran. Il popolo di Israele così come l’opinione pubblica occidentale, più in generale, sono anche portati a credere che il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad voglia “cancellare Israele dalla carta geografica“, quando in realtà questa dichiarazione è stata architettata dai media occidentali, come mezzo per demonizzare il capo di stato iraniano, oltre a presentare l’Iran come una minaccia per la sicurezza di Israele:
In tutto il mondo, una voce  pericolosa si è diffusa e che potrebbe avere conseguenze catastrofiche. Secondo la leggenda, il presidente iraniano ha minacciato di distruggere Israele o, per citare una citazione non appropriata: “Israele deve essere cancellato dalla carta geografica”. Contrariamente alla convinzione popolare , questa affermazione non è mai stata fatta.” (Vedi Arash Norouzi, Israel: “Wiped off The Map”. The Rumor of the Century, Fabricated by the US Media to Justify An All out War on Iran, Global Research, 20 gennaio 2007)
Chi vuole “cancellare Israele dalla carta geografica“? Tehran or Washington? Teheran o Washington? Ahmadinejad o Obama? In realtà, l’amministrazione Obama e il governo Netanyahu costituiscono indelebilmente una minaccia per il popolo d’Israele. Teheran ha avvertito che dal 2005 farà ritorsioni in caso di attacco, sotto forma di missili balistici diretti contro Israele e contro strutture militari statunitensi nel Golfo Persico, il che ci porterebbe immediatamente a uno scenario da escalation militare.
Questa guerra inghiottirebbe una regione che si estende dal Mediterraneo al cuore dell’Asia centrale. Avrebbe conseguenze devastanti, con conseguente massicce perdite di vite umane. Farebbe precipitare l’umanità in uno scenario da Terza Guerra Mondiale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Algeria, o perfino Egitto, in mancanza della Siria?

Geostrategie 17 novembre 2011

D. – Insomma, prima di questa intervista, mi avete detto di essere preoccupato per l’Algeria …
Jacques Borde – Sì, certo. Ciò che cosa mi allarma è l’interesse malsano – sul piano della geopolitica, intendo dire – che improvvisamente punta all’Algeria …

D – Che cosa volete dire con questo?
Jacques Borde – Bisogna leggere sempre le notizie che i nostri stimati colleghi pubblicano sull’altro lato del Mediterraneo. Comprese, quelle che possono, a prima vista, sembrarci le più insignificanti. Diverse ragioni per questo. Primo, come dicono i tedeschi, perché spesso “il diavolo è nei dettagli“. In secondo luogo, con tutti i difetti da trovare nei nostri amici algerini (chi non ne ha), l’osservatore più schizzinoso riconosce la serietà e alla professionalità dei loro giornalisti e della loro stampa. Tutto questo per dire – che senza leggere la stampa scandalistica (scusate la tautologia) francese, di mattina o di sera – mi è sempre piaciuto leggere i nostri compagni algerini. C’è sempre da imparare qualcosa.
Lì, leggendo Liberté, ho imparato che “la libertà di culto in Algeria” è la massima preoccupazione per gli inglesi! E, non meno, la situazione della comunità cristiana era ancora sul menu delle interrogazioni orali alla Camera dei Comuni, l’8 novembre 2011.
Gregory Campbell, deputato, non ridete, del Partito democratico unionista dell’Irlanda del Nord, ha chiesto al ministro degli esteri, Alistair Burt, del destino della comunità protestante in Algeria! E perché quest’emozione di Mr. Campbell? Poiché, il 26 ottobre 2011, Burt ha ricevuto una delegazione della Chiesa protestante d’Algeria, è venuta a lamentarsi delle restrizioni cui sarebbe costretta la pratica della sua religione. Grosso problema!

D – E, in termini assoluti, vi allarmate perciò?
Jacques Borde – Mi scusi! Ma un unionista che si preoccupa per la libertà religiosa, mi ricorda un ex-tenore del NSDAP di Hitler offeso, nel 1948, dalle scritte antisemite! Unionisti? Stiamo parlando degli stessi orangisti che per secoli opprimono, occupano, saccheggiano e ricattano l’Irlanda del Nord? Stiamo parlando di Irlanda, dove le milizie massoni unioniste hanno assassinato, torturato e mutilato –  negli anni ’60, i figli di cattolici macellati, vivi, con un’ascia, su tavoli da cucina – migliaia di irlandesi, solo perché erano cattolici? E non parliamo delle uccisioni di massa e della pulizia etnica condotte dalla Corona britannica per NOVE secoli (1) in Irlanda! E improvvisamente – come un bisogno improvviso di alleviare la vescica, il signor Campbell – si preoccupa dei protestanti algerini, al punto di fare un’interrogazione orale alla Camera dei Comuni? Curioso, no?

D – Secondo  voi, ciò cosa nasconde?
Jacques Borde – Oh! Chiaramente, delle persone sono malintenzionate a Londra – così, anche a Washington – l’intenzione di far pagare ad Algeri la sua posizione misurata, e in accordo con quelle dell’Unione Africana, sulla guerra di Libia. E, si sa, ovviamente, il detto popolare: “Chi vuole annegare il suo cane, l’accusa di rabbia!“.
La “rabbia” (sic) in questa faccenda oscura, sarebbe il destino di alcuni eretici algerini! Curioso comunque? L’eccitazione, improvvisa, di questo edile unionista mi sarebbe parso più sincero se, come cittadino di Calais, si fosse recato a Derry per chiedere perdono per i secoli (2) di macelleria imposti all’Irlanda e agli irlandesi veri. Lì, mi dispiace, il suo approccio ha il dubbio profumo dell’ordine di servizio. Un ruolo spesso svolto dai politici unionisti nella Camera dei Comuni. È necessario che queste persone servano a qualcosa di tanto in tanto, giusto?

D – Lei parla di VERI irlandesi, cosa vuol dire?
Jacques Borde – non conosco la biografia di Mr. Campbell. Non importa, del resto. Tuttavia, è importante per noi, però, sapere che i cosiddetti, generalmente, unionisti o, comunitariamente, i protestanti in Irlanda del Nord, non sono più irlandesi di quanto io sia montenegrino! Nella maggior parte dei casi, questi coloni battisti, diremmo oggi, spesso scozzesi, furono trapiantati nel corso dei secoli dal potere britannico. Spesso volentieri, ma anche con la forza, nell’Irlanda occupata dove la terra, confiscato dal ferro e dal sangue agli irlandesi di nascita, gli venne consegnata (3).
Sono, comunque, sorpreso – se non disgustato – dagli insegnamenti morali che ci prodigano con la sua arroganza e presunzione, la Londra del buon governo, mentre la monarchia anacronistica continua a sfruttare l’odio settario, dopo quasi un millennio di orrore e di abiezione, su una terra che non è sua: l’Irlanda del Nord. Ciò è tanto più particolarmente doloroso poiché, d’altra parte, il Regno (mediamente)  Unito riusci a far convivere in armonia decine di popoli, una volta ostili, Normanni, Gallesi, Angli, Sassoni, Cambri, Scozzesi, Pitti e così via. Che, naturalmente, come i citati  montenegrini, hanno la mia simpatia.
Si noti che in materia di culto (sic), stranamente, bisognerà attendere il 2011 perché i cosiddetti Windsor acconsentano che una sposa cattolica abbia gli stessi diritti di un’anglicana…

D – Qual’è il rapporto con l’oggi?
Jacques Borde – Il fatto che i circoli dominanti inglesi – sia per i loro interessi o ad usum Americani – sono esperti negli sporchi trucchi delle manipolazioni su base settaria. A connotazione religiosa, voglio dire. E sempre a senso unico, quegli degli interessi della finanza anglosassone. Che sia la City o Wall Street.
Trovo molto sospetta questa passione di Londra per una manciata di protestanti in Algeria. Soprattutto all’ombra del ruolo di Londra (e Parigi) nella creazione di una forza settaria a Tripoli – i famosi jihadisti sul mercato da tempo, un puro caso, naturalmente, replicato nel Londonistan, sotto la protezione dell’intelligence britannica – e le manovre folli per abbattere Damasco e Beirut, le sole capitali realmente pluraliste del Levante arabo, nella stessa borsa dell’estremismo religioso al soldo della talassocrazia statunitense.
Pronto a mettere in discussione il futuro incerto delle minoranze, lodevole sentimento con cui il signor Campbell si preoccupa, piuttosto di quello di alawiti, sciiti, turcomanni, armeni e altri cristiani d’Oriente, collegato o meno con Roma, da cui abbastanza semplice intuire che nel Califfato settario di Damasco non avranno altra scelta, come i Nabatei dell’Iraq, che tra la valigia o la bara. E lì, riguardo la Siria, parlo dal 25% al 30% della popolazione del paese! Per non parlare di tutti i sunniti acquisiti al Baath, che passeranno nella stessa padella.
Ma infine, strappare i cristiani (non-protestanti) dalla terra dei loro padri, non è – da qualche parte – ciò che è stato tentato da generazioni di unionisti in Irlanda (e Scozia)?

D – una iniziativa isolata, forse?
Jacques Borde – Credete? Non così isolata, in effetti. Infatti, abbiamo appreso dal Matin di Algeri (4), che la Freedom House, una ONG statunitense, ha invitato l’Algeria a prendere misure per l’organizzazione di “elezioni libere e trasparenti“, come quella di Debeuliou Bush con i borghi putridi della Florida, credo! E ha chiesto al governo di consentire al Parlamento di “controllare davvero l’esecutivo” e “una giustizia più libera“.

D – E non pensate che l’Algeria debba riformarsi un po’?
Jacques Borde – Senza dubbio. Ma ciò di cui l’Algeria ha, soprattutto, bisogno è essere lasciata sola e continuare a guarire dalle ferite della guerra civile, che non bisogna riaprire. Sotto qualsiasi forma …
Come mi ha insegnato Michel Jobert, l’Occidente – e in particolare, la Francia – ha con questo paese dei rapporti meno appassionati e passionali. Cerchiamo di fare come lui – Jobert (e Pompidou) dixit – “Più indifferenza“. E in questo caso, cerchiamo di essere chiari: lasciamolo in pace! Il popolo algerino è adulto, giusto?
Sapete, ho spesso criticato Algeri, nel momento in cui l’intera intellighenzia salottiere le serviva la zuppa nel momento in cui i jihadisti non erano del tutto sul mercato. Quindi non ho lezioni da imparare in questo campo. Da allora, l’Algeria ha scelto la via, non facile, della pace civile? Non è facile ogni giorno! Dobbiamo esserle grati  e sostenerla, piuttosto che versare l’olio su un incendio appena spento. “Più indifferenza“, vi dico!

D – Chi vedete come personalità interessante ad Algeri?
Jacques Borde – io non pretendo di concedere brevetti – di che poi? – A chicchessia. Ma al di là dei confini dell’Algeria, ho grande rispetto per il presidente Ben Bella, che ho incontrato. E in Algeria ho una grande ammirazione per Louisa Hanoune.

D – Ma la situazione in Algeria non vi allarma?
Jacques Borde – No. Perché non vedo alcun motivo di allarme grave. Ma credetemi, ci saranno se gli apprendisti stregoni occidentali s’immischieranno.  Per favore, lasciate gli algerini occuparsi degli affari dell’Algeria. Eurolandiani e statunitensi – per dire i popoli d’Europa e del Nord America, che hanno poche responsabilità, oltre alle elezioni, per ciò che accade – hanno fatto abbastanza danni e farebbero meglio a calmarsi …
Da parte loro, gli algerini non sono rimasti inerti. Hanno appena avviato, ad Algeri, il lavoro del Forum globale contro il terrorismo (FGCT) sul Sahel, co-presieduto dal Canada e dall’Algeria. Lo scopo dichiarato è rafforzare la capacità di lotta contro il terrorismo nella regione. La “cooperazione internazionale” sarebbe, secondo il Gruppo di Lavoro, “una risorsa per contrastare il terrorismo“. Un’iniziativa che ha dovuto salutare il coordinatore dell’antiterrorismo del Dipartimento di Stato USA, Daniel Benjamin.
Inoltre, il presidente algerino, Abdelaziz Bouteflika, e il Presidente del CNT, Moustapha Abdeljalil, si sono riunito due volte ieri a Doha (Qatar) in presenza dell’emiro Hamad bin Khalifa al-Thani.  Questo è stato il primo incontro tra i due uomini. Nessuna informazione sulla riunione è filtrata. E il presidente Bouteflika ha anche fatto tutto il possibile per ottenere un ritorno, negoziato, del fondatore della ex-FIS, Abassi Madani, stanco del suo esilio dorato in Qatar.

D – La tensione, dunque, sfocia nella valvola siriana?
Jacques Borde – Sì, certo. Ma anche l’Egitto dovrebbe preoccuparci.

D – Perché?
Jacques Borde – Perché la situazione al Cairo sta iniziando a causare reazioni a Tel Aviv, semplicemente. Tuttavia, finora, gli israeliani non s’erano allarmati per la primavera araba e le loro conseguenze. La, incominciano ad aggrottare le sopracciglia. Dal momento che sono in prima linea, e hanno una buona conoscenza dei loro vicini egiziani, ciò diventa problematico.

D – Chi si agita?
Jacques Borde – Un laburista eletto in particolare. Il Generale (CR) Binyamin Fouad Ben-Eliezer, come ci informa JSSNews, oltre ad essere un leader militare del paese, “aveva un posto speciale nei rapporti tra Egitto e Israele, durante il regno di Hosni Mubarak. Ben-Eliezer è sempre stato calorosamente ricevuto al Cairo, con onori e un trattamento speciale. E la sua capacità di conversare in arabo, senza accento, senza dubbio ha contribuito a sviluppare questo rapporto con il leader arabo decaduto“. Ma uno dei suoi assistenti, contattato da JSSNews, ha detto che Ben-Eliezer “monitora attentamente la situazione, ha tonnellate di informazioni e di amici che vivono in Egitto, e che forniscono informazioni di cui non si sente parlare in Occidente.” Secondo la fonte di JSSNews, “il deputato suggerisce, oggi, alla nazione di Israele, di prepararsi a un conflitto“.
Siamo nel mezzo di una tempesta o un terremoto“, ha detto Ben-Eliezer ai suoi colleghi della commissione Difesa della Knesset. “Non vedo placarsi questo terremoto. In un futuro molto prossimo, ci saranno le elezioni in Egitto. Per la prima volta nella storia, i Fratelli Musulmani si riprenderanno almeno un terzo dei seggi in parlamento. Invece del nazionalismo, avremo l’islamismo“.

D – La situazione è così grave?
Jacques Borde – Difficile da dire. Ovviamente, il punto di vista di Ben-Eliezer è una visione al 100% Israelo-centrico. Ma dovrebbe essere trascurato, perciò, giusto?
Tanto più che Ben-Eliezer ha detto, anche l’ovvio. Partendo dal fatto che nessuno può prevedere il prossimo governo, e il futuro politico del Cairo. “Dobbiamo capire“, ha detto Ben-Eliezer, “che è possibile che ci troveremo nel mezzo di un confronto militare con l’Egitto. Abbiamo già un problema con il Sinai, che è diventato un trampolino di lancio per il terrorismo. A differenza di Gaza, qui non abbiamo libertà di agire, militarmente parlando, come ci auguriamo, questo deve essere preso in considerazione.”

D – Non credete che Ben-Eliezer offusca il quadro di proposito?
Jacques Borde – Lo vorrei. Ma perché? Ben-Eliezer è, senza dubbio, uno degli israeliani più impegnati allo status quo con l’Egitto e alle buone relazioni con il vicino egiziano. Perché colga l’occasione al volo, così, deve scorgere i più significativi cambiamenti egiziani e regionali.
Anche in questo caso, è chiaro che il dilettantismo degli occidentali – e, prima di tutto, degli statunitensi – ha fatto sì che nel Levante arabo si aprisse un vaso di Pandora di cui si ignorano del tutto i contenuti. E’ anche quello che ci dice, a malincuore, l’ex generale Binyamin  Fouad Ben-Eliezer! Israele non trova più affidabile l’Egitto. Se è così, non è lo sconvolgimento maggiore della situazione in Medio Oriente! ….

D – Quali sarebbero le conseguenze?
Jacques Borde – Dobbiamo essere chiari e precisi. Il fronte sud, l’Egitto, non è Hezbollah. Se ci sarà una guerra, abbastanza presto, non sarà asimmetrica. O non abbastanza. Così gli israeliani, non ne dubitate, vinceranno. Migliori blindati, migliori aerei, droni migliori, piloti migliori, una migliore intelligence, ecc. È, per così dire, regolato in anticipo! Dunque, infine, lo status quo regionale! Che è stata tanto vantaggioso per  il Cairo che non per Tel Aviv dal 1973. L’Egitto ne uscirebbe definitivamente indebolito. E dovrà mangiare ancora di più dalle mani degli americani! Per quanto riguarda gli israeliani – cosa che dovrebbe motivare le reali preoccupazioni di Fouad Ben-Eliezer – si troveranno con una fonte di instabilità alle loro porte meridionali. Ma che giustificherà il ruolo di portaerei che gli fa giocare Washington dagli anni ’70.
Come nel 2006 (5), dove – cito il n° 2 e (reale) padre degli SR di Hezbollah, lo sceicco Na’im Qassem – “La decisione della guerra era americana, e l’esecuzione era israeliana, (…) Israele è stato portato alla guerra dalle pressioni americane” (6) – indovinate chi sarà il vincitore geopolitico di questo pasticcio?  Gli americani, come sempre …

Note
[1] 842 anni precisamente.
[2] Iniziata nel 1169, per essere precisi.
[3] La vecchia abitudine della Corona a rubare terreni. Così, il XVI secolo vide la creazione delle “piantagioni d’Irlanda” delle terre confiscate ai proprietari irlandesi e distribuite ai coloni inglesi.
[4] Le Matin (14 novembre 2011).
[5] La Guerra del Libano.
[6] Hezbollah, la voie, l’expérience, l’avenir, sceicco Na’im Qassem, Albouraq, 2008.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Primavera di al-Qaida

De Defensa, 30 Agosto 2011

Possiamo divagare all’infinito sul destino della “primavera araba” … del fallimento o del successo, “primavera araba” compromessa e spenta o, al contrario, sempre attiva e pronta a divampare di nuovo, ecc. Al contrario, alcune gravi verità cominciano ad emergere, e sono l’effetto diretto di questa “primavera araba“.
Questo è il caso di Michael Scheuer, che ha presentato le sue opinioni sulla situazione creata dalla “primavera araba“, al Festival Internazionale del Libro di Edimburgo (sul Guardian del 29 agosto 2011). Scheuer è l’ex capo dell’unità della CIA responsabile della “caccia a Bin Ladin” (1996-1999) e consigliere del suo successore fino al 2004. Attualmente insegna questioni di sicurezza internazionale alla Georgetown University di Washington.
La Primavera araba ha “deliziato al-Qaida” e ha causato “un disastro dell’intelligence” degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, ha avvertito l’ex capo dell’unità della CIA incaricata della caccia a Usama bin Ladin. Parlando al Festival Internazionale del Libro di Edimburgo, Michael Scheuer, ha dichiarato: “l’aiuto che ricevevamo dal servizio d’intelligence egiziano, meno dai tunisini, ma certamente da libici e libanesi, si è prosciugato – a causa del risentimento verso i nostri governi che pugnalano alle spalle i loro leader politici, o perché chi ha lavorato per i servizi è preso dalla paura di essere incarcerato o peggio. La quantità di lavoro svolto dai servizi statunitensi e britannici è enorme, e il risultato è la cecità della nostra capacità di osservare cosa sta succedendo tra gli islamisti.” La primavera araba è un disastro dell’intelligence per i servizi degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e degli altri europei”. [Scheuer] ha detto: “Il programma di consegna deve essere ripreso, le persone in stato di detenzione che abbiamo da molto tempo, sono pronte a parlare, in termini di informazioni che possono fornire negli interrogatori. La primavera araba è stata un disastro per noi in termini di raccolta di intelligence, e ora siamo ciechi a causa sia della primavera araba, sia perché non c’è niente con cui sostituire il programma di consegna.”
Scheuer può essere preso per una buona fonte ben informata sulle questioni che preoccupano i servizi di intelligence, soprattutto la CIA. D’altra parte, quello che dice di ciò che era la collaborazione tra i servizi segreti del blocco BAO, ma in particolare quegli degli Stati Uniti, con i paesi arabi come l’Egitto e la Libia … (quella del colonnello Gheddafi, ovviamente), è senza dubbio un quadro preciso di una realtà ormai sparita. E vediamo che il problema, quando non è strutturale (come nel caso della Libia, in pieno caos), diventa una questione di fiducia da parte dei paesi arabi nei confronti dei loro interlocutori americanisti-occidentalisti, soprattutto a causa di politiche estremamente mutevoli, o influenzate da nozioni di pubbliche relazioni, dall’aspetto umanitario, ecc., e dalle direzioni politiche di questi paesi. Gli ufficiali e funzionari dei servizi segreti dei paesi arabi in questione, non vogliono  rischiare una collaborazione, dove possono giustamente chiedersi se essa non le verrà addebitata, in una circostanza o in un altra, a seconda delle variazioni delle politiche occidentali e secondo le alterne vicende della situazione politica nei loro paesi.
Il problema non è realmente questo o quel problema specifico, che sia o no quella di al-Qaida, se al-Qaida esista ancora o no, ma il problema più generale del riorientamento completo dei servizi segreti del blocco BAO, principalmente americanisti, a partire dal 2001. Riorientandosi pesantemente sul terrorismo di matrice islamista, per controllare efficacemente le politiche massimaliste  delle direzioni politiche dal 2001, questi servizi erano strettamente collegati con i rispettivi servizi arabi, perché non hanno la capacità culturale, né la tradizione, né una consolidata rete per compiere un efficace lavoro di intelligence, e se poi pretendono di “non sporcarsi le mani“, e a farlo inutilmente, senza sfruttare l’uso delle informazioni ottenute con certe pratiche ampiamente utilizzate ed estremamente offensive e disumane. Vale a dire che questo riorientamento strategico dipendeva assolutamente dalla stabilità dei paesi arabi, questa stabilità è possibile solo con dittatori al potere e le loro spietate politiche in tal senso, dittatori la cui maggior parte era orientata verso, o alla acquisizione della cooperazione con gli Stati Uniti. La “primavera araba” ha travolto tutto ciò, con le conseguenze descritte da Scheuer.
La confusione che riguarda l’ex capo della CIA è in gran parte sostantivata dalla suggestione di cercare un’alternativa alle pratiche massimaliste del trasferimento di prigionieri e degli interrogatori sotto tortura dell’era Bush (Programma delle Rendition). Ciò suggerisce che i servizi segreti e di sicurezza arabi coinvolti in tali pratiche, non vogliono cooperare con gli Stati Uniti, soprattutto e principalmente in questo ambito. E’ davvero un cambiamento di tipo “democratico“, come quelle che le leadership politiche reclamano da mesi da parte dei paesi coinvolti nella “Primavera araba” – o in tutti i casi, da alcuni di essi, – e per cui vanno anche in guerra (chi vuole pensare alla Libia, non sarà scoraggiato dal farlo). Di storia in storia, il povero blocco americanista-occidentalista finisce per sviluppare una politica sulla dinamica della fresatrice, i cui effetti continueranno ad essere più inaspettati e rilevanti, per loro, che non la dinamica del boomerang.

Gli USA confermano il ruolo di al-Qaida nella guida dei ribelli. Gheddafi l’avrebbe contattata
DEBKA file Special Report 1 settembre 2011
 
L’amministrazione Obama ha finalmente riconosciuto il 31 agosto, che elementi di al-Qaida combattono nelle file dei ribelli libici, nella caduta, la scorsa settimana, di Tripoli. Ciò è avvenuto con una nota prudente dall’ufficio del consigliere sul terrorismo del presidente Barack Obama, John Brennan: “Alcuni membri del LIFG [propaggine libica di Al Qaida, il Gruppo Combattente Islamico], in passato avevano collegamenti con al-Qaida in Sudan, Afghanistan o Pakistan Altri hanno abbandonato interamente il loro rapporto con al-Qaida. Sembra dalle loro dichiarazioni e dal sostegno all’istituzione di una democrazia in Libia, che questa fazione del LIFG non supporti al-Qaida. Si dovrà sicuramente  guardare con attenzione per vedere se questo è vero o è solo una sceneggiata.”
Le fonti militari di Debka file hanno rivelato, il 28 agosto, che i combattenti della LIFG hanno combattuto per l’occupazione di Tripoli il 21 Agosto. Il loro comandante, Abd Al-Hakim Belhadj, un veterano di al-Qaida in Afghanistan, in seguito estradato in Libia e incarceratovi, ha guidato la battaglia per la roccaforte di Gheddafi di Bab al-Aziziya, due giorni dopo, e da allora si è proclamato comandante del consiglio militare di Tripoli.
Questo va confrontato con la sola scelta dell’amministrazione USA di accettare questo fatto compiuto, soprattutto dopo che i giornalisti statunitensi hanno scoperto dei file dell’intelligence nel quartier generale abbandonato di Muammar Gheddafi, attestanti la campagna dell’ex dittatore libico contro le reclute libiche e gli infiltrati esterni di al-Qaida. Questi file contenevano una mappa che tracciava giorno per giorno i movimenti di al-Qaida e di altri estremisti musulmani operanti nel paese e il loro indirizzo attuale.
Hanno anche trovato prove documentali degli stretti legami mantenuti tra le agenzie anti-terrorismo di Gheddafi e occidentali, condividendo i dati raccolti dalle rispettive agenzie sui movimenti di  al-Qaida.
Fino ad oggi, il presidente Barack Obama ha respinto gli avvertimenti di Gheddafi che la ribellione esplosa contro di lui, a febbraio, avrebbe spianato la via alla presa del potere in Libia di al-Qaida.
Le nostre fonti d’intelligence e del contro-terrorismo trovano che la dichiarazione Brennan dalla Casa Bianca, abbia sollevato più domande che risposte:
1. Nulla è stato detto circa la reazione di Washington nel caso il LIFG risultasse, in futuro, portare avanti l’agenda politica, religiosa e terrorista di al-Qaidaper davvero“, e non “solo per finta“. Gli USA accetteranno il ruolo del comandante del LIFG, Belhadj, a comandante di Tripoli o agiranno per rimuoverlo? E se i suoi leader dimostreranno di lavorare a stretto contatto con al-Qaida nel Maghreb – AQIM?
2. Come potrebbe l’amministrazione Obama chiedere alla NATO di porre le forze speciali britanniche e francesi in prima linea nella battaglia, per la conquista da parte dei ribelli, di Tripoli, in diretta violazione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che confina l’intervento della NATO agli attacchi aerei – e solo quando c’era bisogno di salvare le vite dei civili? I nostri esperti militari sottolineano che senza quelle truppe a terra e il martellamento aereo costante della NATO delle forze di Gheddafi, i ribelli non avrebbero mai preso la capitale libica – e molto altro, oltre la loro base di Bengasi. L’avventura libica ha quindi posto gli Stati Uniti nella posizione anomala di aprire la porta ai ribelli libici, alleati con gruppi che hanno un forte legame con al-Qaida, e al tempo stesso combattere gruppi simili in Afghanistan, Pakistan, Iraq e Yemen.
3. Quale messaggio l’episodio libico invia ad al-Qaida e ad altre organizzazioni estremiste islamiche? Non si potrebbe dedurre che gli Stati Uniti e la NATO combattono solo le loro battaglie contro i regimi autocratici in altri paesi?
4. Muammar Gheddafi, mentre lotta per la vita intorno a Sirte, si è affrettato a pesare sul bilancio reale delle forze. Ha concluso che, se è lecito per Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia  sostenere le forze allineate con al-Qaida, potrebbe proficuamente percorrere lo stesso percorso.
Ha quindi mandato suo figlio Saadi, il 31 agosto, a contattare Abd al-Hakim Belhadj del LIFG, il sedicente governatore militare di Tripoli, a proporre a nome di suo padre, di discutere della fine della guerra, al fine di evitare ulteriori spargimenti di sangue.
Gheddafi ha inviato un altro figlio, Saif al-Islam, con il messaggio opposto ad al-Arabya TV: La guerra continua, ha detto, suo padre sta bene e lui ha 20.000 combattenti armati nella città di Sirte, pronti a combattere per lui fino alla morte.
E’ importante notare che Saadi abbia bypassato i capi dei ribelli del CNT e i suoi comandanti a Bengasi e a Tripoli, e abbia presentato la sua offerta direttamente al leader del ramo libico di al-Qaida. Il governante libico deposto capisce chiaramente che per proseguire la  guerriglia minacciata contro i ribelli e i loro sponsor stranieri, dovrà giocare con gli elementi di al-Qaida, proprio come fa l’Occidente. Mercoledì sera, fonti britanniche hanno riportato che diverse autobombe inesplose sono state trovate nella capitale, a significare l’inizio della guerra di guerriglia minacciata da Gheddafi.

Traduzioni di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

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