La Russia e l’enigma americanista, dalla Siria a Boston

Dedefensa, 22 aprile 2013

Barack Obama, Vladimir PutinA forza di testimoniare e di testimoniare ancora e ancora su quello che fanno davanti le innumerevoli commissioni del Congresso (Camera e Senato), si finisce per chiedersi se i ministri del governo degli Stati Uniti facciano effettivamente qualcosa. In alternativa, un’altra ipotesi, che fanno quel che gli pare e che le testimonianze siano vuote. Questa osservazione un po’ parossistica, non è tuttavia sbagliata nel tentativo di definire la politica estera degli Stati Uniti, come se questa politica non sia che una parodia di politica… Questo tipo di domanda spesso attraversa le menti dei russi, e si riferisce essenzialmente al ministero della politica estera degli Stati Uniti, il dipartimento di Stato, e al suo nuovo segretario (ministro), John Kerry.
• A Istanbul, alla riunione degli Amici della Siria, il segretario di Stato John Kerry ha annunciato nuovi aiuti ai ribelli siriani, per un totale di 127 milioni di dollari. Si tratta di “armi” cosiddette “non-letali”, tra cui veicoli blindati che possono ancora essere utilizzati in modo efficace. Questa micro-gestione degli aiuti ai ribelli scaturisce da una tattica che potrebbe essere sottile, ma che è per lo più confusa, dell’intenzione degli Stati Uniti di non concedere un decisivo sostegno, ma con la preoccupazione di continuare ad apparire decisi sostenitori dei ribelli.
• Il 19 aprile 2013, Kerry ha parlato alla Commissione Esteri del Senato. Le sue intenzioni erano piuttosto confuse, come riassunto da Antiwar.com, ancora segnate dall’idea dell’”interferenza” necessaria… “Il segretario di Stato John Kerry ha avvertito che era vitale “risolvere” la guerra civile siriana in modo tempestivo, dicendo che la nazione rischia altrimenti “una frattura in enclavi”. Quando il segretario Kerry parla, per essere chiari, di una “soluzione politica” in Siria, si riferisce alle ripetute richieste unilaterali degli Stati Uniti che Assad si dimetta e consenta ai ribelli stranieri di formare un nuovo governo. Eppure la preoccupazione che i ribelli non siano uniti è palpabile, così come la paura del dominio di al-Qaida nella Siria post-Assad. A tal fine, Kerry ha chiesto alle varie nazioni che appoggiano i ribelli di restare “sulla stessa pagina” riguardo la creazione del nuovo regime, suggerendo che ciò che i ribelli siriani vogliono, per non parlare del popolo della Siria, significa poco o niente nel grande schema delle cose.”
• Per non complicare le cose, non ci fermeremo troppo sulle dichiarazioni del segretario alla Difesa Hagel e di un’altra, parallela, del suo capo di Stato maggiore Generale Dempsey, mettendo ancora una volta in evidenza, l’uno e l’altro, la differenza di orientamento tra i due ministri (Hagel e Kerry), ma anche e soprattutto le differenze sulla loro risoluzione. Kerry sembra opaco, sfuggente e volubile, mentre Hagel è fermo e deciso nella sua volontà (come il generale Dempsey) consigliando vivamente di astenersi da ogni intervento in Siria (Aniwar.com, 18 aprile 2013 ): “È meglio essere dannatamente sicuri, come è vero che si debba esserlo prima di fare qualcosa, perché una volta che sei dentro, non c’è supporto da fuori, si tratti di una no-fly zone, di una zona sicura, di proteggere questi, qualunque cosa siano… Una volta che sei dentro, non è possibile fermarsi. Non si può semplicemente dire, bene, non va come ho pensato che sarebbe andato, così dobbiamo uscirne“… Ma è essenzialmente con Kerry che i russi hanno a che fare, e con tutti gli altri rappresentanti della diplomazia statunitense. E ciò che riferiscono è ancor più scioccante e angosciante. Quindi c’è un episodio, molto più esemplare che eccezionale, che ha avuto luogo nelle poche settimane tra metà febbraio e metà marzo. Quando Kerry ha fatto la sua famosa affermazione, o meglio, per nulla nota, a Oslo il 12 marzo, l’episodio si è svolto tra Stati Uniti e Russia. La svolta diplomatica sulla Siria è essenzialmente un accordo tra le due potenze, che si realizzerebbe con dei negoziati diretti tra il regime di Assad e i ribelli. Abbiamo scritto di ciò, soprattutto in un testo del 26 marzo 2013, “Il primo caso è una dichiarazione di John Kerry a Oslo, il 12 marzo. Nella sua revisione settimanale del 22 marzo 2013, l’istituto di Beirut Forum Osservatorio sui Conflitti, indicava: “le osservazioni del segretario Kerry del 12 marzo, che non sono state pubblicate integralmente da nessun giornale mainstream occidentale, sono comunque significative: ‘Il mondo vuole fermare il massacro. E noi vogliamo poter vedere Assad e l’opposizione siriana incontrarsi per la costituzione di un governo di transizione, secondo il quadro che è stato tracciato a Ginevra’.”
Questa affermazione di Kerry, quindi, si poneva nell’ambito dell’iniziativa di Russia-Stati Uniti d’America, facendo parlare di un riavvicinamento decisivo tra le due potenze sulla Siria. Si trattava  di avviare negoziati, ritenuti decisivi, tra una delegazione di ribelli e una del governo al potere; gli Stati Uniti hanno ignorato la loro richiesta di vedere sparire Assad prima di negoziare con lui (il famoso sofismo)… Entrambi i partner hanno dovuto creare e organizzare una delegazione della parte “sponsorizzata”. Gli Stati Uniti hanno quindi chiesto ai russi di organizzare una delegazione negoziale del regime di Assad. I russi si sono impegnati a organizzarla, cosa che ha richiesto diverse settimane di lavoro delicato, promesse e pressioni. Infine, la lista era pronta, la squadra negoziale creata. I russi l’hanno comunicato ai loro “partner” degli Stati Uniti… E non ne hanno mai più sentito parlare, non ricevendo alcuna risposta, nessuna reazione. Era come se il messaggio fosse caduto in un buco nero, completamente risucchiato dallo strano disordine del vuoto, senza fondo e così profondo, che caratterizza la non-politica estera americanista. E i russi misurano ancora una volta ciò che chiamiamo, in modo un po’ stiracchiato, “l’enigma americanista”. Se il caso sembra insolubile, non sorprende più di tanto i russi, che lo sperimentano ogni giorno da diversi anni, e il suo carattere enigmatico non riguarda più di tanto questa stessa politica incomprensibile, perché non c’è niente da capire, dati i vari componenti sfuggenti che l’annichiliscono per trasformarla in qualcosa che non ha più alcuna spiegazione di per sé. Inoltre, bisogna contare affinché le cose sembrino, forse (!), mutare e cambiare, sull’inaspettato e l’imprevisto. Questa epoca non n’è sprovvista, manifestandosi di fronte alla paralisi e all’assenza di attività umane, la cui dinamica solleva soltanto effetti inaspettati e imprevisti… Se ne scriviamo, è perché in realtà una nuova pista si apre con l’ipotesi di un collegamento diretto tra l’attentato di Boston e la situazione in Siria, le cui circostanze in realtà sono inaspettate e impreviste…
DEBKAfiles suggerisce involontariamente questo sviluppo inatteso e imprevisto, naturalmente.  Sull’attentato a Boston, DEBKAfiles non è particolarmente emozionante nella sua analisi, attribuendolo ad al-Qaida e inserendolo nel contesto mediorientale, cosa comunque nella sua attività e nell’orientamento che colora molte delle analisi precedenti. Ma il sito israeliano torna alla carica con un altro approccio. Ritiene che il tour mediorientale iniziato oggi dal segretario alla Difesa Hagel, abbia completamente cambiato direzione a causa dell’attentato di Boston. L’idea che l’Iran sarebbe stato al centro delle conversazioni di Hagel, soprattutto con gli israeliani e i sauditi, viene improvvisamente sostituita dalla Siria, a causa dell’attentato di Boston, perché i russi, naturalmente, ne approfittano per forzare la politica incoerente degli Stati Uniti, per poter produrre finalmente qualcosa di solido. (Dal punto di vista dei russi, Hagel sarebbe un partner molto più interessante di Kerry, cosa facilmente comprensibile). La logica generale di questa variazione è così sintetizzata: “Su un piano diverso, Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita mentre tengono viva la minaccia di un Iran nucleare, vengono strattonati dalla consapevolezza della crescente presenza di al-Qaida in Siria, Iraq e Sinai, rappresentando una minaccia per Israele, Libano e Giordania. Tutto questo avviene assieme ai giochi di potere intorno alla guerra civile siriana.”
L’idea di DEBKAfiles è che i russi abbiano giocato un ruolo importante nel risolvere l’attentato di Boston, a scapito dell’FBI che vagava miseramente perché non aveva controllato i due giovani Tsarnaev. E’ vero che BHO ha personalmente ringraziato Putin per il suo aiuto, ed è anche vero che la Cecenia è una questione vitale per la Russia, un argomento che ha imperversato per quindici anni nell’atteggiamento degli Stati Uniti patteggiando per i ribelli e i terroristi ceceni, esaltando la loro causa in nome dei valori generali “liberali”, “democratici” e anti-russi; insomma ciò che chiamiamo il partito dei salottieri. Oggi, i russi sono nella posizione ideale per far comprendere ad Obama che sostengono Assad non solo per il principio di sovranità (argomento un po’ troppo alto per Washington), ma anche perché temono l’impatto terroristico, in stile Cecenia, che avrebbe necessariamente una sconfitta di Assad da parte dei terroristi (al-Nusra, pseudo al-Qaida, poiché al-Qaida può essere in tutte le salse). Dopo Boston, i russi possono sperare che il pensiero americanista possa essere sensibile ad alcuni di quei loro ragionamenti che penavano a fargli accettare finora. Secondo un diplomatico russo “la politica degli Stati Uniti cambierà quando convinceremo il presidente Obama che Assad è il suo migliore amico...” Così DEBKAfiles sviluppa questo tema il 21 aprile 2013. Potete leggere la cosa con un po’ di attenzione, quando non si sa che esistono tra russi e israeliani, nonostante le lunghe vicissitudini e gli antagonismi politici, dei collegamenti piuttosto discreti ma molto specifici sulla sicurezza.
Per più di due anni, il presidente russo Vladimir Putin ha sostenuto che la simpatia non è la sua motivazione nel sostenere il regime di Bashar Assad a Damasco, ma la certezza oggettiva che la sua caduta scatenerà uno sciame di jihadisti di al-Qaida su Damasco e in altre città siriane. Da lì,  si diffonderebbero nel sud del Caucaso russo per poi assaltare Mosca e altre importanti città russe. Sostenendo Assad, Mosca protegge quindi la Russia, dice Putin riprendendo la tesi che l’ex presidente USA George W. Bus aveva presentato quando difese l’invasione dell’Iraq nel 2003 come necessaria per proteggere le città statunitensi dal terrorismo. Il presidente Barack Obama, da parte sua, ha puntato sulla vecchia strategia antiterrorismo di decapitare al-Qaida, nella convinzione che senza i suoi comandanti, la truppa jihadista si arrenderebbe e tornerebbe a casa. Questa strategia è stata distrutta dagli attentati di Boston. Nonostante la liquidazione di capi e le operazioni dei droni della CIA, una grande città statunitense era alla mercé di terroristi islamici, e forse lo sarà di più in futuro. Mentre un esercito di agenti di polizia provenienti da tutto gli USA è sciamato per cinque giorni nei cortili di Watertown e sulla barca in cui Dzhokhar Tsarnaev era rannicchiato, il presidente Obama ha telefonato al presidente Putin e l’ha ringraziato per la sua “cooperazione [non specificata] nelle indagini sugli attentati alla maratona di Boston. Questo discorso derivava dalla richiesta dell’intelligence russa all”FBI, nel 2011, di controllare il maggiore dei fratelli Tsarnaev; i legami di Tamerlan con i gruppi terroristici islamici nel Caucaso, avendo in quel momento deciso di giurare fedeltà ad al-Qaida. Di fronte all’indifferenza dell’agenzia statunitense su questo avvertimento, i servizi segreti russi hanno posto i due fratelli sotto stretta sorveglianza, certamente seguendo le orme di Tamerlano nei sei mesi che ha trascorso visitando Daghestan e Cecenia l’anno scorso, e anche presumibilmente negli USA. Al suo ritorno, non è stato messo sulla lista dell’FBI. L’agenzia russa quindi aveva il possesso esclusivo dell’intelligence quando l’FBI cercava d’identificare i terroristi che avevano perpetrato gli attentati a Boston ed i loro complici, sia all’interno che fuori degli USA. La “cooperazione” del presidente russo richiesta dagli Stati Uniti, è stata quindi preziosa. Secondo le fonti dell’antiterrorismo e militari di DEBKAfile, la contropartita di Putin per questo supporto non è ancora nota, certamente si riferisce al conflitto siriano piuttosto che alla questione iraniana.
Si osservi che questo è un approccio razionale e ultra-realistico, molto in linea con i termini della forma diversificata della politica di Putin. La Russia sviluppa una politica basata da una parte sui principi intangibili che formano la strategia in nome della quale si oppone agli errori irresponsabili degli Stati Uniti (soprattutto l’”aggressione dolce”), dall’altro su una tattica flessibile, in base al quale cerca una collaborazione da parte degli Stati Uniti (specialmente da Obama) su argomenti in cui una convergenza di interessi può esserci. La logica dovrebbe essere, per ora, potentemente dalla parte russa dopo l’episodio di Boston. Tuttavia, non saremo meno attenti alle avventure che attendono questa logica, conoscendo a proposito il potere e la capacità di recupero del “buco nero della non-politica” di Washington, e la velocità con cui questa non-politica può seppellire le iniziative più logiche, come dimostrato dalla disavventura di Kerry, due mesi fa. L’ostinazione russa è proverbiale e forse ammirevole, ma è solo umana ed armata della sola logica, ed è molto, molto lontana dal ritenersi sufficiente contro il fenomeno del nichilismo per dissoluzione e disintegrazione  dell’azione degli Stati Uniti, e dalla continua potenza della politica-Sistema che guida il tutto. In ogni caso, l’episodio è degno di nota e merita di essere seguito.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come l’Iran elude il blocco occidentale. Il Triangolo del petro-oro Turchia-Dubai-Iran

Tyler Durden ZeroHedge 23/10/2012

Negli ultimi mesi vi è stata molta speculazione errata sul perché l’Iran, escluso dal regime di mediazione SWIFT sui petrodollari, vedrebbe implodere la propria economia mentre il paese non ha accesso ai verdoni, non potendo quindi effettuare scambi internazionali; il fattore trainante dietro le sanzioni internazionali che cercano di rovesciare il governo dell’Iran facendo morire la sua economica. Mentre vi sono stati periodi d’inflazione rilevante, finora il governo locale sembra essere riuscito a metterci una pietra sopra, frenando la speculazione del mercato grigio, e l’Iran continua a operare più o meno grazie ai suoi allegri metodi nel commercio internazionale, che è certamente vivo, in particolare con la Cina, la Russia e l’India quali principali partner commerciali. “Come è possibile tutto questo” si chiederanno coloro che sostengono l’embargo totale occidentale sul commercio iraniano? Semplice, l’oro. Perché mentre l’Iran potrebbe non avere accesso ai dollari, ha ampio accesso all’oro. Questo di per sé non è una novità, ne abbiamo parlato in passato: l’Iran ha importato notevoli quantità di oro dalla Turchia, nonostante le smentite del governo turco. Oggi, per gentile concessione della Reuters, sappiamo esattamente ciò che sarà l’equivalente della Grande Via della Seta del 21° secolo, e quanto sia stato efficace l’Iran, da bravo topolino da laboratorio, nel sottrarsi al grande esperimento dei petrodollari da cui, secondo la saggezza convenzionale, non ci sarebbe scampo. Vi presento il petro-oro.
Tutto inizia, contrariamente alle smentite ufficiali del governo, in Turchia. La Reuters spiega: “Corrieri che trasportano milioni di dollari in lingotti d’oro nei loro bagagli volano da Istanbul a Dubai, da dove l’oro viene inviato in Iran, secondo fonti del settore che conoscono il business. Le somme in gioco sono enormi. I dati commerciali ufficiali turchi suggeriscono che quasi 2 miliardi di dollari in oro sono stati inviati a Dubai per conto di acquirenti iraniani, ad agosto. Le spedizioni aiutano Teheran a gestire le sue finanze di fronte alle sanzioni finanziarie occidentali. Le sanzioni, imposte sul controverso programma nucleare iraniano, l’hanno in gran parte escluso dal sistema bancario globale, rendendogli difficile poter effettuare trasferimenti internazionali di denaro. Utilizzando l’oro fisico, l’Iran può continuare a muovere le sue ricchezze al di là delle frontiere.”
Quindi …. l’oro è denaro? In altre parole viene ampiamente accettato; si tratta di una riserva della ricchezza, ed è un mezzo di scambio? Huh. Qualcuno lo dica al Presidente. Potrebbe non esserne a conoscenza. Pare proprio di sì, almeno nei paesi che non vivono giorno per giorno sul bordo del quadrilione di dollari in derivati, ragione delle armi di distruzione immediata e di massa. “Ogni moneta nel mondo ha una identità, ma l’oro è un valore senza identità. Il suo valore è assoluto dovunque tu vada“, ha detto un trader di Dubai che conosce il commercio dell’oro tra la Turchia e l’Iran. L’identità della destinazione finale dell’oro in Iran non è nota. Ma la scala delle operazioni attraverso Dubai e la sua crescita improvvisa, suggeriscono che il governo iraniano vi abbia un ruolo. Il commerciante di Dubai e altre fonti familiari al business, hanno parlato con Reuters in condizione di anonimato, a causa della sensibilità politica e commerciale della questione. Che cosa ottiene in cambio la Turchia? Qualunque sia, l’Iran risponde alle esigenze della Turchia, naturalmente. “L’Iran vende petrolio e gas alla Turchia, con pagamenti effettuati a istituzioni statali iraniane. Le sanzioni bancarie statunitensi ed europee vietano i pagamenti in dollari o euro, così l’Iran viene pagato in lire turche. La lira ha un valore limitato nell’acquisto di merci sui mercati internazionali, ma è l’ideale per fare baldoria acquistando oro in Turchia.” E così, in un mondo in cui evitare il dollaro viene considerato dalla maggioranza una follia, Turchia e Iran, in silenzio ed efficacemente, hanno creato la loro scappatoia, in cui le risorse naturali sono scambiate con una valuta locale, che viene scambiata con l’oro, e che poi viene utilizzato dall’Iran per acquistare qualsiasi cosa, e tutto ciò di cui necessita, da tutti quegli altri paesi che non rispettano l’embargo imposto dagli Stati Uniti e dagli europei. Come quasi tutti i paesi dell’Africa. Perché l’oro parla, e i petrodollari camminano sempre più.
Ciò che è inquietante, è che anche Dubai sia entrato nella partita, e le tre vie di transazione potrebbero presto diventare il modello per tutti gli altri paesi che non hanno paura di subire l’ira dell’embargo dello Zio Sam: “A marzo di quest’anno, quando le sanzioni bancarie hanno cominciato a mordere, Teheran ha effettuato un forte aumento di acquisti di lingotti d’oro dalla Turchia, secondo i dati sul commercio del governo turco. L’esportazione d’oro verso l’Iran dalla Turchia, uno dei maggiori consumatori e depositari di oro, è arrivata a 1,8 miliardi di dollari a luglio, pari a oltre un quinto del deficit commerciale della Turchia di quel mese. Ad agosto, tuttavia, un improvviso crollo delle esportazioni turche d’oro dirette in Iran, è coinciso con un balzo delle sue vendite del metallo prezioso negli Emirati Arabi Uniti. La Turchia ha esportato un totale di 2,3 miliardi dollari in oro ad agosto, di cui 2,1 miliardi dollari erano in lingotti d’oro. Poco più di 1,9 miliardi, circa 36 tonnellate, sono stati inviati negli Emirati Arabi Uniti, come dimostrano gli ultimi dati disponibili dell’Ufficio di Statistica della Turchia. A luglio la Turchia ha esportato solo 7 milioni in oro negli Emirati Arabi Uniti. Nello stesso tempo, le esportazioni d’oro dalla Turchia dirette verso l’Iran, che oscillavano tra 1,2 miliardi e circa 1,8 miliardi di dollari ogni mese da aprile, sono crollate a soli 180 milioni ad agosto. Il commerciante di Dubai ha detto che da agosto, le spedizioni dirette verso l’Iran sono state in gran parte sostituite da quelle attraverso Dubai, a quanto pare perché Teheran voleva evitare la pubblicità. ‘Il commercio diretto dalla Turchia verso l’Iran si è fermato perché c’era semplicemente troppa pubblicità in giro’, ha detto il commerciante. Concessionari, gioiellieri e analisti di Dubai hanno detto di non aver notato alcun grande ed improvviso aumento dell’offerta sul mercato dell’oro locale ad agosto. Hanno detto che ciò suggerisce che la maggior parte delle spedizioni negli Emirati Arabi Uniti venga inviata direttamente in Iran. Non è chiaro come l’oro passi da Dubai all’Iran, ma vi è una corrente di scambi tra le due economie, in gran parte condotta con i dhow di legno e altre navi che attraversano il Golfo, a una distanza di soli 150 chilometri nel punto più stretto. Un commerciante turco ha detto che Teheran è passata alle importazioni indirette perché le spedizioni dirette venivano ampiamente riportate sui media turchi e internazionali, all’inizio di quest’anno. ‘Ora sulla carta sembra che l’oro vada a Dubai, non in Iran’, ha detto.”
Che cosa succede se gli Stati Uniti chiedono che lo scambio tra Dubai e l’Iran finisca? Niente: un altro paese si affretterà a sostituirlo nel triangolo d’oro, e poi un altro, e poi un altro ancora. Dopo tutto, sono pronti ad intervenire nelle condizioni molto redditizie della domanda/offerta delle transazioni. Proprio come avviene nel flusso bancario che sostiene il mercato delle obbligazioni e degli stock scambiati giorno per giorno. Che cosa accadrebbe se la stessa Turchia si ritirasse? “Gli acquirenti possono anche voler rendere i loro acquisti meno vulnerabili a qualsiasi possibile interferenza da parte del governo della Turchia. Lo stretto rapporto della Turchia con l’Iran ha cominciato a scadere da quando i due stati si trovano sui lati opposti della guerra civile in Siria, con la Turchia che sostiene la caduta del presidente Bashar al-Assad e l’Iran che rimane il più fedele alleato regionale di Assad.” Quindi, ancora la stessa cosa: l’Iran semplicemente troverebbe un paese della regionale che ha bisogno di greggio, e molti, molti di costoro sono in giro, e offrirebbe uno scambio oro-greggio che manterrebbe il mini-ciclo petro-oro a galla. Eppure assai ironicamente, nonostante tutte le ostilità palesi tra l’Iran e la Turchia sulla Siria, le due nazioni continuano a trattare, suscitando la domanda su quanto credibili siano tutte quelle storie sull’animosità medio-orientale tra questo o quel paese, o questa o quella fazione o etnia. Non c’è da sorprendersi: l’oro supera tutte le differenze. Tutte.
Infine, la realtà è che nessuno, in realtà, infrange alcuna regola. Non vi è alcuna indicazione che con il commercio di oro Dubai stia violando le sanzioni internazionali contro l’Iran. Le sanzioni delle Nazioni Unite vietano l’invio di materiali connessi al nucleare in Iran e congelano i beni di alcuni individui e imprese iraniani, ma non vietano la maggior parte del commercio. Gli Emirati Arabi Uniti non hanno ancora rilasciato i dati relativi al commercio per agosto. Dai funzionari della dogana di Dubai non è stato possibile avere un commento, nonostante i ripetuti tentativi di contattarli. I dati commerciali turchi confermano che l’oro viene trasportato per via aerea a Dubai. Secondo i dati, 1450 milioni dollari di oro turco esportato, in totale, ad agosto sono stati spediti tramite l’ufficio doganale nell’aeroporto Ataturk. Quasi tutto il resto, 800 milioni, è stato spedito dal più piccolo aeroporto di Istanbul, il Sabiha Gokcen. Le esportazioni totali di tutte le merci della Turchia verso gli Emirati Arabi Uniti, sono ammontate a 2,2 miliardi di dollari ad agosto. Di tale somma, 1,19 miliardi dollari sono stati registrati presso l’aeroporto Ataturk, mentre 776 milioni dollari sono stati registrati al Sabiha Gokcen. Un broker doganale che fa affari nell’Ataturk, ha detto che i corrieri si imbarcano sui voli per Dubai della Turkish Airlines e della Emirates, portandosi il metallo nel bagaglio a mano, per evitare il rischio di perderlo o di vederselo rubato. L’importo massimo di lingotti d’oro che è permesso prendere a un passeggero è di 50 kg, ha detto. Ciò suggerisce che durante agosto, diverse centinaia di voli dei corrieri potrebbero aver portato l’oro a Dubai per conto dell’Iran. “E’ tutto legale, dichiarano, danno il loro codice fiscale e tutto viene registrato, quindi non c’è nulla di illegale in questo“, ha detto il broker. “Al momento, c’è un bel po’ di traffico a Dubai. Anche a settembre e ottobre l’abbiamo visto.”
I dati sul commercio mostrano che quasi 1400 milioni di dollari delle esportazioni dalla Turchia agli Emirati Arabi Uniti, ad agosto, provenivano da una o più società con un numero di codice fiscale registrato nella città costiera di Izmir, la terza più grande della Turchia. I funzionari doganali dell’Ataturk hanno rifiutato una richiesta della Reuters di fornire i documenti di identificazione degli esportatori, dicendo che le informazioni sono riservate. L’identità delle società che gestiscono il commercio non poteva essere confermata. I commercianti hanno detto che a causa del rischio di attirare attenzioni indesiderate da parte delle autorità statunitensi, solo poche aziende sono disposte a mettersi in gioco. E il gioco è fatto: un sistema libero perfettamente controbilanciato, in cui si fanno transazioni e nessuna traccia viene lasciata. Ancora più importante, questo è il piano per il futuro, come sempre più paesi eludono l’assoggettamento al regime dei petrodollari, così onnipresente nel secolo passato, ma che si sta lentamente e inesorabilmente spostando a beneficio dei paesi che non sono insolventi, e che in realtà producono cose necessarie per il resto del mondo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

La Russia conduce il gioco in Medio Oriente?

Dedefensa 27 ottobre 2012

Una breve nota de La Voce della Russia, tratta dall’intervista al diplomatico russo Venjamin Popov, suggerisce che una nuova impressione generale sulla diplomazia russa comincia ad essere apprezzata… Si tratta del nuovo atteggiamento dei paesi arabi del Golfo Persico, dal conservatorismo e dal filo-americanismo pronunciati, nei confronti della Russia. Questo cambiamento sarebbe dovuto proprio e paradossalmente alla posizione che la Russia ha preso ed ha mantenuto continuamente senza mostrare segni di debolezza fin dall’inizio dell’anno, verso la crisi in Siria. (Effettivamente e simbolicamente la politica russa è percepita nella sua continuità dal voto negativo della Russia, il 4 febbraio, contro una risoluzione delle Nazioni Unite, bloccando l’azione “umanitaria” del BAO contro la Siria, che avrebbe provocato un intervento.) La Voce della Russia del 26 ottobre 2012 fornisce alcune informazioni tratte dall’intervista a Popov. Questa nuova posizione araba, secondo Popov, è ovviamente molto più favorevole alla Russia, in particolare per la posizione chiara e ferma con cui si è sbarazzata di ogni impegno settario e ideologico: “Il mondo islamico di oggi è ben lungi dall’essere omogeneo e vede la coesistenza di varie tendenze. Tuttavia, la posizione della Russia rimane la stessa: sviluppare i rapporti economici con l’intera regione…”
• Il 19-21 ottobre 2012 vi è stato un importante forum ad Istanbul, organizzato dalla Fondazione Carnegie per il Medio Oriente. Popov riporta i risultati principali, tra cui l’adozione da parte di diversi paesi della posizione russa sulla soluzione della crisi siriana attraverso i canali diplomatici… “E’ stato un convegno importante, frequentato da delegazioni russa, cinese e iraniana. La Siria non era presente. I partecipanti hanno discusso del conflitto siriano in modo piuttosto franco, ed ho visto che il mondo arabo sta cominciando a cambiare atteggiamento verso la posizione della Russia sulla Siria. I paesi sembrano essere finalmente dell’idea della Russia e l’apprezzano. Iraq, Libano, Egitto e Giordania, hanno tutti parlato di una soluzione politica della crisi, esattamente ciò che la Russia chiede. Le cose sono cambiate molto, rispetto all’inizio del 2012, quando i nostri partner arabi erano abbastanza scettici sulle proposte russe. Oggi, tutti capiscono che la via d’uscita politica dalla crisi non è possibile senza la Russia e la Cina, e che l’equilibrio del potere sta cambiando.”
• A novembre, ci sarà un importante incontro tra i ministri degli esteri della Russia e dei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo Persico (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Qatar). La cosa si presenta di particolare importanza. “I ministri degli esteri hanno deciso di incontrarsi in Arabia Saudita il prossimo novembre. Credo che questo forum sarà cruciale per l’ulteriore cooperazione della Russia con il Golfo Persico. Avrà luogo dopo le elezioni degli Stati Uniti e, credo si concentrerà sulla Siria.” Secondo molti aspetti e secondo molti punti di vista, si può considerare che la crisi siriana è stata ed è, per gli attori esterni, una partita al rilancio: si perde tutto o si prende tutto, raddoppiando i propri vantaggi. Questo potrebbe essere il caso della Russia, ma con una soddisfazione ulteriore; aver condotto il “gioco” in modo studiato, strutturato, ben definito, supportato su principi e non su esclamazioni esagerate, e che potrebbe essere, in ultima analisi, la ragione di un possibile esito felice della posizione della Russia in Medio Oriente.
Le impressioni qui sopra riportate non sono improvvisate, uscite di punto in bianco, e non abbiamo scelto di appoggiarvici solo per il loro valore. Al contrario, confermano un cambiamento percettibile da diverse settimane, con il conseguente fallimento della ribellione per far cadere il governo di Assad; il fallimento dell’unificazione della ribellione che ha messo in evidenza che la maggior parte dei paesi del blocco BAO ha giocato un gioco molto più grande di sé, e che non può  alimentare o continuare, constatando che la posizione molto assertiva a favore della ribellione siriana sta cominciando a sfumare rapidamente (in Turchia, Arabia Saudita). D’altra parte, la straordinaria diffusione di notizie del blocco BAO e dei suoi alleati, la manipolazione delle informazioni, ecc., definisce un atteggiamento segnato anch’esso dall’azzardo, ma assai rapidamente fallimentare; una comunicazione assai offensiva che soffoca e trascina tutto con il suo ritmo molto elevato, ma inconcludente e che s’impantana rapidamente nelle sue contraddizioni, nelle sue gravi deformazioni, ecc., mentre la narrazione fabbricata allo scopo si dissolve… Questo è chiaramente ciò che è successo.
E’ tempo di constatare in mezzo a questo paesaggio che muta, che un attore ha mantenuto imperturbabile il suo corso, che corrisponde alla logica e alla conservazione nell’attuale  situazione di disordine. Ciò alla fine si riconosce e si fa notare. I russi hanno sempre detto e ripetuto che la loro posizione è stata motivata fin dall’inizio dal  desiderio strutturale di appoggiarsi ai principi fondamentali, in sostanza alla sovranità, anche prima di prendere in considerazione gli interessi e le alleanze. Se i loro interessi e alleanze coincidevano con questa preoccupazione fondamentale, tanto meglio, ma è anche il risultato della loro scelta iniziale: questi interessi e alleanze sono anche, per natura e logica, il prodotto dello stesso principio politico. Oggi, sembra che i russi stiano per convincere alcuni dei loro “partner”, di cui sono stati avversari indiretti per diversi mesi, della validità della loro scelta. Questo riconoscimento riguarda meno la Russia stessa che la paura del disordine e dell’impasse della destrutturazione, contro cui si attivano i russi. Questi risultati sono attualmente ipotetici, con tutti gli infortuni e le reazioni ostili possibili, ma l’innegabile vantaggio della Russia è di apparire al centro di una evoluzione molto più che soltanto politica.
La “coalizione” anti-Assad, disparata, instabile, unita da interessi dispersivi e da impulsi politici spesso dipendenti dall’umore, è di una debolezza che può sorprendere. La Turchia sta attualmente rivedendo la propria politica, l’Arabia Saudita esita sempre più, come i paesi del Golfo Persico, i paesi del blocco BAO sono sempre più distratti dalla propria situazione interna, e sono al termine di una logica che agisce in base ad esigenze stravaganti ed irragionevoli. Oltre ai specifici cambiamenti nei paesi arabi, i russi, ovviamente, hanno il vantaggio di avere buoni rapporti con quelli con una posizione diversa (Iran e Iraq). Infine, dobbiamo menzionare la visita di Lavrov in Egitto, prevista per novembre, oltre alle riunioni con i paesi del Golfo Persico. La Russia potrebbe chiudere il 2012 con la possibilità di una situazione completamente rovesciata rispetto a quella che i paesi del blocco BAO s’accanivano a descrivere al suo inizio. Il racconto grottesco della Russia potenza isolata e alla deriva, sarà dimenticato.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

L’ascesa della potenza iraniana e i nuovi equilibri

Wassim Raad New Orient News (Libano) 10 Gennaio 2012 – Voltairenet

Le manovre iraniane in corso nella regione del Golfo e nei dintorni sul fronte della disputa tra Teheran e Washington, porta una serie di segni importanti che indicano la natura dei cambiamenti che si verificano nella bilancia delle potenze internazionali e delle equazioni mutanti in tutto l’oriente islamico, soprattutto dopo le sconfitte che hanno colpito l’avventura dell’impero statunitense nel corso degli ultimi dieci anni, e le particolarità nella successiva fuga statunitense dall’Iraq.
In primo luogo, durante queste manovre, l’Iran ha mostrato le sue avanzate capacità militari, ha confermato la solidità della formazione strategica militare iraniana e la sua superiorità nelle forze di terra, mare e aria. Ciò che gli iraniani hanno mostrato, ha costituito un modello per la superpotenza militare globale, come hanno concluso gli esperti militari negli Stati Uniti, Europa e Israele. Sotto la copertura della propaganda che ha minimizzato l’importanza delle attrezzature militari iraniane viste nelle manovre, circoli occidentali e israeliani hanno espresso un serio timore sulla natura del messaggio strategico e qualitativi portato da queste manovre, in tutti i loro dettagli, in termini di gittata dei missili, qualità delle navi da guerra e  competenza della forza aerea iraniana.
In secondo luogo, il successo più evidente e importante che è stato registrato da queste manovre e che hanno consacrato l’Iran come una superpotenza mondiale e regionale, si è visto nell’elevata competenza tecnica del comando iraniano, nonostante le superiori capacità di cui godono il Pentagono e la NATO. Inoltre, nonostante la presenza della 5° flotta statunitense e la mobilitazione dei satelliti spia negli Stati del Golfo, l’Occidente non può ostacolare il lancio di uno dei missili iraniani che erano presenti nelle manovre, o ostacolare le manovre che si hanno avuto successo al 100%. A questo livello, il dirottamento dell’aereo da ricognizione statunitense ha dimostrato la capacità di infiltrare il Pentagono e intercettarne i codici da parte degli iraniani, mentre gli statunitensi non sono in grado di fare la stessa cosa verso i codici iraniani e il sistema di comunicazione utilizzato da tutte le sue forze e armi.
In terzo luogo, i risultati politici dati dallo spettacolo della potenza iraniana nella regione, hanno iniziato ad emergere e a materializzarsi consecutivamente, mentre gli statunitensi assegnavano al loro uomo in Turchia, cioè Ahmet Davutoglu, il compito di mediare con la Repubblica islamica dell’Iran, per riprendere i negoziati. Ma ciò che non è stato annunciato, è il contenuto dei colloqui durante i quali gli iraniani hanno rilasciato dichiarazioni forti, che riflettono i nuovi equilibri, sia nella loro risposta alle richieste e alle condizioni sui negoziati, sia per quanto riguarda la severa posizione nei confronti del coinvolgimento turco nella cospirazione contro la Siria. Nonostante i segni che annunciano una guerra su larga scala nella regione e la decisione statunitense di effettuare manovre congiunte con Israele, in risposta a quelle iraniane, la realtà si impone con il riconoscimento da analisti ed esperti che l’ascesa della superpotenza iraniana ha iniziato di governare le più importanti politiche degli USA, soprattutto in Medio Oriente.

Nuove analisi: l’Iran è in prima linea negli eventi, invece della Siria
L’Iran ha deciso di lanciare il suo contrattacco nel Golfo e nello Stretto di Hormuz su più fronti contemporaneamente, con una manovra molto intelligente e precisa. Ha inoltre aperto il dossier delle attività di arricchimento dell’uranio, annunciando che è in grado di raggiungere un livello di arricchimento del 20%, il che significava, di conseguenza, che non ha bisogno dell’accordo che è stato precedentemente offerto da Turchia e Brasile. L’Iran è stato anche in grado di attirare Washington e le capitali europee in una guerra finanziaria e petrolifera. Infatti, con Washington, ha aperto il fronte delle banche, che raggiunto la Cina spingendola  a rilasciare un morbido avvertimento a Washington, affinché ritratti le sanzioni unilaterali. Con l’Europa, ha aperto il dossier del mercato petrolifero, minacciando di ostacolare il commercio del petrolio nella regione del Golfo, attraverso il controllo sullo stretto di Hormuz, spingendo Washington a minacciare di usare la forza e l’Iran a rispondere con le sue potenti manovre. Questo ha spinto Washington a ritirarsi con lo slogan che non è alla ricerca di problemi con nessuno.
Questa cortesia statunitense è stata accompagnata da una escalation europea e da messaggi turchi. Da un lato, la Turchia ha ribadito la sua offerta di riprendere la sua mediazione sul dossier nucleare, dopo il doppio annuncio iraniano sulle attività di arricchimento e la disponibilità a negoziare, mentre d’altra parte, l’Europa ha deciso di interrompere l’importazione del petrolio iraniano, senza fissare delle date precise.
Ciò significa:
Che l’Iran ha organizzato è un’alternativa al mercato petrolifero europeo – e in particolare la Grecia – grazie alla Cina, ma ha anche organizzato le sue alternative bancarie tramite le banche cinesi.
Che l’Iran è riuscito a torcere il braccio di Washington e affronta la caparbietà europea con un misto di diplomazia e spettacolo di potenza. L’Iran ha accettato di concedere un ruolo alla Turchia nei negoziati, a condizione che cambiasse la sua posizione nei confronti della crisi siriana, come è stato affermato dal capo del comitato di sicurezza del parlamento iraniano.
Che l’Iran è riuscito a sottrarre i riflettori internazionali e alla crisi siriana, costituendo un contrattacco i cui segni hanni iniziato a emergere in parallelo al ritiro statunitense dall’Iraq.

Nuove analisi: il fronte della bancarotta e le bande terroristiche di al-Midan
Gli incidenti siriani hanno offerto un quadro più realistico dei movimenti delle lotte interne all’opposizione siriana, il cui stato di degrado e di decadenza del discorso tra le sue varie parti e gruppi, viene affrontato con disprezzo da tutti i circoli. Infatti, il mancato raggiungimento di un accordo su un documento congiunto tra il Consiglio di Istanbul e il comitato di coordinamento ha rivelato la dimensione del degrado politico che incide sulla struttura dei movimenti dell’opposizione siriana, e la portata dei loro legami con l’alleanza coloniale, soprattutto nel caso del consiglio di Istanbul, il cui programma si è limitato agli appelli a una guerra globale contro la Siria, al fine di imporre la famosa agenda di Colin Powell e garantire l’egemonia di Israele nella regione.
Inoltre, ha dimostrato il fallimento della alleanza regionale occidentale, che ospita queste componente per ottenere ciò che i pianificatori statunitensi e gli esecutori del Qatar e della Turchia, pensavano costituisse una struttura politica che rappresentasse un coeso fronte locale, nel piano per distruggere la resistenza siriana, o anche un’autorità alternative.
Dopo di che l’insistenza sull’iniziativa araba, che costituiva la caratteristica principale della retorica politica delle opposizioni, questi movimenti di opposizione sono rimasti sconvolti nel vedere la sottomissione alle condizioni del comando siriano e la firma del protocollo di cooperazione tra lo Stato siriano e la Lega araba. E invece di accogliere questo passo e completare l’iniziativa con il lancio del dialogo nazionale, il consiglio di Istanbul ha lanciato una campagna di calunnie contro l’iniziativa, la Lega araba e il team degli osservatori, accusandoli così di aver cospirato con le autorità siriane. Questo è stato il risultato pratico della determinazione statunitense nel voler contrastare l’iniziativa araba e aprire le porte all’internazionalizzazione, i cui punti principali sono stati rivelati dalle raccomandazioni dei pianificatori statunitensi di Washington.
Lo stato siriano è riuscito a guadagnarsi il riconoscimento per la sua cooperazione con la missione della Lega ed è stato in grado di confermare la realtà delle strade siriane e il resoconto ufficiale sulla presenza di proteste limitate – compresi dei partigiani dell’opposizione – nelle campagne delle province centrali, in parallelo alla presenza di bande armate affiliate all’opposizione e al consiglio di Istanbul, ma soprattutto con il gruppo dei Fratelli Musulmani e i gruppi takfiri guidati da Adnan al-Arour, dell’Arabia Saudita.
Le operazioni terroristiche e gli attentati suicidi mirano a compensare l’incapacità dei movimenti di opposizione – con tutte le loro formazioni politiche, organizzative e popolari – ad ampliare la portata geografica delle proteste, a causa della grande assenza popolare nella partecipazione a queste attività, il cui slogan si concentra sull’intervento straniero, mentre ignorano completamente le riforme.
Gli ultimi mesi alcuni degli eventi siriani hanno eliminato molte maschere e dimostrato le invenzioni dei media. Di conseguenza, i cittadini siriani stanno vivendo una realtà, cioè quella del sostegno a favore dello stato nazionale e dell’esercito siriano, nell’imporre la stabilità e nel liquidare i pozzi del terrorismo e del takfirismo, in un momento in cui la riforma è scomparsa dalla retorica del movimenti di un’opposizione in conflitto, ed è presente solo all’ordine del giorno del presidente Bashar al-Assad, che è determinato a modernizzare lo Stato siriano basandosi sull’opzione dell’indipendenza, della resistenza e del pan-arabismo.

Nuove analisi: le piccole guerre di Petraeus e l’uso delle fazioni del takfirismo
E’ noto, in base agli sviluppi in corso nella tormentata regione, che è stata soprannominata dai pianificatori statunitensi Grande Medio Oriente, decenni fa, che le piccole guerre la cui gestione è stata assegnata alla CIA, prima di essere diretta dal generale David Petraeus, saranno il contenuto principale del piano di esaurimento degli USA, a cui il Pentagono fa affidamento come alternativa alle grandi guerre perdute, che hanno portato a catastrofi strategiche ed economiche, dopo quello che è successo in Iraq e Afghanistan negli ultimi anni. Queste piccole guerre si basano sulla riattivazione dei gruppi islamici del takfirismo, oltre all’alleanza con una nuova classe dirigente che emerge dalla organizzazione internazionale dei Fratelli Musulmani.
In questo contesto, è chiaramente basato sugli elementi del piano di Petraeus di gestione delle guerre mobili, che si basa sull’attivazione di tutte le reti armate del takfirismo nella regione araba e nel mondo islamico, al fine di costruire un muro settario di fronte alla crescente potenza iraniana e impedire la diffusione della resistenza e della cultura di liberazione, che costituisce il contenuto principale della retorica islamica iraniana, e dalla posizione nazionalista sostenuta da Hezbollah e dalla Siria. Mira inoltre a soffocare Hamas attraverso l’espansione del ruolo dei fondamentalisti e dei takfiri sull’arena palestinese.
I pianificatori statunitensi assegnano agli estremisti delle istituzioni wahhabite saudite la sponsorizzazione dei movimenti del takfirismo e il loro ruolo. Hanno così coperto di soldi il partito salafita al-Nour in Egitto, come stanno facendo nei confronti dei gruppi takfiristi in Siria, Iraq e Libano, dopo che hanno stabilito delle organizzazioni sul territorio libanese da tempo, per effettuare azioni terroristiche nel corso degli ultimi due decenni, cioè i gruppi Osbat al-Ansar, Jund al-Sham e Fatah al-Islam. Il lavoro di questi gruppi takfiristi, con tutte le loro sette estremiste ed etniciste in tutto il Grande Medio Oriente, sarà anche di accogliere i gruppi armati terroristici che gli statunitensi usano per colpire la sicurezza interna iraniana, dopo i segni di stanchezza e debolezza che hanno cominciato a mostrare le bande dell’organizzazione dei Mujahedeen e-Khalq.
Di conseguenza, il blocco dei media che è dedicato all’interferenza negli affari iraniani, destina parte delle proprie attività a stimolare e mobilitare i gruppi etnicisti all’interno del Paese e metterli contro le autorità iraniane. Per quanto riguarda le fazioni takfiriste, affiliate ad al-Qaida e guidata da Bandar Bin Sultan e i gruppi wahabiti all’interno di Siria, Libano e Iraq, il loro compito strategico sarà quello di evitare la stabilità in Siria, per mantenere il paese in una crescente dal crisi attraverso l’assassinio e il terrorismo, e di minacciare la stabilità del Libano e le formazioni politiche che stanno abbracciando la resistenza, trasformando alcune regioni libanesi in basi per il lancio di azioni di sabotaggio contro la Siria. In Iraq, la missione di queste fazioni sarà quello di impedire l’insorgere di un clima politico e di sicurezza che  permetterebbe la formazione di un’autorità incaricata di garantire il ritorno dell’Iraq recuperato al suo ambiente arabo e islamico. Infatti, i pianificatori statunitensi e israeliani temono che il riavvicinamento siro-iracheno-iraniano e l’evoluzione del legame verso un nuovo modello, costituirà una minaccia per l’esistenza di Israele e il suo ruolo.
Le piccole guerre di Petraeus vengono gestite da Washington, Riyadh e Doha tramite i gruppi takfiristi e le loro fazioni armate, mentre il test decisivo per questo piano si sta svolgendo in territorio siriano, dove la vittoria dello stato nazionale sul piano terroristico segnerà una svolta nella direzione opposta, e registrerà ancora una volta il fallimento degli USA.

Il dossier arabo: la Siria
La missione degli osservatori della Lega Araba ha continuato il suo tour nelle province e i suoi incontri con i cittadini, in un momento in cui i gruppi armati terroristici procedono con i loro atti di violenza e di sabotaggio, l’ultimo dei quali è l’esplosione terroristica attuata da un attentatore suicida nel quartiere al-Midan a Damasco, il Venerdì mattina, portando al martirio di 26 persone e il ferimento di 63 tra cui civili ed elementi della sicurezza.
Il Ministero dell’Interno ha indicato in un comunicato, che erano in corso indagini per scoprire le implicazioni di questo atto terroristico e arrestare i terroristi che minacciano i cittadini. Il ministero ha assicurato che colpirà con un pugno di ferro tutti coloro che osano manomettere la sicurezza del Paese e dei cittadini, invitando i cittadini a esercitare il loro ruolo e a cooperare con gli organi di sicurezza segnalando eventuali attività sospette e fornendo tutte le informazioni disponibili, per quanto riguarda i movimenti dei terroristi.
Il segretario generale della Lega Araba, Nabil al-Arabi, ha indicato che Damasco ha rilasciato migliaia di detenuti e ha tolto i suoi veicoli militari dalle strade. Ha aggiunto, tuttavia, che gli assassini erano in corso e che sparatorie e cecchini erano ancora presenti nelle città. Ha così continuato: “E’ difficile dire chi sta sparando contro chi.” Da parte sua, l’ambasciatore Adnan al-Khodeir, il capo dell’ufficio operazioni degli osservatori arabi, ha affermato che nessuno avrebbe potuto determinare l’entità del successo della missione, per ora, aggiungendo che questo potrebbe essere determinato solo dal consiglio della Lega Araba. Il Vice Segretario Generale della Lega Araba, l’ambasciatore Ahmad Bin Helli, ha dichiarato: “E’ stato deciso di tenere le riunioni del comitato ministeriale di Domenica, per esaminare il rapporto preliminare del generale Mohammad Ahmad al-Dabi, il capo della missione degli osservatori arabi in Siria, per vedere quello che questa squadra ha rilevato sul campo dopo più di una settimana di osservazione.” D’altra parte, il portavoce del Dipartimento di Stato statunitense, Victoria Nuland, ha detto che Washington era preoccupata per il fatto che il regime siriano non ha soddisfatto tutti gli impegni assunti nei confronti della Lega Araba, circa nove settimane fa, ossia il fatto che la violenza non si è fermata. Ma Damasco ha risposto alle dichiarazioni della Nuland, come portavoce del ministero degli Esteri siriano Jihad Makdessi descrivendo queste accuse come nulle ed ha assicurato che appoggia la Lega Araba il cui lavoro la Nuland afferma di sostenere. Ha quindi sottolineato che queste dichiarazioni costituiscono una blanda interferenza nel lavoro della Lega e nella sovranità dei suoi Stati membri.

Iran
Martedì scorso, l’Iran ha minacciato di adottare misure nel caso in cui la Marina statunitense cerchi di inviare una portaerei nel Golfo, in un momento in cui il dipartimento della difesa USA, cioè il Pentagono, ha annunciato che gli Stati Uniti sosterranno la sua presenza nelle acque del Golfo, come aveva fatto per decenni.
D’altra parte, il ministro degli esteri iraniano Ali-Akbar Salehi ha annunciato, in una conferenza stampa congiunta con il suo omologo turco Ahmet Davutoglu a Teheran, la volontà dell’Iran di riprendere i colloqui sul nucleare in Turchia con il gruppo 5+1. Da parte sua, Davutoglu ha detto che ha trasmesso un messaggio di Ashton ai funzionari iraniani, dicendo che era in attesa della risposta iraniana al messaggio che aveva inviato ad ottobre e in cui assicurava che le superpotenze sono pronte a riprendere i negoziati. Ha aggiunto: “Ciò che è importante è che i negoziati continuino e che la Turchia sostenga ogni passo positivo in questa direzione.”

Yemen
Il governo di transizione yemenita ha concordato in linea di principio nel concedere al presidente Ali Abdullah Saleh e coloro che hanno lavorato con lui per tutta questi anni, la piena immunità contro processi giuridici e legali  all’interno ed all’esterno dello Yemen.
Nel frattempo, delle dispute scoppiate tra il presidente Saleh e il suo vice Abed Rabo Mansur Hadi, a seguito di accuse di tradimento mosse dal primo al secondo. Questo ha spinto Hadi a minacciare di lasciare il paese se le pressioni esercitate su di lui da Saleh e dai suoi uomini non si fermano.

Egitto
La procura egiziana ha chiesto al tribunale criminale del Cairo la condanna a morte per impiccagione del deposto presidente egiziano Hosni Mubarak e di altri sette accusati di essere implicati nell’uccisione di manifestanti. Ha inoltre chiesto una condanna a 15 anni di carcere contro i figli Gamal e Alaa, e al latitante uomo d’affari Hussein Salem, accusati di aver tratto profitti illeciti e di spreco di fondi pubblici.
D’altra parte, i risultati preliminari delle elezioni dell’Assemblea del popolo ha rivelato un vantaggio dai movimenti islamici, in parallelo ad un notevole progresso registrato dal Partito al-Wafd  in alcune circoscrizioni, e un netto ritiro del blocco egiziano che è arrivato terzo.

Dossier israeliano
Il caso degli hacker sauditi che sono riusciti a rubare i dati relativi alle carte di credito di circa 400.000 israeliani, e la pubblicazione di alcuni dettagli circa i proprietari di queste carte, compresi i numeri delle loro carte, i loro indirizzi, nomi e numeri di telefono, occupa i titoli principali dei giornali israeliani di questa settimana. I giornali hanno anche affrontato le manovre che sono state e saranno condotta da Israele, dopo che la marina israeliana ha effettuato in modo sorprendente una massiccia manovra navale, in una base navale israeliana. Si parla anche di una manovra che presta sarà effettuata da Israele e dagli Stati Uniti per emulare uno scenario di difesa contro un attacco missilistico. Yediot Aharonot ha detto, in questo contesto, che l’esercito israeliano ha effettuato esercitazioni al confine con l’Egitto e Gaza, emulando lo scenario di un rapimento di soldati, aggiungendo che tutte queste attività sono spinte dal timori estremi prevalenti nell’esercito israeliano in merito al rapimento possibile di un altro soldato, come era accaduto nel caso del soldato Gilad Shalit.
Nel frattempo, i giornali affrontato diverse questioni importanti, come la decisione del comitato israeliano sull’energia nucleare – in coordinamento con il cosiddetto Comando del Fronte Interno – per fermare le attività nucleari dei reattori nucleari di Israele nel caso in cui il fronte interno dovesse essere sottoposti a un attacco missilistico. I giornali hanno anche parlato della riunione che si è svolta tra l’alto negoziatore palestinese Saeb Erekat e il procuratore israeliano Yitzhak Molcho, che è stata percepita da Israele come parte del contesto dei negoziati diretti con i palestinesi.
Yediot Aharonot ha anche menzionato che ci sono  grandi paure nell’esercito israeliano, in relazione al perseguimento possibile di elementi dell’esercito israeliano da parte di Hezbollah e delle altre organizzazioni, attraverso i social network, soprattutto su Facebook.

Dossier libanese
Il ministro della Difesa Fayez Ghosn ha assicurato ancora una volta, nelle dichiarazioni alla OTV: “Abbiamo informazioni chiare e l’esercito ha fatto irruzione a Erssal, alla ricerca di Hamza Karakoz. Ho messo in guardia i libanesi contro la presenza di al-Qaida perché io sono a capo di un’istituzione che è responsabile della sicurezza dei cittadini. E’ nostro dovere di politici e funzionari dire che il confine è infiltrato da alcuni estremisti, tra cui elementi di al-Qaida, ed è nostro dovere non nascondere le informazioni in modo che le cose non ci esplodano in faccia“.
Da parte sua, il capo del movimento al-Marada deputato Suleiman Franjieh, ha assicurato nel corso di una conferenza stampa: “Le dichiarazioni del ministro della difesa Fayez Ghosn, per quanto riguarda la presenza di elementi di al-Qaida in Libano, sono basate sui rapporti della sicurezza, dei militari e dell’intelligence dell’esercito libanese.” Ha paragonato la campagna mediatica contro Ghosn alle campagne del Movimento Futuro dopo il martirio del primo ministro Rafik al-Hariri, dicendo: “Coloro che commerciavano con il sangue del Primo Ministro martire, non esiteranno a commercio con il sangue del popolo di Erssal e Anjar Majdel, tra gli altri, perché un affarista rimane un affarista.”
L’ex primo ministro Saad al-Hariri ha risposto su Twitter dicendo: “Non è utile trasformare questo problema in un problema tra il popolo e l’esercito. Il problema risiede nelle affermazioni false che sono state negate dai ministri nel governo“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

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