Il “muro della vergogna” e la sconfitta turca in Siria

Leon Camus, Global Research, 15 novembre 2013

1123La Turchia, al momento attuale, costruisce un “muro della vergogna” sul suo confine meridionale per evitare la diffusione sul proprio suolo dei combattimenti che imperversano in Siria tra curdi e i jihadisti internazionalisti che combattono contro le forze governative di Damasco. La costruzione che suscita la rivolta delle comunità curde separerà i due lati della barricata. La rabbia segue gli alaviti turchi scacciati dalle aree in cui i profughi siriani, ribelli all’autorità del regime baathista di Damasco, affluivano… Fu il momento in cui le rivolte della primavera araba sembravano spianare la strada all’istituzione nel Mediterraneo meridionale di una serie di governi islamici fabbricati dai Fratelli musulmani. Una prospettiva che ha incoraggiato le ambizioni neo-ottomane della Turchia supportate dall’esempio del successo economico. Ahimè, il potere alawita non è crollato, e la guerra ha un preso una piega disperata. Gli USA si sono quindi rassegnati a rinunciare, per il momento, a qualsiasi intervento diretto mentre quasi avvia negoziati bilaterali con l’Iran, alleato strategico della Siria. È una struttura completamente nuova, dopo tre decenni di negazione. Ma ora che l’economia turca soffre pesantemente per lo sforzo bellico e una crescita assai debole, 5% nel 2013, una perdita di quattro punti in due anni e mezzo di guerra, così come soffre dell’afflusso di rifugiati sul proprio territorio. Oggi, proteste e rivolte aumentano. Recentemente, dopo le massicce manifestazioni di giugno a Istanbul, l’agitazione maturata nella capitale Ankara, s’indebolisce un potere islamico reputato moderato ma che a poco a poco si scopre limitare le libertà civili o ripudiare l’eredità della laicità kemalista, imponendo leggi basate sulla Sharia. Nonostante il suo dinamismo economico, la Turchia tende a diventare “il malato d’Europa“… Un’Europa che miracolosamente ha ripreso i negoziati per l’adesione della Turchia, lasciati inattivi per diversi anni. Forse un modo per compensare Ankara per la pena presa cercando di rovesciare Assad, il risarcimento per le spese di guerra e la perdita dei profitti rinunciando a vedersi stabilire a Damasco un governo sunnita islamista moderato, un clone di Ankara.
Se il presidente francese, meno abile a sottrarvisi della gente di Washington, è stato ridicolizzato in Siria, ma agli occhi di chi? La Turchia ci ha lasciato le penne… Se Tarik Ramadan, nipotino del fondatore dei Fratelli musulmani e presidente degli studi islamici a Oxford finanziati da Doha, poteva scrivere nel settembre 2011 che “la visita del Primo ministro Erdogan in Nord Africa è stato un grande successo popolare”… “Da tre anni è diventato più popolare e rispettato per molti motivi: è stato eletto e rieletto, e tutti, anche i suoi avversari, riconoscono competenza e efficacia al suo governo. La Turchia progredisce dentro e fuori: meno corruzione, migliore gestione, meno conflitti...” (tariqramadan.com 20 settembre 2011). Molto rapidamente, comunque il giudizio elogiativo viene smentito dai fatti. In effetti, se la Turchia era presuntamente “dalla parte giusta della storia” all’inizio della primavera araba, rapidamente si disilluse con l’economia che subiva una grave battuta d’arresto per una guerra che segnava la fine delle esportazioni verso la vicina Siria, e per la proliferazione di campi profughi mal tollerati dalla popolazione locale, parte della quale dimostratasi ostile. Nel 2010, le esportazioni turche verso la Siria furono pari a 1845 miliardi di euro. Alla fine del 2011 erano sprofondate a 1611 miliardi… su un volume totale, è vero, di 137 miliardi dollari. Ma senza contare gli 800.000 siriani che, nonostante la rude dittatura assadista! Si recavano ogni anno in Turchia per visitarne le città… Inoltre, “poiché la Siria è in fiamme, le società turche non possono più inviare merci nel Golfo e nel Mashreq” (Cherry.fr 25 ottobre 12). Quindi, anche se gli esperti dicono che il commercio con Damasco rappresentava solo una quota minore del commercio turco, l’impatto della guerra è grande e non sempre visibile. Nel 2012, un forte rallentamento dell’economia iniziò a farsi sentire e tende ad aumentare in Turchia con l’estensione della guerra e l’accrescersi delle perdite economiche, ora pari a circa cinque miliardi di dollari, dopo la cacciata dall’Egitto dei Fratelli musulmani, a luglio! (Irib 2 settembre 2013) I rifugiati “supererebbero i 600.000, tra cui più di 400.000 che vivono al di fuori dei campi installati lungo il confine.” (Lesechos.fr 21 ottobre 2013). Ventuno campi che ospitano circa 200.000 rifugiati, ora “la Turchia sente di mantenere la sua politica della “porta aperta” verso i civili in fuga dalla guerra in Siria, nonostante la chiusura temporanea dei confini per via delle violenze localizzate“. A questo proposito, il primo ministro Erdogan aveva detto ad agosto che il suo Paese aveva già speso quasi due miliardi di dollari per ospitare i profughi (Ibid). Un afflusso incontrollabile che ha portato, nel 2012, a duri scontri tra gli abitanti locali… Delle centinaia di migliaia di siriani arrivati in Turchia dalla primavera del 2011, solo duecentomila, abbiamo detto, hanno trovato rifugio nei campi, altre decine di migliaia sono sparse tra le popolazioni urbane, dove la loro presenza è causa permanente di sommosse, soprattutto nella provincia di Hatay, Iskenderun, il sangiaccato sottratto alla Siria nel 1938, in cui convivono da tempo alawiti, sunniti e curdi, aleviti e cristiani… “scontri tra le comunità e manifestazioni anti-Erdogan hanno già avuto luogo ad Antiochia” (Lesechos.f 16 settembre 2013).
Poiché Turchia e Siria condividono 900 km di confine lungo cui hanno luogo pesanti combattimenti, soprattutto nella provincia di Idlib, dove hanno luogo gli scontri tra tribù curde ed mercenari arabi del Fronte al-Nusra, Ankara ha deciso costruirvi un muro di sicurezza… in linea di principio per vietare l’immigrazione illegale e il contrabbando, in realtà, per evitare che gli scontri tra ribelli curdi e salafiti si estendano in territorio turco (Reuters 7 ottobre 2013). Barriera di qualche chilometro per ora, ma subito chiamato “muro della vergogna“, in riferimento al muro di separazione costruito dalle autorità israeliane per isolare i palestinesi ancora presenti nella zona d’occupazione.

Il governo dell’AKP ora grava sulla Turchia
Da questo punto di vista, dobbiamo insistere sull’esaurimento del credito morale di cui godeva, fino al 2011, un potere che credendo fosse arrivato il tempo del trionfo islamista, s’è esposto assai goffamente. Un potere che si mostra per così come è, cioè una teocrazia democratica pignola e intrigante che interferisce nella vita quotidiana di un popolo le cui pratiche religiose sono tutt’altro che omogenee, a immagine della diversità etnica della nazione turca. Si pensi al dieci-venti per cento della componente Alawita della Turchia moderna, da sei a dieci milioni! Queste “teste rosse” (Qizilbash), i turcomanni e i curdi ribelli da secoli agli standard di un sunnismo raramente tollerante e talvolta feroce, non tollereranno l’indurimento islamico nel decadimento della laicità o delle libertà religiose garantite, il ritorno del foulard e il confessionalismo delle istituzioni e della vita quotidiana… Nella stesso ordine di idee, in risposta alle misure restrittive adottate dal governo Erdogan, rafforzanti le norme giuridiche ispirate alla sharia, la legge islamica, gli studenti che protestano violentemente ad Ankara, ieri, riecheggiavano le grandi mobilitazioni di giugno, in particolare ad Istanbul, avendo avuto simili se non identiche motivazioni. Ciò significa che il governo turco presentatosi alle elezioni come “islamico moderato”, segue la stessa direzione effimera dei Fratelli musulmani egiziani, o tunisini, la cui ideologia islamista ne ha rapidamente messo a repentaglio le possibilità, facendoli sbarazzare.
Quindi le scelte sociali, ideologiche e geopolitiche, in combinazione con la subordinazione atlantista profondamente errata, smisurata e senza giudizio, ha portato una Turchia prospera a conoscere sia una permanente debolezza economica che una significativa destabilizzazione interna, l’avanzata di una grande contestazione che la ripresa dei negoziati per l’adesione all’Unione europea, bloccata in questi ultimi anni prima dell’apertura del 5 novembre del capitolo 22 su “Politica regionale e coordinamento degli strumenti strutturali“, forse non salverà dal fiasco sociale ed economico che appare nel medio termine. Molti fattori sono presenti, permettendo in effetti un certo pessimismo sul futuro di un Paese che, forse, trova salvezza nella tardiva adesione a una Europa in crisi, ma desiderosa di unire la propria impotenza sulla guerra al confine con la Turchia, alla sua vocazione all’Islam dilagante e dal peso demografico schiacciante. Ciò, naturalmente, ignorando la Storia che le lezioni del passato secolo hanno dovuto essere impartite, dopo l’ultimo scontro con le ambizioni turche, ancora ben manifestatesi nel luglio-agosto 1974 con le migliaia di morti e di dispersi dell’Operazione Attila.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lo strano missile anti-missile di Erdogan

Dedefensa 30 settembre 2013

998990L’editorialista ed ex diplomatico indiano MK Bhadrakumar dedica una lunga pagina, il 29 settembre 2013, su Strategic Culture, sulla scelta inaspettata, o strana dipende, della Turchia per il sistema anti-missile cinese (BMD) FD-2000, prodotto dalla società China Precision Machinery Import and Export Corp. (CPMIEC), per un contratto iniziale di 3 miliardi di dollari. Seguiamo Bhadrakumar almeno per la sua esperienza nel campo dei sistemi d’arma, per la sua conoscenza e i suoi molti conoscenti in Turchia (dove è stato ambasciatore dell’India), che gli consentono di far comprendere meglio la situazione turca e, in questo caso, il senso politico di una cosa così importante come la scelta del sistema anti-missile. L’FD2000 è stato scelto a dispetto dei suoi concorrenti, il sistema Patriot (USA e NATO), il sistema franco-italiano Eurosam e il sistema russo S-400. Bhadrakumar ha anche avanzato argomenti finanziari, che sembrano giocare soprattutto a favore del concorrente russo (S-400), mentre le argomentazioni politiche riguardano i due concorrenti provenienti dai Paesi del blocco BAO e dalla NATO, di cui la Turchia è membro. Mentre Bhadrakumar offre alcune riflessioni su ciò che questa vendita rappresenta come “svolta cinese” sul mercato delle armi avanzate, chiaramente è l’aspetto politico che interessa, in particolare con questa osservazione che colpisce un aspetto di buon senso. “[...] La presenza di una società cinese legata all’Esercito di Liberazione del Popolo per avviare il compito altamente sensibile della costruzione di una difesa missilistica per tutto il Paese, che è alle porte dell’Europa e sembra essere un membro chiave della North Atlantic Treaty Organization… L’ironia si approfondisce quando il fattore per cui la Turchia ha bisogno di un sistema di difesa missilistica, in prima istanza, è scongiurare un potenziale (o ipotetico) scontro con l’Iran o Israele, i due Paesi della regione con capacità missilistiche che sono anche assai vicini alla Cina. E diventa ulteriormente più greve ricordandosi che componenti del sistema di difesa missilistica della NATO sono già schierati sul suolo turco, presidiati da militari degli Stati Uniti, apparentemente per affrontare la minaccia dello “stato canaglia” Iran.”
Bhadrakumar ha detto che la NATO ha fatto pressione per diversi mesi sulla Turchia perché  comprasse il sistema Patriot, per il diritto sacrosanto dell’interoperabilità, uno dei fondamenti tecnici di questa organizzazione così ben organizzata, naturalmente su ispirazione americanista. A questo imperativo dell’interoperabilità, aggiungeremmo il caso della vasta famiglia dei sistemi BMD (Ballistic Missile Defense), e il controllo assoluto degli USA su tutto il sistema, nel caso della NATO. Sembra che l’argomento dell’unicità e della rigorosa ortodossia delle attrezzature NATO, contrariamente al solito, sia invece stata accolta dai turchi come argomento contrario… Il fatto che la CPIMEC, l’azienda cinese che produce il FD-2000, sia stata sanzionata dagli Stati Uniti e sia nella lista nera infinita di questo Paese, contrario a quasi tutto ciò che non sia degli Stati Uniti, sembra quasi aver pesato come argomentazione a favore della sua scelta. “Chiaramente, Ankara ha preso una decisione calcolata sulla base di considerazioni geopolitiche. La decisione riflette il disincanto in costante crescita in Turchia verso l’Unione Europea, la NATO e gli Stati Uniti. Erdogan inconfondibilmente sottolinea che la sua nazione non sarà più insultata dall’occidente. Realizzando che la Turchia avrà dall’UE sempre un continuo sbarramento all’adesione di Ankara all’unione. Un ex-ministro ha detto la scorsa settimana che la Turchia che non sarà mai ammessa nell’UE. I turchi sono scettici circa l’adesione a una partnership con le languidi economie europee, e su cosa potrebbero apportare alla propria economia ancora capace di galleggiare. Nell’operazione libica della NATO, la Francia ha ignorato la Turchia nel suo piano, cui Ankara ha partecipato senza essere invitata. Sulla Siria, l’agenda della NATO è l’agenda occidentale, non della Turchia, e un’azione può aversi se gli Stati Uniti perseguono le proprie strategie regionali e non gli interessi della Turchia, in qualsiasi modo possano competervi“.
Segue una lunga lista di frustrazioni di Erdogan verso il blocco BAO e soprattutto nei confronti degli Stati Uniti. Il consiglio degli USA alla Turchia di avvicinarsi ad Israele non ha avuto alcun effetto. La Turchia segue una via spesso conflittuale con gli Stati Uniti, in particolare nel contesto della “primavera araba” e anche nel contesto della crisi in Siria, dove la Turchia è su una posizione estrema che la porrebbe da “dura” e, quindi, come ottimo allieva del blocco BAO, in realtà finisce per escluderla quando a tale posizione si aggiungono le varie frustrazioni contrastanti, la cui ultima di queste “frustrazioni contraddittorie”, suggerisce Bhadrakumar, non è che la mente sospettosa e rabbiosa di Erdogan, che ha visto nei recenti disordini in Turchia la mano di Washington, ma è poi un pessimo sospetto, essendo nota la propensione degli Stati Uniti ad attivare i mezzi di sovversione sociale attraverso il controllo di innumerevoli ONG in quanti più paesi possibili?… Concludiamo che si debba cercare, nelle situazioni conflittuali, meno logica strategica che il risultato della grande confusione che agita la logica delle relazioni internazionali, di cui la crisi siriana è un nodo particolarmente fertile. “Ancora più importante, Erdogan a malapena nasconde il suo senso di frustrazione per il zig-zag dell’amministrazione Obama sulla Siria. Erdogan è un solido esponente del cambio di regime in Siria e persino sostiene un’ampia azione militare invece della semplice “azione limitata” che Obama contemplava sulla questione delle armi chimiche. Da parte sua, l’amministrazione Obama ha messo in guardia il governo islamista di Ankara nel fornire supporto segreto ai gruppi salafiti estremisti in Siria, tra cui ad esempio gli affiliati di al-Qaida, ISIS e Nusra. Rapporti continuano ad emergere, di volta in volta, sulla finalità del legame segreto nella guerra per procura della Turchia contro i curdi siriani, in combutta con l’organizzazione separatista PKK.
Poi vi sono altri aspetti irritanti. Washington ha ignorato gli avvertimenti della Turchia sul coinvolgimento di Big Oil nei giacimenti offshore di Cipro e c’è il sospetto in agguato nella mente di Erdogan, che non potrebbe articolare in modo esplicito, secondo cui ‘i disordini anti-governativi in Turchia godono del sostegno occidentale. L’amministrazione Obama è stata aspramente criticata sul giro di vite dei manifestanti ad Istanbul, da parte del governo turco. “In effetti, si è tentati di suggerire che Erdogan abbia deciso di avere un flirt con la Cina per dispetto verso l’occidente. È vero, è sottoposto ad una forte pressione occidentale ultimamente, ed è notoriamente un uomo orgoglioso. Erdogan è sensibile alle critiche statunitensi, che verso il suo presunto stile autoritario e la sua segreta agenda d’islamizzazione della Turchia “laica” sono state dure, soprattutto da parte degli autori ebreo-americani e dei think tank. Tuttavia, c’è molto di più in questa decisione di aggiungere una dimensione altamente strategica ai legami turco-cinesi. Quando Erdogan ha detto a gennaio che aveva discusso con il Presidente Vladimir Putin l’idea che la Turchia aderisse alla Shanghai Cooperation Organization [SCO] invece che all’Unione europea, fu sottoposto al ridicolo negli Stati Uniti. In un attacco pungente su National Interest, Ariel Cohen ha deriso Erdogan: “A differenza dell’Unione europea, i membri della Shanghai non premeranno su Erdogan per una liberalizzare. Infatti, possono incoraggiare le sue tendenze dittatoriali… Inoltre, la SCO è adatta all’impulso islamista di Erdogan nel sfidare l’occidente e nel sognarvi un’alternativa… Conversazioni con alti operatori politici turchi che hanno familiarità con la cultura politica e lo stile della negoziazione di Ankara, suggeriscono una triplice spiegazione: frustrazione per il lungo processo di adesione all’UE, un bluff e la necessità di attirare l’attenzione. Ora, Erdogan minaccia di andare via da un negozio snob, che rifiuta di vendergli la merce, andando nel negozio accanto, che vende beni più economici e scadenti”. Ma, cosa succederebbe se Erdogan non bluffa? Il suo islamismo ha sempre avuto un forte sottofondo nazionalista turco, che in parte spiega la veemenza del suo  mandato popolare. La Turchia ha rimuginato sulla saggezza di una contiguità all’identità occidentale in un mondo in cui l’Asia avanza. L’Unione europea può essere un “negozio snob” la cui merce ha superato la data di scadenza. Considerando che il negozio accanto inizia ad avere ultimamente  prodotti allo stato dell’arte.”
Segnato dal disordine di Erdogan”, diciamo, senza dubbio. Il primo ministro turco ha già dimostrato, dopo il più impressionante debutto nella direzione opposta, di avere grandi difficoltà a non cedere al disordine le sue opinioni politiche, spesso aiutate dalla pressione di un carattere  scarsamente controllato. Tuttavia, questo disordine, che non è che un ulteriore elemento di questa considerevole agitazione delle relazioni internazionali in cui vi sono molti disturbi “politici” può, come gli altri, trovare un posto nella logica di un ordine superiore che gli eventi riordineranno. Ad esempio, si può presumere che la scelta dell’FD-2000 sia legata al fatto che Erdogan ha parlato due volte della candidatura della Turchia alla Shanghai Cooperation Organization (SCO), che a quanto pare viene presa sul serio dalla Russia mentre la Cina era molto riluttante, questo approccio positivo verso l’FD2000 e l’allineamento alla sicurezza che ne conseguirebbe, potrebbero ammorbidire significativamente il giudizio cinese. (A proposito del disturbo nel passo dal National Interest citato da Bhadrakumar, è strano vedere la SCO citata in alternativa all’UE, anche se questa organizzazione è dedita principalmente alla sicurezza, sarebbe molto più logico definirla, nel caso della Turchia, come un’esplosiva adesione alla concorrente nella NATO… inaugurando una strana situazione nella mente di Erdogan e nello spirito del tempo, ma anche nel senso di quei disturbi che, a forza d’insistere, mettono a nudo le situazioni dei vari vincoli ed impegni contrastanti, il cui esito può portare a un nuovo ordine. D’altra parte, se il commentatore Ariel Cohen ha la serietà che Bhadrakumar gli attribuisce, la sua interpretazione, ponendo le funzioni delle due organizzazioni UE ed SCO su un piano comune, denota lo strano stato d’animo di Washington, ma alla fine niente sorprende veramente).
Ciò che vogliamo esprimere è che dopo aver considerato Erdogan come un possibile statista discreto, che poteva porre un ordine del principio nel nostro tempo, appare meglio come uno spirito inquieto e coraggioso, un audace che ha una certa mancanza di consapevolezza delle cose e dei fatti, e che più di ogni altro rispecchia il disordine intrinseco del nostro tempo, e che quindi vi partecipa. L’idea di scegliere un sistema missilistico cinese, vale a dire uno dei sistemi d’arma dal maggiore significato politico oggi, è senza dubbio da parte di un membro della NATO un approccio barocco ed effettivamente audace come indicato sopra. (La Turchia ha acquistato armi russe, per esempio, ma dal minore significato politico, e in modo meno frenetico e meno pronto ad interpretazioni politiche elevate.) Questo stesso approccio è, per un Paese musulmano esterno al Medio Oriente, e che si ritiene emarginato dagli eventi attuali, un orientamento politico che per contro si unisce a un orientamento sorprendentemente strutturale, se non di principio, della tentazione dell’Oriente, o meglio del Nord-Est, con cui la Turchia volta le spalle all’occidente… In effetti, gli eventi attuali tendono a marginalizzare potentemente la Turchia, prima quelli in Egitto, dove la Turchia s’è opposta alla violenta presa del potere dei militari, mentre gli altri Paesi della regione l’hanno accettata, e poi quelli in Siria, dove l’opzione massimalista favorita dalla Turchia è ora nel caos più totale. Su questo ultimo punto, l’ironia di cui parla Bhadrakumar, cioè il disordine, si tradurrebbe in un potente cambiamento progettato dalla Russia (la situazione siriana) emarginando la Turchia dal Medio Oriente e spingendola ad esplorare l’Oriente/Nord-est e la Shanghai Cooperation Organization, dove ritroverebbe… la Russia. Inoltre, Putin, quando parla di Turchia non dimentica mai di dire una parola sul suo “amico Erdogan”, mettendo da parte negligentemente la crisi siriana per proclamare che la Russia e la Turchia hanno molto in comune. “Ma cosa succede se Erdogan non bluffa?” si domanda Bhadrakumar. Precisando la realtà nelle sue varie componenti: e se Erdogan, con il suo sistema FD2000 e l’OCS, con il suo disgusto per il blocco BAO e il suo risentimento anti-USA, non bluffa? Il disordine, ancora il disordine, sempre il disordine…

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli islamisti e i militari turchi

Jurij Kirillov, New Oriental Outlook

erdogan_DW_Bayern__Turkish Prime Minister Recep Tayyip Erdogan, guiding his country back toward IslamIl processo a un gruppo di ex militari è iniziato in Turchia. Sono accusati del rovesciamento, nel corso del colpo di Stato incruento nel 1997, del governo islamico guidato dal Primo Ministro N. Erbakan del Refah Partisi (Partito del Benessere), in seguito bandito dalla Corte Costituzionale del Paese per attività di “natura anti-secolare”. Il partito Giustizia e Sviluppo (JDP), il partito islamico che governa il Paese dal 2002, ha origine nel Refah Partisi. Uno dei suoi fondatori, l’attuale Primo ministro Erdo?an, ha ricevuto il testimone dalle mani del suo maestro Erbakan. Il processo, che oggi ci ricorda chi governa in Turchia, continua la sequenza dei processi ai militari. Tra cui il caso Ergenekon, tenutosi solo un mese fa; un complotto contro il governo, sentenze di condanna sono state emesse contro più di 300 militari, per la preparazione di atti terroristici volti a destabilizzare il Paese. In realtà, ciò è l’eco dello scontro tra gli islamisti e l’esercito turchi che, da lungo tempo, si ritiene essere l’erede di Kemal Ataturk, il fondatore della Turchia laica. Anche se il processo attuale è una questione interna della Turchia, il suo contesto regionale non deve essere ignorato, nell’ambito della turbolenta primavera araba intorno la Turchia.
Dopo il successo degli islamisti (inaspettato per molti) alle elezioni in Egitto e Tunisia, così come l’aggravarsi della crisi in Siria, è emersa la prospettiva per queste forze, di poter rafforzare le loro posizioni nei centri di potere, sostituendo le vecchie élite. Un certo numero di forze politiche arabe, specialmente i Fratelli musulmani e gruppi simili, hanno concentrato la loro attenzione sulle esperienze sviluppatesi nel modello turco. Queste tendenze, ovviamente, fanno appello alla leadership del JDP cui sempre più s’ispirano per l’attività politica, e non solo negli affari interni dei Paesi che subiscono il “risveglio arabo”. Hanno fatto rivivere i sogni, a lungo accarezzati dalle elite islamiste di Ankara, di avere lo status di leader o “grande fratello” nel mondo arabo-musulmano.
Tuttavia, come i successivi eventi della primavera hanno dimostrato, la leadership dei partiti islamisti in Egitto e Tunisia si è rivelata incapace di porre fine alle turbolenze post-rivoluzionarie.  Il loro dominio ha solo aggravato i problemi esistenti, in tutti i loro aspetti, e nel campo della sicurezza in particolare. In Siria, l’opposizione anti-governativa si è unita, sotto la maschera della rivoluzione, agli elementi più combattivi delle forze terroristiche internazionali. In conseguenza delle perturbazioni e dello squilibrio globale nella regione, il sistema di relazioni economiche stabilite dalla Turchia verso un certo numero di Paesi arabi, durante il dominio di leader autoritari, è stato scosso. Ankara ha subito danni economici e finanziari a causa della guerra interna e al rovesciamento di Gheddafi in Libia, una delle roccaforti dell’imprenditoria turca nel mondo arabo. C’erano circa 30.000 turchi impegnati nella realizzazione di progetti del valore di 15 miliardi di dollari.
Le relazioni di Ankara con la Siria, una volta amichevoli e reciprocamente vantaggiose, sono state eliminate. Il commercio bilaterale era in rapida crescita, il regime dei visti era stato rimosso, ma il ritiro di Ankara da questo percorso nel 2011, ha scosso la struttura della cooperazione come un terremoto. Oltre alle spese per il sostegno dei ribelli, le autorità turche hanno dovuto fornire rifugio a più di 400.000 profughi siriani. La presenza di così tante persone ha acuito la destabilizzazione della normale vita nella regione, suscitando insoddisfazione tra la popolazione locale. Gli esperti avvertono che la ribellione in Siria, fomentata dalla Turchia, può avere un effetto boomerang nella Turchia stessa, e la guerra religiosa siriana si riverserà in Turchia.
Le ambizioni geopolitiche regionali della Turchia vengono contrastate dal rovesciamento del presidente Muhammad Mursi in Egitto, dove i Fratelli musulmani egiziani erano considerati da Ankara tra i partner più importanti. Le relazioni di Ankara con l’Egitto hanno iniziato a mostrare segni di tensione dopo che la leadership della Turchia ha condannato l’avvento dei militari in Egitto e il rovesciamento di Mursi. Cairo ha risposto con una protesta ufficiale per l’interferenza nei suoi affari interni. Una reazione molto sottotono per il colpo di Stato in Egitto da parte dell’occidente (soprattutto dallo stretto alleato della Turchia, gli Stati Uniti), il supporto all’esercito egiziano da parte di Arabia Saudita e delle altre monarchie del Golfo, hanno aumentato le preoccupazioni di Erdogan verso i militari, ritiene Attila Yesilada, analista politico presso Global Source Partners di Istanbul.
Non si può negare che la Turchia abbia superato il mondo arabo, in termini di secolarizzazione della società. Oggi, quando in un certo numero di Paesi colpiti dalla primavera, esiste un divario crescente nella società e un crescente confronto tra gli islamisti, andati al potere sull’onda delle proteste, e le forze liberali pro-laiche, logicamente Ankara dovrebbe affiancare queste ultime.  Tuttavia, in realtà, le sue autorità, seguendo i loro gretti interessi di partito, giocano a favore di quelle forze che, toccando le corde islamiche, fanno arretrare i loro Paesi.

Jurij Kirillov, esperto di Medio Oriente e Nord Africa, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I terroristi del Xinjiang addestrati e supportati in Siria e Turchia

Lin Meilian, Global Times 1 luglio 2013

xinjiang-mapDa studente straniero ad Istanbul a soldato addestrato ad Aleppo in Siria, a terrorista che trama attentati nella Regione autonoma uigura del Xinjiang in Cina, il 23enne Memeti Aili ha detto di vedere il suo sogno trasformarsi in incubo. Memeti Aili è stato recentemente arrestato dalla polizia quando è ritornato nello Xinjiang per completare la missione per “condurre un violento attentato e migliorare le propria capacità di combattimento“, assegnatagli dall’East Turkestan Islamic Movement (ETIM). L’ETIM è un gruppo terroristico che mira a creare uno Stato islamico nel Xinjiang, collaborando con l’Associazione di Educazione e Solidarietà del Turkestan Orientale (ETESA), un gruppo in esilio ad Istanbul. “Dopo aver ascoltato le loro lezioni, tutto quello che riuscivo a pensare era la jihad e ho completamente abbandonato i miei studi e la mia famiglia“, ha detto alla polizia. “Ma, ripensandoci, era come un incubo.”
Un funzionario dell’antiterrorismo ha detto a Global Times, durante un’intervista esclusiva, che circa 100 persone come Memeti Aili si erano recate in Siria per unirsi alla lotta dei ribelli siriani, lo scorso anno. “Il loro scopo è superare le proprie paure, migliorare le loro capacità di combattimento e acquisire esperienza nella realizzazione di attentati terroristici“, secondo il funzionario che ha preferito restare anonimo. Lo Xinjiang, nella Cina occidentale, confina con l’Asia centrale e ospita 10 milioni di uiguri. E’ stata scossa da due attentati terroristici che hanno ucciso 35 persone, la scorsa settimana, pochi giorni prima del quarto anniversario della sommossa del 5 luglio nella capitale Urumqi, che provocarono 197 morti. Yu Zhengsheng, membro del Comitato permanente dell’Ufficio Politico del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese (CPC), ha guidato un team di lavoro ad Urumqi dopo che il Presidente Xi Jinping ha disposto le misure per la salvaguardia della stabilità sociale. “S’intensificheranno gli sforzi per reprimere i gruppi terroristici e le organizzazioni estremiste, rintracciando i mandanti di questi crimini“, ha detto Yu alla Xinhua News Agency.

Una battaglia sgradita
Nel 2011, dopo la laurea ad Urumqi, Memeti Aili è andato a studiare in Turchia, come molti altri studenti musulmani uiguri. Poco dopo essersi sistemato a Istanbul, qualcuno dell’ETESA l’ha avvicinato e gli ha offerto “aiuto”. Un anno dopo, terminati gli studi, Memeti Aili venne informato da ETESA e ETIM che era stato scelto per recarsi in Siria per unirsi ai combattimenti. Insieme ad altri giovani, Memeti Aili si recò ad Aleppo, la più grande città situata nel nord-ovest Siria e si unì ai ribelli. La percentuale di combattenti stranieri in Siria ha raggiunto l’80 per cento, provenienti da 29 Paesi come Libia, Turchia, Libano e Yemen, secondo Umran al-Zubi, ministro dell’informazione del governo di Assad.
Prima di arrivare in Siria, Memeti Aili ha detto che non aveva mai toccato una pistola. Questi giovani ricevettero sette giorni di addestramento nella periferia di Aleppo, dove non c’era né acqua, né corrente elettrica, e il cibo era scarso. “Abbiamo dovuto cambiare posto quattro volte al giorno nel timore di possibili attacchi da parte dell’esercito siriano, quindi non abbiamo imparato molto quella settimana“, ha ricordato. Durante l’addestramento gli fu mostrato come sparare e come fabbricare bombe. Ma non tutti ebbero la possibilità di una pratica e molti guardavano soltanto, sperando che qualcosa sarebbe successo. Dopo che l’addestramento terminò, Memeti Aili fu assegnato all’Esercito libero siriano (ELS), la struttura armata dell’opposizione in Siria. “Abbiamo girovagato intorno Aleppo come pazzi, per evitare possibili bombardamenti e attacchi aerei“, ha detto Memeti Aili, “non abbiamo visto l’esercito siriano, ma abbiamo visto i luoghi in cui i nostri ragazzi sono stati colpiti dalle bombe e uccisi.” Ha trasportato dei feriti negli ospedali locali, ma gli fu detto che il solo ospedale attivo veniva spesso bombardato. I suoi compagni furono lasciati morire. Ciò che ha sorpreso Memeti Aili di più è stato che i combattenti stranieri non erano ben accolti dalla gente del posto. “Abbiamo pensato che avendo portato la guerra santa in Siria ci avrebbero dato il benvenuto, ma il fatto è che la gente del luogo ci disse che non eravamo i benvenuti in quanto non vogliono cambiare il loro stile di vita“, ha detto Memeti Aili.
La maggior parte dei combattenti inesperti fu uccisa a causa di equipaggiamenti inappropriati. Fortunatamente per lui, Memeti Aili fu assegnato alle pattuglie notturne invece che alla prima linea. Due mesi dopo fu rimandato a Istanbul. In una dichiarazione pubblicata sul sito ufficiale del gruppo, nel 2012, l’ETESA ha negato che un qualsiasi uiguro sia andato in Siria per unirsi ai combattimenti e ha dichiarato di non essere associata ad alcuna organizzazione terroristica. “Gli uiguri non hanno mai partecipato a nessuna attività terroristica o non hanno mai effettuato azioni violente contro chiunque o qualunque governo“, disse.

L’estremismo nel Turkestan orientale
Parlando dopo gli attentati terroristici del 23 aprile nella città di Bachu, nello Xinjiang, che uccisero 21 persone, Meng Hongwei, Viceministro della pubblica sicurezza, ha detto che la lotta è influenzata dall’estero. Ha dichiarato che i “terroristi secessionisti” del Turkestan orientale  intervengono mentre la polizia impiega la mano pesante contro le bande terroristiche del Turkestan orientale e i loro rudimentali ordigni esplosivi. “Poiché il numero degli attentati terroristici internazionali è in aumento, dobbiamo restare vigili contro l’infiltrazione, la sovversione e le attività separatiste delle forze ostili, in patria e all’estero“, avrebbe detto Meng secondo Xinhua. Ahmatniyaz Sidiq, un uiguro presumibilmente legato all’organizzazione di attività estremiste fin da febbraio, la scorsa settimana ha attaccato un edificio del governo locale e la stazione di polizia di Turfan, insieme ad altre 15 persone, secondo la polizia. La polizia ha detto di aver ascoltato le registrazioni degli uomini ai primi di giugno incitavano ad attività terroristiche, raccolta di fondi e a comprare coltelli e benzina per l’organizzazione.
La polizia cinese ha inferto un duro colpo all’ETIM in questi ultimi anni, ma l’ETIM sembra ancora in grado di ispirare i suoi membri alle “tre forze del male” del separatismo, dell’estremismo e del terrorismo, secondo il Ministero della Pubblica Sicurezza. Li Wei, esperto di antiterrorismo dell’Istituto cinese per le relazioni internazionali contemporanee, ha detto a Global Times che i recenti attentati terroristici nello Xinjiang dimostrano che “i terroristi secessionisti del Turkestan orientale hanno copiato il modello internazionale e lo utilizzano nello Xinjiang. Per esempio, il personale delle forze dell’ordine è diventato il loro obiettivo principale, e invece di lanciare attacchi suicidi, si concentrano sull’addestramento e il reclutamento di nuovi membri e sulla promozione dei loro valori“, ha detto Li, che ha anche affermato che gli attentati hanno svelato carenze nella strategia dell’antiterrorismo nel Xinjiang, come l’immissione di troppi poliziotti nelle grandi città e la necessità di apparecchiature più moderne. “Abbiamo bisogno di rafforzare l’addestramento antiterrorismo della polizia provinciale. C’è anche bisogno di aggiornarne le attrezzature e di incoraggiare i residenti a segnalare comportamenti sospetti e di premiarli” ha proseguito Li.
Affrontando un dibattito aperto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sull’approccio globale alla lotta al terrorismo, a gennaio, il viceministro degli Esteri cinese Cui Tiankai ha chiesto alla comunità internazionale di affrontarne le cause principali. “Questi attentati sono gravi minacce non solo per la sicurezza nazionale della Cina, ma anche per la pace e la stabilità nella nostra regione. La comunità internazionale deve combattere questi gruppi con unità di intenti e di azione“, ha detto Cui secondo Xinhua.

L’ambasciatore siriano sull’antiterrorismo
Yang Jingjie

WestPoint_1_SyriaAQvsASGlobal Times: Ci sono state segnalazioni sui terroristi dal Xinjiang che partecipano al conflitto in Siria. Potete confermarle?
Imad Mustapha: La nostra stima è che vi sono coinvolti circa 30 cinesi. Il nostro informatore ci ha detto che circa 30 giovani uiguri sono andati in Pakistan per ricevere addestramento militare e poi sono andati in Turchia. Crediamo che il motivo per cui siano andati in Turchia dopo l’addestramento in Pakistan, era recarsi in Siria. Molto probabilmente, ora combattono nella città settentrionale di Aleppo, ma non ne siamo sicuri. Ciò che sappiamo per certo è che sono stati addestrati in Pakistan e poi inviati in Turchia. Il nostro informatore presente in un accampamento militare in Pakistan, ci ha detto che sono 30, ma questo non significa che non ce ne siano di più.

GT: L’esercito siriano ha ucciso o catturato terroristi del Xinjiang?
IM: Di solito non pubblicizziamo le informazioni su coloro che abbiamo catturato. Informiamo le agenzie d’intelligence dei rispettivi Paesi.

GT: Esiste una collaborazione tra la Siria e la Cina nell’affrontare gli estremisti?
IM: Condividiamo tutto quello che abbiamo con la Cina. Siamo sempre disposti a condividere tutto ciò che è nell’interesse della Cina. Abbiamo detto molte volte alla Cina che se quei estremisti, che combattono oggi in Siria, vincessero, andrebbero a combattere in un altro posto come l’Iran. Se vincessero in Iran, non si fermerebbero. Potrebbero finire per combattere in Russia o in Cina. Questo non è solo una lotta siriana. E’ una lotta tra le forze dei Paesi secolari e gli estremisti islamici fondamentalisti.

GT: Le autorità cinesi hanno rafforzato le misure di sicurezza nello Xinjiang sulla scia dei numerosi disordini della scorsa settimana. Qual è la reazione della Siria alla situazione attuale?
IM: In primo luogo, sosteniamo pienamente il governo cinese nel far rispettare l’ordine pubblico in tutto il Paese. In secondo luogo, sappiamo più di chiunque altro quanto siano pericolosi questi individui. Utilizzano il pretesto della religione per diffondere la loro agenda estremista, che appartiene al Medioevo e non al mondo d’oggi. In terzo luogo, siamo assolutamente fiduciosi che la Cina abbia forza e competenze per poter affrontare questi gruppi terroristici e sappiamo che sempre più cinesi capiranno la natura della lotta in Siria contro questi gruppi. Si tratta di un nemico comune ad entrambe le nostre nazioni.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il racconto di un estate turca: c’è un legame tra “Occupy Gezi” e il FMI?

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 24 giugno 2013

turkey_AP593066942245_620x350La caduta in disgrazia del Primo ministro turco Erdogan si è manifestata a Piazza Taksim, ad Istanbul. Piazza Taksim ora assomiglia a piazza Tahrir in Egitto. La cosa interessante da notare è che le proteste in massa arrivano un mese dopo che la Turchia ha saldato i suoi debiti con il Fondo monetario internazionale (FMI). Taksim Gezi Park (o semplicemente Gezi Park) era un tempo parte del cimitero armeno di Istanbul. Oggi, è essenzialmente l’ultimo spazio verde di Istanbul. Il parco è situato a Piazza Taksim, considerato il cuore di Istanbul, il più grande centro commerciale e la città più popolosa della Turchia. Come luogo di ritrovo, Taksim è l’equivalente di Trafalgar Square a Londra, la Place de la Bastille a Parigi, Piazza Nezalezhnosti (Indipendenza) di Kiev, Plaza de Mayo a Buenos Aires e piazza Tahrir a Cairo. Ha una funzione simile ad Hyde Park e Central Park di New York City per i residenti di Istanbul. A parte il suo valore ecologico ed estetico, è  storicamente un luogo importante e indispensabile per i raduni politici e sociali e per le proteste di tutti i colori. Tradizionalmente, il più grande raduno per il Primo Maggio della Turchia si svolgono a Taksim, importante luogo di ritrovo per i sindacalisti e gli attivisti turchi.
Non ci vuole molto per meravigliarsi del perché i piani per abbattere tutti gli alberi del Parco Gezi e costruirvi un nuovo centro commerciale griffato per i turisti, completo di tema ottomano, al suo posto siano aspramente osteggiati da molti abitanti di Istanbul. Uno degli ultimi spazi aperti per le assemblea e le manifestazioni pubbliche in città verrebbe spazzato via con la distruzione di Gezi Park. I residenti arrabbiati della città effettivamente protestano contro la commercializzazione e il rimodellamento d’Istanbul già da prima che le proteste per il Gezi Park scoppiassero. S’era già avuta una grande protesta contro la demolizione del cinema Emek, punto di riferimento culturale, dal design misto barocco e rococò. Il cinema venne infine distrutto nel 2013 per costruire un altro centro commerciale. Altre proteste sorsero contro la distruzione di spazi verdi, in via di scomparsa, della città. Questi eventi hanno suscitato un eclettico movimento urbano unito da ciò che venne concettualizzato e descritto da Henri Lefebvre come la bandiera “del diritto alla città.” Il Movimento per la Cittadinanza di Istanbul in realtà rientra nel fenomeno globale in cui gli abitanti delle città chiedono il diritto di controllare democraticamente e collettivamente lo sviluppo e le risorse delle loro città. Tuttavia, vi è molto di più nelle proteste di Taksim. Le dimostrazioni non riguardano più gli alberi e i piani regolatori, ma il Primo ministro Erdogan e l’AKP.
I piani regolatori hanno ignorato le opinioni dei residenti locali a favore degli interessi economici che il partito al governo per lo Sviluppo e la Giustizia (AKP) protegge. Nel corso degli anni vi sono stati molti sgomberi dalle zone povere e operaie. I residenti nei quartieri bassi, operai e popolari, d’Istanbul, effettivamente sono sempre più emarginati e messi sotto pressione dai progetti urbani. Non dovrebbe sorprendere nessuno che questo tipo di sviluppo sia sempre più politicamente contestato in Turchia e in tutto il mondo. Vale la pena divagare riferendosi al lavoro dell’Urban Studies Research Cluster dell’Università della California di Santa Cruz per inserirlo in tale contesto. L’Urban Studies Research Cluster sottolinea che “le divisioni sociali vengono vissute sempre in termini di polarizzazione spaziale, attraverso la commercializzazione del mercato delle abitazioni e del mercato del lavoro, l’accesso ineguale alle aree verdi, dall’ineguale esposizione al rischio ambientale, da nuovi modelli di segregazione e di politica dello spazio pubblico”

“Salviamo Gezi Park” si trasforma in “Salviamo la Turchia da Erdogan”
Occupy Gezi, la protesta a Gezi Park, è la scintilla che ha acceso il fuoco a Istanbul e in Turchia, svelando le divisioni interne della società turca e il crescente malcontento verso il Primo ministro Erdogan e il suo governo dell’AKP. Tutto è iniziato con gli attivisti che iniziarono a campeggiare nel Gezi Park per impedirne la distruzione. La polizia turca ha cercato di utilizzare metodi pesanti per disperdere gli attivisti. Lacrimogeni sono stati usati per disperdere la folla e la situazione iniziava a degenerare. I metodi della polizia turca, pienamente supportati da Erdogan e dal governo dell’AKP, gli si sono ritorti contro scatenando un terremoto politico. Sempre più persone affluivano a Gezi Park. Due deputati del parlamento turco si unirono alle fila degli attivisti: Sirri Süreyya Önder del partito curdo Pace e Democrazia e Gülseren Onanç del Partito Repubblicano del Popolo. Il partito comunista turco e altri gruppi avrebbero gettato il loro peso su Occupy Gezi. Anche se il governo dell’AKP di Erdogan ha imposto un blackout mediatico e ha cercato di impedire ai giornalisti di recarsi a Gezi Park, le notizie sull’assedio della polizia contro gli attivisti iniziarono a diffondersi mentre i residenti erano sempre più sconvolti dal gratuito uso di gas lacrimogeni. La polizia avrebbe anche incendiato le tende dei manifestanti e attaccato gli attivisti con gas lacrimogeni mentre dormivano. Cannoni ad acqua vennero poi inviati a Gezi Park e altri siti di protesta in Turchia, tra cui Ankara. Ahmet Sik, giornalista e autore turco, sarebbe stato ferito e ricoverato in ospedale.
Mentre la polizia diventava più brutale, la protesta attirava sempre più persone e assumeva una nuova serie di significati. Ciò ha trasformato Occupy Gezi in una manifestazione contro l’arroganza, l’autoritarismo, e l’abuso della democrazia a favore del capitalismo clientelare di Erdogan. Poco più di una dozzina di altre città turche, da Ankara a Adana e Iskenderun (Alessandretta) e Trabzon, erano infiammate dalle proteste contro il governo dell’AKP. Gli attivisti di Occupy Wall Street inscenarono una manifestazione a New York a sostegno di Occupy Gezi e dimostrazioni si ebbero davanti alle ambasciate turche in tutto il mondo. La Confederazione dei sindacati rivoluzionari (DISK), uno dei quattro principali sindacati della Turchia, dava il suo sostegno alle proteste. Un altro importante sindacato turco, la Confederazione dei sindacati dei lavoratori pubblici (KESK) seguiva l’esempio degli scioperi. Alla fine DISK, KESK, l’Associazione Medica Turca (TTB), l’Unione delle Camere degli Ingegneri e Architetti turchi (TMMOB), e l’Unione dei Dentisti turchi (TDHB) avrebbero tutti effettuato degli scioperi. La polizia turca ha sistematicamente sparato lacrimogeni sui manifestanti. Provocando molte lesioni tra cui crani fratturati e la perdita di occhi. L’Associazione Medica Turca (TTB), condannando il primo ministro Erdogan per le violenze, ha detto che migliaia di cittadini turchi sono stati feriti dalla polizia. Il presidente della TTB, il dottor Ozbemir Aktan, ha anche lamentato che di cinque medici e tre infermieri si erano perse le tracce, perché avevano curato dei manifestanti feriti.
Due giovani turchi, Mehmet Ayvalitas e Abdullah Cömert, vennero uccisi nei primi giorni della protesta. Ayvalitas, membro della Piattaforma della Solidarietà Socialista (SODAP), è stato investito da un’auto mentre dimostrava a Istanbul. Il gruppo Redhack ha insinuato che la sua morte fosse “opera intenzionale di un fascista” sostenitore del governo dell’AKP. Ad Antakya, che si trova vicino al confine siriano, sarebbe morto Abdullah Cömert. La maggior parte dei media turchi ha riferito che Cömert è morto per le ferite riportate dopo essere stato colpito da uomini armati “non identificati”, anche se molti manifestanti hanno negato sui social media tale affermazione dandone la colpa alla polizia. L’autopsia di Cömert, membro della sezione giovanile del Partito Repubblicano del Popolo all’opposizione, ha rivelato che morì colpito da un lacrimogeno della polizia. Dall’inizio della stagione estiva almeno quattro manifestanti sono stati uccisi e migliaia di altri feriti in tutta la Turchia. La polizia turca avrebbe poi usato proiettili di gomma in diversi siti di protesta e anche iniziato ad usare spray al pepe. Secondo Erdogan, “ci sono due tipi di turchi.” Mentre la polizia diventava sempre più brutale nell’affrontare i manifestanti, tutto lo spettro politico della Turchia, da sinistra a destra e dai liberali ai conservatori, condannava Erdogan e l’AKP. Il secondo più grande partito politico della Turchia e principale partito dell’opposizione parlamentare, il Partito Repubblicano del Popolo, ha colto l’occasione per denunciare l’AKP, radunando i suoi sostenitori e  approfittandone politicamente. Il Partito Repubblicano del Popolo ha utilizzato Occupy Gezi per ritrarre le proteste come uno scontro sui valori culturali, e i suoi sostenitori hanno collegato le proteste alla questione della laicità e alle nuove restrizioni dell’AKP sulle vendite di alcol, che i media stranieri hanno enfatizzato, ma ciò non è la vera ragione delle divisioni in Turchia. Il Partito del Movimento Nazionalista, terzo maggior partito politico della Turchia, ha condannato il governo dell’AKP. Il leader del Movimento Nazionale si spinge a dire che l’AKP usa tali grandi quantità di gas lacrimogeno, per gentile concessione della stessa industria del controllo della folla statunitense che aiuta i dittatori di tutto il mondo, e che l’AKP ha “creato camere a gas simili a quelle dei nazisti“. Anche il Partito della Pace e la Democrazia, il Partito Laburista turco, il Partito Comunista turco e il Partito della Felicità hanno denunciato Erdogan per le sue politiche sconsiderate e il comportamento autocratico.
Inizialmente, il primo ministro Erdogan ha parlato in termini cospirativi e ha definito i manifestanti estremisti indisciplinati che operano creando sedizioni in Turchia. Ha promesso che il progetto di costruire il centro commerciale non sarà fermato da “alcuni vecchi alberi” e persino cercato di glorificare il progetto dicendo che era un omaggio al passato imperiale della Turchia del periodo ottomano. Con linguaggio truculento, il sindaco dell’AKP di Ankara, ha tra l’altro minacciato che l’AKP potrebbe schiacciare i manifestanti. L’AKP e il Primo ministro Erdogan, tuttavia, sono stati costretti a fare marcia indietro mentre molti dubbi sono innegabilmente emersi nella popolazione della Turchia. Il Viceprimo ministro turco Bulent Arinc è stato costretto a scusarsi per il comportamento violento della polizia verso i manifestanti e il governo dell’AKP ha fatto marcia indietro mentre Erdogan viaggiava in Nord Africa. I manifestanti turchi hanno respinto le scuse del governo dell’AKP sull’utilizzo della forza bruta, come un altro gesto insincero di un governo disonesto. Inoltre, hanno rigettato l’appello del governo di Erdogan a por fine alle manifestazioni. Il Primo ministro Erdogan viene ora identificato quale fascista dai manifestanti. In riferimento alla morte dei due giovani manifestanti, uno dei principali sindacati turchi ha recuperato le parole che Erdogan ha usato contro Bashar al-Assad, usandole contro il leader turco chiedendogli di dimettersi: “Un leader che uccide il proprio popolo perde la legittimità“. Ad Istanbul, cinquemila persone di una folla inferocita ha circondato l’ufficio di Erdgoan prendendolo a sassate. La folla chiedeva che  desse prontamente le dimissioni, cantando “Tayyip dimettiti” e “uniti contro il fascismo.” In Piazza Taksim oltre 100.000 persone si erano riunite per chiedere le dimissioni Erdogan. Una prova di forza tra i manifestanti e le forze di sicurezza turche ebbe inizio dopo che Erdogan era tornato dal Nord Africa. Iniziò a definire i manifestanti “terroristi” e a promettere in tono minaccioso che sarebbero stati tutti personalmente presi di mira mentre la polizia iniziava ad effettuare arresti domiciliari in tutta la Turchia.

Un modello democratico turco per gli arabi?!
La ruota gira contro il Primo Ministro Erdogan. L’ironia della situazione è che agisce come un autocrate, esattamente come lui stesso ha raffigurato gli oppositori della primavera araba. Lo stesso Erdogan ora assomiglia al presidente Hosni Mubaraq, l’ex dittatore dell’Egitto. Ha anche insistito sul fatto che le proteste sono parte di un programma estero, comprensivo di “mercenari” stranieri. Niente di tutto questo è stato tralasciato dai siriani che hanno colto l’occasione per dare ad Erdogan un assaggio della sua stessa medicina. Il governo siriano ha rilasciato diverse dichiarazioni sulla situazione interna in Turchia e il ministro dell’Informazione siriano Omran al-Zohbi ha chiesto le  dimissioni di  Erdogan, accusandolo di “terrorizzare” il popolo turco. Il governo iracheno ha anche colto l’occasione per fare dichiarazioni sull’instabilità della situazione in Turchia. Erdogan e il governo turco sono stati ufficialmente accusati da Baghdad d’interferire negli affari interni iracheni cercando di dividere l’Iraq, etnicamente fra arabi e curdi, e confessionalmente tra musulmani. Con Erdogan, l’AKP era occupato a cercare di ritagliarsi una sfera d’influenza nel Kurdistan iracheno e  anche a giocare con lo status giuridico di Kirkuk in Iraq, supportando la popolazione turcomanna della città contesa a non opporsi alle pretese giurisdizionali del governo regionale del Kurdistan. Rifiutando di riconoscere la sovranità del governo federale iracheno sul Kurdistan iracheno, in fatto di accordi sul commercio estero e le relazioni diplomatiche, Erdogan ha anche stretto un accordo segreto con il governo regionale del Kurdistan sulle esportazioni di petrolio e gas. E’ in questo contesto che il governo iracheno ha colto l’occasione per dire a Erdogan di dar prova di moderazione contro i suoi stessi cittadini. In realtà, questa è una rivincita diplomatica per le ostili  sgrida pubbliche di Erdogan volte a minare l’autorità del governo iracheno e sostanzialmente a incoraggiarne il rovesciamento.
Lo stato di democrazia imperfetta esistente in Turchia è cosi apparso. Vi sono stati tentativi per imporre un blackout mediatico in Turchia e internet è stato sospeso in alcuni luoghi. I principali media turchi, legati ai grandi interessi economici che sostengono l’AKP, sono stati colti da imbarazzo collaborando con il governo dell’AKP in tale senso. Migliaia di attivisti sono stati arrestati a casa e radunati. Diverse persone della città d’Izmir, una roccaforte politica del Partito repubblicano del popolo, sono state arrestate dalla polizia turca per i tweet che diffondevano sulle proteste. Trascinato dalla rabbia, Erdogan ha condannato Twitter e tutti i social media in generale, affermando: “Per me, i social media sono la peggiore minaccia per la società.” Le violazioni delle libertà civili e delle libertà dei media in Turchia vengono effettivamente attuate. I manifestanti contro la guerra turchi, che si erano opposti alla bellicosa politica siriana di Erdogan e al coinvolgimento turco nei piani della NATO, sono stati aggrediti e arrestati in gran numero. Nel 2012, l’AKP ha inasprito la legislazione che limita le libertà dei media. La Turchia è in realtà il Paese con il maggior numero di giornalisti detenuti al mondo, secondo il Committee to Protect Journalist. I giornalisti che hanno messo in discussione le narrazioni ufficiali del governo sono stati accusati di tradimento e arrestati. Artisti creatori di arte politica critica verso i dirigenti turchi sono stati arrestati con l’accusa di “insulto alla dignità dei funzionari dello Stato.” Questo è il “modello democratico” che veniva proposto alle società arabe dopo la cosiddetta primavera araba. Nei loro falsi gesti di sostegno pubblico ai palestinesi, Erdogan e l’AKP non si sono mai interessati della democrazia araba. Hanno semplicemente sostenuto il rovesciamento di dittatori arabi per promuovere gli interessi strategici ed economici turchi essenzialmente per riempirsi le tasche tramite il sistema del capitalismo clientelare che domina in Turchia. E’ proprio sulla base di questi interessi economici che Erdogan e l’AKP hanno taciuto sui movimenti democratici e le proteste contro i regimi dell’Arabia Saudita e del Bahrain, stretti alleati e partner dei turchi.

Una cospirazione economica contro la Turchia?
A livello internazionale, sembra che molti sostenitori tradizionali di Erdogan lo stiano minacciosamente abbandonando, proprio come fecero con Mubaraq. L’Unione europea e il governo degli Stati Uniti hanno criticato Erdogan. I media mainstream di Stati Uniti ed Europa occidentale non sono a favore dell’AKP. Erdogan ha biasimato i media stranieri che mostrerebbero un quadro distorto della Turchia e criticato i governi di alcuni alleati della Turchia per aver due pesi e due misure verso la Turchia. Le proteste sono iniziate dopo che la Turchia ha saldato il prestito del Fondo monetario internazionale (FMI), nel maggio 2013. Ci potrebbe essere un legame tra le proteste turche. Alcuni accuserebbero gli speculatori pronti a risucchiare le ricchezze della Turchia, mentre altri suggerirebbero che il cambiamento di regime morbido viene attuato con l’intenzione di sostituire l’AKP possibilmente con un governo del Partito Popolare Repubblicano, ugualmente corrotto. Il governo turco ha detto che le banche internazionali sono coinvolte e lo stesso Erdogan ha detto che le proteste sono collegate a programmi stranieri voluti dalla “lobby del tasso di interesse.” Nonostante il fatto che Erdogan sia stato elogiato per avere trasformato la Turchia in un “miracolo economico”, alzando il potere d’acquisto del consumatore medio in Turchia, molte famiglie nella società turca sono fortemente indebitate. Con lui l’affarismo clientelare ha prosperato grazie alle politiche economiche neoliberiste che hanno sostenuto le grandi aziende. Nonostante il fatto che la Turchia non abbia più debiti con il FMI, ha un indebitamento estremamente elevato nel settore privato, che diverrebbe insostenibile se le cose non cambiassero. I critici hanno accusato Erdogan di nascondere il debito nazionale della Turchia trasferendolo sulle spalle del cittadino medio turco. Dopo l’economia degli Stati Uniti, la turca è quella dai più grandi disavanzi delle partite correnti. Ciò la dice lunga, perché un disavanzo delle partite correnti si verifica quando il totale delle importazioni di un Paese in beni, servizi e trasferimenti è superiore al totale delle esportazioni di beni, servizi e trasferimenti. Tale situazione rende la Turchia un debitore netto.
I fattori di sopra e le proteste antigovernative in Turchia potrebbero avere conseguenze disastrose per l’economia turca. Già le manifestazioni hanno ormai paralizzato ampie zone di Istanbul, Ankara, e di altre grandi città turche. Erdogan ha minacciato di ricorrere ai militari. Il turismo è paralizzato e l’economia turca sprofonda. Azioni e obbligazioni turche sono state svalutate. Inoltre, il tasso di cambio della lira turca è sceso. L’economia del Paese già iniziava a vacillare prima delle proteste, a causa della crisi economica nell’Unione europea e della crisi in Siria, che Erdogan ha contribuito ad alimentare con Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Israele, Arabia Saudita e Qatar. La guerra della NATO alla in Libia, supportata dai turchi, ha anche colpito il commercio turco con la Libia. A parte i cattivi rapporti con l’Armenia, il Primo ministro Erdogan è riuscito ad allontanare dalla Turchia, colpendone il commercio, i suoi tre vicini più importanti. Il commercio e i legami con la Siria, l’Iraq e l’Iran sono stati influenzati negativamente dal suo neo-ottomanismo.

Il popolo turco rigetta il capitalismo clientelare e il neo-ottomanismo dell’AKP
I recenti avvenimenti in Turchia incarnano tutto ciò che il Primo ministro Erdogan rappresenta. La battaglia per il futuro del Parco Gezi svela un Erdogan paladino degli interessi commerciali e di un capitalismo clientelare che sempre danneggia gli interessi della società turca. Anche la politica estera “zero problemi con i vicini” della Turchia, era sostenuta dal capitalismo clientelare per promuovere l’affarismo e il commercio regionale turco. Il fatto che la replica di una caserma ottomana sia stata incorporata nel progetto del centro commerciale in Piazza Taksim, rappresenta la fallimentare politica neo-ottomana di Erdogan e del ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu. Erdogan sgrida ridicolmente i manifestanti turchi dicendo che non sanno nulla della storia dell’impero ottomano, altrimenti i manifestanti avrebbero sostenuto la distruzione di Gezi Park e la costruzione del centro commerciale. Le proteste di piazza Taksim rappresentano il rifiuto da parte del popolo turco dell’aborto neo-ottomano della politica regionale di Erdogan incentrato sugli interessi commerciali clientelari che Erdogan e l’AKP rappresentano.
Le manifestazioni anti-governative hanno ancora una volta dimostrato quanto sia ipocrita il Primo ministro Erdogan nel suo operare. S’è smascherato agendo proprio in quello stesso modo che attribuiva ai leader arabi, approfittandone per farli cadere e diffamarli personalmente durante la primavera araba. Il leader turco deve ora affrontare una propria primavera araba, in realtà una “estate turca”. Eppure, il mondo dovrà ancora aspettare e vedere quale direzione prenderà il movimento di protesta in Turchia e cosa ne risulterà, e se Erdogan ha ragione parlando di cospirazione straniera diretta dalla “lobby del tasso di interesse.” Qualunque cosa accada, il Medio Oriente ha bisogno di una Turchia sana, interattiva e in buone relazioni con tutti i suoi vicini.

L’associato di Global Research Mahdi Darius Nazemroaya s’è recato a Istanbul a metà giugno 2013 e attualmente riferisce dal Libano.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra imperialista contro la Siria: Erdogan Pasha, l’ultimo sultano ottomano

Fida Dakroub, Global Research, 12 giugno 2013

181269

Generalità
Ad un ricevimento presso il palazzo presidenziale di Damasco, il 9 agosto 2011, il capo della diplomazia turca, Ahmet Davutoglu comunicò al presidente siriano Bashar al-Assad un messaggio duro e fermo, chiedendogli di porre fine alla “sanguinosa repressione delle manifestazioni pacifiche in Siria [1]” prima che fosse troppo tardi. In quella giornata indimenticabile, Davutoglu arrivò a Damasco, dopo giorni e notti a cavallo dell’altopiano anatolico. Al suo arrivo davanti le mura della città, evitò il suq e i caravanserragli del vecchio quartiere e rapidamente si precipitò a Qasr al-Muhajerin, il palazzo presidenziale, circondato da fiori di acacia e gardenia. Senza far seccare il sudore sulla fronte o togliendosi la polvere che gli copriva il becco [2] si appoggiò sul bastone e il guanto di Carlo Magno [3], e si pose davanti Assad come Gano [4] davanti Marsiglia [5], e pieno di arroganza, iniziò il suo discorso da messaggero della Santa Alleanza arabo-atlantica. Infatti, Ahmet Davutoglu era arrivato nella capitale degli omayyadi con un messaggio “deciso”, secondo le parole del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan; Davutoglu fu inviato dalla Santa Alleanza a consegnare al presidente siriano Assad un messaggio occidentale, dentro una busta araba e con timbro di spedizione della turca PTT (posta ve telgraf teskilati) [6].

Inizio della guerra imperialista contro la Siria
Basta fare un parallelo con le dichiarazioni dei leader arabo-atlantici nello stesso periodo, per sapere fino a che punto la Turchia sia coinvolta, fin dall’inizio, nella guerra contro la Siria. La prova è che durante il suo incontro con il presidente Assad, Davutoglu disse che la Turchia non poteva rimanere spettatrice degli eventi che si verificavano in un Paese con il quale condivide un confine di circa 900 km, e legami storici, culturali e familiari. [7] Aggiunse anche che il messaggio di Ankara sarebbe stato più rigoroso, forte e chiaro, avendo la Turchia quasi perso la pazienza, aggiunse. [8] La sera stessa, la segretaria di Stato degli Stati Uniti, Hillary Clinton, chiese a Davutoglu di dire al presidente Assad che doveva “rimandare i suoi soldati nelle caserme” [9]. Da parte sua, l’Unione europea previde nuove sanzioni. Il servizio diplomatico europeo fu incaricato di preparare una lista di opzioni per andare oltre ciò che era in vigore [10] e la Francia, che nascondeva un rancore  colonialista verso la Siria, si dichiarò per l’attuazione della transizione di potere, “il tempo dell’impunità è finito per le autorità siriane”, dichiarò Christine Fages, allora vice-portavoce del ministero degli Esteri. [11]
Va notato qui che gli emiri e sultani arabi, temendo di perdere il bavaglio [12], esortarono la Siria a porre fine al “bagno di sangue”. Re Abdullah dell’Arabia Saudita disse che la Siria aveva solo due scelte per il futuro: “optare volontariamente nella saggezza o impantanarsi nel caos e nella violenza“, riassunse in una dichiarazione dal tono insolitamente duro verso lo Stato siriano. Da parte sua, il capo della diplomazia del Kuwait, lo sceicco Mohammed al-Sabah, rese omaggio alla decisione dell’Arabia Saudita. Più tardi, lo Stato del Bahrein si unì alla festa, e prese parte al Rot [13]: “Il Bahrein ha deciso di richiamare il suo ambasciatore a Damasco per consultazioni e chiede saggezza alla Siria“, disse il ministro degli Esteri del Bahrein, sheikh Khalid bin Ahmad al-Khalifa [14]. In effetti, gli emiri e sultani arabi, questi despoti e tiranni delle monarchie assolute del mondo arabo, si precipitarono al festino del Fagiano [15] dell’Unione europea, non solo per celebrare l’inizio della guerra imperialista contro la Siria, ma anche per versare olio sul fuoco dell’odio per le minoranze musulmane eterodosse religiose di tutto il mondo musulmano. Nonostante le minacce dirette e sottintese, la Siria respinse l’ultimatum della Santa Alleanza e la consulente politica del presidente siriano, Dr. Bouthaina Shaaban, avvertì il diplomatico [turco] che avrebbe dovuto aspettarsi una gelida accoglienza e che la Siria avrebbe presentato ad Ankara un messaggio ancor più fermo di quello di Davutoglu, rifiutando l’ultimatum: “Se [...] Davutoglu viene per consegnare un messaggio duro alla Siria, allora sentirà propositi ancor più duri sulla posizione della Turchia. La Turchia non ha ancora condannato i brutali omicidi di civili e soldati da parte dei gruppi armati terroristici”, riferiva l’agenzia SANA. [16] Dopo il rifiuto dell’ultimatum da parte dello Stato siriano, la guerra imperialista contro la Siria fu innescata, e l’ingerenza straniera prese una linea ascendente. Davutoglu tornò ad Ankara deluso senza riuscire a “spaventare” il presidente siriano Assad e le sue minacce furono portate via dal vento, la Siria aveva già preso una ferma e determinata decisione: resistere, confrontarsi e portare il Paese alla vittoria decisiva, nonostante i notevoli sacrifici.
In risposta alla decisione dello Stato siriano, la Santa Alleanza decise di togliersi la maschera e mostrare il suo volto spaventoso: o le dimissioni di Assad o la Siria sarà distrutta completamente.  Così, i presunti oppositori si riunirono ad Istanbul per creare un fronte unito contro lo Stato siriano e il giorno dopo, il miserabile Consiglio nazionale siriano (CNS) nacque, allora presieduto da un docente universitario di Parigi, Burhan Ghalyun [17]. Due giorni dopo, il 4 ottobre 2011, la creazione del CNS fu seguita dal progetto di risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che condannava la Siria, ma subì l’opposizione del doppio veto russo e cinese. Mosca si oppose “all’approccio del confronto” che andava “contro una soluzione pacifica della crisi“, mentre Pechino respinse “l’interferenza negli affari interni” di un Paese [18]. Eravamo ancora agli inizi della guerra imperialista contro la Siria.

Erdogan Pasha: il sigillo del califfato ottomano
Tutto quello che abbiamo detto prima appartiene già alla storia, lo Stato siriano ha resistito non solo alla peggiore guerra imperialista del secolo, ma il suo esercito ottiene vittorie decisive sul terreno contro le ondate di “nuovi mongoli” che hanno invaso il territorio siriano con la grazia e la benedizione del califfo di Istanbul, Erdogan Pasha. Tuttavia, Erdogan oggi non è più un Sadrazam [19] o Davutoglu un Reis Effendi [20]. Nella seconda settimana di proteste senza precedenti, le forze democratiche turche apprendono i loro preparativi. Continuano a occupare luoghi pubblici e a gridare i loro slogan contro il governo Erdogan. I manifestanti sono attivisti della società civile, studenti, disoccupati, sostenitori della sinistra e dell’estrema sinistra all’opposizione e ambientalisti. Le loro richieste: in primo luogo, l’abbandono da parte del governo del progetto immobiliare a Piazza Taksim, l’epicentro della rivolta in corso a Istanbul e simbolo storico della repubblica e della laicità turche. Un progetto che prevede la costruzione di una moschea e di un enorme centro commerciale. Tuttavia, l’opposizione a questo progetto è solo un pretesto per molti turchi nella loro frustrazione nei confronti di ciò che avvertono come le limitazioni delle libertà civili e politiche antidemocratiche dell’AKP, il partito di governo.
Su un altro livello, vale la pena ricordare qui l’articolo pubblicato questa settimana sulla rivista britannica The Economist, che segue gli ultimi sviluppi in piazza Taksim a Istanbul. L’interesse di un tale articolo non è certo nei contenuti, dei contenuti che non rompono ovviamente con il “classico” discorso occidentale sull’Oriente e gli orientali, o l’approccio che l’autore segue, ma piuttosto nel titolo che presenta: “I moti della Turchia: democratico o sultano” [21], nonché il fotomontaggio del ritratto del sultano ottomano Selim III con la faccia del primo ministro turco Erdogan. Tutto ruota intorno al seguente: per la rivista The Economist, una rivista monopolio certamente legata ai centri di potere imperialisti, pubblicare un tale articolo con un titolo e una foto del genere, criticando l’alleato più fedele della Santa alleanza nella guerra contro la Siria, dovrebbe avere una buona ragione. Tuttavia, questa “buona” ragione non risiede necessariamente nei paragrafi dell’articolo, né nel suo discorso sulla diffusione della democrazia. In altre parole, l’impressione creata leggendo l’articolo è la seguente: Erdogan Pacha abusa della democrazia e la rivista The Economist l’ha avvertito, semplicemente! Purtroppo, una tale lettura è parte del cosiddetto “grado zero di pensiero critico” o “massimo stadio d’ingenuità politica.” Certo, il motivo per cui questo articolo appare su The Economist, oggi, risiede altrove, soprattutto quando si sa che questa non è la prima volta in 10 anni di governo, che Erdogan “abusa” della democrazia nel suo Paese, né la prima volta che getta benzina sul fuoco dello sciovinismo e dell’odio religioso contro i gruppi etnici e religiosi della Turchia, come curdi, armeni e alawiti, senza che sia protetto e coperto dal silenzio dei monopoli mediatici che hanno giocato finora il ruolo delle tre scimmiette davanti le pratiche ostili di Erdogan.
Ritornando ad Erdogan e il ministro degli Esteri Davutoglu, si presentano come la punta di diamante della guerra imperialista contro la Siria, e per oltre due anni hanno pronunciato “sorprendenti” discorsi sui diritti, la democrazia, la libertà, la giustizia, la tolleranza, promettendo al popolo delle “vecchie province arabe” dell’impero ottomano una nuova era di luce, giustizia e prosperità al punto in cui avremmo immaginato Voltaire e Montesquieu, la pace sia su di loro, rivolgersi alle masse arabe nelle persone di Erdogan e del Reis Effendi Davutoglu.
A maggior ragione, la pubblicazione di un tale articolo nella rivista The Economist deve essere letta nel contesto delle vittorie decisive riportate sul campo dall’esercito arabo siriano contro i gruppi takfiri, che hanno nelle regioni di confine turche con la Siria le proprie retrovie. In altre parole, va detto che i centri del potere imperialista non conoscono amici o nemici permanenti, ma piuttosto  interessi permanenti, e dopo due anni e rotti di guerra imperialista contro la Siria, dove i principali “attori” erano fino a ieri il Sadrazam Erdogan e il Reis Effendi Davutoglu, la Santa Alleanza non è riuscita a rovesciare il regime del presidente Assad, nonostante le cifre catastrofiche in perdite umane e materiali, malgrado l’uso di tutti i centauri [22] e i minotauri [23] dell’Ade. Ciò significa che le potenze imperialiste ora cercano di sostituire Erdogan, che ha appena ricevuto il “cartellino rosso”, con un altro “giocatore” turco che sarebbe pronto a correre come Maradona nella fase del  compromesso internazionale sulla Siria pianificato tra Mosca e Washington.

Il popolo turco chiede la dipartita di Erdogan
Un anno e mezzo fa, precisamente il 22 novembre 2011, Erdogan ha esortato il presidente siriano Bashar al-Assad a dimettersi al fine di “evitare ulteriori spargimenti di sangue” nel Paese: “Per la salvezza del tuo popolo, del tuo Paese e della regione, ora lascia il potere“, disse in Parlamento davanti al gruppo parlamentare del suo partito Giustizia e Sviluppo AKP [24]. Ora, diciotto mesi dopo, a Piazza Taksim e al Gezi Park di Istanbul, migliaia di attivisti della società civile e delle forze democratiche turche, che sono scesi ogni giorno per le strade di tutto il Paese, chiedono le dimissioni del primo ministro Recep Tayyip Erdogan, che accusano di guidare un governo conservatore che cerca di islamizzare il Paese e di ridurne la democrazia e la laicità.

Nella pianura con i Dodici
Quindi Gesù discese dalla montagna con i dodici Apostoli e si fermò nella pianura. Vi era un gran numero di discepoli, e una folla di persone da tutta la Giudea, Gerusalemme e dal litorale di Tiro e  Sidone (…) Guardando poi i suoi discepoli, Gesù disse: “Perché vedi la pagliuzza nell’occhio di tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come potrai dire a tuo fratello, ‘ Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio’, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi vedrai bene per poter togliere la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello“. [25]

Fida Dakroub, Ph.D Sito ufficiale dell’autrice

Note
[1] Today’s Zaman (8 agosto 2011) Davutoglu to deliver harsh message to Damascus.
[2] Il becco è una scarpa del Medioevo (XIV secolo), con un estremità a punta allungata fino a 50 cm, di solito sollevata. Più si apparteneva a una classe sociale elevata, più la punta era lunga. Per i re, la dimensione della punta poteva essere grande quanto desiderato. L’estremità era imbottita con schiuma o canapa per irrigidirne la punta.
[3] Ne “La Chanson de Roland“, il bastone e il guanto di Carlo Magno sono la potenza conferita al messaggero.
[4] Personaggio letterario de “La Chanson de Roland“, Gano è il figlio di Grifone, Conte di Hautefeuille. È il patrigno di Orlando. È il messaggero di Carlo Magno presso il re di Saragozza.  Eppure fu lui che ha tradito Orlando mettendolo nella retroguardia che doveva essere attaccata dai saraceni. Per questo motivo è in qualche modo diventato, nella tradizione francese, l’archetipo del criminale o del traditore.
[5] Marsilio è il nome di un leggendario personaggio che appare ne “La Chanson de Roland” o “La canzone di Roncisvalle.” E’ il re saraceno di Saragozza nemico di Carlo Magno.
[6] Acronimo turco per “Posta ve Telgraf Teskilati Genel Müdürlügü” o Direzione Generale delle Poste e Telecomunicazioni della Turchia.
[7] Le Point (9 agosto 2011) Syrie: le chef de la diplomatie turque arrivé à Damas avec un message ferme pour Assad.
[8] Today’s Zaman, op. cit.
[9] Le Monde (8 agosto 2012) Le président syrien de plus en plus isolé après le rappel d’ambassadeurs de pays arabes.
[11] ibidem
[12] Nel Medioevo, il banchetto iniziava con insalata o frutta fresca di stagione per preparare lo stomaco a ricevere i piatti più ricchi.
[13] Nel Medioevo, il banchetto comprendeva anche il “Rot”, un piatto principale che consisteva di carni arrostite accompagnate da varie salse.
[14] Le Monde (8 agosto 2012) op.  cit.
[15] La corte di Borgogna sviluppò un’etichetta a tavola senza precedenti per la sua raffinatezza e ritualità. Fece di ogni banchetto uno spettacolo permanente. Il più famoso, dove centinaia di ospiti e spettatori parteciparono, fu il banchetto del Fagiano tenutosi a Lilla nel 1454.
[16] Le Devoir (8 agosto 2011)  Damas passe de nouveau à l’attaque.
[17] Le Devoir (4 ottobre 2011) Mabrouk! – Syrie : euphorie et émotion accueillent la création du Conseil national
[18] Radio Canada (5 ottobre 2011) Résolution de l’ONU sur la Syrie: le veto sino-russe critiqué par l’opposition, applaudi par Damas.
[19] Sadrazam o gran visir era il Primo ministro dell’Impero Ottomano.
[20] Il Reis Effendi era il ministro degli Esteri dell’Impero Ottomano.
[21] The Economist (8 giugno 2013) “Turkey’s troubles. Democrat or sultan?
[22] Nella mitologia greca, i centauri sono creature metà uomo metà cavallo. Discendono da Ixion, il primo uomo ad aver ucciso un membro della propria famiglia, che ideò il primo Centauro unendosi a una nuvola cui Zeus, il dio supremo, aveva dato la forma di sua moglie Hera. I centauri vivevano in Tessaglia, intorno a Monte Pelio, ed erano considerati esseri selvatici incivili.
[23] Nella mitologia greca, il Minotauro o “toro di Minosse” è un mostro abbastanza orrendo con  testa di toro e corpo umano. Il Minotauro è figlio dell’amore della regina Pasifae di Creta e di un toro bianco che Minosse non aveva sacrificato a Poseidone.
[24] Le Monde (22 novembre 2011) Le premier ministre turc demande le départ de Bachar Al-Assad.
[25] Vangelo di Gesù secondo Luca (6, 41-42).


Ricercatrice in Studi francesi (The University of Western Ontario, 2010), Fida Dakroub è scrittrice e ricercatrice in teoria di Bachtin. È attivista per la pace e i diritti civili.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Turchia: un altro Egitto?

Andrej Areshev Strategic Culture Foundation 10.06.2013

turkey2013In molte occasioni il sistema politico di “tipo turco” è stato visto come un esempio da seguire per l’Egitto, dopo la “rivoluzione dei gelsomini”. La visita al Cairo nel 2011 del primo ministro Recep Tayyip Erdo?an, che è anche presidente del partito Giustizia e Sviluppo (AKP), cercò di apparire come qualcuno che avesse vinto senza combattere e un leader che era riuscito a riprendersi le terre perdute dall’impero ottomano, nel tentativo di farlo rivivere nelle nuove condizioni storiche. Aveva  elogiato fortemente le prestazioni del suo Paese, che ha davvero raggiunto le realizzazioni in politica estera ed economica negli anni 2000 di cui parlava. Ma le cose cambiano e il Medio Oriente è una regione instabile. Ora gli eventi in Turchia acquisiscono una maggiore somiglianza con ciò che è accaduto in Egitto, dove i manifestanti pacifici riempirono la piazza Tahrir di Cairo. Il presidente del Consiglio sembra avere alquanto sovrastimato le risorse e le capacità del Paese. La protesta locale suscitata dagli ambiziosi piani di costruzione nella zona di piazza Taksim, è divenuta  una serie di disordini di massa a livello nazionale con decine o persino centinaia (di migliaia) di manifestanti che occupano le strade. Le richieste di protezione ecologica si sono trasformate in slogan politici. La domanda chiave sono le dimissioni di Erdogan e del suo governo. La protesta continua a diffondersi coprendo nuove aree e interessi.
Scontri feroci tra manifestanti e polizia (non senza ragione alcune unità sono viste come le “guardie private” di Erdogan) hanno avuto luogo a Istanbul, Ankara e altri grandi centri provinciali (come Smirne e Konya), uffici del partito al governo sono stati distrutti. Anche i tifosi di squadre rivali si sono uniti contro la violenza della polizia. La Confederazione dei sindacati dei lavoratori pubblici della Turchia (KESK), si è unita alle proteste. Alcuni dicono che in caso di scioperi in tutto il Paese, la posizione del Padishah diventerebbe davvero traballante. Certo, la Turchia non era immune dalle crisi, in precedenza, ma le forze armate intervennero ogni volta che succedeva. Oggi sono state private di tali funzioni, il partito di governo ha effettivamente schiantato i militari, sradicando ogni tentativo di cospirazione, portando confusione e incertezza nei loro ranghi. (2) Come già in Egitto, il movimento di agitazione non ha prodotto nessun leader (o gruppo di dirigenti) e le reti sociali hanno un ruolo importante nel riunire oltre 8 milioni di persone. Più di due milioni di messaggi sugli eventi in Turchia sono stati inviati da utenti di Twitter in appena 24 ore.  Circa il 90% dei messaggi proveniva dal Paese, la metà dei quali da Istanbul. Circa l’88% dei massaggi erano in lingua turca, portando alla conclusione che i messaggi fossero indirizzati al pubblico interno. Vi sono altri segni che indicano che gli attivisti degli inaspettati disordini fossero perfettamente pronti per la guerra delle informazioni, mentre i poteri forti sembrano essere sulla difensiva e perdenti nei mass media e su internet (a differenza della polizia con i manifestanti, nelle strade e e nelle piazze). Secondo il Guardian, Erdogan ha accusato gli stranieri e ha attaccato Twitter dicendo: “Ora c’è una minaccia che si chiama Twitter. Il miglior esempio di menzogna può essere trovato qui. Per me, i social media sono la peggiore minaccia per la società”. Il ruolo dei media nel mondo moderno è ben noto, e quindi fare affermazioni simili è la via più breve per acquisire l’immagine di “oppressore” e di “dittatore”. Non c’è da stupirsi, non vi è di fatto supporto occidentale al Primo ministro: i media e i politici si scagliano contro la polizia turca, accusandola di essere troppo dura nel sedare i disordini. Per esempio, il segretario di Stato degli USA John Kerry ha espresso preoccupazione per le manifestazioni antigovernative in Turchia chiedendo moderazione. Questa affermazione è in linea con quella di Bruxelles, fatta nella stessa occasione.
Ovviamente non tutti i gruppi politici od organizzazioni informali, i cui attivisti occupano le strade di Istanbul, Ankara e di altre città, sono liberali e filo-occidentali. Tra i radicali partecipanti al movimento Occupy Taksim vi sono gli oppositori di Erdogan di tutto lo spettro politico, dagli ultra-nazionalisti, che lo disprezzano per l’avvio di un dialogo con i curdi, ai gruppi di sinistra che si oppongono alle sue politiche sociali ed economiche eccessivamente “pro-capitaliste”, così come al suo sostegno ai militanti antigovernativi siriani. (3) Nel caso in cui l’agitazione prosegua, le forze più incrollabili, che seguano piani d’azione coerenti e siano pronte ad adottare qualsiasi misura per raggiungere degli obiettivi rigorosamente definiti, saranno coloro che si avvantaggeranno. Evidentemente, la comprensione degli eventi di tale gravità e portata richiede di dare uno sguardo su tutte le cause interne ed esterne. La situazione potrebbe essere causata da tensioni emerse tra l’islamismo “morbido” (gradualmente diventando duro) di Erdogan e i sentimenti presenti nelle file della parte secolarizzata della società. Queste sono le stesse tensioni che, in un modo o nell’altro, furono una caratteristica specifica del califfato ottomano e della Repubblica Kemalista dal 1923. Non importa che il partito Giustizia e Sviluppo abbia vinto una serie di elezioni, l’occidentalizzazione è andata troppo in profondità nel tessuto della società turca. Anche in città tradizionalmente conservatrici come Konya, l’influenza occidentale ha messo radici abbastanza profonde. Erdogan difficilmente potrebbe sostituire il sistema giuridico laico con la legge islamica, ma insiste sulla priorità dei valori e dei simboli religiosi. Per esempio, la legge recentemente approvata che limita il consumo di alcol. Difendendo l’opportunità del provvedimento, Erdogan ha detto che ama il suo popolo e vuole proteggerlo dalle cattive abitudini. Ma molte persone non vogliono vivere sotto lo sguardo vigile di un padre premuroso. (4) Quindi, vi è una divisione civile, o anche, una spaccatura culturale e di civiltà che riflette i processi sociali, economici e politici vivaci e contraddittori in corso nel Paese. L’adesione alla NATO della Turchia e la sua presenza in Medio e Vicino Oriente non sono meno importanti nel mettere il Paese al centro dei recenti esperimenti geopolitici occidentali. Il ruolo distruttivo del Paese nella crisi siriana è evidente. Coloro che seguono da vicino le vicende hanno prestato attenzione sulle pressioni senza precedenti che gli Stati Uniti hanno esercitato sulla Turchia. Vorrei ricordare che Hosni Mubaraq, l’ex leader dell’Egitto, era anch’egli visto come un affidabile partner dagli statunitensi. Non molto tempo prima del rovesciamento aveva iniziato a mostrare un certo grado di indipendenza…
Parlando delle prossime previsioni, è del tutto possibile che Abdullah Gül, presidente della Turchia, adotti misure conciliative. Formalmente compagno di viaggio politico di Erdogan, mantiene una certa distanza dal corso incrollabile del premier e ha la reputazione di politico moderato. Uno dei possibili risultati potrebbe essere il sostegno da alcuni gruppi dell’élite politiche. L’esempio lampante è Fethullah Gülen, auto-esiliatosi nel 1998 in Pennsylvania, dove risiede. Gode di un forte sostegno in Turchia. Leader spirituale del movimento globale Hizmet, che comprende media, scuole e organizzazioni caritative (in gran parte finanziato da imprenditori dell’Anatolia), lo studioso musulmano ha una notevole influenza politica in Turchia, come riferisce l’Economist. (5) Molti (se non la maggior parte) di coloro che votano per il partito Giustizia e Sviluppo, sono sostenitori di Fethullah Gülen e della sua rete Hizmet, e non stupisce che il suo parere su una vasta serie di questioni (il dialogo emergente con i curdi, per esempio) abbia un’importanza fondamentale. (6) Il 31 maggio ha incontrato Ahmet Turk, leader del Partito della società democratica (DTP) pro-curdo, che era in visita negli Stati Uniti. (7) Prima che avesse luogo l’incontro tra lui e il viceprimo ministro Bulent Arinc. (8) Forse non si trattava soltanto della questione curda. Leggendo un sermone a metà maggio, Gülen fece una velata critica della vanità di Erdogan (9). Senza dubbio, rifletteva sullo stile di Erdogan. Anche alcuni giornalisti di Zaman, il quotidiano strettamente legato al suo movimento, hanno criticato l’atteggiamento arrogante del Primo ministro. (10) I seguaci di Gülen, che agivano da alleati del partito al governo (ma più amichevoli verso l’occidente), potrebbero prendere una posizione più precisa se le agitazioni continuano. D’altra parte, gli altri partiti e gruppi, compresi quelli più radicali, possono intensificare le loro attività.
Tutto ciò non sorprende. Vorrei ricordare il “duro lavoro per passare da una tirannia a una democrazia”, l’ondeggiante lungo sostegno alle dittature per rafforzare le democrazie, quale principio fondamentale della politica estera delineata solo pochi anni fa dal presidente Bush Jr., quando il suo mandato stava finendo. (11) Altri attori, che mantengono una sorta di rapporti di “competizione/cooperazione” con Washington, potrebbero perseguire i propri interessi. Già si sono alzate voci che definiscono la situazione in Turchia una “una svolta epocale” nella promozione di una più matura “democrazia turca”. E’ abbastanza evidente. La questione è che in termini concreti l’emergere di questo tipo di democrazia comporterà un’ulteriore frammentazione della società turca (prendendo in considerazione la sua storicamente complessa composizione etnica e il carattere piuttosto complicato dei rapporti con i confinanti), influenzandone i rapporti futuri con tutti gli Stati vicini.

Note:
(1) Main trade union backs Turkey’s anti-govt protests
(2) Inoltre, si sono diffuse voci a Istanbul, secondo cui i militari laici si sono rifiutati di rispondere alle richieste della polizia per avere una mano nel reprimere i disordini, mentre dei manifestanti sarebbero anche stati visti prendere maschere antigas negli ospedali militari. Dorsey J. Tahrir’s Lesson For Taksim: Police Brutality Unites Battle-Hardened Fans? – Analysis
(3) Dopo i tumulti dell’11 maggio di qualche migliaio di manifestanti per le strade di Reyhanli, esprimendo malcontento per l’azione del governo, il gabinetto di Erdogan ha cercato di darne la colpa alla Siria. In precedenza, nel 2012, Faruk Logoglu vicepresidente del Partito Repubblicano del Popolo all’opposizione, ha detto che gli eventi erano una diretta conseguenza della politica del governo in Siria. Difficilmente si può mettere in discussione la competenza dell’ex viceministro degli Esteri, un esperto diplomatico, coinvolto nella preparazione di molti eventi importanti (compresi quelli relativi alla Siria e al Medio Oriente in generale).
(4) Mustafa Akyol. How Not to Win Friends and Influence the Turkish People.
(5) The Gulenists fight back. A Muslim cleric in America wields surprising political power in Turkey
(6) Is Gulen Movement Against Peace With PKK?
(7) Ahmet Türk Fethullah Gülen’le gorustu iddiasi
(8) Bulent Arinç: Fethullah Gülen’le 3 saat gorustuk
(9) Tahrir’s lesson for Taksim: Police brutality unites battle-hardened fans
(10) As Turks Challenge Their Leader’s Power, He Tries to Expand It
(11) Vladimir Avtakov, esperto della Turchia, offre uno sguardo sulla storia della serie di ondate di disordini che negli Stati arabi hanno portando al potere le figure di leader “popolari” o “islamisti”, che in realtà erano strettamente dipendenti dagli Stati Uniti d’America. Turkey: Managed Chaos and Police Instead of Military.

La ripubblicazione è accolto in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 367 follower