La Jadran Express e i quattro giornalisti sequestrati in Siria

Alessandro Lattanzio, 8 aprile 2013

206421Il 10 giugno 2011 si scopriva che nel precedente mese di marzo, il materiale bellico sequestrato nel 1994 a bordo del cargo maltese Jadran Express, diretto al porto croato di Rijeka, costituito da 2000 tonnellate di armi stivate in 133 container e del valore di 30 milioni di dollari USA, e conservate nei depositi sotterranei dell’isola di Santo Stefano, a Caverna Guardia del Moro, controllati dal Ministero della Difesa, era stato imbarcato segretamente su un traghetto per Civitavecchia. Si sarebbe trattato di 30mila fucili d’assalto AK-47, 150.000 caricatori, 32 milioni di proiettili calibro 7,62mm, 50 lanciarazzi BM-21 Grad e relativi 5mila razzi da 122mm, 400 lanciarazzi anticarro RPG e relativi 11.000 razzi anticarro. Le armi, una volta giunte nel porto di Civitavecchia potrebbero esser state depositate temporaneamente in due centri della Marina Marina: il CIMA, Centro Interforze Munizionamento Avanzato di Aulla, in provincia di Massa e Carrara ma sotto la direzione del Maridipart La Spezia, e l’Officina Missili della Direzione di Munizionamento ‘Cava di Sorciano’, dipendente da MariSicilia e Maribase Augusta, nei pressi di Priolo Gargallo a una decina di chilometri da Siracusa e da Augusta. Probabilmente il materiale bellico, rimasto in deposito per 17 anni, aveva bisogno di essere revisionato presso questi centri, e ricondizionato per un nuovo impiego. Ad esempio il CIMA “oltre a svolgere un’attività di conservazione e stoccaggio di manufatti esplosivi, è diventato … l’unico Polo italiano di integrazione pirica di missili e siluri in ambito interforze e ditte private.” Il 7 marzo 2011 il pattugliatore Libra (P402), imbarcando forse parte del materiale bellico in questione, si sarebbe recato a Bengasi per consegnare il carico ai golpisti-terroristi del CNT, per poi rientrare ad Augusta il 9 marzo successivo. L’Italia di Larussa, Frattini e Berlusconi stava così armando il golpe attivato da Parigi, Londra e Doha contro la Repubblica Popolare Socialista della Jamahiriya Libica.
Secondo l’esperto d’intelligence Gianni Cipriani “l’Italia ha fornito clandestinamente armi ai ribelli di Bengasi. L’invio di armi è stato fatto ai primi di marzo, proprio durante le fasi del conflitto libico, circa due settimane prima dell’inizio dei raid aerei contro Gheddafi. Il governo italiano ha inviato fucili, mitra e munizioni prelevati dai depositi ex SISMI della Sardegna: parte delle armi facevano parte di vecchie forniture americane utilizzate dalle strutture che hanno ereditato Gladio. Le armi sono arrivate in Cirenaica a bordo di unità della Marina militare che, ufficialmente, portavano solo ‘aiuti umanitari’. Accanto a molte delle azioni diplomatiche e dei servizi d’informazione che hanno riguardato la Libia e l’appoggio agli insorti, si è parallelamente giocata una guerriglia sotterranea tra Italia, Francia e Regno Unito, che puntano a posizioni di maggiore influenza politica ed economica nella Libia del dopo Gheddafi”.
Un portavoce del pubblico ministero sardo Riccardo Rossi, che seguiva la vicenda, aveva dichiarato: “Tutti i tentativi di ottenere una qualsiasi informazione dal Ministero della Difesa si sono rivelati infruttuosi, essendoci stato riferito che la vicenda è coperta dal segreto di Stato. Tutto quello che vogliamo sapere è dove le armi siano ora, se sono state rimosse in modo sicuro e se non ci fosse stato alcun rischio per i passeggeri e l’equipaggio del traghetto che le hanno imbarcate.’ Inoltre, anche i tre parlamentari Gian Piero Scanu, Giulio Calvisi e Elio Lanutti hanno presentato richieste di notizie sulle armi, senza alcuna risposta. Un portavoce del ministero della Difesa aveva dichiarato: “Mi dispiace, non possiamo parlarne, è stato posto il segreto dall’ufficio del primo ministro, che vieta qualsiasi informazione.” Un esperto militare italiano aveva affermato: “Con quella quantità di armamenti si potrebbe iniziare e vincere una piccola guerra. E’ assai strano che siano state detenute nonostante dovessero essere distrutte. Il fatto che l’ordine di segretezza sia stato imposto su tutta la vicenda è molto intrigante, c’è da chiedersi se il governo abbia spedito queste armi all’estero.”
Nei giorni in cui il governo Berlusconi faceva arrivare clandestinamente le armi ai golpisti bengasini, il ministro degli esteri Frattini dichiarava “l’Italia ha avviato discretamente contatti con esponenti dell’opposizione libica e ritiene che farlo in questo modo sia la soluzione migliore. C’è quasi una corsa all’incontro con il Consiglio provvisorio di Bengasi. I nostri amici inglesi ci hanno provato e il Consiglio ha detto ‘ci rifiutiamo di incontrarli’. Noi abbiamo delle conoscenze migliori di altri, siamo spesso richiesti in queste ore conoscendo coloro che sono lì. Conosciamo certo l’ex ministro della Giustizia libico ora a capo del consiglio di Bengasi, per i rapporti dell’Italia con la Libia. Conosciamo quella rete di ambasciatori libici che ha detto che da ora loro sono al servizio del popolo libico e non più del regime. Alcuni di loro stanno esercitando un’azione importante per coagulare un consenso”.
Nelle ore in cui Frattini rilasciava questa dichiarazione, il governo italiano inviava agli islamisti del CNT casse “umanitarie” cariche di armi, illudendosi di guadagnarsi il primo posto dei favoriti del golpismo anglo-qatariota di Bengasi.
Nel gennaio 2013 si è scoperto che altro materiale bellico, questa proveniente dalla Croazia, veniva acquistato dai sauditi e dai qatarioti per armare le bande terroristiche e mercenarie che infestano la Siria dal marzo 2011. Hugh Griffiths, che si occupa del traffico illegale di armi presso lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), afferma che le rotte seguite dai velivoli che imbarcano armi in Croazia per trasportarle in Medio oriente, indicano l’esistenza di una operazione clandestina per armare il terrorismo integralista attivo in Siria. “Ci sono tre flussi principali: dalla Croazia alla Giordania, dal Qatar alla Turchia e dall’Arabia Saudita alla Turchia. Questa è la tendenza e queste rotte sono altamente anomali“. Griffiths ha affermato che vi sono stati almeno 160 voli per consegnare le armi comprate da Arabia Saudita e Qatar, tra cui una recente spedizione di materiale non identificato dal Qatar alla Turchia. Inoltre, i voli dalla Croazia alla Giordania hanno avuto l’autorizzazione diplomatica per il sorvolo degli spazi aerei, confermando così un traffico di merci pericolose e di munizioni belliche. Da ciò si evince l’esistenza, da mesi, di un’operazione clandestina per armare la cosiddetta ‘opposizione’ armata in Siria. “E’ giusto dire che il livello di coordinamento che coinvolge così tanti alleati degli Stati Uniti, suggerisce anche il coinvolgimento di Washington“. “Niente è paragonabile, in termini d’intensità, a questo traffico aereo nel corso degli ultimi mesi“. Eliot Higgins, un inquirente che segue il traffico di armi sul suo blog Brown Moses, ha sottolineato che le organizzazioni terroristiche salafite-taqfirite Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham utilizzano armi provenienti dalla Croazia.
Il New York Times aveva confermato le notizie riguardanti le spedizioni di armi croate, aggiungendovi le prove del coinvolgimento degli Stati Uniti citando funzionari secondo cui agenti della CIA aiutano i Paesi del Golfo ad acquistare armi dalla Croazia e a spedirle alle brigate terroristiche ‘accuratamente vagliate’. Secondo un alto funzionario arabo, un diplomatico e due esperti militari, quindi è in corso un’operazione segreta e preparata con cura volta ad armare i terroristi mercenari islamisti in Siria, e questa operazione coinvolge Giordania, Arabia Saudita, Turchia, Qatar, Stati Uniti e diversi governi occidentali. Il funzionario arabo aveva detto che il numero di voli per trasportare le armi è raddoppiato nelle ultime settimane. La Giordania aveva aperto una nuova rotta, specificatamente dedicata al traffico di armi croate, alla fine del 2012. In effetti, il quotidiano croato Jutarnji List aveva riferito che negli ultimi mesi c’è stato un numero insolitamente elevato di avvistamenti di aerei Iljushin-76 di proprietà della Cargo International Air Jordan (una compagnia controllata dall’aeronautica militare giordana), presso l’aeroporto Pleso di Zagabria; e sempre secondo il giornale croato, gli Stati Uniti, principale alleato politico e militare della Croazia, ne sarebbero gli intermediari. Ivica Nekic, direttore dell’agenzia incaricata delle esportazioni di armi della Croazia, aveva definito queste affermazioni pure speculazioni. Tuttavia, secondo i dati dell’Organized Crime and Corruption Reporting Project (OCCRP), nel dicembre 2012 la Giordania aveva improvvisamente cominciato ad acquistare dai croati 230 tonnellate di armi e munizioni, per un valore di 6,5 milioni dollari. In precedenza, nel 2001, la Croazia aveva venduto ad Amman solo 15 pistole per un totale di 1053 dollari. In un’intervista all’AP, il re di Giordania Abdullah II aveva detto che i giorni del Presidente Bashar al-Assad erano contati, e il canale aperto da Amman per rifornire di nuove armi i terroristi mercenari attivati in Siria, ne indica il pieno coinvolgimento nella tragedia siriana. Secondo Shashank Joshi, esperto militare che ha monitorato il flusso di armi per conto del think tank inglese Royal United Services Institute,In questo modo si apre un nuovo fronte nel sud della Siria, liberandosi degli intermediari dei sauditi e dei libanesi in Turchia, garantendo che le armi arrivino ai ribelli dell’ELS, piuttosto che ai jihadisti”.
Islam al-Lush, portavoce della brigata islamista Liwaa al-Islam che opera presso il confine giordano-siriano, negava di ricevere armi dalla Giordania, “Se vengono portate delle armi, ciò avverrebbe da nord“, anche se poi ha detto che i ‘ribelli’ si preparano per l’ennesima battaglia per Damasco. “Ci siamo preparati a questo a lungo. Abbiamo la nostra strategia. Se Dio vuole, la battaglia per Damasco inizierà presto”. Anche se altre fonti affermano che nella provincia siriana di Daraa, al confine con la Giordania, dal 1° gennaio 2013 sono apparse grandi quantità di armi prodotte nella ex-Jugoslavia, come il cannone senza rinculo M60, i lanciarazzi M79 Osa e RPG-22, e il lanciagranate MGL/RBG-6 Milkor. Secondo l’analista James Miller, i terroristi “non sembravano preoccuparsi di conservare le munizioni per queste armi. I ribelli tendono ad accaparrarsi i proiettili per i loro kalashnikov, quindi il fatto che abbiano sprecato munizioni di armi più potenti e più recenti è degno di nota. Inoltre, a differenza dei più recenti attacchi alle installazioni del regime, l’assalto alla base siriana di Busr al-Harir è stato condotto principalmente dalle unità dell’Esercito Libero siriano”. Da Daraa, queste munizioni sono comparse in altre province, a Idlib, Hama e Aleppo. Questo processo di proliferazione delle nuove armi al nord e al sud del Siria, sembra essere iniziato a fine novembre per concludersi alla fine di dicembre 2012, indicando che queste nuove armi sono entrate dalla Giordania e dalla Turchia. Ma uno scenario più plausibile del coinvolgimento diretto di Zagabria, (che comunque supporta l’azione di Istanbul contro la Siria), è che queste armi provengano dalla Libia del CNT, che arma e alimenta i terroristi attivi in Siria. L’ex Jugoslavia, che produceva gli M60 e gli M79, aveva stretti legami con la Jamahiriya Libica, così come anche la Croazia. Quindi, è possibile che gli M60, M79, RPG-22 e RBG-6 siano stati venduti alla Libia dalla Jugoslavia e dalla Croazia, e a sua volta il CNT libico le abbia cedute ai mercenari salafiti su ordine di Washington e di Londra che, vedendo il fallimento delle offensive delle brigate islamiste e le gravi perdite subite ad opera della reazione dell’esercito siriano, hanno deciso di incrementare i rifornimenti di armi e munizioni ai mercenari dell’opposizione islamista attiva in Siria. Ma un alto funzionario statunitense ha osservato che l”opposizione’ rimane frammentata e operativamente incoerente, aggiungendo che le recenti acquisizioni dei sauditi e dei qatarioti “di per sé non apportano una svolta decisiva. Resto convinto che non siamo vicini a quella svolta“.
In tutto questo l’Italia svolge la sua parte. Il carico della Jadran Express era solo uno degli otto che hanno raggiunto la Croazia partendo dall’Ucraina, nel 1992-1994. Quindi, il materiale bellico disponibile alle bande armate operanti in Siria, resta notevole. Così come resta notevole il materiale disponibile a Roma per questo tipo di operazioni. L’Italia, tramite la Libia, invia materiale bellico ai terroristi che operano in Siria? E forse le forze speciali e d’intelligence italiane non intervengono solo indirettamente nel conflitto siriano. Il 21 dicembre 2011, un funzionario libanese dichiarò che un velivolo dell’Aeronautica militare italiana aveva sbarcato, nell’aeroporto di Beirut, ‘aiuti’ per le forze insurrezionali antisiriane. Il segretario del Comitato direttivo del Movimento nasseriano indipendente libanese, Mustafah Hamdan, aveva anche detto che il velivolo militare era arrivato all’aeroporto di Beirut nel “tentativo di fornire aiuto a coloro che vengono descritti come profughi siriani”, ma né il Primo ministro libanese Najib Miqati, né i ministri della sanità e degli esteri libanesi ne sapevano nulla. Era solo stato segnalato che individui sconosciuti erano presenti nell’aeroporto, in attesa dell’aereo italiano. Secondo Hamdan, questi elementi volevano creare instabilità in Libano, in linea con l’azione dell’assistente per gli Affari del Vicino Oriente del segretario di Stato USA, Jeffrey Feltman, volta a creare in Libano delle basi con cui alimentare l’aggressione islamo-atlantista alla Siria.
Si ricordi ora l’operato dei quattro ‘giornalisti’ italiani che sarebbero stati sequestrati nel nord della Siria, al confine con la Turchia, il 3 aprile 2013. Si tratta di un reporter della RAI e di tre freelance, noti per essere dei supporter dell’aggressione islamista alla Siria e della distruzione del governo socialista e panarabo di Damasco. I quattro si sarebbero infiltrati in Siria passando il confine turco-siriano ad Atme, per poi essere segnalati nel villaggio di Yaqubiya, a nord di Idlib, dove sarebbero stati ‘fermati’ perché “avevano filmato e fotografato postazioni militari sensibili”. Secondo fonti ‘locali’, ovvero i militanti delle fazioni anti-siriane, a sequestrarli sarebbero stati i terroristi salafiti di Jabhat al-Nusra, una filiazione di al-Qaida. Le “fonti vicine ai gruppi di attivisti siriani”, assicurano che si tratterebbe di un semplice fermo. Insomma, una pura formalità che richiederebbe “pochi giorni” per essere espletata. I reporter in questione si erano già distinti in precedenza per i loro ‘reportage’ ad Aleppo, per conto della RAI. Ovviamente in ‘giornalisti’ si sono infiltrati in Siria partendo dalla Turchia assieme ai terroristi islamisti e ai mercenari che partecipano al piano di aggressione della NATO contro l’esercito, il governo e il popolo siriani. “I giornalisti italiani sono entrati nella Siria controllata dai ribelli lo scorso 2 aprile, nell’area di Guvecci facendo tappa, tra l’altro, all’ospedale da campo di Yamadiye, di fronte alla località turca di Yayladagi. Il programma era rientrare ogni sera in territorio turco e, quindi, mantenersi sempre vicini alla striscia frontaliera tra i due Paesi.” Ovvero, la RAI partecipa militarmente all’aggressione alla Siria, diffondendo la propria propaganda e la propria disinformazione strategica a favore delle truppe mercenarie islamiste che tormentano la Siria. I suoi ‘giornalisti’ vi partecipano, come in precedenza in Libia, sotto una doppia veste: sulla prima linea, partecipando ai combattimenti contro l’esercito regolare siriano, e sul fronte interno/propagandistico, diffondendo propaganda e disinformazione mediatica contro il legittimo governo siriano. Esattamente come in Libia. E come in Libia, è impossibile escludere attività di spionaggio ai danni delle difese siriane. Non è un mistero che diversi ‘giornalisti’, in Libia, abbiano segnalato alla NATO postazioni e assembramenti di truppe libiche per farle bombardare, mentre svolgevano i loro cosiddetti ‘reportage’; così come non è un caso che diversi ‘giornalisti’, al momento convenuto, abbiano gettato microfoni e telecamere per imbracciare le armi combattendo al fianco dei golpisti del CNT e di altri mercenari inviati ad abbattere la Jamahiriya libica. Diversi eventi hanno dimostrato una dinamica simile anche in Siria.
Qualcuna delle diverse bande di ‘freedom fighter’ del momento, che cercano di spartirsi gli ‘aiuti umanitari’ degli occidentali e delle petro-monarchie, non ha gradito i favoritismi accordati dagli italiani? Non a caso la Farnesina ha dichiarato “occorre mantenere il massimo riserbo” perché “l’incolumità dei connazionali resta la priorità assoluta“. Perché tale riserbo? I terroristi e i loro sequestrati si troverebbero in Siria, non Italia. Presumibilmente non dovrebbero seguire i media italiani, e difficilmente consulterebbero internet, sempre che sappiano l’italiano, in una zona di guerra.

Fonti:
Altreconomia
Daily Mail
Panorama
La Nuova Sardegna
Elio Lannutti
Free Republic
The Guardian
Ukrainian Week
IB Times
Time
Now Mmedia
New York Times
Reporting Project
PressTV
Repubblica
Il Fattoquotidiano


Pier Luigi Bersani, segretario del Partito Democratico, invoca la distruzione della Siria

Grecia: confermato il piano golpista di Alba dorata; escalation di violenze e conti offshore greci

DarkerNet, 5 aprile 2013

24E4B5CE42132EE1CAA604FEEB71074CRecentemente il partito neonazista Alba dorata ha dichiarato di poter effettuare incursioni su lidi stranieri, creando cellule in Paesi come l’Australia, il Canada, gli Stati Uniti, ecc. Interessante come questo annuncio coincida con la conferma, da parte di un giornalista investigativo greco, che la ‘strategia della tensione’ (per favorire un colpo di Stato o la legge marziale) preannunciata da DarkerNet circa sei settimane fa, sia ora pienamente operativa (vedi sotto per maggiori dettagli). Rileviamo, inoltre, un recente feroce assalto da parte dei membri di Alba dorata nell’isola di Paros. Viene anche fornito un aggiornamento sulle notizie riguardanti una lista di 23.000 conti offshore greci.

Aggiornamento 1: ICIJ rivela i conti segreti offshore di alcuni greci: 2.400 società registrate in paradisi fiscali del Pacifico e del Canale della Manica. 23.000 aziende greche sono state insediate in altri Paesi, tra cui i paradisi fiscali.
Aggiornamento 2: I teppisti di Alba dorata sono stati costretti a lasciare il villaggio di Potamia sull’isola di Taso. Erano venuti per distribuire cibo ai Greci (cioè non agli immigrati). Ma la gente del posto li ha bloccati e Ad è stata costretta ad andarsene. Ad Hania, Creta, antifascisti locali si sono scontrati con i membri di Ad, uno dei quali è stato gettato in mare, nel porto.

A. Confermata la ‘strategia della tensione’ di Alba dorata
Sei settimane fa Darker Net ha pubblicato un articolo sostenendo che Alba dorata, in combutta con la polizia greca, persegue una ‘strategia della tensione’, nella modalità dei terzaposizionisti italiani. A sostegno di ciò, abbiamo riferito dell’arresto di diversi membri di Alba dorata da parte della polizia, dopo che sono stati trovati in possesso di esplosivi e armi (oltre all’avvertimento di un ex-ambasciatore greco su un possibile colpo di Stato). Il presidente greco ha anche trasmesso le sue preoccupazioni su ciò che stava accadendo. Abbiamo compreso che Alba dorata stia tramando per compiere un massacro che verrebbe poi attribuito agli anarchici, in modo da organizzare un colpo di Stato militare, o almeno di far dichiarare la legge marziale. Ieri, Vice ha pubblicato un’intervista a Dimitris Psarras, giornalista investigativo greco, il cui libro, The Black Bible of the Golden Dawn, è una delle indagini più approfondite sul partito. Psarras ha confermato di aver anch’egli capito che la ‘strategia della tensione’, una campagna di terrore pianificata da Alba dorata, sia difatti operativa. Qui citiamo parte dell’intervista:

Vice: Pensi che la Grecia stia cominciando a vedere l’attuazione di una “strategia della tensione”? Alba dorata cerca di manipolare l’opinione pubblica con la paura?
Psarras: Credo che stia già accadendo. L’attuale strategia di Alba dorata è esattamente questa. Ilias Panagiotaros, uno dei deputati di Alba dorata, infatti ha detto, “C’è già una guerra civile“, in un’intervista. Vogliono spingere la controparte a compiere atti di violenza simili, proprio come durante la strategia della tensione in Italia, negli anni ’70.

Vice: Quindi quello che stai dicendo non è che potrebbe accadere, ma che sta sicuramente già accadendo?
Psarras: Sicuramente. Forse non con la stessa intensità delle stragi in Italia negli anni ’70, ma non dimentichiamo che Alba dorata e le origini di Michaloliakos coinvolgono gli italiani. Anche di recente, in realtà, la rivista di Alba dorata, Meandric, che circola solo internamente all’organizzazione, recava un articolo di Pino Rauti, uno dei leader del neo-fascista Ordine Nuovo, il gruppo di estrema destra direttamente coinvolto negli attentati in Italia degli anni ’70.

Vice: Pensi che Alba dorata potrebbe provare altre tattiche, come effettuare attentati da poter far attribuire agli anarchici, per esempio?
Psarras: posso solo ipotizzarlo. Considerando il fatto che non hanno mai tagliato i loro legami con l’idea di uno “Stato profondo” [un presunto gruppo clandestino di militari e civili che attribuisce ai suoi avversari gli omicidi di dissidenti da esso commessi], una considerazione che non escluderei. Ma questo sarebbe lo scenario peggiore.

Nota: Nikos Michaloliakos, il capo di Alba dorata, fu imprigionato per 13 mesi nel 1978 per aver organizzato una serie di attentati ad Atene. In carcere è stato incaricato da Ghiorgos Papadopulos, il colonnello che guidava la giunta militare, di fondare Chrysi Avghi (Alba dorata).

B. Feroce assalto di Ad a Paros
Questa parte è stata tradotta dal quotidiano Ethnos del 22/03/2013. L’obiettivo della vittima, nel raccontare questo fatto, è unire la sua voce a quelle delle persone vittime degli assalti di fascisti, al fine di chiedere la condanna di Alba dorata nei tribunali europei.
Indipendentemente da ciò che i sostenitori di Alba dorata dicono, i singoli membri costituiscono un pericolo pubblico. Minacciano non solo gli immigrati, ma ogni cittadino che voglia esprimersi liberamente e rivendicare i propri diritti. Le autorità ufficiali e i poteri politici hanno dimostrato la loro incapacità nel far fronte a queste violenze fasciste. Spero che vi venga posto fine al più presto, altrimenti molte persone innocenti e pacifiche ne soffriranno. Ovunque Alba dorata sia intervenuta, qualcuno ha pagato con il sangue. Questa barbarie deve finire”. M. Troullou.
L’assalto in questione ha avuto luogo il 28 febbraio 2013. Una delegazione di Alba dorata s’era recata a Paroikia [la capitale dell'isola] per organizzare un evento, e lo stesso giorno era prevista una manifestazione di Iniziativa antifascista. Forti elementi delle forze di polizia, tra cui la polizia antisommossa di Atene, sono stati inviati nell’isola. Poco prima della fine della marcia, la polizia antisommossa ha messo con le ‘spalle al muro’ i manifestanti del corteo, in un vicolo buio di Paros, vicino alla taverna dove la manifestazione di Alba dorata si stava svolgendo. La polizia ha poi caricato e usato gas chimici contro la folla. Subito dietro la polizia antisommossa vi erano individui in abiti civili, indicati dagli astanti come sostenitori di Alba dorata, che lanciavano pietre contro i manifestanti.
Maria Troullou, un’insegnante, si rifugiò in un balcone con il suo compagno Savvas Mavridis, ma non riuscì a sottrarsi da una grosso individuo. Ha spiegato… “L’assalto è stato così crudele e violento. Orrendo, senza alcuna giustificazione. Era come se l’assalitore aveva deliberatamente scelto me tra la folla. Cosa c’è di più minaccioso di una donna antifascista, mi chiedo? Mi ha afferrato per i capelli e sbattuto la testa furiosamente contro il muro. Poi mi ha colpito sulla fronte e io sono caduta esanime, avevo le vertigini. Poi ho sentito la mano del mio partner sul mio braccio. Stava cercando di sollevarmi. Poi ho ricevuto un secondo colpo, dalla stessa direzione dell’aggressore. Qualcosa mi ha colpito sulla parte superiore della testa, qualcosa di duro, come un piede di porco o un bastone. Mi sono piegata di nuovo e sono crollata sentendo il sangue scorrere“. Ha aggiunto… “Il mio compagno è riuscito a tenermi sotto il suo controllo. Abbiamo ricevuto diversi colpi dalla polizia in vari punti, ma anche da parte dell’aggressore. L’unica cosa che potevamo fare era difenderci istintivamente. Siamo stati sempre colpiti da tutti i lati. Il mio compagno ha ricevuto più colpi alla testa, al corpo e al collo. Ha cicatrici sui polpacci per la resistenza che ha esercitato con le gambe per restare aggrappati al balcone. Se il mio compagno non fosse stato lì a proteggermi, rischiando la propria vita, mi sarebbe accaduto il peggio“.
Dopo l’attacco, Maria e Savvas sono stati inviati all’ospedale di Paros. Nel referto medico è stato confermato che quando si sono recati in ospedale, la sera del 28/02/2013, a Savvas è stato diagnosticata la frattura delle ossa frontale e occipitale sinistra del cranio. Le ferite sono state disinfettate e hanno richiesto 17 punti di sutura. Maria ha sofferto mal di testa intenso, dolore al collo e agli occhi, e ha ricevuto quattro punti di sutura sulla testa. Le ferite erano su tutto il corpo della maestra e del compagno; hanno lasciato l’ospedale con 21 punti di sutura in tutto. Una folla si era radunata davanti l’ospedale, per offrire sostegno e chiedere l’intervento della polizia per identificare l’aggressore. La polizia ha aspettato più di un’ora per recarsi in ospedale a raccogliere le testimonianze dei feriti.
Maria ha dichiarato nella sua testimonianza che l’aggressore era uno sconosciuto in abiti civili, con la carnagione chiara e capelli corti, grosso e alto 1,90.  Anche se Maria ha scelto di parlare pubblicamente dell’aggressore, ha deciso di non procedere con una querela nei confronti dello stesso. Una ragione è che, dopo il recente processo di Ilias Kasidiaris, nel quale è stato assolto in un’aula piena di sostenitori di Alba dorata, crede che il suo caso avrebbe avuto la stessa sorte. La seconda ragione è che aveva paura, mentre l’uomo che la picchiava furiosamente, davanti alla polizia, questa non l’ha protetta dall’assalto e né ha arrestato l’aggressore (il che fa pensare che goda dell’immunità). Si crede anche che ci siano molti testimoni disposti a fornire un alibi all’aggressore. Il giorno dopo, venerdì 1 marzo 2013, gli assalti più violenti hanno avuto luogo nel porto di Parikia. In uno di questi assalti, un tedesco che vive stabilmente sull’isola ha cercato di riprendere con la sua macchina fotografica i sostenitori e i parlamentari Giannis Lagos, Ilias Panagiotaros e Nikos Michos di Alba dorata. Secondo la polizia, un certo numero di seguaci, tra cui il deputato N. Michos, si sono rivolti minacciosamente al tedesco e la polizia è stata costretta ad intervenire. La tensione cresceva, fin quando la delegazione di Alba dorata si è imbarcata per tornare ad Atene. Fu in quel giorno che l’aggressore di Maria Troullou è stato riconosciuto quale membro della delegazione di Alba dorata.

Link:
Vice, Gu, In to the Fire

Alba dorata ricorre al terrorismo per diffondere il suo messaggio?
Yiannis Baboulias Vice, 3 aprile 2013

Grecia-Chrysi-Avghi-l-anima-nera-della-crisi_largeLa Grecia ha avuto la sua dose di nazionalisti di estrema destra negli ultimi decenni. Operando sotto marcato pseudonimo, come “patrioti” o “anti-comunisti”, hanno commesso alcuni crimini, come fracassare con una mazza il cranio del leader della di sinistra Grigoris Lambrakis, uccidendolo nel 1963, ma nessuno di loro può davvero competere nella posta dell’idiozia con gli attuali truculenti estremisti di Alba dorata. Se per qualsiasi motivo, non avete sentito parlare di Alba dorata, si tratta del partito neofascista greco il cui leader, Michaloliakos, è stato per qualche tempo in prigione nel 1979 per porto illegale di armi ed esplosivi, e per essere collegato a un gruppo che compì attentati contro due cinema di Atene. Recentemente, i sostenitori del partito sono stati collegati all’omicidio di immigrati per le strade di Atene, a violenze casuali contro immigrati e anarchici e, in più di una occasione, sono stati arrestati per trasporto di armi ed esplosivi. Ma è il caso del dinamitardo di Sparta ad essere ancora più preoccupante. Il 31 agosto dell’anno scorso, una bomba esplose nelle mani di un 38enne di Sparta. Il suo obiettivo non è noto. Il complice dell’attentatore, un 34enne non ancora identificato, fu arrestato ma rilasciato dopo aver testimoniato, nonostante il fatto che più di 60 bombe, fucili da caccia e maschere fossero stati ritrovati dalla polizia in casa sua. Da allora, nessuna ulteriore informazione è stata rilasciata ed i media greci hanno insabbiato la storia.
Notizie da Sparta identificano sia il morto che il suo complice come membri di Alba dorata, suggerendo che l’estrema destra greca passi al terrorismo per diffondere il proprio messaggio. Al fine di comprendere la reale possibilità di ulteriore terrorismo politico in Grecia, ho parlato con Dimitris Psarras, un giornalista investigativo il cui libro La Bibbia nera di Alba dorata, è una delle indagini più approfondite sul partito.

Vice: Il caso del dinamitardo di Sparta non è progredito per nulla, e sembra esser stato insabbiato dai media mainstream. Quanto ne sai tu?
Psarras Dimitris: Non so nulla di più. Si tratta di un caso molto strano e abbiamo cercato di fare pressione per aver alcune risposte sulla vicenda, ma niente è venuto fuori.

Vice: Perché è bloccato?
Psarras: E’ il procedimento istruttorio. Le autorità non hanno alcun obbligo di rilasciare dettagli alla stampa prima del processo, ma in questo caso sono stati molto riservati. Inoltre, la gestione del caso non ha alcuna somiglianza con altri casi di terrorismo, quando abbiamo avuto nomi e foto fin da subito. In questo caso, non abbiamo visto niente del genere.

Vice: Pensi che la Grecia stia cominciando a vedere l’attuazione di una “strategia della tensione”? Alba dorata cerca di manipolare l’opinione pubblica con la paura?
Psarras: Credo che stia già accadendo. L’attuale strategia di Alba dorata è esattamente questa. Ilias Panagiotaros, uno dei deputati di Alba dorata, infatti ha detto, “C’è già una guerra civile“, in un’intervista. Vogliono spingere la controparte a compiere atti di violenza simili, proprio come durante la strategia della tensione in Italia, negli anni ’70.

Vice: Quindi quello che stai dicendo non è che potrebbe accadere, ma che sta sicuramente già accadendo?
Psarras: Sicuramente. Forse non con la stessa intensità delle stragi in Italia negli anni ’70, ma non dimentichiamo che Alba dorata e le origini di Michaloliakos coinvolgono gli italiani. Anche di recente, in realtà, la rivista di Alba dorata, Meandric, che circola solo internamente all’organizzazione, recava un articolo di Pino Rauti, uno dei leader del neo-fascista Ordine Nuovo, il gruppo di estrema destra direttamente coinvolto negli attentati in Italia degli anni ’70.

Vice: Pensi che Alba dorata potrebbe provare altre tattiche, come effettuare attentati da poter far attribuire agli anarchici, per esempio?
Psarras: posso solo ipotizzarlo. Considerando il fatto che non hanno mai tagliato i loro legami con l’idea di uno “Stato profondo” [un presunto gruppo clandestino di militari e civili che attribuisce ai suoi avversari gli omicidi di dissidenti da esso commessi], una considerazione che non escluderei. Ma questo sarebbe lo scenario peggiore.

Un paio di giorni dopo l’intervista a Psarras, una storia dalla città greca di Volos è balzata agli onori della cronaca. Durante i negoziati per il “salvataggio” dei ciprioti, un edificio della Banca di Cipro è stato bombardato, la polizia ha fermato due sospetti e, sorpresa, sorpresa, hanno trovato pistole, coltelli, mazze e arnesi di Alba dorata nelle loro case. Incredibilmente, Alba dorata ha affermato di non saperne nulla, così come presumibilmente non sa nulla dell’attentatore di Sparta e del suo complice. Ma le diventa sempre più difficile nascondersi dietro il paravento pubblico di amica della democrazia, mentre un’imminente potenziale di violenze si profila sempre più sullo sfondo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Crisi Cipro: E se il sogno europeo stesse per finire?

Alexandre Latsa RIAN 27/03/2013

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Un po’ di storia
I recenti avvenimenti a Cipro hanno causato un’overdose mediatica assai spesso lontana dalla realtà.  La parte meridionale dell’isola di Cipro (la parte settentrionale è militarmente occupata dalla Turchia dal 1974), ha una popolazione di 770.000 abitanti, rappresentando solo lo 0,3% del PIL nell’area dell’euro. L’isola, anche se relativamente sconosciuta al grande pubblico, almeno fino a questa crisi, ha avuto una storia ampiamente travagliata, suddivisa tra oriente e occidente. I lettori interessati possono saperne di più visitando questa pagina di storia illustrata dell’isola, fino al 2004. E’ proprio in quel momento che Cipro aderiva all’Unione europea (il Paese era il più ricco dei nuovi aderenti, all’epoca) e nel 2008, Cipro entrava nella zona euro. Al tempo, l’isola stava già ricevendo flussi di capitali russi e la legislazione fiscale era sostanzialmente la stessa di oggi. Lo stesso anno, la crisi finanziaria colpì l’isola, come tutti i Paesi occidentali, e nella ristrutturazione del debito greco le attività bancarie cipriote (che aveano una percentuale elevata di titoli di stato greci) furono brutalmente svalutate per decisione dell’Eurogruppo. Nel 2011, il Paese aveva ancora un debito, in percentuale del PIL, inferiore a quelli di Francia, Italia e Germania. Jacques Sapir ricorda, inoltre, che le banche cipriote hanno oggi attività pari a 7,5 volte il PIL dell’isola, mentre la media UE è di 3,5 volte, assai meno alle attività bancarie del Lussemburgo, che pesano 22 volte il suo PIL.

Racket fiscale: nuova soluzione della crisi?
La Trojka (l’alleanza tra BCE, FMI e UE) ha scelto misure drastiche per avere il denaro necessario per salvare le banche: prendere il denaro tramite prelievi obbligatori a tutti i titolari di un conto nell’isola. Una misura senza precedenti e probabilmente contraria a tutti gli standard bancari internazionali legali, che le autorità russe hanno descritto non solo ingiusta e pericolosa, ma che dimostra anche come il modello economico neoliberista sia completamente esaurito. I funzionari russi hanno anche parlato di provvedimento di tipo sovietico e la stampa russa titola della fine della civilissima Europa. I commentatori francesi, a loro volta, in questi giorni hanno invece giustificato l’imposta sui conti ciprioti del racket della Troika, dicendo che dopo tutto si riscuoteva denaro sporco e russo, o russo e quindi sporco, e che pertanto la misura è giustificata. Menzione speciale di Marc Fiorentino secondo cui non ci si deve ‘infognare’ in questo paese… “Dove la gente non paga le tasse (…) e di colpire i soldi della mafia russa“. I ciprioti saranno contenti. Per Christophe Barbier la misura colpisce “denaro che non è di Cipro“, cosa a cui migliaia di lavoratori che rischiano il licenziamento, difficilmente crederanno.
I politici non sono da meno. Per il ministro delegato presso il Ministro degli esteri Bernard Cazeneuve “E’ normale che gli oligarchi russi paghino”, per Lamassoure “E’ normale che la lavatrice per lavare il denaro sporco di Cipro sia fermata e che gli oligarchi russi paghino” e Daniel Cohn-Bendit “che tassare gli oligarchi russi non m’impedirà di digerire ciò che ho mangiato stasera” (fonte). Quanto a François d’Aubert, a sua volta ha detto che “non c’è ragione per cui i contribuenti europei risparmino le finanze degli oligarchi“. Ci piacerebbe sentire gli stessi commentatori sugli investimenti russi in Inghilterra, il Paese che concede il diritto di soggiorno a un gran numero di oligarchi di cui si può grandemente dubitare che abbiano fatto fortuna legalmente, o ancora più vicino, sui numerosi investimenti russi in Francia, in particolare sulla Costa Azzurra, alla fine degli anni ’90. Romaric Gaudin mette relativamente le cose in chiaro dicendo che “gli europei, pronti a piagnucolare per la difficile situazione di Mikhail Khodorkovskij, dimenticano che aveva costruito il suo impero sulla Banca Menatep, con sede a Cipro…” o che “Quando il denaro russo va a Cipro, è necessariamente sporco. Viceversa, quando il denaro russo costruisce il gasdotto sotto il Mar Baltico per la Germania, o investe nel calcio britannico, diventa rispettabile.”

I miti sono duri a morire, a Cipro
A Cipro, guardando più da vicino, la situazione non è esattamente come descritta dalla stampa francese. Secondo l’economista Natalija Orlova, l’ammontare dei depositi nelle banche cipriote arrivava a 90 miliardi di euro (persone fisiche e giuridiche) di cui detenute solo per il 30% da persone (fisiche o giuridiche) non native della zona Euro. I depositi russi a Cipro sono stimati in circa 20 miliardi di dollari, e 13 miliardi corrispondono a depositi greci, inglesi e anche mediorientali. La registrazione delle imprese ha infatti contribuito alle fortune di Cipro, che in effetti offre un quadro giuridico e fiscale vantaggioso e flessibile. Molte aziende quindi hanno logicamente sede legale a Cipro, nell’ambito dell’Unione europea. Tra esse molte aziende russe con intense attività economiche verso l’UE, che beneficino del regime fiscale favorevole di Cipro (IVA al 10%) e di un accordo sulla doppia imposizione, in modo da poter rimpatriare i profitti in Russia senza essere tassati due volte.
Le argomentazioni sulla “volontà di combattere” contro il riciclaggio di denaro sporco e russo, o russo e quindi necessariamente sporco, sono divenute una grottesca caricatura mentre i depositi russi a Cipro sono pari a circa 20 miliardi di euro. Rispetto all’anno scorso, vi sono stati 120 miliardi di movimenti di capitali russi verso Cipro, ma anche e soprattutto 130 miliardi di euro di movimenti di capitali da Cipro verso la Russia (fonti qui e qui). Dal 2005, gli investimenti da Cipro alla Russia sono maggiori degli investimenti dalla Russia a Cipro! Secondo Marios Zachariadis, professore di economia presso l’Università di Cipro: “La percentuale di aziende straniere illegali a Cipro non è più alta di quelle in Svizzera o Lussemburgo“, Paese che ha da poco firmato il trattato per evitare la  doppia imposizione con la Russia, come ha fatto Cipro. Un fatto confermato dal segretario di Stato per le Finanze tedesco, Stefan Kampeter, che ha esplicitamente affermato che “non vi sono prove di dumping illegale a Cipro, e che le accuse di riciclaggio di denaro nei confronti di Cipro non possono essere provate“.
Il parlamento cipriota ha votato contro il piano iniziale della Trojka, che prevedeva un prelievo forzoso su tutti i conti dell’isola, e solo nella notte tra domenica a lunedì è stato trovato un accordo, vale a dire un prelievo del 100% delle attività superiori ai 100.000 euro su tutti i conti bancari della banca più gravata dell’isola, e una percentuale non ancora fissata (30-40%) su tutti i conti superiori ai 100.000 euro della seconda più grande banca del Paese. Chiaramente, una pura e semplice estorsione di denaro cipriota e non-cipriota (russo, est-europeo, inglese e mediorientale) massicciamente depositato nelle due principali banche dell’isola. E’ normale che le attività estere legali paghino per la crisi greca? Potete immaginare le società francesi o statunitensi in Russia tassate al 40% del proprio patrimonio, per risarcire il debito dei Paesi dell’Unione eurasiatica se fossero in cattive condizioni? Possiamo cercare di immaginare la reazione statunitense in una situazione del genere.

Guerra finanziaria tra ortodossia ed energia
Cipro sembra in realtà sempre più un anello (una pedina per Thierry Meyssan), nel cuore della tensione geopolitica sempre più diretta e frontale tra la Russia e l’occidente. L’Eurogruppo ha indubbiamente raggiunto i suoi obiettivi reali. Il primo era prendere delle misure da provare su un piccolo Paese, che probabilmente è servito da laboratorio. Già Spagna e Nuova Zelanda hanno dichiarato di essere pronte a passare a misure simili per colmare il gap dei loro sistemi bancari. Non c’è dubbio che l’elenco si allungherà. Le conseguenze rischiano di essere pesanti e potranno rendere precari molti titolari dei conti nella zona euro. Anche se l’Eurogruppo ripete come un mantra che Cipro è un caso particolare, molti europei sono tentati di spostare le loro attività finanziarie altrove, e probabilmente all’estero, indebolendo sempre di più l’Europa e l’area dell’euro. I ciprioti hanno occupato le piazze sventolando cartelli “Non saremo le vostre cavie“, mentre le strade di Nicosia erano piene di messaggi ai fratelli ortodossi russi, e nelle manifestazioni degli ultimi giorni sono fiorite le bandiere russe.
Dopo il fallimento della Grecia, la Russia era impegnata da quasi un anno sul riscatto del consorzio gasifero greco DEPA/DESFA da parte di Gazprom. Tali negoziati sono avvenuti pochi mesi dopo la caduta del regime libico (e le relative importanti perdite finanziarie per Mosca), ma si erano visibilmente fermati un mese fa, quando il dipartimento di Stato aveva avvertito Atene contro la cooperazione energetica con Mosca e messo in guardia che il trasferimento di DEPA a Gazpromconsentirà a Mosca di rafforzare la sua posizione dominante dul mercato dell’energia regionale.” Impedire l’ulteriore integrazione economica UE-Russia è davvero nell’interesse dell’Europa di oggi, mentre il presidente cinese ha appena compiuto la sua prima visita internazionale a Mosca, chiave di una forte intensificazione della cooperazione politica, militare, ma anche e soprattutto energetica tra i due Paesi? E colpendo direttamente gli asset russi nelle banche a Cipro, la Russia viene direttamente interessata e colpita. Certo, anche i russi hanno logicamente degli obiettivi, e sono di gran lunga più importanti del semplice sfruttamento del giacimento gasifero offshore da cui il consorzio russo Novatek è stato escluso in modo abbastanza inspiegabile. Secondo l’esperto di relazioni internazionali Nouriel Roubini, la Russia mira semplicemente all’installazione di una base navale sull’isola (cosa che i lettori di RIA Novosti sanno dal settembre scorso) che i russi potrebbero tentare di monetizzare in cambio di aiuti finanziari a Nicosia.
A questo proposito, i colloqui russo-ciprioti non sono falliti, al contrario di quanto molti analisti  hanno indubbiamente frettolosamente concluso. Ma Cipro probabilmente non è sufficientemente nell’ambito della sfera di influenza russa, date le dimensioni di tali questioni. Ciò richiederebbe che Cipro lasci l’Unione europea e aderisca alla Comunità economica eurasiatica, come chiaramente indicato da Sergej Glaziev, consigliere del presidente Putin. Dobbiamo ricordare che Sergej Glaziev aveva all’inizio di quest’anno denunciato la “guerra finanziaria totale condotta dai Paesi occidentali contro la Russia di oggi.” Una guerra finanziaria che sembra essere confermata dalle ultime minacce da parte della BCE alla Lettonia, affinché non accetti il potenziale capitale russo che potrebbe desiderare di lasciare Cipro. All’esterno, Cipro resta un elemento fondamentale per la Russia nel quadro del suo ritorno in Medio Oriente e Mediterraneo, ma anche dei suoi rapporti con l’occidente. Sul fronte interno, il governo russo potrebbe finalmente mostrarsi determinato a mantenere l’obiettivo di controllare l’offshorizzazione dell’economia russa, di cui Vladimir Putin ha fatto un punto chiave nel suo discorso di fine anno 2012. E’ in questo contesto che il gruppo pubblico russo Rosneft aveva indicato che avrebbe rimpatriato, da diverse aree del mondo ritenute off-shore, gli asset ereditati con l’acquisizione della rivale inglese TNK-BP, soprattutto da Cipro e Caraibi.

Al centro del mondo ortodosso, la fine del sogno europeo?
Ma durante lo scontro tra occidente e Russia per territori interposti nel cuore del Mediterraneo (Grecia, Siria, Cipro…), il popolo cipriota e decine di migliaia di lavoratori inglesi e immigrati dall’Est Europa, a Cipro, pagheranno il conto e probabilmente attraverseranno anni difficili; per esempio Jean Luc Mélenchon ha già promesso l’inferno ai ciprioti. Mentre la Bulgaria ha recentemente interrotto i suoi negoziati per l’integrazione nell’euro, la Grecia continua ad sprofondare nell’austerità. A Cipro, oggi secondo recenti sondaggi, il 67% delle persone vuole che il  Paese abbandoni la zona euro e l’Unione europea, e si avvicini alla Russia, una posizione sostenuta attivamente dalla Chiesa ortodossa di Cipro. Al centro del Mediterraneo e del mondo ortodosso, il sogno europeo sembra volgere al termine.

Le opinioni espresse in questo articolo non coincidono necessariamente con la posizione della redazione di RIA Novosti, di cui l’autore non fa parte. Alexandre Latsa è un giornalista francese che vive in Russia e gestisce il sito Dissonance, volto a dare una “visione diversa della Russia”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Uccidere la speranza: Laura Boldrini, Eritrea e Libia

Il rovesciamento della Jamahiriya Libica e l’assassinio del suo leader non avevano nulla a che fare con i diritti umani e altra spazzatura ideologica. “Chi oggi cerca di far credere ciò, dovrebbe essere accusato di apologia di crimini di guerra e complicità dalla Corte penale internazionale, se questa vuole ancora avere un minimo di credibilità.”

'Combattenti per la Libertà' in Siria, per i quali Laura Boldrini, come ha già fatto in occasione della distruzione della Libia, invoca il supporto della Comunità Internazionale (ovvero, l'intervento armato della NATO contro lo Stato e il Popolo siriani)

‘Combattenti per la Libertà’ in Siria, per i quali Laura Boldrini, come ha già fatto in occasione della distruzione della Libia, invoca il ‘supporto della Comunità Internazionale’ (ovvero, l’intervento armato della NATO contro lo Stato e il Popolo siriani)

Nell’estate del 2010, montò un’aspra campagna anti-libica, volta a sabotare gli accordi strategici tra Tripoli e Roma. In vista anche dell’assalto e della distruzione della Repubblica popolare socialista delle Masse (Jamahiriya) di Libia. La campagna propagandistica, attuata dai mass media di sinistra: l’Unità, Repubblica-L’espresso, Rai3/TG-3, ecc. verteva su una storia diffusa da alcune ONG e dal CIR (Consiglio Italiani  dei Rifugiati) che, basandosi sulle oramai oggi famose e fumose ‘anonime voci locali’, affermavano che il 30 giugno 2010, 247 ‘profughi’ eritrei e somali sarebbero stati “caricati a forza su tre container e, dopo un viaggio di 10 ore, portati a Saba (ma le stesse fonti poi parlano di  Misurata. NdR), nel mezzo del deserto del Sahara, come punizione per una rivolta e un tentativo di fuga dal centro di ‘detenzione’ di Misurata”.
A queste ‘notizie’, il PD, la sinistra e i verdi prontamente scattavano chiedendo l’intervento del premier Silvio Berlusconi, del ministro degli Esteri Franco Frattini e di quello degli Interni Roberto Maroni, affinché “l’Italia si faccia carico di queste persone”. In tale quadro, i Verdi, oramai in via di estinzione, nel tentativo di riguadagnare i galloni da campo agli occhi della dirigenza atlantista, scattavano a loro volta pretendendo “un’inchiesta internazionale immediata e ai massimi livelli“, mentre il loro presidente Angelo Bonelli insisteva “é materia da Tribunale penale internazionale, se le notizie che arrivano dai campi libici fossero confermate, avremmo una violazione dei diritti fondamentali dell’uomo, con una implicita complicità dell’Italia, cosa che getterebbe vergogna e fango sulla storia della nostra democrazia“. I Verdi, come da tradizione, accorrevano ad oliare i fucili della NATO, assieme ad altri figuri, come il senatore dell’UDC Giampiero D’Alia che invitava il governo a “non mettere la testa sotto la sabbia e a dimostrare almeno una volta di non essere succube del colonnello Gheddafi“, mentre il deputato del PdL Enrico Pianetta, ex-presidente della Commissione Diritti Umani del Senato, si appellava a Frattini e Maroni “Per salvare i nostri 300 fratelli eritrei che hanno diritto ad avere asilo politico e non di essere trattati come bestie dalla Libia…” concludendo che era una cosa “più grande degli interessi geopolitici internazionali”. E difatti, un anno dopo, nel 2011, Frattini accoglieva l’appello strappalacrime mettendo davanti agli interessi nazionali ben altri interessi… Pianetta se ne sarà felicitato.
Infatti, la ben istruita Amnesty International avviava la sua ben rodata prassi di disinformazione e propaganda negativa contro i prossimi bersagli della NATO; Riccardo Noury di Amnesty International Italia collegava le due ‘feroci dittature’ libica ed eritrea, da sempre invise sia alla NATO che ai suoi petro-ascari arabi: “Il destino per chi viene rispedito in Eritrea è il carcere, torture e maltrattamenti per loro e i familiari. Chiediamo alla Libia il rispetto degli obblighi umanitari”, corredandole di accuse contro Asmara: leva militare permanente, mancanza di libertà di stampa, persecuzioni religiose, ecc. Al solito, tutto l’occorrente hollywoodiano per creare il fantoccio del nemico perfetto da bombardare in modalità ‘politically correct’.
Difatti, nel dicembre 2009, le Nazioni Unite imponevano le routinarie sanzioni all’Eritrea, compreso il congelamento dei beni e il divieto di espatrio dei membri del Governo. Le solite cose viste, regolarmente applicate ai nemici della NATO e delle istituzioni finanziarie internazionali, come le agenzie finanziarie di George Soros, bandito transnazionale, uso pagare ONG e guitteria dirittumanitarista affinché svolgano i richiesti servizi mirati di disinformazione strategica. Infatti, il governo libico, davanti alle operazioni di ingerenza interna imbastita guarda caso dall’Alto Commissariato dei Rifugiati delle Nazioni Unite, la cui portavoce era proprio Laura Boldrini, decideva di espellere dalla Libia l’UNCHR, per l’opera di destabilizzazione che stava svolgendo soprattutto, sempre un caso, a Misurata, futura roccaforte della sovversione salafita-atlantista del 2011.
Di fronte alla pronta reazione di Tripoli, scattavano la controffensiva mediatica delle varie guapperie del ‘politically correct’ viola o arancione che fossero. In sostanza le associazioni anti-razziste, pro-migranti, dirittumanitariste a senso unico, iniziavano il battage pubblicitario anti-libico, ottenendo il sostegno dei su ricordati pavidi ‘personaggi istituzionali’, nel mettere sotto pressione il governo italiano, affinché auto-sabotasse la propria iniziativa verso la Jamahiriya Libica. All’orizzonte, intanto, si profilava il golpe-insurrezionale anglo-franco-qatariota di Bengasi. Fonte principale di questa storia dei profughi eritrei picchiati e internati in Libia, erano le ONG Fortress Europe e Habesha, che da Roma raggiunsero agevolmente alcuni presunti ‘detenuti’ a Misurata. Resta da spiegare come fosse possibile che dei ‘detenuti vessati e picchiati’, potessero colloquiare tranquillamente al telefono con esponenti di note ONG eritree anti-governative e foraggiate da frazioni della dirigenza italiana e dal Vaticano. Ma nonostante tutto, la terribile repressione denunciata dall’ONG Habesha riguardava dei feriti e dei tentati suicidi “per evitare la compilazione dei moduli di identificazione”; una pratica normale in qualsiasi Paese.
Va ricordato che Habesha è un’agenzia diretta e gestita da elementi contrari al governo di Asmara, e che a sua volta rilanciava tali notizie presso l’UNCHR, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), il CIR, e gli immancabili Amnesty International e Human Rights Watch. Lo scopo come detto era sabotare un’intesa italo-libica, da sempre contrastata dai partiti di centro-sinistra e della destra filo-sionista, da sempre totalmente proni agli interessi statunitensi, inglesi, francesi e israeliani, come ben dimostra la carriera ONUsiana dell’attuale presidente della Camera Laura Boldrini. Anche lei direttamente coinvolta e partecipe in tali eventi dalle origini e modalità più che dubbie.
Esilarante, poi, quando quell’estate 2010 accade un evento che sebbene svoltosi sotto gli occhi di un pubblico di milioni telespettatori, sfuggì totalmente alla loro attenzione. Ebbene, il TG-3, il telegiornale di sinistra, gestito dal PD in base alla spartizione partitocratica (e privatistica) delle risorse pubbliche, trasmise per alcuni giorni la notizia allarmante sui migranti eritrei, lanciando l’allarme sulle brutali condizioni vigenti nei ‘campi di concentramento’ di Gheddafi, dove perfino un milione, dicevano, di africani veniva brutalizzato e perfino lasciato morire. I ‘migranti eritrei’ denunciavano al TG-3 i maltrattamenti subiti dalla polizia di Gheddafi: torture, bastonature, incatenamenti, isolamento, denutrizione, maltrattamenti, malattie e fame. Sembrava che tutte le storie horror delle varie agenzie antirazziste, oggi scopertesi al soldo della NATO, del social-colonialismo parigino e dei petro-emirati del Golfo Persico, venissero verificate e dimostrate. Ma la cosa strana, che ai giornalisti del TG-3 sfuggì, o che semplicemente ignorarono contando sulla dabbenaggine del telespettatore medio di ‘sinistra’, era dato dal fatto che i poveri migranti eritrei, ‘internati e torturati’ nei lager gheddafiani, potessero tranquillamente spargere questa disinformazione intervenendo in diretta, durante il telegiornale stesso, parlando con lo speaker del TG-3 che, candidamente, diceva al pubblico che i “migranti-prigionieri” intervenivano grazie alla disponibilità di un telefono satellitare. Ovviamente si guardarono bene dallo specificare come fosse possibile che dei ‘prigionieri’ incatenati in un lager, avessero a disposizione, e chissà grazie a chi, addirittura un telefono satellitare con cui poter screditare il sistema libico parlando in diretta con i giornalisti del TG-3.
Il TG 3 si era prestato ad un’operazione di disinformazione strategica e di preparazione all’aggressione bellica alla Jamahiriya Libica, e questo ben sei-sette mesi prima che si sentisse parlare di “Primavera Araba”, con ciò dimostrando che l’intervento contro la Libia Popolare era in preparazione da molto tempo, anni se non decenni prima del 2011. Come si vedrà, la presunta ‘Primavera Araba’ in Libia è sempre stata seguita, coccolata e protetta fin dal primo giorno della “rivolta” di Bengasi. Altrimenti, cosa ci facevano la Portaeromobili Garibaldi e la nave-spia Elettra della marina militare italiana, nelle acque al largo di Bengasi, proprio nei giorni dell’esplosione della rivolta contro Gheddafi? Senza parlare poi della nave da carico utilizzata dalla nota ONG Emergency per prestare soccorso ai golpisti islamisti di Misurata (e solo a loro), che veniva regolarmente utilizzata per trasportare armi, mercenari, terroristi e consulenti occidentali, addirittura dei droni canadesi, per supportare la sanguinaria rivolta islamista e atlantista contro la Libia socialista e popolare.


Assalto all’ambasciata jamhiriyana libica di Roma da parte delle forze politiche (sinistra italiana e islamisti nordafricani) di cui, oggi, è espressione la neo-eletta presidente della camera Laura Boldrini.

Come mai al centro di queste vicende si trovano dei profughi eritrei? E come mai la pronta sollecitudine di ONG eritree, o presunte tali, nel denunciare sia Tripoli che Asmara? Come scrive un intellettuale-gangster nemico di Gheddafi e di Afeworki: “Se si dovesse ricomporre una vecchia canzone eritrea per descrivere quante volte il Presidente eritreo ha visitato la Libia negli ultimi dieci anni, uno dei versi reciterebbe così: ‘L’aereo vola, vola, viaggiare da Asmara a Tripoli è diventato un divertimento’”.
Isaias Afeworki è il leader del Fronte Popolare di Liberazione Eritreo e  presidente dell’Eritrea. In un’intervista del presidente eritreo ai media libici, del 5 gennaio 2011, descrisse la relazione tra i due Paesi come speciale e storica. Aveva anche dichiarato di aver visitato la Libia durante le sanzioni delle Nazioni Unite imposte alla Jamahiriya Libica dal 1992 al 2003, sottolineando la forte opposizione della Libia quando sanzioni analoghe sono state inflitte Eritrea, nel 2007. L’ultimo viaggio del Presidente Isaias Afeworki in Libia avvenne il 9-12 ottobre 2010, mentre l’ultimo incontro tra i due leader libico ed eritreo, avvenne a N’djamena, in Chad, il 21 luglio e poi in Libia il 23 dello stesso mese. Aferworki si recava in Libia per avere supporto materiale e politico, per affrontare le cospirazioni organizzategli contro. Afeworki compì la sua prima visita in Libia il 3 febbraio 1998, stabilendo in quell’occasione le relazioni diplomatiche tra i due Paesi, che migliorarono notevolmente dopo la guerra eritreo-etiopica del maggio 1998, quando l’Eritrea ricevette il sostegno dalla Libia, che dopo di allora chiese di spostare la sede dell’OUA da Addis Abeba a Tripoli.
In tale quadro, il 4 febbraio 1998, la Jamahiriya Libica creò la Comunità degli Stati del Sahel e del Sahara (CEN-SAD), con sede a Tripoli. La Comunità degli Stati del Sahel e del Sahara è una delle Comunità economiche regionali del continente (CER) riconosciuti dall’Unione africana. L’Unione Africana riconosce attualmente otto CER, ognuna di esse ha un ruolo chiave nel processo d’integrazione africana. Al vertice di fondazione del CEN-SAD parteciparono Gheddafi, i capi di Stato di Mali, Chad, Niger, Sudan e un rappresentante del presidente del Burkina Faso (come non notare tra essi i diversi Paesi aggrediti negli ultimi anni, dalle forze atlantiste). Le relazioni tra i due Paesi divennero ancora più strette dopo che l’Eritrea aderì all’organizzazione nell’aprile 1999. Difatti, il CEN-SAD arrivò a riunire 23 Strati (circa il 43% di tutti i membri dell’Unione Africana) divenendo a sua volta una piccola Unione africana. In ultima analisi, in questo attivismo anti-coloniale della Libia, che ostacolava l’invadenza dell’Unione del Mediterraneo, sponsorizzata dalla Francia, e del Comando Africa degli USA (AFRICOM), sul continente africano, risiede la motivazione profonda dell’aggressione e della distruzione della Jamahiriya Libica. Aggressione e distruzione sponsorizzate da Laura Boldrini, che nel suo ruolo di esponente dell’UNCHR, ha condotto la campagna mediatica volta a promuovere il bombardamento umanitario della Libia, così come oggi, marzo 2013, la medesima Boldrini svolge una campagna mediatica per promuovere il bombardamento della Siria baathista.
Gheddafi, promuovendo la sua politica panafricana, avviò il CEN-SAD per conseguire i seguenti obiettivi:
- la creazione di un’unione economica basata sull’attuazione complessiva di un piano di sviluppo della comunità integrando e supportando i piani di sviluppo nazionali dei Paesi membri, comprendenti diverse aree di sviluppo economico e sociale come l’agricoltura, l’industria, l’energia, le iniziative sociali, culturali e sanitarie
- L’eliminazione di tutte le restrizioni che ostacolano:
• La libera circolazione delle persone, dei capitali e degli interessi dei cittadini degli Stati membri
• Le libertà di residenza, proprietà ed esercizio di attività economiche
• Le libertà di commercio e di circolazione di beni, prodotti e servizi degli Stati membri
• La promozione del commercio estero e di una politica di investimenti negli Stati membri
• Lo sviluppo dei trasporti tra gli Stati membri e di congiunti progetti per le comunicazioni terrestri, aerei e marittime
• Riconoscimento ai cittadini degli Stati membri degli stessi diritti e obblighi
• Armonizzazione dei sistemi di istruzione, educativi, scientifici e culturali Sempre più Stati africani s’interessavano ai piani di Gheddafi.
Nel 2009, all’ottavo vertice dell’organismo erano presenti 28 Stati: Libia, Burkina Faso, Mali, Chad, Sudan, Niger, Repubblica Centrafricana, Eritrea, Senegal, Gambia, Gibuti, Egitto, Marocco, Tunisia, Nigeria, Somalia, Togo, Benin, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Ghana Sierra, Leone, Guinea, Comore, Kenya, Mauritania, Sao Tome e Principe, Liberia. In conclusione: in meno di dieci anni l’organizzazione del CEN-SAD era riuscita a riunire 28 paesi con 350 milioni di abitanti, che si estendevano dall’Atlantico al Oceano Indiano, dal Mar Mediterraneo al Golfo di Guinea, cioè la metà settentrionale del continente. Il governo jamahiriyano libico copriva il 15 per cento dell’intero bilancio dell’Unione Africana, pagando le quote annuali degli stati africani più piccoli e poveri. Negli ultimi dieci anni, aveva donato miliardi di dollari in aiuti a vari Paesi africani, e aveva istituito un fondo di 1,5 miliardi dollari per l’Africa.
Fu questo imponente e rapido processo che spinse le potenze occidentali, soprattutto le vecchie potenze coloniali come Francia e Regno Unito, ad organizzare il sabotaggio di questo programma, con l’attivo supporto di frange dell’ONU e delle ONG finanziate o da Parigi/Londra, o dai loro nuovi alleati del Golfo Persico, gli oscurantisti regni petro-islamisti del Golfo Persico come Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Quwait e Oman. Gli USA a loro volta reagirono costituendo nel 2004 l’iniziativa antiterrorismo trans-sahariana e nel 2008 l’AFRICOM. Per poter giustificare la nuova ingerenza delle potenze della NATO, vennero ricreati e favoriti i locali ‘gruppi islamici terroristi’ come Ansar al-Din, MUJAO o l’AQMI, al-Qaida nel Maghreb Islamico, di cui fa parte il Gruppo islamico combattente in Libia (LIFG), armato e finanziato dalla NATO allo scopo di distruggere la Libia. Il LIFG é principale ispiratore della repressione degli immigrati africani e della minoranza libica-africana,la cittadina di Tarhouna, composta da 40000 abitanti discendenti degli schiavi africani, è stata rasa al suolo, sotto lo sguardo compiaciuto di Laura Boldrini e di quelle ONG dirittumanitariste e ‘antirazziste’ che per prima sparsero la voce che i 2,5 milioni di immigrati presenti nella Jamahiriya Libica fossero ‘mercenari di Gheddafi’. Menzogna diffusa per giustificare i veri crimini contro l’umanità commessi dai mercenari salafiti-taqfiriti arruolati dalla NATO e dal Qatar.
Gheddafi visitò l’Eritrea il 7-9 febbraio 2003, dove fu ricevuto a Massaua e ad Asmara da migliaia di eritrei. Fu proprio in quel periodo che l’agenzia para-governativa bzrezinskiana statunitense Human Rights Watch lanciò l’offensiva mediatica mondiale tesa a screditare l’Eritrea. Allo scopo sono stati fondati e finanziati ONG e Partiti di Opposizione che, come il Partito Nazionale Wufaq, che apertamente invoca la rivolta armata per rovesciare il governo eritreo, prendendo come esempio le ‘Primavera araba’. Il Partito Wufaq fa parte del Congresso nazionale per il cambio democratico (NCDC); più che un titolo un marchio di fabbrica che porta direttamente alle agenzie d’influenza e d’intelligence statunitensi, come il NED, l’IRI e la CIA. La sigla standard di ‘Congresso democratico’ è già stata ampiamente utilizzata dagli ascari delle forze d’opposizione siriane, irachene e iraniane, che hanno sempre fatto ricorso al terrorismo e hanno sempre invocato l’intervento armato della NATO contro i rispettivi Paesi. Ed è a questo tipo di forze che si richiama Laura Boldrini, quando parla di “richieste di pace e libertà” in Siria.
Ritornando al NCDC, non è una pura coincidenza che abbia sede ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, con cui l’Eritrea è in conflitto da decenni. Nel frattempo i cosiddetti Democratici ed attivisti dei diritti umani eritrei, radunati dalla Rete della Società Civile eritrea in Europa (NESC-Europe), dopo aver trovato “edificante vedere questa nuova ondata democratica che attraversa l’Africa, l’emergere dell”Africa in movimento’”, ovvero l’intervento della NATO in Costa d’Avorio, Libia, Repubblica centrafricana e Mali, i ‘democratici euro-eritrei’ chiedono all’Unione europea di saper cogliere “l’ora della resa dei conti” con il governo di Asmara, per “cambiamento strategico”. Cambiamento, l’attuale parola d’ordine degli ascari del Pentagono e di Wall Street risuona in continuazione in questi ultimissimi anni, in tutti gli angoli in cui vi siano interessi degli statunitensi e dei loro alleati. Infatti, la Rete NESC-Europa chiede all’UE supporto finanziario-politico; l’avvio di una campagna d’infiltrazione presso la ‘società civile’ eritrea, ovvero preparare l’ennesima rivoluzione colorata; il riconoscimento di unico rappresentante legittimo dell’Eritrea; ecc.
Insomma, il solito armamentario mieloso, che serve solo a nascondere i proiettili e le bombe dell’armamentario effettivo. Non a caso una copia di tale ‘appello’ era stata speranzosamente inviata a Nicolas Sarkozy, l’ex-presidente della Repubblica francese, primo responsabile della tragedia libica. E infatti, l’UE, e soprattutto Roma, ha prestato orecchio a tale commovente appello. L’Intergovernmental Authority on Development (IGAD) è un’ente regionale per lo sviluppo del Corno d’Africa, rifondato nel 1996, e che riunisce Gibuti, Eritrea, Etiopia, Kenya, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Uganda. Notare che nel 2007 l’Eritrea è stata sospesa, mentre l’inesistente Somalia, e lo Stato fantoccio Sud Sudan, prede di una inestinguibile guerra civile, continuano a farne parte, ricevendo i sostanziosi fondi elargiti dai ‘partner’ occidentali dell’IGAD, riuniti nel FPI (Forum dei Partner dell’IGAD), fondato a Roma nel gennaio 1998, dove si decise d’istituire il Comitato di attuazione del progetto, poi attivato nel novembre 1998. Il Presidente dell’IGAD è il Presidente del FPI, e il governo italiano è il primo co-presidente. Si noti che all’FPI fa parte anche la già accennata Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), coinvolta nella sovversione in Libia. In sostanza, l’Eritrea è stata sospesa dall’IGAD, e quindi esclusa da qualsiasi finanziamento per lo sviluppo dall’UE e dagli USA, e l’Italia in tale decisione ha avuto un ruolo determinate. Si ricordi che all’epoca era al governo in Italia il centro-sinistra, cui ideologicamente si richiama Laura Boldrini.
Le ONG eritree, soprattutto quelle che si occuperebbero di migranti e profughi, sono finanziate dai Paesi occidentali, dal Vaticano e dalle petro-monarchie, tutti nemici dichiarati del governo Afeworki. Quindi, non è una casualità che si sia colta l’occasione dei presunti abusi, probabilmente inventati, sugli immigrati eritrei in Libia. Si è cercato di colpire non solo i rapporti tra Roma e Tripoli, ma anche quelli tra Tripoli e Asmara. L’Eritrea, come visto, aveva un grande amico in Gheddafi, colpendo i legami tra Eritrea e Libia, quindi, si è cercato di destabilizzare anche Aferworki, giocando la carta di una presunta persecuzione dei migranti eritrei pur di suscitare una reazione tra la popolazione eritrea contro il governo in Patria.
Tale accanimento contro l’Eritrea è dettato soprattutto dall’importante posizione strategica che occupa, sul Mar Rosso, laddove passa la maggior parte del flusso petrolifero che va dal Golfo Persico al Mediterraneo-Europa occidentale. Asmara coltiva solidi rapporti con potenze eurasiatiche come l’Iran e la Cina popolare, Stati percepiti come avversari strategici dagli USA, e quindi dalla NATO, e dai loro petro-ascari delle monarchie oscurantiste arabe e delle varie fazioni terroristiche salafite che tormentano il Medio Oriente. E quindi non è un caso che, dopo la farsa del presunto ‘golpe’ del gennaio 2013, quando vi fu un’azione sconclusionata di alcuni squinternati in cerca di denaro, venne gonfiata e trasfigurata in una ‘rivoluzione’ dagli organi di disinformazione occidentali. Tra queste, in prima linea, la solita al-Jazeera, e quindi l’emiro del Qatar, che cercava di esportare la sua ‘democrazia’ anche in Eritrea. Giustamente il governo di Asmara ha adottato i provvedimenti necessariamente adeguati nei confronti delle spie e dei propagandisti del salafismo militante qatariota, espellendoli dal Paese. Difatti, anche in Eritrea il regime del Qatar ha dimostrato di cooperare con Israele.
Secondo il think tank statunitense Stratfor:Iran, Qatar, Arabia Saudita ed Egitto stanno diventando stretti alleati del piccolo Paese africano. L’Iran ha fornito armi e addestra i ribelli yemeniti al-Houthi sistemati sulle coste eritree. Ciò ha svegliato l’interesse dell’Arabia saudita per l’Eritrea, poiché Riyadh vuole contenere i ribelli. Il Qatar, che vuole aumentare la sua influenza in Africa orientale, ha mediato nella disputa di confine tra Eritrea e Gibuti”. D’accordo con il governo di Asmara, nel 2008 l’Iran ha attivato una piccola guarnigione militare a protezione della raffineria di Assab, e nel 2009 l’Export Development Bank of Iran ha investito nel paese 35 milioni di dollari. Secondo Stratfor, per l’Iran è importante la posizione strategica dell’Eritrea, che controlla lo stretto di Bab el-Mandeb, importante passaggio del traffico marittimo internazionale, soprattutto del trasporto di greggio.
Sempre secondo Stratfor,Israele ha una piccola ma significativa presenza” in Eritrea: una stazione di ascolto ad Amba Soira e un attracco nell’arcipelago delle isole Dahlak. “L’arrivo degli israeliani, secondo fonti dell’intelligence italiana, è stato mascherato da investimenti nel settore ittico, in particolare nella costruzione di progetti per l’allevamento intensivo dei gamberetti. La funzione di questa presenza sarebbe tenere sotto controllo i movimenti degli iraniani, senza però ledere le relazioni, importanti per la politica africana di Israele, con l’Etiopia. Secondo la stampa israeliana, l’attracco nelle isole Dahlak verrebbe utilizzato dai sottomarini israeliani nelle operazioni per contrastare il presunto traffico di armi dall’Iran verso Hamas ed Hezbollah, via Sudan.” E secondo l’intelligence italiana, nel Paese vi sarebbero anche i cinesi, che controbilanciano la presenza nella confinante Gibuti di statunitensi e francesi, tutte presenze che rientrano nelle missioni navali antipirateria di NATO, Russia India, Iran e Cina popolare, che pattugliano Bab el-Mandeb e le acque del Golfo di Aden.

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Fonti:
RAI-news24
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Alessandro Lattanzio, 18/03/2012

Laura Boldrini, lingua biforcuta e volto ‘umano’ della NATO

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A tutte quelle donne che, pur nascondendo i loro volti con una sciarpa perché temono ritorsioni, non rinunciano a denunciare gli abusi subiti e che con coraggio e determinazione testimoniano la tragedia di un popolo. A loro, la prova vivente delle atrocità commesse dal regime che si accanisce contro i suoi cittadini, va tutta la mia solidarietà, in una giornata che ricorda al mondo quanto essere donna significhi ancora, a ogni latitudine, essere discriminata, usata, violata. In Siria è in corso un disastro umanitario con milioni di persone in fuga ma il mondo sembra voltarsi da un’altra parte, sordo alla richiesta di porre fine a tanto spargimento di sangue. Per quanto ancora le voci di queste donne verranno ignorate?”
Le ‘atrocità commesse dal regime siriano’, ovviamente, questa è la posizione, espressa l’8 marzo 2013, quindi quest’anno, da Laura Boldrini, oggi eletta presidente della Camera dei deputati. Laura Boldrini è una giornalista che ha lavorato per la RAI, e dal 1989 per l’ONU. È stata portavoce dell’UNCHR, l’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’ONU, per il quale ha coordinato anche le attività di informazione per l’Europa meridionale. Ritornando alla posizione assunta dalla portavoce ONUsiana sulla situazione in Siria, chiaramente si schiera con l’asse dell’aggressione anti-siriana, non soltanto elogiando l’operato della Turchia, che avrebbe allestito dei campi che ospiterebbero 65.000 profughi siriani; sebbene siano decine le testimonianze che indicano in questi campi null’altro che delle facciate per camuffare le basi operative della NATO, utilizzate per addestrare ’65.000′ terroristi e mercenari integralisti islamisti, arruolati e infiltrati in territorio siriano per destabilizzare il governo socialista e patriottico di Damasco, allo scopo di disintegrare la Siria in tanti staterelli etnici governati da banditi salafiti proni agli interessi della NATO e delle petro-monarchie arabe.
Laura Boldrini sa benissimo quel che accade realmente in Siria, ma se ne guarda bene dall’indicarlo, poiché all’assalto concentrico alla Siria, hanno fornito un sostegno mediatico decisivo anche gli organismi ONUsiani proprio come accaduto in Libia, nel 2011. Non si trascuri questo passaggio: “...il mondo sembra voltarsi da un’altra parte, sordo alla richiesta di porre fine a tanto spargimento di sangue…”, ebbene, proprio come nel caso della Jamahiriya Libica, la richiesta di porre fine allo spargimento di sangue viene avanzata dagli esponenti del terrorismo integralista attivo in Siria, che chiedono che la ‘comunità internazionale’, ovvero la NATO e gli USA, invii armi ai cosiddetti ‘ribelli’, bombardi la Siria, e imponga aree protette e ‘corridoi umanitari’ con cui rifornire di armi la legione islamista-atlantista e avere a disposizione una porzione del territorio siriano per poter proclamare un governo provvisorio, a cui poter assegnare la qualifica di governo legittimo della Siria, e avviare l”intervento umanitario’ della NATO, come invocato da Boldrini, e come visto in modo lampante e netto in Libia.
A proposito della Libia, Laura Boldrini aveva già, nel 2010, aggredito, grazie alla copertura di esponente dell’UNCHR, l’accordo tra Libia e Italia riguardo la gestione del flusso di migranti dall’Africa all’Italia. Era chiaramente un’operazione mediatica di preparazione all’aggressione e all’invasione della Libia socialista. Un puro volgare pretesto, poiché la stessa Libia jamahiriyana ospitava ben 2,5 milioni di lavoratori immigrati africani e nordafricani, su circa 6 milioni di abitanti. La strumentalità delle posizioni di Laura Boldrini sono evidenziate dal suo assordante silenzio verso le attuali persecuzioni continue contro gli immigrati e la minoranza libica africana, attuate dagli integralisti-atlantisti finanziati dal Qatar, e armati dalla Turchia, che oggi saccheggiano e devastano ciò che resta della Libia.
Quando si bolla un migrante come clandestino non è un problema di semantica ma si compie una scelta politica … è ovvio che chi fugge da una guerra o una persecuzione non abbia il tempo di portare con sé un documento”. Laura Boldrini afferma così di preoccuparsi della sorte dei migranti che fuggono dalle guerre. Dovrebbe chiarire se fa rientrare in queste guerre anche la categoria degli ‘interventi umanitari’ dell’occidente in Costa d’Avorio, Libia, Mali, Afghanistan, ecc., e quindi se siano colpevoli del disastro umanitario quelle potenze che fomentano rivolte, sovversioni, guerre civili e cambiamenti di regime, tutti causanti una notevole quota di queste migrazioni forzate a mano armata. Ma finora, Laura Boldrini si è limitata ad accusare e a denigrare i governi di Libia e Siria, vittime, e non responsabili, delle guerre e dei conflitti che sfociano in massicci flussi di profughi. Qui, Boldrini può fare la voce grossa sul rispetto dei diritti umani, ma nel suo ruolo di ufficiale dell’ONU, appare chiaramente complice e collusa con le cause e i fautori proprio di quelle tragedie che formalmente denuncia.
Non paga del suo interventismo nel Grande Medio Oriente, svolgendo propaganda attiva a favore delle operazioni di Turchia, Giordania e Qatar in Siria e Libia, Laura Boldrini ha puntato la sua artiglieria ‘umanitaria’ anche contro il popolo greco, accusandolo di razzismo e persecuzione degli immigrati. Il totale disprezzo verso la sorte dei greci, è ben evidenziato da questo passaggio: “caso della Grecia è forse il più eloquente. Nel clima di esasperazione che da due anni vive una parte della società greca si sono insinuati gruppi di ispirazione neonazista che hanno tra gli obiettivi quello di tutelare i valori greci e “ripulire” il paese dagli immigrati considerati la causa dei problemi odierni. … Il partito Alba Dorata che siede nel Parlamento greco non fa mistero delle proprie idee ultra nazionaliste e della sua matrice d’ispirazione politica, così come ha fatto delle drastiche misure anti-immigrazione un suo cavallo di battaglia. … Sulla scorta dell’esperienza greca, a pochi mesi dalle elezioni e nel clima generale di smarrimento, l’avanzare di queste componenti politiche non dovrebbe forse destare preoccupazione e suscitare un serio dibattito?” E altrove ribadisce: “Con una telefonata mentre ero in Grecia: un paese in cui la crisi sociale sta mettendo a rischio in modo impressionante la sicurezza fisica stessa dei migranti di colore, che ormai vengono aggrediti e picchiati in strada senza che nessuno intervenga” Anche in questo caso, la popolazione greca viene colpevolizzata, la tragica situazione socio-economica totalmente ignorata, quando non strumentalizzata, e per l’ennesima volta s’invoca l’intervento armato (l’Eurogendfor? la Blackwater?) contro la Grecia. Un’ottima scusa, il razzismo, per avviare la repressione di un popolo giunto al limite della sopportazione a cause delle politiche economicide e sociocide della burocrazia dell’Unione europea. Burocrazia sovranazionale di cui fa parte la stessa Laura Boldrini.
La putrefazione ideologico-culturale cui è giunta la sinistra, viene per l’ennesima volta espressa da questa signora: sostegno all’intervento armato della NATO nel mondo extra-occidentale, supporto alla repressione armata della maggioranza della popolazione in Europa, utilizzando, in ognuna di tali occasioni, la copertura ideologica della difesa dei ‘più deboli’, ovviamente quelli ritenuti tali nel quadro di una visione liberal-liberista della società, quindi i più deboli sono le donne, ‘tutte le donne’ indistintamente intese; le minoranze sessuali, anche quando si tratta delle potenti lobby gay degli USA; una massa indistinta di ‘immigrati’ cui si vuole attribuire ‘carta bianca’. Lavoratori, operai, studenti, disoccupati, casalinghe, soprattutto se italiani, scompaiono totalmente dal quadro generale della situazione. Non hanno più diritto di cittadinanza, in quanto bianchi e italiani?
Si leggano la promesse elettorali della stessa Boldrini: “Si parta con la riforma della legge sulla cittadinanza, in modo da consentire l’inclusione di chi nasce, vive, studia e lavora in Italia … Bisogna superare la ‘Bossi-Fini’, così come il pacchetto sicurezza. L’attuale legislazione non ha in alcun modo facilitato il processo di integrazione e oggi assistiamo al dilagare dello sfruttamento e degli abusi su migranti e rifugiati, oltre ad un aumento esponenziale dei casi di razzismo e xenofobia”. “Valorizzare la figura del migrante vuol dire comprendere la mobilità contemporanea e gestire con realismo e serenità un fenomeno naturale del processo di globalizzazione.”
Valorizzare la globalizzazione, ovvero, niente tutele e garanzie per i cittadini normali, tutela e garanzie indiscriminate ai migranti. Ma perché al compimento del 18.mo anno di età di un immigrato di seconda generazione, non gli deve essere consentito di scegliere, come giustamente propone il M5S? Imporre una cittadinanza a priori, che senso ha? Nessuno governo espelle i figli minorenni di immigrati che vivono e lavorano regolarmente in Italia, o in Europa. Quindi qual’è il problema? Perché poi dev’essere una priorità modificare una delle poche leggi civili, quella sulla cittadinanza, varate in Italia? E questa storia della sicurezza? A che pro? Serve forse a fare entrare in Italia le oramai migliaia di terroristi-mercenari salafiti che hanno compiuto atti di sangue nel Medio oriente? Magari per costituire e fare agire liberamente e impunemente organizzazioni armate islamiste, e magari intruppate da galeotti e finanziate dai petrodollari provenienti dal Qatar, dall’Arabia Saudita e dagli altri regni petroliferi del Golfo Persico, verso cui Laura Boldrini ha mostrato, riguardo la loro politica regionale, più che comprensione, complicità?
Attenzione: sul suo account Twitter, al momento dell’elezione a presidente della Camera, ha scritto: “il mio pensiero a Jamila, Nur, Iman, Fadila e a tutte le donne siriane.” Prepariamo i già magri portafogli per finanziare la guerra ‘umanitaria’ contro la Siria di questi dirittumanitaristi al servizio del Pentagono.

Appendice – Orgogliose di aver bombardato la Libia:
Di seguito, un’intervista a Laura Boldrini, che ne traccia, elogiativamente, il ruolo di supporter dell’aggressione alla Jamahiriya Libica, contro cui ha condotto una campagna denigratoria allo scopo di preparare il terreno sia per la successiva distruzione della repubblica araba socialista nordafricana, sia per scardinare gli ultimi residui del sovranismo italiano.
Indicata come “Italiana dell’anno 2009” dal settimanale Famiglia Cristiana, in ragione del “costante impegno a favore di migranti, rifugiati e richiedenti asilo, oltre che della dignità e della fermezza mostrate nel condannare i respingimenti degli immigrati nel Mediterraneo..”, Laura Boldrini, aveva da poco pubblicato nell’aprile del 2010 per Rizzoli “Tutti Indietro”, un libro che ha squarciato il silenzio sulla realtà dei respingimenti in Libia, affidati dal governo italiano al braccio armato di Muhamar Gheddafi, in cambio di sostanziosi aiuti economici e in palese violazione di diritti riconosciuti dalla Costituzione della Repubblica italiana e dalla Convenzione ONU di Ginevra. Con Lei ho cercato di riflettere sugli atteggiamenti di paura e di difesa che la gran parte dei nostri concittadini ha assunto in questi ultimi 15 anni nei confronti del fenomeno dei migranti e, più in generale, sulla necessità culturale e politica di restare ben ancorati al rispetto di diritti umani uguali per tutti, nonostante la deriva prodotta in Italia dall’introduzione del reato di clandestinità e dalle politiche dei respingimenti. L’intervista, di cui sono particolarmente orgogliosa, è stata registrata tre giorni prima che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite autorizzasse – con la risoluzione 1973 – l’imposizione di una “no fly zone” sulla Libia e il successivo intervento militare delle forze internazionali a protezione dei civili libici.
Fonte: Telestense
Radere al suolo uno Stato, il più avanzato dell’Africa, per questi figuri continua ad essere un atto ‘umanitario’. Dietro a quello che Sartre definì il ‘razzismo delle anime belle’, in realtà si nascondono i più ripugnanti e spregevoli interessi neocolonialisti e imperialisti. Il razzismo insito nel ’Fardello dell’Uomo bianco’ che esporta la civiltà, si aggiorna nel razzismo dell”antirazzismo’ dell’uomo bianco che esporta diritti umani con gli stessi mezzi: le cannoniere. Chissà poi, se fosse vero quanto segue, che sia possibile un linkage tra Laura Boldrini e l’ENI nell’operazione di sovversione e distruzione della Jamahiriya Libica nel 2011.
Infatti, Boldrini è presumibilmente, (non avendo trovato elementi determinati al riguardo) una discendente di Marcello Boldrini, stimato docente universitario amico di Dossetti, Lapira e di Enrico Mattei,  alla cui morte, occorsa nell’attentato aereo del 1962, divenne presidente dell’ENI. Nel 1919, Marcello Boldrini, casualmente, lavorò a Ginevra per la Società delle Nazioni, l’antenata dell’ONU. Una parentela probabile, suffragabile dall’idolatria cui è oggetto da parte del settimanale Famiglia Cristiana, che le ha assegnato il suddetto premio ‘Italiana del 2009′, e dal fatto di essere entrata in RAI a soli 24 anni, e già con la qualifica di giornalista… Siamo sempre in Italia, no?

Alessandro Lattanzio, 16/03/2013

Fonti:
Huffington Post
Africa-news
Huffington Post
Il Fattoquotidiano
Huffington Post
Vita
Boldrini

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