Perché lo shale stagnerà e non si avranno bassi prezzi del petrolio

Rakesh Krishnan Simha RIR 1 dicembre 2013

53369petroleo7Gli Stati Uniti detronizzeranno l’Arabia Saudita e la Russia da pesi massimi del mercato energetico mondiale? L’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) nel suo World Energy Outlook 2013 pubblicato a novembre, dice che gli Stati Uniti sorpasseranno la Russia quale primo Paese produttore di petrolio nel mondo, entro il 2015. Il rapporto ha fatto esplodere un pozzo di commenti nei media statunitensi, promettendo la nuova indipendenza energetica agli Stati Uniti. Inoltre,  presentano un profluvio di previsioni sull’economia russa, fortemente dipendente dal petrolio e dal gas, secondo cui probabilmente crollerà. E’ vero che vi è stato un balzo enorme nella produzione di petrolio e gas negli Stati Uniti. La nuova parola con la F negli USA è fracking o fratturazione idraulica, basata sul pompaggio di un cocktail di acqua e sostanze chimiche nelle formazioni rocciose di scisto, spezzandolo e rilasciando petrolio e gas intrappolati nella roccia. Inoltre, gli Stati Uniti si gettano nella perforazione orizzontale, che permette a un pozzo verticale di attingere  ampiamente petrolio e gas da un intero strato.
Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama spera che il fracking trasformi gli USA nell'”Arabia Saudita del gas”. Altri sono più diretti. I repubblicani, presentando un disegno di legge che permetta l’esportazione di gas dagli Stati Uniti, credono che la nuova normativa “promuova la sicurezza energetica dei principali alleati degli Stati Uniti, aiutando a ridurne la dipendenza da petrolio e gas di Paesi come Russia e Iran“. Ma quando qualcosa è troppo bello per essere vero, probabilmentenon lo è. Vi sono due problemi. Uno, i prodotti chimici utilizzati nel fracking sono estremamente pericolosi e possono filtrare nelle riserve idriche nel terreno. I residenti nelle zone in cui fracking dilaga scoprono che le fonti d’acqua sono ormai imbevibili. Resta da vedere per quanto il pubblico statunitense tollererà la distruzione del proprio habitat. In secondo luogo, la perforazione orizzontale e la fratturazione idraulica hanno breve durata. Secondo Route Magazine, vi saranno picchi di produzione per uno o due anni, ma poi il flusso iniziale si esaurirà. “La durata complessiva dei pozzi di scisto in Texas è di circa otto anni“, dice. “Le aziende di perforazione devono investire continuamente in nuovi pozzi o riaprire quelli vecchi. In confronto i convenzionali pozzi perforati verticalmente dimostrano una durata di 20-30 anni“.

Nonostante il scisto, i prezzi aumentano
Il singolo fattore più importante che nega il boom di scisto e mantiene elevati i prezzi è l’insaziabile domanda di energia dai Paesi emergenti. Con il commercio globale di energia già ri-orientato dall’Atlantico alla regione Asia-Pacifico, la Cina è destinata a diventare il più grande Paese importatore di petrolio al mondo. E dal 2020, l’India dovrebbe diventare la principale fonte della crescita della domanda mondiale di petrolio, dice l’IEA. Ed è anche sulla buona strada per diventare il più grande importatore di carbone dal 2020. Uno sviluppo interessante è il Medio Oriente che si  afferma quale importante centro di consumo, emergendo come secondo più grande consumatore di gas entro il 2020 e terzo più grande consumatore di petrolio entro il 2030. L’AIE dice che il centro di gravità della domanda globale di energia si passa decisamente verso le economie emergenti. Entro il 2035 rappresenteranno oltre il 90 per cento della crescita netta della domanda di energia. Quindi, anche se gli Stati Uniti potranno inondare il mercato con nuovo petrolio, Cina e India l’assorbiranno.

Il fattore saudita
Anche se non più dominante come negli anni passati, l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC) guidata dall’Arabia Saudita è ancora un elemento chiave nel business del petrolio. L’Arabia Saudita per decenni ha subito i termini dettati dagli Stati Uniti, in cambio dell’ombrello della sicurezza. E’ un fatto che la famiglia reale al-Saud non durerebbe una settimana senza la protezione statunitense. Negli anni ’80, gli Stati Uniti fecero pressione sull’Arabia Saudita per spalancare le fonti petrolifere del regno e inondare i mercati mondiali con greggio a buon mercato, deprimendo i prezzi. Ciò allo scopo di danneggiare l’economia sovietica, a cui i sauditi felicemente adempirono. Con la fine dei “senza Dio” dell’Unione Sovietica e di fronte all’enorme buco nel bilancio, i sauditi non furono più così desiderosi di ridurre il prezzo del petrolio.

La rivoluzione russa
La grande novità sul fronte russo è lo scatto avutosi, soprattutto con la Gazprom, nella produzione  petrolifera della Russia, con un nuovo record post-sovietico di 10,59 milioni di barili al giorno nell’ottobre 2013. Il balzo russo è arrivato contro ogni proiezione disperante emessa dagli analisti occidentali. Anche se non si sviluppano nuovi giacimenti da tempo, la Russia prevede di sbloccarne di ulteriori cercando investimenti cinesi per perforare altri pozzi. Con il padre di tutte le offerte del giugno 2013, Rosneft, il più grande produttore di petrolio del mondo, accettava di fornire alla China National Petroleum Corp. 300000 barili di greggio al giorno per un periodo di 25 anni, un accordo pari a 270 miliardi di dollari. Molte altre offerte stipulate dai relativamente piccoli rivali russi della Gazprom con le raffinerie cinesi vedranno petrolio e gas, originariamente destinati al”Europa, finire ad est, verso la Cina.

Lo Shale non è un punto di svolta
L’AIE potrebbe screditare la crescita della produzione statunitense sul boom dello scisto, ma osserva che la produzione stagna ed infine diminuirà quando i principali giacimenti petroliferi in Texas e North Dakota avranno superato il primo momento. Inoltre, l’aumento della produzione statunitense non significherà prezzi bassi, perché tutto ciò che produce viene consumato internamente. Si tratta semplicemente di sostituire petrolio canadese e venezuelano importato con quello prodotto internamente. E poiché il petrolio è un bene internazionale, non vi sarà alcun impatto significativo sui prezzi. Quindi, a meno che gli Stati Uniti diventino un grande esportatore di energia, scenario improbabile, il petrolio di scisto non sarà il punto di svolta. Route Magazine riporta che a causa del forte movimento popolare anti-fracking in Europa, molti Paesi hanno accantonato gli irrealistici progetti sul scisto, nonostante il fatto che i prezzi energetici europei siano il doppio di quelli degli Stati Uniti. La Germania ha fissato forti barriere contro il fracking e il presidente francese Hollande ha bloccato le iniziative relative. “L’unico apologeta del fracking nell’Unione europea è la Gran Bretagna, fortemente influenzata dalle aziende statunitensi che cercano di vendere attrezzature di perforazione“, dice la rivista. La Polonia, un altro fedele alleato, ha consentito il fracking sul suo territorio, ma anche lì la gente protesta.

Lo shale non è del tutto un male
Il fracking può essere rischioso per l’ambiente e causare terremoti, ma se gli Stati Uniti perseveranno nel programma di esplorazione del scisto, qualcosa di buono potrebbe venirne. Se il più grande importatore mondiale diventasse autosufficiente, finirà l’era in cui l’Arabia Saudita poteva influenzare i prezzi sul mercato mondiale del petrolio. Insieme a ciò, finirà la capacità del regno di esportare il suo altro grande bene, il fondamentalismo wahabita.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina prevede di ridurre le sue riserve in dollari

Igor Alekseev, Route MagazineNsnbc

Cina e Russia abbandoneranno il dollaro, o almeno ne tagliaranno in modo significativo la quota in dollaro delle loro riserve.  Gli analisti statunitensi politicamente corretti chiamano tale processo “veloce diversificazione delle riserve”. In realtà, alcuni economisti vi vedono una tendenza verso l’ampliamento della crisi mondiale, perché l’intera piramide della finanza globale si basa su un semplice fatto i regolatori finanziari di tutto il mondo comprano comunque il debito degli Stati Uniti (dollaro e buoni del tesoro) .

05yuan01-650Non è più conveniente per la Cina accumulare riserve valutarie” ha detto Yi Gang, vicegovernatore della banca centrale, al Forum dei 50 economisti organizzato presso l’Università Tsinghua in Cina. L’autorità monetaria “fondamentalmente” pone fine all’intervento regolare nel mercato valutario e amplia il trading range giornaliero dello yuan, ha scritto il governatore Zhou Xiaochuan in un articolo volto a spiegare le riforme indicate la scorsa settimana durante una riunione del Partito Comunista. Né Yi Zhou ha indicato il periodo per eventuali modifiche. E’ ben noto che le autorità cinesi di regola tendono ad evitare bruschi cambiamenti nell’economia politica. Tali politiche vengono attuate discretamente, in modo che le persone non si rendano nemmeno conto della trasformazione in corso. Ciò che è interessante, è che le banche centrali non annunciano queste cose così apertamente. Ad esempio, da fine gennaio a fine luglio 2013, la Banca di Russia ha ridotto la sua scorta di titoli del Tesoro USA da 164,4 a 131,6 miliardi di dollari USA, il che significa che nel corso di sei mesi ha ridotto il suo portafoglio di obbligazioni del Tesoro USA di 32,8 miliardi di dollari, o del 20 per cento. Rafforzare le relazioni tra Pechino e Mosca non ha per scopo sfidare il dollaro, ma proteggere le rispettive economie nazionali.
1. “Negli ultimi anni, la Cina si allontana gradualmente dall’egemonia finanziaria statunitense.  Questa egemonia si basa sul dollaro quale valuta di riserva mondiale e, per convenzione, normale mezzo di pagamento nel commercio internazionale e in particolare del petrolio. Tale regime è obsoleto data la bancarotta dell’economia degli Stati Uniti. Ma permette agli Stati Uniti di continuare a rastrellare crediti. La Cina, seconda più grande economia del mondo e primo importatore di petrolio, ha o cerca accordi commerciali petroliferi con i suoi principali fornitori, tra cui Russia, Arabia Saudita, Iran e Venezuela, che coinvolgeranno il cambio con valute nazionali. Tale sviluppo rappresenta una grave minaccia per i petrodollari e il loro status di riserva globale. L’ultima mossa di Pechino del 20 novembre, con il preavviso di voler sostituire le sue riserve in valuta estera in rischiosi titoli del Tesoro degli Stati Uniti con una combinazione di altre valute, è un avvertimento sui giorni contati che ha l’economia statunitense, come Paul Craig Roberts ha osservato“. (Il piano della Cina di abbandonare il dollaro, fa infuriare gli statunitensi, Finian Cunningham – Press TV e Nsnbc International)
2. La lenta strategia di Pechino nell’abbandonare il dollaro si armonizza perfettamente con la strategia della Russia nel bilanciare le sue riserve estere, scrive Valentin Katasonov della Fondazione di cultura strategica. Osserva che la decisione cinese è un cauto tentativo di sfidare l’egemonia finanziaria degli Stati Uniti. L’idea di Pechino è impedire la creazione di una domanda artificialmente gonfiata di valuta degli Stati Uniti.
La sei fasi seguite dai cinesi sono le seguenti:
La decisione presa dalla Banca popolare di Cina, nell’estate del 2010, di ripristinare una “fluttuazione manovrata” dello yuan fu il primo piccolo passo per cambiarne la situazione di “moneta eremita”;
L’approvazione, nel 2011, del 12° piano quinquennale di sviluppo socio-economico della Cina;
Piani per fare dello yuan una “moneta internazionale” (senza ulteriori dettagli);
Il raggiungimento di accordi tra la Cina e un certo numero di altri Paesi per una transizione verso l’uso di monete nazionali negli scambi commerciali, compresi quelli sulle risorse naturali;
Una dichiarazione della banca centrale dell’Australia che prevede la conversione del 5 per cento delle proprie riserve internazionali in titoli di Stato cinesi, dopo i riusciti colloqui con Pechino;
Più importante: l’accordo raggiunto nell’ottobre 2013 tra Pechino e Londra, secondo cui il commercio di valuta tra yuan e sterlina inglese inizierà presso il Royal Exchange, così come l’autorizzazione dalle autorità inglesi alle banche cinesi, consentendogli di aprire filiali nella City di Londra. L’accordo tra la Gran Bretagna e la Cina prevede praticamente la trasformazione di Londra in una sorta di società off-shore per banche e società finanziarie cinesi.

000802aa2f4910bbbb1907Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il racconto di due proteste: Ucraina e Thailandia

Tony Cartalucci, Global Research, 2 dicembre 2013

2500986-ukraine-Quando una protesta è buona, progressiva e difendibile? Uno potrebbe pensare che ci sia una sola risposta a questa domanda, basata su una serie di metri oggettivi. Ma in realtà, secondo l’occidente, le proteste sono buone fintanto servano ai suoi interessi. Le proteste in Ucraina e Thailandia sono caratterizzate da manifestanti che tentano di assaltare e occupare edifici governativi. Entrambe sembrano preparare il lungo assedio di edifici che non possono prendere, ed entrambe hanno come obiettivo estromettere i rispettivi governi nazionali. Tuttavia, l’occidente trova solo una di queste nobile, l’altra no.

Le “nobili” proteste ucraine

7467Il saluto a tre dita della neo-nazista Svoboda appare nelle proteste pro-UE. La natura effettiva del tumulto non viene mai menzionata nei media occidentali, perché porterebbe i lettori più curiosi in siti come “Unità della Nobiltà – De-Kosherized News & Material Research”, che presentano Svoboda in articoli come “Nazionalisti ucraini urlano contro i ratti ebrei.”

1484362La CNN fornisce una chiara dimostrazione di tale ipocrisia. Nell’articolo “La polizia ucraina accusata di violenta repressione delle proteste pro-UE“, la CNN afferma: “Circa 10000 manifestanti contrari alla decisione dell’Ucraina di non firmare l’importante accordo commerciale con l’Unione europea sono scesi in piazza davanti al monastero, sabato mattina, in risposta ad un giro di vite della polizia sulle precedenti proteste. I coraggiosi manifestanti sventolavano bandiere ucraine ed europee e cantavano l’inno nazionale davanti al Monastero dalle cupole dorate di San Michele, dove gruppi di manifestanti si sono ritirati in precedenza, dopo una carica della polizia antisommossa lasciando sette persone ferite e decine di arresti a Piazza Indipendenza. I tre principali leader dell’opposizione hanno chiesto le dimissioni del Presidente Viktor Janukovych e nuove elezioni presidenziali e parlamentari, secondo una dichiarazione rilasciata da Vitalij Klichko, Arsenij Jatsenjuk e Oleg Tjagnybok”. Riguardo la “violenta repressione” la CNN riporta: “…La polizia antisommossa è intervenuta sabato mattina” e “ha brutalmente disperso diverse centinaia di persone che manifestavano pacificamente a sostegno dell’integrazione europea dell’Ucraina, secondo una dichiarazione del ministero degli Esteri della Polonia. La violenta dispersione delle pacifiche manifestazioni non aiuta la causa dell’integrazione dell’Ucraina nell’Europa”, ha detto il portavoce del ministero Marcin Wojciechowski. “Si avvertono le autorità ucraine contro l’uso della forza, in quanto possono comportare conseguenze imprevedibili e irrevocabili.”
Gli Stati Uniti hanno condannato quello che definiscono “violenze contro i manifestanti” in un comunicato pubblicato online dall’ambasciata statunitense di Kiev. “Una dichiarazione rilasciata dal dipartimento di Stato USA afferma, “Esortiamo i leader dell’Ucraina a rispettare il diritto alla libertà di espressione e di riunione del popolo… Chiediamo al governo ucraino di promuovere un ambiente positivo per la società civile e proteggere i diritti di tutti gli ucraini ad esprimere le proprie opinioni sul futuro del Paese in modo costruttivo e pacifico a Kiev e in altre parti del Paese. La violenza e l’intimidazione non dovrebbero avere luogo nell’Ucraina di oggi”.” I manifestanti ucraini hanno usato il fuoco e anche bulldozer nel tentativo di spezzare gli sbarramenti della polizia, come riferito sia dall’Independent che dalla BBC. Certo, dovrebbe essere ovvio perché Stati Uniti, Regno Unito e Unione europea e gli interessi di Fortune 500 che dirigono i loro governi, appoggino i manifestanti, finanziando la maggior parte delle loro attività. L’Unione europea ha semplicemente collettivizzato l’Europa riducendo il protezionismo che ostacolava le potenti multinazionali, offrendo ai responsabili politici aziendali da esse finanziati, la possibilità di creare un programma da applicare a tutte le nazioni in una volta sola. Un comodo passaggio aziendal-fascista.

Le “cattive” proteste tailandesi
In netto contrasto, gli Stati Uniti sono contrari, senza mezzi termini, alle continue proteste thailandesi contro il regime di Thaksin Shinawatra e di sua sorella, nominata primo ministro, Yingluck Shinawatra: “La violenza e il sequestro di proprietà pubblica o privata, non sono metodi accettabili per risolvere le divergenze politiche.” Ulteriore ipocrisia si può leggere sul Guardian, un’altra “affidabile” fonte occidentale che affronta una protesta simile, quella in Thailandia, dipingendola come tumulto violento ed antidemocratico. Il bersaglio delle proteste? Il regime filo-Wall Street di Thaksin Shinawatra e del primo ministro da lui nominato, la congiunta Yingluck Shinawatra. Un articolo del Guardian, “Gli scontri in Thailandia: premier costretto a fuggire mentre le dimostrazioni si aggravano“, afferma: “Un sostenitore del governo thailandese è stato ucciso domenica mattina nelle proteste a Bangkok, portando il bilancio delle vittime a due mentre i manifestanti hanno invaso una caserma della polizia e costretto all’evacuazione della prima ministra, Yingluck Shinawatra, in una località segreta. Alcuni articoli affermano che i manifestanti antigovernativi hanno preso il controllo della televisione thailandese PBS. La polizia, sostenuta dai militari, tentava di proteggere gli edifici governativi nei mortali scontri di piazza tra sostenitori e oppositori di Yingluck e del fratello il miliardario ex-premier deposto Thaksin Shinawatra. Manifestanti antigovernativi hanno fatto irruzione nel club sportivo della polizia in cui la prima ministra si era recata la mattina, ma non potendo lasciare i locali si recava in una località sconosciuta, affermava un assistente. In un’altra zona della città la polizia ha sparato gas lacrimogeni contro i manifestanti, presso la sede del Governo, dove si trova l’ufficio di Yingluck, ha detto un testimone alla Reuters”.
The Guardian omette intenzionalmente almeno altri 3 morti accertati, tutti studenti e tutti uccisi prima che la morte dei “supporter del governo” venisse segnalata, nel tentativo di ritrarre i manifestanti come una folla omicida.

01_RamNov30Dec1_20131Sopra: Tiratori del regime sparano agli studenti negli scontri che hanno provocato almeno la morte di uno studente. Al centro: la sua t-shirt è identica a quelle indossate dalla setta pro-regime delle “camicie rosse” della provincia di Phitsanulok, la roccaforte politica di Thaksin Shinawatra nel nord-est. Questa particolare setta ha stretti legami con il regime di Jatuporn Prompan, coinvolto direttamente nelle sanguinarie violenze del 2010. L’immagine di un membro del gruppo in posa con  Thaksin Shinawatra. Il gruppo fu addestrato dal defunto Khattiya Sawasdipol, meglio conosciuto come “Seh Daeng”, ucciso al culmine dell’insurrezione armata del 2010 che guidava per le strade di Bangkok per conto di Thaksin Shinawatra.

Le violenze hanno avuto luogo dall’altro lato di Bangkok, lontano dalle proteste antiregime in corso, dove il regime guidava la propria “contromanifestazione.” Migliaia di studenti provenienti dalla vicina università iniziarono a protestare continuamente per 24 ore al giorno e per tutta la settimana. Dopo aver avvertito gli studenti di disperdersi, i leader del regime scatenarono i militanti vestiti di nero ripresi nei video e nelle fotografie mentre sparano agli studenti. Per ore gli studenti furono  circondati e presi continuamente sotto tiro, gli scontri proseguirono mentre gli studenti tentavano di liberarsi e di fuggire. Fu in questi scontri, e non nelle proteste, che si sono avuti i morti, un fatto che nessun lettore ignaro saprà se leggesse il Guardian per documentarsi. E mentre la stampa occidentale definisce le misure antisommossa ucraine “violente”, non parla di queste “repressioni violente”, come appare sui media occidentali riguardo le proteste thailandesi, nonostante il regime utilizzi i metodi antisommossa dell’Ucraina e i militanti armati abbiano già causato vittime.

Perché l’occidente difende il regime tailandese?
Il regime di Thaksin Shinawatra e di sua sorella Yingluck Shinawatra, è sostenuto dall’occidente da oltre un decennio, ben prima che Thaksin assumesse l’incarico nel 2001. Thaksin fu primo ministro nel 2001-2006. Molto prima che Thaksin Shinwatra divenisse primo ministro, già lavorava per aprire la via alle opportunità di Wall Street-Londra, e contemporaneamente si lanciava nella politica thailandese. Fu nominato consigliere del Carlyle Group mentre aveva una carica pubblica, e tentò di usare i suoi contatti per rafforzare la propria immagine politica. Thanong Khanthong del quotidiano anglofono tailandese “The Nation“, scrisse nel 2001: “Nell’aprile del 1998, mentre la Thailandia era ancora impantanata nella grave palude economica, Thaksin cercò di utilizzare i suoi rapporti con gli statunitensi per rafforzare la propria immagine politica per formare il suo partito Thai Rak Thai. Invitò Bush padre a visitare Bangkok e casa sua, dicendo che la sua missione era fungere da “sensale nazionale” tra il fondo azionario degli Stati Uniti e le imprese thailandesi. A marzo ospitò anche James Baker III, segretario di Stato degli Stati Uniti dell’amministrazione Bush senior, nel suo soggiorno in Thailandia.” Dopo esser divenuto primo ministro nel 2001, Thaksin iniziò a ricompensare il sostegno che ricevette dai suoi sponsor occidentali. Nel 2003,  impegnò le truppe thailandesi nell’invasione statunitense dell’Iraq, nonostante le diffuse proteste sia dei militari che dell’opinione pubblica tailandese. Thaksin avrebbe anche permesso alla CIA di usare la Thailandia per il suo aberrante programma di estradizioni. Nel 2004, Thaksin tentò d’imporre l’accordo di libero scambio (FTA) USA-Thailandia senza l’approvazione del Parlamento, ma con il sostegno del Business Council USA-ASEAN che nel 2011, poco prima le elezioni che videro la sorella di Thaksin Shinawatra, Yingluck, andare al potere, ospitò i leader delle “camicie rosse” del “Fronte unito per la democrazia contro la dittatura” (UDD) di Thaksin.
Nel 2004 comparivano nel Consiglio i profittatori di guerra Bechtel, Boeing, Cargill, Citigroup, General Electric, IBM, la famigerata Monsanto, ed attualmente anche le banche Goldman Sachs e JP Morgan, la Lockheed Martin, Raytheon, Chevron, Exxon, BP, Glaxo Smith Kline, Merck, Northrop Grumman, il doppelganger OGM della Monsanto Syngenta, così come Phillip Morris.

Former Thai PM Thaksin greets the media upon his arrival at the Siem Reap International Airport in CambodiaIl deposto autocrate Thaksin Shinawatra, al CFR, alla vigilia del colpo di Stato del 2006 che lo avrebbe scalzato dal potere. Dal 2006 ebbe il pieno sostegno di Washington, Wall Street e della loro immensa macchina propagandistica nel suo tentativo di impadronirsi di nuovo del potere.

Thaksin sarebbe rimasto in carica fino al settembre del 2006. Alla vigilia del colpo di Stato che l’estromise dal potere, Thaksin era letteralmente ai piedi del Council on Foreign Relations finanziato da Fortune 500, dando una relazione sui progressi compiuti a New York City. Dal golpe del 2006 che rovesciò il suo regime, Thaksin è stato rappresentato dalle élite finanziere degli USA tramite le loro società di lobbying, tra cui Kenneth Adelman della società di PR Edelman (Freedom House, International Crisis Group, PNAC), James Baker della Baker Botts (CFR), Robert Blackwill della Barbour Griffith & Rogers (CFR), Kobre & Kim ed attualmente da Robert Amsterdam della Amsterdam e Peroff (Chatham House). Robert Amsterdam dell’Amsterdam e Peroff potrebbe anche rappresentare simultaneamente il movimento UDD delle “camice rosse” di Thaksin, presente alla riunione inaugurale del cosiddetto gruppo “accademico” Nitirat, frequentato per lo più da camicie rosse pro-Thaksin (che letteralmente portavano camicie rosse alla riunione). Ulteriore supporto per l’avanzata di Thaksin e del suo UDD venne fornito dal dipartimento di Stato degli USA tramite l'”ONG” Prachatai finanziata dalla National Endowment for Democracy. E’ chiaro che l’occidente ha investito cifre astronomiche, tempo e risorse nel regime di Shinwatra e la sua condanna delle manifestazioni antiregime indica che l’occidente tenta di proteggere i propri investimenti, non un qualsiasi ideale su “Stato di diritto” o “democrazia”.

Cosa i tailandesi possono imparare dalle proteste in Ucraina
Le proteste pro-UE in Ucraina hanno visto i bulldozer sfondare le barricate della polizia. Ciò non è stato condannato dall’occidente, e finché i manifestanti thailandesi proteggono la vita dei presenti e dei poliziotti, misure analoghe devono sicuramente essere viste “accettabili” per le “norme” internazionali. Per i manifestanti thailandesi, tuttavia, è improbabile che possa essere vantaggioso o desiderabile usare un bulldozer contro dei connazionali, potendo invece utilizzare veicoli di grandi dimensioni per sfondare punti che la polizia non può difendere, al fine di accedere agli edifici governativi. Il fuoco sembra anche essere un mezzo accettabile di protesta. Definito “pacifico” dagli Stati Uniti e da altri governi filo-europei, in Ucraina e nelle precedenti manifestazioni pro-regime in Thailandia, il fuoco può essere utilizzato (e deve essere utilizzato solo) per creare barriere difensive per limitare l’assalto della polizia. Può essere volto verso la polizia per costringerla a fare lunghi preparativi per violare tali barriere. In questo lasso di tempo, i manifestanti possono muoversi su migliori posizioni strategiche per raggiungere i loro obiettivi. E mentre le proteste in Ucraina sostenute dalla “comunità internazionale” possono dare ai tailandesi diversi spunti su cosa fare, possono anche dare ai tailandesi l’opportunità di dimostrarsi migliori. Mentre i manifestanti in Ucraina sono hooligans, razzisti, bigotti e partiti che promuovono letteralmente il neo-nazismo, come Svoboda menzionato in questo articolo della BBC, che non possono garantire un eventuale ricorso all’escalation delle violenze, i manifestanti thailandesi devono rimanere tranquilli. La polizia sopraffatta deve essere trattata con dignità, ricordando che sono dei connazionali e non i veri obiettivi dei manifestanti, il cui vero obiettivo, l’obiettivo di tutti, è la rimozione degli interessi aziendal-finanzieri dettati dall’estero.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ucraina: leader e gregario

Vladimir Nesterov, Strategic Culture Foundation, 12/03/2013
show_mit01“Euromaidan” e “veche” (assemblee popolari) si formano a Kiev. I giovani eurofanatici dilagano chiedendo “l’associazione con l’Europa”. Non sono consapevoli del fatto che l’Europa non è solo il ritrovo di gay-club e bordelli, l’UE è anche famosa per la disoccupazione giovanile di massa e la polizia che usa cannoni ad acqua per disperdere i manifestanti. Queste persone non hanno idea che l’“associazione” significa che non avranno alcun futuro a casa. Non ci sarà l’ascensore sociale, nemmeno una normale scala verso il benessere. Ne saranno sul portico europeo, dove un regime di visti libero è un sogno irrealizzabile. La Bulgaria e la Romania l’aspettano da anni, e non l’hanno ancora capito. Inoltre, il primo ministro della Gran Bretagna ha già chiesto il divieto di libera circolazione nell’Unione europea per i cittadini dei nuovi Stati membri fino a quando il prodotto interno lordo pro-capite in questi Stati non raggiungerà la media europea. Ora l’ammucchiata di nazionalisti ucraini ha assaltato il palazzo presidenziale, occupato il municipio e la casa dei sindacati abbattendo porte e distruggendo finestre.
L’Unione europea sembra più una trappola per topi per coloro che non resistono alla tentazione di unirsi al miraggio della prosperità europea. Ben presto sarà chiaro quali Paesi resteranno galla e quali saranno eliminati dalla faccia della Terra diventando parte del superstato europeo. In Europa i leader dei partiti nazionalisti come Marine Le Pen in Francia e Nigel Farage nel Regno Unito,  conducono una dura battaglia per preservare la sovranità e l’identità nazionale di fronte al cosmopolitismo di Bruxelles e alla Berlino imperiale. Ma gli ossessionati ucraini di Maidan sembrano pronti a gettare via la propria terra, essendosi abituati da decenni nel ruolo di fattorini al servizio di diversi padroni. In un modo o nell’altro non è il momento di essere placidi. L’Unione europea e gli Stati Uniti hanno unito le forze nel tentativo d’influenzare l’Ucraina. L’Unione europea sembra aver commesso un errore, mentre si avvicina la firma dell’accordo di associazione: la Polonia è stata incaricata di trattare con l’Ucraina. La leadership polacca ha puntato sul tema di Julija Timoshenko e del suo posto nella storia europea e mondiale. La fatica di Sisifo della Polonia, in particolare gli sforzi dell’ex presidente polacco Alexander Kvasnevsky, male si abbina all’estenuante disputa tra Berlino e Parigi sulla questione di chi dovrebbe assumersi la responsabilità di pagare le bollette ucraine. In definitiva, appare chiaro che non c’è nessuno che possa assumersene l’onere, mentre l’Europa è colpita dalla crisi. Così l’associazione è condannata. Appare chiaro che non solo l’Europa “illuminata”, ma anche la “selvaggia” Eurasia sa contare i soldi.
Il rifiuto dell’Ucraina di firmare l’accordo di associazione con l’Unione europea significa un gravissimo fallimento per i “partner” occidentali della Russia. I “partner” utilizzano l’associazione come pretesto per raggiungere l’obiettivo: isolata dall’Ucraina, la Russia verrebbe rigettata verso oriente, costituendo il cambiamento geopolitico più drastico nell’Eurasia degli ultimi venti anni. Dopo l’Ucraina, la Bielorussia sarebbe la prossima, creando finalmente un cordone tra la Russia e l’Europa. Associata con l’Unione Europea, l’Ucraina si dirigerebbe rapidamente verso l’adesione alla NATO. Questo è ciò che si nasconde sotto la maschera dell’integrazione europea…
Ed ha fallito. In risposta, l’occidente istiga aggressive “manifestazioni di piazza” ucraine. Come il deputato Oleg Tsarev ha detto qualche tempo fa, l’ambasciata degli Stati Uniti a Kiev ospita il programma Techcamp, che recentemente ha avviato un corso di formazione per “rivoluzionari” con il compito di scatenare una guerra civile in Ucraina. La frequenza degli attacchi contro poliziotti, di porte sfondate e finestre rotte, dimostrano il marchio dell’addestramento degli USA.
La reazione brusca dei “partner” occidentali dopo il fallimento del vertice di Vilnius, viene esacerbata da altre recenti frustrazioni. Ad ottobre la costruzione South Stream è stata avviata anche in Serbia e la Turchia ha aderito al progetto. Il vertice Europa centro-orientale – Cina tenutosi a Bucarest è ancora più irritante per l’occidente. Il desiderio della Cina di discutere degli investimenti con gli Stati dell’Europa centrale e orientale evitando Bruxelles, ha gettato l’Unione europea in preda alla rabbia. Il commissario europeo Karel de Gucht ha dichiarato che la Cina pratica la tattica del “divide et impera”. Bruxelles ha emesso due direttive che avvisano categoricamente i 15 Paesi della regione dall’attraversare le linee rosse della regolamentazione nel concludere accordi economici separati con la Cina. L’azione non ha dato alcun risultato. Gli Stati dell’Europa centrale e orientale hanno firmato un numero record di accordi, e molti politici hanno colto l’occasione per dimostrare a Bruxelles che le parole sui “valori europei” non sono mai sostenute da denaro reale.
Parlando degli eventi in corso in Ucraina, alcuni dicono che nulla di straordinario sta avvenendo.  Un’ordinaria lotta per il potere si svolge sotto il velo della lotta per l’integrazione europea. È parzialmente vero, ma c’è un altro aspetto. L’opposizione ucraina (o ciò che si fa chiamare così) è da sempre nota per la sua eccezionale codardia e totale mancanza d’intraprendere azioni risolute. All’improvviso ha iniziato azioni attive e coraggiose sfruttando l’infatuazione romantica dei giovani per l’idea dell’integrazione europea, le illusioni del cittadino medio ucraino sull’Europa unita e la russofobia dei nazionalisti. Il tutto si riduce ad una sola cosa: l’orgia antigovernativa è abilmente orchestrata da persone ben addestrate dalle ambasciate straniere… I recenti avvenimenti per le strade di Kiev assomigliano a una follia collettiva. La domanda è che cosa dovrebbe fare il governo ucraino in queste circostanze? La risposta è ovvia: nessuna autorità vale qualcosa se non può difendersi. Mezzi e metodi dipendono dalle circostanze. Secondo fonti governative, una riunione d’emergenza ha avuto luogo nella residenza suburbana di Kiev, a Mejgorie, presieduto dal presidente ucraino Viktor Janukovych, lo Stato d’emergenza dovrebbe essere annunciato…

show_mit08La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La sopravvivenza del dollaro dietro le tensioni USA-Cina

Finian Cunningham, PRESS TV 1.12.2013

1463253L’escalation delle tensioni militari tra Washington e Pechino sul Mar Cinese Orientale è solo superficialmente dovuta alla dichiarazione unilaterale della Cina di una zona di difesa aerea. La vera ragione dell’ira di Washington è il recente annuncio dei cinesi di voler ridurre la loro riserva di dollari. Questa mossa è volta a ridurre i 3,5 trilioni di dollari USA di riserva e ad aumentare il commercio globale cinese di petrolio basato su valute nazionali, rappresenta una minaccia mortale per i petrodollari e l’intera economia statunitense. Questa minaccia al reddito degli USA, già sull’orlo del fallimento, del debito record e del crollo sociale, spiegherebbe il motivo per cui Washington ha risposto con tale belligeranza alla creazione dell’Air Defense Identification Zone (Adiz) della Cina che si estende a 400 miglia dalle coste sul Mar Cinese Orientale. Pechino ha detto che la zona è volta a fermare le azioni intrusive degli aerei spia statunitensi sul suo territorio. Gli Stati Uniti hanno condotto sorvoli militari sul territorio cinese per decenni, senza dare a Pechino la minima notifica. Nell’aprile 2001, un pilota di caccia cinese fu ucciso quando il suo aereo si scontrò con un aereo spia statunitense. L’equipaggio statunitense sopravvisse, ma l’incidente scatenò il furore diplomatico di Pechino, che illustrava la violazione illegale e sistematica di Washington della sovranità cinese.
Pochi giorni dopo l’annuncio della Cina sulla nuova ADIZ, gli Stati Uniti hanno inviato due bombardieri B-52 nello spazio aereo senza dare a Pechino la necessaria notifica della rotta. Gli alleati degli USA, Giappone e Corea del Sud, hanno anche inviato aerei militari in sfida alla Cina.  Washington ha respinto la zona dichiarata dai cinesi e ha affermato che è spazio aereo internazionale. Una seconda intrusione aerea sul suo territorio, denunciata dalla Cina, ha coinvolto due aerei da ricognizione statunitensi e 10 jet da combattimento F-15 giapponesi di fabbricazione statunitense. In tale occasione, Pechino ha reagito con forza facendo decollare caccia Su-30 e J-10 per inseguire i velivoli stranieri intrusi. Molti analisti vedono le ultime tensioni nell’ambito del contenzioso tra Cina e Giappone sulle isole conosciute rispettivamente come Diaoyu e Senkaku, nel Mar Cinese Orientale. Entrambi i Paesi ne rivendicano la proprietà. Le isole sono disabitate, ma il mare circostante è una ricca zona di pesca e il fondo marino potrebbe contenere enormi riserve di petrolio e gas. Controllando il cielo sopra le isole, la Cina sembra aggiungerebbe ai suoi diritti territoriali le isole contestate.
Con un avvertimento provocatorio a Pechino, il segretario della Difesa statunitense Chuck Hagel ha ribadito che il decennale patto militare USA-Giappone riguarda qualsiasi violazione cinese della pretesa del Giappone sulle isole Diaoyu/Senkaku. E’ difficile giustificare Washington e la posizione di Tokyo sulla questione. Le isole sono molto più vicine alla Cina continentale (250 miglia) che al Giappone (600 miglia). La Cina sostiene che le isole fecero parte del proprio territorio per secoli, fino a quando il Giappone li annesse nel 1895, durante la sua espansione imperialista, che alla fine portò alle vere e proprie invasione e guerra di aggressione alla Cina. Inoltre, come sottolinea Pechino, gli Stati Uniti e il loro alleato giapponese dal dopoguerra, hanno dichiarato proprie zone di difesa aerea. E’ davvero inconcepibile che aerei e bombardieri spia cinesi possano violare senza preavviso la West Coast degli Stati Uniti senza che il Pentagono ordini una feroce rappresaglia. Inoltre, la mappe mostrano che la zona di difesa aerea statunitense si estende dal territorio meridionale del Giappone ben oltre ogni limite ragionevole, a metà strada tra Cina e Giappone.  Questa imposizione arbitraria sostenuta dagli statunitensi sulla sovranità territoriale cinese è, quindi, vista come una convenzione arrogante, istituita e mantenuta da Washington per decenni.
Gli Stati Uniti e i loro media presentano assurdamente la recentemente dichiarata zona di difesa aerea di Pechino come “dimostrazione di muscoli e un fomentare le tensioni della Cina”. E Washington sostiene che difende nobilmente i suoi alleati giapponesi e sudcoreani dall’espansionismo cinese. Tuttavia, sullo sfondo vi è la mossa della Cina volta ad abbandonare il dollaro USA, probabilmente la vera causa del militarismo di Washington nei confronti di Pechino. L’apparente confronto sul territorio aereo e marittimo, su cui la Cina ha diritto, non è che il pretesto degli Stati Uniti per mobilitare il loro esercito e in effetti minacciare la Cina.
Negli ultimi anni, la Cina si allontana gradualmente dall’egemonia finanziaria statunitense. Questa egemonia si basa sul dollaro quale valuta di riserva mondiale e, per convenzione, normale mezzo di pagamento nel commercio internazionale e in particolare del petrolio. Tale regime è obsoleto data la bancarotta dell’economia degli Stati Uniti, ma permette agli Stati Uniti di continuare a rastrellare crediti. La Cina, seconda più grande economia del mondo e primo importatore di petrolio, ha o  cerca accordi commerciali petroliferi con i suoi principali fornitori, tra cui Russia, Arabia Saudita, Iran e Venezuela, coinvolgendo l’impiego di valute nazionali. Tale sviluppo rappresenta una grave minaccia per i petrodollari e il loro status di riserva globale. L’ultima mossa di Pechino del 20 novembre, il preavviso di voler basare le proprie riserve di valuta estera passando dai rischiosi titoli del Tesoro degli Stati Uniti a una combinazione di altre valute, è il presagio che l’economia statunitense ha i giorni contati, come Paul Craig Roberts ha osservato la settimana scorsa.
Questo è naturalmente un legittimo diritto della Cina, come lo sono le sue rivendicazioni territoriali. Ma nella mentalità imperialista e megalomane di Washington, la “minaccia” all’economia statunitense e al suo modello di vita basato sul debito viene percepita come un tacito atto di guerra.  Ecco perché Washington reagisce così furiosamente e disperatamente al recente corridoio aereo  dichiarato dalla Cina. Si tratta di un pretesto degli Stati Uniti per mostrare il pugno di ferro.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Programma d’integrazione Eurasiatica di Vladimir Putin

Vladimir Karjakin New Oriental Outlook 01.12.2013

534202Il problema fondamentale dello Stato russo è che la Russia, in termini geopolitici, non è una formazione imperiale classica. Allo stesso tempo, per la sua struttura etnonazionale non corrisponde alla categoria di Stato-Nazione. Questa contraddizione può essere risolta solo attraverso un “ri-assemblaggio” dello spazio post-sovietico, altrimenti il Paese non smetterà di cercare una sua identità di Stato-Nazione. La Russia non sarà mai uno Stato-Nazione classico, come la Germania o la Francia. La sua composizione etnica, la diversità territoriale, il potere delle risorse e delle tradizioni geopolitiche non lo permettono. Questo lo rende diverso dagli altri Paesi post-sovietici, come ad esempio gli Stati baltici. Riguardo gli Stati post-sovietici, hanno avuto più o meno successo nell’abituarsi allo “status di Stati cuscinetto” da più di 20 anni, alla ricerca di un loro posto nell’ambito internazionale, giocando sulle contraddizioni tra i maggiori attori globali e cercando di manipolarli a proprio vantaggio. La manovra tattica costante dei Paesi della CSI in questa “zona cuscinetto” che hanno formato, ha comportato che la vecchia integrazione post-sovietica delle risorse economiche, tecnologiche e culturali si sia oramai esaurita, e l’assenza di un orientamento stabile in politica estera rende impossibile attrarre investimenti stranieri, russi, europei, turchi, cinesi, ecc; tuttavia, la permanenza in questa fase inerziale di natura politica multi-vettoriale è impossibile, come è impossibile continuare a vivere a spese delle risorse ereditate dal periodo sovietico. Pertanto, la situazione di sbandamento tra i diversi centri d’influenza geopolitica comporta che le potenziali risorse dell’era sovietica non possano più assicurare il pieno funzionamento degli organismi statali degli Stati post-sovietici, ponendo la questione sulla scelta della via di sviluppo.
Il mondo moderno è formato da grandi blocchi geopolitici. In definitiva, il degrado socio-politico, la demoralizzazione delle élite sociali e della società, il fallimento dei progetti di Stato-Nazione attendono quei Paesi che chiudono gli occhi sui processi in corso. Ecco perché l’integrazione è un imperativo per l’intero spazio post-sovietico: la trasformazione in un nuovo tipo di Stato, il cui principale obiettivo è unire le risorse per contrastare le minacce e le sfide dell’era moderna. E’ necessario creare un mercato comune nello spazio eurasiatico, rilanciare la produzione all’interno di un unico spazio doganale, passare dall’economia che vende le materie prime a un’economia che crea valore aggiunto. Le crisi finanziarie ed economiche hanno dimostrato che i Paesi con debole potenziale economico e bassa produzione di valore aggiunto sono i più vulnerabili nel competitivo mercato globale. Un ruolo speciale nella creazione dell’Unione eurasiatica appartiene all’Ucraina, ed è necessario alla Russia ristabilire i legami economici tra i due Paesi come base per la modernizzazione e lo sviluppo attraverso l’implementazione delle innovazioni. Tuttavia, l’Ucraina è necessaria alla Federazione russa non solo in termini di potenziale industriale. L’Ucraina è uno dei Paesi più grandi, e non secondo in nulla, della maggior parte dei Paesi europei per potenziale economico e demografico. Nella proiettata Unione eurasiatica, il ruolo del vettore islamico, in cui  Kazakhstan e Stati dell’Asia centrale avranno un ruolo determinante, aumenterà senza la partecipazione dell’Ucraina. L’Ucraina è importante per l’Unione Eurasiatica, non solo in termini di sviluppo commerciale, di legami economici e finanziari, ma anche per preservare la composizione etnica della futura ottimizzazione dell’unione, perché è un Paese slavo ortodosso, etnicamente e religiosamente il più vicino alla principale etnia russa. Quando si comprende il concetto di Unione eurasiatica di V. V, Putin, appare importante per la Russia creare zone di sicurezza interna ed esterna, nel contesto della critica e costante instabilità e turbolenza dei processi socio-politici nel mondo arabo-islamico.
Un’altra cosa importante da considerare nella strategia eurasiatica della Russia è creare un meccanismo di controllo dei flussi migratori. La Russia ha bisogno di manodopera. Il deficit di forza lavoro non qualificata viene compensata dal flusso di migranti provenienti dall’Asia centrale. Si tratta di un problema economico che deve essere risolto nello spazio integrato della futura Unione eurasiatica. Oggi, i flussi migratori alterano il quadro etnico russo dei paesaggi urbani, cambiando la struttura socio-economica delle città russe, ed esacerbando le relazioni interetniche e indebolendo le istituzioni statuali. Pertanto, la Russia deve compiere determinati sforzi verso l’intensificazione dei processi d’integrazione, con l’obiettivo di sviluppare l’industria e l’agricoltura negli Stati post-sovietici, per garantire il lavoro nei loro territori. Di conseguenza, la formazione dello spazio geopolitico dell’Unione eurasiatica dovrebbe avvenire nella seguente sequenza:
1. Consolidamento dell’hinterland russo basandosi sullo sviluppo della cooperazione economica, i trasporti e la connettività informativa dei soggetti della Federazione.
2. Consolidamento confessionale e culturale dei popoli della Russia.
3. Creazione di una zona cuscinetto presso gli Stati post-sovietici, quali aree di influenza economica e politica diretta russa.
4. Formazione di una zona cuscinetto esterna di cooperazione economica e politica, per contrastare congiuntamente le sfide e le minacce del mondo moderno.
L’avanzamento del concetto di Unione eurasiatica, espresso da V. V. Putin, è un riflesso del fatto che è giunto il momento per un nuovo tipo di formazione o neo-impero, costruito sulla base di una verticale del potere sovranazionale, così come di una dottrina culturale e religiosa come base ideologica comune per tale unione.
La struttura dell’Unione Eurasiatica dovrebbe comprendere tre componenti:
– Nucleo dell’Unione rappresentata dalla Federazione russa nei suoi attuali confini;
– Zona di prossimità dell’Unione, comprendente i Paesi della CSI, uniti da istituzioni sovranazionali appositamente create;
– Spazio geopolitico esterno, strutturato intorno ai principali poli di influenze politiche, economiche, religiose e culturali (Cina, India, Pakistan, Iran e Turchia).
Nel quadro dell’Unione eurasiatica è opportuno stabilire una struttura internazionale, qualcosa come il “Forum Eurasiatico”, i cui fondatori dovrebbero essere tutti membri di questa unione e rappresentarne il nucleo. La creazione di una struttura continentale come l’Unione Eurasiatica fornirà le basi per una nuova configurazione dell’ordine mondiale del 21° secolo.

Vladimir Karjakin, Dottorato in Scienze Militari, eminente ricercatore presso il Dipartimento di politica della difesa dell’Istituto russo per gli studi strategici, in esclusiva per la rivista online New Oriental Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La lezione della storia libica

Vladimir Platov New Oriental Outlook 28/11/2013

A protester who is against former Egyptian President Mohamed Mursi holds a poster of U.S. President Barack Obama sporting a beard during a protest at Tahrir square in CairoSono passati due anni da quando gli Stati Uniti e la NATO effettuarono l’operazione armata volta al cambio di regime in Libia. La guerra, che durò per circa otto mesi, fu spacciata da Washington e dai suoi principali alleati nella NATO, Gran Bretagna e Francia, come intervento umanitario per proteggere i civili di questo Paese. È difficile anche dimenticare infine le trasmissioni delle reti  televisive globali che mostravano una eccitata e deliziata segretaria di Stato degli Stati Uniti Hillary Clinton dopo che i ribelli libici, addestrati e armati dalla Casa Bianca per “giusta causa”, uccisero Muammar Gheddafi in un attacco sanguinoso. Oppure la dichiarazione del presidente degli Stati Uniti Barak Obama sulla nascita di una “nuova Libia democratica” che fece dal giardino della Casa Bianca. Ciò che è anche abbastanza eloquente è il supporto all’intervento armato della NATO negli affari interni della Libia dimostrato dai partiti pseudosocialisti occidentali come Socialist Workers Party del Regno Unito, l’Organizzazione Internazionale Socialista statunitense e dai socialisti francesi, che sicuramente furono comprati dagli istigatori di questa guerra. E oggi, gli stessi partiti partecipano attivamente alle azioni informative degli stessi falchi che istigano nuovi focolai di conflitto in Siria e Iran, chiaramente ignorando lo scopo umanitario della lotta contro le guerre e altre tragedie che minacciano l’umanità.
Scatenando la guerra in Libia, Washington e i suoi alleati perseguirono il loro obiettivo principale,  sostituire l’influenza economica e politica della Russia e della Cina con la propria egemonia,  mettere le risorse energetiche della Libia sotto controllo e fermare la marcia vittoriosa delle rivoluzioni arabe contro i regimi filo-occidentali in Tunisia, Egitto e altri Paesi della regione. Ma quali furono il prezzo e i risultati di questa “realizzazione” pianificata ed eseguita in breve tempo dai Paesi della “democrazia”? Secondo stime incomplete, circa 50000 civili libici furono uccisi e altrettanti feriti. Migliaia di libici e lavoratori migranti della regione sub-sahariana sono tenuti in prigioni controllate da diverse milizie e vengono sottoposti a torture o giustiziati. Il tasso di disoccupazione nel Paese è superiore al 30%, l’economia è in rovina, lo Stato è distrutto e ritornato alla frammentazione coloniale. Le autorità locali non sono in grado di controllare la situazione nel Paese, in cui prevalgono banditismo e traffico di armi. Il primo ministro libico Ali Zaidan è stato recentemente rapito dalla milizia islamica. Il 15 novembre, i militanti che avevano combattuto contro Gheddafi con il sostegno della coalizione occidentale, hanno occupato basi militari, saccheggiato arsenali e nella capitale libica hanno sparato su una manifestazione pacifica, in cui donne e bambini partecipavano, uccidendo 43 persone e ferendone oltre 500. Il governo, che non è realmente supportato dall’esercito nazionale, non può garantire la sicurezza dei cittadini e delle frontiere del Paese. Il vasto deserto libico è diventato un rifugio per al-Qaida che si sottrae alle operazioni delle forze francesi in Mali. Il finanziamento generoso ai militanti libici delle monarchie del Golfo, ha inondato il Paese di armi trasformandolo nel rifugio dei gruppi terroristici regionali.  Ci sono continui scontri tra i gruppi militanti etnici e tribali concorrenti nella lotta per la terra e l’accesso alle ricchezze naturali. Dall’altra parte del confine meridionale, la violenza si diffonde in Niger, Ciad, Sudan e tutti gli altri Paesi della regione. Nel dicembre 2012, la Libia aveva anche chiuso il confine con Algeria, Niger, Ciad e Sudan a causa del deterioramento della situazione della sicurezza e dichiarato questa zona, zona militare. La produzione di petrolio è scesa drasticamente da 1,6 milioni di barili al giorno a 150000, con solo 80000 barili esportati ogni giorno. Più di 6430 milioni di dollari di reddito nazionale sono andati persi per violenze, scioperi e blocco dei porti petroliferi da parte dei miliziani. Questa situazione minaccia la sicurezza energetica europea, in quanto la Libia è il più grande fornitore di petrolio e gas dell’Europa.
La città orientale di Bengasi, il centro dell’industria petrolifera, è una zona vietata a statunitensi,  inglesi e francesi dall’uccisione dell’ambasciatore statunitense Chris Stevens nel settembre 2012. La città ha istituito un autonomo governo regionale e ha annunciato la costituzione di una propria compagnia petrolifera, la Libya Oil and Gas Corp, bypassando Tripoli. Dopo il rovesciamento sanguinoso del governo Gheddafi, il Consiglio nazionale di transizione non è ancora in grado di avere il consenso per nominare l’Assemblea Costituente, che ha lo scopo di sviluppare il testo della nuova costituzione del Paese. Ciò ostacola la creazione di un nuovo quadro legislativo adeguato agli sviluppi rivoluzionari verificatisi, e senza è impossibile sviluppare relazioni politiche, economiche e commerciali con altri Stati, nonché risolvere il problema del debito sovrano, sempre più grande col recente vuoto legislativo nazionale. Questa situazione ha anche spinto il primo ministro Ali Zaidan ad avvertire riguardo un possibile “intervento di forze armate esterne” al fine di proteggere la popolazione civile, ai sensi del capitolo 7 della Carta delle Nazioni Unite, perché “la comunità internazionale non può tollerare uno Stato al centro del Mediterraneo che è fonte di violenza, terrorismo e omicidi“.
L’affermarsi del degrado della situazione in Libia, due anni dopo il golpe organizzato da Washington in questo Paese, viene direttamente indicato dall’editoriale di David Ignatius sul Washington Post a fine di ottobre: dall’inizio di quest’anno la Libia è la dimostrazione dei motivi per cui la credibilità e l’influenza degli Stati Uniti sono diminuite in Medio Oriente e nel mondo intero. Rimprovera il governo Obama per il fatto che non ha fatto nulla negli ultimi due anni per fermare il crollo della Libia e la sua caduta nell’anarchia. Purtroppo, l’esempio delle avventure militari di Washington non si limita alla Libia. La situazione attuale in Iraq o in Afghanistan dimostra chiaramente che le tattiche della Casa Bianca per imporre con la forza nuovi regimi nelle regioni strategicamente importanti per gli Stati Uniti, sono destinate al fallimento e comportano tragedie terribili per la popolazione di questi Paesi, aumentandone i sentimenti antiamericani.

Vladimir Platov, esperto di Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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