La menzogna libica

Dean Henderson 7 aprile 2014

G8: AL VIA ULTIMA GIORNATAIl golpe del 2011 in Libia sarà ricordato in due modi. In primo luogo, ha segnato l’usurpazione e l’infiltrazione della primavera araba da parte delle agenzie d’intelligence occidentali e del Consiglio di cooperazione del Golfo. In secondo luogo, e peggio, rappresenta la distruzione della nazione più moderna e riuscita dell’Africa, nota dal 1977 al suo popolo come Jamahiriya Araba Socialista del Popolo Libico. Mentre ancora la propaganda degli illuminati si crogiola tra notizie fasulle che fanno rivivere la caricatura del “pazzo Gheddafi”, i loro giornalisti rigurgitato le psyops della CIA, i noti falsi sui “massacri e bombardamenti”. L’elemento più significativo del loro misero repertorio erano le bandiere rosse, verdi e nere tirate fuori dai “ribelli” di Bengasi, la bandiera della monarchia di re Idris. Ben presto nacque anche una banca centrale privata. La Libia era una colonia italiana dal 1911 fino al 1951, quando re Idris fu messo sul trono dagli inglesi. Firmò trattati con Gran Bretagna (1953), Stati Uniti (1954) e Italia (1956) permettendo a questi Paesi di stabilire basi militari, come la base aerea Wheelus nei pressi di Tripoli. Subito Exxon Mobil, British Petroleum e Agip ebbero enormi concessioni petrolifere. Re Idris era assai impopolare tra i libici poiché vendeva il loro Paese alle compagnie petrolifere estere. Le proteste furono represse assai brutalmente e la rivolta sotterranea crescente incluse molti delle forze armate. Nel 1969 un incruento colpo di Stato fu effettuato da poche decine di ufficiali che si facevano chiamare “ufficiali liberi”, sull’esempio di Gamal Nasser in Egitto. Nasser aveva guidato la ribellione che depose il re egiziano Faruq nel 1952. L’architetto del colpo di Stato libico del 1969 che pose fine alla monarchia di re Idris era un capitano dell’esercito di nome Muammar Gheddafi.
La nuova Repubblica della Libia adottò la bandiera verde, che simboleggia il ‘Libro Verde’ di Gheddafi, che scrisse per spiegare il modello economico unico dell’anarco-sindacalismo libico. E’ un libro molto premuroso di cui raccomando la lettura. Nel 1970 Gheddafi costrinse le forze statunitensi ed inglesi ad evacuare le loro basi militari. L’anno seguente nazionalizzò le proprietà della British Petroleum e costrinse le altre compagnie a versare allo Stato libico una quota molto più alta dei loro profitti. Inoltre nazionalizzò la banca centrale della Libia. La Libia era uno dei soli cinque Paesi al mondo la cui banca centrale non era controllata dalle otto famiglie del sindacato bancario guidato dai Rothschild. A causa della drastica uscita dall’usura coloniale, la Libia ebbe uno dei più alti standard di vita di tutta l’Africa. Il reddito medio pro-capite era di 14000 dollari all’anno. I lavoratori non solo avevano le proprietà delle fabbriche in cui lavoravano, ma decidevano cosa produrre. Le donne godevano di pari diritti. Mentre i media degli illuminati ritraggono lo Stato libico come altamente centralizzato e onnipotente, niente era più lontano dalla verità. L’idea dell’anarco-sindacalismo è che lo Stato alla fine sparisce. E fu così. Quando Gheddafi diceva che non aveva molto a che fare con la gestione quotidiana degli affari della nazione, intendeva ciò. Il popolo gestiva quegli affari e il potere era assai disperso. Gheddafi accusò la rivolta libica di essere opera di al-Qaida e delle nazioni occidentali. Si riferiva al Fronte Nazionale per la Salvezza (NFS), affiliato ad al-Qaida, che a lungo operò dalle basi in Ciad tentando di rovesciare Gheddafi. Gli estremisti del NFS erano finanziati dall’Arabia Saudita ed erano guidati dai loro gestori di CIA/MI6/Mossad. I giornalisti occidentali ricevevano notizie fresche dai capi del NFS. Il Ciad fu a lungo il Paese nordafricano più importante nel sistema di produzione petrolifero della Exxon. Nel 1990, a seguito di un contro-colpo di Stato filo-libico contro il governo del Ciad che dava rifugio al NFS, gli Stati Uniti evacuarono in Kenya 350 elementi del NFS con il finanziamento saudita. Negli anni ’80 il pazzo Reagan bombardò la casa di Gheddafi uccidendo molti suoi parenti dopo che l’intelligence occidentale falsamente gli attribuì un attentato ad una discoteca tedesca.

La menzogna di Lockerbie
lockerbieIl volo Pan Am 103 del 21 dicembre 1988 fu fatto esplodere su Lockerbie, in Scozia. Quando il presidente Bush prestò giuramento il mese dopo, accusò dell’attentato terroristico due libici, Abdal Basat Ali al-Magrahi e Lamin Qalifa Fimah. Bush impose le sanzioni alla Libia. Il presidente Bill Clinton poi chiese il boicottaggio internazionale del petrolio libico. Nel 2000 i libici furono condannati da un tribunale scozzese istituito a L’Aia. Le prove erano inconsistenti. Numerose indagini indipendenti sull’incidente dipingono un quadro molto diverso. Interfor, una società d’intelligence aziendale di New York City, assunta dalla compagnia assicurativa della Pan Am, scoprì che una cellula della CIA a Francoforte, Germania, proteggeva un’operazione di contrabbando di eroina mediorientale, che usava il deposito di Francoforte della Pan Am come punto di trasbordo del suo traffico. Interfor individuò nel siriano Manzar al-Qasar il capo dell’operazione di contrabbando. Un’indagine della rivista Time giunse alla stessa identica conclusione. Andò oltre scoprendo che al-Qasar era anche parte di una cellula super-segreta della CIA dal nome in codice COREA. Un altro gruppo di agenti della CIA che lavorava per liberare i cinque ostaggi della CIA, detenuti dagli aguzzini dell’Hezbollah di William Buckley, scoprì che al-Qasar poté continuare il contrabbando di eroina, nonostante i vertici della CIA sapessero delle sue attività. Il team sugli ostaggi a Beirut aveva scritto e chiamato il quartier generale della CIA a Langley per denunciare la rete di al-Qasar. Non ebbe alcuna risposta. Così decisero di andare negli Stati Uniti e informare di persona i loro capi della CIA. Tutti e sei gli agenti erano sul Pan Am 103 quando fu fatto esplodere. Dopo un’ora dall’attentato, agenti della CIA indossanti le uniformi della Pan Am giunsero sul luogo dello schianto. Gli agenti rimossero una valigia che apparteneva a uno degli agenti morto insieme agli altri 269. La valigia molto probabilmente conteneva prove incriminanti sul coinvolgimento di al-Qasar e dell’unità COREA della CIA nella rete del narcotraffico siriana. Forse conteneva anche una videocassetta sulle confessioni del capo stazione della CIA a Beirut, William Buckley, ai suoi torturatori di Hezbollah, che avrebbe potuto ulteriormente svelare il coinvolgimento della CIA nel narcotraffico in Medio Oriente.
L’ex-investigatore dell’US Air Force Gene Wheaton pensò che il colonnello Charles McKee e gli altri cinque agenti della CIA fossero gli obiettivi primari dell’attentato. Wheaton dichiarò: “Un paio di miei vecchi compagni del Pentagono ritengono che gli attentatori del Pan Am mirassero alla squadra di soccorso degli ostaggi di McKee“. Wheaton sospetta il coinvolgimento della CIA in un altro incidente aereo verificatosi poco dopo l’attentato della Pan Am. In quell’incidente, 248 soldati statunitensi di ritorno dal servizio in Europa rimasero uccisi quando un aereo da trasporto militare Arrow Air si schiantò nei pressi di Gander, Terranova. Wheaton ritiene che l’Arrow Air fosse una compagnia aerea della CIA e che l’incidente fosse collegato a un “accordo su operazioni segrete andate male” tra la CIA e la BCCI. Il giorno in cui Arrow Air si schiantò, due uomini in borghese arrivarono sul posto portandosi via una sacca da viaggio di 70 chili. Wheaton pensa che la borsa fosse zeppa di denaro che la BCCI aveva fornito alla CIA per un’operazione segreta. Pensa che la CIA avesse causato l’incidente per far sembrare che il denaro della BCCI fosse bruciato per poi arrivare sul posto e rubarlo, dopo averlo avvolto con materiale ignifugo. La CIA poté quindi andare dalla BCCI e riscuoterne altro. Poco dopo, le relazioni BCCI/CIA s’inasprirono. La CIA si preparò ad abbandonare la nave della BCCI che affondava e ad attaccare i poveri del Terzo Mondo con la chiusura della Bank of England dei Rothschild.
La Polizia Federale Tedesca (BKA) fece irruzione nella casa di un sospetto terrorista, due mesi prima l’attentato di Lockerbie. Trovò una bomba identica a quella utilizzata sul Volo 103. Tutti, tranne uno degli arrestati nel raid, furono misteriosamente rilasciati. Il giorno dell’attentato un agente di sorveglianza della BKA assegnato al controllo del bagaglio, notò un diverso tipo di valigia per la droga utilizzata dalla gente di al-Qasar. Informò i suoi superiori che trasmise le informazioni a un’unità della CIA di Francoforte. Al-Qasar contattò la stessa unità della CIA per farle sapere che McKee e gli altri cinque agenti stavano rientrando negli USA quel giorno. La risposta del gruppo della CIA di Francoforte al rapporto della BKA fu: “Non vi preoccupare. Non fermatelo. Lasciatelo perdere”. L’ambasciata degli Stati Uniti in Finlandia ricevette l’avvertimento di un possibile attentato aereo quel giorno. Si strinse nelle spalle, nonostante un altro avvertimento della FAA. Un’indagine di PBS Frontline scoprì la prova che la bomba era stata effettivamente piazzata sul Volo 103 quando si fermò a Heathrow, Londra. Una valigia appartenente all’agente della CIA Matthew Gannon, uno degli altri cinque della squadra del colonnello McKee, fu scambiata con una valigia a Heathrow. Frontline ritiene che la valigia di Gannon contenesse informazioni che collegavano la cellula COREA della CIA di Damasco con la narcorete di al-Qasar, così la valigia fu rubata e sostituita da una contenente la bomba. Secondo il settimanale tedesco Stern, un funzionario della sicurezza Pan Am a Francoforte fu sorpreso a retrodatare l’allerta che la FAA aveva emesso. La Pan Am fu multata per 600000 dollari dalla FAA dopo l’attentato. L’agenzia accusò il lassismo della sicurezza nelle operazioni di movimentazione dei bagagli della Pan Am. Secondo l’indagine d’Interfor queste operazioni con i bagagli furono più che inette. Furono seguite da al-Qasar. Nel giugno 2007 la polizia spagnola arrestò al-Qasar per traffico di armi. Pan Am ha vecchie relazioni con la CIA. Il suo consiglio consultivo internazionale è il “chi è” dei trafficanti di droga e armi dei Caraibi. Tra costoro Ronald Joseph Stark, il piduista collegato agli spacciatori di LSD della Brotherhood of Eternal Love; Sol Linowitz della Carl Lindner United Brands; il segretario di Stato di Carter Cyrus Vance della Gulf & Western Corporation, controllata dalla Lindner, e Walter Sterling Surrey, agente dell’OSS in Cina che contribuì a lanciare la Cartaya World Finance Corporation di Guillermo Hernandez.
Stati Uniti e Gran Bretagna si impegnarono ad insabbiare i fatti. L’editorialista Jack Anderson registrò una conversazione telefonica tra il presidente Bush Sr. e il primo ministro inglese Margaret Thatcher, dopo l’attentato entrambi decisero che l’indagine doveva essere limitata, per non danneggiare l’intelligence delle due nazioni. Paul Hudson, avvocato di Albany, NY, che dirige il gruppo “Famiglie di Pan Am 103/Lockerbie“, perse la figlia 16enne nello schianto. “Sembra che il governo sappia i fatti e li copra, o non conosce tutti i fatti e non vuole sapere“, spiega Hudson.  Nell’aprile 1990, l’omologo inglese del gruppo “familiari inglesi del Volo 103″ inviò lettere aspre a Bush e Thatcher, citando “resoconti pubblici interamente credibili…avete deciso di minimizzare deliberatamente le prove e ridurre le indagini fino a liquidare il caso come storia vecchia“. Abdel Basat Ali al-Magrahi, uno dei libici capro espiatorio dell’attentato, fece appello nel febbraio 2002. L’argomento centrale dell’avvocato era la nuova prova secondo cui il reparto bagagli di Heathrow, a Londra, era stato violato la notte prima dell’attentato. Nel 2010 i libici furono improvvisamente liberati. Alcune voci insistettero che il loro rilascio fosse parte di un accordo petrolifero della BP con la Libia. Gheddafi fece altre aperture verso l’occidente, ma fu tutto inutile. Quando hai a che fare con i dei pazzi veri, come lo sono senza dubbio i banchieri illuminati, le concessioni sono raramente efficaci. Il popolo libico ha perso la bandiera verde che simboleggiava la fuga rivoluzionaria dalla trappola dei bankster, tornando a vivere sotto colonialismo, feudalesimo e monarchia.

Dean Henderson è autore di: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel. Potete seguirlo gratuitamente su Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: Premier rimosso, e dopo?

Jurij Zinin New Oriental Outlook 14/03/2014
e2a1a92c-a7d2-11e3-_535444cL’Ucraina oscura gli eventi in altre parti del mondo, tra cui Libia. La situazione è peggiorata ancora una volta per via delle dimissioni di Ali Zaydan, il secondo primo ministro nella storia della nuova Libia. Il parlamento ad interim della Libia (General National Congress) l’ha rimosso dal potere per l’incidente con una petroliera straniera nel porto di al-Sidra, nell’oriente della Libia. Questa petroliera da 234000 barili, “Morning Glory“, ha recentemente e illegalmente caricato petrolio usurpato dalla Guardia delle infrastrutture petrolifere che dall’estate 2013 controlla questo e altri due porti petroliferi della Libia. I gruppi guidati dall’ex-comandante ribelle I. Jadhran, vogliono strappare la regione petrolifera della Cirenaica al governo centrale e ottenere l’autonomia. Hanno bloccato gli impianti petroliferi con il pretesto di combattere “la corruzione delle autorità e per una distribuzione equa” della ricchezza nazionale. Perciò, la produzione della Libia di oro nero è scesa drasticamente (che raggiunse gli 1,5 milioni di barili sotto il regime precedente), le perdite per il Paese ammontano a 9 miliardi di dollari. Il governo di A. Zaydan ha pazientemente negoziato con i militanti, che puntavano a tutto decidendo d’esportare il petrolio della compagnia statale. I funzionari hanno minacciato di bombardare le petroliere se venivano caricate illegalmente. La petroliera “Morning Glory” è stata fermata dalle forze governative, ma poi è riuscita a fuggire dal porto entrando nelle acque internazionali. Ciò è stato percepito come una sfida da molti parlamentari, portando alle rapide dimissioni del premier Zaydan che ha lasciato il Paese recandosi in uno europeo nonostante l’ufficio del pubblico ministero gli abbia proibito di lasciare il Paese fino al termine di un’indagine sulla sua cattiva condotta finanziaria.
La storia con la petroliera ha messo fine alla carriera del Premier. In realtà, questa figura è condannata perché agli occhi di molti era responsabile delle continue violenze in Libia dal collasso delle strutture militari e di sicurezza, nell’autunno 2011. Il governo di Zaydan non è riuscito a ripristinare la sicurezza e ad imporre un blocco di potere ristabilendo l’ordine. Zaydan manovrava sempre, viaggiava in tutto il Paese chiedendo aiuto ai Paesi europei e agli Stati Uniti. L’occidente simpatizzava, incoraggiandolo e promettendo aiuto tecnico e organizzativo, assistenza nel recuperare militari addestrandoli per formare nuove forze. Ma era ostaggio di una situazione contraddittoria: da un lato, costretto ad affidarsi alle milizie regionali e tribali, e d’altra parte, doveva limitarne l’arbitrio e metterle sotto il controllo di militari professionisti. Era difficile aspettarsi qualcosa di diverso in Libia, date la debolezza dello Stato e il culto delle armi.
Il parlamento ad interim volle rimuoverlo più di una volta. Gli islamisti, che si sono ringalluzziti  dopo il rovesciamento di Gheddafi, sono particolarmente zelanti. Partiti e organizzazioni dell’Islam politico sono stati legalizzati divenendo i più attivi nel Paese (anche in Parlamento). A. Zaydan, noto attivista per i diritti umani che ha vissuto in esilio in occidente per tre decenni, gli era inaccettabile. Gli eventi in Libia coincidono con il terzo anniversario della Risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, concernente l’introduzione della “no-fly zone” adottata il 17 marzo 2011. Due giorni dopo, senza tante cerimonie divenne il “bastone unilaterale” dei potenti attacchi aerei e bombardamenti della NATO che contribuirono a rovesciare il regime. Il Paese disintegrato ed esausto è retrocesso su molti aspetti, sprofondando nella palude del disordine che ha permesso ai militanti, trafficando a spese del popolo libico, di agire liberamente.
La petroliera straniera che ha illegalmente caricato petrolio, ha lasciato il porto libico ma sarebbe stato peggio se fosse stata bombardata dai libici irritati, il disastro ambientale sarebbe stato inevitabile nel Mediterraneo e avrebbe raggiunto l’Europa. Il ministro della Difesa è stato temporaneamente nominato al posto di Zaydan. Secondo notizie recenti, una brigata di Misurata, una delle principali roccaforti della rivolta anti-Gheddafi, è stata inviata nell’est della Libia, verso i porti occupati da dissidenti armati. Ha carri armati, artiglieria e lanciarazzi multipli. Potrà negoziare con i militanti o proverà ad usare la forza contro di loro?

Jurij Zinin, ricercatore presso il MGIMO, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La situazione in Libia: ambizioni militari e racket del petrolio

120912_Libya1Il 1 febbraio 2014, il quotidiano francese Le Figaro sosteneva che membri della forza d’élite statunitense Delta Force, operassero assieme a forze del CNT nel sud della Libia. Citando “una fonte diplomatica a Tunisi“, Le Figaro affermava che le forze statunitensi erano di stanza in una base segreta nel governatorato di Tatawin, nel sud della Tunisia, presso il confine libico. Ma se il governo tunisino negava ciò, altre fonti d’informazione rivelarono la presenza di agenti della CIA e militari dell’Africom in quattro basi tunisine: due nel sud del Paese a Bin Qirdan Madanin e a Djerjis, per controllare le coste tunisine nei pressi del confine libico, e due nelle montagne Shanbi, al confine con l’Algeria, dove ufficiali statunitensi disponevano di sistemi di rilevazione e sorveglianza satellitare. I militari statunitensi collaborano da mesi con i vertici dell’esercito tunisino nel creare una base militare tunisino-statunitense per sorvegliare i movimenti da e per la Tunisia. Hosin al-Qafi, ex-funzionario del ministero degli Interni tunisino, affermò che “Vi sono 12 campi di addestramento jihadisti in territorio tunisino, e i funzionari degli Interni lo sanno. Una volta addestrati, i jihadisti vengono inviati nel Sahara algerino, in Mali e Siria”. Al-Qafi aggiunse: “Se c’è un’esplosione in un luogo pubblico, hotel, centro commerciale, si deve sapere che sono le forze speciali tunisine che l’hanno pianificato, cercando di aggravare la situazione per ingannare il popolo tunisino e dargli l’impressione che il terrorismo si diffonda in Tunisia e che al-Qaida attacchi la società civile. L’obiettivo è preparare il terreno all’intervento dei marines degli Stati Uniti in Tunisia.” Intanto il presidente ciadiano Idris Deby prorogava la presenza della base militare di Parigi, permettendo ai francesi di rafforzare la loro presenza militare nel nord del Ciad, ampliando la base militare di Faya e creandone una nuova a Zuar, per sorvegliare il sud della Libia. Ed infatti, il 21 febbraio 2014, un aereo-ospedale militare Antonov An-26 diretto verso l’aeroporto di Tunisi-Cartagine si schiantava nel governatorato tunisino di Nabul. A bordo c’erano sette passeggeri e quattro membri d’equipaggio, tutti rimasti uccisi. I sette passeggeri erano membri di al-Qaida e di Ansar al-Sharia, che dovevano essere curati negli ospedali della capitale tunisina. Tra di loro vi era Muftah Dhauadi. Originario di Sabratha, Dhauadi era l’emiro e fondatore di Ansar al-Sharia e del Gruppo armato islamico combattente libico (LIFG). Muftah Dhauadi era noto nell’ambito di al-Qaida come Abu Abd al-Ghafar. Dopo l’invasione della Libia nel 2011, divenne il capo del consiglio militare di Sabratha. Inoltre, a bordo dell’aereo vi erano quattro importanti capi di al-Qaida, che il Qatar, con la complicità dei fratelli mussulmani tunisini di al-Nahda, cerca di insediare in Tunisia. I quattro islamisti erano Ali Nur al-Din al-Sid, Abdelhaqim al-Sid, Walid Salah al-Sid e Tahar Abdelmula al-Sharif. Se “lo schianto del velivolo può essere un incidente, riesce gradito in certi Stati occidentali. La scomparsa di mercenari, testimoni scomodi, è un loro obiettivo strategico”. Intanto, la presenza della Resistenza Verde si consolidava nelle seguenti città e cittadine: Sabha, al-Gilat, Ghat, Ragdalin, Tobruq, Im Sat, al-Qubah, Timimi, al-Bayda, Fatahya, al-Murj, Tulmina, Dersia, Ribyana, al-Ragurya, Persis, al-Abyar, Sluq, Jadabya, Jawat, al-Mitanya, al-Alziziyah, Guminis, al-Briga, Ras Lanuf, Soluq, Gardina, Ubari, Tarhuna, Bani Walid, Warshala, al-Asadia, Abu Salim, Gadamis, mentre scontri tra milizie e elementi “verdi” si registrarono a Tripoli, Misurata, Benghazi; Sabha e Qufra erano sotto il controllo della Resistenza.
Stati Uniti e Gran Bretagna presiedono alla ricostruzione delle forze armate della Libia. A gennaio, la Defense Security Cooperation Agency degli Stati Uniti annunciava di aver notificato al Congresso USA di aver approvato vendite militari alla Libia per diversi milioni di dollari e l’avvio dell’addestramento di 6000-8000 soldati. “L’addestramento comprende fino ad otto anni di addestramento, sostentamento e miglioramento delle infrastrutture ed attrezzature, tra cui 637 carabine M4A4 e munizioni per armi leggere, servizi di supporto logistico ed organizzativo, abbigliamento e attrezzature individuali, e altri elementi logistici legati al programma“. Nel frattempo, 340 reclute libiche erano giunte in Italia presso la base militare italiana di Cassino. L’Italia addestrerà 5200 soldati libici in due anni. Tripoli ha versato alla Gran Bretagna 2,5 milioni dollari per riaprire la vecchia base militare di Bassingbourn, nell’Inghilterra orientale, per addestrare un altro contingente. La Libia, impegnata nella ricostruzione delle forze armate (Comitato Supremo di Sicurezza), dovrebbe arruolare 40000–55000 uomini. Si parla anche dell’acquisizione di vari sistemi d’arma. Oltre a Italia, Gran Bretagna e Francia, anche la Turchia nel 2013 ha addestrato 1000 soldati libici presso la scuola di fanteria di Egirdir, e nel 2014 è previsto l’arrivo di 2000 effettivi, oltre ad 800 agenti di polizia. Come visto, 6/7000 soldati libici saranno addestrati dagli statunitensi nell’arco di 8 anni presso due basi bulgare, tra cui quella di Novo Selo. I corsi riguardano l’addestramento della fanteria e di un nucleo antiterrorismo. Infine, altre reclute si addestrano in Giordania, ma probabilmente si tratta una copertura per ospitare e armare terroristi libici da infiltrare in Siria. Il CNT ha richiesto 287 fuoristrada Humvee statunitensi, di cui 54 già consegnati, oltre a 20 autoblindo FIAT Puma regalati da Roma (e ‘requisite’ dalla milizia di Zintan) e a 49 NIMR-II ottenuti dagli EAU, usati nelle zone di confine e per sorvegliare gli edifici governativi. La Libia avrebbe anche ricevuto 10 sistemi missilistici anticarro Khrizantema-S. L’unico battaglione corazzato attivo, il 204.to, raccoglie i veicoli da combattimento ancora efficienti già impiegati dalla Jamahiriya. La marina del CNT è costituita dalla fregata al-Hani e dalle navi da sbarco Ibn Harisa e Ibn Uf, che sono in cantiere per lavori di manutenzione assieme a 2 motovedette classe Bigliani, in riparazione a Napoli. Ad esse si aggiungerebbe la motomissilistica Shafaq. Nel 2013 la Marina libica ha ricevuto i primi 30 di 50 gommoni 1200UM ordinati alla francese Sillinger, che saranno schierati nelle basi navali di Ras Agadir e Bardia. A ciò si aggiunge l’ordinativo per due battelli, Janzur e Aqrama, all’azienda francese Raidco che si occuperà anche dell’addestramento di 32 marinai libici a Lorient. Infine l’aeronautica del CNT consiste in pochissimi velivoli ereditati dalla Jamahiriya. Il Capo di Stato Maggiore del CNT, generale Gerushi, aveva avanzato un programma che prevedeva l’acquisizione di 14/16 caccia Dassault Rafale per costituire le squadriglie schierate nelle basi di Gordabaya e Watya, nel Fezzan, e 7/9 caccia EFA Typhoon da schierare a Tobruq e Bengasi-Benina. Il CNT avrebbe anche richiesto l’acquisto negli USA di due aerei cargo C-130J-30 Super Hercules e di sei elicotteri da trasporto CH-47D Chinook. Secondo la pubblicazione statunitense Defense News, il colonnello Ibrahim al-Fortya, addetto militare libico a Washington, aveva dichiarato alla Camera di Commercio Americana: “Ci piacerebbe dare priorità alle aziende statunitensi“.
Reuters_VP-lybia(1)Nel frattempo, il 14 febbraio 2014, con un discorso di 11 minuti trasmesso dalla televisione di Stato libica, il generale Qalifa Belqasim Haftar affermava di aver preso il controllo delle istituzioni e di sospendere il governo e il parlamento, “il comando nazionale dell’esercito libico si muove per impostare la nuova tabella di marcia verso la democrazia per salvare il Paese dalla sciagura. Terremo incontri con partiti e gruppi di potere per testare la condivisone di questa marcia”. Da parte sua, il primo ministro Ali Zaydan dichiarava alla TV saudita al-Arabiya di aver licenziato il generale Haftar e di mantenere l’esercizio delle sue funzioni. Il generale Haftar aveva detto di non voler imporre il potere militare, ma di agire nell’interesse nazionale per porre fine al regno delle milizie, annunciando una consultazione con le principali forze politiche allo scopo di nominare un presidente e un governo civile ad interim. La settimana precedente, sebbene il Parlamento avesse esaurito il proprio mandato, decideva unilateralmente di prolungare la propria attività fino ad agosto per poter stendere la nuova Costituzione. Probabilmente, in tale quadro, il generale Haftar interveniva su richiesta di Washington, mentre da oltre un mese le forze nazionaliste occupano diverse città nel sud del Paese. Ex-generale della Jamahiriya Araba di Libia, nel 1987 durante la guerra in Ciad Qalifa Haftar subì una pesante sconfitta e disertò. Fuggì negli Stati Uniti e fu addestrato dalla CIA. Creò l’Esercito di liberazione della Libia nell’ambito del Fronte nazionale per la salvezza della Libia, ma non riuscì a rovesciare Muammar Gheddafi. Con i suoi uomini, per lo più della sua tribù Farjani, combatté come mercenario di Washington nella Repubblica democratica del Congo. Portato a Bengasi dalla NATO, nel marzo 2011, divenne il numero due delle “forze ribelli” e loro capo dopo l’assassinio del generale Fatah al-Yunis per mano di al-Qaida. Dopo la vittoria della NATO, fu imposto quale Capo di stato maggiore dell’esercito libico. Anche Ali Zaydan è un ex-diplomatico libico che nel 1980 disertò passando agli oppositori libici rifugiatisi in occidente.
Il 18 febbraio 2014, il Consiglio generale nazionale della Libia raggiunse un accordo per indire le “elezioni anticipate”. Al Congresso Nazionale Generale (GNC), il primo partito era il Partito della Giustizia e Costruzione (PGC), ala politica dei Fratelli musulmani sostenuta da Qatar e Turchia, e il primo partito d’opposizione era l’Alleanza delle Forze Nazionali (NFA) liberale. I 200 membri del Congresso furono eletti nel luglio 2012, che dovevano entro 18 mesi guidare la transizione del Paese. Ma il 7 febbraio decisero di prorogare il loro mandato fino al dicembre 2014, suscitando una crescente opposizione popolare. Il 14 febbraio migliaia di libici protestarono contro l’estensione del mandato chiedendo nuove elezioni. Quindi il Consiglio decideva la nomina di un organo costituzionale per adottare una nuova costituzione entro quattro mesi dalla nomina, altrimenti si sarebbero indette le nuove elezioni, per formare organi legislativi transitori per altri 18 mesi.
Il 3 marzo 2014, i parlamentari della Libia si trasferivano nell’albergo Waddan, il giorno dopo che rivoltosi armati avevano assaltato il parlamento, incendiandolo, uccidendo una guardia e ferendone sei deputati. I manifestanti volevano che il Parlamento si sciogliesse immediatamente dopo la fine del mandato, scaduto a gennaio. L’assalto al parlamento avveniva mentre assassini e attacchi contro migranti cristiani e milizie filo-governative aumentavano in Cirenaica. L’ultimo assassinio fu quello di un ingegnere francese che lavorava presso un centro medico attivo a Bengasi dal 2009. A gennaio sette egiziani cristiani copti erano stati rapiti dalle loro case, ed uccisi con un colpo alla testa e al torace.
L’8 e 9 marzo i separatisti libici iniziarono caricare greggio su una petroliera saudita, ignorando le minacce del CNT di Tripoli. I separatisti controllano i terminali petroliferi della Libia orientale su richiesta delle regioni autonome orientali. L’8 marzo la nave cisterna battente bandiera panamense Morning Glory, ma di proprietà di una società saudita, ormeggiava al terminal di al-Sidra, il primo ministro Ali Zaydan aveva ordinato di non far imbarcare il greggio altrimenti la petroliera sarebbe stata bombardata, mentre il ministro del petrolio, Omar Shaqmaq, accusava i separatisti di “pirateria”. Il 9 marzo, il ministro della Cultura Amin al-Habib disse che navi della marina libica erano state dispiegate in mare per fermare la petroliera. “La petroliera non deve lasciare il porto, o sarà trasformata in un mucchio di metallo“. Il ministero della Difesa aveva impostato l’azione militare, ordinando al comandanti di marina ed aeronautica “di colpire le petroliere che entrano nelle acque libiche senza il permesso delle autorità legittime“. Zaydan però riconobbe che l’esercito non era riuscito ad adempiere agli ordini, quando inviò dei rinforzi da Aghedabia, ad ovest di Bengasi, ad al-Sidra, che rimane in mano ai separatisti della Cirenaica. A gennaio, la marina libica aveva sparato contro una petroliera battente bandiera maltese mentre cercava di caricare greggio sempre ad al-Sidra. Il portavoce della National Oil Corporation, Muhammad al-Harayri, ha detto che la Morning Glory era “ancora nel porto e il caricamento è in corso“. La nave avrebbe dovuto imbarcare 350000 barili di greggio. Fonti militari avevano detto che vi era un piano per intercettare la petroliera prima che lasciasse le acque territoriali della Libia. Zaydan aveva detto che “Tutte le parti devono rispettare la sovranità libica. Se la nave non le rispetterà, sarà bombardata“, aggiungendo che le autorità avevano intimato al comandante della nave di lasciare le acque della Libia, ma che uomini armati a bordo gli impedivano di salpare. Un portavoce del governo della Cirenaica a est, ribadiva che le esportazioni di petrolio da al-Sidra erano comunque cominciate, “Non sfidiamo il governo o il congresso, ma insistiamo sui nostri diritti“, dichiarava Rabo al-Barasi, a capo dell’ufficio esecutivo della Cirenaica, formato nell’agosto 2013.

Alessandro Lattanzio, 10/3/2014

Fonti:
Allain Jules
Al-Wihda
CTV News
ChasVoice
Nsnbc
Nsnbc
RID
Tunisie-secret
SpaceWar
Voltairenet

Libia: campo di battaglia tra occidente ed Eurasia

Dichiarazione del Movimento nazionale popolare di Libia

Eventi politico-militari in Libia nel gennaio 2014
1620570Il 9 gennaio elementi armati della tribù Tubu di Murzuq avevano assaltato la stazione di polizia di Tragan, a 140 km a sud di Sabha, per scovare e uccidere il capo della brigata al-Haq, Mansur al-Aswad, vicecomandante militare di Sabha, in rappresaglia per i crimini commessi dalla sua milizia, Abu Sayf, negli scontri del 2012, sempre a Sabha. Il 18 gennaio, un gruppo della Resistenza  aveva occupato la base aerea di Taminhant, a 30 km ad est di Sabha, lasciandola poi alle truppe Tubu del Consiglio militare di Murzuq, guidato dal colonnello Barqa Warduqo, per poi riconsegnarla alle unità della Resistenza. Il 16 gennaio precedente, elementi della 25.ma Brigata, composta da Tubu e che controllava la centrale elettrica di Sarir, nell’oasi di Jalu, Massala e gli impianti petroliferi al-Shula nella Libia orientale, subivano un agguato dove tre soldati furono uccisi. Il comandante Muhammad Salah riteneva che gli aggressori fossero gli stessi che nel dicembre 2013 tentarono di assaltare Sarir, in cui cinque di loro furono uccisi. Gli operai della centrale di Sarir smisero di recarsi al lavoro, causando blackout a Tripoli e a Bengasi. Presso Agheila, sulla costa nord-occidentale della Libia, la milizia di Zawiya si scontrava con la tribù Warshafana. Gli islamisti di Misurata e i miliziani di Zintan intervenivano in supporto dei miliziani di Zawiya, il 20 gennaio, ma dovettero ritirarsi il 21 gennaio dopo aver subito 18 morti ad opera della guerriglia dei Warshafana filo-Jamahiriya. Scontri per il controllo dell’oasi di Qufra, tra Tubu e i Zuwaya del CNT, si ebbero sempre il 20 gennaio. Altri scontri venivano registrati anche a Zintan, Jamil, Raqdalin, Surman, Misurata, Abu Isa, Harish, Zahra, Tarhuna, Bani Walid, Sirte, Aghedabia, Marsa al-Briga, Ras Lanuf, Bin Jawad, al-Uqaylat, Saluq, Tobruq e nei quartieri di Abu Salim e Ain Zara a Tripoli. Scontri a fuoco a Bengasi, presso il palazzo di giustizia, mentre l’incendio nella centrale elettrica di Muzdawzha provocava dei blackout. L’ambasciata libica a Cairo alzava la bandiera della Jamahiriya e il personale riconosceva il sostegno alla Resistenza e chiedeva aiuto alle autorità di sicurezza egiziane.
I combattimenti a Sabha e nel regione di Warshafana avevano causato 154 morti e 463 feriti, mentre a Bengasi vi furono due esplosioni contro una scuola coranica e un edificio militare. Tutto il sud veniva ripulito dalla presenza dei mercenari del CNT, e tutti gli enti, come l’aeroporto e le basi militari di Sabha, erano sotto il controllo della Resistenza. Decine di mercenari del CNT furono catturati e giustiziati sul posto, mentre il comando della Resistenza ordinava la distribuzione di cibo e medicinali agli abitanti. I comandanti del battaglione del CNT ‘Faras Sahara’ furono fucilati e i soldati detenuti nello stadio di Sabha. Isa Abd al-Majid Mansur, leader del Fronte Tubu per la Salvezza della Libia, affermava che “Questa non è una guerra tribale… le milizie islamiste sostenute dal CNT vogliono sbarazzarsi di noi. Gli organismi internazionali che verranno ad indagare, vedranno le vittime e con quali armi e in quali condizioni sono state uccise. Sapranno che persone inermi sono state rapite e fucilate con armi da 14,5 millimetri“. Isa Abd al-Majid affermava che Sabha era diventata il quartier generale di al-Qaida nel Maghreb.
Il 25 gennaio 2014, il personale dell’ambasciata egiziana di Tripoli veniva ritirato, dopo che elementi armati avevano sequestrato l’addetto culturale e quello commerciale, assieme ad altri tre dipendenti, in reazione all’arresto ad Alessandria d’Egitto di Shaban Hadiya (Abu Ubayda), capo della Sala delle operazioni rivoluzionarie libica.
Il 29 gennaio 2014, mentre il ministro della Giustizia Salah Margani veniva rapito da sconosciuti, il viceprimo ministro e ministro degli Interni libico Aldulqarim Sadiq subiva un attentato a Tripoli, quando la sua limousine cadde in un’imboscata, tesa nell’ambito della lotta sul controllo del petrolio del Paese. Il 19 gennaio, il Capo di stato maggiore, generale Muhammad Qarah fu ucciso con un colpo di pistola alla testa, durante un’operazione contro le milizie a sud della capitale. La settimana prima fu il viceministro dell’Industria Hassan al-Drui ad essere ucciso, a Sirte, da killer non identificati. Tali omicidi, oltre 100, vengono attribuiti ai sostenitori della Jamahiriya. Infatti si tratta soprattutto di ex-ufficiali disertori e traditori che nel 2011 passarono agli islamo-golpisti sostenuti dalla NATO. Il Gruppo Inkerman, società di contractors inglesi, aveva contato 81 omicidi tra Bengasi e Derna, entro l’ottobre 2013.
A Misurata Sahmayn Abu Misuratayn concordava i termini di un accordo con il governo del CNT di Zaydan, ottenendo le cariche di viceprimo ministro e i ministeri dell’elettricità, del petrolio e delle finanze, e le milizie di Misurata ottenevano il riconoscimento formale quale forza armata governativa del CNT. Inoltre, alcuni ministeri sarebbero stati trasferiti a Misurata.
A Qufra, dopo gli scontri tra tubu e CNT, le milizie governative si ritiravano da tutta l’area, avendo subito molte perdite e abbandonato materiale bellico. Il valico di frontiera di Ras Jadir, tra Tunisia e Libia, veniva ripreso dalla Resistenza dopo un scontro con i miliziani del CNT che fuggirono in territorio tunisino. Presso Sabha, gli aerei della NATO bombardavano per errore una colonna delle milizie misuratine, diretta verso la base di Taminhant, uccidendo il comandante del battaglione del CNT ‘Ghepardo‘ Ali Triqi. A Sabha, la ricostituita 6.ta Brigata di fanteria libica respingeva le forze attaccanti misuratine, che perdevano 120 autoveicoli, 90 prigionieri e 470 caduti, di cui 13 sudanesi, 20 egiziani, 5 afghani e 3 siriani. Ad Agheila, un comandante del CNT veniva eliminato in uno scontro a fuoco e a Ryan le forze della Resistenza eliminavano Ahmad Muhammad Isa al-Ajirab, capo del locale consiglio militare, e prendevano il controllo della cittadina. A Bani Walid veniva costituita la brigata al-Rusifa della tribù Warfala, i cui capi chiedevano a tutti i membri della tribù che avevano prestato servizio nell’esercito libico di unirsi alla neonata unità, posta sotto il comando del Consiglio di Bani Walid, cui rispondono tutti i warfala.
Gli scontri tra le forze delle Resistenza e le milizie ribelli hanno spinto l’ammiraglio francese Edouard Guillard a richiedere un nuovo intervento in Libia per impedire qualsiasi evoluzione nelle regioni meridionali della Libia, “che potrebbe portare a una minaccia terroristica”. Guillard ha detto che qualsiasi intervento richiederebbe il consenso del regime del CNT di Tripoli guidato dal primo ministro Ali Zaydan. Oltre a Sabha, gli scontri riguardano Agheila, Zawiyah e Zahra. In relazioni a tali eventi, è stata emanata una nuova legge che vieta alle reti televisive di trasmettere notizie e commenti su Gheddafi. AllAfrica.com riferiva che “il decreto 5/2014 sulla cessazione e il divieto di trasmissione di alcune TV satellitari approvata dal Congresso Nazionale Generale (GNC) della Libia il 22 gennaio, istruisce i ministeri degli Esteri e delle Comunicazioni a prendere ‘le misure necessarie per fermare la trasmissione di tutti i canali televisivi satellitari ostili alla rivoluzione del 17 febbraio e il cui scopo è destabilizzare il Paese e creare divisioni tra i libici’, incaricando il governo a ‘prendere tutte le misure contro gli Stati o territori da cui tali TV vengono trasmesse, se non ne bloccano la trasmissione’.” Si tratta di una legge che mira a bloccare le stazioni satellitari filo-Jamahiriya, quali sono al-Qadra e al-Jamahiriya. Sempre AllAfrica.com osservava che “il governo libico ha adottato la risoluzione 13/2014 del 24 gennaio che sospende le borse di studio agli studenti che studiano all’estero e gli stipendi e bonus ai dipendenti della Libia che hanno ‘partecipato ad attività contrarie alla rivoluzione del 17 febbraio’. Le ambasciate libiche sono invitate a stilarne gli elenchi e a farne riferimento al procuratore generale per processarli.

20110902090908Dichiarazione del Movimento nazionale popolare di Libia
Primo, supportiamo la rivolta delle tribù libiche che riteniamo la strada giusta per la liberazione oggi, e chiediamo che le aree libere debbano costituire un sistema di consigli delle organizzazioni sociali, lasciando ai rispettivi comitati esecutivi delle forze armate e di sicurezza la direzione della rivolta, il coordinamento degli sforzi e del supporto delle tribù alla preservazione della vita dei cittadini e delle loro proprietà, la tutela dalle azioni degli aggressori, la rinuncia alle violenze e alla vendetta, il perdono per tutti coloro che si pentono, respingere l’abominevole Consiglio di febbraio, di tener conto al Consiglio di tutte le tribù di tutte le aree libiche, senza esclusioni o emarginazioni o sfiducia, che le regole nazionali sono competenza e integrità, e di perseguire tutti l’obiettivo di liberare la Patria e abolire il sistema imposto in Libia con la rivoluzione di febbraio da NATO e fantocci, sotto tutte le sue denominazioni.
Secondo, il mondo vede i crimini commessi in Libia dalle milizie della NATO, le carceri piene di migliaia di uomini liberi, l’assassinio di centinaia di onorevoli libici, la partecipazione dei giovani libici in battaglie utili al nemico sionista, saccheggio, corruzione e milioni di profughi… Tutto ciò  senza aver mosso un dito, ed è chiaro che il mondo non ascolta la voce della ragione, se non gli interessi materiali delle imprese multinazionali monopolistiche; la maggior parte degli Stati ha contribuito a tale tragedia. Dipende dai bravi libici sostenere il popolo e liberarlo dal dominio dell’oscurantismo blasfemo e dal debito commerciale. Ci aspettiamo il riconoscimento internazionale della legittimità della rivoluzione del Popolo, la comprensione della necessità della rivoluzione contro lo status quo, e la riparazione dell’errore compiuto in conseguenza della disinformazione, e il compimento della responsabilità etica e legale di ciò che è accaduto e accade in Libia, sperando di adottare consigli popolari controllati dai rappresentanti del Popolo libico, basati sulle relazioni durature tra i popoli. Ci appelliamo anche alla coscienza di media, giornalisti, intellettuali, scrittori e difensori dei diritti umani nel compiere il loro dovere verso la rivoluzione popolare in Libia e verso le tattiche fallimentari del regime fantoccio presso le opinioni pubbliche nazionale e internazionale, smentendo le posizioni tenute dai media oscurati.
Terzo, informiamo il mondo che è crollata la menzogna che permise l’invasione, secondo cui Gheddafi uccise il popolo usando mercenari e soldati che stupravano le donne, sfruttando tali invenzioni per bombardare il nostro Paese per 193 giorni, con 24040 sortite, 8975 attacchi aerei ed inviare 15000 truppe straniere per invaderlo, senza che il mondo alzasse un dito contro i bombardamenti sui civili e l’impiego di mercenari di Turchia, Qatar, Sudan e altri Paesi.
Quarto, la scintilla della rivolta del popolo libico è scoppiata nelle città in risposta all’ingiustizia della schiavitù e del feudalesimo, per la volontà delle famiglie di tornare allo Stato del Popolo e delle tribù, distrutto con l’arrivo degli invasori. Una rivolta contro l’occupazione e il tradimento, l’oppressione e l’ingiustizia di coloro che sognano di tornare agli anni cinquanta, dimenticando che il popolo libico è consapevole dai tempi della rivoluzione che non si può tornare al dominio feudale inutile  ed autoritario, alla dittatura tribale o del singolo.
Quinto, l’esperienza ha dimostrato che la rivoluzione popolare è la rivoluzione di domani, e che prevarrà inevitabilmente nonostante i sacrifici, il tempo e la dimensione del conflitto; il popolo è disposto a sopportare un lungo periodo di lotta, determinato a vincere e a tornare alla Libia progettata dal Popolo vero su tutto il suolo della Patria; anche se in parte ha scelto la non-violenza, tutte le aree comuni create fin dall’inizio saranno parte inestimabile del sistema.
Sesto, notiamo che il nostro popolo è cosciente della cospirazione per trasformare la Libia in centro del terrorismo per finanziarlo ed addestrarlo, e dei piani per il dominio internazionale dei terroristi della Fratellanza e dei gruppi religiosi estremisti ed opprimenti alleati, perseguito nella regione molestando l’Egitto e colpendo al cuore la Tunisia e gli Stati dell’Africa sahariana, con il sostegno dei mandanti del terrorismo in Qatar, Turchia e altri Paesi che non combattono il terrorismo, ma lo supportano promuovendone la diffusione e l’incendio che oggi affliggono la regione.
Settimo, annunciamo al mondo che i mujahidin delle tribù libiche libere si ribellano stanchi della manipolazione della Patria e dei cittadini, determinati a completare la liberazione, sottolineando il dovere etico di non compiere atrocità e di rispettare gli stranieri, secondo la nostra religione ed etica islamiche, ma determinati a liberare la Libia dalla giunta di qarijiti corrotti e taqfiri oppressori, restaurare la Jamahiriya, ottenendo proiettili, razzi, bombe ed aerei nelle loro ispirate vittorie, sicuri della vittoria e smascherando ai popoli della Terra tale cospirazione, mentre i fantocci perdono la battaglia e i saggi riconoscono la lezione storica del diritto del popolo libico alla difesa, garantito dal diritto internazionale. Un popolo aggredito da bande di ladri sostenute da Paesi che promuovono il terrorismo internazionale.
(…)

Viva una libera, indipendente ed unita Libia. Viva il grande popolo libico!
Viva la Resistenza Popolare. Vittoria ai combattenti per la libertà!

Fonti:
Libya Against Superpower Media
Libya Against Superpower Media
Libya Against Superpower Media
Libya Against Superpower Media
Modern Tokyo Times
Resistencia Libia
Space War

Alessandro Lattanzio, 1/2/2014

La guerra segreta in Libia

Eric Draitser Global Research, 22 gennaio 2014

1146544Le battaglie che attualmente infuriano nel sud della Libia non sono semplici scontri tribali. Invece,  rappresentano la possibile nascente alleanza tra gruppi etnici neri libici e forze pro-Gheddafi intente a liberare il Paese dal governo neocoloniale installato dalla NATO. Il 18 gennaio, un gruppo di combattenti pesantemente armati ha preso d’assalto una base aerea presso la città di Sabha nella Libia meridionale, espellendo le forze fedeli al “governo” del primo ministro Ali Zaydan e occupando la base. Allo stesso tempo, iniziano a filtrare notizie dal Paese secondo cui la bandiera verde della Gran Giamahiria Araba Libica Socialista Popolare sventola su un certo numero di città nel Paese. Nonostante la scarsità di informazioni verificabili, il governo di Tripoli ha fornito solo  dettagli vaghi e non confermati, una cosa è certa: la guerra in Libia continua.

Sul campo
Il primo ministro libico Ali Zaydan ha chiesto una sessione d’emergenza del Congresso generale nazionale per dichiarare lo stato di allerta nel Paese dopo la notizia della caduta della base aerea. Il primo ministro ha annunciato di aver ordinato alle truppe di sedare la ribellione nel sud, dicendo ai giornalisti che “Questo scontro continua, ma tra poche ore sarà risolto.” Un portavoce del ministero della Difesa in seguito ha affermato che il governo centrale aveva recuperato il controllo della base aerea, affermando che “Una forza è stata approntata, quindi dei velivoli sono decollati per attaccare gli obiettivi… La situazione nel sud ha dato una possibilità ad alcuni criminali… fedeli al regime di Gheddafi di sfruttarla attaccando la base aerea di Tamahind… Noi proteggeremo la rivoluzione e il popolo libico“. Oltre all’assalto alla base aerea, vi sono stati altri attacchi contro singoli membri del governo a Tripoli. L’incidente di più alto profilo è stato il recente assassinio del viceministro dell’Industria Hasan al-Drui nella città di Sirte. Anche se non è ancora chiaro se sia stato ucciso dalle forze islamiste o da combattenti della resistenza verde, il fatto inequivocabile è che il governo centrale è sotto attacco e non è in grado di esercitare una vera autorità o fornire sicurezza al Paese. Molti hanno cominciato a speculare sulla sua uccisione, secondo cui piuttosto che essere un caso isolato, è un assassinio mirato nell’ambito della resistenza in crescita in cui i combattenti verdi pro-Gheddafi sono in prima fila.
L’avanzata delle forze della resistenza verde a Sabha e altrove è solo parte di un grande e complesso piano politico e militare nel Sud, dove un certo numero di tribù e vari gruppi etnici si sono uniti contro ciò che correttamente percepiscono come loro emarginazione sociale, politica ed economica.  Gruppi come le minoranze etniche Tawargha e Tubu, gruppi africani neri, hanno subito attacchi feroci dalle milizie arabe e alcun sostegno dal governo centrale. Non solo questi e altri gruppi sono vittime della pulizia etnica, ma sono sistematicamente esclusi dalla partecipazione alla vita politica ed economica della Libia. Le tensioni sono venute al pettine all’inizio del mese, quando il capo ribelle di una tribù araba, Sulayman Awlad, è stato ucciso. Invece di un’indagine ufficiale o un processo legale, le tribù Awlad hanno attaccato i loro vicini neri Tubu, accusandoli dell’omicidio.  Gli scontri risultati da allora hanno ucciso decine di persone, dimostrando ancora una volta che i gruppi arabi dominanti vedono ancora i loro vicini neri come qualcosa di diverso da dei connazionali. Indubbiamente, ciò ha portato alla riorganizzazione delle alleanze nella regione, con Tubu, Tuareg ed altri gruppi minoritari neri che abitano tra sud della Libia, nord del Ciad e del Niger, ad avvicinarsi alle forze pro-Gheddafi. Se queste alleanze sono formali o meno, non  è ancora chiaro, tuttavia è evidente che molti gruppi in Libia sono consapevoli che il governo della NATO non mantiene le promesse, e che qualcosa deve essere fatto.

La corsa politica in Libia
Nonostante la raffinata retorica degli interventisti occidentali su “democrazia” e “libertà” in Libia, la realtà ne è lontana, soprattutto per i libici africani che vedono il loro status socio-economico e politico ridotto con la fine della Jamahiriya di Muammar Gheddafi. Mentre questi popoli godevano di un’ampia uguaglianza politica e protezione legale nella Libia di Gheddafi, l’era post-Gheddafi li ha visti spogliati di tutti i loro diritti. Invece di essere integrati in un nuovo Stato democratico, i gruppi libici neri ne sono stati sistematicamente esclusi. Infatti, anche Human Rights Watch, un’organizzazione che ha molto contribuito a giustificare la guerra della NATO sostenendo falsamente che le forze di Gheddafi usassero lo stupro come arma e si stessero preparando a un “genocidio imminente”, ha riferito che “Il crimine contro l’umanità della pulizia etnica continua, mentre le milizie provenienti soprattutto da Misurata hanno impedito a 40000 persone della città di Tawergha di ritornare nelle loro case, da cui erano stati espulsi nel 2011.” Questo fatto, assieme a storie terribili e immagini di linciaggi, stupri e altri crimini contro l’umanità, dipinge un quadro molto cupo della vita in Libia per questi gruppi.
Nel suo rapporto 2011, Amnesty International ha documentato una serie di flagranti crimini di guerra commessi dai cosiddetti “combattenti per la libertà” in Libia che, pur essendo salutati dai media occidentali come “liberatori”, hanno colto l’occasione della guerra per massacrare libici neri così come clan e gruppi etnici rivali. Questo è naturalmente in netto contrasto con il trattamento dei libici neri sotto il governo della Jamahiriya di Gheddafi, elogiato dal Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite nel suo rapporto del 2011, dove osservava che Gheddafi aveva fatto di tutto per garantire lo sviluppo economico e sociale, oltre a fornire specificamente opportunità economiche e protezioni politiche ai libici neri e ai lavoratori migranti provenienti dai Paesi africani confinanti.  Con ciò in mente, non c’è da meravigliarsi che nel settembre 2011 al-Jazeera abbia citato un combattente pro-Gheddafi Tuareg dire, “combattere per Gheddafi è come un figlio che combatte per il padre … [saremo] pronti a combattere per lui fino all’ultima goccia di sangue“. Mentre i Tubu e gli altri gruppi etnici neri si scontrano con le milizie arabe, la loro lotta dev’essere intesa nel contesto di una lotta continua per la pace e l’uguaglianza. Inoltre, il fatto che devono impegnarsi in questa forma di lotta armata, illustra ancora una volta un punto che molti osservatori internazionali hanno indicato fin dall’inizio della guerra: l’aggressione della NATO non aveva nulla a che fare con la protezione dei civili e dei diritti umani, ma piuttosto era un cambio di regime per interessi economici e geopolitici. Che la maggioranza della popolazione, comprese le minoranze etniche nere, stia peggio oggi che quando era sotto Gheddafi è un fatto che viene nascosto attivamente.

Neri, Verdi e la lotta per la Libia
Sarebbe presuntuoso pensare che le vittorie militari della resistenza verde pro-Gheddafi di questi ultimi giorni siano durevoli o che rappresentino un cambio irreversibile nel panorama politico e militare del Paese. Anche se decisamente instabile, il governo fantoccio neocoloniale di Tripoli è sostenuto economicamente e militarmente da alcuni degli interessi più potenti del mondo, rendendo difficile rovesciarlo semplicemente con vittorie secondarie. Tuttavia, questi sviluppi indicano un interessante cambio sul terreno. Indubbiamente vi è una confluenza tra minoranze etniche nere e combattenti verdi, come riconoscono i loro nemici delle milizie tribali che parteciparono al rovesciamento di Gheddafi, così come il governo centrale di Tripoli. Se un’alleanza formale ne emergerà, resta da vedere. Se una tale alleanza si sviluppasse però, sarebbe la svolta nella continua guerra per la Libia. Come i combattenti della resistenza verde hanno dimostrato a Sabha, possono organizzarsi nel sud del Paese dove godono di un ampio sostegno popolare. Si potrebbe immaginare un’alleanza nel sud che potrebbe controllare il territorio e possibilmente consolidare il potere in tutta la parte meridionale della Libia, creando uno Stato indipendente de facto. Naturalmente, il grido della NATO e dei suoi apologeti sarebbe che sarebbe antidemocratico e controrivoluzionario. Ciò  sarebbe comprensibile in quanto il loro obiettivo di una Libia unificata asservita al capitale e il cui petrolio finanzi gli interessi internazionali diverrebbe irraggiungibile.
Bisogna stare attenti a non fare troppe ipotesi sulla situazione in Libia oggi, i dati affidabili sono difficili da trovare. Più precisamente, i media occidentali tentano di sopprimere completamente il fatto che la resistenza verde esiste, per non dire attiva e vittoriosa. Tutto ciò dimostra semplicemente, inoltre, che la guerra di Libia infuria, che il mondo l’ammetta o meno.1609820Eric Draitser è fondatore di StopImperialism.com. È un analista geopolitico indipendente di New York City. Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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