La DEA coordina il traffico di droga in America Latina

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 03/11/2012

L’ispettore Franklin Chase Brewster, 39 anni, a capo delle indagini sui casi particolarmente importanti di traffico di droga a Panama, è stato avvelenato il 3 luglio 2006. Brewster, come molti altri membri del personale, teneva il cibo portato da casa nel frigo che si trovava in uno degli uffici. Dopo aver pranzato e bevuto l’acqua da una bottiglia di plastica, si senti male e cominciò a lamentare mancanza di respiro, febbre, vertigini e nausea. Mezz’ora dopo, ancora cosciente, chiese di essere portato al National Hospital. Due settimane più tardi morì tra dolori lancinanti. Gli investigatori panamensi dichiararono alla stampa che, con ogni probabilità, Brewster era stato avvelenato con pesticidi organofosfati… Brewster era un agente di successo, un brillante laureato presso l’Accademia della DEA (Drug Enforcement Administration – Ufficio del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti). Si era specializzato nei cartelli della droga colombiani, e aveva condotto numerose operazioni di successo scoprendo i canali per il riciclaggio dei narcodollari, e aveva partecipato allo smascheramento dei complici del boss della droga panamense Pablo Rayo Montano. Brewster non fu coinvolto in alcun caso di discredito. Era molto apprezzato per la sua carriera ed era un padre di famiglia esemplare.
Si potrebbe pensare che l’assassinio del massimo esperto nella lotta al narcotraffico avrebbe mobilitato tutte le strutture della polizia di Panama, e allarmato l’agenzia DEA, che gestisce almeno un centinaio di agenti “sotto copertura”. Niente di tutto questo è accaduto. La morte di Brewster è stata considerata una cosa ordinaria. Due giorni dopo, il suo corpo veniva cremato. L’inchiesta sull’omicidio fu effettuata violando molte procedure d’indagine, snaturando le prove e, di fatto, confondendo la pista. Una dimostrazione dell’indifferenza del caso Brewster della DEA, è stata l’analisi, in un laboratorio presso la sede dell’FBI. Dei campioni di pelle, tessuti, sangue, liquido gastrico e i dati del passaporto di Brewster erano stati erroneamente attribuiti alla vittima, ma alcune delle provette dei campioni, in realtà, contenevano i biomateriali di un’altra persona. Secondo alcuni giornalisti panamensi, i rappresentanti della DEA hanno deliberatamente creato le condizioni per evitare il riconoscimento dei dati, rendendoli inadatti agli esami. Joseph Evans era il ‘responsabile’ delle indagini della DEA, mentre l’addetto agli affari legali David Vatli rappresentava l’FBI. Fu lui che aveva inviato alle autorità inquirenti di Panama i documenti e il biomateriale di Brewster destinati al laboratorio medico dell’FBI: “Nessuna traccia di pesticidi organofosfati era stata rilevata, l’atropina era stata identificata, come l’ossima e la lidocaina”. Il primo farmaco dimostra le cure presso il National Hospital; la lidocaina è un elemento dissonante e non si adatta alle cure. Il documento era stato inviato via fax, senza un adeguato procedimento legale presso l’Ambasciata degli Stati Uniti. Le conclusioni tossicologiche non furono messe a disposizione delle autorità panamensi. E’ importante notare che, in seguito, in una lettera ufficiale al quotidiano Panama America, l’FBI ha negato l’esistenza di tale documento, dicendo che qualche sconosciuto potrebbe aver inviato un fax fasullo. Il giorno dopo la morte di Brewster, una certa organizzazione criminale diffuse un comunicato sulla “riuscita operazione Factura Roja” minacciando i funzionari panamensi che lavoravano con l’FBI e la DEA.
Subito dopo la morte di Brewster, degli statunitensi s’identificarono come agenti dell’FBI, “ma senza un mandato”; erano tre dei più stretti collaboratori di Brewster nella divisione per le indagini sui casi di particolare importanza. Furono portati in camere appositamente attrezzate di un hotel di lusso a Panama City, e interrogati con il poligrafo. Il tutto venne fatto per intimidirli: minacce, aggressioni e ricatto. Durante gli interrogatori divenne chiaro ai panamensi che non avevano a che fare con l’FBI. Riconobbero uno di loro, John Warner, come ufficiale della marina degli Stati Uniti. Quando Giaconda Velez (“uno dei sospetti”) disse che lo statunitense non era dell’FBI, ma della marina, Warner uscì immediatamente dalla stanza e non ricomparve più. Gli interrogatori non ebbero successo. Forse gli statunitensi stavano cercando di creare l’impressione di voler cercare le risposte all’omicidio di Brewster, da cui dipendeva, in gran parte, il successo della DEA a Panama. Sulla base dei materiali di questo caso clamoroso, la giornalista messicana Adela Coryate, che aveva lavorato per molti anni a Panama, nel 2011 scrisse e pubblicò il libro Sulle tracce del narcotraffico. In qualità di giornalista del quotidiano Panama America, doveva coprire gli eventi che circondavano la morte dell’ispettore Brewster. Tutto puntava al fatto che il suo allontanamento interessava influenti forze politiche a Panama, finanziate dai signori della droga, e l’Ambasciata degli Stati Uniti, che aveva cercato di utilizzare Brewster per raccogliere la sporcizia riguardante alcuni membri del governo panamense. In particolare, utilizzando le più moderne attrezzature, il dipartimento di Brewster si era impegnato in centinaia di intercettazioni di telefoni cellulari (“Operazione Matador“). Il compito era stato formulato in modo specifico: i materiali dovevano essere così convincenti da consentire l’assunzione dei politici più promettenti come agenti d’influenza. Anche se Panama, negli ultimi anni, è stata sistematicamente “integrata” nei piani geo-strategici degli USA, tuttavia devono sempre curarne la continuità e prepararsi a un fidato cambiamento della leadership panamense, affinché continui ad affidarsi a Washington. A quanto pare, Brewster aveva rifiutato di lavorare contro il suo governo. Con questo aveva firmato la sua condanna a morte.
È a Washington che la giornalista si era recata per raccogliere le informazioni mancanti per il suo libro. Negli Stati Uniti incontrò l’opposizione delle autorità. Fu minacciata di arresto e di essere processata con l’accusa di cercare di violare il segreto di Stato. Coryate fu costretta a fuggire dagli Stati Uniti. Ma non si arrese e continuò a raccogliere materiale, trovando molte incongruenze nel modo in cui l’indagine era stata condotta; dei fatti furono nascosti e le circostanze sulla morte di Brewster furono falsificate. Inoltre richiamò l’attenzione sulle statistiche dei sequestri di droga della DEA, a Panama e in altri paesi dell’America Latina. I conti non tornavano, sembrava che centinaia di tonnellate di cocaina, eroina e allucinogeni sintetici sequestrati fossero scomparsi nel nulla. Se davvero è così, cosa è successo? Quali sono i mercati? E chi c’è dietro?
Nuove versioni sui motivi dell’eliminazione di Brewster emergevano nel frattempo. In risposta agli articoli di Adela Coryate, mi sono imbattuto in dichiarazioni (citando fonti della polizia) secondo cui Brewster è stato ucciso per essersi rifiutato di partecipare alle operazioni della mafia “interna” della DEA, al contrabbando di cocaina dalla Colombia a Panama e poi negli Stati Uniti e in Europa. Le tecniche delle intelligence statunitensi coinvolte nel traffico di droga sono ben note: spietati attentati ai concorrenti e creazione di canali sicuri per il trasferimento delle droghe nei mercati. Sempre più spesso, il traffico di droga, nelle discussioni riservate su questo tema, viene visto nei circoli più importanti negli Stati Uniti come una strategica fonte di entrate per il Tesoro, in una situazione di imminente collasso finanziario ed economico. I dipendenti della DEA e dell’FBI, oggetto dell’”indagine” sul delitto Brewster, furono prematuramente ritirati dal paese. L’agente dell’FBI David Vatli ritornò negli Stati Uniti. A Panama, si sparse la voce che era stato licenziato, ma su questo punto ci sono seri dubbi. Joseph Evans fu assegnato in Messico, dove fino a poco tempo fa coordinava le operazioni del suo dipartimento con la polizia messicana. Un modo per non disperdere personale esperto. Tutti i successivi capi della DEA di Panama seguirono la politica strategica dell’ufficio centrale.
Lance Heberle fu coinvolto in una operazione multipla contro il generale boliviano René Sanabria, che attraverso il controspionaggio militare curava la lotta contro il traffico di droga nel suo paese. Veniva spesso indicato come il “miglior allievo della DEA”. Tuttavia, non aveva potuto resistere alla tentazione di arricchirsi rapidamente. Nella città cilena di Arica, Sanabria si incontrava con “narcotrafficanti della Colombia”, accettando di collaborare con loro. Come deposito ricevette una valigia contenente 170 mila dollari. L’intera conversazione venne registrata dagli operatori cileni e statunitensi. La prima spedizione di cocaina verso gli Stati Uniti avvenne tramite il “corridoio verde” organizzato dal generale. Ispirato da questo successo e per proseguire l’attività, Sanabria si recò a Panama, dove venne arrestato dal personale di Heberle e subito trasferito negli Stati Uniti. Dopo un breve processo, con prove inconfutabili, l’ex generale è stato condannato a 17 anni di carcere. Naturalmente, Sanabria incastrò gran parte del governo di Evo Morales, per il quale la lotta contro il traffico di droga è una questione di principio. La coltivazione delle foglie di coca è una tradizione millenaria del popolo, ma la produzione e il traffico di cocaina sono un crimine! In Bolivia, i soci più vicini di Sanabria vennero arrestati o messi sotto inchiesta. L’entourage del Presidente non ha alcun dubbio: nel prossimo futuro la DEA userà Sanabria per screditare il governo, come vendetta per l’espulsione dalla Bolivia del personale delle agenzie.
Panama appare spesso nei rapporti della DEA sulla lotta contro il traffico di droga, in parte a causa della sua posizione geografica e per l’aumento del traffico attraverso il Canale di Panama. La zona di libero scambio crea le condizioni favorevoli per le banche per il riciclaggio dei narcodollari. Come sempre, l’attività rilevante della DEA a Panama è occuparsi delle riserve finanziarie dei cartelli della droga. Pertanto, le operazioni dal carattere sempre più regionale sono condotte senza una sufficiente preparazione, con elementi d’improvvisazione e rischio per i dipendenti. Nel maggio di quest’anno, al Tocumen International Airport di Panama City, due honduregni e un colombiano sono stati arrestati su un aereo con due piloti statunitensi. A bordo sono stati trovati valigie contenenti milioni di dollari. L’equipaggio e i passeggeri sono stati arrestati, ed è iniziata l’indagine durante la quale si è dovuta spiegare la presenza della DEA nell’aeroplano statunitense. L’operazione non era riuscita perché, per ovvie ragioni, nessuno ha reclamato le valigie. Episodi simili, nelle attività della DEA, si verificano sempre più spesso. Sempre più spesso il Congresso degli Stati Uniti mette in discussione la natura della DEA: vuol lottare contro il riciclaggio di denaro o al contrario favorire le attività criminali di questo tipo?
Utilizzando il solito schema della DEA, nel proteggere il personale, Heberle, capo dell’agenzia a Panama, è stato assegnato a un nuovo compito: consigliere politico del comando della IV flotta della marina statunitense, la cui competenza comprende l’America Centrale, i Caraibi e il Sud America. Heberle metterà in comunicazione, in forma ufficiale, il Dipartimento di Stato e il comando della flotta, dando consigli analitici nelle varie operazioni della flotta nella regione. In pratica, le operazioni di Heberle nella DEA non verranno interrotte. Il dibattito sull’uso delle navi della IV flotta dell’US Navy per trasportare stupefacenti dall’America Latina ai porti della costa orientale degli Stati Uniti continua nella blogosfera. La nomina di Heberle è un’altra conferma importante che il traffico di droga, coordinato dallo Stato (anche “sotto la copertura” della marina militare), esiste davvero ed è gestito dalla DEA.

È gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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