Bombardamento della Jugoslavia contro “invasione russa” della Crimea

Valentin Vasilescu, Reseau International 8 marzo 2014

0,,17467756_303,00Nel 1999, l’offensiva della NATO contro non solo obiettivi militari ma anche civili in Jugoslavia, iniziò con un bombardamento aereo massiccio, con il pretesto dell’oppressione serba della minoranza albanese in Kosovo, parte della Jugoslavia. Al massacro della Jugoslavia, durato 78 giorni, parteciparono US Air Force, Regno Unito, Francia, Belgio, Danimarca, Norvegia, Paesi Bassi, Germania, Spagna, Portogallo, Turchia e Canada, tutti membri della NATO. La stessa cosa accadde nel 2011, quando la stessa scusa fu utilizzata in Libia per rovesciare Gheddafi. Nel bombardamento della Libia parteciparono sempre USAF, Regno Unito, Francia, Belgio, Danimarca, Norvegia, Paesi Bassi, Spagna, Turchia e Canada, tutti membri NATO, con l’aggiunta delle forze di Svezia, Emirati Arabi Uniti e Qatar. Il desiderio di ogni comandante militare è impedire al nemico di avviare un dispiegamento difensivo adeguato e la pianificazione preventiva di fossati anticarro e trincee. Ma a tale proposito, le unità ucraine in Crimea furono colte di sorpresa ed isolate nelle loro caserme. Finora i russi hanno mantenuto un equilibrato rapporto di forze in Crimea, ma in 48 ore utilizzando aerei da trasporto aereo e navi da sbarco, possono dispiegare più di 200000 soldati, mezzi da combattimento pesanti, missili da crociera e missili terra-terra, centinaia di bombardieri e aerei multiruolo. Ciò è la prova più evidente che, finora, i russi non hanno intenzione di agire come gli Stati Uniti in Jugoslavia, distruggendo le infrastrutture militari ed economiche, uccidendo civili, o radendo al suolo le città ucraine con massicci attacchi aerei e sbarramenti d’artiglieria.
La Russia ha finora applicato il metodo “soft“, seguendo l’obiettivo politico limitato deciso da Vladimir Putin. Basandosi sul principio della “relazione tra persone ragionevoli” e il massimo uso delle capacità dei gruppi da ricognizione strategica (Alfa) dell’esercito russo. Finora, i russi hanno fatto solo capire all’esercito ucraino che i capi di Euromaidan vogliono mandarli a morire deliberatamente per mantenere le cariche che occupano grazie ai crimini commessi a piazza dell’Indipendenza a Kiev, che hanno comportato un colpo di Stato bello e buono. Questo   atteggiamento suggerisce che l’esercito ucraino dovrebbe arrestare e disarmare rapidamente i gruppi estremisti filo-occidentali che hanno dichiarato pubblicamente che i cittadini russofoni dell’Ucraina, come quelli rumeni, devono essere liquidati. Per una settimana s’è parlato di “fronte” formato dalle truppe russe, in modo che l’esercito ucraino cominciasse ad arrestare e disarmare i gruppi d’opposizione estremisti filo-occidentali. Mentre l’esercito ucraino non ha dimostrato maggior discernimento, la Russia si sente in dovere di dimostrare rapidamente agli ucraini il suo enorme sistema militare. La seconda fase del “soft power” dell’esercito russo in Ucraina potrebbe consistere nell’ampio uso di sistemi C4I in stretta correlazione con le truppe aeroportate e terrestri, la marina e l’aviazione. Memorie, microprocessori, apparecchiature per le comunicazioni via satellite, coordinati da server dedicati, potenza di elaborazione di ultima generazione, nonché sicurezza garantita da crittografia digitale su tutte le frequenze, faranno sì che i sistemi C4I russi saranno impossibili da neutralizzare per gli ucraini. Così, tutti i canali di sorveglianza e rilevamento di tutti i servizi delle forze armate ucraine potrebbero giocare ad “Age of Empire“, allertando su una grande invasione ma non avendo i mezzi per verificarla; l’esercito ucraino sarà costretto a scegliere tra le alternative disponibili, mettendosi in posizione da combattimento su alcune linee per far fronte al nemico e, quindi, lasciare scoperte altre zone divenute automaticamente e fatalmente vulnerabili all’esercito ucraino.

Valentin Vasilescu, pilota ed ex-vicecomandante della base militare di Otopeni, laureato in Scienze Militari presso l’Accademia di Studi Militari a Bucarest nel 1992.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le frontiere orientali di Bruxelles: Prut, Dnepr o Don?

Hannes Hofbauer Strategic Culture Foundation 18/02/2014
1601356Quando la cancelliera tedesca Angela Merkel chiede pubblicamente di dare spazio a ulteriori negoziati tra il presidente ucraino e i leader dell’opposizione prima di decidere eventuali sanzioni, tutti capiscono bene che pensa a sanzioni contro il Presidente Viktor Janukovich e il suo ambiente e non contro la destra militante per le strade di Kiev. Come potrebbe essere altrimenti? La nota fondazione del suo partito, la Konrad-Adenauer-Stiftung, ha fatto del pugile tedesco Vitalij Klishko una figura politica, sostenendone così l’ascesa a leader di spicco dell’opposizione. E il suo ex-ministro degli Esteri, Guido Westerwelle, si trovava chiaramente in prima linea nella manifestazione contro il parlamento e la presidenza, insieme ad Oleg Tjagnybok dell’estrema destra di “Svoboda”. Tale alleanza non è nuova. Diamo uno sguardo ai lunghi legami storici tra i rappresentanti dei principali Paesi occidentali e i reazionari secessionisti ucraini. Non vogliamo risalire al 1772, quando Vienna, centro del “Sacro Romano Impero della nazione tedesca” prese il controllo su regioni dello Stato polacco, subordinando agli Asburgo la popolazione multi-etnica (soprattutto polacca e ucraina) della Galizia. Né vogliamo concentrarci sull’intervento culturale del re polacco Sigismondo III, che impose ai cristiani ortodossi l’unione con il cristianesimo latino, nell’“Unione di Brest” del 1594-1595. Nella seconda metà del 18° secolo, tale accaparramento di anime ortodosse fu rinnovato sotto la bandiera della sovrana viennese Maria Teresa. L’imposizione  di vescovi e diocesi greco-cattoliche mise milioni di ucraini sotto la giurisdizione religiosa di Roma, senza spingerli alla liturgia latina. La storica divisione tra l’Ucraina occidentale ed orientale si  radicò con questi fatti.
L’opposizione di oggi a piazza Majdan s’identifica con personaggi storici molto più pericolosi. E Berlino, Vienna e Bruxelles, per non parlare di Varsavia, ne sono responsabili. L’estrema destra  domina le strade della capitale ucraina. Celebra apertamente gli eroi fascisti degli anni ’30 e ’40. E l’occidente applaude. Alcuni possono dire che sia un’ironia che la Germania e l’Unione europea ufficialmente colgano ogni occasione per screditare e combattere i cosiddetti populisti di destra a casa, e allo stesso tempo sostenere la coalizione ucraina dei tre gruppi d’opposizione e blocchi radicali nelle loro manifestazioni. Non la consideriamo un’ironia, ma un’alleanza strategica dalle radici storiche. Da generazioni gli ucraini antirussi sono strumentalizzati dalla politica occidentale, senza raggiungere i propri obiettivi nazionali, tuttavia. Basta dare uno sguardo a “Svoboda” di Oleg Tjagnybok, che ha sostenuto l’arancione Viktor Jushenko e le sue campagne presidenziali dal 2001. Entrambi, e molti altri del movimento d’opposizione, combattono nella tradizione di Stepan Bandera, una delle principali figure dell’”Organizzazione dei nazionalisti ucraini” (OUN). Bandera fu liberato dal carcere nel settembre 1939, quando la Wehrmacht invase la Polonia. Sotto la giurisdizione polacca fu condannato a morte, e poi all’ergastolo, per aver ucciso il ministro polacco degli interni Bronislaw Pieracki, nel 1934. Dopo l’occupazione tedesca della Galizia polacca, che fu incorporata dall’Unione Sovietica secondo il Patto Hitler-Stalin del 1939, Bandera fu sostenuto da Berlino e la sua OUN combatté al fronte contro l’Armata Rossa, nell’ambito in cui massacrò centinaia di ebrei e comunisti il 30 giugno 1941 a Leopoli, protetta dalla Wehrmacht. Stepan Bandera e la sua “Organizzazione dei nazionalisti ucraini” (OUN), tra l’altro fondata a Vienna nel febbraio 1929, oggi sono presenti nelle regioni occidentali dell’Ucraina, soprattutto quelle che appartennero all’impero austro-ungarico tra il 1772 e il 1918. Monumenti di Bandera si trovano in più di 25 città, come Lvov, Ternopol, Ivano-Frankovsk e molti altri. Otto città lo onorano con titoli di cittadino onorario, e molte strade hanno il suo nome. Il 22 gennaio 2010, il “Giorno dell’Unità dell’Ucraina”, il presidente Viktor Jushenko conferì a Bandera il titolo di “Eroe dell’Ucraina”.
Alla fine, Bandera si rivelò un “eroe” tragico. Il suo piano di Stato ucraino indipendente fallì. Berlino si oppose, la visione del “Grossraum” nazista non prevedeva statualità indipendenti. Bandera cadde in disgrazia e imprigionato nel 1942. Solo quando il fronte avanzò verso ovest, Hitler nuovamente si ricordò delle qualità antirussa e antisovietica (per non parlare di quella anti-polacca) di Bandera e lo liberò nel settembre del 1944. Bandera per la seconda volta collaborò con i nazisti. L’”esercito insurrezionale ucraino”, fondato nell’ottobre del 1942 dai radicali dell’OUN-B, compì il suo dovere contro Mosca ben oltre la fine della seconda guerra mondiale, quando l’Unione Sovietica dominava tutta l’Ucraina. Dopo la resa della Germania nazista, i combattenti di Bandera passarono le linee dell’Armata Rossa e iniziarono un decennio di guerra sporca. Londra e Washington li aiutarono, paracadutando combattenti contro i rossi. Bandera fuggì a Monaco di Baviera, dove visse sotto falso nome, a quanto pare protetto dalle autorità tedesche, finché un agente del KGB l’uccise davanti all’appartamento, nell’ottobre 1959.
Dall’“Unione pan-ucraina Svoboda” a Jushenko e le piazze di Kiev, Stepan Bandera è il modello storico di loro idea del futuro ucraino. Uno slogan usato spesso negli anni ’90 sul “ritorno in Europa” degli Stati post-sovietici dell’Europa orientale implica una verità indesiderata: dopo il periodo sovietico, l’Ucraina è tornata alla situazione precedente il 1945. In questo senso la percezione di Bandera come eroe è una conseguenza logica. “Svoboda”, la destra radicale parlamentare ucraina e una delle forze dominanti della piazza di Kiev, è il portabandiera di tale patrimonio. Fondata nel 1991 come “Partito Social-Nazionale di Ucraina”, ebbe i primi voti durante la lotta per le chiese. Nel 1992 e 1993 i greco-cattolici ucraini occidentali, illegali durante il periodo sovietico, cercarono di occupare le chiese del patriarcato di Mosca aggredendo e uccidendo preti ortodossi. I socialnazionalisti erano in prima linea in tale sanguinosa battaglia, ideologicamente sostenuta dalla fondazione viennese “Pro Oriente”. Tale organizzazione cattolica promuove ufficialmente le buone relazioni tra tutte le chiese cristiane, sotto l’egida del papa romano,  compiendo anche proselitismi. Agli atei (e ai comunisti) è vietato aderire a “Svoboda”, come l’homepage del partito dichiara apertamente. La sua percezione della storia definisce gli anni tra il 1918 e il 1991 “come periodo di occupazione della Russia bolscevica”, anche se le province occidentali dell’Ucraina di oggi erano sotto il dominio polacco tra le due guerre. La posizione ideologica è senza dubbio di destra, antirussa, antiortodossa e anticomunista. La storia non si ripete. Ciò che tuttavia sembra essere una ripetizione è la strumentalizzazione dei movimenti della destra radicale antirussa agli interessi geopolitici ed economici occidentali. Dato che il presidente ucraino Janukovich ha rifiutato di firmare il cosiddetto accordo di associazione con l’Unione europea al vertice di Vilnius, nel novembre 2013, Bruxelles fa pressione su Kiev utilizzando le vecchie alleanze.
Lo sfruttamento della destra radicale locale per gli interessi occidentali si è visto anche in altri casi della storia contemporanea. Basti ricordare la frantumazione della Jugoslavia negli anni ’90, quando Berlino e Bruxelles, con l’aiuto di Washington, accelerarono i conflitti interni con la guerra civile e l’intervento estero. Senza alcuna vergogna, gli islamisti in Bosnia e i neofascisti in Croazia furono utilizzati per far esplodere la multinazionale Jugoslavia. L’emissario speciale statunitense per i Balcani dell’epoca, Richard Holbrooke, giustificò queste alleanze nelle sue memorie “Per por termine alla guerra”, definendo i suoi soci “i nostri cani al guinzaglio”. Erano necessari per sbarazzarsi del nemico, i serbi di Slobodan Milosevic, sostenendo e rispondendo alle critiche “non era il momento di essere ipersensibili” per poi dover “cercare di controllarli”. Lo scenario ucraino attuale ha simili sembianze spettrali. L’occidente è ben consapevole di usare i fascisti, che non sarebbero tollerati nella sua sfera, per gestire il cambio di regime a Kiev… Solo successivamente Berlino, Bruxelles e Washington cercheranno di sbarazzarsi dei loro “cani al guinzaglio” di destra. Se dovesse fallire, l’Europa potrebbe accordarsi con il fascismo. Non sarebbe la prima volta. Janukovich sembra aver un’ultima possibilità da Bruxelles nel rinunciare alla leadership politica in cambio del riconoscimento delle proprietà della sua famiglia oligarchica da parte dell’Unione europea. Tale offerta in qualche modo costituisce già il primo passo per screditare l’opposizione. Al momento nessun leader dell’opposizione è pronto ad accettarla.

La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I tredici anni del piano imperialista per la Siria

Slobodan Eric Rete Voltaire 15 febbraio 2014

Solo gradualmente tutti i pezzi del puzzle si combinano. In questa intervista con la rivista serba Geopolitika, Thierry Meyssan spiega cosa ora preveda il piano imperialista di Washington per il Medio Oriente, elaborato nel 2001. Ne osserva l’incapacità di affrontare la resistenza popolare e nota che pagheremo tutti le conseguenze, sia i popoli oppressi che coloro che pensavano di dominarle.

tumblr_m7fa7tntbz1qap9gno1_1280Geopolitika: Caro signor Meyssan, potrebbe brevemente spiegare ai lettori di Geopolitika ciò che  accade oggi in Siria, dato che secondo le informazioni delle principali reti televisive e le affermazioni dell’Osservatorio siriano dei diritti umani di Londra, non si capisce la situazione reale nel Paese in guerra. Ci sembra che un vento positivo soffi per il Presidente Assad, l’Esercito siriano e le forze patriottiche che difendono la Siria, dopo l’iniziativa russa per l’eliminazione delle armi chimiche che ha sventato il piano d’intervento di Stati Uniti e NATO.
Thierry Meyssan: Secondo gli Stati membri della NATO e del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC), i siriani si ribellarono al loro governo, tre anni fa, imitando i nordafricani. Questo è ciò che viene chiamata “primavera araba”. Il governo, o “il regime” più sprezzantemente, ha risposto con forza e brutalità. Dal 2011, la repressione avrebbe causato più di 130000 morti. Questa versione è supportata dall’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo che pubblica il numero delle vittime. La realtà è molto diversa. Al momento degli attentati dell’11 settembre, gli Stati Uniti decisero di distruggere un certo numero di Paesi, tra cui la Libia e la Siria. Questa decisione fu rivelata dall’ex Comandante Supremo della NATO, generale Wesley Clark, che si oppose. Si trattava di creare un’unità politica, dal Marocco alla Turchia, intorno a Fratellanza musulmana, Israele e  globalizzazione economica. Nel 2003, dopo la caduta dell’Iraq, il Congresso approvò il Syria Accountability Act, che autorizza il presidente degli Stati Uniti ad entrare in guerra contro la Siria senza l’autorizzazione del Parlamento. Nel 2005, gli Stati Uniti utilizzarono l’assassinio di Rafiq Hariri per accusare il Presidente Bashar al-Assad, promuovendo e creando il Tribunale speciale per il Libano, al fine di condannarlo e di dichiarare guerra al suo Paese. Tale accusa crollò per lo scandalo dei falsi testimoni. Nel 2006, Washington subappaltò una guerra contro Hezbollah ad Israele, sperando di coinvolgervi la Siria. Nel 2007, gli Stati Uniti organizzarono e finanziarono gruppi di opposizione esiliati intorno alla Fratellanza musulmana. Nel 2010, decisero di esternalizzare la guerra contro la Libia a Francia e Regno Unito che, perciò, conclusero il Trattato di Lancaster House. Nel 2011, un commando della NATO fu inviato segretamente in Siria per creare panico e desolazione. Dopo la caduta della Libia, spostarono il centro di comando dei loro eserciti a Izmir, in Turchia, e i combattenti libici di al-Qaida nel nord della Siria. Tale guerra di aggressione ha ucciso 130000 siriani e numerosi combattenti stranieri. Dopo la crisi delle armi chimiche dell’agosto-settembre 2013, gli Stati Uniti ammisero di non poter rovesciare il governo siriano. Interruppero le forniture di armi e i jihadisti stranieri non possono più contare su Israele, Francia e Arabia Saudita. Ovunque, l’esercito lealista avanza e le bande armate sbandano ovunque tranne che nel nord. Tuttavia, Washington impedisce la pace in Siria fin quando non riuscirà ad imporre la sua soluzione alla questione palestinese.

Geopolitika: Quali sono le conseguenze della sconfitta dell’Esercito libero siriano, sostenuto dall’occidente? Qual è la situazione ad Aleppo e sugli altri fronti? Quali fondi e sostegni hanno al-Nusra, al-Qaida e gli altri gruppi estremisti islamici? Gli islamisti radicali, anche se non sono così popolari, sono guerrieri scadenti che attaccano la Siria per conto dell’occidente?
Thierry Meyssan: In principio la NATO ha scelto di combattere una guerra di quarta generazione. Il popolo siriano venne inondato da una marea di informazioni false per fargli credere che il Paese fosse in rivolta e che la rivoluzione avesse trionfato, in modo che tutti inevitabilmente accettassero il cambio di regime. Il ruolo dei gruppi armati era condurre azioni simboliche contro lo Stato, per esempio contro le statue di Hafiz al-Assad, il fondatore della moderna Siria e atti di terrorismo per intimidire le persone e costringerle a non intervenire. Ognuno di tali gruppi armati era diretto da ufficiali della NATO, ma non c’era un comando centrale, per dare l’impressione di un’insurrezione diffusa e non di una guerra vera e propria. Tutti questi gruppi, disgiunti gli uni dagli altri, avevano la singola etichetta dell’Esercito Siriano Libero (FSA). Riconobbero la stessa bandiera verde, bianca, nera, storicamente del mandato francese, nel periodo tra le due guerre, cioè dell’occupazione coloniale. Quando gli occidentali decisero di cambiare strategia, nel luglio 2012, cercarono di mettere questi gruppi armati sotto un unico comando. Non ci riuscirono mai per via della competizione tra i loro mandanti, Turchia, Qatar e Arabia Saudita. Fin dall’inizio, le uniche forze militari efficaci sul terreno erano i jihadisti che affermarono fedeltà ad al-Qaida. Erano la punta di diamante dell’ELS nella prima parte della guerra, poi si separarono quando gli Stati Uniti li definirono “terroristi”. Oggi, sono divisi principalmente tra il Fronte Islamico, finanziato dall’Arabia Saudita, Fronte al-Nusra finanziato dal Qatar ed Emirato islamico dell’Iraq e Levante (EIIL, “Daish” in arabo ), finanziato dalla NATO attraverso la Turchia, anche se controllato dall’Arabia Saudita. La  concorrenza è tale che questi tre gruppi si massacrano più di quanto combattano il governo siriano.

Geopolitika: Sulle due informazioni dannose e parziali dei media globali, potrebbe dirci chi ha attaccato civili e bambini con il gas sarin? Qui in Serbia, dove abbiamo avuto l’esperienza della strage di Racak e degli abitanti di Markale a Sarajevo, dove i serbi furono accusati senza alcuna prova, il tutto sembra un copione già visto della “manipolazione del massacro”. Tali sceneggiate sanguinarie utilizzate per manipolare l’opinione pubblica e avviare interventi militari nell’ex- Jugoslavia e in altre aree critiche del mondo, perdono efficacia, o in altre parole: ora è più difficile ingannare la gente?
Thierry Meyssan: L’attacco con il gas sarin a Ghuta, Damasco, (cioè nella cintura agricola della capitale) non fu il primo attacco con il gas. Ve ne furono molti altri in precedenza, per i quali la Siria fece invano appello al Consiglio di Sicurezza. Secondo l’opposizione in esilio, il governo avrebbe bombardato la zona di Ghuta per diversi giorni uccidendone infine la popolazione con il gas. Il presidente Obama, che ritenne che questo attacco superasse la “linea rossa”, minacciò di distruggere Damasco. Fu seguito, in un crescendo, dal presidente Hollande. Ma infine, la Siria, su proposta russa, aderì alla Convenzione contro le armi chimiche e tutte le scorte furono consegnate all’OPAC. Così non si verificò l’attacco a Damasco. Oggi il Massachusetts Institute of Technology (MIT) ha pubblicato un rapporto che dimostra che i razzi osservati a Ghuta avevano una gittata inferiore ai 2 km. Tuttavia, secondo le cartine diffuse dalla Casa Bianca, le forze lealiste erano a 9 km dalla “zona ribelle.” In altre parole, è impossibile che questi tiri provenissero dalle forze governative. Questo studio conferma i rapporti dei satelliti russi secondo cui i due razzi furono  sparati dai Contras dalla loro area, convalidando la confessione trasmessa tre giorni dopo dalla TV siriana, dove un individuo ammise di avere trasportato questi razzi chimici da un deposito  dell’esercito turco a Damasco. Sono convalidate le accuse delle famiglie alawiti di Lataqia che sostengono di aver riconosciuto il loro figli rapiti dai Contras, il mese precedente, nelle immagini delle vittime. Infine, convalida l’inchiesta di Seymour Hersh che sostiene, contrariamente a Barack Obama, che la sorveglianza del Pentagono non mostrava alcuna attività del servizio chimico nei giorni precedenti. Questo caso non può sorprendervi, avendo sperimentato lo stesso tipo di aggressione dalle stesse potenze. Funziona bene tanto oggi quanto ieri. Tuttavia, l’intossicazione ha ancora una durata limitata. Si scopre che ha funzionato, ma non ha avuto successo. Il pubblico occidentale ci crede, ma Damasco non è stata bombardata perché la Russia l’ha impedito inviando la sua flotta presso le coste siriane. Improvvisamente, il Pentagono non poté distruggere la città sparano dal Mar Rosso, attraverso la Giordania e Arabia Saudita, poiché avrebbe scatenato una grande guerra regionale. La verità la sappiamo con certezza ora, cioè sei mesi dopo.

Geopolitika: Dobbiamo anche domandarci della situazione dei cristiani in Siria. Vi sono informazioni sull’occupazione e il saccheggio a Malula, da parte degli islamisti di al-Nusra, di una ex-chiesa cristiana, delle suore sarebbero state rapite?
Thierry Meyssan: Per esaurire la Siria, la NATO ha fatto ricorso a collaborazionisti siriani e combattenti stranieri. Durante la seconda parte della guerra, cioè dalla prima conferenza di Ginevra nel giugno 2012, c’è stato un afflusso di Contras senza precedenti. Si tratta di una guerra di tipo nicaraguense, ma con un inaudito ricorso ai mercenari. Ora sono almeno 120000 i combattenti stranieri provenienti da 83 Paesi per combattere in Siria contro il governo. Tutti si richiamano al wahhabismo, setta fondamentalista al potere in Arabia Saudita, Qatar e Emirato di Sharjah. La maggior parte si dice taqfirista, cioè “pura”. Condannano a morte “apostati” e “infedeli”. Quindi, urlano nelle loro manifestazioni: “Gli alawiti sottoterra! I cristiani in Libano!“. Per tre anni hanno massacrato decine di migliaia di alawiti (una corrente sciita per cui la fede è interiore e non può essere espressa con dei riti) e di cristiani. Soprattutto, hanno costretto centinaia di migliaia di cristiani a fuggire, abbandonando le loro proprietà. Oggi li costringono a pagare una tassa speciale, in quanto infedeli. Mentre sopraggiunge la fine della guerra, i gruppi armati cercano di vendicare la loro sconfitta con operazioni spettacolari. Hanno attaccato Malula, città cristiana in cui si parla ancora la lingua di Cristo, l’aramaico. Si sono dedicati ad atrocità sconvolgenti. I cristiani sono stati torturati in pubblico e martirizzati perché rifiutavano di rinunciare alla loro fede.

Geopolitika: Seguendo con molta attenzione e precisione la situazione in Medio Oriente. Come descriverebbe la situazione in Egitto? Pensa che la situazione si sia consolidata dopo le azioni decise dal comando militare? È la prima grave sconfitta di coloro che pianificarono le rivoluzioni arabe? Come si spiega che gli Stati Uniti supportino un gruppo islamico radicale come i Fratelli musulmani?
Thierry Meyssan: Il termine “primavera araba” è un cavillo da giornalista per parlare di eventi che non comprende che accadono nello stesso momento in Paesi assai diversi che parlano la stessa lingua, l’arabo. E’ anche un mezzo della propaganda per spacciare guerre aggressive per rivoluzioni. Preoccupato dalla successione di Mubaraq, il dipartimento di Stato aveva deciso di rovesciarlo per scegliere il governo successivo. Così organizzò la carestia del 2008 speculando sul cibo. Creò una squadra che si occupò della Fratellanza musulmana. E aspettò che la pentola bollisse. Quando la rivolta iniziò, il dipartimento di Stato inviò l’ambasciatore Frank Wisner, che aveva organizzato il riconoscimento internazionale dell’indipendenza del Kosovo, per ordinare ad Hosni Mubaraq di dimettersi. Cosa che fece. Poi, il dipartimento di Stato contribuì ad organizzare le elezioni che permisero alla Fratellanza musulmana di mettere il cittadino egiziano-statunitense Muhammad Mursi alla presidenza con meno del 20% dei voti. Una volta al potere, Mursi aprì l’economia alle transnazionali statunitensi e annunciò l’imminente privatizzazione del Canale di Suez. Impose una costituzione islamica, ecc. Il popolo si ribellò di nuovo. Ma non solo in alcuni quartieri di Cairo, come la prima volta. Tutto il popolo in tutto il Paese, tranne il quinto della popolazione che l’aveva eletto. In definitiva, i militari presero il potere e incarcerarono i capi della Fratellanza musulmana.  Ora sembra che stessero negoziando il trasferimento della popolazione palestinese di Gaza in Egitto. Lì, come in tutto il mondo arabo, Hillary Clinton si appoggiò alla Fratellanza musulmana. Tale organizzazione segreta, costituita in Egitto per combattere contro il colonialismo inglese, fu effettivamente manipolata dall’MI6 e ora ha la sua sede internazionale a Londra. Nel 2001, Washington previde l’ascesa in Turchia, facilitandone le elezioni, di un politico imprigionato in quanto appartenente alla fratellanza musulmana, pur pretendendo di averla abbandonata, Recep Tayyip Erdogan. Dopo aver tentato numerosi colpi di Stato in diversi Paesi per 80 anni, la Fratellanza andò al potere grazie alla NATO in Libia, e alle urne in Tunisia e in Egitto. Partecipa ai governi di Marocco e Palestina. Dona un aspetto politico ai Contras in Siria. S’è illustrata in Turchia. Ovunque dispone della consulenza in pubbliche relazioni della Turchia e del finanziamento del Qatar, cioè dell’Exxon-Mobil di Rockefeller. Ha la sua televisione e il predicatore principale al-Qaradawi è il “consigliere spirituale” (sic) della rete del Qatar al-Jazeera. La Fratellanza impone un Islam settario, che perseguita le donne e assassina gli omosessuali. In cambio, sostiene che il nemico degli arabi non sia Israele, ma l’Iran, e apre i mercati alle multinazionali statunitensi. Se per due anni e mezzo abbiamo creduto che i Fratelli dovessero governare l’intero mondo arabo, oggi sono stati abbandonati dall’occidente. Infatti, da nessuna parte sono riusciti a ottenere un massiccio sostegno popolare. Non hanno mai avuto più del 20% della popolazione dalla loro parte.

Geopolitika: Dalla vostra “torre di guardia” in Medio Oriente, potrebbe spiegare la sorprendente amicizia tra il governo serbo e gli Emirati Arabi Uniti? Il principe Muhammad bin Zayad al-Nahyan è venuto più volte in Serbia dove ha annunciato diversi investimenti nel settore agricolo e nel turismo serbo. Etihad ha acquistato, quasi assorbito, la compagnia serba JAT Airways. Tali contatti politici ed economici tra Abu Dhabi e Belgrado possono non avere il consenso di Washington? Quale sarebbe la ragione della Casa Bianca per incoraggiare la collaborazione tra gli Emirati Arabi Uniti e la Serbia?
Thierry Meyssan: Gli Emirati Arabi Uniti sono in una situazione molto difficile. In primo luogo, è una federazione di sette Stati molto diversi, tra cui l’emirato wahhabita di Sharjah. Poi sono troppo piccoli per resistere al loro potente vicino, l’Arabia Saudita, e al loro cliente, gli Stati Uniti. In primo luogo hanno cercato di diversificare i propri clienti, offrendo una base militare alla Francia, ma questa rientrò nel comando integrato della NATO. Nel 2010 hanno abbandonato l’idea di avere un ruolo diplomatico sulla scena internazionale, dopo che la CIA assassinò in Marocco il principe Ahmad, perché segretamente finanziava la resistenza palestinese. La revoca delle sanzioni statunitensi contro l’Iran indeboliranno i loro porti, diventati il fulcro del traffico che aggira l’embargo. Ora cercano nuovi partner commerciali della loro taglia. Negoziano con la Serbia, equilibrando l’influenza wahhabita del Qatar, che ha creato al-Jazeera in Bosnia.

Geopolitika: Cosa pensate dello stato attuale delle relazioni internazionali? La presenza militare russa nel Mediterraneo e le sue azioni diplomatiche rendono impossibile l’intervento in Siria, incoraggiano l’Ucraina a non firmare l’accordo con l’UE e la forte posizione della Cina sulle isole contese nel Pacifico, ciò dimostra la costruzione di un mondo multipolare? Che risposta possiamo aspettarci dal governo degli Stati Uniti e dall’élite globale per le sconfitte subite dalle rivoluzioni arabe ed arancioni, e riguardo la tendenza evidente all’indebolimento del potere occidentale?
Thierry Meyssan: La debolezza degli Stati Uniti è certa. Avevano programmato una dimostrazione di forza attaccando sia la Libia che la Siria. In definitiva, non poterono farlo. Oggi, i loro eserciti sono inefficaci e non riescono a riorganizzarli. Tuttavia, sono ancora di gran lunga la prima potenza militare al mondo, e quindi riescono a imporre il dollaro, nonostante il debito estero senza precedenti. Negli ultimi anni Cina e Russia hanno fatto notevoli progressi, evitando lo scontro diretto. Pechino è diventata la prima potenza economica del mondo, mentre Mosca è ancora la seconda potenza militare. Questo processo continuerà mentre i leader cinesi e russi dimostrano le loro capacità mentre i leader statunitensi hanno dimostrato la loro incapacità ad adattarsi. Sono scettico verso lo sviluppo di Sud Africa, Brasile e India. Crescono economicamente in questo momento, ma non vedo le loro ambizioni politiche. Le élite globali sono divise. Ci sono coloro che credono che il denaro non abbia patria e che Washington sarà sostituita, e coloro che credono nella  forza minacciosa della potenza militare del Pentagono.

Geopolitika: Date le informazioni che avete e la credibilità della vostra analisi, saremmo interessati a conoscere la vostra opinione sulla politica del governo della Serbia, che insiste a portare il Paese nell’Unione europea, senza alcun entusiasmo dal popolo, e che ha accettato di raggiungere questo obiettivo partecipando con Bruxelles e Washington alla distruzione della resistenza serba alla secessione albanese in Kosovo e Metohija.
Thierry Meyssan: Il governo serbo attuale non capisce il nostro tempo. Agisce sempre come se la Russia sia ancora governata da Boris Eltsin e non possa aiutarla. Avendo chiuso da sé la porta del Cremlino, non ha altra scelta se non volgersi verso l’Unione europea e pagarla. Ora porta il peso della vergogna di aver abbandonato la resistenza serba. Infatti, non è l’unico Stato balcanico in tale posizione. Grecia e Montenegro dovrebbero anch’essi volgersi alla Russia ma non lo fanno. Senza dubbio, possiamo dire che la maggiore vittoria dell’imperialismo è aver saputo dividere e isolare  popoli che non credono di aver più una scelta politica.

Geopolitika: Nella sua ultima intervista a Geopolitika, ha detto che l’UCK in Kosovo aveva addestrato al terrorismo un gruppo di combattenti in Siria. L’UCK e il Kosovo sono ancora attivi nella lotta contro il Presidente Assad e il legittimo governo della Siria? Avete qualche informazione sulla partecipazione di islamisti di Bosnia, Kosovo e Metohija e della regione della Serbia dalla maggioranza musulmana (Novi Pazar)?
Thierry Meyssan: I jihadisti che combattono in Siria sostengono sui loro siti web di esser stati addestrati dall’UCK e ne hanno postato le foto. Tutto ciò è stato evidentemente organizzato dai servizi segreti turchi, MIT, il cui attuale capo Hakan Fidan fu il collegamento tra l’esercito turco e il quartier generale della NATO durante la guerra del Kosovo. Inoltre, sappiamo che molti jihadisti in Siria provengono dai Balcani. Ma non sembrano più riforniti dalla Turchia. Attualmente la polizia e la giustizia turche conducono un’operazione contro il governo Erdogan. Sono riusciti a evidenziare i rapporti personali del premier con il banchiere di al-Qaida, ricevuto segretamente a Istanbul mentre era sulla lista dei ricercati dalle Nazioni Unite. Così, la Turchia ha finanziato le attività di al-Qaida in Siria. Erdogan sostiene di essere vittima di un complotto del suo ex-compare, il predicatore musulmano Fethullah Gulen. E’ probabile che, in realtà, collabori con l’esercito kemalista contro Erdogan, che s’è rivelato, nonostante ciò che afferma, di essere sempre un membro dei Fratelli musulmani. Inizialmente, gli Stati membri o vicini alla NATO hanno inviato i musulmani per la jihad in Siria. Oggi, si preoccupano che queste persone rientrino. Persone che hanno violentato, torturato, smembrato ed appeso altre persone non possono ritornare a una normale vita civile. Quando la CIA ha creato il movimento della jihad contro l’Unione Sovietica in Afghanistan, il mondo non era globalizzato. Su viaggiava assai di meno e più controllati. Non c’era Internet. La CIA poteva manipolare i musulmani in Afghanistan senza timore che si diffondessero altrove. Ora ciò che la NATO ha iniziato in Siria, cresce da solo. Non c’è bisogno di organizzare filiere affinché i giovani si uniscano ai Contras in Siria. Si è ripetuto così spesso che la Siria era una dittatura che tutti ci credono. Ed è romantico combattere una dittatura. Molti governi europei ora chiedono alla Siria di aiutarli ad identificare i propri cittadini tra i jihadisti. Ma come la Siria potrebbe farlo e perché rendere tale servizio a coloro che hanno cercato di distruggerla? La guerra finirà progressivamente in Siria, e i jihadisti torneranno a casa, anche in Europa, per continuare la guerra per la quale gli europei li hanno addestrati. Inoltre, tale situazione non avrà una soluzione pacifica, perché se la NATO avesse vinto in Siria rovesciando l’amministrazione di al-Assad, sarebbe stato peggio. Sarebbe stato un segnale per tutti i jihadisti apprendisti in occidente, a tentare a casa ciò che era riuscito in Medio Oriente. L’occidente e il GCC hanno allevato dei mostri con crimini che sconteremo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La “primavera bosniaca” e l’autunno serbo

Pjotr Iskenderov Strategic Culture Foundation 15/02/2014

bosnia_herzegovina_political_mapI drammatici sviluppi in Bosnia Erzegovina assumono sempre più carattere pan-europeo. Nelle dinamiche del conflitto si vedono dei parallelismi con  la crisi in Ucraina e allo stesso tempo da di che pensare agli apologeti dell’eurointegrazione negli altri Paesi. Naturalmente, le proteste che travolgono le città bosniache hanno le loro peculiarità nazionali. Dopo tutto, sulla base degli indici aggregati socio-economici, la Bosnia-Erzegovina (BiH) è uno dei tre Paesi più deboli dell’Europa, assieme all’Albania e alla Moldavia, e la tendenza alla crisi non è difficile da vedere. Nonostante ciò, fino a poco prima le élite del governo della Bosnia-Erzegovina, musulmane, croate e serbe, potevano mantenere una relativa stabilità politica. La pressione esterna, la presenza dell’Alto Rappresentante a Sarajevo con poteri senza precedenti per uno Stato sovrano, ha avuto un ruolo. Tuttavia, la crisi europea, la crescita della disoccupazione, la tipica corruzione diffusa nei Balcani e l’aumento delle attività di forze estere hanno radicalizzato la situazione. Di conseguenza, sia Milorad Dodik, carismatico presidente della Republika Srpska, parte della Bosnia-Erzegovina, che il leader moderato dei musulmani Bakir Izetbegovic, hanno perso molta popolarità sotto la pressione delle forze radicali. La possibilità di tenere elezioni anticipate è all’ordine del giorno. I politici già al potere le supportano affrettandosi a “cavalcare l’onda” delle proteste. “La gente vuole un cambio di governo”, dice Bakir Izetbegovic, nella speranza di ampliare il suo sostegno elettorale, anche se attualmente è membro del massimo organo del potere in Bosnia-Erzegovina, la presidenza collettiva.
Per ora le proteste di massa interessano principalmente il territorio della federazione croato-mussulmana della Bosnia-Erzegovina, una delle due entità che compongono lo Stato. La posizione dei croati sembra più riservata per via dei peculiari aspetti della loro posizione. Il ricercatore inglese David Chandler caratterizza con precisione queste peculiarità, affermando che i bosniaci croati rafforzano la loro posizione in Bosnia, mantenendo e approfondendo i legami con la più benestante Croazia. Un ottimo esempio per i serbi di Bosnia e la Serbia! Dopo tutto, il rischio di una diffusione su ampia scala della crisi attuale nel territorio della Republika Srpska, non dovrebbe essere sottovalutato. Un dettaglio degno di nota. La Bosnia-Erzegovina ha firmato l’accordo di associazione con l’Unione europea nel 2008. Un documento simile a quello che Bruxelles cercava di far firmare all’Ucraina. La conseguenza diretta dell’eurointegrazione è che ciò che restava dell’industria della Bosnia-Erzegovina dopo la guerra civile del 1992-1995, collassa. L’agenzia nazionale di statistica segnala un tasso di disoccupazione del 44%, un abitante su cinque della Bosnia-Erzegovina vive al di sotto della soglia di povertà. Tuttavia, l’Unione europea e i suoi fondi anticrisi non hanno né la capacità né l’intenzione di aiutare un Paese che non è nemmeno candidato ufficiale all’adesione all’organizzazione. Ora sembra che Bruxelles si appresti a sottoporre la Bosnia-Erzegovina a una dimostrazione militare per “imporre un’operazione di pace”. L’Alto rappresentante della comunità internazionale a Sarajevo, il diplomatico austriaco Valentin Inzko, ha dichiarato al quotidiano viennese Kurier: “Se la situazione continua a complicarsi, pensiamo d’inviare truppe dell’UE…” Considerando l’intensità delle controversie interetniche persistenti in Bosnia-Erzegovina a quasi due decenni dalla fine della guerra fratricida, la crisi socioeconomica  potrebbe facilmente portare alla disintegrazione del Paese. E’ assai probabile che l’occidente si avvarrà delle manifestazione per forzare l’integrazione euro-atlantica della Bosnia-Erzegovina… il ministro degli Esteri inglese William Hague ha già esortato i suoi colleghi dell’UE e della NATO a fare ogni sforzo per aiutare la Bosnia-Erzegovina ad avvicinarsi all’adesione all’Unione europea e alla NATO.
Per ora il governo della Bosnia-Erzegovina ha potuto controllare la coalizione radicale della “primavera bosniaca” che guida le manifestazioni, tramite concessioni tattiche. I leader dei cantoni di Sarajevo, Zenica e Tuzla si sono dimessi, così come il capo della polizia di Mostar. Tuttavia, la crisi bosniaca è di natura sistemica e si presenta come nuova “riformattazione” di questa assai travagliata ex-repubblica jugoslava. Il presidente della Republika Srpska Milorad Dodik ha già dichiarato che Banja Luka non consentirà un qualsiasi intervento della comunità internazionale negli affari della Bosnia-Erzegovina “che non sia previsto dalla costituzione e dalla normale procedura”. Ma l’occidente si farà davvero sfuggire l’occasione di giocare la “carta” bosniaca di nuovo a scapito degli interessi dei serbi e della Serbia?

La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Una “rivoluzione colorata” in Bosnia

Stefan Karganovic, Rete Voltaire 11 febbraio 2014

I disordini sociali in Bosnia Erzegovina non possono essere distinti da ciò che accade in Ucraina. A Sarajevo come a Kiev sono gli Stati Uniti a manovrare. Ma qui l’obiettivo principale è finirla con la regione autonoma della Republika Srpska.
42076_091021_bosnien_und_herzegowina3-576La rivoluzione colorata” [1] attesa in Bosnia da più di un anno, è finalmente arrivata. Tuttavia, il fatto fondamentale da sottolineare è che, contrariamente a ciò che gli analisti si aspettavano, il “cambio di regime” non è solo destinato alla parte serba, la Republika Srpska. C’è un colpo di Stato in questo momento nel Paese, la Federazione di Bosnia ed Erzegovina e, infine, arriverà nella Republika Srpska. Questo è un fatto molto importante perché suggerisce che i servizi d’intelligence occidentali, e naturalmente i loro Stati, vogliono ripulire il terreno politico nel Paese. Il piano è  sfruttare il malcontento sociale crescente, più che giustificato, per causare il caos totale. Il caos e l’illusione di una “vita migliore” che media e centri di propaganda occidentali incoraggiano nella coscienza delle masse, saranno poi utilizzati per installare un nuovo governo di burattini, non solo nelle regioni ma anche nel governo centrale.
L’obiettivo principale è sempre sbarazzarsi del presidente Milorad Dodik e porre fine alla politica indipendente della Republika Srpska di Banja Luka per installarvi un gruppo dipendente che permetta l’incorporazione dell’entità autonoma serba nello Stato centralizzato bosniaco. Altri obiettivi sono: l’inserimento di tutta la Bosnia-Erzegovina nella NATO e il suo pieno adeguamento alle strutture euro-atlantiche occidentali. Secondo l’attuale costituzione, ciò non è possibile senza il consenso del governo della Republika Srpska. Questo è il motivo per cui il primo passo è la costituzione di un governo così cooperativo. Assai rapidamente, l’attuale protettorato, dall’autonomia assai limitata, si trasformerà in una colonia sotto il controllo totale dell’occidente. I manifestanti in Bosnia, come quelli di Kiev, sono motivati dall’illusione che solo “cacciando i malvagi” avrà una “vita migliore”, un concetto vago e indefinito. Ma non accadrà mai se il compito è affidato alle marionette occidentali che metteranno al potere. Come abbiamo visto in Ucraina,  solo la Russia ha le capacità per migliorare la loro qualità di vita. L’Unione europea ha chiarito che  non ha risorse le materiali per poter contribuire a ricostruire l’Ucraina, anche se ha abbastanza soldi per pagarsi i teppisti di piazza. Ciò che è vero in Ucraina, lo è anche in Bosnia e Republika Srpska.
Le rivolte accesesi pochi giorni fa nella Federazione di Bosnia ed Erzegovina a Tuzla, a Sarajevo e in altre città della Federazione, sono segnate fin dall’inizio della violenza estrema dei manifestanti. Tenuto conto del fatto che le operazioni di “cambio di regime” di solito sono orchestrate attraverso scenari da “resistenza non violenta”, immaginate da Gene Sharp, può sembrare strano che in Bosnia la fase non violenta sia stata semplicemente cancellata. Nella prima fase, il modello usuale secondo cui dopo la provocazione fa seguito l’esplosione delle manifestazioni, prevede invece di costringere il governo ad attaccare i manifestanti pacifici, in modo che possano presentarsi da vittime innocenti. Tuttavia, sembra che qui i mandanti occidentali siano ansiosi di finire il lavoro il più rapidamente possibile nei due Paesi presi di mira, Ucraina e Bosnia-Erzegovina. Questo potrebbe essere il motivo per cui hanno deciso di accelerare il processo d’insediamento al potere dei fantocci, mentre è ancora possibile mantenere l’illusione di una “vita migliore” promossa dall’occidente e prima che le cattive notizie sulla crisi nei Paesi occidentali arrivi alle orecchie delle masse arrabbiate in Oriente. Il modo in cui è guidata la rivolta, è brevemente mostrato da questa immagine, che appare su uno dei siti web di sostegno all’opposizione:
1-4213-9c97eTale suggestiva immagine mostra almeno tre cose. Il primo è l’aggressività dei manifestanti di piazza, compreso l’incendio di pneumatici. Il secondo è il noto simbolo di Otpor, il pugno chiuso, che caratterizza tutte queste operazioni sin dalla prima rivoluzione colorata che mise sotto controllo occidentale Belgrado, nell’ottobre 2000, indicando senza dubbio la vera forza motrice delle manifestazioni attuali. Infine, il testo inglese fuori luogo su un adesivo presunto bosniaco.  Chiaramente un lapsus che sarà corretto, in quanto dimostra molto chiaramente chi sia dietro tale  sciarada. Oltre a quanto descritto, gli altri classici indicatori delle operazioni ispirate dalle idee di Gene Sharp, sono presenti. L’infrastruttura per il cambio di regime, che gli studiosi occidentali in Bosnia hanno costruito pazientemente per due anni, finalmente ha ricevuto il segnale d’attivazione. Ora assistiamo alle attività delle reti altamente organizzate e reciprocamente correlate, che coprono tutta la Federazione inclusa la Republika Srpska, e operano per raggiungere gli stessi obiettivi utilizzando tutti i mezzi della moderna tecnologia a disposizione. Una demagogia adeguatamente vaga, su questioni non chiaramente definite come ad esempio “Il rispetto dei diritti umani”, “un  domani migliore”, senza dubbio ha un ampio sostegno in Bosnia, come l’idea di far smettere le radiazioni avrebbe grande successo a Fukushima. Ma, sorpresa, nessuno dei ribelli propone misure concrete per conseguirli. Tuttavia, l’idea di invitare la polizia ad unirsi ai manifestanti arriva direttamente dal manuale di Sharp. Organizzatori anonimi delle rivolte di Tuzla, con l’acronimo “Udar” (colpo), in ovvio riferimento all’organizzazione politica di Vitalij Klishko in Ucraina. [2]
I governi di entrambe le entità della Bosnia-Erzegovina sono chiaramente impreparati ad affrontare il destino riservatogli. Nella federazione, i politici musulmani stupidamente vedono l’appoggio tattico occidentale come una garanzia a lungo termine, compiendo lo stesso errore del presidente egiziano Hosni Mubaraq prima di loro, che considerava la sua posizione sicura, mentre negli USA gli attivisti del Movimento Giovanile del 6 aprile furono addestrati per rovesciarlo. Nella Republika Srpska non solo la coalizione di governo non è riuscita a valutare la situazione in tempo e a prendere misure efficaci, ma l’opposizione ha anch’essa chiaramente giudicato male gli eventi. I leader dell’opposizione forse si sveglieranno un giorno, e capiranno che anche loro sono stati ingannati dai padroni occidentali, il cui unico scopo è usarli per cacciare il Presidente Dodik e sostituirlo con un nuovo governo protetto e discretamente addestrato dall’occidente.

[1] Le “rivoluzioni colorate” hanno per scopo il cambio di regime, non trasformare la società, secondo le teorie formulate da Gene Sharp per la NATO. Vedasi “L’Albert Einstein Institution: non-violenza secondo la CIA“, Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 4 giugno 2007.
[2] Vitalij Klishko è un pugile ucraino datosi alla politica nel 2006, sotto l’etichetta del Pora!, il partito fondato dagli uomini di Gene Sharp, controparte del serbo Otpor! Poi, nel 2012, Klishko guidò la coalizione Alleanza democratica ucraina per le riforme, il cui acronimo è Udar (“colpo” in ucraino). È un gioco di parole sulla capacità del pugile e la presa del potere. Ed.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Un’alleanza arancio-bruna?

Alexandre Latsa RIA Novosti  31/01/2014
slide_334279_3346489_freeQuasi due anni fa scrissi un articolo che tentava di spiegare la nascita quasi inevitabile di un nuovo movimento politico in Russia, una sorta di sincretismo tra la versione moderata e occidentalizzata del liberalismo degli anni ’90 e la versione 2.0 del nazionalismo moderato russo, versione meno  imperiale ma nazionale, sul modello europeo. Tale nuovo movimento politico in Russia ha sostituito il preistorico e classico nazionalismo imperiale e anche le correnti ultraliberali senza fede e morale degli anni ’90, creando una nuova ideologia, indicata come nazional-liberale o nazional-democratica. L’attuale realtà socio-politica emersa soprattutto a Mosca e San Pietroburgo in occasione delle grandi manifestazioni di fine 2011, a seguito delle elezioni nazionali che i manifestanti ritenevano truccate e sleale. Tale ideologia è oggi molto popolare tra i giovani russi delle città moderne che desiderano identificarsi culturalmente, moralmente e politicamente con l’Europa occidentale e l’occidente in generale. Qualificando soprattutto, a torto o a ragione, “classe creativa” tale parte dell’opinione pubblica, più o meno l’equivalente russo della borghesia improduttiva (bobo) francese (in Italia, ceto medio semicolto). Tuttavia, i tentativi di entrare in politica di tale movimento creativo nazionale e liberale, finora sono falliti. I protagonisti di tale movimento non hanno saputo superare la prova delle elezioni che hanno affrontato.
Pensiamo bene all’assai brevemente pubblicizzata ambientalista Evgenija Chirikova di Khimki (di cui non parla più nessuno dalla sconfitta alle elezioni) o di Aleksej Navalnij, che ancora una volta ha fallito nel tentativo di essere eletto sindaco di Mosca. A parte la mancanza di idee e programmi politici veri e propri, una delle principali ragioni del fallimento elettorale è il fatto che questa nuova borghesia occidentalizzante sia relativamente libertaria, soprattutto progressista. Aleksej Navalnij per esempio è a favore del Gay Pride a Mosca e tutte le sfaccettature della classe creativa sono apertamente a favore delle Pussy-Riot, con cui l’occidente è più che compiacente. Resta inteso che le varie azioni delle Pussy Riot, anarchici di estrema sinistra, si adattano molto bene a tale contesto libertario e trasgressivo, diretto contro un ordine religioso e morale simboleggiato dalla figura paternalistica dell’attuale presidente russo. L’oligarca Khodorkovskij, vi sorprenderà, può anch’egli essere incluso in tale lista, perché ora che è libero resta il beniamino economico dell’occidente. Eppure alcune idee dell’ex-oligarca sono sorprendenti, come questo articolo dimostra, dicendo che il tizio ora sarebbe favorevole “allo Stato-nazione alla tedesca” e indirettamente a un “nazionalismo” che non sia “sciovinismo”. Ancora più sorprendente, le Pussy Riot riaffermano di voler rovesciare Putin e vedono molto bene l’ex-oligarca Khodorkovskij come presidente, che le ha sostenuto dalla sua cella in Karelia. Leggendo queste righe, ci si può chiedere quale misterioso legame possa esserci tra un gruppo di giovani anarchici di estrema sinistra e un oligarca che ha cercato di distruggere la Russia vendendone le risorse energetiche (acquisite illegalmente) al principale concorrente politico e storico del proprio Paese: gli Stati Uniti d’America.
In Russia, tali correnti di pensiero occidentali, sia nazionaliste che liberal-libertarie, furono un tempo di sinistra (tutte vicine al Partito comunista), poi liberali (Navalnij era di Jabloko e vicino a Marija Gajdar del movimento “Noi”), si sono ora convertite al nazionalismo nella variante filo-occidentale, plausibilmente anche per ragioni elettorali. I loro leader si pretendono i nuovi responsabili della sgangherata corrente politica post-sovietica emersa in Europa orientale nei primi anni 2000 dalle strade di Belgrado. Nel 2000, migliaia di serbi infatti dimostrarono contro un presidente che ritenevano, senza dubbio a torto, responsabile della tragica situazione in cui il Paese si trovava dopo un decennio di guerra, blocco internazionale, pressione dei media e 78 giorni di bombardamenti della NATO. Tra di loro molti giovani nazionalisti che volevano por termine a un regime che definivano “corrotto e criptocomunista“. Nel 2003 in Georgia, come nel 2004 e nel 2005 in Ucraina, accadde la stessa cosa: una parte dei giovani scese in piazza per uscire dall’inerzia politica russa/post-sovietica mostrando il desiderio per un futuro migliore nello spazio euro-atlantico che ancora faceva sognare all’epoca. Tutto ciò prese il nome di corrente ‘arancione’, che sostiene i Paesi interessati all’indipendenza nazionale, contro la Russia ma per integrarli nelle nuove strutture sovranazionali come NATO e UE, dritto verso l’occidente. Tale tendenza beneficia anche del supporto logistico, politico, mediatico, finanziario e morale del gigantesco sistema USA-centrici.
Un decennio dopo, mentre la Serbia è la più avanzata nel processo d’integrazione ed è alle porte dell’Unione Europea, tali movimenti patriottici serbi si oppongono e sono in prima linea nella lotta contro i loro governi europeisti, contro l’ingresso del Paese nell’Unione europea e contro le leggi libertarie che tutto ciò comporta. Tale tipo di movimento non si trova solo in Russia o Serbia, si vede oggi in Ucraina condurre violente manifestazioni, nei giorni scorsi, contro la via russa dell’Ucraina, in parte fomentate da gruppi nazionalisti radicali (si è parlato di “rivoluzione bruna”) pronti al compromesso con Bruxelles e ostili a Mosca. Anche in tale caso, la presenza di manifestanti antisistema di estrema sinistra non sembra un problema; una combinazione di circostanze che può sembrare sorprendente, ma non molto. Una recente indagine ha provato che l’ideologia delle Femen nacque prossima ai movimenti neo-nazisti ucraini e che il gruppo ha goduto a lungo del sostegno diretto di alcuni leader di estrema destra. Così le Femen, nazionaliste in Ucraina ma contro il Fronte Nazionale, i cattolici e l’ordine morale in Francia, hanno capito chiaramente ciò che viene tollerato ed è di moda, così come ciò che non lo è, a seconda del luogo in cui si trovano. E’ un dato di fatto: l’UE mostra tolleranza totale verso i movimenti nazionalisti radicali quando vengono usati per rovesciare i regimi ostili alla NATO. Ma Bruxelles non tollera la presenza di gruppi nazionalisti nell’Unione europea. In tale zona, un osservatore lucido avrà notato in particolare il doppio standard tra il trattamento di Alba Dorata in Grecia e quello di Svoboda in Ucraina, per esempio.
I movimenti di protesta radicali sono di fatto gli alleati del 21° secolo dell’espansionismo occidentale nel battere gli avversari in Europa orientale, come lo furono alla fine del 20° secolo i movimenti islamici nell’Asia centrale, consentendogli di battere l’URSS? Per Xavier Moreau è proprio così, dato che “in politica estera, l’Unione europea non fa che registrare le decisioni prese da Washington e Berlino. Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti sa bene che le leve che di solito usa  (media, partiti liberal-democratici, minoranze sociali o sessuali…) non sono adeguatamente controllate o politicamente influenti per poter sovvertire l’Ucraina. La soluzione è lanciare una campagna di destabilizzazione di tipo rivoluzionario e questo può essere fatto solo utilizzando uno dei quattro pilastri tradizionali dell’influenza statunitense (trotskismo, fascismo, islamismo e criminalità organizzata). Il risultato più favorevole ai rivoluzionari sarebbe la creazione di un “governo fascista di transizione”, sul modello di ciò che fu fatto in Croazia, dove un governo socialdemocratico prese il posto dell’ultra-nazionalista Franco Tudjman, e consegnò il Paese a UE e  NATO.

Le opinioni espresse in questo articolo non coincidono necessariamente con quelle di RIA Novosti.

Alexandre Latsa è una giornalista francese che vive in Russia e dirige il sito Dissonance volto a dare una “visione diversa della Russia.”

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ibran Mustafic: Srebrenica è stato un “caos pianificato”

De-construct

I fantocci della sinistreria occidentale, da quella dei salotti parigini e londinesi, fino ai barboncini rossi e alla mefitica cloaca sionistra italiana, hanno avuto sempre, dai tempi della guerra alla Jugoslavia, un rapporto amoroso e un invaghimento da cheeleaders adolescenziale verso il terrorismo integralista islamista. Naser Oric, criminale di guerra e eroe della nostrana squallida sinistra ‘anti-anti’, resta nei cuori dei lerci guru del sinistrume pattoatlantista, a partire dal più marcio di tutti, lo yachtofilo gallipolese bombardatore della Jugoslavia, Dalema. Oggi, le stesse laide e misere icone della sinistra italiana fanno il tifo per i Naser Oric di Libia e Siria. Per fortuna, non ci saranno giudici amici pattoatlantisti a soccorerli, ma veri e severi giudici, armati, non di buone intenzioni nei loro confronti. (NdT)

Alija Izetbegovich, eroe della NATO e della sinistra occidentale e italiana, nonchè integralista, mafioso, stragista e criminale di guerra.

Alija Izetbegovich signore della guerra bosniaco, eroe della NATO e della sinistra occidentale e italiana, nonchè integralista, mafioso, stragista e criminale di guerra.

Immediatamente prima del 1 aprile 2008, del dibattimento alla corte di appello del tribunale dell’Aja, del caso del signore della guerra e comandante dell’esercito bosniaco musulmana a Srebrenica, Naser Oric, una testimonianza scritta rivela alcuni particolari inediti sul “signore della vita e della morte nella guerra a Srebrenica“, è stata resa pubblicata. Ibran Mustafic, l’autore del libro “Caos pianificato“, che la maggior parte dei leader musulmani bosniaci non avrebbe voluto fosse mai scritto, è un ex deputato del Partito dell’Azione Democratica (SDA, guidato dal signore della guerra musulmano bosniaco Alija Izetbegovic) al parlamento della Bosnia-Erzegovina costituito dopo le elezioni del 1990 e poco prima dell’inizio della guerra civile, ed ex-presidente del comitato esecutivo dell’Assemblea comunale di Srebrenica.
All’inizio della guerra civile bosniaca si scontrò, come dice, con la “giunta di Naser Oric”, suscitando una serie di tentativi per assassinarlo. Nel terzo attentato dell’11 maggio 1995, Mustafic venne gravemente ferito e ritiene un miracolo che sia sopravvissuto. Gli assalti musulmani bosniaci contro Mustafic divennero più frequenti dopo la pubblicazione del libro. L’ultimo ebbe luogo il 25 aprile 2008, quando fu aggredito e picchiato da un gruppo di teppisti al centro di Srebrenica, in pieno giorno. “Mi chiamano traditore“, dice Mustafic, “sostenendo che ho inventato i crimini di Naser Oric, ma quel tipo di stupidità non mi preoccupa per niente. Lo scopo del mio libro non è difendere i serbi, ma non difendere in alcun modo i membri della mia nazione che hanno commesso atrocità! I criminali sono criminali, indipendentemente dal loro nome e dall’origine etnica. Ho categoricamente affermato che Naser Oric è un criminale di guerra senza pari!”

Crimini di guerra atroci contro i serbi di Srebrenica
“Caos Pianificato” getta nuova luce sui fatti di Srebrenica durante la guerra e rappresenta la prima ammissione e testimonianza di un bosniaco musulmano di Srebrenica sulle sofferenze dei serbi nella regione di Srebrenica. Oltre a descrivere i crimini commessi dall’esercito bosniaco musulmano sotto il comando di Naser Oric contro i serbi, Mustafic testimonia anche dell’armamento dei musulmani bosniaci prima e durante la guerra civile, compreso il periodo in cui Srebrenica fu dichiarata zona smilitarizzata sotto la protezione delle Nazioni Unite. Descrive anche gli scontri interni tra musulmani bosniaci a Srebrenica, dominata dalla mafia di Naser Oric. Lungi dal rappresentarsi come “colomba” bosniaca musulmana, Ibran Mustafic si presenta come idolatra del movimento ustascia fin dalla prima giovinezza, scegliendo i suoi eroi nei famigerati tagliagole nazisti croati Jure Francetic, Kadrija Softic, Nurif Oric e altri membri della “Legione nera” ustascia  e nei bosniaci musulmani della 13.ma SS Division Handzar, indottrinati al disprezzo e all’odio contro i serbi. Indipendentemente da ciò, il suo resoconto scritto delle atrocità commesse contro i serbi bosniaci dalla banda di teppisti di Naser Oric, suscitò diffuse accuse di “tradimento” tra i musulmani bosniaci.
Nonostante le prove schiaccianti delle atrocità e dei crimini di guerra commessi da Oric e dalla sua banda nella città di Srebrenica e nei villaggi circostanti popolati dai serbi, il tribunale-farsa dell’Aja l’assolse dall’accusa di coinvolgimento diretto nell’omicidio e nelle crudeltà contro i serbi, e dalla responsabilità per la distruzione indiscriminata di interi villaggi, chiese, case e proprietà. Mentre è stato condannato per “non essere riuscito a impedire agli uomini al suo comando di uccidere e maltrattare prigionieri serbi bosniaci”, condannandolo a due anni di carcere, da cui fu  immediatamente rilasciato, dal momento che aveva già trascorso tre anni a l’Aja durante il processo farsa.

Naser Oric è un mostro, un criminale di guerra senza un pari
Tuttavia, il libro di Mustafic offre ulteriori prove del coinvolgimento diretto di Oric in alcuni dei crimini più efferati commessi sul territorio della Bosnia-Erzegovina durante la guerra civile. Probabilmente il capitolo più scioccante del libro è quello cui offre ulteriori prove del primo omicidio di un serbo commesso personalmente da Naser Oric, quello del giudice di Srebrenica Slobodan Ilic. “Quando abbiamo preso il gruppo catturato a Zalazje dal carcere [di Srebrenica] per riportarlo a Zalazje, iniziò il loro assassinio, Slobodan Ilic capitò tra le mie mani. Gli salii sul petto. Era barbuto e irsuto come un animale. Mi guardò senza dire una parola. Tirai fuori la baionetta e glielo conficcai dritto in un occhio, e poi lo girai avanti e indietro. Non fece un solo suono. Poi lo colpì con il coltello nell’altro occhio… Non potevo credere che non reagisse. Francamente, in quel momento ho avuto paura per la prima volta, così gli ho tagliato la gola subito dopo“, Oric ha descritto la sua ‘impresa’ a Mustafic parola per parola quando Mustafic l’andò a visitare una sera.
L’ammissione di Oric è seguita dalla testimonianza dello zio di Mustafic, Ibrahim, che assistette allo stesso massacro. “Naser venne  e mi disse di prepararmi e di recarmi con la bandiera al carcere di Srebrenica. Mi vestì e andai. Quando arrivai al carcere, presero tutti quelli catturati a Zalazje e mi ordinarono di portarli a Zalazje. Quando raggiungemmo il deposito, mi ordinarono di fermarmi e di parcheggiare il camion. Mi misi a distanza di sicurezza. Ma quando vidi la loro ferocia quando l’eccidio iniziò, sentivo tutto il sangue raggelarmi nella testa. Quando Zulfo (Tursunovic)  squarciò con il coltello il petto dell’infermiera Rada, mentre le chiedeva dove stesse la stazione radio, non riuscivo a guardare più. Tornai a Srebrenica a piedi, e quando riportarono il camion indietro, lo presi da Srebrenica per ritornare a casa, a Potocare. L’interno era tutto insanguinato“, Mustafic cita la testimonianza di suo zio. La suddetta infermiera Rada Milanovic risiedette a Srebrenica, anche dopo che la famiglia si era allontanata. Il quartier generale della difesa territoriale di Srebrenica l’aveva assegnata al gruppo del campo medico e all’ospedale locale.

“Il ponte era immerso nel sangue serbo”
Mustafic ha anche raccontato altri crimini contro i serbi nella città di Srebrenica, più o meno noti. Ha ricordato che, dopo l’assalto contro il villaggio Jezestica, “Kemo di Pale [nei pressi di Sarajevo] si portava appresso una testa mozzata per spaventare la gente“. Descrive l’omicidio della famiglia Stjepanovic. I membri della famiglia Stjepanovi? furono trascinati fuori dal loro appartamento a Srebrenica dal battaglione dei macellai di Oric, nel luglio 1992, e portati nella vicina Potocare. “Andjelija Stjepanovic (74 anni) e suo figlio Mihajlo (50 anni) furono tra coloro che vennero brutalmente uccisi. Un bosniaco musulmano di Potocari descrisse poi come tutto il ponte, dove fu abbattuta questa povera gente, fosse letteralmente immerso nel sangue. Il killer della famiglia Stjepanovic era Kemo Mehmedovic di Pale, fedele seguace delle atrocità di Naser. Oggi il boia vive in Austria, e ci sono tonnellate di esempi simili a Srebrenica. E’ un peccato che nessuno di questi mostri in forma umana abbia affrontato le proprie responsabilità nei crimini, e il loro principale organizzatore, colui che gli ordinava di uccidere, Naser Oric, gira oggi in libertà“, ha commentato uno dei pochi serbo-bosniaci sopravvissuti all’inferno della reclusione di Srebrenica. I dettagli sconosciuti della tortura e dell’uccisione dei malati gravi Krsto Dimitrovski e della moglie Velinka, di Srebrenica, furono anche rivelati nel libro di Mustafic, accusando Ejub Golic, ex comandante del “battaglione indipendente della collina” del villaggio di Glogovo. Golic fu prosciolto dalle accuse sollevate contro di lui per questo crimine.

Il tribunale dell’Aja ha un occhio di riguardo per i criminali di guerra bosniaci musulmani
Oltre a raccontare questi e molti altri episodi di torture e omicidi selvaggi dei serbi che ebbero la sfortuna di rimanere nella città di Srebrenica occupata dai macellai di Oric, Mustafic descrive anche come la sua testimonianza contro i mostri musulmani di Srebrenica al tribunale dell’Aja venne respinta, e perché non ebbe occasione di dire alla Corte che cosa realmente fosse il “porto sicuro di Srebrenica” prima che il generale Mladic la riprendesse. “Fui, infatti, chiamato a testimoniare davanti al tribunale dell’Aja come testimone dell’accusa [nel processo contro Oric], e credo che avrei dovuto essere l’ultimo testimone dell’accusa. Dopo tre giorni trascorsi per la preparazione, ci fu un grande scontro tra il procuratore e io stesso. Prima di tutto, l’atto d’accusa contro Naser era del tutto ridicolo. Fu accusato di cose che non aveva commesso, e non di quelle di cui era colpevole. In secondo luogo, il Tribunale dell’Aja iniziò sempre più a sembrare alla sfilata di Carla Del Ponte, per cui un certo numero di processi si trasformò in un circo. Infine, mi offesi quando cercarono di ricattarmi, minacciandomi di sette anni di carcere o 200.000 euro di multa. Non potevo rimanere in silenzio quando vidi quel foglio, e dissi al procuratore: ‘Giusto! Il mio scopo nel venire qui a testimoniare era avere effettivamente una pena più grave di quella di Erdemovic [un altro criminale di guerra musulmano bosniaco], premiato dal tribunale dell’Aja per l’ammissione di aver preso parte personalmente a più di 140 omicidi!’ Dopo tutto ciò, quando arrivai al tribunale, attesi per due ore, ma alla fine fui informato che i giudici avevano deciso di non farmi testimoniare e che potevo tornare a casa“, ha scritto Mustafic.

Srebrenica come porto sicuro per criminali di guerra, delinquenti e mafiosi
Riguardo la situazione nel “porto sicuro di Srebrenica”, Mustafic ha scritto che, quando la regione fu dichiarata zona smilitarizzata e posta sotto la protezione delle Nazioni Unite, non ci furono “provocazioni” da parte dell’esercito serbo-bosniaco. Nonostante ciò, secondo Mustafic, le truppe musulmane di Oric continuarono a scavare trincee intorno alla città di Srebrenica e, assieme all’aiuto umanitario, venivano consegnate armi nella “zona demilitarizzata”, il tutto sotto gli occhi  del battaglione olandese dell’UNPROFOR. Mustafic scrive che, anche se dei cartelli furono  collocati intorno alla città di Srebrenica dichiarando “zona demilitarizzata, ogni operazione militare è severamente vietata, secondo l’articolo 60 del protocollo 1 della Convenzione di Ginevra“, la consegna di armi, munizioni, uniformi ed esplosivi non fu mai interrotta. L’equipaggiamento militare, nonostante la risoluzione ONU che vietava i sorvoli della Bosnia-Erzegovina, veniva consegnato con gli elicotteri. Nello stesso modo, l’accordo firmato dal generale Ratko Mladic da parte serbo-bosniaca e Sefer Halilovic da parte dei musulmani bosniaci, che prevedeva che “non a un solo soldato che si trovasse all’interno, o entrasse nella zona smilitarizzata, fatta eccezione per i membri dell’UNPROFOR, era permesso portare armi, esplosivi o munizioni“, fu ritenuto completamente inutile dalle truppe bosniache musulmane di Srebrenica.
Mustafic scrive che ci furono 18 voli per la consegna di armi, la maggior parte effettuati quando  Srebrenica, come zona presumibilmente demilitarizzata, era sotto la protezione del Corpo di pace delle Nazioni Unite [UNPROFOR]. Mustafic fa notevoli accuse alle truppe olandesi a Srebrenica, sostenendo che erano pienamente consapevoli delle quotidiane violazioni commesse dalla banda di Oric, ma scelsero di osservare il silenzio, sperando di uscirsene indenni. “Ovviamente, gli olandesi accettarono di pattugliare le linee insieme alle nostre truppe solo al fine di non assumersene la responsabilità, e per mostrare al mondo che Srebrenica era una zona demilitarizzata. In effetti, all’epoca, il battaglione olandese, che avrebbe dovuto avere circa 600 soldati, ne aveva circa 250 , mentre la 28.ma divisione [di Oric] era composta da 5.500 uomini presumibilmente demilitarizzati“, ha scritto Mustafic. “Quando la battaglia per Srebrenica iniziò, uno dei nostri teppisti, probabilmente su ordine, uccise un soldato del battaglione olandese. Questo contribuì a sciogliere l’intero sistema di responsabilità degli olandesi“, ha rivelato Mustafic.

La fondazione dello Stato musulmano, sigillata dal sangue sacrificale degli innocenti
Osserva inoltre che le truppe musulmane di Srebrenica compirono delle imboscate dal “porto sicuro” dell’ONU, uccidendo membri dell’esercito serbo-bosniaco, e usarono la condizione di area protetta di Srebrenica per lanciare attacchi contro i circostanti villaggi serbi, come il raid dei comandanti di Oric, Ekrem Salihovic e Ibrahim Mandzic, contro il villaggio serbo-bosniaco Visnjica, dove uccisero i civili e incendiarono il borgo. “Quando ho detto a Madzic che tali attacchi potrebbero giustificare l’assalto dell’esercito serbo-bosniaco a Srebrenica, disse: ‘Questa non è un’azione iniziata da noi. Abbiamo ricevuto ordini da Sarajevo“, testimonia Mustafic, aggiungendo che poi apprese che “l‘ordine di attaccare i villaggi serbi intorno a Srebrenica era stato firmato dal generale Enver Hadzihasanovic [dell'esercito musulmano bosniaco, dal comando di Sarajevo]… Chiaramente, volevano provocare una reazione per risolvere il problema di Srebrenica”. Tuttavia, si è scoperto che il “problema” che i leader bosniaci musulmani e i loro sponsor stranieri volevano risolvere, era molto più ampio di una città della Bosnia-Erzegovina, si trattava del modo di strappare il dominio su tutta la repubblica bosniaca dopo la distruzione della Jugoslavia, anche se i bosniaci musulmani erano solo una delle tre grandi nazioni che vivono in Bosnia-Erzegovina, e ancora oggi non sono la maggioranza. L’unico modo che pensavano potesse essere utile per farlo, era che i serbi bosniaci fossero completamente sterminati o, altrimenti, accusare l’intera nazione serba con l’accusa di “genocidio”, consentendo la totale assimilazione delle proprietà e delle terre dei serbi. Ibran Mustafic confermò questa affermazione nel luglio 1996: “Secondo le nostre abitudini [bosniaco musulmano], quando qualcuno finisce le fondamenta di una casa, un animale deve esservi macellato sopra. Sembra che Srebrenica sia stato l’agnello sacrificale per la fondazione di questo Stato [musulmano]“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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