Sudan: sull’orlo di un nuovo conflitto?

Vitalij Bilan, New Oriental Outlook 19/11/2013

northern-southern-sudan-mapAlla fine di ottobre, la tribù pro-Sud Sudan Ngok Dinka, nella provincia contesa di Abyei, ha cominciato a votare unilateralmente l’adesione del territorio. La notizia ha provocato grande rabbia a Khartoum e tra i leader della tribù nomade Misseriya, che controlla e attraversa il territorio della provincia più volte l’anno con le sue mandrie. Quest’ultima ha già dichiarato che il suo esercito di 30000 uomini è “pronto con le armi” a difendere l’integrità territoriale del Sudan, se i Ngok Dinka proclamano l’Abyei parte del Sud Sudan. Considerando il fatto che il mandato delle Nazioni Unite per l’Interim Security Force per l’Abyei (UNISFA) termina a fine novembre, la ripresa delle ostilità tra Khartoum e Juba é sempre più reale. Sembrerebbe, dal punto di vista europeo, che in questo momento non vi possa essere un conflitto militare tra Nord e Sud Sudan. E, in effetti, entrambi i Paesi sono reciprocamente dipendenti dai “petrodollari” che sostengono sia il Nord che il Sud (95% e 98% delle rispettive entrate). Inoltre, il monopolio attuale di Khartoum del trasporto di petrolio dal Sud Sudan è, in sostanza, un fattore chiave per evitare una nuova guerra civile. Oltre a ciò, un altro motivo per cui i due Paesi sembrano tollerarsi è la situazione socio-economica in entrambi i Sudan. Dalla crisi finanziaria globale, e in particolare negli ultimi due anni, notevoli problemi sono sorti nell’economia sudanese, collegati prima di tutto alla grave “fuga” di capitali all’estero. A causa di ciò, la guerra tra Nord e Sud Sudan, nonostante la questione urgente del possesso della regione di Abyei, ricca di petrolio, sembra improbabile per mancanza di fondi per poter avviare una tale guerra. Tuttavia, l’esperienza ha dimostrato che la logica occidentale applicata al territorio sudanese, vacilla seriamente.
Il previsto fallimento dei negoziati tra Nord e Sud Sudan sulla demarcazione dei confini e sui diritti di estrazione e trasporto del petrolio, hanno avuto le massime ripercussioni sui rapporti tra Khartoum e Juba. Di conseguenza, nel marzo dello scorso anno si ebbe il più grande scontro armato dalla guerra civile del 1983-2005 tra i due Paesi. Ad aprile le truppe del Sud Sudan sequestrarono il giacimento petrolifero di Heglig nella provincia di Abyei e respinsero un massiccio contrattacco  delle truppe di Khartoum. In risposta, il parlamento sudanese adottava una dichiarazione formale in cui il Sud Sudan veniva definito Stato nemico. In generale, la situazione era peggiorata al massimo. Fu solo l’intervento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con l’adozione della risoluzione sul ritiro dei militari del Sudan e del Sud Sudan da tutti i territori contesi, che in qualche modo ridusse la tensione. Poi di nuovo, il tempo ha dimostrato che la “questione Abyei” è duratura. E’ ben noto che la regione di Abyei è fonte di circa il 55% della produzione totale di petrolio del Sudan settentrionale. In realtà, questo è il motivo principale per cui Khartoum ha fatto tutto il possibile per evitare che il voto per l’indipendenza del Sud Sudan si svolga dal gennaio 2011, insistendo sul fatto che i nomadi della tribù Misseriya, fedeli al nord, partecipino al referendum. Per lo stesso motivo, il petrolio, il Sudan ha inoltre installato truppe nella zona, causando grande scalpore a Juba. Quindi, di conseguenza, la firma dell’accordo nel giugno 2011 ad Addis Abeba, ridusse le tensioni, chiedendo ad entrambe le parti di ritirare immediatamente le truppe da Abyei, per formare un’amministrazione congiunta presieduta da un rappresentante nominato da Juba, ed eleggere un parlamento, guidato da un rappresentante di Khartoum. Tuttavia, i negoziati sull’attuazione di questi requisiti, inizialmente in fase di stallo, terminarono in una situazione di stallo completo. Juba ha chiesto che Khartoum prima ritiri le sue truppe rimanenti da Abyei, per poi procedere nella creazione dell’organo amministrativo. In risposta, il Sudan, parlando attraverso il suo ministro degli Esteri, Ali Karti, replicava che accettava di ritirare le proprie truppe dalla zona contesa solo dopo la creazione dell’amministrazione congiunta con il Sud Sudan.
Lo scorso autunno, l’Unione africana ha proposto d’indire un referendum sullo status del distretto di Abyei, senza la partecipazione dei rappresentanti della tribù Misseriya che vivono nella zona pochi mesi l’anno. Ma il governo sudanese prevedibilmente respinse la proposta, dicendo che “viola i precedenti accordi”, dato che solo la Commissione per il Referendum ha il diritto di determinarne i partecipanti. Rendendosi conto della futilità della situazione, e comprendendo che a causa del collasso economico completo e della successiva carestia, il Paese potrebbe semplicemente disintegrarsi tra piccole fazioni in lotta, gli ex guerriglieri ed attuali governanti di Juba hanno seguito la collaudata strada della propaganda, proprio come nella guerra civile del 1983-2005, in stile “Alzati, grande Paese.” In particolare, s’è registrato un significativo aumento del reclutamento di contadini locali nell’Esercito di liberazione popolare del Sudan. Il programma di “addestramento militare totale” è stato introdotto, e l’indottrinamento pervasivo della popolazione sul “regime criminale” di Khartoum continua, alimentando anche ogni sentimento separatista in Darfur, Sud Kordofan e Nilo Blu. Così, cosa pianifica Juba per aver così bruscamente puntato alla militarizzazione totale della popolazione? Con ogni evidenza, conta su una “piccola guerra vittoriosa” in un primo momento e poi, quando l’economia del Paese andrà veramente male, su Parigi e le sue ambizioni da principale “guida” se non di tutto il continente africano, almeno della sua parte settentrionale. Si segnala che, nel contesto della “pratica” politica africana della Francia, il Sud Sudan ha recentemente iniziato ad occupare un ruolo principale nella direttiva africana della politica estera francese, considerando i suoi giacimenti di idrocarburi. In particolare, la società francese Total è diventata un elemento chiave del petrolio in Sud Sudan e ha annunciato la sua intenzione, nel prossimo futuro, di triplicare l’attuale produzione di petrolio, così come di costruire “il più rapidamente possibile” l’oleodotto alternativo al Nord Sudan che attraversa il Kenya verso l’Oceano Indiano. (La Cina progetta la costruzione di una raffineria in Kenya, da circa 1,5 miliardi di dollari). Ma Juba dovrebbe tener conto del fatto che l’attuale inquilino del Palazzo dell’Eliseo, Hollande, a differenza del suo onnipresente predecessore Sarkozy, sembra preoccuparsi al momento dei problemi interni della Francia e dell’Unione europea. Poi c’è un’altra questione: Hollande  raffredderà ulteriormente i rapporti con Washington, che ha una visione diversa da quella di Parigi sulla risoluzione dei problemi del Sudan? In cima a tutto il resto, un peggioramento dei rapporti tra Parigi e Washington è stato recentemente osservato in relazione alla visione quasi diametralmente opposta sulla questione della pace nella provincia sudanese del Darfur. Hollande certamente comprende che le differenze tra gli interessi statunitensi e francesi in Sudan, e il potenziale accordo tra i principali governi interessati ai problemi del Sudan (Cina, Qatar, Arabia Saudita e Iran) potrebbero diventare un grave fattore di rischio per lo sviluppo dello scenario “ottimista” di questa situazione.
Tutto ciò, naturalmente, non necessariamente inasprirebbe lo stato d’animo dei governanti attuali di Juba. Ma qui, come a Khartoum, sembra che ancora non ne se abbia abbastanza di combattere dopo decenni di guerra civile. Così ancora una volta, un umore esaltato e militarista inizia a dominare, potendo far esplodere la situazione già instabile della regione.

Vitalij Bilan, dottore-ricercatore in Storia, esperto di Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Africa: l’obiettivo dimenticato della NSA

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 12.11.2013

Lethal PresencePer i media occidentali, l’Africa è sempre una semplice nota, un continente generalmente dimenticato in materia di spionaggio e sorveglianza elettronica. Tuttavia, come i leader in Europa, America Latina e Asia lamentano le attività di sorveglianza dell’Agenzia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti (NSA), l’Africa è anch’essa vittima della sorveglianza globale delle comunicazioni dagli Stati Uniti… Anche se l’Africa è al traino del resto del mondo nell’adozione di una maggiore tecnologia dell’informazione, non viene ignorata dalle agenzie di Signals Intelligence (SIGINT) dei Paesi dai Cinque Occhi (Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda) e da una delle nazioni dell’alleanza SIGINT dai Nove Occhi, la Francia. Le comunicazioni via satellite, cavi in fibra ottica sottomarini, telefoni cellulari e Internet sono tutte sottoposte allo stesso livello di sorveglianza da parte di NSA, Government Communications Headquarters della Gran Bretagna (GCHQ), Communications Security Establishment del Canada (CSEC) e Defense Signals Directorate dell’Australia contro Paesi in America Latina, Asia, Medio Oriente e Europa orientale. In effetti, le nazioni africane sono da tempo preoccupate per la predisposizione delle loro comunicazioni Internet alle intercettazioni da parte dell’occidente. In un articolo scritto da questo autore, il 1 maggio 1990, per la rivista di computer Datamation, dal titolo “Le Nazioni africane sottolineano la sicurezza”, veniva osservato che i Paesi africani sono indietro di oltre venti anni nella protezione dallo spionaggio dei loro dati sensibili, tra cui Sudafrica, Ghana, Egitto, Senegal, Tanzania, Botswana, Guinea, Costa d’Avorio, Benin e Namibia.
I documenti classificati della NSA rivelati dall’informatore Edward Snowden, sottolineano come le comunicazioni in Africa siano sotto costante sorveglianza da parte della NSA e delle agenzie  SIGINT dei suoi alleati. Il documento TOP SECRET STRAP 1 del GCHQ precisa che i servizi diplomatici di tutti i Paesi utilizzano smart phone e che questi sono gli obiettivi favoriti dello spionaggio. Migliaia di indirizzi e-mail e numeri di telefono cellulare o “selettori” dei funzionari dei governi africani, vengono memorizzati nella rubrica telefonica mondiale e nelle directory di posta elettronica. Banche dati della NSA che contengono informazioni su “selettori” e “contenuti” sono utilizzate dagli intercettatori per concentrarsi su determinate conversazioni in Africa e all’estero. Queste raccolte e memorie di metadati hanno nomi di copertura come Fairview, Blarney, Stormbrew, Oakstar e Pinwale. Un programma di analisi e d’intercettazione globale di email e chiamate telefoniche della NSA, denominato Boundlessinformant, traccia il monitoraggio di telefonia digitale (riconoscimento del numero di composizione o DNR), e-mail e altre comunicazioni testuali digitali (rete digitale d’intelligence o DNI). Una “mappa del calore” generata da Boundlessinformant indica che l’obiettivo numero uno della sorveglianza dei “Cinque Occhi” in Africa era l’Egitto, seguito da Kenya, Libia, Somalia, Algeria, Uganda, Tanzania e Sudan. Nel 2009, il database “selettori” della NSA conteneva indirizzi e-mail, numeri di telefono e altre informazioni personali di 117 clienti della Globalsom, un provider Internet a Mogadiscio. I nomi includevano alti funzionari del governo somalo, un funzionario delle Nazioni Unite residente a Mogadiscio e un funzionario di World Vision, un’organizzazione non governativa (ONG) spesso legata alle attività segrete della CIA. Un certo numero di osservatori informati ha ipotizzato che Snowden, che ha lavorato per la CIA prima di passare alla NSA, possa aver ricevuto la richiesta da funzionari anonimi di Langley, in Virginia, di rendere nota la natura della sorveglianza della NSA. L’onnisciente capacità di sorveglianza della NSA può aver minacciato di esporre agenti sotto copertura all’estero della CIA alla più competitiva e potente agenzia d’intelligence; così uno tentativo sarebbe stato fatto attraverso Snowden per tarpare le ali della NSA che aumentava la sua influenza a scapito della CIA. C’è sempre stata rivalità tra le agenzie di intelligence degli Stati Uniti in Africa. Alla CIA, in particolare durante la guerra fredda, c’era risentimento nei corridoi di Langley verso le crescenti attività della NSA in Africa. Negli anni ’50 e ’60, le operazioni della NSA in Africa furono essenzialmente limitate a tre basi di supporto della Signal Intelligence: Naval Security Group Activity Kenitra (ex Port Lyautey); stazione di ascolto dell’Army Security Agency presso la stazione Kagnew ad Asmara, allora in Etiopia, e supporto aereo SIGINT alla Wheelus US Air Force Base, presso Tripoli, in Libia. La NSA non ha nascosto la sua presenza nelle tre basi ed è stata la paura del nuovo governo rivoluzionario di Zanzibar, nel 1964, che spinse all’espulsione dall’isola-nazione della stazione di monitoraggio del Progetto Mercury della National Aeronautics and Space Administration (NASA), a causa della presenza dei tecnici della Bendix Corporation. La Bendix, oltre a supportare la NASA, forniva supporto tecnico alle basi della NSA che circondavano l’Unione Sovietica. Dopo la chiusura delle tre basi africane e la creazione del Joint Special Collection Service (SCS) di NSA-CIA, avamposti SIGINT della NSA operanti sotto copertura diplomatica, furono istituiti nelle ambasciate degli Stati Uniti, tra cui Nairobi, Lagos, Kinshasa, Cairo, Dakar, Addis Abeba, Monrovia, Abidjan e Lusaka. Negli ultimi venti anni, la NSA ha aumentato le sue operazioni di intercettazione cellulari in Africa. In particolare, durante la prima invasione ruandese della Repubblica democratica del Congo (allora Zaire) negli anni ’90, la NSA  mantenne una stazione d’intercettazione delle comunicazione a Fort Portal, Uganda, che intercettò le comunicazioni militari e governative dello Zaire. Alcune intelligence derivate dal SIGINT furono condivise con le forze armate del capo ruandese Paul Kagame, un dittatore cliente degli Stati Uniti, la cui invasione dello Zaire portò alla cacciata del vecchio alleato degli statunitensi Mobutu Sese Seko.
Durante la Guerra Fredda, le operazioni della NSA in Africa furono in gran parte confinate alla condivisione d’intelligence con il Sudafrica dell’apartheid. La NSA ricevette dati SIGINT dal Sud Africa, per lo più intercettazioni di navi militari e mercantili che navigavano intorno al Capo di Buona Speranza. La NSA aveva segretamente supportato il centro d’intelligence del Sud Africa di Silvermine, all’interno di una montagna della Costanzia Ridge, presso Cape Town. La NSA ha mantenuto il suo rapporto con la Silvermine sotto una copertura totale, per via delle sanzioni internazionali contro il Sudafrica all’epoca. Silvermine venne abbandonata in rovina con i ladri che oggi rubano rame dalle antenne della base. Tuttavia, con il proliferare delle basi dei droni in tutta l’Africa, vi è una rinnovata presenza del SIGINT della NSA sul continente, ricevendo supporto tecnico dai droni dotati di sistemi di raccolta dei segnali e di analisi delle comunicazioni intercettate dalle piattaforme telecomandate d’intelligence. La maggiore permanente presenza NSA in Africa è a Camp Lemonnier, a Gibuti, dove gli analisti della NSA controllano le comunicazioni intercettate da droni e aerei o raccolte direttamente dai satelliti stranieri e dai cavi sottomarini. Aerei di sorveglianza Pilatus PC-12, completi di carichi SIGINT, decollano da Entebbe, in Uganda, nell’ambito dell’Operazione Tusker Sand. Il personale militare e civile della NSA viene assegnato anche agli impianti di sorveglianza degli Stati Uniti dell’aeroporto internazionale di Ouagadougou in Burkina Faso e dell’aeroporto internazionale Diori Hamani a Niamey, Niger. La base di Ouagadougou fa parte dell’Operazione Sand Creek, che impiega carichi SIGINT installati sui velivoli di sorveglianza Pilatus PC-12. Unità mobili della NSA, come quella installata in un’abitazione a Fort Portal, abitualmente opera da terminale per le basi degli Stati Uniti di Obo e Djema, nella Repubblica Centrafricana, e di Kisangani e Dungu, nella Repubblica democratica del Congo. Droni SIGINT decollano dalle basi USA di Arba Minch, Etiopia e dell’aeroporto Victoria sull’isola Malé delle Seychelles. Personale della NSA è stato assegnato a Camp Gilbert, Dire Dawa, Etiopia; a Camp Simba di Manda Bay e a Mombasa in Kenya; a Nzara in Sud Sudan; all’aeroporto internazionale Leopold Senghor di Dakar, in Senegal e all’aeroporto internazionale Boulé di Addis Abeba, Etiopia. Piccole strutture di ascolto della NSA sono situate anche presso le stazioni trasmittenti di Voce dell’America a Sao Tomé, una delle due isole che compongono la nazione di Sao Tomé e Principe, e a Mopeng Hill in Botswana.
Infatti, trovandosi il personale della NSA in diversi luoghi esotici dell’Africa e di altre parti del mondo, un briefing di presentazione della NSA, resa nota da Snowden, dal titolo “Conosci la tua  copertura“, istruisce il personale della NSA in missione segreta all’estero, a “sterilizzare gli effetti personali” vietandogli d’inviare a casa cartoline o di acquistare souvenir locali. In realtà, il più veloce mezzo di comunicazione in Africa rimane il “telegrafo della giungla”, le voci che di bocca in bocca viaggiano di città in città e da villaggio a villaggio, avvertendo i residenti locali che ci sono gli americani tra loro. E’ l’unico mezzo di comunicazione che la NSA non può toccare automaticamente, a meno che gli agenti della NSA origlino le conversazioni e capiscano gli oscuri dialetti africani. Gli insorti somali hanno ostacolato le intercettazioni della NSA con i segnali di fumo codificati delle reti di fusti da 55 galloni da bruciare per avvertire dell’avvicinamento di truppe di Stati Uniti, Kenya, Etiopia e altre straniere. La NSA proclama la sua abilità nell’intercettare qualsiasi comunicazione in qualsiasi parte del mondo. L’Africa ha dimostrato che che l’unica cosa in cui eccelle la vanagloriosa l’agenzia d’intelligence degli Stati Uniti, la NSA, è l’arte dell’esagerazione.

drones-bases-africa-2013La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Kenya: il non detto di un attacco senza sorpresa

Jean-Paul Pougala, Cameroon Voice 27 settembre 2013

map_of_kenyaE’ ancora presto per trarre insegnamenti dall’attacco al supermercato a Nairobi, ma possiamo farci alcune domande senza essere complottisti: Perché ora? Perché accade quando il Kenya veleggia verso est, verso Pechino e Mosca?
Da ora gli scambi tra il Kenya e un certo numero di Paesi sarà in yuan cinesi piuttosto che in dollari. Il Kenya ha scoperto nel suo territorio uno dei più grandi giacimenti d’acqua dolce del mondo. Questa acqua è ambita dall’Europa. Allo stesso tempo, Dakar passa la prima settimana senza acqua potabile. Ci viene detto che l’impianto di depurazione che si trova a 280 chilometri, costruito nel 2004 da una società francese con una garanzia di 30 anni, ha problemi alle tubature. Invece, si propone a Paesi attraversati da tre fiumi (Senegal, Niger, Casamance) di prendere in prestito 50 miliardi di franchi CFA per desalinizzare l’acqua dall’Oceano Atlantico. Se il Senegal rifiuta, siamo certi che il loro attuale amico Macky Sall sarà presto tradotto dal CPI per atrocità che avrebbe commesso quando era ancora nel grembo di sua madre?
Tornando al Kenya. Innanzitutto abbiamo visto l’incendio all’aeroporto, quando il Paese iniziava ad approfittare degli investimenti cinesi, per passare dal turismo, che ha portato nel Paese tutti i pedofili e i predatori sessuali occidentali, all’industria; così riportandoci a 40 anni fa, quando le Brigate Rosse italiane gestite da una frangia dei servizi segreti italiani, rapirono e uccisero il Primo ministro Aldo Moro che ebbe la cattiva idea di voler fare un governo di unità nazionale con  i comunisti, come denunciato da Washington. Non prima degli anni ’90 con la scomparsa del suddetto partito della Democrazia Cristiana a causa della corruzione, le lingue finalmente si sciolsero e le inchieste parlamentari scoprirono per bocca del Presidente della Repubblica Cossiga, che al momento dei fatti era ministro degli Interni, che con gli statunitensi aveva creato una squadra segreta nota come GLADIO per compiere l’impensabile nel proprio Paese. Dovettero fare di tutto per evitare il riavvicinamento con Mosca. Oggi, Mosca raggiunge Pechino.
Ciò che tentano in Africa ha un strumento pronto. In Kenya ci hanno prima provato con il CPI e quando non ha funzionato, sono passati al piano B. La manipolazione è proseguita con false informazioni pubblicate su giornali francesi come Liberation del 24.09.2013, su Israele che avrebbe condotto le operazioni a Nairobi per liberare gli ostaggi del supermercato. Cosa falsa, ovviamente. Com’è possibile che il Kenya, che combatte con successo gli Shabab in Somalia da 10 anni, possa cedere la cattura degli ostaggi ad Israele, che non è presente in Somalia? Mistero. Vi consiglio di trovare il discorso del presidente ai keniani, soprattutto nei ringraziamenti. Capirete tutto. Quando si sentono le dichiarazioni su “C’est dans l’Air” di France 5, del 23/9/2013, dove uno pseudo-esperto di Africa afferma che tutti i capi di Stato africani sono protetti da Israele, e più specificamente il presidente camerunense Biya, si comprende subito il perché di questa menzogna: la Francia e il suo presunto successo del Mali. Si criticava l’UA per il fatto che il presidente dell’ECOWAS, Ouattara, aveva scelto un programma d’intervento africano un anno dopo, per fare entrare la Francia in Mali, piuttosto che etiopi e keniani che hanno 10 anni di esperienza con gli islamisti in Somalia. Con l’attacco a Nairobi, era necessario presentare l’immagine dell’incapacità degli africani di assumersi le proprie responsabilità, convalidando l’insistenza del presidente francese nel convocare a Parigi una conferenza sulla sicurezza in Africa.
Problema: tutti coloro che manipolano tali imbrogli, dimenticano che sono gestiti da una mafia al di sopra di loro stessi, la finanza internazionale anonima. Hollande aveva promesso in campagna elettorale di combatterla, prima di andare a Londra a dire che stava scherzando per spingere il suo popolo ad eleggerlo, rassicurandola che la Francia rimarrà sua terra di conquista.
L’ultima bugia: l’intervento di Kenya ed Etiopia per ripristinare lo Stato di diritto in Somalia sarebbe finanziato da Europa e Stati Uniti. Falso. La disputa tra occidentali e africani su questo tema è finita molto male, perché gli africani non vogliono che una missione in Africa sia controllata da non africani. Gli africani erano disposti ad avere aiuto militare anche europeo, in Somalia, a una condizione: che fosse sotto il comando africano. Gli europei e gli statunitensi si rifiutarono e da allora gli africani affrontano questo problema da soli e con grande successo. Questa favola degli aiuti occidentali alla Somalia assomiglia al racconto degli pseudo-aiuti degli Stati Uniti all’esercito egiziano. Come un esercito può comprare attrezzature da un Paese, con un piano di rimborso, e farlo passare ogni volta come un aiuto?
A che serve a proclamare che siamo un “Paese ricco”, “sviluppato” se alla fine un pugno di banchieri pone le sue pedine su tutti i finanziamenti del Paese. La mediocrità dei politici usciti dalla trappola del suffragio universale, ha permesso la creazione di nazioni deboli in balia dei finanzieri. Chiedetevi come un Paese come la Francia, nei soli cinque anni di Sarkozy, abbia accumulato un debito di 700 miliardi di euro, cioè una volta e mezzo l’aggregato dei debiti di tutti i 54 Paesi africani. Questo perché la vantata “democrazia” è un sistema ben ordinato, dove è possibile ingannare popoli schiavizzati rendendoli molto felici guardando le immagini di repertorio dei bambini malnutriti della guerra del Biafra, facendole passare per l’Africa di oggi. Così Obama stava per spingere Hollande a finanziare una guerra in Siria, alimentando shabab e jihadisti siriani che domani bombarderanno un centro commerciale a Parigi o New York, mentre il 17 ottobre deve riuscire a convincere il Congresso ad aumentare ulteriormente il tetto del debito. Il vecchio tetto approvato l’anno scorso non basta. Gli Stati Uniti continuano a prendere prestiti ogni giorno dalla Cina per pagare le guardie del corpo di Obama e il pasto che gli viene servito ogni giorno.
Guardate questo documentario tramesso su Arte e capirete come tutta l’avanzata democrazia occidentale sia controllata magistralmente dalla mafia. E se vi ostinate a voler portare la democrazia in Cina, non è certamente per renderla un Paese più potente di quanto non lo sia oggi, ma solo affinché gli stessi mafiosi possano mettere le mani anche sul patrimonio di questo Paese. L’Africa deve trovare la propria strada per evitare che gli esperti della democrazia ci consegnino per sempre alle loro mafie finanziarie. Se ci riusciranno, saremo ancora per generazioni e generazioni  sottomessi e in schiavitù, proprio come vediamo oggi in Grecia, Italia o Spagna. Questa è la politica dell’economia al comando e non il contrario, e non capirlo significa continuare a vivere nell’illusione di una politica forte, fondamentalmente un castello di carta senza forza sufficiente per creare ricchezza. Senza ricchezza, tutto il potere viene subordinato alla “mafia democratica” delle potenze del denaro in occidente. Il caso del Mali lo dimostra in modo corretto.
A conclusione di questo scritto, non abbiamo ancora risposto alla domanda: perché il Kenya?
Il Kenya era il simbolo di questa Africa degli animali, senza gli africani che una certa letteratura razzista coloniale del 19.mo secolo aveva descritto. Guardando TV come BBC, il Kenya esiste solo in relazione ai parchi naturali e ai safari. Il Kenya è dove vedremo fauna selvatica, dove troveremo il selvaggio. Perché la Cina e la Russia? Perché sono gli unici ad avere denaro oggi, quando gli altri sono indebitati. I leader keniani hanno soltanto copiato un altro Paese: la Thailandia. Se la Thailandia smette di essere il bordello dell’occidente, sarà grazie soprattutto al capitale russo e anche cinese, soprattutto nel settore immobiliare. Oggi ci sono 30.000 russi stabilitisi in Thailandia, vale a dire una popolazione benestante che ha abbandonato la Costa Azzurra. La Thailandia aveva iniziato con la guerra di Corea e del Vietnam, quando i marines degli Stati Uniti avevano bisogno di trovare un posto con ragazze facili per fare baldoria. Nata come destinazione turistica sessuale, la Thailandia è arrivata al nuovo G2 e non vuole che questi turisti depravati creino altri problemi. I bordelli stanno chiudendo una dopo l’altro, a Pataya, sostituite da ville da sogno per ricchi. È stato creato anche un ministero speciale per lusingare questi nuovi ricchi russi e cinesi che vogliono portare le loro famiglie in vacanza, in hotel o nelle loro tante seconde case, e ciò funziona. Per esempio, molte fabbriche cinesi offrono come premi di produttività viaggi in Thailandia. Il Kenya sta semplicemente cercando di copiare la Thailandia, per lanciare il suo sviluppo e questo a qualcuno non piace. Perché? Perché perderà tutte quelle principali catene alberghiere occidentali così addolcite? Scopritelo guardando il video. Scoprirete il bluff dei politici occidentali e di coloro che li controllano nei retroscena.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Kenya: futura via d’ingresso della Cina in Africa per sostituire il dollaro?

Elisabetta Studer, Le blog Finance - Réseau International, 30 settembre 2013

china-kenya-guardMera coincidenza? Mentre il Kenya è stato teatro di un attacco terroristico particolarmente letale, i cui retroscena potrebbero riservare delle sorprese, va notato che Nairobi attualmente mette in discussione la supremazia del dollaro, con una particolare svolta verso lo yuan cinese. Il Kenya dovrebbe presto ospitare un fondo valutario della divisa cinese nella propria Banca Centrale che, in tal caso, sarebbe la prima nel continente africano. Neanche se Pechino invadesse passo passo, da Nord a Sud, l’Africa. Naturalmente, questo passaggio non deve far dimenticare completamente il dollaro, ma ciò non è benvisto da Washington, quand’anche il governo si ritrovi ad affrontare, ancora una volta, il muro del bilancio.
Attualmente, le transazioni valutarie cinesi non sono molto diffuse tra gli imprenditori africani, essendo i commercianti attaccati in ogni senso alla flessibilità del biglietto verde. Se gli africani possono già ottenere quotazioni delle rispettive valute verso lo yuan, un fondo valutario metterebbe fine all’obbligo di pagamento in dollari, riducendo i costi e accelerando le operazioni. Tramite una tale operazione, il Kenya sarebbe simbolicamente un ponte tra il mondo delle imprese del continente africano con la Cina, l’imperatrice economica dell’Asia, anche se ancora gli inizi restano modesti. Tali tipi di scambi sono anche i primi realizzati al di fuori del continente asiatico. Ma la concorrenza potrebbe già infuriare nel continente africano, in particolare avendo la Nigeria delle riserve in yuan. Il Sud Africa viene anche indicato come potenziale ospite della riserva valutaria, hanno detto dei funzionari, tuttavia un tale piano non è stato ancora preso in considerazione.
Ad agosto, il ministro delle Finanze keniota Henry Rotich faceva capire che la proposta del governo del Kenya consisteva principalmente nel dimostrare l’entità del mercato finanziario del Kenya… per rendere interessante il progetto.., promuovendo la fiducia dei mercati e degli investitori. Una situazione ormai fortemente compromessa dall’attacco terroristico, avvenuto pochi giorni fa, al Westgate. “Vediamo questo progetto del fondo valutario, in modo molto positivo, e credo che sia molto importante per il Kenya creare un centro finanziario nel suo territorio, per trattare la valuta cinese“, indicava l’ambasciatore cinese in Kenya Liu Guangyuan, il 18 settembre a Nairobi, poche ore prima dell’assalto mortale al centro commerciale. Fu lo scorso agosto che la volontà di Nairobi venne resa pubblica, quando il presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, aveva avanzato la proposta nel corso di una visita a Pechino, questa estate.
Ricordiamo che la Cina ha già concordato con il Giappone di stabilire la diretta convertibilità yen-yuan nelle transazioni bilaterali. Studi sono stati condotti in parallelo nel gruppo BRICS per rivedere la supremazia del dollaro e dell’euro sul mercato internazionale. Il Kenya potrebbe diventare una delle prime regioni del mondo a sperimetarlo. Cosa che sconvolge alcuni…

Fonti: Reuters, legriot.info

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il coinvolgimento dei servizi segreti a Nairobi

Aangirfan 29 settembre 2013

Natalie Faye Webb Samantha Lewthwaite‘Samantha’ – presunta mente dell’attacco al centro commerciale in Kenya.
Samantha Lewthwaite, che si crede sia un’agente dell’MI6, avrebbe sposato un ex ufficiale della marina keniota. Questo secondo gli archivi della polizia nel Regno Unito. L’ex-ufficiale di marina è Abdi Wahid. Nel 2011, Wahid fu arrestato quando la polizia scoprì che la sua casa di Mombasa, in Kenya, “era stata trasformata in una potenziale fabbrica di bombe da Lewthwaite e soci.” Wahid non venne mai accusato di alcun reato, il che suggerisce che lavorasse per l’MI6 e associati. Una indagine del Mail on Sunday rivela che Abdi Wahid “era libero di viaggiare dove vuole, ed attualmente si trova in Europa.” Dailymail.
Samantha Lewthwaite fece 42 telefonate alla ‘zia’, residente a Solihull, Birmingham, nel Regno Unito. “La scorsa settimana la donna, che di recente si è sposata, era in vacanza e non poteva essere contattata.” Ciò suggerisce che Samantha e i suoi amici sono protetti dalle autorità britanniche. MI5 e MI6 sapevano del piano per attaccare il centro commerciale Westgate. Sapevano del piano già 4 anni fa. Secondo quanto riferito, nel 2006, Bilal Berjawi (Abu Omar) ebbe il permesso di viaggiare dal Regno Unito alla Somalia, dove entrò a far parte di al-Shabab, che si ritiene sia gestito da MI5/MI6. Quattro anni fa, Bilal Berjawi (Abu Omar), quindi un cittadino inglese, fu arrestato in Kenya da funzionari dell’antiterrorismo.  I keniani accusavano Berjawi di complotto per far saltare in aria il centro commerciale del Kenya. Dailymail.

0 bBerwaji dell’MI5/MI6?

Purtroppo, gli ufficiali del Kenya che si occupavano di Berwaji “stavano lavorando su istruzione dell’MI5.” Berjawi poté tornare in Gran Bretagna. Dailymail
Secondo quanto riferito, Berjawi ritornò in Somalia nel 2009 e “fu sospettato di essere andato in Uganda nel 2010, dove prese parte agli attacchi di al-Shabab a due bar in cui tifosi guardavano la finale dei Mondiali. Le esplosioni uccisero 74 persone“. Secondo al-Shabaab, Berjawi è stato ucciso nel gennaio 2012 da un drone statunitense. Berjawi sarebbe stato una delle persone che hanno attaccato il centro commerciale in Kenya, nel settembre 2013. Dailymail

05Cittadino britannico e possibile agente dell’MI6, Sharif Ahmed Abdirizak è stato arrestato mentre cercava di fuggire dal Kenya in Gran Bretagna. Il cittadino inglese Sharif Ahmed Abdirizak è stato arrestato dalle autorità kenyane mentre cercava di fuggire dal Kenya dopo l’attacco al Westgate. Presumibilmente aveva le mappe del centro commerciale sul suo computer portatile. “L’arresto è stato sottovalutato dalla Gran Bretagna, l’Alto Commissario a Nairobi Christian Turner l’ha descritta ‘priva di significativo interesse’ per l’inchiesta.” Ciò significa che Sharif Ahmed Abdirizak potrebbe lavorare per l’MI6. Abdirizak rimane in custodia. Abdirizak stava cercando di recarsi a Manchester passando per la Turchia. A Manchester, la zia di Abdirizak afferma di avere visitato la madre morente, Fatima Abdirahman, nell’Ospedale Salama a Nairobi. “L’indagine di The Mail on Sunday ha rivelato che nessuno con il nome di sua madre era mai stato ammesso. In realtà, le fonti hanno detto ieri che, insieme ad altri membri della famiglia, era stato ‘preso’ dalla polizia ad un indirizzo di Eastleigh (in Kenya) ed interrogato dagli investigatori.” Dailymail

07Il segretario agli interni del gabinetto del Kenya, Joseph Ole Lenku, ha detto che otto sospettati del coinvolgimento negli attentati al Westgate sono detenuti. Altri tre sono stati rilasciati. Dailymail

Commenti anonimi:
Diversi soldati d’elite sarebbero capitati sul posto e guarda caso armati, secondo due asiatici. Un altro soldato delle forze speciali sarebbe capitato nel centro commerciale del Kenya per salvare l’elite!

I terroristi di Nairobi aiutati dai militari
Aangirfan 28 settembre 2013

20110202_CIAMBA quanto pare, alcuni delle forze di sicurezza del Kenya erano dalla parte degli aggressori del centro commerciale. “Un team della Recce General Service Unit della polizia del Kenya, all’inizio dell’operazione di salvataggio, si fece strada nel centro commerciale liberandone la maggior parte e abbattendo i terroristi in un punto tra il Nakumatt Supermarket e la Barclays Bank.Tuttavia, la squadra si ritirò quando il suo comandante fu colpito mortalmente da ‘fuoco amico’ dopo l’arrivo dell’Unità KDF (esercito). A ritirarsi, nello stesso tempo, fu anche un piccolo gruppo di poliziotti provenienti da varie unità e dei civili armati, i primi ad entrare nel centro commerciale dal parcheggio sul tetto e dalla porta d’ingresso, mettendo in sicurezza centinaia di acquirenti. Un ufficiale presente ha detto che alcune unità avevano per priorità individuare e salvare un gruppo specifico di vip… E’ anche emerso che la polizia ebbe informazioni prima dell’attacco terroristico pianificato, ma non era riuscita ad agire.” Saricabarile sull’attacco al Westgate

web-kenyaMolte aziende nel centro commerciale sono gestite da israeliani, come Artcaffe di proprietà di Alex Traitenberg.” Connessione israeliana all’attacco terroristico al Westgate Mall

Coloro che furono uccisi:
Da Israele e Stati Uniti: nessuno
Dal Kenya 1. Peter Ldhituachi Simani, presidente del tribunale per le controversie tra partiti politici. 2. Anuj Shah del Sona Shoppe, studio fotografico. 3. Harun Oyieke, docente presso il Cooperative College of Kenya. 4. Ruhila Adatia-Sood, una personalità della TV e radio locali, sposata con Ketan Sood, che lavorava per l’USAID di Nairobi. 5 e 6. Il nipote del Presidente Uhuru Kenyatta, Mbugua Mwangi, e la fidanzata Rosemary Wahito. 7. Shah Mitul: direttore di una rete di vendita e marketing. 8. Nehal Vekaria. 9. Martin Munene Kithinji: l’ufficiale di polizia ucciso dalla Recce GSU. 10. Wilkista Vizengwa Angoro. 11. Crispal Gaitung’u Ng’ang’a: Genesis Office Solutions. 12 – 14. Kennedy Mogaka Mochere, Veronicah Wairimu Kamau e John Mutando Musango: dipendenti di Nakumatt.
Canada 15. Annemarie Desloges: una diplomatica canadese di 29 anni. 16. l’albergatore di Vancouver Naguib Damji, 59 anni
Ghana 17. Kofi Awoonor: un noto poeta.
India 18. Sridhar Natarajan: lavorava per una ditta farmaceutica. 19. Paramshu Jain: figlio di otto anni del direttore della filiale della Banca Baroda.
Perù 20. Juan Jesus Ortiz: medico.
Corea del Sud 21. Kang Moon-hee
Australia e Olanda 22 e 23. Una donna olandese di 33 anni e suo marito australiano. 24 e 25. l’australiano Ross Langdon, della Regional Associates Ltd, e la moglie olandese Elif Yavuz, specialista in malaria.
Cina 26. Una donna di 38 anni.
Francia 27. Una madre e la figlia.
Trinidad e Tobago 28. Ravindra Ramrattan
Suda Africa 29. Un cittadino
30 e 31. Altre vittime identificate dal quotidiano Telegragh sono Zahara Bawa e sua figlia di otto anni Jenah.
Elenco delle vittime del centro commerciale Westgate

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 329 follower