Bombardamento della Jugoslavia contro “invasione russa” della Crimea

Valentin Vasilescu, Reseau International 8 marzo 2014

0,,17467756_303,00Nel 1999, l’offensiva della NATO contro non solo obiettivi militari ma anche civili in Jugoslavia, iniziò con un bombardamento aereo massiccio, con il pretesto dell’oppressione serba della minoranza albanese in Kosovo, parte della Jugoslavia. Al massacro della Jugoslavia, durato 78 giorni, parteciparono US Air Force, Regno Unito, Francia, Belgio, Danimarca, Norvegia, Paesi Bassi, Germania, Spagna, Portogallo, Turchia e Canada, tutti membri della NATO. La stessa cosa accadde nel 2011, quando la stessa scusa fu utilizzata in Libia per rovesciare Gheddafi. Nel bombardamento della Libia parteciparono sempre USAF, Regno Unito, Francia, Belgio, Danimarca, Norvegia, Paesi Bassi, Spagna, Turchia e Canada, tutti membri NATO, con l’aggiunta delle forze di Svezia, Emirati Arabi Uniti e Qatar. Il desiderio di ogni comandante militare è impedire al nemico di avviare un dispiegamento difensivo adeguato e la pianificazione preventiva di fossati anticarro e trincee. Ma a tale proposito, le unità ucraine in Crimea furono colte di sorpresa ed isolate nelle loro caserme. Finora i russi hanno mantenuto un equilibrato rapporto di forze in Crimea, ma in 48 ore utilizzando aerei da trasporto aereo e navi da sbarco, possono dispiegare più di 200000 soldati, mezzi da combattimento pesanti, missili da crociera e missili terra-terra, centinaia di bombardieri e aerei multiruolo. Ciò è la prova più evidente che, finora, i russi non hanno intenzione di agire come gli Stati Uniti in Jugoslavia, distruggendo le infrastrutture militari ed economiche, uccidendo civili, o radendo al suolo le città ucraine con massicci attacchi aerei e sbarramenti d’artiglieria.
La Russia ha finora applicato il metodo “soft“, seguendo l’obiettivo politico limitato deciso da Vladimir Putin. Basandosi sul principio della “relazione tra persone ragionevoli” e il massimo uso delle capacità dei gruppi da ricognizione strategica (Alfa) dell’esercito russo. Finora, i russi hanno fatto solo capire all’esercito ucraino che i capi di Euromaidan vogliono mandarli a morire deliberatamente per mantenere le cariche che occupano grazie ai crimini commessi a piazza dell’Indipendenza a Kiev, che hanno comportato un colpo di Stato bello e buono. Questo   atteggiamento suggerisce che l’esercito ucraino dovrebbe arrestare e disarmare rapidamente i gruppi estremisti filo-occidentali che hanno dichiarato pubblicamente che i cittadini russofoni dell’Ucraina, come quelli rumeni, devono essere liquidati. Per una settimana s’è parlato di “fronte” formato dalle truppe russe, in modo che l’esercito ucraino cominciasse ad arrestare e disarmare i gruppi d’opposizione estremisti filo-occidentali. Mentre l’esercito ucraino non ha dimostrato maggior discernimento, la Russia si sente in dovere di dimostrare rapidamente agli ucraini il suo enorme sistema militare. La seconda fase del “soft power” dell’esercito russo in Ucraina potrebbe consistere nell’ampio uso di sistemi C4I in stretta correlazione con le truppe aeroportate e terrestri, la marina e l’aviazione. Memorie, microprocessori, apparecchiature per le comunicazioni via satellite, coordinati da server dedicati, potenza di elaborazione di ultima generazione, nonché sicurezza garantita da crittografia digitale su tutte le frequenze, faranno sì che i sistemi C4I russi saranno impossibili da neutralizzare per gli ucraini. Così, tutti i canali di sorveglianza e rilevamento di tutti i servizi delle forze armate ucraine potrebbero giocare ad “Age of Empire“, allertando su una grande invasione ma non avendo i mezzi per verificarla; l’esercito ucraino sarà costretto a scegliere tra le alternative disponibili, mettendosi in posizione da combattimento su alcune linee per far fronte al nemico e, quindi, lasciare scoperte altre zone divenute automaticamente e fatalmente vulnerabili all’esercito ucraino.

Valentin Vasilescu, pilota ed ex-vicecomandante della base militare di Otopeni, laureato in Scienze Militari presso l’Accademia di Studi Militari a Bucarest nel 1992.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I tredici anni del piano imperialista per la Siria

Slobodan Eric Rete Voltaire 15 febbraio 2014

Solo gradualmente tutti i pezzi del puzzle si combinano. In questa intervista con la rivista serba Geopolitika, Thierry Meyssan spiega cosa ora preveda il piano imperialista di Washington per il Medio Oriente, elaborato nel 2001. Ne osserva l’incapacità di affrontare la resistenza popolare e nota che pagheremo tutti le conseguenze, sia i popoli oppressi che coloro che pensavano di dominarle.

tumblr_m7fa7tntbz1qap9gno1_1280Geopolitika: Caro signor Meyssan, potrebbe brevemente spiegare ai lettori di Geopolitika ciò che  accade oggi in Siria, dato che secondo le informazioni delle principali reti televisive e le affermazioni dell’Osservatorio siriano dei diritti umani di Londra, non si capisce la situazione reale nel Paese in guerra. Ci sembra che un vento positivo soffi per il Presidente Assad, l’Esercito siriano e le forze patriottiche che difendono la Siria, dopo l’iniziativa russa per l’eliminazione delle armi chimiche che ha sventato il piano d’intervento di Stati Uniti e NATO.
Thierry Meyssan: Secondo gli Stati membri della NATO e del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC), i siriani si ribellarono al loro governo, tre anni fa, imitando i nordafricani. Questo è ciò che viene chiamata “primavera araba”. Il governo, o “il regime” più sprezzantemente, ha risposto con forza e brutalità. Dal 2011, la repressione avrebbe causato più di 130000 morti. Questa versione è supportata dall’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo che pubblica il numero delle vittime. La realtà è molto diversa. Al momento degli attentati dell’11 settembre, gli Stati Uniti decisero di distruggere un certo numero di Paesi, tra cui la Libia e la Siria. Questa decisione fu rivelata dall’ex Comandante Supremo della NATO, generale Wesley Clark, che si oppose. Si trattava di creare un’unità politica, dal Marocco alla Turchia, intorno a Fratellanza musulmana, Israele e  globalizzazione economica. Nel 2003, dopo la caduta dell’Iraq, il Congresso approvò il Syria Accountability Act, che autorizza il presidente degli Stati Uniti ad entrare in guerra contro la Siria senza l’autorizzazione del Parlamento. Nel 2005, gli Stati Uniti utilizzarono l’assassinio di Rafiq Hariri per accusare il Presidente Bashar al-Assad, promuovendo e creando il Tribunale speciale per il Libano, al fine di condannarlo e di dichiarare guerra al suo Paese. Tale accusa crollò per lo scandalo dei falsi testimoni. Nel 2006, Washington subappaltò una guerra contro Hezbollah ad Israele, sperando di coinvolgervi la Siria. Nel 2007, gli Stati Uniti organizzarono e finanziarono gruppi di opposizione esiliati intorno alla Fratellanza musulmana. Nel 2010, decisero di esternalizzare la guerra contro la Libia a Francia e Regno Unito che, perciò, conclusero il Trattato di Lancaster House. Nel 2011, un commando della NATO fu inviato segretamente in Siria per creare panico e desolazione. Dopo la caduta della Libia, spostarono il centro di comando dei loro eserciti a Izmir, in Turchia, e i combattenti libici di al-Qaida nel nord della Siria. Tale guerra di aggressione ha ucciso 130000 siriani e numerosi combattenti stranieri. Dopo la crisi delle armi chimiche dell’agosto-settembre 2013, gli Stati Uniti ammisero di non poter rovesciare il governo siriano. Interruppero le forniture di armi e i jihadisti stranieri non possono più contare su Israele, Francia e Arabia Saudita. Ovunque, l’esercito lealista avanza e le bande armate sbandano ovunque tranne che nel nord. Tuttavia, Washington impedisce la pace in Siria fin quando non riuscirà ad imporre la sua soluzione alla questione palestinese.

Geopolitika: Quali sono le conseguenze della sconfitta dell’Esercito libero siriano, sostenuto dall’occidente? Qual è la situazione ad Aleppo e sugli altri fronti? Quali fondi e sostegni hanno al-Nusra, al-Qaida e gli altri gruppi estremisti islamici? Gli islamisti radicali, anche se non sono così popolari, sono guerrieri scadenti che attaccano la Siria per conto dell’occidente?
Thierry Meyssan: In principio la NATO ha scelto di combattere una guerra di quarta generazione. Il popolo siriano venne inondato da una marea di informazioni false per fargli credere che il Paese fosse in rivolta e che la rivoluzione avesse trionfato, in modo che tutti inevitabilmente accettassero il cambio di regime. Il ruolo dei gruppi armati era condurre azioni simboliche contro lo Stato, per esempio contro le statue di Hafiz al-Assad, il fondatore della moderna Siria e atti di terrorismo per intimidire le persone e costringerle a non intervenire. Ognuno di tali gruppi armati era diretto da ufficiali della NATO, ma non c’era un comando centrale, per dare l’impressione di un’insurrezione diffusa e non di una guerra vera e propria. Tutti questi gruppi, disgiunti gli uni dagli altri, avevano la singola etichetta dell’Esercito Siriano Libero (FSA). Riconobbero la stessa bandiera verde, bianca, nera, storicamente del mandato francese, nel periodo tra le due guerre, cioè dell’occupazione coloniale. Quando gli occidentali decisero di cambiare strategia, nel luglio 2012, cercarono di mettere questi gruppi armati sotto un unico comando. Non ci riuscirono mai per via della competizione tra i loro mandanti, Turchia, Qatar e Arabia Saudita. Fin dall’inizio, le uniche forze militari efficaci sul terreno erano i jihadisti che affermarono fedeltà ad al-Qaida. Erano la punta di diamante dell’ELS nella prima parte della guerra, poi si separarono quando gli Stati Uniti li definirono “terroristi”. Oggi, sono divisi principalmente tra il Fronte Islamico, finanziato dall’Arabia Saudita, Fronte al-Nusra finanziato dal Qatar ed Emirato islamico dell’Iraq e Levante (EIIL, “Daish” in arabo ), finanziato dalla NATO attraverso la Turchia, anche se controllato dall’Arabia Saudita. La  concorrenza è tale che questi tre gruppi si massacrano più di quanto combattano il governo siriano.

Geopolitika: Sulle due informazioni dannose e parziali dei media globali, potrebbe dirci chi ha attaccato civili e bambini con il gas sarin? Qui in Serbia, dove abbiamo avuto l’esperienza della strage di Racak e degli abitanti di Markale a Sarajevo, dove i serbi furono accusati senza alcuna prova, il tutto sembra un copione già visto della “manipolazione del massacro”. Tali sceneggiate sanguinarie utilizzate per manipolare l’opinione pubblica e avviare interventi militari nell’ex- Jugoslavia e in altre aree critiche del mondo, perdono efficacia, o in altre parole: ora è più difficile ingannare la gente?
Thierry Meyssan: L’attacco con il gas sarin a Ghuta, Damasco, (cioè nella cintura agricola della capitale) non fu il primo attacco con il gas. Ve ne furono molti altri in precedenza, per i quali la Siria fece invano appello al Consiglio di Sicurezza. Secondo l’opposizione in esilio, il governo avrebbe bombardato la zona di Ghuta per diversi giorni uccidendone infine la popolazione con il gas. Il presidente Obama, che ritenne che questo attacco superasse la “linea rossa”, minacciò di distruggere Damasco. Fu seguito, in un crescendo, dal presidente Hollande. Ma infine, la Siria, su proposta russa, aderì alla Convenzione contro le armi chimiche e tutte le scorte furono consegnate all’OPAC. Così non si verificò l’attacco a Damasco. Oggi il Massachusetts Institute of Technology (MIT) ha pubblicato un rapporto che dimostra che i razzi osservati a Ghuta avevano una gittata inferiore ai 2 km. Tuttavia, secondo le cartine diffuse dalla Casa Bianca, le forze lealiste erano a 9 km dalla “zona ribelle.” In altre parole, è impossibile che questi tiri provenissero dalle forze governative. Questo studio conferma i rapporti dei satelliti russi secondo cui i due razzi furono  sparati dai Contras dalla loro area, convalidando la confessione trasmessa tre giorni dopo dalla TV siriana, dove un individuo ammise di avere trasportato questi razzi chimici da un deposito  dell’esercito turco a Damasco. Sono convalidate le accuse delle famiglie alawiti di Lataqia che sostengono di aver riconosciuto il loro figli rapiti dai Contras, il mese precedente, nelle immagini delle vittime. Infine, convalida l’inchiesta di Seymour Hersh che sostiene, contrariamente a Barack Obama, che la sorveglianza del Pentagono non mostrava alcuna attività del servizio chimico nei giorni precedenti. Questo caso non può sorprendervi, avendo sperimentato lo stesso tipo di aggressione dalle stesse potenze. Funziona bene tanto oggi quanto ieri. Tuttavia, l’intossicazione ha ancora una durata limitata. Si scopre che ha funzionato, ma non ha avuto successo. Il pubblico occidentale ci crede, ma Damasco non è stata bombardata perché la Russia l’ha impedito inviando la sua flotta presso le coste siriane. Improvvisamente, il Pentagono non poté distruggere la città sparano dal Mar Rosso, attraverso la Giordania e Arabia Saudita, poiché avrebbe scatenato una grande guerra regionale. La verità la sappiamo con certezza ora, cioè sei mesi dopo.

Geopolitika: Dobbiamo anche domandarci della situazione dei cristiani in Siria. Vi sono informazioni sull’occupazione e il saccheggio a Malula, da parte degli islamisti di al-Nusra, di una ex-chiesa cristiana, delle suore sarebbero state rapite?
Thierry Meyssan: Per esaurire la Siria, la NATO ha fatto ricorso a collaborazionisti siriani e combattenti stranieri. Durante la seconda parte della guerra, cioè dalla prima conferenza di Ginevra nel giugno 2012, c’è stato un afflusso di Contras senza precedenti. Si tratta di una guerra di tipo nicaraguense, ma con un inaudito ricorso ai mercenari. Ora sono almeno 120000 i combattenti stranieri provenienti da 83 Paesi per combattere in Siria contro il governo. Tutti si richiamano al wahhabismo, setta fondamentalista al potere in Arabia Saudita, Qatar e Emirato di Sharjah. La maggior parte si dice taqfirista, cioè “pura”. Condannano a morte “apostati” e “infedeli”. Quindi, urlano nelle loro manifestazioni: “Gli alawiti sottoterra! I cristiani in Libano!“. Per tre anni hanno massacrato decine di migliaia di alawiti (una corrente sciita per cui la fede è interiore e non può essere espressa con dei riti) e di cristiani. Soprattutto, hanno costretto centinaia di migliaia di cristiani a fuggire, abbandonando le loro proprietà. Oggi li costringono a pagare una tassa speciale, in quanto infedeli. Mentre sopraggiunge la fine della guerra, i gruppi armati cercano di vendicare la loro sconfitta con operazioni spettacolari. Hanno attaccato Malula, città cristiana in cui si parla ancora la lingua di Cristo, l’aramaico. Si sono dedicati ad atrocità sconvolgenti. I cristiani sono stati torturati in pubblico e martirizzati perché rifiutavano di rinunciare alla loro fede.

Geopolitika: Seguendo con molta attenzione e precisione la situazione in Medio Oriente. Come descriverebbe la situazione in Egitto? Pensa che la situazione si sia consolidata dopo le azioni decise dal comando militare? È la prima grave sconfitta di coloro che pianificarono le rivoluzioni arabe? Come si spiega che gli Stati Uniti supportino un gruppo islamico radicale come i Fratelli musulmani?
Thierry Meyssan: Il termine “primavera araba” è un cavillo da giornalista per parlare di eventi che non comprende che accadono nello stesso momento in Paesi assai diversi che parlano la stessa lingua, l’arabo. E’ anche un mezzo della propaganda per spacciare guerre aggressive per rivoluzioni. Preoccupato dalla successione di Mubaraq, il dipartimento di Stato aveva deciso di rovesciarlo per scegliere il governo successivo. Così organizzò la carestia del 2008 speculando sul cibo. Creò una squadra che si occupò della Fratellanza musulmana. E aspettò che la pentola bollisse. Quando la rivolta iniziò, il dipartimento di Stato inviò l’ambasciatore Frank Wisner, che aveva organizzato il riconoscimento internazionale dell’indipendenza del Kosovo, per ordinare ad Hosni Mubaraq di dimettersi. Cosa che fece. Poi, il dipartimento di Stato contribuì ad organizzare le elezioni che permisero alla Fratellanza musulmana di mettere il cittadino egiziano-statunitense Muhammad Mursi alla presidenza con meno del 20% dei voti. Una volta al potere, Mursi aprì l’economia alle transnazionali statunitensi e annunciò l’imminente privatizzazione del Canale di Suez. Impose una costituzione islamica, ecc. Il popolo si ribellò di nuovo. Ma non solo in alcuni quartieri di Cairo, come la prima volta. Tutto il popolo in tutto il Paese, tranne il quinto della popolazione che l’aveva eletto. In definitiva, i militari presero il potere e incarcerarono i capi della Fratellanza musulmana.  Ora sembra che stessero negoziando il trasferimento della popolazione palestinese di Gaza in Egitto. Lì, come in tutto il mondo arabo, Hillary Clinton si appoggiò alla Fratellanza musulmana. Tale organizzazione segreta, costituita in Egitto per combattere contro il colonialismo inglese, fu effettivamente manipolata dall’MI6 e ora ha la sua sede internazionale a Londra. Nel 2001, Washington previde l’ascesa in Turchia, facilitandone le elezioni, di un politico imprigionato in quanto appartenente alla fratellanza musulmana, pur pretendendo di averla abbandonata, Recep Tayyip Erdogan. Dopo aver tentato numerosi colpi di Stato in diversi Paesi per 80 anni, la Fratellanza andò al potere grazie alla NATO in Libia, e alle urne in Tunisia e in Egitto. Partecipa ai governi di Marocco e Palestina. Dona un aspetto politico ai Contras in Siria. S’è illustrata in Turchia. Ovunque dispone della consulenza in pubbliche relazioni della Turchia e del finanziamento del Qatar, cioè dell’Exxon-Mobil di Rockefeller. Ha la sua televisione e il predicatore principale al-Qaradawi è il “consigliere spirituale” (sic) della rete del Qatar al-Jazeera. La Fratellanza impone un Islam settario, che perseguita le donne e assassina gli omosessuali. In cambio, sostiene che il nemico degli arabi non sia Israele, ma l’Iran, e apre i mercati alle multinazionali statunitensi. Se per due anni e mezzo abbiamo creduto che i Fratelli dovessero governare l’intero mondo arabo, oggi sono stati abbandonati dall’occidente. Infatti, da nessuna parte sono riusciti a ottenere un massiccio sostegno popolare. Non hanno mai avuto più del 20% della popolazione dalla loro parte.

Geopolitika: Dalla vostra “torre di guardia” in Medio Oriente, potrebbe spiegare la sorprendente amicizia tra il governo serbo e gli Emirati Arabi Uniti? Il principe Muhammad bin Zayad al-Nahyan è venuto più volte in Serbia dove ha annunciato diversi investimenti nel settore agricolo e nel turismo serbo. Etihad ha acquistato, quasi assorbito, la compagnia serba JAT Airways. Tali contatti politici ed economici tra Abu Dhabi e Belgrado possono non avere il consenso di Washington? Quale sarebbe la ragione della Casa Bianca per incoraggiare la collaborazione tra gli Emirati Arabi Uniti e la Serbia?
Thierry Meyssan: Gli Emirati Arabi Uniti sono in una situazione molto difficile. In primo luogo, è una federazione di sette Stati molto diversi, tra cui l’emirato wahhabita di Sharjah. Poi sono troppo piccoli per resistere al loro potente vicino, l’Arabia Saudita, e al loro cliente, gli Stati Uniti. In primo luogo hanno cercato di diversificare i propri clienti, offrendo una base militare alla Francia, ma questa rientrò nel comando integrato della NATO. Nel 2010 hanno abbandonato l’idea di avere un ruolo diplomatico sulla scena internazionale, dopo che la CIA assassinò in Marocco il principe Ahmad, perché segretamente finanziava la resistenza palestinese. La revoca delle sanzioni statunitensi contro l’Iran indeboliranno i loro porti, diventati il fulcro del traffico che aggira l’embargo. Ora cercano nuovi partner commerciali della loro taglia. Negoziano con la Serbia, equilibrando l’influenza wahhabita del Qatar, che ha creato al-Jazeera in Bosnia.

Geopolitika: Cosa pensate dello stato attuale delle relazioni internazionali? La presenza militare russa nel Mediterraneo e le sue azioni diplomatiche rendono impossibile l’intervento in Siria, incoraggiano l’Ucraina a non firmare l’accordo con l’UE e la forte posizione della Cina sulle isole contese nel Pacifico, ciò dimostra la costruzione di un mondo multipolare? Che risposta possiamo aspettarci dal governo degli Stati Uniti e dall’élite globale per le sconfitte subite dalle rivoluzioni arabe ed arancioni, e riguardo la tendenza evidente all’indebolimento del potere occidentale?
Thierry Meyssan: La debolezza degli Stati Uniti è certa. Avevano programmato una dimostrazione di forza attaccando sia la Libia che la Siria. In definitiva, non poterono farlo. Oggi, i loro eserciti sono inefficaci e non riescono a riorganizzarli. Tuttavia, sono ancora di gran lunga la prima potenza militare al mondo, e quindi riescono a imporre il dollaro, nonostante il debito estero senza precedenti. Negli ultimi anni Cina e Russia hanno fatto notevoli progressi, evitando lo scontro diretto. Pechino è diventata la prima potenza economica del mondo, mentre Mosca è ancora la seconda potenza militare. Questo processo continuerà mentre i leader cinesi e russi dimostrano le loro capacità mentre i leader statunitensi hanno dimostrato la loro incapacità ad adattarsi. Sono scettico verso lo sviluppo di Sud Africa, Brasile e India. Crescono economicamente in questo momento, ma non vedo le loro ambizioni politiche. Le élite globali sono divise. Ci sono coloro che credono che il denaro non abbia patria e che Washington sarà sostituita, e coloro che credono nella  forza minacciosa della potenza militare del Pentagono.

Geopolitika: Date le informazioni che avete e la credibilità della vostra analisi, saremmo interessati a conoscere la vostra opinione sulla politica del governo della Serbia, che insiste a portare il Paese nell’Unione europea, senza alcun entusiasmo dal popolo, e che ha accettato di raggiungere questo obiettivo partecipando con Bruxelles e Washington alla distruzione della resistenza serba alla secessione albanese in Kosovo e Metohija.
Thierry Meyssan: Il governo serbo attuale non capisce il nostro tempo. Agisce sempre come se la Russia sia ancora governata da Boris Eltsin e non possa aiutarla. Avendo chiuso da sé la porta del Cremlino, non ha altra scelta se non volgersi verso l’Unione europea e pagarla. Ora porta il peso della vergogna di aver abbandonato la resistenza serba. Infatti, non è l’unico Stato balcanico in tale posizione. Grecia e Montenegro dovrebbero anch’essi volgersi alla Russia ma non lo fanno. Senza dubbio, possiamo dire che la maggiore vittoria dell’imperialismo è aver saputo dividere e isolare  popoli che non credono di aver più una scelta politica.

Geopolitika: Nella sua ultima intervista a Geopolitika, ha detto che l’UCK in Kosovo aveva addestrato al terrorismo un gruppo di combattenti in Siria. L’UCK e il Kosovo sono ancora attivi nella lotta contro il Presidente Assad e il legittimo governo della Siria? Avete qualche informazione sulla partecipazione di islamisti di Bosnia, Kosovo e Metohija e della regione della Serbia dalla maggioranza musulmana (Novi Pazar)?
Thierry Meyssan: I jihadisti che combattono in Siria sostengono sui loro siti web di esser stati addestrati dall’UCK e ne hanno postato le foto. Tutto ciò è stato evidentemente organizzato dai servizi segreti turchi, MIT, il cui attuale capo Hakan Fidan fu il collegamento tra l’esercito turco e il quartier generale della NATO durante la guerra del Kosovo. Inoltre, sappiamo che molti jihadisti in Siria provengono dai Balcani. Ma non sembrano più riforniti dalla Turchia. Attualmente la polizia e la giustizia turche conducono un’operazione contro il governo Erdogan. Sono riusciti a evidenziare i rapporti personali del premier con il banchiere di al-Qaida, ricevuto segretamente a Istanbul mentre era sulla lista dei ricercati dalle Nazioni Unite. Così, la Turchia ha finanziato le attività di al-Qaida in Siria. Erdogan sostiene di essere vittima di un complotto del suo ex-compare, il predicatore musulmano Fethullah Gulen. E’ probabile che, in realtà, collabori con l’esercito kemalista contro Erdogan, che s’è rivelato, nonostante ciò che afferma, di essere sempre un membro dei Fratelli musulmani. Inizialmente, gli Stati membri o vicini alla NATO hanno inviato i musulmani per la jihad in Siria. Oggi, si preoccupano che queste persone rientrino. Persone che hanno violentato, torturato, smembrato ed appeso altre persone non possono ritornare a una normale vita civile. Quando la CIA ha creato il movimento della jihad contro l’Unione Sovietica in Afghanistan, il mondo non era globalizzato. Su viaggiava assai di meno e più controllati. Non c’era Internet. La CIA poteva manipolare i musulmani in Afghanistan senza timore che si diffondessero altrove. Ora ciò che la NATO ha iniziato in Siria, cresce da solo. Non c’è bisogno di organizzare filiere affinché i giovani si uniscano ai Contras in Siria. Si è ripetuto così spesso che la Siria era una dittatura che tutti ci credono. Ed è romantico combattere una dittatura. Molti governi europei ora chiedono alla Siria di aiutarli ad identificare i propri cittadini tra i jihadisti. Ma come la Siria potrebbe farlo e perché rendere tale servizio a coloro che hanno cercato di distruggerla? La guerra finirà progressivamente in Siria, e i jihadisti torneranno a casa, anche in Europa, per continuare la guerra per la quale gli europei li hanno addestrati. Inoltre, tale situazione non avrà una soluzione pacifica, perché se la NATO avesse vinto in Siria rovesciando l’amministrazione di al-Assad, sarebbe stato peggio. Sarebbe stato un segnale per tutti i jihadisti apprendisti in occidente, a tentare a casa ciò che era riuscito in Medio Oriente. L’occidente e il GCC hanno allevato dei mostri con crimini che sconteremo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Jugoslavia e i Bilderberg: il tribunale-farsa

Dean Henderson – 2 marzo 2013

milosovicIl Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY) è stato creato per volere degli Stati Uniti e ha ricevuto finanziamenti e direttive dai suoi sponsor della NATO. [1] Il concetto stesso di  tribunale ad hoc, istituito con l’intento di giudicare eventi che si verificano in un solo luogo geografico, viola il canone dell’equità del diritto. I tentativi della comunità mondiale d’istituire una Corte penale internazionale, che sarebbe competente su tutto il mondo, non sono riusciti a causa dell’insistenza degli Stati Uniti a che i cittadini statunitensi siano esentati dai procedimenti giudiziari da parte del tribunale. Questo atteggiamento degli Stati Uniti, essere al di sopra della legge, non è una novità. Nel 1984, quando la Corte Internazionale di Giustizia stabilì che gli Stati Uniti dovevano risarcire il Nicaragua per il sabotaggio del porto di Corinto, gli Stati Uniti semplicemente ignorarono il verdetto. Come Slobodan Milosevic ha scritto dell’ICTY, “Gli Stati Uniti stessi, immuni dal controllo o da una prosecuzione, e al di sopra della legge, usano il loro potere per avviare la persecuzione dei nemici che hanno scelto di terrorizzare e demonizzare.”
Nel modo in cui è stato creato l’ICTY, il giudice agisce in tandem con l’accusa, piuttosto che agire da arbitro imparziale del caso. Come l’ex avvocato britannico Geoffrey Locke ha sottolineato, “Il tribunale si crea da sé le regole di procedura e prova e non risponde a nessuno… il giudice di un vero tribunale deve dimostrare il caso, non solo esercitare un potere positivamente diretto, agendo come consulente dell’accusa nella preparazione del caso, suggerendo come potrebbe essere rafforzata e migliorata“. [2]
Il governo jugoslavo consegnò Milosevic all’ICTY dopo che gli erano stati promessi nuovi prestiti dal FMI. Per più di un mese Milosevic fu tenuto in isolamento, senza poter parlare neanche con i suoi avvocati, che ebbero difficoltà anche ad ottenere i visti per i Paesi Bassi. La sua cella aveva  telecamere che registravano ogni sua mossa. Milosevic, un avvocato di successo, volle rappresentare se stesso dinanzi al tribunale, ma l’ICTY in un primo momento gli negò questo diritto umano fondamentale e nominò tre amici curiae (amici della corte) per rappresentarlo. Il giudice disse che a Milosevic non sarebbe stato nemmeno consentito di avere voce in capitolo nella sua strategia di difesa, qualcosa che neanche i nazisti avevano vietato al leader comunista bulgaro Georgij Dimitrov, che fu in grado di guidare la propria difesa nel processo sull’incendio del Reichstag del 1933. Sotto la pressione internazionale, il giudice finalmente fece marcia indietro su questa misura draconiana.
Eppure, a Milosevic non fu permesso di parlare delle accuse, avendogli spento il suo doppio microfono. Più tardi, in una conferenza di stato, dove alla difesa dovrebbe essere consentito di sollevare questioni d’interesse, il suo microfono venne nuovamente spento e i giudici uscirono dalla stanza. Alla terza apparizione al tribunale dell’ICTY, venne spento di nuovo il microfono di Milosevic, dopo che aveva messo in discussione la legittimità del tribunale. Nel febbraio 2002 il processo-farsa a Milosevic iniziò. Quando il 13 febbraio Milosevic sostenne che il giudice non aveva legittimità e che l’ICTY aveva orchestrato un “processo parallelo mediatico” per emettere un verdetto prima che le prove venissero anche solo presentate, il giudice May gli disse che i suoi commenti erano “irrilevanti”. Il giorno dopo Milosevic, che aveva trascorso sette mesi in isolamento, replicò che il suo “processo farsa… faceva parte di un grande tentativo occidentale di controllare il mondo“. Ha poi mostrato un video comprovante che il massacro di Racak è una frode. [3] Un testimone da lui chiamato disse che il tanto sbandierato massacro serbo a Srbenica fu, difatti, istigato dai servizi segreti francesi.
Nell’agosto 2002 Milosevic aveva rovesciato la situazione al tribunale-farsa, presentando un flusso costante di informazioni ben documentate che dimostravano la spartizione CIA-mafia della Jugoslavia. I media improvvisamente non seguirono più il processo. Nel marzo 2006, un Slobodan Milosevic in salute morì improvvisamente nella sua cella all’Aja. Il suo avvocato e numerosi sostenitori dicono che fu avvelenato.
Mentre gli Stati Uniti e la NATO formularono il loro intervento jugoslavo in termini etnici, molti croati, bosniaci, moldavi, macedoni, montenegrini e albanesi continuano a vedere nell’occidente un nemico. Mentre i media statunitensi si fissavano sugli albanesi in fuga dai bombardamenti statunitensi in Kosovo per mettersi al sicuro in Macedonia, molti più albanesi fuggivano nella direzione opposta, a Belgrado, dove sostennero Milosevic e maledirono gli aggressori della NATO. Un albanese che giunse a Belgrado era Fatmir Seholi, che era stato caporedattore della Radio Televisione di Pristina finché le truppe della NATO l’espulsero dalla provincia. Seholi disse questo della guerra, “Ogni bombardamento della NATO è stato un grosso problema. L’uomo che ordina alla NATO di bombardare le persone non è umano. E’ un animale. Dopo il bombardamento di Djakovica ho visto corpi decapitati… ho visto gente senza braccia, senza piedi… Chi è questo  Clinton che accusa chicchessia? Vorrei dire a Hillary Clinton che suo marito è una persona immorale. Quel tizio ha rovinato il nostro Stato senza motivo. Che cosa avrebbe detto se qualcuno avesse bombardato la Casa Bianca? Chi è il malvagio qui? Milosevic, che protegge il territorio della Jugoslavia e la popolazione del Kosovo, o Clinton, che lo bombarda?

[665] “War Criminals, Real and Imagined“. Gregory Elich. Covert Action Quarterly. Winter 2001. p.24
[666] Ibidem
[667] CNN Headline News. 2-14-02

Dean Henderson è l’autore di quattro libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve & Stickin’ it to the Matrix. Puoi iscriverti gratuitamente alla sua rubrica settimanale Left Hook @ Deanhenderson.wordpress.com

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

La Jugoslavia e i Bilderberg: Il Triangolo d’oro Kosovo/Albania

Dean Henderson – 27 febbraio 2013

greater-albaniaNel 1996 il servizio informazioni tedesco (BND) iniziò l’addestramento dell’esercito di liberazione del Kosovo (UCK). Il Bundesnachrichtendienst fu creato nel 1956 per sostituire l’organizzazione nazista Gehlen. L’idea di una Grande Albania era un’idea dei nazisti durante la loro occupazione della Jugoslavia, nella seconda guerra mondiale. Questa idea è condivisa oggi dalla NATO. Il BND era guidato da Hasjorg Geiger, che creò un enorme stazione regionale del BND a Tirana, in Albania nel 1995. La CIA impostò una vasta operazione a Tirana, l’anno prima. Il presidente Sali Berisha si era già insediato in Albania nel 1990. Caro al Fondo monetario internazionale, aprì l’economia dell’Albania alle multinazionali e alle banche occidentali, venendo ricompensato con un enorme pacchetto di prestiti del FMI.
Nel 1994, lo stesso anno, la Società atterrò a Tirana, una banca a schema piramidale su cui Berisha presiedeva come nuovo gattino del FMI, crollò improvvisamente cancellando i risparmi di una vita di migliaia di albanesi. Lo schema si basava sui modelli precedenti del FMI/BCCI coordinati per saccheggiare le nazioni debitrici del Terzo Mondo. Berisha venne estromesso da Tirana, ma fuggì a nord dell’Albania e prese il controllo di questa regione, sempre più senza legge, divenendo un percorso importante per il contrabbando di eroina e armi dalla Mezzaluna d’oro. Con l’aiuto della polizia segreta albanese (SHIK), la CIA e il BND reclutarono potenziali combattenti dell’UCK tra le fila di questi contrabbandieri, molti dei quali la CIA aveva fatto entrare nel business di Peshawar, in Pakistan, dieci anni prima [1].
I Kommando Spezialkräfte (KSS) tedeschi indossavano uniformi nere addestrarono l’UCK e l’armarono con armi della Germania democratica. Più tardi, nel vicino Kosovo vi furono molte segnalazioni di uomini in uniforme nera che terrorizzavano i contadini. Mentre gli Stati Uniti sostennero che questi fossero Forze Speciali jugoslave, probabilmente erano membri dei KSS tedeschi, che guidavano l’UCK nelle incursioni nel Kosovo. L’UCK indossava giacche di combattimento delle Bundeshehr con insegne tedesche. La Germania è stato il primo Paese a riconoscere la Croazia negli anni ’90, prima ancora che i separatisti croati iniziassero la rivolta contro Belgrado. I tedeschi condussero la campagna che incoraggiò la Croazia alla secessione dalla Jugoslavia. Quando il nuovo governo venne istituito a Zagabria, adottò la bandiera e l’inno nazionale degli Ustashi, fantocci di Hitler.
Nel 1998 l’UCK era una piccola cellula terroristica con solo 300 membri. Dopo un anno di costanti spedizioni di armi e addestramento da parte di Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania, l’UCK divenne un importante esercito di guerriglieri con 30.000 membri. Il braccio destro di Usama bin Ladin, Muhammad al-Zawahiri, fu un comandante dell’UCK. Le provocazioni dell’UCK servirono da pretesto per l’aggressione della NATO contro la Jugoslavia e per la spartizione del Kosovo ricco di petrolio e minerali. Le forze di sicurezza jugoslave combatterono il terrorismo dell’UCK, anche rispondendo agli episodi di ritorsione eccessiva dei serbi, arrestando più di 500 serbi per crimini contro i civili albanesi. [2]
Il Presidente Milosevic aveva sempre sostenuto l’uguaglianza etnica e l’armonia. La sua delegazione ai colloqui di pace di Rambouillet, in Francia, era costituita da persone di tutti i gruppi etnici della Jugoslavia, tra cui albanesi. I serbi erano in realtà una minoranza nella delegazione. Nel discorso del 1992, tipico del pensiero di Milosevic sulle tensioni etniche in Kosovo, che le agenzie di intelligence occidentali hanno sfruttato storicamente, dichiarò: “Sappiamo che ci sono molti albanesi del Kosovo che non approvano la politica separatista dei loro capi nazionalisti. Sono sotto pressione, intimiditi e ricattati. Ma non dobbiamo rispondere nello stesso modo. Dobbiamo rispondere offrendo la nostra mano, vivendo con loro in parità e non permettendo che un singolo bambino, donna o uomo albanese siano discriminati in Kosovo in alcun modo. Noi dobbiamo… insistere su una politica di fraternità, di unità e di uguaglianza etnica in Kosovo. Dobbiamo perseverare questa politica“. [3]
Alla fine della campagna iugoslava di bombardamenti della NATO, venne trasferito in Kosovo una forza di occupazione sotto gli auspici della KFOR. La NATO continua a chiudere un occhio di fronte alle bande di rinnegati dell’UCK che attaccano i civili serbi sotto lo sguardo della KFOR, mentre favoreggia i ribelli dell’UCK che tentano di staccare una parte della Macedonia, a favore del la causa bancaria internazionale. Gli Stati Uniti hanno costruito in Kosovo la loro più grande base militare dai tempi del Vietnam. [4] Nel frattempo l’Albania veniva trasformata in un campo di addestramento dei terroristi della CIA, un centro di produzione dell’eroina e un supermercato delle armi.
Un articolo del 6 marzo 1995 dell’agenzia greca Athen News, citava il ministro dell’ordine pubblico greco Sifis Valyrakis dire che credeva che il governo albanese fosse coinvolto nella produzione e nel traffico di stupefacenti da Skopje, Macedonia, dove le truppe degli USA e della NATO si erano ammassate durante la guerra in Kosovo. Valyrakis disse che l’oppio veniva coltivato nella zona della Chimarra, nel sud dell’Albania, dove dei laboratori di eroina erano sorti in una zona triangolare formata dalle città di Gevgeli, Prilep e Pristina, in Albania, Macedonia e nel Kosovo secessionista. Citò il coinvolgimento nel traffico di eroina degli alleati degli USA: i militari macedoni e i mafiosi turchi dei Lupi grigi, da tempo alleati della CIA. Aveva notato il fiorente commercio di armi, in via di sviluppo in Macedonia e in Kosovo, e disse che i separatisti albanesi in Jugoslavia erano al centro dei traffici di eroina e di armi, che avevano sede a Pristina, nel comando della forza di “mantenimento della pace” in Kosovo, la KFOR della NATO. Secondo lo storico Alfred McCoy, “gli esuli albanesi utilizzavano i profitti della droga per inviare armi ceche e svizzere in Kosovo ai guerriglieri separatisti dell’UCK. Nel 1997-1998, questi cartelli della droga kosovari armarono l’UCK nella rivolta contro l’esercito di Belgrado… Anche dopo l’accordo del 1999, a Kumanovo, che risolse il conflitto in Kosovo, l’amministrazione delle Nazioni Unite della provincia permise… il fiorente traffico di eroina… ai comandanti dell’UCK… che continuavano a dominare il traffico attraverso i Balcani“. [5]
Una relazione da Tirana della Reuters del 16 giugno 1995, di Benet Koleka, accusava il governo albanese di scaricare segretamente tonnellate di armi dirette in Ruanda, prima del genocidio verificatosi in quel Paese dell’Africa centrale. Il più grande quotidiano albanese, Koha Jone, riferì che diversi aerei cargo Antonov An-12 avevano lasciato la base aerea di Gjadri, in Albania, con carichi di armi diretti per il Ruanda. Amnesty International intervistò quattro dei piloti che volavano sugli Antonov. Tutti dissero che stavano lavorando per una società britannica. Dissero che trasportavano armi per la Repubblica democratica del Congo che scaricavano all’aeroporto di Goma, nei pressi del confine ruandese. Dissero anche che trasportavano carichi di armi a Goma da Israele, e che vi erano agenti del Mossad israeliano che lavorano nella base aerea di Gjadri, supervisionando l’operazione albanese. Nello stesso anno, un inquietante appaltatore della difesa degli Stati Uniti, conosciuto come RONCO, si trovava in Ruanda con il pretesto dello sminamento. RONCO in realtà importava materiale militare per il Pentagono e le assegnava alle forze ruandesi appena prima che lo spopolamento ruandese cominciasse. [6]
Il Washington Times riferì nel 1999, “L’Esercito di liberazione del Kosovo, che l’amministrazione Clinton ha abbracciato e alcuni membri del Congressovogliono armare nell’ambito della campagna di bombardamenti della NATO, è un’organizzazione terroristica che ha finanziato gran parte del suo sforzo bellico con i profitti della vendita di eroina“. [7] Nel 1999 il Times of London dichiarò di aver trovato che l’UCK era il principale trafficante mondiale di eroina, ereditando tale affermazione dagli ultimi surrogati della CIA, i mujahidin. Europol invitò i governi di Svezia, Svizzera e Germania ad indagare i legami dell’UCK con il traffico di eroina. Walter Kege, capo dell’unità antidroga della polizia svedese che seguiva le indagini, dichiarò: “Abbiamo informazioni che ci portano a credere che ci sia una connessione tra il denaro della droga e il Kosovo Liberation Army“.
Il Berliner Zeitung tedesco citò una relazione dell’intelligence occidentale che dichiarava che 900 milioni di marchi tedeschi erano piovuti in Kosovo da quando l’UCK aveva iniziato ad attaccare il governo jugoslavo nel 1997. La metà derivava dai proventi della droga. La polizia tedesca osservò un parallelo tra l’aumento dell’UCK e l’aumento del traffico di eroina albanese in Germania, Svizzera e Paesi scandinavi. La polizia in Cechia rintracciò un albanese che era evaso da una prigione norvegese, dove stava scontando 12 anni per traffico di eroina. Nel suo appartamento trovarono documenti che lo collegavano a molti acquisti di armi effettuati per conto dell’UCK. [8] L’Agenzia criminale federale della Germania concluse: “Gli albanesi sono oggi il gruppo più importante nel traffico di eroina nei Paesi consumatori occidentali.” Europol preparò una relazione dettagliata sul traffico di eroina dell’UCK/albanese per la Corte internazionale dell’Aia.
Molti combattenti dell’UCK erano stati addestrati negli stessi campi infestati di eroina in Pakistan, da cui emersero i taliban afghani. Nel 1997 i signori della guerra ceceni, addestrati in quegli stessi campi, iniziarono ad acquistare grandi quantità di beni immobili in Kosovo. Il leader ribelle ceceno di origine araba, l’emiro al-Qattab, istituì campi in Cecenia per addestrare le truppe dell’UCK. Entrambi i tentativi furono finanziati con vendita di eroina, prostituzione, contrabbando di armi e contraffazione. [9]
Dopo che l’UCK poté usurpare il Kosovo da ciò che rimaneva della Jugoslavia, la macchina della propaganda degli Stati Uniti, ancora una volta, aumentò la pressione accusando la maggioranza serba di condurre un’altra campagna di pulizia etnica, questa volta contro la narcomafia albanese del Kosovo. Ancora una volta i media ripeterono a pappagallo la campagna della CIA demonizzante i serbi. Il 24 marzo 1999 le bombe statunitensi piovvero su Belgrado. Milosevic venne inseguito da killer armeni assoldati dalla CIA. Scuole, fabbriche, ospedali, centrali elettriche, autobus, treni e carri carichi di fieno furono bombardati. L’infrastruttura economica della Jugoslavia venne decimata, in stile ‘Piano Rosa’. In un momento di ironia della storia, la NATO bombardò lo stesso ponte di Novi Sad sul Danubio dove migliaia di serbi erano morti combattendo durante l’invasione nazista del 1941. La città di Novi Sad perse due altri ponti e la raffineria di petrolio. La residente Jasminka Bajic ha raccontato di come perse il marito Milan, mentre se ne stava sulla soglia della loro casa di Novi Sad, “fu alle 00:20 dell’8 giugno 1999. Nessuno si aspettava che le bombe colpissero così vicino le case. Ho dovuto vendere tutti i miei animali per comprare la lapide“. [10]
La città di Pancevo, vicino a Belgrado, vide rasa al suolo numerosi impianti petrolchimici e di fertilizzanti, e una raffineria di petrolio. Gas nocivi riempirono l’aria. Ammoniaca, mercurio e greggio inquinarono il Danubio. Il sindaco di Pancevo Borislava Kruska definì i bombardamenti della NATO, “un disastro ambientale… un crimine contro l’umanità. La comunità internazionale si occupa principalmente dei ponti di Novi Sad non a causa della nostra sofferenza, ma perché vuole la sua rotta di navigazione aperta“. [11] Il 7 maggio 1999 una bomba della NATO distrusse l’ambasciata cinese a Belgrado, provocando forti rimproveri dal governo cinese e dal suo popolo. Lo stesso giorno le bombe della NATO distrussero un ospedale e il mercato di Nis uccidendo quindici persone. I manifestanti a Belgrado presero a chiamare la NATO l’organizzazione terrorista americana nazista. In tutto 2000 civili jugoslavi furono uccisi dai bombardamenti della NATO e oltre 10.000 feriti. Altre migliaia persero le case e gli appartamenti, deliberatamente colpiti dalle bombe della NATO nel tentativo di convincere il popolo jugoslavo a gridare “zio”. [12] A Stari Trg il direttore della miniera Bjelic Novak, che lavorava per l’azienda statale iugoslava di Trepca, disse che quando i bombardamenti degli Stati Uniti cominciarono, “La guerra in Kosovo era solo per le miniere, per nient’altro. Inoltre, il Kosovo ha giacimenti di carbone per diciassette miliardi di tonnellate“.
Uno dei più pubblicizzati “massacri” presumibilmente condotti dall’esercito jugoslavo contro gli albanesi del Kosovo, si verificò a Racak. Un gruppo chiamato Kosovo Monitor International strumentalizzò il caso. Il suo capo era William Walker, che in precedenza era stato l’aiutante di Oliver North nell’impresa con i contras. Mentre Walker vomitava la sua versione dei fatti di Racak a degli ansiosi media statunitensi, molti media europei, tra cui la BBC, la tedesca Die Welt, Radio France International e il francese Le Figaro  cominciarono a mettere in discussione il resoconto di Walker, che naturalmente accusava i serbi. Una troupe televisiva francese che era a Racak al momento in cui il massacro sarebbe avvenuto, disse che il “massacro” era effettivamente stato uno scontro a fuoco tra l’esercito jugoslavo e un gruppo di assalitori dell’UCK. Più tardi gli uomini in divisa nera ritornarono sulla scena e rivestirono i morti dell’UCK con abiti civili. Esperti forensi jugoslavi convennero che il massacro di Racak fosse una bufala. Aveva impressionanti similitudini con il massacro del mercato in Bosnia, dove si scoprì poi che i combattenti islamici gestirono il massacro per conto dei media occidentali. [13]
L’incidente comportò le sanzioni delle Nazioni Unite contro la Jugoslavia. Il quotidiano francese Le Monde riferì da Pristina, il 21 gennaio 1999, secondo cui due giornalisti dell’AP avevano contraddetto il resoconto di Walker degli eventi a Racak. Dissero che vi erano poche cartucce di fucile vuote nel sito e quasi nessuna traccia di sangue sui cadaveri. L’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa inviò una squadra di patologi finlandesi, su richiesta del governo jugoslavo, che aveva anche invitato una seconda squadra dalla Bielorussia. Entrambe le squadre confermarono i sospetti jugoslavi che le vittime erano morte per dei colpi di fucile da lungo distanza, fori di proiettile da breve distanza e ferite di coltello erano state inflitte sui corpi dopo la morte. Scoprirono anche che i fori di proiettile non avevano lacerato  gli abiti sui corpi, indicando che i vestiti erano stati cambiati dagli uomini in uniforme nera, probabilmente delle stesse Forze Speciali tedesche KSS che addestravano l’UCK. Nessuna relazione è stata mai pubblicata dai media statunitensi.
L’incidente ricorda una manovra di Adolf Hitler nel 1939, per giustificare l’invasione della Polonia. Hitler fece vestire dei prigionieri morti con uniformi dell’esercito polacco e li lasciò vicino a una stazione radio di confine, Hitler quindi disse che era stato attaccato dall’esercito polacco. [14] In una settimana, 1.500.000 di truppe naziste entrarono in Polonia. BBC News ha riportato, nel dicembre 2004, che un oleodotto da 1,2 miliardi dollari, a sud della massiccia base dell’esercito USA in Kosovo, era stato approvato dai governi di Albania, Bulgaria e Macedonia. [15]

Note
[1] “KLA a Creation of Western Intelligence”. Anthony Wayne. Lawgiver.org 4-11-99
[2] “Milosevic Defiantly Defends His Role in Kosovo Conflict”. Fox News. 8-24-01
[3] “Milosevic Addresses Kosovo Polje Rally”. Radio Belgrade. 12-17-92 [4] Escobar [5] The Politics of Heroin in Southeast Asia. Alfred W. McCoy. Lawrence Hill Books/Chicago Review Press. Chicago. 2001. p.517
[6] Silverstein
[7] Washington Times. 5-3-99
[8] “The KLA: Drug Money Linked to Kosovo Rebels”. The Times of London. 3-24-99
[9] Chossudovsky
[10] “The Danube: Europe’s River of Harmony and Discord”. Cliff Tarpy. National Geographic. March 2002
[11] Ibid
[12] “War Criminals, Real and Imagined”. Gregory Elich. Covert Action Quarterly. Winter 2001. p.22
[13] “Statement on Kosovo in Tandem with the Rockford Institute”. Chronicles. 3-25-99
[14] Marrs. p.171
[15] “al-Qaeda, US Oil Companies and Central Asia”. Peter Dale Scott. Nexus. May-June 2006. p.11-15

Dean Henderson è l’autore di quattro libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve & Stickin’ it to the Matrix. Puoi iscriverti gratuitamente alla sua rubrica settimanale Left Hook @ Deanhenderson.wordpress.com

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Chi ha ucciso Slobodan Miloševic e perché

7 dicembre 2012 De-construct

Slobodan-MilosevicXL’improvvisa morte sospetta del presidente jugoslavo e serbo Slobodan Miloševic in una cella del tribunale dell’Aja, continua a suscitare interrogativi tra i ricercatori e i media indipendenti sei anni dopo. Robin de Ruiter, pubblicista e storico olandese cresciuto in Spagna, ha scritto un libro affascinante (di prossima pubblicazione in Serbia, ma non ancora disponibile in italiano), che non mette in discussione se l’ex presidente della Serbia sia stato ucciso a L’Aja, ma si concentra sui mandanti e gli esecutori di questo crimine.

Demonizzazione brutale tesa all’omicidio premeditato
De Ruiter utilizza fatti verificabili per smantellare il mito occidentale del “macellaio dei Balcani”, ed esamina le ragioni dietro la brutale propaganda di demonizzazione volta a trasformare l’ex presidente serbo in un mostro, insieme all’intera nazione serba. Utilizzando un metodo semplice, mettendo insieme il ritratto di una persona reale e i fatti storici, andando oltre le caricature grottesche create dall’occidente, l’autore presenta una forte prova sulla ragione principale per cui la NATO e e le potenze occidentali guidate da Washington, hanno voluto far tacere per sempre Miloševic.
Contrariamente a quanto sostenuto in generale e alle premesse dell’imputazione del tribunale dell’Aja, “l’obiettivo politico di Miloševic era mantenere il Kosovo all’interno dei confini della Serbia e impedire alla maggioranza albanese di scacciare la minoranza serba dal Kosovo. Non vi era alcun incitamento all’odio nazionalista, né è stata effettuata una pulizia etnica. Al contrario, i membri del Partito socialista di Milosevic hanno sempre sottolineato i vantaggi della multietnicità per la Serbia“, scrive Robin de Ruiter. L’autore, che si sentiva obbligato a scrivere questo libro “per amore della verità”, cita una serie di giuristi, storici e giornalisti investigativi indipendenti che l’hanno aiutato nella sua ricerca approfondita, mettendo insieme il materiale presentato.

Un aspirina al giorno toglie il medico di torno
L’11 marzo 2006, alle 10:00, a 65 anni, Miloševic veniva trovato morto nella sua cella situata a  Scheveningen, all’Aja, Paesi Bassi, mentre il suo processo per presunti crimini di guerra era in pieno svolgimento, con la presentazione delle prove della difesa. Secondo i patologi olandesi, la causa della morte fu un arresto cardiaco. Oltre alla autopsia, un’analisi tossicologia venne richiesta. Secondo i funzionari dell’Aja, la salute di Miloševic aveva iniziato a peggiorare bruscamente e progressivamente quando era iniziato il processo, ed era sotto costante supervisione da parte di “personale medico altamente qualificato”.
L’autore, tuttavia, ha scoperto il fatto che solo un medico generico e un infermiere componevano l’intera squadra del centro di detenzione dell’Aja composto da ‘personale medico altamente qualificato’. De Ruiter rivela anche che la ‘terapia’ che Miloševic ricevette durante il primo anno di detenzione, consisteva in una singola aspirina al giorno, nonostante il fatto che fosse noto che soffrisse di problemi cardiaci e di pressione alta. L’avvocato di Miloševic, Zdenko Tomanovic, afferma che d’allora la salute del suo cliente venne sistematicamente erosa.
Quando il presidente Miloševic morì, lo specialista russo Dr. Leo Bokeria, del famoso Istituto Bakulev, rivelò ai media: “Negli ultimi tre anni abbiamo sempre insistito, senza successo, che Miloševic venisse ricoverato in un ospedale per essere correttamente diagnosticato. Se a Miloševic fosse stato consentito l’accesso a una qualsiasi clinica specialistica, avrebbe avuto un trattamento adeguato e avrebbe vissuto molti anni.”
All’inizio di maggio 2003, un gruppo di tredici medici tedeschi inviarono al tribunale un testo, esprimendo la loro preoccupazione per la salute di Miloševi? e l’assenza di un trattamento adeguato. Ma tutti i suggerimenti dei medici specialisti vennero scartati e una terapia adeguata rimase indisponibile. Inoltre, non vi fu alcuna risposta a questa e ad altre proteste scritte dallo stesso gruppo di medici.

Farmaci sconosciuti nel sangue di Miloševic
Dopo un anno di trattamento della miracolosa aspirina quotidiana come panacea per malattie cardiovascolari, un gruppo di medici messo su dai burocrati del tribunale emise la seguente diagnosi: danni secondari a vari organi e pressione estremamente alta che in determinate condizioni potrebbe portare a ictus, arresto cardiaco e coronarico o morte prematura. In contrasto con questi risultati, il procuratore generale dell’Aja Carla del Ponte, che sembrava saperne di più, affermò che secondo lei Miloševic “stava eccezionalmente bene”.
L’analisi medica nel 2005 aveva mostrato la presenza di sostanze chimiche “sconosciute” presenti nei sangue di Miloševic, che annullavano gli effetti dei farmaci per la pressione alta. A causa di questa scoperta, Miloševic chiese di essere curato da specialisti russi. Anche se il governo russo il 18 gennaio 2006 offrì la garanzia che Miloševic sarebbe stato messo a disposizione del tribunale, dopo le cure, la richiesta di Miloševic venne negata a febbraio. Poche settimane dopo era già troppo tardi: Miloševic subì l’annunciato e atteso infarto. Tra gli altri, De Ruiter cita la conclusione della rivista olandese Obiettivi:Il fatto stesso che i giudici [Robinson, Kwon e Bonomy] si rifiutassero di dar seguito alla sua richiesta di cure, è sufficiente motivo per sporgere denuncia contro il Tribunale per omicidio premeditato.”
Ulteriori sospetti vennero sollevati dal fatto che le ripetute richieste della famiglia di Miloševic, di un’autopsia indipendente al di fuori dei Paesi Bassi, vennero negate e ignorate. Robin de Ruiter cita anche la dichiarazione di Hikeline Verine Stewart di Amnesty International, che ha sottolineato che la morte prematura di Miloševic era stata conseguenza diretta dei farmaci controindicati trovati nel suo sangue. “Siamo certi che siano la causa della morte. La morte per cause naturali è assolutamente fuori questione“, disse.

Purè di patate con rifampicina
L’autore prende in esame una serie di speculazioni circa l’avvelenamento prolungato dell’ex presidente, nel centro di detenzione di Scheveningen, e conclude che sono tutt’altro che infondate. Nel 2002 si scoprì che a Miloševic venivano somministrati farmaci sbagliati che alzavano la pressione già alta. De Ruiter cita il quotidiano olandese NRC Hadelsblad dal 23 novembre 2002: “Slobodan Miloševic assumeva farmaci sbagliati nel centro di detenzione di Scheveningen, che  aumentavano la sua pressione sanguigna. Questo fu il motivo per cui il processo all’ex presidente jugoslavo dovette essere sospeso all’inizio di novembre. Uno dei commentatori del tribunale sosteneva che questo non era un errore. Rifiutò ulteriori commenti.”
Una delle prove che dimostra che Miloševic è stato probabilmente avvelenato durante il suo processo, fu un incidente alla fine di agosto 2004, quando il personale di Scheveningen fu assai  allarmato dopo aver scoperto che un altro detenuto aveva ricevuto la cena di Miloševic. Nel settembre 2004, durante il processo, Miloševic citò questo episodio: “Per tre anni i medici di qui mi hanno considerato in salute e in grado di condurre la mia difesa. E poi qualcosa di veramente strano ha avuto luogo: tutto ad un tratto un ‘medico indipendente’ arrivato dal Belgio, paese in cui ha sede la NATO, annunciava che la mia salute non era abbastanza buona perché continuassi la mia difesa. E tutti i medici qui furono improvvisamente d’accordo in modo unanime su ciò [...] Sentitevi liberi di raggiungere le vostre conclusioni, ma vi prego di tenere presente che sto usando farmaci che i medici hanno prescritto. Io non sono molto sicuro di quello che sta succedendo qui, ma potrei chiamare il personale di guardia a testimoniare su tutto ciò che è accaduto quando mi è stato dato un pasto preparato per una persona dell’altro lato del corridoio. Ci fu un grande clamore per darmi del cibo che era stato preparato specificatamente per me, anche se tutti i pasti sembrano esattamente uguali. Non ne ho fatto un problema, non avevo idea di ciò che stava accadendo. Ma ho alcune ipotesi che possono essere giustificate o meno, ma non vi è una chiara prova…” A quel punto, il giudice Robinson fece tacere Miloševic chiudendo il suo microfono.
Questo incidente allarmante non è mai stato discusso o indagato. Nel frattempo, la salute di Miloševic continuava a deteriorarsi rapidamente e quotidianamente. Aveva riferito un malessere quotidiano, una terribile pressione dietro gli occhi e nelle orecchie. L’ex ambasciatore canadese James Bissett testimoniò, dopo aver visitato il presidente serbo Milosevic a Scheveningen, che improvvisamente era diventato terribilmente rosso in faccia e che si prese la testa fra le mani. Miloševic disse che la testa riecheggiava quando parlava, come una pentola di metallo.
Nel marzo 2006, Miloševic espresse le sue preoccupazioni per l’ennesima volta: “Nel corso di cinque anni di detenzione non ho preso un solo antibiotico, non ho avuto infezioni, tranne un’influenza e ancora, nel referto medico del 12 gennaio 2006 [che ricevette due mesi dopo] diceva che vi era un farmaco nel mio sangue, usato per trattare la tubercolosi e la lebbra, la Rifampicina.” Commentando questi risultati dei test che avevano rilevato la rifampicina, altamente tossica, nel sangue di Miloševic, Verine Stewart disse: “E’ un mistero inspiegabile perché dessero a Miloševic e ai suoi avvocati i risultati dei suoi test medici del 12 gennaio, solo due mesi dopo, il 7 marzo.”
Un’altra domanda rimasta senza risposta era perché la morte di Milosevic venne scoperta così tardi, nel più sicuro centro di detenzione, il più tecnologicamente avanzato e dotato di telecamere in ogni cellula, e con controlli ogni mezz’ora. Alla conferenza stampa seguente Carla del Ponte sostenne che non vi furono controlli ogni mezz’ora, durante la notte in cui Miloševic morì. Inoltre, per qualche ragione, tutte le telecamere erano spente quella notte. Quando gli chiesero perché, Del Ponte semplicemente rispose che “non era responsabile delle cose che accadono in prigione“.

L’ambasciatore tedesco: le accuse a Miloševic non valgono la carta su cui sono scritte
Nel frattempo, secondo De Ruiter, emerse una serie di dichiarazioni ufficiali dal mondo del diritto internazionale e degli esperti di crimini di guerra, che sottolineava che il processo a Miloševic, in un primo momento annunciato come il ‘processo del secolo’, si era trasformato in un processo segreto. Secondo l’ex ambasciatore tedesco Ralph Hartmann, “già nel suo discorso di apertura, Miloševic ha rivelato fatti sensazionali, dimostrando il ruolo attivo di Stati Uniti, Germania ed altri paesi della NATO giocato nello smembramento e nelle guerre della ex-Jugoslavia. Si può ignorare la verità, ma non la si può sconfiggere“. Mentre il processo progrediva divenne evidente che l’accusa del tribunale dell’Aja valeva solo la carta su cui era scritta.

Meglio … se muore nella sentenza
Molti giuristi, in tutto il mondo, criticarono la sciarada dell’Aja, sottolineando pubblicamente che il  tribunale dell’Aja chiaramente non aveva alcuna prova reale contro Miloševic e che le accuse contro di lui sfumavano senza tanti complimenti. Un certo numero di commentatori, alcuni dei quali citati da De Ruiter, in realtà avevano sottolineato che l’unico modo per l’Aja di uscire da quella situazione era che Miloševic morisse.
Sarebbe meglio se Miloševic muore mentre si è ancora in ballo, disse James Gaw, esperto e consulente del tribunale per i crimini di guerra dell’Aja. Perché, se il processo continua fino alla fine l’unica cosa che può eventualmente essere condannata è una violazione secondaria della legge”, disse Gaw. L’autore conclude che il tribunale può senza dubbio essere accusato di omicidio colposo, e forse anche di omicidio premeditato per cui, come alcuni resoconti dei media hanno affermato, dovrebbe rispondere. Non vi è alcun dubbio che la responsabilità per la morte di Miloševic ricada in pieno sul Tribunale dell’Aja e su Washington, scrive De Ruiter.

Effetto boomerang
Il 25 agosto del 2005 il procuratore dell’Aja Geoffrey Nice, annunciava che Miloševic non era più accusato del tentativo di creare la mitologica ‘Grande Serbia’. La rimozione di un elemento importante dell’accusa contro il presidente serbo aveva leso radicalmente l’intera costruzione. In effetti, le fondamenta su cui tutte le accuse dell’Aja contro Slobodan Miloševic riposavano e si reggevano tutti insieme, era la premessa che tutto ciò che aveva fatto Miloševic avrebbe avuto un unico obiettivo: creare la ‘Grande Serbia’.
Dolorosamente, il Tribunale comprese che la possibilità di ottenere una condanna anche nominalmente credibile, stava diventando sempre più esigua. L’avvocato olandese NMP Steijnen disse: “Il caos è sempre più evidente. Le accuse cominciano a rivoltarsi contro i pubblici ministeri, come un boomerang. Il tribunale teme che Miloševic e i suoi testimoni riveleranno il ruolo svolto dall’occidente nello smembramento della Jugoslavia, e come l’occidente ha sistematicamente diffuso bugie sulla presunta unità serba per la ‘Grande Serbia’, ed i crimini commessi dalla NATO nella guerra di aggressione contro la Jugoslavia e la Serbia e, quindi, che Miloševic e i suoi testimoni avrebbero in conclusione dimostrato chi doveva essere trascinato davanti ai giudici. Miloševic presentò più e più volte, e con l’aiuto di testimoni occidentali, le prove patenti che il Kosovo non affrontava una ‘catastrofe umanitaria’, alla vigilia del bombardamento NATO della Jugoslavia nel 1999. Non era Miloševic che stava perdendo il processo, ma il tribunale“.
In un articolo, il signor Steijnen scrisse: “Nel corso degli anni del processo, in 466 sessioni, i pubblici ministeri portarono centinaia di testimoni contro Milosevic, accumulando più di 5.000 documenti su di lui, e non hanno dimostrato nulla. Questa assenza di dati reali, la condiscendente  contrattazione dell’azione penale verso sospetti che si rifiutarono di testimoniare contro Miloševic per ottenere riduzioni di pena in cambio, tutto ciò poteva solo danneggiare il tribunale. Gli adoratori del tribunale, nel loro ruolo di reporter, fecero attentamente di tutto per impedire al pubblico di sapere che Miloševic, con i suoi testimoni, aveva inflitto colpi mortali a ciò che restava delle accuse.”

Seri motivi per un omicidio a sangue freddo
De Ruiter prende atto che il tribunale dell’Aja era già in guai seri, ma le cose sarebbero di molto peggiorate quando sarebbe stato finalmente il turno di Miloševic per la sua difesa. I testimoni che avrebbero testimoniato in difesa di Miloševic, senza eccezione, erano eminenti, autorevoli e credibili, e avrebbero causato gravi mal di testa al tribunale, soprattutto se si tiene presente il fatto che diverse testimonianze dell’accusa ‘erano state smontate e dimostrate delle falsità, a volte fino al punto di diventare ridicole e grottesche.
La situazione era diventata estremamente tesa quando, alla fine di febbraio 2006, Miloševic aveva annunciato che avrebbe chiamato Wesley Clark e Bill Clinton alla sbarra. Aveva intenzione di dimostrare, al di là di ogni dubbio, che gli Stati Uniti avevano condotto una guerra illegale contro la Jugoslavia, e consapevolmente e volutamente bombardato obiettivi civili, presentando in tal modo il vero crimine contro l’umanità. Secondo De Ruiter, l’intenzione di Miloševic non era solo inaccettabile per la NATO, ma anche per il tribunale, che sarebbe stato completamente distrutto se tali prove venivano presentate.
James Bissett, ambasciatore del Canada nell’ex Jugoslavia dal 1990-1992, disse: “Sono sempre stato scettico nei confronti di tribunale, perché sono convinto che è uno strumento utilizzato dagli Stati Uniti e dai loro alleati per mascherare i propri errori nella tragedia dei Balcani. Il tribunale serve per presentare Miloševic e la nazione serba come i responsabili di tutti i mali che colpirono quello sfortunato paese.” Il Generale russo Leonid Ivashov disse: “Slobodan Miloševic era l’unico che potesse testimoniare  nettamente e in modo chiaro sul ruolo che gli Stati Uniti hanno svolto nel sanguinoso smembramento della Jugoslavia degli anni novanta, e che avrebbe potuto farlo completamente e fino al più piccolo dettaglio. Questo è esattamente ciò per cui aveva combattuto mentre era sotto processo.” Secondo il Generale Ivashov, se Miloševic veniva dichiarato innocente, tale sentenza avrebbe avuto conseguenze di vasta portata sia per il tribunale che per la NATO. Il Generale Ivashov ritiene che fu questo il motivo dell’omicidio di Miloševic. “Si tratta di un assassinio politico su mandato”, disse Ivashov.
Slobodan Miloševic è morto nella sua cella proprio nel momento in cui la sua difesa era in pieno svolgimento. Era preoccupato per la sua salute, ma bruciava dal desiderio di esporre la verità su ciò che era realmente avvenuto nei Balcani. Non aveva motivo di suicidarsi. D’altra parte, il tribunale dell’Aja aveva un motivo evidente e considerevole per l’omicidio. La NATO, creatrice e finanziatrice del tribunale, stava perdendo il controllo del caso Miloševic. Miloševic doveva essere messo a tacere prima di poter esercitare il proprio diritto di parlare?”, si chiede De Ruiter.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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