La carta curda giocata da Washington

Olga Zhigalina (Russia) New Oriental OutlookOriental Review 14 maggio 2013
INTER-201025-Turquie-Kurdistan_grandL’Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo Persico hanno interesse nel piano per istituire un “Grande Kurdistan”, elemento importante della dottrina statunitense del “Grande Medio Oriente”.  Queste monarchie vogliono che l’Iraq, la Siria, l’Iran e la Turchia vengano rapidamente smembrate.  Non è la prima volta che Washington prova a giocare la “carta curda” nella regione, ed intende utilizzare i curdi come “quinta colonna” per aumentare la pressione sui regimi al potere, in particolare in Iran e Siria. Marcate modifiche si sono avute proprio in questo secolo, nel movimento democratico nazionale curdo. La caduta del regime di Saddam Hussein in Iraq e la sua occupazione da parte delle forze della coalizione a guida USA, è stato un fattore importante nel scatenare il nazionalismo tra i curdi iracheni. Il processo politico iracheno ha contribuito al riconoscimento dell’autonomia del Kurdistan iracheno nella costituzione del nuovo stato federato del 2005. L’élite nazionale curda ha accettato il federalismo nell’Iraq post-Saddam e ha proposto una nuova versione nazionalista della semi-indipendenza della loro regione. Nel 2012, i curdi in Siria occuparono parte del Kurdistan siriano e formarono una regione curda autonoma. Il governo iraniano si avvicinava all’opposizione curda con la proposta di avviare negoziati. Le nuove tendenze in atto in Turchia poterono in grado di facilitare i progressi sul problema curdo.
L’interesse del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan nel mantenere il Partito Sviluppo e Giustizia (AKP) al potere e le sue aspirazioni verso la presidenza, hanno contribuito a qualche allentamento della sua linea dura contro i curdi: apparentemente aveva iniziato a mostrare la volontà di modificare la costituzione del Paese e di alterarne il sistema politico. La montante crisi siriana e il deterioramento della situazione al confine turco-siriano (lungo 500 km ed abitato prevalentemente da curdi) hanno spinto Erdo?an ad adottare misure più drastiche. A un tratto si è reso conto che la politica della Turchia verso la Siria, e in particolare il suo sostegno all’opposizione siriana, veniva giocata dai curdi della Turchia, in particolare dal PKK, sostenendone e favorendone l’avanzata  demografica, politica e militare. Ciò significava che il coinvolgimento della Turchia nelle ampie  azioni internazionali e regionali volte a limitare l’influenza iraniana su Damasco avrebbe complicato le relazioni turco-russe e intensificato il conflitto armato con il PKK. Pertanto, la preoccupazione per la questione curda in Turchia e la creazione dell’autogoverno curdo in parte del Kurdistan siriano, ha spinto i leader della Turchia a moderare le loro mire espansionistiche verso la Siria e fare il passo inedito di aprire dei colloqui con Abdullah Ocalan, nonostante l’opposizione dai nazionalisti e dei militari turchi.
I colloqui avviati dal gruppo parlamentare curdo coinvolsero rappresentanti dell’intelligence turca,  producendo un accordo con il capo del PKK Ocalan. Il PKK era stata dichiarata organizzazione terroristica dai leader della Turchia ed opera illegalmente in Turchia. Nonostante un penoso processo di raggiungimento di un accordo sia in corso, si può dire che riguarda disposizioni intese a frenare le aspirazioni nazionaliste dei curdi. L’élite politica curda ha reagito in modo ambivalente verso la riconciliazione di Ocalan con le autorità turche, con gli oppositori che affermano che le speranze dei curdi possono realizzarsi solo attraverso la “disintegrazione” di altri Paesi, in particolare la Siria e l’Iraq. Diffidano dell’accordo di Ocalan nel disarmare e ritirare i combattenti curdi provenienti dalla Repubblica di Turchia. Altri sostengono la tesi contraria, che il cessate il fuoco aiuterà il movimento curdo ad espandersi e nel fornire ai curdi più opportunità per soddisfare le loro richieste nell’ambito della struttura statale esistente. L’Unione europea, gli Stati Uniti e i curdi iracheni vedono il processo dei negoziati come una mossa positiva. Washington ha detto che sosterrà il popolo della Turchia nei suoi sforzi per risolvere il problema. L’UE ha esortato le parti ad incontrarsi e a raggiungere la pace promettendo pieno sostegno al processo di pace. I rappresentanti dei curdi iracheni hanno espresso soddisfazione per i curdi turchi che si muovono nella giusta direzione, anche se sentono che sia ancora presto.
Nel frattempo, c’è tensione in Turchia tra sostenitori e oppositori della politica conciliante sulla questione curda. Alcuni curdi ritengono che tale politica può causare una spaccatura nel PKK e la sua eliminazione progressiva, e che ciò interessa le autorità turche e l’occidente. Ci sono aspetti positivi e negativi nei tentativi del governo della Turchia di raggiungere un accordo con il PKK. Il governo turco ha riconosciuto per la prima volta che Ocalan è il leader politico dei curdi della Turchia e non un terrorista, ed ha ritenuto opportuno avviare negoziati con lui sulla questione curda. I politici si sono rifiutati di discutere con lui di una prospettiva nazionalista. Vogliono porre la questione di far tornare le relazioni turco-curdi a prima del periodo di Kemal, all’epoca dell’impero ottomano, quando il Kurdistan godeva di uno status speciale. Erdogan ha anche accennato alla possibilità di discutere una struttura federata, in futuro. Tuttavia, questo non significa che i curdi guadagnano terreno verso il raggiungimento dei loro obiettivi nazionali, come la creazione di uno Stato curdo. Nel suo messaggio del marzo 2013, tuttavia, il leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) Ocalan ha detto che la fine della lotta armata tra i combattenti curdi e l’esercito turco apre le porte a una nuova fase dello sviluppo del movimento curdo, all’intensificazione della lotta democratica e all’espansione del movimento. Possiamo supporre che, accettando le garanzie costituzionali ai diritti dei curdi, prenderanno respiro iniziando una nuova fase della loro lotta.
Nel frattempo, né la Turchia (e gli altri leader regionali), né gli Stati Uniti sono interessati a creare uno Stato curdo. Gli Stati Uniti sono sempre stati disposti a mantenere in vita il problema curdo,  riuscendo a mantenere vantaggiosamente l’equilibrio delle forze di cui hanno bisogno nella regione. Infatti, la perdita del Kurdistan della Turchia ne indebolirebbe significativamente la posizione geopolitica in Asia occidentale, impedendole di realizzare i piani strategici per l’Asia centrale, il Caucaso e la Russia. Uno Stato curdo unificato (costituito dalle aree curde della Turchia e dell’Iraq) dominerebbe le regioni del sud-est e dell’est della Turchia, bloccandone l’accesso all’Azerbaigian, al Caucaso e alle repubbliche turche dell’Asia centrale. Rivali della Turchia nell’influenza nel Caucaso e in Asia centrale, gli Stati Uniti si sono già assicurati posizioni decenti in Azerbaigian. Se il gasdotto che collega il giacimento di Shah Deniz in Azerbaigian con la città turca di Erzurum (attraverso il quale già passa un gasdotto che collega la Turchia e l’Iran) verrà costruito, gli Stati Uniti, dopo aver ottenuto il sostegno dei curdi turchi, saranno in grado di controllare le forniture energetiche dall’Asia centrale alla Turchia.
Prendendo l’iniziativa politica di placare i curdi turchi, allontanandoli dagli Stati Uniti, i leader turchi cercano di evitare che gli Stati Uniti e Israele utilizzino il fattore curdo per bloccare gli interessi della Turchia nel Caucaso e nella regione del Mar Caspio. Anche ignorando le critiche degli Stati Uniti, bypassando Baghdad per concludere contratti petroliferi diretti con la regione del Kurdistan iracheno. La Turchia continua a rafforzare il suoi contatti commerciali ed economici con i curdi iracheni nonostante le preoccupazioni dell’amministrazione Obama che ciò possa destabilizzare l’Iraq. In una conversazione telefonica con il presidente del Kurdistan Massoud Barzani, il segretario di Stato degli Stati Uniti John Kerry ha insistito sul fatto che i curdi iracheni non devono stipulare contratti di forniture di greggio alla Turchia ignorando Baghdad, sostenendo che ciò potrebbe portare alla disintegrazione del Paese. Desiderando rimanere l’unico arbitro regionale, gli Stati Uniti tentano di bloccare e indebolire la posizione della Turchia in Iraq e nel Kurdistan turco, dove la Turchia ha iniziato a rivendicare un ruolo nuovo e più significativo. Il processo di pace nel Kurdistan turco, innescato dagli eventi in Siria, favorisce Erdogan che vuole concorrere alla presidenza, così come alcuni politici turchi che cercano di espandere i loro progetti politici ed economici nel Caucaso e in Asia centrale. Tuttavia, è ancora troppo presto per valutarne l’impatto sui curdi della Turchia.

Olga Zhigalina, Dr. sc.  (Storia), è capo della sezione di curdologia e studi regionali del Medio Oriente e Senior Fellow del Centro per lo Studio dei Paesi del Medio Oriente dell’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia delle Scienze Russa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria, Stati Uniti d’America, la guerra e l’umore furioso di Erdogan

Dedefensa 25 ottobre 2012

Non c’è carenza di ipotesi, calcoli, descrizioni anche sulla “marcia verso la guerra“, in particolare della Turchia (contro) la Siria. Questo è un tema ricorrente e ridondante da diversi mesi, intervallato da episodi di scontri di frontiera, sequestro di velivoli in volo, provocazioni, false flag varie, ecc. Inoltre, la guerra non scoppia. Ciò spinge a classificare il progetto, in attesa di ipotetici estensioni, sotto la voce “trattenetemi o faccio qualcosa” che sembra caratterizzare l’insistenza aggressiva e bellicosa la patologia psicologica della nebulosa formata dal blocco BAO o intorno al blocco BAO, di cui uno dei più zelanti araldi è il ministro francese Fabius. (In questa sezione, abbiamo posto come archetipo l’attacco a sorpresa contro l’Iran annunciato con gran chiasso come imminente e devastante, dal febbraio 2005, quando un GW Bush appena rieletto disse a Bruxelles, il 21 febbraio 2005, che “tutte le opzioni sono sul tavolo“, anche e soprattutto l’attacco, perché Israele e gli Stati Uniti si fondono fraternamente. Ci è stato detto oggi, da Fabius in modo categorico e finalmente definitivo, che è previsto, praticamente assicurato, per il 2013. L’epoca attuale è quella del cambiamento esponenziale e brutale delle situazioni.)
Due estratti dai giornali turchi ci forniscono alcune indicazioni sulla situazione, almeno psicologica, molto prossima alla guerra contro la Siria. Altri vi aggiungono alcune informazioni aggiuntive, che vanno in altre direzioni. Ne consegue che l’osservazione di una situazione di grande disordine non ci rende soddisfatti di alcuna ipotesi politica, geopolitica e militare dalla connotazione escatologica, e ci rivolgiamo ancora una volta all’ipotesi della depressione maniacale dei nostri leader politici. Perché dobbiamo riconoscere che l’ipotesi della depressione maniacale continua più che mai a conservare il nostro favore, quando un evento mediatico (una dichiarazione, un’ipotesi suggerita, un roboante anatema, ecc.), sembra costituire di per sé un adeguato atto politico, geopolitico e militare dalla sola connotazione escatologica decisiva. Non negheremo che non vi sia certamente dell’escatologia nell’aria, ma il contrario, dal momento che si tratta di una tesi a cui attribuiamo la massima attenzione, e una consistenza significativa. Semplicemente e con decisione, l’escatologia non sembra essere affatto legata ai sapiens coinvolti, che sembrano piuttosto dei pietosi giocattoli. Tutto questo è deciso, vale a dire gli eventi sono ordinati da forze superiori e sostenuti dai sapiens coinvolti (i nostri leader politici), senza che ne capiscano nulla, immaginandosi di agire in modo decisivo (escatologico), per il semplice fatto di avere la parola facile e di farsi guidare dallo stato d’animo…
• L’umore, soprattutto quello di Erdogan. Da quanto emerge da questo articolo di Mehmet Ali Birand, corrispondente del grande quotidiano turco Hurriyet presso le Nazioni Unite, del 23 ottobre 2012, scrive che sembrano esserci due mondi diversi, quello della Turchia, dove si parla febbrilmente di guerra imminente tutti i giorni, e le Nazioni Unite dove l’idea di una guerra con la Siria sembra provenire proprio da un altro pianeta. Il giornalista turco raccoglie spunti interessanti anche da un diplomatico degli Stati Uniti che si lamenta degli stati d’animo e delle esplosioni del primo ministro Erdogan, il cui comportamento descrive come quello di un uomo psicologicamente instabile, a volte facendo temere a Washington di essere trascinata in una guerra che nessuno, proprio nessuno, vuole… “Analizzando quello che è successo tra noi e la Siria, e dopo il controllo dei nostri media, vieni qui e resti stupito da ciò che si sente e si legge. E’ come se vivessimo su un altro pianeta e le persone qui vivono in un pianeta completamente diverso. Secondo quanto riportato nel nostro pianeta, la Turchia è un fantoccio degli Stati Uniti e agisce secondo gli ordini provenienti da Washington. Possiamo aspettarci che uno scontro armato scoppia lungo il confine, in qualsiasi momento. Quando si guarda la situazione da qui, nessuno cita un intervento armato come soluzione della questione siriana. Risolvere il problema con le armi, più precisamente l’idea del rovesciamento di Bashar al-Assad attraverso un intervento esterno, è una questione chiusa da molto tempo. Sotto lo stretto controllo di Washington, ad Ankara vi è la preoccupazione di non parlare troppo apertamente: “Il primo ministro, di volta in volta, diventa così arrabbiato e così eccitato che anche noi, qui, abbiamo paura di un intervento militare della Turchia”, ha detto un diplomatico statunitense. “In realtà sappiamo bene che la Turchia non vuole un intervento armato. Ci hanno detto questo molto chiaramente. Tuttavia, d’altra parte, ci fanno nuovamente pressione affinché al-Assad se ne vada al più presto possibile. Capiamo anche che un intervento militare sarebbe disastroso non solo per voi, ma per tutta la regione. Il nostro timore è che una manovra di al-Assad riceva una reazione da [primo ministro Recep Tayyip] Erdogan, facendoci ritrovare tutti insieme in una guerra.” Ciò che il diplomatico diceva era molto chiaro. Dimenticatevi che Ankara segua gli ordini di Washington: Washington sta apertamente cercando di calmare Ankara ed ha paura di entrare in guerra a causa di un incidente. La ragione di ciò è evidente: Washington non ha, minimamente, alcuna intenzione di intervenire in Siria. Quando si ascolta l’opinione pubblica statunitense, se ne capisce subito il motivo…”
L’articolo prosegue con una tirata abbastanza standard della frase “L’opinione pubblica statunitense è stanca degli interventi internazionali“… Conosciamo la musica e sappiamo proprio che quella sensazione può essere ulteriormente migliorata dal coro di esperti e di coloro che pretendono di definire la politica degli Stati Uniti, e che quando lo fanno, infine, fanno ciò che il Cielo l’induce a fare. (“Il Cielo”?! Diciamo piuttosto quelle “forze impersonali” individuate dal saggio ed esperto geopolitico George Friedman: vedasi 15 ottobre 2012.)
• Un altro interessante articolo sulla stampa turca, di Soli Ozel, del quotidiano Haberturk del 22 ottobre 2012, proviene da un diverso orizzonte (da una conferenza stampa dell’ambasciatore statunitense ad Ankara); le osservazioni che vi si leggono sembrano fatte per rafforzare l’idea che gli amici americanisti siano un po’ stanchi di sentire Erdogan vituperare gli “amici” americanisti e i loro alleati del BAO, perché lasciano sola la Turchia nel fare il lavoro sporco contro la Siria e, in particolare, gli Stati Uniti non fanno assolutamente nulla per aiutare la Turchia su questa spaventosa faccenda. Non abbiamo un particolare affetto per i diplomatici degli Stati Uniti di stanza all’estero, con tutti i loro imbrogli, ma dobbiamo riconoscere che l’argomento di Ricciardone, basato sulla rivelazione di una proposta degli Stati Uniti che nessuno ha smentito, ha un certo peso e anche l’accento di una verità rivelatrice, e si può immaginare quanto gli amici americanisti debbano essere sopraffatti dallo stato d’animo turco, pubblicando questo pezzo. (“Che altro vi aspettate da noi? Offriamo la massima collaborazione con i migliori mezzi tecnici a nostra disposizione. Inoltre, il nostro obiettivo è il comandante supremo del PKK, ma voi non volete.”)
L’ambasciatore degli Stati Uniti in Turchia Francis Ricciardone, ha sganciato una bomba nel suo incontro con i giornalisti ad Ankara, la scorsa settimana. Ha detto che gli Stati Uniti hanno proposto un’operazione congiunta con la Turchia contro i leader del partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), nella catena montuosa di Kandil, sulla falsariga della caccia e uccisione di Usama bin Ladin da parte degli Stati Uniti. Secondo il primo ministro Recip Tayyip Erdogan, la Turchia ha rifiutato l’offerta a causa delle differenze delle condizioni topografiche. Ovviamente, Ricciardone ha inteso la rivelazione come una risposta decisa ai dubbi dell’opinione pubblica turca. Ricordiamo come il Capo di Stato Maggiore, Generale Necdet Ozel, abbia lamentato di non avere intelligence sufficiente e tempestiva dagli Stati Uniti. L’opinione pubblica ha visto l’osservazione del Gen. Ozel come la riaffermazione della sua apprensione per gli Stati Uniti. L’ambasciatore degli Stati Uniti, in un certo senso, ha cercato di cancellare la diffidenza turca verso il suo paese, dicendo: “Che altro vi aspettate che facciamo? Abbiamo proposto la cooperazione ai più alti livelli con i nostri migliori mezzi tecnici. Inoltre, il nostro obiettivo era il comando superiore del PKK, ma voi non lo volete”. Ricciardone ha anche colto l’occasione per rinfrescare l’idea su come Washington vede la politica della Turchia in Siria. Il messaggio era che, sebbene gli Stati Uniti siano in stretta collaborazione con la Turchia sulla crisi siriana, si preoccupano di qualsiasi sviluppo che potrebbe elevare la crisi a una guerra. Gli Stati Uniti ritengono inoltre che la prosecuzione della crisi siriana stia mettendo in pericolo la stabilità della regione, in particolare in Giordania, Iraq e Libano. Washington non favorisce una prolungata crisi come alcuni sostengono, ma vuole che gli scontri finiscano al più presto possibile.”
Secondo queste osservazioni, tutti ci dicono che sembrano averne abbastanza delle voci di una guerra contro la Siria, e persino dei rumori di una guerra in Siria a breve; le spedizioni di armi cominciano a sembrare scarseggianti; ci dicono che dei piani di pace potrebbero essere tracciati (ennesimo tentativo, ma questa volta buona), come il tentativo di cessate il fuoco temporaneo lanciato per una festa religiosa musulmana e che probabilmente, naturalmente, molto difficilmente supererà la prova del caos installatosi in Siria… Tutto ciò non influisce sugli eventi in Siria, essendo soprattutto prigioniero del caos prevalente nel paese. Tutto ciò non fa altro che dimostrare la stanchezza psicologica crescente tra loro, perfino tra i mandanti del blocco BAO (tranne Fabius, accordiamolo), davanti alla cosa che hanno creato, e che dura e dura…
• Inoltre, non si dimentichi l’iniziativa di Erdogan, una tappa importante verso la “regionalizzazione” del tentativo di risolvere il conflitto, senza guerra e senza gli Stati Uniti, ma con la Russia e l’Iran. Si tratta, dice l’editorialista Semih Idiz, sul Milliyet del 22 ottobre 2012, di una “nuova visione” (di Erdogan)… Mentre leggete queste poche osservazioni, sembra che questo caso evolva parallelamente agli altri casi di cui alimenta spudoratamente le contraddizioni, poggiando ancora sui ricorrenti problemi psicologici (l’”allergia” della Turchia di cui Idiz parla è, ovviamente, psicologica).
“…In breve, Mosca bloccando le mosse delle Nazioni Unite e l’atteggiamento dell’Iran che ha colpito le aspettative della Turchia nella regione, hanno spinto in un angolo Ankara che é costretta a modificare la propria politica inflessibile sulla Siria. Il “sistema di negoziazione tripla” di cui Erdogan ha parlato dopo il suo incontro con Ahmadinejad, è un segnale importante. Il “sistema di negoziazione triplo” riunirà la Turchia, l’Egitto e l’Iran; la Turchia, la Russia e l’Iran, e la Turchia, l’Egitto e l’Arabia Saudita per lavorare separatamente verso una soluzione in Siria. Come si può vedere dalla dichiarazione di Erdogan, l’iniziativa mira a superare l’ostacolo della mancanza della volontà saudita di sedersi nello stesso tavolo con l’Iran. La Turchia sembra essersi curata dell’allergia dal discutere della Siria con la Russia e l’Iran.”
• … e Ankara, inoltre, parallelamente veniamo a sapere che Israele, conquistato da ciò che considera come una svolta pro-BAO di Erdogan, sia probabilmente convinto che la Turchia sia ridiventata un “fantoccio” di Washington, avendo così l’opportunità di far prendere la mano alla Turchia, e proponendo perfino di seppellire, se non l’ascia di guerra, almeno il contenzioso che offusca le relazioni tra i due paesi dal 2009. Sembrava logico: i burattini delle mie marionette sono i miei burattini, dicono gli astuti strateghi israeliani… Come no! I pupazzi non sono più quelli di una volta, un Erdogan ancora una volta furioso ha detto a Israele che Israele non ha capito la situazione. Nessuna speranza di parlare, anche della Siria, poiché Israele non è venuto a Canossa umilmente, chiedendo di farsi perdonare per le azioni contro le “terribili flottiglie della pace” di fine primavera del 2010, che hanno spinto Erdogan a prendere in considerazione di assumersi il comando di una  di queste flottiglie… Ecco come Zaman ha riferito, il 22 ottobre 2012, il tentativo di riconciliazione israeliano e la irricevibilità, indiretta ma categorica, da un chiaramente arrabbiato e fumante Erdogan…
L’invito al dialogo è venuto da Pinhas Avivi, ex ambasciatore israeliano in Turchia, che attualmente è direttore politico del ministero degli esteri israeliano. Parlando ad un gruppo di giornalisti turchi, Avivi ha detto che Israele cerca di avere colloqui con la Turchia riguardo la crisi siriana, rilevando che la situazione in Siria avrà un impatto futuro su Turchia e Israele. “Dobbiamo lasciare da parte i problemi tra Israele e la Turchia, e guardare al futuro”, avrebbe detto secondo la NTV. Ad Ankara, invece, il portavoce del ministero degli esteri, Selçuk Unal, ha detto che Israele deve parlare con i fatti piuttosto che coi messaggi veicolati dei media. [...] Ankara chiede le scuse ufficiali e il risarcimento per le famiglie delle vittime, così come la revoca del blocco israeliano su Gaza, per normalizzare le relazioni. Israele ha respinto queste richieste, sostenendo che i suoi soldati hanno agito per legittima difesa. In segno di protesta per il rifiuto di Israele di soddisfare le richieste turche, Ankara aveva espulso l’ambasciatore israeliano e tagliato le relazioni militari con il paese. Unal ha detto che le condizioni poste dalla Turchia per la normalizzazione dei rapporti restano in vigore. “Non c’è alcun cambiamento nella posizione della Turchia. I funzionari israeliani dovrebbero adottare le misure previste, invece di inviare messaggi tramite dichiarazioni ai media,” ha detto.”

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Scenario israelo-statunitense: dividi la Siria, dividi il resto

Mahdi Darius Nazemroaya Global Research, Press TV – 14-08-2012

Quello che sta accadendo in Siria è un segno di ciò che accadrà nella regione. Il cambio di regime  in Siria non è l’unico obiettivo degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Dividere la Repubblica Araba di Siria è l’obiettivo finale di Washington, in Siria. L’inglese Maplecroft, specializzata nella consulenza sul rischio strategico, ha detto che stiamo assistendo alla balcanizzazione dello Stato siriano: “i curdi nel nord, i drusi nelle colline meridionali, gli alawiti nella regione costiera montagnosa nord-occidentale e la maggioranza sunnita altrove“.
Stiamo già sentendo gente come il consigliere della Casa Bianca, Vali Nasr, parlare di tutto questo. Le divisioni etniche e religiose in Siria non sono delimitate ai termini puramente geografici, e il processo di balcanizzazione potrebbe giocare come processo di libanizzazione, il che significa che la Siria sarà divisa lungo violente linee di faglia settarie e affronterà una situazione di stallo politico, come il Libano durante la guerra civile, ma senza una formale frattura. La libanizzazione, una forma morbida di balcanizzazione, ha già avuto luogo in Iraq sotto il federalismo.
Gli eventi in Medio Oriente e Nord Africa stanno vedendo l’animazione dei movimenti di massa contro i tiranni locali, come in Bahrain, Giordania, Marocco e Arabia Saudita, ma c’è anche lo scenario viziato del Piano Yinon d’Israele, e delle sue propaggini. Il Piano Yinon e schemi analoghi vogliono una artificiosa guerra sciita-sunnita tra i musulmani, come elemento centrale delle divisioni settarie, o Fitna in arabo, che includano l’animosità cristiano-musulmana, arabo-berbera, arabo-iraniana, arabo-turca e turco-iraniana.
Ciò che questo processo si propone di fare, è suscitare odio settario, divisioni etniche, razzismo e  guerre di religione. Tutti i paesi che gli Stati Uniti e i loro alleati stanno destabilizzando hanno naturali linee di demarcazione, e quando le animosità tribali, etniche, confessionali e religiose si accendono in un paese, trascinano altri paesi. I problemi in Libia si sono riversati in Niger e in Ciad ed i problemi in Siria si sono riversarsi in Turchia e Libano.
L’Egitto è il luogo delle correnti rivoluzionarie e contro-rivoluzionarie che hanno mantenuto la più grande potenza araba impegnata nel mantenere la propria attenzione sulla politica interna. Mentre l’Egitto affronta sconvolgimenti interni, gli Stati Uniti stanno tentando di contrapporre i militari del paese e la Fratellanza Musulmana, gli uni contro l’altra. Prima, gli sconvolgimenti nel Sudan,  formalmente balcanizzato da Tel Aviv e Washington attraverso la manipolazione della politica delle identità, che hanno portato alla secessione del Sud Sudan. La Libia è stata neutralizzata e divisa da vari gruppi. La libanizzazione, come accennato in precedenza, ha messo radici in Iraq con il governo regionale del Kurdistan (KRG)  supportato dall’estero – in particolare con gli aiuti di Stati Uniti, Europa Occidentale, Israele e Turchia – comincia ad agire sempre di più come se l’Iraq del Nord o Kurdistan iracheno sia un paese separato dal resto dell’Iraq.
Di Dore Gold, presidente del Jerusalem Center for Public Affairs e consigliere del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, vale la pena citare il punto di vista: “Quello che succede in Siria è che il Medio Oriente sta andando a pezzi, una nuova forma di caos sostituisce ciò che esisteva.” Questo, naturalmente, fa parte del wishful thinking dei responsabili politici israeliani che hanno interesse nel vederlo. Originariamente, la posizione di Tel Aviv è stata ignorata quando la crisi in Siria era iniziata, ma è chiaro ora che Israele ha interesse nel vedere la Siria frammentata e in uno stato di continua guerra civile. Questo è ciò che il Piano Yinon e i suoi succedanei hanno sottolineato come obiettivi strategici di Israele, in Siria e in Libano.

Nazionalismo curdo
La Siria, come l’Iraq, può essere vista come un punto di pressione chiave nel Medio Oriente. Smantellando entrambe, si avrà il tracollo regionale. Se le cose peggioreranno in Siria, l’Iraq sarà ancor più fragile, facendo ribollire la regione come un vulcano geo-politico. Per coloro che hanno dubbi sul fatto che gli Stati Uniti stanno alimentando le fiamme di un fuoco per far fondere il Medio Oriente, o che gli eventi in Siria stiano cominciando ad avere ramificazioni regionali, hanno solo bisogno di guardare la regione del Kurdistan. Combattenti nazionalisti curdi hanno iniziato a mobilitarsi in Siria e in Turchia, e le truppe turche sono state attaccate da loro. Il governo regionale del Kurdistan (KRG) ha iniziato a prendere misure più importanti, cosa che indica la sua indipendenza dall’Iraq.
In Iraq, il KRG è essenzialmente uno stato de facto con propri parlamento, bandiera, esercito, regime dei visti, forze armate, polizia e leggi. In violazione delle leggi nazionali irachene, il KRG ha anche fatto in proprio accordi illegali su armi e petrolio con i governi ed enti stranieri, senza nemmeno notificarli al governo di Baghdad. Inoltre, il KRG ha addirittura impedito alle truppe irachene di recarsi nel confine iracheno di nord-ovest con la Siria, per assicurarsi la fine del contrabbando di armi e dell’illegalità. La Turchia, che mantiene stretti legami con il KRG, incoraggia anch’essa questo comportamento e ha anche trattato il KRG come governo nazionale, avendo contatti diplomatici senza consultare il governo iracheno di Baghdad. I capi del governo regionale del Kurdistan stanno anche permettendo che il loro paese sia utilizzato come base operativa del Mossad contro la Siria e l’Iran.
Ironia della sorte, la Turchia ha avvertito che ci vorrà un’azione militare contro i separatisti curdi in Siria, mentre Ankara sostiene le tendenze separatiste del KRG e la divisione della Siria. Oltre a creare tensioni tra i governi turco e iracheno, ciò ha avuto conseguenze in Turchia. Il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) ha iniziato a rimobilitarsi. Il PKK ha affermato che controlla il Distretto Semdinli (Semzinan) nella Provincia turca di Hakkari, e scontri sono scoppiati nel sud-est della Turchia. Le perdite hanno cominciato ad aumentare tra le truppe turche e le forze di sicurezza hanno iniziato ad affrontare attacchi. La legge marziale è stata dichiarata nella provincia di Hakkari, secondo la stampa turca. La Turchia stessa ora affronta lo scontro diretto con le forze antigovernative, mentre appare incapace di governare il proprio territorio. Un deputato del Partito Repubblicano del Popolo, dell’opposizione turca, è stato rapito dal PKK. Il primo ministro turco Erdogan ha cercato di incolpare la Siria per l’esplosione delle lotte nelle zone curde della Turchia, ma omette il fatto che le violenze in Turchia sono il risultato diretto delle interferenza turche in Siria. Se già non le hanno, le armi che Erdogan sta inviando in Siria, alla fine, troveranno la via del ritorno in Turchia, dove saranno utilizzate dalle forze antigovernative.

Gli obiettivi di Tel Aviv in Libano: un secondo fronte levantino è stato aperto?
Il caso dell’attacco al bus turistico israeliano in Bulgaria è inquietante, a dir poco. Ciò che colpisce dell’incidente, è che Israele ha incolpato immediatamente Hezbollah e l’Iran, nemmeno a un’ora dall’attacco, quando le indagini erano in corso. Ciò che  è degno di nota è che i funzionari, appena poche settimane prima, a Tel Aviv, minacciavano di attaccare di nuovo il Libano, dicendo che avrebbero distrutto totalmente il Libano in una terza guerra israelo-libanese. I commenti israeliani sono stati fatti dal brigadier-generale Hertzi Halevy, comandante della 91.ma Divisione di Tel Aviv, appena una settimana prima del sesto anniversario della vittoria di Hezbollah contro Israele nella guerra del 2006 tra Israele e Libano. Halévy e altri leader israeliani hanno ripetutamente minacciato di ridurre in cenere  il Libano, lanciando un attacco a tutto campo.
Gli alleati della Siria sono tutti sotto pressione in un ambiente da guerra multi-dimensionale. Iran, Russia, Libano, Iraq e palestinesi vengono messi sempre più sotto pressione, per abbandonare i loro alleati siriani. Le minacce israeliane mirano a mettere pressione psicologica su Libano e Hezbollah, utilizzando i media per espandere l’assedio politico, psicologico, economico, diplomatico e d’intelligence contro la Siria in Libano. Le sanzioni statunitensi contro la Siria stanno già investendo l’Iran ed Hezbollah, e le banche libanesi hanno dovuto affrontare attacchi informatici e le pressioni di Washington e dei suoi alleati.

Guardando l’orizzonte del futuro: arriva l’arco dell’instabilità degli USA?
L’assedio della Siria sponsorizzato dagli USA fa parte dei loro tentativi di dividere l’Eurasia e mantenere il loro primato mondiale da superpotenza. Washington non ha pietà per i suoi amici o i suoi nemici, paesi come la Turchia e l’Arabia Saudita alla fine saranno utilizzati come carne da cannone. Gli strateghi statunitensi vogliono che l’area che va dal Nord Africa e Medio Oriente al Caucaso, all’Asia centrale e all’India sia trasformata in un buco nero in guerra, nei “Balcani eurasiatici” à la Brzezinski.
Gli arabi, l’Iran e la Turchia sono sul bordo di un grande conflitto, perché gli Stati Uniti stanno perdendo il loro status di superpotenza. Tutto ciò che rimane dello status di superpotenza di Washington è la sua potenza militare. Verso la fine della sua vita relativamente breve, l’Unione Sovietica aveva solo la forza militare. L’Unione Sovietica aveva sperimentato le tensioni sociali ed era in declino economico, prima che sprofondasse. La situazione per gli Stati Uniti non è molto diversa, se non peggiore. Washington è spezzata, socialmente divisa, sta diventando razzialmente polarizzata, e la sua influenza internazionale è in rapido declino. Le élite USA, tuttavia, sono determinate a resistere a ciò che sempre più appare come la fine dello status di arrogante superpotenza del loro paese e del loro impero.
Incendiare l’Eurasia con la sovversione, sembra essere la risposta di Washington per impedire il proprio declino. Gli Stati Uniti prevedono di accendere un grande incendio dal Marocco e dal Mediterraneo fino ai confini della Cina. Questo processo è stato sostanzialmente iniziato dagli Stati Uniti attraverso la destabilizzazione di tre diverse regioni: Asia Centrale, Medio Oriente e Nord Africa. I primi passi che gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO e arabi hanno fatto per fare ciò, non sono stati fatti in Siria. In Medio Oriente, questo processo è iniziato con l’assedio dell’Iraq, che alla fine ha portato all’invasione anglo-statunitense e all’occupazione del paese nel 2003. In Asia centrale, il processo avviato con la destabilizzazione dell’Afghanistan durante la Guerra Fredda, e il sostegno degli Stati Uniti alle lotte tra frazioni diverse, tra cui coloro che sarebbero diventati i talebani; il 9/11 ha soltanto dato agli Stati Uniti e ai loro alleati della NATO la possibilità di invaderla. In Nord Africa, infine, gli USA e Israele hanno balcanizzato il Sudan attraverso anni di pressioni e di operazioni segrete.
Nelle tre regioni di cui sopra, oggi vediamo la seconda ondata di destabilizzazione. In Asia centrale, la guerra in Afghanistan si è estesa in Pakistan, grazie alla NATO. Ciò ha dato modo al termine “AfPak” di descrivere l’Afghanistan e il Pakistan come un teatro. In Nord Africa, la Libia è stata attaccata nel 2011 dalla NATO, e la Jamahiriya è stata sostanzialmente divisa dai vari gruppi. In Medio Oriente, questa seconda ondata di operazioni di destabilizzazione mira alla Repubblica araba siriana,  in continuazione di ciò che è accaduto in Iraq. Washington sembra sognare questo scenario: le rivolte curde che si svolgono in Siria, Turchia, Iraq e Iran; le guerre civili settarie che consumano Iraq, Libano, Siria, Turchia e lo Yemen in fiamme; l’instabilità e la guerriglia in Algeria, Egitto, Libia, Pakistan e Sudan; berberi e arabi che si combattono l’un l’altro in tutto il Nord Africa, insicurezza e incertezza politica diffuse in Asia centrale, una guerra nel Caucaso meridionale che consuma Georgia, Armenia e Repubblica di Azerbaigian; rivolte innescate tra balcari, ceceni, circassi, daghestani, ingusci e altri popoli locali caucasici contro la Russia, nel Caucaso del Nord, il Golfo Persico zona di instabilità e la Russia ai ferri corti con l’Unione europea e la Turchia. Tale incendio viene costantemente alimentato da Washington. In definitiva, tutto questo è destinato a distruggere alcune delle rotte energetiche più importanti del mondo, per colpire i rifornimenti energetici delle economie della Cina, delle grandi potenze europee, dell’India, del Giappone e della Corea del Sud. Questo potrebbe costringere l’Unione europea a diventare più militarista, nella disperazione di salvare la sua economia.
Tale scenario potrebbe essere pericoloso per la Russia che fornisce energia, così come per gli stati dell’OPEC, che dovrebbero scegliere tra la UE e la Cina, se ci saranno carenze energetiche. Una guerra per le risorse – come la Prima Guerra Mondiale – potrebbe essere avviata portando alla rovina una gran parte dell’Africa e tutte le regioni industrializzate dell’Eurasia. Ciò accadrebbe mentre gli Stati Uniti resterebbero nell’emisfero occidentale, guardando da una distanza di sicurezza, proprio come hanno fatto durante la Prima Guerra Mondiale e la Seconda Guerra Mondiale, prima che passassero per raccogliere i pezzi, quali beneficiati economici di una guerra devastante.

Pluripremiato autore e analista geopolitico, Mahdi Darius Nazemroaya è autore di The Globalization of NATO (Clarity Press) e di un libro di prossima uscita The War on Libya and the Re-Colonization of Africa. Ha anche contribuito a diversi altri libri che vanno dalla critica culturale alle relazioni internazionali. È un sociologo e ricercatore associato presso il Centre for Research on Globalization (CRG), collaboratore presso la Strategic Culture Foundation (SCF) di Mosca e membro del Comitato Scientifico di Geopolitica, Italia. Ha anche affrontato le questioni del Medio Oriente e delle relazioni internazionali su diverse reti televisive, tra cui al-Jazeera, Telesur e RussiaToday. I suoi scritti sono stati tradotti in più di venti lingue. Nel 2011 è stato insignito del Primo Premio Nazionale del Circolo della Stampa messicano, per il suo lavoro nel giornalismo investigativo internazionale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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