La Guerra Mondiale Z: la campagna sionista nell’emisfero occidentale

Wayne Madsen, Strategic Culture Foundation, 26.05.2013

mossad-south-america_f0feDeterminato a invertire il progressivo allontanamento dell’America Latina dai dettami di Washington, il Presidente Obama ha tranquillamente suscitato dalla sordida storia del Sud America un demone che i latinoamericani conoscono fin troppo bene: Israele. Durante l’amministrazione di Ronald Reagan, Israele aveva puntellato con equipaggiamenti militari, l’intelligence, l’addestramento contro-insurrezione e il denaro, un certo numero di governi fascisti in America Latina. Il sostegno d’Israele al fascismo in America Latina in realtà ha avuto inizio durante la presidenza di Jimmy Carter. Dopo l’embargo sulle esportazioni di armi statunitensi di Carter verso il Nicaragua del brutale dittatore Anastasio Somoza, Israele intervenne a colmare il vuoto. Oggi, Obama ha permesso ad Israele e ai suoi agenti d’influenza nella propria amministrazione, di utilizzare tutti i mezzi a disposizione per minare i governi progressisti in America Latina. Dopo la morte del presidente del Venezuela Hugo Chavez, un aspro critico della politica d’Israele nei confronti dei palestinesi, le attività sovversive degli agenti israeliani e statunitensi, che operano sotto la copertura delle organizzazioni non governative (ONG) legate a George Soros, sono aumentate in tutta la regione.
Anche se Obama, a differenza di Reagan, non subisce i divieti congressuali come l’emendamento Boland, che gli ostacolino gli sforzi per rovesciare i leader latinoamericani progressisti, gode della percezione pubblica che lui, destinatario del Premio Nobel per la Pace, si sia impegnato per la pace.  Invece di sacrificare il suo personaggio pubblico con mosse sanguinose per rovesciare governi latino-americani, Obama ha scelto di lavorare di soppiatto attraverso Israele e i suoi sayanim  stranieri per far tornare l’America Latina allo status quo ante delle dittature che proteggono i ricchi e soggiogano i poveri e la classe operaia. S’iniziava a potere ritenere che in America Latina si fosse in presenza di quella giustizia a lungo ricercata, quando un tribunale guatemalteco ha giudicato l’ex dittatore Efrain Rios Montt colpevole di genocidio, il 10 maggio, condannando l’86enne ex generale a 80 anni di carcere. Rios Montt, un convertito alla Chiesa pentecostale del Verbo (Iglesia del Verbo), che predica un dogma in sincronia con l’ebraismo sionista, è stato riconosciuto colpevole di aver massacrato centinaia di migliaia di indigeni Maya Ixil e di altri oppositori della giunta militare del Guatemala. Il genocidio di Rios Montt non sarebbe stato possibile senza il supporto militare e d’intelligence fornito al suo regime da Israele, con la “strizzatina d’occhio e un cenno del capo” regolare di Washington. Israele era stato a lungo attivo in Guatemala, aiutando il regime a infliggere il genocidio dei nativi guatemaltechi. Il governo israeliano s’è sempre sentito a suo agio nel trattare con i leader dell’estrema destra fascista guatemaltechi, tra cui i presidenti Rios Montt e Kjell Laugerud Garcia, entrambi diplomati alla Scuola di addestramento al genocidio delle Americhe. Le speranze dei guatemaltechi e degli altri latino-americani oppressi da dittatori militari appoggiati da Israele e dagli Stati Uniti, sono andate deluse quando la più alta corte del Guatemala ha annullato la condanna di Rios Montt. La condanna ha incontrato l’opposizione dei dirigenti, dei vertici militari e dei capi aziendali del Guatemala, la maggior parte dei quali ha forti legami con lo Stato ebraico.

Blocchi commerciali concorrenti
Uno degli alleati più fidati d’Israele, il Primo ministro canadese Stephen Harper, s’è recato a Lima, in Perù, durante uno dei peggiori scandali politici interni, per sostenere l’agognato sogno aziendale del blocco commerciale Alleanza del Pacifico, che riunisce Canada, Perù, Cile, Colombia e Messico, per contrastare il blocco commerciale, senza statunitensi e canadesi, Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA) di Hugo Chavez e il relativo blocco commerciale petrolifero Petrocaribe. Il Venezuela è il più recente membro del potente blocco commerciale  Mercosur (Mercato comune del Sud), a lungo dominato da Argentina e Brasile. I sayanim d’Israele, che da tempo dominano i conglomerati aziendali e mediatici cileni, peruviani e colombiani, proclamano che la società vicina all’Alleanza del Pacifico è il futuro e che ALBA, Mercosur e Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (CELAC) sono moribondi e destinati alla pattumiera delle sigle delle organizzazioni. Nel frattempo, i filo-israeliani Dipartimento di Stato USA e la sua Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale (USAID), coadiuvati dalla CIA, cercano di aumentare le tensioni nei governi progressisti di Venezuela, Bolivia, Uruguay, Argentina, Brasile ed Ecuador. Il presidente boliviano Evo Morales ha detto, dopo il divieto delle attività di USAID nel suo Paese, che l’organizzazione ha allocato “non più del 10-15 per cento” dei suoi fondi per il miglioramento economico dei boliviani. Il resto dei fondi sono stati usati per avviare attività d’intelligence anti-governativa e promuovere la carriera politica di politici e partiti anti-Morales, filo-USA e filo-Israele. Il primo papa argentino, Francesco, ex arcivescovo di Buenos Aires, ha portato Israele ad aumentare il budget per inviare preti cattolici latino-americani in Israele per l’indottrinamento ideologico da parte dei rabbini. Le dichiarazioni di Francesco che criticano il “capitalismo selvaggio”, non sono ben viste nelle stanze del potere a Gerusalemme, New York e Londra.

Obiettivi Honduras e Venezuela
Dopo il suo coinvolgimento, nel 2009, insieme con la CIA e il Comando Sud degli Stati Uniti di Miami (SOUTHCOM), nella cacciata con un colpo di Stato del presidente dell’Honduras Manuel Zelaya, il servizio d’intelligence israeliano organizza i suoi agenti d’influenza al fine di garantire che la moglie di Zelaya, Xiomara Castro de Zelaya, fallisca nel suo tentativo alle presidenziali di novembre. La macchina della propaganda israeliana e gli agenti sayanim nei media statunitensi operano a pieno organico dal colpo di Stato in Honduras. Dopo il suo esilio forzato, Zelaya rientrò segretamente in Honduras con l’aiuto di militari leali. Zelaya venne successivamente assediato dalla polizia e dai militari honduregni nell’ambasciata brasiliana a Tegucigalpa. La giunta dominante honduregna spesso tagliò l’elettricità, l’acqua e i viveri all’ambasciata, una violazione del diritto internazionale sull’inviolabilità delle missioni diplomatiche. L’acceso filo-israeliano Miami Herald riferì di un colloquio telefonico con Zelaya e affermò che il leader honduregno disse di essere stato sottoposto a “radiazioni ad alta frequenza” da mercenari israeliani che sostenevano la giunta honduregna. Il giornale riferì anche che Zelaya disse che gli israeliani usano gas e radiazioni “che alterano la mente”. In realtà, non è questo che Zelaya aveva affermato nella sua conversazione telefonica del 24 settembre con il presidente del Venezuela Chavez, che frequentava la sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Chavez disse che aveva parlato al telefono con Zelaya, e che il leader honduregno gli aveva detto che un aggeggio era stato recuperato dai suoi sostenitori sul tetto di una casa vicina, portandolo nell’ambasciata. Quando Zelaya controllò il numero di serie dello strumento su Internet, scoprirono che l’attrezzatura era un disturbatore cellulare fabbricato in Israele.
Ciò che Zelaya ha detto a Chavez e presumibilmente al Miami Herald è che la giunta e i suoi consulenti israeliani di una società di sicurezza privata inceppavano i telefoni cellulari di coloro che si trovavano nell’ambasciata. Zelaya non ha mai parlato di radiazione da raggi della morte, ma ciò è l’impressione che l’Herald ha voluto dare, ed è stato subito ripreso dai vari media controllati dai neo-con e dai sionisti. Zelaya fu definito “antisemita pazzo” dai sayanim del circo mediatico degli Stati Uniti e dell’America Latina, compresi i comitati editoriali del New York Times e del Washington Post. Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e il suo Assistente del Segretario per gli Affari dell’Emisfero Occidentale, Roberta Beach Jacobson, hanno quale missione prioritaria la cacciata del presidente venezuelano Nicolas Maduro e la sua sostituzione con il “nipote dell’Olocausto” Henrique Capriles Radonski e impedire che Zelaya de Castro sia eletta presidente dell’Honduras. Gli interlocutori venezuelani d’Israele, attivi principalmente nel movimento di destra di Capriles Radonski, Giustizia Prima, cercano di delegittimare il governo di Maduro, sostenendo che le elezioni del 14 aprile fossero truccate. Nessun osservatore elettorale internazionale credibile ha concordato con tali accuse di brogli elettorali. Chavez ha sempre sostenuto che l’opposizione del Venezuela è finanziata da Israele. In realtà, l’American Jewish Committee di New York, e il suo sottocomitato emisferico, la Latin American Jewish Committee, per anni hanno fornito gran parte delle munizioni propagandistiche contro Chavez e Maduro… Uno dei principali agenti d’influenza d’Israele in Venezuela è il politico dell’opposizione Antonio Ledezma. Le organizzazioni non governative di George Soros intervengono invocando il sostegno internazionale all’opposizione venezuelana, soprattutto da parte dell’Unione europea, dove l’influenza di Soros è spesso soffocante. Hollywood, dominata dai sionisti, si prepara a pubblicare un film dal titolo “Guerra Mondiale Z”, su una piaga che devasta il pianeta che ritrae degli arabi-zombie assediare il “muro della separazione” di Israele. E’ chiaro che ciò che il mondo deve affrontare non è la piaga degli “zombie”, ma il flagello dei “sionisti”. La vera “Guerra Mondiale Z” (i sionisti) viene ora condotta in America Latina, ma questa guerra arriverà presto vicino a casa vostra.

È gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Spionaggio USA in Venezuela: Colpo di Stato all’opera

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 18.05.2013
tracyobamalargeTracy è arrivato in Venezuela nel settembre 2012 posando da regista con il compito di seguire la campagna pre-elettorale dell’allora presidente Hugo Chavez e del candidato dell’opposizione Henrique Capriles. Ma si comportò in modo insolito fin da subito. Per esempio, non è mai apparso nel Quartier generale dell’Associazione di Corrispondenti Esteri (APEX). Perfino i corrispondenti indipendenti fanno in modo di rendere il loro soggiorno nel Paese più comodo, evitando di apparire come dei giornalisti petulanti dalle troppe domande. Tracy sapeva bene dove andare a Caracas e non trovava difficoltà nel trovare le persone giuste. Usò un elenco di individui raccomandati per stabilire i primi contatti con attivisti dell’opposizione radicale e avviarne il finanziamento delle attività. I contatti inclusero la Juventud Activa de Venezuela Unida – JAVU e il Movimento Venezuelano del 13 aprile. Strinse legami con il Movimento Rivoluzionario Tupamaro, guidato da persone che più di una volta hanno detto di esser pronte a prendere le armi se l’opposizione avesse tentato di rovesciare il governo legittimo. In particolare, Tracy cercava di valutare quanto sia potente l’organizzazione ed ammise che possiede realmente la capacità di usare la forza, così come quanto fosse efficace la sua interazione con le forze di sicurezza. Secondo SEBIN, la missione principale di Tracy era provocare conflitti e scontri tra chavisti e l’opposizione o, in altre parole, creare i presupposti per la guerra civile.
Agendo sotto copertura, Tracy è riuscito sorprendentemente a sguazzarvi sempre bene. Per esempio, ha ripreso le istruzioni ai giovani militanti dell’opposizione, contro le forze di polizia, date dal generale in pensione Antonio Rivero, figura di spicco dell’organizzazione estremista Volontà del Popolo. Ha anche ripreso i disordini vicino all’ambasciata di Cuba a Caracas, il 14 febbraio 2013. Tracy è stato visto da agenti di sicurezza del SEBIN a Puerto Cabello, dove si trova la principale base navale del Paese. Il giornalista ha prestato particolare interesse al palazzo presidenziale e ha cercato di scattarne delle foto (cosa vietata senza un permesso speciale). Facendo questo, è stato arrestato dalle guardie, che lo rilasciarono molto presto. Le guardie del palazzo erano in allerta da maggio 2004, la misura era dovuta a un tentativo di assaltare l’edificio per uccidere il Presidente Chavez da parte di una formazione di 130 cospiratori di estrema destra e di paramilitari colombiani con divise di fatica militari venezuelane. Gli analisti del SEBIN non hanno dubbi che Tracy abbia ricevuto un addestramento specifico per operare in “ambiente ostile”. La congettura è corroborata dalla sua grande abilità nel penetrare varie organizzazioni. E’ ancora poco chiaro se sia stato addestrato dalla Central Intelligence Agency, dalla Defense Intelligence Agency o dalla Drug Enforcement Administration (DEA) degli Stati Uniti. Lo statunitense non era troppo loquace quando interrogato, fingendo che il suo spagnolo non fosse adeguato. Le domande venivano poste con l’aiuto di un interprete dandogli la possibilità di pensare sulle risposte. La giornalista venezuelana Ivana Cardinale ha detto, in un articolo pubblicato da aporrea.org, che ha fatto ricerche  su Internet, subito dopo lo scandalo, per trovare qualcosa sul regista, ma non ha scovato nulla! Due-tre settimane dopo fu sorpresa nel scoprire che, “improvvisamente”, i risultati di Google mostravano informazioni e non-so-quante-foto di Tim Tracy. Forse hanno pensato che i servizi di sicurezza venezuelani sarebbero stati troppo impegnati con il Presidente Chavez in difficoltà, per prestare attenzione a un collegamento. Anche il suo passaporto aveva solo un anno di validità. Pensavano che il regime sarebbe caduto prima della scadenza?
Dopo la detenzione di Tracy, una campagna per la sua difesa venne lanciata negli Stati Uniti. Non importa quanto si dimostrassero nette le prove, gli amici e i parenti più prossimi dissero che era innocente. Beh, i genitori e un paio di borsisti universitari della Georgetown potrebbero essere stati degli attori. Ed anche le informazioni circa la sua permanenza all’università sono torbide, non concretizzate da date precise. Forse perché si crede che l’università, e giustamente, sia il centro accademico della CIA. Lo stesso presidente Obama agì in sua difesa. Durante la sua visita in America Latina, Obama disse che le accuse contro il documentarista Tim Tracy, 35 anni, erano “ridicole”. E il caso di Tracy verrà gestito come ogni altro in cui un cittadino degli Stati Uniti finisce in un “groviglio legale” all’estero. Aengus James ammette di essere amico e socio di Tracy a Hollywood, California. L’uomo è un vero regista e produttore, ma il nome di Tracy non è mai menzionato in nessuno dei suoi film. Può essere che sia stato avvicinato con la richiesta di dare una mano al connazionale, nei guai a causa della sua lotta contro il “comunismo in America Latina”. James ha accettato di aiutarlo, “Non hanno preso un agente della CIA. Non hanno preso un giornalista. Hanno preso un bambino con una macchina fotografica“, ha detto. Descriveva James Tracy come “senza paura”, ma anche un po’ donchisciottesco. “Tutta questa storia è nata durante una festa nel sud della Florida”, ha detto. “Ha incontrato questa ragazza carina che gli dice: ‘Se sei veramente un documentarista, verrai a raccontare la storia di ciò che sta accadendo in Venezuela’, e se dici una cosa del genere a Tim, lui va, anche se non conosce una sola persona o non sa nulla della situazione politica o delle conseguenze.” James ha davvero inventiva nel raffigurare Tracy come un uomo che si tiene lontano dalla politica, con l’inclinazione alle avventure, troppo vivace e ingenuo per i suoi 35 anni. Che cosa volete da uno come lui?
Apparvero articoli sul materiale raccolto da Tracy per un film sulle organizzazioni criminali che operano nel nord degli Stati Uniti nel contrabbando, nella droga e nella tratta di esseri umani. Ma dove è il film? Forse Tracy ha agito come regista da qualche parte nella zona di frontiera canadese, ma in realtà ha lavorato per la DEA mantenendo i locali trafficanti di droga sotto sorveglianza. Non è forse la ragione per cui i funzionari degli Stati Uniti indugiarono quando il caso di Tracy venne alla ribalta? Le attività della DEA sono vietaei in Venezuela a causa del precedente coinvolgimento dell’agenzia nel raccogliere informazioni su politici e militari venezuelani. Coloro che furono reclutati, sono stati utilizzati per gestire il traffico di cocaina o per operare contro il governo di Chavez. La situazione nel Paese è già abbastanza complicata, l’ambasciata degli Stati Uniti è sotto stretto e intensificato controllo dalle forze dell’ordine venezuelane. E non poteva essere altrimenti, se si prendono in considerazione i diversi fatti sul coinvolgimento dell’ambasciata in cospirazioni, tra cui il tentato colpo di Stato dell’aprile 2002 e lo “sciopero del petrolio” tra la fine del 2002 e l’inizio del 2003. Ecco perché operatori come Tracy vengono inviati in Venezuela per pianificare un altro complotto. Con Washington che vede, nella situazione dopo le elezioni del 14 Aprile 2013, quando Maduro ha vinto con un vantaggio stretto, favorevole a un “cambio di regime” con il “soft power” e l’aiuto dei leader e degli studenti dell’opposizione.
Gli Stati Uniti ritengono che vi sia la solida possibilità di credere che la sconfitta di Capriles possa essere trasformata in una revanche, aumentando gradualmente la pressione sul leader bolivariano.  L’opposizione agisce liberamente, controlla l’80% dei canali TV e delle stazioni radio che ne diffondono la propaganda, i giovani radicali incitano le proteste nelle grandi città, con tentativi di bloccare gli edifici amministrativi, e le forze di polizia vengono provocate in azioni repressive.  L’opposizione possiede un potenziale di mobilitazione con cui fare i conti. In determinate circostanze può ripetere le manifestazioni dell’aprile 2002, quando Chavez fu temporaneamente costretto a lasciare il potere. L’inflazione, scarsità di cibo causata dalle società private (la ripetizione dello scenario cileno), campagne di propaganda che gonfiano la questione della corruzione ai vertici in modo sproporzionato, qualcuno che ha sempre qualche motivo di esser stufo dei politici del “periodo di Chavez”, alcuni dei quali appartengono alla “quinta colonna” nel governo, tutti questi problemi sono davvero difficili da affrontare. Nicolas Maduro saprà evitare uno scenario tipo aprile 2002, quando l’opposizione grazie a nuove nomine e a divisioni interne proprio nel palazzo Miraflores, gettò dei bolivariani dietro le sbarre senza un processo? Allora il presidente Pedro Carmona disse che Chavez doveva essere eliminato. Anche Capriles e il suo team saranno degli spietati liquidatori del potere bolivariano. Spargono sangue, ma si può essere certi che l’impero non interverrà. Questa è la legge della vendetta.
… Nell’aprile 2010 agenti del servizio d’intelligence colombiano DAS furono arrestati nello Stato di Barinas, stavano raccogliendo informazioni sulle infrastrutture energetiche venezuelane E’ ben noto che il DAS collabori strettamente con la comunità d’intelligence degli Stati Uniti. Nell’agosto 2012 un marine statunitense in pensione, che operò in Afghanistan e in Iraq, fu arrestato nello Stato di Tachira. Prima della cattura, cercò di cancellare i suoi appunti. Non molto tempo fa le autorità  dichiararono persone non grate due addetti militari degli Stati Uniti. Ufficiali patriottici  venezuelani indicarono che cercavano di reclutare agenti tra le fila dell’Aeronautica. Il numero di tali episodi è in aumento, lo testimonia il fatto che gli sforzi ostili per la raccolta d’informazioni si sono intensificati. In questo modo le informazioni sulle infrastrutture energetiche vengono utilizzate dai nemici del regime bolivariano per causare dei black-out. La gente ha dovuto attendere dei giorni prima che l’energia venisse ripristinata. Il ripetersi di tali incidenti conduce all’esasperazione degli elettori, che cresce in proporzione. Ciò fu uno dei motivi del critico passaggio a favore dell’opposizione, dalle elezioni del 7 ottobre 2012 a quelle del 14 aprile di quest’anno.

La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Venezuela: sconfitto il tentativo di colpo di Stato

L’ex presidente Lula critica le interferenze degli Stati Uniti nelle elezioni venezuelane
Thierry Deronne, Ciudad Caracas Info, Caracas, 17-18 aprile 2013 – Venezuela Infos

534321Come sappiamo, alle prime ore dell’annuncio della vittoria del bolivariano Nicolas Maduro, gli attivisti dell’ex candidato di destra Capriles Radonski (1) obbedendo ai suoi ordini, scendevano in piazza per scatenare la loro rabbia. Conclusione: otto cittadini uccisi, tra cui due destinatari della Grande Missione degli Alloggi, residenti in un comune di destra (Baruta) e 63 feriti, mentre le sedi del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), dei Centri di salute integrali, dei media comunitari, la sede regionale del Consiglio Nazionale Elettorale e le case dei funzionari governativi sono stati attaccati e bruciati. Questa violenza razzista ha beneficiato della compiacenza dei media privati venezuelani, maggioritari in Venezuela, che occultano le vittime (2), e dai loro relè mediatici internazionali, come durante il golpe contro il presidente Zelaya (in Honduras) del 28 giugno 2009 e il golpe contro Hugo Chavez del 12 aprile 2002.
A livello nazionale, una frangia di elettori di Capriles si è smarcata dalla sua strategia omicida, già usata durante il colpo di Stato del 2002, e ha espresso la propria indignazione per gli assassini (3).  In ogni caso, la maggioranza della popolazione non l’ha seguito, proseguendo le attività quotidiane o mobilitandosi pacificamente per difendere il verdetto delle urne. I consulenti mediatici di Capriles  avevano cercato, in questi mesi, di rifargli un nuovo look sociale e democratico, imitando la rivoluzione chavista e rinnovandosi da “Lula venezuelano” che manterrebbe le missioni sociali, arrivando persino a ringraziare i medici cubani. Questa cosmesi è ormai distrutta e il candidato neoliberista sembra rendersene conto annullando le nuove manifestazioni. Continui rapporti  suggeriscono che ora Radonski abbia intenzione di montare un “auto-attentato” per continuare ad alimentare i media internazionali. Mentre denuncia la “frode” davanti le telecamere di tutto il mondo, non ha impugnato né chiesto il riconteggio dal Centro Nazionale Elettorale. È il CNE che l’ha deciso il 18 aprile, estendendo il controllo sul 54% dei seggi (una verifica statistica già sufficiente e di gran lunga superiore a quella di qualsiasi altro Paese), al restante 46%. L’elezione è stata convalidata dagli osservatori internazionali, tra cui quelli di UNASUR e dell’UNIORE.
A livello internazionale, tutti i governi, dal Brasile alla Russia, dalla Francia alla Cina, hanno pienamente riconosciuto Nicolas Maduro presidente costituzionale del Venezuela (tra cui BRICS, il Movimento dei Paesi Non Allineati, MERCOSUR, UNASUR i cui 12 Paesi latino-americani si riuniscono questo 18 aprile a Lima per sostenere il Presidente Maduro). Gli ultimi alleati della destra venezuelana (OSA e Spagna) sono stati obbligati a seguire la comunità internazionale, riconoscendo la vittoria del candidato bolivariano. Il governo degli Stati Uniti si trova isolato nel suo rifiuto di riconoscere la volontà degli elettori.
Dalla Germania, il presidente ecuadoriano Rafael Correa ha condannato gli atti di violenza perpetrati dalla destra di Capriles Radonski: è sempre la strategia della destra venezuelana con il sostegno di gruppi nazionali e stranieri, per avere un voto serrato, al fine di minare le elezioni e  giocare la carta della destabilizzazione. Evo Morales ha elogiato i “fratelli venezuelani che hanno sventato un nuovo tentativo di colpo di Stato” e ha letto pubblicamente il messaggio con cui il segretario di Stato John Kerry, del governo degli Stati Uniti, ha detto che “il continente latino-americano è il nostro cortile di casa, è fondamentale per noi“. Il presidente boliviano, su questo messaggio fa presagire ulteriori tentativi di colpi di Stato. L’ex presidente Lula, che si è congratulato con Nicolas Maduro, ha detto che quando si svolgono funzioni presidenziali, vi sono cose di cui non si può parlare per diplomazia, ma oggi posso dire che di volta in volta gli Stati Uniti interferiscono nelle elezioni tenutesi negli altri Paesi. Dovrebbero farsi gli affari propri e lasciarci scegliere il nostro destino.
Durante l’inaugurazione del nuovo ospedale pubblico “Cipriano Castro” nello Stato di Aragua, il 16 aprile, il Presidente Maduro ha accusato gli Stati Uniti di finanziare la destabilizzazione della democrazia: “Ho detto al popolo “pazienza”, non ci può essere uno scontro del popolo contro il popolo. Questo è ciò che la destra vuole per giustificare l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela“.  Il nuovo ospedale, situato nella famosa zona di San Vicente, del comune Maracay, abitata per lo più da famiglie della classe operaia, è equipaggiato con le più moderne tecnologie per l’emergenza, la pediatria e la chirurgia. Le cure sono totalmente gratuite. Lo stesso giorno altri due Centri di Diagnosi Integrale sono stati aperti a La Vega (quartiere popolare di Caracas) e nel comune di La Victoria (Stato Aragua). Il CDI di La Vega è il trentottesimo della capitale e resterà aperto 24 ore su 24. Il secondo mette a disposizione degli abitanti sale ospedaliere di terapia intensiva, chirurgia, oculistica, endoscopia, cardiologia, ecografia, radiologia e traumatologia: “E’ la salute nel socialismo, come afferma la Costituzione Bolivariana: un sistema di salute pubblico gratuito, come avevamo scritto da componenti parlamentari nel 1999“, ha detto Maduro, prima di annunciare “misure drastiche per risolvere i problemi del sistema elettrico nazionale” ed avviare “il governo delle piazze“, ascoltando le critiche e le proposte dei movimenti sociali. “Le missioni educative saranno rivitalizzate, lavorando con le amministrazioni locali, la Grande Missione per gli Alloggi, per non conoscerne solo l’aspetto quantitativo, ma anche, sul campo, come migliorarne la qualità“.
Il 19 aprile, prendendo le sue funzioni ufficiali, il nuovo presidente del Venezuela sarà accompagnato da tutti i capi di Stato dell’America Latina e da altri rappresentanti internazionali, oltre alla grande mobilitazione degli elettori bolivariani.

Note:
1.  Sui colpi di Stato in Paraguay e l’Honduras, dobbiamo aggiungere gli elementi finanziati in modo occulto dalle reti di destra (reti criminali collegate alla mafie della droga, ai mercenari stranieri, tra cui salvadoregni e statunitensi, ai paramilitari colombiani legati all’ex-presidente Uribe, ecc.).
2. Il dominio dei media privati in Venezuela
3. Il giornalista Maurice Lemoine ha detto che “il 26 marzo, tre membri della destra, Ricardo Sánchez (supplente di María Corina Machado), Andres Avelino (supplente di Edgar Zambrano) e Carlos Vargas (supplente di Rodolfo Rodríguez), hanno ritirato il loro sostegno a Capriles denunciando l’esistenza di un piano sviluppato dal MUD per rifiutare i risultati della CNE sulle elezioni del 14 aprile, e orchestrare un periodo di violenze nel Paese.” Leggasi “Venezuela, la vittoria del “chavismo senza Chavez”

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Elezioni del presidente del Venezuela: l’opposizione non ha alcuna chance

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 8 aprile 2013

484083Uno scienziato politico venezuelano che conosco mi ha detto, un paio di anni fa, che l’opposizione aveva un candidato presidenziale promettente, Alberto C. Vollmer, un giovane distillatore di rum e proprietario terriero che ricopriva la carica di Presidente del Consiglio di Amministrazione e Amministratore Delegato di Ron Santa Teresa. Centinaia di persone, contadini senza terra ed elementi declassati, improvvisamente occuparono le sue terre. Ma invece di usare la forza per cacciarli, iniziò a parlargli, raggiungendo un accordo. In Venezuela, le occupazioni del genere venivano normalmente respinte arruolando pistoleros, chiamati a fare il lavoro sporco dai capi.  Gestì la situazione in modo assai diverso. Non ci fu alcun spargimento di sangue quella volta.  Accompagnato da un poliziotto, Vollmer avvicinò gli occupanti per sapere di preciso ciò che volevano. Di conseguenza furono autorizzati a vivere sulla tenuta. C’erano case costruite per ospitare gli indigenti, un servizio medico venne fornito a tutti loro e una scuola fu costruita per i loro figli. Questo esperimento fu un caso unico, un’esperienza da studiare per i think tank economici dell’America Latina. Il carismatico Vollmer, di origine tedesca, sembra essere fedele al regime bolivariano, è finito nella lista mondiale dei leader neoliberali globali.
Vollmer era troppo indipendente per diventare un candidato. Così chi tira le fila di nascosto ha guardato altrove, lasciando spazio al docile Henrique Capriles Radonsky, rampollo 40enne di una ricca famiglia ebrea. La famiglia è proprietaria di industrie, media, nel cui campo dell’intrattenimento fa la parte del leone. Le sue vedute destrorse sono in larga parte spiegate dalle sue origini e dai legami famigliari con i partner commerciali degli Stati Uniti e di Israele… Negli anni scolastici, Henrique aderì alla TFP (Tradizione, Famiglia, Proprietà), un’organizzazione di destra che combatteva il marxismo e la Teologia della Liberazione e manteneva stretti legami con para-militari estremisti. Il suo leader, Alejandro Pe?a Esclusa, ebbe un’enorme influenza su Henrique. Sostenne pienamente gli appelli di Esclusa ad usare la violenza contro i nemici. Ma il Venezuela vietò l’organizzazione nel 1984, essendo coinvolto nel tentato omicidio di Giovanni Paolo II. La prima cosa che fece Henrique, fu di nascondere la bandiera della TFP che sventolava nelle manifestazioni.
Laureatosi, Capriles entrò in politica e divenne un membro del parlamento nel 1998. Nel 2000 fu  coinvolto nella creazione di Primero Justicia (Movimiento Primero Justicia), un partito politico di centro-destra finanziato dalla CIA. Fin dai primi giorni della sua fondazione, il partito è stato visto come uno strumento per combattere le politiche di Chavez. Assegnato al distretto della capitale di Baruta, Capriles condusse la caccia alle streghe contro i sostenitori del governo bolivariano e organizzò l’assalto all’ambasciata cubana. Incontrando German Sanchez, l’ambasciatore cubano, pretese di avere accesso a ogni angolo dell’edificio dell’ambasciata, per assicurarsi che dirigenti chavisti non vi avessero trovato rifugio. Sanchez rifiutò risolutamente l’ultimatum e avvertì che il personale dell’ambasciata era pronto a resistere con tutti i mezzi a disposizione. Capriles non ebbe il coraggio di attaccare, ma l’ambasciata fu assediata interrompendo energia elettrica, acqua, fognatura, mentre tutte le vetture con targa diplomatica furono danneggiate. Capriles ha passato diversi mesi in carcere per questi crimini.
Nel luglio-ottobre 2012 Capriles guidò l’opposizione alle elezioni presidenziali. Chavez aveva gravi problemi di salute, dopo aver subito diversi interventi chirurgici e chemioterpaici. Ma riuscì a riprendersi e a sconfiggere l’avversario ottenendo il 55% dei voti contro il 44% di Capriles. Molti studiosi politici venezuelani pensano che la sua grave malattia sia stato un complotto, un cancro inoculato dai nemici per disabilitarlo prima delle elezioni di ottobre. Si suppose che Capriles avesse una buona possibilità di vincere di fronte a qualsiasi altro candidato bolivariano. La giornalista venezuelana Ivana Cardinale è sicura che l’intelligence israeliana ne sia stata coinvolta. Il Presidente aveva cacciato l’ambasciatore d’Israele e maledetto pubblicamente lo Stato israeliano per l’uccisione di centinaia di libanesi. Il rafforzamento delle relazioni tra il Venezuela e la Palestina è ritenuta inaccettabile da Israele. Era visto come un pericoloso precedente seguito da altri Stati latino-americani. La nazionalizzazione dell’oro e dei diamanti, prima sotto il controllo degli imprenditori israeliani, suscitò la rabbiosa reazione di Tel Aviv. Cardinale sottolinea che il Mossad e la CIA hanno una lunga esperienza in operazioni in Venezuela; incitando ai colpi di stato, destabilizzando il Paese e finanziando l’opposizione, i giornalisti anti-governativi e le proteste  inscenate dagli studenti. Dice che Capriles è un ebreo che finge di essere un cattolico, e che è un candidato sostenuto dal Mossad. Secondo lei, agenti del Mossad erano le sue guardie nelle scorse elezioni. Cardinale ricordò l’incidente della sinagoga a Caracas saccheggiata nel 2009. Uomini armati fecero irruzione nell’edificio e l’imbrattarono scrivendo slogan, tra cui “ebrei andatevene”, sulle pareti, prima di distruggere oggetti religiosi. La guardia del corpo del rabbino e un gruppo di poliziotti, ne furono i responsabili. Cardinale ammise la possibilità che i poliziotti fossero stati pagati per accusare i sostenitori di Chavez. Si chiede se gli attentati contro le sinagoghe a Caracas continueranno ad imitare le azioni antiebraiche o se lo stesso Shimon Peres ammetterà mai il coinvolgimento d’Israele e confesserà che Israele ha ucciso Chavez nello stesso modo con cui ha ucciso Arafat. Si noti che agenti del Mossad controllavano le posizioni chiave nella polizia segreta venezuelana prima di Chavez. Alcuni di loro hanno lasciato il Paese dopo l’avvento di Chavez nel febbraio del 1999, altri sono ricorsi all’arte del mimetismo e hanno continuato le loro attività sovversive. Le indagini vengono svolte per impedire la possibilità che i leader bolivariani cadano preda di malattie impreviste.
Secondo il sondaggio condotto da Hinterlaces il 4 aprile, Capriles non ha alcuna possibilità di vincere le elezioni presidenziali, se non in caso di una qualche “emergenza”. Oscar Schemel, capo dell’agenzia di sondaggi Hinterlaces, ha detto che Nicolas Maduro vince sui dibattiti ideologici, perché la sua fedeltà al chavismo gli dà un vantaggio. A 10 giorni dalle elezioni, in programma per il 14 aprile, i sondaggi danno a Maduro un vantaggio del 20%. Secondo Shemel, l’assenza di Chavez provoca instabilità emotiva tra le fila chaviste. La base si sente vulnerabile avendo perso il leader che li difese, gli restituì i diritti e li rese i principali partecipi della vita nazionale, in modo che possa rendersi conto che erano sempre dei cittadini. Non li portava all’immobilismo, piuttosto radicava il chavismo come movimento politico. Dopo aver saputo dell’intenzione di Capriles di ritirarsi dalla corsa, in vista dell’inevitabile sconfitta, Nicolas Maduro ha chiesto al suo avversario di continuarla. Secondo i media bolivariani, Capriles si è comprato un appartamento da 5 milioni di dollari a Manhattan, New York. Questo tipo di informazioni disorienta gli elettori dell’opposizione. Capriles ha perso almeno il 5% dei voti recentemente, ma la cosa più importante, è che si trova ad affrontare molti avversari clandestini, soprattutto nelle file dei partiti borghesi tradizionali, Azione Democratica (AD) e Partito Democristiano (COPEI), che ne minano gli sforzi.
Non importa, il fattore decisivo, prima delle elezioni del 14 aprile, è la mobilitazione del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Le informazioni provenienti dalle città che Nicolas Maduro ha visitato, testimonia il fatto che Hugo Chavez è in grado di vincere la battaglia per il socialismo, il progresso e la prosperità del popolo, anche dopo la morte. In tutti gli angoli del Paese, il popolo dice che “Chavez ci ha detto di vincere, e lo faremo a qualsiasi prezzo!

E’ gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Morto Chavez, Evo Morales è nel mirino della globalizzazione

Vicky Pelaez RIA Novosti 31/03/2013 – LaHaine

COP15-Bolivian-President--001Quanto è facile istigare la gente… Ma quanto è difficile guidarla
(Rabindranath Tagore, 1861-1941)

L’ordine del giorno dei “globalisti illuminati”, il cui vero scopo è il controllo completo sulle risorse naturali del pianeta attraverso la lotta preventiva contro i dirigenti che hanno il coraggio di sfidare questo processo difendendo gli interessi nazionali del proprio Paese, non ha mai un momento di riposo o di sosta. Utilizzando in modo permanente, irreversibile, spietato tutte le risorse disponibili, dalla più rudimentale alla più altamente sofisticata. Per oltre 14 anni sono stati in guerra segreta contro il governo bolivariano di Hugo Chavez, ma non hanno cambiato le loro intenzioni dopo la sua morte. Ora è il turno del primo presidente Aymara della Bolivia, Evo Morales, che ha avuto il coraggio di dichiararsi “anti-imperialista” guidando il suo popolo verso lo Stato del buon vivere, apportando modifiche sostanziali e senza compromessi alla qualità della vita e alla protezione della natura.
Negli ultimi mesi la guerra mediatica contro Evo Morales e il suo governo si è intensificata, definendolo dittatore comunista, chavista, fidelista, individualista, egocentrico, anticlericale, narcisistica, ecc. Tuttavia vi è un nuovo elemento che corrompe, confonde e induce in errore le tradizionali basi di supporto dell’amministrazione del presidente, le organizzazioni non governative (ONG). In realtà, è una premessa che ricicla il concetto di “democrazia controllata” sviluppato e spiegato dal professore statunitense William A. Douglas nel 1972, nel suo libro “Sviluppando la Democrazia”. Per Douglas, il modo più sicuro per mantenere l’egemonia degli Stati Uniti sul Terzo Mondo e, in questo caso, in America Latina, è la creazione di agenzie specializzate statunitensi che prendano il controllo evitando di essere visibili alle organizzazioni di base strumentalizzate nella promozione e applicazione degli interessi geopolitici e geo-economici di Washington, in ogni Paese ritenuto importante per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. L’agitazione indiana intorno al progetto di costruzione della strada Villa Tunari – San Ignacio de Moxos, che avrebbe attraversato il Territorio Indiano Parco Nazionale Isiboro-Secure (TIPNIS), è un esempio dell’influenza delle ONG nell’organizzazione delle nove marce contro il progetto, e nella preparazione della decima. annunciata dal presidente della Confederazione dei Popoli Indigeni della Bolivia (CIDOB), Adolfo Chavez.
Le ONG REDD (finanziata dalla Svezia), Fondo Verde (finanziata da Gran Bretagna, Norvegia, Austrlia e Messico), e altre 20, sono attive in tutte queste marce. Sono attualmente coinvolte nel programma di promozione, veramente assurdo, tra le 64 comunità indigene yurakares, trinitari, chimanes, mojenos, in totale 10.000 persone del TIPNIS, affinché il governo riconosca “il nostro diritto a ricevere una compensazione della riduzione dei gas a effetto serra che spetta ai nostri territori.” E’ noto che il progetto stradale esista dal 1765, e che nel 1826 durante il governo del maresciallo Antonio José de Sucre, venisse emessa una legge per collegare i dipartimenti di Beni e Cochabamba, utile per l’economia delle due regioni, come anche per il benessere dei popoli del TIPNIS. È anche noto che la maggior parte dei popoli indigeni della zona sia a favore della costruzione della strada, e il governo ha promesso di consegnare il 2 aprile la relazione finale dell’indagine presso i popoli del TIPNIS. La consultazione ha raggiunto 58 delle 69 comunità, 11 hanno deciso di non partecipare al processo. Un totale di 55 comunità sostiene la costruzione della strada e tre sono contro. Nonostante il voto della maggioranza, la minoranza vuole marciare, perché vi sono gli interessi delle grandi aziende che utilizzano spesso le ONG per assicurarsi l’accesso alle risorse naturali in Bolivia. Ufficialmente operano nel Paese 399 ONG e chissà quante altre non sono registrate. Sappiamo anche che 22 di esse sono dietro le marce indigene. Di recente la Confederazione dei sindacati dei lavoratori contadini ha avvertito che “dietro la marcia degli indiani in Oriente vi è un forte movimento politico per destabilizzare il governo.”
Sembra che ci sia uno slogan dei globalisti sulla necessità di modificare la stabilità socio-economica della Bolivia, per non consentire a Evo Morales di vincere le prossime elezioni presidenziali, nell’aprile 2014. Dal dicembre dello scorso anno è iniziata una campagna orchestrata dall’opposizione che denuncia l’alto livello di corruzione del governo nazionale. Poi s’è intensificato il processo di divisione all’interno della base di Evo Morales. La cosa strana di tutto questo processo, è la coincidenza degli interessi della destra e della sinistra nell’attaccare il presidente usando i pretesti dell’opposizione élitaria tradizionale boliviana. I due gruppi non hanno risparmiato nessuno sforzo per denunciare l’”evonarcisismo” e la “megalomania” del presidente, con il pretesto che 16 strutture pubbliche, tra cui aeroporti, stadi, scuole e centri culturali e sportivi sono stati denominati Morales. Inoltre, sia a sinistra che a destra, l’accusano di vanità per aver ricevuto 20 lauree honoris causa erogate da università straniere. Ciò che non tengono in considerazione i suoi detrattori, è che è stata la volontà degli abitanti di questi luoghi a voler denominare con il nome del presidente le opere, ringraziandolo per i suoi tentativi di migliorare il tenore di vita, costantemente ignorato dalle autorità precedenti.
L’opposizione ha paralizzato la vita economica di Oruro per 40 giorni, per il semplice fatto che l’aeroporto locale, che il presidente ha fatto ripristinare, era stato rinominato da John Mendoza a Evo Morales dal parlamento dipartimentale. Questa protesta è stata così abilmente condotta che nessuno ha preso in considerazione il danno che è stato fatto all’economia del dipartimento di Oruro e le perdite che hanno dovuto subire i suoi abitanti. Ed in questo contesto, gli insegnanti trotskisti sono stati tra i più attivi nel destabilizzare il dipartimento, come se non ci fossero altri modi per combattere ciò che definiscono arbitrarietà o ingiustizia storica. Gruppi anche sorprendentemente diversi, guidati dal segretario esecutivo della Banca centrale mineraria del Dipartimento del Lavoro (COD) di Oruro, un’organizzazione storicamente nota come rivoluzionaria, si sono alleati con la destra razzista in questo sciopero. Hanno dimenticato i minatori Huanuni, che per la prima volta nella storia hanno visto i loro stipendi, grazie agli sforzi del governo attuale della Bolivia, salire a 30.000 bolivianos al mese. Ma la storia non finisce qui. Appena calmatasi la situazione in Oruro, gli agricoltori della provincia Manco Kapac, hanno bloccato la strada Tiquina – Capacabana proprio all’inizio della Settimana Santa, durante la quale migliaia di fedeli percorrono la strada per venerare la Vergine di Copacabana. I promotori di questa azione propongono un referendum per decidere la costruzione di un ponte sullo Stretto di Tiquina, rifiutando il dialogo con il governo.
La Confederazione operaia boliviana (COB) di orientamento trotskista, fa parte di questa lotta contro Evo Morales, avendo deciso di formare il Partito dei Lavoratori, il nome dato allo Strumento Politico degli Operai guidati da Guido Mitma. Lo scopo di questa creazione è d’opporsi ad Evo Morales nelle elezioni presidenziali dell’aprile 2014, e lo slogan del nuovo partito è “Trema Evo, siamo i minatori“. Tuttavia, alla COB sono affiliati 6.186 minatori appartenenti al settore statale, mentre 112.000 lavoratori di questo settore appartengono alle cooperative minerarie, e non hanno nulla a che fare con la COB.
La Chiesa cattolica non avrebbe “simpatia” per Evo Morales. Come in Venezuela, Ecuador, Nicaragua e Argentina, questa istituzione religiosa si è opposta ai programmi sociali in favore dei poveri. Durante il secondo tentativo di colpo di stato, nel giugno dello scorso anno (il primo si ebbe nell’aprile 2009) la Chiesa cattolica ha benedetto la polizia anti-sommossa. Secondo il presidente, “i nuovi nemici della Bolivia, non sono solo la stampa di destra, ma anche i gruppi della Chiesa cattolica, la gerarchia della Chiesa cattolica, nemici della trasformazione pacifica della Bolivia“. Si prevede che con il nuovo Papa Francesco, i rapporti tra Evo Morales e la chiesa non avranno possibilità di migliorare a causa delle tensioni che l’attuale governo ha sempre avuto con l’”agenzia stampa Fides”, un giornale dei gesuiti. Secondo Evo Morales, “Quando i popoli vengono rovinati dallo Stato coloniale, la Chiesa cattolica non viene a soccorrerlo. Quando il popolo conquista lo Stato coloniale, appare il prete che prega con i dirigenti, con i mediatori. Ma quando i popoli vengono sconfitti dallo Stato, la Chiesa non c’è.”
Né gli Stati Uniti hanno perdonato Evo Morales per l’espulsione delle sue istituzioni USAID [agenzia di 'aiuti' estera] e DEA [agenzia per 'lotta' alla droga], per spionaggio e tentativi di destabilizzazione del Paese, e dell’ambasciatore statunitense Philip Goldberg per istigazione a proteste violente contro il governo della Bolivia. Tutto questo spiega perché il dipartimento di Stato ha  affermato, per quattro anni consecutivi nelle sue relazioni annuali, che la Bolivia ha “manifestamente fallito” nella lotta contro il traffico di droga, a dispetto delle differenti statistiche degli ultimi anni, avanzate dalle autorità del Paese. Certo se Evo Morales avesse accettato il ritorno della DEA, i risultati dei rapporti sarebbero stati più positivi per la Bolivia. Tuttavia, la storia dimostra che le statistiche del periodo 1985 -1990, durante la presenza della DEA, le piantagioni di coca passarono da 35.000 ettari a 75.000 ettari nel Paese. Ma questa è un’altra storia.
Nel frattempo, nonostante tutte le difficoltà, i sabotaggi, gli scioperi e le marce, la Bolivia è sulla via dello Stato del buon vivere. Recentemente, alla celebrazione del 18° anniversario della fondazione del Movimento al Socialismo (MAS), Evo Morales ha affermato che continuerà a “combattere il capitalismo, l’imperialismo e il neoliberismo.” Ha sottolineato che “ora abbiamo una Patria, abbiamo ridato la Patria ai boliviani“. E in questo Paese, secondo il Vicepresidente Alvaro Garcia Linera, “sempre meno boliviani, e presto nessun boliviano, andrà a letto affamato perché qui stiamo distribuendo la ricchezza, che appartiene a tutti noi, a vantaggio dei più poveri, umili e bisognosi“.
Se il commediografo statunitense Arthur Miller avesse osservato il processo boliviano avviato da Evo Morales, certamente avrebbe pronunciato la sua famosa frase: “Le ruote spostano le ruote in questo Paese, e il fuoco alimenta il fuoco.” Possano questi incendi avvantaggiare il popolo e che nessun vento del Nord possa spegnerli!

Traduzione di Alessandro Lattanzio -SitoAurora

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