La Siria divide la sinistra araba

Nicolas Dot-Pouillard Le Monde Diplomatique 4.8.2012

Le violenze si approfondiscono e diffondono. Eppure, a differenza di Egitto e Tunisia, la rivolta siriana non ha avuto il sostegno unanime della sinistra araba. C’è una spaccatura tra coloro che simpatizzano con le richieste dei manifestanti e quelli che temono l’ingerenza straniera, sia politica che militare.
Lo scorso agosto il quotidiano della sinistra nazionalista libanese, al-Akhbar, ha attraversato la sua prima crisi dal suo lancio nell’estate del 2006 (1). Il caporedattore Khaled Saghieh lasciato il giornale che aveva contribuito a creare, a causa della sua copertura della crisi siriana. Saghieh ha denunciato la mancanza di sostegno da parte del giornale, alla rivolta popolare che ha avuto inizio nel marzo 2011. Al-Akhbar non ha mai negato le sue simpatie politiche verso Hezbollah, uno dei principali alleati di Bashar al-Assad nella regione, o nascosto il fatto che preferisce il dialogo tra il governo di Damasco e una sezione dell’opposizione, alla caduta del regime di Assad. Il giornale ha dato voce ad alcuni membri dell’opposizione siriana, tra cui Kaileh Salameh, un intellettuale marxista siriano-palestinese che è stato arrestato lo scorso aprile dai servizi di sicurezza.
Un articolo di giugno di Amal Saad-Ghorayeb (2) ha provocato tensioni all’interno della versione inglese del giornale online. Il commentatore libanese si è posizionato stabilmente con il regime di Damasco, e ha criticato i sostenitori di una “terza via”, quelli che denunciano il regime, mentre metteva in guardia contro l’intervento militare occidentale, sul modello libico. Lo stesso mese un altro giornalista di al-Akhbar, l’inglese Max Blumenthal, ha annunciato che stava rilasciando un articolo di critica verso gli “apologeti di Assad” nella redazione (3).
La crisi di al-Akhbar è sintomatica del dibattito che divide la sinistra araba, ideologicamente e strategicamente. Alcuni continuano a sostenere il regime siriano in nome della lotta contro Israele e la resistenza all’imperialismo. Altri stanno fermamente con l’opposizione, in nome della rivoluzione e della difesa dei diritti democratici. Altri ancora sostengono una via di mezzo tra la prova di solidarietà (a distanza) con le richieste dei manifestanti per la libertà, e il rifiuto dell’ingerenza straniera: sostengono una sorta di riconciliazione nazionale. Sembra che la crisi siriana stia gettando la sinistra araba – strettamente comunista, tendenzialmente marxista, nazionalista di sinistra, radicale o moderata – nel disordine.
C’è un piccolo sostegno inequivocabile per il clan Assad, e poche persone chiedono al regime di andare avanti così com’è, ma i sostenitori incondizionati della rivoluzione non sembrano essere in maggioranza. La maggior parte di loro sono all’estrema sinistra dello schieramento politico, di solito trotzkisti (Forum socialista in Libano, socialisti rivoluzionari in Egitto) o maoisti (Via democratica in Marocco). Hanno legami con sezioni dell’opposizione, come la Sinistra Rivoluzionaria siriano di Ghayath Naisse. Dalla primavera del 2011 hanno preso parte a manifestazioni occasionali davanti alle ambasciate e consolati siriani nei loro paesi. Ci sono anche alcuni intellettuali indipendenti di sinistra che appoggiano l’insurrezione, come lo storico libanese Fawwaz Traboulsi (4). Chiedono la caduta del regime, ed escludono il dialogo. Anche se difendono la pacifica protesta popolare, credono che i ribelli hanno il diritto di ricorrere alla forza delle armi. Sostenitori della rivoluzione dell’estrema sinistra si distanziano dal Consiglio Nazionale siriano (CNS)(5), una delle principali coalizioni di opposizione, perché credono che i suoi legami con paesi come il Qatar, la Turchia e l’Arabia Saudita, potrebbero compromettere l’indipendenza del movimento popolare.

A prudente distanza
Una parte della sinistra radicale, anche se denuncia il regime di Assad e chiede la sua caduta, è diffidente verso il supporto che le monarchie del Golfo stanno dando ai rivoluzionari siriani; allo stesso modo, non osano sottoscrivere pienamente il discorso anti-Assad della “comunità internazionale”, in particolare degli Stati Uniti. Ma questo riflesso anti-imperialista non ha la precedenza sul sostegno alla rivoluzione: ciò che conta è la situazione interna in Siria, e il principio di rivolta popolare, come fatto in Tunisia ed Egitto.
Ma la maggioranza della sinistra araba mantiene una prudente distanza dalla rivolta siriana. Condannano  la sua militarizzazione, che dicono vada a vantaggio dei gruppi radicali islamici e dei combattenti stranieri che si affollano in Siria. Criticano il settarismo del conflitto, che mettendo prima gli alawiti, e poi le minoranze cristiane davanti a una maggioranza sunnita radicalizzata dalla repressione, temono, porterà a una guerra civile senza fine. E si preoccupano per l’equilibrio regionale e internazionale del potere. Con l’Iran e la Siria contro le monarchie del Golfo, e la Russia e la Cina contro gli Stati Uniti, la Siria è in prima linea nel grande gioco della guerra internazionale. La sinistra tende a favorire l’Iran e la Siria, e la Russia e la Cina, piuttosto che quelli che vi si oppongono.
Una coalizione di sei partiti di sinistra e nazionalisti, tra comunisti e nazionalisti arabi, si è incontrata ad Amman il 4 aprile, in occasione del nono anniversario dell’invasione statunitense dell’Iraq. Ma era la crisi in Siria, non la caduta di Saddam Hussein, che ha dominato le discussioni. I relatori hanno denunciato con forza “l’intervento straniero” in Siria, e tracciato un parallelo tra l’operazione del 2003 contro l’Iraq e il sostegno delle principali potenze occidentali al CNS e all’opposizione armata in Siria.
Il potente Sindacato Generale dei Lavoratori Tunisini (UGTT, cui alcuni membri dell’esecutivo sono di estrema sinistra) ha emesso un comunicato il 17 maggio, ribadendo il suo sostegno alle esigenze democratiche del popolo siriano, ma mettendo in guardia contro un “complotto degli Stati arabi coloniali e reazionari“. Due mesi prima, il Partito Comunista dei Lavoratori tunisino (POCT) e gruppi nazionalisti arabi avevano indetto una manifestazione per protestare contro le “Amici della Siria” (un organizzazione che riunisce circa 60 rappresentanti internazionali e il CNS), quando ha tenuto una conferenza a Tunisi.
Il Partito Comunista Libanese ha assunto un atteggiamento particolarmente prudente. Anche se ha pubblicato articoli nel suo giornale dei leader dell’opposizione siriana come Michel Kilo, che non fa parte del CNS, è rimasto in diparte dalle manifestazioni che hanno avuto luogo nel corso dell’ultimo anno, di fronte all’ambasciata siriana a Beirut. Inoltre, il partito è finito sotto il fuoco della sinistra libanese, perché parte della sua leadership resta vicino al del Partito della volontà popolare di Qadri Jamil. Jamil è un membro dell’opposizione “ufficiale” siriana, e nel giugno Assad lo ha nominato viceprimo ministro per l’economia, nel governo di Riad Hijab.
Un’altra parte degli appelli della sinistra arabi per un approccio graduale e riformista al conflitto siriano, sostiene che la soluzione deve essere politica e non militare. Questa posizione ha trovato riscontro nel comunicato finale del Congresso nazionalista arabo, che ha riunito circa 200 delegati provenienti da gruppi nazionalisti arabi e di sinistra, e di alcuni islamisti, a Hammamet, Tunisia, a giugno (6). Il documento cercato di essere il più possibile consensuale. Pur riconoscendo il diritto del popolo siriano a “libertà, democrazia e alternanza pacifica del potere tra i partiti“, ha condannato la violenza da tutte le parti, criticando sia il regime cje l’opposizione armata, e chiedendo di impegnarsi in un dialogo sulla base del piano di pace di Kofi Annan, del marzo 2012.

Due facce
Mentre una parte della sinistra radicale araba crede ancora che la rivoluzione è in gioco, carte, una percentuale molto più grande l’ha abbandonata, dal momento che in realtà non vuole vedere un violento collasso del regime. La contraddizione si trova nella tacita guerra fredda non detto. Temono più un vuoto di potere e una Siria post-Assad riconciliata con gli Stati Uniti e i loro alleati degli Stati del Golfo, più che la prosecuzione del regime attuale.
Gli attivisti arabi di sinistra vedono la Siria come Giano bifronte. Pochi negano la sua natura autoritaria e repressiva, ma ancora oggi gli argomenti a difesa del regime, combinati con le sanzioni internazionali contro di esso, risuonano nella sinistra araba, profondamente radicata nella convinzione unitaria anti-imperialista e terzomondista. In alcuni, questi sentimenti sono temperati da un attaccamento alla natura popolare della rivolta, in altri sono amplificati dalla crescente internazionalizzazione del conflitto.
La primavera araba ha dato una spinta agli islamisti, portando al potere i partiti dalle origini nella Fratellanza Musulmana, in Marocco, Tunisia ed Egitto. Non c’è dubbio che questo ha spinto alcuni esponenti della sinistra a spostarsi da un’altra parte, temendo che le rivoluzioni arabe possano portare all’egemonia islamista. Il Movimento Ennahda in Tunisia, come la Fratellanza Musulmana in Egitto e Giordania, appaiono come ardenti sostenitrici dell’opposizione siriana. Quindi la posizione che gran parte della sinistra araba assume verso la Siria, riflette il suo scontro con l’Islam politico. Ecco perché i partiti che di solito pretendono di essere “rivoluzionari” e “progressisti”, anche se non sono necessariamente marxisti, paradossalmente sperano in una soluzione negoziata e nella transizione graduale in Siria, per paura di una delusione futura.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La sconfitta della CIA in Libano

Adam Goldman e Matt Apuzzo, The Daily Star 22 Novembre 2011
Nota dell’editore: CounterPsyOps non condivide il punto di vista degli autori quando usano l’espressione “organizzazione terrorista” per qualificare Hezbollah. Infatti, consideriamo Hezbollah una Resistenza. Riportando questo articolo, abbiamo solo inteso informare dei fallimenti della CIA e del MOSSAD in Libano e in Iran. A nostro avviso, una notizia molto buona, per via della situazione geopolitica nella regione.

Le operazioni della CIA in Libano sono state gravemente danneggiate recentemente dopo che Hezbollah ha individuato e catturato un certo numero di spie degli Stati Uniti, attuali ed ex funzionari degli Stati Uniti hanno dichiarato all’Associated Press. La debacle dell’intelligence è particolarmente preoccupante perché la CIA l’aveva vista imminente.
Il leader di Hezbollah, lo sceicco Hassan Nasrallah, si è vantato in televisione a giugno, di aver scovato almeno due spie della CIA che si erano infiltrate nelle file di Hezbollah, che gli USA considerano un gruppo terroristico strettamente alleato all’Iran. Anche se l’ambasciata statunitense in Libano, ha ufficialmente negato l’accusa, attuali ed ex funzionari ammettono che ciò è accaduto e il danno si è diffuso ancora di più.
Negli ultimi mesi, i funzionari della CIA sono stati segretamente mobilitati per proteggere le loro spie restanti – agenti stranieri che lavorano per l’agenzia – prima che Hezbollah li potesse trovare. A dire il vero, alcuni decessi sono da aspettarsi nell’oscura guerra delle spie. Si tratta di affari estremamente rischiosi dove la gente viene uccisa. Ma il danno alla rete spionistica dell’agenzia in Libano, è stato maggiore rispetto al solito, diversi ex ed attuali funzionari degli Stati Uniti l’hanno detto, parlando in condizione di anonimato, perché non sono autorizzati a parlare pubblicamente di questioni di sicurezza.
La crisi in Libano è l’ultimo incidente che coinvolge il controspionaggio della CIA nell’indebolimento o nella manipolazione nella capacità del nemico nel raccogliere informazioni. Ex funzionari della CIA hanno detto che le capacità, una volta essenziali, sono state erose quando l’agenzia è passata dal contrastare le agenzie di spionaggio rivali a combattere i terroristi. Nella fretta di avere risultati immediati, dicono ex ufficiali, il lavoro ne ha sofferto.
Il più importante esempio recente è stato l’attentatore suicida che si era proposto come informatore e che uccise sette dipendenti della CIA ferendone altri sei a Khost, in Afghanistan, nel dicembre 2009.
L’anno scorso, l’allora direttore della CIA Leon Panetta, disse che l’agenzia aveva dovuto mantenere “una maggiore consapevolezza del controspionaggio.” Ma otto mesi dopo, Nasrallah fa sapere al mondo che aveva battuto la CIA, a dimostrazione che l’agenzia continua a lottare su questo aspetto critico dello spionaggio, inviando un messaggio a coloro che vogliono tradire Hezbollah.
La CIA era ben consapevole che le sue spie sono vulnerabili in Libano. Funzionari della CIA furono avvertiti, tra cui il capo del gruppo che supervisiona le operazioni di Hezbollah, nel quartier generale della CIA a Langley, in Virginia, e anche il capo del controspionaggio. Non è chiaro se qualcuno è stato o sarà ritenuto responsabile di questo disastro del controspionaggio, o se l’incidente comprometterà la capacità della CIA di reclutare agenti in Libano.
In risposta alle domande di AP su quanto accaduto in Libano, un funzionario statunitense ha detto che Hezbollah è riconosciuto essere un nemico difficile, responsabile dell’uccisione di più statunitensi di qualsiasi altro gruppo terroristico, prima del settembre 2001. L’agenzia non sottovaluta l’organizzazione, ha detto il funzionario.
I più duri avversari della CIA, come Hezbollah e l’Iran, da anni migliorano la loro capacità di eliminare le spie, contando sulla pazienza e l’astuzia per sfruttare i vuoti del controspionaggio.
Nel 2007, per esempio, quando Ali-Reza Asgari, un generale di brigata del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche dell’Iran, scomparve in Turchia, si ipotizzò che fosse stato ucciso o che avesse disertato. In risposta, il governo iraniano  iniziò una revisione minuziosa dei viaggi all’estero dei suoi cittadini, soprattutto in posti come la Turchia, dove gli iraniani non hanno bisogno di un visto e potrebbero incontrarsi con servizi segreti stranieri.
Non ci volle molto, un funzionario dell’intelligence occidentale ha detto ad AP, prima che Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele iniziassero a perdere i contatti con alcuni delle loro spie iraniane.
Il Dipartimento di Stato, l’anno scorso, descrisse Hezbollah come “il gruppo terroristico tecnicamente più efficace nel mondo“, e il Dipartimento della Difesa stima che riceve tra 100 e 200 milioni di dollari all’anno, in finanziamenti, dall’Iran.
Sostenuto dall’Iran, Hezbollah ha costruito un apparato professionale di controspionaggio che Nasrallah – che il governo statunitense ha designato quale terrorista internazionale un decennio fa -. descrive con orgoglio come “Unità spionistica da combattimento“, i funzionari dell’intelligence statunitense ritengono che l’unità, che è considerata formidabile e spietata, sia divenuta operativa intorno al 2004.
Utilizzando i software commerciali più recenti, l’unità dei cacciatori di spie di Nasrallah iniziò metodicamente la ricerca delle spie dentro Hezbollah. Per trovarli, hanno detto i funzionari statunitensi, Hezbollah ha esaminato i dati dei cellulare alla ricerca di anomalie. L’analisi ha identificato cellulari che, per esempio, sono stati utilizzati raramente o sempre da luoghi specifici, e solo per un breve periodo di tempo. Poi si è passato al lavoro investigativo vecchio stile: chi, in quella zona, aveva informazioni che forse valeva la pena vendere al nemico?
Il lavoro richiese anni, ma alla fine Hezbollah, e più tardi il governo libanese, hanno cominciato a fare arresti. Secondo una stima, 100 agenti israeliani sono stati arrestati, e la cosa fece notizia  in tutta la regione nel 2009. Alcune di queste presunte spie israeliane lavoravano per aziende di telecomunicazioni e servivano nelle forze armate.
Per contro, al quartier generale della CIA, gli arresti allarmarono i vertici.  L’agenzia preparò uno studio sulla sua propria vulnerabilità, hanno detto i funzionari statunitensi, e i risultati si sono rivelati lungimirante.
L’analisi ha concluso che la CIA era suscettibile delle stesse falle che avevano compromesso gli israeliani, dicono i funzionari.
I responsabili della CIA furono stati istruiti ad essere molto attenti nella gestione delle fonti in Libano. Un funzionario statunitense ha detto che le raccomandazioni furono emesse per contrastare il potenziale problema.
Ma non è chiaro quali misure preventive siano state prese dal capo dell’unità su Hezbollah o dal funzionario responsabile della stazione di Beirut. Ex funzionari dicono che il capo dell’unità su Hezbollah, non era estraneo alla necessità del controspionaggio e che ne conosceva i rischi. Il capo dell’unità ha lavorato all’estero in ambienti ostili, come l’Afghanistan. e ha giocato un ruolo importante nella cattura di un terrorista, mentre era di stanza nella regione del Golfo Persico, dopo gli attacchi del 9/11.
Abbiamo perso un sacco di gente a Beirut, nel corso degli anni, per cui tutti dovrebbero conoscere la situazione“, ha detto un ex funzionario in Medio Oriente, familiare alla situazione.
Ma qualunque azione la CIA avesse preso, non fu sufficiente. Come gli israeliani, un pessimo lavoro ha condannato tali attività della CIA e l’agenzia, in ultima analisi, non è riuscita a proteggerli, ha detto un funzionario. In alcuni casi, i funzionari della CIA sono caduti in schemi prevedibili, quando incontravano le loro fonti, ha detto il funzionario.
Questo ha permesso ad Hezbollah di identificare le attività e gli ufficiali del caso, e a svelare almeno una parte della rete spionistica della CIA in Libano.  C’era anche una certa riluttanza a condividere i casi, e alcuni file sono stati messi in “gestione ristretta.” La designazione limitava fortemente il numero di persone che conoscessero l’identità della fonte, ma riduceva anche il numero di esperti che potevano individuare i problemi che potessero condurre alla loro scoperta, hanno detto i funzionari.
L’annuncio televisivo di Nasrallah di giugno, è stato seguito dalle accuse tra dipartimenti della CIA, mentre l’agenzia spionistica ha cercato di capire cosa fosse andato storto e di contenere i danni.
Il destino di questi agenti della CIA è sconosciuto. Hezbollah le tratta spie in modo diverso, ha detto Matthew Levitt, un esperto di antiterrorismo e di intelligence, presso il Washington Institute for Near East Studies, che sta scrivendo un libro sull’organizzazione terroristica.
Tutto dipende da chi sono questi tizi e cosa hanno da dire,” ha detto Levitt. “Hezbollah ha fatto scomparire delle persone, in precedenza. Altri li ha mantenuti in circolazione“.
Chi è responsabile del caos in Libano? Non è chiaro. Il capo delle operazioni contro Hezbollah nel quartier generale della CIA, continua a guidare l’unità, che si concentra anche su iraniani e palestinesi. Una alta funzionaria del controspionaggio della CIA, che era una delle donne più anziane del servizio clandestino, è recentemente andata in pensione dopo circa cinque anni di lavoro.  Ha il merito di alcuni casi importanti, tra cui i recenti arresti di spie russe che vivevano negli Stati Uniti da anni.
Funzionari hanno detto che la donna ha avuto più successo di un ufficiale più esperto nelle operazioni. L’ufficiale ha ricoperto incarichi importanti a Mosca, Sud-Est Asia, Europa e nei Balcani, importanti fronti delle guerre spionistiche dell’agenzia contro i servizi segreti stranieri e le organizzazioni terroristiche.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’insurrezione di al-Qaida in Siria: Reclutare jihadisti per le “guerre umanitarie” della NATO

PARTE III
Prof. Michel Chossudovsky Global Research, 2 Settembre 2011

Parte I
Una “guerra umanitaria” contro la Siria? Escalation militare. Verso una guerra nel grande Medio Oriente-Asia Centrale?

Parte II
L'”Opzione Salvador” del Pentagono: Lo schieramento degli squadroni della morte in Iraq e in Siria

Cosa ha provocato la crisi in Siria?
Non è il risultato delle divisioni politiche interne, ma piuttosto la conseguenza di un piano deliberato dell’alleanza USA-NATO per innescare il caos sociale, screditare il governo siriano di Bashar al-Assad e infine destabilizzare la Siria come Stato Nazione. Dalla metà del marzo 2011, i gruppi armati islamici segretamente supportati da servizi segreti occidentali e israeliani, hanno condotto attacchi terroristici contro edifici governativi e appiccato incendi dolosi. Come ampiamente documentato, uomini armati e cecchini addestrati hanno preso di mira la polizia, le forze armate e civili disarmati. L’obiettivo di questa insurrezione armata è innescare la reazione della polizia e delle forze armate, compreso il dispiegamento di carri armati e mezzi blindati, al fine di giustificare un eventuale intervento “umanitario” militare della NATO, sotto il mandato della “responsabilità di proteggere“.

La natura del sistema politico siriano
Vi è certamente motivo di tensioni sociali e per la protesta di massa in Siria: la disoccupazione è aumentata negli ultimi anni, le condizioni sociali si sono deteriorate, soprattutto dopo l’approvazione, nel 2006, di radicali riforme economiche sotto la guida del FMI. Che poi hanno incluso misure di austerità, il congelamento dei salari, la deregolamentazione del sistema finanziario, la riforma del commercio e la privatizzazione.(Vedasi IMF Syrian Arab Republic — IMF Article IV Consultation Mission’s Concluding Statement, 2006).
Inoltre, vi sono gravi divisioni all’interno del governo e dei militari. Il quadro politico populista del partito Baath è stato in gran parte eroso. Una fazione all’interno dell’establishment politico al potere ha abbracciato l’agenda neoliberista. A sua volta, l’adozione del FMI come “medicina economica” è servito ad arricchire l’elite economica dominante. Le fazioni filo-USA si sonno radicate anche ai più alti gradi delle forze armate e dell’intelligence siriane. Ma il movimento “pro-democrazia” integrato dagli islamisti e sostenuto dalla NATO e dalla “comunità internazionale“, non proviene dal pilastro della società civile siriana.
Le proteste, in gran parte dominate dagli islamisti, rappresentano una frazione molto piccola dell’opinione pubblica siriana. Hanno una natura settaria. Lo fanno senza affrontare le questioni più ampie della disuguaglianza sociale, i diritti civili e la disoccupazione. La maggioranza della popolazione siriana (compresi gli oppositori al governo al-Assad) non supportano il “movimento di protesta“, che è caratterizzato dall’insurrezione armata. In realtà tutto il contrario. Ironia della sorte, nonostante la sua natura autoritaria, vi è un notevole sostegno popolare al governo del presidente Bashar al-Assad, cosa confermata dalle grandi manifestazioni filo-governative. La Siria costituisce l’unico (rimanente) stato indipendente laico nel mondo arabo. La sua base populista, anti-imperialista e laica è ereditata dal dominante partito Baath, che integra musulmani, cristiani e drusi. Sostiene la lotta del popolo palestinese.
L’obiettivo dell’alleanza USA-NATO è in ultima analisi di spostare e distruggere lo Stato laico siriano, eliminare o cooptare l’elite economica nazionale ed infine sostituire il governo siriano di Bashar al-Assad con un sceiccato arabo, una repubblica islamica pro-USA o che adotta una “democrazia” pro-Stati Uniti. Il ruolo dell’alleanza militare USA-NATO-Israele nello scatenare l’insurrezione armata, non viene  indicato dai media occidentali. Inoltre, diverse “voci progressiste” hanno accettato il “consenso della NATO” quale valore nominale: “una protesta pacifica“, che viene “violentemente repressa dalla polizia e dalle forze armate siriane“.

L’insurrezione è integrata dai terroristi
Al-Jazeera, la stampa israeliana e libanese confermano che “i manifestanti” avevano bruciato il quartier generale del partito Baath e il tribunale di Daraa a metà marzo, mentre allo stesso tempo, sostengono che le manifestazioni fossero “pacifiche“. I terroristi hanno infiltrato il movimento di protesta civile. Simili azioni di incendi dolosi sono stati effettuati a fine luglio ad Hama. Edifici pubblici, tra cui il Palazzo di Giustizia e la Banca Agricola, sono stati dati alle fiamme. Questa insurrezione è diretta contro lo Stato laico. Il suo obiettivo ultimo è la destabilizzazione politica e il cambio di regime. Le squadre d’assalto di uomini armati sono coinvolte in atti terroristici diretti contro le forze e i civili siriani.
I civili che appoggiano il governo sono oggetto di minacce e intimidazioni. I civili filo-governativi sono anche oggetto di omicidi mirati da parte di uomini armati: “A Karak, un villaggio vicino Dara’a, i salafiti hanno costretto gli abitanti ad unirsi alle proteste anti-governative e a rimuovere le foto del Presidente Assad dalle loro case. Testimoni hanno riferito che un giovane musulmano che si era rifiutato di rimuovere una foto è stato trovato impiccato nel suo portico, la mattina successiva. La gente vuole uscire e chiedere pacificamente alcune riforme, ma i gruppi musulmani salafiti perseguono furtivamente il loro obiettivo, che non è quello di apportare modifiche per il miglioramento della Siria, ma conquistare il paese alla loro agenda.” (International Christian Concern (ICC), 4 maggio 2011)
Alla fine di luglio, i terroristi hanno attaccato un treno in viaggio tra Aleppo e Damasco: “Il treno trasportava 480 passeggeri… I terroristi hanno smantellato i binari causando l’incidente … Il locomotore è stato bruciato … le altre carrozze sono deragliate e si sono capovolte su un fianco …” (citato in Terrorists attacked a train traveling from Aleppo to Damascus – YouTube, Truth Syria) La maggior parte dei passeggeri del treno “erano bambini, donne e pazienti che erano in viaggio per sottoporsi a interventi chirurgici.” (Saboteurs Target a Train Traveling from Aleppo to Damascus, Driver Martyred – Local – jpnews-sy.com, 24 luglio 2011)

Il reclutamento dei Mujahidin: la NATO e la Turchia
Questa insurrezione in Siria ha caratteristiche simili a quelle della Libia: è integrata da brigate paramilitari affiliate ad al-Qaida. I recenti sviluppi indicano una vera e propria insurrezione armata, integrata da islamisti “combattenti per la libertà” sostenuti, addestrati ed equipaggiati dalla NATO e dal comando supremo della Turchia. Secondo fonti dell’intelligence israeliana: “Il quartier generale della NATO a Bruxelles e il comando supremo turco nel frattempo stanno elaborando piani per il loro primo passo militare in Siria, armare i ribelli con armi anticarro ed anti-elicotteri per contrastare il giro di vite del regime di Assad verso il dissenso. Invece di ripetere il modello libico degli attacchi aerei, gli strateghi della NATO stanno pensando più in termini di invio di grandi quantità di missili anticarro e antiaerei, mortai e mitragliatrici pesanti, nei centri di protesta, per controbattere ai blindati delle forze governative.” (DEBKAfile, NATO to give rebels anti-tank weapons, 14 agosto 2011)
Secondo fonti militari e di intelligence, la NATO, la Turchia e l’Arabia Saudita hanno discusso “la forma che questo intervento avrebbe preso“.

Il cambiamento della struttura del comando militare della Turchia
Alla fine di luglio, il comandante in capo dell’esercito e capo dello stato maggiore congiunto della Turchia, il generale Isik Kosaner, si è dimesso insieme ai comandanti della Marina e dell’Aeronautica. Il Generale Kosaner rappresentava una posizione ampiamente laica all’interno delle Forze Armate. Il Generale Necdet Ozel è stato nominato suo sostituto a comandante dell’esercito e capo capo dello stato maggiore congiunto. Questi sviluppi sono di importanza cruciale. Indicano un cambiamento nel comando militare della Turchia in favore dei Fratelli Musulmani, tra cui un supporto migliore all’insurrezione armata nel nord della Siria. Fonti militari confermano anche che i ribelli siriani “sono stati addestrati all’uso delle nuove armi da ufficiali militari turchi negli impianti di fortuna nelle basi turche, vicino al confine siriano.” (DEBKAfile, NATO to give rebels anti-tank weapons, 14 agosto 2011)
La consegna di armi ai ribelli è attuata “via terra, in particolare attraverso la Turchia e sotto la protezione dell’esercito turco …. In alternativa, le armi sarebbero trasportate in Siria sotto scorta militare turca e trasferiti ai leader della  ribellione a rendez-vous pre-organizzati.” (Ibid)
Questi vari sviluppi puntano verso la possibilità di un coinvolgimento diretto delle truppe turche nel conflitto, che potrebbe potenzialmente portare ad un più ampio confronto militare tra Siria e Turchia, così come al coinvolgimento diretto delle truppe turche in territorio siriano. “Una guerra che coinvolgesse le truppe di terra turche, comporterebbe l’invio di truppe in Siria del Nord e il ritagliarsi una sacca militare da cui i ribelli siriani sarebbero assistiti con l’aiuto militare, logistico e medico“. (Assad may opt for war to escape Russian, Arab, European ultimatums, Debkafile, 31 agosto 2011).
Come nel caso della Libia, il sostegno finanziario è apportato alle forze ribelli siriani dall’Arabia Saudita. “Ankara e Riad forniranno ai movimenti anti-Assad grandi quantità di armi e fondi da contrabbando dall’esterno della Siria” (Ibid). Il dispiegamento di truppe saudite e del GCC è anche contemplato per il sud della Siria, in coordinamento con la Turchia (Ibid).

Il reclutamento di migliaia di jihadisti
La NATO e il comando supremo turco, contemplano anche lo sviluppo di una jihad diretta al reclutamento di migliaia di “combattenti per la libertà“, ricordando l’arruolamento di mujahideen nella jihad (guerra santa) pagata della CIA, nel periodo di massimo splendore della guerra in Afghanistan: “Si è anche discusso a Bruxelles e a Ankara, nostre fonti ci dicono, una campagna per arruolare migliaia di volontari musulmani in paesi del Medio Oriente e del mondo musulmano, per combattere a fianco dei ribelli siriani. L’esercito turco avrebbe ospitato questi volontari, il loro addestramento e un passaggio sicuro in Siria“. (Ibid)
Questo reclutamento di mujahidin per combattere le guerre umanitarie della NATO (tra cui Libia e Siria) è ben avviato. Circa 1500 jihadisti dell’Afghanistan, addestrati dalla CIA, furono inviati a combattere con i ribelli “pro-democrazia” sotto la guida dell'”ex” comandante del Gruppo combattente islamico in Libia (LIFG), Abdel Hakim Belhadj: “La maggior parte degli uomini sono stati reclutati dall’Afghanistan. Sono uzbeki, hazara e persiani. Secondo il filmato, questi uomini vestiti nello stile usbeco di Shalwar e hazara-uzbeko di Kurta, si trovano tra i combattimenti nelle città libiche.” (The Nation, Pakistan)
Il modello libico delle forze ribelli integrate dalla brigate islamiche e dalle forze speciali della NATO, dovrebbe essere applicato in Siria, dove i combattenti islamici, sostenuti dai servizi segreti occidentali e israeliani, sono già stati schierati.

L’attivazione di divisioni tra fazioni all’interno della società siriana
La Siria è uno Stato laico in cui musulmani e cristiani hanno un patrimonio comune fin dal periodo paleocristiano ed hanno convissuto per secoli. Il sostegno segreto viene incanalato ai combattenti jihadisti, che a loro volta sono responsabili di atti di violenza settari contro alawita, cristiani e drusi. Ai primi di maggio, come parte del “movimento di protesta” antigovernativo, uomini armati sono stati segnalati per aver attaccato case di cristiani a Daraa, nel sud della Siria:
In un villaggio cristiano presso Dara’a, nel sud della Siria, testimoni oculari hanno riferito che venti uomini mascherati in moto, hanno aperto il fuoco su una casa cristiana, gridando insulti contro i cristiani per strada. Secondo un’altra fonte della ICC in Siria, le chiese hanno ricevuto lettere minatorie durante le vacanze di Pasqua, dicendogli o di unirsi ai manifestanti salafiti o di andarsene.” La scorsa settimana a Duma, un sobborgo di Damasco, i salafiti cantavano “alawiti nella tomba e cristiani a Beirut!” Secondo una fonte della ICC e Tayyar.org, una agenzia di stampa libanese. I cristiani in Siria sono preoccupati che l’agenda di molti estremisti islamici in Siria, tra cui i salafiti, sia di espellere i cristiani dal governo e cacciarli dal paese. “Se i  musulmani salafiti ottengono influenza politica, faranno in modo che non ci sia più nessuna traccia di cristianesimo in Siria“, ha detto alla ICC un leader cristiano siriano. “Vogliamo migliorare la vita e i diritti in Siria sotto questo presidente, ma noi non vogliamo il terrorismo. I cristiani saranno i primi a pagare il prezzo del terrorismo. … Ciò che i cristiani chiedono è la consapevolezza che mentre i cambiamenti stanno avvenendo, non dovrebbe accadere per certe agende o certe persone, ma per il popolo della Siria, in modo pacifico e sotto il governo attuale“. Aidan Clay, Direttore Regionale della ICC in Medio Oriente, ha detto: “A differenza dell’Egitto, dove i cristiani hanno prevalentemente sostenuto la rivoluzione che ha rimosso il presidente Hosni Mubarak dal potere, i cristiani siriani vogliono la pace, mentre esigono una maggiore libertà con il governo attuale. I cristiani prevedono che solo caos e spargimento di sangue seguiranno, se le richieste dei salafiti saranno soddisfatte. Esortiamo il governo statunitense ad agire con saggezza e con attenzione, durante lo sviluppo di politiche che hanno profonde implicazioni politiche per le minoranze della Siria, e non sostengano indirettamente un punto d’appoggio che possa essere utilizzato dai salafiti per attuare la loro agenda radicale.” (Syrian Christians Threatened by Salafi Protestors, Persecution News, International Christian Concern (ICC), 4 maggio 2011)
Gli attacchi ai cristiani in Siria ricordano le uccisioni degli squadrone della morte contro i cristiani caldei in Iraq.

La formazione di un Consiglio di Salvezza Nazionale (CSN) sul modello del Consiglio transizione della Libia (CNT)
Un primo passo verso l’instaurazione di un governo provvisorio in esilio è stato previsto nella cosiddetta Conferenza di Salvezza Nazionale di Istanbul (16 luglio 2011), alla presenza di circa 300 siriani in esilio. Questo conferenza ha portato alla formazione di un Consiglio di Salvezza Nazionale (CSN), composto da 25 membri, sul modello del Consiglio di transizione della Libia.
“I presenti alla fine hanno concordato un’iniziativa che selezionerà 25 membri da più di 300 presenti a Istanbul e 50 dalla Siria, creando un consiglio di 75 membri per rappresentare la rivolta in corso. Il consiglio lavorerà anche verso la formazione di un governo di unità nazionale che possa guidare la Siria in un periodo transitorio, in caso di caduta del regime. In questo periodo transitorio, cercherà di amministrare una road-map che ristrutturi lo stato siriano da una dittatura, smantellando lo stato di polizia, a una democrazia rappresentativa. Tuttavia, i presenti hanno rifiutato l’idea di formare un governo ombra in questo momento….” (Syrian opposition conference in Istanbul and the formation of a joint council Syria Revolts, 18 luglio 2011)
Il CSN ha previsto la formazione di un “Gabinetto” di 11 membri, che potrebbe agire come  governo de facto provvisorio in caso di “crollo del regime“. Il CSN è dominata dall’illegale Fratellanza musulmana siriana e dai liberali della comunità degli esuli siriani. (Syrian exiles vote for ‘transitional government’, Sidney Morning Herald, 19 luglio 2011)

Il ruolo centrale del generale David Petraeus: il nuovo capo della CIA  del Presidente Obama
Recentemente nominato capo della CIA da Obama, David Petraeus che ha guidato il programma di “Countroinsurrezione” MNSTC a Baghdad, nel 2004, in coordinamento con l’ambasciatore John Negroponte, dovrebbe svolgere un ruolo chiave nell’intelligence in relazione alla Siria – tra cui il sostegno segreto alle forze di opposizione e ai “combattenti della libertà“, l’infiltrazione dei servizi segreti e delle forze armate siriani, ecc. I lavori saranno eseguiti in collaborazione con l’Ambasciatore Robert S. Ford. entrambi gli uomini hanno lavorato insieme in Iraq, dove facevano parte del grande team di Negroponte a Baghdad, nel 2004-2005.
Secondo i rapporti, il generale Petraeus si è recato in Turchia a metà luglio per incontrare i membri del Consiglio di Salvezza Nazionale. L’incontro organizzato dal ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu, ha avuto luogo subito dopo la Conferenza della Salvezza Nazionale (16-18 luglio 2011): “La fonte ha notato che Petraeous ha sottolineato il suo sostegno durante la riunione all’idea di creare un governo in esilio, un governo che sia guidato dai Fratelli Musulmani e dai loro alleati, e assistito da funzionari militari statunitensi...” (Vedasi The Syrian Opposition and the CIA – Another Evidence of Treason – YouTube).
Mentre la visita ufficiale della segretaria di Stato Hillary Clinton in Turchia, è coincisa con lo svolgimento della Conferenza di Salvezza Nazionale, non ci sono conferme che Clinton abbia incontrato i membri del CSN. Ufficialmente, Hillary Clinton ha incontrato i membri dell’opposizione siriana “per la prima volta” il 2 agosto. (Syria Opposition Meets With Clinton – WSJ.com, 3 agosto 2011).

Il ruolo dei media occidentali
I media occidentali hanno giocato un ruolo centrale nell’offuscare la natura delle interferenze straniere in Siria, incluso il supporto esterno agli insorti armati. In coro hanno descritto i recenti avvenimenti in Siria come un “movimento di protesta pacifica” rivolto contro il governo di Bashar al-Assad, quando le prove confermano ampiamente che i gruppi paramilitari islamici sono coinvolti in atti terroristici. Questi stessi gruppi islamici si sono infiltrati nelle manifestazioni di protesta. Le distorsioni dei media occidentali abbondano. Le grandi manifestazioni “filo-governative” (comprese le fotografie) sono casualmente presentato come “prova” di una movimento di protesta di massa contro il governo. I rapporti sulle vittime sono basate su “testimonianze oculari” non confermate o sulle fonti dell’opposizione siriana in esilio.
Sham News e il londinese Syria Observatory for Human Rights sono abbondantemente citati dai media occidentali come “fonti affidabili” con il solito disclaimer. Il notiziario di intelligence d’Israele, Debka, mentre evita la questione della rivolta armata, riconosce tacitamente che le forze siriane affrontano una organizzazione paramilitare: “[Le forze siriane] stanno ora affrontando una forte resistenza: In attesa di loro vi sono trappole anticarro e barriere fortificate presidiato da manifestanti armati di mitragliatrici pesanti.” (DEBKAfile).
Da quando dei pacifici manifestanti civili sono armati di “mitragliatrici pesanti” e “trappole anticarro“? Abbiamo a che fare con paramilitari addestrati. Sebbene Shaam News sia citata come fonte dei rapporti di Associated Press e delle foto, Sham News (SNN) non è una agenzia di stampa riconosciuta. SNN si descrive come “un gruppo di patriottici giovani attivisti siriani che chiedono libertà e dignità per il popolo siriano…” con pagine su Facebook e Twitter. (Vedasi Shaam News Network)
Una foto dell’Associated Press di un raduno di massa a Hama, reca il seguente avviso: “L’Associated Press non è in grado di verificare in modo indipendente l’autenticità, contenuto, luogo o data di questa foto. Foto: HO/Shaam News Network.”
Eppure queste stesse foto non confermate vengono usate abbondantemente nei media mainstream. L’assenza di dati verificabili, tuttavia, non ha impedito che i media occidentali di pubblicare “dati autorevoli” sul numero di vittime: “Oltre 1600 morti, 2000 feriti (al-Jazeera, 27 luglio) e quasi 3.000 sparizioni (CNN, 28 luglio).” Quali sono le fonti di questi dati? Chi è responsabile delle vittime? L’ambasciatore statunitense Robert S. Ford ha candidamente dichiarato, ad una audizione presso la commissione del Senato, che: “L’arma più pericolosa che ho visto era una fionda“. E con questo slogan della fionda, una bugia, è stato citato continuamente a sostegno del carattere non violento del movimento di protesta e nel fornire un “volto umanitario” all’ambasciatore Robert S. Ford che, non dimentichiamolo, fece parte del piano di Negroponte per istituire gli squadroni della morte in Iraq, sul modello di quelli di El Salvador e Honduras. La menzogna diventa la verità.

La responsabilità del governo siriano
Il governo siriano, i suoi militari e le sue forze di polizia, portano un fardello di responsabilità nel modo in cui hanno risposto alla rivolta causando morti tra i civili e la polizia. Ma questo problema, che è oggetto di una discussione aperta in Siria, non può essere significativamente affrontato senza analizzare come gli Stati Uniti e i loro alleati, hanno sostenuto e finanziato l’insurrezione islamista integrata da gruppi paramilitari e dagli squadroni della morte. La responsabilità primaria per le morti civili spetta a Washington, Bruxelles e Ankara, che hanno sostenuto la creazione e l’incursione di “combattenti per la libertà” islamici. Hanno anche facilitato il finanziamento e la consegna di armi agli insorti.
Dal momento che l’esistenza di una insurrezione armata (sostenuta da potenze straniere) non è riconosciuta dai governi della NATO e dai media, parimenti, queste morti vengono attribuite, senza ulteriori spiegazioni, esclusivamente alle forze del governo che “sparano sui civili indifesi” o alle forze governative che sparano ai disertori della polizia …

Bivio pericoloso: verso una guerra nel grande Medio Oriente – Asia centrale
L’escalation è parte integrante del programma militare. La destabilizzazione di Stati sovrani attraverso il “cambio di regime” è strettamente coordinata con la pianificazione militare. C’è una roadmap militare caratterizzata da una sequenza di teatri di guerra USA-NATO. I preparativi di guerra per attaccare la Siria e l’Iran sono in “uno stato avanzato di preparazione” da diversi anni. I pianificatori militari di Stati Uniti, NATO e Israele, hanno delineato i contorni di una campagna “umanitaria” militare, in cui la Turchia (la seconda più grande forza militare nella NATO), avrebbe giocato un ruolo centrale.
Nei recenti sviluppi, la Turchia ha lasciato intendere che Ankara sta prendendo in considerazione un’azione militare contro la Siria, se il governo al-Assad non cessa “immediatamente e senza condizioni” le sue azioni contro i “contestatori“.  In una amara ironia, i combattenti islamici che operano in Siria, che stanno terrorizzando la popolazione civile, sono addestrati e finanziati dal governo turco di Erdogan. Queste minacce velate puntano verso il possibile coinvolgimento di truppe turche nel territorio siriano, che potrebbe evolvere verso un vero e proprio intervento “umanitario” militare della NATO.
Siamo ad un bivio pericoloso. Dove una operazione militare USA-NATO sta per essere lanciata contro la Siria, e che inghiottirebbe la grande regione del Medio Oriente e dell’Asia centrale, dal Nord Africa al Mediterraneo orientale e al confine di Afghanistan-Pakistan con la Cina, nel turbine di una guerra estesa regionale.
Ci sono attualmente quattro distinti teatri di guerra: Afghanistan-Pakistan, Iraq, Palestina e Libia. Un attacco alla Siria porterebbe alla integrazione di questi teatri di guerra separati, portando infine alla grande guerra del Medio Oriente-Asia Centrale. La strada per Teheran passa per Damasco. Una guerra USA-NATO promossa contro l’Iran comporterebbe, come primo passo, una campagna di destabilizzazione (“cambio di regime“), comprese operazioni segrete di intelligence a sostegno delle forze ribelli contrarie al governo siriano.
Una guerra contro la Siria potrebbe evolvere verso una campagna militare USA-NATO diretta contro l’Iran, in cui Turchia e Israele verrebbero direttamente coinvolte. Contribuirebbe anche alla destabilizzazione in corso del Libano.
E’ fondamentale diffondere le notizie e rompere i canali di disinformazione dei media. Una comprensione critica e imparziale di ciò che accade in Siria è di cruciale importanza, per invertire la marea dell’escalation militare verso una grande guerra regionale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru 

La contro-rivoluzione in Medio Oriente

Thierry Meyssan* Voltairenet Damasco (Siria) 11 Maggio 2011

L'immagine che ha fatto scandalo negli Stati Uniti: durante il G20, Obama si inchina verso il re saudita e gli bacia la mano.

Un clan saudita, i Sudairi, è al centro dell’onda contro-rivoluzionaria lanciata sul Medio Oriente dagli Stati Uniti e da Israele. In una sintesi completa, pubblicata a puntate sul più grande quotidiano in lingua russa, Thierry Meyssan da Damasco disegna il quadro generale delle contraddizioni che travagliano la regione. 
 
In pochi mesi, sono caduti tre governi filo-occidentali nel mondo arabo: il parlamento ha rovesciato il governo libanese di Saad Hariri, mentre i movimenti popolari cacciavano Zine el-Abbidine Ben Ali dalla Tunisia, e poi arrestato Hosni Mubarak in Egitto. Questi cambiamenti di regime sono accompagnati da manifestazioni contro il dominio degli Stati Uniti e il sionismo. Essi avvantaggiano politicamente l’Asse della Resistenza, incarnato a livello statale da Iran e Siria, e sul piano sub-statale da Hezbollah e Hamas. Per condurre la contro-rivoluzione in questa regione, Washington e Tel Aviv hanno usato il loro miglior supporto: il clan Sudairi, che interpreta più di ogni altro il dispotismo al servizio dell’imperialismo.

I Sudairi
Probabilmente non ne avete mai sentito parlare, eppure i Sudairi sono l’organizzazione politica più ricca del mondo da diversi decenni. I Sudairi sono, tra i cinquantatré figli del re Ibn Saud, fondatore dell’Arabia Saudita, i sette che sono stati generati dalla principessa Sudairi. Il loro capo era il re Fahd, che governò dal 1982 al 2005. Non sono più di sei dalla sua morte. Il più anziano è il principe Sultan, ministro della Difesa dal 1962, 85 anni. Il più giovane è il Principe Ahmed, vice ministro degli interni dal 1975, 71 anni. Dagli anni ’60, è stato il loro clan che ha organizzato, strutturato e finanziato i regimi fantoccio pro-occidentali del “Grande Medio Oriente”. Qui, un passo indietro è necessario.
L’Arabia Saudita è una entità giuridica creata dagli inglesi durante la Prima Guerra Mondiale, per indebolire l’Impero Ottomano. Anche se Lawrence d’Arabia aveva inventato il concetto di “nazione araba”, non è mai riuscito a rendere questo Paese una nuova nazione, per non parlare di uno stato. E’ stata ed è, proprietà privata dei Saud. Come è stato dimostrato dall’inchiesta inglese sullo scandalo Al-Yamamah, nel ventunesimo secolo non esistono ancora conti bancari o bilanci del regno; sono i conti della famiglia reale ad essere utilizzati per amministrare ciò che resta una loro proprietà privata.
Dopo la seconda guerra mondiale, non avendo più il Regno Unito i mezzi del proprio imperialismo, questo territorio passò sotto la sovranità degli Stati Uniti. Il presidente Franklin D. Roosevelt fece un accordo con re Ibn Saud: la famiglia dei Saud garantiva la fornitura di petrolio agli Stati Uniti e, in cambio, essi assicuravano l’assistenza militare necessaria per mantenere i Saud al potere. Questa alleanza è nota come Accordo del Quincy, negoziato sulla nave che aveva questo nome. Si trattava di un accordo, non un trattato, perché non lega due stati, ma uno stato e una famiglia. 
Il re fondatore, Ibn Saud, che aveva 32 mogli e 53 figli, delle gravi rivalità tra i potenziali successori non tardarono ad emergere. Così fu poi deciso che la corona non si trasmetteva di padre in figlio, ma da fratellastro a fratellastro. Cinque figli di Ibn Saud si sono già installati sul trono. L’attuale re, Abdullah I, 87 anni, è un uomo piuttosto aperto, anche se del tutto in contatto con la realtà contemporanea. Consapevole del fatto che l’attuale sistema dinastico sta finendo, vuole riformare le regole della successione. Il sovrano sarebbe quindi nominato dal Consiglio del regno, cioè  dai rappresentanti dei vari rami della famiglia reale, e potrebbe essere di una generazione più giovane. Questa idea saggia non soddisfa i Sudairi. Infatti, data la rinuncia al trono per diversi motivi di salute o di sibaritismo, i prossimi tre candidati appartengono al clan: il principe Sultan, già nominato ministro degli Interni, 85 anni, il principe Naif, ministro della Interni, 78 anni, e il principe Salman, governatore di Riyadh, 75 anni. Se si dovesse applicare la nuova regola dinastica, andrebbe a loro detrimento. Resta quindi inteso che Sudairi, che non hanno mai amato il loro fratellastro, re Abdullah, ora lo odiano. Si comprende anche che hanno deciso di gettare tutte le loro forze nella battaglia in corso. 
 
Il ritorno di Bandar Bush
Alla fine degli anni ’70, il clan Sudairi era guidato dal principe Fahd. Aveva notato le rare qualità di uno dei figli di suo fratello Sultan: il Principe Bandar. Lo mandò a negoziare dei contratti di armi a Washington, e l’aveva apprezzato il modo con cui comprò l’accordo del presidente Carter. Quando Fahd salì al trono nel 1982, fece del principe Bandar il suo uomo di fiducia. Lo nominò addetto militare, e poi ambasciatore, a Washington, incarico che mantenne  per tutto il regno, fino al suo licenziamento improvviso da parte di re Abdullah, nel 2005. Figlio del principe Sultan e uno schiava libica, il principe Bandar è una personalità brillante e spietata, che si è insediata all’interno della famiglia reale, nonostante lo stigma legato alla sua origine materna. Ora è il braccio operativo del clan gerontocratico dei Sudairi. Durante la sua lunga permanenza a Washington, il principe Bandar fece amicizia con la famiglia Bush, in particolare con George H. Bush, da cui era inseparabile. Quest’ultimo piace dipingerlo come il figlio che avrebbe voluto, tanto che il suo soprannome nella capitale era “Mr. Bandar Bush“. Ciò che George H. – ex direttore della CIA e presidente degli USA – apprezzava di più di lui, era il suo gusto per l’azione illegale.
Il signor Bandar Bush si è integrato nell’alta società degli Stati Uniti. È sia un governatore a vita dell’Istituto Aspen che membro del Bohemian Grove. Il pubblico britannico ha scoperto la sua esistenza con lo scandalo Al-Yamamah: il più grande contratto di armi e il caso di corruzione più significativo nella storia. Nel corso di due decenni (1985-2006), la British Aerospace, poi ribattezzata BAE Systems, ha venduto 80 miliardi dollari di armi all’Arabia Saudita, mentre tranquillamente donava una parte di questa manna ai conti bancari di politici sauditi e, probabilmente, britannici, tra cui 2 miliardi di dollari al solo principe Bandar. È che Sua Altezza ha un sacco di spese. Il principe Bandar s’è fato carico di numerosi  combattenti arabi addestrati dai servizi segreti pakistani e sauditi durante la Guerra Fredda, per combattere l’Armata Rossa in Afghanistan, su richiesta della CIA e dell’MI6. Naturalmente, la figura più conosciuta di questo ambiente non era altri che il miliardario anti-comunista, divenuto guru della jihad, Osama bin Laden.
E’ impossibile dire con precisione di quanti uomini dispone il principe Bandar. Nel corso del tempo, vediamo la sua mano in molti conflitti e atti terroristici in tutto il mondo musulmano, dal Marocco al Xinkiang della Cina. Per esempio, possiamo ricordare il piccolo esercito che s’era impiantato in un campo palestinese in Libano, Nahr el-Bared, col nome di Fatah al-Islam. La missione di questi combattenti era quella di sollevare i rifugiati palestinesi, in gran parte sunniti, e proclamare un emirato indipendente e di combattere Hezbollah.  L’operazione fallisce, gli stipendi dei mercenari non sono stati pagati in tempo. In definitiva, nel 2007, gli uomini del principe Bandar si trincerarono nel campo. 30.000 palestinesi furono costretti a fuggire, mentre l’esercito libanese combatté una battaglia per due mesi per riprendersi il campo. Questa operazione era costata la vita a 50 mercenari, 32 civili palestinesi e 68 soldati libanesi.
Nei primi mesi del 2010, Bandar mise in scena un colpo di stato per rovesciare il re Abdullah e mettervi al suo posto il padre, Sultan. Il complotto fu scoperto e Bandar cadde in disgrazia, senza perdere i suoi titoli ufficiali. Ma alla fine del 2010, col declino della salute del re e con i suoi interventi chirurgici che si moltiplicavano, i Sudairi ed ha ripreso la mano ed imposero il suo ritorno con il supporto dell’amministrazione Obama. E’ stato dopo aver visitato il re, che era stato ricoverato a Washington, e aver concluso troppo in fretta che stava morendo, che il Primo Ministro libanese Hariri si affiancò ai Sudairi. Saad Hariri è un saudita, nato a Riyadh, ma con doppia nazionalità. Mantiene la fortuna di suo padre, che doveva tutto ai Saud. E’ quindi obbligato al re ed è divenuto Primo Ministro del Libano su suo incitamento, mentre il Dipartimento di Stato USA era preoccupato per la sua capacità di occupare la carica.
Durante il periodo in cui ha obbedito al re Abdullah, Saad Hariri ha cominciato a riconciliarsi con il presidente Bashar al-Assad. Aveva ritirato le accuse che gli aveva fatto, circa l’assassinio di suo padre, Rafik el-Hariri, e si rammaricò di essere stato manipolato per poter creare artificialmente tensioni tra il Libano e la Siria. Appoggiandosi ai Sudairi, Saad ha fatto un voltafaccia politico. In una notte, ha rinunciato alla politica di accondiscendenza di re Abdullah nei confronti di Siria e Hezbollah, e ha lanciato un’offensiva contro il regime di Bashar el-Assad, per il disarmo di Hezbollah e un compromesso con Israele. Tuttavia il re Abdullah si svegliò dal suo stato semi-comatoso e non fu lento ad esigere la resa dei conti. Privato di questo sostegno essenziale, Saad Hariri e il suo governo sono stati rovesciati dal Parlamento libanese, a favore di un altro miliardario bi-nazionale, Najib Mikati, meno avventuroso. Come punizione, il re Abdullah ha avviato un’indagine sulla principale società saudita di Hariri, ed arrestato alcuni dei suoi collaboratori per truffa.

Le legioni dei Sudairi
I Sudairi hanno deciso di lanciare la contro-rivoluzione in tutte le direzioni. In Egitto, dove hanno finanziato da una parte Mubarak, e dall’altra i Fratelli Musulmani, che hanno ora imposto un’alleanza tra la Confraternita e gli ufficiali filo-Usa. Nel complesso, questa nuova coalizione ha condiviso il potere, escludendo i dirigenti della rivoluzione di Tahrir Square. Ha rifiutato la convocazione di una Assemblea Costituente, limitandosi a modificare marginalmente la costituzione. In primo luogo, ha dichiarato l’Islam religione di Stato, a danno della minoranza cristiana copta (circa il 10%) che era stata oppressa da Hosni Mubarak e si era mobilitata in massa contro di lui. Inoltre, il dottor Mahmoud Izzat, numero due dei fratelli, chiede la rapida introduzione della sharia e il ripristino delle punizioni islamiche. Il giovane Wael Ghoneim, che aveva svolto un ruolo di primo piano nel rovesciamento del tiranno, è stato escluso dal podio della manifestazione della vittoria, il 18 febbraio, cui parteciparono circa 2 milioni di persone. Al contrario, il predicatore vedette dei Fratelli, Youssef al-Qardawi, tornando dopo 30 anni di esilio in Qatar, a potuto parlare a lungo. Lui, che era stato privato della cittadinanza da Gamal Abdel Nasser, fu eretto a incarnazione della nuova era: quella della sharia e della coesistenza pacifica con il regime sionista di Tel Aviv. Il Nobel per la Pace Muhammad el-Baradei, che i Fratelli Musulmani hanno scelto come portavoce durante la rivoluzione per darsi un’immagine di apertura, è stato aggredito fisicamente dai fratelli stessi, durante il referendum costituzionale, ed è stato scacciato dalla scena politica.
I Fratelli musulmani hanno annunciato il loro ingresso formale in politica, con la creazione di un nuovo partito, Libertà e Giustizia, sostenuto dal National Endowment for Democracy (NED) e imitando l’immagine della turca AKP (Hanno scelto la stessa strategia in Tunisia con il Partito del Rinascimento). In questo contesto, violenze sono state perpetrate contro le minoranze religiose. Così due chiese copte sono state bruciate. Lungi dal punire gli aggressori, il Primo Ministro ha fatto loro una promessa: ha licenziato il governatore che aveva nominato, nella provincia di Qenna, lo stimato generale Imad Mikhael… perché non è un musulmano sunnita, ma un cristiano copto. 
In Libia, i Sudairi hanno inviato combattenti armati in Cirenaica, fino a quando i franco-britannici non hanno dato il segnale di insurrezione contro il governo di Tripoli. Sono quelli che distribuivano le armi e le bandiere rosso-nero-verde con stella e mezzaluna, simboli della monarchia Senoussi, la storica prottetrice dei Fratelli Musulmani. Il loro obiettivo è quello di uccidere il sobillatore Gheddafi e ripristinare il principe Mohammed sul trono di quello che fu il Regno Unito di Libia. Il Consiglio di Cooperazione del Golfo è stato il primo a chiedere un intervento armato contro il governo di Tripoli. E fu, in sede di Consiglio, la delegazione saudita che ha condotto le manovre diplomatiche affinché la Lega Araba sostenesse l’attacco degli eserciti occidentali. Da parte sua, il colonnello Gheddafi aveva assicurato in numerosi discorsi, che non vi era nessuna rivoluzione in Cirenaica, ma che il suo paese era di fronte ad una operazione di destabilizzazione di al-Qaida; affermazioni che hanno fatto sorridere, a torto, e che sono state confermate dal comandante di US Africa Command in persona: ricordiamo il malessere del generale Carter F. Ham,  comandante delle prime operazioni militari USA, prima di essere assunte dalla NATO. Fu sorpreso di dover scegliere i propri obiettivi sulla base di spie sul terreno, note per aver combattuto contro le forze alleate in Afghanistan: in breve, gli uomini di bin Ladin.
Il Bahrain, nel frattempo, si presenta come un regno indipendente dal 1971. In realtà,  è ancora un territorio governato dagli inglesi. Avevano scelto, ai loro tempi, come primo ministro il principe Khalifa e l’hanno mantenuto in questa posizione per 40 anni ininterrottamente, dalla finzione dell’indipendenza ad oggi. Una continuità che non dispiace ai Sudairi. Re Hamad ha rilasciato una concessione agli Stati Uniti, che hanno installato nel porto di Juffair il quartier generale navale del Comando Centrale e della Quinta Flotta. In queste circostanze, la richiesta popolare di una monarchia costituzionale, significa accesso a una reale indipendenza, la fine del dominio britannico, e la partenza delle truppe statunitensi. Un tale sviluppo certamente non mancherebbe di allargarsi in Arabia Saudita, minacciando le fondamenta del sistema.
I Sudairi hanno convinto il re del Bahrain a schiacciare ogni speranza del popolo nel sangue. Il 13 marzo, il Segretario della Difesa USA Robert Gates giunse per installare il coordinamento delle operazioni a Manama, che sono iniziate la giornata dopo, con l’ingresso delle forze speciali saudite sotto il comando del principe Nayef, conosciute come “le Aquile di Nayef”. In pochi giorni, tutti i simboli della protesta sono stati distrutti, tra cui il monumento pubblico, una volta eretto nella piazza della Perla. Centinaia di persone sono morte o disperse. La tortura, che era stata abbandonata per quasi un decennio, è stato nuovamente diffusa. Medici e infermieri che hanno curato i manifestanti feriti, sono stati arrestati nei loro ospedali, tenuti in isolamento, e portati davanti a tribunali militari. Tuttavia, la cosa più importante in questa terribile repressione, è la volontà di trasformare una classica lotta di classe tra un intero popolo e una classe di privilegiati venduti all’imperialismo straniero, in un conflitto settario. La maggioranza dei bahreini è sciita, mentre la famiglia regnante è sunnita, è lo sciismo, veicolo dell’ideale rivoluzionario di Ruhollah Khomeini, che è stato designato come bersaglio. In un mese, le “Aquile di Nayef” hanno raso al suolo 25 moschee sciite, e danneggiate altre 253.
21 dei principali dirigenti della protesta politica saranno presto processati da un tribunale speciale. Affrontano la pena di morte. Più che su gli sciiti, la monarchia si accanisce su Ibrahim Sharif, il presidente del partito Waed (sinistra laica), che accusa di non giocare il gioco settario, essendo sunnita. Senza la capacità di destabilizzare l’Iran, i Sudairi hanno concentrato i loro attacchi contro la Siria.

La destabilizzazione della Siria
Ai primi di febbraio, quando il paese non era a conoscenza di nessuna manifestazione, una pagina dal titolo The Syrian Revolution 2011 fu creata su Facebook. Faceva appello alla ‘Giornata della collera’ Venerdì 4; appello trasmesso da Al-Jazeera, ma non aveva suscitato alcun eco. Al-Jazeera aveva deplorato la mancanza di reazione e stigmatizzava la Siria come il “regno del silenzio” (sic).La denominazione The Syrian Revolution 2011 è sconcertante: in inglese è caratterizzata da slogan pubblicitari. Ma quale vero rivoluzionario potrebbe pensare che se non riesce a realizzare il suo ideale, nel 2011, poi possa tornare a dormire a casa? Più strano, nel giorno della sua creazione, questa pagina di Facebook aveva già registrato oltre 80.000 amici. Un tale entusiasmo in poche ore, seguito dal nulla, evoca una manipolazione effettuata con il software per creare degli account. Soprattutto perché i siriani fanno un uso moderato di Internet e non hanno l’accesso all’ADSL che dal 1° gennaio.
I guai cominciarono dopo un mese, a Deraa, una cittadina rurale situata al confine giordano ed a pochi chilometri da Israele. Degli sconosciuti hanno pagato degli adolescenti per scrivere graffiti antigovernativi sui muri della città. La polizia locale ha arrestato gli studenti e li ha trattati come criminali, per il dispiacere delle loro famiglie. I notabili locali che avevano l’intenzione di risolvere la controversia sono stati allontanati dal governatore come malintenzionati. I giovani sono stati picchiati. Le famiglie hanno furiosamente attaccato la stazione di polizia per liberarli. La polizia ha risposto con brutalità ancora maggiore, uccidendo dei manifestanti. Il presidente Bashar al-Assad è poi intervenuto per punire la polizia e il governatore -che non è  altro che uno dei suoi cugini che aveva nominato a Deraa, lontano dalla capitale, perché si facesse dimenticare. Un’inchiesta è stata aperta per far luce sui crimini della polizia, i funzionari responsabili della violenza sono stati incriminati e posti sotto indagine e messi a riposo. Dei ministri sono stati spinti a presentare scuse e condoglianze da parte del governo alle famiglie delle vittime, scuse e condoglianze che sono state pubblicamente accettate.
Tutto avrebbe dovuto tornare alla normalità. Improvvisamente dei cecchini mascherato, posti sui tetti, hanno sparato sulla folla e contro la polizia, gettando la città nel caos. Approfittando della confusione, gli uomini armati sono andati fuori città per attaccare un edificio governativo che ospitava l’intelligence responsabile per l’osservazione del territorio delle Alture del Golan siriane occupate da Israele. I servizi di sicurezza hanno aperto il fuoco per difendere l’edificio e il suo archivio. Ci sono stati morti da entrambe le parti. I notabili hanno chiesto protezione all’esercito dagli assalitori che hanno aggredito la città. Tremila uomini e dei carri armati sono stati dispiegati per proteggere gli abitanti. In ultima analisi, una battaglia ha opposto dei combattenti infiltrati all’esercito siriano, in una sorta di remake dell’assedio di Nahr el-Bared da parte dell’esercito libanese. Solo che questa volta, i media internazionali hanno distorto i fatti e hanno accusato l’esercito siriano di attaccare la popolazione di Deraa.
Nel frattempo, degli scontri sono scoppiati a Lattakia. Questo porto è la patria delle mafie che da tempo sono specializzate nel contrabbando marittimo. Questi individui hanno ricevuto armi e denaro dal Libano. Hanno vandalizzato il centro della città. La polizia è intervenuta. Su ordine presidenziale, la polizia era armata solo di manganelli. I malviventi allora sono spuntati con le armi da guerra e hanno ucciso decine di poliziotti disarmati. Lo stesso scenario si è ripetuto nella vicina città di Banias, una città di minore importanza, ma molto più strategica, in quanto ospita la principale raffineria di petrolio del paese. Questa volta la polizia ha usato le armi e il confronto si è trasformato in una battaglia campale. Infine, a Homs, una grande città del centro, degli individui giunti per partecipare a una preghiera in una moschea, hanno invitato i seguaci fondamentalisti a manifestare contro “il regime che sta uccidendo i nostri fratelli a Latakia”.
Reagendo ai disordini, la popolazione siriana è scesa in massa per affermare il proprio sostegno alla Repubblica. Delle grandi manifestazioni, che il paese non aveva mai conosciuto nella sua storia, hanno riunito centinaia di migliaia di persone a Damasco, Aleppo e Latakia, al grido di “Dio, Siria, Bashar!“.
Mentre gli scontri si sono inaspriti nelle località interessate, la polizia è riuscita ad arrestare i combattenti. Secondo la loro confessione televisiva, sono stati reclutati, armati e pagati da un deputato libanese di Hariri, Jamal Jarrah, che nega le accuse. Jamal Jarrah è un amico del principe Bandar. Il suo nome era stato citato nel caso di Fatah al-Islam a Nahr el-Bared. E’ un cugino di Ziad Jarrah, un jihadista accusato dall’FBI di essere responsabile del dirottamento del volo 93 che si schiantò in Pennsylvania, l’11 settembre 2001. E’ anche cugino dei fratelli Ali e Yousef Jarrah, arrestati dall’esercito libanese nel novembre 2008 per spionaggio a favore di Israele.
Jamal Jarrah è un membro segreto dei Fratelli Musulmani, anche se egli lo nega. Nel 1982, i fratelli hanno cercato di prendere il potere in Siria. Hanno fallito e furono vittime di una terribile massiccia repressione. Si credeva che i dolorosi ricordi siano stati dimenticati, perché un’amnistia fu proclamata dal presidente Bashar al-Assad. Non è così, questo ramo dei fratelli, ora è finanziato dai Sudairi che una volta li aveva scomunicati. Il ruolo della Confraternita di Banias negli scontri di oggi, è riconosciuto da tutti. Jamal Jarrah avrebbe anche usato i militanti libanesi di Hizb ut-Tahrir, un’organizzazione islamista con sede a Londra, e particolarmente attiva in Asia centrale. Hizb ut-Tahrir, che si dichiara non violenta, è accusata di aver architettato molti attacchi nella valle di Ferghana. Soprattutto per combatterla, la Cina ha iniziato il suo riavvicinamento con la Russia nel Shanghai Cooperation Organization. Nonostante un ampio dibattito nella Camera dei Comuni, i funzionari londinesi del gruppo non sono mai stati disturbati e tutti occupano posizioni di alti dirigenti nelle multinazionali anglo-americane. Hizb ut-Tahrir ha aperto una succursale in Libano lo scorso anno. In questa occasione, ha organizzato una conferenza in cui aveva invitato personalità straniere, tra cui un intellettuale russo di fama internazionale. Durante le discussioni, gli organizzatori hanno chiesto l’istituzione di uno stato islamico, affermando che per loro, sciiti e drusi libanesi, e anche alcuni sunniti, non sono veri musulmani e dovrebbero essere deportati come i cristiani. Stupito da questi eccessi, l’ospite russo si è affrettato a dare interviste televisive per prendere le distanze da questi fanatici.
Le forze di sicurezza siriane, all’inizio sono state travolte dagli eventi. Formatisi in URSS, gli alti ufficiali hanno usato la forza, senza preoccuparsi delle conseguenze sulla popolazione. Tuttavia, la situazione s’è progressivamente invertita. Il presidente Bashar al-Assad ha assunto il controllo. Ha cambiato il governo. Ha abrogato lo stato di emergenza e sciolto la Corte di sicurezza dello Stato. Ha concesso la cittadinanza a migliaia di curdi siriani cui era storicamente negata, dopo un censimento contestato.  Inoltre,  ha adottato varie misure categoriali, come l’abrogazione delle sanzioni per il ritardato pagamento delle imprese pubbliche (elettricità, ecc).  In tal modo, ha soddisfatto le richieste principali della popolazione e l’opposizione si è prosciugata. Nel “Giorno della sfida“, Venerdì 6 maggio, tutti i manifestanti del paese non hanno raggiunto le 50000 persone su una popolazione di 22 milioni.
Soprattutto, il nuovo ministro degli Interni, Mohammad al-Sha’ar, ha chiesto a tutti coloro che si sarebbero lasciati coinvolgere nei disordini, di andare volontariamente alla polizia e di ottenere l’amnistia in cambio di informazioni complete. Più di 1100 persone hanno risposto. In pochi giorni, le filiere principali sono state smontate e molti nascondigli di armi sequestrati. Dopo cinque settimane di violenze, la calma lentamente ritorna in quasi tutte le città colpite. Tra i leader identificati e arrestati, parecchi sarebbero ufficiali  israeliani o libanesi, e uno sarebbe un politico libanese vicino a Saad Hariri. Questo tentativo di destabilizzazione avrà dunque un seguito. 
 
Un complotto scoperto
Ciò che era originariamente un complotto per rovesciare le autorità siriane, si è trasformato in un ricatto pubblico alla destabilizzazione. Notando che la ribellione non ce la faceva, i quotidiani arabi anti-siriani hanno spudoratamente evocato le contrattazioni in corso. Hanno raccontato dei viaggi dei negoziatori venuti a Damasco per presentare le esigenze dei Sudairi. Se dobbiamo credere ai giornali, la violenza si fermerà solo quando Bashar al-Assad si sarà piegato a due pretese:
– rompere con l’Iran;
– e smettere di sostenere la resistenza in Palestina, Libano e Iraq.

La propaganda internazionale
I Sudairi vogliono un intervento militare occidentale per porre fine alla resistenza siriana, nel modo in cui avviene l’aggressione contro la Libia. Per fare questo, hanno mobilitato gli specialisti di propaganda.
Con sorpresa di tutti, la stazione TV satellitare Al-Jazeera ha improvvisamente cambiato la sua linea editoriale. Non è un segreto che la stazione è stata creata dalla volontà dei fratelli David e Jean Frydman, i miliardari francesi che erano consiglieri di Ytzakh Rabin e Ehud Barak. Volevano creare un mezzo che consentisse un dibattito tra israeliani e arabi, mentre il dibattito era vietato per legge in ogni paese interessato. Per creare la catena TV, hanno sollecitato l’emiro del Qatar, che inizialmente aveva svolto il ruolo di copertura. La squadra di redazione è stata assunta dal servizio arabo della BBC, in modo che la maggior parte dei giornalisti fossero da  subito degli agenti britannici dell’MI6. Tuttavia, l’Emiro ha preso il controllo politico della catena, che è diventato il braccio operativo del suo principato. Per anni, Al-Jazeera ha infatti giocato un ruolo di moderazione, promuovendo il dialogo e la comprensione nella regione. Ma la catena TV ha anche contribuito a banalizzare il sistema dell’apartheid israeliano, come se le violenze di Tsahal non fossero che errori sfortunati di un regime accettabile, mentre invece sono l’essenza del sistema.
Al-Jazeera, che ha coperto in modo eccezionale le rivoluzioni in Tunisia e in Egitto, ha improvvisamente cambiato la sua linea editoriale, nel caso libico, per diventare il portavoce dei Sudairi. Questo voltafaccia merita una spiegazione. L’attacco alla Libia era in origine un piano franco-britannico concepito nel novembre 2010, vale a dire ben prima della “primavera araba“, cui gli Stati Uniti sono stati coinvolti. Parigi e Londra avevano dei conti da regolare con Tripoli, e dovevano difendere i loro interessi coloniali. Infatti, nel 2005-06, la NOC, la National Oil Company della Libia, aveva lanciato tre gare d’appalto internazionali per l’esplorazione e lo sfruttamento delle sue riserve, le più grandi in Africa. Il colonnello Gheddafi aveva imposto le sue regole del gioco. Le imprese occidentali avevano concluso vari accordi, sicuramente vantaggiosi, ma assi poco ai loro occhi. Si trattava dei contratti meno favorevoli alle multinazionali in tutto il mondo. C’erano anche diversi contenziosi relativi alla cancellazione di lucrosi contratti per attrezzature e armamenti.
Fin dai primi giorni della presunta rivolta di Bengasi, Parigi e Londra hanno istituito un Consiglio nazionale di transizione che la Francia ha ufficialmente riconosciuto come il legittimo rappresentante del popolo libico. Questo Consiglio ha creato una nuova società  petrolifera, la LOC, che è stata riconosciuto dalla comunità internazionale al vertice di Londra, in qualità di titolare del diritto pieno sugli idrocarburi del paese. Durante la rapina, è stato deciso che la commercializzazione del petrolio, rubato dalla LOC, sarebbe stato fatta dal … Qatar, e il gruppo di contatto degli stati alleati s’incontrano oramai a Doha. Immediatamente, il consulente religioso del network TV, Youssef al-Qardawi, s’è scatenato ogni giorno per chiedere il rovesciamento del presidente Bashar el-Assad. Sheikh al-Qardawi è presidente dell’Unione internazionale degli Ulema e anche del Consiglio europeo per la Fatwa e la Ricerca. E’ il volto dei Fratelli musulmani e sostiene un Islam originale, un mix di “democrazia di mercato” all’americana e di oscurantismo saudita: riconosce il principio dei funzionari eletti, a condizione che si impegnano a imporre la Sharia nella sua interpretazione più ristretta.
Youssef al-Qardawi è stato raggiunto dall’ulema saudita Saleh Al-Haidan che ha fatto appello a “uccidere un terzo dei siriani affinché gli altri due terzi vivano” (sic). Uccidere un terzo dei siriani? Questo significa uccidere cristiani, ebrei, sciiti, drusi e alawiti. Affinché i due terzi vivano? Vale a dire, per creare uno Stato sunnita, prima bisogna purificare la propria comunità. Finora, solo il ramo palestinese dei Fratelli musulmani, Hamas, sembra refrattario al potere di seduzione dei petrodollari di Sudairi. Il suo leader, Khaled Meshaal, non senza un attimo di esitazione, ha confermato che sarebbe rimasto in esilio a Damasco e ha sostenuto il presidente al-Assad. Con l’aiuto di quest’ultimo, ha cercato di prevenire i piani imperialista e sionista negoziando un accordo con Fatah di Mahmoud Abbas.
Da marzo, al-Jazeera, BBC in arabo e France24 in arabo, si sono trasformati in organo di propaganda di massa. A colpi di false testimonianze e di immagini manipolate, raccontano degli eventi fabbricati per piazzare sulla Repubblica siriana gli stereotipi del regime tunisino di Ben Ali. Cercano di far credere che l’esercito siriano sia una forza di repressione simile a quella della polizia tunisina, e che non esita a sparare contro dei pacifici cittadini che lottano per la loro libertà. Questi media hanno anche annunciato la morte di un giovane soldato che s’è rifiutato di sparare sui suoi concittadini ed è stato torturato a morte dai suoi superiori. In effetti, l’esercito siriano è un esercito di leva, e il giovane soldato di cui lo stato civile era stato pubblicato, era in congedo. Questo si è spiegato alla televisione siriana ha dichiarato la sua volontà di difendere il suo paese contro i mercenari stranieri.
O ancora, questi canali satellitari hanno cercato di presentare diverse personalità siriane come dei profittatori, come i parenti di Ben Ali. Hanno concentrato la loro critiche su Rami Makhlouf, l’uomo più ricco del paese, che è un cugino del presidente al-Assad. Hanno preteso che, sul modello tunisino, chiedevano tangenti a tutte le società straniere che intendevano stabilirsi nel paese. Questo è assolutamente infondato ed inimmaginabile nel contesto della Siria. In realtà, Rami Makhlouf ha goduto della fiducia del presidente al-Assad nella concessione della telefonia cellulare. E come tutti coloro che hanno ottenuto concessioni simili nel mondo, è diventato un miliardario. La vera questione è se ha o non ha usato la sua posizione per arricchirsi a spese dei consumatori. La risposta è no: Syriatel offre le tariffe per telefono cellulare più economiche dal mondo!
Comunque, la palma della menzogna spetta di nuovo ad Al-Jazeera. Al-Jazeera si spinge fino al punto di presentare le immagini di una manifestazione di 40000 moscoviti che reclamano lo stop del sostegno della Russia alla Siria. In realtà era stato girato durante l’evento annuale del 1° maggio, in cui la catena aveva inserito degli attori per creare dei falsi micro-sostenitori.

La riorganizzazione delle reti del principe Bandar e l’amministrazione Obama
Il dispositivo Contro-rivoluzionario dei Sudairi incontra una certa difficoltà: finora i mercenari del principe Bandar hanno combattuto sotto la bandiera di Osama bin Laden, in Afghanistan, Bosnia, Cecenia o altrove. Inizialmente considerato un anticomunista, Bin Ladin era progressivamente diventato un anti-occidentale. Il suo movimento è stato segnato dall’ideologia dello scontro di civiltà proposto da Bernard Lewis, e resa popolare dal suo allievo Samuel Huntington. Ha avuto il suo periodo di gloria con gli attentati dell’11 settembre e la guerra al terrorismo: gli uomini di Bandar perpetravano disordini ovunque gli Stati Uniti volevano intervenire.
Nel periodo attuale, è necessario cambiare l’immagine dei jihadisti. Oramai si chiede loro di combattere a fianco della NATO, come una volta hanno combattuto al fianco della CIA in Afghanistan, contro l’Armata Rossa. Si dovrebbe quindi tornare al discorso filo-occidentale del passato e trovare un’altra sostanza che non l’anticomunismo. Questo sarà il lavoro ideologico dello sceicco Youssef al-Qardawi. Per facilitare questa trasformazione, Washington ha annunciato ufficialmente la morte di Usama bin Ladin. Scomparsa questa figura tutelare, i mercenari del principe Bandar possono essere mobilitati sotto una nuova bandiera. Questa ridistribuzione dei ruoli è accompagnata da un gioco delle sedie a Washington. Il generale David Petraeus, che come comandante del Centcom era quello che trattava con gli uomini di Bandar in Medio Oriente, è diventato direttore della CIA. Dobbiamo quindi aspettarci un ritiro accelerato delle truppe della NATO in Afghanistan, e un maggiore coinvolgimento degli uomini di Bandar nelle operazioni segrete dell’Agenzia.
Leon Panetta, il direttore uscente della CIA, diventa Segretario della Difesa. Secondo l’accordo interno alla classe dirigente degli Stati Uniti, questa carica dovrebbe essere riservata ad un membro della Commissione Baker-Hamilton. Ora il democratico Panetta, -come il repubblicani Gates- ne è stato membro. Nel caso di nuove guerre, dovrebbe limitare lo schieramento a terra, fatta eccezione per le Forze Speciali. A Riyadh e a Washington, si traccia già il certificato di morte della “primavera araba“. I Sudairi possono dire del Medio Oriente quello che il Gattopardo diceva dell’Italia: “deve cambiare tutto affinché nulla cambi, e che noi rimaniamo i padroni.”    

Thierry Meyssan Intellettuale francese, fondatore e presidente del Réseau Voltaire e della conferenza Axis for Peace. Pubblica analisi della politica estera sulla stampa araba, dell’America Latina e della Russia. Ultimo libro in francese: L’Effroyable imposture: Tome 2, Manipulations et désinformations (éd. JP Bertand, 2007). 

Fonte: Komsomolskaya Pravda (Russia) [Scritto a fine aprile, questo testo è stato completato nella sua edizione francese, per riflettere i recenti sviluppi.]

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

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