“La Madre di tutte le battaglie”

Dmitrij Minin Strategic Culture Foundation 14.06.2013

936417L’esercito siriano espande con successo la sua operazione più importante dall’inizio della guerra civile, lanciata il 9 giugno. Questa operazione, “Tempesta del Nord”, è volta a liberare la roccaforte principale dell’opposizione, Aleppo, città più grande e più importante centro economico del Paese, che si trova vicino al confine turco, dalle forze ribelli. E’ possibile che questa sarà la battaglia decisiva di tutta la guerra, non c’è da meravigliarsi che il Presidente Bashar al-Assad la chiami “la madre di tutte le battaglie”. Dopo molti mesi di confusione ed errori, le decisioni militari e politiche del leader del Paese e il comando dell’esercito siriano sono sorprendenti nella loro lungimiranza e anche nella loro eleganza strategica. Invece di correre per il Paese sprecando le forze, un errore compiuto nelle fasi precedenti, l’esercito occupa i punti chiave, tagliando le linee più importanti delle comunicazioni e degli approvvigionamento dell’opposizione, quindi determinando infallibilmente la direzione dei principali attacchi. E la leadership politica altrettanto abilmente si assicura l’aiuto degli alleati e la tutela dei fianchi dell’esercito. Ad esempio, dopo la vittoria di al-Qusayr, tutti si aspettavano che il governo iniziasse il rastrellamento a lungo atteso dei ribelli nelle vicinanze di Homs, la terza città più grande del Paese (oltre 800.000 abitanti), tuttavia, si è limitato a circondare i ribelli, trasferendosi a nord verso la Turchia, da cui minaccia il pericolo più grande. Rischioso? Sì, ma del tutto giustificato. Non è difficile vedere perché l’esercito compie una simile mossa, prima il fianco sinistro sul Libano viene protetto militarmente, e il fianco destro sull’Iraq è protetto diplomaticamente. Al tergo, importanti centri di difesa vicino alla Giordania sono stati messi sotto controllo all’inizio di quest’anno. Il momento è stato scelto in modo perfetto riguardo alla situazione in Turchia che, essendo preda delle turbolenze interne, è improbabile voglia invadere la Siria. In sostanza, ad Ankara i ribelli siriani “hanno perso sia il supporto militare che la copertura diplomatica da parte dello Stato più vicino e più amichevole verso di loro.” (1)
In larga misura le truppe devono il loro successo al talento militare del Vicecomandante in Capo delle Forze Armate della Siria, Ministro della Difesa dal luglio 2012, il Colonnello-Generale Fahd Jassim al-Freij (nato il 1 gennaio 1950 a Hama, ha ricevuto un’istruzione militare in Siria, è stato incluso nelle “lista nera” del governo statunitense) che, per inciso, è un sunnita che parla della tolleranza religiosa del regime di Damasco. (2) L’obiettivo della prima fase dell’operazione “Tempesta del Nord” è “liberare la strada statale che collega Aleppo con Azaz sul confine turco-siriano, che era controllata dai combattenti dell’opposizione da oltre un anno e che ha un significato strategico per il supporto logistico ai ribelli ad Aleppo”, ha riferito una fonte del comando dell’esercito all’agenzia di informazioni siriana Suria al-An. Domenica scorsa le truppe hanno attaccato postazioni dei ribelli lungo l’asse che passa per le città di Kafar-Hamra, Anadan, Haraytan e Atarib, sostenute da mezzi blindati. Feroci battaglie continuano in prossimità della base aerea militare di Minigh vicino Aleppo. (3) Le divisioni di Hezbollah ancora non partecipano all’operazione e sono collocate nella riserva strategica. (4)
Il Presidente Bashar al-Assad ha sottolineato un altro motivo per cui il processo si è capovolto a favore dell’esercito: un cambiamento di atteggiamento del popolo della provincia. “Queste persone supportavano i ribelli non tanto per mancanza di patriottismo, ma perché erano state ingannate.  Infatti credevano che la rivoluzione avesse avuto luogo contro le colpe dello Stato. Ora la loro posizione è cambiata, e molte persone hanno lasciato questi gruppi terroristici e tornano alla vita normale.” (5) Un esempio che fa riflettere è l’esecuzione pubblica di un ragazzino 15enne da parte degli islamisti di Aleppo, per una affermazione improvvida. Un elemento radicalmente nuovo negli sviluppi in Siria, che peggiora ulteriormente la situazione dei ribelli, è il coinvolgimento attivo di Baghdad nel conflitto. Fonti israeliane, per esempio, notano che mentre gli esperti concentravano la loro attenzione sulle azioni di Hezbollah libanese nella Siria occidentale, la dichiarazione di supporto del Primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi ad al-Assad è un fattore molto più significativo. Diversamente dell’Iran, che è sotto sanzioni, i fondi occidentali scorrono liberamente in Iraq per il petrolio che vende, ed “essi vengono trasmessi in sempre maggiori quantità da Baghdad a Damasco”. Il governo iracheno ha anche approvato una legge speciale che prevede che le armi e le munizioni acquistate sui mercati internazionali, così come petrolio, olio e lubrificanti per l’esercito, devono essere forniti alla Siria a condizioni favorevoli. (6) In passato, le relazioni tra queste due capitali non sono sempre state rosee, dal momento che erano in competizione per la leadership regionale. Tuttavia, ora il governo sciita dell’Iraq ha capito che l’ascesa al potere in Siria dei militanti sunniti potrebbe destabilizzare in modo significativo la situazione nel suo Paese. La nuova ondata di attentati terroristici da parte degli alleati iracheni dei ribelli siriani (e quindi dell’occidente, anche se indirettamente) indica la stessa cosa. A maggio di quest’anno oltre un migliaio di iracheni sono stati uccisi a seguito degli attentati terroristici. Inoltre, per ordine di al-Maliqi 20.000 truppe sono state dispiegate al confine con la Siria per interrompere tutte le vie di approvvigionamento all’opposizione siriana dall’Iraq. DEBKAfile del 9 giugno riferisce dei primi grandi scontri tra forze governative irachene e ribelli siriani, che hanno avuto luogo in due valichi di frontiera. Gli iracheni hanno subito perdite, ma i ribelli sono stati respinti. Fonti israeliane affermano che, nell’ambito di questa unione, le forze speciali preparano incursioni in profondità nel territorio siriano nella lotta contro i ribelli. (7) In occasione della riunione del Consiglio dei ministri iracheno che ha avuto luogo lo stesso giorno nella città di Erbil, nella parte settentrionale del Paese, il Primo ministro Nuri al-Maliqi ha avvertito che la regione è stata travolta da un’ondata di estremismo, a causa delle attività di organizzazioni terroristiche come al-Qaida e Jabhat al-Nusra, invitando tutti a resistervi. (8)
Tel Aviv sta vivendo anche crescenti difficoltà in connessione con il suo coinvolgimento nel conflitto siriano. Nei circoli militari d’Israele vi sono denunce contro i loro comandanti, mai sentite dalla fallita seconda guerra libanese nel 2006. Questo può essere visto su molti siti e blog. Forze speciali e d’intelligence militare sono deluse, in particolare, per l’alleanza de-facto con i “fondamentalisti barbuti” in Siria, dai quali “possono aspettarsi una coltellata nella schiena” in qualsiasi momento, quando si trovano a decine di chilometri di distanza da loro basi, così come dall’esagerazione dei successi dell’opposizione e dalla sottovalutazione delle vittorie delle forze del  governo (9). Credono che le false valutazioni della situazione nel teatro di operazioni “potrebbero portare a decisioni errate”. Ad esempio, il sito DEBKAfile, vicino all’intelligence militare israeliana, ha apertamente criticato il discorso del ministro della Difesa Moshe Ya’alon alla Knesset, quando il 3 giugno ha affermato che al-Assad detiene solo il 40% del territorio del Paese e che i ribelli controllano una parte significativa di Damasco. In realtà, l’intelligence israeliana possiede informazioni che l’opposizione sia stata quasi completamente sconfitta nella capitale; rimangono solo isolate sacche di resistenza. Il quadro è simile sugli altri fronti dove l’esercito, “grazie alle forniture russe e iraniane”, mette sotto pressione i ribelli ovunque. Inoltre, membri di questi circoli ammettono che l’interferenza d’Israele nel conflitto siriano, compresi i bombardamenti del deposito  munizioni, aumenta solo lo spirito combattivo dell’esercito siriano e indebolisce l’opposizione, facilitando la perdita di autorità agli occhi della popolazione. (10)
Non solo l’occidente, ma l’attuale leader di al-Qaida, Ayman al-Zawahiri, è turbato dalle sconfitte dell’opposizione in Siria. A giugno ha registrato un videomessaggio in cui ha esortato i suoi sostenitori in tutto il mondo ad aumentare il sostegno alle forze della jihad nel Paese, così come ad unire tutti i gruppi con orientamento simile in un unico movimento. La priorità principale per al-Qaida, in un messaggio di al-Zawahiri, non è al momento l’Afghanistan o l’Iraq, ma la Siria. (11) Il centro di consulenza statunitense Flashpoint Global Partners ha dichiarato che la maggior parte dei combattenti stranieri uccisi in Siria dal luglio 2012 al maggio 2013 è collegata ad al-Qaida. La relazione del Centro ha sottolineato, per esempio, che durante tale periodo almeno 280 combattenti stranieri provenienti da Stati Uniti, Cecenia, Kosovo, Egitto, Giordania, Tunisia, Libia e Arabia Saudita sono stati uccisi. (12) L’ultimo, un belga, è stato ucciso qualche giorno fa.
Il noto esperto di Medio Oriente Michael Young ritiene che, considerando i vantaggi che il Presidente al-Assad ha raggiunto nella guerra civile, le richieste dell’opposizione di non consentirgli di partecipare alla conferenza di Ginevra sono “non realistiche”, e il rifiuto dei suoi leader a parteciparvi è “un errore”, dal momento che in questo caso la colpa del fallimento del processo di pace ricadrà su di loro. Per l’opposizione siriana questo potrebbe rivelarsi “fatale”. Non molto tempo fa pochi credevano che Bashar al-Assad sarebbe rimasto al potere. “Forse abbiamo sbagliato”, si lamenta Young. Sfortunatamente, i segni che questa realizzazione sia giunta ai leader politici occidentali finora non appaiono. In particolare, questo può essere visto nelle manovre militari degli Stati Uniti e dei loro alleati e dallo sbarco di 4.500 truppe in Giordania al culmine della “Tempesta del Nord”. Simulando preparativi per l’invasione della Siria da sud, cercano di fermare l’avanzata dell’esercito siriano. Tuttavia, i siriani hanno già forze sufficienti per sopportare un attacco da quella direzione senza abbandonare la loro avanzata su Aleppo. Come fonti ufficiali della Casa Bianca hanno riferito ad AP, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama prenderà una decisione sulla fornitura di armi ai ribelli siriani questa settimana. Obama molto probabilmente approverà la decisione, “essendo in questi ultimi giorni la situazione dell’opposizione diventata abbastanza deplorevole”. Secondo l’AP, il segretario di Stato John Kerry ha rinviato il suo viaggio in Medio Oriente per diversi giorni, dal momento che deve partecipare alle riunioni del Consiglio di Sicurezza Nazionale dove è in discussione la questione delle forniture delle armi. (14) Tuttavia, un tentativo di cambiare lo sviluppo oggettivo degli eventi pompando denaro e armi all’opposizione perdente, difficilmente potrà salvarla, e potrebbe causare soltanto innumerevoli nuove calamità al popolo siriano.
Se i “progressisti” di Europa e Stati Uniti non vogliono difendere il Medio Oriente dal medievalismo di al-Qaida, almeno non dovrebbero impedirgli dal farlo da se.

Note
(1) Iran.ru
(2) Fahd Jassem al-Freij
(3) Ruvr.ru
(4) Debka
(5) Sana
(6) Debka
(7) Debka
(8) Sana
(9) A questo proposito le pubblicazioni della fonte russa mignews.com, per esempio, sono molto eloquenti.
(10) Debka
(11) Joshua Landis
(12) Sana
(13) CFR
(14) Cursor

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La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il confronto russo-occidentale sulla Siria s’intensifica mentre i “ribelli” subiscono una sconfitta decisiva

Christof Lehmann (Nsnbc)

181817Mentre gli insorti filo-occidentali subiscono una sconfitta decisiva, il braccio di ferro tra l’occidente e la Russia s’intensifica. Il Regno Unito e la Francia nuovamente sostengono che il governo siriano abbia utilizzato armi chimiche, rivendicazioni che contraddicono sia il rapporto delle Nazioni Unite che tutte le prove indiziarie disponibili. La Russia ribadisce che qualsiasi intervento militare diretto sarà inutile, definendo il continuo sostegno agli insorti un “vicolo cieco”, e propone di sostituire il battaglione austriaco nel Golan siriano occupato dagli israeliani con truppe russe. L’intermediazione di una soluzione pacifica, in occasione della seconda conferenza internazionale sulla Siria a Ginevra, o anche tenere la conferenza come previsto, a giugno, diventa sempre più improbabile, mentre il rafforzamento militare e la retorica bellicosa continuano a crescere in Medio Oriente verso una situazione tipo Sarajevo, dove una scintilla può scatenare una reazione a catena inarrestabile.
I ribelli subiscono sconfitte decisive. Durante la seconda metà del 2012 l’esercito arabo siriano ha iniziato con successo l’attuazione di una strategia di contro-insurrezione, basata in parte sull’esperienza russa nella lotta ai ribelli in Cecenia. Gli analisti concordano sul fatto che il maggiore impiego nel teatro di armi chimiche da parte degli insorti sia un segno di disperazione e un tentativo di creare un percorso politico per l’intervento militare occidentale. Dopo che Hezbollah ha iniziato ad assicurare il confine libanese con la Siria, dopo che il Primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi in Iraq ha aumentato la sicurezza lungo il confine iracheno-siriano così come lungo quello iracheno-saudita, il sostegno logistico alla rivolta s’è notevolmente ridotto e limitato a Giordania, Israele, Iraq curdo e Turchia. L’indebolimento dell’amministrazione Erdogan-Gül ad opera delle proteste di massa in Turchia, già si traduce in maggiore sicurezza lungo i 900 km del confine siriano con la Turchia. Il 7 giugno, Nsnbc International ha ricevuto i primi rapporti su diverse sparatorie tra  forze di polizia turche e “ribelli” siriani. L’arresto di 12 membri di Jabhat al-Nusrah in possesso di cilindri di metallo contenenti 2 kg di gas nervino Sarin, solo pochi giorni prima delle prime proteste di massa in Turchia la sera del 31 maggio, indica che l’amministrazione Erdogan perde la sua presa su almeno alcune fazioni della forze dell’ordine e di sicurezza della Turchia, e che l’amministrazione Erdogan-Gül deve far fronte a una maggiore opposizione all’aggressione della Turchia contro il suo vicino arabo.
L’ultima grande forza di combattimento intatta degli insorti è attualmente chiusa in una sacca, nella città di Qusayr. Secondo il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, la maggior parte di quei combattenti provengono da Paesi europei e regionali. Con le linee di rifornimento tagliate e l’esercito arabo siriano che lentamente e sistematicamente avanza attraverso le montagna e la periferia, la situazione degli insorti è sempre più disperata, chiedendo l’invio di osservatori, soccorsi di emergenza per i “civili” feriti e altri appelli. Secondo le dichiarazioni dell’esercito arabo siriano, usa tutte le precauzioni possibili per evitare vittime collaterali. Un alto ufficiale in pensione turco, che mantiene l’anonimato per timore di repressioni, ha dichiarato a Nsnbc International che la città poteva essere presa molto tempo prima, non per il fatto che l’esercito siriano avanzava con ogni precauzione possibile riguardo al diritto internazionale, ma sapendo che l’occidente sorvegliava con attenzione l’avanzata per trarne vantaggi politici ed accusarlo di crimini di guerra.
La retorica occidentale sulla armi chimiche contraddice il rapporto delle Nazioni Unite. Dopo aver esaminato l’uso di armi chimiche ad Aleppo, la relatrice speciale delle Nazioni Unite Carla del Ponte ha dichiarato che, con sua grande sorpresa, non sono riusciti a trovare alcuna prova che indicasse che l’esercito arabo o il governo siriani avessero usato armi chimiche e che, d’altra parte, avevano trovato forti prove circostanziali che indicavano che i “ribelli” avevano ripetutamente usato armi chimiche. Inoltre, del Ponte ha dichiarato che era probabile che il gas Sarin usato contro i civili di Aleppo era giunto in Siria dalla Turchia. Oltre al rapporto della del Ponte, ci sono forti prove circostanziali che sostengono che gli insorti usano armi chimiche, mentre è altrettanto forte l’evidenza che suggerisce che il governo o i militari siriani non usano armi chimiche. Prove indiziarie contro l’uso di armi chimiche da parte della Siria sono indicate dal fatto che tutte le scorte di armi chimiche in Siria sono sotto stretto controllo e tutte le armi e le sostanze chimiche sono registrate con numeri di serie. Nessun arma del genere potrebbe cadere nelle mani di “agenti instabili”. Tutti gli attacchi con armi chimiche finora sono stati diretti contro civili o truppe siriane. E’ altamente improbabile che l’esercito siriano usi le armi contro se stesso. Per quanto riguarda l’uso di armi chimiche contro la popolazione siriana, farlo mentre il dialogo nazionale in Siria progredisce in modo costante e continuo, equivarrebbe a un suicidio politico. Considerando il rischio di un’indagine internazionale sui crimini di guerra ed eventuali accuse contro membri del governo o militari siriani, è improbabile che qualcuno si prenda il rischio di usare armi chimiche. Inoltre, l’esercito arabo siriano ottiene vittorie decisive senza l’uso di armi chimiche. Non c’è né alcun vantaggio strategico o tattico percepito che giustificherebbe anche l’ipotesi dell’uso di queste armi. Prove indiziarie a sostegno dell’uso di armi chimiche da parte degli insorti sono indicate dal fatto che, nel febbraio 2013, la polizia malese ha arrestato l’ex ufficiale malese Yazzid Sufaat e la sua partner Halimah Hussein. Entrambi accusati di favoreggiamento di organizzazioni terroristiche arruolando giovani malesi per il servizio mercenario per conto dei terroristi associati ad al-Qaida in Siria. Nel 2001, dopo il ritorno dall’Afghanistan, Yazzid Sufaat è stato accusato di sostenere al-Qaida, sviluppandone le capacità in armi biologiche e chimiche.
I ribelli hanno più volte brandito le loro armi chimiche rilasciando dichiarazioni pubbliche, nonché attraverso la diffusione di video. In uno dei video, gli insorti mostrano dei contenitori con sostanze chimiche della società chimica turca Tekkim. Gli insorti uccidevano conigli con i prodotti chimici e minacciavano i siriani che non supportano l’insurrezione. Il video è sorprendentemente somigliante ai video girati nei laboratori di armi chimiche statunitensi. In diverse dichiarazioni pubbliche rilasciate dai comandanti degli insorti, le dichiarazioni indicavano che l’Arabia Saudita avrebbe fornito agli insorti piccoli laboratori portatili per armi chimiche. Tali relazioni cominciarono ad emergere dopo la sconfitta decisiva inflitta all’esercito libero siriano ad Aleppo in due importanti battaglie, nel giugno e luglio 2012. I laboratori sarebbero simili o identici a quelli sviluppati per al-Qaida durante gli anni ’90. Mentre il Primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi ha sottolineato che l’Arabia Saudita ha riattivato le vecchie vie di contrabbando dalla regione di Anbar. I percorsi, ora utilizzati per il supporto logistico dei ribelli in Siria e per la destabilizzazione dell’Iraq, erano già stati utilizzati durante l’occupazione statunitense dell’Iraq. Laboratori di armi portatili potrebbero facilmente esser stati riforniti attraverso le vie del contrabbando. Nell’aprile 2013 i ribelli appartenenti a Jabhat al-Nusrah vennero segnalati combattere insieme a truppe e piloti turchi, nel tentativo di occupare la strategicamente importante base aerea di Minigh, preso Aleppo. Oltre al fatto che le truppe della Turchia, membro della NATO, vennero coinvolte in operazioni di combattimento contro l’esercito arabo siriano sul territorio siriano, un crimine di guerra che collega la Turchia all’uso di armi chimiche in Siria. Secondo quanto riferiscono l’esercito e il governo siriano, il razzo con testata chimica che aveva ucciso dei civili di Aleppo, era stato sparato da una zona tenuta dagli insorti e dalle truppe turche. E’ assai probabile che la relatrice speciale dell’ONU, Carla del Ponte, abbia mostrato prove dettagliate a sostegno dei fatti e che, tra l’altro, questa sia la prova da lei presentata alla conferenza, che con sua grande sorpresa, vedeva una prova accusare i ribelli di aver usato armi chimiche ad Aleppo, e che l’arma chimica potesse provenire dalla Turchia. Alla fine di maggio, la polizia turca ha arrestato 12 membri di Jabhat al-Nusrah in possesso di 2 kg di gas Sarin. Solo pochi giorni dopo, l’esercito arabo siriano sequestrava 2 contenitori con 2 kg di gas Sarin ai ribelli in Siria. C’è una straordinaria quantità di prove che accusano gli insorti di usare armi chimiche, mentre le prove contro i militari siriani sono praticamente inesistenti, se non in forma di argomenti retorici e prove discutibili o falsificate, che difficilmente possono essere utilizzate per giustificare il sostegno continuo ai terroristi o un intervento militare diretto con forze regolari.
La retorica francese, inglese e statunitense sulle armi chimiche e l’intervento umanitario aumenta proporzionalmente con la sconfitta degli insorti. Apparentemente non influenzata dai fatti sulle armi chimiche, la retorica occidentale su armi chimiche e diritti umani a sostegno del terrorismo e di una guerra aperta alla Siria, aumenta proporzionalmente alla disperazione degli insorti e alla loro schiacciante sconfitta. Il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius ha dichiarato di aver passato un’analisi per identificare tossine militari al capo di una inchiesta delle Nazioni Unite sull’uso delle armi chimiche in Siria, dicendo: “Queste analisi dimostrano la presenza di gas Sarin… Alla luce di queste prove, la Francia è ormai certa che il gas Sarin sia stato utilizzato in Siria più volte ed in maniera localizzata“. Fabius però, aveva dimenticato di dire che il governo siriano è d’accordo sul fatto che il gas Sarin sia stato utilizzato e che la Siria, insieme alla Russia, chiede un’indagine completa su ogni singolo episodio da parte di una commissione indipendente di esperti. Le indagini di tale natura sarebbero probabilmente travolgenti, come risulterebbe dalla documentazione sull’uso del Sarin da parte degli insorti e dal coinvolgimento di Turchia e NATO. Il ministro degli Esteri Fabius ha fatto una tale impressione sul giornalista irlandese Finian Cunningham, che questi suggerisce a Fabius di scrivere romanzi quando sarà in pensione, magari con lo pseudonimo di Fabulous. In seguito, il presidente francese Francois Hollande ha fatto eco al ministro Fabius e ha dichiarato: “Abbiamo elementi di prova e chiediamo alla comunità internazionale di agire.” Sia Hollande che Fabius sottolineano che non avrebbero agito unilateralmente e avrebbero partecipato ai colloqui con Washington. Fabius ha anche dichiarato che: “Una linea è stata indiscutibilmente violata… la Francia e i suoi alleati devono decidere se reagire, anche in maniera armata… ma, allo stesso tempo, non dobbiamo bloccare un’eventuale conferenza di pace“. Il riferimento a “elementi di prova” non solo indica il fatto che Fabius e Hollande camuffano la prova affermando correttamente che il Sarin è stato utilizzato, ma omettono le prove schiaccianti che indicano nei ribelli coloro che l’hanno utilizzato.
Ci sono anche buone ragioni per suggerire che la Francia in effetti potrebbe essere coinvolta nella falsificazione, ovvero nella creazione di prove. Alcuni dei campioni di sangue utilizzati dalla Francia sono stati “contrabbandati dalla Siria da giornalisti di Le Monde” che sostengono che i campioni gli sono stati forniti da medici locali. Si tratta di una “catena di prove” molto discutibile,  probabilmente non reggerebbero in un qualsiasi tribunale meglio del sale, ma è ottimo per la propaganda e la retorica per giustificare una guerra illegale, utilizzando un’arma di persuasione di massa, come fa Le Monde. Le affermazioni di Fabius, che “non ha alcun dubbio che il Sarin sia stato utilizzato da Assad e dai suoi complici” saranno riprese dai media francesi. Dopo tutto, le foto che suggeriscono l’impiccagione del malvagio signore della guerra Assad sono state già diffuse nei media danesi nel 2012, per cui la Francia ha un po’ di ritardo da recuperare sul fronte della propaganda. Il Foreign Office del Regno Unito ha rilasciato dichiarazioni, secondo cui i fluidi  raccolti dalle vittime di uno o più attacchi in Siria, sono stati trovati dagli scienziati dell’impianto inglese di Porton Down, contenere prove dell’uso del gas Sarin. Tuttavia, è stato anche dichiarato che non ci potrebbe essere alcuna certezza al 100% che il regime di Assad abbia usato armi chimiche. Il Foreign Office britannico non avrebbe nemmeno confermato dove o quando i campioni siano stati raccolti. Lyall Grant, ambasciatore inglese alle Nazioni Unite potrebbe semplicemente confermare che “i campioni hanno rivelato prove che suggeriscono l’uso di agenti chimici diversi, a volte Sarin, a volte no.” Il capo delle indagini ONU, Ake Sellstrom, ha rilasciato una dichiarazione in cui ha avvertito che: “La validità delle informazioni non è garantita in assenza di prove convincenti sulla catena di custodia dei dati raccolti.” Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha risposto alle dichiarazioni inglesi e francesi ribadendo che l’utilizzo delle armi chimiche è una linea rossa, ma che ci sono divisioni su come e quanto velocemente procedere contro la Siria. Dopo aver discusso delle pretese francesi e britannici in una riunione dei ministri della difesa della NATO, a Bruxelles, il segretario della Difesa Chuck Hagel ha dichiarato alla stampa che non aveva visto prove e che il ruolo della NATO continua ad essere quello di aiutare la Turchia a tutelare i suoi confini. “Al di là di questo, così Hagel, non abbiamo discusso di piani di guerra aggiuntivi”. Il sostegno pubblico per una possibile guerra aperta alla Siria, negli Stati Uniti, è scarso e la retorica francese-britannica sulle armi chimiche potrebbe alla fine portare a un maggiore sostegno popolare. Ricordandosi i fatti emersi sulle amministrazioni Bush, riguardo alle armi di distruzione di massa in Iraq, però, la retorica sulle armi chimiche potrebbe anche ritorcerglisi politicamente.
La guerra regionale è più un punto di svolta nell’opinione pubblica USA che non le armi chimiche. La diplomazia statunitense in poche parole potrebbe spiegare che: “Gli Stati Uniti vogliono eliminare Assad quale alleato dell’Iran, senza indebitamente provocare la Russia, cercando di creare un regime sostitutivo che sia accettabile a Mosca”. Dato ciò, è comunque previsto che una Siria destabilizzata continuerà a creare tensioni tra l’UE e la Russia sulla sicurezza energetica. Se una destabilizzazione della Siria comportasse il sabotaggio dell’ulteriore integrazione del settore energetico russo-iraniano-europeo e delle economie nazionali, una guerra regionale ne sarebbe il logico passo successivo. L’allargamento del conflitto nei vicini Libano, Turchia, Iraq e Golan, e la retorica sul coinvolgimento di Hezbollah potrebbero essere usati per dirigere l’opinione pubblica degli Stati Uniti verso un riluttante sì all’intervento militare, se la Russia non reagisce al ricatto occidentale. Il senatore repubblicano e presidente del Comitato forze armate del Senato degli Stati Uniti John McCain e Condoleeza Rice starebbero incitando l’amministrazione Obama a un intervento militare degli Stati Uniti, usando sia le armi chimiche che la minaccia di una guerra regionale quali argomenti principali. Cioè, gli argomenti per il pubblico. Finora, nessuna delle parti coinvolte ha apertamente affrontato la sicurezza energetica, le cause geo-politiche ed economiche reali della guerra alla Siria.
La Russia alza la posta, offrendo truppe per sostituire il battaglione austriaco nel Golan siriano occupato dagli israeliani. Dopo che la Russia ha avvertito che qualsiasi intervento militare diretto contro la Siria sarebbe inutile, e onorato il contratto russo-siriano per la fornitura di sistemi SAM S-300, introducendo un fattore di stabilità nella regione, il presidente russo Vladimir Putin ha inviato altri segnali inequivocabili all’alleanza anti-Siria. Secondo il sito web della TV semi-statale russa RT, Vladimir Putin ha detto che Mosca invierà forze russe per sostituire il battaglione austriaco che opera nell’ambito della Forza di osservatori delle Nazioni Unite (UNDOF) nel Golan siriano occupato, se l’ONU lo chiede alla Russia. RT avrebbe citato Putin: “A causa della complicata situazione nel Golan, possiamo sostituire le unità austriache che si ritireranno dalla zona con unità russe nel caso tutti i Paesi della regione concordino e il Segretario generale delle Nazioni Unite lo richieda“. RT riporta anche che Putin ha detto che il segretario generale dell’ONU Ban Kyi-moon ha chiesto alla Russia, durante la sua ultima visita nel Paese, di aumentare il volume delle sue forze nelle missioni di mantenimento della pace organizzate dalle Nazioni Unite. Martin Nesirky, il portavoce del segretario generale Ban Kyi-moon, tuttavia, ha espresso la sua gratitudine per l’offerta della Russia, ma ha sottolineato che l’accordo di disimpegno nel Golan non permette di accettare la proposta russa, in quanto l’accordo prevede che nessuno dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite possa schierare forze di pace nel Golan. Considerando che è estremamente probabile che i funzionari russi ne fossero ben consapevoli, la dichiarazione di Putin viene vista da molti analisti, compreso l’autore, come un avvertimento implicito da parte di uno scaltro statista che ha voluto ribadire che qualsiasi aggressione militare diretta contro la Siria sarebbe inutile e che la Russia, così come l’Iran, risponderanno con forza, e che la continuazione del sostegno dei ribelli attraverso il Golan, deve essere fermato.
Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha discusso del Golan con il Segretario generale delle Nazioni Unite nei preparativi per Ginevra 2. In un comunicato, il ministero degli Esteri russo ha detto che le due parti hanno discusso la situazione politica e militare in Siria, riguardo la situazione di crescente tensione nella zona di disimpegno nel Golan. La Russia ribadisce la necessità di una soluzione politica della Crisi in Siria mentre traccia una chiara linea. Mentre i vertici diplomatici russi sempre più affermano che il continuo sostegno agli insorti o l’intervento militare sono inaccettabili, e mentre l’alleanza anti-siriana sembra fare di tutto per minare la prevista conferenza di Ginevra 2, i diplomatici russi continuano ad impegnarsi a trovare una soluzione politica. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha sottolineato la necessità che tutti gli attori internazionali si sforzino ad avviare il processo politico in Siria. Nel corso di una conferenza stampa presso l’Organizzazione per la cooperazione islamica, Lavrov ha dichiarato: “Oggi abbiamo sottolineato ancora una volta che tutti gli attori internazionali devono lavorare per la soluzione pacifica della crisi e creare condizioni favorevoli per avviare il dialogo tra il governo siriano e l’opposizione“. Rispondendo alle domande dei giornalisti sulle dichiarazioni dei funzionari degli Stati Uniti circa la situazione ad al-Qusayr, Lavrov ha risposto: “Ci sono diversi punti, cosa più importante è che abbiamo avvertito dei gravi pericoli nell’internazionalizzare la crisi in Siria“. Lavrov ha sottolineato che: “Centinaia, forse migliaia di uomini armati che combattono l’esercito siriano sono di nazionalità di Paesi europei e regionali, motivo per cui vi è maggiore importanza nel porre fine alla crisi e creare le condizioni favorevoli per tenere la conferenza internazionale sulla Siria“. Lavrov ha aggiunto che ci sono informazioni su esperti e consiglieri stranieri che aiutano questi uomini armati, anche a Qusayr. Alla domanda circa la condanna occidentale e da altri Paesi delle operazioni dei militari siriani contro gli insorti a Qusayr, Lavrov ha dichiarato che tali dichiarazioni sono ipocrite e ha ribadito che: “Ogni ipocrisia riguardo il diritto internazionale umanitario per distorcere l’immagine reale di al-Qusayr è impossibile… In linea di principio, dobbiamo capire e decidere se vogliamo sostenere il processo politico, nel qual caso tutti devono lavorare per lanciare il dialogo… o vogliamo cambiare il regime“. Lavrov ha concluso le sue dichiarazioni ribadendo che “ogni continuazione del sostegno militare dell’opposizione non porterà a nulla ed è un vicolo cieco“. Anche l’inviato speciale del presidente russo per il Medio Oriente, il viceministro degli Esteri Mikhail Bogdanov, ha indicato l’aumentata assertività russa. Bogdanov ha dichiarato che non ci dovrebbe essere spazio per forze radicali che combattono sul territorio siriano  in qualsiasi accordo futuro sulla Siria. Bogdanov ha dichiarato ai media russi, anche a RT, che la Russia e gli Stati Uniti continuano gli incontri a tutti i livelli per la preparazione della conferenza di Ginevra 2, forse il 25 giugno, e che le armi chimiche erano parte delle discussioni in corso.
Il confronto russo-occidentale sulla Siria s’intensifica mentre i “ribelli” subiscono un sconfitta decisiva, e la Francia e il Regno Unito utilizzano una propaganda sempre più disperata per giustificare l’intervento militare o la continua sponsorizzazione del terrorismo. Un nuovo, instabile equilibrio strategico in Medio Oriente emerge. Finché non sarà assicurato, piccole scintille potrebbero innescare un disastro regionale di proporzioni storiche.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia traccia la sua linea rossa sulle sabbie siriane

S-300, MiG-29 e MiG-31 alla Siria. La Russia traccia la sua linea rossa sulle sabbie siriane. Verso l’equilibrio strategico in Medio Oriente
Christof Lehmann (Nsnbc) 6 giugno 2013

Mikoyan-MiG-29M-Russian-Air-ForceIl recente impegno da parte della Russia di onorare un contratto con la Siria per la fornitura dei  sistemi di difesa aerea S-300, considerati tra i migliori, se non i migliori del mondo, viene seguita dalla richiesta siriana di ricevere aerei da combattimento MiG-29M/M2. Nel 2012 la NATO stanziava dei sistemi di difesa missilistica Patriot lungo i 900 km del confine siriano con la Turchia, e Arabia Saudita e Stati Uniti firmavano un accordo per un importante aggiornamento dell’aviazione saudita. La Russia traccia una linea rossa sulla sabbia siriana. Secondo il presidente russo Vladimir Putin, un intervento militare diretto contro la Siria sarebbe inutile. Il Medio Oriente si prepara al confronto. Nel corso di una conferenza stampa il giorno dell’apertura del vertice Russia-UE a Ekaterinburg, il 4 giugno, il presidente russo Vladimir Putin ha confermato ancora una volta che la Russia onorerà il suo contratto con la Siria fornendo i sistemi SAM S-300. Putin ha sottolineato la delusione della Russia per il mancato prolungamento dell’embargo dell’Unione europea sulle armi alla Siria, che consente ad ogni Stato membro dell’UE di decidere se armare i terroristi e i mercenari che destabilizzano la Siria dal 2011. Gli S-300 secondo Putin stabilizzeranno la regione. Putin ha sottolineato che gli S-300 sono tra i migliori, se non sono i migliori sistemi di difesa aerea che, così Putin, ogni esperto militare può confermare. Nella stessa occasione, il presidente russo ha indirizzato un malcelato avvertimento a NATO, Israele e Stati membri del CCG, quando ha dichiarato che qualsiasi tentativo d’intervento militare diretto contro la Siria sarebbe inutile.
Le forze armate siriane raccolgono sempre più successi nella lotta all’insurrezione. Dopo che la strategia militare è stata adattata alla guerra asimmetrica e alle tattiche contro-insurrezionali, tra cui le milizie popolari che difendono villaggi e città contro nuovi attacchi dei ribelli, dopo che l’esercito arabo siriano li ha eliminati assicurando la zona, gli insorti continuano a perdere terreno e iniziano ad utilizzare tattiche da guerra psicologica sempre più disperate, come armi chimiche e il cannibalismo sui cadaveri dei soldati siriani uccisi, con tanto di telecamere. Gli insorti mostrano segni di disperazione. Il coinvolgimento di Hezbollah a protezione del confine libanese con la Siria, rendendolo meno poroso all’infiltrazione di armi e combattenti, e l’impegno del governo iracheno nel fare lo stesso al confine siriano-iracheno, limitano i rifornimento agli insorti. I restanti fronti aperti sono limitati a Turchia, Giordania, Israele e alla regione curda del nord dell’Iraq. La rivolta popolare in Turchia è probabile che, per lo meno, si traduca in un’amministrazione Erdogan gravemente indebolita da dover essere costretta ad adeguare la sua politica verso la Siria. La Turchia potrebbe cessare di essere il fronte logistico primario degli insorti. La Russia ha anche tracciato una linea rossa nella sabbia o nelle acque siriane, quando ha deciso di ricreare la flotta mediterranea. Le prime implementazioni sono arrivate a Tartus che viene lentamente trasformata da porto ausiliario a base navale operativa. La mossa stabilizza la regione ad un certo livello e potrebbe contrastare la creazione di una base NATO a Cipro.
Nel 2012, l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti hanno approvato un accordo per un grande aggiornamento dell’aviazione saudita. Oltre a consegnare la versione più avanzata del jet da combattimento F-15, normalmente riservato ad un ristretto club di sole sei nazioni, gli F-15 più vecchi dell’arsenale saudita hanno ricevuto notevoli aggiornamenti. Dopo il completamento delle consegne, degli aggiornamenti e dell’addestramento l’Arabia Saudita avrà circa 300 jet da combattimento F-15, rendendo l’aviazione saudita paragonabile a quella d’Israele.
Dopo che la Russia aveva inizialmente sospeso il contratto russo-siriano per l’aggiornamento dell’aeronautica siriana, sembra che la Russia lo stia riconsiderando, in risposta alla mancanza di volontà occidentale nel risolvere pacificamente la controversia sulla Siria. In linea di principio, la guerra in Siria è causata dalla mancanza di convergenza sulle pretese energetiche e di sicurezza tra Qatar, Arabia Saudita, Israele, Stati Uniti e i due blocchi concorrenti nell’UE guidati rispettivamente da Francia e Regno Unito e da Germania e Repubblica Ceca, così come con le richieste di Iran e Russia. Il successo della conferenza Ginevra 2 consentirebbe di affrontare le questioni fondamentali. Le dichiarazioni di Vladimir Putin, secondo cui l’introduzione degli S300 crea stabilità, potrebbero essere seguite dall’instaurazione dell’equilibrio strategico anche tra le forze aeree regionali. E’ anche un segnale chiaro che la NATO e l’UE non possono contare sul fatto di poter risolvere i problemi di sicurezza e geopolitica energetiche con guerre illegali, senza dover prendere in considerazione la possibilità di dover pagare un prezzo che potrebbe essere alto.
Le autorità governative siriane hanno ripreso i contatti riguardanti l’attivazione del contratto russo -siriano per l’acquisizione dei caccia MiG-29M/M2 dopo la fine dell’embargo sulle armi dell’UE alla Siria. L’informazione è stata confermata dal costruttore aereo russo. Una delegazione siriana  recentemente era arrivata a Mosca per discuterne i dettagli e i tempi, ha dichiarato il capo del Mikojan Design Bureau Sergej Korotkov. Il contratto è stato inizialmente firmato nel 2007, ma lo scoppio dei disordini civili in Siria nel 2011 ha inizialmente spinto la Russia a sospendere l’accordo per fornire 24 aerei da combattimento MiG-29M e 5 intercettori MiG-31.
Trovare una soluzione pacifica della crisi in Siria diventa sempre più improbabile. Mentre l’opposizione sostenuta dall’estero, ovvero al-Qaida, crea un disastro di pubbliche relazioni dopo l’altro e non riesce a creare un coerente fronte politico, il dialogo nazionale tra i partiti, le organizzazioni di massa, le comunità etniche e religiose, le organizzazioni d’interesse speciale e il governo in Siria continuano a fare progressi. Una vittoria decisiva della rivolta contro l’esercito siriano diventa sempre più improbabile, e la continuazione da parte di Unione europea, Stati Uniti, Arabia Saudita e Qatar nel finanziare e armare i terroristi mercenari di Jabhat al-Nusrah, anche se potrà destabilizzare la Siria, non porterà ad una vittoria decisiva senza l’intervento militare diretto o il sostegno militare diretto alla sovversione. L’introduzione dei MiG-29 e dei MiG-31 russi, insieme all’introduzione dei SAM S-300 e di altra tecnologia missilistica russa, così come la maggiore presenza navale russa, regolerà l’equilibrio strategico tra l’asse occidentale e l’asse russo-iraniano- siriano. Non possono compensare l’enorme potenza di fuoco accumulata dalla NATO e dagli alleati della NATO nella regione, ma garantiranno che qualsiasi aggressione militare contro la Siria sarà più costosa di quanto i leader politici occidentali o arabi siano disposti a subire per sopravvivervi politicamente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: l’opposizione in rotta

Pjotr Lvov (Russia) New Oriental Outlook 7 giugno 2013 – Oriental Review

237633-a-syrian-soldier-displays-a-poster-of-president-bashar-al-assad-as-he-Con il sostegno finanziario di Qatar e Arabia Saudita in prosciugamento e il flusso di armi da Turchia e Libano in rallentamento, ciò che accade ora è che i ribelli iniziano a sbandarsi sotto l’assalto dell’esercito siriano. Ciò avviene sullo sfondo dei crimini commessi dai ribelli: Riyadh è chiaramente stanca di gettare soldi agli islamisti, sempre più dominati da Doha, piuttosto che dai sauditi; ci potrebbe essere un giro di vite nel governo del Qatar in qualsiasi momento, a causa della malattia dell’emiro, per il quale al momento è più importante risolvere il problema di nominare il principe ereditario capo dello Stato, mentre la Turchia è alle prese con la sua “primavera rivoluzionaria”. Il 4 giugno, le forze armate siriane sono riuscite a spazzare via i ribelli dalla città  strategicamente importante di al-Qusayr, che si trova nella Siria centrale presso il confine libanese.  I ribelli e le forze governative hanno combattuto per il controllo della città per circa sei mesi. Hama è stata quasi completamente liberata il 5 giugno. Secondo i rapporti le truppe fedeli al governo legittimo, comprese le unità speciali della Guardia, si preparano ad avviare nei prossimi giorni un’operazione per debellare i ribelli trinceratisi in alcuni quartieri. Se ciò accade, Damasco avrà il pieno controllo di tutte le principali città della Siria. Qualche sacca di resistenza può persistere per qualche tempo naturalmente, ma gli islamisti sono agli sgoccioli. Rendendosi conto della situazione disperata, dunque, alcuni estremisti hanno deciso di attaccare il centro della capitale con i mortai, ma senza ottenere il risultato desiderato. Inoltre, le truppe siriane hanno avviato le operazioni nella periferia di Damasco, dove l’esercito libero siriano è ancora presente.
Percependo ciò, i Paesi che avevano cercato il rovesciamento di Bashar al-Assad, in particolare la Francia, hanno deciso ancora una volta di giocare la “carta chimica.” Così, mentre il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius era a New York per firmare un accordo internazionale che disciplina la vendita delle armi convenzionali, consegnava un rapporto alle Nazioni Unite sulla base delle recenti “rivelazioni” del giornale Le Monde sul presunto uso, da parte dell’esercito siriano, di sostanze chimiche tossiche contro i combattenti dell’opposizione. Alcune oscure “analisi” sulla composizione di questi agenti tossici, compiuti in laboratori francesi, vi compaiono. Una cosa non è affatto chiara, chi ha usato le armi chimiche: le forze del governo o i ribelli? Dopo tutto, le prove ufficiali sono carenti. C’è solo da ipotizzare che qualcosa sta succedendo: mercenari estremisti con  fiale di Sarin arrestati recentemente in Turchia mentre tentavano di entrare in Siria, sono stati liberati quasi subito su pressione britannica. Non sembra strano che degli estremisti catturati con un tale carico mortale vengano trattati in questo modo? No, se si considera che Londra, ovviamente, non voleva che fossero arrestati, ma che entrassero in Siria dalla Turchia con il loro “carico” tossico e, quindi, creare un “caso” per poter accusare Damasco di utilizzare agenti tossici!
Carla del Ponte ha dato una buona risposta alle accuse di Fabius secondo cui Damasco ha usato armi chimiche. Ha detto che la prova è ancora carente riguardo chi abbia usato le armi chimiche, che hanno ucciso alcune persone, quando le armi convenzionali ne hanno uccise decine di migliaia. Mentre parlava domenica scorsa in qualità di membro della commissione d’indagine su eventuali violazioni dei diritti umani in Siria delle Nazioni Unite, gli esperti sospettano fortemente che siano i ribelli contrari al Presidente Assad ad aver usato armi chimiche. In un’intervista a una rete televisiva svizzera, ha detto che secondo le testimonianze delle vittime e dei medici, probabilmente furono i ribelli ad aver usato l’agente nervino Sarin. Ha anche sottolineato che gli esperti non hanno ancora prove concrete e ha ricordato che l’inchiesta è tutt’altro che completa.
Londra e Parigi chiaramente esaltano la storia delle armi chimiche solo per provocare un intervento militare straniero in Siria e spingere Stati Uniti e Israele a usare la forza militare contro Damasco. Dal momento che ciò non funziona, promuovono attivamente un tema diverso, l’intervento da parte di Hezbollah e dell’Iran, che presumibilmente combattono dalla parte delle forze di governo, come ad al-Qusayr. L’opposizione l’ha principalmente utilizzato come pretesto per evitare di partecipare alla conferenza di Ginevra 2, anche se è già stato accertato che non c’erano combattenti di Hezbollah ad al-Qusayr. Al contrario, il gruppo sciita ha contrastato i tentativi dei ribelli siriani di entrare in Libano dalla regione di al-Qusayr. Prostrarsi alla propaganda è l’arma principale usata da Gran Bretagna, Francia e Qatar, laddove al-Jazeera diffonde storie cui, a quanto pare, neanche i sostenitori dell’opposizione credono. Ma mi chiedo, che bisogno avrebbe Damasco della conferenza di Ginevra 2 se i ribelli subissero una grave sconfitta, prima che si svolga? Dopo tutto, il vincitore non ha bisogno di negoziare con il perdente. In cima a tutto il resto, la Francia ha detto tramite il suo ministro degli Esteri, che sarebbe meglio tenere la riunione a luglio invece che a giugno, perché dovrebbe essere una “conferenza di ultima istanza”. Poi è giunto un rapporto da Ginevra, la sera del 5 giugno, dopo un altro giro di consultazioni russo-statunitensi su Ginevra 2, dicendo che la riunione preparatoria potrebbe avvenire a fine giugno, e il vertice a luglio. In altre parole, la data viene spostata nuovamente. Evidentemente per evitare che non si svolga affatto. Infatti, prima delle vittorie del governo, molti in occidente speravano che al-Qusayr, Hezbollah, l’Iran e la questione delle armi chimiche divenissero pedine di scambio che avrebbero permesso all’opposizione e ai suoi sponsor di dettare condizioni. Sembrano abbiano sbagliato i calcolati ancora una volta. Dopo tutto, se le forze siriane continuano ad raccogliere successi e Damasco a riprendere il controllo sulle regioni dove i ribelli in precedenza erano forti, la conferenza non sarà più necessaria per altri motivi. Non ci sarà una vera e propria opposizione che possa prendere parte ai negoziati, perché potrebbe essere seppellita entro luglio, lasciando solo piccole sacche di terroristi a portare avanti la lotta contro Damasco, e i suoi leader potranno solo controllare la loro sede di Istanbul e le camere  nei due costosi hotel di Doha dove i ribelli vengono pagati e istruiti.
Per ora, tuttavia, i leader della Siria hanno intenzioni costruttive. Sono disposti a sedersi al tavolo delle trattative per elaborare un accordo riguardante il futuro del Paese sulla base di una soluzione politica. I ribelli dovrebbero essere dei pazzi a non approfittare del quadro pacifico che Damasco prospetta. In realtà, non possono esprimere le proprie condizioni, considerando l’attuale stato di cose in cui sono chiaramente in svantaggio. Inoltre, l’amministrazione Obama è ovviamente sempre meno desiderosa di vedere un regime islamista radicale in Siria. Come Israele. E senza  Washington, nessuno sponsor dell’opposizione deciderà d’intervenire militarmente in Siria, soprattutto dal momento che è sempre più difficile per la Turchia farlo.

Dr. Pjotr Lvov ha conseguito un dottorato in Scienze Politiche.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La geopolitica del gas e la crisi siriana

Dmitrij Minin Strategic Culture Foundation 31.05.2013

556754Come uno dei Paesi più democratici del Medio Oriente, la Siria, ha fatto divenire alcuni dei suoi pari occidentali dei feroci combattenti per la democrazia? L’irrazionalità e la mancanza di scrupoli dei Paesi occidentali riguardo la crisi siriana, quando le stesse persone che in Europa vengono considerate terroristi, sono chiamate “combattenti per la libertà” quando si tratta della Siria, diventano più chiare alla luce dell’aspetto economica della tragedia siriana. Ci sono tutte le ragioni per pensare che sostenendo la distruzione delle radici culturali e storiche della Siria, l’Europa combatta in primo luogo per le risorse energetiche. Un ruolo particolare è svolto dal gas che sta divenendo il principale combustibile del 21° secolo. I problemi geopolitici legati ai suoi produzione, trasporto e uso sono forse gli argomenti più di ogni altro seguiti dagli strateghi occidentali. Secondo la felice espressione di F. William Engdahl, “il gas naturale è l’ingrediente infiammabile che alimenta questa corsa folle all’energia nella regione”. Una battaglia che infuria sul fatto se i gasdotti  andranno verso l’Europa da est a ovest, dall’Iran e dall’Iraq alle coste mediterranee della Siria, o prenderanno una strada che va a nord del Qatar e dall’Arabia Saudita attraversando Siria e Turchia. Avendo capito che il gasdotto in stallo, il Nabucco e difatti l’intero corridoio meridionale, è alimentato solo dai giacimenti dell’Azerbaijan e non può eguagliare le forniture russe all’Europa od ostacolare la costruzione del South Stream, l’occidente ha fretta di sostituirli con le risorse del Golfo Persico. La Siria finisce per essere un elemento chiave in questa catena che appoggiandosi a Iran e Russia, ha spinto le capitali occidentali a decidere che il suo regime deve cambiare. La lotta per la “democrazia” è una falsa bandiera esposta per coprire scopi totalmente diversi.
Non è difficile notare che la rivolta in Siria sia esplosa due anni fa, quasi nello stesso momento della firma del memorandum di Bushehr, il 25 giugno 2011, riguardante la costruzione del nuovo gasdotto Iran-Iraq-Siria. Collegando per 1500 km Asaluyeh, nel più grande giacimento di gas al mondo, il North Dome/South Pars (in comune tra Qatar e Iran), a Damasco. La lunghezza del gasdotto sul territorio dell’Iran sarà di 225 km, 500 km in Iraq, e di 500-700 km in Siria. In seguito potrà essere steso lungo il fondo del Mar Mediterraneo fino alla Grecia. La possibilità di rifornire  gas liquefatto all’Europa attraverso i porti del Mediterraneo della Siria, è anche esaminata. Gli investimenti in questo progetto sono pari a 10 miliardi di dollari. (1) Questo gasdotto, soprannominato “oleodotto islamico”, avrebbe dovuto entrare in funzione nel 2014-2016. La sua capacità prevista è di 110 milioni di metri cubi di gas al giorno (40 miliardi di metri cubi l’anno). Iraq, Siria e Libano hanno già dichiarato il loro fabbisogno di gas iraniano (25-30 milioni di metri cubi al giorno per l’Iraq, 20-25 milioni di metri cubi per la Siria, 5-7 milioni di metri cubi fino al 2020 per il Libano). Una parte del gas sarà fornita tramite il sistema di trasporto del gas arabo in Giordania. Gli esperti ritengono che questo progetto potrebbe essere un’alternativa al gasdotto Nabucco promosso dall’Unione Europea (con una capacità prevista di 30 miliardi di metri cubi di gas all’anno), che non dispone di riserve sufficienti. E’ stato previsto di costruire il gasdotto Nabucco da Iraq, Azerbaigian e Turkmenistan attraversando la Turchia. In un primo momento anche l’Iran venne considerato come fonte energetica, ma in seguito venne escluso dal progetto. Dopo la firma del memorandum sul gasdotto islamico, il capo della National Iranian Gas Company (NIGC), Javad Oji, ha dichiarato che South Pars, un giacimento di 16 trilioni di metri cubi di gas, è una “affidabile fonte di gas, un prerequisito per la costruzione di un gasdotto che il Nabucco non ha”. E’ facile osservare che circa 20 miliardi di metri cubi l’anno passeranno da questo gasdotto per l’Europa, che sarebbe in grado di competere con i 30 miliardi del Nabucco, ma non con i 63 miliardi dal South Stream.
Un gasdotto dall’Iran sarebbe estremamente vantaggioso per la Siria. Anche l’Europa potrebbe guadagnarci, ma è chiaro che a qualcuno in occidente non piace. Gli alleati che riforniscono l’occidente di gas del Golfo Persico non ne sono contenti, né la Turchia sarebbe rimasta il numero uno di questo traffico, in quanto sarebbe rimasta fuori dai giochi. La nuova “santa alleanza” da essi formata ha spudoratamente dichiarato che il suo obiettivo è “tutelare i valori democratici” in Medio Oriente, anche se a rigor di logica gli Stati Uniti e i loro alleati su ciò dovrebbero iniziare dai propri partner della coalizione contro la Siria, le monarchie del Golfo Persico che non sono irreprensibili in tale senso. I Paesi sunniti vedono anche la Pipeline islamica dal punto di vista delle contraddizioni interconfessionali, considerandola un “gasdotto sciita dall’Iran sciita che attraversa il territorio dell’Iraq dalla maggioranza sciita e arriva nel territorio sciita-alawita dell’amico Assad”. Come il noto ricercatore su questioni energetiche F. William Engdahl scrive, “questo dramma geopolitico è accresciuto dal fatto che il giacimento di South Pars si trova nel Golfo Persico direttamente al confine tra l’Iran sciita e il Qatar sunnita. Ma il piccolo Qatar, che non può gareggiare con la potenza dell’Iran, fa un uso attivo delle sue connessioni con la presenza militare degli Stati Uniti e della NATO nel Golfo Persico. Sul territorio del Qatar vi è l’importante nodo del Central Command del Pentagono e delle forze armate degli Stati Uniti, il quartier generale del Comando dell’US Air Force, l’83.th Air Expeditionary Group dell’aviazione inglese e il 379.th Air Expeditionary Wing dell’US Air Force”. Il Qatar, a parere di Engdahl, ha altri piani per la sua quota del giacimento di gas di South Pars e non desidera unirsi agli sforzi di Iran, Siria e Iraq. Non è affatto interessato al successo del gasdotto Iran-Iraq-Siria, che sarebbe del tutto indipendente dalle vie di transito per l’Europa usate da Qatar o Turchia. In effetti, il Qatar fa tutto il possibile per contrastare la costruzione del gasdotto, tra cui armare i combattenti dell’“opposizione” in Siria, molti dei quali provengono da Arabia Saudita, Pakistan e Libia.  (2)
la determinazione del Qatar è alimentata dalla scoperta di una società di prospezione geologica siriana, nel 2011, di un grande giacimento di gas in Siria, vicino al confine libanese, non lontano dal porto sul Mediterraneo di Tartus affittato alla Russia, e dell’individuazione di un importante giacimento di gas nei pressi di Homs. Secondo stime preliminari, queste scoperte dovrebbero aumentare notevolmente le riserve di gas del Paese, che in precedenza ammontavano a 284 miliardi di metri cubi. Il fatto che l’esportazione di gas, siriano o iraniano, verso l’Unione europea possa  avvenire attraverso il porto di Tartus, che ha legami con la Russia, scontenta il Qatar e i suoi protettori occidentali. (3) Il quotidiano arabo al-Akhbar cita informazioni secondo cui vi è un piano approvato dal governo degli Stati Uniti per creare un nuovo gasdotto dal Qatar all’Europa passando per la Turchia e Israele. La capacità di una tale pipeline non viene menzionata, ma considerando le risorse del Golfo Persico e della regione del Mediterraneo orientale, potrebbe superare sia quella  della pipeline islamica che il Nabucco, sfidando direttamente il South Stream della Russia. L’ideatore principale di questo progetto è Frederick Hoff, “responsabile per le questioni sul gas nel Levante” e membro del “comitato di crisi siriana” statunitense. Questo nuovo gasdotto partirebbe dal territorio del Qatar e dell’Arabia saudita, passerebbe quindi per il territorio della Giordania, aggirando così l’Iraq sciita e raggiungerebbe la Siria. Vicino ad Homs, la pipeline si dividerebbe in tre direzioni: Latakia, Tripoli, nel nord del Libano e Turchia. Homs, dove ci sono anche giacimenti di idrocarburi, è il “principale snodo del progetto”, e non sorprende che si svolgano in prossimità di questa città e della sua “chiave”, al-Qusayr, i combattimenti più feroci. È qui che il destino della Siria si decide. Le parti del territorio siriano dove i distaccamenti ribelli operano con l’appoggio di Stati Uniti, Qatar e Turchia, sono a nord, a Homs e nei dintorni di Damasco, che coincidono con il percorso che seguirebbe il gasdotto verso la Turchia e Tripoli in Libano. Un raffronto tra la mappa degli scontri armati e la mappa del gasdotto dal Qatar indica il legame tra le attività armate e il desiderio di controllare questi territori siriani da parte degli alleati del Qatar, che cercano di realizzare tre obiettivi: “rompere il monopolio del gas russo in Europa, liberare la Turchia dalla dipendenza dal gas iraniano e dare ad Israele la possibilità di esportare il suo gas verso l’Europa via terra, a basso costo”. (4) Come l’analista di Asia Times Pepe Escobar ha indicato, l’emiro del Qatar a quanto pare ha concluso un accordo con i “Fratelli musulmani” in base a cui ne sosterrà l’espansione internazionale in cambio di un trattato di pace in Qatar. Un regime dei “Fratelli musulmani” in Giordania e in Siria, sostenuto dal Qatar, muterebbe bruscamente l’intera geopolitica del mercato mondiale del gas decisamente a favore del Qatar e a scapito di Russia, Siria, Iran e Iraq. Sarebbe anche un colpo mortale per la Cina.  (5)
La guerra contro la Siria è volta a supportare questo progetto, così come a spezzare l’accordo tra Teheran, Baghdad e Damasco. La sua realizzazione è stata interrotta più volte a causa delle operazioni militari, ma nel febbraio 2013 l’Iraq ha dichiarato la sua disponibilità a firmare l’accordo quadro che permette la costruzione del gasdotto. (6) E’ interessante notare che dopo di ciò, nuovi gruppi di sciiti iracheni si sono levati a sostegno di Assad, che come il Washington Post ammette, non hanno “alcuna esperienza in battaglie” contro gli statunitensi nel loro Paese. Insieme ai combattenti di Hezbollah in Libano, sono una forza sempre più temibile. (7) La posta nel “gioco di eliminazione” iniziato in Siria dall’occidente per il gasdotto, continua a crescere. La fine dell’embargo dell’Unione europea alla fornitura di armi all’opposizione siriana, che secondo la BBC trovava la maggior parte dei paesi membri dell’UE contrari (8) (democrazia, dove sei?), non potrebbe aiutare i ribelli. Come per la civiltà e la giustizia, quando il profitto è in gioco, i sentimenti non hanno peso. La cosa principale è non giocare la carta sbagliata in questo gioco sleale che odora di sangue e di gas.

Note
1) Voltairenet
2) Global Research
3) Natural Gas Asia
4) Zebra Station Polaire
5) Asia Times
6) Day.az
7) Washington Post
8) BBC

arab gas pipelineLa ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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