Geopolitica della guerra imperialista contro la Siria: il vecchio ordine del Medio Oriente

Parte seconda
Fida Dakroub, Mondialisation, 22 maggio 2012 

Generalità
Molta infelicità nasce in questo mondo dalla confusione e dalla cose uccise [1]. Si pubblicano libri su libri, articoli su articoli, molti anche cinque o sei volte, in modo che non ci si perda durante la lunga strada verso la cosiddetta “rivoluzione” siriana, i cui eroi assediano da un anno e oltre, il “tiranno di Damasco” nel suo Gran Serraglio di dispotismo e tirannia. Analisi preliminari, analisi degli incidenti, analisi interne, e altri processi ausiliari ed essenziali, in ogni momento, crescono con grande proliferazione.
Riguardo ciascuno di queste grandi e piccoli analisi, i conduttori televisivi s’impegnano di routine, sui grandi schermi, in interviste con docenti specialisti di scienze politiche, esperti di affari siriani, presidenti dei centri di ricerca sul Medio Oriente, orientalisti ciarlatani diventati esperti di geostrategia nel Medio Oriente dopo aver letto “Tintin ed i sigari del Faraone“. Tutto questo rumore, frastuono, di quello che diranno, questo sbadiglio, russare, alla radio, in televisione, su internet, nelle sale da pranzo, tutto ciò è il “grande dibattito” sulla “primavera araba” e la supposta “rivoluzione” siriana, per l’appunto. Sono soprattutto questi “dottori” in sciamanesimo mediorientale che i media dell’ordine sono soliti fare riferimento, nel desiderio di riprodurre l’immagine tipica del “dispotismo” arabo contro la “democrazia democratica” dell’occidente. Tuttavia, questa volta, vediamo questi stessi “dottori”, che sono tanto consultati, precipitarsi davanti alle telecamere dei media dell’ordine, emittenti della propaganda imperialista, non per accusare gli arabi di “innata inclinazione al dispotismo“, ma piuttosto per glorificarli e congratularsi con loro per la loro “primavera”, considerata dai fanfaroni dell’imperialismo come l’”ultima incarnazione” del definitivo compimento della democrazia occidentale borghese. Plaudite, acta est fabula![2]

I due assi belligeranti in Medio Oriente
Tuttavia, dietro questo tremendo idillio tra i media dell’ordine e le “rivoluzioni arabe” si nascondono, con tutta l’ipocrisia del discorso “filantropico” e “liberatore”, gli interessi strategici dell’imperialismo mondiale in Medio Oriente.  
Dopo la sconfitta di Israele nella Seconda Guerra del Libano [3], l’Impero si è svegliato nell’amara realtà che gli iraniani sono già alle porte di Israele e l’arco sciita si è ben consolidato dall’Iran a est al Libano ad ovest, attraversando l’Iraq e la Siria. Questo asse contro l’Impero in Medio Oriente comprende, infatti, tre paesi: Iran, Siria e Libano (si aggiunga il governo Maliki in Iraq, dopo il ritiro delle truppe statunitensi). Il segretario generale dell’organizzazione Hezbollah, Hassan Nasrallah, l’ha ben descritto quando ha detto che questo asse ha tre ‘corpi’: la spalla (Iran), il braccio (Siria) e il pugno (Libano) [4].
Di fronte a questo asse, vi è l’asse pro-Impero, composto da Israele, punta di diamante dell’imperialismo mondiale in Medio Oriente, dagli emirati e dai sultanati della penisola arabica, dall’Egitto a sud (prima della detronizzazione del suo Faraone Mubarak), e dalla Turchia a nord. Infatti, l’asse dell’Impero è stato costituito nel 1978 con la creazione dell’ordine di Camp David [5], che aveva sostituito l’ordine del secondo dopoguerra.
In questo senso, ci sentiamo veramente “imbarazzati” nel credere al discorso “filantropico” dei fanfaroni della tragedia della “i”, ed interpretare, quindi, gli eventi che sconvolgono il mondo arabo, come fatti isolati dai piani espansionistici dell’Impero nella regione.  
Le nostre osservazioni del paesaggio siriano hanno portato a questo risultato: che l’insurrezione armata in Siria e l’improvvisa comparsa di gruppi islamici salafiti sulla scena degli eventi, non può essere compresa né dal discorso dei media dell’ordine occidentali e arabi subordinati, né ricordando a memoria il discorso poetico e miserabile del Consiglio nazionale siriano [6], ma piuttosto determinando 1) le componenti etniche e religiose del paesaggio della Siria, 2) le condizioni storiche della nascita di nuovi stati in Medio Oriente, dopo lo smembramento dell’impero ottomano nel 1918 [7], 3) il fallimento dell’impero statunitense dopo le guerre in Afghanistan e in Iraq; 4) la sconfitta di Israele nella seconda guerra del Libano [8].
Detto questo, qualsiasi discussione sulla violenza in Siria – un nome che troviamo più realistico della fantastica “rivoluzione” siriana – dovrebbe prendere come base per l’analisi, i punti di cui sopra.
Inoltre, ciò che cerchiamo di stabilire è proprio la conoscenza di un evento storico tanto significativo nella storia del Medio Oriente, e il suo effetto sugli attuali eventi in Siria; poiché anche se si possiede la conoscenza più completa possibile di tutti gli eventi della “Primavera araba“, saremmo impotenti di fronte alle seguenti domande:
In primo luogo, come spiegare il fatto che, ad un certo punto nella guerra contro il terrorismo dichiarata nel 2011, l’antagonismo Occidente-Islam è riuscito a formare un “fronte unito” che afferma di “difendere” democrazia e diritti umani nel mondo arabo; un “fronte” che raccoglie, dietro la barricata e anche sotto la stessa bandiera della “libertà, democrazia, giustizia“, l’imperialismo degli Stati Uniti, il neo-colonialismo europeo, l’islamismo del Califfato turco e il dispotismo oscurantista arabo?
In secondo luogo, come spiegare il fatto che gli emirati e sultanati arabi del Golfo si considerino minacciati dall’Iran, un paese musulmano, e non dallo stato ebraico stabilito nel cuore del mondo arabo dall’imperialismo britannico, all’indomani della Grande Guerra?
In terzo luogo, perché Israele, un paese che si considera ed è considerato l’”unica democrazia” in Medio Oriente, a un certo punto diventa la garanzia di continuità delle politiche oscurantiste delle monarchie dispotiche della penisola arabica?
In quarto luogo, come spiegare il fatto che, nonostante la propaganda imperialista e la disinformazione dei media contro la Siria, troviamo che la maggior parte dei siriani continua a sostenere il presidente Bashar al-Assad, e che anche la maggioranza dei libanesi e degli iracheni, per non parlare degli iraniani, lo supporta?
In quinto luogo, come spiegare il fatto che le minoranze cristiane d’Oriente, che normalmente si identificano con l’”Occidente cristiano” si sentano minacciate dalla “democrazia democratica” stessa dell’Occidente, e preferiscano la “tirannia” del presidente siriano Assad alla “libertà” promessa dall’imperialismo mondiale?
E’ vero che il numero e la natura delle cause determinanti di un singolo evento qualsiasi è sempre infinito, e non vi è nelle cose stesse alcun tipo di criterio che permetta di selezionare una parte di esse, come le sole da dover prendere in considerazione; ma non possiamo lasciarci prendere “dalla confusione e uccidere le cose” della propaganda imperialista, per la semplice ragione che le cause sono infinite; al contrario, il nostro lavoro analitico richiede la distribuzione delle cause infinite in gruppi finiti di cause, che limiteremo in due aspetti: 1) le componenti etniche-religiose del paesaggio della Siria naturale, o l’eterogeneità culturale siriana e 2) la concretizzazione politica di questa eterogeneità nella nascita di nuovi Stati, a seguito della dissoluzione dell’Impero Ottomano nel 1918, sulla base di precise condizioni storiche.

Il vecchio ordine in Medio Oriente
E’ chiaro fin dall’inizio, che il mondo arabo attraversa un periodo di profonda ristrutturazione della propria mappa geopolitica, delle sue frontiere esterne ed interne, dei nomi dei suoi paesi e della loro natura. Si tratta, infatti, di una seconda grande ricostruzione in un secolo; dopo la prima ricostruzione avutasi dopo la Grande Guerra e lo smembramento dell’impero ottomano nel 1918, da parte dell’imperialismo franco-britannico. Tra la prima ricostruzione (1918) e la seconda (2011), due revisioni sono state fatte:
In primo luogo, la revisione del secondo dopoguerra che è stata applicata negli anni Cinquanta e Sessanta. Questa revisione ha portato a due eventi principali: 1) la caduta delle monarchie create dall’imperialismo francese e britannico all’indomani della Grande Guerra, la monarchia di Idris I di Libia (1951-1969), il Regno d’Egitto [9] (1922-1953), il Regno d’Iraq [10] (1921-1958), la monarchia dello Yemen [11] (1918-1962) e 2) l’indipendenza delle colonie francesi e inglesi in Africa del Nord e Medio Oriente.
In secondo luogo, la revisione dell’ordine di Camp David, istituito nel 1978 a seguito della guerra “carnevalesca” dell’ottobre 1973. Questa seconda revisione ha portato alla nascita di dittature e monarchie sanguinarie imposte e sostenute dall’imperialismo mondiale [12]. Per tre decenni, mostri come Mubarak, Saddam, gli emiri e i sultani della penisola arabica, godettero della benedizione dell’impero statunitense e dei suoi alleati europei. Da un lato, lo status quo ha imposto Israele al centro delle relazioni regionali, dall’altra parte, ha permesso a despoti e mostri arabi, docili all’impero statunitense, di tiranneggiare i loro popoli e di terrorizzarli con tortura, oppressione e sterminio. Qui citiamo l’esempio di Saddam Hussein, che si precipitò in una guerra selvaggia contro il popolo iraniano (1979 – 1988) causando 1,5 milioni di vittime fra morti e disabili [13], e l’esempio di Mubarak, il faraone egiziano e figlio di Ramses II, che s’impose in Egitto ed ha affamato il suo popolo per trentanni come nessun altro Faraone aveva mai fatto.   

L’accordo Sykes-Picot (1916)
Come evidenziato dalla mappa geopolitica del Medio Oriente, i confini degli Stati esistenti furono elaborati in piena Grande Guerra (1914 – 1918), proprio come una divisione coloniale, risultata da diversi accordi e trattati imposti da Francia e Regno Unito, le due grandi potenze coloniali del tempo; citiamo l’accordo Sykes-Picot (1916), la Dichiarazione Balfour (1917), la Conferenza di Pace (1919), il trattato di Sevres (1920) e il Trattato di Losanna (1923). Ne risulterà che francesi e britannici ridisegnarono i confini interni ed esterni delle province arabe dell’Impero ottomano, in base ai propri interessi coloniali e non, ovviamente, nell’interesse dei popoli conquistati.
Il primo accordo tra le potenze coloniali, sul futuro delle province arabe dell’Impero Ottomano, fu quello Sykes-Picot del 1916. Le grandi potenze erano in guerra. Il costo di questa guerra raggiunse già i milioni di morti e mutilati, lasciati nelle trincee di una guerra fatta per determinare quale gruppo di briganti finanziari avesse la quota maggiore di bottino coloniale. Tuttavia, lontani dai bombardamenti dell’artiglieria pesante, a Downing Street, a Londra, le due potenze coloniali, Francia e Regno Unito, si stavano preparando per ritagliare e spezzettare il “malato d’Europa“. Per queste due superpotenze, il crollo dell’Impero Ottomano era una questione di tempo.
A seguito dei lavori epistolari preparatori, durati diversi mesi, tra Paul Cambon, ambasciatore di Francia a Londra, e Sir Edward Grey, Segretario di Stato al Ministero degli Esteri, l’accordo Sykes-Picot venne concluso da Francia e Regno Unito, tra Sir Mark Sykes e François Georges-Picot, il 16 maggio 1916. L’accordo prevedeva la frantumazione del Levante e della Mesopotamia, in particolare dello spazio tra Mar Nero, Mar Mediterraneo, Mar Rosso, Oceano Indiano e Mar Caspio, allora parte dell’Impero ottomano.
Inoltre, la Russia zarista e l’Italia avevano partecipato alle deliberazioni e diedero il loro assenso ai termini dell’accordo, che rimase segreto fino al gennaio 1918 quando il nuovo governo bolscevico in Russia, l’aveva portato all’attenzione del governo della Sublime Porta, ancora proprietario dei territori interessati.  
Secondo l’accordo Sykes-Picot, il Levante e la Mesopotamia, vale a dire la Siria naturale [14], sarebbero stati divisi in cinque zone:
1. Zona di amministrazione diretta francese, formata dall’attuale Libano e dalla Cilicia;
2. Zona araba A, d’influenza francese nel nord della Siria e nella provincia di Mosul;
3. Zona di amministrazione diretta inglese formata da Kuweit e dalla Mesopotamia;
4. Zona araba B, d’influenza britannica, comprendente Siria meridionale, Giordania e il futuro mandato della Palestina;
5. Zone d’amministrazione internazionale, comprendente San Giovanni d’Acri, Haifa e Gerusalemme. Il Regno Unito otterrà il controllo dei porti di Haifa e di Acri [15].  
A un altro livello, gli Stati Uniti, che si presentavano nel ventesimo secolo come una forza “liberatrice”, non parteciparono alle delegazioni Sykes-Picot, e il presidente Woodrow Wilson cercò di presentare l’argomento dell’autodeterminazione dei popoli. Pertanto, spiegò l’8 Gennaio 1918 davanti al Congresso degli Stati Uniti, i quattordici punti che, secondo lui, avrebbero contribuito a regolare il dopo-guerra. In linea con questi quattordici punti, venne avanzata l’idea di inviare una commissione d’inchiesta nella provincia siriana.
Il dodicesimo punto indicava la posizione di Wilson sulla divisione dell’Impero Ottomano:
Alle regioni turche dell’impero ottomano, dovrebbe essere garantita la sovranità e la sicurezza, ma per le altre nazioni che sono ora sotto il dominio turco, dovrebbe essere garantita la sicurezza assoluta della vita e la piena opportunità di svilupparsi autonomamente; riguardo allo stretto dei Dardanelli,  dovrebbe rimanere sempre aperto, per consentire il libero passaggio alle navi e al commercio di tutte le nazioni, sotto delle garanzie internazionali [16].”
Infatti, i principi di Wilson non furono completamente rifiutati, l’occupazione britannica e francese delle province arabe dell’Impero Ottomano, al contrario, li legittimarono. I principi di Wilson riconobbero solo la sovranità delle regioni turche dell’Impero; riguardo le regioni arabe, questi principi garantirono solo, senza assicurare, la “sicurezza assoluta della vita e la piena possibilità di svilupparsi autonomamente.” Ciò significava, sottinteso, che i punti di Wilson ritenevano i siriani incapaci di decidere il proprio destino e il proprio futuro, e quindi di dover rimanere sotto una sorta di protettorato coloniale, prima che potessero avere la loro indipendenza.
Dal punto di vista del suo contenuto e non della sua forma, il discorso “liberare” di Wilson non si discosta molto da quello fatto dalle potenze coloniali alla Conferenza di Berlino, nel 1884, per giustificare la divisione dell’Africa [17]. Se la Conferenza di Berlino (1884) adottò un discorso sulla “civilizzazione” per giustificare il saccheggio dell’Africa [18], la Conferenza di Pace (1919) preferì un discorso “liberatore” per regolare l’assalto al Medio Oriente. Ricordiamoci anche, en passant, del discorso “democraticista” dell’Impero statunitense alla vigilia dell’invasione dell’Iraq, nel 2003.
Contrariamente a ciò che la Conferenza di Pace diffuse, i siriani [19] erano determinati a raggiungere l’indipendenza e a governare indipendentemente dalle potenze coloniali. Ciò era giustificato dalla presenza, fin dal XIX secolo, di grandi partiti politici, movimenti, organizzazioni, club, giornali, stampa, pubblicazioni, il cui obiettivo principale era raggiungere l’indipendenza delle province arabe dall’Impero ottomano. Infatti, non è vero che i turchi, sconfitti nella Grande Guerra, abbandonarono macchia e boschi occupati da una popolazione primitiva, come ama diffondere il discorso colonialista; al contrario, le città arabe dell’Impero Ottomano aveva raggiunto, a quel tempo, un livello molto avanzato nel campo dell’organizzazione urbana.   
Certo, la posizione degli Stati Uniti di fronte ai progetti di suddivisione del Levante, alla vigilia della Conferenza di Pace (1919), non può essere spiegata con la natura, allora “liberatrice” degli Stati Uniti, o dalla “buona volontà” e dal “libero arbitrio” del presidente statunitense Woodrow Wilson, “Pace dalle sue ceneri”; ma piuttosto dall’analisi oggettiva dell’”astinenza” statunitense, considerata nel contesto del rapporto di forze allora stabilito tra le due scaltre potenze coloniali, e che erano state sul punto di perdere la guerra in Europa, Francia e Regno Unito, da un lato, e una potenza imperialista in ascesa, che si precipitò in loro soccorso nel 1917, gli Stati Uniti, dall’altro lato.   In altre parole, gli Stati Uniti volevano, a quel tempo, frenare le ambizioni coloniali di Francia e Regno Unito, che si stavano preparando a una soluzione globale del Medio Oriente, secondo il modello applicato in Africa. Inoltre, gli interessi degli Stati Uniti esigevano che le province arabe dell’Impero ottomano non fossero sotto un’occupazione diretta che portasse a una soluzione globale, come era stato fatto in Africa, ma sotto un’occupazione indirettamente controllata dalla Lega delle Nazioni.
In base a questa determinazione nel rifiutare l’imperialismo britannico e francese, e le sue manifestazioni, un nuovo sistema giuridico venne introdotto gradualmente. La Società delle Nazioni organizzò nel contesto di un comitato, una consultazione delle popolazioni interessate. La Commissione d’inchiesta King-Crane venne inviata nel 1919 in Palestina, Libano, Siria e Cilicia, per indagare sui desideri dei popoli circa il loro futuro. Anche in Iraq, gli inglesi lanciarono una consultazione pubblica tra dicembre 1918 e gennaio 1919.
Percependo che la situazione gli sfuggiva, francesi e britannici, che avevano partecipato alla cattura di Damasco nel 1918, lasciarono il comitato e subito imposero ai territori interessati nuove frontiere, come venne specificato dall’accordo Sykes-Picot. L’anno seguente, le forze britanniche si ritirarono dalla zona di influenza della Francia, cedendo il controllo alle truppe francesi.
Incapace di far fronte alla volontà delle potenze coloniali, la Lega delle Nazioni gli affidò, nel 1920, un mandato sulle province arabe dell’Impero Ottomano, che doveva portare rapidamente, almeno in teoria, all’indipendenza dei due territori. Tuttavia, i nazionalisti siriani, organizzati dalla fine del XIX secolo, dopo aver auspicato la creazione di una Siria indipendente, comprendente la Palestina e il Libano, respinsero il mandato. Nel marzo 1920, il Congresso Nazionale siriano, eletto nel 1919, aveva rifiutato il mandato francese e proclamò unilateralmente l’indipendenza del paese. Tuttavia, nell’aprile 1920, la conferenza di San Remo confermò l’accordo Sykes-Picot, e legittimò l’intervento militare francese. Pertanto, le truppe del generale Gouraud entrarono a Damasco a luglio, e schiacciarono brutalmente l’indipendenza della Siria. Migliaia di nazionalisti siriani furono fucilati dall’autorità occupante francese. Così si ebbe il crollo del “grande progetto arabo” di raccogliere attorno a Damasco le province arabe già facenti parte dell’Impero Ottomano. Mentre era stata ostile ai turchi, la popolazione siriana divenne rapidamente di sentimenti anti-francesi.
Così, dalla suddivisione della Siria naturale, emersero dei nuovi Stati, che non erano mai esistiti prima dell’occupazione franco-britannica: Iraq, Giordania, Kuwait, Libano, Palestina, Siria e altri due Stati che non durarono a lungo, grazie al rifiuto totale da parte del popolo siriano – questo rifiuto portò alla Rivoluzione siriana (1925 – 1927) – stiamo parlando dello stato dei drusi e dello stato alawita.

Fida Dakroub, Ph.D

Per contattare l’autrice: Bof Dakroub 

Note
[1] Citazione di Fëdor Dostoevskij.
[2] Sul letto di morte, l’imperatore romano Augusto, sentendosi sempre più indebolito, chiese uno specchio, si fece pettinare e rasare la barba. Dopo di che disse: “Non ho giocato bene la mia parte? Sì, si rispose; Battete le mani, pertanto, ha detto, il gioco è finito! Plaudite, acta est fabula!”
[3] Dakroub, Fida. (2012, 14 maggio). La sconfitta di Israele nella seconda guerra del Libano (2006) Centre de recherche sur la mondialisation, 21 maggio 2012
[4] Moqawama
[5] Gli Accordi di Camp David furono firmati il 17 settembre 1978, dal presidente egiziano Anwar Sadat e dal primo ministro israeliano Menachem Begin, sotto la mediazione del presidente statunitense Jimmy Carter. Si trattava di due accordi quadro che furono firmati alla Casa Bianca dopo 13 giorni di negoziati segreti a Camp David. Furono seguiti dalla firma del primo trattato di pace tra Israele e un paese arabo: il trattato di pace tra Israele ed Egitto del 1979.
[6] Vedi l’articolo dall’autrice, “Le 11-Vendémiaire de la Sainte-Révolution syrienne ou L’Échec du Conseil national syrien
[7] Indichiamo per condizioni storiche tutti gli accordi e i trattati tra le potenze coloniali e imperiali sulla divisione e spartizione del Levante tra i diversi stati antagonisti, nel periodo successivo alla Grande Guerra (1914-1918).
[8] Dakroub, Fida. La sconfitta di Israele nella seconda guerra del Libano (2006). op. cit.
[9] Il regno venne istituito nel 1922, quando il governo britannico riconobbe l’Egitto indipendente. Il sultano Fuad I divenne il primo re del nuovo stato. Farouk I succedette al padre come re nel 1936. Prima la Francia, l’Egitto venne occupato e controllato dal Regno Unito dal 1882.
[10] Il regno venne prima annunciato il 23 agosto 1921, durante il mandato britannico sulla Mesopotamia. Il mandato della Società delle Nazioni esercitato dal Regno Unito, fu annullato di diritto nel 1922, ma la tutela britannica rimase parzialmente in vigore; infatti, fino al 1932, quando l’Iraq vide la sua piena indipendenza riconosciuta di diritto con la sua adesione alla Lega.
[11] Il Regno dello Yemen era uno stato che è esistito nel 1918-1962, nel nord dello Yemen moderno.
[12] Özhan, Taha, (10 ottobre 2011). The Arab “Spring”, Hürriyet
[13] Karsh, Efraim. (2002), The Iran-Iraq War 1980-1988, Osprey, Londra.
[14] Si tratta qui della Siria naturale che corrisponde grosso modo alla Siria greco-biblica, situata tra l’Anatolia, la Mesopotamia, il Mediterraneo e il Sinai (oggi Siria, Libano, Palestina, Giordania, Iraq, Kuwait e stato ebraico).
[15] Laurens, Henry. Comment l’Empire ottoman fut dépecé, Le Monde Diplomatique, aprile 2003.
[16] I Quattordici Punti del presidente Wilson, Messaggio al Congresso che delinea il programma di pace degli Stati Uniti, 8 gennaio 1918.
[17] La Conferenza di Berlino segnò l’organizzazione e la collaborazione europea nella spartizione e divisione dell’Africa. La conferenza iniziò il 15 novembre 1884 a Berlino e terminò il 26 febbraio 1885. Su iniziativa del Portogallo e organizzato da Bismarck, Germania, Austria-Ungheria, Belgio, Danimarca, Spagna, Francia, Regno Unito, Italia, Paesi Bassi, Portogallo, Russia, Svezia, Norvegia e Turchia e Stati Uniti vi  parteciparono. La conferenza di Berlino non aveva spartito l’Africa tra le potenze coloniali, si limitò a stabilire le regole di questa divisione.
[18] Nel 1876, la conferenza di geografia di Bruxelles (12-19 settembre 1876) fu convocata dal re belga Leopoldo II per inviare spedizioni in Congo, per il presunto scopo di fermare la tratta degli schiavi attuata dagli arabi e, nelle sue stesse parole, per “civilizzare” il continente africano.
[19] Per siriani, intendiamo gli abitanti naturali della Siria prima dell’accordo Sykes-Picot.

Dottore in Studi francesi (UWO, 2010), Fida Dakroub è una scrittrice e ricercatrice, membro del “Gruppo di ricerca e studio sulle letterature e le culture del mondo francofono” (GRELCEF) presso l’University of Western Ontario. È autrice de “L’Orient d’Amin Maalouf, Écriture et construction identitaire dans les romans historiques d’Amin Maalouf” (2011).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Geopolitica della guerra imperialista contro la Siria

Parte prima: La sconfitta di Israele nella Seconda Guerra del Libano (2006)
Fida Dakroub Mondialisation 14 maggio 2012

Generalità
Le verità più evidente? Una menzogna che ci piace [1]. Contrariamente a ciò cui ambiscono i media imperialisti, la falsa immagine degli eventi in Siria, che riproducono instancabilmente, si decompone rapidamente e crea nuove sostanze, una volta data una lettura critica all’episodio siriano della presunta “Primavera araba”. Infatti, una tale lettura dovrebbe prendere come oggetto di analisi gli interessi strategici delle potenze imperialiste in Medio Oriente, dallo sbocciare delle profumate violette della “primavera araba”, accuratamente innaffiate dalla Santa Alleanza arabo-atlantica, fino all’indomani del ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq, nel dicembre 2011.

1. I due approcci sulla guerra contro la Siria
Nell’arena mediatica, due discorsi contraddittori si oppongono in merito all’interpretazione degli eventi in Siria: da un lato, i media arabi-atlantico – legati naturalmente ai centri di potere imperialisti, dall’altro lato i media alternativi e di resistenza.
Per quanto riguarda le ambizioni di media arabi-atlantica, è tutto naturale.
In primo luogo, partiamo dalla falsificazione dei dati sul campo, per dimostrare che gli eventi sono degli “episodi dell’epopea umana, avida, enorme – decaduta” [2], una sorta di epica battaglia tra le forze del bene e del male; quindi demonizzare la figura dell’Altro – qui il governo siriano – al punto di farlo vedere come un Hashmodai [3], un Astaroth [4]; infine, si glorificano i gruppi armati islamisti, che angelizzati al punto da venire presentati come dei monaci meditatori, che portano la scintilla della “Libertà, giustizia, democrazia”.
Ciò implica, naturalmente, l’utilizzi di tutti i tipi di operazioni cosmetiche, per manipolare le emozioni della gran parte degli spettatori, “bloccati” di fronte agli schermi di grandi dimensioni che mostrano lo spettacolo  maestoso, il capolavoro di propaganda arabo-atlantica.
In questo senso, ogni lettura che si riferisce solo alla propaganda arabo-atlantica e al discorso miserabile del Consiglio Nazionale siriano, acquisisce, riteniamo, un valore di ciarlataneria politica che serve solo a risvegliare, anche nel cuore dell’onesto sultano mamelucco, un piacevole senso di solidarietà con la cosiddetta “rivoluzione” siriana.
Per quanto riguarda il nostro approccio, che fa parte del discorso alternativo globale alla guerra imperialista contro la Siria, ecco qual’è.
In primo luogo, la guerra imperialista contro la Siria, camuffata sotto le vesti di rivoluzioni profumate, mira 1) a frantumare ciò che era già frammentato da una serie di accordi e trattati tra potenze coloniali, sulla scia dello smembramento dell’impero ottomano nel 1918 [5], 2) e spingendo ogni gruppo religioso, ogni etnia, ogni vicolo o vicoletto,  sui componenti l’eterogeneità della Federazione [6], a dichiarare uno stato indipendente. Il primo punto è un punto di partenza, o il vero obiettivo della cosiddetta “rivoluzione” siriano, il secondo è un punto di arrivo o il vero obiettivo di una tale “rivoluzione”.
Per contro, non va dimenticato – nonostante il frastuono dei fanfaroni della propaganda imperialista – che le potenze coloniali non hanno mai cessato di intervenire negli affari degli Stati del Levante, dalla nascita di questi ultimi durante il ventesimo secolo.
In secondo luogo, per quanto riguarda la velocità degli eventi che hanno portato ad una crescita delle minacce e degli attacchi contro la Siria, li consideriamo il risultato delle perturbazioni da tsunami che avevano colpito l’equilibrio di potenza costituitosi in Medio Oriente tra i due campi belligeranti, durante la seconda guerra del Libano (2006), lo Stato ebraico e Hezbollah, e le circostanze negative della sconfitta di Israele, in quella guerra, per gli interessi e i piani espansionistiche dell’Impero statunitense nella regione. Infatti, la sconfitta di Israele nella guerra del 2006 ha portato il Stato ebraico – alleato strategico dell’impero statunitense – e gli emirati e sultanati arabi – docili e sottomessi all’Impero, naturalmente – in una situazione critica di fronte alla nascita della nuova superpotenza iraniana, i cui alleati regionali sono Iraq, Siria, Libano e la Striscia di Gaza.

2. Prima sconfitta: Il ritiro del maggio 2000
Tutto è cominciato pochi mesi dopo l’inizio del terzo millennio, la notte del ventitreesimo giorno di maggio del 2000.
Nel buio di quella notte oscura, l’esercito israeliano, l’IDF, si era frettolosamente ritirato dal Libano meridionale, dopo ventidue anni di occupazione. Questo ritiro era stato battezzato “Operazione Persistenza”. Punta di diamante della resistenza libanese, Hezbollah, il movimento integralista sciita, ha imposto la sua presa sulla defunta “zona di sicurezza” creata dalle forze di occupazione israeliane. Ciò ha causato un terremoto negli equilibri di potere nella regione.
Visto dal Libano, il ritiro è stato interpretato come la brillante vittoria della “resistenza” incarnata da Hezbollah, che conduce dal 1982 una lotta feroce contro lo Stato ebraico. Inoltre, l’IDF (Tsahal), che era considerato “il miglior esercito del mondo“, è stato umiliato e costretto a lasciare  incondizionatamente il Libano meridionale, per limitare le sue perdite umane. Questa era la prima volta che l’esercito israeliano si era ritirato da un territorio arabo sotto pressione militare.

3.1. Seconda sconfitta: La seconda guerra del Libano (2006)
Sei anni dopo questa sconfitta militare e morale, il 12 luglio 2006, verso le nove del mattino, i guerriglieri libanesi di Hezbollah attaccavano un carro armato israeliano nel territorio dello Stato ebraico,  catturavano due soldati e scomparivano nel trambusto delle prime ore del mattino dei villaggi libanese. Un’ora dopo, un altro blindato israeliano, che aveva attraversato il confine per recuperare i due prigionieri, veniva distrutto a sua volta. Il bilancio fu di otto morti e due prigionieri tra i soldati israeliani, e due sono morti nel campo di Hezbollah. Lo Stato ebraico non se l’aspettava. Con una reattività sorprendente per un paese colto di sorpresa, ha ammassato una divisione di riservisti sul suo confine con il Libano.

3. 1. 1. Gli obiettivi dell’IDF
Per quanto riguarda gli obiettivi delle operazioni militari, Israele ne fissò tre: 1) recuperare i soldati catturati da Hezbollah, 2) fermare il lancio di razzi sulle città israeliane, e 3) forzare il governo libanese ad attuare la risoluzione del Nazioni Unite, vale a dire disarmare Hezbollah e schierarsi lungo il suo confine settentrionale.
A nome del principio dell’”isolamento dal teatro”, il blocco di porti e aeroporti, l’interruzione della strada Damasco-Beirut, il bombardamento di ponti e serbatoi di carburante furono decisi dallo stato maggiore dell’IDF. Questi mirava ad impedire il passaggio dei soldati catturati a nord del Libano o in Iran,  la ritirata dei combattenti di Hezbollah verso nord, e l’invio di riservisti di rinforzo al sud e l’approvvigionamento della logistica di Hezbollah .
Alcune ore dopo, l’esercito israeliano attaccava numerosi obiettivi in tutto il Libano. L’aviazione israeliana bombardava strade, ponti, centrali elettriche, centrali telefoniche e l’aeroporto di Beirut, provocando il “più grande disastro ambientale nel Mediterraneo.” La risposta dello stato ebraico fu giudicata “sproporzionata” dalle Nazioni Unite, ma supportata dall’Impero statunitense, che riteneva assieme alla Gran Bretagna, che lo Stato ebraico avesse “il diritto all’auto-difesa”.
Per quanto riguarda il dispiegamento di truppe, la componente attiva dell’esercito israeliano impegnato in Libano comprendeva le brigate seguenti: la 7.ma Brigata Corazzata sotto il comando del colonnello Eshel Assulin, la 188.ma Brigata Corazzata, la 401.ma Brigata Corazzata sotto il comando del colonnello Moti Kidor, e le Brigate Corazzate 434.ma e 847.ma, per un totale di 400 carri armati. Erano incluse anche la 2° Brigata Carmeli, la Brigata di fanteria Golani, sotto il comando del colonnello Tamir Yada, la 300.ma Brigata comandata dal colonnello Chen Livni, la 609.ma Brigata Alexandroni, sotto il comando del colonnello Shlomi Cohen e la 933.ma Brigata Nahal, sotto il comando del colonnello Mickey Edelstein. Infine, erano presenti anche tre brigate di paracadutisti: la 35.ma Brigata Paracadutisti, comandata dal colonnello Hagai Mordecahaï, la 226.ma e la 551.ma di riserva [7].

3. 1. 2. Gli obiettivi di Hezbollah
Gli obiettivi militari di Hezbollah furono decisi dal primo giorno della guerra: 1) tenere a portata di mano i soldati prigionieri, 2) continuare a sparare raffiche di Katjusha sulle città e i comuni israeliani, 3) fermare l’avanzata della fanteria e delle brigate corazzate israeliane al momento della loro penetrazione in territorio libanese, e distruggerle nelle valli e nei sentieri dei villaggi di frontiera.

E la battaglia inizia!
In primo luogo, l’aviazione israeliana [8] bombardò ponti, strade e strutture che premettevano al comando di Hezbollah di comunicare con i suoi combattenti. Poi, l’IDF tirò 19.400 bombe, 2.200 missili e 123000 colpi di artiglieria [9]. Infine, le truppe si precipitarono verso l’altro lato del confine. Sul lato opposto del confine, il villaggio di Maroun al-Ras, quarantacinque uomini di Hezbollah si tennero pronti nelle loro posizioni.
Dopo undici giorni di feroci combattimenti e di intensi bombardamenti aerei, i soldati israeliani finalmente riuscirono, “per pietà dell’Onnipotente“, a penetrare le linee difensive di Hezbollah, seguiti dalla chioccia delle galline e dai belati delle pecore sparse sulle colline dei villaggi vicini, per scacciare i quarantacinque uomini di Hezbollah che si trovavano sul posto. L’esercito israeliano occupò una piccola area di un chilometro di profondità nel territorio libanese, dopo una lunga battaglia, cosa che fece ricordare la carneficina spettacolare della serie “Asterix e Obelix“, dove vengono uccisi migliaia di soldati romani da due gallici e da alcuni abitanti del villaggio.
Così il villaggio di Maroun al-Ras cadde nelle mani dell’esercito israeliano, il ventitreesimo giorno di luglio, e l’avanzata delle brigate corazzate dell’IDF, che non osarono più avuto avventurarsi oltre, fu finalmente fermata dai combattenti di Hezbollah.

3. 2. La contro-offensiva di Hezbollah: La Guerra delle Sorprese
La risposta di Hezbollah fu dura come quella dell’IDF. Tuttavia, la struttura di questo gruppo di guerriglieri libanesi richiedeva una tattica diversa, quella della “Guerra delle Sorprese”, promessa dal Segretario Generale dell’organizzazione libanese, Hassan Nasrallah o al-Sayyed (il Signore) – grazie alla sua discendenza dalla famiglia del Profeta.

3. 2. 1. Prima sorpresa: il danneggiamento della Saar V
La sera del quattordicesimo giorno di luglio, la prima risposta dell’intervento di Hezbollah. Un missile antinave colpì una corvetta della Marina israeliana della classe Saar V, che operava al largo della costa libanese. Quattro marinai israeliani restarono uccisi. La distruzione della corvetta fu la prima “sorpresa” di Hezbollah. Hassan Nasrallah l’aveva annunciato in televisione e in diretta, alcuni secondi prima dell’attacco e della distruzione della corvetta israeliana: “Le sorprese che avevo promesso iniziano ora. In questo momento, al largo di Beirut, la nave da guerra israeliana che ha attaccato la nostra infrastruttura, che ha colpito le case della nostra gente, i nostri civili, la vedete bruciare. Affonderà, e con essa decine di soldati sionisti israeliani“. Più tardi, una nave spia, travestita da nave da carico con equipaggio egiziano, venne affondata in quello stesso momento da un secondo missile sparato in modo diverso, facendo dodici morti. A seguito di tali attacchi spettacolari, dei fuochi d’artificio salirono nel cielo nero, molto nero, di una Beirut completamente priva di elettricità. Più tardi, il 31 luglio, un pattugliatore israeliano Saar IV era stato colpito al largo di Tiro da un missile sconosciuto di Hezbollah, anche se l’esercito israeliano ha negato la notizia.
L’importanza di questo attacco sta nel fatto che per la prima volta, il Libano era in grado di colpire una corvetta israeliana e di batterla. Per quanto riguarda degli ordigni utilizzati, si era parlato di un missile tipo C802 fabbricato in Cina. Ciò ha portato a un forte terremoto nell’equilibrio del potere costituitosi da lungo tempo tra il Libano e lo Stato ebraico. Pertanto, l’IDF ha deciso di ritirare le fregate e corvette israeliane dalle acque libanesi, e la forza navale israeliana è stata battuta.

3. 2. 2 Seconda sorpresa: colpire gli Apaches
Pochi giorni dopo, il ventiquattresimo giorno del mese di luglio, Hezbollah aveva cercato di abbattere degli aerei israeliani con missili antiaerei. Un elicottero AH-64 Apache si era schiantato nel nord dello Stato ebraico uccidendo due persone. La Radio d’Israele, Kol Israel, all’inizio aveva riferito che l’aereo si era schiantato contro un cavo di alimentazione mentre volava verso il Libano. Ironia della sorte, pochi giorni prima, altri due elicotteri, che devono essere aggiunti a un caccia F-16, furono abbattuti dallo stesso cavo. Più tardi, un portavoce militare israeliano non aveva escluso che l’unità era stata abbattuta dai miliziani di Hezbollah.
Con questo attacco, l’IDF ricevette la seconda sorpresa della “Guerra delle sorprese” promessa da Hassan Nasrallah.
Minacciati dai missili di Hezbollah, i caccia israeliani salirono sulla Scala di Giacobbe [10], verso altitudini elevate. Pertanto, lo Stato Maggiore israeliano, decise il 29 luglio di fermare l’assalto alla città di confine di Bint-Jbeil [11], e di ritirare le truppe senza aver preso la città. Questa ritirata fu presentata da Hezbollah come una sconfitta dell’IDF.
Anche in questo caso, l’IDF non era riuscita a raggiungere il terzo obiettivo dell’operazione militare, quello di “ripulire” il Libano meridionale dei combattenti di Hezbollah e distruggerne l’infrastruttura militare. A fortiori, per la prima volta dal 1948, l’esercito israeliano si trovava in una situazione in cui l’avanzata delle sue truppe avrebbe portato a una distruzione inevitabile. Tuttavia, il bombardamento israeliano continuava, provocando una marea nera sulle coste libanesi.

3. 2. 3. Terza sorpresa: le raffiche di Katjusha
Nonostante una superiorità indiscutibile e gli attacchi più drastici dell’aviazione israeliane,  le raffiche dei razzi Katjusha continuarono a cadere ad un ritmo costante sulle città e le comuni israeliane nel corso dei trentatré giorni di guerra, colpendo al cuore dello Stato ebraico.
In tutto, Hezbollah aveva sparato più di 6.000 missili e razzi sulle città e i paesi del Nord. I tiri si concentrarono su Haifa [12], soprattutto le raffinerie di petrolio e l’industria chimica del paese.  Tutte le comuni lungo il confine furono prese di mira e i razzi colpirono diverse grandi città all’interno del paese. Si noti che, nonostante le minacce, Tel Aviv fu scartata dai bombardamenti. Oltre al Katjusha comunemente usato, Hezbollah impiegò i missili Fajr-3 (Alba) con una gittata di 45 km, ed è in possesso del Fajr-5 (75 km) e del Zelzal (Terremoto, 150 – 200 km) costruiti dall’Iran.
Il 1° agosto, l’esercito israeliano aveva constatato che dopo essere stato bersagliato da un centinaio di tiri al giorno, in media, il territorio israeliano aveva ricevuto un minor numero di colpi, e che l’intensità degli attacchi di Hezbollah si era indebolita nei giorni precedenti. Purtroppo, questa falsa affermazione aveva portato il primo ministro israeliano Ehud Olmert a dichiarare, il 2 agosto, che tutte le infrastrutture di Hezbollah erano state completamente distrutte. Si disse convinto che Israele “ha ora cambiato il volto del Medio Oriente” [13].
Inoltre, Olmert si era congratulato sui grandi schermi in formato panoramico dei canali televisivi, dicendo che Israele stava per raggiungere il suo obiettivo in Libano, “Hezbollah ci penserà due volte, tre volte o anche di più prima di affrontarci , e penso che siamo molto vicini a questo obiettivo“[14], si vantava, purtroppo invano; poche ore più tardi, una “pioggia di razzi” fu lanciata sulle città di Tiberiade e Haifa, e sul dito di Galilea, su Beit Shean e sul nord della Cisgiordania [15]. Inoltre, all’indomani, il lancio dei razzi di Hezbollah ricominciò, e oltre duecento razzi Katjusha caddero su Haifa e in tutto il nord di Israele, fino al confine della Cisgiordania a 70 km dal confine libanese. Fu il giorno più letale per lo stato ebraico.
Quella sera stessa, Hassan Nasrallah minacciò di colpire Tel Aviv [16]: “Se bombardate la nostra capitale, bombarderemo la capitale della vostra entità aggressiva“, disse [17]. Accusò anche il primo ministro Ehud Olmert e il suo esercito d’essere strumenti del presidente degli Stati Uniti George W. Bush, vero responsabile dell’offensiva israeliana in Libano: “vi garantisco che, qualunque sia l’esito della guerra, il Libano non sarà né americano né di Israele, e che il Libano non sarà una di quelle basi del Nuovo Medio Oriente caro a George W. Bush e a Condoleezza Rice“, ribadì [18].
In seguito a questa minaccia, il 4 agosto, il razzo tipo Khaibar-1, sparato da Hezbollah, raggiunse per la prima volta la città di Hadera, situata a 75 km dal confine israelo-libanese e a circa 40 km da Tel Aviv.
Anche in questo caso, l’IDF non era riuscito a fermare le raffiche di Katjusha o a raggiungere il secondo obiettivo della sua operazione militare in Libano.

3. 2. 4. Quarta sorpresa: il massacro dei Merkava
Fu il trentunesimo giorno della guerra di luglio 2006 che determinò le sorti della guerra contro il Libano. Quel giorno, un altro fallimento, il più drammatico, si aggiunse al “record di fallimenti” dell’IDF.
Dopo la ritirata dell’aviazione e la sconfitta della marina, fu la volta delle forze di terra israeliane a dover essere messe in condizione di non nuocere da parte di Hezbollah.
Mentre le raffiche di Katjusha e la “pioggia di razzi” continuavano a cadere sulle città e le comuni israeliane, il comando dell’IDF decise di investire nella battaglia i propri famosi carri armati Merkava, simbolo dell’orgoglio dell’industria militare israeliana, seguiti dalla retroguardia di 130.000 soldati di stanza ai confini della frontiera.
Per fare ciò, decine di Merkava di quarta generazione [19] penetrarono in territorio libanese. Dopo meno di un chilometro, l’inferno gli venne incontro; quindici carri armati furono trasformati in palle di fuoco. Il bilancio fu di 18 ufficiali e soldati uccisi.
Poche ore dopo, le forze israeliane tentarono un’altra incursione, e quattro carri armati furono presi prelevati direttamente sotto tiro. Fu la battaglia più dura dell’IDF, che  iniziò il giorno dopo un terzo tentativo, ma i carri armati caddero di nuovo nella trappola dei combattenti di Hezbollah, a tre chilometri dal confine. Il bilancio di quel solo giorno fu di trentanove carri armati e bulldozer distrutti o danneggiati, una ventina di ufficiali e soldati uccisi e circa un centodieci feriti.

4. 1. L’inizio di un incubo
Da allora, l’IDF ha dovuto affrontare i fatti; il trentatreesimo giorno di guerra, tutte le brigate israeliane dovettero ritirarsi, senza aver potuto realizzare nessuno dei tre obiettivi indicati nei primi giorni della guerra, che erano : 1) recuperare i soldati catturati da Hezbollah, 2) far cessare il lancio di razzi contro le città israeliane; 3) obbligare il governo libanese ad attuare la risoluzione delle Nazioni Unite, vale a dire disarmare Hezbollah e schierarsi lungo il suo confine settentrionale.
Per contro, Hezbollah era riuscito a raggiungere i tre obiettivi che aveva fissato all’inizio della guerra, che erano: 1) tenere a portata di mano i soldati prigionieri, 2), continuare le raffiche di lancio dei Katjusha sulle città e le comuni israeliane, 3) fermare la fanteria e le brigate blindate al momento della loro penetrazione in territorio libanese, e distruggerli nelle valli e nei sentieri dei villaggi di confine.
Le reazioni psicologiche del Comando dell’IDF in relazione a questa sconfitta clamorosa, si manifestarono l’ultimo giorno della guerra, il 14 agosto, attraverso una serie di azioni militari simili a una “cieca vendetta.” Quello stesso giorno, aerei israeliani abbozzarono un ultimo tentativo e bombardarono la residenza del segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, distruggendo otto edifici e uccidendo più di sessanta civili, ma il segretario generale, obiettivo l’attacco, non era tra le vittime.
Nel sud, l’IDF lanciò  un milione e mezzo di bombe a frammentazione. Era questione, forse, di vendicare l’onore perduto del suo esercito in rotta. A fortiori, per la prima volta dal 1948 [20], l’IDF non era riuscita a invadere un territorio arabo.

4. 2. Gli iraniani sono alle porte!
Al quartier generale dell’esercito israeliano, il messaggio fu ricevuto a pieno: Hezbollah ha accesso ad armi ultramoderne. Eppure, dietro le quinte delle potenze arabo-atlantiche, il messaggio venne ricevuto in modo diverso: Annibal ad Portas! [21] “Gli iraniani sono alle porte!”. Così, i primi fiori di acacia e di gardenia della “Primavera araba” assai profumata sbocciarono, e furono innaffiate dalla Santa Alleanza arabo-atlantica, di fronte alla nascita di una nuova superpotenza in Medio Oriente, in opposizione all’Impero statunitense e dei suoi alleati, vale a dire l’Iran e il so arco sciita.

Fida Dakroub, Ph.D
Per contattare l’autrice: Bof Dakroub

Note:
[1] Citazione di Alphonse Karr.
[2] Victor Hugo, La leggenda dei secoli.
[3] Shashmodai o Asmodeo è un demone della Bibbia con molti altri nomi: Asmoth, Aschmédaï, Asmoday, Asmodeo, Aesma, Asmadai, Asmodius, Asmodaios, Hasmoday, Chashmodai, Azmonden o Sidonay e Asmobeo. E’ presente nelle credenze della magia nera, della scienza occulta dell’invocazione di entità demoniache.
[4] Astaroth è un demone Astaroth, Granduca molto potente e tesoriere degli Inferi.
[5] Le Grand Soir
[6] Le Grand Soir
[7] Zahal
[8] L’Aviazione israeliana è la componente aerea della IDF. Allinea circa 710 aerei e 181 elicotteri e così come droni, satelliti e missili balistici.
[9] IFRI
[10] La Scala di Giacobbe si riferisce al sogno del patriarca Giacobbe in fuga da suo fratello Esaù: rappresenta una scala che ascende al cielo. Questo episodio è descritto nel libro della Genesi (28:11-19).
[11] Si stima la popolazione di Bint-Jbeil a 30000. La città fu occupata da Israele dal 1982 fino al 2000, quando il ritiro delle truppe israeliane. E’ considerata da Israele la “Capitale di Hezbollah”.  Divenne famosa dopo un attacco dell’IDF. Durante la guerra del 2006, pesanti battaglie furono combattute dentro e intorno alla città; dove il 51.mo Battaglione della Brigata Golani, una unità d’elite dell’esercito israeliano, che dovette ritirarsi davanti a una resistenza inaspettata.
[12] Haifa è una città costiera d’Israele, situata sulle rive del Mar Mediterraneo. Elle est considérée comme la capitale du nord d’Israël. Si è considerata la capitale del nord di Israele. Haifa e i suoi sobborghi avevano una popolazione di circa un milione di persone, alla fine del 2008. È nota per il suo grande porto in acque profonde e per l’importante industria chimica.
[13] La Libre
[14] Radio Canada
[15] La Libre
[16] Radio Canada
[17] Radio Canada
[18] Radio Canada
[19] Il Merkava Mk IV è entrato in servizio il 24 giugno 2004.
[20] Data della dichiarazione di indipendenza dello Stato ebraico, 14 maggio 1948.
[21] Annibale è alle porte, piangevano i Romani dopo la battaglia di Canne. Formula usata da Livio, Floro, Giovenale, Valerio Massimo nei momenti di grande pericolo.

Dottoressa di Ricerca in Studi francesi (UWO, 2010), Fida Dakroub è una scrittrice e ricercatrice, membro del “Gruppo di ricerca e studio sulle letterature e le culture del mondo francofono” (GRELCEF) presso la University of Western Ontario. È autrice di “L’Orient d’Amin Maalouf, Écriture et construction identitaire dans les romans historiques d’Amin Maalouf” (2011).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: La guerra per il gas!

Un conflitto internazionale dalla manifestazione regionale
Imad Fawzi Shueibi  Dissident Voice - 30/04/2012 Mondialisation

La Siria si trova di fronte a due piani machiavellici che si combinano per distruggere il suo Stato, colpire il suo popolo e annettere il suo territorio.  Il primo piano, pubblicamente dichiarato e più volte evocato, ma superbamente ignorato dai cosiddetti umanitari o umanisti… è il piano sionista di Oded Yinon, intitolato “Strategia per Israele negli anni ’80″ [1]. Piano adottato dai neoconservatori di tutti i tipi per un “Nuovo Medio – Oriente” ricolonizzato a volontà. Piano sconfitto nel 1982 da Hafez al-Assad … ma ripresentato all’ordine del giorno di oggi. Il secondo piano corrisponde a un’ambizione ancora più ampia, dal momento che non si accontenta più di fabbricare il suo “Grande Medio Oriente”, ma punta alla “Grande Asia Centrale”. E la Siria non è altro che il pezzo del domino i cui destabilizzazione, crollo o scomparsa avrebbe dato la vittoria ai giocatori.
Quindi ora tocca alla Siria essere oltraggiata, spezzata, martirizzata… e purtroppo calunniata. La stragrande maggioranza dei siriani è ferita da questa guerra terribile di cui non si osa pronunciare il nome, ma che ogni giorno per 13 mesi, ha inventato e messo in scena delle menzogne che vanno oltre la comprensione e il consentito, se non per benedire i crimini senza precedenti commessi su questa terra fecondata da secoli di creatività, conoscenza e credenza, ma anche dal sangue di tutti i siriani massacrati da ogni tipo di invasori: re, principi, barbari … provenienti da qualche altra parte. Possa questa traduzione della riflessione del dottor Imad Fawzi Shueibi, un cittadino siriano, aprire gli occhi di coloro che non vogliono vedere, e il cuore e la mente di coloro che non vogliono sentire. Gli altri seguiranno perché è la verità! [Mouna Alno-Nakhal, traduttore in francese].

La Siria martirizzata non è mai stata lontana dalla battaglia per il gas nel mondo in generale, e del Medio Oriente in particolare. Nel momento in cui sembra esserci un collasso della zona euro, insieme ad una gravissima crisi economica che ha portato gli Stati Uniti ad avere un debito di 14.940 miliardi di dollari, vale a dire il 99,6 % del PIL, e dove la loro influenza è minima di fronte alle potenze emergenti come Cina, India e Brasile, è diventato assai chiaro che il potenziale del potere non risiede più nell’arsenale nucleare militare, ma piuttosto si trova nei porti di esportazione dell’energia. E questo è ciò che meglio spiega la battaglia russo-americana.
Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, i russi hanno capito che la corsa agli armamenti li aveva esauriti, soprattutto in assenza delle fonti di energia necessarie per qualsiasi paese industrializzato, mentre l’ultradecennale presenza degli Stati Uniti nelle zone petrolifere gli aveva consentito di sviluppare e decidere la politica internazionale senza troppe difficoltà. Quindi, i russi si sono rivolti alle fonti dell’energia, come il petrolio e il gas. Ma con il settore petrolifero, data la sua distribuzione internazionale, non più molto promettente in termini di concorrenza, Mosca ha deciso di capitalizzare il gas e relativi produzione, trasporto e commercializzazione su larga scala.
Il calcio d’inizio è stato dato nel 1995, quando Putin (non c’era Putin al vertice dello Federazione Russa, nel 1995. NdT) decise la strategia di Gazprom partendo dalle zone gasifere della Russia verso Azerbaigian, Turkmenistan, Iran [per la commercializzazione], e poi il Medio Oriente. È certo che i progetti Nord Stream e South Stream testimoniano nella Storia i distinti meriti e sforzi di Vladimir Putin per portare la Russia sulla scena internazionale e influenzare l’economia europea che dipenderà, per decenni, dal gas come alternativa al petrolio, o dalle due fonti contemporaneamente, ma con una priorità evidente per il gas. A questo punto, è diventato urgente per Washington creare un progetto simile, il Nabucco, per competere con i progetti russi e disporre delle risorse che determineranno la strategia e la politica del prossimo secolo.
Il gas è la fonte principale di energia di questo secolo, come alternativa al petrolio, a causa del declino delle riserve, o come fonte di energia pulita. Pertanto, il controllo delle aree ricche di gas del mondo, da parte delle varie potenze, vecchie ed emergenti, è la base di un conflitto internazionale, la cui manifestazione è regionale. Chiaramente, la Russia ha letto le carte e ha imparato la lezione dal suo collasso per mancanza di fonti energetiche, che non erano controllate dall’URSS, ma che sono comunque indispensabili per alimentare le industrie di tutti i paesi.
Una prima lettura indica che il gas si trova nelle seguenti zone:
1. Russia, da Vyborg a Beregvya
2. Turkmenistan
3. Azerbaigian e Iran
4. Georgia
5. Siria e Libano
6. Qatar ed Egitto.
Mosca si è affrettata a lavorare su due strategie principali: la prima costituita dall’istituzione di un progetto russo-cinese focalizzato sulla crescita economica del Blocco di Shanghai, la seconda per controllare le risorse del gas. Così questa divenne la base di due progetti [South Stream e Nord Stream] con l’intento di affrontare il progetto Nabucco degli Stati Uniti [supportato dall'Europa] che punta al gas del Mar Nero e dell’Azerbaigian. Seguì una gara strategica tra i due per il controllo dell’Europea e delle risorse del gas:
- Il progetto del gasdotto Nabucco [2] si concentra su Asia centrale, Mar Nero e dintorni. I suoi impianti di stoccaggio sono in Turchia, mentre il suo percorso inizia in Bulgaria e attraversa Romania, Ungheria, Repubblica Ceca, Croazia, Slovenia e Italia. Doveva passare attraverso la Grecia, ma questa idea è stata abbandonata a favore della Turchia.
- Il progetto Nord Stream collega [3] la Russia direttamente alla Germania attraverso il Mar Baltico, verso Weinberg e Sassnitz, bypassando la Bielorussia.
- Il progetto South Stream [4] inizia in Russia e si dirige su Mar Nero e Bulgaria, poi attraversa la Grecia, sud d’Italia, Ungheria e Austria.
Il progetto Nabucco doveva competere con i due progetti russi, ma a causa di problemi tecnici, è stato rinviato al 2017, quando era previsto per il 2014. Attualmente, il vantaggio della disputa sul gas è quindi a favore della Russia, da qui la necessità per gli Stati Uniti di assicurasi delle zone gasifere addizionali:
- Il gas iraniano per alimentare il gasdotto Nabucco, che passerebbe in Georgia [e in Azerbaigian, se possibile] per raggiungere il punto d’incontro di Erzurum, in Turchia.
- Gas dal Mediterraneo orientale: Siria, Libano [5] e Israele.
Tuttavia, nel luglio 2011 l’Iran ha firmato accordi relativi al trasporto di gas attraverso l’Iraq e la Siria, accordi che rendono la Siria un punto di incontro e di produzione in collegamento con le riserve del Libano. Si tratta di quindi di uno spazio geografico, strategico ed energetico che si apre e che include Iran, Iraq, Siria e Libano. Gli ostacoli che il progetto ha sofferto per oltre un anno, suggeriscono il grado della battaglia per la Siria e il Libano, e allo stesso tempo illuminano il ruolo svolto dalla Francia, che vede storicamente l’area del Mediterraneo orientale come una sua zona d’influenza che dovrebbe sempre servire ai suoi interessi, dalla necessità di compensare la sua assenza nella regione dalla 2° Guerra Mondiale. In altre parole, la Francia vuole giocare un ruolo nel mondo [del gas], ora che ha acquisito una sorta di assicurazione che si estenderebbe dalla Libia a Siria e Libano.
Quanto alla Turchia, si rende conto che finirà per perdere, essendo il Nabucco ritardato ed essendo essa stessa esclusa dai due progetti South Stream e Nord Stream; il gas del Mediterraneo orientale le sfugge.

Storia del gioco
Per entrambi i progetti, Mosca ha creato la compagnia Gazprom negli anni ’90. La Germania, che voleva liberarsi una volta per tutte dell’impatto della seconda guerra mondiale, era pronta a essere un partner, sia in termini di strutture, che di revisione del gasdotto del Nord Stream o degli impianti di stoccaggio in prossimità della linea South Stream, in particolare in Austria.

Gazprom
La Gazprom è stata fondata in collaborazione con Hans-Joachim Gornig, un tedesco vicino a Mosca, ex vicepresidente della società tedesca del petrolio e del gas, che aveva curato la costruzione della rete dei gasdotti della DDR. È stata diretta fino all’ottobre 2011 da Vladimir Kotenev, ex ambasciatore russo in Germania. Gazprom ha firmato una serie di transazioni con aziende tedesche, soprattutto con quelle che collaborano al Nord Stream, come il gigante per l’energia E.ON e quello dei prodotti chimici BASF, con delle tariffe preferenziali per E.ON, in caso di aumento dei prezzi; cpsa che può essere considerata come una sorta di sostegno [politico] alle imprese tedesche da parte della Russia.
Mosca ha beneficiato della liberalizzazione dei mercati europei del gas e ha monopolizzato questi mercati scollegandole dalle altre reti di distribuzione. La pagina degli scontri e delle ostilità tra la Russia e Berlino è stata voltata, perseguendo una fase di cooperazione economica e riduzione del peso dell’enorme debito dell’Europa che grava sulle spalle della Germania, che ritiene che il gruppo germanico [Germania, Austria, Repubblica Ceca, Svizzera] non debba sopportare le conseguenze della senescenza di un intero continente, o la caduta di un gigante.
Gazprom ha collaborato con aziende tedesche come Wingas, di proprietà della BASF [attraverso la sua controllata Wintershall], il più grande produttore tedesco di petrolio e gas che controlla il 18% del mercato del gas, e ha offerto ai partner principali vantaggi senza precedenti negli asset russi. Così BASF e E.ON controllano ognuna circa un quarto dei giacimenti di gas di Louzhno-Russkoe, che alimenteranno in gran parte Nord Stream a un certo punto; non è una mera coincidenza che la controparte tedesca di Gazprom, chiamata ‘Gazprom Germania’, arriverà a possedere fino il 40% della società austriaca Austrian Centrex Co., specializzata nello stoccaggio di gas, e destinata a estendersi fino a Cipro.
Un’espansione che certamente non piace alla Turchia, che ha un disperato bisogno di partecipare al progetto Nabucco. Vorrebbe stoccare, commerciare, e quindi trasferire 31 – 40 miliardi di metri cubi di gas all’anno; un progetto che la rende sempre più asservita alle decisioni di Washington e della NATO, soprattutto dopo che la sua adesione all’Unione europea è stata respinta più volte.
Pertanto, i collegamenti strategici relativi al gas sono diventati cruciali nella politica internazionale, con Mosca che può fare pressione sul partito socialdemocratico tedesco del Nord Reno-Westfalia, una base industriale importante e centro del conglomerato tedesco RWE che opera nel settore dell’energia elettrica attraverso la sua controllata E.ON.
Una tale influenza è stata riconosciuta da Hans-Josef Fell, responsabile della politica energetica [del partito dei Verdi, secondo cui sono coinvolte quattro società tedesche, legate alla Russia, nella definizione della politica energetica tedesca attraverso una rete molto complessa che fa pressione sui ministri e manipola l'opinione pubblica attraverso la Commissione per le relazioni economiche dell'Europa orientale, che rappresenta le aziende e mantiene stretti rapporti con la Russia e alcuni paesi dell'ex blocco sovietico.] Ma la Germania si obbliga alla discrezione per quanto riguarda la crescente influenza della Russia, discrezione basata sulla pretesa necessità di migliorare la “sicurezza energetica” dell’Europa.
Attualmente, la Germania ritiene che la politica dell’Unione europea per risolvere la crisi dell’euro, potrebbe ostacolare gli investimenti russo-tedeschi per un lungo periodo. Questa ragione, tra le altre, spiega perché si sforza di salvare l’euro appesantito dai debiti europei, anche se il blocco germanico potrebbe, da solo, sopportare questi debiti. Inoltre, ogni volta che gli europei si oppongono alla sua politica nei confronti della Russia, afferma che i piani utopici dell’Europa non sono fattibili e possono spingere la Russia a vendere il proprio gas in Asia.
Questo impegno tra la Russia e la Germania non data solo a partire dal momento in cui Putin poté beneficiare dell’eredità della guerra fredda, facendo sì che tre milioni di russofoni vivano in Germania e siano la comunità più grande dopo i turchi. Da allora, avrebbe usato una rete di ex funzionari della DDR per studiare gli interessi delle aziende russe in Germania, per non parlare del reclutamento di ex agenti della STASI, compresi i direttori del personale e delle finanze di Gazprom Germania e il direttore delle finanze del consorzio Nord Stream, Matthias Warnig che, secondo il Wall Street Journal, avrebbe aiutato Putin a reclutare delle spie a Dresda, quando era un giovane dirigente del KGB. Ma per essere chiari, l’uso da parte della Russia delle sue vecchie relazioni non è stato dannoso per la Germania, gli interessi di entrambe le parti sono stati serviti senza che nessuno domini l’altro.
Il progetto Nord Stream, il principale collegamento tra la Russia e la Germania, è stato inaugurato di recente con un oleodotto che è costato 4,7 miliardi di euro. Anche se questo gasdotto collega Russia e Germania, è stato riconosciuto come parte della sicurezza energetica europea, e Francia e l’Olanda si sono affrettate a dichiarare che si trattava di un progetto europeo. A questo proposito, occorre ricordare che il signor Lindner, direttore esecutivo del Comitato tedesco per le relazioni economiche con i paesi dell’Europa orientale  ha detto, senza esitazione, che si trattava di un progetto europeo e non di un progetto tedesco, e che non si può bloccare la Germania in una maggiore dipendenza nei confronti della Russia. Tale dichiarazione indica il timore di un’influenza russa sempre più importante in Germania; resta vero che il progetto Nord Stream è strutturalmente un piano di Mosca e non europeo.
I leader russi hanno così i mezzi per paralizzare la distribuzione dell’energia in diversi paesi, quando lo vorrebbero, e di vendere il gas al miglior offerente. Tuttavia, l’importanza pratica della Germania risiede nel fatto che si tratta di una piattaforma da cui la Russia può lanciare la sua strategia continentale, Gazprom Germania detiene ancora partecipazioni in 25 progetti incrociati, in particolare con Gran Bretagna, Italia, Turchia, Ungheria… Suggerendo che Gazprom potrebbe diventare una delle più grandi aziende del mondo, se non la più grande.
I dirigenti di Gazprom non solo hanno costruito i loro progetti, hanno cercato di affrontare la seria sfida del progetto Nabucco. Di conseguenza, Gazprom che detiene il 30% di un progetto volto a costruire un secondo gasdotto per l’Europa, che avrebbe seguito approssimativamente il percorso di Nabucco, è anche, secondo il parere dei suoi sostenitori, un progetto “politico” volto in modo deciso a rallentare o addirittura bloccare il progetto Nabucco. D’altronde Mosca si è affrettata a comprare il gas dell’Asia Centrale e del Mar Caspio, al fine di farli tacere proprio quando doveva affrontare Washington politicamente, economicamente e strategicamente.

Lettura russa della carta. L’Europa e la mappa del Mondo futuro
Gazprom sfrutta i suoi impianti gasiferi in Austria e affitta impianti in Gran Bretagna e Francia. Tuttavia, il crescente numero di impianti di stoccaggio in Austria sarà la base per sviluppare la mappa energetica dell’Europa, dato che servono a rifornire Slovenia, Slovacchia, Croazia, Ungheria e Italia con un indubbio vantaggio per la Germania, che opererà come snodo per l’esportazione del gas all’Europa occidentale.
Gazprom ha anche facilitato un deposito comune con la Serbia verso la Bosnia-Erzegovina. Studi di fattibilità sono stati condotti sulle modalità di stoccaggio simili a quelli di Repubblica Ceca, Romania, Belgio, Gran Bretagna, Slovacchia, Turchia, Grecia e anche la Francia. Gazprom rafforza la posizione di Mosca come fornitrice del 41% delle gas necessario all’Europa. Ciò significa che un cambiamento sostanziale nelle relazioni tra Oriente e Occidente a breve termine, mette in evidenza il declino dell’influenza degli Stati Uniti, con un scudo antimissile interposto per stabilire un Nuovo Ordine Mondiale in cui il gas sarebbe uno dei pilastri; e questo fornisce le ragioni dell’escalation nella battaglia per il gas del Medio Oriente e della costa orientale del Mediterraneo.

Nabucco nei guai
Nabucco è stato progettato per convogliare il gas per 3.900 chilometri, dalla Turchia all’Austria, e trasportare 31 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno, dal Medio Oriente e dalla regione del Caspio ai mercati europei. La coalizione NATO-USA-Francia ha cercato frettolosamente di mettere fine ai problemi del Medio Oriente [Siria e Libano in particolare], che non coinciderebbero con i suoi interessi sul gas. La Siria ha risposto firmando un contratto per avere gas dall’Iran attraverso l’Iraq. La realtà dei fatti è che sul gas siriano e libanese si concentra la battaglia; questo gas che andrà ad alimentare Nabucco o Gazprom, in altre parole South Stream.
Il consorzio Nabucco è costituito da diverse società: tedesca [REW], austriaca [OML], turca [Botas], bulgara [Energy Holding Company] e rumena [Transgaz]. Cinque anni fa, i costi iniziali del progetto sono stati stimati in 11,2 miliardi dollari, ma questi costi potrebbero raggiungere i 21,4 miliardi dollari entro il 2017. Ciò solleva molte domande sulla sua redditività, dato che Gazprom ha fatto offerte a sufficienza a diversi paesi che dovrebbero alimentare Nabucco, che non si può più contare sul surplus del Turkmenistan, soprattutto dopo i tentativi falliti di accaparrare il petrolio dell’Iran. Questo è uno dei segreti sconosciuti della battaglia per l’Iran, che è andato troppo lontano nel sfidare gli USA e l’Europa, scegliendo l’Iraq e la Siria quali percorsi per il trasporto di parte del suo gas.
Così, la migliore speranza per Nabucco è l’Azerbaigian, che è diventato quasi l’unica fonte di un progetto che sembra fallire prima ancora di iniziare. Da qui le offerte accelerate a Mosca per l’acquisto di fonti originariamente previste per il Nabucco, e le difficoltà ad imporre un cambiamento geopolitico a Iran, Siria e Libano. Questo in un momento in cui la Turchia è pronta a reclamare la sua quota del progetto Nabucco, sia firmando un contratto con l’Azerbaigian per l’acquisto di 6 miliardi di metri cubi di gas nel 2017, che con l’annessione di Siria e Libano, con la speranza di bloccare il transito del petrolio iraniano, o di ricevere una quota del gas del Libano e/o della Siria, e la sua corsa per un posto nel nuovo ordine mondiale che va dai piccoli servizi ai più grandi: stoccaggio di gas, azione militare e scudo missilistico!
Ma la minaccia più grave al progetto Nabucco, potrebbe essere dato dal fatto che la Russia stia cercando di farlo fallire negoziando contratti migliori dei propri, in favore di Nord o South Stream di Gazprom, tali da inficiare gli sforzi di Stati Uniti ed Europa, riducendo la loro influenza e nuocendo alla loro politica energetica verso l’Iran e/o il Mediterraneo. Infatti, Gazprom potrebbe diventare un investitore o un gestore importante di alcuni nuovi giacimenti di gas in Siria o in Libano. La data del 16 agosto 2011 non è stata scelta a caso dal Ministero del Petrolio siriano per annunciare la scoperta di un giacimento di gas a Qara, nei pressi di Homs. La sua capacità produttiva sarebbe di 400.000 metri cubi al giorno [146 milioni di metri cubi l'anno]. Tuttavia, il ministero non aveva detto nulla circa il gas del Mediterraneo.
Nord Stream e South Stream hanno quindi influenzato la politica degli Stati Uniti, che sembrano in ritardo. I segni delle ostilità tra gli Stati dell’Europa centrale e la Russia si sono attenuati, ma la Polonia e gli Stati Uniti non sembrano disposti a lasciare il gioco, perché alla fine di ottobre 2011 hanno annunciato il cambio della politica energetica a seguito della scoperta dei giacimenti di carbone europei, che dovrebbero far ridurre la dipendenza dalla Russia … e dal Medio Oriente. Questo sembra essere un obiettivo ambizioso ma a lungo termine, a causa delle molte procedure necessarie prima della commercializzazione; questo carbone corrisponde a delle rocce sedimentarie trovate a migliaia di metri sottoterra, e richiede tecniche di fratturazione idraulica ad alta pressione per rilasciare il gas, per non parlare dei rischi ambientali.

La partecipazione della Cina
La cooperazione sino-russa nel settore dell’energia è il motore che accelera e dirige il partenariato strategico tra questi due giganti, e costituirà la base del loro doppio veto ribadito a favore della Siria. Questa cooperazione non riguarda solo il problema dell’approvvigionamento della Cina a condizioni preferenziali. Questo è un processo che impegna la Cina a partecipare alla distribuzione del gas attraverso la vendita di prodotti e servizi, più un proposto controllo comune delle reti di distribuzione del gas. Gli esperti di entrambi i paesi hanno concordato che avrebbero potuto lavorare insieme nei seguenti settori: “Coordinamento delle strategie energetiche, previsione e prospezione, sviluppo del mercato, efficienza energetica e fonti energetiche alternative“.
Altri interessi strategici si riferiscono al mutuo rischio di fronte al progetto di “scudo missilistico” statunitense. Washington ha coinvolto non solo il Giappone e la Corea del Sud, ma a partire dal settembre 2011, ha anche invitato l’India a diventarne un partner. Di conseguenza, le preoccupazioni dei due paesi si intersecano quando Washington rilancia la sua strategia in Asia centrale, vale a dire, sulla Via della Seta. Questa strategia è la stessa di quella lanciata da George Bush [il progetto della Grande Asia centrale], al fine di respingere l’influenza di Russia e Cina, in cooperazione con la Turchia,  risolvendo la situazione in Afghanistan entro il 2014, e con l’imposizione con la forza militare della NATO in tutta la regione. L’Uzbekistan ha già fatto trapelare che potrebbe ospitare la NATO, e Putin ha detto che ciò che potrebbe contrastare l’invasione occidentale e impedire agli Stati Uniti di indebolire la Russia, sarebbe l’espansione dello spazio Russia-Kazakhstan-Bielorussia in cooperazione con Pechino!
Questa intuizione nei meccanismi della battaglia internazionale, fornisce l’accesso a uno dei versanti del processo di formazione di un nuovo ordine mondiale basato sulla supremazia militare e i combustibili fossili, in primo luogo: il gas!

Il gas dalla Siria
Dal momento in cui Israele ha iniziato l’estrazione di petrolio e gas, è diventato chiaro che il bacino del Mediterraneo è entrato in gioco, che la Siria sarebbe stata attaccata, e che l’intera regione avrebbe potuto godere della pace, in quanto il ventunesimo secolo dovrebbe essere quello dell’energia pulita.
Secondo l’Istituto di Washington, il Mediterraneo è ricco di gas, la Siria ne sarebbe lo stato più ricco. Questo stesso istituto ha inoltre ipotizzato che la battaglia tra la Turchia e Cipro si espanderà, a causa dell’incapacità di sopportare la perdita del progetto Nabucco nonostante il contratto firmato con Mosca nel dicembre 2011, per il trasporto di parte del gas di South Stream attraverso la Turchia.
Ora che il segreto del gas siriano è stato tolto, tutti dovrebbero comprendere le ragioni e la portata delle menzogne sulla Siria. Chi controlla la Siria è in grado di controllare il Medio Oriente. E a partire dalla Siria, porta per l’Asia, si può “possedere la chiave per la casa Russia” come affermava la zarina Caterina II, in quanto potrebbe disporre della Via della Seta della Cina. Inoltre, coloro che riuscissero a invadere la Siria avranno la capacità di dominare il mondo, dal momento che questo secolo è il “secolo del gas.” Ma dopo il contratto firmato da Damasco per trasportare gas iraniano dall’Iraq, dopo aver attraversato il Mediterraneo, lo spazio geopolitico della Siria si aprirebbe, mentre avrebbe chiuso lo spazio agli attori del progetto Nabucco, boa di salvataggio di Europa e Turchia. Pertanto, la Siria è la chiave per la prossima era.

Imad Fawzi Shueibi: filosofo e geopolitico siriano. Presidente del Centro di Documentazione e Studi Strategici di Damasco – Siria.

Riferimenti:
[1] Stratégie pour Israël dans les années 80 
[2] Mappa del percorso del Nabucco
[3] Mappa del percorso del North Stream
[4] Mappa Nabucco vs South Stream
[5] Mappa del Mediterraneo

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Mondo Arabo alla ricerca di una “soggettività”

Vitalij Bilan (Ucraina)  New Eastern Outlook 12 marzo 2012
Oriental Review

La grande irritazione  dimostrata dai paesi che attualmente sono alla guida dell’“integrazione” del mondo arabo – Arabia Saudita e Qatar – durante e dopo la conferenza del “Gruppo degli Amici della Siria” tenutasi a Tunisia, punta ai crescenti problemi del progetto di integrazione wahhabita dall’Atlantico all’Iran. In sostanza, la “soggettività” dell’ecumene arabo sotto il patrocinio di Arabia Saudita e Qatar, è attualmente sottoposto a un test di stress in Siria.

Un banco di prova geopolitico
Il grande interesse che il mondo ha dimostrato verso la primavera araba, conferma ancora una volta che negli ultimi anni, le terre del mondo arabo sono state fondamentali per la formazione di un nuovo contesto geopolitico internazionale. Questo non è sorprendente, dato il ruolo notevolmente rafforzato dalle risorse energetiche della regione, nel sistema energetico globale e, soprattutto, l’incapacità dei paesi arabi a sviluppare il loro spazio politico, economico e umanitario, e a creare uno stabile sistema di relazioni estere (come quello dell’UE, per esempio).
La situazione si è aggravata negli ultimi tempi, perché, mentre gli statunitensi stabilivano la musica dopo la fine della Guerra Fredda, i principali concorrenti degli Stati Uniti in Medio Oriente – Unione europea, Cina e Russia – hanno intensificato le loro attività a seguito dei tre errori di Washington: Camp David-2 nel 2000, la guerra all’Iraq e la politica di “democratizzazione totale” dei paesi arabi, dalla metà del decennio scorso. La situazione nella regione era anche paradossale, perché i paesi non arabi erano gli opinion leader della regione, fino agli eventi rivoluzionari dello scorso anno, nonostante il fatto che gli arabi (o più precisamente, i popoli di lingua araba) costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione del Grande Medio Oriente e occupano la maggior parte del suo territorio, con un totale di 21 stati (o 22, se il “quasi-stato” della Palestina viene contato). Questi paesi sono l’Iran, Israele e, più recentemente, la Turchia, che sembra aver finalmente smesso di sbattere la testa contro il muro dell’Unione europea, e ha spostato il suo indirizzo di politica estera sul Medio Oriente, mentre si dedica pienamente a plasmare il mondo turcofono (un argomento di cui ho scritto in precedenza circa). Tra i paesi arabi, solo l’Egitto di Mubarak e l’Arabia Saudita si sono distinti. Con uno degli eserciti più potenti della regione, l’Egitto è stato tradizionalmente considerato un paese chiave, con l’Arabia Saudita che detiene il 25% delle riserve mondiali di petrolio.
La disunione e la debolezza del mondo arabo hanno portato alla formazione di organizzazioni extraterritoriali cosiddette islamiche, in tutta la regione (alcuni esperti li chiamano ordini religiosi). Sono dei singolari stati all’interno degli stati (come Hezbollah o dei Fratelli Musulmani), o una rete ben sviluppata che si estende su tutta la regione (come la semi-virtuale al-Qaida). Le disinibite regole di comportamento in questo Klondike dell’energia, come un vulcano attivo in eruzione ininterrotta, a quanto pare hanno già infastidito e spinto alcuni governanti eccessivamente attivi, delle monarchie arabe del Golfo, a compiere sforzi d’integrazione.

Gli  “integratori” del Golfo Persico
Più la primavera araba si sviluppa, più assomiglia ad una lotta parrocchiale per il dominio nel mondo arabo. E la “prima linea” tra i regimi monarchici autoritari e teocratici (l’Arabia Saudita e le cosiddette “piccole” monarchie della penisola arabica, in particolare il Qatar) e i regimi, moderati/estremi, quasi militari, autoritari e, soprattutto laici (soprattutto in Egitto, Siria, Libia, Algeria) diventa sempre meglio delineata. In questa fase della lotta assistiamo a quest’ultimi che vengono “schiacciati” dal primo, il cui simbolo è stata la trasformazione della Lega degli Stati Arabi nel “ramo esecutivo” del Gulf Cooperation Council.
Credo che ci siano tre componenti nel successo dei paesi del Golfo. Prima di tutto c’è, ovviamente, l’alto sviluppo socio-economico delle monarchie del Golfo in confronto con gli altri Stati arabi, le loro economie relativamente stabili e le loro ingenti risorse finanziarie, derivanti dalle esportazioni di energia. Nell’era dell’informazione, tuttavia, non è la cosa più importante. Il ruolo chiave nella riuscita lotta contro gli amici-nemici secolari è stato svolto dai media (principalmente i canali televisivi satellitari al-Jazeera e al-Arabiya) e dalle reti sociali, che sono state attivamente impegnate nella propaganda, così come hanno definito e sostenuto l’uso sapiente delle difficoltà oggettive degli altri paesi del mondo arabo (l’alto livello di corruzione nei vari livelli di governo, la polarizzazione sociale delle società, l’inefficace meccanismo di trasferimento dei poteri, ecc.)
Certo, dovrei menzionare anche il cambio della politica strategica degli Stati Uniti verso la regione, che Qatar, Arabia Saudita e le monarchie del Golfo hanno sfruttato per i propri scopi. Questo è evidente nel rifiuto della politica di “democratizzazione totale” degli stati mediorientali e nella politica di formare un “asse di stati moderati per mantenere la stabilità” in Medio Oriente, come contrappeso all’”asse dell’estremismo nella regione(Iran-Siria-Hezbollah).
A quanto pare, però, i successi attuali della “locomotiva” saudita-qatariota dell’integrazione della regione, sono solo di natura tattica. Ed è prematuro dire se il progetto di integrazione arabo auspicato dal GCC stia riuscendo. Ci sono forti ragioni per dubitarne, soprattutto sul piano intellettuale.

La fine della corsa all’integrazione?
Negli Stati arabi, abituati al fascino del secolarismo da decenni, vi sono crescenti preoccupazioni sulla diffusione del modello wahabita di organizzazione sociale, che è intrinseco alle correnti principali “integratrici” del mondo arabo. Pertanto, mi permetto di suggerire che i successi attuali degli islamisti in Egitto, sono temporanei. Credo che chiunque abbia vissuto lì per anni e conosca bene gli egiziani, sarebbe d’accordo con me. Il voto della Lega Araba a gennaio contro l’opzione del Qatar per risolvere la situazione siriana, da parte di certi membri “non affidabili” della Lega, come Libano, Algeria, Iraq ed Egitto, è stato indicativo in tal senso. E’ anche importante tener conto dei “giocatori” regionali non-arabi (Iran, Turchia e Israele), che hanno ambizioni diverse rispetto alle monarchie arabe della regione nel loro complesso, e in particolare riguardo all’ecumene arabo.
Sebbene i progetti di integrazione regionale avviati da Turchia e Iran appaiano anch’essi poco promettenti, a causa della tradizionale sfiducia che l’opinione pubblica araba sente verso le ambizioni imperiali di entrambi i paesi, complicano notevolmente i tentativi d’integrazione di Qatar e Arabia Saudita.
In generale, nonostante tutti gli sforzi, il mondo arabo ha subito grandi cambiamenti verso l’acquisizione di una “soggettività”. L’”unità per l’integrazione” di Doha e Riyadh sta sensibilmente svanendo a causa della testardaggine di Damasco. La Lega degli stati arabi sta lentamente tornando alla normalità – una confusione pan-araba – e le sagome familiari dei giocatori più importanti del mondo stanno venendo sempre più alla ribalta, nella regione. E questo significa che il mondo arabo, a quanto pare, rimarrà un “banco di prova” internazionale – una zona in cui i vari progetti geopolitici delle potenze mondiali, possono essere attuati.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Una panoramica sul sempre più inconsistente Consiglio Nazionale siriano

Mahdi Darius Nazemroaya Strategic Culture Foundation 31.03.2012

Il Consiglio nazionale siriano (CNS) sta cominciando a chiudersi in se stesso mentre Damasco ha dimostrato di esser assai resistente alla tempesta. Sin dall’inizio, il CNS non era una entità popolare o rappresentativa, e ora appare in declino, perfino con il patrocinio estero e il continuo invio di armi dai membri della North Atlantic Treaty Organization (NATO) e del Gulf Cooperation Council (GCC), ai suoi combattenti in Siria …

Gli scopi degli attacchi del Consiglio nazionale siriano e dell’Esercito libero siriano
Sia il CNS che la sua ala militare, il cosiddetto Esercito libero siriano, sono stati utilizzati per sovvertire la Siria. I loro obiettivi non sono stabilire la democrazia e le riforme democratiche in Siria, ma trasformare la Siria in uno stato cliente degli Stati Uniti. A questo proposito, nell’ultimo anno c’è stato un tentativo coerente e metodico per destabilizzare tutte le aree di confine della Siria.
La destabilizzazione dei confini della Siria è legata a diverse tattiche. Uno degli obiettivi è assicurare un flusso continuo di armi e combattenti dai confini con gli altri paesi. Un altro obiettivo è paralizzare l’economia siriana disattivando le più importanti attività economiche e commerciali nelle aree strategiche, in tandem con le sanzioni degli USA e dell’UE contro la Siria. A questo proposito, la raffineria di petrolio di Deir Ezzor è stata attaccata come lo sono stati gli oleodotti e il porto siriano di Lattakia, indicata dalla possibilità che ospiti una futura base navale iraniana nel Mediterraneo, che andrebbe ad integrare la base navale russa nel porto di Tartus. Un terzo obiettivo è trasformare queste aree destabilizzate in testa di ponte per l’ingresso armato in Siria, quali “aree protette” e “corridoi umanitari”.
Dal 2011, tutti i vicini della Siria sono stati utilizzati per lanciare attacchi contro di essa. Libano, Turchia, Giordania, Israele e Iraq sono stati usati in un modo o nell’altro per l’invio di armi, rifornimenti, denaro e combattenti nella Repubblica araba assediata. Libano e Iraq sono stati soggetti involontari durante l’assedio alla Siria. Turchia, Giordania e Israele, tuttavia, sono stati tutti agenti volontari nell’assedio contro Damasco.

I legami libanesi del Consiglio nazionale siriano
Il collegamento tra l’Alleanza del 14 Marzo e il CNS è molto importante. Secondo il politico cristiano libanese Suleiman Frangieh, i piani per una cosiddetta “zona cuscinetto” lungo il confine siro-libanese erano al lavoro da qualche tempo. Questo riflette le divisioni nel Libano, dove una minoranza guidata da Saeed (Said) Hariri e i suoi alleati dell’Alleanza del 14 marzo, ha stoltamente deviato alcune delle energie della Repubblica libanese.
In Libano, l’Alleanza del 14 Marzo guidata da Hariri sostiene gli insorti e gli  elementi dell’opposizione, nei loro sforzi per rovesciare il regime siriano. Inoltre, Hariri ha agito come un lobbista del ramo siriano della Fratellanza Musulmana. Nel 2006, ha avuto colloqui per una strategia comune contro la Siria, con i diplomatici statunitensi nella loro ambasciata a Beirut. La natura delle discussioni era come isolare la Siria e lavorare per sostituire il presidente al-Assad e il suo governo con un nuovo regime composto dai Fratelli musulmani e da un certo numero di disertori del regime, come Abdul Halim Khaddam e Hekmat Shehabi. Nei suoi sforzi lobbistici, Hariri ha comparato la Fratellanza musulmana siriana con il Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP) turco del primo ministro Recep Tayyip Erdogan, e ha dato il suo pieno sostegno all’istituzione di un regime, a Damasco, gestito dal ramo siriano della Fratellanza musulmana.
Il sostegno di Hariri al cambio di regime in Siria, in particolare dal 2006 quando Washington e Tel Aviv previdero la sostituzione del presidente al-Assad attraverso l’intervento militare, con un nuovo regime fantoccio, non dovrebbe essere una sorpresa per nessuno. Infatti, dopo la sconfitta israeliana in Libano, sono in corso di attuazione dei piani per una nuova strategia volta a rovesciare il governo in Siria, compresi il piano per la creazione di posti di frontiera al confine libanese con la Siria. A questo proposito, gli agenti degli Stati Uniti iniziarono a visitare il Libano e a studiarne i confini con la Siria, in preparazione delle operazioni in Siria.
Non solo il Libano è stato involontariamente utilizzato come un corridoio per le armi e come punto di ingresso illegale in Siria, ma è stata una fonte di manodopera per le forze ribelli in Siria. Molti degli alleati del clan settario Hariri sono decisi sostenitori ideologici di Usama bin Ladin e dei membri della stessa setta deviata dei cosiddetti movimenti salafiti, che operano in Siria. Elementi nelle forze di sicurezza libanesi possono avere anche dato una mano nella creazione delle linee di comunicazione e del posto di comando libanesi degli insorti e delle forze speciali straniere che operano all’interno della Siria. Oltre alla vicinanza geografica, questo è uno dei motivi per cui molte delle forze ribelli sconfitte hanno cercato di ritirarsi in Libano.
Nell’agosto 2011, undici guardie carcerarie della più grande prigione del Libano, quella di Roumieh, furono arrestate e interrogate dopo la fuga di cinque detenuti. A causa dei combattimenti nella repubblica sorella di Siria, la tempistica di questa fuga dalla prigione in Libano divenne rapidamente sospetta. Si sospettò che potesse essere collegata agli sforzi di Hariri per inviare combattenti in Siria. Quattro dei prigionieri scappati erano membri di Fatah al-Islam e il quinto era un membro kuwaitiano di al-Qaida, due dei fuggiaschi erano anche giovani siriani. Fatah al-Islam è un gruppo che ha somiglianze sorprendenti, nella sua visione del mondo, con gli insorti in Siria; Hariri e il governo statunitense hanno importato il gruppo deviato in Libano, ospitandolo nei campi profughi palestinesi nei pressi della città libanese di Tripoli, coll’obiettivo di scatenarlo contro Hezbollah cosa che, sebbene documentata dal giornalista statunitense premio Pulitzer Seymour Hersh, è stata rabbiosamente negata dal governo dell’Alleanza del 14 Marzo.
In aggiunta a tutto questo, i ribelli che furono catturati confessarono alle autorità siriane che erano stati sostenuti dal Libano dal deputato libanese Jamal al-Jarrah, membro del Movimento Futuro e dell’Alleanza del 14 Marzo, guidati da Hariri. Al-Jarrah era noto per aver contribuito a reclutare e organizzare la formazione delle milizie del movimento di Hariri, conosciute come le Tigri Sunnite, in preparazione dello scontro contro Hezbollah, Amal, il Movimento Patriottico Libero ed i loro alleati politici. Un anno dopo, il piano di utilizzare Fatah al-Islam si ritorse contro Hariri e i suoi alleati, i frutti del lavoro di Jamal al-Jarrah si materializzarono nel maggio 2008, quando Hezbollah e i suoi alleati combatterono e sconfissero le Tigri e le altre milizie dell’Alleanza del 14 marzo. Anche se Hariri e i suoi compari negano il loro coinvolgimento nella costruzione di tutti questi movimenti armati o il supporto ai gruppi armati deviati, ufficiali di alto grado ed esperti militari dicono che vi hanno preso parte in entrambi i casi. I siriani hanno continuato ad accusare al-Jarrah di armare gli insorti settari e di finanziare i manifestanti attraverso intermediari, nell’aprile 2011, e Ali Abdul Karim Ali, l’ambasciatore siriano in Libano, aveva chiesto che un procedimento legale venisse avviato dal governo libanese per indagare su al-Jarrah.

I volti presentabili dell’opposizione siriana: Da Khaddam a Ghalyun
I disertori dal regime che Hariri suggerì ai funzionari degli Stati Uniti di prendere in considerazione per il nuovo regime siriano, sono in realtà dei corrotti che fin dalla loro defezione sono diventati poco più che dei delegati di Washington e dei suoi alleati. Ad esempio, Abdul Halim Khaddam, ex vice-presidente siriano, è stato responsabile di molte di quelle atrocità commesse in Libano, durante la presenza militare della Siria, che l’Alleanza del 14 Marzo ricorda costantemente. Khaddam era anche direttamente collegato al traffico di stupefacenti in Libano, dalla valle della Bekaa.
Khaddam sarebbe fuggito dalla Siria nel 2005 e successivamente creò il Fronte di Salvezza Nazionale siriano, nel 2006. Nonostante le critiche dell’Alleanza del 14 Marzo ai funzionari siriani, ironicamente si dice che Khaddam sia stato vicino alla famiglia Hariri, che oltre alla sua alleanza diretta con l’Arabia Saudita, abbia agito anche come maggior rappresentante della Siria in Libano, fino al 2005. In aggiunta a tutto questo, Khaddam avrebbe incontrato dei membri del governo degli Stati Uniti e stabilito un ufficio per sé e per il suo Fronte di Salvezza Nazionale siriano a Washington.
Per quanto riguarda la collaborazione di Khaddam con il governo degli Stati Uniti, qualcosa di importante deve essere notato. Nel gennaio 2006, Khaddam avrebbe annunciato che il governo siriano sarebbe crollato prima della fine del 2006. Questo avvenne prima che Israele attaccasse il Libano durante la guerra dell’estate dello stesso anno. E’ molto probabile che fosse consapevole che Israele stesse progettando di attaccare il Libano, come mezzo per iniziare una guerra con la Siria. Nel 2006, la Siria era il principale obiettivo degli israeliani. In coordinamento con gli Stati Uniti e la NATO, Tel Aviv aveva progettato di ampliare eventualmente l’operazione in una guerra contro la Siria, il che è confermato in Israele proprio dalla Commissione Winograd e da Meywar Wurmser, un associato dell’Ufficio del vice-presidente statunitense Richard Cheney.
Gli Stati Uniti, la NATO e le dittature arabe hanno puntato le loro carte sul CNS a discapito dell’opposizione autentica interna siriana. Nessuno dei membri del CNS gode del sostegno popolare in Siria e la maggior parte di loro sono all’oscuro di quanto accada sul terreno, ma non hanno problemi o sensi di colpa, nella pretesa di parlare a nome di tutto il popolo della Siria. Il CNS è composto essenzialmente da tre frazioni: (1) il ramo siriano dei Fratelli musulmani che controlla e compone la maggior parte del CNS, (2) un piccolo gruppo presumibilmente liberale che serve da volto pubblico del CNS, per nascondere la fratellanza musulmana e (3) un’ala jihadista militante ultra-deviata che vuole ripulire etnicamente la Siria.
Lo studioso Burhan Ghalyun (Ghalioun), il presunto leader del CNS, ha ripetutamente dimostrato di essere un incapace e un doppiogiochista. Nell’ottobre 2011, alla riunione del CNS tenutosi nella città turca di Istanbul, aveva affermato che 10.000 o più siriani erano stati uccisi dall’esercito siriano, cosa che persino gli Stati Uniti e altri nemici della Siria non avevano sostenuto, fino a quel momento. Al contrario, Navy Pillay e le Nazioni Unite ritengono che il bilancio delle vittime fosse di 4000 a dicembre 2011. Originariamente Ghalyun aveva detto che era contrario all’intervento della NATO contro la Siria, poi cambiò la sua posizione chiedendo l’intervento “non-militare” straniero, e infine nel gennaio 2012 ammise che voleva che la NATO intervenisse militarmente in Siria. Cercò di giustificarsi dicendo che chiedeva un intervento militare che coinvolgesse unicamente le unità aeree e navali. La richiesta di partecipazione navale non ha senso in prospettiva all’istituzione di una cosiddetta “zona umanitaria sicura”. Nessuna nave militare siriana era stata coinvolta nei combattimenti; come nel caso della Libia, la proposta di coinvolgimento navale era destinata a far deperire la Siria, con l’interruzione dei rifornimenti.
Ghalyun aveva anche pubblicamente mentito circa l’autentica opposizione siriana. Da quando è asceso a leader del CNS, si è innamorato dei regimi saudita e del Qatar, mentre afferma continuamente di essere un democratico. Ha anche presentato le sue credenziali a Israele attraverso un colloquio con Jay Salomon e Nour Malas, nel dicembre 2011, sui piani di politica estera del CNS.
I membri del CNS hanno continuamente fatto appello alla violenza e all’intervento della NATO. Haitham al-Maleh, un dirigente del CNS noto come attivista dei diritti umani, aveva dichiarato che il presidente al-Assad e la sua famiglia saranno uccisi proprio come il colonnello Gheddafi in Libia. Altri esponenti dell’opposizione, come Mamun al-Homsi, l’ex parlamentare siriano che ha trascorso cinque anni in prigione, aveva pronunciato dichiarazioni profondamente odiose e settarie verso gli alawiti.
Questi cosiddetti ‘difensori dei diritti umani’ e ‘democratici’ hanno sedicentemente negoziato da soli l’invio di armi con soggetti come la Turchia, il Consiglio nazionale di transizione della Libia, gli Stati Uniti e il GCC. Seguendo una linea maccartista, hanno messo a tacere ogni opposizione interna chiamando chiunque gli si opponesse “shabiha”. Shabiha in arabo significa “scagnozzo” o “bullo”, e nel contesto politico siriano significa agente del regime.
Il CNS ha anche fatto marcia indietro su un accordo firmato con l’opposizione effettiva interna siriana, il Comitato di Coordinamento Nazionale della Siria (SNCC), che aveva apertamente rifiutato l’intervento militare straniero in Siria, definendolo un tradimento. L’accordo CNS-SNCC durò solo un giorno. Burhan Ghalyun ha pubblicamente mentito per salvare la faccia a questo proposito. Ha falsamente sostenuto che l’accordo CNS-SNCC era solo un progetto e che l’esecutivo del CNS doveva guardare oltre l’accordo. Intervista di Haytham al-Manna con al-Akbar, tuttavia, dimostra ciò essere falso. Anche in questo caso, la questione di un intervento militare è stato un grande problema per tale operazione, perché il SNCC aveva detto che non l’avrebbe mai supportato. Dopo l’annullamento dell’accordo, Ghalyun avrebbe ammesso che appoggia un attacco della NATO contro la Siria e il CNS iniziato a calunniare al-Manna.
Il CNS ed i suoi principali dirigenti non sono null’altro che dei disonesti. Hanno negato di sostenere l’intervento militare e di essere coinvolti nelle azioni violente in Siria, ma hanno sempre mentito su ciò. Gli atti di terrorismo condotti dal loro esercito libero siriano, sono diventati tristemente famosi tra gli arabi, e il CNS non può più nascondere le proprie speranze di raggiungere il potere per mezzo di eserciti stranieri. Il Washington Times ha persino citato Samir al-Nashar, un dirigente del CNS, ammettere che la maggior parte della leadership del CNS vuole l’avvio di attacchi militari contro la Siria, in una intervista a Benjamin Birnbaum.

Lo screditato Osservatorio siriano per i diritti umani
Il CNS era coinvolto nella continua diffusione di disinformazione. Coordinava e usava principalmente lo screditato Osservatorio siriano per i diritti umani, basato in Gran Bretagna, come mezzo di propaganda. L’Osservatorio siriano per i diritti umani ha fatto alcune delle più crude affermazioni propagandistiche, come sostenere che Hezbollah stesse attaccando i dissidenti siriani lanciando missili dal Libano. La propaganda comprendeva anche affermazioni che la Guardia Rivoluzionaria Iraniana avesse inviato grandi distaccamenti di cecchini in Siria.
In un vero caso d’ironia, l’Osservatorio siriano per i diritti umani ha anche salutato i repressivi al-Saud come sostenitori della democrazia e della libertà. Il sito originale del gruppo era così tanto pieno di propaganda, che alla fine ha dovuto darne la colpa a un incolto membro dissidente, che per settimane ha pubblicato articoli unilaterali, senza verifica da parte degli altri membri dell’organizzazione. Come il processo che oggi il CNS affronta, alla fine il piccolo battibecco interno all’Osservatorio siriano per i diritti umani ha contribuito a esporlo.

La natura settaria del Consiglio nazionale siriano
La carta settaria nel CNS è pesante. Le minoranze siriane, che insieme formano una grande sezione demografica della popolazione, non sono rappresentati nel CNS e ci sono buone ragioni per questo. Il militante ultra-estremista siriano del Consiglio nazionale è molto bigotto e detesta la popolazione alawita e di tutte le altre branche dei musulmani sciiti. Oltre ad odiare i musulmani sunniti, che sono in disaccordo con loro, detestano anche drusi, cristiani ed ebrei. E’ in questo contesto settario che gli slogan dei loro sostenitori è così: “alawiti sotto terra e cristiani in Libano“. Se questi gruppi deviati arrivano al potere, perseguiterebbero le minoranze e chiunque sia ideologicamente in disaccordo con loro in Siria.
I musulmani sciiti, di cui fanno parte alawiti, duodecimani (Jafariti) e ismailiti, formano una minoranza consistente in Siria. Lo stesso vale per i cristiani. I cristiani siriani si dividono principalmente tra le diverse chiese cattoliche orientali e del cristianesimo ortodosso. Insieme con i drusi, queste tre minoranze religiose costituiscono ben più di un terzo della popolazione della Siria. Il totale diventa ancora più grande quando le minoranze etniche come i curdi, che sono prevalentemente musulmani sunniti, vengono aggiunte al quadro.

Gli obiettivi della politica estera del Consiglio nazionale siriana
Gli obiettivi della politica estera del CNS non sono solo confessionali, ma incarnano anche gli interessi di Stati Uniti e Israele. Il Wall Street Journal ha condotto un’intervista con Burhan Ghalyun come leader del CNS che parla chiaramente da sè. Era stato un colloquio molto rivelatore a dir poco. Mentre chiedeva una no-fly zone, Ghalyun chiariva che la Siria avrebbe posto termine alla sua alleanza strategica e ai legami militari con l’Iran, che aveva definito “anormali”. Aveva anche detto che il CNS avrebbe anche ritirato l’appoggio siriano ai movimenti di resistenza come Hezbollah e Hamas.
E’ chiaro chi fossero i destinatari dell’intervista e a chi il messaggio di Ghalyun era destinato: gli Stati Uniti e Israele. Questo diventa particolarmente evidente quando Ghalyun spiega che Hezbollah sarebbe stato costretto a modificare il suo comportamento, una volta che il CNS avesse governato la Siria. Questa affermazione la dice lunga. In primo luogo, andando oltre al suo discorso sulle conseguenze del cambiamento di regime a Damasco per Hezbollah, il CNS avrebbe servito gli interessi di Washington e Tel Aviv. Inoltre, quando gli venne chiesto delle alture del Golan siriano occupate da Israele, Ghalyun aveva detto che il CNS avrebbe negoziato con Israele.
Nel frattempo, diversi ingegneri iraniani che lavoravano a Homs in una centrale iraniana, erano stati rapiti. Un gruppo in precedenza sconosciuto, chiamato “Movimento contro la presa sciita in Siria” aveva affermato, in un comunicato alla Agence France-Presse, che era dietro i rapimenti degli ingegneri iraniani. Aveva detto che l’azione era un avvertimento agli alleati della Siria, Iran e Hezbollah. Il rapimento era davvero il lavoro del braccio armato del CNS, l’Esercito Libero siriano e mirava a pianificare gli avvenimenti in Siria come un conflitto sciita-sunnita.
Mentre critica verbalmente Iran e Russia, il CNS è inquietantemente silenzioso su Israele, cosa molto insolita per dei presunti democratici arabi popolari. Molti dei leader e degli affiliati del CNS hanno anche rifiutato di fare dichiarazioni critiche su Israele, quando si presentavano in riunioni o forum liberamente aperti al pubblico. In gran parte, il sostegno che il CNS riceve da Washington si basa sul fatto che la sua politica estera si rivolge agli interessi geopolitici degli Stati Uniti, che comprende lo sganciamento della Siria dall’Iran e dai suoi altri alleati.

La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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