Haftar: il “socio effettivo” degli Stati Uniti in Libia

Ahmed Bensaada Global Research, 3 giugno 2014  -  Reporters
dataIl discorso pronunciato dal presidente Obama il 28 maggio 2014 presso la prestigiosa Accademia Militare di West Point [1] sembra segnare un aggiustamento importante nella politica estera degli Stati Uniti verso il mondo arabo. Sono finiti i giorni del teatrale elogio della “Primavera araba”: questa espressione non è stata pronunciata una volta sola in tutto il suo discorso. È stata sostituita da “sconvolgimenti nel mondo arabo”, cioè “rivolta (o sommossa) nel mondo arabo”. La parola “democrazia” è stata detta solo due volte, ma in un contesto molto generale. Realpolitik oblige, Obama ha dichiarato che “il sostegno statunitense a democrazia e diritti umani va oltre l’idealismo;  è una questione di sicurezza nazionale“. Non poteva essere più chiaro. Dopo i fiaschi politici delle “campagne” in Iraq e Afghanistan, il presidente degli Stati Uniti ha chiesto un cambio di strategia nella lotta al terrorismo. “Penso che dobbiamo riorientare la nostra strategia antiterrorismo, costruendola sui successi e le lacune della nostra esperienza in Iraq e in Afghanistan, con partenariati più efficaci con i Paesi in cui le reti terroristiche cercano di prendere piede” ha detto. Ciò non significa necessariamente che l’intervento militare diretto non sia più possibile, anzi. Serve solo, dice, “soddisfare standard che riflettano i valori americani“.
Due esempi libici illustrano tale nuova strategia degli Stati Uniti. L’istituzione di “partenariati efficaci” è essenziale per impedire tragedie come l’omicidio nel 2012 dell’ambasciatore USA in Libia Christopher Stevens e altri tre statunitensi [2]. Ricordiamo, a tal fine, che tale crimine commesso esattamente nell’undicesimo anniversario degli attacchi dell’11 settembre 2001, è stato attribuito agli islamisti di Ansar al-Sharia. [3] Interventi militari mirati, a loro volta, sono necessari per “neutralizzare” i terroristi coinvolti negli attacchi contro interessi statunitensi, come nel caso di Abu Anas al-Libi. Infatti, il 5 ottobre 2013, un commando statunitense lo catturò in pieno giorno con uno spettacolare raid a Tripoli. Tale ex-capo islamista, la cui taglia dell’FBI era di 5 milioni di dollari, è accusato del coinvolgimento negli attentati del 1998 contro le ambasciate statunitensi in Tanzania e Kenya. [4]
Tale politica “antiterrorismo” delineata dal presidente Obama a West Point sembra essere già attuata in Libia. Infatti, uno dei dispositivi che attualmente forniscono un “partenariato efficace” con la Libia si basa sulla collaborazione con il generale Qalifa Haftar (o Hiftar) le cui “gesta” sono ancora in prima pagina. La sua missione è lo sradicamento del terrorismo islamista che prolifera nel Paese dalla morte del colonnello Gheddafi. Il suo obiettivo principale: Ansar al-Sharia contro cui molte voci statunitensi si sono alzate chiedendo una rappresaglia per vendicare la morte dei diplomatici statunitensi brutalmente assassinati [5], accusando Obama di non aver fatto molto in tal senso [6].
La ricomparsa di Qalifa Haftar è molto istruttiva, soprattutto dopo la fuga precipitosa dell’ex-primo ministro Ali Zaydan in Germania [7], dopo il suo licenziamento da parte del parlamento libico. Ali Zaydan è il cofondatore, con Muhammad Yusif al-Magaryaf, del Fronte nazionale per la salvezza della Libia (FNSL) nel 1981. [8] Tale organizzazione, notoriamente addestrata e sostenuta dalla CIA [9], perpetuò l’opposizione armata con diversi tentativi di golpe contro il colonnello Gheddafi. Zaydan e la sua collusione con il governo degli Stati Uniti furono denunciati dopo l’arresto di Abu Anas al-Libi. Infatti, l’ex-primo ministro fu brevemente rapito il 10 ottobre 2013 da un gruppo di ex-ribelli islamici che l’accusavano di avere collaborato con il governo degli Stati Uniti nell’arresto di al-Libi, ex-membro di al-Qaida. [10] D’altra parte, nessun commento sulla fuga di Ali Zaydan o accuse di frode contro di lui furono espressi dal dipartimento di Stato. Invece, il suo portavoce “lodò” il lavoro di Zaydan “che ha guidato il fragile periodo della transizione in Libia”. [11] Dopo la fuga di Zaydan, che era nelle grazie del governo statunitense, era indispensabile riattivare “un partner efficace” nella persona del generale Haftar. Descritto come un “generale della rivoluzione”, Haftar apparve nel “quadro” insurrezione libico nel marzo 2011 “apportando qualche coerenza tattica alle forze ribelli anti-Gheddafi” [12]. Ma chi è questo Haftar lodato in tal modo dai media mainstream e la cui collaborazione è apprezzata dagli Stati Uniti? Il generale Qalifa Haftar era un alto ufficiale dell’esercito libico che partecipò al colpo di Stato che portò al potere Gheddafi nel 1969. [13] Principale ufficiale nel conflitto ciadiano-libico per la striscia di Aozou (ricco di uranio e altri metalli rari), guidò per sette anni la guerra contro le truppe di Habré, ex-presidente del Ciad sostenuto da CIA e truppe francesi. [14] Aiutati da forze francesi, Mossad israeliano e CIA, i ciadiani inflissero una grave sconfitta alle truppe libiche, il 22 marzo 1987 a Wadi Dum (Ciad settentrionale) [15]. Haftar e i suoi uomini (un gruppo di 600-700 soldati) furono catturati e imprigionati. Rinnegato da Gheddafi, che non avrebbe apprezzato la sconfitta che gli fece perdere la striscia di Aozou, infine il generale disertò presso il FNSL [16]. Supportato da Ciad, CIA e Arabia Saudita, si formò nel 1988 l’esercito nazionale libico, l’ala militare del FNSL, per cercare di rovesciare Gheddafi. [17] Un articolo del New York Times del 1991 dice che i membri di tale esercito “furono addestrati da agenti segreti statunitensi nel sabotaggio e altre azioni di guerriglia in una base nei pressi di N’Djamena, capitale del Ciad” [18]. Quando Deby salì al potere nel 1990 a N’Djamena, la situazione cambiò completamente per i ribelli libici, dato che il nuovo padrone del Ciad era in buoni rapporti con Gheddafi. Il buon rapporto tra i due uomini continuò fino alla caduta del leader libico. Infatti, Déby inviò anche truppe a sostenerlo contro la “primavera libica” [19].
libya_nfsl_logoHaftar e i suoi uomini dovettero lasciare il Ciad e gli statunitensi che l’infiltrarono organizzarono un ponte aereo con Nigeria e Zaire. [20] Furono quindi accolti come rifugiati negli Stati Uniti, beneficiando di molti programmi di reinserimento, comprese formazione, assistenza finanziaria e medica. Secondo un portavoce del dipartimento di Stato “i resti dell’esercito di Haftar erano sparsi in tutti i cinquanta Stati” [21]. Prima di tornare a supervisionare le forze ribelli durante la “primavera” libica, Haftar trascorse vent’anni nella provincia della Virginia. Alla domanda sul reddito del generale, uno dei suoi vecchi conoscenti confessò “che non sapeva esattamente come Haftar si mantenesse”. [22] Secondo un’altra fonte, “viveva assai bene e nessuno sa come campasse“, aggiungendo che la famiglia di Haftar non era ricca [23]. Tale frase diede luogo all’interpretazione chiara del fatto che Haftar vivesse a Vienna, in Virginia, a otto miglia dal quartier generale della CIA di Langley: “Per chi sa leggere tra le righe, questo profilo è un’indicazione sottilmente velata del ruolo di Haftar come agente della CIA. Altrimenti, come un ex-alto comandante libico poté entrare negli Stati Uniti nei primi anni ’90, pochi anni dopo l’attentato di Lockerbie, e stabilirsi nei pressi della capitale degli Stati Uniti, se non con il permesso e il sostegno attivo delle agenzie d’intelligence degli Stati Uniti?”. [24] “Quando ero negli Stati Uniti, ero protetto da ogni mossa di Gheddafi contro di me e i suoi tentativi di assassinio da tutte le agenzie degli Stati Uniti“, ha detto. “Mi spostavo dagli Stati Uniti in Europa e mi sentivo al sicuro perché ero protetto“. [25] Secondo il Washington Post, Haftar ha ottenuto la cittadinanza statunitense avendo votato due volte (2008 e 2009) nelle elezioni dello Stato della Virginia. [26] Da parte sua, il New York Times dice senza mezzi termini che il generale è “un cittadino degli Stati Uniti”. [27] Haftar ha anche riconosciuto che poco prima della sua partenza per Bengasi, fu contattato dall’ambasciatore degli Stati Uniti in Libia Gene Cretz, che alloggiava a Washington da gennaio, e da agenti della CIA. [28] Al suo arrivo a Bengasi, nel marzo 2011, il generale Haftar fu nominato capo dell’esercito del CNT e partecipò attivamente alla guerra contro le forze di Gheddafi. Ma travolto dalla sua nomea di “agente della CIA”, fu licenziato dopo il rovesciamento della “guida” libica [29]. Tuttavia, il caos anarchico che ha colpito il Paese, la debolezza del governo centrale verso la profusione di milizie islamiste che governano ognuna una propria roccaforte e le tendenze separatiste che minacciano la Libia, ne hanno permesso il ritorno alla ribalta libica. Già il 14 febbraio 2014 sorprese tutti gli osservatori annunciando una nuova tabella di marcia per il Paese, la sospensione del parlamento e la formazione di un comitato presidenziale per governare il Paese organizzando nuove elezioni. [30] Tale tentativo di presa del potere fallì. Ma non per molto. Dopo la fuga dell’ex-primo ministro Ali Zaydan, Haftar tornava alla carica a metà maggio 2014. Dopo pesanti combattimenti contro le milizie islamiste a Bengasi e contro il Parlamento libico, che fecero decine di morti e feriti, ribadì le stesse affermazioni. [31] Diceva di rispondere solo all’”appello del popolo a sradicare il terrorismo in Libia”. Haftar smentiva le accuse di un colpo di Stato. [32] Sorprendentemente parlò, come nel febbraio 2014, per conto di un “esercito nazionale libico”, nome usato nel 1988 dall’ala militare del FNSL.
A differenza del precedente tentativo, questa volta è sostenuto da molti civili e militari nell’operazione militare chiamata “al-Qarama” (Dignità in arabo) con cui sembra unire diverse forze che “sembrano poter distruggere gli islamisti che dominano il Parlamento, che ha aperto la porta agli estremisti e alimenta il caos che scuote la Libia“. [33] E gli Stati Uniti in tutto questo? A tal proposito, l’autore e giornalista statunitense Justin Raimondo dubita che sia “una coincidenza che il generale Qalifa Haftar colpisca appena quattro giorni dopo che gli Stati Uniti schierassero 200 soldati in Sicilia, una “squadra d’intervento di crisi” inviata su richiesta del dipartimento di Stato” [34]. Da parte sua, John Hudson di “Foreign Policy” ha detto che “il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha raddoppiato il numero di aeromobili in attesa in Italia e schierato centinaia di marines in Sicilia nel caso fosse necessario evacuare frettolosamente l’ambasciata [in Libia Stati Uniti], una decisione che verrebbe presa letteralmente in qualsiasi momento“. [35] D’altra parte, è interessante notare che durante tale periodo travagliato e violento, gli Stati Uniti avevano attività diplomatiche in Libia (anche se il loro ambasciatore aveva lasciato il Paese, apparentemente per motivi familiari), mentre Paesi come Algeria e Arabia Saudita chiusero le loro ambasciate. [36] Poi il 27 maggio 2014  raccomandarono ai loro cittadini di lasciare “immediatamente” la Libia a causa della situazione “imprevedibile ed instabile”, pur mantenendo “personale limitato presso l’ambasciata di Tripoli”.[37] Situazione curiosa, francamente, per questo Paese presuntamente democratizzato dalla grazia dei bombardamenti della NATO e dei “buoni uffici” di un famoso filosofo francese, amante delle camicie bianche e acerrimo appassionato di guerre “senza amarle”.
Va detto che a Washington, alcuni esperti e funzionari del dipartimento di Stato espressero sottovoce soddisfazione nel vedere qualcuno lottare contro gli islamisti come Ansar al-Sharia [38], la milizia accusata di essere l’autrice dell’attacco contro la missione diplomatica degli Stati Uniti di Bengasi che causò la morte dell’ambasciatore Christopher Stevens. Inoltre, ciò permise a Muhammad Zahawi, capo della brigata della milizia (la Brigata Bengasi), di accusare il governo degli Stati Uniti di sostenere Haftar [39].
Deborah Jones, l’ambasciatrice degli Stati Uniti in Libia, ha detto che la sua squadra non ha condannato le azioni del generale Haftar che ha dichiarato guerra ai terroristi “islamici” in Libia. Parlava presso il Centro Stimson di Washington. [40] Un modo indiretto di sostenere Haftar, uno dei concittadini rientrato nel Paese per guidarne la guerra e che godeva da anni della generosità e calda comodità degli accoglienti sobborghi statunitensi della Virginia. Un concittadino, almeno per ora, parte dell’arsenale dei “partner più efficaci” degli Stati Uniti.

Zaydan e Kerry

Zaydan e Kerry

Riferimenti:
1. The New York Times, «Transcript of President Obama’s Commencement Address at West Point», 28 mai 2014
2. Barney Henderson et Richard Spencer, «US ambassador to Libya killed in attack on Benghazi consulate», The Telegraph, 12 septembre 2012
3. AP, «U.S. names militants involved in Benghazi attack», CBS News, 10 janvier 2014
4. AFP, «Abou Anas al-Libi, un leader présumé d’Al-Qaida méconnu chez lui», 20 Minutes, 7 octobre 2013
5. Ron DeSantis, «DESANTIS: Justice, absent in Damascus, awaits in Benghazi, too», The Washington Times, 11 septembre 2013
6. Lucy McCalmont, «John Bolton: Obama hasn’t avenged Chris Stevens’s death in Benghazi», Politico, 6 mars 2014
7. Reuters, «L’ex-Premier ministre libyen Ali Zeidan a fui en Europe», Le Nouvel Observateur, 12 mars 2014
8. The Indian Express, «New Libyan PM Ali Zeidan has strong India links», 15 October 2012
9. Ahmed Bensaada, livre à paraître.
10.AFP, «Libye: le premier ministre brièvement enlevé par d’ex-rebelles», Le Monde, 10 octobre 2013
11. AFP, «Libye: le Congrès limoge le premier ministre, Ali Zeidan», Le Monde, 12 mars 2014
12.Walter Pincus, «Only a few of Libya opposition’s military leaders have been identified publicly», The Washington Post, 1er avril 2011
13. Ibid.
14. Russ Baker, «Is General Khalifa Hifter The CIA’s Man In Libya?», Business Insider, 22 avril 2011
15. J ean Guisnel, «Quand un espion raconte…», Le Point, 5 janvier 2001
16. Russ Baker, «Is General Khalifa Hifter The CIA’s Man In Libya?», art. cit.
17. Walter Pincus, «Only a few of Libya opposition’s military leaders have been identified publicly», Op. cit.
18. Neil A. Lewis, «350 Libyans Trained to Oust Qaddafi Are to Come to U.S.», The New York Times, 17 mai 1991
19. Pierre Prier, «La garde tchadienne au secours du colonel Kadhafi», Le Figaro, 23 février 2011
20. Pierre Prier, «Le nouvel état-major libyen sous tension», Le Figaro, 23 février 2011
21. Russ Baker, «Is General Khalifa Hifter The CIA’s Man In Libya?», Op. cit.
22. Chris Adams, «Libyan rebel leader spent much of past 20 years in suburban Virginia», McClatchy Newspapers, 26 mars 2011
23. Abigail Hauslohner et Sharif Abdel Kouddous, «Khalifa Hifter, the ex-general leading a revolt in Libya, spent years in exile in Northern Virginia», The Washington Post, 19 mai 2014
24. Patrick Martin, «A CIA commander for the Libyan rebels», WSWS, 28 March 2011
25. Shashank Bengali, «Libyan rebel leader with U.S. ties feels abandoned», McClatchy DC, 12 avril 2011
26. Abigail Hauslohner et Sharif Abdel Kouddous, «Khalifa Hifter, the ex-general leading a revolt in Libya, spent years in exile in Northern Virginia», Op. cit.
27. Ethan Chorin, «The New Danger in Benghazi», The New York Times, 27 mai 2014
28. Shashank Bengali, «Libyan rebel leader with U.S. ties feels abandoned», Op. cit.
29. Armin Arefi, «Khalifa Haftar, un général made in USA à l’assaut de la Libye», Le Point, 19 mai 2014
30. RFI, «Libye: rumeurs de coup d’État sur la chaîne Al-Arabiya», 14 février 2014
31. Claire Arsenault, «En Libye, le général dissident Khalifa Haftar tente le coup», RFI, 23 mai 2014
32. Armin Arefi, «Khalifa Haftar, un général made in USA à l’assaut de la Libye», Op. cit.
33. Esam Mohamed et Maggie Michael, «Un général dissident reçoit des appuis», Le Devoir, 21 mai 2014
34. Justin Raimondo, «The Libyan ‘Coincidence’. CIA-backed general launches Libyan coup», Antiwar, 21 mai 2014
35. John Hudson, «It’s Not Benghazi, It’s Everything», Foreign Policy, 20 mai 2014
36. Renseignor, «Devant la dégradation de la situation sécuritaire en Libye l’Arabie saoudite ferme son ambassade à Tripoli…», n°823, p.3, 25 mai 2014
37. AFP, «Les États-Unis conseillent à tous leurs ressortissants d’évacuer la Libye», Le Monde, 28 mai 2014
38.Ethan Chorin, «The New Danger in Benghazi», Op. cit.
39. AP, «As Libya deteriorates, U.S. prepares for possible evacuation», CBS News, 27 mai 2014
40. Barbara Slavin, «US ambassador says Libyan general is going after ‘terrorists’», Al Monitor, 21 mai 2014

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Un impero senza strategia militare

Thierry Meyssan Rete Voltaire al-Watan (Siria) 2 giugno 2014

Il presidente Obama ha enunciato la sua dottrina strategica a West Point. Nel suo discorso ha ribadito l’onnipotenza militare degli Stati Uniti, mentre vengono superati tecnicamente da Russia e Cina. Incapace di far fronte a Mosca, ha subito la perdita della Crimea in silenzio ed ha preferito  invece designare l’unico nemico: la tattica del terrorismo. Mentre i campi di al-Qaida si trovano nei Paesi occupati da NATO o alleati della NATO, ha annunciato un programma globale di lotta contro di essa. Infine, ha ribadito il sostegno all’”opposizione siriana” e ha promesso che non avrebbe mancato di portarle aiuto… quando avrà l’approvazione del Congresso.

tumblr_mqe8z3olzu1qap9gno1_1280Il presidente Obama ha pronunciato il 28 maggio un discorso importante che indica la sua dottrina strategica in occasione della laurea dei cadetti dell’Accademia Militare di West Point [1]. Non a caso il presidente ha ricordato di aver mantenuto la promessa di ritirare le truppe schierate in Afghanistan e Iraq, e di aver eliminato Usama bin Ladin. Ma ciò che ha descritto come una valutazione apparentemente elogiativa, non lo è: i soldati sono tornati esausti dall’Afghanistan o  hanno lasciato l’Iraq prima di essere cacciati dalla resistenza popolare. Il costo esorbitante di tali spedizioni, oltre 1000 miliardi di dollari, impedisce al Pentagono di mantenere il proprio arsenale. Sulla morte di bin Ladin, non è che una favola per bambini: Usama bin Ladin non aveva nulla a che fare con gli attentati dell’11 settembre, morì di malattia e fu sepolto nel dicembre 2001, così come ha certificato l’MI6 inglese [2]. Si può ammirare solo la capacità statunitense di continuare la narrazione di una realtà immaginaria, però contraddetta da prove solide, ma sempre seguita dai media atlantisti. Nel suo discorso, il presidente ha descritto il suo Paese come “la nazione indispensabile”, militarmente ed economicamente più potente. Eppure nessuna di tali affermazioni è vera. Il 14 maggio, il generale Martin Dempsey, presidente del Joint Chiefs of Staff, ha riconosciuto al Consiglio Atlantico che le forze armate saranno sicuramente obsolete tra 10 anni se un loro enorme aggiornamento non verrà svolto subito [3]; uno sforzo improbabile con le restrizioni di bilancio. Il Pentagono rileva che il ritardo nella ricerca militare è probabilmente irreversibile. La tecnologia militare di Russia e Cina è ora più sviluppata di quella degli Stati Uniti. E’ troppo tardi per recuperare. L’apparente superiorità che Washington detiene è dovuta solo alle sue truppe  schierate in tutto il mondo. Esiste quindi in alcuni teatri operativi, ma non contro la Russia o la Cina che vincerebbero una guerra mondiale. Nell’economia, la maggior parte dei beni consumati negli Stati Uniti è prodotta in Cina. Su tale base fantasmatica, secondo il Washington Post quando si riferisce alla debolezza militare relativa degli Stati Uniti [4], il presidente Obama ha annunciato che il suo Paese non avrebbe esitato ad intervenire all’estero quando i suoi interessi diretti ne sarebbero coinvolti, ma userebbe le coalizioni internazionali per affrontare i problemi più distanti. Ha detto che, a differenza della Guerra Fredda, la Russia non rappresenta più un pericolo imminente, ma il principale nemico è il terrorismo. Quindi, non importa l’adesione della Crimea alla Russia.  Washington non vuole combattere contro di essa anche se presenta l’”annessione” come una grave violazione del diritto internazionale, non esitando a paragonare il Presidente Vladimir Putin ad Adolf Hitler.
Soprattutto dopo 13 anni di “guerra al terrorismo”, Washington sostiene di aver eliminato un paio di fanatici che componevano la leadership internazionale di al-Qaida, ma deve ora affrontare un problema più serio: i tanti gruppi affiliati al-Qaida formatisi quasi ovunque nel mondo. Tale “guerra senza fine” ha il vantaggio di permettere tutto. Presentandola dal 2001 come autodifesa, Washington si sente autorizzata a violare la sovranità di altri Stati al fine di eliminare o bombardare quando gli fa comodo. Continuando tale guerra, il presidente Obama ha annunciato la creazione di un “Fondo di partenariato contro il terrorismo” da circa 5 miliardi di dollari. Avrà lo scopo di addestrare i servizi di sicurezza degli alleati. Chi può credere a un programma del genere? Attualmente i terroristi sono addestrati in campi permanenti di al-Qaida che si trovano nel deserto della Libia occupata dalla NATO. Mentre tre campi di al-Qaida si trovano a Sanliurfa, Osmaniye e Karaman in Turchia, membro della NATO [5]. I siriani ricordano le confessioni televisive dell’emiro del Fronte al-Nusra (affiliato ad al-Qaida) che portava razzi a testata chimica da una base militare turca a Ghuta, Damasco. Secondo quest’uomo, non solo forniva armi di un esercito della NATO, ma l’ordine di attuare una “false-flag” per giustificare il bombardamento della Siria da parte degli Stati Uniti, proveniva dagli USA. 13 anni dopo gli eventi dell’11 settembre 2001, chi può ancora credere che al-Qaida sia il nemico principale della “nazione indispensabile”, anche se Barack Obama ha descritto gli affiliati di al-Qaida “meno capaci” dei precedenti, nel suo discorso alla National Defense University del 28 maggio 2013? [6]. Ha detto che il pericolo era divenuto relativo e che gli Stati Uniti non dovrebbero più dargli priorità. A proposito di Siria, il presidente Obama s’è recato a West Point affermando che bisogna “aiutare il popolo siriano a resistere a un dittatore che ha bombardato e affamato il proprio popolo” (sic). Ecco perché Washington aiuterà “coloro che combattono per il diritto di tutti i siriani di essere artefici del proprio futuro” (leggi: non i siriani che votano il loro presidente, ma solo coloro disposti a collaborare con un governo coloniale della NATO). Inoltre, perché intervenire solo in Siria? Perché “la guerra civile siriana si diffonde oltre i confini del Paese, e la capacità dei gruppi estremisti agguerriti di attaccarci potrà solo aumentare”. In altre parole, dopo aver rovinato la Siria, gli Stati Uniti potrebbero bruciarsi con il fuoco che hanno acceso. “Intensificheremo gli sforzi per sostenere i vicini della Siria, Giordania, Libano, Turchia e Iraq, nella gestione del problema dei profughi. Lavorerò con il Congresso per aumentare il sostegno all’opposizione siriana che offre la migliore alternativa ai terroristi e a un dittatore brutale. Inoltre, continuiamo a lavorare con i nostri amici e alleati in Europa e nel mondo arabo a una soluzione politica della crisi e per garantire che tali Paesi, non solo gli Stati Uniti, seguano congrue misure volte a sostenere il popolo siriano“, ha detto. In altre parole, la Casa Bianca parla al Congresso su come sostenere le ambizioni personali dei membri della Coalizione Nazionale. Secondo notizie, Washington potrebbe fornire addestramento militare negli Stati confinanti e distribuire armi migliori. Solo:
-  Se Washington comincia ad addestrare e armare i collaborazionisti siriani, dovrà ammettere di non averlo fatto prima e di aver utilizzato principalmente mercenari stranieri, come al-Qaida.
-  Se 250000 mercenari jihadisti non hanno potuto rovesciare il governo siriano negli ultimi tre anni, come poche migliaia di ascari del colonialismo occidentale potrebbero?
-  Perché gli Stati vicini, già impegnati in una guerra segreta, dovrebbero entrare in guerra aperta contro la Siria, con i rischi che ciò comporta?
- Quali armi sofisticate potrebbero essere consegnate agli ascari del colonialismo e che potrebbero usare un giorno contro altri obiettivi, tra cui la superiorità aerea d’Israele?
- E ultimo ma non meno importante, sapendo che tutto è stato discusso da tre anni, cosa c’è di nuovo nel credere che tali questioni possano essere risolte oggi?
Il discorso di Obama esprime impotenza: si vanta di aver ritirato le proprie truppe dall’Afghanistan e dall’Iraq e di aver ucciso un fantasma che per un decennio è esistito solo nei video di al-Jazeera. Ha detto che avrebbe combattuto il terrorismo che protegge ovunque. Dice che sosterrà più efficacemente l’”opposizione siriana”, ma scarica il barile subito al Congresso, che non voleva  bombardare il Paese durante la crisi delle armi chimiche, fiducioso che si limitasse al minimo.
Tale discorso è solo una facciata verbosa che tenta di nascondere un declino irreversibile. Ha sbalordito il pubblico che ha compreso la fine dei suoi sogni di conquista. Contro ogni previsione, meno di un quarto dei 1064 laureati dell’Accademia Militare di West Point ha applaudito il presidente, mentre la maggioranza è rimasta impassibile. L’impero muore lentamente.

Note
[1] “Discorso di Barack Obama presso l’accademia militare di West Point” Barack Obama, Rete Voltaire, 28 maggio 2014.
[2] “Riflessioni sulla annuncio ufficiale della morte di Osama bin Laden“, Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 4 maggio 2011.
[3] “Il Pentagono adotta il formato “2, 2, 2, 1″, Alfredo Jalife-Rahme, La Jornada (Messico), Réseau Voltaire, 27 maggio, 2014.
[4] “La politica estera del presidente Obama si basa sulla fantasia” editoriale del Washington Post, 2 marzo 2014.
[5] “Israeli general says al Qaeda’s Syria fighters set up in Turkey“, Dan Williams, Reuters 29 gennaio 2014. “Lettre ouverte aux Européens coincés derrière le rideau de fer israélo-US” Hassan Hamade, Rete Voltaire, 21 Maggio 2014.
[6] “Discorso di Barack Obama alla National Defense University” Barack Obama, Rete Voltaire, 23 maggio 2013.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia, una nuova guerra per liberarsi degli islamisti

Alessandro Lattanzio, 20/5/2014
685656-libya-photo-collection.8191917_stdSecondo l’ex-capo dei golpisti del CNT, Mahmud Jibril, “Gli Stati Uniti hanno perseguito una politica di doppiezza in Libia. Il loro obiettivo principale era mettere al potere i fratelli musulmani in Egitto, Libia e Tunisia per contenere il terrorismo, affidando il programma ai suoi alleati regionale Turchia e Qatar. La caduta di Mubaraq contribuì al successo del piano degli Stati Uniti. Ma il Generale Abdalfatah al-Sisi, il ministro della Difesa egiziano che ha tolto di mezzo il presidente egiziano islamista Muhammad Mursi, ha inferto un duro colpo al piano. Il Qatar supportò la rivolta anti-Gheddafi, imponendo l’emiro del Gruppo islamico combattente libico in Afghanistan (LIFG), Abdalhaqim Belhadj, a capo dei rivoluzionari libici. L’emiro del Qatar, Hamad bin Qalifa, rifiutò di disarmare le milizie e di recuperare le armi fornite dal Qatar, su raccomandazione della Francia, che gli islamisti ricevevano all’aeroporto di Bengasi sotto la supervisione di ufficiali dei servizi segreti del Qatar. Perciò ci siamo rivolti al Sudan per avere le armi. Per le sue operazioni, il Qatar assieme a Mustafa Abdaljalil, presidente del CNT, aveva deciso che sarei stato sollevato dalla carica di ministro degli Interni e della Difesa. Mustafa Abdaljalil aveva già “giurato fedeltà al Qatar, nutrendo simpatie per fratelli musulmani. Con mia grande sorpresa, appresi che Abdalhaqim Belhadj fu presentato ai capi di Stato Maggiore della NATO in una riunione della coalizione a Doha, nell’agosto 2011, dove ebbe un briefing sulla situazione militare in Libia, in vista dell’offensiva contro Tripoli. Il comando operativo fu poi trasferito dall’isola di Djarba in Tunisia, sotto l’autorità del partito islamista al-Nahda di Rashid Ghannuchi, uomo del Qatar, a Zintan nel Jabal al-Nafusa, nella Libia occidentale. Infine, l’assalto contro Tripoli fu ritardato di diverse settimane a causa del fatto che il Qatar aveva invocato l’opposizione della NATO a tale operazione quale scusa per l’incapacità nel distruggere le difese della capitale. Quando arrivammo a Tripoli, scoprimmo che 24 dei 28 obiettivi cruciali per paralizzare le difese della capitale furono distrutti. Il Qatar sfruttò il pretesto dell’opposizione della NATO per permettere a Belhadj di entrare per primo”.
Il 24 marzo 2014, la petroliera Morning Glory veniva sequestrata a largo di Cipro da un commando di 24 Navy SEAL imbarcati sui natanti veloci di un incrociatore lanciamissili di scorta alla portaerei USS Roosevelt. L’equipaggio di 21 persone della petroliera venne trasbordato sulla portaerei statunitense per essere poi processato per “acquisto illegale di petrolio” in Libia. “L’equipaggio sarà deferito alle autorità giudiziarie competenti“, secondo il tenente-colonnello Salim al-Shawirf. “L’equipaggio della petroliera è ora sotto la mia autorità ed è indagato“, aveva detto il procuratore neo-coloniale libico Abdalqadir Radwan, sebbene senza l’intervento delle forze speciali e della marina atatunitensi la nave non sarebbe mai stata presa. La petroliera era di proprietà di una società degli Emirati Arabi Uniti, ed era noleggiata da una società saudita, batteva la bandiera della Corea democratica, ma Pyongyang l’aveva radiata dal suo registro navale in quanto violava la legge “sul registro e i contratti marittimi che vietano il trasporto di merci di contrabbando“.
A metà aprile, esplosero proteste a Zawiya, pochi giorni dopo che il governo aveva ceduto il controllo di due porti petroliferi all’esercito per porre fine alla crisi e alle controversie tra le autorità regionali cirenaiche e quelle centrali. L’esercito aveva preso il controllo dei porti di Zuaytina e Mars al-Hariga. Però l’11 aprile i manifestanti riuscirono ad occupare la raffineria di Zawiya chiudendone la produzione di 120000 barili al giorno. Il 13 aprile, i “ribelli” della regione autonoma della Cirenaica si accordarono per consegnare al governo centrale i terminali petroliferi dei porti di Ras Lanuf e Sidra, occupati dal luglio 2013. La disputa ha ridotto le esportazioni di petrolio della Libia di 1,25 milioni di barili al giorno, con la conseguente perdita di circa 14 miliardi di dollari di entrate.
Nel giugno 2013, un comandante di al-Qaida, Ibrahim Ali Abu Baqr al-Tantush, prendeva il controllo di una base segreta creata dalle forze speciali statunitensi sulla costa libica: Campo 27. Nell’estate del 2012, i Berretti Verdi statunitensi ristrutturarono la base militare a 27 chilometri ad ovest di Tripoli, per ospitare e addestrare i combattenti per le operazioni speciali antiterrorismo della Libia. Ma due anni dopo, il campo di addestramento veniva utilizzato da al-Qaida fomentando il caos nella Libia post-Jamahiriya. “Un funzionario della Difesa degli Stati Uniti affermava che il campo oggi viene considerato ‘zona negata’ o luogo in cui le forze USA dovrebbero aprirsi la strada per accedervi“. Seth Jones, esperto di al-Qaida della Rand Corporation, aveva detto che la Libia è oggi un rifugio di al-Qaida nordafricana. “V’è una serie di campi di addestramento di al-Qaida e dei vari gruppi jihadisti emersi nel sud-ovest della Libia, intorno a Tripoli, e nel nord-est della Libia, intorno a Bengasi”. Nel marzo 2014, il generale David Rodriguez, a capo dell’US Africa Command, affermò al Comitato dei Servizi Armati del Senato che un paio di migliaia di combattenti stranieri era transitato dal nord Africa alla Siria e che al-Qaida ne coordinava le attività. Ed ora questi militanti avevano una base presso Tripoli, oltre a una serie di dispositivi tattici avanzati. “La sfida più grande sono munizioni, armi ed esplosivi che dalla Libia continuano a fluire in tutta la regione del nord-ovest dell’Africa“. Alla domanda se tali armi rafforzassero al-Qaida in Africa, Rodriguez rispose: “Li rafforza in tutto il nord-ovest dell’Africa“.
Nel frattempo, il Congresso Nazionale Generale della Libia non riusciva a nominare un nuovo primo ministro, avendo il candidato Ahmad Mitiq ottenuto solo 113 dei 120 voti necessari. La Libia era senza premier da quando Ali Zaydan era scappato in Europa a marzo e il primo ministro ad interim Abdullah al-Thini rimaneva in carica fino alla nomina di un successore. Al-Thini aveva annunciato a metà aprile che si sarebbe dimesso, spaventato da uno scontro a fuoco in una zona residenziale che lo vide oggetto. Il primo vicepresidente del Congresso, Az al-Din al-Awami dichiarava chiuso un primo procedimento per eleggere il nuovo premier; ma esso venne illegalmente riaperto dal secondo vicepresidente, Salah Maqzum, dove Mitiq riceveva 121 voti. Infine la situazione venne risolta dal presidente del Congresso Nuri Abu Sahmayn che nominava Mitiq nuovo primo ministro. Il portavoce del primo ministro al-Thini, Ahmad Lamin, affermava che una volta raggiunto l’accordo, al-Thini sarebbe rimasto in carica finché Mitiq avesse stilato il nuovo governo e il Congresso l’avesse approvato. Ma proprio ci si avviava verso l’adempimento di tale processo, esplosero nuovi scontri a Bengasi. Secondo il quotidiano algerino al-Qabar del 12 maggio, il Feldmaresciallo egiziano Abdalfatah al-Sisi avrebbe deciso di estirpare il terrorismo islamista in Egitto intervenendo militarmente contro le relative basi in Libia. Il direttore dell’intelligence egiziana Muhammad Farid al-Tuhamy avrebbe visitato Washington per spiegare al governo degli Stati Uniti le minacce poste da al-Qaida all’Egitto dalla Libia, affermando che i combattenti dallo Stato Islamico dell’Iraq e Levante (SIIL) provengono dall’Egitto e che il nuovo governo di Cario li combatte. Il 10 maggio al-Qabar aveva pubblicato un articolo che avvertiva dell’imminente guerra in Libia, che avrebbe potuto propagarsi anche in Tunisia. Gli Emirati Arabi Uniti avrebbero sostenuto l’azione contro la Libia per stabilizzarvi la situazione e por fine alle minacce poste dagli islamisti. Lo sceicco Muhammad bin Zayid bin Sultan al-Nuhayan, principe ereditario di Abu Dhabi, sosterrebbe l’Egitto nella repressione dei gruppi islamisti che minacciano la stabilità regionale.
general-khalifa-haftar-attends-news-conference-abyar-small-town-east-benghaziLa mattina del 16 maggio, l’ambasciatore d’Algeria a Tripoli, Abdalhamid Buzhar, subiva un tentativo di rapimento da parte di uomini armati, presso la sua residenza a Qarqas, Tripoli. Ma la scorta del personale diplomatico algerino riusciva ad evacuare l’ambasciatore presso l’aeroporto di Tripoli e da lì ad Algeri. Il resto del personale della rappresentanza diplomatica venne evacuato il giorno dopo e l’ambasciata venne chiusa. Questo tentato rapimento era l’ultimo di una serie di attacchi alle missioni diplomatiche in Libia. Un diplomatico tunisino e l’ambasciatore giordano furono rapiti e poi rilasciati. A Bengasi, sempre il 16 maggio, esplosero scontri armati tra l”esercito nazionale libico’ dell’ex-generale golpista Qalifa Haftar e le milizie islamiste, causando 79 morti e oltre 140 feriti. A Tripoli, un comunicato del presidente del Congresso nazionale generale, Nuri Abu Sahmayn, accusava Haftar di essere “al di fuori della legittimità dello Stato” e di compiere un vero e proprio “colpo di Stato”. Il generale negava, “L’operazione lanciata venerdì e battezzata ‘Restaurare la dignità della Libia’ mira a ripulire il Paese dai terroristi. Abbiamo cominciato questa battaglia e continueremo fino a raggiungere il nostro scopo. Il popolo libico è con noi”. L”esercito nazionale’ guidato da Qalifa Haftar, ex-capo dei golpisti che nel 2011 rovesciarono Muammar Gheddafi, aveva il sostegno di un aereo da guerra e di elicotteri che bombardarono la caserma occupata dalla milizia islamista “Brigata 17 febbraio”, mentre i miliziani attaccarono la base del gruppo islamista Rafallah al-Sahati. I combattimenti si svolgevano nella zona di Sidi al-Fradj, a sud di Bengasi. Il Capo di stato maggiore dell’esercito libico, Abdalsalam Jadallah al-Ubaydi, “nega che le forze armate siano coinvolte negli scontri a Bengasi“. “In una dichiarazione alla televisione nazionale, al-Ubaydi ha chiesto all’esercito e ai rivoluzionari di opporsi a qualsiasi gruppo armato che cerchi di controllare Bengasi con la forza”. Invece molti soldati aderivano all”esercito nazionale’ dopo i numerosi attacchi compiuti dalle milizie legate ad al-Qaida fin dall’invasione USA-NATO. Al-Ubaydi vietava inoltre alle forze armate di entrare a Bengasi per sostenere Haftar. Per al-Ubaydi l’azione di Haftar era un “colpo di Stato”. Il primo ministro ad interim Abdullah al-Thini affermava che solo un aviogetto aveva attaccato i gruppi islamisti e senza il permesso del governo, “E’ il tentativo di sfruttare l’attuale insicurezza contro la rivoluzione”. Muhammad al-Hijazi, portavoce dell”esercito nazionale’, dichiarava alla TV libica al-Ahrar che unità dell’esercito regolare si erano unite alle forze di Haftar nella lotta agli islamisti, tra cui forze aeree e forze speciali. Gli “scontri non si fermeranno fin quando l’operazione raggiungerà i suoi obiettivi“. Sempre secondo al-Hijazi anche i militari dell’aeroporto di Bengasi, Benina, avevano aderito all’azione di Haftar. Reuters riferiva che le autorità libiche avevano chiuso l’aeroporto di Bengasi, “Abbiamo chiuso l’aeroporto per la sicurezza dei passeggeri, ci sono scontri in città. L’aeroporto sarà riaperto a seconda della situazione della sicurezza”. L’agenzia LANA citava Milad al-Zuwi, portavoce delle forze speciali, che negava il coinvolgimento delle sue truppe. Il portavoce dell”esercito libico nazionale’ Muhammad al-Hijazi riferiva che i combattenti al comando di Haftar “hanno bombardato le basi appartenenti ad Ansar al-Sharia e ad altri gruppi islamisti a Bengasi“. Quindi alcuni elicotteri e un caccia MIG-21 bombardarono le basi bengasine di Ansar al-Sharia, Rafallah al-Sahati e battaglione ’17 Febbraio’. A Tripoli, le milizie di Zintan attaccarono una base dei miliziani filo-governativi. Il 17 maggio, velivoli libici bombardavano la stazione radio di Ansar al-Sharia di Bengasi. Le operazioni proseguirono il 18 maggio a Tripoli, con l’assalto al parlamento, causando 2 morti e decine di feriti, e a cui parteciparono le brigate di Zintan al-Qaqa, al-Sawaiq e al-Madani che, insieme ad unità dell’esercito libico, assaltarono anche diverse basi islamiste, tra cui quella della 27ª brigata di Misurata comandata da Buqa, capo della milizia islamista governativa ‘Scudo della Libia‘. Il 19 maggio, il Capo di Stato Maggiore generale al-Ubaydi ordinava alle milizie islamiste filo-governative di proteggere le sedi governative di Tripoli, mentre l’ex-premier al-Thini confermava che 120 mezzi dell’esercito governativo erano passati con Haftar nell’offensiva contro gli islamisti di Bengasi. Il generale Haftar ribadiva che il suo obiettivo era la “liberazione della Libia dal governo islamista che ha consegnato il Paese ai terroristi”. Un ex-comandante delle forze armate libiche, colonnello Adan al-Jarushi, affermava che anche le forze armate prendevano parte all’azione contro i taqfiriti di Bengasi. Al-Jarushi si appellava ai soldati ad unirsi all’operazione e ordinava a tutte le basi aeree di bombardare le posizioni dei terroristi.
L”esercito nazionale libico’ (ENL) di Haftar è formato da circa 6000 tra miliziani irregolari e soldati dell’esercito, e dalle forze speciali di stanza a Bengasi guidate dal colonnello Abu Qamada. Inoltre l’ENL controlla le basi aeree di Bengasi e Tobruq e 200 tra blindati, carri armati e pickup armati di mitragliatrici, lanciarazzi o mortai. L’offensiva sembra godere di un certo sostegno popolare e di alcune milizie tribali in cerca di vendetta per i crimini commessi dagli islamisti. Bengasi subisce da tre anni assassini e attentati perpetrati dalle stesse milizie islamiste che il CNT aveva nominato ‘forze di sicurezza’. Il capo dei Fratelli musulmani in Libia, Bashir al-Qabti, aveva dichiarato: “Il sangue libico versato è responsabilità del governo debole mentre dita straniere giocano con il destino e il sangue dei libici per schiacciare la rivoluzione del 17 febbraio, nell’ambito di una guerra programmata contro la primavera araba“. Anche il portavoce del governo libico affermava che potenze estere tentavano di conferire legittimità alle azioni di elementi fuorilegge dell’esercito. “Vengono presentati da certi media come dei patrioti, anche se non sono altro che dei ribelli, secondo la convenzione militare“, insisteva Ahmad al-Amin, portavoce delle autorità-fantoccio della NATO e del Qatar in Libia. L’Algeria intanto schierava 10000 militari lungo i 6000 km di confine con la Libia ed alzava il livello di allerta delle forze di sicurezza algerine, per preparale ad affrontare una possibile intrusione libica sul territorio nazionale. Anche la Tunisia rafforzava i presidi al confine con la Libia, mentre già dal 13 maggio gli statunitensi avevano inviato a Sigonella 250 marines e 8 convertiplani V-22 Osprey. Il portavoce del Pentagono, colonnello Steve Warren, “ha sottolineato che mentre i marines sono “senza dubbio” dediti alla protezione delle ambasciate, non ha escluso la possibilità che possano essere chiamati per una missione diversa“. Ai marines statunitensi verrebbe ordinato di proteggere i giacimenti petroliferi. La portavoce del dipartimento di Stato USA Jen Psaki affermava “Ribadiamo il nostro invito a tutte le parti ad astenersi dalle violenze e a cercare una soluzione con mezzi pacifici“. Reuters riferiva che il giacimento al-Fil era stato chiuso per le proteste e quello di al-Sharara rimaneva chiuso, riducendo la produzione petrolifera nazionale libica a circa 200000 barili al giorno, lontani dagli 1,4 milioni di barili al giorno pompati nel 2013.
Come già detto, il 18 maggio la milizia di Haftar attaccava il parlamento libico, che veniva evacuato. Poco prima, il nuovo premier Ahmad Mitiq aveva formato il nuovo governo che attendeva la fiducia del parlamento. I miliziani di Haftar assaltarono il parlamento chiedendone la sospensione e il passaggio dei poteri ad un organismo di 60 elementi eletti per redigere la nuova costituzione del Paese nordafricano. Il Congresso Nazionale Generale (GNC) veniva incendiato dopo che i miliziani avevano sequestrando dieci deputati, prima di ritirarsi. Sparatorie esplosero in tutta Tripoli. “Annunciamo il congelamento del GNC“, affermava il colonnello Muqtar Firnana, ex-ufficiale della polizia militare di Zintan, su al-Ahrar TV a nome dell”esercito libico nazionale’ di Haftar. Secondo fonti, gli assalitori, forse miliziani di Zintan, arrivarono a bordo di blindati provenendo dalla strada che collega la capitale all’aeroporto. Le brigate di Zintan detengono Sayf al-Islam Gheddafi, ma si sono sempre rifiutate di consegnarlo a Tripoli.

Libyan_soldiers_with_Palmaria_artillery_gun_at_the_west_gate_of_town_Ajdabiyah_March_16_2011_001Fonti:
WSWS
Secret Difa3
RID
Nsnbc
Nsnbc
Nsnbc
Nsnbc
Nsnbc
Nsnbc
Nsnbc
Moon of Alabama
Mondialisation
Jeune Independant
Global Research

Crisi ucraina: il grande bluff delle sanzioni economiche dell’Occidente contro la Russia

Lezione N° 72 di Geostrategia africana, parte 2/4
Jean-Paul Pougala (ex-cameriere) Bamena (Camerun), 05/05/2014
Jean-Paul Pougala insegna Geostrategia Africana al Master II presso l’Istituto Superiore di Management, ISMA, di Douala, Camerun

Soyuz-Docked-with-ISSCrisi ucraina: il grande bluff delle sanzioni economiche occidentali contro la Russia
Ecco il 2 e 3 aprile 2014, i titoli dei principali quotidiani occidentali:
The New York Times del 2 aprile è il primo a pubblicare la nota interna di un certo Michael F. O’Brien, vicedirettore per le relazioni internazionali della NASA, “La NASA rompe il maggior contatto con la Russia” (NASA ha tagliato tutti i rapporti con la Russia).
Il giorno dopo, il 3 aprile, sono emittenti e giornali europei ad  entrare in ballo:
“La NASA taglia i rapporti con Mosca a causa della crisi in Ucraina”, Info-RTS (Radio Télévision Suisse).
“La NASA sospende i “contatti” con la Russia”, Le Monde
“La NASA sospende i contatti con la Russia”, Le Figaro
Queste informazioni sono solo fumo, come il bluff delle pseudo-sanzioni economiche occidentali contro la Russia sulla crisi ucraina e ne capiremo immediatamente il perché.

Oblio selettivo delle informazioni
Tutti i giornalisti che danno queste informazioni non comunicano quella più importante, di soli cinque giorni prima che contraddice tali presunte informazioni. Il 27 marzo 2014, al Congresso degli Stati Uniti d’America, il numero 1 dell’agenzia spaziale statunitense, la NASA, Charles Bolden dice ad alcuni deputati e senatori statunitensi che se ci saranno sanzioni tra Russia e Stati Uniti, gli Stati Uniti avranno più da perdere. Spiega perché in realtà gli Stati Uniti non potrebbero sostenere a lungo le sanzioni russe contro gli statunitensi nello spazio. In conclusione, secondo le agenzie, da AP a Reuters via AFP, ai membri del Congresso “conferma la fiducia nel partenariato spaziale con la Russia, da cui gli Stati Uniti dipendono per inviare i loro astronauti sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS), nonostante le tensioni per la crisi ucraina“. Ecco le informazioni fornite dallo stesso direttore al Congresso degli Stati Uniti. Ma perché i giornali occidentali ignorano queste informazioni per concentrarsi invece su una nota interna del vicedirettore di una sottocommissione? Ancora più inquietante: perché Michael F. O’Brien può fare una dichiarazione in totale contraddizione con le dichiarazioni del suo capo di cinque giorni prima? Ecco in dettaglio la sua dichiarazione: “Data la violazione da parte della Russia della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina, fino a nuovo avviso il governo statunitense ha deciso che qualsiasi contatto tra la NASA e funzionari del governo russo dovrebbe essere sospeso, salvo quanto diversamente ed espressamente previsto (…) L’agenzia spaziale degli Stati Uniti pone termine ai voli dipendenti dalla Russia, così come all’ospitalità data ai russi nei suoi edifici, e decreta il congelamento dei contatti via e-mail, teleconferenze o videoconferenze“. Chi ha ragione in questo gioco a poker truccato, dove entrambi i giocatori giocano lo stesso ruolo  al fine di confondere il cittadino ignaro in una cortina di fumo e montature? In  tutto ciò, vi sono due statunitensi nello spazio con tre russi che volano sulle nostre teste nella stazione spaziale internazionale, ISS. Dalla fine dei voli degli Shuttle nel 2011 ad oggi, è la Russia che ha i mezzi tecnici per inviare qualcuno su questa stazione. Il direttore della NASA cercava di spiegare ai congressisti che se la Russia si arrabbia, i due astronauti statunitensi rimarranno bloccati per sempre nello spazio.
E l’Agenzia spaziale europea? Il suo caso è ancora più grave, perché per inviare i propri cittadini nello spazio, gli europei sgomitano. E la Russia ne approfitta. La tariffa per visitare la Stazione Spaziale Internazionale ISS per qualsiasi cittadino non russo è di 71 milioni di dollari, 53 milioni di euro andata e ritorno. E i posti sono limitati, naturalmente. Nel caso di serie sanzioni contro la Russia, questa potrebbe semplicemente rimborsare il Paese occidentale del biglietto di ritorno chiedendogli di sbrogliarsela da solo nel far rientrare il suo astronauta. Si può quindi immaginare l’effetto devastante sull’opinione pubblica occidentale contro i propri capi politici che lasciano morire i propri astronauti nello spazio. Non è finzione, questo è il piano B che Mosca ha preparato in risposta agli occidentali, se superassero la linea rossa. Per saperlo basta ascoltare il viceprimo ministro russo Dmitrij Rogozin dopo la prima delle sanzioni del 28 aprile. Ecco cosa ha detto all’agenzia russa Interfax: “Se vogliono colpire l’industria dei missili russi, automaticamente abbandoneranno i loro cosmonauti sulla Stazione Spaziale Internazionale (…) Onestamente, cominciano a dare sui nervi con le loro sanzioni e non capiscono nemmeno che gli ritorneranno come boomerang.(…)” E secondo l’agenzia Itar-Tass ecco cosa aggiunge sul suo account Twitter: “Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni contro la nostra industria spaziale. Ma abbiamo avvertito che risponderemo dichiarazione per dichiarazione e azione per azione (…) Gli statunitensi potranno inviare i loro astronauti sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) con un trampolino“. I due astronauti statunitensi sono Rick Mastracchio e Steve Swanson e il loro rientro è previsto per ottobre 2014. Salvo che nel frattempo la situazione si aggravi tra i due Paesi e che i russi semplicemente decidano di lasciarli morire nello spazio. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama avrebbe dovuto seguire il consiglio di un detto popolare akonolinga del Camerun, che recita: “Se vuoi entrare in lotta, per primo togliti il cesto di uova che hai sulla testa“. Prima di fare dichiarazioni sensazionali sulle sanzioni contro la Russia, si dovrebbe far prima rientrare gli astronauti. La Stazione Spaziale Internazionale (ISS) è un investimento da 150 miliardi di dollari forniti da diversi Paesi del mondo. Ma in realtà è gestita dalla Russia, dato che essa solo ha i mezzi tecnici per portarvi personale. Per ridurre la dipendenza dai voli del cargo da trasporti russo Progress, il governo degli Stati Uniti ha concluso accordi miliardari per inviarvi solo 40 tonnellate di carico con due società statunitensi, l’Orbital Sciences per 1,9 miliardi dollari (8 viaggi per consegnare 20 tonnellate di carico) e la SpaceX per 1,6 miliardi dollari (12 viaggi per trasportare 20 tonnellate di carico). Pertanto, senza i russi il programma spaziale degli Stati Uniti è un’avventura piuttosto rovinosa, senza risultati convincenti. L’uscita del 2 aprile 2014 della NASA, che denunciava la cooperazione con la Russia per la crisi ucraina, è un vero e proprio bluff, perché almeno in questo settore, gli statunitensi hanno bisogno dei russi e non il contrario. Ci sono per esempio sempre due navette russe Sojuz nella stazione spaziale, per evacuarne gli occupanti in caso di imprevisti o d’emergenza (incendi, mancanza di ossigeno, prolungata assenza di elettricità, ecc.). Tuttavia su ogni navetta ci sono solo tre posti. E in caso d’incidente, come regola sono i russi i primi a prendervi posto e Mosca poi decide il destino dei restanti occupanti, chi salvare e sacrificare tra europei e statunitensi. E questo non è tutto. Nel settore degli investimenti e dei lanci orbitali dei satelliti per comunicazioni militari o civili, gli Stati Uniti dipendono dalla Russia. Secondo il New York Times del 2 aprile 2014, il segretario della Difesa degli Stati Uniti d’America, Chuck Hagel, ha preteso rabbiosamente che l’US Air Force non si rivolga più alla Russia. Finge di dimenticare che i previsti satelliti militari statunitensi sono assegnati al vettore Atlas-5 della joint venture tra Boeing e Lockheed Martin. E queste due aziende da anni usano per i loro lanciatori motori realizzati in Russia, tra cui i famosi RD-180 che hanno superato tutti i record di lanci senza incidenti dovuti a guasti del motore. Dire a Boeing o Lockheed Martin di lasciare i motori russi, significa chiedergli di iniziare nel 2014 le ricerche su nuovi motori per equipaggiare i loro vettori. Tempo necessario, almeno 10 anni per avere i primi motori. Si tratta puramente e semplicemente di null’altro che stupidità strategica. Ma perché tale improvviso odio contro la Russia? È per amore dell’Ucraina? Ne dubito.

7451784_origLa democrazia negli USA
Per comprendere la sequenza degli eventi in Ucraina negli ultimi mesi, può essere importante tornare al 1835 per leggere un libro di 438 pagine, attuale punto di riferimento per comprendere la politica degli Stati Uniti. Ecco cosa Alexis de Tocqueville scriveva nel primo volume del suo libro, “La democrazia negli Stati Uniti“: “Sulla terra oggi ci sono due grandi popoli che, partendo da diversi punti, sembrano muoversi verso lo stesso obiettivo: i russi e gli anglo-americani. Entrambi sono cresciuti nell’ombra; e mentre l’attenzione degli uomini era rivolta altrove, improvvisamente sono tra le prime nazioni, e il mondo ne ha appreso quasi allo stesso tempo nascita e grandiosità. Tutti gli altri popoli sembrano aver raggiunto i limiti che la natura gli ha tracciato non avendo che da conservare; ma loro avanzano: tutti gli altri si sono fermati o avanzano con estrema difficoltà; solo loro camminano con passo rapido e facile su un corso di cui non si possono ancora vedere i limiti. (…) Per raggiungere l’obiettivo, i primi puntano agli interessi personali e danno libero corso alla forza e alla ragione individuali. I secondi concentrano in qualche modo su un uomo tutto il potere della società. (…) Il loro punto di partenza è diverso, i loro percorsi sono diversi; tuttavia, ciascuno sembra chiamato a un disegno segreto della Provvidenza, che un giorno terrà nelle sue mani i destini di mezzo mondo“.
Quando analizziamo gli eventi in Ucraina, possiamo dire che dei due protagonisti principali, gli Stati Uniti sembrano agire con maggiore dilettantismo, nella mediocrità. Minacciare di sanzioni Putin, acclamato dal suo popolo con quasi l’80% di popolarità per aver annesso la Crimea, sperando che tremi come un bambino alla’asilo, è alquanto ingenuo per non dire sciocco. Ma perché? Secondo le analisi e le previsioni di Tocqueville, la democrazia statunitense è indebolita dalla totale assenza di libertà intellettuale, per via di ciò che chiamava “dispotismo delle masse” e “tirannia della maggioranza”. Dice che in questo Paese gli “ignoranti si credono saggi”. Sul dilettantismo statunitense nella politica internazionale sappiamo che non è dovuto a mancanza d’intelligenza dei suoi strateghi, ma piuttosto dal bisogno di compiacere e assoggettarsi alla “tirannia della maggioranza”, agli ignoranti che non sanno nemmeno dove siano i propri interessi. E’ in questo contesto che il presidente Obama annuncia e minaccia sanzioni economiche contro la Russia, quando tutti sanno che tali sanzioni non saranno mai messe in pratica senza colpire gli operatori economici degli Stati Uniti. Ciò vale per gli Stati Uniti, ma anche per i loro alleati. In termini puramente economici, si veda l’esempio di uno dei Paesi occidentali che brandisce le sanzioni contro la Russia, la Germania.

Germania
I politici europei sono veramente incoscienti“. Non lo dico io, ma è ciò che pensa e dice apertamente chi conta nell’economia tedesca, soprattutto industriali chimici, automobilistici e bancari riguardo le dichiarazione dei vari capi europei sulla crisi ucraina. In un articolo del quotidiano economico francese “La Tribune” del 13 marzo, con il suggestivo titolo: “I padroni tedeschi riluttanti a punire la Russia“, il giornalista Romaric Godin ci dice come praticamente tutti i boss tedeschi siano in prima linea nel difendere Vladimir Putin e la sua decisione di annettere la Crimea. E per non offendere il padrone statunitense questo sostegno non apparirà mai sui giornali tedeschi che all’unisono hanno condannato il malvagio Vladimir ed espresso il loro sostegno ai manifestanti Euro-Majdan a Kiev, che entreranno nella storia per aver attuato la rivoluzione più idiota regalando al nemico che volevano umiliare, la Russia, una regione dalle dimensioni del Belgio. Ci sono state delle eccezioni, tuttavia, nell’allineamento unanime della stampa tedesca dietro il presidente Obama. Questo è il quotidiano “Handelsblatt“, espressione della confindustria tedesca. Nel suo editoriale del 13 marzo, l’editore in persona, Gabor Steingart, denuncia gli occidentali per il confronto fatto da Hillary Clinton tra Vladimir Putin e Hitler. Va oltre, restituendo al mittente le accuse di espansionismo mosse dall’occidente contro Putin. Risponde l’ex-vice di McCain nelle presidenziali del 2008 degli Stati Uniti, Sara Palin, che ha trovato Obama troppo morbido sul caso ucraino e ha suggerito la necessità di un duro per bloccare un altro duro; Steingart si beffa completamente di ciò che chiama la politica chiacchierona dei “pitbull” occidentali. Ma in questa fase, c’è ancora qualcosa che intriga: perché diavolo la confindustria tedesca sostiene Vladimir Putin, al punto da prendere in giro i propri politici? Questi capi tedeschi hanno presentato alla cancelleria Merkel il risultato di un sondaggio che dice che il 69% del popolo tedesco è con Vladimir Putin e contro le sanzioni. Ciò ha spinto il vicecancelliere Gabriel a cercare di calmare il malcontento degli industriali tedeschi con promesse che contraddicono il comunicato finale di Bruxelles che conferma le sanzioni contro i funzionari russi, in questi termini: “La Germania farà di tutto per evitare nuove sanzioni contro la Russia“.
Il motivo di questo attendismo è più facile di quanto si possa immaginare: il buon senso. I tedeschi hanno rinunciato all’energia nucleare. Hanno bisogno di produrre energia termica, soprattutto dall’energia fossile in cui il gas fa la parte del leone. Oggi il prezzo del gas che la Russia applica per la Germania non è il risultato di un negoziato, l’equilibrio di potere è completamente a favore della Russia perché non vi è partita, la Germania non ha alcuna alternativa credibile al gas russo, e i russi lo sanno. Quindi, indipendentemente dal prezzo che i russi imporrebbero, i tedeschi dovrebbero pagare senza batter ciglio. Ma la Russia non ne abusa. Sostenendo la competitività tedesca la Russia mantiene il prezzo del gas in modo corretto, sufficiente a che queste aziende possano soddisfare sempre più clienti e quindi aver sempre più bisogno del gas russo. Ecco perché la quasi unanimità degli industriali tedeschi nell’indignazione verso la cancelliera Merkel che supporta la causa dell’opposizione ucraina sostenendo apertamente i manifestanti anti-russi. Questo è anche il motivo per cui gli industriali tedeschi, noti per la loro discrezione, hanno gettato le loro riserve. Ad esempio, il 12 marzo 2014 Jürgen Fitschen, presidente della federazione delle banche private BdB, co-direttore della Deutsche Bank, ha fatto dichiarazioni ufficiali mendicando  dalla cancelliera Angela Merkel di smetterla d’innervosire la Russia, perché dice “non si sa mai cosa può succedere nella testa di un Putin arrabbiato“. E che la Germania non può permettersi il lusso di solleticarlo per scoprirlo. In altre parole, prega i politici tedeschi di non aderire all’unanimità europea contro il presidente Putin, e di fare tutto “per evitare assolutamente di far rivivere la Guerra Fredda”. Quando ho provato a chiedere ad alcuni degli industriali tedeschi del loro sostegno alla Russia, più o meno ho avuto l’essenza del loro ragionamento assai pragmatico: la Germania versa ogni anno alla Russia 40 miliardi di euro per acquistare soprattutto gas. E la Germania non ha risolto il problema del deficit commerciale per bilanciare i conti tra i due Paesi. Ciò che dicono è facile da capire anche per i bambini all’asilo: la Germania paga 40 miliardi di euro alla Russia. E’ responsabilità degli industriali tedeschi recuperare questi soldi con tutti i mezzi, perché un deficit commerciale con un Paese significa essere sempre più poveri rispetto a quel Paese. E ogni anno i risultati sono incoraggianti, la Germania recupera dalla Russia circa l’8% annuo del suo debito. E una crisi con la Russia rovinerebbe tutto il lavoro degli industriali tedeschi per ridurre lo squilibrio tedesco nei confronti della Russia, dove sono presenti 6000 aziende tedesche.
Si comprende dunque perché il 12 marzo di quest’anno, il presidente della Federazione degli esportatori tedeschi, BDA, ha convocato una riunione di emergenza a Berlino seguita da una conferenza stampa per dire, forte e chiaro, che gli industriali tedeschi sono con la Russia. Ha continuato suggerendo al governo di prendere tempo. Ecco cosa ha detto in una conferenza stampa: “l’essenziale obiettivo principale da raggiungere nella crisi con la Russia è guadagnare tempo e non lanciare immediatamente i missili delle sanzioni“. Per coloro che non capiscono, dice che si deve fingere di condannare la Russia ufficialmente, ma in sordina continuare gli affari, dopo tutto queste aziende hanno investito 20 miliardi di euro in Russia.

I miliardi della Crimea
Si osservino i volti dei capi dell’Ucraina alle riunioni con i capi occidentali. Notate qualcosa di strano? Osservate ancora con cura. Ancora non vedete niente di strano? Beh, ci sono persone che hanno appena preso il potere con un golpe nella rivoluzione popolare, dovrebbero essere molto felici. Beh no, hanno una faccia da funerale. Sono in lutto. Guardate Obama quando riceve il nuovo primo ministro ucraino alla Casa Bianca. La si confronti con la conferenza stampa in Olanda del mese prima. Sono in lutto, sì anche Obama è in lutto. Pensate che il lutto sia per la Crimea? Bingo, indovinato. Ma ciò che non sapete è che non si tratta solo della Crimea. E perché sono in lutto? Per capirlo, indaghiamo con un po’ di brainstorming e dalle nostre informazioni su alcune situazioni reali. Quando a Kiev vi è stato tale sorta di passaggio di poteri da un governo legittimamente eletto dal popolo dell’Ucraina a estremisti di destra sostenuti da Stati Uniti ed Unione europea, in quel preciso momento il gigante russo del gas Gazprom accelerava la costruzione del gasdotto South Stream che dovrebbe bypassare l’Ucraina a sud rifornendo Paesi come l’Italia o l’Austria del gas russo, aggiudicando l’appalto per la costruzione della prima delle 4 sezioni del gasdotto alla società italiana Saipem, per un importo di 2 miliardi di euro. Stessa cosa con due altre aziende, la tedesca Wintershall già partner del progetto al 15% e la francese EDF che possiede sempre il 15% del progetto, sei giorni prima dell’occupazione della Crimea da parte delle cosiddette SDF russe. Ma questa informazione non dice nulla. Per comprenderne la portata, scopriamo dalle notizie pubblicate il giorno stesso dell’occupazione della Crimea da parte delle truppe russe, su un giornale russo specializzato in questioni energetiche del marzo 2014, il mensile “Ekspert” che titola: “Con la Crimea, la Russia risparmia 20 miliardi di dollari sul gasdotto South Stream“. Per comprendere il significato di questa informazione, dobbiamo ricordare che la Russia ha deciso di costruire due gasdotti, uno a Nord attraverso il Mar Baltico, portando il gas in Germania, Paesi Bassi, Belgio e Francia bypassando l’Ucraina, evitando la crisi del 2007 e i ricatti che Kiev potrebbe imporre sulle forniture di gas russo all’Unione europea. Quindi il secondo gasdotto denominato South Stream che passa per Mar Nero, Turchia e Grecia, rifornendo Italia, Grecia, ecc., sempre bypassando il territorio ucraino. Solo che quando il progetto fu tracciato, si basava su una Crimea ucraina e quindi l’evitava. Occupando la Crimea, ha ridotto la lunghezza della pipeline e quindi il lavoro per completarlo. Risparmio totale: 20 miliardi di dollari. Finora, e non dico sempre, Obama e i nuovi dirigenti a Kiev sono in lutto per la perdita della Crimea. Ciò semplicemente perché la Crimea era l’unica possibilità per l’Ucraina d’indipendenza energetica dalla Russia da quando furono scoperti, su un’area di 1400 kmq al largo della Crimea orientale, i giacimenti di gas e petrolio più importanti della regione. Secondo il quotidiano economico italiano “Il Sole 24 ore” del 15 marzo 2014, le scoperte fatte dagli occidentali, tra cui ENI, Shell e Exxon, sono fenomenali. Il quotidiano italiano spiega che l’ENI dovrebbe controllare il 50% dell’operazione e la società pubblica ucraina Chornomornaftogaz, come spesso accade in Africa, solo il 10%.
Il progetto South Stream sarebbe costato ai russi 46 miliardi dollari. Recuperando la Crimea, il costo passa a 25 miliardi di dollari. E inoltre la Russia nega l’unica possibilità dell’Ucraina di produrre petrolio e gas. La questione ora è come l’Ucraina senza la Crimea potrà pagare i propri debiti con l’occidente. La Russia potrebbe anche condonarglieli ma in ogni caso i giacimenti di gas e petrolio dalla Crimea consoleranno i russi. Ecco perché le sanzioni pseudo-economiche contro la Russia non fanno né freddo né caldo al Presidente Putin e al Primo ministro Medvedev, cosa che quest’ultimo ha detto  in una dichiarazione del 22 aprile. Tornando al gasdotto South Stream e alla Crimea. La Russia ha già steso una mano agli europei, offrendo alle società Saipem, Wintershall ed EDF un buon prezzo. La velocità della proposta dimostra che è una manovra per dividere gli europei, e che funziona: da allora, da quando si parla di sanzioni economiche dell’Unione Europea contro la Russia, non c’è unanimità su una dura presa di posizione contro la Russia. E la statunitense Exxon e l’olandese Shell? Anch’esse si sono rivoltate contro i loro rispettivi governi pur di evitare il confronto con i russi per le sanzioni. Saranno escluse dalle operazioni in Crimea su petrolio e gas? Il beneficio finanziario della Crimea è troppo grande per la Russia per farsi emozionare dalle sanzioni occidentali ed inoltre penalizzerà gli stessi investitori in terra russa. La Russia attraverso Gazprom ha diviso le briciole del progetto South Stream tra diversi Paesi, come Austria, Bulgaria, Croazia, Grecia… Paesi che in sordina soffrono l’ira della Commissione Europea, che si giustifica così: “Nella sua forma attuale, il gasdotto South Stream non opererà sul territorio dell’Unione europea”. Per la Commissione ci sono tre ragioni per non andare avanti: “nessuna separazione tra produzione e trasmissione, monopolio dei trasporti e opacità della struttura tariffaria“.

Conclusione parziale
Le eventuali sanzioni dell’occidente contro la Russia sono una spada a doppio taglio che farà più danni all’occidente che alla Russia, Continente-Stato di 17 milioni kmq che può tranquillamente vivere in completa autarchia isolandosi dal mondo senza soffrirne indebitamente. Meglio, viviamo nel ventunesimo, piuttosto che nel ventesimo secolo. Le sanzioni economiche saranno solo simboliche perché i beni rifiutati a un Paese vengono rapidamente sostituito da altri. E su questo punto i cinesi non si fanno pregare sostituendo i Paesi che applicano sanzioni. L’abbiamo visto in Iran, s’è visto anche in Corea democratica dove, nonostante le sanzioni occidentali, non manca nulla. S’è visto anche in Zimbabwe, dove quasi ci si dimentica che c’è un embargo economico europeo contro questo Paese, perché lì i voli giornalieri da Harare per Londra sono stati sostituiti dai voli giornalieri per Pechino. Seguendo la strategia della Cina in occidente, la Russia mette le mani su tutti i gioielli dell’economia occidentale, perché ha i soldi, un sacco di soldi. La Russia ha una chiara strategia per controllare il mercato azionario e comprare tutte le aziende che operano in Russia su aree strategiche. Così, British Petroleum fu acquistata dai russi per 55 miliardi di dollari, vale a dire 27500 miliardi di franchi CFA. L’azienda dei trasporti francese GEFCO è ora di proprietà al 100% di una società delle ferrovie russe. In Italia, Pirelli è inghiottita dai miliardi russi. In un caso o nell’altro i russi non sono africani. Sanno quali sono i loro interessi e sanno come difenderli. Qualsiasi sanzione contro di loro riduce due volte in ginocchio coloro che le impongono.

sevastopol-putinQuali lezioni per l’Africa?
Quando il 2 maggio 2014 49 ucraini chiamati dagli occidentali “filo-russi” e dai russi “sostenitori del federalismo ucraino” sono stati bruciati vivi in un edificio del sindacato a Odessa, nel sud dell’Ucraina, dai “filo-occidentali” o “partigiani dell’unione”, le reazioni più di ogni altro hanno chiarito che l’Ucraina gioca ancora una parte nella Guerra Fredda tra gli Stati Uniti d’America e la Russia, per interposti attori. Gli statunitensi sanno di essere stati ancora una volta intrappolati dai russi nella famosa conferenza di Ginevra del 17 aprile 2014. Gli statunitensi credevano di avere i russi in pugno facendoli sedere per la prima volta su un tavolo con coloro che l’amministrazione Putin ha definito “estremisti che hanno preso il potere a Kiev illegalmente“. Gli statunitensi scoprirono, solo dopo la riunione, che in fondo hanno dovuto convalidare l’annessione della Crimea alla Russia, dato che tutto sarà discusso a Ginevra, ma senza alcuna traccia della Crimea, formalizzando di fatto l’accettazione degli Stati Uniti dell’annessione della Crimea alla Russia. E’ questa consapevolezza che frustra Washington mettendo sotto pressione la sua gente al potere a Kiev per sferrare l’attacco armato contro i separatisti in Ucraina orientale. In fondo fu lo stesso Obama che chiese e ottenne la risoluzione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, nel marzo 2011, per proteggere gli abitanti di Bengasi in Libia perché, disse, “Gheddafi spara al proprio popolo”. Forse il presidente degli Stati Uniti Obama riesce a spiegarci la differenza tra il popolo di Bengasi in Libia, che riceve il suo sostegno, e le popolazioni di Slavjansk, Odessa, Kostantinovka, Marjupol, Kramatorsk, ecc., uccise e bruciate dai militari del proprio Paese inviati dai golpisti di Kiev agli ordini di Washington. Forse Obama è l’unico a spiegare la differenza tra le dichiarazioni del capo dei servizi antiterrorismo ucraino, Vassilij Krutov, in una conferenza stampa a Kiev il 3 maggio 2014: “L’Ucraina è ora in una situazione di guerra, perché ciò che accade nella regione di Donetsk e nelle regioni orientali non è un evento passeggero, ma una guerra“.
Le affermazioni della Guida libica Gheddafi, nel febbraio 2011, dicevano: “Ciò  che succede a Bengasi non è una rivolta del popolo scontento, ma terroristi stranieri di al-Qaida che ci hanno dichiarato guerra. E a Bengasi c’è la guerra“. Su qualunque cosa Obama decide a geometria variabile i buoni e definisce gli altri, i cattivi da combattere, secondo gli interessi del momento degli Stati Uniti. Ma temo che questa volta il presidente degli Stati Uniti non sia nemmeno in grado di scoprire perché sostiene il caos in Ucraina o, peggio, sia incapace di dire come i morti nella parte orientale e meridionale dell’Ucraina siano utili agli interessi degli Stati Uniti. O tutti questi morti servono solo a flettere i muscoli contro il nemico, la Russia? Oggi la Repubblica del Sud Sudan creata da Obama con il fuoco e il sangue, con il solito aiuto della razzista Corte penale internazionale che aveva decretato che i malvagi si trovavano a Khartoum, il cui peggiore difetto è avere accordi strategici con la Cina, escludendo le società statunitensi dall’operare nel suo sottosuolo. L’ambasciata degli Stati Uniti nella capitale del Sud Sudan aprì il giorno dell’indipendenza, al fine di far godere al Sud Sudan i miracoli forniti dalla democrazia. Obama non ha nemmeno lasciato un giorno di tregua a questi nuovi capi nel decidere con quali Paesi avere relazioni diplomatiche, così come hanno avuto l’indipendenza con il caos che gli statunitensi erano riusciti a creare in Sudan con l’aiuto dei loto illustri attori di Hollywood, che dalle loro sontuose ville in California scorgevano il genocidio in Darfur. E quando hanno diviso il Sudan in due parti, il miracolo s’è avverato: il genocidio in Darfur è improvvisamente scomparso. La staffetta è passata al Sud Sudan sotto il controllo di Washington. E se la Russia minacciasse sanzioni economiche e militari agli Stati Uniti, se la pace non tornasse rapidamente in Sud Sudan?

5059F911-9D9E-4F25-B7BF-B2EE8274BC2D_mw1024_n_sTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Verso una resa dei conti

Alessandro Lattanzio, 8/5/2014

10277047Il pogrom di Odessa, dove 116 persone sono state bruciate vive, sgozzate, decapitate, squartate, violentate, crivellate di proiettili è uno spartiacque. Non in Ucraina, dove le cose erano e sono chiare, molto chiare. Ma qui nel flaccido occidente. Ma qui in Italia, da una parte la destra neonazista, dopo le ferule chiacchiere della lotta antimericanista, si bagna le mutandine davanti agli zombie banderisti e alle divise delle SS galiziane, e dall’altra la sinistra radicale (che ci tiene tanto a definirsi ‘sinistra’) sprofondata in un significativo mutismo davanti ai nazifascisti autentici a Kiev: e questo dopo aver speso anni a denunciare, su istigazione dei veri poteri forti, il ‘fascismo’ di Mosca, Beijing, Tripoli, Damasco e perfino Caracas.
Se alle porte di Tripoli e di Damasco è stata disintegrata la varia chincaglieria della sinistra radicale, antifa, anti-razzista, gayofila, altermondialista, social-forumista, anarchica e anarcoide, animalista e bestialista; in sostanza la sala giochi attivista dei pargoli della ricca borghesia cosmopolita, annoiati dal salottino di sinistra e in cerca di svago prima di occupare poltrone e scrivanie socio-economiche riservategli per diritto ereditario, si può affermare recisamente che a Odessa e a Kiev, i loro gemelli neonazisti e neofascisti, da sempre rigorosamente atlantisti, gettano via la mascherata di cartapesta, le affabulazioni ‘ingraiane’ sul percorso ‘alternativo’ e ‘rinnovativo’ del volemose bene e dell”abbattiamo i muri che ci dividono’ perché sennò vincono i demogiudeobolscevicusurai-annunaki, svelandosi per ciò che sono: frottole insegnate nei corsi Gladio di ‘Stay Behind‘. Come i loro camerati galiziani, adoratori dei kollabos delle SS, si sono presentati protendendo una finta mano amica, di plastica ‘made in Langley’, invocando il superamento degli ‘steccati’. S’indovini che significa ciò: “i comunisti devono rinnegare se stessi, in quanto ‘agenti’ del gran complotto giudeo-bolscevico-usurocratico contro quei sant’uomini immacolati, buoni e pacifici, di Mussolini e Hitler” (non era forse animalista e vegetariano il bravo e buono Adolfino? E quel Benitino, mica si meritava quella orrenda fine, avendo fatto tanto del bene in Italia, … Libia, Etiopia, Somalia, Spagna, Jugoslavia, Grecia, Russia….), invitando gli illusi ad abbracciare la soave maestà e superiorità morale di un Pavolini, Borghese, Ricci, Graziani, Himmler, Goebbels, Heydrich, Bormann e altre divinità pagane.
Ma dobbiamo ringraziare i nazisti ucraini allevati dalla NATO, i loro sodali e le loro puttane da campo: dai mercenari agli ‘intellettuali’ non-conformi, dai black bloc di Soros ai cecchini danesi della NATO, dai mercenari della Blackwater giù, fino in fondo, ai fantocci dei carabinieri di CasaPound (pardon CasaGladio). Hanno rigettato definitivamente la mascherata con cui c’intrattenevano da un po’ di anni, anche grazie all’aiuto di velenosi ‘fascistologhi’ della domenica, mostrandosi in tutto il loro reale splendore: Babij Jar, Eisentzgruppen, Quisling e Bandera, Anschluess, cavalieri teutonici, Otto Rahn e le crociate a oriente e/o antibolsceviche. Si sono saputi ben presentare spacciandosi persino da amici della Siria baathista. Ma era un espediente buono solo per colpire (alle spalle) al momento giusto. Non a caso i loro istruttori, nei covi della NATO, hanno saputo trasmettergli la notevole esperienza acquisita insegnando la ‘libertà’ e la ‘democrazia’ ai salafiti primaverili mediorientali, anche loro fratelli gemelli dei nazisti ucraini, che tanto hanno eccitato e fatto sognare, fino a fargli bagnare le mutandine, la bella sinistra radicalista occidentale, così antifa, antiraz, antitutto, soprattutto così anticomunista da disintegrarsi, per fortuna. Ma non prima di aver scatenato la caccia al fascista in ogni ambito anti-imperialista, in ogni supporto alla Resistenza Libica e Siriana, con tanto di campagne di disinformazione e di terrorismo mediatico supportate dai mass media di regime, la sinistra radicale oramai filo-sionista e filo-islamista, la sinistra che insultava Gheddafi con la scusa di immaginarie masse di negri ai ceppi nel pieno Sahara, o che insultava Putin perché spedisce in galera mafiosi e prostitute che infangano la propria nazione, o ancora accusava di stragismo l’ex-presidente Janukovich, perché fautore di immaginarie persecuzioni contro bastardi randagi, (evidentemente perché il sinistro radicale medio italidiota s’identifica con il cane rognoso e idrofobo). Ebbene, tale sinistra così piena di indignazione da rotocalco alla Barbara Durso, è rimasta in silenzio tombale davanti alla strage di 116 cittadini antifascisti, autenticamente antifascisti al contrario della feccia dei centri sociali, così come era rimasta muta davanti ai pogrom della popolazione nera in Libia, vittima dei virgulti primaverili islamisti; e ciò quando non ha deciso di parteggiare dichiaratamente per gli stragisti islamisti in Siria e Libia, e per i veri e autentici nazi-fascisti ucraini, tanto da arrivare a negarne la natura, per non sputtanarsi davanti a se stessa, e in ciò aggrappandosi alle oscenità di giornali pornografici come Internazionale e costeggiando le analisi di ‘esperti’ in disinformazione, gli scribacchini della Rivista Italiana Difesa e di AnalisiDifesa. La feccia si riconosce e si apprezza in quanto tale, aldilà di ogni steccato ideologico o pseudotale.
Tornando ai neonazisti, vengono smascherati e sputtanati dalla loro entusiastica partecipazione al linciaggio di decine di persone inermi, nonostante la loro personale allucinatoria vulgata sull’eroismo del ‘sangue contro l’oro’, una volgarità appunto che si manifesta, sempre, in tali casi: nazisti-fascisti inquadrati e armati da Stay Behind che scatenano il loro ‘eroismo’ su cittadini inermi e indifesi, dopo esser stati puntualmente armati da ogni tipo arma e di addestramento, gentilmente forniti da agenti e mercenari statunitensi (e questo a proposito dell’anti-’americanismo’ da operetta delle facciate dei servizi segreti occidentali quali casapound e forza nuova). Ora qualcuno, non pochi, senza sapere se sia in buona fede o in malissima, perversa malafede, continua a sbracciarsi come filo-Russo, filo-Putin o quant’altro. Bazzecole, semmai viene da dire: fesso chi ci crede.
I regolamenti di conti contro tali radicalismi italiani ed occidentali, che siano di sinistra o di destra non conta, si svolgono sul campo in Siria e Ucraina. Qui si possono svolgere nell’ambito teorico, ideologico, umanista; dirimente ne è la Geopolitica, fatta oggetto di un sabotaggio ‘scientifico’ da parte di guru e santoni di ogni colore, che sia il mercenario Gino Strada o il mercenario Gabriele Adinolfi, costoro hanno svolto il loro bravo compitino assegnatogli dai centri di disinformazione atlantisti: l’ignoranza è quella forza che, senza sapere realmente per chi o per cosa, permette di assaltare l’ambasciata libica di Roma, di partecipare ai torbidi criminosi di piazza Majdan, o d’invitare e celebrare qualche mafio-fascista italo-venezuelano che vuole rovesciare il governo bolivariano di Caracas.
Si ringrazi la feccia autenticamente rosso-bruna (anzi rosso-bruna-blu atlantico) qui descritta, per tutto ciò.

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