Gli USA fuggono dalla Libia

MK Bhadrakumar, 27 luglio 2014

13-modi-smileLa chiusura dell’ambasciata statunitense in Libia avviene probabilmente in ritardo, da quando tale Paese è disceso nell’anarchia. La ruota ha girato completamente dall’invasione occidentale della Libia, tre anni fa, sotto la bandiera della NATO a sostegno dell’agenda del ‘cambio di regime’. Da ovunque si veda, il defunto dittatore libico Muammar Gheddafi deve guardare con gioia gli europei e gli statunitensi che l’hanno braccato ora fuggire in preda al panico, temendo la prospettiva del massacro e della morte improvvisa, mentre la NATO non può più essere di alcuna utilità. In ogni caso, la NATO ha le mani occupate, impegnata nella mobilitazione nel Mar Nero e negli Stati baltici. Ma nella valanga mediatica sull’evacuazione degli statunitensi da Tripoli, ciò che attrae e costringe a pensare è il chiaro servizio di ABC News che spiega dall’interno come l’evacuazione ha avuto effettivamente luogo. Certo, non dal tetto dell’ambasciata statunitense a Tripoli in elicottero, ma comunque con assai alta drammaticità e dispiegamento di aerei da combattimento F-16, droni,  cacciatorpediniere e forza di reazione rapida. Non si sa se ridere o piangere in questi momenti dai sentimenti contrastanti. Certamente il servizio di ABC non trasmette un’immagine elegante della superpotenza in ritirata. Certo, tale spettacolo ferirà politicamente il presidente Barack Obama  divenendo bersaglio della politica mondiale, in particolare nella sicurezza internazionale. Non sorprende che Obama, o il suo vice Joe Biden, non si siano visti o sentiti e che il segretario di Stato John Kerry sia rimasto con la scatola dei vermi. Forse è una decisione prudente dalla Casa Bianca, attentamente presa. E Kerry si spertica annunciando che non ci sarà una ritirata “permanente” dalla Libia. Di certo, non sarà una ritirata permanente. Ovunque ci sia petrolio nella sabbia del Medio Oriente, ci saranno gli USA. Ma il vero sofisma è altrove, nella rivendicazione di Kerry che gli statunitensi in quanto tali non sono obiettivo della milizia libica scatenata. Ora, ciò è una mera bugia, dimentica l’uccisione grottesca dell’ambasciatore Christopher Stevens nel 2012, nell’attacco a Bengasi alla stazione CIA da parte degli assassini che aveva addestrato ad uccidere?
In realtà, l’amministrazione Obama si assicura che l’attacco di Bengasi, che tormenta ancora il futuro politico di Hillary Clinton e a oscura l’attesa avanzata di Susan Rice nel gabinetto di Obama al momento, non si ripeta. In teoria, la Libia potrebbe riapparire sulla via alle elezioni presidenziali del 2016 negli Stati Uniti. Ma poi, sarà più roba da polemiche e protagonismi dei politici statunitensi. La grande domanda è perché le esperienze brucianti in Iraq, Libia e Afghanistan non convincono a un ripensamento all’ABC delle politiche regionali che sostengono l’ordine del giorno degli Stati Uniti del cambio di regime nei Paesi stranieri. Gli Stati Uniti dovrebbero avere una seria introspezione. La Siria è stata distrutta e presto potrebbe essere la volta dell’Ucraina, e in entrambi i casi è l’interferenza degli Stati Uniti in tali Paesi, in bilico tra delicate dinamiche interne, per freddi calcoli geopolitici e interessi personali, anche se camuffati da altro, a suscitare rivolte sanguinose. La Libia diventa particolarmente importante, perché gli islamisti pregustano la vittoria e sono potenzialmente parte del piano del califfato globale. Non sarà il sangue degli occidentali ad arrossare le sabbie libiche, ma sangue umano comunque, e il grido della ‘jihad’ in Libia risuonerà in tutto il Medio Oriente, e oltre. Basti dire che le politiche occidentali sono terreno fertile per il ‘jihadismo’ di oggi. Ovunque gli statunitensi vadano nel mondo musulmano a stabilire la loro egemonia, sono seguiti dai ‘jihadisti’. Il punto è, i demoni che USA-NATO hanno scatenato in Libia distruggendo il regime di Gheddafi, punteranno agli statunitensi, ora. E’ il tipico replay di Afghanistan e Iraq. Una seconda questione riguarda il ruolo della NATO come organizzazione della sicurezza globale, che Washington promuove. L’alleanza occidentale era euforico per la ‘vittoria’ in Libia nel 2011. Ed il modo in cui la NATO ha gestito la guerra l’ha proiettata quale “nuovo modello” (qui). Col senno del poi, la NATO ha così tanto sangue sulle mani che gli utili propagandati restano assai discutibili, per non dire altro. Mentre la NATO si prepara al vertice di settembre in Galles, la Libia si presenta come un ‘stimolante’ ripensamento per gli statisti occidentali sul futuro dell’alleanza. Ma possono far fronte a una sfida morale quanto intellettuale?
Tuttavia, una domanda molto più grande si pone. La ritirata diplomatica statunitense dalla Libia è  estremamente simbolica. Presenta l’immagine di una superpotenza allo sbando, ritirandosi tra paura e trepidazione. Certo, i taliban non dovranno guardare lontano per sapere cosa fare se sul serio scacceranno le basi militari statunitensi dal loro Paese, semplicemente lanciare uno o due razzi nel compound dell’ambasciata statunitense a Kabul. Inoltre, tale spettacolo indecoroso dai deserti libici dove uomini e donne di Obama battono in ritirata, non aiuterà il perno in Asia degli Stati Uniti ad essere una convincente strategia agli occhi scettici dei Paesi dell’Asia-Pacifico. Pregate, perché dovrebbe mai il primo ministro indiano Narendra Modi prendere sul serio l’invito sontuoso, esteso al suo governo la scorsa settimana, dal vicesegretario di Stato degli Stati Uniti Nisha Desai Biswal. di far svolgere all’India un “ruolo vitale” nel riequilibrio in Asia dell’amministrazione di Obama; o anche prendere sul serio ciò che ha lodato retoricamente come “scommessa strategica sul ruolo conseguente dei 4,3 miliardi di asiatici nel 21° secolo” di Washington? (qui). La cosa ottima dal punto di vista indiano, è che la ritirata libica dell’amministrazione Obama avviene pochi giorni prima del dialogo strategico USA-India a Delhi. Non può sfuggire ai politici di Delhi che l’autonomia strategica dell’India e la sua capacità di seguire un corso indipendente nel mondo contemporaneo, mantenendo le proprie priorità di sviluppo nazionali in piena prospettiva, non sia più una discutibile politica estera ideale, ma un’attuale necessità impellente.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La distruzione della Libia, un avvertimento per Egitto, Siria ed Ucraina

Tony Cartalucci New Oriental Outlook 27/07/2014libyaL’articolo di RT, “Con il 90% degli aerei distrutti nell’aeroporto di Tripoli, la Libia può chiedere l’assistenza internazionale“, riferisce che: “La Libia valuta il dispiegamento di una forza internazionale per ristabilire la sicurezza, tra l’ondata di violenze a Tripoli che ha visto decine di razzi distruggere la maggior parte della flotta aerea civile nel suo aeroporto internazionale. “Il governo esamina la possibilità di un appello alle forze internazionali per ristabilire la sicurezza sul terreno e aiutare il governo ad imporre la sua autorità”, ha dichiarato il portavoce del governo, Ahmad Lamin”. Il “domani democratico” promesso dalla NATO nel 2011 s’è realizzato, sotto forma di brogli elettorali prevedibilmente da nessuno accettati, lasciando un vuoto di potere che chiaramente sarà risolto con conflitti armati sempre più violenti. Forse la cosa più ironica di tutte è che tali conflitti sono intrapresi dai vari fantocci armati che la NATO ha usato per la guerra  terrestre, mentre bombardava la Libia per quasi tutto il 2011.

Cannibalismo tra fantocci della NATO
Nel maggio 2014, i combattimenti nella città di Bengasi lasciarono decine di morti, e ancor più feriti e abitanti in fuga per salvarsi la vita, mentre ciò che i media occidentali chiamano “generale rinnegato” guida la guerra ai “militanti islamici” nella città. Reuters nel suo articolo, “Famiglie evacuano Bengasi mentre il generale rinnegato promette nuovi attacchi“, afferma: “L’autoproclamato esercito nazionale libico guidato da un generale rinnegato, ha detto ai civili di lasciare Bengasi prima di lanciare un nuovo attacco agli islamisti, il giorno dopo che decine di persone sono state uccise nei peggiori scontri da mesi”. Il generale rinnegato Qalifa Haftar (talvolta scritto Hiftar), che viveva negli Stati Uniti, presso Langley in Virginia, da anni a libri paga della CIA fino al suo ritorno in Libia nel 2011, per guidare le forze di terra nell’invasione per procura della NATO. Business Insider riferiva nel suo articolo del 2011 “Il generale Qalifa Hiftar è un uomo della CIA in Libia?“, che: “Fin dal suo arrivo negli Stati Uniti nei primi anni ’90, Hiftar viveva in Virginia, presso Washington, DC. Badr ha detto che era incerto su cosa esattamente facesse Hiftar per sostenersi, e che si concentrava principalmente su come aiutare la sua numerosa famiglia. Così un ex-generale di Gheddafi, passato agli Stati Uniti, metteva radici in Virginia, presso Washington DC, dove in qualche modo manteneva la famiglia ingannando un collega che lo conosce da sempre. Hmm. La probabilità che Hiftar sia coinvolto in una qualche attività è piuttosto elevata. Proprio come figure quali Ahmad Chalabi, coltivato per l’Iraq post-Sadam, Hiftar può aver giocato un ruolo simile mentre l’intelligence statunitense lo preparava per una svolta in Libia”. L’ironia è che molti dei settari che Haftar combatte a Bengasi sono gli stessi che Muammar Gheddafi ha combattuto per decenni da leader della Libia, gli stessi militanti che la NATO ha armato e spalleggiato a fianco di Haftar per rovesciare Gheddafi nel 2011. Sulla sua campagna a Bengasi, Haftar ha affermato che continuerà fino a quando “Bengasi sarà ripulita dai terroristi“, e “abbiamo iniziato questa battaglia e la continueremo fino a quando raggiungeremo i nostri obiettivi. La piazza e il popolo libici sono con noi“. I sentimenti di Haftar fanno eco a quelli di Muammar Gheddafi nel 2011, solo che allora i media occidentali negarono l’esistenza dei terroristi presenti a Bengasi da decenni, e ritraevano le operazioni di Tripoli come un “massacro” di “pacifici manifestanti pro-democrazia“.

La NATO distrugge la Libia
Le atrocità citate dalla NATO per avviare l'”intervento umanitario” in Libia, in primo luogo, iniziarono immediatamente per mano delle stesse forze NATO e dei suoi fantocci. Intere città furono circondate, affamate e bombardate fino a quando non capitolarono. In altre città, intere popolazioni furono sterminate, sfrattate e respinte oltre i confini della Libia. La città di Tawarga, la patria di circa 10000 libici fu totalmente sradicata, indicata dal London Telegraph come “città fantasma“.
Dalla caduta di Tripoli, Sirte e altre città libiche che resistettero all’invasione per procura della NATO, ritornò in Libia scarsa stabilità di fondo, per non parlare della “rivoluzione democratica” promessa dalla NATO e dai suoi collaboratori. Il governo di Tripoli rimane nel caos, le sue forze di sicurezza sono divise e ora una “canaglia” della CIA guida una grande operazione militare contro Bengasi, usando anche aerei da guerra apparentemente senza l’approvazione di Tripoli. Anni dopo la conclusione della “rivoluzione”, la Libia resta un Paese sciancato che regredisce. I molti successi del governo di Muammar Gheddafi sono da tempo annullati, e difficilmente saranno ripristinati, e figuriamoci superati, nel prossimo futuro. La NATO ha effettivamente rovesciato e distrutto un intero popolo, non solo bruciandolo mentre le risorse sono saccheggiate dalle multinazionali occidentali, ma anche usandolo come modello per le future avventure extraterritoriali in Siria, Egitto, Ucraina e ora Iraq.

Il modello libico: attenti Egitto, Siria e Ucraina
Proprio come in Libia, le “rivoluzioni” hanno cercato di mettere radici in Egitto, Siria e Ucraina.  Gli stessi racconti, testualmente, ideati da think tank politici e spin doctors dei media occidentali per la Libia, vengono ora riutilizzati per Egitto, Siria e Ucraina. Le stesse organizzazioni non governative (ONG) vengono usate per finanziare, armare e comunque sostenere i gruppi d’opposizione in ogni Paese. Termini come “democrazia”, “progresso”, “libertà” e lotta contro la “dittatura” sono temi familiari. Le proteste erano e sono ognuna accompagnate da estremisti armati totalmente sostenuti dall’occidente. In Siria, la pretesa delle proteste è stata eliminata così come il concetto dei “combattenti per la libertà”. I media occidentali ora trascorrono molto tempo a giustificare il motivo per cui la NATO e i suoi partner regionali finanziano e armano i settari, come al-Qaida, per rovesciare il governo siriano. In Egitto c’è ancora qualche ambiguità, come nel 2011 sulla Siria, su chi siano davvero i manifestanti, che cosa vogliono veramente e da quale parte del conflitto sempre più violento l’occidente stia. Un’attenta analisi rivela che proprio come i Fratelli musulmani furono usati in Siria per preparare il terreno per la devastante guerra che v’infuria, la Fratellanza musulmana egiziana fa altrettanto nei confronti di Cairo. Infine, in Ucraina, i manifestanti “pro-democrazia” “pro-Unione Europea” e “Euromaidan” si sono rivelati dei neo-nazisti e nazionalisti di ultra-destra che ricorrono regolarmente a violenze ed intimidazioni politiche. Proprio come in Siria nel 2011, e in Egitto oggi, l’intensità degli scontri armati aumenta  verso ciò che si può definire guerra per procura tra NATO e Russia in Europa orientale. Ma per queste tre nazioni, ed i partecipanti su tutti i campi, lo stato attuale della Libia dev’essere esaminato. Tali “rivoluzioni” hanno una sola conclusione logica e prevedibile: saccheggio, divisione e distruzione di ogni nazione, prima di essere piegata a Wall Street e al montante ordine sovranazionale di Londra, per essere sfruttata al massimo e per sempre da Stati Uniti, Regno Unito e Unione europea già da oggi. Coloro che chiedono cosa ne sarà di Egitto, Siria e Ucraina, se la NATO dovesse vincere, dovrebbero solo guardare alla Libia. E coloro che hanno sostenuto la “rivoluzione” in Libia, devono chiedersi se sono soddisfatti del suo esito finale. Non vogliono un tale risultato anche per Egitto, Siria e Ucraina? Hanno immaginano che i piani della NATO per ciascuno di tali Paesi finissero diversamente? E perché?

pepsi-libiaTony Cartalucci, ricercatore in geopolitica e scrittore di Bangkok, per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La situazione in Libia dal 20 maggio al 9 luglio 2014

Alessandro Lattanzio, 9/7/2014
628x471Il 20 maggio, quattro massicce esplosioni colpivano la zona residenziale vicino alla strada per l’aeroporto di Tripoli, causando 4 morti e 7 feriti. La maggior parte delle forze del cosiddetto Scudo centrale della Libia era tornata a Misurata mentre un contingente era diretto verso Tripoli. L’Unione delle Famiglie dei Martiri di Misurata condannava le operazioni del generale Qalifa Haftar contro gli islamisti. Una milizia islamista aveva attacco l’ospedale di Derna. Uomini armati attaccavano anche la residenza del nuovo primo ministro libico Ahmad Mitiq. Le guardie di Mitiq risposero al fuoco ferendo e arrestando due aggressori.
Il 25 maggio gli Stati Uniti inviavano 1000 marine della nave d’assalto anfibio USS Bataan presso le coste Libiche, in vista dell’evacuazione dell’ambasciata degli Stati Uniti. Washington aveva suggerito ai suoi concittadini in Libia “di partire immediatamente“. Gli Stati Uniti dispiegavano a Sigonella 250 marine, 7 velivoli Osprey e 3 aerei da rifornimento. Muhammad Zahawi, capo di Ansar al-Sharia, avvertiva contro qualsiasi interferenza degli Stati Uniti nella rivolta in Libia, “Ricordiamo all’America le sconfitte in Afghanistan, Iraq e Somalia; dovrebbe affrontare qualcosa di molto peggio in Libia. E’ stata l’America ad inviare Haftar a portare il Paese verso la guerra e lo spargimento di sangue“. Un ufficiale delle forze speciali degli Stati Uniti affermava che il dispiegamento di droni e 80 soldati statunitensi in Ciad era volto ad intensificare le operazioni regionali, “E’ un’operazione che comprende le cosiddette operazioni antiterrorismo in Nigeria, Ciad, Niger, Mali, Libia e Algeria“.
Bernard-Henri Lévy il 22 maggio si era recato a Tripoli, dove rimase per 2 ore all’aeroporto internazionale di Mitiga, incontrandosi con il terrorista Ali Belhadj, per negoziare il ritorno di Ali Zaydan, l’ex primo ministro fuggito in Europa. Ad al-Aziziya, città a 55 chilometri a sud di Tripoli, si svolse il 25 maggio la Conferenza delle tribù libiche che riunì 2000 capi tribù libici. Il consiglio decise:
1 – Scioglimento del Congresso Generale Nazionale libico.
2 – Abolizione di tutte le leggi approvate da tale struttura illegale ed anche quelle adottate sotto la minaccia delle armi dal governo.
3 – Abolizione di tutti i contratti ed impegni sottoscritti dal governo, perché in contrasto con la sovranità del Paese.
4 – Scioglimento delle milizie e divieto ad esercito e polizia di schierare armi. Ammettere che attaccare una regione o una tribù è come attaccare l’intero Paese.
5 – Ritorno degli esiliati, instaurando il dialogo nazionale e l’amnistia per tutti coloro che non hanno ucciso o derubato libici.
6 – Rilascio di tutti i prigionieri e far decadere le accuse contro di loro.
7 – Ristabilire esercito, polizia e controllo delle frontiere.
8 – Aggiornamento dei documenti di identità per certificare la cittadinanza di chiunque affermi essere libico.
9 – Indennizzo per tutte le vittime della guerra che avranno diritto al titolo di martire.
10 – Si ordina a militari e poliziotti allontanatasi dai loro compiti di ritornare alle loro funzioni, recuperare le armi delle milizie e assicurare la protezione delle zone tribali e di frontiera.
11 – Appellarsi a tutte le organizzazioni internazionali affinché aiutino e proteggano la salvaguardia nazionale libica.
12 – Le tribù assicurano il rispetto degli interessi di individui e nazioni in tutto il territorio libico.
13 – Le tribù rifiutano qualsiasi governo che agisca sotto qualsiasi bandiera, che non tenga in considerazione l’integrità territoriale e il fatto che la nazione è la prima tribù nel Paese sul quale tutto si fonda.
14 – Il Consiglio supremo da il benvenuto a tribù, regioni o istituzioni civili che vogliano partecipare alla ricostruzione nazionale.
15 – Il Consiglio, nella fase di transizione, è pronto ad assumere il potere fino a quando il Paese avrà una Costituzione e potrà eleggere un Parlamento e un Presidente.
Unità del 4° Reggimento paracadutisti dell’esercito algerino operano fino a 200 chilometri entro la Libia, in operazioni coordinate con il Reggimento di Uargla (700 chilometri a sud di Algeri) e i tiratori del GIS (Gruppo Intervento Speciale) del DRS (Dipartimento di Intelligence e Sicurezza). Tali operazioni vengono condotte con l’assistenza delle milizie di Zintan e dei Warfala, sempre fedeli alla Jamhiriya e che controllano la città di Bani Walid. Tali operazioni sono svolte contro i campi di addestramento dei terroristi in Libia, dove almeno tredici capi dei gruppi terroristici vennero eliminati mentre progettavano attacchi agli impianti petroliferi di Hasi Masaud in Algeria. In un’altra operazione venne eliminato il capo della milizia islamista di Misurata. Anche la Tunisia ha impiegato il suo reggimento di elicotteri d’attacco dell’esercito contro gruppi terroristici a Ghardimau e nel governatorato di Jinduba.
Il 4 giugno un attacco suicida contro la residenza dell’ex-generale Qalifa Haftar uccideva quattro guardie, ad Abyar, 60 chilometri a est di Bengasi. L’attentato seguiva gli scontri tra le forze di Haftar e gli islamisti avutisi a Bengasi il 3 giugno, quando tre gruppi islamisti attaccarono una base di Haftar. Elicotteri delle forze di Haftar risposero all’attacco. Il governo ordinava la chiusura di scuole, università, negozi, aziende e dell’aeroporto. Almeno 20 i morti e 70 i feriti. Il 2 giugno un aereo da guerra di Haftar bombardava l’università durante un raid contro una vicina base islamista. mentre la sede del Primo Ministro a Tripoli veniva attaccata. Nel frattempo, gli scioperi nelle raffinerie causavano penuria di benzina; la produzione era comunque oramai pari solo al 10 per cento di quella precedente al 2011. Secondo Sadiq al-Qabir, governatore della Banca centrale, la Libia ha tratto solo 6 miliardi di dollari dalle esportazioni energetiche nei primi quattro mesi del 2014, meno di un quarto dei 18 miliardi previsti. Ciò suscitava attriti tra la Banca e il parlamento, che non potendo varare la finanziaria chiese alla banca centrale di sbloccare 110 miliardi di dollari di riserve valutarie. L’ex-premier al-Thani accusava Qabir di agire da “dittatore”, bloccando la spesa approvata dal parlamento e il vicegovernatore Ali Muhammad al-Habri chiedeva di licenziare  dipendenti statali. La valuta libica si svalutava del 7% verso il dollaro, sul mercato nero. Ciò colpiva i 30 miliardi di prodotti alimentari importati in Libia da Europa, Tunisia e Turchia.
Il 29 maggio, secondo il think tank inglese The Henry Jackson Society, un’operazione delle forze speciali statunitensi, francesi e algerine sarebbe scattata nella Libia meridionale contro i terroristi dell’AQIM, per distruggerne i depositi di armi, le infrastrutture di addestramento e comunicazioni. Il capo di AQIM, Muqtar Belmuqtar, sarebbe stato l’obiettivo prioritario dei commando algerini nell’operazione che coinvolgeva 3500 militari del Reggimento Paracadutisti e 1500 del gruppo di sostegno e supporto logistico. Un’altra fonte diplomatica affermava che i 5000 soldati mobilitati erano appoggiati da blindati BTR, veicoli armati 4×4, velivoli da trasporto, cacciabombardieri, elicotteri d’assalto e d’attacco Mi-24, aerei da ricognizione e UAV. Il Reggimento Paracadutisti è lo stesso dell’operazione Scorpion del gennaio 2013, per la liberazione del complesso gasifero Tiguenturin di In Amenas. Il ruolo dei paracadutisti algerini sarebbe stato sigillare il confine, chiudere i punti di rifornimento e tagliare la ritirata ai gruppi che cercavano di fuggire in Libia orientale. Per dissuadere una puntata nel Sahel, l’esercito ciadiano assicurava il controllo della striscia di Aozou e il Tibesti, lasciando poco margine ai jihadisti. L’esercito francese aveva richiamato il Comando Operazioni Speciali distaccato in Niger, dotato di veicoli da ricognizione, elicotteri d’attacco Tiger ed elicotteri d’assalto Caracal. I 5-800 uomini dell’esercito degli Stati Uniti, con Hercules ed Osprey, avrebbero inseguito i gruppi jihadisti nel Sud e occupato i siti petroliferi libici. L’obiettivo degli algerini era ripulire il Nalut Zintan, al confine con la Tunisia, dai campi di addestramento jihadisti e dalle basi per l’invio di armi in Algeria, per poi spingersi verso Sabha, nodo logistico nel deserto libico. Il Generale Bualim Madi, a capo della Direzione centrale informazioni e orientamento dell’ANP, l’esercito algerino, aveva dichiarato che “la situazione al confine era preoccupante“.
Le agenzie di sicurezza e d’intelligence egiziane, algerine e tunisine si riunivano agli inizi di luglio per coordinare la lotta contro l’espansione dello Stato Islamico (IS) in Libia, particolarmente di al-Qaida nel Maghreb islamico (AQIM). La Libia post-Jamahiriya è divenuta fonte d’instabilità e terreno per lo sviluppo della minaccia degli estremisti islamisti dello Stato Islamico in Iraq e Levante (SIIL). “Riceviamo rapporti che indicano jihadisti libici e tunisini rientrare nei Paesi d’origine per creare filiali del SIIL in Nord Africa”, affermava una fonte della sicurezza algerina al quotidiano al-Qabar. Il Qatar ha “un suo impatto sui salafiti jihadisti in Libia” mobilitandoli contro il SIIL, aggiungendo che agenti dei servizi segreti del Qatar avevano visitato ai primi di luglio Algeria, Tunisia e Libia. “L’Egitto opera sul controllo delle frontiere con la Libia dal territorio egiziano, piuttosto che inviare forze in Libia“, affermava l’esperto di strategia Ahmad Abdal Hamid. L’Egitto si coordina con Algeria e altri Paesi africani, così come con Giordania e Paesi del Golfo, per unificare la posizione araba e africana contro il terrorismo. Il presidente Abdal Fatah al-Sisi visitava l’Algeria a giugno, sviluppando le relazioni  strategiche tra Egitto ed Algeria. “La Libia va verso la secessione di tre Stati: Bengasi, Tripoli e Fezzan, e il governo egiziano è decisamente contrario a ciò“, affermava l’esperto Talat Mussa. Sisi aveva anche affermato che l’indipendenza del Kurdistan iracheno sarebbe una catastrofe. Secondo al-Qabar, i jihadisti di AQIM supportano il SIIL, provocando scontri interni, in Libia, tra terroristi di al-Qaida e jihadisti del SIIL.
Infine, 630000 dei 3,4 milioni di libici votarono il 25 giugno 2014 alle elezioni parlamentari, con un tasso di affluenza del 18,52%. In altre parole, l’81,5% degli elettori libici non partecipava all’elezione del Congresso generale nazionale.

mapoflibyaFonti:
Allain Jules
Cameroon Voice
Nsnbc
Nsnbc
Nsnbc
Palestine Solidarité
Strategika51
Wsws

La verità sulle truppe statunitensi “inviate in Iraq”

Tony Cartalucci Global Research, 17 giugno 2014
maliki_4Quasi 300 truppe si preparano a partire per l’Iraq, come nel caso di qualsiasi nazione in cui vi sia un’ambasciata degli Stati Uniti, eventualmente per richiederne l’evacuazione. In alcun modo si tratta di “intervento” o “assistenza” al governo del Paese destabilizzato. Tuttavia, in Iraq, le testate occidentali fanno pensare diversamente ai lettori. L’articolo del GuardianBarack Obama invia truppe in Iraq mentre s’aggrava l’insurrezione del SIIS”, il solo titolo fa credere che la terza “guerra in Iraq” sia iniziata. L’articolo afferma: “Gli Stati Uniti inviano rapidamente diverse centinaia di truppe in Iraq, considerando l’invio di un ulteriore contingente di forze speciali mentre Baghdad lotta per respingere l’avanzata dell’insurrezione”. Dopo aver letto con attenzione l’articolo, tuttavia, si scopre che tali truppe servono solo alla sicurezza dell’ambasciata USA a Baghdad. 11 paragrafi dopo, tra suggestioni, speculazioni e congetture ecco la vera natura dello schieramento: “Obama ha detto al Congresso che il personale militare viene inviato in Iraq per fornire supporto e sicurezza all’ambasciata statunitense di Baghdad, ma è “attrezzato per il combattimento“. Tutte le truppe che partecipano a tali missioni di protezione ed eventualmente evacuazione delle ambasciate statunitensi, sono “attrezzate al combattimento“. Tale iperbole nella migliore delle ipotesi è sensazionalismo, e nel peggiore disinformazione intenzionale volta a minare ulteriormente la stabilità del governo di Baghdad, implicandone la dipendenza dalle forze militari statunitensi per la sopravvivenza. E’ stato riportato che lo Stato islamico in Iraq e Siria (SIIS) sia una creazione degli Stati Uniti e dei suoi alleati regionali, con la CIA che sorveglia, armava e finanziava l’organizzazione terroristica al confine turco-siriano nei passati tre anni. L’incursione del SIIS nel nord dell’Iraq fu preceduta dalla riassegnazione nella Siria orientale nel marzo 2014, da dove preparare l’invasione dell’Iraq. Gli invasori s’impegnano in palesi spargimenti di sangue settari nel tentativo d’innescare rappresaglie settarie in Iraq, creando un ampio conflitto settario. La forza relativamente piccola del SIIS può essere sopraffatta dalle forze di sicurezza irachene se l’impatto psicologico e strategico delle sue tattiche da guerra lampo saranno svelate e rintuzzate. Nel frattempo, durante tale fase, gli Stati Uniti in particolare lottano per minare la stabilità socio-politica dell’Iraq e la credibilità del governo di Baghdad. Ironia della sorte, per farlo gli Stati Uniti posano da alleati di Baghdad.

La politica del tocco della morte” degli USA
cia-seal_20110502090517_320_240I lettori dovrebbero ricordare le varie fasi della cosiddetta “primavera araba” ideata dagli USA, in cui Stati Uniti ed Israele intenzionalmente e pubblicamente offrirono “sostegno” al governo assediato di Hosni Mubaraq in Egitto, nonostante la formazione e il finanziamento delle bande volte a rovesciare il governo. Il presunto sostegno fu un’operazione psicologica (PSYOP) volta non ad aiutare il governo assediato, ma a minarlo ulteriormente. Gli egiziani, nello spartiacque politico videro Stati Uniti ed Israele con sospetto e disprezzo totali. Posando da alleati del governo di Mubaraq, Stati Uniti ed Israele poterono avvelenare politicamente la leadership di Cairo e negare qualsiasi sostegno che potesse contrastare la rivolta di piazza sponsorizzata dall’occidente. In retrospettiva, l’orchestrazione filo-occidentale dei disordini tunisini, egiziani e libici è chiara. Tuttavia, mentre si svolgevano, specialmente nelle fasi iniziali, i media occidentali s’impegnarono a una massiccia propaganda. In Egitto, una folla di 50000 persone diveniva una “di 2 milioni” attraverso crasse menzogne, inquadrature ristrette e propagandisti in malafede come Jon Leyne della BBC. In Libia, la natura armata della “ribellione” fu omessa e l’agitazione  spacciata quale “protesta pacifica”. Forse la cosa più diabolica di tutte fu il modo con cui i media mainstream ritrassero il capo dell’opposizione egiziana Muhammad al-Baraday. Infatti, al-Baraday era al centro delle proteste, tornato in Egitto un anno prima nel febbraio 2010, per assemblare il suo “Fronte Nazionale per il Cambiamento” con l’aiuto dei “movimenti giovanili” dell’Egitto guidati dal movimento 6 aprile e Wail Ghonim di Google, addestrati dal dipartimento di Stato USA. Ma ci dissero che vi “si era era solo recato” e che era visto con “sospetto” dall’occidente. Ci dissero anche che Hosni Mubaraq era ancora il nostro “uomo” e gli articoli si spinsero fino a pretendere (con affermazioni infondate) che Mubaraq stesse per fuggire a Tel Aviv, in Israele, che inviava via aerei armi per sostenerne il regime vacillante. Ovviamente tali “tentativi” di salvare il regime di Mubaraq fallirono, proprio perché non furono mai destinati ad avere successo, in primo luogo. E alla vigilia della caduta di Mubaraq, gli Stati Uniti alla fine fecero una svolta di 180 gradi sulla sua difesa, chiedendogli di dimettersi. Con incredibile “lungimiranza”, la rivista Foreign Affairs del Council on Foreign Relations segnalò nel marzo 2010, un anno prima della cosiddetta “primavera araba”, che: “Inoltre, gli stretti rapporti dell’Egitto con gli Stati Uniti sono un fattore critico e negativo nella politica egiziana. L’opposizione utilizza tali legami per delegittimare il regime, mentre il governo è impegnato in manifestazioni di antiamericanismo per evitare tali accuse. Se al-Baraday ha in realtà una ragionevole possibilità di promuovere riforme politiche in Egitto, i politici statunitensi sarebbero utili alla sua causa evitando di agire con forza. Paradossalmente, i freddi rapporti di al-Baraday con gli Stati Uniti da capo dell’AIEA, supporta solo gli interessi degli Stati Uniti“.
Comprendendo il sostegno israeliano o statunitense ad al-Baraday si sarebbe distrutta ogni possibilità di successo “della rivoluzione”. Sembra allora che l’aperta messinscena, perfino spudorata, del sostegno a Mubaraq nelle prime fasi dei disordini fosse un deliberato tentativo di dirigergli contro le ire degli egiziani, e di allontanare i sospetti dal fantoccio occidentale al-Baraday. Tentativi simili vengono fatti per sostenere la legittimità dei fratelli musulmani, per mettere in crisi il governo militare ora al potere a Cairo. Al di là dell’Egitto, una campagna simile si ebbe in Libia contro Muammar Gheddafi, con voci su Israele che cercava di salvare il regime arruolando mercenari ed anche affermazioni secondo cui Gheddafi fosse ebreo. Riflettendo la propaganda grottesca volta a galvanizzare l’opposizione a Mubaraq, si tentava di offuscare l’immagine di Gheddafi agli occhi dei nemici di USA ed Israele fingendo un sostegno fallimentare. Contro la Siria, una campagna simile di USA e Israele ebbe ancora meno successo. Eppure, la “politica del tocco della morte” di Stati Uniti ed alleati regionali fu estesa a tutti nella speranza contribuisse a minare e destabilizzare le nazioni prese di mira. Il tentativo più recente di ritrarre Baghdad quale beneficiaria dell’eventuale assistenza degli Stati Uniti, è volto a cercare di fornire una negazione plausibile agli Stati Uniti mentre addestra le legioni del SIIS, in primo luogo, indebolendo il governo iracheno filo-iraniano di Nuri al-Maliqi agli occhi dei suoi nemici e alleati.

620px-Iraq_Syria_Locator.svgCopyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Un think tank statunitense rivela come gli USA hanno inventato la “primavera araba”

Sonia Baker, Algérie PatriotiqueTunisie Secret 14 giugno 2014

Anche se il danno è fatto e certi Paesi arabi sono devastati, non è mai troppo tardi capire come la stupidità e l’arroganza dei tunisini siano state sfruttati per destabilizzare la Tunisia e distruggere altri tre Paesi arabi. Se il rapporto degli Stati Uniti non ci dice nulla di nuovo, dato che siamo stati i primi a denunciare l’impostura della “primavera araba”, è possibile sfidare gli idioti che continuano a celebrare la “rivoluzione” e accusare i cyber-collaborazionisti e i mercenari che hanno sulla coscienza la morte di migliaia di tunisini, libici, egiziani, yemeniti e siriani.

cia2Un documento rilasciato da un think tank statunitense rivela che la “primavera araba” è ben lungi dall’essere un movimento spontaneo di persone desiderose di un cambiamento politico, ma piuttosto una deliberata e orchestrata riconfigurazione da parte dell’amministrazione statunitense. L’organizzazione Middle East Briefing (MEB), basandosi su un rapporto ufficiale del dipartimento di Stato statunitense conferma il coinvolgimento della Casa Bianca nelle “rivoluzioni” che hanno scosso molti Paesi del Medio Oriente e Nord Africa. Il documento del 22 ottobre 2010 intitolato “Middle East Partnership Initiative: Panoramica“, è riservato ma MEB ha potuto visionarlo tramite il Freedom of Information Act. La terra dello Zio Sam ha ideato nei suoi uffici le tante strategie per sconfiggere i regimi nei Paesi mirati, basandosi sulla “società civile”controllata tramite il lavoro profondo delle organizzazioni non governativa (ONG). L’approccio statunitense è manipolare le ONG allineandole alla sua politica estera e ai suoi obiettivi riguardo la sicurezza interna, osserva MEB. “Il Middle East Partnership Initiative (MEPI) è un programma regionale che rafforza i cittadini del Medio Oriente e Nord Africa sviluppando società pluraliste, partecipative e prospere. Come dimostrato dai dati forniti in tale valutazione, il MEPI fu avviato nel 2002 per divenire uno strumento flessibile regionale per trarre un sostegno diretto dalle società civili indigene alla diplomazia del governo degli Stati Uniti nella regione“, si può leggere nella relazione del dipartimento di Stato che usa e abusa del linguaggio diplomatico per mascherare la natura egemonica di tale iniziativa. Nella sezione intitolata “Come funziona il MEPI” viene chiaramente spiegato come i principali obiettivi del MEPI siano “costruire reti di riformatori che condividano  conoscenze e si aiutino a vicenda, catalizzando il cambio nella regione“.

La sovversione finanziata dalle ambasciate statunitensi
L’amministrazione Obama non lesina sui mezzi della sua ingerenza negli affari interni dei Paesi mirati. Le sovvenzioni locali “forniscono un sostegno diretto ai gruppi indigeni che ora rappresentano più della metà dei progetti del MEPI“, osserva il rapporto. “Agenti designati dalle ambasciate statunitensi gestiscono finanziamenti e collegamenti con vari ONG e gruppi della società civile” beneficianti di tali sovvenzioni. “I progetti specifici nei Paesi sono volti a soddisfare le esigenze di sviluppo locale, individuate dalle ambasciate, dai riformatori locali e dalla nostra analisi sul campo. Gli sviluppi politici in un Paese possono portare a nuove opportunità e nuove sfide nel raggiungimento degli obiettivi politici del governo degli Stati Uniti, e il MEPI trasferirà i fondi per soddisfare tali esigenze“, dice ancora. Va da sé che i promotori di tale programma sabotano le istituzioni e i governi locali. Viene infatti indicato che il MEPI ha interlocutori solo tra gli attori della società civile attraverso le ONG interessate negli Stati Uniti e nella regione. “Il MEPI non finanzia governi stranieri e non negozia contratti di assistenza bilaterale“, dice il rapporto. Secondo il MEB, il documento stabilisce un elenco di Paesi prioritari da colpire secondo gli obiettivi della dirigenza statunitense. Sono Yemen, Arabia Saudita, Tunisia, Egitto e Bahrayn. Libia e Siria furono aggiunti un anno dopo la redazione della relazione del dipartimento di Stato. Sull’Egitto si apprende che il governo degli Stati Uniti contattò i Fratelli musulmani considerati compatibili con la politica estera del governo statunitense. L’amministrazione Obama prevede anche un “servizio post-vendita” di tali “rivoluzioni” volte a ridisegnare il “Grande Medio Oriente” secondo la visione statunitense. L’ufficio del coordinatore speciale della transizione in Medio Oriente fu fondato nel settembre 2011. William B. Taylor ne fu nominato a capo. Il diplomatico sapeva di rivoluzioni dato che fu l’ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina durante la “rivoluzione arancione” del 2006-2009. Secondo il rapporto del dipartimento di Stato, l’Ufficio del coordinatore speciale della transizione nel Medio Oriente coordina l’assistenza del governo degli Stati Uniti presso le “democrazie emergenti” in Medio Oriente e Nord Africa, tra cui Egitto, Tunisia e Libia.

Documento del Middle East Briefing (MEB) “U.S. State Dept. Document Confirms Regime Change Agenda in Middle East

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

SIIS in Iraq e Siria: vergogna su Obama mentre Hezbollah sostiene il mosaico

Murad Makhmudov e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 11 giugno 2014

iraqIl presidente Obama e gli altri capi di Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito dovrebbero essere ritenuti responsabili della ri-destabilizzazione dell’Iraq assieme alla destabilizzazione di Libia e Siria. Infatti, le conseguenze vengono sentite in Egitto, Libano, Mali, Tunisia e molto più lontano. Pertanto, i capi del Golfo e delle potenze occidentali assieme alla Turchia hanno scatenato forze che decapitano, massacrano minoranze, compiono attentati terroristici quotidianamente, distruggono monumenti e miriadi di altre barbarie. L’ex-capo degli USA George Bush junior iniziò la destabilizzazione dell’Iraq con scuse false e mendaci. Dopo anni finalmente si ha la stabilizzazione, nonostante il terrorismo sia una realtà in Iraq, e allora Obama apre le porte al caos che sostiene in Libia e Siria. Tale follia guida la grave crisi in Iraq a seguito del caos pianificato in Libia e Siria. Ironia della sorte, nonostante l’isteria di Israele e USA, Hezbollah in Libano supporta il mosaico del Levante. Dopo tutto, i cristiani in Siria fuggono e sono massacrati da terroristi e settari supportati da potenze del Golfo e Turchia. Naturalmente, il ruolo oscuro di USA, Francia e Regno Unito nell’inviarvi armi, combattenti e propaganda massiccia gioca un ruolo importante. Pertanto, Hezbollah è una potenza stabilizzante che opera assieme al principale partito cristiano in Libano di Michel Aoun. Questa realtà è ignorata comodamente da Israele e USA, perché non soddisfa il solito mantra contro Hezbollah. Il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha avvertito della minaccia taqfira affermando: “Se tali (gruppi taqfiri) vincono in Siria, e se Dio vuole non accadrà, la Siria sarà peggio dell’Afghanistan“. Nasrallah continuava: “Se tali gruppi armati vincono, ci sarà un futuro per il Movimento Futuro in Libano? Ci sarà una possibilità per chiunque tranne i taqfiri, nel Paese?” Infatti, il recente attacco frontale totale dello Stato Islamico dell’Iraq e Sham (SIIS) all’Iraq esprime vari motivi. Dopo tutto, è chiaro che il SIIS vuole staccare parti di Iraq e Siria creando uno Stato taqfiri da “anno zero dell’islamismo”, dove la mentalità salafita domini su tutto. Tuttavia, non è chiaro se il SIIS agisce sulla base della forza o perché le forze armate della Siria e i loro alleati, tra cui Hezbollah, respingono tali forze dal Paese. In entrambi i casi, è del tutto evidente che le forze centrali in Iraq devono iniziare a considerare un patto militare congiunto con la Siria, o almeno una maggiore cooperazione tra le due forze armate per attaccare il SIIS in modo coordinato. In altre parole, gli USA hanno in primo luogo destabilizzato l’Iraq sotto Bush figlio e poi tradito questa nazione con Obama quando sembrava che il peggio fosse passato, l’Iraq deve quindi avvicinarsi al governo della Siria. Dopo tutto, se il governo siriano cade, allora non solo crollerà il mosaico di questa nazione ma l’Iraq e il Libano subiranno terribili conseguenze ancora peggiori. Hezbollah l’ha pienamente compreso in Libano e assieme al governo della Siria è in prima linea nella guerra di civiltà, con cui taqfiri, petrodollari del Golfo e potenze occidentali cercano di schiacciare il mosaico del Levante.
Con i nuovi capi delle maggiori potenze della NATO e del Golfo, è chiaro che gli affiliati di al-Qaida e altri gruppi settari estremisti fioriscono. Nel nuovo ordine mondiale, da quando Obama è entrato in carica, è ovvio che al-Qaida e destabilizzazione si diffondono grazie ai petrodollari del Golfo e alle politiche torbide delle principali potenze occidentali. Pertanto, le varie forze settarie e taqfire crescono in tutto il Nord Africa, Africa occidentale, Medio Oriente e in altre parti del mondo, secondo gli intrighi del Golfo e occidentali. In altre parole, Usama bin Ladin era rintanato in un piccolo posto in Pakistan (chiaramente in cattiva salute, protetto dagli Stati Uniti e supportato dal  Pakistan) prima di essere ucciso. Tuttavia, oggi gli affiliati di al-Qaida e le forze settarie suscitano apertamente il caos per dei capricciosi torbidi obiettivi di politica estera. La ripetizione dell’Afghanistan degli anni ’80 e ’90 si rinnova in diverse nazioni perché le stesse potenze del Golfo e occidentali cercano di utilizzare la “bandiera terrorista e settaria”. Tuttavia, proprio come testimonia il contraccolpo dall’11 settembre, quando migliaia di innocenti furono uccisi, oggi l’Iraq  affronta tale ritorno di fiamma. La situazione di cui sopra è nauseante, perché in Siria gli stessi giocatori sono apertamente in combutta con vari gruppi terroristici, milizie settarie e forze mercenarie. In altre parole, tutte le decapitazioni in Siria da parte delle forze taqfiri e dell’esercito libero siriano (ELS) non significano nulla nei corridoi del potere delle prime nazioni del Golfo e occidentali. Allo stesso modo, la consapevolezza che le minoranze religiose in Siria affrontino un bagno di sangue, se il governo siriano crollasse, non sembra riguardare i soliti giocatori, pur sapendolo appieno. Tuttavia, il ritorno di fiamma in Iraq è una questione diversa, perché evidenzia il fallimento totale di Obama e di altre nazioni come il Regno Unito. Dopo tutto, migliaia di truppe alleate vi sono morte, e numerosi civili continuano a morire in Iraq. Eppure oggi è amico degli USA ma l’amministrazione Obama provoca quanto accade in Iraq per la propria politica contro il governo della Siria. Il SIIS lancia un’offensiva militare su Mosul e altre parti dell’Iraq. Nel frattempo l’amministrazione Obama ancora parla di assistere le varie forze in Siria, mentre l’Iraq è in fiamme e il Levante è minacciato. Attualmente, l’unica forza che redime è Hezbollah che rifiuta di piegarsi alle pressioni internazionali. Pertanto, in Siria le forze armate di questa nazione e altre forze fedeli al Presidente Bashar al-Assad resistono con Hezbollah preservando il ricco mosaico religioso del Levante. È giunto il momento che il governo iracheno unisca le forze con la Siria e Hezbollah perché gli amici degli USA inviano petrodollari del Golfo e jihadisti internazionali per diffondere il caos in Iraq.
Nasrallah ha dichiarato sull’Afghanistan: “Considerate l’esperienza dell’Afghanistan. Le fazioni jihadiste afghane combatterono uno dei due più potenti eserciti del mondo, l’esercito sovietico, che fu sconfitto in Afghanistan”. Tuttavia, Nasrallah continua: “C’erano alcune fazioni in Afghanistan dall’ideologia taqfira, esclusiva, discriminatoria, sanguinarie e omicida… le fazioni jihadiste afghane entrarono in un sanguinoso conflitto intestino… i jihadisti distrussero città e villaggi… cose che non fece neppure l’esercito sovietico… E ora, dov’è l’Afghanistan? Dal giorno in cui i sovietici si ritirarono ad oggi, portatemi un giorno in Afghanistan senza omicidi, feriti, profughi, distruzione e dove non sia difficile vivere. Portatemi un giorno di pace e felicità nella vita da tali (gruppi)...” Nonostante la realtà dell’Afghanistan, l’amministrazione Obama era disposta a vendere l’Egitto ai fratelli musulmani. Inoltre, sotto la supervisione sua e delle élite di Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito, allora affiliate ad al-Qaida e a varie forze settarie, furono avviate sommosse in molte nazioni. Infatti, l’Europa esporta sempre più terroristi taqfiri in Medio Oriente e altre parti del mondo. La realtà brutale è che Hezbollah e il governo della Siria si concentrano sulla conservazione del ricco mosaico del Levante. Tuttavia, le forze del settarismo e del terrorismo, apertamente supportate dagli amici di USA, Qatar, Arabia Saudita e Turchia, sono dedite a distruggere l’Iraq proprio come la Libia. Pertanto, l’Iraq dovrebbe riallinearsi con il governo della Siria ed Hezbollah, perché è del tutto ovvio che i petrodollari del Golfo e le ingerenze occidentali nel Levante sono alla radice dell’attuale avanzata del SIIS in tutta la regione.

Hezbollah-leader-Sheikh-Hassan-NasrallahTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Bengasi, CIA e guerra in Libia

Eric Draitser New Oriental Outlook 09/06/2014
LIBYA-UNREST-POLITICSLa violenza e il caos esplosi nella seconda città della Libia, Bengasi, dovrebbero essere intesi come lotta di potere tra fazioni per affermare la propria autorità sul critico centro commerciale. Tuttavia, ciò che viene volutamente omesso dai media occidentali è il fatto che entrambi i gruppi, uno militare guidato dal generale libico Haftar, l’altro terroristico islamista Ansar al-Sharia, sono ascari degli Stati Uniti, da cui hanno ricevuto sostegno da vari canali, in questi ultimi anni. Visto così, i disordini in Libia devono essere intesi come continuazione della guerra intrapresa contro il Paese dalle forze USA-NATO. Mentre scontri a fuoco, esplosioni e attacchi aerei sono la norma a Bengasi e nelle aree circostanti, la natura del conflitto rimane oscura. Da un lato c’è il generale Qalifa Belqasim Haftar, vecchio comandante militare sotto Gheddafi fuggito dalla Libia negli Stati Uniti dove divenne una notevole risorsa della CIA fino al suo ritorno in Libia durante l’assalto USA-NATO contro questo Paese. Dall’altra c’è l’organizzazione islamista Ansar al-Sharia, guidata da Ahmad Abu Qatala, implicata nell’attacco dell’11 settembre 2012 al compound USA-CIA di Bengasi che uccise l’ambasciatore statunitense Chris Stevens. Esaminando il conflitto e le connessioni tra questi due individui e le fazioni che guidano, le tracce dell’intelligence degli Stati Uniti non potrebbero essere più evidenti. Tuttavia, la situazione a Bengasi e nella Cirenaica in generale, è molto più complessa che non semplicemente tali due fazioni. Ci sono altre importanti milizie che hanno svolto un ruolo significativo nel portare la regione sull’orlo della guerra totale. I conflitti intestini tra le milizie dei movimenti/coalizioni bloccano i porti petroliferi di Bengasi e Cirenaica, tali milizie non hanno nemmeno pensato alla possibilità di una riconciliazione. E così, nonostante la guerra USA-NATO in Libia sia conclusa quasi tre anni fa, il Paese è ancora innegabilmente in guerra.

La guerra di Bengasi
Le notizie da Bengasi sono sempre più preoccupanti. Il 2 giugno, quasi un centinaio di libici, molti dei quali civili, sono stati uccisi o feriti nella metropoli costiera e nelle città circostanti, quando la milizia islamista Ansar al-Sharia ha attaccato un accampamento delle forze fedeli al generale dell’esercito Haftar. Gli uomini di Haftar, dotati di una modesta ma efficace forza aerea tra cui elicotteri da combattimento, risposero all’attacco respingendo i molti militanti di Ansar al-Sharia. Nel processo però, gli abitanti di Bengasi sono stati costretti a fuggire o rifugiarsi a casa, mentre aziende e scuole rimasero chiuse per via degli spari e dei combattimenti. Anche se lo scontro era di modesta portata rispetto agli orrori della guerra USA-NATO alla Libia nel 2011, è un duro monito sulla triste realtà attuale della Libia. Nazione una volta orgogliosa, ora è ridotta a un mosaico di milizie, clan e tribù in lotta, senza un’autorità centrale che governi il Paese, priva di servizi sociali affidabili e in completa assenza dello Stato di diritto. Nel vortice del conflitto politico e sociale va esaminata la natura del conflitto a Bengasi. La città è scossa da scontri e manifestazioni politiche dal rovesciamento e assassinio di Gheddafi nel 2011. Mentre un governo provvisorio a Tripoli fu istituito dal cosiddetto Consiglio nazionale di transizione (Cnt), il potere reale viene esercitato dalle milizie concorrenti affiliate a tribù e/o clan, di solito limitate a una importante cittadina o città. Anche se vi sono numerose milizie islamiste operanti presso Bengasi, le due più potenti e ben organizzate sono la Brigata dei martiri del 17 febbraio e Ansar al-Sharia. Mentre entrambe le organizzazioni sono nominalmente indipendenti, ognuna ha un’affiliazione diretta o indiretta al terrorismo di al-Qaida.
Ad opporsi a 17 febbraio e Ansar al-Sharia è il cosiddetto Libyan National Army, una raccolta di milizie e unità minori fedeli al generale Haftar. Avendo recentemente avuto notorietà dichiarando un quasi-colpo di Stato contro il governo di Tripoli, nel febbraio 2014, l’esercito nazionale libico conduce una guerra di bassa intensità contro le milizie islamiste nella speranza di avere il controllo di Bengasi e Cirenaica. Naturalmente, i piani del generale Hafter vanno ben oltre Bengasi, volendo utilizzare il conflitto come pretesto con cui sperare di mettere il Paese sotto la sua guida. Mentre alcuni vedono ciò come improbabile, è comunque una parte importante del calcolo strategico. Infine, c’è la questione persistente delle altre milizie che, in momenti diversi, controllano terminali petroliferi e impianti portuali a Bengasi e nell’Oriente in generale. Di particolare nota è la milizia di Ibrahim al-Jathran, capo tribale che ha chiesto l’autonomia regionale della Cirenaica dal governo centrale di Tripoli. Jathran e i suoi uomini hanno più volte bloccato gli impianti petroliferi avanzando le loro richieste. Anche se ancora non sono riuscite che a causare problemi politici e diplomatici a Tripoli, la milizia di al-Jathran e altre simili, complicano ulteriormente l’infinitamente complessa politica della piazza libica.

“Rivoluzione” libica e intelligence USA
Fin dall’inizio della guerra contro la Libia, Stati Uniti e loro alleati della NATO utilizzarono diversi gruppi terroristici e agenti dell’intelligence per rovesciare il governo di Gheddafi. Mentre alcuni erano direttamente legati alla CIA, altri furono tratti dalla stalla delle organizzazioni terroristiche utilizzate in tempi diversi dagli Stati Uniti, come i mujahidin in Afghanistan, Kosovo e altrove. In sostanza quindi gli Stati Uniti hanno sviluppato una rete a maglie larghe di ascari, alcuni ideologicamente oppositori degli Stati Uniti e altri, scatenati sulla Libia per fare il lavoro sporco di Washington. Un gruppo chiave alleato dell’intelligence degli Stati Uniti è il Libyan National Army di Haftar. L’organizzazione fu fondata da Haftar dopo la sua defezione (o espulsione) dalla Libia nei primi anni ’80. Da lì, Haftar divenne un agente significativo della CIA nel tentativo di rovesciare Gheddafi. Usando la forza di Haftar in Ciad durante la guerra alla Libia, nei primi anni ’80, la CIA tentò il primo di molti tentati cambi di regime in Libia. Come il New York Times riportò nel 1991: “L’operazione paramilitare segreta, avviata negli ultimi mesi dell’amministrazione Reagan, fornì aiuti militari e addestramento a circa 600 soldati libici catturati durante gli scontri al confine tra Libia e Ciad nel 1988… furono addestrati da agenti dell’intelligence statunitensi in sabotaggio e altre attività di guerriglia, dissero gli agenti, in una base nei pressi di N’Djamena, capitale del Ciad. Il piano per utilizzare gli esuli si adattava perfettamente al desiderio dell’amministrazione Reagan di rovesciare il colonnello Gheddafi”.
L’articolo del Times sopra citato osserva che gli sforzi per il cambio di regime fallirono e Haftar ed i suoi soci furono  poi trasferiti al sicuro e ospitati negli Stati Uniti. Un portavoce del dipartimento di Stato al momento spiegò che gli uomini avrebbero avuto “accesso alla normale assistenza al reinsediamento, tra cui corsi di lingua inglese e professionali e, se necessario, assistenza finanziaria e medica”. Infatti Haftar trascorse quasi vent’anni vivendo comodamente in una casa di periferia in Virginia, a breve distanza dal quartier generale della CIA a Langley. Era noto come “l’uomo di punta in Libia” della CIA per aver preso parte a numerosi tentativi di cambio di regime, tra cui il tentativo fallito di rovesciare Gheddafi nel 1996. E così, quando Haftar convenientemente apparve di nuovo in Libia per partecipare al cambio di regime del 2011, molti osservatori politici notarono che ciò significava che la mano della CIA era intimamente coinvolta nella rivolta. Infatti, come la guerra mutava e divenne chiara la connessione profondamente radicata tra intelligence degli Stati Uniti e cosiddetti “ribelli”, la verità su Haftar non poté essere nascosta. Tuttavia, Haftar non era certo il solo burattino di NATO e CIA. Un altro gruppo importante era il famigerato Gruppo combattente islamico libico (LIFG), guidato dal terrorista internazionale Abdelhaqim Belhadj che avrebbe ucciso statunitensi in Afghanistan, oltre ad essere direttamente legato ad al-Qaida. Dopo essere stata incarcerata da Gheddafi, la leadership del LIFG cercò di allinearsi agli Stati Uniti nella speranza di occupare il vuoto di potere post-Gheddafi. Guidato da Belhadj, il LIFG fu parte fondamentale della ribellione che rovesciò Gheddafi, prendendo l’iniziativa dell’attacco al compound di Gheddafi a Bab al-Aziziya. A tal proposito, il LIFG ebbe intelligence e probabilmente supporto tattico, dall’intelligence e dall’esercito degli Stati Uniti, in particolare attraverso la rete di AFRICOM di Camp Lemonnier a Gibuti. Una volta che Gheddafi cadde, Belhadj divenne il capo militare di Tripoli, agendo temporaneamente da dittatore. Tuttavia, pur di continuare a spacciare la mitologia della “democrazia libica”, i finanziatori USA-NATO di Belhadj decisero di mettere al suo posto il cosiddetto “governo di transizione”, considerato inefficace, nella migliore delle ipotesi, e assolutamente irrilevante nella peggiore.
La Brigata dei martiri del 17 febbraio è un altro gruppo terroristico con stretti legami con il “governo” di Tripoli e soprattutto la CIA. Dopo esser apparso nell’operazione di cambio di regime come milizia ben addestrata, ben armata e organizzata, la Brigata dei martiri del 17 febbraio subito salì alla ribalta nel panorama politico del dopoguerra. Atteggiandosi a forza affidabile delle autorità di Tripoli, la 17 febbraio subito divenne un’agenzia di sicurezza a noleggio. Qui CIA e 17 febbraio entrarono in contatto diretto. Il Los Angeles Times ha riferito: “Nell’ultimo anno, una volta assegnate le milizie a protezione della missione degli Stati Uniti a Bengasi, addestrate da personale di sicurezza statunitensi alle loro armi, occuparono gli ingressi, superarono le mure e ingaggiarono combattimenti corpo a corpo… I miliziani negarono seccamente di sostenere gli assalitori, ma riconobbero che la grande forza alleata al governo, nota come Brigata dei martiri del 17 febbraio, potesse includere elementi antiamericani… La brigata 17 febbraio è considerata una delle milizie più capaci della Libia orientale”. È essenziale notare che il cosiddetto “consolato” di Bengasi non era la tipica missione diplomatica, ma piuttosto un impianto della CIA probabilmente utilizzato dall’ambasciatore Stevens come quartier generale da cui organizzare l’invio di armi e combattenti per destabilizzare la Siria. Così, esaminando esattamente ciò che il regime di Bengasi è stato, si dovrebbe dire che gli Stati Uniti agirono da mecenate e mandante dell’organizzazione terroristica i cui membri ammettono che il loro gruppo “potrebbe includere elementi antiamericani“.
Ansar al-Sharia, naturalmente, rientra nella narrazione dell’attacco dell’11 settembre 2012 convenientemente da aggressore al compound della CIA difeso dai suoi rivali (e a volte alleati) della Brigata dei martiri del 17 febbraio. Ansar al-Sharia, guidata da Ahmad Abu Qatala, è ritenuta il gruppo che attaccò la stazione della CIA a Bengasi. In realtà, Qatala ammette di aver preso parte all’assalto al compound, anche se ammette solo di essere stato presente, non di guidarlo.
Nonostante professino un islamismo antioccidentale e radicato nella sharia, Ansar al-Sharia e Qatala in particolare, non sembrano particolarmente turbati dalla collaborazione con gli “infedeli americani.” In effetti, il New York Times ha osservato che Qatala e la sua organizzazione probabilmente svolsero il ruolo di carnefice in uno dei più significativi assassini (a parte quello di Gheddafi) di tutto il conflitto. Il rapimento e l’assassinio del generale libico Abdalfatah Yunis, fino al 2011 considerato il successore prescelto degli USA di Gheddafi, fu un importante punto di svolta. Come Times spiega, “Dopo che gli islamisti inviarono una squadra per prendere il generale per un processo improvvisato, nel luglio 2011, i suoi carcerieri lo trattennero di notte nella sede della brigata di Abu Qatala. I corpi di Yunis e due suoi aiutanti furono trovati su una strada il giorno dopo, crivellati di pallottole”. Allora, anche secondo i resoconti ufficiali, Qattala e Ansar al-Sharia sono almeno indirettamente, se non direttamente, responsabili della morte di Yunis. Ciò diventa particolarmente importante alla luce della vecchia competizione tra Yunis e Haftar per il controllo delle forze “laiche” nella Libia post-Gheddafi. Sarebbe giusto quindi sostenere che, nella lotta di potere tra Haftar e Yonis, Haftar, caro alla CIA, trasse vantaggio dalle azioni dell’organizzazione terroristica. E ora queste due fazioni sono in guerra. Così va nell’attuale Libia.
Qualsiasi analisi del conflitto in Libia, e in particolare a Bengasi, deve tener conto del ruolo degli Stati Uniti (e di altre nazioni), le cui agenzie d’intelligence vi sono profondamente coinvolte fin dall’inizio. In particolare, esaminando la natura dei combattimenti, Bengasi deve essere intesa come campo di battaglia e lotta ideologica. Da un lato, si tratta di controllare la città più importante del Paese dopo la capitale Tripoli. Dall’altro, è la lotta esistenziale per il futuro della Libia. Haftar e la sua fazione immaginano una Libia laica aperta a finanzieri, speculatori e società occidentali. Ansar al-Sharia e gli altri gruppi terroristici vedono la Libia elemento costitutivo dello Stato islamico governato dalla sharia. E, in agguato sullo sfondo, sopra e dietro tutti i principali attori del conflitto, la CIA e l’agenda geopolitica degli Stati Uniti. E così la guerra continua; nessuna fine in vista.

999947Eric Draitser è un analista geopolitico indipendente di New York City e fondatore di StopImperialism.org, editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook.”

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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