L’Algeria nel mirino degli Stati Uniti

Charles Francis L’Autre Afrique 13 febbraio 2014

algeria-mapDa diversi mesi gli Stati Uniti hanno classificato l’Algeria un “Paese a rischio sicurezza per i diplomatici” e posto installazioni militari con contingenti navali nel meridione della Spagna, senza nascondere le intenzioni interventiste in Africa settentrionale. Si sa inoltre che gli Stati Uniti puntano alla zona di confine tra il sud della Tunisia e l’Algeria, “segno che gli Stati Uniti sono determinati ad agire, il Pentagono ha appena occupato, nel sud della Tunisia, una base in disuso da ristrutturare per intervenire nel teatro libico, ha detto una fonte diplomatica a Tunisi” (LeFigaro, 1 febbraio 2014). Il minimo che possiamo dire, anche se si tratta per il momento d’intervenire in Libia, è che l’orco si avvicina… Minacce punitive per non aver sufficientemente sostenuto l’intervento militare francese in Mali? Una piano di destabilizzazione dell’ultimo bastione indipendente dall’influenza degli Stati Uniti? Il fatto è che dopo il Mali e lo stato di tensione in tutta la sub-regione, gli algerini hanno il diritto ad avere gravi preoccupazioni.

L’intervento militare annunciato
500 marines w otto caccia degli Stati Uniti sono stati schierati dall’estate del 2013, una sostanziale forza d’intervento militare, nella piccola città di Moron, Spagna. Se la presenza militare degli Stati Uniti su suolo spagnolo non è uno scoop, ciò che è nuovo è lo scopo specifico di tale nuovo schieramento. La confessione del governo spagnolo in merito a ciò è davvero notevole: “consentire ai militari degli Stati Uniti d’intervenire in Africa settentrionale in caso di gravi perturbazioni“. Non si può infatti essere più chiari! Oggi, mentre gli Stati Uniti hanno appena fatto la richiesta formale al governo Rajoy di aumentare l’attuale presenza di marines, chiamata “Forza di risposta alle crisi in Africa“, apprendiamo dal quotidiano spagnolo El Pais, di grandi movimenti della marina degli Stati Uniti sulle coste spagnole: “L’11 febbraio, il cacciatorpediniere USS Donald Cook arriverà con il suo equipaggio di 338 uomini nella base navale di Cadice. Una seconda nave, l’USS Ross, arriverà a giugno e altri due, USS Porter e USS Carney, nel 2015. In totale, 1100 marines con le loro famiglie, che si sistemeranno nella base di Cadice.” Alla domanda su tutte queste manovre e schieramenti militari, Gonzalo de Benito, segretario di Stato agli Esteri spagnolo ha solo commento: “Quali operazioni compiranno questi marines super-equipaggiati? Non posso dirlo perché queste forze non sono qui per operazioni specifiche, ma per per dei possibili imprevisti…
Tra minacce e gerghismi, misuriamo come il suono degli stivali dev’essere preso molto sul serio. Che siano in Italia o in Spagna, nel nord del Mali o del Niger, francesi o statunitensi, è chiaro che le basi militari aumentano intorno al Maghreb.

Innanzitutto umanitari e poi la guerra…
Tutti gli interventi esteri che presiedono, e tendono ancora, al processo di disgregazione territoriale e politico delle nazioni, in particolare dell’Africa… sono sempre stati preceduti da campagne ultra-mediatiche sul piano “umanitario”. Si conosce lo svolgersi delle operazioni: “umanitari” e ONG segnalano, di solito dove gli viene detto, una situazione drammatica per i civili, denunciando carestie attuali o future, individuando moltitudini sottoposte a genocidio (o a rischio di), inondando il pubblico con immagini shock e opinioni, infine … le grandi potenze sono “costrette” a difenderli s’intende.. intervenendo a favore del “diritto alla vita dei popoli interessati”. Come in Libia, Costa d’Avorio, Africa Centrale, Mali… disintegrando, tagliando e infine dividendo tutto. Così, dopo averlo rodato da tempo in Biafra e in Somalia, entrambi disintegrati (1), il “buon” dottore Kouchner, ministro francese di destra e di sinistra, s’inventava nell’ex-Jugoslavia, anch’essa disintegrata, la versione finale del “diritto di intervento”! Invenzione che, dopo aver dimostrato la propria efficacia nell’implosione dei Balcani, prospera nel pianeta soggetto alla globalizzazione imperiale. Dalle “armi di distruzione di massa” irachene al “sanguinario” Gheddafi in Libia, “migliore amico della Francia”, dalla Siria al Mali, dalla Costa d’Avorio all’Africa Centrale… notando che si tratta di numerose guerre condotte in suo nome nel continente, si misurano i risultati di tale politica “umanitaria”.

Nord Africa, Algeria e Tunisia chiaramente nel mirino
Non dimentichiamo che il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha recentemente classificato l’Algeria tra i Paesi “a rischio sicurezza per i diplomatici.” Inoltre, allo stesso tempo, nel Congresso degli Stati Uniti sono state discusse nuovamente modifiche alla legge antiterrorismo, con l’obiettivo dell’intervento delle forze armate, senza previa consultazione… del Nord Africa! In questo modo… le ONG umanitarie, che hanno già espresso la volontà di “chiamare in aiuto le grandi potenze” e i loro eserciti, sono da tempo all’opera in Algeria. Secondo il sindacato centrale UGTA (Unione generale dei lavoratori algerini) queste ONG operano per dividere e contrapporre le popolazioni: Nord contro Sud, arabi contro berberi, lavoratori contro disoccupati… in cima a queste ONG “umanitarie” vi sono Freedom House, Canvas, NED… i cui legami con la CIA non sono un segreto.(2) L’UGTT ne accusa così l’infiltrazione nei movimenti sociali per “ingannarli e trascinarli in violenze, cercando di creare una crisi che possa giustificare l’intervento” e ancora “mentre i giovani manifestano legittimamente per i posti di lavoro, contro la precarietà e lo sfruttamento, i leader giovanili di Canvas li sfruttano per trascinare la questione dell’occupazione nel contesto del separatismo del sud dell’Algeria, cioè laddove si trovano le grandi ricchezze in minerali, petrolio e gas. “Casualmente, si è tentati di aggiungere o meglio… come al solito”. (3)
Insicurezza e disagio sociale suscitati al di qua delle frontiere, diffusa insicurezza suscitata aldilà. Il metodo è noto. Gli Stati Uniti, che già si affidano alla destabilizzazione regionale per giustificare il dispiegamento militare nel Mediterraneo, domani non mancheranno di cogliere il pretesto dei disordini sociali o del “pericolo per i diplomatici” per intervenire direttamente. Non sarebbe legittimo, tuttavia, chiedersi della responsabilità delle grandi potenze, soprattutto degli Stati Uniti, nella proliferazione del terrorismo in questa regione dell’Africa? Non lo è, e non è l’ultimo dei paradossi che, in nome dell’insicurezza, gli Stati Uniti tramite NATO e Francia decidessero di far saltare la Libia nel 2011? Non è per la stessa ragione che l’esercito francese entrò in guerra in Mali nel 2012. Due interventi, si ricordi, lungi dal portare la pace, aggravando la  destabilizzazione, facendo del Sahel e dell’intera sub-regione una polveriera.
Queste nuove minacce degli Stati Uniti, che rientrano nella cosiddetta strategia del “domino” tanto cara alla precedente amministrazione Bush, devono essere prese molto sul serio. Visto che tanti falsi pretesti non mancano e non mancheranno, nel prossimo futuro, a motivare l’intervento militare estero. Le grandi potenze non si fermeranno, al contrario, rischiano la disintegrazione regionale e relative conseguenze letali per i popoli. Già questa è la regione che subisce l’incredibile proliferazione di armi per via dell’esplosione dello Stato libico e del continuo flusso di armi di ogni  tipo, totalmente irresponsabile, per gli estremisti islamici in Siria. Le onde d’urto di tale situazione si sono viste in Mali dove una Francia militarmente obsoleta si mostra molto (troppo) amichevole verso dei separatisti assai ben equipaggiati che spuntano in Algeria, dove si pensava che il terrorismo islamico fosse stato sradicato, e in Tunisia, dove sciamano gruppi paramilitari che pretendono di rappresentare l’Islam e dove, allo stesso tempo, il potere lascia impuniti l’omicidio degli oppositori politici.
Appare sempre più chiaro alle popolazioni colpite che tali minacce verso gli Stati sovrani hanno per obiettivo di lasciarle in nazioni indebolite dirette da ascari impotenti e divisi, incapaci di resistere alla cupidigia delle multinazionali. Ecco perché gli Stati da cui provengono le multinazionali vanno così d’accordo, nonostante i loro interessi e quel che dicono, con i peggiori islamisti, sia oggi in Sahel e Siria che in Libia ieri. In altre parole, a ognuno il suo spazio, i suoi profitti e il suo bottino. Certo, mai come oggi le “vecchie chimere” ideate dai fondatori dell’Indipendenza come il “Panafricanismo” o “l’Africa agli africani”…, gettate nella pattumiera della storia, sembrano avere tanta attualità. Ad ogni modo e qualunque siano i discorsi urgenti imposti dalla drammatica situazione nel continente, l’attualità impone che l’Algeria non si faccia dettare le proprie azioni dall’intervento militare.cnvs1. Dopo il Biafra, Bernard Kouchner spiegò che bisognava “convincere” prima l’opinione pubblica, e poi seguono le operazioni spettacolari come “sacchetti di riso per la Somalia”, “barche per il Vietnam”… i disaccordi con MSF, la sua dipartita e la creazione di Medici del Mondo.
2. UGTA, Algeri 28 giugno 2013, sul giornale del PT algerino Fraternité
3. Sul ruolo nefasto di “umanitari”, ONG e destabilizzazione delle nazioni, vedasi “Banca Mondiale e ONG destabilizzano gli Stati

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché gli statunitensi costruiscono ospedali nel sud della Tunisia?

Nebil Ben Yahmed – Tunisie Secret 12 febbraio 2014

La scelta ufficialmente dichiarata di questa zona militare non è banale. Se le motivazioni dei nostri liberatori sono umanitarie o filantropiche, dovrebbero mettere i loro ospedali a Kasserine e Sidi Buzid, le città da dove è partita la distruzione del mondo arabo.
Base-Us-TunisieLa scelta di Ramada, Fawar e Dhahiba è militarmente strategica. TS è stato il primo sito a rivelare l’esistenza di una base militare nel sud della Tunisia. Da allora, ciò è ammessa come cosa normale (video) e nessuno si offende per tale grave violazione della sovranità nazionale… mentre creano e costruiscono ospedali, il sud è passato sotto il controllo degli Stati Uniti dal gennaio 2011. Il giornale tunisino Aqir Qabar (Ultime Notizie) ha rivelato, nella sua edizione dell’11 febbraio 2014, che l’esercito statunitense e il ministero della Salute Pubblica, allora guidato dall’islamista Abdelatif Maqi, hanno firmato un protocollo per permettere agli statunitensi di costruire un pronto soccorso presso l’ospedale di Fawar, e di estendere gli ospedali di Dhahiba e Ramada. Secondo il giornale, “Un generale dell’esercito statunitense sovrintende direttamente i lavori senza che il ministero della Salute intervenga“. L’abbiamo già visto in Iraq e in Afghanistan! Interrogato da al-Sabah News, Abdelatif Maqi ha negato, ma ha dichiarato che “non è un militare, ma dei civili statunitensi che, attraverso la loro ambasciata, forniscono aiuti regolari”! Conferma pertanto le informazioni di Aqir Qabar, cambiando l’abito degli imprenditori, che non indosserebbero uniformi militari, ma giacca e cravatta!
L’ambasciata statunitense in Tunisia, assai sensibile al punto di confondersi con un agenzia stampa, ha risposto con una dichiarazione che alcuni siti tunisini hanno ripreso senza commenti. La dichiarazione afferma che “contrariamente a quanto è stato detto in questo articolo, l’assistenza fornita dalle forze statunitensi nei lavori di ampliamento degli ospedali tunisini nel sud non è un segreto. Questa partecipazione in precedenza è stata riferita ai media, con una conferenza stampa che annunciava l’aiuto degli Stati Uniti…” Confermando quindi ciò che l’ex primo ministro islamista ha cercato di negare. E’ vero che l’ambasciata degli Stati Uniti parlò l’8 febbraio 2012 del progetto “umanitario” nel sud della Tunisia. Abbiamo poi appreso che “il governo degli Stati Uniti ha stanziato 2,25 milioni dollari, pari a 3,3 milioni di dinari, per l’assistenza umanitaria al ministero della Salute Pubblica, per l’aggiornamento delle infrastrutture sanitarie nel sud della Tunisia.” Si parlava di Dhahiba e Ramada, ma non di Fawar!
Una tregua di marketing e comunicazione: attori discreti ma importanti nella “Rivoluzione dei gelsomini”, i nostri liberatori statunitensi sono nella Tunisia meridionale proprio per installarvi una base militare al fine di “proteggere” la Tunisia e la Libia, guardando all’Algeria. Logisticamente, una base militare ha sempre bisogno di strutture mediche. Per proteggersi da cosa? Dal terrorismo naturalmente! E’ chiaro che la presenza militare statunitense in Tunisia non è temporanea, ma durevole. Quando si mettono le mani sulla ricchezza libica e sul ventennale sfruttamento del gas di scisto della Tunisia, si devono prendere precauzioni per la sicurezza militare! L’accordo è stato ratificato a Parigi, due settimane fa, e una società francese ne sarà subappaltatrice. Questo accordo è irreversibile e non rinegoziabile ai sensi dell’articolo 20 della nuova costituzione tunisina. I nostri liberatori statunitensi sono davvero preparati!

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dichiarazione del Movimento nazionale popolare di Libia

Eventi politico-militari in Libia nel gennaio 2014
1620570Il 9 gennaio elementi armati della tribù Tubu di Murzuq avevano assaltato la stazione di polizia di Tragan, a 140 km a sud di Sabha, per scovare e uccidere il capo della brigata al-Haq, Mansur al-Aswad, vicecomandante militare di Sabha, in rappresaglia per i crimini commessi dalla sua milizia, Abu Sayf, negli scontri del 2012, sempre a Sabha. Il 18 gennaio, un gruppo della Resistenza  aveva occupato la base aerea di Taminhant, a 30 km ad est di Sabha, lasciandola poi alle truppe Tubu del Consiglio militare di Murzuq, guidato dal colonnello Barqa Warduqo, per poi riconsegnarla alle unità della Resistenza. Il 16 gennaio precedente, elementi della 25.ma Brigata, composta da Tubu e che controllava la centrale elettrica di Sarir, nell’oasi di Jalu, Massala e gli impianti petroliferi al-Shula nella Libia orientale, subivano un agguato dove tre soldati furono uccisi. Il comandante Muhammad Salah riteneva che gli aggressori fossero gli stessi che nel dicembre 2013 tentarono di assaltare Sarir, in cui cinque di loro furono uccisi. Gli operai della centrale di Sarir smisero di recarsi al lavoro, causando blackout a Tripoli e a Bengasi. Presso Agheila, sulla costa nord-occidentale della Libia, la milizia di Zawiya si scontrava con la tribù Warshafana. Gli islamisti di Misurata e i miliziani di Zintan intervenivano in supporto dei miliziani di Zawiya, il 20 gennaio, ma dovettero ritirarsi il 21 gennaio dopo aver subito 18 morti ad opera della guerriglia dei Warshafana filo-Jamahiriya. Scontri per il controllo dell’oasi di Qufra, tra Tubu e i Zuwaya del CNT, si ebbero sempre il 20 gennaio. Altri scontri venivano registrati anche a Zintan, Jamil, Raqdalin, Surman, Misurata, Abu Isa, Harish, Zahra, Tarhuna, Bani Walid, Sirte, Aghedabia, Marsa al-Briga, Ras Lanuf, Bin Jawad, al-Uqaylat, Saluq, Tobruq e nei quartieri di Abu Salim e Ain Zara a Tripoli. Scontri a fuoco a Bengasi, presso il palazzo di giustizia, mentre l’incendio nella centrale elettrica di Muzdawzha provocava dei blackout. L’ambasciata libica a Cairo alzava la bandiera della Jamahiriya e il personale riconosceva il sostegno alla Resistenza e chiedeva aiuto alle autorità di sicurezza egiziane.
I combattimenti a Sabha e nel regione di Warshafana avevano causato 154 morti e 463 feriti, mentre a Bengasi vi furono due esplosioni contro una scuola coranica e un edificio militare. Tutto il sud veniva ripulito dalla presenza dei mercenari del CNT, e tutti gli enti, come l’aeroporto e le basi militari di Sabha, erano sotto il controllo della Resistenza. Decine di mercenari del CNT furono catturati e giustiziati sul posto, mentre il comando della Resistenza ordinava la distribuzione di cibo e medicinali agli abitanti. I comandanti del battaglione del CNT ‘Faras Sahara’ furono fucilati e i soldati detenuti nello stadio di Sabha. Isa Abd al-Majid Mansur, leader del Fronte Tubu per la Salvezza della Libia, affermava che “Questa non è una guerra tribale… le milizie islamiste sostenute dal CNT vogliono sbarazzarsi di noi. Gli organismi internazionali che verranno ad indagare, vedranno le vittime e con quali armi e in quali condizioni sono state uccise. Sapranno che persone inermi sono state rapite e fucilate con armi da 14,5 millimetri“. Isa Abd al-Majid affermava che Sabha era diventata il quartier generale di al-Qaida nel Maghreb.
Il 25 gennaio 2014, il personale dell’ambasciata egiziana di Tripoli veniva ritirato, dopo che elementi armati avevano sequestrato l’addetto culturale e quello commerciale, assieme ad altri tre dipendenti, in reazione all’arresto ad Alessandria d’Egitto di Shaban Hadiya (Abu Ubayda), capo della Sala delle operazioni rivoluzionarie libica.
Il 29 gennaio 2014, mentre il ministro della Giustizia Salah Margani veniva rapito da sconosciuti, il viceprimo ministro e ministro degli Interni libico Aldulqarim Sadiq subiva un attentato a Tripoli, quando la sua limousine cadde in un’imboscata, tesa nell’ambito della lotta sul controllo del petrolio del Paese. Il 19 gennaio, il Capo di stato maggiore, generale Muhammad Qarah fu ucciso con un colpo di pistola alla testa, durante un’operazione contro le milizie a sud della capitale. La settimana prima fu il viceministro dell’Industria Hassan al-Drui ad essere ucciso, a Sirte, da killer non identificati. Tali omicidi, oltre 100, vengono attribuiti ai sostenitori della Jamahiriya. Infatti si tratta soprattutto di ex-ufficiali disertori e traditori che nel 2011 passarono agli islamo-golpisti sostenuti dalla NATO. Il Gruppo Inkerman, società di contractors inglesi, aveva contato 81 omicidi tra Bengasi e Derna, entro l’ottobre 2013.
A Misurata Sahmayn Abu Misuratayn concordava i termini di un accordo con il governo del CNT di Zaydan, ottenendo le cariche di viceprimo ministro e i ministeri dell’elettricità, del petrolio e delle finanze, e le milizie di Misurata ottenevano il riconoscimento formale quale forza armata governativa del CNT. Inoltre, alcuni ministeri sarebbero stati trasferiti a Misurata.
A Qufra, dopo gli scontri tra tubu e CNT, le milizie governative si ritiravano da tutta l’area, avendo subito molte perdite e abbandonato materiale bellico. Il valico di frontiera di Ras Jadir, tra Tunisia e Libia, veniva ripreso dalla Resistenza dopo un scontro con i miliziani del CNT che fuggirono in territorio tunisino. Presso Sabha, gli aerei della NATO bombardavano per errore una colonna delle milizie misuratine, diretta verso la base di Taminhant, uccidendo il comandante del battaglione del CNT ‘Ghepardo‘ Ali Triqi. A Sabha, la ricostituita 6.ta Brigata di fanteria libica respingeva le forze attaccanti misuratine, che perdevano 120 autoveicoli, 90 prigionieri e 470 caduti, di cui 13 sudanesi, 20 egiziani, 5 afghani e 3 siriani. Ad Agheila, un comandante del CNT veniva eliminato in uno scontro a fuoco e a Ryan le forze della Resistenza eliminavano Ahmad Muhammad Isa al-Ajirab, capo del locale consiglio militare, e prendevano il controllo della cittadina. A Bani Walid veniva costituita la brigata al-Rusifa della tribù Warfala, i cui capi chiedevano a tutti i membri della tribù che avevano prestato servizio nell’esercito libico di unirsi alla neonata unità, posta sotto il comando del Consiglio di Bani Walid, cui rispondono tutti i warfala.
Gli scontri tra le forze delle Resistenza e le milizie ribelli hanno spinto l’ammiraglio francese Edouard Guillard a richiedere un nuovo intervento in Libia per impedire qualsiasi evoluzione nelle regioni meridionali della Libia, “che potrebbe portare a una minaccia terroristica”. Guillard ha detto che qualsiasi intervento richiederebbe il consenso del regime del CNT di Tripoli guidato dal primo ministro Ali Zaydan. Oltre a Sabha, gli scontri riguardano Agheila, Zawiyah e Zahra. In relazioni a tali eventi, è stata emanata una nuova legge che vieta alle reti televisive di trasmettere notizie e commenti su Gheddafi. AllAfrica.com riferiva che “il decreto 5/2014 sulla cessazione e il divieto di trasmissione di alcune TV satellitari approvata dal Congresso Nazionale Generale (GNC) della Libia il 22 gennaio, istruisce i ministeri degli Esteri e delle Comunicazioni a prendere ‘le misure necessarie per fermare la trasmissione di tutti i canali televisivi satellitari ostili alla rivoluzione del 17 febbraio e il cui scopo è destabilizzare il Paese e creare divisioni tra i libici’, incaricando il governo a ‘prendere tutte le misure contro gli Stati o territori da cui tali TV vengono trasmesse, se non ne bloccano la trasmissione’.” Si tratta di una legge che mira a bloccare le stazioni satellitari filo-Jamahiriya, quali sono al-Qadra e al-Jamahiriya. Sempre AllAfrica.com osservava che “il governo libico ha adottato la risoluzione 13/2014 del 24 gennaio che sospende le borse di studio agli studenti che studiano all’estero e gli stipendi e bonus ai dipendenti della Libia che hanno ‘partecipato ad attività contrarie alla rivoluzione del 17 febbraio’. Le ambasciate libiche sono invitate a stilarne gli elenchi e a farne riferimento al procuratore generale per processarli.

20110902090908Dichiarazione del Movimento nazionale popolare di Libia
Primo, supportiamo la rivolta delle tribù libiche che riteniamo la strada giusta per la liberazione oggi, e chiediamo che le aree libere debbano costituire un sistema di consigli delle organizzazioni sociali, lasciando ai rispettivi comitati esecutivi delle forze armate e di sicurezza la direzione della rivolta, il coordinamento degli sforzi e del supporto delle tribù alla preservazione della vita dei cittadini e delle loro proprietà, la tutela dalle azioni degli aggressori, la rinuncia alle violenze e alla vendetta, il perdono per tutti coloro che si pentono, respingere l’abominevole Consiglio di febbraio, di tener conto al Consiglio di tutte le tribù di tutte le aree libiche, senza esclusioni o emarginazioni o sfiducia, che le regole nazionali sono competenza e integrità, e di perseguire tutti l’obiettivo di liberare la Patria e abolire il sistema imposto in Libia con la rivoluzione di febbraio da NATO e fantocci, sotto tutte le sue denominazioni.
Secondo, il mondo vede i crimini commessi in Libia dalle milizie della NATO, le carceri piene di migliaia di uomini liberi, l’assassinio di centinaia di onorevoli libici, la partecipazione dei giovani libici in battaglie utili al nemico sionista, saccheggio, corruzione e milioni di profughi… Tutto ciò  senza aver mosso un dito, ed è chiaro che il mondo non ascolta la voce della ragione, se non gli interessi materiali delle imprese multinazionali monopolistiche; la maggior parte degli Stati ha contribuito a tale tragedia. Dipende dai bravi libici sostenere il popolo e liberarlo dal dominio dell’oscurantismo blasfemo e dal debito commerciale. Ci aspettiamo il riconoscimento internazionale della legittimità della rivoluzione del Popolo, la comprensione della necessità della rivoluzione contro lo status quo, e la riparazione dell’errore compiuto in conseguenza della disinformazione, e il compimento della responsabilità etica e legale di ciò che è accaduto e accade in Libia, sperando di adottare consigli popolari controllati dai rappresentanti del Popolo libico, basati sulle relazioni durature tra i popoli. Ci appelliamo anche alla coscienza di media, giornalisti, intellettuali, scrittori e difensori dei diritti umani nel compiere il loro dovere verso la rivoluzione popolare in Libia e verso le tattiche fallimentari del regime fantoccio presso le opinioni pubbliche nazionale e internazionale, smentendo le posizioni tenute dai media oscurati.
Terzo, informiamo il mondo che è crollata la menzogna che permise l’invasione, secondo cui Gheddafi uccise il popolo usando mercenari e soldati che stupravano le donne, sfruttando tali invenzioni per bombardare il nostro Paese per 193 giorni, con 24040 sortite, 8975 attacchi aerei ed inviare 15000 truppe straniere per invaderlo, senza che il mondo alzasse un dito contro i bombardamenti sui civili e l’impiego di mercenari di Turchia, Qatar, Sudan e altri Paesi.
Quarto, la scintilla della rivolta del popolo libico è scoppiata nelle città in risposta all’ingiustizia della schiavitù e del feudalesimo, per la volontà delle famiglie di tornare allo Stato del Popolo e delle tribù, distrutto con l’arrivo degli invasori. Una rivolta contro l’occupazione e il tradimento, l’oppressione e l’ingiustizia di coloro che sognano di tornare agli anni cinquanta, dimenticando che il popolo libico è consapevole dai tempi della rivoluzione che non si può tornare al dominio feudale inutile  ed autoritario, alla dittatura tribale o del singolo.
Quinto, l’esperienza ha dimostrato che la rivoluzione popolare è la rivoluzione di domani, e che prevarrà inevitabilmente nonostante i sacrifici, il tempo e la dimensione del conflitto; il popolo è disposto a sopportare un lungo periodo di lotta, determinato a vincere e a tornare alla Libia progettata dal Popolo vero su tutto il suolo della Patria; anche se in parte ha scelto la non-violenza, tutte le aree comuni create fin dall’inizio saranno parte inestimabile del sistema.
Sesto, notiamo che il nostro popolo è cosciente della cospirazione per trasformare la Libia in centro del terrorismo per finanziarlo ed addestrarlo, e dei piani per il dominio internazionale dei terroristi della Fratellanza e dei gruppi religiosi estremisti ed opprimenti alleati, perseguito nella regione molestando l’Egitto e colpendo al cuore la Tunisia e gli Stati dell’Africa sahariana, con il sostegno dei mandanti del terrorismo in Qatar, Turchia e altri Paesi che non combattono il terrorismo, ma lo supportano promuovendone la diffusione e l’incendio che oggi affliggono la regione.
Settimo, annunciamo al mondo che i mujahidin delle tribù libiche libere si ribellano stanchi della manipolazione della Patria e dei cittadini, determinati a completare la liberazione, sottolineando il dovere etico di non compiere atrocità e di rispettare gli stranieri, secondo la nostra religione ed etica islamiche, ma determinati a liberare la Libia dalla giunta di qarijiti corrotti e taqfiri oppressori, restaurare la Jamahiriya, ottenendo proiettili, razzi, bombe ed aerei nelle loro ispirate vittorie, sicuri della vittoria e smascherando ai popoli della Terra tale cospirazione, mentre i fantocci perdono la battaglia e i saggi riconoscono la lezione storica del diritto del popolo libico alla difesa, garantito dal diritto internazionale. Un popolo aggredito da bande di ladri sostenute da Paesi che promuovono il terrorismo internazionale.
(…)

Viva una libera, indipendente ed unita Libia. Viva il grande popolo libico!
Viva la Resistenza Popolare. Vittoria ai combattenti per la libertà!

Fonti:
Libya Against Superpower Media
Libya Against Superpower Media
Libya Against Superpower Media
Libya Against Superpower Media
Modern Tokyo Times
Resistencia Libia
Space War

Alessandro Lattanzio, 1/2/2014

Turchia e Iran: i legami che li legano

Mahdi Darius Nazemroaya Global Research, 23 gennaio 2014

Mentre la Turchia cerca di armonizzarsi con l’Iran e la Russia, una lotta interna si sviluppa tra il Premier e i gulenisti, che possono minacciare il processo. Se si deve credere alla leadership dell’AKP, sarebbero parte di una cospirazione straniera per abbatterla.
Map-of-Turkey--Syria--Iraq--Iran-jpgSul conflitto in Siria, il governo del primo ministro dell’AKP (Partito Giustizia e Sviluppo) Recep Tayyip Erdogan di Ankara è dall’altra parte della barricata rispetto Teheran e Mosca, ma la profondità dei rapporti turchi con l’Iran e la Russia va oltre ciò. La Turchia è legata non solo all’Iran e alla Russia geograficamente e per la secolare storia comune, ma condividono anche rapporti commerciali, culturali, linguistici ed etnici. Sebbene le politiche e relazioni politiche turche con l’Iran e la Russia sono soggette a fluttuazioni, i numerosi legami che legano la società turca ad essi non possono essere annullati, compresa la realtà dei loro legami economici. Teheran e Mosca sono due dei più importanti partner commerciali ed energetici della Turchia. Oltre alla Germania, in termini di esportazioni ed importazioni turche, il volume commerciale con Iran e Russia è pari, a titolo di confronto, a tutti i rapporti commerciali di Ankara con gli altri Paesi.
Comprendendo l’importanza dei rapporti economici turchi con l’Iran, è importante notare che le sanzioni unilaterali degli Stati Uniti e dell’Unione Europea previste contro l’Iran hanno danneggiato l’economia turca. I turchi hanno bisogno dell’energia iraniana, gas naturale e petrolio. Quando il governo degli Stati Uniti chiese ad Ankara di ridurre le importazioni energetiche dall’Iran, fondamentalmente si aspettava che il governo turco danneggiasse consapevolmente l’economia turca per l’agenda di Washington. Anche sotto le sanzioni degli USA contro l’Iran, come forma manipolazione economica e bellica, le imprese turche e il governo dell’AKP fecero del loro meglio per mantenere i rapporti economici ed energetici con l’Iran. Ciò fu fatto apertamente e segretamente. La Turchia agì anche da canale segreto dell’Iran nell’eludere le sanzioni degli Stati Uniti e dell’Unione europea. Tra le altre cose, lo scandalo sulla corruzione che coinvolge il capo della statale Halk Bankasi (Banca Popolare), o Halkbank, emerso il 17 dicembre 2013, è un riflesso della continuazione delle attività economiche e commerciali tra la Turchia e l’Iran. Le vendite dell’Iran sono state discretamente facilitate dalla banca turca attraverso l’acquisto di oro consegnato a Teheran in pagamento al posto delle valute, dopo che a Teheran fu impedito l’uso del sistema internazionale di trasferimento del denaro SWIFT, nel marzo 2012. Halkbank sostiene che le operazioni erano legali e che nessuna norma impediva la negoziazione di metalli preziosi con l’Iran fino a luglio 2013, cessandole il 10 giugno 2013.
La lotta per il potere in Turchia emerse. Lo scandalo della Halkbank n’è un sottocomplotto e sintomo. Non solo le recenti indagini sulla concussione riflettono la diffusa corruzione del governo in Turchia, ma illumina il braccio di ferro nell’AKP e, più in generale, nell’élite turca, nel dirigere la Repubblica di Turchia.

Neo-ottomanismo: l’inverno della politica estera turca
Dal 2011, il danno economico alla Turchia causato dalle sanzioni contro l’Iran s’è aggravato con gli  errori di calcolo e gli incidenti interni turchi. In gran parte, tali errori di calcolo furono il risultato della metamorfosi della politica estera del ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu, dalla politica estera ‘zero problemi” a quella più aggressiva ‘neo-ottomana’. I politici turchi credevano che la cosiddetta primavera araba avrebbe fatto di Ankara un’indiscussa potenza regionale dal Marocco all’Iraq. Tali punti di vista turchi furono anche incoraggiati dagli Stati Uniti e dall’UE, promuovendo il cosiddetto ‘modello turco’ presso gli arabi, che con il supporto del governo dell’AKP, passava dalla politica di ‘zero problemi’ alla ricerca del sogno neo-ottomano dell’incontrastata supremazia economica e politica turca sul mondo arabo. Attraverso la sua impresa neo-ottomana, Ankara si allontanò dall’asse Ankara-Damasco-Teheran, che andava formandosi e compiva progressi in Libia, la Siria, Iraq e Libano. Una specie d’inverno s’impose ad Ankara sugli affari esteri. Le relazioni turche alla fine s’inasprirono con quasi tutti i Paesi confinanti e si ebbero rapporti gelati con Teheran e il Cremlino.
La politica estera neo-ottomana fu avviata con il sostegno del governo turco alla guerra e alle operazioni di cambiamento di regime della NATO a Tripoli, che infine interruppe il commercio turco con Libia. Anche se il governo turco fingeva di essere contro la guerra, Ankara non pose alcun veto ai piani di guerra della NATO al Consiglio del Nord Atlantico a Bruxelles. Invece la Turchia sostenne la no-fly zone imposta dalla NATO, partecipando attivamente all’embargo navale sulle coste libiche, presidiando l’aeroporto di Bengasi come autorità provvisoria della NATO e aiutando le forze anti-governative libiche in diversi modi. In conseguenza delle azioni del governo turco, i rapporti economici turchi con la Libia non si ripresero più dalla guerra della NATO nel 2011, per via dei danni e dell’instabilità dell’economia libica. Gli avvenimenti in Libia furono seguiti dalla  sospensione del commercio turco con la Siria, un altro importante partner commerciale.  L’interruzione del commercio con la Siria comportò il sostegno sconsiderato di Erdogan al cambio di regime a Damasco. Per tutto il tempo, le relazioni della Turchia con l’Iraq, altro importante partner commerciale turco, degenerarono per via della prepotenza ed arroganza di Erdogan e dell’AKP. Ankara riteneva che l’influenza iraniana nel Levante e Mesopotamia verrebbe sostituita dall’influenza turca, continuando a spingere i suoi accoliti a rovesciare i governi di Damasco e Baghdad. Anche quando il governo dell’AKP vide che la formidabile alleanza eurasiatica formata da Russia, Iran e Cina non mollava Damasco davanti l’insurrezione antigovernativa sostenuta da Turchia e alleati della NATO e del GCC, Erdogan continua il suo corso contrario a Damasco, invece di cercare d’invertire la disastrosa politica in Siria di Ankara. A parte il danno economico che l’AKP infligge alla Turchia, l’instabilità che suscita in Siria addestrando, ‘armando e finanziando gli insorti in Siria, comincia ad avere conseguenze politiche e di sicurezza anche in Turchia.
Mentre l’economia turca inizia a perdere colpi, le tensioni politiche interne montano e la disparità causata dalle politiche economiche neoliberiste dell’AKP si approfondisce mentre l’AKP agisce sempre più in modo autoritario nel proteggere la propria autorità. In una certa misura, la protesta del Parco Gezi esplosa da Istanbul alla Turchia, nel 2013, è un riflesso dell’avvio di tali tensioni interne.

rabbani20130503050611677Articolo originariamente pubblicato su Russia Today, 20 gennaio 2014
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Una verità nascosta: Amnesty International

Fortune 26 gennaio 2014

amnesty1.gif w=358&h=510In un primo momento, le ONG perseguivano obiettivi lodevoli legati alla difesa dei diritti umani e della dignità umana, ma sempre più prove dimostrano che per alcune di tali organizzazioni questa osservazione è relativa. Infiltrate da funzionari governativi e coinvolte in certi conflitti, ignorandone altri. In filigrana si notano i contorni di una strategia che riflette la politica dei dipartimenti degli Esteri. Alcuni governi, come gli Stati Uniti, neanche nascondono tale strumentalizzazione delle organizzazioni “non governative”. Così, l’ex segretario di Stato Colin Powell, in un discorso alle ONG all’inizio dell’operazione Enduring Freedom (invasione dell’Afghanistan), nell’ottobre 2001,  disse: “Le ONG sono un nostro moltiplicatore di forza, parte importante della nostra squadra di combattimento.” (1)
L’ONG Amnesty International è stata fondata dall’inglese Peter Benenson. Prima di praticare la professione di avvocato, lavorò al ministero dell’Informazione e della stampa inglese durante la Seconda Guerra Mondiale. Ha poi lavorato a Bletchley Park, il centro di decrittazione inglese dove fu assegnato alla “Testery“. Peter Benenson era responsabile della decifrazione dei codici tedeschi. “Nel 1960, Benenson fu colpito da un articolo che riportava l’arresto di due studenti condannati a sette anni di carcere per aver brindato alla libertà sotto la dittatura di Salazar. Disgustato, lanciò sul giornale Observer (il cui direttore era David Astor) un appello ai “prigionieri dimenticati” in cui fu  utilizzato per la prima volta il termine “prigioniero di coscienza”. L’avvocato ricevette migliaia di lettere di sostegno. L’appello, ripreso dai giornali di tutto il mondo, chiedeva ai lettori di scrivere lettere per protestare contro l’arresto dei due giovani. Per coordinare tale campagna, Benenson fondò nel luglio 1961 l’associazione Amnesty International con l’aiuto, tra gli altri, di Sean MacBride e Eric Baker.” (2) Da allora, Amnesty ebbe il carattere di organismo consulente delle Nazioni Unite e tra gli altri, del suo Consiglio economico e sociale, dell’UNESCO, dell’Unione Europea e dell’Organizzazione degli Stati Americani. Ebbe anche lo status di osservatore presso l’Unione Africana. In diverse occasioni, l’organizzazione illustrò la sua imparzialità. A tal proposito, criticò l’intervento dell’esercito francese in Mali, a tre settimane dall’avvio, con uno studio “globale” di dieci giorni, illustrando l’attenzione che l’organizzazione attribuiva a tale tema. Amnesty International è un’organizzazione non governativa finanziariamente indipendente grazie a donazioni in maggioranza anonime. Tuttavia, resta il dubbio sulla natura del finanziamento dell’organizzazione.

Finanziamento
In primo luogo si nota che l’ONG ha diversi livelli. Amnesty International è in prima fila, ma poi troviamo Amnesty International Charity Limited, registrata come organizzazione caritatevole  attraverso cui passa il finanziamento da gruppi statali e corporativi. George Soros, il miliardario accusato di insider trading della Société Générale in Francia è il capo della Fondazione Open Society Institute, che promuove la democrazia, ed uno dei maggiori donatori di Amnesty International Charity Limited. Ha già investito più di 100 milioni di dollari nell’ONG. (Forse per motivi di consapevolezza e di trasparenza nei confronti degli Stati). Due anni fa, un altro “scandalo” finanziario colpì l’ONG. L’ex direttrice di Amnesty International, Irene Khan, ebbe una buonuscita di oltre 600000 euro; strano per una donna che aveva attivamente combattuto contro la povertà nel mondo (3). Amnesty International sfrutta il Transparency International Act, un indice di percezione della corruzione. Ma non ci sono dettagli sulle donazioni. Una donazione può essere un regalo di uno Stato o di un individuo. Dove sono i dettagli? Perché non sono dichiarati ufficialmente? Possiamo considerare trasparenti questi passaggi? Tutti questi problemi gettano dubbi sull’ONG.

La relativa indipendenza di Amnesty
Suzanne_Nossel_narrow Dopo aver esaminato la discutibile indipendenza finanziaria e il finanziamento opaco di Amnesty International, ci sembra importante analizzare l’influenza e la collusione dell’ONG con certe entità (Paesi, aziende, altre ONG). Di tale “indipendenza”, sia politica che finanziaria, di cui si fa portavoce, Amnesty International per certi aspetti è il contrario di ciò che predica. Anzi, perché non vede il conflitto di interessi quando Suzanne Nossel, direttrice di Amnesty International USA nel 2012-2013, era assistente personale di Hillary Clinton agli Esteri degli Stati Uniti? Questa stessa persona è responsabile della creazione dello “Smart Power”, combinazione tra modo dolce (soft) d’influenzare, e modo duro (hard) d’imporre la potenza militare. “Smart Power” è ora il cavallo di battaglia dell’amministrazione Obama. Dopo aver passato un anno al timone di Amnesty International USA, Suzanne Nossel è diventata direttrice dell’associazione PEN American Center (4). Alcuni critici interni di Amnesty International hanno contestato le direttive strategiche assai vicine alla politica estera statunitense. Ma questi critici si rassicurano con Franck Jannuzi, scelto per sostituire ad interim Suzanne Nossel. La scelta di Jannuzi alla carica di vicedirettore esecutivo di  Amnesty International USA, a Washington DC, è sorprendente se si guarda alla sua carriera. Jannuzi ha lavorato per il Bureau of Intelligence and Research come analista politico-militare della regione asiatica. Costui oggi è responsabile dell’adattamento alla politica estera statunitense degli indirizzi strategici di Amnesty International USA (5). Ma è così recente tale collusione tra il governo degli Stati Uniti e Amnesty International? Due casi dimostrano che tale legame esiste da oltre 20 anni. Prima dell’avvio della prima guerra del Golfo, l’amministrazione statunitense trasmise informazioni secondo cui i soldati iracheni avevano tolto dalle incubatrici più di 300 neonati prematuri, in un ospedale del Quwayt. I bambini furono gettati a terra, e le incubatrici rimpatriate in Iraq. Tale fatto fu determinante nel convincere il pubblico statunitense ad essere a favore dell’intervento in Medio Oriente. Amnesty International svolse un ruolo chiave nel supportare il governo degli Stati Uniti durante tutta l’operazione. Più di recente, Amnesty International lanciò la campagna per sostenere l’intervento della NATO in Afghanistan, “Enduring Freedom“, soprattutto con forze statunitensi. Amnesty International diffuse durante il vertice NATO del maggio 2012, dei manifesti che affermavano: “I diritti umani delle donne e delle ragazze in Afghanistan: la NATO perpetua i progressi!“. Il numero di vittime civili nel conflitto in Afghanistan, ancora alla fine dell’agosto 2009, veniva stimato in 9500 morti (6). A tale proposito, è sorprendente che il conflitto in Afghanistan non abbia suscitato le stesse critiche dell’intervento francese in Mali. Tali interventi sono volti a combattere il terrorismo e la repressione delle popolazioni da parte degli islamisti.
Dov’è il fervore di Amnesty International nel stabilire la verità, nel denunciare gli autori di tale mancato rispetto dei diritti umani? Così, quando Amnesty International indagava sull’intervento francese in Mali, appena una settimana dopo l’inizio dell’offensiva, dovremmo vedervi un lodevole approccio ansioso di difendere i diritti umani o un manovra eversiva per danneggiare l’immagine degli eserciti francese e maliano? In considerazione del coinvolgimento di persone collegate al governo degli Stati Uniti nella gestione di Amnesty International, ci si può legittimamente interrogare sull’indipendenza e l’imparzialità dell’organizzazione.
Al di là della difesa dei diritti umani e della dignità umana come obiettivo primario, non vi vediamo il secondo fine di divenire il relè dell’influenza culturale statunitense? Ciò per imporre un terreno a lungo termine favorevole alle ambizioni strategiche degli Stati Uniti?

evil-george-sorosNote
(1) Michael Mann, Incoherent Empire, Verso, 2003
(2) Peter Benenson
(3) Daily Mail
(4) PEN
(4) Amnesty USA
(6) BBC

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Al-Nusra minaccia Hezbollah in Libano

Intrighi occidentali e la politica estera di al-Qaida/Arabia Saudita/Israele/Turchia
Salma Zribi e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 25 gennaio 2014

SoTHISishowtheUSdifferentiatesaSyrianRebelfromanAfghanTerroristSe risiedete in Israele o in Arabia Saudita e vi capita di trovarvi presso un membro della NATO come la Turchia, non dovreste preoccuparvi di al-Nusra. Dopo tutto, questo gruppo affiliato ad al-Qaida odia solo alawiti, cristiani, laici e musulmani sunniti contrari alla loro visione del mondo taqfirita. Il suo odio è inoltre limitato solo alla diffusione del settarismo nel Levante e in Iraq. In altre parole, sembra essere il biglietto del sogno di Israele, Arabia Saudita e potenze della NATO che disprezzano la Siria indipendente, la Shia che domina l’Iran e gli Stati nazionali indipendenti in tutta la regione. Naturalmente, il ritorno di fiamma in Israele e in Turchia è assai probabile perché l’indottrinamento salafita può creare molti lupi solitari che non vengono notati. Allo stesso modo, proprio come le varie forze islamiste settarie in Afghanistan che avevano collaborato con USA, Pakistan, Arabia Saudita, Regno Unito e altri negli anni ’80 e primi anni ’90, le stesse forze islamiste un giorno potrebbero rivoltarsi contro i loro padroni, solo il tempo lo dirà. Tuttavia, anche oggi nella Siria settentrionale e lungo i confini con la Turchia, è evidente che molte persone sono preoccupate dalle politiche attuate dal governo Erdogan in relazione al ritorno di fiamma. Allo stesso modo, ora avete i graduali segnali che il carrozzone dell’indottrinamento salafita viene raggiunto da sempre più palestinesi e lo stesso vale per i crescenti tentacoli di al-Qaida. Infatti, l’unica realtà relativa ai taqfiriti ed islamisti è che il prossimo gruppo di leader sarà ancora più brutale e illogico dei fondatori. Il mondo paranoico dei jihadisti non sembra avere limiti una volta che la mentalità salafita viene impostata sull'”anno zero”. Questa realtà è apparsa prima in Afghanistan per via dell’indottrinamento religioso che progressivamente puntava contro tutto ciò che si muoveva. Purtroppo, questo è il potere dei petrodollari del Golfo e dell’enorme indottrinamento che innervosisce i deboli e risucchia il desiderio di ogni nozione di umanità e diversità religiosa. Invece, il mondo paranoico jihadista entra in uno stato selvaggio in cui decapitazione, attentati suicidi, assassinio di persone nei matrimoni, e così via, diventano realtà.
Allo stesso tempo, le potenze della NATO, tra cui USA, Francia, Turchia e Regno Unito non pensano di “ballare con il diavolo islamista taqfirita” quando gli fa comodo. L’Afghanistan degli anni ’80 è il testimone di tale realtà, seguita dalla Bosnia e poi utilizzata contro Gheddafi in Libia.  Più di recente, la stessa realtà delle potenze del Golfo e della NATO che collaborano con al-Qaida, varie forze terroristiche e mercenarie, e altre forze sinistre, attualmente viene perfezionata in Siria per schiacciare il governo laico della nazione. Inoltre, come un apprendista stregone, le potenze del Golfo e della NATO hanno anche trovato dei comodi ascari per trascinarvi la Siria, spacciandoli oggi sotto la mascherata della democrazia. Neanche Houdini sarebbe mai stato così audace. Dopo tutto, come si fa a spacciare forze terroristiche e settarie che allenano i bambini a decapitare prigionieri e dove le forze dell’opposizione squartano i soldati siriani? Se vi capita di essere John Kerry, Laurent Fabius, Ahmet Davutoglu o William Hague, allora è chiaro che questo non è un problema. Pertanto, gli stessi ministri degli esteri continuano l’esercizio a parole di democrazia, la libertà e così via, mentre in Siria tutte le minoranze religiose temono le forze terroristiche dell’opposizione per la loro barbarie assoluta. Prima dell’intromissione estera in Siria la comunità cristiana e i rifugiati provenienti da diverse nazioni erano protetti dal governo siriano. Inoltre, le varie sette dell’Islam liberamente s’intrecciavano nelle principali città e in tutta la nazione e le donne non dovevano mai temere le ombre scure esistenti in Arabia Saudita. Tuttavia, una volta che le nazioni si sono intromesse negli affari della Siria, allora le politiche di destabilizzazione a sostegno di settarismo, terrorismo e sedizione scatenarono le atrocità quotidiane.
Al-Nusra non si accontenta di diffondere morte e distruzione tra il popolo della Siria. Utile burattino di Arabia Saudita e Israele quando tale movimento attacca Hezbollah in Libano. Naturalmente, l’Iraq non può sfuggire all’incubo di al-Nusra, perché tale movimento è ossessionato dalla causa anti-sciita. Al-Nusra ha dichiarato: “Il Fronte al-Nusra in Libano annuncia che il partito dell’Iran (Hezbollah) e tutte le sue basi e … bastioni sono bersagli legittimi, ovunque si trovino.” Al-Ahram online riferisce: “La dichiarazione arriva tre giorni dopo che il gruppo, che si ritiene essere emanazione del Fronte al-Nusra siriano, un movimento ribelle legato ad al-Qaida, ha rivendicato l’autobomba nei sobborghi meridionali di Beirut che uccise quattro persone.” Il biglietto del sogno di Israele e Arabia Saudita nel ridurre l’influenza di Iran e distruggere Hezbollah viene gentilmente offerto da vari gruppi terroristici e confessionali. Allo stesso modo, in Siria, è chiaro che Arabia Saudita, Turchia e Qatar desiderano vedervi una nazione dominata da sunniti che si prostrano ai loro piedi. Naturalmente, per Israele è la grande occasione per schiacciare l’ultimo grande Stato indipendente del mondo arabo e di eliminarne la potenza. In passato le nazioni laiche di Egitto, Iraq e Siria furono la trinità nazionale nel mondo arabo. Ora, tutte e tre le nazioni devono affrontare gravi problemi legati al potere centrale e all’unità dei rispettivi Stati nazionali. Allo stesso modo, tutte e tre le nazioni devono affrontare i gravi problemi legati al terrorismo e alla lotta contro la povertà, per via del caos creato dalle varie organizzazioni islamiste. Allo stesso tempo, l’Arabia Saudita e Israele sono sfuggiti al caos che affligge attualmente molte parti del Medio Oriente e del Nord Africa. É una coincidenza o vi sono ragioni per l’attuale stato di cose in tale parte del mondo?
Inoltre, nel breve termine, Israele e Arabia Saudita possono essere soddisfatti della loro ingerenza nel Levante. Tuttavia, nel lungo termine si potrà avere un ritorno di fiamma e instabilità dal caos auto-indotto. Il Pakistan è un ottimo esempio, perché questa nazione ha gettato le basi della propria destabilizzazione dopo aver sostenuto vari gruppi terroristici e confessionali. Se Afghanistan, Iraq e Libia sono una esempio del contraccolpo e dell’avanzata di settarismo e terrorismo, allora Israele e Arabia Saudita possono ancora capire ciò che hanno contribuito a scatenare. Pertanto, il loro fine sottinteso può ancora una volta creare ancor più caos nelle nazioni colpite dalle azioni sinistre in corso nel Levante. Allo stesso modo, proprio come Madrid e l’11 settembre portano “agli amici di un amico”, allora l’Europa dovrebbe svegliarsi sulla destabilizzazione della Siria, perché molti jihadisti di tale continente si recano nel Levante.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Egitto colpito da attentati terroristici islamici

Nawal Suayf e Walter Sebastian Modern Tokyo Times 24 gennaio 2014

6c49c0b44267aa23400f6a7067005607Afghanistan, Iraq, Pakistan e Siria conoscono tutti fin troppo bene i brutali attacchi terroristici e  l’omicidio di membri dei servizi di sicurezza. L’Egitto è tristemente nella morsa della crescente militanza islamista volta a creare massiccia instabilità per destabilizzare lo Stato-nazione. Allo stesso tempo, i terroristi islamici desiderano impoverire ancor di più creando enormi tensioni nell’economia e limitando gli investimenti stranieri. In altre parole, i terroristi islamici vedono il mondo attraverso dolore, morte, povertà e distruzione, questo purtroppo è il loro modus operandi e come un virus sono difficili da contenere, una volta creatosi un vuoto. Infatti, indipendentemente da qualsiasi ideale possa essere esistito nei primi giorni della cosiddetta “primavera araba”, è evidente che la stragrande maggioranza di quelli positivi è stato rigettato. Oggi, Iraq e Libano sono destabilizzati dagli intrighi delle potenze del Golfo e della NATO contro il governo siriano. Allo stesso modo, la Libia è ora uno Stato fallito in cui varie milizie si aggirano e le minoranze etniche continuano a soffrire. La Tunisia continua ad essere afflitta da omicidi politici, crescente minaccia dell’Islam salafita, povertà, maggiori divisioni sociali e altre forze negative. Mentre lo Yemen non può arginare la spirale delle violenze relative al settarismo. Nel Bahrain nel frattempo continua il giro di vite contro le organizzazioni politiche di base e gli sciiti sono ancora emarginati. Nel complesso, il quadro è prevalentemente negativo e per le donne la situazione è sempre più oscura, per via dei diversi movimenti islamisti ed organizzazioni terroristiche che desiderano costringerle nell’ombra. Pertanto, le forze sinistre nel campo islamista in Egitto sono intente a diffondere terrorismo, settarismo, destabilizzazione della nazione uccidendo il personale della sicurezza con la la tattica mordi e fuggi. La mentalità dei militanti della Fratellanza musulmana e dei vari gruppi terroristici islamici può essere testimoniata dal loro odio verso l’umanità e il popolo d’Egitto. Nel loro mondo, vogliono il potere assoluto usurpando le principali istituzioni e poi tenendo in ostaggio la nazione, se falliscono. Allo stesso modo, se le masse si ribellano, allora l’alternativa è la morte e la distruzione. Ciò si vede apertamente nel recente attentato terroristico che ha scosso Cairo.
E’ noto che cinque persone sono morte e molte altre sono rimaste ferite dopo tre attentati terroristici a Cairo. Il principale attacco terroristico ha avuto luogo con la prima esplosione di un’autobomba contro la Direzione della sicurezza di Cairo. Secondo le ultime notizie almeno 4 persone sono morte  e poco più di settanta sono state ferite. Il Primo ministro egiziano, Hazim al-Bablawi, ha risposto ai sinistri e barbari attacchi terroristici affermando “E’ un vile e disperato tentativo delle malvagie forze terroristiche per distruggere il successo dell’Egitto e del suo popolo nel compiere la marcia (di transizione) passando alla nuova costituzione“. Lee Jay Walker di Tokyo Modern Times dice: “Ansar Bayt al-Maqdis (Campioni di Gerusalemme) ha rivendicato l’attacco contro il quartier generale della polizia di Cairo. Tale gruppo terroristico è uno dei molti gruppi affiliati di al-Qaida, ma i veri colpevoli potrebbero appartenere a un gruppo diverso o a più organizzazioni. Ciò che è chiaro è che, proprio come la stragrande maggioranza di tali attacchi terroristici islamici, ancora una volta fanno principalmente morti e feriti tra i musulmani, grazie alla loro deforme agenda islamista. Naturalmente, questa realtà non entra mai nel loro radar come anche uccidere civili inermi. Invece, spargono solo morte e distruzione al fine di diffondere con il sangue degli innocenti l’instabilità e la loro jihad islamica deformata.” Lo stesso gruppo terroristico ha rivendicato a dicembre l’attacco a un edificio della sicurezza che uccise 16 persone a Mansura. Tale attacco terroristico a grandine era simile all’ultimo attentato terroristico che ha colpito Cairo oggi. Pertanto, è più che probabile che si tratti di Ansar Bayt al-Maqdis. Se a ciò viene poi dimostrato il legame con Muhammad Qayrat Sad al-Shatir, anche i militanti della Fratellanza musulmana entrano in gioco, secondo alcuni ex-membri della Jihad islamica egiziana. Allo stesso modo, le ratlines di Gaza potrebbero anche collegare i membri di Ansar Bayt al-Maqdis agli intrighi di Hamas.
L’Egitto oggi deve affrontare molti problemi interni legati al rafforzamento dello Stato-nazione e a rilanciare l’economia per dare nuova speranza al popolo di questa nazione. Allo stesso tempo, il periodo di transizione è molto delicato, perché è difficile attuare riforme complete quando potenti forze sinistre cercano di diffondere caos e spargere sangue. Inoltre, con i vari gruppi terroristici e militanti che utilizzano la regione del Sinai e Gaza, ovviamente l’economia continuerà ad essere frenata da tale instabilità.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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