Venezuela: regime change, destabilizzazione e la mano occulta del capitalismo statunitense

Netfa Freeman, Global Research, 20 febbraio 2014

72691Gli Stati Uniti pensano di aver trovato una formula per il cambio di regime, cominciando dalla destabilizzazione interna. Il governo democraticamente eletto del Venezuela ne è stato a lungo un obiettivo. Negli ultimi dieci anni circa abbiamo visto questa strategia tentata in Zimbabwe, Libia, Iran e Siria. Il progetto politico per il Venezuela è stato avviato a Washington DC, il 15 febbraio 2014. I passanti al 30th di Georgetown Street di un Sabato congelato saranno rimasti perplessi dal confronto tra due gruppi ai lati opposti della strada. Un gruppo etnicamente misto in gran parte latino, nero e bianco era di fronte l’ambasciata del Venezuela per mostrare solidarietà alla rivoluzione bolivariana del Venezuela. Il gruppo sull’altro lato era tutto bianco, giovani privilegiati delle élite venezuelane residenti negli Stati Uniti che vogliono il ritorno del loro Paese ai giorni in cui dominavano economicamente e politicamente. Questi ultimi sperano che i recenti disordini nel Paese segnino la fine del processo bolivariano e il rovesciamento del presidente venezuelano Nicolás Maduro, successore del defunto presidente Hugo Chavez. La protesta inscenata presso l’ambasciata ne era a favore.
La situazione attuale è iniziata nel Venezuela il 12 febbraio 2014 con le violenze perpetrate contro il governo democraticamente eletto e i civili, con conseguenti tre morti, 61 feriti e 69 arrestati. Ciò a seguito di quello che, per la maggior parte, erano marce pacifiche che segnavano il 200° anniversario della battaglia di La Victoria, in cui gli studenti svolsero un ruolo fondamentale nella vittoria contro le forze monarchiche durante la guerra d’indipendenza del Venezuela. Alcuni gruppi di studenti marciavano per la celebrazione della Giornata dello Studente, ma violenti manifestanti anti-governativi hanno colto l’occasione per protestare contro la carenza episodica di alcuni beni di base, la criminalità persistente e chiedendo la liberazione degli studenti arrestati nelle manifestazioni precedenti. “A Merida… studenti e giovani dell’opposizione, alcuni armati, hanno marciato nel centro della città e manifestato davanti al palazzo del governo statale, e un altro piccolo corteo si è tenuto nella vicina città di Ejido. I dimostranti gridavano ‘Maduro dimettiti subito!’” “Gli osservatori hanno detto a Venezuelanalysis.com di aver visto manifestanti dell’opposizione sparare indiscriminatamente sugli edifici, lanciando pietre e tentando di assaltare il municipio nel centro della città.” Mentre l’amministrazione Obama e i media capitalisti vogliono far credere che il governo venezuelano reprima delle proteste pacifiche, vi sono i video di manifestanti con lanciano sassi e sparano contro la polizia. Il governatore dello Stato di Merida, Alexis Ramirez ha diffuso una foto su twitter che mostra uno dei manifestanti armati. “Il governatore ha anche affermato che uno studente, arrestato, ha sostenuto che veniva pagato 150 bolivares dal leader dell’opposizione di destra Villca Fernandez, per protestare. Quasi tutti gli studenti che protestavano indossavano passamontagna.” Questo è il modello generalmente utilizzato essenzialmente nel cambio di regime tipico della Libia adattato al Venezuela. I particolari tra i due Paesi possono essere diversi, ma la strategia generale dell’imperialismo statunitense è la stessa. L’imperialismo usa mani occulte per istigare incidenti nei Paesi antimperialisti che aggrediscono. Poi utilizzano i media e portavoce ufficiali per presentare al resto del mondo gli eventi in modo diverso dalla realtà, demonizzando le vere vittime.
La portavoce del dipartimento di Stato Marie Harf ha detto nella conferenza stampa del 14 febbraio, “Siamo profondamente preoccupati per le crescenti tensioni e le violenze nelle proteste del 12 febbraio, e per l’emissione di un mandato d’arresto del leader dell’opposizione Leopoldo Lopez. Ci uniamo al segretario generale dell’OSA nel condannare le violenze e nel chiedere alle autorità d’indagare e fare giustizia sui responsabili della morte di manifestanti pacifici. Chiediamo inoltre al governo venezuelano di rilasciare i 19 manifestanti arrestati e sollecitiamo tutte le parti a lavorare per riportare la calma ed astenersi dalle violenze.” Affermando nella stessa dichiarazione di essere preoccupati per il leader dell’opposizione Lopez e i 19 manifestanti arrestati, invitando il governo del Venezuela ad assicurare alla giustizia i responsabili, gli Stati Uniti mostrano gli stessi vecchi sporchi trucchi. Il pubblico suppongono non ritiene che assicurare alla giustizia i responsabili delle violenze probabilmente significhi arrestare Leopoldo Lopez, leader del partito di estrema destra Volontà Popolare che giocò un ruolo nel colpo di Stato contro l’ex presidente Hugo Chavez, nel 2002, e che ora invoca maggiori dimostrazioni per l'”uscita” del governo di Maduro. Prima di nascondersi Lopez insisteva sull’intenzione di indire proteste pacifiche. Il presidente Maduro ha accusato Lopez di istigare le violenze tentando un colpo di Stato.
Don DeBar della Community Progressive Radio di New York ha riferito che “Maduro e altri alti funzionari governativi hanno detto che le violenze sono generate da piccoli gruppi che operano secondo un piano diretto da Lopez con l’assistenza di una manciata di altri esponenti dell’opposizione. Secondo un rapporto di Informativa Pacifica, il piano è stato organizzato in Messico e coinvolge l’attuale sindaco di una città venezuelana, caro amico dell’ex presidente colombiano Alvaro Uribe Velez. La registrazione di una conversazione telefonica sembra mostrare due ex-funzionari di destra discutere o pianificazione le violenze il giorno prima che si avessero. I due ex-funzionari, Fernando Gerbasi e Mario Carratu Molina, lo comparano a ciò che doveva accadere l’11 aprile, un riferimento al tentativo di golpe del 2002 contro l’ex-Presidente Hugo Chavez, che infine fu sconfitto dalla massiccia sollevazione popolare in difesa del governo socialista.” Quel giorno mi fu chiesto da un paio di persone, “Cosa succede in Venezuela?” Uno aggiunse “Twitter è infiammata da segnalazioni di proteste, repressione militare, morti, ecc. in Venezuela… qualcuno sa cosa succede?” E’ importante conoscere e capire le macchinazioni dell’imperialismo, per non essere presi alla sprovvista o ingannati dal suo modus operandi e dalla sua propaganda. Ha perfezionato tale strategia del cambio di regime provocando disordini per spingere il governo preso di mira a reagire con una violenta repressione. Poi alimenta i media e i social media con notizie che accusano e raffigurano detto governo come aggressore, nella speranza di manovrare le cose verso l’obiettivo finale. Negli ultimi dieci anni circa s’è vista tale strategia in Zimbabwe, Libia, Iran e Siria. Quindi, “ciò che succede in Venezuela” è il tipico tentativo neo-coloniale delle forze filo-imperialiste in un Paese per prendere il potere destabilizzandone il percorso rivoluzionario e, se possibile, creando il pretesto per l’intervento diretto imperialista. Lo vediamo più e più volte nei Paesi antimperialisti che affermano il diritto sovrano dell’autodeterminazione nazionale. Paesi come lo Zimbabwe sono stati finora in grado di respingere tali assalti. Altri, come la Libia non hanno avuto successo.
Senza i manifestanti solidali con il governo bolivariani del Venezuela, a Washington, sicuramente la narrazione dei media su ciò che accadeva sarebbe stata diversa, raccontando della comunità venezuelana in esilio traumatizzata e alla disperata ricerca di giustizia e moderazione da un governo inutilmente violento. Invece, i classisti venezuelani hanno mostrato la loro vera essenza e quanto condividano i loro compatrioti che non accettano civilmente il corso progressivo democraticamente scelto dalle masse nel loro Paese. Passando tra spagnolo e inglese, ma spesso in spagnolo, quel giorno gridarono insulti razzisti contro i manifestanti, mostrandoci il dito medio e affermando che eravamo dei senzatetto pagati per stare lì. “Torna al tuo rifugio!” e “Quanto ti pagano? Venite con noi e vi pagheremo il doppio“. Per loro è difficile capire che ci possa essere una qualsiasi altra ragione per tante persone anche non venezuelane, di essere lì, senza che gli interessi più egoistici e superficiali li motivino. Non possono capire il disinteresse delle convinzioni rivoluzionarie e umanistiche. E ci hanno anche chiamato “communistos” con lo stesso disprezzo fanatico con cui un razzista potrebbe chiamare qualcuno con la parola “N”. Evidentemente la rivoluzione bolivariana gli suscita lo stesso disprezzo e incomprensione del comunismo propagato durante la “guerra fredda”. Tale destra ora programma un’altra protesta presso l’Organizzazione degli Stati Americani per il 19 febbraio 2014, un altro aspetto della doppia strategia esterna-interna. Il successo della strategia dipende soprattutto da un pubblico che ingoia la loro esaltazione e le loro menzogne.
Quando pensiamo al Venezuela è evidente che, “Si superano i limiti della credibilità sostenendo che il governo avrebbe cercato di destabilizzare se stesso quando è uscito vincitore da due importanti elezioni (presidenziali e municipali), facendo della riduzione di violenza e criminalità una priorità assoluta, incontrando recentemente i sindaci dell’opposizione per trovare un terreno su cui collaborare e cercando la pacifica attuazione del piano governativo di sei anni (Plan de la Patria).” Senza parlare della popolarità che il governo ha ottenuto con l’assistenza sanitaria universale, l’istruzione e la democrazia partecipativa che non si vedono in molte altre parti del mondo. Vi è la reale possibilità di assicurarsi che il Venezuela non segua la via della Libia, pensandoci e  informando gli altri a fare lo stesso, prendendo posizione contro l’imperialismo USA avverso al Venezuela.

Netfa Freeman è un attivista panafricano e dei diritti umani, e co-produttore radio di Voices with Vision su WPFW 89.3 FM, Washington DC.
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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le priorità di Israele e Arabia Saudita in Siria. Militarismo coperto e “libanizzazione”

Phil Greaves Global Research, 18 febbraio 2014

1505520Gli attuali sviluppi sia all’interno che all’esterno della Siria mostrano che i principali mandanti della guerriglia estremista, cioè Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Arabia Saudita, Qatar, Quwayt, Israele e Turchia, non sono ancora pronti a gettare la spugna. Si poteva pensare che l’amministrazione Obama avese deciso di abbandonare la politica del cambio di regime a seguito del fallito tentativo d’incitare l’intervento, attraverso il casus belli delle armi chimiche di agosto. Ma la dura realtà resta che tale alleanza difatti continua il suo segreto sostegno militare alla rivolta, in una forma o nell’altra, nella piena consapevolezza che la stragrande maggioranza dei ribelli fondamentalisti ha  un’agenda settaria e si oppose con veemenza a qualsiasi forma di democrazia e pluralismo politico.  In primo luogo, il sostegno continuo è un prodotto della strategia globale della Full Spectrum Dominance dell’impero statunitense sulle regioni strategiche e ricche di risorse nel globo, attraverso  sovversione, aggressione economica e militare, politiche imposte in misura diversa ad ogni Stato disposto ad accettare la piena subordinazione agli Stati Uniti. Tale atteggiamento aggressivo degli Stati Uniti non è affatto esclusivo dei periodi di tensione o crisi accentuate, è permanente, portato al culmine delle violenze attraverso un opportunismo machiavellico. Nel caso della Siria, le rivolte arabe hanno dato a Stati Uniti ed alleati la copertura perfetta per avviare i piani sovversivi su cui  lavoravano almeno dal 2006. La possibilità di eliminare un governo ostile che rifiuta i diktat statunitensi/israeliani era semplicemente troppo bella per perderla. Di conseguenza, quasi subito, gli Stati Uniti hanno tentato di agevolare e sostenere gli elementi violenti in Siria, mentre i suoi media cercano di confonderli con i legittimi manifestanti locali.
Dato che gli Stati Uniti hanno preso la decisione sconsiderata di sostenere, ampliare e istigare i militanti, la politica è miseramente fallita. Chiaramente, dal tono usato da diplomatici e propagandisti occidentali dello slogan, spesso ripetuto, dei “giorni di Assad sono contati”, si aspettavano un cambio di regime rapido. Tali desideri in gran parte si basavano sull’arroganza e la speranza statunitensi che lo scenario della No Fly Zone in Libia avrebbe guidato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Contrariamente a tali desideri, l’irritazione di Russia e Cina per la distruzione della Libia e l’assassinio di Gheddafi per mano della NATO, ha fatto sì che simili decisioni sulla Siria affrontassero un veto immediato. A sua volta, ciò s’è dimostrato una svolta nel rapporto odierno tra i membri permanenti del consiglio di sicurezza, le cui conseguenze devono ancora materializzarsi. Inoltre, s’è rivelata una svolta nella crisi siriana, sapendo che Russia e Cina bloccavano eventuali tentativi di dare alla NATO una seconda possibilità di essere l’aeronautica di al-Qaida, gli Stati Uniti ancora una volta hanno scelto la politica del militarismo occulto, aumentando drasticamente i fondi e le armi ai ribelli, in parallelo alle campagne d’istigazione settarie abbracciate dai clericali salafiti-wahhabiti del Golfo, nella speranza che potessero rovesciare l’esercito siriano con il terrorismo e una brutale guerra settaria di logoramento. In conseguenza della mancata rimozione di Assad o della distruzione del governo siriano e del suo apparato, l’amministrazione Obama, riluttante e politicamente incapace d’impegnarsi in un’aperta aggressione, impiega la strategia della realpolitik, utilizzando principalmente il militarismo occulto per placare i desideri dei falchi neoconservatori del Congresso, e le zelanti influenze regionali di Riyadh e Tel Aviv, evitando la possibilità di essere trascinato in un altro intervento militare palese. A sua volta, tale strategia a doppio taglio alimenta la falsa idea pubblica sull’impero statunitense, che pseudo-pragmatici e propagandisti neoliberisti sono così ansiosi di sostenere, così fondamentale per l’impero USA; e cioè che sia una forza intrinsecamente altruista, un arbitro globale che a malincuore sovverte, invade, bombarda e interviene negli affari di nazioni sovrane per il bene dell’umanità. Finché tale falsa percezione viene confermata, l’ampio margine della farsa grottesca della realpolitik, del militarismo occulto e del terrorismo di Stato degli Stati Uniti non diminuirà. Chiaramente, l’impero degli Stati Uniti non ha alcun fretta di por termine allo spargimento di sangue in Siria, le sue priorità fin dall’inizio del 2011 sono rimuovere, o almeno indebolire gravemente, il governo e lo Stato siriani, a prescindere dalle conseguenze per la popolazione civile.
Utilizzando il controllo statale del flusso di armi e finanziamenti, e quindi la forza e capacità della rivolta nel complesso, l’amministrazione Obama ha impiegato inutilmente la tattica della carota e del bastone, nel tentativo di fare pressione sul governo siriano durante i negoziati in corso, affinchè aderisse alle pretese degli Stati Uniti e rinunciasse alla propria sovranità verso l’alleanza guidata dagli USA, sia sulla Siria che sui suoi primi alleati internazionali Russia e Iran, nella piena consapevolezza che i ribelli non hanno legittimità interna e la forza per cacciare Assad o sconfiggere l’esercito siriano. Recenti rapporti alludono al bastone democratico degli Stati Uniti, nella sua più recente forma di “nuove” e ampliate forniture di armi ai ribelli, compresi presumibilmente i MANPADS. Ciò avviene nei retroscena dei fallimentari colloqui di “pace” a Ginevra e può essere interpretato come risultato diretto del fallimento di Washington nel far valere i propri obiettivi: il bastone è la riserva infinita di terrorismo di Stato, la carota è il rubinetto aperto. Se i “nuovi” rifornimenti di armi effettivamente potenzieranno i ribelli danneggiando il governo siriano, resta da vedere, ed è assai improbabile in questa fase con l’esercito siriano che avanza nelle montagne del Qalamun liberando la città in mano ai ribelli di Yabrud, a sua volta garante del vitale traffico logistico dal Libano. L’esito probabile dell’aumento del flusso di armi ai ribelli nel sud, come dimostra sempre la militarizzazione istigata dagli USA, sarà la ripetizione degli stessi risultati devastanti: altri profughi, inasprendo la già critica crisi dei rifugiati, ulteriore distruzione delle infrastrutture civili da parte dei ribelli, ulteriori carenze di cibo e di servizi, e molte altre vite perdute.

“Libanizzazione”, sostituto del cambio di regime?
Come dimostra la situazione, se Stati Uniti e loro alleati potranno rimuovere il governo siriano tramite la forza degli ascari, senza l’intervento occidentale militare sempre più impopolare, e la posizione di Assad e il sostegno interno rimangono saldi, la strategia della libanizzazione potrebbe essere il sostituto “ottimale”, su cui Stati Uniti e alleati ora lavorano. Incoraggiare, istigare e incitare la divisione tra gli arabi è stata la strategia a lungo termine dell’entità sionista da quando i colonialisti usurparono la terra palestinese nel 1948, con un atto specifico volto a fomentare il conflitto settario. La strategia della divisione è diretta contro qualsiasi Stato o governo arabo che si rifiuti di rispettare le pretese sioniste. L’ormai famoso stratega israeliano Oded Yinon, con “Una strategia per Israele negli anni ’80“, il Piano Yinon, fornisce forse il resoconto più chiaro delle intenzioni d’Israele verso i suoi vicini arabi: “La disintegrazione totale del Libano in cinque regioni è il precedente per tutto il mondo arabo… La dissoluzione della Siria, e più tardi dell’Iraq, in distretti etnico-religiosi sull’esempio del Libano è il principale obiettivo a lungo termine d’Israele nel Vicino oriente. L’attuale indebolimento militare di questi Stati è l’obiettivo a corto termine. La Siria si disintegrerà in diversi Stati dalla struttura etnica e religiosa… Come risultato, ci saranno uno Stato sciita alawita, la regione di Aleppo sarà sunnita, quella di Damasco sarà un altro Stato ostile a quello settentrionale. I drusi, anche quelli del Golan, dovrebbero creare lo Stato di Hauran nel nord della Giordania… e il ricco in petrolio, ma molto travagliato internamente Iraq, sono certamente degli obiettivi per Israele… Ogni tipo di confronto inter-arabo… accelererà il raggiungimento dell’obiettivo supremo, disintegrare l’Iraq come la Siria e il Libano”.
In tale contesto, non può essere un caso che il segretario di Stato degli USA John Kerry stia disperatamente perseguendo un fatto compiuto con l’autorità palestinese (PA). Contrariamente alla nauseante rappresentazione mediatica degli Stati Uniti quali pacificatori imparziali, il desiderio di Kerry di perseguire un “accordo” in questo momento è diretta conseguenza del conflitto siriano, e delle divisioni nel campo delle resistenza che ha creato. Stati Uniti e Israele ora cercano d’imporre un “accordo di pace” pro-israeliano con la corrotta PA che inevitabilmente sarà fallimentare e contrario agli interessi palestinesi. Fedele alleata della resistenza palestinese, attualmente impantanata nella lotta ideologica di al-Qaida e a disinnescare le auto-bombe per Dahiyah, la Siria non può sostenere i palestinesi contro Israele nel momento del bisogno; e Stati Uniti e Israele ne approfittano per isolare la resistenza palestinese dai pochi Stati e attori arabi da cui riceve supporto.  Nel suo ultimo discorso, il segretario generale di Hezbollah Sayad Hasan Nasrallah ha ricordato ai suoi ascoltatori questo problema cruciale: “Il governo statunitense cerca, insieme all’amministrazione sionista di mettere fine alla causa palestinese, e ritiene che questo sia il momento migliore per farlo, perché il mondo arabo e islamico è assente oggi, e ogni Paese è occupato dai propri problemi“. In modo simile, gli Stati Uniti utilizzano il conflitto siriano come leva contro l’Iran nei negoziati nucleari, nei continui tentativi di Washington per pacificare e subordinare un Iran indipendente, che indubbiamente svolge un ruolo importante nella politica degli Stati Uniti sulla Siria, forse con ruolo di definizione. Di conseguenza, i contrasti palestinesi e iraniani con Israele e Stati Uniti ora, come sempre, rientrano in qualche misura nei calcoli degli Stati Uniti, indissolubilmente legati alla soluzione della crisi siriana.
In realtà, la gioia evidente d’Israele per la distruzione della Siria e la preferenza evidente per la rimozione di Assad e del governo siriano, con la devastazione che comporterebbe, si dimostrano difficili da nascondere. Promuovendo il punto, uno dei tanti esempi di collusione Israele-ribelli appare nel recente articolo di National (che falsamente presenta i ribelli che “raggiungono” Israele come apparentemente “moderati”) sull’invio di centinaia di ribelli a curarsi negli ospedali israeliani e poi rispediti in Siria con 1000 dollari. Israele ha compiuto ulteriori sforzi per consolidare i contatti con i ribelli nel sud, indipendentemente dal fondamentalismo, e collaborato con le fazioni ribelli nei bombardamenti israeliani su Lataqia e Damasco. Nel debole tentativo di mascherare tale collusione, i propagandisti israeliani diffondono attivamente disinformazione, secondo cui Israele aiuta la comunità drusa nel sud della Siria, ma la comunità drusa è saldamente alleata al governo siriano. In realtà, i tentativi israeliani di coltivare i rapporti con le comunità dei ribelli del sud, dovrebbero essere visti correttamente come tentativi di creare forze “confinarie” presso le alture occupate del Golan, a sostegno del furto di terre per le aspirazioni espansionistiche dei sionisti. Di conseguenza, la neutralità fraudolenta d’Israele viene completamente svelata dalla sua collusione con i ribelli, a proprio vantaggio, e nella palese aggressione contro l’esercito siriano. Vi sono molte altre indicazioni secondo cui fazioni prominenti dell’alleanza degli Stati Uniti preferiscono e incoraggiano tali divisioni, in particolare Israele, ma la semplice logica indica che l’Arabia Saudita, il maggiore partner strategico regionale d’Israele e l’attore nell’alleanza statunitense che possiede la maggiore influenza e volontà politica nel sostenere i fondamentalisti e il terrorismo, approverebbe la disintegrazione dello Stato siriano, vedendolo in primo luogo come un colpo all'”espansione sciita”. La fissazione saudita e del Golfo sul settarismo, maschera i conflitti essenzialmente politici, ed inoltre è volutamente costruita per intensificare la strategia della divisione delle società plurali religiose ed etniche, come evidenziato da quasi tutti gli ascari sguinzagliati dai Paesi fondamentalisti del Golfo, come recentemente in Libia. Eppure anche i sauditi hanno dei limiti di capacità e decisione, essendo in ultima analisi legati alla generosità militare e alla protezione degli Stati Uniti, e potendo contare sulle reti terroristiche nel momento critico. Quindi, i recenti tentativi sauditi di dissociarsi da al-Qaida e dai vari estremisti che combattono in Siria, potrebbero essere una cosmesi per il pubblico. In realtà, la leadership saudita vede al-Qaida e i suoi confratelli estremisti come malleabili ascari che non gli pongono alcuna reale minaccia, costituendo una componente fondamentale della politica estera e dell’aggressione occulta saudite.
Di assai maggiore importanza per i confluenti interessi regionali di Israele e Arabia Saudita, che  giocano un ruolo critico nei calcoli degli Stati Uniti, sono gli ascari fondamentalisti attualmente istigati a combattere l’Iran, la Siria, e Hezbollah. La disintegrazione dell’Asse della Resistenza è la massima priorità della politica statunitense in Medio Oriente, la presunta “minaccia” affrontata dagli ideologi fondamentalisti, originariamente creati e sostenuti da Stati Uniti e alleati, è solo un ripensamento. L’impero degli Stati Uniti, nei suoi sforzi per contenere, e quindi dominare e controllare una regione così strategica e ricca di risorse, è più che contento di consentire ai propri clienti reazionari e settari d’incitare il conflitto necessario a sovvertire, spezzare e dividere il potere inevitabile che un Medio Oriente unificato potrebbe pretendere: se solo le loro aspirazioni progressiste e l’unità non venissero ripetutamente “respinte” dall’occupazione sionista e dall’antagonismo artificiale.

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Phil Greaves, scrittore inglese di politica estera, soprattutto nel mondo arabo dalla seconda guerra mondiale.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Algeria nel mirino degli Stati Uniti

Charles Francis L’Autre Afrique 13 febbraio 2014

algeria-mapDa diversi mesi gli Stati Uniti hanno classificato l’Algeria un “Paese a rischio sicurezza per i diplomatici” e posto installazioni militari con contingenti navali nel meridione della Spagna, senza nascondere le intenzioni interventiste in Africa settentrionale. Si sa inoltre che gli Stati Uniti puntano alla zona di confine tra il sud della Tunisia e l’Algeria, “segno che gli Stati Uniti sono determinati ad agire, il Pentagono ha appena occupato, nel sud della Tunisia, una base in disuso da ristrutturare per intervenire nel teatro libico, ha detto una fonte diplomatica a Tunisi” (LeFigaro, 1 febbraio 2014). Il minimo che possiamo dire, anche se si tratta per il momento d’intervenire in Libia, è che l’orco si avvicina… Minacce punitive per non aver sufficientemente sostenuto l’intervento militare francese in Mali? Una piano di destabilizzazione dell’ultimo bastione indipendente dall’influenza degli Stati Uniti? Il fatto è che dopo il Mali e lo stato di tensione in tutta la sub-regione, gli algerini hanno il diritto ad avere gravi preoccupazioni.

L’intervento militare annunciato
500 marines w otto caccia degli Stati Uniti sono stati schierati dall’estate del 2013, una sostanziale forza d’intervento militare, nella piccola città di Moron, Spagna. Se la presenza militare degli Stati Uniti su suolo spagnolo non è uno scoop, ciò che è nuovo è lo scopo specifico di tale nuovo schieramento. La confessione del governo spagnolo in merito a ciò è davvero notevole: “consentire ai militari degli Stati Uniti d’intervenire in Africa settentrionale in caso di gravi perturbazioni“. Non si può infatti essere più chiari! Oggi, mentre gli Stati Uniti hanno appena fatto la richiesta formale al governo Rajoy di aumentare l’attuale presenza di marines, chiamata “Forza di risposta alle crisi in Africa“, apprendiamo dal quotidiano spagnolo El Pais, di grandi movimenti della marina degli Stati Uniti sulle coste spagnole: “L’11 febbraio, il cacciatorpediniere USS Donald Cook arriverà con il suo equipaggio di 338 uomini nella base navale di Cadice. Una seconda nave, l’USS Ross, arriverà a giugno e altri due, USS Porter e USS Carney, nel 2015. In totale, 1100 marines con le loro famiglie, che si sistemeranno nella base di Cadice.” Alla domanda su tutte queste manovre e schieramenti militari, Gonzalo de Benito, segretario di Stato agli Esteri spagnolo ha solo commento: “Quali operazioni compiranno questi marines super-equipaggiati? Non posso dirlo perché queste forze non sono qui per operazioni specifiche, ma per per dei possibili imprevisti…
Tra minacce e gerghismi, misuriamo come il suono degli stivali dev’essere preso molto sul serio. Che siano in Italia o in Spagna, nel nord del Mali o del Niger, francesi o statunitensi, è chiaro che le basi militari aumentano intorno al Maghreb.

Innanzitutto umanitari e poi la guerra…
Tutti gli interventi esteri che presiedono, e tendono ancora, al processo di disgregazione territoriale e politico delle nazioni, in particolare dell’Africa… sono sempre stati preceduti da campagne ultra-mediatiche sul piano “umanitario”. Si conosce lo svolgersi delle operazioni: “umanitari” e ONG segnalano, di solito dove gli viene detto, una situazione drammatica per i civili, denunciando carestie attuali o future, individuando moltitudini sottoposte a genocidio (o a rischio di), inondando il pubblico con immagini shock e opinioni, infine … le grandi potenze sono “costrette” a difenderli s’intende.. intervenendo a favore del “diritto alla vita dei popoli interessati”. Come in Libia, Costa d’Avorio, Africa Centrale, Mali… disintegrando, tagliando e infine dividendo tutto. Così, dopo averlo rodato da tempo in Biafra e in Somalia, entrambi disintegrati (1), il “buon” dottore Kouchner, ministro francese di destra e di sinistra, s’inventava nell’ex-Jugoslavia, anch’essa disintegrata, la versione finale del “diritto di intervento”! Invenzione che, dopo aver dimostrato la propria efficacia nell’implosione dei Balcani, prospera nel pianeta soggetto alla globalizzazione imperiale. Dalle “armi di distruzione di massa” irachene al “sanguinario” Gheddafi in Libia, “migliore amico della Francia”, dalla Siria al Mali, dalla Costa d’Avorio all’Africa Centrale… notando che si tratta di numerose guerre condotte in suo nome nel continente, si misurano i risultati di tale politica “umanitaria”.

Nord Africa, Algeria e Tunisia chiaramente nel mirino
Non dimentichiamo che il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha recentemente classificato l’Algeria tra i Paesi “a rischio sicurezza per i diplomatici.” Inoltre, allo stesso tempo, nel Congresso degli Stati Uniti sono state discusse nuovamente modifiche alla legge antiterrorismo, con l’obiettivo dell’intervento delle forze armate, senza previa consultazione… del Nord Africa! In questo modo… le ONG umanitarie, che hanno già espresso la volontà di “chiamare in aiuto le grandi potenze” e i loro eserciti, sono da tempo all’opera in Algeria. Secondo il sindacato centrale UGTA (Unione generale dei lavoratori algerini) queste ONG operano per dividere e contrapporre le popolazioni: Nord contro Sud, arabi contro berberi, lavoratori contro disoccupati… in cima a queste ONG “umanitarie” vi sono Freedom House, Canvas, NED… i cui legami con la CIA non sono un segreto.(2) L’UGTT ne accusa così l’infiltrazione nei movimenti sociali per “ingannarli e trascinarli in violenze, cercando di creare una crisi che possa giustificare l’intervento” e ancora “mentre i giovani manifestano legittimamente per i posti di lavoro, contro la precarietà e lo sfruttamento, i leader giovanili di Canvas li sfruttano per trascinare la questione dell’occupazione nel contesto del separatismo del sud dell’Algeria, cioè laddove si trovano le grandi ricchezze in minerali, petrolio e gas. “Casualmente, si è tentati di aggiungere o meglio… come al solito”. (3)
Insicurezza e disagio sociale suscitati al di qua delle frontiere, diffusa insicurezza suscitata aldilà. Il metodo è noto. Gli Stati Uniti, che già si affidano alla destabilizzazione regionale per giustificare il dispiegamento militare nel Mediterraneo, domani non mancheranno di cogliere il pretesto dei disordini sociali o del “pericolo per i diplomatici” per intervenire direttamente. Non sarebbe legittimo, tuttavia, chiedersi della responsabilità delle grandi potenze, soprattutto degli Stati Uniti, nella proliferazione del terrorismo in questa regione dell’Africa? Non lo è, e non è l’ultimo dei paradossi che, in nome dell’insicurezza, gli Stati Uniti tramite NATO e Francia decidessero di far saltare la Libia nel 2011? Non è per la stessa ragione che l’esercito francese entrò in guerra in Mali nel 2012. Due interventi, si ricordi, lungi dal portare la pace, aggravando la  destabilizzazione, facendo del Sahel e dell’intera sub-regione una polveriera.
Queste nuove minacce degli Stati Uniti, che rientrano nella cosiddetta strategia del “domino” tanto cara alla precedente amministrazione Bush, devono essere prese molto sul serio. Visto che tanti falsi pretesti non mancano e non mancheranno, nel prossimo futuro, a motivare l’intervento militare estero. Le grandi potenze non si fermeranno, al contrario, rischiano la disintegrazione regionale e relative conseguenze letali per i popoli. Già questa è la regione che subisce l’incredibile proliferazione di armi per via dell’esplosione dello Stato libico e del continuo flusso di armi di ogni  tipo, totalmente irresponsabile, per gli estremisti islamici in Siria. Le onde d’urto di tale situazione si sono viste in Mali dove una Francia militarmente obsoleta si mostra molto (troppo) amichevole verso dei separatisti assai ben equipaggiati che spuntano in Algeria, dove si pensava che il terrorismo islamico fosse stato sradicato, e in Tunisia, dove sciamano gruppi paramilitari che pretendono di rappresentare l’Islam e dove, allo stesso tempo, il potere lascia impuniti l’omicidio degli oppositori politici.
Appare sempre più chiaro alle popolazioni colpite che tali minacce verso gli Stati sovrani hanno per obiettivo di lasciarle in nazioni indebolite dirette da ascari impotenti e divisi, incapaci di resistere alla cupidigia delle multinazionali. Ecco perché gli Stati da cui provengono le multinazionali vanno così d’accordo, nonostante i loro interessi e quel che dicono, con i peggiori islamisti, sia oggi in Sahel e Siria che in Libia ieri. In altre parole, a ognuno il suo spazio, i suoi profitti e il suo bottino. Certo, mai come oggi le “vecchie chimere” ideate dai fondatori dell’Indipendenza come il “Panafricanismo” o “l’Africa agli africani”…, gettate nella pattumiera della storia, sembrano avere tanta attualità. Ad ogni modo e qualunque siano i discorsi urgenti imposti dalla drammatica situazione nel continente, l’attualità impone che l’Algeria non si faccia dettare le proprie azioni dall’intervento militare.cnvs1. Dopo il Biafra, Bernard Kouchner spiegò che bisognava “convincere” prima l’opinione pubblica, e poi seguono le operazioni spettacolari come “sacchetti di riso per la Somalia”, “barche per il Vietnam”… i disaccordi con MSF, la sua dipartita e la creazione di Medici del Mondo.
2. UGTA, Algeri 28 giugno 2013, sul giornale del PT algerino Fraternité
3. Sul ruolo nefasto di “umanitari”, ONG e destabilizzazione delle nazioni, vedasi “Banca Mondiale e ONG destabilizzano gli Stati

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché gli statunitensi costruiscono ospedali nel sud della Tunisia?

Nebil Ben Yahmed – Tunisie Secret 12 febbraio 2014

La scelta ufficialmente dichiarata di questa zona militare non è banale. Se le motivazioni dei nostri liberatori sono umanitarie o filantropiche, dovrebbero mettere i loro ospedali a Kasserine e Sidi Buzid, le città da dove è partita la distruzione del mondo arabo.
Base-Us-TunisieLa scelta di Ramada, Fawar e Dhahiba è militarmente strategica. TS è stato il primo sito a rivelare l’esistenza di una base militare nel sud della Tunisia. Da allora, ciò è ammessa come cosa normale (video) e nessuno si offende per tale grave violazione della sovranità nazionale… mentre creano e costruiscono ospedali, il sud è passato sotto il controllo degli Stati Uniti dal gennaio 2011. Il giornale tunisino Aqir Qabar (Ultime Notizie) ha rivelato, nella sua edizione dell’11 febbraio 2014, che l’esercito statunitense e il ministero della Salute Pubblica, allora guidato dall’islamista Abdelatif Maqi, hanno firmato un protocollo per permettere agli statunitensi di costruire un pronto soccorso presso l’ospedale di Fawar, e di estendere gli ospedali di Dhahiba e Ramada. Secondo il giornale, “Un generale dell’esercito statunitense sovrintende direttamente i lavori senza che il ministero della Salute intervenga“. L’abbiamo già visto in Iraq e in Afghanistan! Interrogato da al-Sabah News, Abdelatif Maqi ha negato, ma ha dichiarato che “non è un militare, ma dei civili statunitensi che, attraverso la loro ambasciata, forniscono aiuti regolari”! Conferma pertanto le informazioni di Aqir Qabar, cambiando l’abito degli imprenditori, che non indosserebbero uniformi militari, ma giacca e cravatta!
L’ambasciata statunitense in Tunisia, assai sensibile al punto di confondersi con un agenzia stampa, ha risposto con una dichiarazione che alcuni siti tunisini hanno ripreso senza commenti. La dichiarazione afferma che “contrariamente a quanto è stato detto in questo articolo, l’assistenza fornita dalle forze statunitensi nei lavori di ampliamento degli ospedali tunisini nel sud non è un segreto. Questa partecipazione in precedenza è stata riferita ai media, con una conferenza stampa che annunciava l’aiuto degli Stati Uniti…” Confermando quindi ciò che l’ex primo ministro islamista ha cercato di negare. E’ vero che l’ambasciata degli Stati Uniti parlò l’8 febbraio 2012 del progetto “umanitario” nel sud della Tunisia. Abbiamo poi appreso che “il governo degli Stati Uniti ha stanziato 2,25 milioni dollari, pari a 3,3 milioni di dinari, per l’assistenza umanitaria al ministero della Salute Pubblica, per l’aggiornamento delle infrastrutture sanitarie nel sud della Tunisia.” Si parlava di Dhahiba e Ramada, ma non di Fawar!
Una tregua di marketing e comunicazione: attori discreti ma importanti nella “Rivoluzione dei gelsomini”, i nostri liberatori statunitensi sono nella Tunisia meridionale proprio per installarvi una base militare al fine di “proteggere” la Tunisia e la Libia, guardando all’Algeria. Logisticamente, una base militare ha sempre bisogno di strutture mediche. Per proteggersi da cosa? Dal terrorismo naturalmente! E’ chiaro che la presenza militare statunitense in Tunisia non è temporanea, ma durevole. Quando si mettono le mani sulla ricchezza libica e sul ventennale sfruttamento del gas di scisto della Tunisia, si devono prendere precauzioni per la sicurezza militare! L’accordo è stato ratificato a Parigi, due settimane fa, e una società francese ne sarà subappaltatrice. Questo accordo è irreversibile e non rinegoziabile ai sensi dell’articolo 20 della nuova costituzione tunisina. I nostri liberatori statunitensi sono davvero preparati!

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dichiarazione del Movimento nazionale popolare di Libia

Eventi politico-militari in Libia nel gennaio 2014
1620570Il 9 gennaio elementi armati della tribù Tubu di Murzuq avevano assaltato la stazione di polizia di Tragan, a 140 km a sud di Sabha, per scovare e uccidere il capo della brigata al-Haq, Mansur al-Aswad, vicecomandante militare di Sabha, in rappresaglia per i crimini commessi dalla sua milizia, Abu Sayf, negli scontri del 2012, sempre a Sabha. Il 18 gennaio, un gruppo della Resistenza  aveva occupato la base aerea di Taminhant, a 30 km ad est di Sabha, lasciandola poi alle truppe Tubu del Consiglio militare di Murzuq, guidato dal colonnello Barqa Warduqo, per poi riconsegnarla alle unità della Resistenza. Il 16 gennaio precedente, elementi della 25.ma Brigata, composta da Tubu e che controllava la centrale elettrica di Sarir, nell’oasi di Jalu, Massala e gli impianti petroliferi al-Shula nella Libia orientale, subivano un agguato dove tre soldati furono uccisi. Il comandante Muhammad Salah riteneva che gli aggressori fossero gli stessi che nel dicembre 2013 tentarono di assaltare Sarir, in cui cinque di loro furono uccisi. Gli operai della centrale di Sarir smisero di recarsi al lavoro, causando blackout a Tripoli e a Bengasi. Presso Agheila, sulla costa nord-occidentale della Libia, la milizia di Zawiya si scontrava con la tribù Warshafana. Gli islamisti di Misurata e i miliziani di Zintan intervenivano in supporto dei miliziani di Zawiya, il 20 gennaio, ma dovettero ritirarsi il 21 gennaio dopo aver subito 18 morti ad opera della guerriglia dei Warshafana filo-Jamahiriya. Scontri per il controllo dell’oasi di Qufra, tra Tubu e i Zuwaya del CNT, si ebbero sempre il 20 gennaio. Altri scontri venivano registrati anche a Zintan, Jamil, Raqdalin, Surman, Misurata, Abu Isa, Harish, Zahra, Tarhuna, Bani Walid, Sirte, Aghedabia, Marsa al-Briga, Ras Lanuf, Bin Jawad, al-Uqaylat, Saluq, Tobruq e nei quartieri di Abu Salim e Ain Zara a Tripoli. Scontri a fuoco a Bengasi, presso il palazzo di giustizia, mentre l’incendio nella centrale elettrica di Muzdawzha provocava dei blackout. L’ambasciata libica a Cairo alzava la bandiera della Jamahiriya e il personale riconosceva il sostegno alla Resistenza e chiedeva aiuto alle autorità di sicurezza egiziane.
I combattimenti a Sabha e nel regione di Warshafana avevano causato 154 morti e 463 feriti, mentre a Bengasi vi furono due esplosioni contro una scuola coranica e un edificio militare. Tutto il sud veniva ripulito dalla presenza dei mercenari del CNT, e tutti gli enti, come l’aeroporto e le basi militari di Sabha, erano sotto il controllo della Resistenza. Decine di mercenari del CNT furono catturati e giustiziati sul posto, mentre il comando della Resistenza ordinava la distribuzione di cibo e medicinali agli abitanti. I comandanti del battaglione del CNT ‘Faras Sahara’ furono fucilati e i soldati detenuti nello stadio di Sabha. Isa Abd al-Majid Mansur, leader del Fronte Tubu per la Salvezza della Libia, affermava che “Questa non è una guerra tribale… le milizie islamiste sostenute dal CNT vogliono sbarazzarsi di noi. Gli organismi internazionali che verranno ad indagare, vedranno le vittime e con quali armi e in quali condizioni sono state uccise. Sapranno che persone inermi sono state rapite e fucilate con armi da 14,5 millimetri“. Isa Abd al-Majid affermava che Sabha era diventata il quartier generale di al-Qaida nel Maghreb.
Il 25 gennaio 2014, il personale dell’ambasciata egiziana di Tripoli veniva ritirato, dopo che elementi armati avevano sequestrato l’addetto culturale e quello commerciale, assieme ad altri tre dipendenti, in reazione all’arresto ad Alessandria d’Egitto di Shaban Hadiya (Abu Ubayda), capo della Sala delle operazioni rivoluzionarie libica.
Il 29 gennaio 2014, mentre il ministro della Giustizia Salah Margani veniva rapito da sconosciuti, il viceprimo ministro e ministro degli Interni libico Aldulqarim Sadiq subiva un attentato a Tripoli, quando la sua limousine cadde in un’imboscata, tesa nell’ambito della lotta sul controllo del petrolio del Paese. Il 19 gennaio, il Capo di stato maggiore, generale Muhammad Qarah fu ucciso con un colpo di pistola alla testa, durante un’operazione contro le milizie a sud della capitale. La settimana prima fu il viceministro dell’Industria Hassan al-Drui ad essere ucciso, a Sirte, da killer non identificati. Tali omicidi, oltre 100, vengono attribuiti ai sostenitori della Jamahiriya. Infatti si tratta soprattutto di ex-ufficiali disertori e traditori che nel 2011 passarono agli islamo-golpisti sostenuti dalla NATO. Il Gruppo Inkerman, società di contractors inglesi, aveva contato 81 omicidi tra Bengasi e Derna, entro l’ottobre 2013.
A Misurata Sahmayn Abu Misuratayn concordava i termini di un accordo con il governo del CNT di Zaydan, ottenendo le cariche di viceprimo ministro e i ministeri dell’elettricità, del petrolio e delle finanze, e le milizie di Misurata ottenevano il riconoscimento formale quale forza armata governativa del CNT. Inoltre, alcuni ministeri sarebbero stati trasferiti a Misurata.
A Qufra, dopo gli scontri tra tubu e CNT, le milizie governative si ritiravano da tutta l’area, avendo subito molte perdite e abbandonato materiale bellico. Il valico di frontiera di Ras Jadir, tra Tunisia e Libia, veniva ripreso dalla Resistenza dopo un scontro con i miliziani del CNT che fuggirono in territorio tunisino. Presso Sabha, gli aerei della NATO bombardavano per errore una colonna delle milizie misuratine, diretta verso la base di Taminhant, uccidendo il comandante del battaglione del CNT ‘Ghepardo‘ Ali Triqi. A Sabha, la ricostituita 6.ta Brigata di fanteria libica respingeva le forze attaccanti misuratine, che perdevano 120 autoveicoli, 90 prigionieri e 470 caduti, di cui 13 sudanesi, 20 egiziani, 5 afghani e 3 siriani. Ad Agheila, un comandante del CNT veniva eliminato in uno scontro a fuoco e a Ryan le forze della Resistenza eliminavano Ahmad Muhammad Isa al-Ajirab, capo del locale consiglio militare, e prendevano il controllo della cittadina. A Bani Walid veniva costituita la brigata al-Rusifa della tribù Warfala, i cui capi chiedevano a tutti i membri della tribù che avevano prestato servizio nell’esercito libico di unirsi alla neonata unità, posta sotto il comando del Consiglio di Bani Walid, cui rispondono tutti i warfala.
Gli scontri tra le forze delle Resistenza e le milizie ribelli hanno spinto l’ammiraglio francese Edouard Guillard a richiedere un nuovo intervento in Libia per impedire qualsiasi evoluzione nelle regioni meridionali della Libia, “che potrebbe portare a una minaccia terroristica”. Guillard ha detto che qualsiasi intervento richiederebbe il consenso del regime del CNT di Tripoli guidato dal primo ministro Ali Zaydan. Oltre a Sabha, gli scontri riguardano Agheila, Zawiyah e Zahra. In relazioni a tali eventi, è stata emanata una nuova legge che vieta alle reti televisive di trasmettere notizie e commenti su Gheddafi. AllAfrica.com riferiva che “il decreto 5/2014 sulla cessazione e il divieto di trasmissione di alcune TV satellitari approvata dal Congresso Nazionale Generale (GNC) della Libia il 22 gennaio, istruisce i ministeri degli Esteri e delle Comunicazioni a prendere ‘le misure necessarie per fermare la trasmissione di tutti i canali televisivi satellitari ostili alla rivoluzione del 17 febbraio e il cui scopo è destabilizzare il Paese e creare divisioni tra i libici’, incaricando il governo a ‘prendere tutte le misure contro gli Stati o territori da cui tali TV vengono trasmesse, se non ne bloccano la trasmissione’.” Si tratta di una legge che mira a bloccare le stazioni satellitari filo-Jamahiriya, quali sono al-Qadra e al-Jamahiriya. Sempre AllAfrica.com osservava che “il governo libico ha adottato la risoluzione 13/2014 del 24 gennaio che sospende le borse di studio agli studenti che studiano all’estero e gli stipendi e bonus ai dipendenti della Libia che hanno ‘partecipato ad attività contrarie alla rivoluzione del 17 febbraio’. Le ambasciate libiche sono invitate a stilarne gli elenchi e a farne riferimento al procuratore generale per processarli.

20110902090908Dichiarazione del Movimento nazionale popolare di Libia
Primo, supportiamo la rivolta delle tribù libiche che riteniamo la strada giusta per la liberazione oggi, e chiediamo che le aree libere debbano costituire un sistema di consigli delle organizzazioni sociali, lasciando ai rispettivi comitati esecutivi delle forze armate e di sicurezza la direzione della rivolta, il coordinamento degli sforzi e del supporto delle tribù alla preservazione della vita dei cittadini e delle loro proprietà, la tutela dalle azioni degli aggressori, la rinuncia alle violenze e alla vendetta, il perdono per tutti coloro che si pentono, respingere l’abominevole Consiglio di febbraio, di tener conto al Consiglio di tutte le tribù di tutte le aree libiche, senza esclusioni o emarginazioni o sfiducia, che le regole nazionali sono competenza e integrità, e di perseguire tutti l’obiettivo di liberare la Patria e abolire il sistema imposto in Libia con la rivoluzione di febbraio da NATO e fantocci, sotto tutte le sue denominazioni.
Secondo, il mondo vede i crimini commessi in Libia dalle milizie della NATO, le carceri piene di migliaia di uomini liberi, l’assassinio di centinaia di onorevoli libici, la partecipazione dei giovani libici in battaglie utili al nemico sionista, saccheggio, corruzione e milioni di profughi… Tutto ciò  senza aver mosso un dito, ed è chiaro che il mondo non ascolta la voce della ragione, se non gli interessi materiali delle imprese multinazionali monopolistiche; la maggior parte degli Stati ha contribuito a tale tragedia. Dipende dai bravi libici sostenere il popolo e liberarlo dal dominio dell’oscurantismo blasfemo e dal debito commerciale. Ci aspettiamo il riconoscimento internazionale della legittimità della rivoluzione del Popolo, la comprensione della necessità della rivoluzione contro lo status quo, e la riparazione dell’errore compiuto in conseguenza della disinformazione, e il compimento della responsabilità etica e legale di ciò che è accaduto e accade in Libia, sperando di adottare consigli popolari controllati dai rappresentanti del Popolo libico, basati sulle relazioni durature tra i popoli. Ci appelliamo anche alla coscienza di media, giornalisti, intellettuali, scrittori e difensori dei diritti umani nel compiere il loro dovere verso la rivoluzione popolare in Libia e verso le tattiche fallimentari del regime fantoccio presso le opinioni pubbliche nazionale e internazionale, smentendo le posizioni tenute dai media oscurati.
Terzo, informiamo il mondo che è crollata la menzogna che permise l’invasione, secondo cui Gheddafi uccise il popolo usando mercenari e soldati che stupravano le donne, sfruttando tali invenzioni per bombardare il nostro Paese per 193 giorni, con 24040 sortite, 8975 attacchi aerei ed inviare 15000 truppe straniere per invaderlo, senza che il mondo alzasse un dito contro i bombardamenti sui civili e l’impiego di mercenari di Turchia, Qatar, Sudan e altri Paesi.
Quarto, la scintilla della rivolta del popolo libico è scoppiata nelle città in risposta all’ingiustizia della schiavitù e del feudalesimo, per la volontà delle famiglie di tornare allo Stato del Popolo e delle tribù, distrutto con l’arrivo degli invasori. Una rivolta contro l’occupazione e il tradimento, l’oppressione e l’ingiustizia di coloro che sognano di tornare agli anni cinquanta, dimenticando che il popolo libico è consapevole dai tempi della rivoluzione che non si può tornare al dominio feudale inutile  ed autoritario, alla dittatura tribale o del singolo.
Quinto, l’esperienza ha dimostrato che la rivoluzione popolare è la rivoluzione di domani, e che prevarrà inevitabilmente nonostante i sacrifici, il tempo e la dimensione del conflitto; il popolo è disposto a sopportare un lungo periodo di lotta, determinato a vincere e a tornare alla Libia progettata dal Popolo vero su tutto il suolo della Patria; anche se in parte ha scelto la non-violenza, tutte le aree comuni create fin dall’inizio saranno parte inestimabile del sistema.
Sesto, notiamo che il nostro popolo è cosciente della cospirazione per trasformare la Libia in centro del terrorismo per finanziarlo ed addestrarlo, e dei piani per il dominio internazionale dei terroristi della Fratellanza e dei gruppi religiosi estremisti ed opprimenti alleati, perseguito nella regione molestando l’Egitto e colpendo al cuore la Tunisia e gli Stati dell’Africa sahariana, con il sostegno dei mandanti del terrorismo in Qatar, Turchia e altri Paesi che non combattono il terrorismo, ma lo supportano promuovendone la diffusione e l’incendio che oggi affliggono la regione.
Settimo, annunciamo al mondo che i mujahidin delle tribù libiche libere si ribellano stanchi della manipolazione della Patria e dei cittadini, determinati a completare la liberazione, sottolineando il dovere etico di non compiere atrocità e di rispettare gli stranieri, secondo la nostra religione ed etica islamiche, ma determinati a liberare la Libia dalla giunta di qarijiti corrotti e taqfiri oppressori, restaurare la Jamahiriya, ottenendo proiettili, razzi, bombe ed aerei nelle loro ispirate vittorie, sicuri della vittoria e smascherando ai popoli della Terra tale cospirazione, mentre i fantocci perdono la battaglia e i saggi riconoscono la lezione storica del diritto del popolo libico alla difesa, garantito dal diritto internazionale. Un popolo aggredito da bande di ladri sostenute da Paesi che promuovono il terrorismo internazionale.
(…)

Viva una libera, indipendente ed unita Libia. Viva il grande popolo libico!
Viva la Resistenza Popolare. Vittoria ai combattenti per la libertà!

Fonti:
Libya Against Superpower Media
Libya Against Superpower Media
Libya Against Superpower Media
Libya Against Superpower Media
Modern Tokyo Times
Resistencia Libia
Space War

Alessandro Lattanzio, 1/2/2014

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