Rubare il petrolio della Siria: il consorzio petrolifero UE-al-Qaida

Gearóid Ó Colmáin, Global Research, 1 maggio 2013
stevebell512La decisione dell’Unione europea di sostituire l’embargo sulle esportazioni di energia del governo siriano con l’importazione di petrolio dell”opposizione armata’ è un’altra flagrante violazione del diritto internazionale. Viola la dichiarazione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1962 sulla sovranità permanente sulle risorse naturali, ed è l’ennesima violazione della Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1981 sull’inammissibilità dell’intervento e l’ingerenza negli affari interni degli Stati. Ma è molto più di una violazione tecnica della legge. Segna la discesa della civiltà nella barbarie. Londra e Parigi, più di Washington, sono in prima linea nell’aggressione contro la Siria.  Nonostante il fatto che sia stato ora confermato dalla maggior parte dei media, che l”opposizione  siriana’ è al-Qaida, Londra e Parigi persistono nella loro follia di armare i terroristi, utilizzando l’argomento spurio che se non armano i ‘moderati’, gli ‘estremisti’ occuperebbero il Paese. Tuttavia, nelle parole del New York Times, ‘in nessuna parte controllata dai ribelli in Siria, c’è una forza combattente laica degna di questo nome‘. [1] Il fatto che i “ribelli” siriani sono di fatto al-Qaida, è stata anche ammessa dal bellicista quotidiano francese Le Monde. [2] Così, Parigi e Londra  spingono all’ulteriore armamento di al-Qaida e alla legalizzazione del commercio petrolifero con i terroristi jihadisti. In parole povere questo significa che la rete terroristica nota al mondo come al-Qaida sarà presto uno dei partner dell’UE nel business del petrolio. Un nuovo assurdo capitolo nell’era del terrore sta per aprirsi.

Il diritto internazionale e le sue violazioni
La risoluzione 1803 delle Nazioni Unite del 1962, sulla sovranità permanente sulle risorse naturali, afferma: ‘La violazione dei diritti dei popoli e delle nazioni alla sovranità sulle proprie ricchezze e risorse naturali è in contrasto con lo spirito e i principi della Carta delle Nazioni Unite e ostacola lo sviluppo della cooperazione internazionale e il mantenimento della pace‘ [3]. Jabhat al-Nusra e altri gruppi affiliati ad al-Qaida non rappresentano in alcun modo il popolo siriano, e non costituiscono uno Stato sovrano secondo il diritto internazionale. L”opposizione armata’ è al-Qaida, pertanto la decisione dell’Unione europea di acquistare ufficialmente petrolio dalle bande terroristiche che attualmente occupano territori della Repubblica araba siriana, costituisce un crimine odioso ed è un’ulteriore beffa ai principi base che regolano i rapporti tra gli Stati.
Il documento ONU del 1981 condanna esplicitamente: ‘La crescente minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale a causa del frequente ricorso a minaccia o uso della forza, aggressione, intimidazione, intervento e occupazione militare, escalation della presenza militare e tutte le altre forme di intervento o di interferenza, diretta o indiretta, palese o occulta, minacciando la sovranità e l’indipendenza politica degli altri Stati membri, con l’obiettivo di rovesciarne i governi‘. La dichiarazione continua condannando categoricamente il dispiegamento di “bande armate” e “mercenari” da parte degli Stati, per utilizzarli nel rovesciare i governi di altri Stati sovrani: ‘Consapevole del fatto che tali politiche mettono in pericolo l’indipendenza politica degli Stati, la libertà dei popoli e la sovranità permanente sulle loro risorse naturali, danneggiando in tal modo il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Consapevoli anche della necessità indispensabile che qualsiasi minaccia di aggressione, qualsiasi arruolamento, qualsiasi utilizzo di bande armate, in particolare dei mercenari, contro Stati sovrani deve terminare definitivamente, al fine di consentire ai popoli di tutti gli Stati di determinare il proprio sistema politico, economico e  sociale, senza interferenze o controllo esterno.’ [4]
I governi occidentali, che per molti anni hanno apertamente e spudoratamente violato tutti i principi noti e concordati del diritto internazionale, armando bande di terroristi che uccidono e mutilano civili, finanziando criminali comuni, narcotraffico e reclutamento di bambini-soldato, sono oramai scesi ancor più in basso acquistando petrolio e gas da queste bande di terroristi, delle risorse naturali giuridicamente di proprietà della Repubblica araba siriana e dei suoi cittadini.

La collusione dei governi dell’UE con i terroristi
La discesa dell’Europa nella turpitudine morale e nell’illegalità assoluta è ulteriormente confermata dal fatto che le autorità europee non fanno nulla per impedire che giovani musulmani soggiogati vadano in Siria a combattere la guerra della NATO. Tuttavia, i funzionari degli Stati dell’UE ammettono che centinaia se non migliaia di jihadisti provenienti da Gran Bretagna, Irlanda, Spagna, Germania, Belgio, Paesi Bassi e altri Stati, abbiano raggiunto le fila dei cosiddetti ‘ribelli siriani’. Ma ammettono anche che la loro unica preoccupazione è che questi terroristi possano essere una minaccia alla sicurezza europea, se mai ritornassero. Il fatto che questi terroristi piazzino bombe in piazze affollate, auto, università, scuole, ospedali e moschee in tutta la Siria, che persino i report del dipartimento di Stato confermano, non sembra preoccupare i governi dell’UE. La loro unica preoccupazione è che potrebbero finalmente mordere la mano che li nutre. [5] Il capo dell”anti-terrorismo’ dell’UE, Gilles de Kerchove, racconta alla BBC: “Non tutti sono radicali quando se ne vanno, ma assai probabilmente molti di loro saranno radicalizzati laddove saranno addestrati. E come abbiamo visto, questo potrebbe portare ad una seria minaccia quando ritorneranno“. [6]
Sappiamo da fonti dell’intelligence israeliana che la maggior parte dei terroristi vengono addestrati nelle basi militari USA/NATO in Turchia e Giordania. [7] Quindi, perché il capo dell”anti-terrorismo’ dell’UE fa finta di non saperlo? Questo è il responsabile della protezione dell’Europa dal terrorismo? Come ho riferito prima, il magistrato dell”anti-terrorismo’ francese ha ammesso, alla radio di Stato francese, l’11 gennaio, che il governo francese era al fianco di al-Qaida in Siria: “Ci sono molti giovani jihadisti che vanno al confine turco per entrare in Siria a combattere il regime di Bashar, ma l’unica differenza è che lì non è la Francia il nemico. Quindi non lo vediamo allo stesso modo. Vediamo giovani che in questo momento combattono Bashar al-Assad, che saranno forse pericolosi in futuro, ma per il momento combattono Bashar al-Assad e la Francia è dalla loro parte, finché non ci attaccheranno’.’ [8]
Il cinico doppio standard secondo cui tutti i territori al di fuori dell’UE sono barbari e quindi al di fuori della sfera del diritto internazionale, è ormai diventata una politica che passa inosservata alle masse ipnotizzate dell’Europa. Le potenze euro-atlantiche si comportano non solo come dei criminali, ma ora vantano apertamente loro criminalità. Si dovrebbe anche notare che il governo francese ha deciso di chiamare il presidente siriano con il suo nome. Chiamare un ufficiale di Stato con il suo nome è un segno di profonda mancanza di rispetto, nell’etichetta francese. Dal regime di Sarkozy, la diplomazia francese è stata trascinata nel fango, con il corpo diplomatico della Francia che si comporta come un incrocio tra mocciosi viziati e squadristi fascisti.

La geopolitica petrolifera della Siria
La ricerca di fonti di energia a basso costo è uno dei contesti geopolitici che guida la guerra in Siria.  Christof Lehmann ha scritto che la scoperta del giacimento di gas di Pars, dell’Iran, nel 2007 e il piano di Teheran del gasdotto per il Mediterraneo orientale da costruire attraverso l’Iraq e la Siria, ha la possibilità di trasformare l’Iran in una potenza economica mondiale, dando a Teheran un’enorme effetto leva sulla politica in Medio Oriente dell’UE. Questo sviluppo potrebbe costituire una minaccia per l’entità sionista. Costituirebbe una minaccia esistenziale per i dispotici emirati del Golfo, che dipendono dalla potenza del petro-dollaro per la loro sopravvivenza. [9] Questo è uno dei motivi per cui la NATO e il Consiglio di cooperazione del Golfo usano terroristi di al-Qaida per spezzare l’alleanza sciita tra Iran, Iraq, Siria e Hezbollah in Libano. Come il geografo italiano Manlio Dinucci ha riferito, contrariamente ai pareri diffusi, la Siria ha enormi giacimenti di idrocarburi. Dinucci scrive: ‘La strategia di Stati Uniti/NATO si concentra sul supporto ai ribelli nell’occupare i campi petroliferi con un duplice scopo: privare lo Stato siriano delle entrate da esportazioni, già fortemente diminuite a seguito dell’embargo UE, e garantirsi che i giacimenti più grandi passino in futuro, attraverso i “ribelli”, sotto il controllo delle grandi compagnie petrolifere occidentali‘. [10]
La prima implementazione dell’ideologia dell”intervento umanitario’ avvenne durante i bombardamenti NATO della Serbia nel 1999. Da allora, l’entità amorfa nota come Kosovo è diventata lo Stato criminale numero uno dell’Europa, gestito da un criminale condannato per traffico di droga e di organi umani, e per strage, Hashim al-Thaci, un protetto di Bruxelles e Washington. Questo è il tipo di anti-Stato narco-mafioso che la NATO ha installato in Libia dopo la guerra lampo contro quel Paese nel 2011, ed è il tipo di regime criminale che dominerà la Siria se la NATO riuscisse a bombardarla. Si possono leggere centinaia di articoli della stampa ufficiale sulla criminalità del regime kosovaro e gli articoli che descrivono il caos nella Libia post-Gheddafi non sono pochi. Ma gli stessi media ignorano sistematicamente il fatto che sono stati loro a tifare per l’Esercito di liberazione del Kossovo della CIA, durante la distruzione della Jugoslavia. Le stesse prostitute ora spingono ad armare ulteriormente i terroristi in Siria e all’intervento militare della NATO.

L’ottundimento europeo
I pontificatori dell’integrazione europea e del ruolo dell’Europa nel mondo, aggiungono pepe ai loro discorsi con pomposi riferimenti allo ‘Stato di diritto’ e all’universalità dei ‘valori europei’. Questa retorica spocchiosa viene incessantemente inculcata agli studenti europei nelle università e negli istituti di istruzione superiore, e viene ripetuto fino alla nausea dai mass media. Le persone che utilizzano il terrorismo di al-Qaida per favorire i loro interessi in Medio Oriente, insegnano nei corsi di prestigiose università europee sulle ‘relazioni internazionali’. Non c’è da meravigliarsi che le persone normali siano incapaci di vedere e capire quello che sta accadendo davanti ai loro occhi.  La portata e la complessità delle reti istituzionali globali, costruite su un impero di menzogne, ipocrisia e inganno, sono semplicemente troppo opprimenti per essere comprese da un intelletto incolto. Qualcosa che la nostra mente cerca di rifiutare, quando l’orrore della realtà supera i nostri orizzonti di tolleranza e intelligibilità. Quindi, la mente indietreggia, filtra il reale, preferendo invece vedere nei nostri maestri l’espressione di politiche complesse, contraddittorie e arcane, il cui contenuto morale è consegnato agli studi di “esperti” e “specialisti”, essi stessi prodotti e propagandisti delle stesse istituzioni corrotte.
Ora ci sono tante istituzioni accademiche, conferenze, fondazioni, gruppi di riflessione, istituti  politici e corsi universitari che proclamano le virtù dell”intervento umanitario’, che ha acquisito lo status di dogma. La ripetizione e la riproduzione di questo dogma da parte degli insegnanti del mondo accademico neoliberista ha trasformato ciò di cui la ragione critica normalmente si fa beffe, in un principio a priori della ‘governance globale’. Nel capitolo 22 del suo lavoro sul diritto internazionale De Juri Belli ac Pacis, (Sulla Legge di Guerra e pace), il grande giurista olandese del 17° secolo Ugo Grozio, scrisse: ‘Alcune guerre sono fondate su motivazioni reali ed altre solo su pretesti coloriti. Questa distinzione è stata notata da Polibio, che chiama i pretesti profaseis e le cause reali aitias. Così Alessandro fece guerra a Dario con il pretesto di vendicare le mancanze compiute dai persiani ai greci. Ma il vero motivo di quell’eroe coraggioso e intraprendente era la facile acquisizione di ricchezza e dominio, come le spedizioni di Senofonte e Agesilao gli avevano fatto capire‘. [13]
Poco è cambiato dai tempi di Alessandro Magno. Le guerre sono ancora combattute per saccheggiare e promuovere l’impero. Il vocabolario di Polibio su ‘profaseis’ e ‘aitias’ sarà ancora utile. Dall’inizio dell’incubo siriano nel 2011, il ‘profaseis’ propagato dalle agenzie mediatiche aziendali, che chiede l’intervento militare in Siria, sarebbe il desiderio di ‘proteggere i civili’ da un ‘regime brutale’. Solo gli ingenui e gli ignoranti possono ancora difendere queste sciocchezze mentre le stesse agenzie mediatiche hanno finalmente ammesso che l”opposizione’ è di fatto formata da al-Qaida, un dato fattuale che i media alternativi sottolineano dall’inizio delle violenze a Daraa, nel marzo 2011. L”Aitias” della NATO in questo conflitto è chiaro: spezzare e distruggere uno Stato sovrano indipendente, saccheggiarne tutte le risorse, stuprare e terrorizzare i suoi cittadini fino alla sottomissione scatenando sulla popolazione squadroni della morte di drogati e ipnotizzati, incolpando di tutto ciò costantemente il ‘regime’, per poi finire il Paese con una campagna di bombardamenti aerei intensi prima di insediare una mafia a governare il Paese. Infine, definire questo olocausto libertà e chiamare l’olocausto democrazia, è una formula collaudata che ora viene diffusa in tutto il mondo dalla megalomania della NATO che punta alla supremazia globale.
Ancora Grozio: “Altri pretesti fabbricati, anche se plausibili a prima vista, non sopporterebbero l’esame e la prova della rettitudine morale e, quando spogliati del loro travestimento, tali pretesti saranno trovati issati sull’ingiustizia. In tali conflitti, dice Livio, non è la prova della giustizia, ma un qualche oggetto di ambizione segreta e indisciplinata, che agisce come molla principale. La maggior parte delle potenze, dice Plutarco, impiegano le situazioni relative di pace e di guerra come una specie di moneta, per acquisire tutto ciò che ritengono opportuno.” Nell’Europa del 17° secolo di Ugo Grozio, devastata dalla guerra, stabilire la distinzione tra profaseis e aitias oppure tra pretesti e motivazioni reali per la guerra non era considerato eresia nel rigoroso dominio del discorso giuridico. Oggi, coloro che fanno tali distinzioni vengono tacciati di essere dei “complottisti paranoici”. In una intervista dal titolo ‘Il pensiero critico come solvente della Doxa’, il sociologo francese Loic Wacquant sostiene che ‘mai prima d’ora il falso pensiero e la falsa scienza sono stati così prolissi e onnipresenti.’ [14]
In questa epoca d’illegalità tecnologica, i precetti fondamentali del diritto internazionale e nazionale vengono smantellati. Con la promulgazione del Patriot Act e ora del National Defense Authorization Act, gli Stati Uniti regrediscono al tipo di tirannia giuridica che ha preceduto la stesura della Petizione dei Diritti in Inghilterra nel 1628, un documento che denunciava la detenzione senza processo, le torture e la legge marziale e forniva le basi giuridiche e morali per la rivoluzione inglese del 1640.

Conclusione
È necessario, dunque riflettere sulla guerra in corso nel Levante. Quello a cui assistiamo è la distruzione del sistema statale di Westfalia e un ritorno al caos della guerra dei trent’anni del 17° secolo, ma questa volta ai confini dell’Europa, dove il principio del bellum se ipsum alet, la guerra alimenterà se stessa, viene sfruttato dalle società militari private, da narcobande, reti terroristiche e organizzazioni criminali internazionali legate, direttamente e indirettamente, agli apparati ideologici statali delle potenze atlantiche. E così, l’UCK ha addestrato l”Esercito libero siriano’, mentre il Gruppo combattente islamico libico ha anche aderito alla ‘guerra santa’ in Siria. Come nella guerra dei Trent’anni, le bande armate mercenarie si finanziano saccheggiando le economie locali e vendendo il loro bottino di contrabbando. Intere fabbriche in Siria sono state smontate e rubate dai mercenari al servizio di Turchia e Qatar, mentre il commercio di droga è ora in forte espansione come mai prima. Quando un Paese viene distrutto e ridotto in feudi ed emirati dispotici, le società occidentali si muovono con le loro imprese militari private e procedono a saccheggiare le risorse del Paese, senza essere ostacolate dalle norme e dai regolamenti dello Stato Sovrano. Le orde del terrorismo poi passano al successivo Paese sulla lista nera della NATO. Questa è la strategia del caos della NATO, una forma di guerra liquida che si sta diffondendo rapidamente in tutto il Sud del mondo.
Data la criminalità delle compagnie petrolifere occidentali, in passato, forse non è del tutto sorprendente che oggi, sotto forma di UE, procedano apertamente all’acquisto di petrolio da  organizzazioni terroristiche. Ciò che è sorprendente, tuttavia, è la morbosa spensieratezza delle popolazioni in Europa. Come possono esserci così tante persone “rispettabili” nei nostri media e nelle istituzioni accademiche pronte a collaborare con i mafiosi? Perché ci sono state poche  manifestazioni di rilievo contro la NATO? Come è possibile che i poteri forti siano sempre autorizzati a farla franca con tale criminalità assoluta? Il poeta latino Orazio scrisse ‘neglecta solent incendia sumere vires’, un fuoco trascurato raccoglie sempre forza. Dalla distruzione della Repubblica Democratica dell’Afghanistan a opera dei terroristi mujahidin filo-occidentali, nel 1979, gli Stati sovrani sono caduti preda di mercenari e bande terroristiche sostenute dall’imperialismo occidentale, mentre le libertà civili sono state ridotte, in America e in Europa, in nome della ‘guerra al terrorismo’. Il fuoco allora si è diffuso nell’ex Jugoslavia, Ruanda, Costa d’Avorio, Sudan, Somalia, Iraq, Repubblica Democratica del Congo, Cecenia, Libia e ora Siria. Se i popoli non si svegliano e mobilitano contro i criminali che pianificano queste guerre, le fiamme della distruzione alla fine ritorneranno sotto forma di legge marziale, e un fascista panopticon stato di polizia sarà ritenuto necessario, durante il perseguimento di una terza guerra mondiale contro l’Iran, la Russia e la Cina. Se questo fuoco del terrorismo non verrà spento in Siria, si propagherà in Caucaso, Asia centrale, Russia e Cina orientale fino a quando qualsiasi ostacolo alla corsa della NATO al ‘dominio ad ampio spettro’ verrà eliminato e un iper-Stato tirannico aziendale dominerà il pianeta.
Le guerre mondiali sono esplose in passato, e data la scellerata volontà-di-potenza dei nostri attuali governanti, non vi è ragione di credere che una guerra mondiale non scoppi più. Molti in occidente, abituati alla violenza televisiva e all’indifferenza verso guerre lontane, hanno la tendenza a credere che la politica sia un campo che non li riguardi. Ma come dice il politico francese Charles de Montalambert, ‘Vous avez beau ne pas vous occuper de politique, la politique s’occupe de vous tout de même.’ [E' facile per voi non occuparvi della politica, ma la politica, tuttavia, si occuperà di voi lo stesso]. Alla luce degli eventi attuali, tale affermazione merita una riflessione.

Note
[1] [2] [3] [4] [5] [6] [7] [8] [9] [10] [11] [12] [13] [14]

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Qatar, campione di bugie e di occultamenti

Majed Nehme Le Grand Soir 29 aprile 2013

xin_0620306302006968138266AFRICA-ASIA: Senza sponsor e in piena indipendenza, controcorrente rispetto ai libri attualmente ordinati e recentemente pubblicati in Francia sul Qatar, Nicolas Beau e Jacques-Marie Bourget* hanno indagato su questo piccolo Stato tribale, oscurantista e ricco, che a colpi di milioni di dollari e di false promesse sulla democrazia, vuole giocare nel cortile dei grandi imponendo a tutto il mondo la sua interpretazione fondamentalista del Corano. Un lavoro rigoroso e appassionante sulla dittatura morbida, di cui ci parla Jacques-Marie Bourget. Scrittore ed ex giornalista nell’editoria francese, Jacques-Marie Bourget ha seguito molte guerre: Vietnam, Libano, El Salvador, la Guerra del Golfo, la Serbia e il Kosovo, Palestina… a Ramallah un proiettile israeliano lo ferì gravemente. Conoscitore del mondo arabo e di quello occulto, ha pubblicato lo scorso settembre, con il fotografo Marc Simon, Sabra e Shatila nel cuore (Erick Bonnier Publishing, vedasi Africa-Asia ottobre 2012). Nicolas Beau è stato a lungo giornalista investigativo di Libération, Le Monde e Canard Enchainé prima di fondare e dirigere il sito satirico francese Bakchich.info. Ha scritto libri d’inchiesta su Marocco, Tunisia e Bernard-Henri Lévy.

Cosa ti ha portato a scrivere un libro sul Qatar?
Il caso e la necessità. Ho visitato il Paese diverse volte e sono tornato impressionato dal vuoto che emerge a Doha. Si ha l’impressione di stare in un Paese virtuale, una sorta di video globale. Mi sono interessato a capire come un tale piccolo Stato artificiale possa avere, grazie ai dollari e alla religione, un posto del genere nella storia che viviamo. D’altra parte, all’altra estremità della catena, con l’indagine nelle periferie francesi fatta dal mio co-autore Nicolas Beau, ci siamo subito convinti che vi sia una strategia affinché il Qatar diventi finalmente il padrone dell’Islam anche in Francia e in tutto il Medio Oriente e l’Africa. Imponendo la propria interpretazione del Corano, il wahhabismo, quindi essenzialmente una interpretazione salafita, fondamentalista, degli scritti del Profeta. L’esternalizzazione dell’educazione religiosa in Francia agli imam musulmani nominati dal Qatar sembrava incompatibile con l’idea e i principi della Repubblica. Immaginate il Vaticano che diventa improvvisamente produttore di gas, usare i suoi miliardi per congelare il mondo cattolico nelle idee fondamentaliste di Mons. Lefebvre, questi gruppuscoli fondamentalisti che dimostrano violentemente contro il “matrimonio per tutti” in Francia. La nostra società diventerebbe insopportabile, l’oscurantismo e il fondamentalismo sono i peggiori nemici della libertà.
In questo piccolo Paese, abbiamo iniziato pubblicando un dossier per una rivista. Ma l’abbiamo subito trasformato in un libro. Il paradosso del Qatar, che predica la democrazia, senza applicarne un grammo a casa sua, ci ha colpiti. Il nostro libro verrà certamente definito animato da malafede, il pamphlet che colpisce il Qatar… ciò è sbagliato. In questo ambito non abbiamo né controllo, né incontrato amici e sponsor. Per svolgere questo lavoro, è stato sufficiente leggere e osservare. Osservando il Qatar per quel che è: un micro-impero controllato da un satrapo, una dittatura sorridente.

Negli ultimi anni, questo piccolo petro-emirato geopoliticamente insignificante è diventato, almeno mediaticamente, un attore politico che vuole giocare ai grandi e influenzare la storia del mondo musulmano. È megalomania? Il Qatar segue un progetto che lo trascende?
C’è un delirio di grandezza, che viene incoraggiato dai consiglieri e cortigiani che sono riusciti a convincere l’emiro che è sia uno zar che il comandante dei fedeli. Ma è marginale. L’altra verità è, secondo noi, che per paura del suo vicino e potente nemico Arabia Saudita, imita la rana. Senza avere centinaia di migliaia di chilometri quadrati nel Golfo, il Qatar occupa una superficie politico-mediatica, un impero di carta. Doha ritiene che questa espansione sia un mezzo di protezione e sopravvivenza. Infine, vi è la religione. Un profondo sogno messianico cresce a Doha, la conquista di anime e territori. Qui si può confrontarlo con il piccolo Vaticano, che nel XIX.mo secolo inviava missionari in ogni continente. L’emiro è convinto di poter nutrire e far crescere la rinascita dell’Umma, la comunità dei credenti. Questa strategia ha due facce, quella di un possibile incidente, e l’ambizione di portare i sogni del Qatar troppo lontano dalla realtà. Da non dimenticare, inoltre, che Doha occupa un posto vuoto, a suo tempo lasciato dall’Arabia Saudita coinvolta negli attentati dell’11 settembre e costretta ad essere più discreta verso jihad e wahhabismo. Lo scandaloso via libera di cui gode il Qatar nell’aderire alla Francofonia, contribuisce all’obiettivo della “wahhabizzazione” dell’Africa, dove le istituzioni che promuovono la lingua francese possono essere trasformate in scuole islamiche, e Voltaire e Hugo essere sostituiti dal Corano.

Questa megalomania può rivoltarsi contro l’attuale emiro? Soprattutto se guardiamo la breve storia di questo emirato, creato nel 1970 dagli inglesi, scandito da colpi di Stato e rivoluzioni di palazzo.
Megalomania e ambizione dell’emiro Al-Thani sono, è vero, tranquillamente criticati dai “vecchi amici” del Qatar. Alcuni sostengono che il sovrano è un re malato, spingendo l’ascesa al trono del figlio designato come erede, il principe Tamim. Una volta al potere, il nuovo padrone ridurrebbe le ambizioni, tra cui il sostegno di Doha ai jihadisti, come nel caso di Libia, Mali e la Siria. Questa opzione è assai ben considerata dai diplomatici statunitensi, preoccupati da questo nuovo radicalismo islamista nel mondo. Quindi, va ricordato, il Qatar è innanzitutto uno strumento della politica di Washington, con cui è legato da un patto d’acciaio. Detto questo, promuovere Tamim non è semplice in quanto l’emiro, che scacciò il padre con un colpo di Stato nel 1995, non ha annunciato il suo ritiro. Inoltre, il primo ministro Jassim, cugino dell’emiro, l’onnipotente e ricco “HBJ”, non ha intenzione di lasciare un centimetro del suo potere. Meglio: se necessario, gli Stati Uniti sono disposti a sacrificare l’emiro e il figlio per insediarvi “HBJ”, devoto anima e corpo a Washington e Israele. Nonostante l’opulenza che mostra, l’emirato non è così stabile come sembra. Sul fronte economico, il Qatar è indebitato a tassi “europei” e lo sfruttamento del gas di scisto è una dura concorrenza, a partire dagli Stati Uniti.

La presenza della più grande base statunitense al di fuori degli Stati Uniti, sul suolo del Qatar, può essere considerata come una polizza di assicurazione per la sopravvivenza del regime o piuttosto è una spada di Damocle che sarà fatale nel prossimo futuro?
La presenza della grande base al-Udai è un’immediata assicurazione sulla vita per Doha. Gli USA hanno qui un luogo ideale per monitorare, proteggere o attaccare a volontà la regione. Proteggere l’Arabia Saudita e Israele dagli attacchi dell’Iran. La Mecca ebbe le sue rivolte, l’ultima repressa dal capitano Barril e dalla logistica francese. Ma Doha potrebbe conoscere una rivolta guidata da pazzi di Allah scontenti della presenza del “Grande Satana” nella terra wahhabita.

Questo regime, dall’aspetto moderno, è fondamentalmente tribale e oscurantista nella realtà. Perché così poche informazioni sulla sua vera natura?
A rischio di essere noioso, finalmente il pubblico deve sapere che il Qatar è il campione del mondo della doppia morale: quella della menzogna e della dissimulazione come filosofia politica. Ad esempio, da Doha partono aerei per bombardare i taliban in Afghanistan, mentre questi guerriglieri religiosi hanno un ufficio di coordinamento a Doha, a pochi chilometri dalla base da cui decollano i caccia che li uccidono. Questo si applica in tutti i settori, anche nel caso della politica interna di questo piccolo Paese. Guardate quello che sta succedendo in questo angolo di deserto. Le libertà sono assenti, si praticano punizioni corporali, la lettre de cachet, ovvero l’incarcerazione senza accusa, è una pratica comune. Il voto non esiste che per eleggere alcuni consiglieri, così come associazioni e partiti politici sono vietati, come anche la stampa indipendente… Una costituzione redatta dall’emiro e dal suo clan, non viene nemmeno applicata in tutti i suoi articoli. Un milione e mezzo di lavoratori stranieri impiegati in Qatar, la sua colonna vertebrale, sono sottoposti a ciò che le associazioni dei diritti umani chiamano “schiavitù”. Questi sfortunati, privati dei loro passaporti e pagati con una miseria, sopravvivono in odiosi campi senza il diritto di lasciare il Paese. Molti di loro, aggrappandosi al cemento dei grattacieli che costruiscono, muoiono d’infarto o precipitando (diverse centinaia di morti ogni anno).
La “giustizia” a Doha viene amministrata direttamente dal palazzo dell’emiro, attraverso giudici che sono spesso dei mercenari provenienti dal Sudan. Sono coloro che hanno condannato il poeta al-Ajami all’ergastolo, perché ha pubblicato su internet una battuta su al-Thani. Osserviamo una doppia morale: poiché questo letterato non è Solzhenitsyn, nessuno pensa di marciare a Parigi per difendere il martire della libertà. Con un aneddoto, quest’anno, poiché il suo insegnamento non era “islamico”, una scuola francese a Doha è stata semplicemente tolta dalla lista delle istituzioni gestite da Parigi.

Fermiamoci qui, perché la situazione dei diritti in Qatar è un attentato permanente ai diritti.
Eppure si cade sul famoso paradosso, Doha non esita, fuori del suo territorio, a predicare la democrazia. Il miglior forum annuale su questo tema viene organizzato nella capitale. Il suo titolo, “Democrazia nuova o restaurata“, mentre in Qatar non c’è democrazia che sia “nuova” o “restaurata”… Secondo la classifica di The Economist, solo in termini di democrazia, il Qatar è il 136.mo su 157 Stati, classificatosi dietro la Bielorussia. Stranamente, mentre tutte le anime belle evitano il dittatore baffuto Lukashenko, non provano vergogna o rabbia a stringere la mano ad al-Thani. E l’inferno del Qatar non impedisce ai grandi difensori dei diritti umani, tra cui gli ospiti francesi, di venire a prendersi il sole di Doha: Segolene Royal, Najat Belkacem-Vallaud, Dominique de Villepin, Bertrand Delanoë.

Come può un Paese che è essenzialmente antidemocratico presentarsi quale promotore della primavera araba e della libertà di espressione?
Alla luce della “primavera araba” il Qatar ha un ruolo fondamentale, si osservano due fasi. In un primo momento, Doha urla assieme alla gente giustamente indignata. Questo si chiama “democrazia e libertà”. Abbattuti i dittatori, il potere viene preso dai Fratelli musulmani, che sono i veri alleati di Doha. E dimenticano le parole d’ordine di ieri. Come indicato nei supermercati, “libertà e democrazia” sono solo prodotti di grido, sono solo “com” (propaganda). Se il coinvolgimento del Qatar nella “primavera” è apparso sorprendente, è la strategia di Doha che resta discreta. Da anni l’emirato ha rapporti molto stretti con i militanti islamici perseguitati dai potentati arabi, ma anche con gruppi di giovani blogger e utenti di Internet cui offrono corsi sulla “rivolta nella rete.” La politica dell’emiro è duplice. In primo luogo, spediscono avanti la “facciata” dei giovani con i loro Facebook e blogger, ma a mani nude davanti ai fucili della polizia e dei militari. Sconfitti questi, sgomberato il campo, giunge il momento di spiattellare questi islamisti tenuti al caldo e in riserva, sacralizzati dalle saghe eroiche ingigantite da al-Jazeera.

Come si spiega il coinvolgimento diretto del Qatar prima in Tunisia e Libia, e ora in Egitto, nel Sahel e in Siria?
In Libia, come dimostriamo nel nostro libro, l’obiettivo era sia di ripristinare il regno islamico di Idriss che tentare di prendere il controllo di 165 miliardi, l’ammontare del risparmio nascosto da Gheddafi. Nel caso della Tunisia e dell’Egitto, vi è l’applicazione della strategia fredda per “ridisegnare il Medio Oriente”, degno dei “neocon” statunitensi. Ma, ancora una volta, non fu solo  il Qatar che ha rovesciato Ben Ali e Mubaraq, la loro caduta è stata inizialmente il risultato della loro corruzione e della loro politica tirannica e cieca. Nel Sahel, i missionari del Qatar sono presenti da cinque anni. Con le reti delle moschee, l’applicazione sapiente della zaqat, la beneficenza islamica, il Qatar si è ritagliato nel Niger e in Senegal un territorio dipendente dal seno dorato di Doha. Inoltre, in Niger, come in altri Paesi poveri nel mondo, il Qatar ha acquistato centinaia di migliaia di ettari trasformando dei poveri affamati in “contadini senza terra”. Alla fine del 2012, quando i jihadisti presero il controllo del nord del Mali, fu osservato che i membri della mezzaluna rossa del Qatar si recavano a Gao per aiutare i terribili killer del MUJAO…
La Siria è un’estensione del campo della lotta con, in aggiunta, una esagerazione: mostrare concorrenza perfino con il nemico saudita nel sostegno alla jihad. Ecco, è difficile leggere chiaramente lo scopo politico dei due migliori amici del Qatar, gli Stati Uniti e Israele, poiché Doha sembra giocare con il fuoco dell’Islam radicale…

Fatah accusa il Qatar di seminare discordia e divisione tra i palestinesi sostenendo pienamente Hamas, che fa parte della nebulosa della Fratellanza musulmana. Per molti osservatori, questa strategia avvantaggia solo Israele.  Sei d’accordo con questa analisi?
Quando si vuole discutere del volto politico del Qatar verso i palestinesi, dobbiamo attenerci alle immagini. Tzipi Livni, che con Ehud Barak fu il perno dell’Operazione Piombo Fuso a Gaza, nel 2009, che fece 1.500 morti, fa regolarmente shopping nei centri commerciali di Doha. Ne approfitta quando viaggia per salutare l’emiro. Un sovrano che, durante una visita segreta, si recò a Gerusalemme per visitare la signora Livni… Ricordiamoci del patto firmato da un lato da HBJ e dal sovrano al-Thani e dall’altro dagli Stati Stati: la priorità è aiutare la politica di Israele. Quando il “re” di Doha arrivò a Gaza, promise milioni, un modo di coinvolgere Hamas nel clan dei Fratelli musulmani, spezzando al meglio l’unità palestinese. Si tratta di una politica patetica. Ora, Mishaal, capo di Hamas, vive a Doha nel palmo della mano dell’emiro. Il suo sogno, avendo Hamas abbandonato ogni idea di lotta, è mettere Mishaal alla guida della Palestina annessa alla Giordania, una volta abbattuto re Abdullah. Israele potrebbe quindi estendersi in Cisgiordania. Interessante fantapolitica.

Il Qatar ha “comprato” l’organizzazione della Coppa del Mondo di calcio nel 2022?
Un grande e vecchio amico del Qatar ha detto: “Il loro dramma è che riescono sempre a farsi dire che “ancora una volta, hanno pagato””. Certo, vi sono dei sospetti. Si noti che le federazioni sportive sono così sensibili alla corruzione che con il denaro, l’acquisto di una gara è possibile. Lo abbiamo visto con le Olimpiadi stranamente attribuite a degli outsider…

Nella disputa di confine tra Qatar e Bahrain, si è scoperto che uno dei giudici della Corte internazionale di giustizia dell’Aja è stato comprato dal Qatar. Il caso può essere rivisto alla luce di queste rivelazioni?
Un libro, uno serio, recentemente pubblicato suggerisce una possibile manipolazione del Qatar durante il giudizio arbitrale che ha risolto la controversia di confine tra il Qatar e il Bahrain. La posta in gioco è alta, perché sotto il mare e le isole, c’è il gas. Un esperto mi ha detto che questa rivelazione potrebbe essere utilizzata per riaprire il caso davanti alla Corte dell’Aja…

I legami pericolosi tra il francese Sarkozy e il Qatar continuano con François Hollande. Come si spiega questa continuità?
Parlando del Qatar, si parla di Sarkozy e viceversa. Dal 2007 al 2012, diplomatici e spie francesi ne sono testimoni, è l’emiro che ha impostato la “politica araba” della Francia. E’ divertente sapere oggi che Bashar al-Assad è stato l’uomo che ha introdotto i “Sarkozi” presso l’allora suo migliore amico, l’emiro del Qatar. Non vi è alcuna buona commedia senza traditori. Gheddafi è stato un altro grande amico di al-Thani, è l’emiro che ha facilitato il divertente soggiorno del colonnello e della sua tenda a Parigi. Senza menzionare casi incidenti come l’epopea del rilascio delle infermiere bulgare. Il rapporto tra il Qatar e Sarkozy è sempre stato sostenuto da prospettive finanziarie. Doha oggi ha promesso d’investire 500 milioni di euro in un fondo d’investimento che dovrebbe essere lanciato dall’ex presidente francese a Londra. Lo scambio di buone pratiche avviene con la propaganda o la mediazione di avventure, come quelle sportive, in Qatar.
François Hollande, in rapporto al Qatar, è in bilico. Un giorno il Qatar è il “partner indispensabile” che ha salvato, nella sua roccaforte di Tulle, la fabbrica di borse Tanner, il giorno dopo, bisogna stare in guardia dai suoi amici jihadisti. Nessuna politica è saldamente disegnata, e i diplomatici del Quai d’Orsay nominati da Sarkozy, continuano a giocare la partita di una Doha che deve rimanere l’amica numero uno. In tempi di crisi, gli ambiti miliardi di al-Thani comportano, inoltre, una qualche forma di amicizia nel nome di uno slogan falso e ridicolo secondo cui il Qatar “può salvare l’economia francese”… La realtà è meno entusiasmante: tutti gli investimenti industriali di Doha in Francia sono fallimentari… resta solo l’investimento nel mattone, la vecchia calza di ogni ricchezza. Notiamo ancora un’altra patetica spaccatura: Hollande ha mandato il suo ministro della difesa a Doha per cercare di compensare i costi dell’operazione militare francese in Mali, condotta contro i jihadisti ben visti dall’emiro.

*Le Vilain Petit Qatar – Cet ami qui nous veut du mal, Jacques-Marie Bourget e Nicolas Beau, ed.  Fayard, 300 p., 19 euro

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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Vedasi: Qatar – L’assolutismo del XXI.mo secolo

Ucciso per impedire la liberazione dell’Africa dal 2014

La Dépêche d’Abidjan, 11 aprile 2013

66698Quando Gheddafi e suoi figli furono linciati e assassinati, in occidente nessuna voce d’indignazione si alzò. Anzi, gente che si è spacciata come icona progressista e pacifista, come Danilo Zolo o Angelo Del Boca, ululò al fianco del lupo della NATO Amm. Giampaolo di Paola contro la ‘feroce e cocciuta’ resistenza di Gheddafi e della Jamahiriya Libica a Sirte, posta sotto assedio dalla NATO, dai suoi satelliti petro-monarchici e dalle bande di ascari sanguinari integralisti, che intenerivano e inteneriscono i cuoricini del ‘barboncini rossi’ del Pentagono e del social-colonialismo anglo-francese: Da Jean Ziegler, Illan Pappé, Tariq Alì, Rashid Kalili, Samir Amin, giù, fino alle loro locali riproduzioni in sedicesimo, come i già citati Del Boca, Zolo, Rossana Rossanda e ancora giù giù, fino alla gauche-caviar italofona, come la compassionevole e orgogliosa bombardatrice della Libia Laura Boldrini, il vile barbocino rivoluzionario di casa Berlusconi Valerio Evangelisti, la feccia della sinistra radicale italiana rappresentata dalla teppaglia social-colonialista di PCL, PdAC, PRC, Sinistra Radicale, IlManifesto, Utopia, rossa o arancione, Campo antimperialista, tutti indefettibilmente schierati con gli stupratori islamo-atlantisti in Libia e in Siria, e tutti sulla stessa linea del fronte assieme ai reporter-mercenari sostenuti dai soldi del Qatar, che da una parte finanzia i terroristi in Libia e Siria, e dell’altra se ne assicura una favorevole copertura mediatica, accordando finanziamenti alle agenzie di disinformazione strategica, come in Italia l’ANSA (fondata dall’agente dell’intelligence inglese Renato Mieli, legato alla struttura ‘intellettuale’ di Gladio: Interdoc), la RAI, soprattutto RAI-3, TG-3 e RaiNews, gestiti da sgradevoli pupazzi e squallidi buffoncelli, coadiuvati da cosiddetti ‘freelance’ da 6/8000 euro mensili, collegati alle fazioni più screditate dell’intelligence italidiota (come quella che esprime la rivista clandestina Théorema).
Dietro alla verbosità pseudo-rivoluzionaria di questa teppaglia massimalista e dietro i ‘sobri servizi’ di questi ‘reporter-spie’, ufficiali e ufficiosi, dell’apparato di disinformazione pubblico italiano, si nascondono i veri e concreti interessi degli apparati imperialistici e atlantisti, che perseguono i loro spregevoli obiettivi utilizzando financo questa insulsa massa di utili idioti e di laidi ruffiani. Dietro all’antirazzismo manierato e perbenista di una Boldrini, si cela la forma più ripugnante di disprezzo dell’umanità. Il pezzo seguente, semplice e chiaro, mostra quale fosse l’obiettivo reale dell’efferata campagna di disinformazione e bellica condotta contro la Repubblica Popolare Socialista della Jamahiriya Libica.
Il resto è solo mancia per prostitute e galoppini della NATO e dei petromonarchi wahhabiti.

Alessandro Lattanzio, 15 aprile 2013

Ucciso per impedire la liberazione dell’Africa dal 2014
285615Eliminarlo subito o perdere il controllo totale dell’Africa a partire dal 2014, ecco la ragione che ha spinto la Francia, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e i loro alleati nella campagna contro Gheddafi. Valuta, Fondo Monetario Africano, Banca Centrale Africana, telecomunicazioni, trasporti, Stati Uniti d’Africa… Muammar Gheddafi aveva abilmente pianificato tutto, ponendosi entro l’anno 2014 la creazione della banca centrale, una base monetaria e molto altro ancora per liberare il continente dopo mezzo secolo d’indipendenza, una parola seguita da nessun atto o “governata senza controllare”. Dopo aver proposto, nel 2000 al vertice dell’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) a Lomé, di realizzare il sogno di Kwame Nkrumah e di sheikh Anta Diop, e aver ottenuto la creazione dell’Unione africana (UA) pochi anni dopo, il leader libico si spingeva oltre.

Satelliti africani e Afriqiya: Due idee concrete per l’unità
Gheddafi spinse i suoi colleghi a comprare un satellite per l’Africa, l’Africa ha la sua indipendenza nelle comunicazioni, pre-finanziando questo acquisto con centinaia di milioni di dollari. “Seppe spendere generosamente (…) e per acquistare il satellite africano, ci sono voluti trecento milioni di dollari pronti“, dice Moustapha Cissé, ex-ambasciatore senegalese in Libia ed ex-consigliere speciale dell’ex presidente del Senegal Abdiou Diouf, responsabile del mondo arabo-islamico.
La Guida della Jamahiriya libica offrì così RASCOM-QAF1, il primo satellite per telecomunicazioni dedicato al continente africano e alle sue isole. Fu messo in orbita il 20 dicembre 2007! Fu il primo lancio di un satellite nella storia di tutti i Paesi africani.
Gheddafi lanciò anche la compagnia aerea Afriqiyah Airwyas, che assicurava i collegamenti tra le capitali africane e le regioni del continente. La società offriva quattro voli regolari tra Tripoli e Dakar, Abidjan e Cairo… ecc. “Molte persone usarono la linea Afriqiyah per andare a Parigi. Perché potemmo fare Dakar, Tripoli, Parigi, andata e ritorno per 400.000 FCFA (615 euro)“, aggiunge il diplomatico senegalese. “Così Tripoli era diventata la piattaforma di comunicazione tra l’Africa, il mondo arabo e l’Europa.”

Valuta e la Banca centrale africana nel 2014
Gheddafi propose l’istituzione di un’unità monetaria africana (AMU). Aveva versato 30 miliardi (di dollari) per la creazione dell’AMU, che avrebbe avuto sede a Yaoundé (Camerun). Aveva inoltre in programma la creazione di una Banca Centrale Africana (ACB), che avrebbe dovuto installare il suo quartier generale ad Abuja, la capitale federale della Nigeria. La banca africana doveva iniziare ad emettere una moneta africana nel 2014. “Cosa che non piacque all’occidente, perché ci avrebbe permesso di abbandonare il CFA ed altre valute che servono solo a corrompere le nostre economie” dice indignato Cissé

Investitore africano in Africa
Gheddafi aveva una dinamica politica africana. Dal Senegal al Ciad, passando per Guinea, Costa d’Avorio, Ghana, Liberia, Benin, Togo, Nigeria, Niger, Mali, ecc. La guida libica aveva investito miliardi di dollari nel settore agricolo, nel petrolio, turismo e infrastrutture. In Mali, il più piccolo investimento libico era pari a 50 miliardi (di CFA) nel settore alberghiero. “Gli investimenti libici nel settore alberghiero erano stimati in oltre 50 miliardi di franchi CFA“, ha detto Balla Umar Touré, direttore generale dell’Ufficio del Turismo del Mali. Diverse altre centinaia di miliardi di dollari furono investiti nel settore agricolo. Per i maliani Gheddafi era “un uomo che si era impegnato per la causa d’Africa“.
Il Consiglio nazionale di transizione (CNT) venne considerato in Mali un organo dei ribelli sostenuti dalla comunità internazionale. Fin dall’inizio della rivolta a Bengasi, e dall’arrivo delle  aeronautiche straniere, associazioni musulmane e partiti politici organizzarono manifestazioni a Bamako, a sostegno di Gheddafi, denunciando “l’invasione occidentale“.
Il leader libico aveva, secondo i suoi nemici, versato diversi miliardi di dollari per la creazione delle banche Sahelo-Sahariane in Senegal, Mali, Niger, Mauritania, Ciad, ecc., e per l’acquisizione di diverse società occidentali in Africa, per ridurne l’influenza sulle economie del continente. Questo fu, per esempio, il caso dell’azienda petrolifera Mobile, del gruppo statunitense Exxon-Mobil, che divenne la Oil Libia in gran parte della sub-regione dell’Africa occidentale.
La Guinea-Conakry deve il suo primo canale televisivo a Muammar Gheddafi, che glielo offrì in nome del popolo libico quale regalo al “popolo fratello” della Guinea, nel 1979. Inoltre rifornì l’esercito della Guinea, dalle armi pesanti alle uniformi dei soldati, per diversi decenni. Oltre a un enorme sostegno finanziario. “E ora certi finanzieri dicono che gli investimenti libici nella sub-regione superavano tutti gli altri investimenti“, ha sottolineato l’ambasciatore Mustapha Cissé.

La vita dei libici, con Gheddafi
1 – La Libia era l’ultimo nell’elenco dei Paesi indebitati! Il debito era il 3,3% del PIL! In Francia è l’84,5%! L’88,9% negli Stati Uniti! Il 225,8% in Giappone!
2 – La luce era gratuita!
3 – L’acqua calda era gratuita!
4 – Il prezzo di un litro di benzina era di 0,08 euro!
5 – Le banche libiche prestavano senza interesse!
6 – I cittadini non pagavano tasse e l’IVA non esisteva!
7 – Ogni famiglia libica, su presentazione del libretto di famiglia, riceveva 300 euro di aiuti al mese!
8 – A ogni studente che voleva studiare all’estero, il “governo” dava una borsa di studio di 1627,11 euro al mese!

Wadr.org


Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Tunisia, come è nata la ‘Primavera Araba’

Tunisia: la verità sul numero dei “martiri” e i veri colpevoli
Karim Zmerli, Tunisie Secret, 10 aprile 2013

Rachid-Ammar1Prima di aprire la questione esplosiva dei prigionieri politici, per caso per caso, Tunisie Secret si concentra prima sulla questione non meno esplosiva delle vittime degli scontri del dicembre 2010-gennaio 2011. Qual è il loro numero? Chi sono? In quali condizioni sono state uccise? Chi le ha uccise? C’era l’ordine di sparare sui manifestanti? Due anni dopo la sanguinosa crisi che ha cambiato radicalmente la Tunisia, l’opinione pubblica nazionale e internazionale deve porsi queste domande con il rischio di compromettere qualche dogma pseudo-rivoluzionario. Sui fatti che hanno gettato la pacifica Tunisia nel sangue degli innocenti, nella confusione e nell’anarchia, mettendone il destino nelle mani degli islamisti “moderati”.

Nel febbraio del 2011, un rapporto delle Nazioni Unite stimava il numero delle vittime a 300 morti e 2800 feriti. I social network, manipolati da agenzie estere e da al-Jazeera, intossicati dalla propaganda islamista e di sinistra, indicavano la cifra dei “martiri” in 5000! In questa analisi, TS non prende in considerazione che la relazione finale della Commissione d’inchiesta sugli abusi e le violazioni (CIDV), presieduta da Taoufik Bouderbala, avvocato ed ex presidente della Lega tunisina dei diritti dell’uomo; il rapporto è stato pubblicato nell’aprile 2012. Notiamo di passaggio che molti tunisini sanno che fu Ben Ali ad ordinare la creazione della Commissione d’inchiesta, nel suo discorso del 13 gennaio 2011!

Le conclusioni della CIDV
Secondo il rapporto, il bilancio delle vittime finale è di 338 morti, tra cui 86 criminali detenuti che incendiarono le loro celle per fuggire, 14 membri della polizia e cinque soldati dell’esercito nazionale. Nessuno si chiede nulla dell’identità dei criminali che hanno ucciso 14 poliziotti e cinque soldati. Quindi, il numero esatto dei “martiri” della “rivoluzione dei gelsomini” è 233, dal momento che sia i primi (gli 86 che cercarono di evadere) e gli altri (i 19 che stavano facendo il loro dovere per mantenere l’ordine) da alcuni non sono considerati dei “martiri”. Sempre secondo il rapporto di Taoufik Bouderbala, il 60% dei decessi è avvenuto nei governatorati di Kasserine, Sidi Bouzid, Gafsa e Tunisi. Il 61% è stato ucciso dopo la cacciata di Ben Ali il 14 gennaio 2011. Al contrario, il 68% degli feriti è stato registrato tra il 17 dicembre e il 14 gennaio. Su un totale di 338 morti, tra manifestanti, criminali e poliziotti, 205 sono stati uccisi dopo il 14 gennaio, 28 nella giornata del 14 gennaio e 104 tra il 17 dicembre e il 14 gennaio. Oggettivamente parlando, fu dopo la caduta del regime che vi furono più morti per arma da fuoco che non durante le manifestazioni, come si era affermato.

Di chi è la responsabilità?
Nel febbraio 2011, un grave errore venne commesso dai protagonisti di questo caso, che sono anche tutti attualmente detenuti nel carcere di Mornaguia. Questo errore è stato lanciarsi recriminazioni reciproche, scaricando le responsabilità sperando di salvare la testa. Sarebbe preferibile che ognuno si assuma le proprie responsabilità, nel quadro delle proprie funzioni, sapendo che in un tale sistema gerarchico, la responsabilità è del capo supremo dello Stato, cioè del presidente della Repubblica. Il peggio di queste accuse reciproche, è che tutti più o meno hanno evitato l’esercito, più precisamente il generale Rashid Ammar. Il motivo è semplice: il generale traditore, cui Washington aveva anche promesso impunità in cambio del tradimento (come pure ad alcuni generali egiziani), è diventato, dopo il colpo di stato militar-musulmano-statunitense del 14 gennaio 2011, il nuovo uomo forte del regime. Quindi, a causa del suo reale e segreto potere, i vari funzionari oggi in galera hanno risparmiato Rashid Ammar. Così l’ex ministro della Difesa Ridha Grira ha accusato Ali Seriati, questi ha accusato l’ex ministro degli Interni Rafiq Belhaj Kacem, che a sua volta ha  implicitamente indicato la responsabilità del suo immediato successore (12 gennaio), Ahmed Fri’a, dato che il numero delle vittime, soltanto il 12-14 gennaio, raggiunse i 43 morti. Queste accuse reciproche colpiscono tutti, beneficiando esclusivamente Rashid Ammar.

Il generale ignorato!
Come capo dell’esercito, il generale Rashid Ammar è responsabile quanto gli attuali detenuti che si rinfacciano reciprocamente le responsabilità. Col senno di poi, è anche il più responsabile di tutti. E per una buona ragione: nel dicembre 2010 i militari parteciparono attivamente alla repressione dei manifestanti assieme alle forze di polizia. È lo stesso rapporto della CIDV che l’attesta. Questo rapporto identifica specificatamente quattro ministeri co-responsabili: Interni, Difesa, Salute e Comunicazioni. Come negli eventi del gennaio 1978 (quasi 500 morti) e del gennaio 1984 (420 morti), come anche negli eventi sanguinosi di Redeyef, nel 2008, è sempre stato l’esercito a svolgere il suo “dovere nazionale” schiacciando gli insorti. Come per magia, non fu così nella rivolta del gennaio 2011! Poiché non vi era alcuna questione per definire questo evento non come crisi o moti sociali del gennaio del 2011, ma “rivoluzione dei gelsomini”, non più di presentare l’esercito non come un’istituzione al servizio dello Stato repubblicano, la cui missione è l’integrità territoriale del Paese e la sua sicurezza dai pericoli esterni ed interni, ma come l’unica istituzione schieratasi con il popolo e contro lo Stato. Vale a dire, si è schierato con l’illegalità e contro la legge. Questo mito ha avuto inizio con la menzogna del “generale salvatore”, lanciata da Bruxelles dal cyber-attivista Yassin Ayari, che ha poi ammesso di aver mentito. Questo cyber-collaborazionista, che attualmente vive in Francia dopo aver contribuito ad incendiare la Tunisia, è figlio di un vero martire, il colonnello Tahar Ayari, caduto con onore sul campo, nel maggio 2011, sotto le pallottole dei terroristi che l’effimero ministro degli Interni Farhat Rajhi volle rilasciare nel nome dei diritti umani e della “rivoluzione dei gelsomini”.
Rashid Ammar non è il salvatore del popolo, ma il suo boia principale. Non solo perché l’esercito sotto il suo comando, e non agli ordini dei civili e del tecnocrate Ridha Grira, ha partecipato alla repressione, così come la polizia, ma perché i famosi cecchini locali dipendevano dal Ministero della Difesa e non dal Ministero degli Interni, che non ha mai avuto questi cecchini, come ammette il presidente della CIDV Taoufik Bouderbala. Più grave è il caso dei misteriosi cecchini stranieri che furono i primi a uccidere dei manifestanti, avvelenando la situazione e rendendola irreversibile, secondo l’antica ricetta della CIA già testata più volte in America Latina, Africa e Iran nel 1953 e nel 2009. Ora sappiamo che tra questi famosi mercenari, che agiscono per conto della CIA e sono pagati dal Qatar, cinque furono arrestati in flagranza di reato dalla polizia nazionale e liberati da Rashid Ammar subito dopo la cacciata di Ben Ali. Tutte queste verità, Taoufik Bouderbala le ha confessate a mezza voce, senza riportarle nella relazione del CIDV, per ragioni facili da indovinare.

Legittima difesa o premeditazione?
Come Ben Ali ha detto in una intervista concessa dal suo esilio saudita, l’ex capo dello Stato non ha mai dato l’ordine di sparare proiettili veri contro i manifestanti. Non siamo obbligati a credergli, ai sensi del secondo comma della legge n° 70 del 6 agosto 1982, secondo cui è il capo dello Stato, nel caso di minacce interne o esterne, l’unico a dare ordinari ufficialmente alle forze di sicurezza, o attraverso i ministri o dirigenti direttamente responsabili dell’ordine e della sicurezza. Non siamo obbligato a crederci, ma dobbiamo farci questa domanda di buon senso: chi ha beneficiato di questi crimini? Uno Stato indebolito e in cerca di una rapida uscita dalla crisi, senza la perdita di vite che l’avrebbe subito screditato agli occhi del mondo e quadruplicato la rabbia popolare verso di esso? O interessi stranieri (Stati Uniti e Qatar) e i loro agenti locali, che cercavano di deteriorare la crisi fino al punto di non ritorno, in particolare la caduta del regime e l’inizio della “primavera araba” che, magistralmente guidata, ha devastato la Libia, l’Egitto, lo Yemen e la Siria?
Indipendentemente dalla responsabilità personale di Ben Ali, si deve rilevare quella prova che gli avvocati e politologi chiamano “violenza legittima”, monopolio legale soltanto dello Stato, che sia democratico o dittatoriale. Per illustrare questa verità, ecco un esempio sorprendente: la “Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali” in vigore in Europa. Si tratta più precisamente della Convenzione emendata nel Protocollo n° 14 (STCE n° 194)  entrata in vigore il 1 giugno 2010, che all’articolo 2, intitolato Diritto alla vita, stabilisce che:
1. Il diritto alla vita di tutti deve essere protetto dalla legge. La morte non può essere inflitta a chiunque intenzionalmente, salvo in esecuzione di una sentenza di un tribunale ove il reato sia punibile con la pena di morte per legge.
2. La morte non si considera cagionata in violazione del presente articolo se è il risultato di un uso della forza assolutamente necessario: a. in difesa delle persone contro violenze illegali; b. per eseguire un arresto regolare o per impedire l’evasione di una persona regolarmente detenuta; c. per punire, in conformità con la legge, una sommossa o un’insurrezione.
Così, anche in Europa, “la morte non è considerata” una violazione dei diritti umani nel caso in cui lo Stato si ritrova minacciato da “una sommossa o un’insurrezione”! Teoricamente, in Tunisia una tale eccezione che giustifica l’uso della repressione mortale non esiste in alcun testo di legge, dall’indipendenza a oggi. Un testo simile afferma che l’uso delle armi non è consentito, salvo in caso di legittima difesa. In situazione di sommossa, il testo indica invece che il ricorso alla violenza deve essere graduale. Si tratta dell’articolo 2 della legge n° 4 del 24 gennaio 1969.

Ciò di cui Taoufik Bouderbala non deve parlare
Ciò che il rapporto della CIDV non rivela è che tra i 233 manifestanti deceduti, 21 furono uccisi con le armi in pugno. Chi erano? Da dove venivano? Tutti mantengono il silenzio su di loro, solo di recente Shadly Sahli, ex alto funzionario degli Interni coinvolto negli stessi processi (n° 71191 della Corte militare di Tunisi e n° 95646 della Corte militare di Kef) con Ben Ali, Rafiq Belhaj Kacem, Ali Seriati, Jalil Boudriga, Adel Touiri, Muhammad Lamin al-Abid, Muhammad Zituni… In tribunale l’ufficiale, soprannominato la ‘Scatola Nera’, disse che tra il 17 dicembre 2010 e il 14 gennaio 2011, “terroristi mascherati e armati s’infiltrarono in Tunisia dal confine algerino e si mescolarono con i manifestanti“. Aggiunse che i terroristi “attaccarono le stazioni di polizia, rubando armi e sparando sui dimostranti, creando un clima di disordini e caos“. A suo rischio, un ex esperto di sicurezza ha chiarito che i terroristi appartenevano al movimento islamista. Sembra inoltre che dei restanti 212 “martiri”, 73 siano stati identificati come appartenenti a cellule dormienti islamiste di al-Nahda, che furono liberati da Ben Ali nel 2004-2009, o ebbero il permesso di tornare a casa nello stesso periodo. Senza slogan religiosi e senza barba, si mescolarono con i manifestanti pacifici incitando alla violenza, ai saccheggi e alle distruzione di proprietà pubbliche e private. Infine, sembra che dei 139 “martiri” restanti, molti fossero criminali comuni evasi dalla prigione con l’aiuto dell’esercito, come evidenziato da diversi documenti, tra cui i video girati da dilettanti o giornalisti televisivi europei. Quasi un centinaio di giovani ha quindi pagato con la vita per la dignità e la libertà. Solo loro meritano di essere chiamati martiri.

I nostri risultati
Alla luce di questa indagine o analisi, è chiaro che la “giustizia di transizione”, che ancora mantiene  in prigione Sami Fehri, arbitrariamente e ingiustamente, e che persegue Burhan Buseiss, mentre i veri criminali sono liberi e alcuni addirittura ricoprono cariche strategiche nel governo o nella presidenza, non sia altro che fumo negli occhi, null’altro che la giustizia dei vincitori contro i vinti. E’ la giustizia dei traditori e dei mercenari degli USA e del Qatar, contro i ministri e gli alti funzionari dello Stato che hanno solo fatto il loro dovere patriottico, in una situazione di confusione totale, e che i tunisini stanno solo ora iniziando a capirne i pro e i contro. Questo chiarimento era necessario prima di affrontare, caso per caso, le vicende dei primi prigionieri politici della Repubblica islamica, creata da Qatar e Arabia Saudita con la benedizione degli Stati Uniti d’America.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Jadran Express e i quattro giornalisti sequestrati in Siria

Alessandro Lattanzio, 8 aprile 2013

206421Il 10 giugno 2011 si scopriva che nel precedente mese di marzo, il materiale bellico sequestrato nel 1994 a bordo del cargo maltese Jadran Express, diretto al porto croato di Rijeka, costituito da 2000 tonnellate di armi stivate in 133 container e del valore di 30 milioni di dollari USA, e conservate nei depositi sotterranei dell’isola di Santo Stefano, a Caverna Guardia del Moro, controllati dal Ministero della Difesa, era stato imbarcato segretamente su un traghetto per Civitavecchia. Si sarebbe trattato di 30mila fucili d’assalto AK-47, 150.000 caricatori, 32 milioni di proiettili calibro 7,62mm, 50 lanciarazzi BM-21 Grad e relativi 5mila razzi da 122mm, 400 lanciarazzi anticarro RPG e relativi 11.000 razzi anticarro. Le armi, una volta giunte nel porto di Civitavecchia potrebbero esser state depositate temporaneamente in due centri della Marina Marina: il CIMA, Centro Interforze Munizionamento Avanzato di Aulla, in provincia di Massa e Carrara ma sotto la direzione del Maridipart La Spezia, e l’Officina Missili della Direzione di Munizionamento ‘Cava di Sorciano’, dipendente da MariSicilia e Maribase Augusta, nei pressi di Priolo Gargallo a una decina di chilometri da Siracusa e da Augusta. Probabilmente il materiale bellico, rimasto in deposito per 17 anni, aveva bisogno di essere revisionato presso questi centri, e ricondizionato per un nuovo impiego. Ad esempio il CIMA “oltre a svolgere un’attività di conservazione e stoccaggio di manufatti esplosivi, è diventato … l’unico Polo italiano di integrazione pirica di missili e siluri in ambito interforze e ditte private.” Il 7 marzo 2011 il pattugliatore Libra (P402), imbarcando forse parte del materiale bellico in questione, si sarebbe recato a Bengasi per consegnare il carico ai golpisti-terroristi del CNT, per poi rientrare ad Augusta il 9 marzo successivo. L’Italia di Larussa, Frattini e Berlusconi stava così armando il golpe attivato da Parigi, Londra e Doha contro la Repubblica Popolare Socialista della Jamahiriya Libica.
Secondo l’esperto d’intelligence Gianni Cipriani “l’Italia ha fornito clandestinamente armi ai ribelli di Bengasi. L’invio di armi è stato fatto ai primi di marzo, proprio durante le fasi del conflitto libico, circa due settimane prima dell’inizio dei raid aerei contro Gheddafi. Il governo italiano ha inviato fucili, mitra e munizioni prelevati dai depositi ex SISMI della Sardegna: parte delle armi facevano parte di vecchie forniture americane utilizzate dalle strutture che hanno ereditato Gladio. Le armi sono arrivate in Cirenaica a bordo di unità della Marina militare che, ufficialmente, portavano solo ‘aiuti umanitari’. Accanto a molte delle azioni diplomatiche e dei servizi d’informazione che hanno riguardato la Libia e l’appoggio agli insorti, si è parallelamente giocata una guerriglia sotterranea tra Italia, Francia e Regno Unito, che puntano a posizioni di maggiore influenza politica ed economica nella Libia del dopo Gheddafi”.
Un portavoce del pubblico ministero sardo Riccardo Rossi, che seguiva la vicenda, aveva dichiarato: “Tutti i tentativi di ottenere una qualsiasi informazione dal Ministero della Difesa si sono rivelati infruttuosi, essendoci stato riferito che la vicenda è coperta dal segreto di Stato. Tutto quello che vogliamo sapere è dove le armi siano ora, se sono state rimosse in modo sicuro e se non ci fosse stato alcun rischio per i passeggeri e l’equipaggio del traghetto che le hanno imbarcate.’ Inoltre, anche i tre parlamentari Gian Piero Scanu, Giulio Calvisi e Elio Lanutti hanno presentato richieste di notizie sulle armi, senza alcuna risposta. Un portavoce del ministero della Difesa aveva dichiarato: “Mi dispiace, non possiamo parlarne, è stato posto il segreto dall’ufficio del primo ministro, che vieta qualsiasi informazione.” Un esperto militare italiano aveva affermato: “Con quella quantità di armamenti si potrebbe iniziare e vincere una piccola guerra. E’ assai strano che siano state detenute nonostante dovessero essere distrutte. Il fatto che l’ordine di segretezza sia stato imposto su tutta la vicenda è molto intrigante, c’è da chiedersi se il governo abbia spedito queste armi all’estero.”
Nei giorni in cui il governo Berlusconi faceva arrivare clandestinamente le armi ai golpisti bengasini, il ministro degli esteri Frattini dichiarava “l’Italia ha avviato discretamente contatti con esponenti dell’opposizione libica e ritiene che farlo in questo modo sia la soluzione migliore. C’è quasi una corsa all’incontro con il Consiglio provvisorio di Bengasi. I nostri amici inglesi ci hanno provato e il Consiglio ha detto ‘ci rifiutiamo di incontrarli’. Noi abbiamo delle conoscenze migliori di altri, siamo spesso richiesti in queste ore conoscendo coloro che sono lì. Conosciamo certo l’ex ministro della Giustizia libico ora a capo del consiglio di Bengasi, per i rapporti dell’Italia con la Libia. Conosciamo quella rete di ambasciatori libici che ha detto che da ora loro sono al servizio del popolo libico e non più del regime. Alcuni di loro stanno esercitando un’azione importante per coagulare un consenso”.
Nelle ore in cui Frattini rilasciava questa dichiarazione, il governo italiano inviava agli islamisti del CNT casse “umanitarie” cariche di armi, illudendosi di guadagnarsi il primo posto dei favoriti del golpismo anglo-qatariota di Bengasi.
Nel gennaio 2013 si è scoperto che altro materiale bellico, questa proveniente dalla Croazia, veniva acquistato dai sauditi e dai qatarioti per armare le bande terroristiche e mercenarie che infestano la Siria dal marzo 2011. Hugh Griffiths, che si occupa del traffico illegale di armi presso lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), afferma che le rotte seguite dai velivoli che imbarcano armi in Croazia per trasportarle in Medio oriente, indicano l’esistenza di una operazione clandestina per armare il terrorismo integralista attivo in Siria. “Ci sono tre flussi principali: dalla Croazia alla Giordania, dal Qatar alla Turchia e dall’Arabia Saudita alla Turchia. Questa è la tendenza e queste rotte sono altamente anomali“. Griffiths ha affermato che vi sono stati almeno 160 voli per consegnare le armi comprate da Arabia Saudita e Qatar, tra cui una recente spedizione di materiale non identificato dal Qatar alla Turchia. Inoltre, i voli dalla Croazia alla Giordania hanno avuto l’autorizzazione diplomatica per il sorvolo degli spazi aerei, confermando così un traffico di merci pericolose e di munizioni belliche. Da ciò si evince l’esistenza, da mesi, di un’operazione clandestina per armare la cosiddetta ‘opposizione’ armata in Siria. “E’ giusto dire che il livello di coordinamento che coinvolge così tanti alleati degli Stati Uniti, suggerisce anche il coinvolgimento di Washington“. “Niente è paragonabile, in termini d’intensità, a questo traffico aereo nel corso degli ultimi mesi“. Eliot Higgins, un inquirente che segue il traffico di armi sul suo blog Brown Moses, ha sottolineato che le organizzazioni terroristiche salafite-taqfirite Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham utilizzano armi provenienti dalla Croazia.
Il New York Times aveva confermato le notizie riguardanti le spedizioni di armi croate, aggiungendovi le prove del coinvolgimento degli Stati Uniti citando funzionari secondo cui agenti della CIA aiutano i Paesi del Golfo ad acquistare armi dalla Croazia e a spedirle alle brigate terroristiche ‘accuratamente vagliate’. Secondo un alto funzionario arabo, un diplomatico e due esperti militari, quindi è in corso un’operazione segreta e preparata con cura volta ad armare i terroristi mercenari islamisti in Siria, e questa operazione coinvolge Giordania, Arabia Saudita, Turchia, Qatar, Stati Uniti e diversi governi occidentali. Il funzionario arabo aveva detto che il numero di voli per trasportare le armi è raddoppiato nelle ultime settimane. La Giordania aveva aperto una nuova rotta, specificatamente dedicata al traffico di armi croate, alla fine del 2012. In effetti, il quotidiano croato Jutarnji List aveva riferito che negli ultimi mesi c’è stato un numero insolitamente elevato di avvistamenti di aerei Iljushin-76 di proprietà della Cargo International Air Jordan (una compagnia controllata dall’aeronautica militare giordana), presso l’aeroporto Pleso di Zagabria; e sempre secondo il giornale croato, gli Stati Uniti, principale alleato politico e militare della Croazia, ne sarebbero gli intermediari. Ivica Nekic, direttore dell’agenzia incaricata delle esportazioni di armi della Croazia, aveva definito queste affermazioni pure speculazioni. Tuttavia, secondo i dati dell’Organized Crime and Corruption Reporting Project (OCCRP), nel dicembre 2012 la Giordania aveva improvvisamente cominciato ad acquistare dai croati 230 tonnellate di armi e munizioni, per un valore di 6,5 milioni dollari. In precedenza, nel 2001, la Croazia aveva venduto ad Amman solo 15 pistole per un totale di 1053 dollari. In un’intervista all’AP, il re di Giordania Abdullah II aveva detto che i giorni del Presidente Bashar al-Assad erano contati, e il canale aperto da Amman per rifornire di nuove armi i terroristi mercenari attivati in Siria, ne indica il pieno coinvolgimento nella tragedia siriana. Secondo Shashank Joshi, esperto militare che ha monitorato il flusso di armi per conto del think tank inglese Royal United Services Institute,In questo modo si apre un nuovo fronte nel sud della Siria, liberandosi degli intermediari dei sauditi e dei libanesi in Turchia, garantendo che le armi arrivino ai ribelli dell’ELS, piuttosto che ai jihadisti”.
Islam al-Lush, portavoce della brigata islamista Liwaa al-Islam che opera presso il confine giordano-siriano, negava di ricevere armi dalla Giordania, “Se vengono portate delle armi, ciò avverrebbe da nord“, anche se poi ha detto che i ‘ribelli’ si preparano per l’ennesima battaglia per Damasco. “Ci siamo preparati a questo a lungo. Abbiamo la nostra strategia. Se Dio vuole, la battaglia per Damasco inizierà presto”. Anche se altre fonti affermano che nella provincia siriana di Daraa, al confine con la Giordania, dal 1° gennaio 2013 sono apparse grandi quantità di armi prodotte nella ex-Jugoslavia, come il cannone senza rinculo M60, i lanciarazzi M79 Osa e RPG-22, e il lanciagranate MGL/RBG-6 Milkor. Secondo l’analista James Miller, i terroristi “non sembravano preoccuparsi di conservare le munizioni per queste armi. I ribelli tendono ad accaparrarsi i proiettili per i loro kalashnikov, quindi il fatto che abbiano sprecato munizioni di armi più potenti e più recenti è degno di nota. Inoltre, a differenza dei più recenti attacchi alle installazioni del regime, l’assalto alla base siriana di Busr al-Harir è stato condotto principalmente dalle unità dell’Esercito Libero siriano”. Da Daraa, queste munizioni sono comparse in altre province, a Idlib, Hama e Aleppo. Questo processo di proliferazione delle nuove armi al nord e al sud del Siria, sembra essere iniziato a fine novembre per concludersi alla fine di dicembre 2012, indicando che queste nuove armi sono entrate dalla Giordania e dalla Turchia. Ma uno scenario più plausibile del coinvolgimento diretto di Zagabria, (che comunque supporta l’azione di Istanbul contro la Siria), è che queste armi provengano dalla Libia del CNT, che arma e alimenta i terroristi attivi in Siria. L’ex Jugoslavia, che produceva gli M60 e gli M79, aveva stretti legami con la Jamahiriya Libica, così come anche la Croazia. Quindi, è possibile che gli M60, M79, RPG-22 e RBG-6 siano stati venduti alla Libia dalla Jugoslavia e dalla Croazia, e a sua volta il CNT libico le abbia cedute ai mercenari salafiti su ordine di Washington e di Londra che, vedendo il fallimento delle offensive delle brigate islamiste e le gravi perdite subite ad opera della reazione dell’esercito siriano, hanno deciso di incrementare i rifornimenti di armi e munizioni ai mercenari dell’opposizione islamista attiva in Siria. Ma un alto funzionario statunitense ha osservato che l”opposizione’ rimane frammentata e operativamente incoerente, aggiungendo che le recenti acquisizioni dei sauditi e dei qatarioti “di per sé non apportano una svolta decisiva. Resto convinto che non siamo vicini a quella svolta“.
In tutto questo l’Italia svolge la sua parte. Il carico della Jadran Express era solo uno degli otto che hanno raggiunto la Croazia partendo dall’Ucraina, nel 1992-1994. Quindi, il materiale bellico disponibile alle bande armate operanti in Siria, resta notevole. Così come resta notevole il materiale disponibile a Roma per questo tipo di operazioni. L’Italia, tramite la Libia, invia materiale bellico ai terroristi che operano in Siria? E forse le forze speciali e d’intelligence italiane non intervengono solo indirettamente nel conflitto siriano. Il 21 dicembre 2011, un funzionario libanese dichiarò che un velivolo dell’Aeronautica militare italiana aveva sbarcato, nell’aeroporto di Beirut, ‘aiuti’ per le forze insurrezionali antisiriane. Il segretario del Comitato direttivo del Movimento nasseriano indipendente libanese, Mustafah Hamdan, aveva anche detto che il velivolo militare era arrivato all’aeroporto di Beirut nel “tentativo di fornire aiuto a coloro che vengono descritti come profughi siriani”, ma né il Primo ministro libanese Najib Miqati, né i ministri della sanità e degli esteri libanesi ne sapevano nulla. Era solo stato segnalato che individui sconosciuti erano presenti nell’aeroporto, in attesa dell’aereo italiano. Secondo Hamdan, questi elementi volevano creare instabilità in Libano, in linea con l’azione dell’assistente per gli Affari del Vicino Oriente del segretario di Stato USA, Jeffrey Feltman, volta a creare in Libano delle basi con cui alimentare l’aggressione islamo-atlantista alla Siria.
Si ricordi ora l’operato dei quattro ‘giornalisti’ italiani che sarebbero stati sequestrati nel nord della Siria, al confine con la Turchia, il 3 aprile 2013. Si tratta di un reporter della RAI e di tre freelance, noti per essere dei supporter dell’aggressione islamista alla Siria e della distruzione del governo socialista e panarabo di Damasco. I quattro si sarebbero infiltrati in Siria passando il confine turco-siriano ad Atme, per poi essere segnalati nel villaggio di Yaqubiya, a nord di Idlib, dove sarebbero stati ‘fermati’ perché “avevano filmato e fotografato postazioni militari sensibili”. Secondo fonti ‘locali’, ovvero i militanti delle fazioni anti-siriane, a sequestrarli sarebbero stati i terroristi salafiti di Jabhat al-Nusra, una filiazione di al-Qaida. Le “fonti vicine ai gruppi di attivisti siriani”, assicurano che si tratterebbe di un semplice fermo. Insomma, una pura formalità che richiederebbe “pochi giorni” per essere espletata. I reporter in questione si erano già distinti in precedenza per i loro ‘reportage’ ad Aleppo, per conto della RAI. Ovviamente in ‘giornalisti’ si sono infiltrati in Siria partendo dalla Turchia assieme ai terroristi islamisti e ai mercenari che partecipano al piano di aggressione della NATO contro l’esercito, il governo e il popolo siriani. “I giornalisti italiani sono entrati nella Siria controllata dai ribelli lo scorso 2 aprile, nell’area di Guvecci facendo tappa, tra l’altro, all’ospedale da campo di Yamadiye, di fronte alla località turca di Yayladagi. Il programma era rientrare ogni sera in territorio turco e, quindi, mantenersi sempre vicini alla striscia frontaliera tra i due Paesi.” Ovvero, la RAI partecipa militarmente all’aggressione alla Siria, diffondendo la propria propaganda e la propria disinformazione strategica a favore delle truppe mercenarie islamiste che tormentano la Siria. I suoi ‘giornalisti’ vi partecipano, come in precedenza in Libia, sotto una doppia veste: sulla prima linea, partecipando ai combattimenti contro l’esercito regolare siriano, e sul fronte interno/propagandistico, diffondendo propaganda e disinformazione mediatica contro il legittimo governo siriano. Esattamente come in Libia. E come in Libia, è impossibile escludere attività di spionaggio ai danni delle difese siriane. Non è un mistero che diversi ‘giornalisti’, in Libia, abbiano segnalato alla NATO postazioni e assembramenti di truppe libiche per farle bombardare, mentre svolgevano i loro cosiddetti ‘reportage’; così come non è un caso che diversi ‘giornalisti’, al momento convenuto, abbiano gettato microfoni e telecamere per imbracciare le armi combattendo al fianco dei golpisti del CNT e di altri mercenari inviati ad abbattere la Jamahiriya libica. Diversi eventi hanno dimostrato una dinamica simile anche in Siria.
Qualcuna delle diverse bande di ‘freedom fighter’ del momento, che cercano di spartirsi gli ‘aiuti umanitari’ degli occidentali e delle petro-monarchie, non ha gradito i favoritismi accordati dagli italiani? Non a caso la Farnesina ha dichiarato “occorre mantenere il massimo riserbo” perché “l’incolumità dei connazionali resta la priorità assoluta“. Perché tale riserbo? I terroristi e i loro sequestrati si troverebbero in Siria, non Italia. Presumibilmente non dovrebbero seguire i media italiani, e difficilmente consulterebbero internet, sempre che sappiano l’italiano, in una zona di guerra.

Fonti:
Altreconomia
Daily Mail
Panorama
La Nuova Sardegna
Elio Lannutti
Free Republic
The Guardian
Ukrainian Week
IB Times
Time
Now Mmedia
New York Times
Reporting Project
PressTV
Repubblica
Il Fattoquotidiano


Pier Luigi Bersani, segretario del Partito Democratico, invoca la distruzione della Siria

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