Mandela era un agente dell’MI6?

Neil Mackay Sunday Herald 19 marzo 2000 – GreenHouse

Nelson Mandela e Bandar bin Sultan, attuale capo dell'intelligence saudita ed ex-ambasciatore saudita a Washington

Nelson Mandela e Bandar bin Sultan, attuale capo dell’intelligence saudita ed ex-ambasciatore saudita a Washington

Nelson Mandela sarebbe stato un agente dell’MI6 che supportò gli ufficiali dei servizi segreti inglesi nelle operazioni contro il programma per gli armamenti libici del colonnello Gheddafi, fornendo ai suoi controllori i dettagli sull’invio di armi ai terroristi dell’Ulster e permesso operazioni di spionaggio del Regno Unito in Sud Africa. Tali affermazioni su Mandela furono svelati in un libro controverso, MI6: Fifty Years of Special Operations, del noto esperto d’intelligence Stephen Dorril. Il libro venne pubblicato nel marzo 2000. L’MI6 ha tentato legalmente, ma senza successo, di non far pubblicare il libro all’editore Fourth Estate. Gli agenti della Sezione Speciale perquisirono la casa editrice a Londra e ne sequestrarono i computer, ma non scovarono i dettagli sul reclutamento di Mandela dell’MI6. I capi dell’intelligence inglese erono irritati per non essere riusciti ad accedere al contenuto del libro di Dorril, dopo che un giudice dell’Old Bailey aveva ordinato ai giornali Guardian e Observer di cedere i documenti relativi all’ex ufficiale MI5 David Shayler. La sentenza si basava sul fatto che i giornali avrebbero potuto aiutare la polizia a perseguire la spia rinnegata in base all’Official Secrets Act. Shayler aveva fatto affermazioni secondo cui l’MI6 era coinvolto in un complotto per assassinare il colonnello Gheddafi. Il libro di Stephen Dorril interdirà il mondo con le sue affermazioni su Mandela, Premio Nobel per la Pace. Si pensa che l’arruolamento di Mandela sia stata motivata in parte dal suo virulento anticomunismo. In cambio, l’MI6 offriva informazioni sui potenziali attentati alla sua vita.
Dorril sostiene che alti ufficiali dell’MI6 gli parlarono dell’arruolamento di Mandela da parte del Secret Service, ramo dell’intelligence inglese che svolge attività di spionaggio all’estero, recluta spie straniere e ingaggia il contro-spionaggio contro agenti stranieri che operano nel Regno Unito. Fonti interne del ministero degli Esteri e del servizio d’intelligence hanno detto che l’affermazione di Dorril “è del tutto credibile”. Il Foreign Office non fece nulla per smentire l’affermazione secondo cui Mandela avrebbe lavorato per l’MI6. Non ci furono smentite o minacce di azioni legali contro il libro, né dall’ufficio di Nelson Mandela a Johannesburg, Sud Africa, né dal suo avvocato di Londra. Nella parte del libro di Dorril sulle attività del MI6 in Africa, si legge: “Un’altra conquista dell’MI6 fu il leader dell’ANC Nelson Mandela. Se Mandela fu reclutato a Londra, prima di essere imprigionato in Sud Africa non è chiaro, ma si è capito che in un recente viaggio a Londra compì una visita segreta nella sezione addestramento dell’MI6 per ringraziare il servizio per l’aiuto prestatogli nel sventare due attentati nei suoi confronti, subito dopo esser diventato presidente.” Dorril dice che probabilmente uno dei tentativi di assassinio provenisse da una fazione del Congresso nazionale africano (ANC) aspramente contraria alla riuscita manovra di Mandela nel cacciare i leader del partito comunista dall’ombrello del Congresso nazionale africano. L’altro sarebbe stato progettato da un’ala per le operazioni segrete dei militari del governo dell’apartheid.
MI6Dorril, autore di testi sull’intelligence e docente presso l’Huddersfield University, sostiene che Mandela fu utile all’MI6 per la sua amicizia con il governo libico del colonnello Gheddafi, aprendo la strada alla consegna dei due agenti libici accusati dell’attentato di Lockerbie. I governi inglese e statunitense volevano ricostruire i rapporti con la Libia per sfruttarne i ricchi giacimenti petroliferi. “Mandela fu il tasto per trasformare la Libia da Stato terrorista a uno aperto all’occidente“, ha detto Dorril al Sunday Herald. “Il risultato delle sue azioni sarà un enorme impulso economico per le economie occidentali. Si può dire che abbia incantato Gheddafi verso gli interessi economici occidentali.” Ha affermato che il dipartimento per la guerra psicologica, o Iops, dell’MI6, responsabile della propaganda, diffuse un massaggio all’opinione internazionale permettendo che Mandela incontrasse Gheddafi senza suscitare una virulenta riprovazione occidentale. Dorril aggiunse: “Mandela ha dato all’MI6 informazioni sul finanziamento e l’armamento libici dell’IRA, e sull’invio di armi ai terroristi lealisti in Ulster dal Sud Africa dell’apartheid.” Dorril ha affermato che Mandela informò i suoi controllori dell’MI6 dei tentativi della Libia di sviluppare armi chimiche e biologiche e sull’arsenale nucleare segreto del Sudafrica. Dorril sostiene nel suo libro che la Gran Bretagna non voleva la piena desecretazione del programma per le armi biologiche del Sud Africa, nell’ambito del piano per supportare Mandela quando era presidente, e Mandela contribuì ad impedire che gli scienziati sudafricani venissero reclutati dalla Libia per realizzare il programma di  armi biologiche di Gheddafi.
Una delle più grandi stazioni oltremare dell’MI6 era in Sud Africa. Fu un importante centro spionistico durante la guerra fredda mentre URSS e USA lottavano per porre nella loro sfera d’influenza i Paesi vicini come Mozambico e Angola. Il Sud Africa è la chiave anche degli interessi economici della Gran Bretagna per via dei giacimenti di uranio, oro e platino. Non è chiaro esattamente quando Mandela sia stato reclutato. Né è chiaro se l’MI6 abbia corteggiato Mandela  avvertendolo sui tentativi di assassinio, al fine di attirarlo nelle grinfie del servizio, o se fu reclutato dall’MI6, fornendo informazioni e quindi ricevendo in cambio gli avvertimenti.
L’editore del libro, Fourth Estate, è stato sottoposto a forti pressioni affinché non rivelasse i contenuti nell’opera di 900 pagine di Dorril sull’MI6, prima della pubblicazione il 30 marzo (2000).  L’MI6 chiese tramite i suoi avvocati d’impedire la piena divulgazione dei contenuti, ma Fourth Estate ebbe successo nel difendersi dalla causa. Tuttavia, la casa editrice fu perquisita su mandato da agenti della sezione speciale che sequestrarono il computer del caporedattore di Fourth Estate,  Clive Priddle, che conteneva appunti sul libro. Secondo Nicky Eaton, pubblicista di Fourth Estate, il servizio d’intelligence è a conoscenza delle accuse su Mandela. Il libro è stato meticolosamente revisionato dagli stessi avvocati di Fourth Estate. Sia Neil Harold, dell’ufficio personale di Mandela, e che l’avvocato di Mandela Londra, Iqbal Meer, della Meer Care Desai, rimassero sorpresi dall’apparizione delle accuse. Potevano contattare Mandela subito per informarlo delle accuse. Si pensava fosse in vacanza nelle campagne sudafricane, ma non era rintracciabile. Dorril sostiene che le suoi rivelazioni non fossero dannose per la reputazione di Mandela. “Non c’è niente di diffamante nell’essere una recluta dell’MI6“, aveva detto.
Ufficialmente il Foreign Office disse di non poter commentare tale affermazione per questioni di sicurezza, tuttavia, ufficiosamente fonti del Foreign Office fecero capire che la richiesta di arruolamento fosse credibile: “Se ci concentriamo sulle accuse riguardanti un presunto assassinio, non sorprende che l’ANC abbia voluto consultarsi per la sicurezza con il Regno Unito, o i suoi servizi d’intelligence, per proteggere i propri elementi chiave.” Analisti esteri ed esperti africani sostengono anche che il reclutamento di Mandela nell’MI6 non è solo credibile, ma anche che avrebbe un effetto sismico a livello internazionale. Un esperto del Sud Africa ha detto: “La sua storia mostra come egli sarebbe stato interessante per l’MI6, e come l’MI6 sarebbe stata interessante per Mandela, essendo profondamente anticomunista. Da giovane avrebbe interrotto le riunioni del Partito Comunista a pugni. I seguito, si sarebbe reso conto che per porre fine all’apartheid aveva bisogno di qualsiasi alleato avrebbe potuto raccogliere e pragmaticamente decise di andare a letto con i comunisti. Mandela ammira la Gran Bretagna, la sua democrazia parlamentare e il suo sistema giudiziario. Una volta in prigione, Mandela si allontanò dai comunisti, dichiarando privatamente il suo disprezzo verso la loro politica. Quando fu liberato, iniziò la lotta all’interno dell’ANC tra i comunisti e i ‘democratici’ come Mandela.”
Vi furono molte speculazioni, comprese l’accusa di Winnie Mandela secondo cui il leader comunista sudafricano Chris Hani, assassinato nel 1992 a quanto pare da estremisti bianchi, forse fosse stato effettivamente vittima di questa faida interna. “Molti democratici dell’ANC certamente odiavano i comunisti, abbastanza da farli uccidere. Anche i diplomatici inglesi furono centrali nell’ammorbidire la fine dell’apartheid durante i negoziati tra Mandela e il presidente De Klerk. Non può essere sottovalutato quanto gli agenti di MI6 e CIA abbiano lavorato in questa campo. Fecero un lavoro colossale.”

Christopher Hani

Christopher Hani

Christopher Hani e Nelson Mandela

Christopher Hani e Nelson Mandela

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina prevede di ridurre le sue riserve in dollari

Igor Alekseev, Route MagazineNsnbc

Cina e Russia abbandoneranno il dollaro, o almeno ne tagliaranno in modo significativo la quota in dollaro delle loro riserve.  Gli analisti statunitensi politicamente corretti chiamano tale processo “veloce diversificazione delle riserve”. In realtà, alcuni economisti vi vedono una tendenza verso l’ampliamento della crisi mondiale, perché l’intera piramide della finanza globale si basa su un semplice fatto i regolatori finanziari di tutto il mondo comprano comunque il debito degli Stati Uniti (dollaro e buoni del tesoro) .

05yuan01-650Non è più conveniente per la Cina accumulare riserve valutarie” ha detto Yi Gang, vicegovernatore della banca centrale, al Forum dei 50 economisti organizzato presso l’Università Tsinghua in Cina. L’autorità monetaria “fondamentalmente” pone fine all’intervento regolare nel mercato valutario e amplia il trading range giornaliero dello yuan, ha scritto il governatore Zhou Xiaochuan in un articolo volto a spiegare le riforme indicate la scorsa settimana durante una riunione del Partito Comunista. Né Yi Zhou ha indicato il periodo per eventuali modifiche. E’ ben noto che le autorità cinesi di regola tendono ad evitare bruschi cambiamenti nell’economia politica. Tali politiche vengono attuate discretamente, in modo che le persone non si rendano nemmeno conto della trasformazione in corso. Ciò che è interessante, è che le banche centrali non annunciano queste cose così apertamente. Ad esempio, da fine gennaio a fine luglio 2013, la Banca di Russia ha ridotto la sua scorta di titoli del Tesoro USA da 164,4 a 131,6 miliardi di dollari USA, il che significa che nel corso di sei mesi ha ridotto il suo portafoglio di obbligazioni del Tesoro USA di 32,8 miliardi di dollari, o del 20 per cento. Rafforzare le relazioni tra Pechino e Mosca non ha per scopo sfidare il dollaro, ma proteggere le rispettive economie nazionali.
1. “Negli ultimi anni, la Cina si allontana gradualmente dall’egemonia finanziaria statunitense.  Questa egemonia si basa sul dollaro quale valuta di riserva mondiale e, per convenzione, normale mezzo di pagamento nel commercio internazionale e in particolare del petrolio. Tale regime è obsoleto data la bancarotta dell’economia degli Stati Uniti. Ma permette agli Stati Uniti di continuare a rastrellare crediti. La Cina, seconda più grande economia del mondo e primo importatore di petrolio, ha o cerca accordi commerciali petroliferi con i suoi principali fornitori, tra cui Russia, Arabia Saudita, Iran e Venezuela, che coinvolgeranno il cambio con valute nazionali. Tale sviluppo rappresenta una grave minaccia per i petrodollari e il loro status di riserva globale. L’ultima mossa di Pechino del 20 novembre, con il preavviso di voler sostituire le sue riserve in valuta estera in rischiosi titoli del Tesoro degli Stati Uniti con una combinazione di altre valute, è un avvertimento sui giorni contati che ha l’economia statunitense, come Paul Craig Roberts ha osservato“. (Il piano della Cina di abbandonare il dollaro, fa infuriare gli statunitensi, Finian Cunningham – Press TV e Nsnbc International)
2. La lenta strategia di Pechino nell’abbandonare il dollaro si armonizza perfettamente con la strategia della Russia nel bilanciare le sue riserve estere, scrive Valentin Katasonov della Fondazione di cultura strategica. Osserva che la decisione cinese è un cauto tentativo di sfidare l’egemonia finanziaria degli Stati Uniti. L’idea di Pechino è impedire la creazione di una domanda artificialmente gonfiata di valuta degli Stati Uniti.
La sei fasi seguite dai cinesi sono le seguenti:
La decisione presa dalla Banca popolare di Cina, nell’estate del 2010, di ripristinare una “fluttuazione manovrata” dello yuan fu il primo piccolo passo per cambiarne la situazione di “moneta eremita”;
L’approvazione, nel 2011, del 12° piano quinquennale di sviluppo socio-economico della Cina;
Piani per fare dello yuan una “moneta internazionale” (senza ulteriori dettagli);
Il raggiungimento di accordi tra la Cina e un certo numero di altri Paesi per una transizione verso l’uso di monete nazionali negli scambi commerciali, compresi quelli sulle risorse naturali;
Una dichiarazione della banca centrale dell’Australia che prevede la conversione del 5 per cento delle proprie riserve internazionali in titoli di Stato cinesi, dopo i riusciti colloqui con Pechino;
Più importante: l’accordo raggiunto nell’ottobre 2013 tra Pechino e Londra, secondo cui il commercio di valuta tra yuan e sterlina inglese inizierà presso il Royal Exchange, così come l’autorizzazione dalle autorità inglesi alle banche cinesi, consentendogli di aprire filiali nella City di Londra. L’accordo tra la Gran Bretagna e la Cina prevede praticamente la trasformazione di Londra in una sorta di società off-shore per banche e società finanziarie cinesi.

000802aa2f4910bbbb1907Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La lezione della storia libica

Vladimir Platov New Oriental Outlook 28/11/2013

A protester who is against former Egyptian President Mohamed Mursi holds a poster of U.S. President Barack Obama sporting a beard during a protest at Tahrir square in CairoSono passati due anni da quando gli Stati Uniti e la NATO effettuarono l’operazione armata volta al cambio di regime in Libia. La guerra, che durò per circa otto mesi, fu spacciata da Washington e dai suoi principali alleati nella NATO, Gran Bretagna e Francia, come intervento umanitario per proteggere i civili di questo Paese. È difficile anche dimenticare infine le trasmissioni delle reti  televisive globali che mostravano una eccitata e deliziata segretaria di Stato degli Stati Uniti Hillary Clinton dopo che i ribelli libici, addestrati e armati dalla Casa Bianca per “giusta causa”, uccisero Muammar Gheddafi in un attacco sanguinoso. Oppure la dichiarazione del presidente degli Stati Uniti Barak Obama sulla nascita di una “nuova Libia democratica” che fece dal giardino della Casa Bianca. Ciò che è anche abbastanza eloquente è il supporto all’intervento armato della NATO negli affari interni della Libia dimostrato dai partiti pseudosocialisti occidentali come Socialist Workers Party del Regno Unito, l’Organizzazione Internazionale Socialista statunitense e dai socialisti francesi, che sicuramente furono comprati dagli istigatori di questa guerra. E oggi, gli stessi partiti partecipano attivamente alle azioni informative degli stessi falchi che istigano nuovi focolai di conflitto in Siria e Iran, chiaramente ignorando lo scopo umanitario della lotta contro le guerre e altre tragedie che minacciano l’umanità.
Scatenando la guerra in Libia, Washington e i suoi alleati perseguirono il loro obiettivo principale,  sostituire l’influenza economica e politica della Russia e della Cina con la propria egemonia,  mettere le risorse energetiche della Libia sotto controllo e fermare la marcia vittoriosa delle rivoluzioni arabe contro i regimi filo-occidentali in Tunisia, Egitto e altri Paesi della regione. Ma quali furono il prezzo e i risultati di questa “realizzazione” pianificata ed eseguita in breve tempo dai Paesi della “democrazia”? Secondo stime incomplete, circa 50000 civili libici furono uccisi e altrettanti feriti. Migliaia di libici e lavoratori migranti della regione sub-sahariana sono tenuti in prigioni controllate da diverse milizie e vengono sottoposti a torture o giustiziati. Il tasso di disoccupazione nel Paese è superiore al 30%, l’economia è in rovina, lo Stato è distrutto e ritornato alla frammentazione coloniale. Le autorità locali non sono in grado di controllare la situazione nel Paese, in cui prevalgono banditismo e traffico di armi. Il primo ministro libico Ali Zaidan è stato recentemente rapito dalla milizia islamica. Il 15 novembre, i militanti che avevano combattuto contro Gheddafi con il sostegno della coalizione occidentale, hanno occupato basi militari, saccheggiato arsenali e nella capitale libica hanno sparato su una manifestazione pacifica, in cui donne e bambini partecipavano, uccidendo 43 persone e ferendone oltre 500. Il governo, che non è realmente supportato dall’esercito nazionale, non può garantire la sicurezza dei cittadini e delle frontiere del Paese. Il vasto deserto libico è diventato un rifugio per al-Qaida che si sottrae alle operazioni delle forze francesi in Mali. Il finanziamento generoso ai militanti libici delle monarchie del Golfo, ha inondato il Paese di armi trasformandolo nel rifugio dei gruppi terroristici regionali.  Ci sono continui scontri tra i gruppi militanti etnici e tribali concorrenti nella lotta per la terra e l’accesso alle ricchezze naturali. Dall’altra parte del confine meridionale, la violenza si diffonde in Niger, Ciad, Sudan e tutti gli altri Paesi della regione. Nel dicembre 2012, la Libia aveva anche chiuso il confine con Algeria, Niger, Ciad e Sudan a causa del deterioramento della situazione della sicurezza e dichiarato questa zona, zona militare. La produzione di petrolio è scesa drasticamente da 1,6 milioni di barili al giorno a 150000, con solo 80000 barili esportati ogni giorno. Più di 6430 milioni di dollari di reddito nazionale sono andati persi per violenze, scioperi e blocco dei porti petroliferi da parte dei miliziani. Questa situazione minaccia la sicurezza energetica europea, in quanto la Libia è il più grande fornitore di petrolio e gas dell’Europa.
La città orientale di Bengasi, il centro dell’industria petrolifera, è una zona vietata a statunitensi,  inglesi e francesi dall’uccisione dell’ambasciatore statunitense Chris Stevens nel settembre 2012. La città ha istituito un autonomo governo regionale e ha annunciato la costituzione di una propria compagnia petrolifera, la Libya Oil and Gas Corp, bypassando Tripoli. Dopo il rovesciamento sanguinoso del governo Gheddafi, il Consiglio nazionale di transizione non è ancora in grado di avere il consenso per nominare l’Assemblea Costituente, che ha lo scopo di sviluppare il testo della nuova costituzione del Paese. Ciò ostacola la creazione di un nuovo quadro legislativo adeguato agli sviluppi rivoluzionari verificatisi, e senza è impossibile sviluppare relazioni politiche, economiche e commerciali con altri Stati, nonché risolvere il problema del debito sovrano, sempre più grande col recente vuoto legislativo nazionale. Questa situazione ha anche spinto il primo ministro Ali Zaidan ad avvertire riguardo un possibile “intervento di forze armate esterne” al fine di proteggere la popolazione civile, ai sensi del capitolo 7 della Carta delle Nazioni Unite, perché “la comunità internazionale non può tollerare uno Stato al centro del Mediterraneo che è fonte di violenza, terrorismo e omicidi“.
L’affermarsi del degrado della situazione in Libia, due anni dopo il golpe organizzato da Washington in questo Paese, viene direttamente indicato dall’editoriale di David Ignatius sul Washington Post a fine di ottobre: dall’inizio di quest’anno la Libia è la dimostrazione dei motivi per cui la credibilità e l’influenza degli Stati Uniti sono diminuite in Medio Oriente e nel mondo intero. Rimprovera il governo Obama per il fatto che non ha fatto nulla negli ultimi due anni per fermare il crollo della Libia e la sua caduta nell’anarchia. Purtroppo, l’esempio delle avventure militari di Washington non si limita alla Libia. La situazione attuale in Iraq o in Afghanistan dimostra chiaramente che le tattiche della Casa Bianca per imporre con la forza nuovi regimi nelle regioni strategicamente importanti per gli Stati Uniti, sono destinate al fallimento e comportano tragedie terribili per la popolazione di questi Paesi, aumentandone i sentimenti antiamericani.

Vladimir Platov, esperto di Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia al collasso: Stati Uniti ed alleati intensificano le misure di emergenza

Andrej Akulov Strategic Culture Foundation 24/11/2013

libia-petrolioSono passati due anni dall’intervento in Libia della NATO per il cambio di regime. L’organizzazione violò sfacciatamente la risoluzione delle Nazioni Unite per permettere alle forze antigovernative di rovesciare il regime di Gheddafi e gettare il Paese nel caos.

I recenti avvenimenti suscitano crescente preoccupazione
Tre episodi chiaramente collegati hanno focalizzato l’attenzione sulla Libia, ultimamente. Il primo incidente è stata la palese violazione della sovranità della Libia della squadra delle forze speciali statunitensi (SOF) che aveva sequestrato Abu Anas al-Libi, presunto operativo di al-Qaida, il 5 ottobre. Presumibilmente l’azione fu intrapresa con il consenso del governo della Libia. Il secondo incidente è stato senza dubbio la risposta all’operazione delle SOF quando il primo ministro Ali Zaidan fu rapito pochi giorni dopo. Il terzo incidente fu lo stato di emergenza di 48 ore dichiarato nella capitale Tripoli, il 16 novembre, quando migliaia di manifestanti presero d’assalto il quartier generale della milizia di Misurata. Molti i morti e centinaia i feriti. Il primo ministro libico Ali Zaidan aveva detto: “L’esistenza di armi al di fuori dell’esercito e della polizia è pericolosa”, aggiungendo “Tutte le milizie armate devono lasciare Tripoli senza eccezioni”. Secondo il primo ministro libico tutte le milizie devono riunirsi alle forze governative regolari entro il 31 dicembre, altrimenti il governo sospenderà i versamenti ai loro governi regionali.

Sull’orlo del collasso
Le divisioni tra laici e islamisti si radicalizzano ulteriormente nel parlamento di Tripoli, e la stesura di una costituzione post-Gheddafi viene ritardata da mesi. L’illegalità è diventata una caratteristica quotidiana: le ambasciate straniere sono attaccate (l’ambasciata russa è stata attaccata ai primi di ottobre), le milizie rivali e i rami di al-Qaida competono per il potere e le frontiere del Paese sono porose. Il potere politico nasce ancora dalla canna del fucile che i miliziani chiaramente controllano in assenza dell’esercito e della polizia, seguendo la propria agenda. Nella Cirenaica, milizie e tribù locali hanno bloccato l’attività dei porti e campi petroliferi nell’est chiedendo una quota maggiore di potere politico e di proventi petroliferi. Questa regione, nota come Barqah, era storicamente emarginata, mentre l’80% delle riserve accertate di petrolio della Libia e diversi porti strategici e raffinerie di petrolio si trovano sul suo territorio. Il blocco costa al Paese circa 130 milioni di dollari al giorno, esacerbando ulteriormente le difficoltà economiche. La produzione nazionale di petrolio è già scesa dai circa 1,5 milioni di barili al giorno dell’era Gheddafi a soli 150000 barili al giorno, secondo le statistiche della National Oil Corporation pubblicate a settembre. La creazione di una compagnia petrolifera separatista che sarà responsabile delle esportazioni è stata avviata insieme al piano per istituire una banca centrale orientale. La potenziale secessione della Cirenaica sarebbe un disastro economico per la Tripolitania e il Fezzan, e sarebbe un precursore del conflitto armato che permetterebbe alle milizie terroristiche di allargare la loro autorità e influenza. Il ministro delle Finanze ha detto che la preparazione del bilancio 2014 sarà ritardata mentre il governo lotta per raccogliere informazioni dal maggior numero di enti dai bilanci separati. La stime dell’intelligence inglese sostengono che il governo libico controlla solo 20 dei 400 depositi di armi nel Paese, e circa 3000 missili antiaerei portatili utilizzabili per abbattere aerei civili mancano. La Russia ha recentemente evidenziato i pericoli posti dai 6400 barili di uranio yellowcake mal custoditi e scoperti nei pressi della ex roccaforte di Gheddafi di Sabha, che i gruppi di al-Qaida sorvegliano.
Non c’è dubbio che la Libia sia pervasivamente armata. Presumibilmente, ogni famiglia è in possesso di armi acquisite nelle incursioni negli arsenali di Gheddafi. Gli incidenti dimostrano che le capacità del governo di Tripoli impallidiscono rispetto a quelle delle milizie.

Gli USA rispondono alla situazione
Secondo Chris Carroll di Stars and Stripes, l’esercito degli Stati Uniti valuta una missione per addestrare personale della sicurezza libico, con l’obiettivo di creare una forza di 5000-8000 soldati convenzionali e una piccola unità specializzata nelle missioni antiterrorismo, secondo il comandante dell’United States Special Operations Command. Non è stato deciso dove si svolgerebbe l’addestramento, hanno detto gli ufficiali, ma la missione globale sarebbe organizzata dal Comando militare per l’Africa. La Bulgaria è stata indicata come possibile Paese ospite. Il portavoce del Pentagono colonnello Steven Warren ha detto che i dettagli dell’addestramento sono ancora in fase di elaborazione, tra cui quali unità dell’US Army l’avrebbero condotto e quali unità libiche l’avrebbero ricevuto. “Siamo in trattative con i libici sull’esatto numero (di truppe), ma siamo pronti a fornire l’addestramento a 5000-8000 soldati”, ha detto Warren. “Si tratta essenzialmente di addestramento basico”. L’ammiraglio William McRaven, capo del Comando Operazioni Speciali degli Stati Uniti, ha detto che il progetto coinvolgerà forze per le operazioni convenzionali e forze speciali. Secondo il New York Times, l’ammiraglio McRaven e altri ufficiali hanno notato che l’evoluzione della strategia per la sicurezza nazionale del Pentagono prevede la costruzione di  capacità antiterrorismo presso le forze delle nazioni alleate e partner, piuttosto che far effettuare missioni sul terreno alle truppe statunitensi. Anche un piccolo numero di militari degli Stati Uniti si era recato in Libia per assistere alla pianificazione. Come notano le fonti, gli ufficiali statunitensi dicono che il governo libico ha tranquillamente chiesto assistenza sulla sicurezza agli Stati Uniti, dando tacita approvazione a due operazioni dei commando statunitensi nel Paese.
Ad aprile-maggio un reparto dei marines statunitensi di stanza in Spagna fu spostato alla Naval Air Station di Sigonella in Sicilia, Italia, per essere avvicinato alla Libia per improvvise necessità a Tripoli. Tale elemento da parte della nuova forza di reazione rapida basata nella base aerea di Moron nel sud della Spagna, per avviare un rapido intervento in Africa settentrionale. Pienamente operativo, l’apparato dovrebbe decollare entro sei ore dall’arrivo degli ordini. La squadra di 500 elementi, che deve essere pronta entro 30 giorni, comprenderà 225 marines equipaggiati al combattimento assieme a specialisti d’intelligence e comunicazioni, più altri 225 effettivi per la manutenzione dei sei V-22 Osprey e dei due velivoli da rifornimento KC-130 che costituiscono il reparto aereo dell’unità, per aerotrasportarla al momento richiesto. La capacità di rifornimento permetterà agli Osprey di volare per maggiori distanze senza atterrare. I marines saranno dotati di mitragliatrici, mortai e lanciagranate. Nell’ambito degli sforzi del Corpo dei Marines per rafforzare la sicurezza delle ambasciate in particolare, vengono aggiunti altri 1000 marines alla forza di guardia dell’ambasciata, raddoppiandone le dimensioni e aumentando la forza delle singole squadre delle ambasciate nelle aree di maggiore minaccia, ed istituendo una squadra speciale di 100 marines  negli Stati Uniti che potrebbe rapidamente recarsi nell’area richiesta per sostenere le guardie di un’ambasciata in caso di pericolo.

La NATO e l’UE pronta a contribuire
Questo agosto lo Stato Maggiore libico ha annunciato l’invio all’estero di centinaia di soldati per l’addestramento nell’ambito dei piani per la ricostruzione delle forze armate libiche. “E’ stato concordato con Italia, Turchia e Gran Bretagna di addestrare unità militari per tre mesi e per ogni gruppo”, aveva detto a Lybia Herald il portavoce del Capo di Stato Maggiore, colonnello Ali Shiaqi. Il primo ministro Ali Zaidan aveva partecipato al vertice del G8 di giugno, in Irlanda del Nord, dove  Stati Uniti, Italia, Francia e Regno Unito accettarono di addestrare i soldati libici nell’ambito dei piani per ricostruire l’esercito libico. Anche la Turchia è coinvolta nel programma. Dei programmi, il Regno Unito ha accettato di ospitare 2000 militari libici nei corsi di addestramento di dieci settimane, alla fine di quest’anno, per aumentarne la professionalità. E’ stato poi riferito che i soldati sarebbero stati addestrati negli elementi basilari e nel comando della fanteria, in una base dell’esercito inglese nel Cambridgeshire, a circa 80 chilometri da Londra. Il personale che avrebbe superato gli opportuni test medici e fisici sarebbe stato inviato in Inghilterra in piccoli gruppi, una volta iniziati i corsi. Secondo gli osservatori della missione ‘civile’ dell’UE sui confini della Libia, essa infatti deve addestrare forze paramilitari, nell’ambito dell’ampio sforzo europeo e degli Stati Uniti d’impedire che la Libia diventi uno “Stato fallito”. L’obiettivo è migliorare la capacità operativa delle “Guardie di frontiera (BG)” e della “Guardia costiera (NCG)” della Libia. Le unità fanno parte del ministero della Difesa della Libia. Il BG, una gendarmeria di circa 9000 effettivi responsabili delle frontiere terrestri è, secondo il documento dell’UE, sotto il “comando diretto” del “capo di Stato Maggiore” dell’esercito libico. Della NCG, 6500 uomini che si occupano delle frontiere marittime, si afferma lo stesso. La missione europea di assistenza alle frontiere (EUBAM) si occuperà dei “battaglioni” di BG e NCG, li addestrerà in luoghi sicuri e li “rischiererà” per le missioni. L’EUBAM ha stanziato 120000 euro all’anno per acquistare immagini satellitari classificate. La delicatezza del suo lavoro è evidenziata anche dal personale dell’UE presso l’intelligence libica. L’Italia attua programmi sulla sicurezza nella difesa e negli interni. Ha anche inviato una nave della marina per fermare “il contrabbando di armi” nelle acque libiche, ripristinando sette navi militari libiche e donando 20 veicoli blindati VBL Puma. La Francia addestra circa 200 militari e poliziotti, tra cui 75 guardie del corpo per proteggere i vip libici. La Germania contribuisce garantendo la protezione del centro di ricerca di Tagiura e i depositi dei missili antiaerei spallegiabili della Libia, così come nel controllare le armi chimiche. Il Regno Unito ha introdotto una “gruppo di assistenza alla difesa” nel ministero della Difesa libico e sviluppa una “unità per operazioni congiunte”. Danimarca, Grecia, Malta, Paesi Bassi, Spagna e Romania hanno programmi più piccoli. La NATO crea anche una squadra di 10 consiglieri militari a Bruxelles per “visitare la Libia per brevi periodi” e “fornire consulenza alle autorità libiche per la realizzazione delle istituzioni per la difesa”.
I tre interventi militari stranieri occidentali di questo secolo, in Iraq, Afghanistan e Libia, erano  finalizzati al cambio di governo e, in realtà, sono tutti finiti in un disastro. I paralleli della Libia con l’Iraq e l’Afghanistan sono negativamente suggestivi. Non importa che tipo di regime sia stato rovesciato, la conseguente mancanza di legge e ordine ha comportato pericoli maggiori e instabilità che hanno interessato gli Stati confinanti. In ognuno di questi casi di “nation building” i militari furono dispersi, i governi sciolti, la magistratura smontata e le bande armate e le milizie lasciate libere di scatenarsi diffondendo anarchia. Poco o nulla fu fatto per sostituire il caos creato con un nuovo ordine. L’aumento della criminalità in Libia, l’economia distrutta e la mancanza di controllo politico sulle diverse tribù hanno aggravato la situazione in Libia in 2 anni. Ora gli Stati Uniti e i loro alleati prendono provvedimenti per cambiare atteggiamento e intervenire assistendo i militari e la sicurezza. Come si può vedere alcuni elementi in uniforme sono già presenti. Ma gli sforzi significano spese. Sono grandi le probabilità che passo dopo passo Stati Uniti e loro alleati europei siano coinvolti nel pantano di anarchia e caos nel tentativo di far restare la Libia uno Stato filo-occidentale in una regione instabile. La politica “senza stivali sul terreno” può fallire anche se “alcuni stivali” vi sono già, mentre altri operano dentro e fuori il suolo libico. È estremamente difficile prevedere qualcosa in Medio Oriente, ma il compito di migliorare le cose in Libia è arduo, una vera e propria scalata. L’occidente sconta i propri errori di cui fu avvertito quando passò ad aggredire la Libia, dopo non aver appreso le lezioni di Afghanistan e Iraq.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come mutano le alleanze politico-militari in Medio Oriente

Valentin Vasilescu, Réseau International 17 novembre 2013

Sullo sfondo del rischieramento delle forze militari statunitensi dal Medio Oriente al Pacifico occidentale per contrastare la Cina, i leader regionali abbandonati dagli USA ne spezzano l’alleanza ventennale, alcune delle quali considerate contro natura.

Russian Defense Minister Sergei Shoigu in CairoTra i Paesi dalle maggiori riserve di gas naturale, in prima posizione vi è la Russia con il 25%, seguita dall’Iran (15,57%). Il Qatar detiene il 3° posto (13,39%), l’Arabia Saudita il 5° posto con il 3,92% e gli Emirati Arabi Uniti il 6° (3,19%). Nel 2009, Bashar al-Assad, sostenuto da Iran e Russia, rifiutò di accettare la costruzione di un oleodotto del Qatar che, passando per Arabia Saudita, Giordania e Siria, doveva raggiungere la Turchia dove avrebbe fornito il gas necessario al gasdotto Nabucco, eliminando dal mercato la Gazprom. Casualmente, subito dopo il suo rifiuto scoppiò la guerra civile in Siria. I rapporti degli Stati Uniti con l’Arabia Saudita hanno avuto dei problemi visibili, dopo la decisione del presidente Obama di rinunciare a bombardare la Siria, seguendo le geniali iniziative diplomatiche della Russia. Le recenti vittorie su tutti i fronti dell’Esercito arabo siriano hanno convinto il governo degli Stati Uniti ad unirsi alla posizione russa nel negoziare il futuro della Siria. Ciò è dispiaciuto ad Arabia Saudita e Qatar, che dal 2010 hanno speso più di 4 miliardi di dollari per il reclutamento e l’armamento dei ribelli islamisti inviati a rovesciare Bashar al-Assad. Le manifestazioni di piazza in Turchia, nell’estate-autunno del 2013, hanno posto fine alle aspirazioni indotte dall’Arabia Saudita e dal primo ministro Recep Tayyip Erdogan, per ripristinare i confini dell’Islam in Europa, come nel periodo 1860-1878 sotto l’impero ottomano, comprendendo Albania, Montenegro, Macedonia, la Grecia dal settentrione al Golfo di Corinto, Kosovo e Bosnia-Erzegovina.
Il 7 novembre 2013, su iniziativa della Russia a Ginevra è iniziato un nuovo ciclo di negoziati a sei (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e la Germania), con i rappresentanti dell’Iran. Preparandosi da diversi mesi, gli Stati Uniti avevano dichiarato in modo inequivocabile di essere pronti ad eliminare gradualmente le sanzioni contro l’Iran. Il Washington Post aveva riferito che dieci alte spie israeliane che agivano in territorio iraniano furono sorprese ricevere istruzioni da ufficiali di collegamento israeliani in Turchia. Dopo essere stati scoperti, gli agenti israeliani furono scaricati dal servizio di controspionaggio turco. Questo incidente dimostra che i bei vecchi tempi, quando il servizio segreto turco MIT collaborava nell’infiltrazione di agenti israeliani in Iraq e in Iran dal territorio turco, sono finiti. Questo incidente è comprensibile se si considera che il capo dell’intelligence turca e il viceministro dell’Intelligence iraniana hanno firmato un accordo di cooperazione e mutuo sostegno in cui Iran e Turchia si impegnano a non permettere a qualsiasi altro Paese di utilizzare il territorio di una parte per lanciare un’azione militare o spionistica contro l’altro. L’accordo fu firmato con la tacita approvazione degli Stati Uniti, quando Victoria Nuland, assistente del segretario di Stato per gli affari europei ed eurasiatici visitava Ankara. A seguito di questi sviluppi imprevisti, nell’ottobre 2013, una delegazione di Arabia Saudita, Qatar, Oman, Kuwait e Bahrain si recò in Israele per trovare una soluzione alla crisi causata dalla cancellazione, da parte degli Stati Uniti, di ogni proposizione di attacco contro l’Iran. Presumibilmente i presenti accettarono di fare qualcosa di diverso, non solo per unire le forze e fare pressione contro la nuova direzione in politica estera di Obama, attraverso le loro lobby al Congresso, come facevano in precedenza.
Israele attualmente possiede quattro sottomarini tedeschi classe Dolphin (Tipo 212) e recentemente ne ha ordinato altri sei. Il quotidiano tedesco Bild ha riferito che i funzionari israeliani hanno incontrato le loro controparti saudite presso i cantieri navali ThyssenKrupp, nel nord della Germania, dove si producono i sottomarini. Espressero l’intenzione di acquisire 25 sottomarini tedeschi Tipo 212, per 2,5 miliardi di dollari per i primi cinque. Le richieste saudite di armamenti, che venivano respinte in passato dalla Germania per motivi di sicurezza legati allo Stato d’Israele, ora vengono accettate. Si noti che l’esercito saudita, che ha importato armi moderne da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, è classificato 7° al mondo con un bilancio annuale di 56,7 miliardi dollari, seguito da India, Germania, Italia e Corea del sud. L’Arabia Saudita, nota anche per avere un seggio al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sostiene che i cinque membri permanenti (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna) non possono risolvere i complessi problemi del Medio Oriente senza il suo supporto. Il segretario di Stato USA John Kerry aveva compiuto una visita inattesa in Arabia Saudita, dove aveva incontrato re Abudullah bin Abdulaziz e il suo omologo saudita Saud al-Faisal, per disinnescare le tensioni create da Riyadh con la sua reazione a Washington. Kerry aveva respinto la presenza alla riunione di Bandar al-Sultan, il potente capo dell’intelligence saudita, uomo di grande influenza sui leader militari sauditi. Kerry aveva precedentemente chiesto a Sultan di cambiare la sua strategia, sospendendo per un certo periodo il sostegno ai gruppi terroristici, tra cui al-Qaida. Sultan non solo non ha accettato, ma ha minacciato Kerry che avrebbe cessato ogni cooperazione nella sicurezza con Washington. Cosa sa Kerry e cosa Sultan non capisce?
In una recente intervista con i giornalisti russi, il ministro della difesa russo Sergej Shojgu aveva detto: “il principale nemico della Russia è il terrorismo internazionale, guardate chi combatte in Siria, Afghanistan, Mali, Libia.” Il precedente stabilito dall’avvio della “primavera araba”, contraria alla democrazia e che genera instabilità su larga scala con il pretesto dell’Islam, è stato seguito dall’armamento di un’entità non statale, come i mercenari islamici in Siria, Arabia Saudita e Qatar, nonché dai ripetuti attacchi aerei israeliani contro le truppe, l’aviazione e i depositi di armi dell’Esercito arabo siriano, al fine di aiutare i ribelli. Tutto ciò ha portato all’apertura del vaso di Pandora e la Russia non può lasciare andare le cose, senza prendere misure adeguate. Non c’è bisogno di spiegare che questa affermazione definisce anche la creazione e il ruolo della flotta russa di nuova costituzione ed oggi operativa nel Mediterraneo orientale. Nella prima parte del 2014, si unirà alla flotta russa nel Mediterraneo la prima portaelicotteri da assalto anfibio russa classe Mistral, motivo per cui l’Arabia Saudita s’è improvvisamente innamorata dei sottomarini tedeschi. La Papandreou Air Base di Paphos, a Cipro, inoltre dovrebbe ospitare, a partire dal 2014, la componente aerea della forza antiterrorismo della Russia, consistente in un gruppo di caccia-bombardieri armati principalmente con il missile da crociera stealth Kh-101 (3500 km di raggio di azione) e un gruppo da trasporto aereo pesante (4000 km di raggio di azione), necessari al 108.vo e 247.mo reggimento paracadutisti appartenenti alle forze per operazioni speciali russe. Il primo passo per la dichiarazione di guerra totale contro il terrorismo da parte della Russia è stato fatto il 7 novembre 2013, quando la prima parte di attrezzature per la lotta antiterrorismo in Iraq è stata consegnata dalla Russia, tra cui quattro elicotteri d’attacco e sistemi di difesa aerea. Dopo più di otto anni di ondate di attacchi etnici continui, l’Iraq vuole farla finita al più presto chiedendo il sostegno russo. L’Iraq, confinante con Turchia e Iran, e le cui riserve di petrolio sono classificate al 6° posto nel mondo, non può utilizzare questo potenziale per l’esportazione, per via della forte concorrenza di Arabia Saudita e dei suoi satelliti del Golfo, in coincidenza con l’instabilità interna prodotta e alimentata di continuo.
Dopo la sospensione del contributo annuale per gli armamenti, pari a 1,5 miliardi di dollari, da parte degli Stati Uniti (che comprendevano anche quattro F-16, 10 AH-64 Apache, quattro carri armati M1A1, ricambi per questi mezzi e missili antinave Harpoon), l’Egitto ha deciso di interrompere la collaborazione con gli Stati Uniti, modificando come l’Iraq la sua direttiva geopolitica regionale, chiedendo il sostegno della Russia per fermare gli attentati terroristici perpetrati dai Fratelli musulmani. Sergej Shojgu e Sergej Lavrov hanno discusso con i loro omologhi egiziani di Cairo, il 13 novembre 2013, per un accordo sugli armamenti da 4 miliardi di dollari finanziati dai crediti russi. Preparando anche la visita del Presidente Vladimir Putin in Egitto, che si avrà alla fine di questo mese, durante il quale il contratto sarà firmato. Ciò potrebbe essere un primo passo, elicotteri d’attacco Mi-28 (invece degli statunitensi AH-64), MiG-29M e Su-30MK2 (al posto degli F-16 Block 52) e batterie costiere missilistiche Bastion-P, armate con i missili supersonici Jakhont (invece dei missili Harpoon). Questo momento segna anche il possibile ritorno della Russia, dopo un’assenza di 40 anni, nella sua ex-base aerea nella penisola di Ras Banas, sul Mar Rosso (200 km dalla base navale saudita di Yanbu e 400 km dalla base aerea di Jeddah) da dove evacuarono per far posto agli statunitensi. E l’installazione del quartier generale delle forze navali antiterrorismo russe a Port Said, base navale che controlla l’accesso al Canale di Suez.
D’ora in poi i gruppi terroristici in Medio Oriente non possono contare per nulla sull’elemento chiave rappresentato dagli “attacchi preventivi” degli Stati Uniti o dal possibile supporto aereo di Israele, Arabia Saudita e loro satelliti del Golfo persico. In un articolo precedente scrissi che l’Almaz-Antej ha completato l’organizzazione per la produzione dei sistemi S-300PMU-2 presso gli stabilimenti di Nizhnij Novgorod e degli S-300PMU-3 (S-400 Triumf) a Kirov, che raggiungeranno il pieno regime nei primi mesi del 2014. Nel 2015, quando si avvierà la produzione dei nuovi sistemi S-500 e si apriranno altri tre impianti per missili balistici, l’Almaz-Antej diventerà leader mondiale in questa categoria di armamenti. L’aggiornamento dei vecchi sistemi missilistici antiaerei russi nelle industrie russe di Kirov e Nizhnij, mentre si acquisiscono nuovi sistemi antiaerei a lungo raggio, sembra essere una delle soluzioni più pratiche per gli Stati e le organizzazioni politico-militari della regione devastata dalle azioni dei gruppi terroristici. Poiché i nuovi sistemi antiaerei russi sono progettati per negare il vantaggio che Israele, Arabia Saudita e i loro satelliti del Golfo hanno nella loro flotta di moderni aerei F-15, F-16, F- 18, Eurofighter Typhoon e AH-64 Apache.

8eb2e6bd8736b83b788e52436e8038378ce2aa62Valentin Vasilescu, pilota ed ex-vicecomandante della base militare di Otopeni, laurea in Scienze Militari presso l’Accademia di Studi Militari a Bucarest, nel 1992.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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