I Quattro Cavalieri dietro le guerre per il petrolio

Dean Henderson – 31 agosto 2013

Mentre gli statunitensi sono in fila alla pompa di benzina per la loro spennatura dell’annuale Giornata del Lavoro, Exxon Mobil ha riferito utili per 44,9 miliardi dollari nel 2012. E qualcosa come 300 milioni di dollari di profitto aziendale, il record di tutti i tempi. Quel record appartiene, indovinate, ad Exxon Mobil. Così tanto per la Festa del Lavoro. Il capitale monopolistico globale ora vuole la guerra in Siria, ed è saldamente alla guida.

shellNel 1975 lo scrittore britannico Anthony Sampson scrisse ‘Le sette sorelle’, conferendo un nome collettivo a un cartello petrolifero oscuro che per tutta la sua storia ha cercato di eliminare i concorrenti e di avere il controllo delle risorse petrolifere mondiali. Il nome “Sette Sorelle” di Sampson fu dato dal petroliere indipendente italiano Enrico Mattei. Mattei nel 1960 iniziò a negoziare con l’Algeria, la Libia e altri Stati nazionalisti dell’OPEC che volevano vendere il loro petrolio internazionalmente senza avere a che fare con le Sette Sorelle. L’Algeria ha una lunga storia di sfide a Big Oil, una volta governata dal Presidente Huari Bumedienne, uno dei più grandi leader socialisti arabi di tutti i tempi, presentò idee originali per un mondo più giusto, per un “nuovo ordine economico internazionale”, nei suoi accesi discorsi alle Nazioni Unite, dove incoraggiava i cartelli di produttori a seguire il modello dell’OPEC per emancipare il Terzo Mondo. Nel 1962 Mattei morì in un misterioso incidente aereo. L’ex agente dell’intelligence francese Thyraud de Vosjoli dice che l’intelligence francese ne era coinvolta. William McHale del Time, che seguiva il tentativo di Mattei di spezzare il cartello di Big Oil, morì anche lui in circostanze strane. Una marea di fusioni a cavallo del millennio trasformò le Sette Sorelle di Sampson, Royal Dutch/Shell, British Petroleum, Exxon, Mobil, Chevron, Texaco e Gulf, in un cartello strettamente controllato che nel mio libro ‘Big Oil e i suoi banchieri’, definisco i Quattro Cavalieri: Exxon Mobil, Chevron Texaco, BP Amoco e Royal Dutch/Shell.
Alla fine del 1800 John D. Rockefeller era diventato popolarmente noto come “il Mercante dell’illuminazione” quando il petrolio alimentava le lampade di ogni famiglia statunitense. Rockefeller capì che era la raffinazione del petrolio in vari prodotti finiti, e non la produzione di greggio, ad essere effettivamente la chiave per il controllo dell’industria. Nel 1895 la sua società Standard Oil deteneva il 95% di tutte le raffinerie negli Stati Uniti, mentre espandeva le operazioni oltremare. Riassumendo il suo atteggiamento verso il suo nuovo monopolio petrolifero, Rockefeller una volta dichiarò, “é arrivata l’era della combinazione per rimanere. L’individualismo non tornerà“. La Standard Oil Trust di Rockefeller cominciò ad illuminare il Nuovo Mondo con il finanziamento delle famiglie dei banchieri Kuhn Loeb e Rothschild. Mentre i Rockefeller lavoravano nella parte statunitense della matrice energetica, i Rothschild consolidarono il loro controllo sulle risorse petrolifere del vecchie mondo. Nel 1892 la Shell Oil, sotto la direzione di Marcus Samuel, iniziò il traffico della SouthSeacrude attraverso il nuovo canale di Suez, per rifornire le fabbriche d’Europa. La Shell prese il nome dall’abbondanza di conchiglie sulle coste dell’arcipelago controllato dagli olandesi qual’era l’Indonesia. La famiglia Samuel controllava la più grande banca d’affari di Londra, la Hill Samuel, insieme con la casa commerciale di Samuel Montagu. Nel 1903 la Nobel svedese e la Far East Trading della Rothschild francese, finanziati da re Guglielmo III, combinandosi con la Shell Oil di Samuel e Oppenheimer formarono l’Asiatic Petroleum Company. Nel 1927, la Royal Dutch Petroleum scoprì il petrolio a Seria, al largo delle coste del Brunei, il cui sultano sarebbe diventato l’uomo più ricco del mondo grazie alla sua fedeltà alla Royal Dutch. I monarchi olandesi e inglesi che controllavano la Royal Dutch fusero la loro compagnia con la Shell Oil di Oppenheimer e Samuel, la Nobel e la Far East Trading di Rothschild, costituendo la Royal Dutch/Shell. La regina Beatrice della casa olandese degli Orange e Lord Victor Rothschild ne furono i due maggiori azionisti.
250px-standardoillogoNel 1872 il barone Julius du Reuter ebbe in concessione per 50 anni l’Iran. Nel 1914 il governo inglese prese il controllo della compagnia anglo-persiana ribattezzandola Anglo-Iranian, poi British Petroleum, BP. La casa inglese dei Windsor controlla una grande quota della BP Amoco, mentre la monarchia del Kuwait ne possiede il 9,5%. Nel 1906 il governo statunitense ordinò lo scioglimento della Standard Oil Trust di Rockefeller, con l’accusa che la Standard aveva violato il nuovo Sherman Anti-Trust Act. Il 15 maggio 1911, la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarò, “Sette uomini e una macchina aziendale hanno cospirato contro i loro concittadini. Per la sicurezza della Repubblica oggi decretiamo che questa pericolosa cospirazione deve finire entro il 15 novembre“. Ma la frattura della Standard Oil lungo i confini degli Stati, servì solo ad aumentare la ricchezza della famiglia Rockefeller, che mantenne il 25% in ogni nuova azienda. Presto le nuove compagnie iniziarono a reintegrarsi. La nuova Standard Oil of New York si fuse con la Vacuum Oil per formare Socony-Vacuum, che divenne Mobil nel 1966. La Standard Oil of Indiana si unì con Standard Oil of Nebraska e Standard Oil of Kansas, e nel 1985 divenne Amoco. Nel 1972 la Standard Oil ofNew Jersey divenne Exxon. Nel 1984 la Standard Oil of California si unì alla Standard Oil Kentucky per diventare Chevron. La Standard Oil of Ohio (Sohio) mantenne il marchio standard fino a quando fu acquistata da BP, che aveva acquisito anche il piccolo trust Atlantic Richfield (ARCO). Così i Rockefeller arrivarono a possedere un grande pezzo di BP.
Nel 1920 Exxon, BP e Royal Dutch/Shell dominavano il business del petrolio mondiale in forte espansione, che assieme alle famiglie Rockefeller, Rothschild, Samuel, Nobel e Oppenheimer, e i reali inglesi e olandesi, possedevano la maggior parte delle loro azioni. Due altri figli di Rockefeller, Mobil e Chevron, non erano molto lontani dai Big Tre. La famiglia Murchison del Texas, frequentata dai Rockefeller, controllava la Texaco, mentre la famiglia Mellon, con i suoi legami con il patrimonio dei Rockefeller, controllava la Settima Sorella Gulf Oil. Il primo tentativo noto dalle Sette Sorelle di soffocare la concorrenza si ebbe nel 1928, quando Sir John Cadman della British Petroleum, Sir Henry Deterding della Royal Dutch/Shell, Walter Teagle della Exxon e William Mellon della Gulf si riunirono nel castello dei Cadman presso Achnacarry, in Scozia. Qui fu raggiunto un accordo che avrebbe diviso le riserve mondiali e i mercati del petrolio. L’accordo di Achnacarry divenne noto agli addetti del settore come L’Accordo, per il fatto che suo scopo era mantenere lo status quo con cui le Sette Sorelle controllavano il petrolio mondiale attraverso accordi sulle quote di mercato, la condivisione degli impianti di raffinazione e stoccaggio, e accordi per limitare la produzione per mantenere alti i prezzi. Big Oil firmò altri tre accordi nei successivi sei anni. Il protocollo d’intesa per i mercati europei del 1930 fu seguito nel 1932 dall’accordo per la distribuzione e nel 1934 dalla bozza di protocollo sui principi.
Tra il 1931 e il 1933 i Quattro Cavalieri ridussero spietatamente il prezzo del Foreast Texas crude da 0,98 a 0,10 dollari il barile. Molti produttori indipendenti del Texas furono espulsi dal mercato. Coloro che rimasero furono costretti ad accettare rigide quote di produzione sotto la minaccia di essere rovinati dalle major; quote che ancora oggi esistono. Sono questi contingenti, non “gli ambientalisti” (come sostiene la destra reazionaria) che mantengono gli Stati Uniti dipendenti dal petrolio del Golfo Persico, dove Big Oil domina il gioco. Occupando l’industria petrolifera internazionale, cosa che richiede miliardi di capitale, i Quattro Cavalieri continuano a tenere a bada gli sfidanti indipendenti alla loro egemonia. Hanno anche espulso migliaia di lavoratori del petrolio degli Stati Uniti dal mercato in Texas e Louisiana. John D. Rockefeller stesso non controllava le riserve di greggio. Invece investì molto nella raffinazione e ruppe gli accordi con le ferrovie controllate da Morgan per tagliare le spese di spedizione. I produttori indipendenti del Texas dovettero pagare molto di più per inviare il loro petrolio. Non possedevano né la conoscenza esoterica della raffinazione del greggio, né i capitali per costruire costose raffinerie. Tutto il loro denaro era legato agli impianti di perforazione, che non erano nemmeno convenienti. Oggi la fortuna della famiglia Rockefeller è ancora più pesantemente investita nelle attività petrolifere a valle, come materie plastiche e petrolchimiche, nonché nelle industrie che dipendono dal petrolio come quella bancaria, aerospaziale e automobilistica. Negli anni ’80 il presidente della Chase Manhattan David Rockefeller investì 35 miliardi dollari a Singapore, che da allora è diventato un importante centro di raffinazione e di stoccaggio. La più grande singola raffineria della Royal Dutch/Shell si trova a Pulau Bukom, Singapore. Nel 1991, mentre le tigri asiatiche cominciarono a ruggire, la Exxon Mobil introdusse la benzina senza piombo in Thailandia, Malesia, Hong Kong e Singapore, costruendo la sua gigantesca raffineria di Jurong a Singapore.
indexI Quattro Cavalieri seguirono i soldi a valle. Sono i più grandi raffinatori e venditori di greggio al mondo in tutte le varie forme di prodotto finale. Royal Dutch/Shell è leader nel marketing e nella raffinazione del greggio, ed attualmente produce uno di ogni dieci barili di prodotto raffinato, in tutto il mondo. La sua linea di fondo ne ha beneficiato ampiamente da questa mossa a valle, e l’azienda ha mostrando profitti record dal 1988 e per molti anni di seguito. Il settanta per cento dei profitti della Shell proviene da prodotti petrolchimici. La Shell possiede anche il più grande complesso di raffinazione del mondo nell’isola di Aruba, delle Antille olandesi, al largo della coste venezuelane. Nel 1991, la Shell aveva venduto una raffineria obsoleta sulla vicina isola di Curaçao mentre aggiornava le sue strutture di Aruba. Il completamento di questo enorme complesso fece divenire  il greggio venezuelano molto più importante nella fornitura mondiale di petrolio. Anche il greggio di Paesi africani come Nigeria e Angola viene raffinato presso l’impianto Shell di Aruba, che si trova accanto alla massiccia raffineria Exxon Mobil chiamata Lago, dal lago di Maracaibo in Venezuela, dove si produce la maggior parte del greggio venezuelano. Royal Dutch/Shell attualmente si concentra sullo sviluppo dei mercati del gas, investendo pesantemente negli impianti per la distillazione media di sintesi (MDS) che convertono il gas naturale liquefatto in potenti prodotti liquidi. Nel 1996 aveva costruito impianti MDS in Malesia, Nigeria e Norvegia. Nel 1993 la Shell si unì a Mitsubishi e Exxon Mobil in un progetto da 3 miliardi di dollari sul gas in Venezuela ed avviò l’espansione da 1,1 miliardi dollari del petrolchimico in Brasile. Lo stesso anno la BP Amoco scoprì enormi giacimenti petroliferi nella vicina Colombia.
Nel 1969 l’Exxon possedeva 67 raffinerie di petrolio in 37 Paesi. Oltre il 60% dei profitti del 1991 dell’Exxon proveniva dalle operazioni a valle. Nel primo trimestre di quell’anno, Exxon ottenne 2,4 miliardi dollari di profitto, il più alto profitto trimestrale da quando Rockefeller fondò la Standard Oil of New Jersey nel 1882. Non è un caso che la guerra del Golfo fu voluta in quel periodo, con l’Exxon che rispondeva alla maggior parte della domanda generata dai militari degli Stati Uniti e dei loro alleati. Nei primi anni ’90 Exxon acquistò la divisione materie plastiche di Allied Signal ed  entrò in joint venture con Dow e Monsanto nel campo dell’elastomero termoplastico. Secondo i 10mila documenti dell’Exxon Mobil archiviati presso la SEC, l’azienda ottenne 17 miliardi di dollari nel 2000. Nel 2003-2006, durante l’occupazione americana dell’Iraq, l’azienda superò regolarmente  il proprio record di più alto profitto trimestrale di una qualsiasi società nella storia degli Stati Uniti.
Recentemente i Quattro Cavalieri sono risaliti a monte, diventando i primi quattro rivenditori di gas negli Stati Uniti. Possiedono tutti i più importanti gasdotti del mondo e la stragrande maggioranza delle petroliere. Royal Dutch/Shell ha 114 navi nella sua flotta. Recentemente la società ha aggiunto sette gigantesche navi-cisterna per il gas naturale liquefatto. Shell ha 133.000 dipendenti nel mondo e nel 1991 vantava un patrimonio di 105 miliardi dollari. La piattaforma petrolifera della Shell, la Bullwinkle nel Golfo del Messico, è il più alto edificio del mondo. Exxon Mobil è all’avanguardia nella produzione di oli lubrificanti di base e i suoi scienziati hanno inventato la gomma butilica. È presente in 200 Paesi ed è l’unica azienda che opera nel difficile Mare di Beaufort, dove ha costruito 19 isole d’acciaio per perforarlo. Exxon possiede la maggior parte della terra di Yemen (5,6 milioni di acri) Oman e Ciad. Nel 1991 i suoi beni valevano 87 miliardi dollari. La prima ondata di fusioni dell’industria petrolifera iniziò nei primi anni ’60. Otto delle prime venticinque compagnie petrolifere negli anno ’60 si fusero negli anni ’70. Exxon acquistò Monterey Oil e Honolulu Oil. Chevron la Standard Oil of Kentucky. Atlantic Oil si fuse con Richfield Refining per formare ARCO, che poi inghiottì la Sinclair. Marathon Oil comprò Plymouth Refining. Un’altra ondata di fusioni seguì negli anni ’80. Chevron acquistò Gulf nel 1984. Texaco acquistò Getty Oil. Mobil comprò Superior Oil. BP prese Britoil e Sohio (Standard Oil of Ohio). ARCO comprò City ServiceUS Steel acquistò Marathon Oil. La scoperta del petrolio del Mare del Nord, nel 1984, consolidò la posizione di Big Oil, specialmente di Royal Dutch/Shell ed Exxon, la cui joint venture Shell Expro piazzò le prime concessioni. Nel 1985 Shell acquistò gli interessi colombiani di Occidental Petroleum. Nel 1988 rilevò le attività della Tenneco in quel Paese. Il 1990 ha visto Amoco (Standard Oil of IN) salire suoi vagoni della BP per formare BP Amoco. Nel 1999 BP Amoco acquistò ARCO, consegnando alla società il 72% della proprietà dell’Alaskan Pipeline. Exxon acquistò Texaco Canada e la Compania General de Lubricantes del Messico nel 1991. Conoco fu acquistata da DuPont. Nel marzo 1997, Texaco e RD/Shell fusero le loro operazioni di raffinazione negli Stati Uniti. L’ondata finale e più drammatica del consolidamento vide la fusione di Exxon con Mobil nel novembre 1999. Nello stesso anno Chevron acquistò la Rutherford-Moran Oil della Thailandia e la Petrolera Argentina San Jorge. Nel luglio 2000 Chevron fuse il proprio business petrolchimico con quello della Phillips per formare la Chevron Phillips Chemical Company. Nello stesso anno Chevron si legò alla Texaco. Il 30 agosto 2002, la fusione di Conoco con Phillips Petroleum fu approvata creando Conoco Phillips che nel 2005 ha acquistato il gigante del carbone Burlington Resources. Nel 2002 Royal Dutch/Shell acquistò la precedente fusione Pennzoil/Quaker State così come la più grande compagnia petrolifera indipendente restante della Gran Bretagna, l’Enterprise Oil. Nel 2005 Chevron Texaco acquistò Unocal. E i quattro cavalieri cavalcarono in avanti.
exxon-mobil_LogoI Quattro Cavalieri hanno diretti legami con le mega-banche internazionali. Exxon Mobil condivide consiglieri con JP Morgan Chase, Citigroup, Deutsche Bank, Royal Bank of Canada e Prudential. Chevron Texaco ha legami con Bank of America e JP Morgan Chase. BP Amoco condivide direttori con JP Morgan Chase. RD/Shell ha legami con Citigroup, JP Morgan Chase, NM Rothschild & Sons e la Banca d’Inghilterra. L’ex-presidente di Citibank Walter Shipley si sedeva nel CdA della Exxon Mobil, come Wayne Calloway di Citigroup e Allen Murray di JP Morgan Chase. Willard Butcher di Chase sedeva nel consiglio di Chevron Texaco. L’ex presidente della Fed Alan Greenspan proviene dal Morgan Guaranty Trust e fece parte del consiglio di Mobil. Il direttore di BP Amoco Lewis Preston è diventato presidente della Banca Mondiale. Altri dirigenti di BP Amoco furono Sir Eric Drake, il secondo uomo del più grande operatore portuale del mondo P&O Nedlloyd e direttore di Hudson Bay Company e Kleinwort Benson. William Johnston Keswick, la cui famiglia controlla la centrale elettrica di Hong Kong Jardine Matheson, e sedeva anche nel consiglio di BP Amoco. Il figlio di Keswick è un dirigente di HSBC. Il collegamento con Hong Kong è ancora più forte presso la Royal Dutch/Shell. Lord Armstrong di Ilminster sedeva nei consigli di Royal Dutch/Shell, NM Rothschild & Sons, Rio Tinto e Inchcape. Il proprietario di Cathay Pacific Airlines ed insider di HSBC, Sir John Swire, fu un direttore di Shell, così come Sir Peter Orr, che assieme ad Armstrong era nel CdA di Inchcape. Il direttore della Shell Sir Peter Baxendell era assieme ad Armstrong nel consiglio di Rio Tinto, mentre Sir Robert Clark della Shell fa parte del consiglio della Banca d’Inghilterra.
In conseguenza della mania della deregolamentazione, le società statunitensi non devono più  riferire dei loro maggiori azionisti alla SEC. Secondo i 10mila documenti depositati alla SEC dai Quattro Cavalieri, la combinazione bancaria Rothschild, Rockefeller e Warburg ancora controlla Big Oil. I Rockefeller esercitano il controllo attraverso le mega-banche di New York e il Trust Bancario, che nel 1999 fu acquistato dalla Deutsche Bank controllata da Warburg, nel tentativo di diventare la più grande banca del mondo. Nel 1993 Trust Bancario su il primo azionista di Exxon. Chemical Bank il quarto e JP Morgan il quinto. Entrambi oggi fanno parte di JP Morgan Chase. Trust Bancario fu anche leader azionista della Mobil. La BP aveva Morgan Guaranty come suo più grande proprietario, nel 1993, mentre Amoco aveva Trust Bancario come suo secondo azionista. Chevron aveva Trust Bancario come quinto azionista, mentre Texaco aveva la JP Morgan come suo quarto proprietario e Trust Bancario come nono. Così Deutsche Bank e JP Morgan Chase, le banche dei Warburg e Rockefeller, aumentarono le azioni di Exxon Mobil, BP Amoco e Chevron Texaco. La Bank of America e la Wells Fargo dei Rothschild esercitano il controllo su Big Oil della costa occidentale, mentre la Mellon Bank rimane un grande operatore. Wells Fargo e Mellon Bank erano tra i primi 10 azionisti di Exxon Mobil, Chevron Texaco e BP Amoco nel 1993. Informazioni su Royal Dutch/Shell sono ancora più difficili da ottenere, in quanto è registrata nel Regno Unito e in Olanda, e non è tenuta a redigere le relazioni per la SEC. Per il 60% è di proprietà della Royal Dutch Petroleum dell’Olanda e per il 40% della Shell Trading & Transport del Regno Unito. La società ha solo 14.000 azionisti e pochi dirigenti. Secondo i ricercatori, la Royal Dutch/Shell è ancora controllata dalle famiglie Rothschild, Oppenheimer, Nobel e Samuel insieme ai Windsor e alla Casa olandese degli Orange. La regina Beatrice della casa olandese degli Orange e Lord Victor Rothschild sono i due maggiori azionisti. La madre della regina Beatrice, Giuliana, era una volta la donna più ricca del mondo e madrina dei movimenti occulti di destra. Il Principe Bernhard, che  sposò Giuliana nel 1937, fu membro del Movimento Giovanile di Hitler, delle SS naziste e un dipendente del gruppo nazista IG Farben. Si sedette nei CdA di oltre 300 aziende europee e ha fondato i Bilderberg.
Quando sei derubato, è sempre una buona idea saper identificarne il colpevole. Ora, se solo potessimo portarli ai poliziotti…

url-2Dean Henderson è autore di quattro libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve & Stickin’ it to the Matrix.  Puoi iscriverti gratuitamente al suo settimanale Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il puzzle libico nell’assalto all’Africa

Sam Muhho, Global Research, 24 ottobre 2013

nato_and_lybia_1269525Mentre una nuova era storica emerge per l’umanità, nuove porte si aprono per occasioni e anche per possibili minacce e conflagrazioni. Questa realtà è stata notata più chiaramente negli affari africani, un continente che è sul punto di trasformarsi attraverso la tecnologia e la continua evoluzione delle interazioni internazionali. A fronte del potenziale progresso guidato dallo sfruttamento delle risorse naturali e del potenziale economico dell’Africa, una sinistra minaccia incombe sull’Africa, la minaccia dell’agenda globalista neo-imperialista, che ha segnato il volto dell’umanità con il continuo uso dell’egemonia globale. Questa “agenda globalista” è il corporativismo militarizzato nel sistema neo-imperialista operativo in tutti gli ambiti dello spettro politico occidentale, rappresentata dall’élite corporativa di Wall Street e Londra; nulla ha dimostrato più chiaramente la natura nefasta di questi interessi che la sovversione della Libia due anni fa, nel 2011. Prima di approfondire la scomparsa della Libia, è necessario capire le ambizioni neo-imperialiste in Africa, il cui obiettivo è la sua sottomissione in modo da farne il cardine fondamentale nella creazione di un ordine mondiale unipolare (compreso lo spodestamento potenziale della concorrenza cinese). L’ordine mondiale unipolare punta alla creazione di un unico centro di potere economico, politico e militare globale congiunto al controllo del commercio internazionale e alla distribuzione delle risorse, quale vero ordine del giorno indicato dal dr. Carroll Quigley nel suo “Tragedy and Hope“, e nelle varie  pubblicazioni dei think tank aziendal-finanziari occidentali che vanno dal Council on Foreign Relations al Brookings Institute. Anche il presidente russo Vladimir Putin ha parlato delle ambizioni egemoniche dell’occidente nel voler instaurare l’ordine unipolare, nella conferenza di Monaco 2007.
Mentre la Libia ottiene risalto, ancora una volta, sui media per la crescente inquietudine provocata dalla mobilitazione dei marines degli Stati Uniti, dalla Spagna all’Italia, di fronte la Libia, suggerendo il potenziale coinvolgimento militare nello Stato in rovina; è importante rivedere la storia fondante dell’attuale dilemma libico, prima che la cassa di risonanza della “disinformazione” dei media mainstream inizi una nuova propaganda totale per un blitz. L’urgenza crescente di questa revisione appare anche nei titoli dei notiziari relativi a una “nuova guerra” in Libia causata della rivalità tra milizie. La Libia è recentemente preda delle crescenti lotte intestine e divisioni etnico-tribali, continuazione della distruzione sistematica ad opera della NATO dello Stato-nazione nel 2011. Ne “al-Qaida: pedina dell’insurrezione della CIA dalla Libia allo Yemen” del dr. Webster Tarpley, viene spiegato che quattro fattori primari hanno contribuito alla “rivoluzione” libica del 2011, cui principali furono gli elementi razzisti e monarchici delle tribù dell’est libico Harabi e Obeidat, poste sul corridoio Benghazi-Darna-Tobruk che storicamente risentite verso Gheddafi per aver rovesciato il filo-occidentale re Idris, che proveniva da quella regione. Questo spiegherebbe perché molti dei manifestanti in Libia orientale furono fotografati portare immagini di re Idris.  Questo non vuol dire che tutti i partecipanti dell’opposizione fossero elementi negativi, ma non si può negare che gli elementi negativi erano preminenti, in quanto pedine della sovversione occidentale, persino culminata con la vasta presenza di bandiere di al-Qaida a Bengasi, anche sul palazzo di giustizia di Bengasi, riflettendo il ruolo preminente delle milizie radicali islamiche, come verrà discusso di seguito. Non si dimentichi che l’attività insurrezionale non è nuova in questa regione, avendo Gheddafi assistito a continue ondate di lotte e di opposizione militarizzata, spesso appoggiate dall’occidente per scopi geopolitici, e questo si è riflesso nelle rivolta islamista negli anni ’90, spesso dai tratti razziali. Tony Cartalucci in “Libia ad ogni costo“, ha documentato la storia censurata dei disordini in Libia, guidati dagli interessi occidentali:
1980: il Fronte Nazionale per la Salvezza della Libia (NFSL) sostenuto da USA-CIA compie diversi tentativi di assassinare Gheddafi e di avviare la ribellione armata in tutta la Libia.
1990: Noman Benotman e il Gruppo combattente islamico libico (LIFG) intrapresero una campagna terroristica contro Gheddafi, con l’assistenza di Usama bin Ladin.
1994: il LIFG uccise 2 agenti dell’antiterrorismo tedeschi. Gheddafi emise un mandato di cattura per Usama bin Ladin in relazione all’attacco, ma fu bloccato dall’MI6 che aiutava contemporaneamente il LIFG.
2003: dopo l’abbandono di Gheddafi del programma delle WMD, la Libia collaborò con l’MI6 e la CIA nell’individuare e denunciare le reti della LIFG, fornendo all’intelligence occidentale una serie di notevoli informazioni riguardanti il gruppo. Ironia della sorte queste informazioni avrebbero dato alle nazioni occidentali la possibilità di ricostruire un intero esercito da rivoltare contro Gheddafi nel 2011.
2005: Ibrahim Sahad della NFSL fondava la Conferenza Nazionale dell’Opposizione Libica (NCLO) a Londra in Inghilterra.
2011: all’inizio di febbraio, il londinese NCLO invocò la “Giornata della collera” libica, iniziando la “rivoluzione del 17 febbraio”.
2011: fine febbraio, NFSL/NCLO di Ibrahim Sahad guidava la retorica dell’opposizione, letteralmente di fronte alla Casa Bianca a Washington DC, invocando la no-fly zone in reazione alle accuse infondate secondo cui Gheddafi bombardava “manifestanti disarmati” con aerei da guerra.
2011: fine febbraio, i senatori Lieberman e McCain e il premier inglese David Cameron invitarono a fornire copertura aerea ai ribelli libici, oltre a fornirgli ulteriori armi.
2011: primi di marzo, fu rivelato che le forze speciali inglesi SAS già operavano in Libia.
2011: metà marzo; le Nazioni Unite adottarono la no-fly zone sulla Libia, compresi attacchi aerei.  Immediatamente, la missione fu cambiata da “proteggere i civili” a “eliminare Gheddafi”. L’Egitto violò l’embargo sulle armi della risoluzione 1973 dell’ONU, con cognizione di Washington, fornendo armi ai ribelli libici, mentre i legami di al-Qaida dei ribelli vennero ammessi da tutti, compresi i ribelli stessi.
2011: fine aprile; prove documentate furono rivelate secondo cui i ribelli della Libia conducevano una campagna barbara, con esecuzioni extragiudiziali, uso di forza indiscriminata, bambini soldato, mine terrestri e torture. Il New York Times accusava la mancanza di supporto.
2011: fine aprile – inizio maggio, a seguito degli appelli per assassinare Gheddafi, la casa di suo figlio fu bombardata, uccidendo lui e 3 nipoti di Gheddafi. La NATO cercò simultaneamente una nuova risoluzione ONU che autorizzasse l’impiego delle truppe di terra, mentre gli Stati aggressori cercarono di consegnare ai ribelli i beni libici sequestrati.
Questo risentimento tribale caratterizzò gran parte delle violenze del 2011, contribuendo alle atrocità razziali commesse contro i neri libici che costituivano un terzo della popolazione libica e abitavano le regioni occidentali, tra cui le tribù del sud-ovest libico, il Fezzan. Il dr. Webster Tarpley ha anche documentato il ruolo primario dei mercenari di al-Qaida nel conflitto libico, il cui covo nella Libia orientale fu un terreno mondiale per alimentare l’estremismo, secondo un rapporto del 2007 del “Centro per la lotta al terrorismo” (CTC) dell’US Military Academy di West Point, sui combattenti stranieri in Iraq. La città ribelle di Darna, per esempio, fu requisita da un triumvirato di terroristi con Abdel-Hakim al-Hasidi, ex capo del “Libyan Islamic Fighting Group” (LIFG) collegato ad al-Qaida, che aveva combattuto contro le forze NATO in Afghanistan. Al suo fianco vi erano Sufian bin Qumu, ex autista di Usama bin Ladin e detenuto di Guantanamo per sei anni, così come al-Barani, anche lui membro devoto del LIFG. Tarpley fa un ottimo lavoro nel dimostrare come tali dati non siano atipici, ma la norma in una regione che era la “capitale mondiale dei terroristi“, secondo il CTC. E’ inoltre inquietante notare i disperati tentativi di controllare i danni da parte del CTC, sulla scia del disastroso intervento della NATO, in cui i fatti precedentemente documentati furono volutamente oscurati e nascosti per coprire illegittimità della NATO. Tarpley ha anche documentato il ruolo degli agenti dell’occidente come il Fronte di salvezza nazionale libico, così come la defezione assistita dai francesi del collaboratore di Gheddafi Nuri Mesmari, nel 2010, che avrebbe poi collaborato con l’occidente nel fomentare la rivolta militare contro Gheddafi nella Libia del nord-est.
Essendo l’unica nazione africana a classificarsi in “alto” nell’Indice di sviluppo umano, e dotata di un’infrastruttura altamente sviluppata, la Libia sotto Gheddafi era diventata il cancello geopolitico dei globalisti verso l’Africa. A scapito di tutta l’umanità libera, questo cancello fu invaso nella guerra illegale della NATO alla Libia, incentrata sulla propaganda fasulla su presunte atrocità del  leader della Libia Muammar Gheddafi, nel travisamento dei ribelli libici e nel blackout completo del supporto giocato dalle forze geopolitiche. Queste accuse culminarono nei miti internazionali secondo cui Gheddafi avrebbe bombardato il suo popolo, assunto mercenari africani e inscenato stupri di massa per terrorizzare l’opposizione, imposti come dogmi ufficiali per giustificare l’aggressione della NATO. Parte integrante della narrazione a giustificazione dell’intervento della NATO, era dipingere Gheddafi quale tiranno brutale che aveva scatenato la sanguinosa repressione contro il movimento “pacifico”, attribuendogli una serie di altre atrocità, dall’arruolamento di mercenari africani all’uso dell’aviazione contro i manifestanti, mettendo in scena stupri di massa e minacciando il “genocidio” di Bengasi. La narrazione della NATO sulla rivoluzione, secondo cui le nobili masse libiche insorsero contro Gheddafi e i suoi mercenari, fu dipinto molto chiaramente all’inizio, il 14 marzo 2011, nell’articolo della Reuters dal titolo, “I jet libici bombardano i ribelli, la Francia spinge per la no-fly zone”. In questo tipico rapporto dei media mainstream, la giustificazione retorica era data dalla dottrina della “responsabilità di proteggere“, sanzionando la no-fly zone in Libia sulla base della trita narrazione secondo cui l’aviazione di Gheddafi reprimeva brutalmente ciò che veniva vista come una rivolta indigena, che sembrava volta ad accendere il pathos in divenire della “tragedia della Libia.” L’avvertimento sull’imminente bagno di sangue contro Gheddafi fu lanciato. È interessante notare che anche l'”Indipendent” avrebbe poi pubblicato un articolo che sfatava ciò, sottolineando l’inaffidabilità e la depravazione di questa propaganda, tra le altre accuse lanciate contro Gheddafi. Questa propaganda infondata, che aveva già avvelenato la percezione occidentale di quello che succedeva in Libia, sarebbe poi stata integrata da notizie riguardanti il ruolo di presunti mercenari e stupri di massa, per improvvisare una giustificazione per l’intervento. In realtà, tale racconto fece bancarotta, come magistralmente documentato da Maximillien Forte nel suo “I dieci miti della guerra contro la Libia“, che inchioda direttamente l’illegittimità della campagna della NATO. Mentre Gheddafi non era certamente un santo e, mentre molti gruppi avevano legittime rimostranze contro di lui, aveva comunque una base solida in Libia, mentre i ribelli erano complessivamente privi di legittimazione e diretti da islamisti esiliati con legami politici globalisti e decenni di tensioni etniche. Gheddafi aveva investito molto nelle infrastrutture e nella struttura sociale del suo Paese, arrivando quasi a sradicare l’analfabetismo e il nomadismo, che in precedenza era stato un problema costante. I diritti delle donne furono difesi, avendo le donne libiche l’autorizzazione a studiare e lavorare dove desideravano, come anche la BBC aveva osservato.
Mentre Gheddafi aveva investito nelle infrastrutture, i globalisti cercarono di compensare ciò asserendo la loro presenza in Libia attraverso la distruzione delle sue infrastrutture e cercando di trascinare la Libia nella loro orbita economica. C’è stato uno sforzo concertato per minare l’agenda di Gheddafi volta a costruire un’unita, forte e autosufficiente comunità africana e al rafforzamento delle istituzioni multilaterali africane. Inoltre, la Libia fornisce l’accesso alla Africa per l'”AFRICOM” del Pentagono, minando e spodestando gli interessi economici cinesi nel continente africano, una sfida importante agli interessi corporativi occidentali nell”accesso alle risorse e all’egemonia economica. Un altro punto chiave fu l’obiettivo di Gheddafi di creare un’unica moneta africana basata sull’oro chiamata “dinaro d’oro”, con cui aveva intenzione di commerciare il petrolio africano. Questo sarebbe stato in conflitto diretto con gli interessi aziendali e bancari occidentali e il loro sistema monetario internazionale, su cui il FMI e la sua “economia da casinò” sono costruiti. Il potere d’acquisto dei Paesi sarebbe stato determinato dalla quantità di oro che avevano, al contrario della carta moneta, priva di una base sostanziale. Riguardo le accuse specifiche sulle atrocità di Gheddafi, ripetute a pappagallo dai media mainstream, Forte fornisce molti spunti che aiutano a smantellare i miti della guerra “umanitaria”. Ad esempio, le rivendicazioni degli attacchi aerei di Gheddafi sono note essere una montatura spacciata da BBC e al-Jazeera. Le affermazioni erano del tutto infondate e basate su falsi sinistri. Il segretario della Difesa Robert Gates e l’ammiraglio Mullen statunitensi ammisero nel corso di una conferenza stampa del Pentagono, che non ebbero nessuna conferma di tali relazioni. David Kirpatrick del New York Times veniva citato da Forte ammettere che, “i ribelli non sono fedeli alla verità plasmando la loro propaganda, sostenendo vittorie inesistenti sul campo di battaglia… e facendo affermazioni enormemente gonfiate circa il comportamento (di Gheddafi)”. Le affermazioni sui mercenari africani arruolati, fatte per ritrarre Gheddafi come nemico della Libia nel suo complesso, furono forse i miti più atroci e razzisti sorti dall’animosità tribale dei ribelli verso gli abitanti africani della Libia e i lavoratori migranti africani che erano comuni in tutto il Paese. Human Rights Watch affermò di non aver trovato alcuna prova dei mercenari africani in Libia orientale, dove la ribellione e la lotta s’incentrarono, notando anche che Gheddafi aveva tentato di porre fine alla discriminazione contro queste persone, contraddicendo, come notava Forte, le affermazioni rabbiose fatte da tutta la stampa mainstream, tra cui Time Magazine, The Telegraph, al-Jazeera e al-Arabiya. Neanche il Los Angeles Times trovò alcuna prova di tali mercenari, come il New York Times, sottolineando le “sfumature razziste” nel conflitto che la disinformazione contribuì a diffondere. Amnesty International avrebbe poi confermato che i “mercenari” indicati dai ribelli erano lavoratori migranti africani senza documenti e notò la discriminazione dilagante e la detenzione sproporzionata di libici neri ad al-Zawiyah. I media tradizionali e al-Jazeera tentarono di coprire i loro crimini sottolineando, però brevemente, la realtà che gli africani in Libia venivano sottoposti a saccheggi, rapimenti e uccisioni da parte dei ribelli. Tutto questo, naturalmente, alla luce del fatto che gli africani fossero parte integrante della società libica, costituendo il 33% della popolazione. Un reato grave da non dimenticare mai è la pulizia etnica della bellissima città nera libica di Tawargha, precedentemente abitata da 35.000 persone, espulse dai militanti razzisti che si facevano chiamare “Brigata per l’eliminazione degli schiavi negri“. Un altro delitto fu il massacro sistematico dei neri in Libia occidentale da parte dei ribelli orientali avanzanti su Tripoli (vedi oltre).
Un’altra isteria spacciata dai media ruotava intorno alla presunta pianificazione di Gheddafi degli stupri di massa, spesso accusando mercenari inesistenti, utilizzata dai media per raccogliere le simpatia per i ribelli. La fonte di queste affermazioni, anch’essa adeguatamente denunciata da Forte, fu al-Jazeera, strumento propagandistico londinese del Qatar, che affermava che Gheddafi aveva distribuito il Viagra alle sue truppe ordinandogli di violentare gli oppositori. Tali affermazioni furono poi diffuse in tutta i media, arrivando alla Corte penale internazionale (CPI). Il procuratore capo, Luis Moreno-Ocampo avrebbe poi fraudolentemente affermato che Gheddafi aveva ordinato lo stupro di centinaia di donne e che Gheddafi aveva ordinato personalmente di distribuire il Viagra.  L’ambasciatrice statunitense Susan Rice e Hillary Clinton diffusero queste accuse (vedi articolo di Forte).
obama-li675byaIn realtà, l’indagine delle Nazioni Unite in Libia, guidata da Sharif Bassiuni, avrebbe trovato che queste affermazioni erano senza fondamento e dovute a “isteria di massa”. Bassiuni ha detto che una donna “aveva affermato di aver inviato oltre 70.000 questionari e ricevuto 60.000 risposte, di cui 259 riferirono gli abusi sessuali.” Bassiuni avrebbe chiesto di vedere questi questionari, ma non li ricevette, mettendo in dubbio il racconto. Fu sottolineato che sembrava improbabile che 70.000 questionari venissero inviati a marzo considerando il fatto che il servizio postale non funzionava più. La squadra di Bassiuni avrebbe scoperto solo 4 casi di abusi sessuali nel suo studio. Le scatole di Viagra che Gheddafi presumibilmente distribuì furono trovate intatte, proprio accanto a carri armati bruciati, indicando una messinscena propagandistica (Forte). Ulteriore conferma di ciò è che Amnesty International ha ulteriormente svergognato la dirigenza imperialista e frantumato completamente questa bugia. Secondo l'”Independent”, Donatella Rovera, consulente per le risposte alle crisi di Amnesty, che fu in Libia per tre mesi dopo l’inizio della rivolta, dice che “non abbiamo trovato alcuna prova o singola vittima di stupro o medico che sapesse di qualcuno violentato”.
L’affermazione più in malafede spacciata dai media per giustificare la guerra libica fu la crociata per “salvare Bengasi”. Se è vero che Gheddafi aveva impiegato una retorica “esagerata”, la minaccia di combattere casa per casa per “schiacciare gli scarafaggi”, i media enfatizzarono queste affermazioni ammettendo la natura estremista delle orde dei ribelli. Gli stessi media avrebbero anche ignorato la retorica “esagerata” di Gheddafi quando conveniva farlo, ma aggregando la narrazione su Bengasi per dare chiaramente una giustificazione all’intervento della NATO. Non ci sono prove che Gheddafi avesse pianificato un genocidio, quando aveva soltanto accusato i gruppi armati che sconvolgevano la parte orientale del Paese, persino offrendogli l’amnistia e un passaggio aperto verso l’Egitto, per evitare spargimenti di sangue. Il professor Alan J. Kuperman denuncia la propaganda parlando dei punti di questa tesi, citando come prova il fatto che Gheddafi non aveva pianificato alcun genocidio, che in realtà non effettuò nelle aree che aveva ripreso in tutto o in parte ai ribelli, tra cui Zawiya, Misurata, e Aghedabia.
Le stesse azioni della NATO screditarono la dottrina della “responsabilità di proteggere” utilizzata per giustificare l’intervento della NATO, essendo direttamente responsabile della morte di numerosi civili. La NATO uccise civili nella piazza centrale di Zawiya, “dando una definizione abbastanza liberale di comando e controllo” alle strutture prese di mira nel quartiere residenziale, uccidendo alcuni membri della famiglia di Gheddafi e tre suoi nipoti. La NATO fu anche responsabile del bombardamento della televisione di Stato della Libia, uccidendo tre giornalisti e guadagnandosi la condanna delle federazioni dei giornalisti internazionali (vedi articolo di Forte). La NATO assistette alla morte di 1500 profughi in fuga dalla Libia via mare, per lo più africani sub-sahariani, le stesse persone che senza alcun fondamento vennero demonizzate come mercenari. La NATO avrebbe ignorato la loro angosciose richieste, anche quando i profughi entrarono in contatto con le navi della NATO. La NATO avrebbe anche lanciato numerosi attacchi ingiustificabili contro la Libia per aggravarne i danni. Soprattutto, la NATO copriva i ribelli che perpetuarono un genocidio visibile contro la città di Sirte, con l’appoggio degli attacchi aerei della NATO e ordinando il taglio di elettricità, cibo e acqua e bombardando i civili. Nell’ambito di questo piano di distruzione, molte i persone in più morirono rispetto a quanto accadde inizialmente a Bengasi contro le bande armate dei ribelli che Gheddafi combatté facendosi beffe del pretesto utilizzato dai globalisti per giustificare soprattutto una guerra finto-umanitaria (Forte).
La NATO e la guerra globalista in Libia hanno fatto bancarotta nella giustificazione morale o politica. Fu una guerra nata da interessi compromessi che cercavano non la liberazione di un popolo oppresso, ma piuttosto di saccheggiare la Libia, aprendosi poi le porte verso il cuore dell’Africa. Mentre i globalisti cercano di spacciare le loro guerre come morali e per il miglioramento del mondo, sono in realtà spinti soltanto dal desiderio di diffondere e consolidare la propria egemonia, con l’obiettivo finale dell’egemonia globale. Qualsiasi tentativo d’invocare una copertura morale dovrebbe essere evitata alla luce delle false atrocità attribuite a Gheddafi e dei crimini compiuti dalla NATO, ben inquadrate dalle bugie riguardo a Gheddafi che massacrava il suo popolo, arruolava mercenari e inscenava stupri di massa, quali distorsioni propagate. Solo quando strappiamo il sipario dell’inganno mediatico, possiamo meglio comprendere gli eventi e regolarci di conseguenza nel combattere l’imperialismo globalista che cerca di sovvertirci tutti.

Sam Muhho è docente di storia e attento antiimperialista e anti-globalista dedito al lavoro di Tony Cartalucci su LandDestroyer e di altri simili analisti geopolitici. Gestisce la pagina FacebookGlobalist Watch” per risvegliare le persone sullo stato attuale del mondo.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: campo di battaglia tra occidente ed Eurasia

Come la NSA spia le telecomunicazioni dell’America Latina

Wayne Madsen, Strategic Culture Foundation, 26.10.2013

NSA_CHIEF_AP-thumb-570x321-123773Grazie ai documenti forniti dall’informatore della National Security Agency (NSA) Edward Snowden, le attività di un ramo poco noto della comunità d’intelligence degli Stati Uniti, il Servizio di Raccolta Speciale (SCS), diventano sempre più note. Un’organizzazione ibrida composta per lo più personale della NSA, ma anche della Central Intelligence Agency (CIA), il SCS, noto come F6 nella NSA, ha sede a Beltsville, Maryland. La sede del SCS, in un edificio per uffici con le iniziali “CSSG”, è adiacente al Servizio Diplomatico delle Telecomunicazioni del dipartimento di Stato (DTS). Un cavo sotterraneo corre tra i due edifici, permettendo al SCS di comunicare in sicurezza con le postazioni di ascolto clandestine della NSA, create nelle ambasciate USA in tutto il mondo. Queste “stazioni estere” della NSA, note anche come “Elementi di raccolta speciale” e “Unità di raccolta speciali” si trovano nelle ambasciate USA da Brasilia a Città del Messico, da New Delhi a Tokyo… Come sappiamo dai documenti di Snowden, il SCS inoltre è riuscito a infiltrare le comunicazioni via Internet e cellulare, e le infrastrutture delle telecomunicazioni su rete fissa di un certo numero di nazioni, specialmente quelle dell’America Latina. Collabora con il SCS è il Communications Security Establishment del Canada (CSEC), il “Quinto Occhio” dell’agenzia partner della NSA, nell’intercettazione di obiettivi particolari, come ad esempio il ministero delle Miniere e dell’Energia del Brasile. Per molti anni, nell’ambito di un’operazione denominata Pilgrim, il CSEC teneva sotto controllo le reti delle telecomunicazioni di Caraibi-America Latina con le stazioni estere nelle ambasciate e nelle alte commissioni canadesi dell’emisfero occidentale. Queste strutture avevano nomi in codice come Cornflower per Città del Messico, Artichoke per Caracas, ed Egret per Kingston, Giamaica.
La capillare raccolta della NSA di dati digitali dalle linee in fibra ottica, dagli Internet Service Provider, dagli switch delle rete per telecomunicazioni aziendali e dai sistemi cellulari in America Latina, non sarebbe stata possibile senza la presenza di agenti dell’intelligence nelle società per  telecomunicazioni e altri fornitori di servizi di rete. Tra i Cinque Occhi della Signals Intelligence (SIGINT) di Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia, Canada e Nuova Zelanda tale cooperazione nella  condivisione con le aziende commerciali era relativamente facile. Cooperando con le rispettive agenzie SIGINT delle loro nazioni, favorirono vantaggi ed evitarono rappresaglie da parte dei rispettivi governi. Negli Stati Uniti, la NSA gode della collaborazione di Microsoft, AT&T, Yahoo, Google, Facebook, Twitter, Apple, Verizon ed altri nell’analizzare la massa di metadati raccolta dal programma PRISM. Il Government Communications Headquarters della Gran Bretagna (GCHQ) ha assicurato la collaborazione di British Telecom, Vodafone e Verizon. Il CSEC del Canada ha rapporti con aziende come Rogers Wireless e Bell Aliant, mentre il Defense Signals Directorate dell’Australia (DSD), può contare su un flusso costante di dati provenienti da aziende come Macquarie Telecom e Optus. E’ inconcepibile che la raccolta di 70 milioni di intercettazioni delle comunicazioni della NSA, tra telefonate e messaggi di testo francesi, in un solo mese, sia stata possibile senza avere proprie agenti collocati negli staff tecnici delle due società di telecomunicazioni francesi prese di mira: l’Internet Service Provider Wanadoo e la ditta per telecomunicazioni Alcatel-Lucent. È anche improbabile che l’intelligence francese non fosse a conoscenza delle attività della NSA e del SCS in Francia. Allo stesso modo, è improbabile che l’intercettazione della NSA delle reti di telecomunicazioni tedesche non fosse nota alle autorità tedesche, soprattutto da quando il Bundesnachrichtendiesnt (BND), il Servizio federale dell’intelligence della Germania aveva fornito i due programmi per l’intercettazione delle telecomunicazioni Veras e Mira-4 e i dati raccolti, in cambio dell’accesso del BND alle intercettazioni SIGINT delle comunicazioni tedesche contenute nel database della NSA noto come Xkeyscore. NSA e BND ancor più certamente hanno agenti inseriti nella società di telecomunicazioni tedesca Deutsche Telekom. Dati classificati del GCHQ confermano l’uso di prodotti e personale di supporto nell’infiltrare la rete BELGACOM in Belgio. Una pagina sul piano d’infiltrazione Merion Zeta della rete classificata descrive il funzionamento del GCHQ: “L’accesso all’Internal CNE (Network Certified Engineer) continua a espandersi, avvicinandosi nell’accedere al fondamentale router GRX (General Radio Packet Services (GPRS) Roaming Exchange), attualmente su host con accesso”. Un’altra pagina rivela l’obiettivo dell’infiltrazione del router centrale di BELGACOM: “puntare sul roaming che utilizza smart phones”.
Nei Paesi in cui la NSA e i suoi partner non hanno un’alleanza formale con le autorità nazionali d’intelligence, elementi della Fonte per Operazioni Speciali della NSA (SSO) e unità per le Operazioni di Accesso Mirate (TAO) operano per il SCS e i suoi partner della CIA infiltrando agenti negli staff tecnici delle aziende di telecomunicazioni o facendoli reclutare come lavoratori dipendenti, in particolare quando si tratta di amministratori di sistema, assumendoli come consulenti o acquisendo dei dipendenti con denaro o altri favori, o ricattandoli con imbarazzanti informazioni personali. Le informazioni personali che possono essere utilizzate nei ricatti, vengono raccolte dalla NSA e dai suoi partner con messaggi di testo, ricerche web, visite ai siti web, rubriche ed elenchi di webmail, ed altre comunicazioni mirate. Le operazioni SIGINT del SCS s’incontrano con l’HUMINT, o “intelligence umana”. In alcuni Paesi come l’Afghanistan, la penetrazione della rete cellulare GSM Roshan è facilitata dalla grande presenza di militari e servizi segreti di Stati Uniti ed alleati. In Paesi come gli Emirati Arabi Uniti, l’infiltrazione della rete mobile satellitare Thuraya è facilitata dal fatto che la grande azienda della difesa degli Stati Uniti, Boeing, ha installato la rete.  Boeing è anche un’importante azienda della NSA. Quest’interfaccia SIGINT/HUMINT è apparsa  con i dispositivi d’intercettazione clandestini immessi su fax e computer di varie missioni diplomatiche a New York e Washington DC. Invece di irrompere nelle strutture diplomatiche sotto la copertura delle tenebre, il metodo utilizzato dalle squadre operative dalla “borsa nera” del SCS  ottiene assai facilmente l’ingresso a tali impianti, con il di supporto tecnico del personale delle telecomunicazioni o di appaltatori a contratto. Il SCS ha collocato con successo dispositivi di intercettazione nei servizi dai seguenti nomi in codice: missione europea delle Nazioni Unite (Perdido/Apalachee); l’ambasciata italiana a Washington (Bruneau/Hemlock); la missione francese all’ONU (Blackfoot), la missione greca alle nazioni unite (Powell); l’ambasciata francese a Washington DC (Wabash/Magothy); l’ambasciata greca a Washington DC (Klondyke); la missione brasiliana all’ONU (Pocomoke) e l’ambasciata brasiliana a Washington DC (Kateel).
Il Designatore per la Signals Intelligence “US3273” Silverzephyr della NSA, è l’unità di raccolta del SCS situata nell’ambasciata statunitense a Brasilia, capitale del Brasile. Oltre a sorvegliare le reti di telecomunicazioni del Brasile, Silverzephyr può anche monitorare via satellite (FORNSAT) le trasmissioni dell’ambasciata e possibilmente altre unità clandestine operanti al di fuori della copertura diplomatica ufficiale su territorio brasiliano. Un tale punto di accesso alla rete clandestina si trova nei documenti forniti da Snowden, il cui nome in codice è Steelknight. Vi sono circa 62 simili unità del SCS che operano da altre ambasciate e missioni degli Stati Uniti in tutto il mondo, tra cui New Delhi, Pechino, Mosca, Nairobi, Cairo, Baghdad, Kabul, Caracas, Bogotà, San Jose, Città del Messico e Bangkok. E’ attraverso l’infiltrazione clandestina delle reti del Brasile, utilizzando una combinazione di mezzi tecnici SIGINT e HUMINT, che la NSA poteva ascoltare e leggere le comunicazioni della Presidentessa Dilma Rousseff e dei suoi consiglieri e ministri del Governo, tra cui il ministro delle Miniere e dell’Energia. Le operazioni d’intercettazione nei confronti di questi ultimi sono state delegate al CSEC, progetto Olympia era il nome in codice per l’infiltrazione del ministero delle Miniere e dell’Energia, così come della compagnia petrolifera di Stato Petrobras.
Le operazioni della NSA Rampart, Dishfire e Scimitar si rivolgevano specificamente alle comunicazioni personali dei capi di governo e di Stato come Rousseff, il presidente russo Vladimir Putin, il presidente cinese Xi Jinping, il presidente ecuadoriano Rafael Correa, il presidente iraniano Hasan Rouhani, il presidente boliviano Evo Morales, il primo ministro Turco Recep Tayyip Erdogan, il primo ministro indiano Manmohan Singh, il presidente del Kenya Uhuru Kenyatta e il presidente venezuelano Nicolas Maduro, tra gli altri. Un’unità speciale SIGINT della NSA, il “Mexico Leadership Team”, ha in modo simile infiltrato la Telmex e la Satmex del Messico per poter condurre la sorveglianza delle comunicazioni private dell’attuale presidente Enrique Peña Nieto e del suo predecessore Felipe Calderon, nell’operazione dal nome in codice Flatliquid. La sorveglianza della NSA della Segreteria della pubblica sicurezza messicana aveva il nome in codice Whitetamale, e doveva utilizzare collaboratori interni, in considerazione del fatto che a un certo livello, i funzionari della sicurezza messicana usano metodi di comunicazione criptati. Il SCS certamente richiede insider ben piazzati per monitorare le comunicazioni delle reti cellulari messicane, nel piano segreto dal nome in codice Eveningeasel. Mentre vi è un certo numero di correzioni tecniche e contromisure che possono contrastare la NSA e i Cinque Occhi nelle sorveglianza delle comunicazioni governative e aziendali, la semplice valutazione della minaccia e della vulnerabilità che si concentra sul personale e sulla sicurezza fisica, sono la prima linea di difesa contro le orecchie e gli occhi intrusivi del “Grande Fratello” USA.

nsa_the_world_by_kelevra2k9-650x406La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Guerra all”Impero Rosso’

David Gerrie, DailyMail, 21 settembre 2011

Come negli anni ’30 gli USA programmarono l’attacco alla Gran Bretagna con bombardamenti e armi chimiche. L’emergente potenza mondiale temeva la reazione inglese alle sue ambizioni. Il Piano Rosso era il codice per una grande guerra all’impero inglese. Il documento top-secret era  considerato il ‘più delicato sulla Terra’. 57 milioni di dollari furono stanziati per la costruzione di basi aeree segrete sul confine canadese, per attaccare le forze inglesi ivi basate.

originalI dettagli di un sorprendente piano militare statunitense per cancellare con un attacco buona parte dell’esercito inglese, vengono sono oggi rivelati per la prima volta. Nel 1930, a soli nove anni dallo scoppio della seconda guerra mondiale, gli USA elaborarono una proposta specificamente volta a eliminare tutte le forze terrestri inglesi in Canada e Nord Atlantico, distruggendo così la capacità commerciale della Gran Bretagna, per metterla in ginocchio. Movimenti di truppe senza precedenti furono avviati per aprirsi la via all’invasione del Canada, che doveva comprendere massicci bombardamenti di obiettivi industriali chiave e l’uso di armi chimiche, quest’ultimo approvato al massimo livello da nientemeno che il leggendario generale Douglas MacArthur. I piani, rivelati in un documentario di Canale 5, rientravano in una serie di piani predisposti per contingenze militari contro una serie di nemici potenziali, dai Caraibi alla Cina. Ce n’era anche uno per sopprimere una rivolta negli Stati Uniti. Infine, il presidente Franklin D. Roosevelt sottoscrisse quello noto come Piano di Guerra Rosso. Invece i due Paesi divennero i più saldi alleati nella 2GM. Un’alleanza spesso tesa che continua finora. Eppure, è affascinante sapere che ci fossero abbastanza persone nell’establishment politico-militare statunitense che pensarono che una tale guerra fosse fattibile. Mentre fuori dagli USA, Churchill e Hitler pensarono a una tale possibilità negli anni ’30, in un momento di profonda incertezza economica e politica.
Nel 1931, il governo degli Stati Uniti autorizzò l’eroe della trasvolata atlantica, e noto simpatizzante nazista, Charles A. Lindbergh, a recarsi segretamente a spiare la sponda occidentale della baia di Hudson, per indagare la possibilità di utilizzare idrovolanti per la guerra e cercare brecce da usare quali potenziali teste di ponte. Quattro anni dopo, il Congresso degli Stati Uniti autorizzò 57 milioni di dollari da destinare alla costruzione di tre basi aeree segrete sul lato statunitense della frontiera canadese, con prati copri-piste di atterraggio, per nasconderne il vero scopo. Tutti i governi fanno piani di emergenza per gli ‘scenari peggiori’, tenuti nascosti al pubblico. Questi documenti furono rinvenuti sepolti nei National Archives statunitensi di Washington, DC, un documento top-secret considerato come il più sensibile sulla Terra. Fu nel 1930, che gli USA tracciarono il primo piano di guerra contro ‘l’impero rosso’, l’impero più pericoloso. Ma il nemico degli USA in tale piano di guerra non era la Russia o il Giappone, e neanche la Germania nazista in divenire. Il Piano Rosso era il codice per una guerra apocalittica contro la Gran Bretagna e tutti i suoi domini.
Dopo l’armistizio del 1918, e per tutti gli anni ’20, i sentimenti storicamente anti-inglesi degli USA, tramandati fin dal 19.mo secolo, furono pericolosamente alti, a causa del debito verso gli Stati Uniti di 9 miliardi di sterline, per il loro intervento nella Grande Guerra. Il sentimento inglese verso gli USA era notoriamente reciproco. Nel 1930, gli USA videro lo spettacolo inquietante delle marce di simpatizzanti nazisti lungo Park Avenue a New York, convergendo verso una manifestazione pro-Hitler al Madison Square Garden. Dall’altra parte dell’Atlantico, la Gran Bretagna aveva il più grande impero del mondo, per non parlare della marina più potente. In questo contesto, alcuni statunitensi videro la loro nazione emergente quale potenziale leader mondiale e sapevano fin troppo bene come la Gran Bretagna aveva affrontato questi parvenu, in passato, aggredendoli e  neutralizzandoli. Ora, gli USA si vedevano come i perdenti in uno scenario simile.
Nel 1935, l’America avviò le sue più grandi manovre militari in assoluto, spostando truppe e installando depositi di munizioni a Fort Drum, a mezz’ora di strada dal confine con il Canada orientale. Da qui sarebbe stato lanciato l’attacco iniziale agli inglesi di Halifax, Nova Scotia, primo obiettivo. ‘Questo avrebbe significato che sei milioni di soldati avrebbero combattuto sul litorale orientale degli Stati Uniti’, dice Peter Carlson, direttore della rivista American History. ‘Sarebbe stato come a Verdun,’ alludendo al brutale conflitto tra le truppe tedesche e francesi nel 1916, che provocò un numero di vittime pari a 306.000. Anche Winston Churchill disse, mentre altri  consideravano una guerra contro gli Stati Uniti inconcepibile, che non lo fosse. ‘Gli USA sentirono che la Gran Bretagna gli avrebbe spacciati pur di rimanere al comando‘, dice il professor Mike Vlahos, dell’US Naval War College. ‘Gli Stati Uniti furono costretti a contemplare qualsiasi misura per tenere a bada la Gran Bretagna.’ Anche Hitler pensava che una tale guerra fosse inevitabile, ma sorprendentemente voleva che la Gran Bretagna vincesse, credendo che sarebbe stato il miglior risultato per la Germania, dato che il Regno Unito poteva unirsi alle sue forze per attaccare gli Stati Uniti. ‘Bisogna ricordare che gli Stati Uniti nacquero dalla lotta rivoluzionaria contro la Gran Bretagna nel 1776‘, dice il dottor John H. Maurer, dell’US Naval War College.
Utilizzando i piani disponibili di questa guerra, esperti militari e navali moderni ritengono oggi che il risultato più probabile di tale conflitto sarebbe stata una grande battaglia navale nel Nord Atlantico, con pochissimi morti ma che avrebbe costretto la Gran Bretagna a consegnare il Canada agli Stati Uniti, pur di preservare le rotte commerciali più vitali. Tuttavia, il 15 giugno 1939, lo stesso anno dell’invasione tedesca della Polonia, una nota interna degli Stati Uniti affermava che questi piani per l’invasione erano ‘totalmente inapplicabili’, ma comunque ‘dovevano essere conservati’ per il futuro. Ciò è oggi visto come alba e ragione principale della ‘relazione speciale’ tra i due Paesi.

Isolazionismo, prosperità e declino: gli USA dopo la Prima guerra mondiale
Franklin-D-Roosevelt-1Stretti alleati in numerosi conflitti, Gran Bretagna e USA godettero a lungo di una ‘relazione speciale’. Da Churchill e Roosevelt fiorì fino a Thatcher e Reagan, Clinton e Blair, la Regina e Obama. Sappiamo ora che FDR infine respinse l’invasione del Canada come ‘del tutto inapplicabile’.  Ma quanto era speciale quel rapporto, nel decennio che precedette la Seconda guerra mondiale?
Nei primi anni ’20, l’economia statunitense era in piena espansione. I ‘Ruggenti anni venti’ furono un’epoca di aumento della spesa dei consumi e della produzione di massa. Ma dopo la Prima guerra mondiale, l’opinione pubblica statunitense diventava sempre più isolazionista. Ciò si riflesse nel rifiuto di aderire alla Società delle Nazioni, la cui missione principale era mantenere la pace nel mondo. In politica estera, gli Stati Uniti continuarono a isolarsi dal resto del mondo e,  nel corso di tale periodo, imposero dazi sulle importazioni per proteggere i produttori nazionali. Anche il loro approccio liberale verso l’immigrazione cambiò. Milioni di persone, soprattutto dall’Europa, furono in precedenza accolti negli USA alla ricerca di una vita migliore. Ma dal 1921 furono  introdotte  le quote e, dal 1929, solo 150.000 immigrati all’anno vennero ammessi.
Dopo un decennio di prosperità e ottimismo, gli USA sprofondarono nella disperazione quando il mercato azionario crollò nell’ottobre 1929, segnando l’inizio della Grande Depressione. Il conseguente disagio economico e la disoccupazione di massa decisero il destino del presidente Herbert Hoover, e Franklin D. Roosevelt s’impose con la vittoria nel marzo 1933. Affrontò un’economia sull’orlo del collasso: le banche erano state chiuse in 32 Stati e vi erano almeno 17 milioni di disoccupati, quasi un terzo della forza lavoro adulta. E la realtà di una depressione economica mondiale e la necessità di una maggiore attenzione ai problemi interni, servirono solo a rafforzare l’idea che gli Stati Uniti dovessero isolarsi dalle preoccupazioni in Europa. Tuttavia, questo punto di vista era in contrasto con la visione di FDR. Si rese conto della necessità per gli Stati Uniti di partecipare più attivamente agli affari internazionali, ma il sentimento isolazionista rimase elevato al Congresso. Nel 1933, il presidente Roosevelt propose al Congresso un provvedimento che gli avrebbe concesso il diritto di consultarsi con le altre nazioni per premere sugli aggressori, nei conflitti internazionali. Il disegno di legge subì una forte opposizione dai leader isolazionisti del Congresso. Mentre le tensioni aumentavano in Europa con l’avanzata dei nazisti, il Congresso propose una serie di atti di neutralità per impedire agli USA di immischiarsi nei conflitti esteri. Anche se Roosevelt non era a favore di tale politica, acconsentì avendo ancora bisogno del sostegno del Congresso per i suoi programmi del New Deal, volti a far uscire il Paese dalla depressione.
Nel 1937, la situazione in Europa peggiorava e la seconda guerra sino-giapponese era iniziata in Asia. In un discorso, paragonò l’aggressione internazionale a una malattia a cui le altre nazioni dovevano imporre la ‘quarantena’. Ma ancora, gli statunitensi non erano disposti a rischiare la vita per la pace all’estero, anche quando scoppiò la guerra in Europa nel 1939. Il lento cambiamento dell’opinione pubblica limitò gli aiuti degli Stati Uniti agli alleati. E poi l’attacco giapponese a Pearl Harbor, nel dicembre del 1941, cambiò tutto.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La nuova ossessione di Obama: il ruolo della Cina in Africa

John Pilger, Global Research, 12 ottobre 2013

Puoi dirmi il futuro... Vorrei, ma non so leggere il cinese

Puoi dirmi del mio futuro?… Vorrei, ma non so leggere il cinese!

I Paesi sono “pezzi di una scacchiera su cui si gioca la grande partita per il dominio del mondo“, ha scritto Lord Curzon, viceré dell’India nel 1898; da allora non è cambiato nulla. Il massacro del centro commerciale di Nairobi è una facciata dietro cui la cruenta invasione dell’Africa, nella forma dovuta, e la guerra in Asia sono la grande questione. Gli assassini degli al-Shabab del centro commerciale, provenivano dalla Somalia. Se un Paese è una metafora imperiale, questo è la Somalia. Pur condividendo una lingua e una religione, i somali furono divisi tra inglesi, francesi, italiani ed etiopi. Decine di migliaia di persone furono sballottate da una potenza all’altra. “Quando si odiano tra di loro“, ha scritto un funzionario coloniale inglese, “il buon governo è assicurato.” Oggi, la Somalia è un parco a tema delle divisioni artificiali, brutalmente impoveriti permanentemente dalla Banca Mondiale e dagli “aggiustamenti strutturali” del programma FMI, saturati da armi moderne, tra cui l’arma preferita del presidente Obama, il drone. L’unico governo somalo stabile furono le Corti islamiche, “ben accolte dalla gente nelle zone sotto il loro controllo”, aveva riferito il dipartimento di ricerca del Congresso degli Stati Uniti, “[ma] ricevette cattiva stampa, in particolare in occidente“. Obama si precipitò e, a gennaio, la segretaria di Stato Hillary Clinton presentò al mondo il suo uomo. “La Somalia è grata per il continuo sostegno del governo degli Stati Uniti“, aveva dichiarato con effusione il presidente Hassan Muhamud, “Grazie, America”. Da quando la NATO ha ridotto la moderna Libia nello Stato di Hobbes, nel 2011, caddero gli ultimi ostacoli per l’Africa. “Conflitti su energia, minerali e terre fertili iniziavano a verificarsi con sempre maggiore intensità“, riferisce un rapporto dei pianificatori del ministero della Difesa, prevedendo “un alto numero di vittime civili“, in modo che “la percezione della legittimità morale sarà importante per avere successo.” Sensibili al problema delle pubbliche relazioni nell’invasione di un continente, il gigante degli armamenti BAE Systems, con la Barclay Capital e la BP, consiglia al governo “di definire la sua missione come la gestione di un rischio internazionale per conto dei cittadini inglesi”. Il cinismo è mortale. I governi inglesi, a più riprese, sono stati avvertiti in particolare dalla Commissione parlamentare sull’intelligence e la sicurezza, che le avventure all’estero possono causarci ritorsioni.
Con il minimo interesse dei media, il Comando Africa degli Stati Uniti (AFRICOM) ha schierato truppe in 35 Paesi africani, creando una rete di scagnozzi autoritari avidi di tangenti e armi. Nelle esercitazioni, la dottrina del “soldato per soldato” si applica a tutti gli ufficiali statunitensi in tutti i livelli di comando, dal generale al tenente. Gli inglesi fecero lo stesso in India. E’ come se la storia orgogliosa della liberazione dell’Africa, da Patrice Lumumba a Nelson Mandela, sia stata accantonata dalla nuova élite coloniale nera, la cui “missione storica”, come Frantz Fanon ha avvertito mezzo secolo fa, è la sottomissione del proprio popolo alla causa di un “capitalismo selvaggio ben mascherato.” Il riferimento è valido anche per il figlio dell’Africa alla Casa Bianca.  Per Obama, vi è una causa più urgente, la Cina. L’Africa è un successo della Cina. Dove gli statunitensi portano droni, i cinesi costruiscono strade, ponti e dighe. Ciò che i cinesi vogliono sono le risorse, specialmente gli idrocarburi. Il bombardamento della Libia da parte della NATO ha scacciato 30.000 lavoratori petroliferi cinesi. Più del jihadismo o dell’Iran, il ruolo della Cina in Africa è ora l’ossessione di Washington e oltre. Ciò è noto come “politica del perno in Asia”, la minaccia di una guerra mondiale non è stata mai così grande in epoca moderna.
La riunione di questa settimana a Tokyo, del segretario di Stato USA John Kerry e del segretario della Difesa USA Chuck Hagel con i loro omologhi giapponesi, ha accelerato la prospettiva di una guerra con il nuovo rivale imperiale. Il sessanta per cento delle forze navali degli Stati Uniti si deve basare in Asia entro il 2020, contro la Cina. Il Giappone si riarma rapidamente con il governo di destra del primo ministro Shinzo Abe, insediatosi a dicembre con l’impegno di costruire un “nuovo e forte esercito” bypassando la “costituzione pacifista”. Il sistema anti-missili balistici giapponese-statunitense nei pressi di Kyoto è diretto contro la Cina. Utilizzando droni a lungo raggio, come il Global Hawk, gli Stati Uniti hanno notevolmente aumentato le loro provocazioni nel Mar Cinese Orientale e nel Mar Cinese Meridionale, dove il Giappone e la Cina si disputano la proprietà delle isole Senkaku/Diaoyu. Avanzati velivoli a decollo verticale vengono schierati in Giappone con l’obiettivo di una guerra lampo. Sull’isola del Pacifico di Guam, da cui i B-52 attaccavano il Vietnam, il più grande dispiegamento militare dalle guerre in Indocina ha visto 9.000 marine. In Australia, questa settimana, una parata militare ha intrattenuto la gente di Sydney, in una campagna  propagandistica del governo per giustificare l’aumento inaudito della presenza militare degli Stati Uniti da Perth a Darwin, contro la Cina. La grande base statunitense di Pine Gap, vicino Alice Springs, come Edward Snowden ha rivelato è un centro di spionaggio regionale statunitense, peraltro essenziale per gli omicidi mirati dei droni di Obama in tutto il mondo. L’ex-assistente del segretario di Stato McGeorge Bundy, aveva detto: “Abbiamo bisogno d’informare gli inglesi per averli dalla nostra parte. Voi in Australia sarete con noi comunque.” Le forze armate australiane hanno da tempo il ruolo di mercenari di Washington. Tuttavia, c’è un problema. La Cina è il principale partner commerciale dell’Australia, ed è in gran parte responsabile della sua ripresa dalla recessione del 2008. Senza la Cina, non ci sarebbe alcun boom delle miniere nel Paese, e dalle miniere non entrerebbe ogni settimana quasi un miliardo di dollari.
I pericoli raramente vengono discussi pubblicamente in Australia, dove il capo del primo ministro Tony Abbott, Rupert Murdoch, controlla il 70 per cento della stampa. Di tanto in tanto, viene espressa ansia sulla “scelta” degli Stati Uniti su ciò che l’Australia dovrà fare. Un rapporto dell’Istituto di pianificazione strategica australiano avverte che qualsiasi piano statunitense di aggressione alla Cina, implica l'”accecamento” del sistema di sorveglianza, intelligence e comando cinese. Ciò “incrementa, quindi, le probabilità di un attacco preventivo nucleare cinese… e una serie di errori di calcolo da entrambe le parti, se Pechino vedesse negli attacchi convenzionali sul suo territorio un tentativo di smantellarne la capacità nucleare“.
Nel suo discorso alla nazione del mese scorso, Obama ha detto: “Ciò che rende l’America diversa, ciò che ci rende unici, è che siamo determinati ad agire.”

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’alleanza militare tra Israele e Arabia Saudita contro l’Iran

Nikolaj Bobkin Strategic Culture Foundation 24/10/2013

syriaIl ministero della difesa dell’Arabia Saudita ha piazzato negli Stati Uniti un ordine per la fornitura di avanzati missili da crociera e bombe per aereo per complessivi 6,8 miliardi di dollari. Si prevede che il contratto sarà firmato entro un mese dall’approvazione al Congresso della richiesta. Secondo il parere della Defense Security Cooperation Agency del Pentagono (DSCA), l’invio delle armi non cambierà l’equilibrio militare regionale e non porrà una minaccia agli Stati vicini. Ma è vero? Ora, quando Israele e Arabia Saudita discutono la possibilità di un’alleanza militare contro l’Iran, questo accordo sembra rafforzare l’alleanza militare arabo-israeliana, la cui probabile creazione appare sempre più realistica…
Tel Aviv e Riyad percepiscono il rifiuto degli Stati Uniti di attaccare la Siria e i primi passi del presidente Obama verso la normalizzazione delle relazioni con Teheran, come l’inizio di una nuova tappa della Casa Bianca nella trasformazione della struttura geopolitica del Medio Oriente. La famiglia reale saudita, scontenta dal corso di Obama, ha risposto a Washington asimmetricamente, sfidando le Nazioni Unite. Il Regno di Arabia Saudita (KSA) è il primo Stato a rifiutare un seggio nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, lamentando le attività del Consiglio. Riyadh è dispiaciuta che Bashar al-Asad sia ancora al potere, che non ci sia stato alcun successo nella risoluzione del conflitto israelo-palestinese e inoltre, a parere dei diplomatici sauditi, l’ONU non ha fatto abbastanza sforzi per fare del Medio Oriente una zona libera dalle armi di distruzione di massa (un riferimento al programma nucleare iraniano). Il ministero degli Esteri russo ha definito l’iniziativa saudita ‘strana’. E’ abbastanza ovvio che i rimproveri contro il Consiglio di sicurezza nel contesto della crisi siriana, abbiano un orientamento anti-russo. In precedenza Russia e Cina per tre volte hanno bloccato le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza per inasprire le sanzioni contro la Siria. I membri arabi delle Nazioni Unite non nascondono la loro perplessità sul rifiuto dell’Arabia Saudita di questo onore, e sollecitano Riad a riconsiderarlo, almeno per fornire al mondo arabo una rappresentanza nel Consiglio di Sicurezza. I leader sauditi, tuttavia, sostengono che “modalità,  meccanismi d’azione e i doppi standard esistenti nel Consiglio di sicurezza gli impediscono di svolgere le proprie funzioni e di assumersi le responsabilità nel preservare la pace e la sicurezza internazionale, come richiesto”. Questa è la reazione della monarchia all’ONU che non agisce in base alle pretese dell’Arabia Saudita per un intervento nel conflitto siriano e una risoluzione del problema nucleare iraniano con la forza militare. Riad ha più di una volta dichiarato la pretesa di dominare la regione del Medio Oriente. Ora si è giunti al punto in cui, nei giorni del braccio di ferro siriano, il governo saudita ha proposto a Barack Obama di pagare gli Stati Uniti per l’azione militare contro la Siria, come se stessero parlando dei servizi di un sicario. Il rifiuto della Casa Bianca di prendere misure militari contro il governo siriano ha profondamente deluso gli sceicchi arabi. Washington è stata criticata per la sua incapacità di attuare le proprie minacce.
L’insoddisfazione per la politica di Obama è stata resa ancora più chiara dalle valutazioni saudite sui primi segnali di un disgelo nelle relazioni irano-statunitensi. Riad è giunta alla conclusione che Stati Uniti e Iran progettano segretamente un’alleanza strategica volta a indebolire l’influenza saudita. Non c’è nulla di inaspettato nel fatto che il riavvicinamento con l’Iran possa servire agli interessi regionali degli USA. Gli stessi statunitensi credono che controllare il Medio Oriente, facendo in modo che nessun Paese possa diventarne il leader militare assoluto e rivendicare il ruolo di superpotenza regionale, sia vantaggioso per gli Stati Uniti, e un classico modo per raggiungere questo obiettivo dell’equilibrio di potere, sia mantenere una costante tensione nei rapporti tra Stati rivali, in questo caso Arabia Saudita e Iran. Molti anni di orientamento unilaterale verso l’Arabia Saudita, nel mondo islamico, hanno portato gli Stati Uniti a perdere influenza tra gli sciiti, mentre l’Islam sunnita, sotto l’influenza saudita, ha preso un corso anti-statunitense. Non solo Riad finanzia l’aggressione straniera in Siria, ma l’intelligence saudita sostiene i gruppi terroristi sunniti  dall’Algeria al Pakistan, tra cui il movimento talib che combatte contro gli statunitensi in Afghanistan. L’amicizia incondizionata con Riad è diventata ulteriormente pericolosa per gli Stati Uniti, e la congettura che la politica estera di Washington cerchi al più presto di smettere di servire gli interessi dell’Arabia Saudita appare sempre più giustificata.
Naturalmente, un riavvicinamento tra Washington e Teheran non fornisce alcuna garanzia che la posizione degli Stati Uniti nel mondo sciita diventi sostanzialmente più forte, ma esiste la possibilità che il sentimento anti-statunitense in numerosi Paesi del ‘Grande Medio Oriente’, come Iraq, Libano, Siria, Bahrein e Afghanistan, si riduca. Inoltre, l”azzeramento’ dei rapporti con l’Iran permetterebbe agli Stati Uniti di evitare il rischio di essere trascinati in una guerra per proteggere l’Arabia Saudita, attraverso gli obblighi dell’alleanza. Tuttavia, Washington consente ancora la possibilità della ‘chiusura’ con la forza del dossier nucleare iraniano tramite attacchi contro i siti delle infrastrutture nucleari iraniane. Israele insiste categoricamente su questo scenario, e neanche l’Arabia Saudita nasconde il suo interesse per la distruzione dei siti nucleari dell’IRI. Tel Aviv ha dichiarato di essere pronta a condurre un’operazione indipendente contro l’IRI. Effettuare gli attacchi contro l’Iran dal territorio della KSA è una delle principali opzioni considerate dai militari israeliani. Oltre all’inimicizia verso l’Iran, Israele e Arabia Saudita condividono il comune obiettivo di rovesciare il regime in Siria, Tel Aviv e Riad sono unite nel sostegno al governo militare in Egitto e hanno anche trovato un terreno comune riguardo l’inaccettabilità dell’avanzata del ruolo geopolitico della loro comune rivale, la Turchia. Le informazioni su negoziati segreti tra Israele e Arabia Saudita non fanno più sensazione da anni. Nonostante i piani degli Stati Uniti, il mondo potrebbe testimoniare la comparsa di una apparentemente improbabile alleanza saudita-israeliana che rivendichi il ruolo di ‘superpotenza collettiva’ della regione. Questo autunno ha portato il caos generale nei ranghi degli alleati degli USA. I piani per l’azione militare degli Stati Uniti in Siria non sono stati sostenuti dal suo più fedele alleato, la Gran Bretagna, la maggior parte dei Pesi della NATO ha rifiutato di prendere parte a tale operazione, i leader di molti altri Paesi alleati si sono limitati alla solidarietà con il presidente Obama, e i vecchi partner mediorientali agiscono in modo indipendente sul tema della guerra all’Iran.
Gli esempi di azione indipendente israeliana sono numerosi. Oltre un quarto di secolo fa, nel 1981, Israele distrusse il reattore nucleare iracheno di Osiraq, poco prima della sua attivazione. L’amministrazione Reagan aveva ufficialmente condannato l’attacco, al momento, ma gli israeliani la considerano una delle loro operazioni militari di maggior successo. Nel 2007 Israele effettuò degli attacchi aerei contro il presunto reattore di al-Qibar, che i siriani stavano costruendo nella zona desertica orientale del Paese e di cui l’AIEA presumibilmente non sapeva, al fine di dimostrare la propria volontà di distruggere i siti nucleari iniziati nei Paesi vicini. A quel tempo l’amministrazione Bush era divisa nella valutazione di quell’attacco, ma molti alti politici degli Stati Uniti ritennnero che il raid fosse prematuro. Nel maggio di quest’anno, Israele aveva effettuato un attacco contro l’aeroporto di Damasco, così come contro diverse basi missilistiche in Siria. Il vero obiettivo dei raid aerei israeliani contro i siti militari siriani era verificare la possibilità di sorvolare  il Paese arabo per attaccare i siti nucleari iraniani. Tel Aviv conduce tali prove per iniziare una guerra senza badare alla reazione della comunità globale. L’ONU non ha reagito adeguatamente neanche una volta alle recenti azioni militari israeliane in Siria. L’Arabia Saudita, a differenza di Israele, per la prima volta ora appare pubblicamente quale sovvertitore dell’autorità delle Nazioni Unite, ma la famiglia reale si preparava ad iniziare questo cammino pericoloso da molti anni, legando strettamente le sue attività in politica estera al sostegno alle organizzazioni terroristiche internazionali. Nessuno parla dei principi morali della diplomazia saudita, quindi l’Arabia Saudita accetta di fornire agli israeliani un corridoio militare, che sarà considerato sostegno diretto agli attacchi contro l’Iran, anche ospitando temporaneamente aeromobili nelle basi aeree saudite. Aerei da trasporto delle forze aeree israeliane sono già stati visti in Arabia Saudita a scaricare munizioni, che nel caso di una guerra con l’Iran sarà conveniente avere proprio lì. E sarebbe ancora meglio per Israele se l’esercito saudita comprasse i missili da crociera e le bombe per questi scopi, spediti dagli stessi Stati Uniti. Questo è il motivo principale per la nuova spesa da quasi 7 miliardi di dollari del dipartimento della Difesa saudita. Il 90% dei rifornimenti sono munizioni per aerei da combattimento di costruzione statunitensi, dello stesso standard delle forze aeree di Israele e Arabia Saudita. Con l’approvazione di questo contratto, il Congresso degli Stati Uniti darà il via libera ai pericolosi piani di Tel Aviv e Riyad, e le truppe statunitensi nel Golfo Persico saranno trascinate nel pericoloso piano dei due alleati fuori controllo.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Grande Nulla, due anni dopo Muammar Gheddafi

Maximilien Forte, Global Research, 21 ottobre 2013

gheddafi_roma_sapienzaLa nozione di “Libia” ha cessato di avere qualsiasi significato pratico, quale concetto in riferimento a un certo grado di unità nazionale, comunità immaginata, sovranità o esercizio di un’autorità statale sul proprio territorio, la “Libia” è tornata indietro, quando doveva ancora formalizzarsi come concetto. Coloro che una volta celebravano i “ribelli rivoluzionari”, Obama, la NATO, le ONG, i media occidentali e l’opinione pubblica imperialista, liberale e “socialista” che, dopo un lungo periodo di aggiustamento strutturale interiorizzato, ora ha per filosofia il migliore accordo con i principi neoliberali, raramente, se mai, hanno incarnato il “futuro migliore” che doveva venire.  Visioni, come allucinazioni e deliri, del meglio che sarebbe venuto una volta che Gheddafi sarebbe stato doverosamente giustiziato, abbondavano negli scritti politicamente infantili sulla “primavera araba”.

Angelo Del Boca, presunto esperto di Libia e Africa, ha partecipato attivamente al rovesciamento della Jamahiryia Libica, fiiancheggiando i servizi segreti italiani nel golpe contro Tripoli.

Angelo Del Boca, presunto esperto di Libia e Africa, ha partecipato attivamente al rovesciamento della Jamahiryia Libica, fiancheggiando i servizi segreti italiani nel golpe contro Tripoli.

Se mai c’è stata una “primavera araba” in Libia, in pochi giorni si trasformò in un incubo africano.  Questo fu particolarmente vero riguardo al terrorismo razzista contro decine di migliaia di inermi civili libici neri e di lavoratori migranti africani. Da quando la “Libia” non esiste più, l’assenza è una vergognosa macchia. La Libia è ora il nuovo “Stato” dell’apartheid e il nuovo “regime” torturatore in Africa. Perché le virgolette? A differenza dell’apartheid in Sud Africa, la “nuova Libia” è priva di qualsiasi tipo di coesione, come Stato e, tra governanti effettivi o potenziali, come classe, e le analisi di classe, infatti, quando applicata alla Libia utilizzando Marx come un manuale produce quei risultati risibili che ci si può aspettare dagli ortodossi eurocentristi, da coloro che indicano il presente nei contesti non occidentali come mera proiezione o ripetizione dello “stalinismo”. Le torture grottesche e criminali, l’omicidio e il massacro di Muammar Gheddafi simboleggiarono ciò che venne subito inflitto a tutta la Libia, proprio come fu fatto a migliaia di libici neri e di migranti africani dagli “eroici ribelli” nella guerra della NATO contro la Libia del 2011. La Libia è stata smembrata, come è stato scritto, sprofondando nella guerra di tutti contro tutti a vantaggio di pochi.
Giorni, settimane, mesi e ora anni sono passati, segnati da sequestri quotidiani, torture, ingiusta detenzione, omicidi, attentati, incursioni e sanguinosi scontri tra milizie rivali, estorsioni armate, assalti che hanno ridotto l’industria petrolifera in un miraggio di ciò che “una volta era”, ed esplosione di razzismo, fondamentalismo religioso e regionalismo. Se “Gheddafi” era il loro nemico, allora i libici hanno uno strano modo di dimostrarlo: massacrandosi a vicenda, i libici si dichiarano i propri peggiori nemici. Gheddafi non era chiaramente il problema: era la soluzione che doveva essere spezzata, in modo che la Libia fosse “fermata”, bloccata e costretta nella visione dei crudeli tiranni di Arabia Saudita, Qatar e Stati Uniti.

Gino Strada, mercenario al servizio dell'intelligence francese in Afghanistan, Repubblica Centrafricana e Libia.

Gino Strada, mercenario al servizio dell’intelligence francese in Afghanistan, Repubblica Centrafricana e Libia.

Se la Libia ha subito migliaia di morti dal brutale rovesciamento di Gheddafi e di tutto ciò che aveva creato, è un bene ed una felice notizia per tutti quei puerili e pretesi sempliciotti che basano infantilmente le loro teorie su idee e contrapposizioni binarie eurocentriche, appena velate dalle traduzioni idiote delle demonizzanti caricature di Gheddafi. Così era “il dittatore”, che a quanto pare governava senza uno Stato, se si crede a ciò che Reuters tenta di far passare da analisi politica.  (Nessuna quantità di “esserci stato” ti curerà se insisti nella tua ignoranza). Qui c’era il dittatore “brutale”, che evidentemente manteneva debole il suo esercito. O c’era uno Stato, che era anche un one-man show, qualsiasi cosa per incolparlo di tutto il passato e per distogliere l’attenzione da tutti coloro che hanno la responsabilità del presente. Se continuano a combattere “Gheddafi” e ad accusare Gheddafi per il presente, allora non vi è stata alcuna “rivoluzione”, ma solo continue rievocazioni di tutto ciò che fu “Gheddafi.” Se i leader delle milizie vedono Gheddafi ovunque e in tutti, è perché non sono da nessuna parte. Perfino le grandiose dichiarazioni, vengono passate per analisi di esperti come Juan Cole e altri amici della Libia “che si ribella”, del popolo unito nel “rovesciare il regime” del dittatore. Davvero, è imbarazzante quando si pensa che tali presunti adulti, perfino “studiosi”, fossero dietro tale sciocco cartone animato.
Per i “socialisti” occidentali che hanno applaudito i “rivoluzionari” libici, chiediamogli: dov’è il socialismo in Libia oggi? Per i liberali che parlavano di “democrazia” e “diritti umani”, dove sono oggi? Per i sostenitori dei principi dell’intervento e della “protezione umanitaria”, perché siete così  silenziosi dopo aver chiuso con l’omicidio di Gheddafi? A chi immaginava presunti “massacri” futuri, accompagnando le invocazioni dei chierichetti inglesi e americani secondo cui “Gheddafi doveva sparire”, perché la vostra immaginazione improvvisamente scompare davanti ai veri massacri da voi stessi commessi e permessi? A coloro che affermano “delle vite sono state salvate,” dov’erano quando corpi insanguinati cominciarono ad accumularsi tra sciami di mosche negli ospedali abbandonati? Quando i pazienti negli ospedali furono freddati nei loro letti, e quando i prigionieri ammanettati, supini, furono assassinati con colpi a bruciapelo, tanto che l’erba sotto le loro teste fu bruciata; avete sussultato? In altre parole, dove vedete questo grande “successo” nell’ossario che oggi è la “Libia”?

Laura Boldrini, ex-portavoce dell'UNCHR, ha avvallato politicamente e meidaticamente la distruzione della Libia. Tutt'oggi invoca la distruzione della Siria e celebra la propaganda  bellica usata nell'aggressione della Jamahiriya Libica

Laura Boldrini, ex-portavoce dell’UNCHR, ha avvallato politicamente e mediaticamente la distruzione della Libia. Tutt’oggi invoca la distruzione della Siria e celebra la propaganda bellica usata nell’aggressione contro la Jamahiriya Libica

E’ una piana ‘analisi che parla della compressione dello spazio-tempo nella globalizzazione, che spiega presumibilmente quanti imperialisti iPad si siano investiti personalmente di “correggere” la Libia, in modo che potesse diventare simile a quello che hanno immaginato di possedere. Non guardano a nulla, se non a un’altra occasione di presentarsi, lusingando se stessi con un evoluto rinvigorimento culturale, applicato a forza dai bombardamenti della NATO. La Libia è ora “pronta alla democrazia”, e i missili da crociera hanno dimostrato quanto la Libia fosse matura per “il miglioramento.” Compressione spazio-temporale? La globalizzazione della coscienza? La coscienza, per quanto ce ne sia mai stata, è stata sicuramente compressa, in un minuscolo guscio di noce in cui sono vietate le opinioni contrarie, come soltanto ha sempre dimostrato di essere.
In tal senso, raccomando al lettore d’investire 40 minuti circa, per rivedere come stavano le cose prima di farsi illudere dalle nostre stesse bugie. Si tratta di una panoramica della Libia di Gheddafi, prodotta da BBC e CBS (che ci crediate o no), quando le fantasie demonologiche non si erano ancora completamente schiuse, volando e scaricando tanti escrementi propagandistici sulle nostre teste, come avviene con i vanagloriosi monologhi imperiali di Obama. Sfidate voi stessi e guardate alcune delle cose che la Libia ha perso, tutto in nome del grande nulla.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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