La menzogna libica

Dean Henderson 7 aprile 2014

G8: AL VIA ULTIMA GIORNATAIl golpe del 2011 in Libia sarà ricordato in due modi. In primo luogo, ha segnato l’usurpazione e l’infiltrazione della primavera araba da parte delle agenzie d’intelligence occidentali e del Consiglio di cooperazione del Golfo. In secondo luogo, e peggio, rappresenta la distruzione della nazione più moderna e riuscita dell’Africa, nota dal 1977 al suo popolo come Jamahiriya Araba Socialista del Popolo Libico. Mentre ancora la propaganda degli illuminati si crogiola tra notizie fasulle che fanno rivivere la caricatura del “pazzo Gheddafi”, i loro giornalisti rigurgitato le psyops della CIA, i noti falsi sui “massacri e bombardamenti”. L’elemento più significativo del loro misero repertorio erano le bandiere rosse, verdi e nere tirate fuori dai “ribelli” di Bengasi, la bandiera della monarchia di re Idris. Ben presto nacque anche una banca centrale privata. La Libia era una colonia italiana dal 1911 fino al 1951, quando re Idris fu messo sul trono dagli inglesi. Firmò trattati con Gran Bretagna (1953), Stati Uniti (1954) e Italia (1956) permettendo a questi Paesi di stabilire basi militari, come la base aerea Wheelus nei pressi di Tripoli. Subito Exxon Mobil, British Petroleum e Agip ebbero enormi concessioni petrolifere. Re Idris era assai impopolare tra i libici poiché vendeva il loro Paese alle compagnie petrolifere estere. Le proteste furono represse assai brutalmente e la rivolta sotterranea crescente incluse molti delle forze armate. Nel 1969 un incruento colpo di Stato fu effettuato da poche decine di ufficiali che si facevano chiamare “ufficiali liberi”, sull’esempio di Gamal Nasser in Egitto. Nasser aveva guidato la ribellione che depose il re egiziano Faruq nel 1952. L’architetto del colpo di Stato libico del 1969 che pose fine alla monarchia di re Idris era un capitano dell’esercito di nome Muammar Gheddafi.
La nuova Repubblica della Libia adottò la bandiera verde, che simboleggia il ‘Libro Verde’ di Gheddafi, che scrisse per spiegare il modello economico unico dell’anarco-sindacalismo libico. E’ un libro molto premuroso di cui raccomando la lettura. Nel 1970 Gheddafi costrinse le forze statunitensi ed inglesi ad evacuare le loro basi militari. L’anno seguente nazionalizzò le proprietà della British Petroleum e costrinse le altre compagnie a versare allo Stato libico una quota molto più alta dei loro profitti. Inoltre nazionalizzò la banca centrale della Libia. La Libia era uno dei soli cinque Paesi al mondo la cui banca centrale non era controllata dalle otto famiglie del sindacato bancario guidato dai Rothschild. A causa della drastica uscita dall’usura coloniale, la Libia ebbe uno dei più alti standard di vita di tutta l’Africa. Il reddito medio pro-capite era di 14000 dollari all’anno. I lavoratori non solo avevano le proprietà delle fabbriche in cui lavoravano, ma decidevano cosa produrre. Le donne godevano di pari diritti. Mentre i media degli illuminati ritraggono lo Stato libico come altamente centralizzato e onnipotente, niente era più lontano dalla verità. L’idea dell’anarco-sindacalismo è che lo Stato alla fine sparisce. E fu così. Quando Gheddafi diceva che non aveva molto a che fare con la gestione quotidiana degli affari della nazione, intendeva ciò. Il popolo gestiva quegli affari e il potere era assai disperso. Gheddafi accusò la rivolta libica di essere opera di al-Qaida e delle nazioni occidentali. Si riferiva al Fronte Nazionale per la Salvezza (NFS), affiliato ad al-Qaida, che a lungo operò dalle basi in Ciad tentando di rovesciare Gheddafi. Gli estremisti del NFS erano finanziati dall’Arabia Saudita ed erano guidati dai loro gestori di CIA/MI6/Mossad. I giornalisti occidentali ricevevano notizie fresche dai capi del NFS. Il Ciad fu a lungo il Paese nordafricano più importante nel sistema di produzione petrolifero della Exxon. Nel 1990, a seguito di un contro-colpo di Stato filo-libico contro il governo del Ciad che dava rifugio al NFS, gli Stati Uniti evacuarono in Kenya 350 elementi del NFS con il finanziamento saudita. Negli anni ’80 il pazzo Reagan bombardò la casa di Gheddafi uccidendo molti suoi parenti dopo che l’intelligence occidentale falsamente gli attribuì un attentato ad una discoteca tedesca.

La menzogna di Lockerbie
lockerbieIl volo Pan Am 103 del 21 dicembre 1988 fu fatto esplodere su Lockerbie, in Scozia. Quando il presidente Bush prestò giuramento il mese dopo, accusò dell’attentato terroristico due libici, Abdal Basat Ali al-Magrahi e Lamin Qalifa Fimah. Bush impose le sanzioni alla Libia. Il presidente Bill Clinton poi chiese il boicottaggio internazionale del petrolio libico. Nel 2000 i libici furono condannati da un tribunale scozzese istituito a L’Aia. Le prove erano inconsistenti. Numerose indagini indipendenti sull’incidente dipingono un quadro molto diverso. Interfor, una società d’intelligence aziendale di New York City, assunta dalla compagnia assicurativa della Pan Am, scoprì che una cellula della CIA a Francoforte, Germania, proteggeva un’operazione di contrabbando di eroina mediorientale, che usava il deposito di Francoforte della Pan Am come punto di trasbordo del suo traffico. Interfor individuò nel siriano Manzar al-Qasar il capo dell’operazione di contrabbando. Un’indagine della rivista Time giunse alla stessa identica conclusione. Andò oltre scoprendo che al-Qasar era anche parte di una cellula super-segreta della CIA dal nome in codice COREA. Un altro gruppo di agenti della CIA che lavorava per liberare i cinque ostaggi della CIA, detenuti dagli aguzzini dell’Hezbollah di William Buckley, scoprì che al-Qasar poté continuare il contrabbando di eroina, nonostante i vertici della CIA sapessero delle sue attività. Il team sugli ostaggi a Beirut aveva scritto e chiamato il quartier generale della CIA a Langley per denunciare la rete di al-Qasar. Non ebbe alcuna risposta. Così decisero di andare negli Stati Uniti e informare di persona i loro capi della CIA. Tutti e sei gli agenti erano sul Pan Am 103 quando fu fatto esplodere. Dopo un’ora dall’attentato, agenti della CIA indossanti le uniformi della Pan Am giunsero sul luogo dello schianto. Gli agenti rimossero una valigia che apparteneva a uno degli agenti morto insieme agli altri 269. La valigia molto probabilmente conteneva prove incriminanti sul coinvolgimento di al-Qasar e dell’unità COREA della CIA nella rete del narcotraffico siriana. Forse conteneva anche una videocassetta sulle confessioni del capo stazione della CIA a Beirut, William Buckley, ai suoi torturatori di Hezbollah, che avrebbe potuto ulteriormente svelare il coinvolgimento della CIA nel narcotraffico in Medio Oriente.
L’ex-investigatore dell’US Air Force Gene Wheaton pensò che il colonnello Charles McKee e gli altri cinque agenti della CIA fossero gli obiettivi primari dell’attentato. Wheaton dichiarò: “Un paio di miei vecchi compagni del Pentagono ritengono che gli attentatori del Pan Am mirassero alla squadra di soccorso degli ostaggi di McKee“. Wheaton sospetta il coinvolgimento della CIA in un altro incidente aereo verificatosi poco dopo l’attentato della Pan Am. In quell’incidente, 248 soldati statunitensi di ritorno dal servizio in Europa rimasero uccisi quando un aereo da trasporto militare Arrow Air si schiantò nei pressi di Gander, Terranova. Wheaton ritiene che l’Arrow Air fosse una compagnia aerea della CIA e che l’incidente fosse collegato a un “accordo su operazioni segrete andate male” tra la CIA e la BCCI. Il giorno in cui Arrow Air si schiantò, due uomini in borghese arrivarono sul posto portandosi via una sacca da viaggio di 70 chili. Wheaton pensa che la borsa fosse zeppa di denaro che la BCCI aveva fornito alla CIA per un’operazione segreta. Pensa che la CIA avesse causato l’incidente per far sembrare che il denaro della BCCI fosse bruciato per poi arrivare sul posto e rubarlo, dopo averlo avvolto con materiale ignifugo. La CIA poté quindi andare dalla BCCI e riscuoterne altro. Poco dopo, le relazioni BCCI/CIA s’inasprirono. La CIA si preparò ad abbandonare la nave della BCCI che affondava e ad attaccare i poveri del Terzo Mondo con la chiusura della Bank of England dei Rothschild.
La Polizia Federale Tedesca (BKA) fece irruzione nella casa di un sospetto terrorista, due mesi prima l’attentato di Lockerbie. Trovò una bomba identica a quella utilizzata sul Volo 103. Tutti, tranne uno degli arrestati nel raid, furono misteriosamente rilasciati. Il giorno dell’attentato un agente di sorveglianza della BKA assegnato al controllo del bagaglio, notò un diverso tipo di valigia per la droga utilizzata dalla gente di al-Qasar. Informò i suoi superiori che trasmise le informazioni a un’unità della CIA di Francoforte. Al-Qasar contattò la stessa unità della CIA per farle sapere che McKee e gli altri cinque agenti stavano rientrando negli USA quel giorno. La risposta del gruppo della CIA di Francoforte al rapporto della BKA fu: “Non vi preoccupare. Non fermatelo. Lasciatelo perdere”. L’ambasciata degli Stati Uniti in Finlandia ricevette l’avvertimento di un possibile attentato aereo quel giorno. Si strinse nelle spalle, nonostante un altro avvertimento della FAA. Un’indagine di PBS Frontline scoprì la prova che la bomba era stata effettivamente piazzata sul Volo 103 quando si fermò a Heathrow, Londra. Una valigia appartenente all’agente della CIA Matthew Gannon, uno degli altri cinque della squadra del colonnello McKee, fu scambiata con una valigia a Heathrow. Frontline ritiene che la valigia di Gannon contenesse informazioni che collegavano la cellula COREA della CIA di Damasco con la narcorete di al-Qasar, così la valigia fu rubata e sostituita da una contenente la bomba. Secondo il settimanale tedesco Stern, un funzionario della sicurezza Pan Am a Francoforte fu sorpreso a retrodatare l’allerta che la FAA aveva emesso. La Pan Am fu multata per 600000 dollari dalla FAA dopo l’attentato. L’agenzia accusò il lassismo della sicurezza nelle operazioni di movimentazione dei bagagli della Pan Am. Secondo l’indagine d’Interfor queste operazioni con i bagagli furono più che inette. Furono seguite da al-Qasar. Nel giugno 2007 la polizia spagnola arrestò al-Qasar per traffico di armi. Pan Am ha vecchie relazioni con la CIA. Il suo consiglio consultivo internazionale è il “chi è” dei trafficanti di droga e armi dei Caraibi. Tra costoro Ronald Joseph Stark, il piduista collegato agli spacciatori di LSD della Brotherhood of Eternal Love; Sol Linowitz della Carl Lindner United Brands; il segretario di Stato di Carter Cyrus Vance della Gulf & Western Corporation, controllata dalla Lindner, e Walter Sterling Surrey, agente dell’OSS in Cina che contribuì a lanciare la Cartaya World Finance Corporation di Guillermo Hernandez.
Stati Uniti e Gran Bretagna si impegnarono ad insabbiare i fatti. L’editorialista Jack Anderson registrò una conversazione telefonica tra il presidente Bush Sr. e il primo ministro inglese Margaret Thatcher, dopo l’attentato entrambi decisero che l’indagine doveva essere limitata, per non danneggiare l’intelligence delle due nazioni. Paul Hudson, avvocato di Albany, NY, che dirige il gruppo “Famiglie di Pan Am 103/Lockerbie“, perse la figlia 16enne nello schianto. “Sembra che il governo sappia i fatti e li copra, o non conosce tutti i fatti e non vuole sapere“, spiega Hudson.  Nell’aprile 1990, l’omologo inglese del gruppo “familiari inglesi del Volo 103″ inviò lettere aspre a Bush e Thatcher, citando “resoconti pubblici interamente credibili…avete deciso di minimizzare deliberatamente le prove e ridurre le indagini fino a liquidare il caso come storia vecchia“. Abdel Basat Ali al-Magrahi, uno dei libici capro espiatorio dell’attentato, fece appello nel febbraio 2002. L’argomento centrale dell’avvocato era la nuova prova secondo cui il reparto bagagli di Heathrow, a Londra, era stato violato la notte prima dell’attentato. Nel 2010 i libici furono improvvisamente liberati. Alcune voci insistettero che il loro rilascio fosse parte di un accordo petrolifero della BP con la Libia. Gheddafi fece altre aperture verso l’occidente, ma fu tutto inutile. Quando hai a che fare con i dei pazzi veri, come lo sono senza dubbio i banchieri illuminati, le concessioni sono raramente efficaci. Il popolo libico ha perso la bandiera verde che simboleggiava la fuga rivoluzionaria dalla trappola dei bankster, tornando a vivere sotto colonialismo, feudalesimo e monarchia.

Dean Henderson è autore di: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel. Potete seguirlo gratuitamente su Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il terrorismo in Tunisia: Hamas s’infiltra nel Maghreb

Lilia Ben Rejeb, Tunisie Secret 17 marzo 2014

Oggi s’annuncia il tragico futuro tunisino con l’offensiva contro i terroristi islamici a Jinduba e Sidi Buzid, con la scoperta di un campo di addestramento jihadista a Monastir, e rivelazioni sui piani di criminali di ritorno dalla Siria… Che “belle” notizie da una Tunisia una volta pacifica e prospera.
map_of_tunisiaProve fotografiche in mano, il portavoce del ministero degli Interni, Muhammad Ali Larui, ha rivelato il 17 marzo 2014 l’esistenza di un campo di addestramento dei terroristi islamici nel governatorato di Monastir, la città natale di Burguiba! Più esattamente a Menzel Nur, dove un’operazione antiterrorismo è stata condotta il 13 marzo. È il risultato di questa operazione contro il campo di addestramento dei terroristi ad essere rivelato. “Abbiamo prove, documenti e foto di questo campo di addestramento dove giovani si allenano prima di essere inviati in Siria“, ha detto Muhammad Ali Larui. Secondo le nostre informazioni, 13 persone sono state arrestate, tra cui lo  sceicco Tawfiq, proprietario del “ristorante islamico” di Susa. Che in effetti si chiama Tawfiq al-Aisi ed è accusato di cospirazione e terrorismo, essendo un leader della rete di terroristi addestrati in Siria. Per ogni contingente inviato, prendeva 30000 dinari. Ma il portavoce degli Interni ha mentito su due punti. In primo luogo, non è l’unico campo di addestramento jihadista in Tunisia. Ve ne sono molti altri, soprattutto nella regione di Tatawin, Sfax, Biserta e Qalibia presso Huaria. In secondo luogo, i jihadisti non sono destinati alla Siria, dove la derattizzazione è al massimo. Si addestrano per la futura guerra santa che inghiottirà Tunisia, Libia e Algeria. E’ grazie a due operazioni antiterrorismo condotte congiuntamente a Jinduba e Sidi Buzid, la città natale del falso “martire” Tariq Buazizi, che il campo paramilitare Menzel Nur è stato scoperto. Nell’operazione a Jinduba, vi sono stati sei feriti tra le forze di polizia, tre morti tra gli islamo-terroristi e sei arresti: tre donne con niqab, tra cui Salwa Fijari, collegamento tra i finanziatori jihadisti e i terroristi nel Shambi. I tre terroristi eliminati erano Raqib Hanashi, Rabi Saydani e un terzo, non algerino contrariamente a quanto annunciato, ma palestinese di Hamas.
Secondo i nostri colleghi di Business News nella casa sequestrata la polizia ha trovato due Kalashnikov, due caricatori, una granata, una cintura esplosiva, una Smith & Wesson, un computer portatile, due pulci telefoniche e due documenti appartenenti a due agenti uccisi durante gli eventi di Uled Mana. Alla conferenza stampa, il portavoce del ministero degli Interni ha anche confermato la notizia che il fratello della “rappresentante del popolo” di al-Nahda, Sonia Ben Tumia, è uno dei capi delle bande terroriste che Ghanuchi e Marzuqi inviano in Siria. Secondo Muhammad Ali Larui, il fratello della poetessa dell’ANC attualmente è sul fronte siriano. È falso, ha detto la poetessa in una dichiarazione ad al-Sabah News, “Mio fratello è in Libia, dove lavora come meccanico!” Infatti, non è in Siria, essendo troppo codardo per andarci, ma a Tripoli dove gioca al meccanico con quei fratelli terroristi libici agli ordini dei loro mandanti del Qatar.
L’ultimo raccolto nella terra della “rivoluzione dei gelsomini”: jihadisti tunisini di ritorno dalla Siria hanno ideato un piano per attaccare, con il supporto di terroristi di varie nazionalità, una città tunisina e prendere il controllo dei suoi istituti di sicurezza. Ciò è almeno quello che ha confessato durante l’interrogatorio Qantari Salim (alias Abu Ayub), numero 2 del gruppo terroristico Ansar Sharia, ramo di al-Qaida, arrestato a Gabes, nella Tunisia meridionale. Secondo i nostri colleghi di Kapitalis, che citano il settimanale arabo al-Musawarterroristi di varie nazionalità arabe presenti sul territorio tunisino hanno ricevuto numerose armi dalla Libia. Pianificano lo scontro con l’esercito e la polizia e attendono rinforzi dalla Libia“.
Tali informazioni, diffuse in un solo giorno, indicano quanto la situazione sia pericolosa in Tunisia, un Paese una volta pacifico e prospero e il cui futuro è sempre più oscuro ed esplosivo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lavrov avverte algerini e tunisini

L’Expression Algérien, 12 marzo 2014 – Tunisie-secret

La Russia alza la voce. Toccherà all’Algeria avverte Sergej Lavrov, ministro degli Esteri della Russia, che detto en passant, è stato accolto a Tunisi con la bandiera serba, un errore della diplomazia tunisina oramai incapace di distinguere la bandiera russa da quella serba. Il complotto contro l’Algeria non è più un segreto. Tutto è pronto per destabilizzare questo Paese tra la Tunisia sotto mandato islamo-atlantista e il Marocco sotto l’influenza d’Israele e la Libia afghanizzata. A Tunisi, cinque condizioni sono state soddisfatte per completare il piano anti-algerino: la base militare degli Stati Uniti, vicino al confine con l’Algeria, la sede di Freedom House, terreno fertile dei cyber-collaborazionisti, i ratti palestinesi di Hamas che hanno scavato decine di tunnel al confine tunisino-algerino, il miniesercito di jihadisti tunisini, algerini, libici e ceceni in Tunisia e le cellule dormienti di al-Qaida.

map_of_algeriaNella breve visita in Tunisia, di qualche ora, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha avvertito che “partiti stranieri” vogliono mettere a ferro e fuoco l’Algeria spacciando la primavera algerina. Un diplomatico russo ha aggiunto che questi stessi partiti “hanno aperto diversi fronti presso il confine con l’Algeria, da Libia, Tunisia e Mali”. Da alleato, Lavrov ha ribadito il sostegno del suo Paese all’Algeria. Il capo della diplomazia russa ha svelato durante la sua visita in Tunisia, che l’Algeria sarà bersaglio di istigatori e altri fomentatori che scriveranno l’ultimo episodio della presunta primavera araba. Quindi ha avvertito le autorità algerine contro gli istigatori della cosiddetta “primavera araba”. Il ministro degli Esteri russo accusa direttamente coloro che hanno causato i tumulti deliberati in Tunisia, Libia e Mali da cui proviene la maggiore minaccia all’Algeria. Ritiene che i cospiratori del nuovo ordine mondiale abbiano piani basati su una politica d’influenza verso minoranze e reti terroristiche. Tuttavia, la minaccia sottolineata da Mosca non è nuova ai servizi segreti algerini. Sottoposte a una notevole pressione dall’inizio della guerra civile in Libia, le forze di sicurezza algerine hanno fatto affidamento sulla loro esperienza nella lotta al terrorismo. In tempi relativamente brevi, migliaia di fonti d’informazione di prima mano sono state analizzati e controllate dal DRS, nella corsa contro il tempo contro ogni minaccia, compresi i gruppi criminali nati all’ombra della crisi libica, usata come catalizzatore del movimento jihadista, relativizzata e talvolta banalizzata dai partiti in guerra contro il regime di Gheddafi, tra cui Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Nella loro banca dati, i servizi di sicurezza sono riusciti a identificare le  nuove reti composte da marocchini e libici. L’arresto di alcuni agenti del Mossad in Algeria n’è la prova. Non trovando necessario rivelare il vero scenario programmato contro l’Algeria, le stesse fonti vicine al contesto sanno che l’Algeria è “terreno fertile” per i grandi appetiti occidentali. Il rapporto del dipartimento di Stato USA sui diritti umani, che paradossalmente accusa l’Algeria e l’analisi del Centro anti-terrorismo (CTC) dell’Accademia Militare di West Point che ha messo sotto il microscopio tutto ciò che accade nel sud dell’Algeria, sostenendo che questa regione sensibile dell’economia del Paese sarà l’epicentro di una esplosione popolare per via della marginalizzazione delle minoranze, non possono essere considerati che un’introduzione degli obiettivi reali degli occidentali.
Una prima percezione di ciò che sta per accadere. “L’Algeria è nel mirino degli Stati Uniti?” si chiedeva L’Expression in una precedente edizione! La risposta è stata rivelata dal Los Angeles Times. Il giornale ha riferito che “Forze speciali statunitensi operano in Tunisia“. La presenza di cui avevamo prova, ma negata dalle autorità tunisine, è giustificata, dice lo stesso giornale, dal fatto “di addestrare i militari tunisini nella lotta contro il terrorismo.” I marine, che sarebbero una cinquantina, hanno preso posizione nel sud della Tunisia, presso la frontiera algerina, nel gennaio 2014. “Un aeromobile tipo elicottero è presente“, aggiunge il Los Angeles Times. E’ solo la parte visibile di un iceberg e della grande strategia della guerra annunciata contro l’Algeria. Infatti, dalla fine dello scorso anno, rapporti confermano la forte presenza di agenti dei servizi segreti statunitensi e dell’AFRICOM nel sud della Tunisia. Gelosa della sua sovranità, l’Algeria aveva agito a tempo di record per liberare oltre 600 ostaggi, garantendo al contempo i confini. L’unità speciale chiamata a condurre l’operazione aveva impressionato il mondo per la sua professionalità! Anche se il pretesto della mobilitazione degli Stati Uniti in Africa è il coordinamento della lotta contro il terrorismo e salvaguardare i propri interessi, non è difficile credere che gli Stati Uniti non abbiano interesse nelle regioni dell’Algeria con giacimenti di shale gas, gas convenzionale e altri minerali come l’uranio. Clan compiacenti sono già sul terreno, pronti ad avviare il motore della destabilizzazione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: Premier rimosso, e dopo?

Jurij Zinin New Oriental Outlook 14/03/2014
e2a1a92c-a7d2-11e3-_535444cL’Ucraina oscura gli eventi in altre parti del mondo, tra cui Libia. La situazione è peggiorata ancora una volta per via delle dimissioni di Ali Zaydan, il secondo primo ministro nella storia della nuova Libia. Il parlamento ad interim della Libia (General National Congress) l’ha rimosso dal potere per l’incidente con una petroliera straniera nel porto di al-Sidra, nell’oriente della Libia. Questa petroliera da 234000 barili, “Morning Glory“, ha recentemente e illegalmente caricato petrolio usurpato dalla Guardia delle infrastrutture petrolifere che dall’estate 2013 controlla questo e altri due porti petroliferi della Libia. I gruppi guidati dall’ex-comandante ribelle I. Jadhran, vogliono strappare la regione petrolifera della Cirenaica al governo centrale e ottenere l’autonomia. Hanno bloccato gli impianti petroliferi con il pretesto di combattere “la corruzione delle autorità e per una distribuzione equa” della ricchezza nazionale. Perciò, la produzione della Libia di oro nero è scesa drasticamente (che raggiunse gli 1,5 milioni di barili sotto il regime precedente), le perdite per il Paese ammontano a 9 miliardi di dollari. Il governo di A. Zaydan ha pazientemente negoziato con i militanti, che puntavano a tutto decidendo d’esportare il petrolio della compagnia statale. I funzionari hanno minacciato di bombardare le petroliere se venivano caricate illegalmente. La petroliera “Morning Glory” è stata fermata dalle forze governative, ma poi è riuscita a fuggire dal porto entrando nelle acque internazionali. Ciò è stato percepito come una sfida da molti parlamentari, portando alle rapide dimissioni del premier Zaydan che ha lasciato il Paese recandosi in uno europeo nonostante l’ufficio del pubblico ministero gli abbia proibito di lasciare il Paese fino al termine di un’indagine sulla sua cattiva condotta finanziaria.
La storia con la petroliera ha messo fine alla carriera del Premier. In realtà, questa figura è condannata perché agli occhi di molti era responsabile delle continue violenze in Libia dal collasso delle strutture militari e di sicurezza, nell’autunno 2011. Il governo di Zaydan non è riuscito a ripristinare la sicurezza e ad imporre un blocco di potere ristabilendo l’ordine. Zaydan manovrava sempre, viaggiava in tutto il Paese chiedendo aiuto ai Paesi europei e agli Stati Uniti. L’occidente simpatizzava, incoraggiandolo e promettendo aiuto tecnico e organizzativo, assistenza nel recuperare militari addestrandoli per formare nuove forze. Ma era ostaggio di una situazione contraddittoria: da un lato, costretto ad affidarsi alle milizie regionali e tribali, e d’altra parte, doveva limitarne l’arbitrio e metterle sotto il controllo di militari professionisti. Era difficile aspettarsi qualcosa di diverso in Libia, date la debolezza dello Stato e il culto delle armi.
Il parlamento ad interim volle rimuoverlo più di una volta. Gli islamisti, che si sono ringalluzziti  dopo il rovesciamento di Gheddafi, sono particolarmente zelanti. Partiti e organizzazioni dell’Islam politico sono stati legalizzati divenendo i più attivi nel Paese (anche in Parlamento). A. Zaydan, noto attivista per i diritti umani che ha vissuto in esilio in occidente per tre decenni, gli era inaccettabile. Gli eventi in Libia coincidono con il terzo anniversario della Risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, concernente l’introduzione della “no-fly zone” adottata il 17 marzo 2011. Due giorni dopo, senza tante cerimonie divenne il “bastone unilaterale” dei potenti attacchi aerei e bombardamenti della NATO che contribuirono a rovesciare il regime. Il Paese disintegrato ed esausto è retrocesso su molti aspetti, sprofondando nella palude del disordine che ha permesso ai militanti, trafficando a spese del popolo libico, di agire liberamente.
La petroliera straniera che ha illegalmente caricato petrolio, ha lasciato il porto libico ma sarebbe stato peggio se fosse stata bombardata dai libici irritati, il disastro ambientale sarebbe stato inevitabile nel Mediterraneo e avrebbe raggiunto l’Europa. Il ministro della Difesa è stato temporaneamente nominato al posto di Zaydan. Secondo notizie recenti, una brigata di Misurata, una delle principali roccaforti della rivolta anti-Gheddafi, è stata inviata nell’est della Libia, verso i porti occupati da dissidenti armati. Ha carri armati, artiglieria e lanciarazzi multipli. Potrà negoziare con i militanti o proverà ad usare la forza contro di loro?

Jurij Zinin, ricercatore presso il MGIMO, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La situazione in Libia: ambizioni militari e racket del petrolio

120912_Libya1Il 1 febbraio 2014, il quotidiano francese Le Figaro sosteneva che membri della forza d’élite statunitense Delta Force, operassero assieme a forze del CNT nel sud della Libia. Citando “una fonte diplomatica a Tunisi“, Le Figaro affermava che le forze statunitensi erano di stanza in una base segreta nel governatorato di Tatawin, nel sud della Tunisia, presso il confine libico. Ma se il governo tunisino negava ciò, altre fonti d’informazione rivelarono la presenza di agenti della CIA e militari dell’Africom in quattro basi tunisine: due nel sud del Paese a Bin Qirdan Madanin e a Djerjis, per controllare le coste tunisine nei pressi del confine libico, e due nelle montagne Shanbi, al confine con l’Algeria, dove ufficiali statunitensi disponevano di sistemi di rilevazione e sorveglianza satellitare. I militari statunitensi collaborano da mesi con i vertici dell’esercito tunisino nel creare una base militare tunisino-statunitense per sorvegliare i movimenti da e per la Tunisia. Hosin al-Qafi, ex-funzionario del ministero degli Interni tunisino, affermò che “Vi sono 12 campi di addestramento jihadisti in territorio tunisino, e i funzionari degli Interni lo sanno. Una volta addestrati, i jihadisti vengono inviati nel Sahara algerino, in Mali e Siria”. Al-Qafi aggiunse: “Se c’è un’esplosione in un luogo pubblico, hotel, centro commerciale, si deve sapere che sono le forze speciali tunisine che l’hanno pianificato, cercando di aggravare la situazione per ingannare il popolo tunisino e dargli l’impressione che il terrorismo si diffonda in Tunisia e che al-Qaida attacchi la società civile. L’obiettivo è preparare il terreno all’intervento dei marines degli Stati Uniti in Tunisia.” Intanto il presidente ciadiano Idris Deby prorogava la presenza della base militare di Parigi, permettendo ai francesi di rafforzare la loro presenza militare nel nord del Ciad, ampliando la base militare di Faya e creandone una nuova a Zuar, per sorvegliare il sud della Libia. Ed infatti, il 21 febbraio 2014, un aereo-ospedale militare Antonov An-26 diretto verso l’aeroporto di Tunisi-Cartagine si schiantava nel governatorato tunisino di Nabul. A bordo c’erano sette passeggeri e quattro membri d’equipaggio, tutti rimasti uccisi. I sette passeggeri erano membri di al-Qaida e di Ansar al-Sharia, che dovevano essere curati negli ospedali della capitale tunisina. Tra di loro vi era Muftah Dhauadi. Originario di Sabratha, Dhauadi era l’emiro e fondatore di Ansar al-Sharia e del Gruppo armato islamico combattente libico (LIFG). Muftah Dhauadi era noto nell’ambito di al-Qaida come Abu Abd al-Ghafar. Dopo l’invasione della Libia nel 2011, divenne il capo del consiglio militare di Sabratha. Inoltre, a bordo dell’aereo vi erano quattro importanti capi di al-Qaida, che il Qatar, con la complicità dei fratelli mussulmani tunisini di al-Nahda, cerca di insediare in Tunisia. I quattro islamisti erano Ali Nur al-Din al-Sid, Abdelhaqim al-Sid, Walid Salah al-Sid e Tahar Abdelmula al-Sharif. Se “lo schianto del velivolo può essere un incidente, riesce gradito in certi Stati occidentali. La scomparsa di mercenari, testimoni scomodi, è un loro obiettivo strategico”. Intanto, la presenza della Resistenza Verde si consolidava nelle seguenti città e cittadine: Sabha, al-Gilat, Ghat, Ragdalin, Tobruq, Im Sat, al-Qubah, Timimi, al-Bayda, Fatahya, al-Murj, Tulmina, Dersia, Ribyana, al-Ragurya, Persis, al-Abyar, Sluq, Jadabya, Jawat, al-Mitanya, al-Alziziyah, Guminis, al-Briga, Ras Lanuf, Soluq, Gardina, Ubari, Tarhuna, Bani Walid, Warshala, al-Asadia, Abu Salim, Gadamis, mentre scontri tra milizie e elementi “verdi” si registrarono a Tripoli, Misurata, Benghazi; Sabha e Qufra erano sotto il controllo della Resistenza.
Stati Uniti e Gran Bretagna presiedono alla ricostruzione delle forze armate della Libia. A gennaio, la Defense Security Cooperation Agency degli Stati Uniti annunciava di aver notificato al Congresso USA di aver approvato vendite militari alla Libia per diversi milioni di dollari e l’avvio dell’addestramento di 6000-8000 soldati. “L’addestramento comprende fino ad otto anni di addestramento, sostentamento e miglioramento delle infrastrutture ed attrezzature, tra cui 637 carabine M4A4 e munizioni per armi leggere, servizi di supporto logistico ed organizzativo, abbigliamento e attrezzature individuali, e altri elementi logistici legati al programma“. Nel frattempo, 340 reclute libiche erano giunte in Italia presso la base militare italiana di Cassino. L’Italia addestrerà 5200 soldati libici in due anni. Tripoli ha versato alla Gran Bretagna 2,5 milioni dollari per riaprire la vecchia base militare di Bassingbourn, nell’Inghilterra orientale, per addestrare un altro contingente. La Libia, impegnata nella ricostruzione delle forze armate (Comitato Supremo di Sicurezza), dovrebbe arruolare 40000–55000 uomini. Si parla anche dell’acquisizione di vari sistemi d’arma. Oltre a Italia, Gran Bretagna e Francia, anche la Turchia nel 2013 ha addestrato 1000 soldati libici presso la scuola di fanteria di Egirdir, e nel 2014 è previsto l’arrivo di 2000 effettivi, oltre ad 800 agenti di polizia. Come visto, 6/7000 soldati libici saranno addestrati dagli statunitensi nell’arco di 8 anni presso due basi bulgare, tra cui quella di Novo Selo. I corsi riguardano l’addestramento della fanteria e di un nucleo antiterrorismo. Infine, altre reclute si addestrano in Giordania, ma probabilmente si tratta una copertura per ospitare e armare terroristi libici da infiltrare in Siria. Il CNT ha richiesto 287 fuoristrada Humvee statunitensi, di cui 54 già consegnati, oltre a 20 autoblindo FIAT Puma regalati da Roma (e ‘requisite’ dalla milizia di Zintan) e a 49 NIMR-II ottenuti dagli EAU, usati nelle zone di confine e per sorvegliare gli edifici governativi. La Libia avrebbe anche ricevuto 10 sistemi missilistici anticarro Khrizantema-S. L’unico battaglione corazzato attivo, il 204.to, raccoglie i veicoli da combattimento ancora efficienti già impiegati dalla Jamahiriya. La marina del CNT è costituita dalla fregata al-Hani e dalle navi da sbarco Ibn Harisa e Ibn Uf, che sono in cantiere per lavori di manutenzione assieme a 2 motovedette classe Bigliani, in riparazione a Napoli. Ad esse si aggiungerebbe la motomissilistica Shafaq. Nel 2013 la Marina libica ha ricevuto i primi 30 di 50 gommoni 1200UM ordinati alla francese Sillinger, che saranno schierati nelle basi navali di Ras Agadir e Bardia. A ciò si aggiunge l’ordinativo per due battelli, Janzur e Aqrama, all’azienda francese Raidco che si occuperà anche dell’addestramento di 32 marinai libici a Lorient. Infine l’aeronautica del CNT consiste in pochissimi velivoli ereditati dalla Jamahiriya. Il Capo di Stato Maggiore del CNT, generale Gerushi, aveva avanzato un programma che prevedeva l’acquisizione di 14/16 caccia Dassault Rafale per costituire le squadriglie schierate nelle basi di Gordabaya e Watya, nel Fezzan, e 7/9 caccia EFA Typhoon da schierare a Tobruq e Bengasi-Benina. Il CNT avrebbe anche richiesto l’acquisto negli USA di due aerei cargo C-130J-30 Super Hercules e di sei elicotteri da trasporto CH-47D Chinook. Secondo la pubblicazione statunitense Defense News, il colonnello Ibrahim al-Fortya, addetto militare libico a Washington, aveva dichiarato alla Camera di Commercio Americana: “Ci piacerebbe dare priorità alle aziende statunitensi“.
Reuters_VP-lybia(1)Nel frattempo, il 14 febbraio 2014, con un discorso di 11 minuti trasmesso dalla televisione di Stato libica, il generale Qalifa Belqasim Haftar affermava di aver preso il controllo delle istituzioni e di sospendere il governo e il parlamento, “il comando nazionale dell’esercito libico si muove per impostare la nuova tabella di marcia verso la democrazia per salvare il Paese dalla sciagura. Terremo incontri con partiti e gruppi di potere per testare la condivisone di questa marcia”. Da parte sua, il primo ministro Ali Zaydan dichiarava alla TV saudita al-Arabiya di aver licenziato il generale Haftar e di mantenere l’esercizio delle sue funzioni. Il generale Haftar aveva detto di non voler imporre il potere militare, ma di agire nell’interesse nazionale per porre fine al regno delle milizie, annunciando una consultazione con le principali forze politiche allo scopo di nominare un presidente e un governo civile ad interim. La settimana precedente, sebbene il Parlamento avesse esaurito il proprio mandato, decideva unilateralmente di prolungare la propria attività fino ad agosto per poter stendere la nuova Costituzione. Probabilmente, in tale quadro, il generale Haftar interveniva su richiesta di Washington, mentre da oltre un mese le forze nazionaliste occupano diverse città nel sud del Paese. Ex-generale della Jamahiriya Araba di Libia, nel 1987 durante la guerra in Ciad Qalifa Haftar subì una pesante sconfitta e disertò. Fuggì negli Stati Uniti e fu addestrato dalla CIA. Creò l’Esercito di liberazione della Libia nell’ambito del Fronte nazionale per la salvezza della Libia, ma non riuscì a rovesciare Muammar Gheddafi. Con i suoi uomini, per lo più della sua tribù Farjani, combatté come mercenario di Washington nella Repubblica democratica del Congo. Portato a Bengasi dalla NATO, nel marzo 2011, divenne il numero due delle “forze ribelli” e loro capo dopo l’assassinio del generale Fatah al-Yunis per mano di al-Qaida. Dopo la vittoria della NATO, fu imposto quale Capo di stato maggiore dell’esercito libico. Anche Ali Zaydan è un ex-diplomatico libico che nel 1980 disertò passando agli oppositori libici rifugiatisi in occidente.
Il 18 febbraio 2014, il Consiglio generale nazionale della Libia raggiunse un accordo per indire le “elezioni anticipate”. Al Congresso Nazionale Generale (GNC), il primo partito era il Partito della Giustizia e Costruzione (PGC), ala politica dei Fratelli musulmani sostenuta da Qatar e Turchia, e il primo partito d’opposizione era l’Alleanza delle Forze Nazionali (NFA) liberale. I 200 membri del Congresso furono eletti nel luglio 2012, che dovevano entro 18 mesi guidare la transizione del Paese. Ma il 7 febbraio decisero di prorogare il loro mandato fino al dicembre 2014, suscitando una crescente opposizione popolare. Il 14 febbraio migliaia di libici protestarono contro l’estensione del mandato chiedendo nuove elezioni. Quindi il Consiglio decideva la nomina di un organo costituzionale per adottare una nuova costituzione entro quattro mesi dalla nomina, altrimenti si sarebbero indette le nuove elezioni, per formare organi legislativi transitori per altri 18 mesi.
Il 3 marzo 2014, i parlamentari della Libia si trasferivano nell’albergo Waddan, il giorno dopo che rivoltosi armati avevano assaltato il parlamento, incendiandolo, uccidendo una guardia e ferendone sei deputati. I manifestanti volevano che il Parlamento si sciogliesse immediatamente dopo la fine del mandato, scaduto a gennaio. L’assalto al parlamento avveniva mentre assassini e attacchi contro migranti cristiani e milizie filo-governative aumentavano in Cirenaica. L’ultimo assassinio fu quello di un ingegnere francese che lavorava presso un centro medico attivo a Bengasi dal 2009. A gennaio sette egiziani cristiani copti erano stati rapiti dalle loro case, ed uccisi con un colpo alla testa e al torace.
L’8 e 9 marzo i separatisti libici iniziarono caricare greggio su una petroliera saudita, ignorando le minacce del CNT di Tripoli. I separatisti controllano i terminali petroliferi della Libia orientale su richiesta delle regioni autonome orientali. L’8 marzo la nave cisterna battente bandiera panamense Morning Glory, ma di proprietà di una società saudita, ormeggiava al terminal di al-Sidra, il primo ministro Ali Zaydan aveva ordinato di non far imbarcare il greggio altrimenti la petroliera sarebbe stata bombardata, mentre il ministro del petrolio, Omar Shaqmaq, accusava i separatisti di “pirateria”. Il 9 marzo, il ministro della Cultura Amin al-Habib disse che navi della marina libica erano state dispiegate in mare per fermare la petroliera. “La petroliera non deve lasciare il porto, o sarà trasformata in un mucchio di metallo“. Il ministero della Difesa aveva impostato l’azione militare, ordinando al comandanti di marina ed aeronautica “di colpire le petroliere che entrano nelle acque libiche senza il permesso delle autorità legittime“. Zaydan però riconobbe che l’esercito non era riuscito ad adempiere agli ordini, quando inviò dei rinforzi da Aghedabia, ad ovest di Bengasi, ad al-Sidra, che rimane in mano ai separatisti della Cirenaica. A gennaio, la marina libica aveva sparato contro una petroliera battente bandiera maltese mentre cercava di caricare greggio sempre ad al-Sidra. Il portavoce della National Oil Corporation, Muhammad al-Harayri, ha detto che la Morning Glory era “ancora nel porto e il caricamento è in corso“. La nave avrebbe dovuto imbarcare 350000 barili di greggio. Fonti militari avevano detto che vi era un piano per intercettare la petroliera prima che lasciasse le acque territoriali della Libia. Zaydan aveva detto che “Tutte le parti devono rispettare la sovranità libica. Se la nave non le rispetterà, sarà bombardata“, aggiungendo che le autorità avevano intimato al comandante della nave di lasciare le acque della Libia, ma che uomini armati a bordo gli impedivano di salpare. Un portavoce del governo della Cirenaica a est, ribadiva che le esportazioni di petrolio da al-Sidra erano comunque cominciate, “Non sfidiamo il governo o il congresso, ma insistiamo sui nostri diritti“, dichiarava Rabo al-Barasi, a capo dell’ufficio esecutivo della Cirenaica, formato nell’agosto 2013.

Alessandro Lattanzio, 10/3/2014

Fonti:
Allain Jules
Al-Wihda
CTV News
ChasVoice
Nsnbc
Nsnbc
RID
Tunisie-secret
SpaceWar
Voltairenet

Libia: campo di battaglia tra occidente ed Eurasia

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 281 follower