Le priorità di Israele e Arabia Saudita in Siria. Militarismo coperto e “libanizzazione”

Phil Greaves Global Research, 18 febbraio 2014

1505520Gli attuali sviluppi sia all’interno che all’esterno della Siria mostrano che i principali mandanti della guerriglia estremista, cioè Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Arabia Saudita, Qatar, Quwayt, Israele e Turchia, non sono ancora pronti a gettare la spugna. Si poteva pensare che l’amministrazione Obama avese deciso di abbandonare la politica del cambio di regime a seguito del fallito tentativo d’incitare l’intervento, attraverso il casus belli delle armi chimiche di agosto. Ma la dura realtà resta che tale alleanza difatti continua il suo segreto sostegno militare alla rivolta, in una forma o nell’altra, nella piena consapevolezza che la stragrande maggioranza dei ribelli fondamentalisti ha  un’agenda settaria e si oppose con veemenza a qualsiasi forma di democrazia e pluralismo politico.  In primo luogo, il sostegno continuo è un prodotto della strategia globale della Full Spectrum Dominance dell’impero statunitense sulle regioni strategiche e ricche di risorse nel globo, attraverso  sovversione, aggressione economica e militare, politiche imposte in misura diversa ad ogni Stato disposto ad accettare la piena subordinazione agli Stati Uniti. Tale atteggiamento aggressivo degli Stati Uniti non è affatto esclusivo dei periodi di tensione o crisi accentuate, è permanente, portato al culmine delle violenze attraverso un opportunismo machiavellico. Nel caso della Siria, le rivolte arabe hanno dato a Stati Uniti ed alleati la copertura perfetta per avviare i piani sovversivi su cui  lavoravano almeno dal 2006. La possibilità di eliminare un governo ostile che rifiuta i diktat statunitensi/israeliani era semplicemente troppo bella per perderla. Di conseguenza, quasi subito, gli Stati Uniti hanno tentato di agevolare e sostenere gli elementi violenti in Siria, mentre i suoi media cercano di confonderli con i legittimi manifestanti locali.
Dato che gli Stati Uniti hanno preso la decisione sconsiderata di sostenere, ampliare e istigare i militanti, la politica è miseramente fallita. Chiaramente, dal tono usato da diplomatici e propagandisti occidentali dello slogan, spesso ripetuto, dei “giorni di Assad sono contati”, si aspettavano un cambio di regime rapido. Tali desideri in gran parte si basavano sull’arroganza e la speranza statunitensi che lo scenario della No Fly Zone in Libia avrebbe guidato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Contrariamente a tali desideri, l’irritazione di Russia e Cina per la distruzione della Libia e l’assassinio di Gheddafi per mano della NATO, ha fatto sì che simili decisioni sulla Siria affrontassero un veto immediato. A sua volta, ciò s’è dimostrato una svolta nel rapporto odierno tra i membri permanenti del consiglio di sicurezza, le cui conseguenze devono ancora materializzarsi. Inoltre, s’è rivelata una svolta nella crisi siriana, sapendo che Russia e Cina bloccavano eventuali tentativi di dare alla NATO una seconda possibilità di essere l’aeronautica di al-Qaida, gli Stati Uniti ancora una volta hanno scelto la politica del militarismo occulto, aumentando drasticamente i fondi e le armi ai ribelli, in parallelo alle campagne d’istigazione settarie abbracciate dai clericali salafiti-wahhabiti del Golfo, nella speranza che potessero rovesciare l’esercito siriano con il terrorismo e una brutale guerra settaria di logoramento. In conseguenza della mancata rimozione di Assad o della distruzione del governo siriano e del suo apparato, l’amministrazione Obama, riluttante e politicamente incapace d’impegnarsi in un’aperta aggressione, impiega la strategia della realpolitik, utilizzando principalmente il militarismo occulto per placare i desideri dei falchi neoconservatori del Congresso, e le zelanti influenze regionali di Riyadh e Tel Aviv, evitando la possibilità di essere trascinato in un altro intervento militare palese. A sua volta, tale strategia a doppio taglio alimenta la falsa idea pubblica sull’impero statunitense, che pseudo-pragmatici e propagandisti neoliberisti sono così ansiosi di sostenere, così fondamentale per l’impero USA; e cioè che sia una forza intrinsecamente altruista, un arbitro globale che a malincuore sovverte, invade, bombarda e interviene negli affari di nazioni sovrane per il bene dell’umanità. Finché tale falsa percezione viene confermata, l’ampio margine della farsa grottesca della realpolitik, del militarismo occulto e del terrorismo di Stato degli Stati Uniti non diminuirà. Chiaramente, l’impero degli Stati Uniti non ha alcun fretta di por termine allo spargimento di sangue in Siria, le sue priorità fin dall’inizio del 2011 sono rimuovere, o almeno indebolire gravemente, il governo e lo Stato siriani, a prescindere dalle conseguenze per la popolazione civile.
Utilizzando il controllo statale del flusso di armi e finanziamenti, e quindi la forza e capacità della rivolta nel complesso, l’amministrazione Obama ha impiegato inutilmente la tattica della carota e del bastone, nel tentativo di fare pressione sul governo siriano durante i negoziati in corso, affinchè aderisse alle pretese degli Stati Uniti e rinunciasse alla propria sovranità verso l’alleanza guidata dagli USA, sia sulla Siria che sui suoi primi alleati internazionali Russia e Iran, nella piena consapevolezza che i ribelli non hanno legittimità interna e la forza per cacciare Assad o sconfiggere l’esercito siriano. Recenti rapporti alludono al bastone democratico degli Stati Uniti, nella sua più recente forma di “nuove” e ampliate forniture di armi ai ribelli, compresi presumibilmente i MANPADS. Ciò avviene nei retroscena dei fallimentari colloqui di “pace” a Ginevra e può essere interpretato come risultato diretto del fallimento di Washington nel far valere i propri obiettivi: il bastone è la riserva infinita di terrorismo di Stato, la carota è il rubinetto aperto. Se i “nuovi” rifornimenti di armi effettivamente potenzieranno i ribelli danneggiando il governo siriano, resta da vedere, ed è assai improbabile in questa fase con l’esercito siriano che avanza nelle montagne del Qalamun liberando la città in mano ai ribelli di Yabrud, a sua volta garante del vitale traffico logistico dal Libano. L’esito probabile dell’aumento del flusso di armi ai ribelli nel sud, come dimostra sempre la militarizzazione istigata dagli USA, sarà la ripetizione degli stessi risultati devastanti: altri profughi, inasprendo la già critica crisi dei rifugiati, ulteriore distruzione delle infrastrutture civili da parte dei ribelli, ulteriori carenze di cibo e di servizi, e molte altre vite perdute.

“Libanizzazione”, sostituto del cambio di regime?
Come dimostra la situazione, se Stati Uniti e loro alleati potranno rimuovere il governo siriano tramite la forza degli ascari, senza l’intervento occidentale militare sempre più impopolare, e la posizione di Assad e il sostegno interno rimangono saldi, la strategia della libanizzazione potrebbe essere il sostituto “ottimale”, su cui Stati Uniti e alleati ora lavorano. Incoraggiare, istigare e incitare la divisione tra gli arabi è stata la strategia a lungo termine dell’entità sionista da quando i colonialisti usurparono la terra palestinese nel 1948, con un atto specifico volto a fomentare il conflitto settario. La strategia della divisione è diretta contro qualsiasi Stato o governo arabo che si rifiuti di rispettare le pretese sioniste. L’ormai famoso stratega israeliano Oded Yinon, con “Una strategia per Israele negli anni ’80“, il Piano Yinon, fornisce forse il resoconto più chiaro delle intenzioni d’Israele verso i suoi vicini arabi: “La disintegrazione totale del Libano in cinque regioni è il precedente per tutto il mondo arabo… La dissoluzione della Siria, e più tardi dell’Iraq, in distretti etnico-religiosi sull’esempio del Libano è il principale obiettivo a lungo termine d’Israele nel Vicino oriente. L’attuale indebolimento militare di questi Stati è l’obiettivo a corto termine. La Siria si disintegrerà in diversi Stati dalla struttura etnica e religiosa… Come risultato, ci saranno uno Stato sciita alawita, la regione di Aleppo sarà sunnita, quella di Damasco sarà un altro Stato ostile a quello settentrionale. I drusi, anche quelli del Golan, dovrebbero creare lo Stato di Hauran nel nord della Giordania… e il ricco in petrolio, ma molto travagliato internamente Iraq, sono certamente degli obiettivi per Israele… Ogni tipo di confronto inter-arabo… accelererà il raggiungimento dell’obiettivo supremo, disintegrare l’Iraq come la Siria e il Libano”.
In tale contesto, non può essere un caso che il segretario di Stato degli USA John Kerry stia disperatamente perseguendo un fatto compiuto con l’autorità palestinese (PA). Contrariamente alla nauseante rappresentazione mediatica degli Stati Uniti quali pacificatori imparziali, il desiderio di Kerry di perseguire un “accordo” in questo momento è diretta conseguenza del conflitto siriano, e delle divisioni nel campo delle resistenza che ha creato. Stati Uniti e Israele ora cercano d’imporre un “accordo di pace” pro-israeliano con la corrotta PA che inevitabilmente sarà fallimentare e contrario agli interessi palestinesi. Fedele alleata della resistenza palestinese, attualmente impantanata nella lotta ideologica di al-Qaida e a disinnescare le auto-bombe per Dahiyah, la Siria non può sostenere i palestinesi contro Israele nel momento del bisogno; e Stati Uniti e Israele ne approfittano per isolare la resistenza palestinese dai pochi Stati e attori arabi da cui riceve supporto.  Nel suo ultimo discorso, il segretario generale di Hezbollah Sayad Hasan Nasrallah ha ricordato ai suoi ascoltatori questo problema cruciale: “Il governo statunitense cerca, insieme all’amministrazione sionista di mettere fine alla causa palestinese, e ritiene che questo sia il momento migliore per farlo, perché il mondo arabo e islamico è assente oggi, e ogni Paese è occupato dai propri problemi“. In modo simile, gli Stati Uniti utilizzano il conflitto siriano come leva contro l’Iran nei negoziati nucleari, nei continui tentativi di Washington per pacificare e subordinare un Iran indipendente, che indubbiamente svolge un ruolo importante nella politica degli Stati Uniti sulla Siria, forse con ruolo di definizione. Di conseguenza, i contrasti palestinesi e iraniani con Israele e Stati Uniti ora, come sempre, rientrano in qualche misura nei calcoli degli Stati Uniti, indissolubilmente legati alla soluzione della crisi siriana.
In realtà, la gioia evidente d’Israele per la distruzione della Siria e la preferenza evidente per la rimozione di Assad e del governo siriano, con la devastazione che comporterebbe, si dimostrano difficili da nascondere. Promuovendo il punto, uno dei tanti esempi di collusione Israele-ribelli appare nel recente articolo di National (che falsamente presenta i ribelli che “raggiungono” Israele come apparentemente “moderati”) sull’invio di centinaia di ribelli a curarsi negli ospedali israeliani e poi rispediti in Siria con 1000 dollari. Israele ha compiuto ulteriori sforzi per consolidare i contatti con i ribelli nel sud, indipendentemente dal fondamentalismo, e collaborato con le fazioni ribelli nei bombardamenti israeliani su Lataqia e Damasco. Nel debole tentativo di mascherare tale collusione, i propagandisti israeliani diffondono attivamente disinformazione, secondo cui Israele aiuta la comunità drusa nel sud della Siria, ma la comunità drusa è saldamente alleata al governo siriano. In realtà, i tentativi israeliani di coltivare i rapporti con le comunità dei ribelli del sud, dovrebbero essere visti correttamente come tentativi di creare forze “confinarie” presso le alture occupate del Golan, a sostegno del furto di terre per le aspirazioni espansionistiche dei sionisti. Di conseguenza, la neutralità fraudolenta d’Israele viene completamente svelata dalla sua collusione con i ribelli, a proprio vantaggio, e nella palese aggressione contro l’esercito siriano. Vi sono molte altre indicazioni secondo cui fazioni prominenti dell’alleanza degli Stati Uniti preferiscono e incoraggiano tali divisioni, in particolare Israele, ma la semplice logica indica che l’Arabia Saudita, il maggiore partner strategico regionale d’Israele e l’attore nell’alleanza statunitense che possiede la maggiore influenza e volontà politica nel sostenere i fondamentalisti e il terrorismo, approverebbe la disintegrazione dello Stato siriano, vedendolo in primo luogo come un colpo all’”espansione sciita”. La fissazione saudita e del Golfo sul settarismo, maschera i conflitti essenzialmente politici, ed inoltre è volutamente costruita per intensificare la strategia della divisione delle società plurali religiose ed etniche, come evidenziato da quasi tutti gli ascari sguinzagliati dai Paesi fondamentalisti del Golfo, come recentemente in Libia. Eppure anche i sauditi hanno dei limiti di capacità e decisione, essendo in ultima analisi legati alla generosità militare e alla protezione degli Stati Uniti, e potendo contare sulle reti terroristiche nel momento critico. Quindi, i recenti tentativi sauditi di dissociarsi da al-Qaida e dai vari estremisti che combattono in Siria, potrebbero essere una cosmesi per il pubblico. In realtà, la leadership saudita vede al-Qaida e i suoi confratelli estremisti come malleabili ascari che non gli pongono alcuna reale minaccia, costituendo una componente fondamentale della politica estera e dell’aggressione occulta saudite.
Di assai maggiore importanza per i confluenti interessi regionali di Israele e Arabia Saudita, che  giocano un ruolo critico nei calcoli degli Stati Uniti, sono gli ascari fondamentalisti attualmente istigati a combattere l’Iran, la Siria, e Hezbollah. La disintegrazione dell’Asse della Resistenza è la massima priorità della politica statunitense in Medio Oriente, la presunta “minaccia” affrontata dagli ideologi fondamentalisti, originariamente creati e sostenuti da Stati Uniti e alleati, è solo un ripensamento. L’impero degli Stati Uniti, nei suoi sforzi per contenere, e quindi dominare e controllare una regione così strategica e ricca di risorse, è più che contento di consentire ai propri clienti reazionari e settari d’incitare il conflitto necessario a sovvertire, spezzare e dividere il potere inevitabile che un Medio Oriente unificato potrebbe pretendere: se solo le loro aspirazioni progressiste e l’unità non venissero ripetutamente “respinte” dall’occupazione sionista e dall’antagonismo artificiale.

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Phil Greaves, scrittore inglese di politica estera, soprattutto nel mondo arabo dalla seconda guerra mondiale.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Criminali arruolati come “combattenti per la libertà” in Siria: detenuti sauditi, pakistani e iracheni riempiono i ranghi di al-Qaida

Prof. Michel Chossudovsky, Global Research, 16 febbraio 2014

1662128Diverse centinaia di prigionieri fuggiti dalle carceri, accuratamente custodite, in Iraq hanno recentemente aderito allo Stato Islamico d’Iraq e Siria (SIIS), così come alla forza ribelle di al-Qaida, Jabhat al-Nusra. Secondo il NYT: “l’evasione dal carcere riflette anche la crescente richiesta di combattenti esperti (da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati), portando al tentativo concertato dei gruppi militanti, in particolare dello Stato islamico dell’Iraq e della Siria, o SIIS, cercandoli nell’unico luogo dove erano trattenuti in massa, nelle prigioni irachene“. (Tim Arango e Eric Schmitt, I detenuti fuggiti dall’Iraq alimentano l’insurrezione siriana, NYT, 12 febbraio 2014).
I funzionari statunitensi stimano che alcune centinaia di evasi abbiano aderito allo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, diversi in ruoli di comando.” Il NYT riconosce che l’evasione rientra nel reclutamento dei jihadisti per la rivolta siriana. Ciò che non menziona, tuttavia, è che il reclutamento di mercenari è coordinato da NATO, Turchia, Arabia Saudita e Qatar, con il sostegno dell’amministrazione Obama. Inoltre, è noto e documentato che la maggior parte delle forze legate ad al-Qaida sono segretamente sostenute dai servizi segreti occidentali, come CIA, Mossad e MI6 inglese. Le evasioni in Iraq rientrano nell’azione coordinata “Operation Breaking the Walls“, ideata nel luglio 2012 dal SIIS. Come riconosciuto da un funzionario antiterrorismo statunitense citato dal New York Times, “L’afflusso di tali terroristi, che hanno decenni di esperienza in battaglia, probabilmente rafforza il gruppo e la sua leadership“.
Le forze di occupazione USA e i militari nelle carceri hanno chiuso un occhio sulle evasioni. Abu Aisha fu arrestato dagli statunitensi e poi liberato da Camp Bucca, l’infame prigione statunitense  nel sud dell’Iraq, nel 2008. Fu nuovamente arrestato dagli iracheni nel 2010. “Infine, mi portarono  ad Abu Ghraib, e ancora una volta incontrai alcuni leader e combattenti che conoscevo, compresi i principi di al-Qaida, iracheni, arabi e di altre nazionalità”. “La maggior parte di loro era stata a Bucca“. Una notte della scorsa estate, mentre Abu Aisha era nella sua cella in attesa, come faceva ogni giorno, del suo appuntamento con il boia, esplosioni e spari scoppiarono e una guardia carceraria amica aprì le porte della cella e gli disse di andarsene immediatamente. Con centinaia di altri, Abu Aisha attraversò i corridoi del carcere fuggendo da una breccia attraverso le mura. Saltò in su autocarro Kia in attesa, portandolo verso la libertà e di nuovo il campo di battaglia. Abu Aisha disse che i capi dello Stato Islamico d’Iraq e Siria gli diedero una scelta: andarsene e lottare con loro in Siria, o rimanere e combattere in Iraq (NYT, op. cit.)

Programma coordinato: Arabia Saudita
Le recenti evasioni hanno le caratteristiche di un’operazione segreta accuratamente pianificata con la complicità del personale carcerario militare iracheno e statunitense. Tali evasioni non sono limitate all’Iraq. Evasioni per aderire all’insurrezione jihadista si sono verificate contemporaneamente in diversi Paesi, indicando l’esistenza di un programma di reclutamento coordinato. L’Arabia Saudita, che ha svolto un ruolo centrale nel convogliare armi (tra cui missili antiaerei) ai jihadisti per conto di Washington, è attivamente coinvolta nel reclutamento di mercenari nelle prigioni del regno. In Arabia Saudita, invece, non ci sono state evasioni: i criminali che scontano pene detentive vengono liberati dalle prigioni del regno, a condizione di unirsi alla jihad in Siria. Un memorandum top secret inviato dal ministero degli Interni dell’Arabia Saudita, “rivela che il regno saudita ha inviato in Siria  dei condannati alla decapitazione, a combattere la Jihad contro il governo siriano, in cambio dell’assoluzione.” Secondo l’appunto del 17 aprile 2012, l’Arabia Saudita ha reclutato circa 1200 detenuti, offrendogli perdono completo e uno stipendio mensile alle famiglie rimaste nel Regno, in cambio “…dell’addestramento per il bene della Jihad in Siria“. Tra gli scarcerati e reclutati in Arabia Saudita vi sono detenuti di Yemen, Palestina, Arabia Saudita, Sudan, Siria, Giordania, Somalia, Afghanistan, Egitto, Pakistan, Iraq e Kuwait.

Da “criminale” a “Freedom Fighter”
L’alleanza militare occidentale non solo sostiene e finanzia la guerriglia terroristica, fornendole  sistemi d’arma avanzati, ma è anche complice nel reclutamento di criminali. Ciò che è attivo è il coordinamento delle varie successive fasi evasione, reclutamento e addestramento di mercenari “combattenti per la libertà”, e rifornimento delle armi all’insurrezione:
1. Evasione/rilascio di criminali e combattenti dalle prigioni;
2. Reclutamento dei detenuti rilasciati/evasi nelle formazioni ribelli in Siria;
3. Addestramento paramilitare degli ex-detenuti, ad esempio con programmi di addestramento e indottrinamento religioso da sauditi e qatarioti;
4. Invio dei jihadisti appena addestrati nel teatro bellico. Gli ex-detenuti vengono inviati in Siria per unirsi alla rivolta. Vengono integrati come mercenari nelle forze di al-Qaida.
5. L’equipaggiamento militare dei mercenari addestrati (in Arabia Saudita, Turchia, Qatar) e l’invio di armamenti per l’insurrezione dal governo statunitense che finanzia l’afflusso di armi.

Reclutamento di criminali per l’insurrezione: un processo continuo
Le evasioni verificatesi nell’estate 2013 in Libia, Pakistan e Iraq sembravano un programma coordinato con cura. Ciò che riporta il New York Times è la continuazione di un precedente programma di evasioni. Il 23 luglio 2013, le carceri di Abu Ghraib e Taji furono colpite da un’operazione condotta con cura, comportando la fuga di 500-1000 detenuti, molti dei quali reclutati dal SIIS. Gli attacchi furono effettuati dopo mesi di preparativi dallo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, formato da affiliati di al-Qaida in Siria e in Iraq. Dei 500-1000 detenuti evasi a seguito dell’attacco, “la maggior parte erano membri di al-Qaida condannati a morte“, ha detto Haqim Zamili, membro del Comitato sicurezza e difesa del parlamento. Un kamikaze guidò un’autobomba contro i cancelli del carcere alla periferia di Baghdad, mentre uomini armati attaccarono le guardie con mortai e lanciarazzi. (Russia Today, luglio 2013)
Il 26 luglio, presso il carcere di massima sicurezza a Bengasi, in Libia, si ebbe un’evasione identica a quella in Iraq: vi furono scontri all’interno del carcere, con degli incendi. Improvvisamente uomini armati accorsero verso il carcere aprendo il fuoco. Circa 1200 dei peggiori criminali della Libia fuggirono. (Peregrino Brimah,.. Obama’s Syria Endgame: New Al Qaeda “Recruits” Dispatched to Syria, Global Research, 4 Settembre 2013)
E a mezzanotte del 29-30 luglio: taliban armati con lanciarazzi e kamikaze che indossavano divise della polizia, attaccarono la maggiore prigione di Dera Ismail Khan, nella provincia del nord del Pakistan, liberando oltre 300 detenuti. Erano ben coordinati, armati di lanciagranate e liberarono i migliori militanti, alcuni degli uomini più letali dei taliban. Usarono gli altoparlanti per fare l’appello di coloro di cui avevano bisogno. Secondo un funzionario (Reuters), solo 70 delle 200 guardie in servizio erano al lavoro quella fatidica sera, suggerendo il coinvolgimento dei vertici della sicurezza governativa. (Ibid)

Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Algeria nel mirino degli Stati Uniti

Charles Francis L’Autre Afrique 13 febbraio 2014

algeria-mapDa diversi mesi gli Stati Uniti hanno classificato l’Algeria un “Paese a rischio sicurezza per i diplomatici” e posto installazioni militari con contingenti navali nel meridione della Spagna, senza nascondere le intenzioni interventiste in Africa settentrionale. Si sa inoltre che gli Stati Uniti puntano alla zona di confine tra il sud della Tunisia e l’Algeria, “segno che gli Stati Uniti sono determinati ad agire, il Pentagono ha appena occupato, nel sud della Tunisia, una base in disuso da ristrutturare per intervenire nel teatro libico, ha detto una fonte diplomatica a Tunisi” (LeFigaro, 1 febbraio 2014). Il minimo che possiamo dire, anche se si tratta per il momento d’intervenire in Libia, è che l’orco si avvicina… Minacce punitive per non aver sufficientemente sostenuto l’intervento militare francese in Mali? Una piano di destabilizzazione dell’ultimo bastione indipendente dall’influenza degli Stati Uniti? Il fatto è che dopo il Mali e lo stato di tensione in tutta la sub-regione, gli algerini hanno il diritto ad avere gravi preoccupazioni.

L’intervento militare annunciato
500 marines w otto caccia degli Stati Uniti sono stati schierati dall’estate del 2013, una sostanziale forza d’intervento militare, nella piccola città di Moron, Spagna. Se la presenza militare degli Stati Uniti su suolo spagnolo non è uno scoop, ciò che è nuovo è lo scopo specifico di tale nuovo schieramento. La confessione del governo spagnolo in merito a ciò è davvero notevole: “consentire ai militari degli Stati Uniti d’intervenire in Africa settentrionale in caso di gravi perturbazioni“. Non si può infatti essere più chiari! Oggi, mentre gli Stati Uniti hanno appena fatto la richiesta formale al governo Rajoy di aumentare l’attuale presenza di marines, chiamata “Forza di risposta alle crisi in Africa“, apprendiamo dal quotidiano spagnolo El Pais, di grandi movimenti della marina degli Stati Uniti sulle coste spagnole: “L’11 febbraio, il cacciatorpediniere USS Donald Cook arriverà con il suo equipaggio di 338 uomini nella base navale di Cadice. Una seconda nave, l’USS Ross, arriverà a giugno e altri due, USS Porter e USS Carney, nel 2015. In totale, 1100 marines con le loro famiglie, che si sistemeranno nella base di Cadice.” Alla domanda su tutte queste manovre e schieramenti militari, Gonzalo de Benito, segretario di Stato agli Esteri spagnolo ha solo commento: “Quali operazioni compiranno questi marines super-equipaggiati? Non posso dirlo perché queste forze non sono qui per operazioni specifiche, ma per per dei possibili imprevisti…
Tra minacce e gerghismi, misuriamo come il suono degli stivali dev’essere preso molto sul serio. Che siano in Italia o in Spagna, nel nord del Mali o del Niger, francesi o statunitensi, è chiaro che le basi militari aumentano intorno al Maghreb.

Innanzitutto umanitari e poi la guerra…
Tutti gli interventi esteri che presiedono, e tendono ancora, al processo di disgregazione territoriale e politico delle nazioni, in particolare dell’Africa… sono sempre stati preceduti da campagne ultra-mediatiche sul piano “umanitario”. Si conosce lo svolgersi delle operazioni: “umanitari” e ONG segnalano, di solito dove gli viene detto, una situazione drammatica per i civili, denunciando carestie attuali o future, individuando moltitudini sottoposte a genocidio (o a rischio di), inondando il pubblico con immagini shock e opinioni, infine … le grandi potenze sono “costrette” a difenderli s’intende.. intervenendo a favore del “diritto alla vita dei popoli interessati”. Come in Libia, Costa d’Avorio, Africa Centrale, Mali… disintegrando, tagliando e infine dividendo tutto. Così, dopo averlo rodato da tempo in Biafra e in Somalia, entrambi disintegrati (1), il “buon” dottore Kouchner, ministro francese di destra e di sinistra, s’inventava nell’ex-Jugoslavia, anch’essa disintegrata, la versione finale del “diritto di intervento”! Invenzione che, dopo aver dimostrato la propria efficacia nell’implosione dei Balcani, prospera nel pianeta soggetto alla globalizzazione imperiale. Dalle “armi di distruzione di massa” irachene al “sanguinario” Gheddafi in Libia, “migliore amico della Francia”, dalla Siria al Mali, dalla Costa d’Avorio all’Africa Centrale… notando che si tratta di numerose guerre condotte in suo nome nel continente, si misurano i risultati di tale politica “umanitaria”.

Nord Africa, Algeria e Tunisia chiaramente nel mirino
Non dimentichiamo che il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha recentemente classificato l’Algeria tra i Paesi “a rischio sicurezza per i diplomatici.” Inoltre, allo stesso tempo, nel Congresso degli Stati Uniti sono state discusse nuovamente modifiche alla legge antiterrorismo, con l’obiettivo dell’intervento delle forze armate, senza previa consultazione… del Nord Africa! In questo modo… le ONG umanitarie, che hanno già espresso la volontà di “chiamare in aiuto le grandi potenze” e i loro eserciti, sono da tempo all’opera in Algeria. Secondo il sindacato centrale UGTA (Unione generale dei lavoratori algerini) queste ONG operano per dividere e contrapporre le popolazioni: Nord contro Sud, arabi contro berberi, lavoratori contro disoccupati… in cima a queste ONG “umanitarie” vi sono Freedom House, Canvas, NED… i cui legami con la CIA non sono un segreto.(2) L’UGTT ne accusa così l’infiltrazione nei movimenti sociali per “ingannarli e trascinarli in violenze, cercando di creare una crisi che possa giustificare l’intervento” e ancora “mentre i giovani manifestano legittimamente per i posti di lavoro, contro la precarietà e lo sfruttamento, i leader giovanili di Canvas li sfruttano per trascinare la questione dell’occupazione nel contesto del separatismo del sud dell’Algeria, cioè laddove si trovano le grandi ricchezze in minerali, petrolio e gas. “Casualmente, si è tentati di aggiungere o meglio… come al solito”. (3)
Insicurezza e disagio sociale suscitati al di qua delle frontiere, diffusa insicurezza suscitata aldilà. Il metodo è noto. Gli Stati Uniti, che già si affidano alla destabilizzazione regionale per giustificare il dispiegamento militare nel Mediterraneo, domani non mancheranno di cogliere il pretesto dei disordini sociali o del “pericolo per i diplomatici” per intervenire direttamente. Non sarebbe legittimo, tuttavia, chiedersi della responsabilità delle grandi potenze, soprattutto degli Stati Uniti, nella proliferazione del terrorismo in questa regione dell’Africa? Non lo è, e non è l’ultimo dei paradossi che, in nome dell’insicurezza, gli Stati Uniti tramite NATO e Francia decidessero di far saltare la Libia nel 2011? Non è per la stessa ragione che l’esercito francese entrò in guerra in Mali nel 2012. Due interventi, si ricordi, lungi dal portare la pace, aggravando la  destabilizzazione, facendo del Sahel e dell’intera sub-regione una polveriera.
Queste nuove minacce degli Stati Uniti, che rientrano nella cosiddetta strategia del “domino” tanto cara alla precedente amministrazione Bush, devono essere prese molto sul serio. Visto che tanti falsi pretesti non mancano e non mancheranno, nel prossimo futuro, a motivare l’intervento militare estero. Le grandi potenze non si fermeranno, al contrario, rischiano la disintegrazione regionale e relative conseguenze letali per i popoli. Già questa è la regione che subisce l’incredibile proliferazione di armi per via dell’esplosione dello Stato libico e del continuo flusso di armi di ogni  tipo, totalmente irresponsabile, per gli estremisti islamici in Siria. Le onde d’urto di tale situazione si sono viste in Mali dove una Francia militarmente obsoleta si mostra molto (troppo) amichevole verso dei separatisti assai ben equipaggiati che spuntano in Algeria, dove si pensava che il terrorismo islamico fosse stato sradicato, e in Tunisia, dove sciamano gruppi paramilitari che pretendono di rappresentare l’Islam e dove, allo stesso tempo, il potere lascia impuniti l’omicidio degli oppositori politici.
Appare sempre più chiaro alle popolazioni colpite che tali minacce verso gli Stati sovrani hanno per obiettivo di lasciarle in nazioni indebolite dirette da ascari impotenti e divisi, incapaci di resistere alla cupidigia delle multinazionali. Ecco perché gli Stati da cui provengono le multinazionali vanno così d’accordo, nonostante i loro interessi e quel che dicono, con i peggiori islamisti, sia oggi in Sahel e Siria che in Libia ieri. In altre parole, a ognuno il suo spazio, i suoi profitti e il suo bottino. Certo, mai come oggi le “vecchie chimere” ideate dai fondatori dell’Indipendenza come il “Panafricanismo” o “l’Africa agli africani”…, gettate nella pattumiera della storia, sembrano avere tanta attualità. Ad ogni modo e qualunque siano i discorsi urgenti imposti dalla drammatica situazione nel continente, l’attualità impone che l’Algeria non si faccia dettare le proprie azioni dall’intervento militare.cnvs1. Dopo il Biafra, Bernard Kouchner spiegò che bisognava “convincere” prima l’opinione pubblica, e poi seguono le operazioni spettacolari come “sacchetti di riso per la Somalia”, “barche per il Vietnam”… i disaccordi con MSF, la sua dipartita e la creazione di Medici del Mondo.
2. UGTA, Algeri 28 giugno 2013, sul giornale del PT algerino Fraternité
3. Sul ruolo nefasto di “umanitari”, ONG e destabilizzazione delle nazioni, vedasi “Banca Mondiale e ONG destabilizzano gli Stati

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché gli statunitensi costruiscono ospedali nel sud della Tunisia?

Nebil Ben Yahmed – Tunisie Secret 12 febbraio 2014

La scelta ufficialmente dichiarata di questa zona militare non è banale. Se le motivazioni dei nostri liberatori sono umanitarie o filantropiche, dovrebbero mettere i loro ospedali a Kasserine e Sidi Buzid, le città da dove è partita la distruzione del mondo arabo.
Base-Us-TunisieLa scelta di Ramada, Fawar e Dhahiba è militarmente strategica. TS è stato il primo sito a rivelare l’esistenza di una base militare nel sud della Tunisia. Da allora, ciò è ammessa come cosa normale (video) e nessuno si offende per tale grave violazione della sovranità nazionale… mentre creano e costruiscono ospedali, il sud è passato sotto il controllo degli Stati Uniti dal gennaio 2011. Il giornale tunisino Aqir Qabar (Ultime Notizie) ha rivelato, nella sua edizione dell’11 febbraio 2014, che l’esercito statunitense e il ministero della Salute Pubblica, allora guidato dall’islamista Abdelatif Maqi, hanno firmato un protocollo per permettere agli statunitensi di costruire un pronto soccorso presso l’ospedale di Fawar, e di estendere gli ospedali di Dhahiba e Ramada. Secondo il giornale, “Un generale dell’esercito statunitense sovrintende direttamente i lavori senza che il ministero della Salute intervenga“. L’abbiamo già visto in Iraq e in Afghanistan! Interrogato da al-Sabah News, Abdelatif Maqi ha negato, ma ha dichiarato che “non è un militare, ma dei civili statunitensi che, attraverso la loro ambasciata, forniscono aiuti regolari”! Conferma pertanto le informazioni di Aqir Qabar, cambiando l’abito degli imprenditori, che non indosserebbero uniformi militari, ma giacca e cravatta!
L’ambasciata statunitense in Tunisia, assai sensibile al punto di confondersi con un agenzia stampa, ha risposto con una dichiarazione che alcuni siti tunisini hanno ripreso senza commenti. La dichiarazione afferma che “contrariamente a quanto è stato detto in questo articolo, l’assistenza fornita dalle forze statunitensi nei lavori di ampliamento degli ospedali tunisini nel sud non è un segreto. Questa partecipazione in precedenza è stata riferita ai media, con una conferenza stampa che annunciava l’aiuto degli Stati Uniti…” Confermando quindi ciò che l’ex primo ministro islamista ha cercato di negare. E’ vero che l’ambasciata degli Stati Uniti parlò l’8 febbraio 2012 del progetto “umanitario” nel sud della Tunisia. Abbiamo poi appreso che “il governo degli Stati Uniti ha stanziato 2,25 milioni dollari, pari a 3,3 milioni di dinari, per l’assistenza umanitaria al ministero della Salute Pubblica, per l’aggiornamento delle infrastrutture sanitarie nel sud della Tunisia.” Si parlava di Dhahiba e Ramada, ma non di Fawar!
Una tregua di marketing e comunicazione: attori discreti ma importanti nella “Rivoluzione dei gelsomini”, i nostri liberatori statunitensi sono nella Tunisia meridionale proprio per installarvi una base militare al fine di “proteggere” la Tunisia e la Libia, guardando all’Algeria. Logisticamente, una base militare ha sempre bisogno di strutture mediche. Per proteggersi da cosa? Dal terrorismo naturalmente! E’ chiaro che la presenza militare statunitense in Tunisia non è temporanea, ma durevole. Quando si mettono le mani sulla ricchezza libica e sul ventennale sfruttamento del gas di scisto della Tunisia, si devono prendere precauzioni per la sicurezza militare! L’accordo è stato ratificato a Parigi, due settimane fa, e una società francese ne sarà subappaltatrice. Questo accordo è irreversibile e non rinegoziabile ai sensi dell’articolo 20 della nuova costituzione tunisina. I nostri liberatori statunitensi sono davvero preparati!

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il perno mediorientale di Mosca: opportunità e rischi

Rakesh Krishnan Simha RIR 9 febbraio 2014

L’era dell’egemonia occidentale in Medio Oriente svanisce e la Russia avanza nel vuoto. Tuttavia, riandando alla sua passata esperienza nel trattare con leader la cui lealtà è nota spostarsi con la sabbia del deserto, la parola d’ordine di Mosca dovrebbe essere cautela.
putinCairo26.7.13Quarantadue anni fa il presidente egiziano Anwar Sadat diede il benservito a più di 20000 consiglieri militari sovietici, e costrinse il suo Paese a un’alleanza impopolare con gli Stati Uniti. Grosso errore. Il matrimonio US-Egitto, organizzato e celebrato a Camp David, con Israele come testimone, fu considerato un tradimento dalla maggior parte degli egiziani e portò all’assassinio dello sfortunato Sadat. Il matrimonio ora mostra tutti i segni di un rapporto teso. Guardandole come un filmato accelerato, le rivoluzioni arabe spazzano via l’egemonia occidentale in Medio Oriente, in un arco di tempo notevolmente compresso. Dopo gli armeggi diplomatici in Egitto, la sconfitta politica in Siria e la confusione in Iraq, sembra che gli Stati Uniti non abbiano lo stomaco per restarsene. Tali fattori, combinati con il boom del gas shale in Nord America diminuiscono l’interesse strategico degli Stati Uniti per il Medio Oriente. Inoltre, una sempre più potente Cina  preoccupa i militari statunitensi in Asia-Pacifico. Nella porta girevole geopolitica, se una superpotenza va via ne appare un’altra. Nel novembre 2013, dimostrando sostegno alla Siria, la Russia ha inviato le sue più potenti navi da guerra, Varjag e Pjotr Velikj, note come killer di portaerei, nel Mediterraneo. Una settimana dopo gli Stati Uniti ritiravano la portaerei USS Nimitz dal Golfo Persico, insieme al cacciatorpediniere USS Graveley dal Mar Mediterraneo. Dopo aver dato agli Stati Uniti un assaggio della diplomazia delle cannoniere, i pezzi grossi del corpo diplomatico russo si facevano avanti. Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov e il ministro della Difesa Sergej Shojgu si proiettavano in Egitto, offrendo armi  avanzate e cyber-tecnologia.

L’appello della piazza
La Russia avanzava ancora una volta in Medio Oriente. Dopo aver assistito alla difesa intransigente di Mosca della Siria, il brusio della piazza araba indica che l’equilibrio di potere svantaggia gli Stati Uniti. Il quotidiano egiziano al-Watan ha descritto la Russia come una “grande potenza militare”, aggiungendo in modo piuttosto bizzarro che le armi russe sono “più ecologiche”. Al contrario, c’è il  senso di tradimento dell’abbandono statunitense del dittatore egiziano Hosni Mubaraq, un cliente fedele agli Stati Uniti da decenni. Ciò è aggravato dal sostegno statunitense ai fondamentalisti  Fratelli musulmani. Mentre gli stretti alleati Arabia Saudita e Qatar sono atterriti dal ritiro statunitense sulla Siria, il membro della NATO Turchia è irritata perché bloccata con centinaia di terroristi ceceni che addestrava ma che, ora, non può infiltrare in Siria. La destra statunitense nota, con una punta di invidia indubbia, che il gioco di potere di Putin in Siria “ha trasformato Mosca nel nuovo centro d’influenza geopolitica regionale, la capitale mondiale in cui il Capo di Stato Maggiore generale egiziano, il capo dell’intelligence saudita, il Primo ministro israeliano e adesso l’opposizione siriana filo-USA sentono di dover visitare per concludere qualcosa“.

Perché il Medio Oriente
Il Medio Oriente esercita una forte influenza nel cortile di Mosca. La prima preoccupazione della Russia è che gli Stati Uniti utilizzino la regione come un trampolino di lancio per estendere la loro presenza in Asia Centrale. In secondo luogo, gli sceicchi carichi di petrodollari del Golfo esportano mullah ottusi in luoghi un tempo pacifici come Kirghizistan e Uzbekistan, al fine di piantare il ceppo virulento saudita del fondamentalismo wahabita. Dal punto di vista di Mosca, qualsiasi ricaduta dal Medio Oriente deve essere contenuta a livello locale. Parlando di fallout, la regione è  sull’orlo di una grande corsa agli armamenti e dell’escalation nucleare. In questo momento i sauditi gonfiano la prospettiva della bomba nucleare iraniana. Se i colloqui non riescono a convincere Teheran, possono chiedere la “bomba islamica” dal Pakistan. Non dimentichiamo che l’Arabia Saudita pagava il conto del programma nucleare clandestino del Pakistan. Poi c’è l’”Asse della Resistenza”, il termine usato da Siria e Iran, Hamas e Hezbollah per descrivere la loro alleanza. I quattro credono che solo loro hanno i ‘cojones’ per affrontare Israele. L’Asse probabilmente avrà un quinto membro presto. Con la partenza dell’ultimo soldato statunitense dall’Iraq, gli iraniani sono tenuti a intensificare l’armamento delle milizie sciite irachene, che non attendono che unirsi alla lotta. Ciò, insieme alla paura della bomba nucleare iraniana, potrebbe far schizzare l’Arabia Saudita e le altre monarchie sunnite del Golfo. La Russia sembra essere l’unico Paese con una certa influenza sul programma di armi nucleari dell’Iran. Se l’Iran ottiene il nucleare, tutte le scommesse sono chiuse in Medio Oriente.

Non è il solito affare
Si è sicuri che la regione non sia un caso chiuso. Con una popolazione giovane e in crescita, secondo il World Energy Outlook 2013, il Medio Oriente si afferma come importante centro di consumo. Dovrebbe essere il secondo maggiore consumatore di gas entro il 2020 e il terzo maggiore consumatore di petrolio entro il 2030. Ma sebbene si tratti di un mercato lucrativo, il problema è che sia anche volubile. Ad esempio, in Egitto. Gli egiziani mostrano vivo interesse per le avanzate armi russe, ma c’è la possibilità assai reale che gli egiziani usino Mosca come merce di scambio con gli Stati Uniti. Il legame tra i corrotti produttori di armi statunitensi e i generali egiziani altrettanto corrotti non è molto noto, ma è un elemento integrante del rapporto USA-Egitto. Una grossa fetta dei 1,3 miliardi di dollari di aiuti militari finiva direttamente nelle tasche dei generali. Ecco come Mubaraq e i suoi compari rimasero saldamente nel campo statunitense. Mentre l’Egitto è pronto ad assumere la leadership del mondo arabo, il Paese è ancora dominato dai militari. Se gli statunitensi aprono di nuovo il rubinetto degli aiuti, i generali potrebbero trovare gli Stati Uniti di nuovo gradevoli e trovarne le battute ancora divertenti.

La Russia non sarà faziosa
Agli occhi sovietici gli Stati arabi erano amici e il loro nemico, Israele, era per impostazione predefinita il nemico di Mosca. Per fortuna, il Cremlino non usa più quell’equazione a somma zero. La ragione di ciò non è solo che è mutata la visione del mondo della Russia, ma anche l’Aliyah, l’emigrazione ebraica. Tra il 1990 e il 2004 circa 1,4 milioni di ebrei si trasferirono da Russia e  repubbliche ex-sovietiche in Israele. Il russo è ora la terza lingua più parlata in Israele, dopo l’ebraico e l’arabo. Ciò complica il ruolo della Russia in Medio Oriente. Ad esempio, la diaspora ha un impegno attivo nel Paese di nascita, viaggiando tra la Russia e Israele. Le aziende fondate da questi ex-cittadini in Israele sono un’importante fonte di tecnologia avanzata per la Russia.

Vantaggi al limite per gli altri
Prima che l’occidente rovesciasse i regimi in Medio Oriente, le società non occidentali erano i principali operatori della regione. In Iraq, per esempio, prima della caduta del presidente Saddam Hussein, Baghdad era un posto pregiato per i dirigenti indiani. A causa del loro approccio sensato e della competenza in progetti di qualità e a basso costo, aziende come le ferrovie indiane e l’ONGC stipularono una serie di progetti ferroviari, stradali e ponti, petroliferi in Medio Oriente. L’invasione occidentale dell’Iraq e della Libia sabotò molti di questi progetti. ONGC, per esempio, fu costretta ad abbandonare le proprie concessioni in Libia, quando Muammar Gheddafi fu estromesso. Attualmente le aziende statunitensi e inglesi arraffano la maggior parte dei progetti più redditizi grazie ai governi fantoccio che hanno installato. Una spinta russa nella regione estrometterà  l’occidente, e ancora una volta ciò permetterà gare d’appalto favorevoli a Paesi come India e Cina.

Navigando nel nuovo Medio Oriente
Gli statunitensi in combutta con la Gran Bretagna hanno cercato di cambiare la mappa del Medio Oriente, fallendo in modo spettacolare. Il 23 ottobre 1983, la maggiore esplosione non nucleare mai avutasi uccise 243 marines e soldati statunitensi nelle loro baracche alla periferia di Beirut. Giorni dopo il presidente Ronald Reagan, che s’era vantato che gli Stati Uniti non si sarebbero mai ritirati dal Libano, si ritirò. Iraq e Libia sono la prova vivente che Washington e il suo compare non hanno imparato la lezione. D’altra parte, il vantaggio della Russia è che la piazza araba sa che non cerca di arraffargli le risorse e la terra come l’occidente. Le amichevoli relazioni di Mosca con i membri dell’Asse della Resistenza e la presenza di numerosi ex-cittadini russi in Israele, fanno leva su entrambi i lati della faglia arabo-israeliana. Putin ha svolto alcune mosse abili nella regione, ma ora affronta un nuovo Medio Oriente rinvigorito dal ritorno dell’Egitto. Se il presidente russo gestirà il compito apparentemente impossibile di far fare concessioni reciproche ad arabi ed israeliani, più di chiunque altro potrà cambiare il volto del Medio Oriente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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