Noam Chomsky: pennivendolo imperiale. La Libia e la fabbrica del consenso

Dan Glazebrook Ahram Novembre 2011

Ripulendo i ribelli libici e demonizzando il regime di Gheddafi, il leader intellettuale statunitense Noam Chomsky contribuisce all’invasione imperialista? In una lunga intervista con Chomsky, Dan Glazebrook se lo chiede.

noamÈ stato un colloquio difficile per me. Fu Noam Chomsky che per primo mi aprì gli occhi sulla struttura neo-coloniale del mondo e sul ruolo dei media aziendali nel mascherare e legittimare questa struttura. Chomsky ha costantemente dimostrato come, fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, i regimi militari furono imposti al Terzo Mondo dagli Stati Uniti e dai loro alleati europei, con lo scopo riconosciuto di tenere bassi i salari (e quindi alte le opportunità di investimento) con l’annientamento di comunisti, sindacalisti e chiunque altro fosse considerato una potenziale minaccia all’impero. Fu in prima linea nel svelare le menzogne e le motivazioni reali dietro l’aggressione contro l’Iraq, l’Afghanistan e la Serbia negli ultimi anni, e contro l’America Centrale e il Sud-Est asiatico prima. Ma sulla Libia, a mio parere, è stato terribile. Non fraintendetemi: ora la campagna è quasi finita, Chomsky può essere molto schietto nella sua denuncia, come spiega nell’intervista. “In questo momento, la NATO bombarda la più grande tribù della Libia“, mi dice. “Non viene sempre detto, ma se si leggono i rapporti della Croce Rossa descrivono una crisi umanitaria terribile nella città sotto attacco, con gli ospedali al collasso, senza farmaci e persone che muoiono, fuggono a piedi nel deserto per cercare di allontanarsi, e così via. Ciò accade sotto il mandato alla NATO di proteggere i civili“. Ciò che mi preoccupa è che questo era esattamente il mandato che Chomsky ha sostenuto.
Il generale statunitense Wesley Clark, comandante della NATO durante i bombardamenti della Serbia, aveva rivelato alla televisione statunitense sette anni fa che il Pentagono, nel 2001, elaborò una “lista” di sette Stati da eliminare entro cinque anni: Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran. Grazie alla resistenza irachena e afgana, il piano è in ritardo, ma chiaramente non è stato abbandonato. Dovevamo, quindi, aspettarci pienamente l’invasione della Libia. Dato il fallimento dell’ex presidente degli Stati Uniti George Bush, nell’ottenere con la prepotenza il supporto globale nella guerra all’Iraq, con l’impegno dichiarato di Obama al multilateralismo e al “soft power”, avremmo dovuto aspettarci che questa invasione venisse meticolosamente pianificata per darle una patina di legittimità. Data la crescente predilezione della CIA nell’istigare “rivoluzioni colorate” per colpire i governi che non gli piacciono, avremmo dovuto aspettarci qualcosa di simile nell’ambito dell’invasione della Libia. E data la stretta collaborazione di Obama con i Clinton, ci si sarebbe dovuti aspettare che questa invasione seguisse il modello di grande successo istituito dall’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton in Kosovo: supportare i movimenti ribelli a terra per condurre provocazioni violente contro uno Stato, per poi urlare al genocidio per la risposta dello Stato, al fine di terrorizzare l’opinione pubblica mondiale per farle supportare l’intervento. In altre parole, avremmo dovuto vedere intellettuali di spicco e ampiamente rispettati, come Chomsky, adoperarsi per pubblicizzare le rivelazioni di Clark, avvertire dell’imminente aggressione e attirare l’attenzione sulla natura razzista e settaria dei “movimenti ribelli” che i governi di Stati Uniti e Gran Bretagna hanno tradizionalmente impiegato per rovesciare governi non conformi. Chomsky non ha certo bisogno di ricordare le atrocità sgangherate dell’Esercito di liberazione del Kosovo, dei Contras del Nicaragua, o dell’Alleanza del Nord afghana. Anzi, fu lui che allertò il mondo su molti di essi. Ma Chomsky non si è adoperato per chiarire questi punti.
Invece, in un’intervista con la BBC, a un mese dall’inizio della ribellione e, soprattutto, appena quattro giorni prima del voto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite della risoluzione 1973 e l’inizio della guerra lampo della NATO, ha preferito definire la ribellione “meravigliosa”. Altrove, l’occupazione della città orientale di Bengasi da parte di bande razziste, come “liberazione”, e la ribellione come “inizialmente non violenta”. In un’intervista con la BBC, aveva anche affermato che “la Libia è l’unico posto [in Nord Africa], dove c’è stata una reazione molto violenta dello Stato nel reprimere le rivolte popolari“, una rivendicazione così lontana dalla verità che è difficile sapere da dove iniziare. L’ex presidente egiziano Hosni Mubaraq, attualmente è sotto processo per l’uccisione di 850 manifestanti, mentre secondo Amnesty International, solo 110 morti possono essere confermati a Bengasi prima dell’avvio delle operazioni della NATO, compresi i filo-governativi uccisi dalle milizie ribelli. Ciò che rende davvero eccezionale la Libia nella Primavera araba del Nord Africa, è che sia l’unico Paese in cui la ribellione era armata, violenta e apertamente volta a facilitare l’invasione straniera. Ora che Amnesty ha confermato che i ribelli libici hanno compiuto violenze fin dall’inizio, torturando e giustiziando in massa libici neri e migranti africani fin da allora, ho iniziato l’intervista chiedendo a Chomsky se oggi si rammarica per il suo sostegno verso di loro. Lui alza le spalle. “No. Sono sicuro che Amnesty International ha ragione. Vi erano elementi armati tra di loro, ma noto che non ha detto che la ribellione fosse armata, infatti, la grande maggioranza è formata probabilmente da persone come noi [sic], oppositori borghesi di Gheddafi. Era quasi una rivolta senza armi. Si è trasformata in una rivolta violenta, e gli omicidi che vengono descritti in effetti avvengono, ma non è cominciata così. Appena è diventata una guerra civile, è successo.” Tuttavia, in realtà è iniziata proprio così.
Il vero volto dei ribelli è apparso il secondo giorno della ribellione, il 18 febbraio, quando furono arrestati e giustiziati 50 lavoratori migranti africani nella città di Bayda. Una settimana dopo, un testimone oculare terrorizzato disse alla BBC di altri 70 o 80 lavoratori migranti fatti a pezzi davanti ai suoi occhi, dalle forze ribelli. Questi incidenti, e molti altri simili, chiarirono il carattere razzista delle milizie ribelli ben prima dell’intervista della BBC a Chomsky, il 15 marzo. Ma Chomsky lo rifiuta. “Queste cose non erano assolutamente chiare, e non sono state segnalate. E anche dopo, quando sono state segnalate, non si parlava della rivolta. Si parlava di  elementi interni ad essa.” Questo può essere il modo con cui Chomsky la vede, ma entrambi gli incidenti sono stati seguiti dai principali media come BBC, National Public Radio e il quotidiano britannico The Guardian, finora. Certo, erano nascosti dopo pagine e pagine di bile anti-Gheddafi e giustificate con il solito pretesto che i migranti sono “mercenari sospetti”, ma la competenza di Chomsky nell’analisi dei media avrebbe dovuto scorgerne il senso. Inoltre, l’espulsione il mese scorso di tutta la popolazione della città libica a maggioranza nera di Tawarga, da parte delle milizie di Misurata dai nomi come “brigata per l’eliminazione dei neri“, ebbe recentemente la benedizione ufficiale del presidente Mahmoud Jibril del Consiglio Nazionale di Transizione libico (CNT). Presentando questi crimini razziali come una sorta di elemento insignificante, sembra farlo volutamente in malafede. Ma Chomsky continua ad attenersi alle sue sparate. “Parli di ciò che è accaduto dopo la guerra civile e l’intervento della NATO cui sono contrario. Due punti, lo ripeto. Prima di tutto, non si sapeva, e in secondo luogo fu un aspetto secondario della rivolta. La rivolta è opera della stragrande maggioranza della classe media, dell’opposizione non violenta. Ora sappiamo che c’erano elementi armati diventati rapidamente prominenti dopo l’inizio della guerra civile. Ma non sarebbe accaduto se questo secondo intervento non avesse avuto luogo, e forse le cose non sarebbero andate in questo modo.”
Chomsky divide l’intervento della NATO in due parti. L’intervento iniziale, autorizzato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per impedire un massacro a Bengasi, che sostiene che fosse legittimo. Ma il “secondo” intervento, in cui il triumvirato Stati Uniti, Gran Bretagna e  Francia ha agito come forza aerea delle milizie di Misurata e Bengasi nell’occupazione del resto del Paese, era sbagliato e illegale. “Dobbiamo ricordare che vi sono stati due interventi, non uno, della NATO. Uno è durato circa cinque minuti. Si basava sulla risoluzione 1973 del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che prevedeva una no-fly zone su Bengasi quando v’era la minaccia di un grave massacro, insieme a un mandato a lungo termine per proteggere i civili. Durò pochissimo [come] quasi subito, non la NATO, ma le tre tradizionali potenze imperiali Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti eseguirono il secondo intervento che non aveva niente a che fare con la protezione dei civili e di certo non era una no-fly zone, ma piuttosto il sostegno alla rivolta dei ribelli cui assistiamo”. “Fu quasi isolata internazionalmente. I Paesi africani sono fortemente contrari. Hanno chiesto negoziati e diplomazia fin dall’inizio. I principali Paesi indipendenti, i BRICS, si sono anch’essi opposti al secondo intervento chiedendo negoziati e diplomazia. Anche nell’ambio della partecipazione limitata della NATO, al di fuori del triumvirato, nel mondo arabo, non c’era quasi niente: il Qatar ha inviato un paio di aerei e l’Egitto, vicino e pesantemente armato, non ha fatto nulla”. “La Turchia ha atteso per un bel po’ e, infine, ha partecipato debolmente nell’operazione del triumvirato. Quindi è un’operazione molto isolata. Si è sostenuto che è stata effettuata su richiesta della Lega Araba, ma è una menzogna. Prima di tutto, la richiesta della Lega araba era estremamente limitata e solo una minoranza vi ha partecipato, solo l’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo hanno in realtà anche richiesto due no-fly zone. Una sulla Libia e l’altra a Gaza. Non possiamo parlare di quello che è successo al secondo.”
Nella sostanza siamo d’accordo. La mia tesi, però, è che fu dolorosamente chiaro da subito che la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza era una foglia di fico del triumvirato proprio per quel “secondo intervento” che Chomsky denigra. “Non era chiaro, neanche per cinque minuti, che le potenze imperiale avrebbero accettato la risoluzione. Divenne chiaro un paio di giorni dopo, quando iniziarono i bombardamenti a sostegno dei ribelli. E non doveva accadere. E avrebbe potuto essere che l’opinione mondiale, la maggior parte di esso, BRICS, Africa, Turchia e così via, avrebbe prevalso“. Sembra bizzarro e ingenuo per un uomo dalla visione di Chomsky fingere sorpresa riguardo alle potenze imperiali che utilizzano la risoluzione 1973 dell’ONU per i propri scopi, al fine di far cadere uno dei governi sulla loro lista nera. Che altro avrebbero utilizzato? E’ anche esasperante: se fosse stato qualcun altro a parlare, gli avrei detto loro di leggere Chomsky. Chomsky avrebbe detto che le potenze imperiali non agiscono umanitariamente, ma per impulsi totalitari e per difendere ed estendere il loro dominio sul mondo e le sue risorse. Gli avrebbe anche detto, avrei pensato, di non aspettarsi che quelle potenze attuassero misure volte a salvare i civili, perché ne avrebbero solo approfittato facendo il contrario. Tuttavia, in questa occasione Chomsky sembrava seguire una logica diversa. Chomsky non accetta che la sua ripulitura dei ribelli e la demonizzazione di Gheddafi, nei giorni e nelle settimane prima dell’invasione, possa aver contribuito a facilitarla? “Certo che non ho ripulito i ribelli. Non ho detto quasi nulla di loro.”
L’intervista originale ebbe luogo prima di tutto ciò, quando doveva essere presa la decisione di presentare alle Nazioni Unite la risoluzione per chiedere la no-fly zone, e tra l’altro dissi che dopo che fosse passata, pensavo che sarebbe stata usata per questo scopo, e ancora oggi lo dico.
Eppure, anche dopo che l’aggressione inglese, francese e statunitense alla Libia era evidente, Chomsky scrisse un altro articolo sulla Libia, il 5 aprile. In quel periodo migliaia, se non decine di migliaia di libici erano stati uccisi dalle bombe della NATO. Questa volta il pezzo di Chomsky  criticava apertamente i governi britannico e statunitense, ma non per la loro guerra, ma per il loro presunto sostegno a Gheddafi “e ai suoi crimini“. Questo non alimentava la demonizzazione che giustificava e perpetuava l’aggressione della NATO? “Prima di tutto, non accetto la tua descrizione non la chiamerei aggressione della NATO, è stata più complessa. Il passo iniziale, il primo intervento di cinque minuti, credo fosse giustificabile. C’era una possibilità, significativa, di un gravissimo massacro a Bengasi di cui Gheddafi ha un orribile record, e che dovrebbe essere noto, ma a quel punto credo che la reazione corretta avrebbe dovuto essere raccontare la verità su quello che accadeva.” Non posso che chiedermi perché la responsabilità di “dire la verità su quello che succede” valga solo per la Libia. Non dovremmo anche dire la verità su quello che accade in occidente? Della sua inestinguibile sete di decrescenti riserve di gas e petrolio, per esempio, o della sua paura di un’Africa indipendente, o della sua lunga esperienza nel sostenere e armare gangster brutali contro i governi che vuole abbattere? Chomsky ha abbastanza familiarità di tali esempi. Non dovremmo dire la verità sulla crisi che attualmente avvolge il sistema economico occidentale e che porta le sue élite sempre più a fare affidamento sui guerrafondai per mantenere il proprio fatiscente predominio? Non è tutto ciò, in realtà molto più pertinente sulla guerra alla Libia che raccontare i presunti crimini di Gheddafi di 20 anni fa?
Chomsky ha affrontato l’accademico e attivista statunitense James Petras, nel 2003, per la sua condanna dell’arresto a Cuba di diverse decine di agenti statunitensi e l’esecuzione di tre dirottatori. Petras avevano sostenuto poi che “gli intellettuali hanno la responsabilità di distinguere tra le misure difensive adottate da Paesi e popoli sotto attacco imperiale e le modalità offensive delle potenze imperialiste impiegate nella conquista. È il culmine dell’arroganza e dell’ipocrisia adottare un’equivalenza morale tra la la violenza e la repressione dei Paesi imperialisti nella conquista e quelle dei Paesi del Terzo Mondo sotto attacco militare e terroristico“. In questa occasione, Chomsky ha fatto di peggio. Lungi dall’adottare equivalenze morali, ha semplicemente cancellato i crimini degli alleati libici della NATO, mentre amplificava e distorceva le misure difensive adottate dal governo della Libia nell’affrontare una ribellione armata e appoggiata dagli USA. Ricordai a Chomsky il suo commento di qualche anno prima, secondo cui la Libia veniva pestata dai politici statunitensi per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi interni. “Sì, è vero, ma questo non vuol dire che non sia stato bello.” Ora lo è molto meno.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il cervello della ‘Primavera araba': come venne sovvertita la Libia

La primavera araba: i cyber-collaborazionisti senza cervello dei vecchi cacicchi venduti
Ali al-Haj Tahar, Le Soir d’Algerie, 14 maggio 2013 – Tunisie-Secret.com

“Nella primavera araba, freddamente eseguita, anche giovani senza cervello che hanno scambiato per Che Guevara o Gandhi degli agenti al soldo degli USA, hanno svolto un ruolo importante”, ha scritto l’intellettuale algerino Ali al-Haj Tahar su Le Soir d’Algerie. Secondo lui, si tratta di colpi di Stato “fabbricati nell’ombra, molto discretamente in Egitto, ma in modo assai chiaro in Tunisia. Non per niente ministri e funzionari tunisini sono passati dal regime di Ben Ali al regime post-Ben Ali!” Ali al-Haj Tahar è scrittore, poeta e giornalista.

arab-spring-mapNella primavera araba, questa operazione sofisticata a lungo premeditata, pianificata con pazienza, freddamente e spietatamente eseguita, ha coinvolto giovani senza cervello che hanno scambiato per Che Guevara o Gandhi degli agenti al soldo degli USA, che vi hanno svolto un ruolo prezioso. Tra loro vi erano elementi interni al sistema vigente, vecchi militari, ministri e funzionari, così come esponenti dell’opposizione di tutti i colori e, infine, giovani traditori o collaborazionisti definiti  cyber-dissidenti, per riassumere. Tra tutti questi agenti molti erano elementi che vivevano all’estero, in possesso della doppia nazionalità, tra cui quelle statunitense e francese oltre alla nazionalità di origine. Ricordiamo che in Afghanistan, gli Stati Uniti hanno messo al potere Hamid Karzai e in Iraq Ibrahim al-Jaafari, Ahmed Chalabi e Ayad Allawi. Incaricati di far scendere i manifestanti in piazza, costoro apparvero sui social network come Facebook usandoli per creare una crisi e, soprattutto, per gettare polvere sugli occhi: i colpi di Stato furono eseguiti nell’ombra, con molta discrezione in Egitto, ma in modo assai chiaro in Tunisia. Non per niente ministri e funzionari tunisini sono passati dal regime di Ben Ali al regime post-Ben Ali!
I casi del vecchio cacicco Beji Caid al-Sebsi e del generale Ammar sono istruttivi, come vedremo nel prossimo studio. Molte personalità che hanno vissuto negli Stati Uniti o avevano dei legami comprovati con i loro servizi di intelligence, sono tra gli attuali leader della primavera araba. In Libia c’è Mohammad al-Magharyef, l’attuale presidente dell’Assemblea nazionale libica, un cittadino degli Stati Uniti e dipendente della CIA sin dal 1980. Khalifa Hifter, attuale capo dell’esercito ed ex colonnello dell’esercito libico di Gheddafi, ha vissuto per 15 anni negli Stati Uniti, vicino alla sede della CIA, dopo aver disertato e diretto un esercito di “contras” oppositori di Gheddafi basato in Ciad fino al 2000, composto da mercenari che hanno commesso assassini e sabotaggi in Libia. Il 19 marzo 2011 tornò segretamente a Bengasi, dove fu responsabile di “una certa coerenza tattica delle truppe ribelli sul campo.” Una delle menti del colpo di Stato contro Gheddafi, Nuri Mesmari, ex capo del protocollo del leader libico, disertò e fuggì a Parigi il 20 ottobre 2010 consegnando alla Francia i dati sulla sicurezza e militari per consentire la preparazione delle operazioni contro Gheddafi. Rendendosi conto della cospirazione, Gheddafi aveva arrestato il suo complice, il colonnello dell’aviazione Gehani, referente segreto dei francesi dal 18 novembre 2010. Il 23 dicembre, altri personaggi libici disertarono a Parigi: tra cui Fajr Sharrant, Fathi Buqris e Alunis Mansuri. Dopo il 17 febbraio, saranno proprio loro, assieme ad al-Haji, che guideranno la rivolta di Bengasi contro l’esercito libico unendosi al CNT.
In un video, Special Investigation di Canal+, l’uomo d’affari Ziad Takieddine, lo stesso che ha accusato Sarkozy di essere stato finanziato da Gheddafi durante la sua campagna elettorale, ha fatto rivelazioni importanti. Takieddine è soprattutto il boss della North Global Oil and Gas Company, una società associata alla Total presso un giacimento di petrolio in Libia (NC7), prima di consegnare alla compagnia petrolifera francese il 100% dei suoi diritti di sfruttamento per un importo di 140 milioni di dollari. Già azionista della Total (2%) e suo associato in Iran, il Qatar voleva la sua parte in Libia: riuscendo a riscattare una parte dei diritti di sfruttamento della Total del giacimento libico NC7, senza che Gheddafi ne fosse informato. Infuriato da ciò, il leader libico  minacciò di rompere ogni accordo con la Total. Ciò gli valse l’ira congiunta dell’emiro Hamad e di Sarkozy. Nel novembre 2010, la Francia e la Gran Bretagna si accordarono per condurre  le esercitazioni militari congiunte dal nome in codice “Southern Mistral 11“: il sito dell’aviazione francese annunciò che l’operazione sarebbe stata avviata tra il 21 e il 25 marzo 2011 e che il suo scopo era abbattere un dittatore che voleva mettere al potere suo figlio come proprio sostituto! Lo scenario di “Southern Mistral 11” si svolge a Southland (terra del sud ), “contro una dittatura responsabile degli attacchi contro gli interessi francesi“. Questa esercitazione militare pianificata in tre mesi, invece dei soliti sei, stranamente ricordava l’operazione Desert Storm contro l’Iraq (gennaio 1991), ci informa lo scrittore Gilles Munier.

Islamisti ed oppositori che vivono all’estero
Mahmoud Jibril si dimise dalla carica di ministro della Pianificazione e direttore della Development Authority (il numero due del presidenza del governo di Gheddafi) alla fine del 2010, prima di entrare nel CNT il 23 marzo 2011. Casualmente, Mahmoud Jibril aveva precedentemente vissuto per molti anni negli Stati Uniti e lavorato per al-Jazeera in Qatar… Il libico Mahmoud Shamman, futuro ministro dell’Informazione del CNT, è stato membro del Consiglio di al-Jazeera in Qatar. Abdel-Jalil, l’ex ministro della Giustizia, che sembrava fare di tutto per mettere nei guai Gheddafi, in particolare nel caso delle infermiere bulgare, si dimise nel gennaio 2011 non senza aver ottenuto il rilascio di più di 400 terroristi del LIFG che guidarono l’insurrezione armata che abbatterà  Gheddafi, ma non senza l’aiuto della NATO e di 5.000 soldati inviati dal Qatar di rinforzo. Ali al-Sawi, che fu ministro del Commercio e dell’Economia, poi ambasciatore in India, si dimise e si unì all’opposizione. Abdel Hafiz Ghoga, che sarà vicepresidente del CNT, avrà un ruolo importante contro Gheddafi.
In Tunisia, l’attuale presidente Marzuqi e il leader del primo partito tunisino, l'”islamista” Ghannuchi, hanno vissuto a lungo all’estero. L’attuale ministro degli Esteri Rafiq Abdessalem (genero di Rashid Ghannuchi), è stato direttore del dipartimento di studi di al-Jazeera, in Qatar. Non vi è dubbio che al-Jazeera sia collegata direttamente con la primavera araba che ha sostenuto. L’enorme manipolazione di massa è partita da al-Jazeera, cioè una copertura di Hamad e quindi della CIA che ha fatto della televisione un nido di “rivoluzionari” infiltrati da agenti statunitensi e israeliani. Peggio ancora, in Tunisia i principali leader dell’opposizione (Boshra Belhadj Yahia, Mustapha ben Jaafar, Ahmed Najib Shebbi) furono accuratamente ignorati dalla “rivoluzione” che installava al potere oppositori che hanno vissuto gran parte della loro vita all’estero: Rashid Ghannuchi e Moncef Marzuqi, l’attuale presidente della Tunisia. Marzuqi, capo della Lega tunisina per i diritti umani, era promossa dalla Federazione Internazionale per i Diritti Umani (FIDH), organizzazione finanziata dal NED e dalla Open Society del sionista George Soros.
Ghassan Hitto, presidente dell’opposizione siriana che ha vissuto 25 anni negli Stati Uniti, più di metà della propria vita, come Osama al-Qadi, dirigeva a Washington il Centro siriano per gli studi politici e strategici, una copertura legata al Pentagono e alla CIA. Inoltre, il Consiglio nazionale siriano (CNS) è composto essenzialmente da oppositori all’estero che, del resto, sono per lo più “islamisti”. Il primo presidente del CNS è stato Burhan Ghalyun, consigliere politico di Abassi Madani, ha vissuto per la maggior parte della propria vita in Francia come insegnante di sociologia, ma non è mai stato considerato un oppositore del regime siriano fin quando dovette essere lanciata la “primavera” in Siria: una rete in sonno serve un giorno o l’altro! Infatti oggi, tutti sanno che i componenti del CNS, anche chiamato “opposizione d’Istanbul” e “opposizione di Doha”, furono nominati da Hillary Clinton in queste due città. Inoltre, tutti i leader dell’opposizione della primavera araba fecero promesse a Israele. Infatti, Bassma Kodmani, membro del CNS, che aveva partecipato alla conferenza Bilderberg del 2012, dove il cambio di regime in Siria era all’ordine del giorno, aveva invocato relazioni amichevoli tra la Siria e Israele durante un talk-show francese, anche arrivando a dichiarare: “Abbiamo bisogno d’Israele nella regione.” Un altro membro del CNS, Ammar Abdulhamid, dichiarò il suo sostegno a relazioni amichevoli tra Israele e Siria, in un’intervista con il quotidiano israeliano Ynetnews, mentre trapelò una conversazione telefonica tra Radwan Ziyad del CNS e Mohammad Abdallah in cui volevano chiedere maggiore supporto dal ministro della Difesa israeliano Ehud Barak. Al di fuori del CNS, Ribal al-Assad e l’ex vicepresidente in esilio Rifaat al-Assad, dissero che la Siria voleva fare pace con Israele. Nofal al-Dawalibi, a sua volta disse in un’intervista a Radio Israele che il popolo siriano voleva la pace con Israele.

Revolution 2.0” per vecchi cacicchi
Per quanto riguarda la Libia, secondo il quotidiano israeliano Yediot Aharonot, venne firmato un accordo nel 2011 tra il Consiglio nazionale di transizione (CNT) e Tel Aviv per l’installazione di una base militare nelle montagne verdi della Libia, se i ribelli arrivavano al potere. Il documento recante l’intestazione “Israel Defense Forces”, rileva inoltre che in cambio Israele si impegna a fare incrementare gli attacchi aerei della NATO contro le forze del governo libico e di ottenere l’adesione dei Paesi arabi la causa del CNT. Ciò non suggerisce che elementi delle forze speciali israeliane abbiano dato una mano alla “rivoluzione” libica? Perché la “primavera” siriana arriva per ultima? Solo perché i pianificatori sapevano che per sconfiggerla era necessario che tutti i Paesi “rivoluzionari”, le loro armi, i loro mercenari e terroristi e persino di battaglioni di giovani jihadisti tunisini, di cui una dozzina avrebbe offerto i propri servigi, svolgessero il ruolo di coniglietti dei GI che combatterono in Vietnam.
Collaborazionisti arabi di tutte le età hanno beneficiato dell’addestramento, degli aiuti e delle sovvenzioni delle organizzazioni statunitensi che operano per conto della Casa Bianca, del Dipartimento di Stato e della CIA, essendo negli Stati Uniti sottili le frontiere tra organizzazioni civili e organizzazioni militari, dato che il patriottismo statunitense non ha limiti nel suo impegno.  Innumerevoli organizzazioni lavorano per la promozione dell’ideologia statunitense, anzi per  l’egemonia del Paese sul mondo. Freedom House ha anche svolto un ruolo importante nella primavera araba, questa fiera dei manipolati. Nel 2009 Freedom House pubblicò la “Mappa della Libertà” di ogni continente, differenziando i Paesi secondo il grado di democrazia assegnatogli da essa. La mappa diceva che l’unico Paese completamente libero nel Maghreb-Medio Oriente… era Israele. Cinque Paesi erano “parzialmente liberi”: Marocco, Giordania, Libano, Yemen, Bahrain. Tutti gli altri Paesi della regione erano considerati “non liberi”. E’ per questo motivo che le ONG come l’International Crisis Group di George Soros, cercano di portarli alla libertà sostenendone i traditori. Ciò non esclude che la Freedom House finanzi un gruppo di protesta in Marocco, il Movimento del 20 Febbraio!
Le ONG statunitensi hanno anche addestrato i giovani del Bahrein che iniziarono la loro Primavera araba. Non si sa se qualcuno di loro sia sciita, ma la Casa Bianca ha ordinato all’Arabia Saudita di aiutare il governo in carica a sedare la ribellione, che attualmente sembra essere composta da sciiti che chiedono diritti legittimi: scarsamente rappresentati nelle istituzioni del Paese, gli sciiti del Bahrein si scontrano negli ultimi due anni contro l’esercito e le forze dell’ordine sauditi inviati di rinforzo. Bahrain, che vuole finirla con gli sciiti, ha anche distrutto diverse moschee della comunità musulmana ora considerata il nemico numero uno dal wahhabismo internazionale. Accusati di adorare Ali al posto di Allah e di non riconoscere Muhammad (QSSL) come profeta, gli sciiti sono oggetto di molte altre perverse deviazioni diffuse dalla propaganda saudita.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dalla “primaverizzazione” degli arabi all’Innocenza dei musulmani

Ahmed Bensaada, Global Research, 11 ottobre 2012

404619Le scienze sperimentali esplorano le proprietà di un materiale spesso sottoponendone un campione a un certo segnale. L’analisi della risposta del campione al segnale determina le caratteristiche del materiale, spesso nascoste. Per quanto sorprendente possa sembrare, è lo stesso nelle discipline umanistiche. A questo proposito, le risposte politiche e sociali suscitate dalla pizza islamofoba intitolata “L’innocenza dei musulmani” sono istruttive in più di un modo. Infatti, anche se di qualità molto scarsa, il “segnale d’interferenza” ha contribuito a portare alla luce alcune interessanti informazioni sui paesi democratizzatori e i paesi arabi “democratizzati”, in grazia alla recente primavera.
In primo luogo, a modo di prefazione, si noti che è inaccettabile che una persona, a prescindere delle sue azioni o appartenenze ideologiche, sia gettata alla folla, torturata in luogo pubblico o linciata da folle isteriche. Inoltre, si noti che non vi è niente di più degradante che gioire per la morte di un essere umano, deliziarsi delle sordide scene di tortura o godere svilendo, insultando o deridendo un corpo. Solo la giustizia deve essere invocata ed applicata in conformità con le leggi e i trattati internazionali.

Tortura, omicidio e comportamentismo
L’aria triste esibita sinceramente da Clinton dopo l’esecuzione abominevole del suo ambasciatore in Libia, è in netto contrasto con la sua impudente (e sincera) risatina di gioia alla notizia del terrificante linciaggio di Gheddafi. Lasciandosi anche andare ad una efferata tirata indecente “Siamo venuti, abbiamo visto, è morto” riferendosi più al film “Gostbusters” [1], che al famoso Giulio Cesare [2].
Inoltre, a differenza di quelle del diplomatico statunitense, le immagini odiose della vecchia “guida” libica, massacrata ed esposta come un trofeo di caccia al fianco di suo figlio, sono rimbalzate sui titoli dei giornali, del web e della televisione di tutto il Mondo. Due vili eventi simili, ma due trattamenti mediatici contrastanti. D’altra parte, vale la pena ricordare che l’esposizione dei cadaveri di due membri della famiglia Gheddafi non solo è in totale contrasto con le regole basilari della giustizia, ma anche con i principi fondamentali della religione islamica e il rispetto della dignità umana. In termini di giustizia, coloro che hanno torturato e brutalmente assassinato Gheddafi possono essere identificati, perché appaiono apertamente nei video pubblicati su Youtube, e alcuni di loro si sono addirittura vantati delle loro azioni.
Tuttavia, nessuno di loro è stato disturbato da una qualsiasi giurisdizione e ciò non ha offeso nessuno, né in Libia, né in occidente o altrove. Un’altra visione dell’esecuzione di Gheddafi è stata rivelato dall’ex primo ministro libico Mahmoud Jibril. Quest’ultimo ha detto a Dream TV (Egitto) come l’autore dell’omicidio “sia stato un agente straniero che era nelle brigate rivoluzionarie”. Secondo il quotidiano italiano Corriere della Sera, si tratterebbe probabilmente di un agente francese [3], implicando la Francia direttamente nell’assassinio di Gheddafi, oltre agli aiuti militari di quel paese agli stessi insorti che hanno torturato l’ex leader libico.
Nel caso del diplomatico statunitense, la condanna internazionale è stata unanime, cosa abbastanza naturale e di buon senso, in contrasto con l’atteggiamento adottato dalla “comunità internazionale” verso Gheddafi e la sua fine orribile. Inoltre, l’ira degli Stati Uniti è stata sentita dalle autorità libiche, accorse a trovare i colpevoli [4] e a rendere omaggio pubblico all’ambasciatore degli Stati Uniti, alla fine di una cerimonia. [5] Ma al di là di questo macabro confronto sul diverso trattamento di queste due persone brutalmente assassinate, ciò che richiama l’attenzione, in questo caso, è più profondo. In primo luogo, la reazione della piazza verso il video anti-Islam è estremamente virulento, nella maggior parte dei paesi arabi “primaverizzati” rispetto a quelli che non lo sono. In secondo luogo, i classici virulenti slogan anti-americani sono ricomparsi nei paesi arabi “democratizzati”, laddove erano già completamente scomparsi all’inizio della “primavera” araba.

Libia
Questa improvvisa inversione di tendenza nei paesi, “molto grati” verso coloro che li hanno “democratizzati”, ha sorpreso molti, in particolare la segretaria di Stato Hillary Clinton che, come sappiamo, era ampiamente coinvolta in questo compito [6]. “Molti americani si chiedono oggi, e mi sono chiesta, come questo possa accadere. Come questo sia accaduto in un paese che abbiamo aiutato a liberare, in una città che abbiamo aiutato a sfuggire alla distruzione?” Ha detto, parlando della Libia. [7] Ciò l’ha portata a chiedere, specificatamente alle “nazioni della primavera araba“, di proteggere le ambasciate degli Stati Uniti e a por fine alle violenze. [8]
Si è lontani dalle dichiarazioni incandescenti del senatore McCain, che visitando Bengasi nell’aprile 2011, aveva espresso la sua opinione sui ribelli libici: “Ho incontrato questi combattenti coraggiosi, non sono di al-Qaida. Al contrario: sono patrioti libici che vogliono liberare la loro nazione. Dobbiamo aiutarli a farlo“. [9] Ancor più lontana la posizione di Bernard-Henri Lévy (BHL), avvocato supremo “della causa della Libia”, che a Natalie Nougayrède ha detto: “Non importa, a mio avviso, il passato “gheddafista” di alcuni membri del CNT, i riferimenti alla “sharia” o la presenza tra i ribelli di ex sostenitori di al-Qaida”. Nonostante le preoccupazioni, nulla ha dissuaso il filosofo, il grande distruttore dell'”islamo-fascismo” ad erigere in blocco gli insorti a combattenti per la libertà”. [10]
In realtà, e anche se lo dicono McCain e BHL, era noto che gli ex membri di al-Qaida non solo erano attivi nella ribellione libica, ma ne erano al comando. [11] Alcuni di loro erano membri influenti del Gruppo combattente islamico (ICG) libico, quando nel 2007, lo stesso Ayman al-Zawahiri (n° 2 di al-Qaida) aveva chiamato i libici a rivoltarsi contro, cito, “Gheddafi, gli Stati Uniti e gli infedeli”. [12] Forse c’è una risposta alla domanda di Clinton.

Tunisia
Anche in Tunisia, la reazione della strada è stata violenta. Nessun diplomatico straniero è stato ucciso, ma dei manifestanti tunisini hanno perso la vita e degli interessi statunitensi sono stati saccheggiati a Tunisi. Come in Libia, l’ira del governo degli Stati Uniti si è sentita e la risposta delle autorità tunisine non si è fatta attendere. Moncef Marzouki, presidente tunisino, ha denunciato l’attacco contro l’ambasciata degli Stati Uniti a Tunisi, vedendovi un atto “inaccettabile” nei confronti di un “paese amico”. In un colloquio con la segretaria di Stato degli USA, ha affermato che “Non confonderemo oggi quest’uomo (il regista del film, ndr) e l’amministrazione e il popolo americani (…)”[13].
Il Primo Ministro tunisino, Hamadi Jebali, a sua volta ha promesso di arrestare tutti i salafiti coinvolti nelle vicende dell’ambasciata statunitense. “Abbiamo le prove, abbiamo la legittimità e il rispetto, che useremo per imporre l’ordine”, si affrettava a sottolineare [14]. In una dichiarazione ad al-Hayat di Londra, il presidente del partito al-Nahda, Rashid Ghannouchi, nel frattempo aveva detto che gli attacchi contro le ambasciate degli Stati Uniti nei paesi arabi avevano lo scopo di rompere il dialogo tra gli Stati Uniti e gli islamisti. [15]
E’ interessante notare la forza e l’unanimità delle posizioni assunte dalle più alte personalità politiche della “nuova” Tunisia contro i salafiti, in netto contrasto con la clemenza relativa, con cui sono state trattate queste persone nei molti casi di violenze che hanno segnato la vita socio-politica della Tunisia dalla caduta di Ben Ali. Questo è ciò che è stato detto nell’editoriale di Ghorbal Abdellatif: “Da un lato [Ghannouchi] ha incoraggiato i suoi “figli” (con la sua compiacenza, le sue parole e il suo silenzio) ad aggredire donne non velate, artisti, giornalisti, docenti universitari, intellettuali, teologi, o altri, esortando i predicatori di odio, che non hanno nulla da invidiare ai loro omologhi occidentali islamofobi, e impedendo con tutti i suoi mezzi di adottare sanzioni nei confronti dei suoi seguaci salafiti. Quando il pompiere è un piromane, è normale e prevedibile che la nazione bruci“. [16]

Egitto
In Egitto, la violenza ha ricordato i giorni peggiori di piazza Tahrir. La zona intorno l’ambasciata statunitense a Cairo ha visto scontri tra manifestanti e le forze di sicurezza che avevano bloccato l’accesso all’edificio con blocchi di cemento. Come in altri paesi, i salafiti sono stati ritenuti responsabili delle violenze. Da parte sua, la televisione ha mostrato i volti di persone arrestate con l’accusa di essere teppisti al soldo di non si sa quale potere occulto. Il presidente egiziano Mohamed Morsi, degli influenti Fratelli Musulmani, ha inizialmente sostenuto le proteste pacifiche contro il video anti-islamico, prima di cambiare idea quando le proteste si sono scatenate per le strade di Cairo. Ha poi condannato con forza gli attacchi brutali contro l’ambasciata statunitense a Cairo. [17] In una conversazione telefonica con il presidente statunitense, Mohamed Morsi  ha detto, “ho dovuto prendere provvedimenti legali contro tutti coloro che vogliono danneggiare le relazioni tra i popoli, specialmente tra il popolo egiziano e gli Stati Uniti“[18].
Come si può vedere, questa dichiarazione del presidente Morsi assomiglia stranamente quella di Rashid Ghannouchi. Da parte loro, i Fratelli musulmani avevano inizialmente indetto manifestazioni pacifiche in tutto l’Egitto, il 14 settembre 2012, dopo la preghiera del venerdì, per denunciare il video anti-Islam. Il giorno prima, Khairat al-Chater, numero due ed eminenza grigia della confraternita è stato accusato dal portavoce dell’ambasciata degli Stati Uniti a Cairo, di doppio gioco; in uno scambio di sottigliezze su tweeter, il diplomatico ha sottolineato che l’islamista sosteneva la riappacificazione nei suoi micromessagi in inglese, ma chiamava a manifestare in quelli scritti in arabo. [19]
Un duro colpo per Khairat al-Chater, che avrebbe dovuto essere il primo “reale” presidente civile d’Egitto. L’appello a protestare pacificamente è stato poi cancellato dalla fratellanza. Un secondo colpo per coloro che si definiscono “difensori” dell’Islam e del suo profeta, è giunto quando scoprirono, una volta al potere, che i principi religiosi e la ragione di Stato non vanno sempre mescolati. Al fine di compiacere il governo degli Stati Uniti e rimanere in sintonia con i ritmi post-islamisti della primavera, Khairat al-Chater ha scritto un articolo sul New York Times per offrire le condoglianze della fratellanza, e della sua gente, al popolo statunitense per la perdita del suo ambasciatore in Libia. Aveva inoltre indicato che “la violazione della sede dell’ambasciata degli Stati Uniti da parte dei manifestanti egiziani è illegale secondo il diritto internazionale” e che “il fallimento della polizia (egiziana) nel proteggerla deve essere indagato“, o “Nonostante il nostro risentimento per la continua comparsa di produzioni cinematografiche anti-musulmane, che ha portato alle violenze attuali, non vogliamo che il governo degli Stati Uniti o i suoi cittadini siano ritenuti responsabili degli atti di pochi che violano le leggi che proteggono la libertà di espressione“. [20]
Devo dire che il presidente egiziano e la Fratellanza musulmana da cui proviene, puntano molto su questo caso. E’ davvero il loro primo grande test verso le attività di polizia e protezione degli interessi statunitensi nel paese. In cambio del supporto e sostegno fornito dal governo degli Stati Uniti per l’ascesa al potere della Fratellanza islamica in questo paese [21], gli Stati Uniti si aspettano (almeno) la sicurezza del loro personale e delle loro rappresentanze diplomatiche.
Questo è anche il caso di tutti i paesi arabi colpiti dalla famosa “Primavera”, e le cui premature e inattese manifestazioni anti-americane hanno sconcertato il Dipartimento di Stato e la sua segretaria. Nel caso dell’Egitto, la tempistica di questi eventi ha causato ulteriori preoccupazioni. Infatti, in un articolo pubblicato dal Washington Post, A. Gearan e M. Birnbaum ricordano che “le violente manifestazioni innescate dal video anti-Islam e la risposta inizialmente goffa dell’Egitto, ha temporaneamente interrotto i negoziati [tra gli Stati Uniti e l'Egitto] sul rilevante debito egiziano di miliardi di dollari e sull’accelerazione di altre forme di sostegno, da diversi milioni di dollari” [22].
D’altra parte, la capitale egiziana ha ospitato, l’8-11 settembre 2012, una delegazione molto grande composta da non meno di 118 uomini d’affari statunitensi, in rappresentanza di 50 grandi aziende statunitensi, tra cui IBM, Pepsi, Coca-Cola, Chrysler, Google, Microsoft, Visa, ecc. [23]. La delegazione degli Stati Uniti, la più grande ad aver visitato un paese del Medio Oriente, era stata ricevuta dal presidente Morsi il 9 settembre. Tuttavia, le manifestazioni anti-americane in Egitto hanno avuto inizio l’11 settembre, giorno della cerimonia di chiusura della missione commerciale, cosa che non avrà fornito un’immagine attraente del paese ospitante presso questi affaristi, cui il mercato egiziano sembrava interessare.

La “chiarezza” di un famoso telepredicatore
Il quadro della situazione sarebbe certamente incompleto senza i consigli di Youssef al-Qaradawi, il predicatore stella di al-Jazeera e presidente dell’Unione Mondiale degli Ulema musulmani. Membro influente dei Fratelli musulmani, al-Qaradawi ha dedicato il suo sermone del venerdì, 14 settembre 2012, in una moschea di Doha, alla rabbia dei musulmani di tutto il Mondo. Ha “consigliato” i fedeli che vogliono protestare contro l’offensivo film prodotto negli Stati Uniti, ad “abbandonate le violenze e a non assediare l’ambasciata degli Stati Uniti”. [24]
Questa posizione molto “civile” e così benevola verso gli interessi statunitensi, contrasta nettamente con gli appelli all’omicidio di  Gheddafi e le esortazioni alla jihad contro il regime di Bashar al-Assad. Ricordiamo che ad al-Qaradawi, di origine egiziana e in possesso di un passaporto diplomatico del Qatar, è stato vietato di entrare in Francia da Sarkozy in persona, nel marzo 2012 [25], che il suo visto per la Gran Bretagna è stato rifiutato nel 2008 [26], ed è considerato persona non grata negli Stati Uniti. [27]
Infine, possiamo dire che il video incendiario “l’Innocenza dei musulmani”, ha rivelato apertamente che il rispetto per la dignità umana è un concetto molto relativo, al contrario di ciò che viene spesso presentato nelle cerimonie pompose dell’occidente o altrove. D’altra parte, ha dimostrato che i governi islamici attualmente al potere nei paesi colpiti dalla “primavera” araba, si comportano come vassalli del “grande amico” Stati Uniti, pur di rimanere nelle sue buone grazie e non aggravare la sua ira. Ciò suggerisce che la “primavera” araba non ha in realtà cambiato per nulla la fedeltà dei leader di questi paesi verso gli Stati Uniti.
Tuttavia, vi è un aspetto importante del problema posto dal video anti-Islam che gli occidentali (e gli statunitensi in particolare) non sembrano capire: non sono solo i salafiti che si sentono insultati da questa pizza. La stragrande maggioranza dei musulmani di tutto il mondo lo è, anche se questa maggioranza non ha dimostrato, né gridato, né distrutto.

Ahmed Bensaada

Riferimenti
1 – “We came. We saw. We kicked its ass.”(Siamo venuti. Abbiamo visto. L’abbiamo preso a calci). Frase del film Ghostbusters: Dedefensa, “Siamo venuti, abbiamo visto, è morto” (ma “il troppo è troppo”…) 21 ottobre 2011
2 – “Veni, Vidi, Vici” (Sono venuto, ho visto, ho vinto). Famosa frase pronunciata da Giulio Cesare.
3 – Lorenzo Cremonesi, “Un agente francese dietro la morte di Gheddafi“, Corriere della Sera, 29 settembre 2012
4 – AFP, “Libia: 50 arresti dopo la morte dell’Ambasciatore degli Stati Uniti,” Jeune Afrique, 16 settembre 2012
5 – RFI, “lL Libia rende omaggio all’ambasciatore americano ucciso a Bengasi,” 21 settembre 2012
6 – Ahmed Bensaada “Arabesco americano: il ruolo degli Stati Uniti nelle rivolte di strada araba“, Edizioni Michel Brûlé, Montreal (2011); Éditons Synergy, Algeri (2012)
7 – IIP Digital, “Dichiarazione della Clinton sulla morte di americani in Libia“, 16 settembre 2012
8 – Joe Sterling e Greg Botelho, “Clinton chiede ai paesi della primavera araba di proteggere le ambasciate, e fermare le violenze“, CNN, 14 settembre 2012
9 – John McCain, “Dichiarazione del senatore McCain a Bengasi, in Libia“, Senato degli Stati Uniti, 22 aprile 2011
10 – Natalie Nougayrède “BHL alfiere libico” LeMonde.fr, 8 novembre 2011
11 – Jean-Pierre Perrin, “Abdelhakim Belhaj, il ritorno di al-Qaida“, Libération, 26 agosto 2011
12 – Ibidem.
13 – AFP, “Video anti-Islam: Il mondo arabo ha vissuto un venerdì sanguinoso” LeParisien.fr 14 settembre 2012
14 – Digital Tunisia “Tunisia: Jebali promette di fermare i salafiti coinvolti nelle vicende dell’ambasciata degli Stati Uniti“, 28 settembre 2012
15 – Bissan al-Sheikh, “Ghannouchi ad Al-Hayat: l’attacco all’ambasciata è una cospirazione per fermare il dialogo degli islamici con gli americani“, al-Hayat, 30 settembre 2012
16 – Abdellatif Ghorbal, “I figli di Ghannouchi non sono tunisini“, Leaders, 19 settembre 2012
17 – Catherine Le Brech, “L’atteggiamento di Mohamed Morsi sul movimento dopo le violenze“, FranceTV.fr 14 settembre 2012
18 – Le Nouvel Observateur, “Mohamed Morsi condanna l’attacco contro la missione degli Stati Uniti a Cairo“, 13 settembre 2012
19 – Benjamin Barthe, “Battibecco su Twitter tra l’ambasciata americana e la Fratellanza musulmana egiziana“, LeMonde.fr, 13 settembre 2012
20 – Khairat al-Chater, “‘Le nostre condoglianze’, dicono i Fratelli musulmani“, The New York Times, 13 settembre 2012
21 – Ahmed Bensaada, “L’Egitto: elezioni presidenziali sotto un’alta influenza“, Le Quotidien d’Oran, 28 giugno 2012
22 – Anne Gearan e Michael Birnbaum, “Gli aiuti degli Stati Uniti in Egitto in fase di stallo“, The Washington Post, 17 settembre 2012
23 – Camera di commercio statunitense, “Missione del Business USA in Egitto. Elenco delle società degli Stati Uniti partecipanti
24 – AFP, “Al-Qaradawi: Sono in errore coloro che uccidono gli ambasciatori e rispondono con la violenza agli insulti contro l’Islam,” Elaph, 14 settembre 2012
25 – Malbrunot , “Sarkozy contro l’arrivo di Youssef Al-Qaradawi”, LeFigaro.fr 26 marzo 2012
26 – BBC News, “Religioso musulmano non ammesso nel Regno Unito“, 7 feb 2008
27 – Middle East Online, “Qaradawi ‘persona non grata’ in Francia“, 26 marzo 2012

Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’autunno anti-americano dopo la primavera araba

Andrej Fomin, Oriental Review 27 settembre 2012

L’assassinio brutale dell’ambasciatore statunitense Chris Stevens e di altri tre diplomatici statunitensi a Bengasi, culla della rivolta anti-Gheddafi in Libia, indica l’estremamente improvvida politica estera degli Stati Uniti negli ultimi anni. I commentatori e gli esperti sono impegnati alla ricerca di un movente per l’intervento dei teppisti. Si tratta dell”Innocenza dei musulmani’, un film mediocre, la vera causa della rivolta o era solo un pretesto? Più li ascoltiamo, più sia ha un’impressione angosciante. L’occidente ha perso la coscienza e non ha nemmeno il coraggio di riconoscere l’errore fatale commesso contro il colonnello Gheddafi. Pochi giorni, fa il presidente degli Stati Uniti, parlando all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha ripetuto un mantra formidabile: “Siamo intervenuti in Libia a fianco di un’ampia coalizione, e con il mandato del Consiglio di sicurezza dell’ONU, perché abbiamo avuto la possibilità di fermare il massacro di innocenti, e perché abbiamo creduto che le aspirazioni del popolo erano più potenti di un tiranno. E ora ci incontriamo qui, ancora una volta, per dichiarare che il regime di Bashar al-Assad deve giungere a una fine, così che la sofferenza del popolo siriano possa finire, e una nuova alba possa iniziare.”
Prima di tutto non c’era un mandato del Consiglio sicurezza delle Nazioni Unite per l’intervento in Libia. Se si da una lettura alla Risoluzione 1973 (2011) sulla ‘no-fly zone in Libia’, si scopre che non contiene una sola parola riguardo un eventuale intervento. La flessibilità di tale risoluzione è stata l’unica ragione della sua fatale approvazione al Consiglio di Sicurezza. Oggi la Libia è divisa in tribù rivali. Durante il regime di Gheddafi vi era una confederazione di tribù per lo più fedeli all’autorità centrale. Ora non lo sono. Le tribù orientali hanno già dichiarato la secessione di fatto e ignorato le elezioni parlamentari. Stanno cercando di intascare i proventi delle esplorazione nei giacimenti di gas e petrolio dei loro territori. Uno dei paesi economicamente più prosperi del Maghreb, si sta rapidamente trasformando nell’Afghanistan o nella Somalia. Ogni tribù libica ha ora le sue milizie armate, con una stima totale di oltre 100.000 armati. Si combattono tra di loro in modo permanente per terre, pascoli, sorgenti d’acqua dolce, ma soprattutto giacimenti petroliferi. Ad esempio una guerra su larga scala tra i clan di Misurata e Bengasi, per il bacino di Sirte, oggi si profila. Nessuno ha la minima intenzione di cedere tali attività alle autorità centrali a Tripoli.
Aleksandr Mezjaev della Fondazione per la Cultura Strategica, descrive il massacro quotidiano  in Libia: “Nel complesso, non ci sono segni che le tensioni stiano scemando in Libia, dove i combattimenti continuano negli ultimi 5-6 mesi. Gravi scontri tra le brigate toubou e gruppi arabi sono iniziati  a Sabha, nel sud della Libia, a giugno e hanno fatto centinaia di vittime. Poi delle battaglie sono infuriate a Kufra, nel sud-est della Libia. La tradizionale disputa tra clan sul controllo delle frontiere nella parte occidentale della Libia, ha avuto un’escalation con un conflitto armato di tre giorni, tra la città di Zuwara da un lato e quelle di al-Jumail e Raghdalin dall’altro, con circa 50 uccisi. Dieci persone sono morte quando arabi e tuareg si sono scontrati a Ghadames, e circa 1600 tuareg, in seguito, sono stati costretti a fuggire nella vicina Derg. A giugno, le tribù Zintan e Mashashia si sono scontrate sulle montagne Nafusa, lasciando oltre 70 morti e circa 150 feriti. Le forze governative sono state schierate tra Zintan e Shagiga, per tenere separate le due comunità in lotta per la terra. Il consiglio di Barka ha continuato a perseguire politiche “federaliste” nella parte orientale della Libia. Le violenze sono esplose anche nei locali del premier, dove sono stati uccisi una guardia e un “combattente ribelle” in una sparatoria, nel maggio scorso. Le strutture governative, i rappresentanti della comunità internazionale e le forze di sicurezza, finiscono sotto tiro nella Libia orientale, e con impressionante regolarità.”
L’amministrazione di Barack Obama non ha supportato solo l’eliminazione del colonnello Gheddafi (basta rinfrescarsi la memoria con il suo delizioso discorso del 20 ottobre 2011), ma ha anche facilitato la presa del potere in Egitto dei Fratelli musulmani. Oggi siamo testimoni di manifestazioni anti-americane anche lì (non ci sono state ancora vittime per pura fortuna). E danno anche supporto agli insorti anti-Assad in Siria. Che cosa accadrebbe se a Damasco i guerriglieri che supportano riuscissero a prevalere, non possiamo nemmeno immaginarlo. Purtroppo le lezioni della storia non vengono apprese da Washington. Ha già pagato molto per aver distinto jihad ‘buona’ e ‘cattiva’ (ci dispiace usare questa parola sacra, nel senso più empio usato dai militanti). Considerano il terrore contro i rivali geopolitici come una forma ammissibile di ‘liberazione nazionale’, mentre le azioni anti-americane vengono indicate come crimini contro l’umanità. Il costo di tale schizofrenia politica degli Stati Uniti aumenterà. Non dobbiamo collegare questi eventi relativi all’autunno anti-americano esclusivamente a una parodia di film uscita negli USA. Il problema è molto più profondo. Il genio cattivo globale è già stato fatto uscire dalla bottiglia ed è occupato a distruggere l’antico mausoleo di Tripoli, a demolire santuari cristiani in Kosovo, Indonesia, Nigeria, a uccidere copti egiziani, ecc.
Per capire il solitario della geopolitica del Medio Oriente, dovremmo nominare correttamente i vincitori e vinti del gioco d’azzardo della ‘primavera araba’. Le monarchie del Golfo sono sicuramente tra i primi. Si tratta di un segreto di Pulcinella che i paesi del Golfo aspirino a controllare il gas libico per un lungo periodo. Il Qatar, con piani ambiziosi sul grande mercato europeo del gas liquefatto, è stato il principale partito interessato a spodestare il leader libico. Mentre l’emiro del Qatar al-Thani è riuscito a liberarsi del suo avversario personale (diversi scambi aggressivi si ebbero tra di loro, durante alcune riunioni pan-arabe, che non erano passato inosservate) e penultimo potente leader laico del mondo arabo (l’ultimo è il presidente della Siria Bashar Assad). Oggi l’influenza degli islamisti filo-salafiti s’è seriamente rafforzata in Libia. L’ex governatore militare di Tripoli Abdelhakim Belhadj, un protetto del Qatar, è considerato una delle figure più influenti. Nonostante il risultato miserabile nelle recenti elezioni “democratiche” del Congresso generale nazionale, gioca ancora un ruolo decisivo in Libia.
Il perdente principale è ovviamente l’Europa (per non parlare del popolo libico, che vive in un nuovo Afghanistan). Non ha raggiunto alcun obiettivo originariamente perseguito. Il tentativo di mostrare la sua potenza politica e militare si è quasi trasformato in un fiasco e, di fatto, in una seconda crisi di Suez. Neanche l’idea di creare uno stato liberale laico in Libia è riuscito. Chi ha preso Mahmoud Jibril per un liberale ha profondamente sbagliato: ha già chiesto il restauro della poligamia e, secondo lui, si dovrebbe strettamente agire in linea con i principi della Sharia. Inoltre l’operazione in Libia ha creato nuovi problemi per il continente europeo. Ha perso un fornitore affidabile di gas (nessuna ditta seria investirebbe in quello che ora è chiamata Libia). Si affaccia moltiplicata l’immigrazione clandestina dall’Africa. La minaccia della comparsa di un enorme hub terroristico-petrolifero dall’altra parte del Mediterraneo, dotato di armi sofisticate tra cui MANPADS, è tangibile come non mai. Ma forse più pericolosa è la perdita di fiducia dei leader del ‘Terzo Mondo’. Ora sanno che flirtare e avvicinarsi all’Occidente non li immunizza dai bombardamenti democratici.
Quali dovrebbero essere le lezioni della tragedia a Bengasi? Prima di tutto il partito della guerra nel Consiglio di sicurezza dell’ONU deve contenere le proprie ambizioni nel ridefinire il Medio Oriente. Le sue politiche irresponsabili sono già costate molto non solo alla regione, ma alla sua reputazione. Esprimere chiaramente la volontà di fare del Consiglio di sicurezza un ente che collabori nel mantenere la pace e la sicurezza internazionale sarebbe un primo passo intelligente. (Purtroppo, Clinton ha dato un segnale sbagliato all’inizio di questa settimana, lasciando la sala conferenze del Consiglio di Sicurezza, mentre il suo collega russo Sergej Lavrov stava per accendere il suo microfono. Il ruolo di ragazzina offesa non corrisponde allo status di funzionario degli Stati Uniti). Devono capire che ulteriori tentativi di destabilizzare la Siria, solo per scagliare un apparente attacco suicida contro l’Iran, catalizzerebbe processi irreversibili su scala globale. Il risultato sarà sconvolgente per l’Occidente: scoprirebbe che sicuramente perderebbe la propria soggettività nella politica internazionale. Le forze più retrograde si affermerebbero ponendo fine a tutte le realizzazioni umane nel campo della scienza, della cultura, delle arti, della democrazia e dell’umanesimo.
Gli agenti della decadenza sono potenti anche all’interno della dirigenza negli Stati Uniti. Saranno gli elementi sani e sobri delle élite nazionali negli USA, e in altri paesi, a batterli sulle questioni di fondamentale importanza per la sopravvivenza del mondo contemporaneo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Qual è la capitale della Libia libera? Doha

Il Qatar, la Turchia e la Libia del CNT

Il ruolo del Qatar nel golpe contro la Libia crea una frattura nella leadership del CNT.  L’ex capo  del Consiglio Nazionale di Transizione, Mahmoud Jibril, accusa il Qatar di giocare un ruolo troppo grande negli affari interni della Libia e di sostenere determinate fazioni. “Il Qatar ha dato molto alla rivoluzione libica all’inizio, e ha veramente svolto un ruolo che non può essere dimenticato“, ha detto Jibril alla TV al-Arabiya di Dubai. “Ma ora penso che il Qatar stia cercando di svolgere un ruolo che è più grande del suo potenziale reale. Il ruolo del Qatar in Libia, se soddisfa gli interessi del popolo libico, è il benvenuto. Ma quando il Qatar appoggia una fazione o un gruppo contro il resto del popolo libico, allora questo non può essere favorevole al popolo libico…” Ha anche dichiarato che una ‘forza straniera ha ordinato l’esecuzione di Gheddafi’, riferendosi sempre al Qatar.
Pochi giorni prima anche l’ex ministro degli esteri e attuale ambasciatore del CNT alle Nazioni Unite, Abdurrahman Shalgham, aveva accusato il Qatar di cercare di dominare gli affari libici. “E’ scandaloso. Siamo sorpresi e non lo capiamo. Il (Qatar) assegna finanziamenti ad alcuni partiti, ai partiti islamisti. Danno soldi e armi e cercano di intromettersi in questioni che non li riguardano, cosa che noi rifiutiamo. Il Qatar vuole dominare la Libia. Il leader del CNT e la sua delegazione, che hanno visitato il Qatar di recente, hanno accettato ciò che è stato dettato da Doha, senza avere una esperienza politica e una conoscenza approfondita“, ha detto Shalgam a Maa al-Hadat, programma in arabo del canale satellitare tedesco Deutsche Welle. Shalgham accusa il Qatar di non essere imparziale con tutte le parti della Libia, e respinge la leadership del Qatar sulle forze della coalizione internazionale in Libia. Un altro leader del CNT aveva detto ad Arab News, che una delegazione si era recata a Doha per avvertirla di non interferire più in futuro.
Una fonte diplomatica occidentale affermava che Mahmoud Jibril avrebbe chiesto agli Stati Uniti di appoggiare la sua campagna contro le ingerenze del Qatar. Difatti, molti diplomatici occidentali si lamentano, in privato, di ciò che definiscono le ‘manovre machiavelliche’ del Qatar, la cui presenza a Tripoli è sentita nelle lobby degli hotel, dove i nuovi leader e i comandanti della Libia e gli inviati stranieri si scambiano consigli sul nuovo governo. Un diplomatico ha confessato che non capiva per quali scopi il Qatar abbia inviato armi e finanziamenti ai gruppi islamisti, e anche apparentemente ad alcune figure liberali del CNT, come Mahmoud Shammam: “Qual è la capitale della Libia libera? Doha. La Libia è il loro progetto. Ma qual è lo scopo del gioco? Non lo so, ma sono onnipresenti.”  Un diplomatico mediorientale aveva detto che i liberali libici dovrebbe rendersi conto che i soldi del Qatar seguiranno il probabile risultato delle elezioni libiche, piuttosto che il contrario. “Si dovrebbero chiedere perché il Qatar, come dicono, li ha traditi? E’ perché possono vedere ciò che i libici vogliono”, ha detto il diplomatico. “Questi tizi che ritornano dall’estero, non sono in contatto con la gente. Il Qatar può vedere chi andrà a governare questo paese, e vogliono un ritorno per il loro investimento”. Vi sono pochi dubbi sul fatto che i seguaci di al-Salabi e i potenziali alleati dei Fratelli Musulmani sembrino essere in grado di battere le figure liberali, quando si terranno le elezioni.
Nel frattempo, l’Alleanza 17 febbraio esprimeva il 7 novembre la sua più profonda gratitudine “per tutto quello che il Qatar ha fatto per giungere alla vittoria e per proteggere il popolo libico“. La dichiarazione descrive il sostegno morale, finanziario e logistico del Qatar ai rivoluzionari, come “il migliore sul terreno” e ne loda il ruolo di collegamento tra i ribelli e l’alleanza internazionale (NATO), respingendo le critiche fatte dai leader del CNT e saluta il Qatar alla guida dell’Alleanza degli Amici della Libia. “Siamo molto grati al Qatar, ma non ha alcun diritto di interferire nei nostri affari interni“, avvertiva invece Abdullah Naqir, un comandante delle milizie di Tripoli, “Non accetteremo la dominazione da parte del Qatar o da chiunque altro“.
In effetti, il 2 novembre Mustafa Abdul Jalil annunciava che le imprese turche avrebbero ricostruito le infrastrutture della Libia, mentre riceveva il ministro dell’economia turco Zafer Caglayan, e ringraziava la Turchia per il suo sostegno al CNT. “Il popolo libico assegna molta importanza alle relazioni con la Turchia, in particolare nell’economia e nella ricostruzione“. Abdul Jalil affermava che la Turchia aveva compiuto con successo un notevole sviluppo economico e che le società turche  avevano intrapreso dei grandi progetti in Libia. “Le aziende turche sono famose per il loro alto livello di qualificazione“. Il presidente del CNT avanzava la speranza che le relazioni turco-libiche migliorino la stabilità e il progresso della Turchia, quindi Caglayan ha incontrato il ministro dell’economia del CNT Abdullah Shamiya. Dopo l’incontro, Caglayan dichiarava che i servizi di consulenza e contrattazione sono di grande importanza per la ricostruzione della Libia, e che perciò era stato allocato un budget di 50 milioni di dollari a vantaggio delle società di consulenza e costruzione turche, affermando che queste società si sarebbero prese carico dei progetti in Libia.
Intanto, proliferano i partitini e i gruppetti organizzati da qualche ricco ex-esiliato, fenomeno da qualcuno presentato come la ‘rinascita democratica’ della Libia. Uno dei primi partiti ad emergere, a luglio, è stato il Partito Democratico di Bengasi, formato da uomini d’affari che hanno vissuto negli Stati Uniti, seguito dal Partito Nazionale e dal Partito della Nuova Libia, tutti inconsistenti sul piano quantitativo. Infine vi è il Raduno Nazionale per la Libertà, la Giustizia e lo Sviluppo, di Bengasi. S’ispira al partito guidato da Recep Tayyip Erdogan, anche se in realtà è la versione libica dei Fratelli Musulmani d’Egitto. E’ guidato dallo sceicco Ali al-Salabi, appoggiato da numerosi membri del CNT e che vuole imporre la legge della Sharia. È sostenuto dalla Turchia e dal Qatar, dove ha vissuto negli ultimi anni. A settembre, su al-Jazeera ha attaccato l’ex capo del CNT Mahmoud Jibril, etichettandolo “laicista estremista“, provocando manifestazioni a lui contrarie, in particolare di donne. “Non sarebbe nulla senza al-Jazeera“, ha detto un funzionario del CNT di Tripoli. Salabi paragona il suo partito al partito islamista Ennahda della Tunisia, che avrebbe vinto le elezioni di ottobre, e con cui ha stretti legami. Il suo partito è nazionalista, dice, non islamista. Il capo del CNT, Mustafa Abdul Jalil, aveva detto che la Libia avrebbe vietato le pratiche bancarie non islamiche. Salabi avrebbe risposto che “Questa è la sua opinione, nient’altro, la Libia dovrebbe mantenere il sistema bancario occidentale”. Anche Abdel Hakim Belhaj, capo del Consiglio militare di Tripoli, un ledaer islamista jihadista, ha deciso di aderire al nuovo partito di Salabi.
Un altro gruppo organizzato basato a Bengasi, rivale del partito di Salabi, è il Fronte Nazionale per la Salvezza della Libia (NFSL), fondato nel 1981 da Muhammad Yusuf al-Magariaf, ex-ambasciatore libico in India. È stato il principale gruppo di opposizione libico, operando soprattutto all’estero, organizzando  diversi attentati, tra cui uno fallito contro la caserma di Bab al-Aziziya, nel maggio 1984, a Tripoli. L’attuale capo del partito è lo statunitense Ibrahim Sahad, ma è guidato localmente da Mohamed Ali Abdullah. Il primo ministro libico Abdulrahim al-Qyb ne era membro, ma l’aveva lasciato nel 1993. “Sarà una grande forza politica in Libia per via della sua posizione in passato“, afferma Jalal Abdul-Mutalib, ex diplomatico libico e dissidente durante l’era Gheddafi. Il NSFL chiede elezioni entro la fine di marzo per eleggere una assemblea costituente che dovrebbe redigere una nuova costituzione, e quindi elezioni per i nuovi organi legislativi ed esecutivi, da indire entro aprile 2013. Nel frattempo, invoca un congresso nazionale di 200 membri con cui sostituire il CNT.
Un altro partito è il National Congress Party, che fu il principale partito politico durante la monarchia, mentre il Partito Democratico Sociale è totalmente nuovo.
A Misurata, invece, i ribelli locali vanno formando un proprio partito che supporta il mercato libero, e a Tripoli nasce il partito islamista Sahwa (risveglio), il cui fondatore è Hussam Najjar, un immigrato libico-irlandese, quindi si tratta di uno dei mercenari reclutati per l’assalto a Tripoli di agosto, guidati da Mahdi al-Harati. I partiti amazigh delle montagne Nafusa e quello di Misurata supportano la frammentazione del paese. “Dobbiamo avere un sistema federale come gli Stati Uniti“, affermava su Arab News Mahmoud Issa, un miliziano di Bengasi che guidava le proteste per i mancati pagamenti ai ribelli. Infatti, con una serie di dimostrazioni, le milizie di Bengasi chiedevano con insistenza di avocarsi il governo statale. “No a Tripoli“, gridavano.
Nel frattempo, i vari ‘vincitori’ della guerra alla Libia si propongono per smerciare i loro prodotti più rinomati: Stati Uniti, Francia e Turchia starebbero ognuno tentando, di vendere aerei da combattimento alla Libya Air Force (LAF); gli USA propongono gli F-16 Fighting Falcon, la Francia i Dassault Mirage e la Turchia una versione modernizzata del vecchio cacciabombardiere statunitense McDonnell F-4 Phantom. Anche in questo caso il Qatar avrebbe un suo ruolo.

Alessandro Lattanzio, 19/11/2011
SitoAurora

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