Dalla “primaverizzazione” degli arabi all’Innocenza dei musulmani

Ahmed Bensaada, Global Research, 11 ottobre 2012

404619Le scienze sperimentali esplorano le proprietà di un materiale spesso sottoponendone un campione a un certo segnale. L’analisi della risposta del campione al segnale determina le caratteristiche del materiale, spesso nascoste. Per quanto sorprendente possa sembrare, è lo stesso nelle discipline umanistiche. A questo proposito, le risposte politiche e sociali suscitate dalla pizza islamofoba intitolata “L’innocenza dei musulmani” sono istruttive in più di un modo. Infatti, anche se di qualità molto scarsa, il “segnale d’interferenza” ha contribuito a portare alla luce alcune interessanti informazioni sui paesi democratizzatori e i paesi arabi “democratizzati”, in grazia alla recente primavera.
In primo luogo, a modo di prefazione, si noti che è inaccettabile che una persona, a prescindere delle sue azioni o appartenenze ideologiche, sia gettata alla folla, torturata in luogo pubblico o linciata da folle isteriche. Inoltre, si noti che non vi è niente di più degradante che gioire per la morte di un essere umano, deliziarsi delle sordide scene di tortura o godere svilendo, insultando o deridendo un corpo. Solo la giustizia deve essere invocata ed applicata in conformità con le leggi e i trattati internazionali.

Tortura, omicidio e comportamentismo
L’aria triste esibita sinceramente da Clinton dopo l’esecuzione abominevole del suo ambasciatore in Libia, è in netto contrasto con la sua impudente (e sincera) risatina di gioia alla notizia del terrificante linciaggio di Gheddafi. Lasciandosi anche andare ad una efferata tirata indecente “Siamo venuti, abbiamo visto, è morto” riferendosi più al film “Gostbusters” [1], che al famoso Giulio Cesare [2].
Inoltre, a differenza di quelle del diplomatico statunitense, le immagini odiose della vecchia “guida” libica, massacrata ed esposta come un trofeo di caccia al fianco di suo figlio, sono rimbalzate sui titoli dei giornali, del web e della televisione di tutto il Mondo. Due vili eventi simili, ma due trattamenti mediatici contrastanti. D’altra parte, vale la pena ricordare che l’esposizione dei cadaveri di due membri della famiglia Gheddafi non solo è in totale contrasto con le regole basilari della giustizia, ma anche con i principi fondamentali della religione islamica e il rispetto della dignità umana. In termini di giustizia, coloro che hanno torturato e brutalmente assassinato Gheddafi possono essere identificati, perché appaiono apertamente nei video pubblicati su Youtube, e alcuni di loro si sono addirittura vantati delle loro azioni.
Tuttavia, nessuno di loro è stato disturbato da una qualsiasi giurisdizione e ciò non ha offeso nessuno, né in Libia, né in occidente o altrove. Un’altra visione dell’esecuzione di Gheddafi è stata rivelato dall’ex primo ministro libico Mahmoud Jibril. Quest’ultimo ha detto a Dream TV (Egitto) come l’autore dell’omicidio “sia stato un agente straniero che era nelle brigate rivoluzionarie”. Secondo il quotidiano italiano Corriere della Sera, si tratterebbe probabilmente di un agente francese [3], implicando la Francia direttamente nell’assassinio di Gheddafi, oltre agli aiuti militari di quel paese agli stessi insorti che hanno torturato l’ex leader libico.
Nel caso del diplomatico statunitense, la condanna internazionale è stata unanime, cosa abbastanza naturale e di buon senso, in contrasto con l’atteggiamento adottato dalla “comunità internazionale” verso Gheddafi e la sua fine orribile. Inoltre, l’ira degli Stati Uniti è stata sentita dalle autorità libiche, accorse a trovare i colpevoli [4] e a rendere omaggio pubblico all’ambasciatore degli Stati Uniti, alla fine di una cerimonia. [5] Ma al di là di questo macabro confronto sul diverso trattamento di queste due persone brutalmente assassinate, ciò che richiama l’attenzione, in questo caso, è più profondo. In primo luogo, la reazione della piazza verso il video anti-Islam è estremamente virulento, nella maggior parte dei paesi arabi “primaverizzati” rispetto a quelli che non lo sono. In secondo luogo, i classici virulenti slogan anti-americani sono ricomparsi nei paesi arabi “democratizzati”, laddove erano già completamente scomparsi all’inizio della “primavera” araba.

Libia
Questa improvvisa inversione di tendenza nei paesi, “molto grati” verso coloro che li hanno “democratizzati”, ha sorpreso molti, in particolare la segretaria di Stato Hillary Clinton che, come sappiamo, era ampiamente coinvolta in questo compito [6]. “Molti americani si chiedono oggi, e mi sono chiesta, come questo possa accadere. Come questo sia accaduto in un paese che abbiamo aiutato a liberare, in una città che abbiamo aiutato a sfuggire alla distruzione?” Ha detto, parlando della Libia. [7] Ciò l’ha portata a chiedere, specificatamente alle “nazioni della primavera araba“, di proteggere le ambasciate degli Stati Uniti e a por fine alle violenze. [8]
Si è lontani dalle dichiarazioni incandescenti del senatore McCain, che visitando Bengasi nell’aprile 2011, aveva espresso la sua opinione sui ribelli libici: “Ho incontrato questi combattenti coraggiosi, non sono di al-Qaida. Al contrario: sono patrioti libici che vogliono liberare la loro nazione. Dobbiamo aiutarli a farlo“. [9] Ancor più lontana la posizione di Bernard-Henri Lévy (BHL), avvocato supremo “della causa della Libia”, che a Natalie Nougayrède ha detto: “Non importa, a mio avviso, il passato “gheddafista” di alcuni membri del CNT, i riferimenti alla “sharia” o la presenza tra i ribelli di ex sostenitori di al-Qaida”. Nonostante le preoccupazioni, nulla ha dissuaso il filosofo, il grande distruttore dell’”islamo-fascismo” ad erigere in blocco gli insorti a combattenti per la libertà”. [10]
In realtà, e anche se lo dicono McCain e BHL, era noto che gli ex membri di al-Qaida non solo erano attivi nella ribellione libica, ma ne erano al comando. [11] Alcuni di loro erano membri influenti del Gruppo combattente islamico (ICG) libico, quando nel 2007, lo stesso Ayman al-Zawahiri (n° 2 di al-Qaida) aveva chiamato i libici a rivoltarsi contro, cito, “Gheddafi, gli Stati Uniti e gli infedeli”. [12] Forse c’è una risposta alla domanda di Clinton.

Tunisia
Anche in Tunisia, la reazione della strada è stata violenta. Nessun diplomatico straniero è stato ucciso, ma dei manifestanti tunisini hanno perso la vita e degli interessi statunitensi sono stati saccheggiati a Tunisi. Come in Libia, l’ira del governo degli Stati Uniti si è sentita e la risposta delle autorità tunisine non si è fatta attendere. Moncef Marzouki, presidente tunisino, ha denunciato l’attacco contro l’ambasciata degli Stati Uniti a Tunisi, vedendovi un atto “inaccettabile” nei confronti di un “paese amico”. In un colloquio con la segretaria di Stato degli USA, ha affermato che “Non confonderemo oggi quest’uomo (il regista del film, ndr) e l’amministrazione e il popolo americani (…)”[13].
Il Primo Ministro tunisino, Hamadi Jebali, a sua volta ha promesso di arrestare tutti i salafiti coinvolti nelle vicende dell’ambasciata statunitense. “Abbiamo le prove, abbiamo la legittimità e il rispetto, che useremo per imporre l’ordine”, si affrettava a sottolineare [14]. In una dichiarazione ad al-Hayat di Londra, il presidente del partito al-Nahda, Rashid Ghannouchi, nel frattempo aveva detto che gli attacchi contro le ambasciate degli Stati Uniti nei paesi arabi avevano lo scopo di rompere il dialogo tra gli Stati Uniti e gli islamisti. [15]
E’ interessante notare la forza e l’unanimità delle posizioni assunte dalle più alte personalità politiche della “nuova” Tunisia contro i salafiti, in netto contrasto con la clemenza relativa, con cui sono state trattate queste persone nei molti casi di violenze che hanno segnato la vita socio-politica della Tunisia dalla caduta di Ben Ali. Questo è ciò che è stato detto nell’editoriale di Ghorbal Abdellatif: “Da un lato [Ghannouchi] ha incoraggiato i suoi “figli” (con la sua compiacenza, le sue parole e il suo silenzio) ad aggredire donne non velate, artisti, giornalisti, docenti universitari, intellettuali, teologi, o altri, esortando i predicatori di odio, che non hanno nulla da invidiare ai loro omologhi occidentali islamofobi, e impedendo con tutti i suoi mezzi di adottare sanzioni nei confronti dei suoi seguaci salafiti. Quando il pompiere è un piromane, è normale e prevedibile che la nazione bruci“. [16]

Egitto
In Egitto, la violenza ha ricordato i giorni peggiori di piazza Tahrir. La zona intorno l’ambasciata statunitense a Cairo ha visto scontri tra manifestanti e le forze di sicurezza che avevano bloccato l’accesso all’edificio con blocchi di cemento. Come in altri paesi, i salafiti sono stati ritenuti responsabili delle violenze. Da parte sua, la televisione ha mostrato i volti di persone arrestate con l’accusa di essere teppisti al soldo di non si sa quale potere occulto. Il presidente egiziano Mohamed Morsi, degli influenti Fratelli Musulmani, ha inizialmente sostenuto le proteste pacifiche contro il video anti-islamico, prima di cambiare idea quando le proteste si sono scatenate per le strade di Cairo. Ha poi condannato con forza gli attacchi brutali contro l’ambasciata statunitense a Cairo. [17] In una conversazione telefonica con il presidente statunitense, Mohamed Morsi  ha detto, “ho dovuto prendere provvedimenti legali contro tutti coloro che vogliono danneggiare le relazioni tra i popoli, specialmente tra il popolo egiziano e gli Stati Uniti“[18].
Come si può vedere, questa dichiarazione del presidente Morsi assomiglia stranamente quella di Rashid Ghannouchi. Da parte loro, i Fratelli musulmani avevano inizialmente indetto manifestazioni pacifiche in tutto l’Egitto, il 14 settembre 2012, dopo la preghiera del venerdì, per denunciare il video anti-Islam. Il giorno prima, Khairat al-Chater, numero due ed eminenza grigia della confraternita è stato accusato dal portavoce dell’ambasciata degli Stati Uniti a Cairo, di doppio gioco; in uno scambio di sottigliezze su tweeter, il diplomatico ha sottolineato che l’islamista sosteneva la riappacificazione nei suoi micromessagi in inglese, ma chiamava a manifestare in quelli scritti in arabo. [19]
Un duro colpo per Khairat al-Chater, che avrebbe dovuto essere il primo “reale” presidente civile d’Egitto. L’appello a protestare pacificamente è stato poi cancellato dalla fratellanza. Un secondo colpo per coloro che si definiscono “difensori” dell’Islam e del suo profeta, è giunto quando scoprirono, una volta al potere, che i principi religiosi e la ragione di Stato non vanno sempre mescolati. Al fine di compiacere il governo degli Stati Uniti e rimanere in sintonia con i ritmi post-islamisti della primavera, Khairat al-Chater ha scritto un articolo sul New York Times per offrire le condoglianze della fratellanza, e della sua gente, al popolo statunitense per la perdita del suo ambasciatore in Libia. Aveva inoltre indicato che “la violazione della sede dell’ambasciata degli Stati Uniti da parte dei manifestanti egiziani è illegale secondo il diritto internazionale” e che “il fallimento della polizia (egiziana) nel proteggerla deve essere indagato“, o “Nonostante il nostro risentimento per la continua comparsa di produzioni cinematografiche anti-musulmane, che ha portato alle violenze attuali, non vogliamo che il governo degli Stati Uniti o i suoi cittadini siano ritenuti responsabili degli atti di pochi che violano le leggi che proteggono la libertà di espressione“. [20]
Devo dire che il presidente egiziano e la Fratellanza musulmana da cui proviene, puntano molto su questo caso. E’ davvero il loro primo grande test verso le attività di polizia e protezione degli interessi statunitensi nel paese. In cambio del supporto e sostegno fornito dal governo degli Stati Uniti per l’ascesa al potere della Fratellanza islamica in questo paese [21], gli Stati Uniti si aspettano (almeno) la sicurezza del loro personale e delle loro rappresentanze diplomatiche.
Questo è anche il caso di tutti i paesi arabi colpiti dalla famosa “Primavera”, e le cui premature e inattese manifestazioni anti-americane hanno sconcertato il Dipartimento di Stato e la sua segretaria. Nel caso dell’Egitto, la tempistica di questi eventi ha causato ulteriori preoccupazioni. Infatti, in un articolo pubblicato dal Washington Post, A. Gearan e M. Birnbaum ricordano che “le violente manifestazioni innescate dal video anti-Islam e la risposta inizialmente goffa dell’Egitto, ha temporaneamente interrotto i negoziati [tra gli Stati Uniti e l'Egitto] sul rilevante debito egiziano di miliardi di dollari e sull’accelerazione di altre forme di sostegno, da diversi milioni di dollari” [22].
D’altra parte, la capitale egiziana ha ospitato, l’8-11 settembre 2012, una delegazione molto grande composta da non meno di 118 uomini d’affari statunitensi, in rappresentanza di 50 grandi aziende statunitensi, tra cui IBM, Pepsi, Coca-Cola, Chrysler, Google, Microsoft, Visa, ecc. [23]. La delegazione degli Stati Uniti, la più grande ad aver visitato un paese del Medio Oriente, era stata ricevuta dal presidente Morsi il 9 settembre. Tuttavia, le manifestazioni anti-americane in Egitto hanno avuto inizio l’11 settembre, giorno della cerimonia di chiusura della missione commerciale, cosa che non avrà fornito un’immagine attraente del paese ospitante presso questi affaristi, cui il mercato egiziano sembrava interessare.

La “chiarezza” di un famoso telepredicatore
Il quadro della situazione sarebbe certamente incompleto senza i consigli di Youssef al-Qaradawi, il predicatore stella di al-Jazeera e presidente dell’Unione Mondiale degli Ulema musulmani. Membro influente dei Fratelli musulmani, al-Qaradawi ha dedicato il suo sermone del venerdì, 14 settembre 2012, in una moschea di Doha, alla rabbia dei musulmani di tutto il Mondo. Ha “consigliato” i fedeli che vogliono protestare contro l’offensivo film prodotto negli Stati Uniti, ad “abbandonate le violenze e a non assediare l’ambasciata degli Stati Uniti”. [24]
Questa posizione molto “civile” e così benevola verso gli interessi statunitensi, contrasta nettamente con gli appelli all’omicidio di  Gheddafi e le esortazioni alla jihad contro il regime di Bashar al-Assad. Ricordiamo che ad al-Qaradawi, di origine egiziana e in possesso di un passaporto diplomatico del Qatar, è stato vietato di entrare in Francia da Sarkozy in persona, nel marzo 2012 [25], che il suo visto per la Gran Bretagna è stato rifiutato nel 2008 [26], ed è considerato persona non grata negli Stati Uniti. [27]
Infine, possiamo dire che il video incendiario “l’Innocenza dei musulmani”, ha rivelato apertamente che il rispetto per la dignità umana è un concetto molto relativo, al contrario di ciò che viene spesso presentato nelle cerimonie pompose dell’occidente o altrove. D’altra parte, ha dimostrato che i governi islamici attualmente al potere nei paesi colpiti dalla “primavera” araba, si comportano come vassalli del “grande amico” Stati Uniti, pur di rimanere nelle sue buone grazie e non aggravare la sua ira. Ciò suggerisce che la “primavera” araba non ha in realtà cambiato per nulla la fedeltà dei leader di questi paesi verso gli Stati Uniti.
Tuttavia, vi è un aspetto importante del problema posto dal video anti-Islam che gli occidentali (e gli statunitensi in particolare) non sembrano capire: non sono solo i salafiti che si sentono insultati da questa pizza. La stragrande maggioranza dei musulmani di tutto il mondo lo è, anche se questa maggioranza non ha dimostrato, né gridato, né distrutto.

Ahmed Bensaada

Riferimenti
1 – “We came. We saw. We kicked its ass.”(Siamo venuti. Abbiamo visto. L’abbiamo preso a calci). Frase del film Ghostbusters: Dedefensa, “Siamo venuti, abbiamo visto, è morto” (ma “il troppo è troppo”…) 21 ottobre 2011
2 – “Veni, Vidi, Vici” (Sono venuto, ho visto, ho vinto). Famosa frase pronunciata da Giulio Cesare.
3 – Lorenzo Cremonesi, “Un agente francese dietro la morte di Gheddafi“, Corriere della Sera, 29 settembre 2012
4 – AFP, “Libia: 50 arresti dopo la morte dell’Ambasciatore degli Stati Uniti,” Jeune Afrique, 16 settembre 2012
5 – RFI, “lL Libia rende omaggio all’ambasciatore americano ucciso a Bengasi,” 21 settembre 2012
6 – Ahmed Bensaada “Arabesco americano: il ruolo degli Stati Uniti nelle rivolte di strada araba“, Edizioni Michel Brûlé, Montreal (2011); Éditons Synergy, Algeri (2012)
7 – IIP Digital, “Dichiarazione della Clinton sulla morte di americani in Libia“, 16 settembre 2012
8 – Joe Sterling e Greg Botelho, “Clinton chiede ai paesi della primavera araba di proteggere le ambasciate, e fermare le violenze“, CNN, 14 settembre 2012
9 – John McCain, “Dichiarazione del senatore McCain a Bengasi, in Libia“, Senato degli Stati Uniti, 22 aprile 2011
10 – Natalie Nougayrède “BHL alfiere libico” LeMonde.fr, 8 novembre 2011
11 – Jean-Pierre Perrin, “Abdelhakim Belhaj, il ritorno di al-Qaida“, Libération, 26 agosto 2011
12 – Ibidem.
13 – AFP, “Video anti-Islam: Il mondo arabo ha vissuto un venerdì sanguinoso” LeParisien.fr 14 settembre 2012
14 – Digital Tunisia “Tunisia: Jebali promette di fermare i salafiti coinvolti nelle vicende dell’ambasciata degli Stati Uniti“, 28 settembre 2012
15 – Bissan al-Sheikh, “Ghannouchi ad Al-Hayat: l’attacco all’ambasciata è una cospirazione per fermare il dialogo degli islamici con gli americani“, al-Hayat, 30 settembre 2012
16 – Abdellatif Ghorbal, “I figli di Ghannouchi non sono tunisini“, Leaders, 19 settembre 2012
17 – Catherine Le Brech, “L’atteggiamento di Mohamed Morsi sul movimento dopo le violenze“, FranceTV.fr 14 settembre 2012
18 – Le Nouvel Observateur, “Mohamed Morsi condanna l’attacco contro la missione degli Stati Uniti a Cairo“, 13 settembre 2012
19 – Benjamin Barthe, “Battibecco su Twitter tra l’ambasciata americana e la Fratellanza musulmana egiziana“, LeMonde.fr, 13 settembre 2012
20 – Khairat al-Chater, “‘Le nostre condoglianze’, dicono i Fratelli musulmani“, The New York Times, 13 settembre 2012
21 – Ahmed Bensaada, “L’Egitto: elezioni presidenziali sotto un’alta influenza“, Le Quotidien d’Oran, 28 giugno 2012
22 – Anne Gearan e Michael Birnbaum, “Gli aiuti degli Stati Uniti in Egitto in fase di stallo“, The Washington Post, 17 settembre 2012
23 – Camera di commercio statunitense, “Missione del Business USA in Egitto. Elenco delle società degli Stati Uniti partecipanti
24 – AFP, “Al-Qaradawi: Sono in errore coloro che uccidono gli ambasciatori e rispondono con la violenza agli insulti contro l’Islam,” Elaph, 14 settembre 2012
25 – Malbrunot , “Sarkozy contro l’arrivo di Youssef Al-Qaradawi”, LeFigaro.fr 26 marzo 2012
26 – BBC News, “Religioso musulmano non ammesso nel Regno Unito“, 7 feb 2008
27 – Middle East Online, “Qaradawi ‘persona non grata’ in Francia“, 26 marzo 2012

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’autunno anti-americano dopo la primavera araba

Andrej Fomin, Oriental Review 27 settembre 2012

L’assassinio brutale dell’ambasciatore statunitense Chris Stevens e di altri tre diplomatici statunitensi a Bengasi, culla della rivolta anti-Gheddafi in Libia, indica l’estremamente improvvida politica estera degli Stati Uniti negli ultimi anni. I commentatori e gli esperti sono impegnati alla ricerca di un movente per l’intervento dei teppisti. Si tratta dell”Innocenza dei musulmani’, un film mediocre, la vera causa della rivolta o era solo un pretesto? Più li ascoltiamo, più sia ha un’impressione angosciante. L’occidente ha perso la coscienza e non ha nemmeno il coraggio di riconoscere l’errore fatale commesso contro il colonnello Gheddafi. Pochi giorni, fa il presidente degli Stati Uniti, parlando all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha ripetuto un mantra formidabile: “Siamo intervenuti in Libia a fianco di un’ampia coalizione, e con il mandato del Consiglio di sicurezza dell’ONU, perché abbiamo avuto la possibilità di fermare il massacro di innocenti, e perché abbiamo creduto che le aspirazioni del popolo erano più potenti di un tiranno. E ora ci incontriamo qui, ancora una volta, per dichiarare che il regime di Bashar al-Assad deve giungere a una fine, così che la sofferenza del popolo siriano possa finire, e una nuova alba possa iniziare.”
Prima di tutto non c’era un mandato del Consiglio sicurezza delle Nazioni Unite per l’intervento in Libia. Se si da una lettura alla Risoluzione 1973 (2011) sulla ‘no-fly zone in Libia’, si scopre che non contiene una sola parola riguardo un eventuale intervento. La flessibilità di tale risoluzione è stata l’unica ragione della sua fatale approvazione al Consiglio di Sicurezza. Oggi la Libia è divisa in tribù rivali. Durante il regime di Gheddafi vi era una confederazione di tribù per lo più fedeli all’autorità centrale. Ora non lo sono. Le tribù orientali hanno già dichiarato la secessione di fatto e ignorato le elezioni parlamentari. Stanno cercando di intascare i proventi delle esplorazione nei giacimenti di gas e petrolio dei loro territori. Uno dei paesi economicamente più prosperi del Maghreb, si sta rapidamente trasformando nell’Afghanistan o nella Somalia. Ogni tribù libica ha ora le sue milizie armate, con una stima totale di oltre 100.000 armati. Si combattono tra di loro in modo permanente per terre, pascoli, sorgenti d’acqua dolce, ma soprattutto giacimenti petroliferi. Ad esempio una guerra su larga scala tra i clan di Misurata e Bengasi, per il bacino di Sirte, oggi si profila. Nessuno ha la minima intenzione di cedere tali attività alle autorità centrali a Tripoli.
Aleksandr Mezjaev della Fondazione per la Cultura Strategica, descrive il massacro quotidiano  in Libia: “Nel complesso, non ci sono segni che le tensioni stiano scemando in Libia, dove i combattimenti continuano negli ultimi 5-6 mesi. Gravi scontri tra le brigate toubou e gruppi arabi sono iniziati  a Sabha, nel sud della Libia, a giugno e hanno fatto centinaia di vittime. Poi delle battaglie sono infuriate a Kufra, nel sud-est della Libia. La tradizionale disputa tra clan sul controllo delle frontiere nella parte occidentale della Libia, ha avuto un’escalation con un conflitto armato di tre giorni, tra la città di Zuwara da un lato e quelle di al-Jumail e Raghdalin dall’altro, con circa 50 uccisi. Dieci persone sono morte quando arabi e tuareg si sono scontrati a Ghadames, e circa 1600 tuareg, in seguito, sono stati costretti a fuggire nella vicina Derg. A giugno, le tribù Zintan e Mashashia si sono scontrate sulle montagne Nafusa, lasciando oltre 70 morti e circa 150 feriti. Le forze governative sono state schierate tra Zintan e Shagiga, per tenere separate le due comunità in lotta per la terra. Il consiglio di Barka ha continuato a perseguire politiche “federaliste” nella parte orientale della Libia. Le violenze sono esplose anche nei locali del premier, dove sono stati uccisi una guardia e un “combattente ribelle” in una sparatoria, nel maggio scorso. Le strutture governative, i rappresentanti della comunità internazionale e le forze di sicurezza, finiscono sotto tiro nella Libia orientale, e con impressionante regolarità.”
L’amministrazione di Barack Obama non ha supportato solo l’eliminazione del colonnello Gheddafi (basta rinfrescarsi la memoria con il suo delizioso discorso del 20 ottobre 2011), ma ha anche facilitato la presa del potere in Egitto dei Fratelli musulmani. Oggi siamo testimoni di manifestazioni anti-americane anche lì (non ci sono state ancora vittime per pura fortuna). E danno anche supporto agli insorti anti-Assad in Siria. Che cosa accadrebbe se a Damasco i guerriglieri che supportano riuscissero a prevalere, non possiamo nemmeno immaginarlo. Purtroppo le lezioni della storia non vengono apprese da Washington. Ha già pagato molto per aver distinto jihad ‘buona’ e ‘cattiva’ (ci dispiace usare questa parola sacra, nel senso più empio usato dai militanti). Considerano il terrore contro i rivali geopolitici come una forma ammissibile di ‘liberazione nazionale’, mentre le azioni anti-americane vengono indicate come crimini contro l’umanità. Il costo di tale schizofrenia politica degli Stati Uniti aumenterà. Non dobbiamo collegare questi eventi relativi all’autunno anti-americano esclusivamente a una parodia di film uscita negli USA. Il problema è molto più profondo. Il genio cattivo globale è già stato fatto uscire dalla bottiglia ed è occupato a distruggere l’antico mausoleo di Tripoli, a demolire santuari cristiani in Kosovo, Indonesia, Nigeria, a uccidere copti egiziani, ecc.
Per capire il solitario della geopolitica del Medio Oriente, dovremmo nominare correttamente i vincitori e vinti del gioco d’azzardo della ‘primavera araba’. Le monarchie del Golfo sono sicuramente tra i primi. Si tratta di un segreto di Pulcinella che i paesi del Golfo aspirino a controllare il gas libico per un lungo periodo. Il Qatar, con piani ambiziosi sul grande mercato europeo del gas liquefatto, è stato il principale partito interessato a spodestare il leader libico. Mentre l’emiro del Qatar al-Thani è riuscito a liberarsi del suo avversario personale (diversi scambi aggressivi si ebbero tra di loro, durante alcune riunioni pan-arabe, che non erano passato inosservate) e penultimo potente leader laico del mondo arabo (l’ultimo è il presidente della Siria Bashar Assad). Oggi l’influenza degli islamisti filo-salafiti s’è seriamente rafforzata in Libia. L’ex governatore militare di Tripoli Abdelhakim Belhadj, un protetto del Qatar, è considerato una delle figure più influenti. Nonostante il risultato miserabile nelle recenti elezioni “democratiche” del Congresso generale nazionale, gioca ancora un ruolo decisivo in Libia.
Il perdente principale è ovviamente l’Europa (per non parlare del popolo libico, che vive in un nuovo Afghanistan). Non ha raggiunto alcun obiettivo originariamente perseguito. Il tentativo di mostrare la sua potenza politica e militare si è quasi trasformato in un fiasco e, di fatto, in una seconda crisi di Suez. Neanche l’idea di creare uno stato liberale laico in Libia è riuscito. Chi ha preso Mahmoud Jibril per un liberale ha profondamente sbagliato: ha già chiesto il restauro della poligamia e, secondo lui, si dovrebbe strettamente agire in linea con i principi della Sharia. Inoltre l’operazione in Libia ha creato nuovi problemi per il continente europeo. Ha perso un fornitore affidabile di gas (nessuna ditta seria investirebbe in quello che ora è chiamata Libia). Si affaccia moltiplicata l’immigrazione clandestina dall’Africa. La minaccia della comparsa di un enorme hub terroristico-petrolifero dall’altra parte del Mediterraneo, dotato di armi sofisticate tra cui MANPADS, è tangibile come non mai. Ma forse più pericolosa è la perdita di fiducia dei leader del ‘Terzo Mondo’. Ora sanno che flirtare e avvicinarsi all’Occidente non li immunizza dai bombardamenti democratici.
Quali dovrebbero essere le lezioni della tragedia a Bengasi? Prima di tutto il partito della guerra nel Consiglio di sicurezza dell’ONU deve contenere le proprie ambizioni nel ridefinire il Medio Oriente. Le sue politiche irresponsabili sono già costate molto non solo alla regione, ma alla sua reputazione. Esprimere chiaramente la volontà di fare del Consiglio di sicurezza un ente che collabori nel mantenere la pace e la sicurezza internazionale sarebbe un primo passo intelligente. (Purtroppo, Clinton ha dato un segnale sbagliato all’inizio di questa settimana, lasciando la sala conferenze del Consiglio di Sicurezza, mentre il suo collega russo Sergej Lavrov stava per accendere il suo microfono. Il ruolo di ragazzina offesa non corrisponde allo status di funzionario degli Stati Uniti). Devono capire che ulteriori tentativi di destabilizzare la Siria, solo per scagliare un apparente attacco suicida contro l’Iran, catalizzerebbe processi irreversibili su scala globale. Il risultato sarà sconvolgente per l’Occidente: scoprirebbe che sicuramente perderebbe la propria soggettività nella politica internazionale. Le forze più retrograde si affermerebbero ponendo fine a tutte le realizzazioni umane nel campo della scienza, della cultura, delle arti, della democrazia e dell’umanesimo.
Gli agenti della decadenza sono potenti anche all’interno della dirigenza negli Stati Uniti. Saranno gli elementi sani e sobri delle élite nazionali negli USA, e in altri paesi, a batterli sulle questioni di fondamentale importanza per la sopravvivenza del mondo contemporaneo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Qual è la capitale della Libia libera? Doha

Il Qatar, la Turchia e la Libia del CNT

Il ruolo del Qatar nel golpe contro la Libia crea una frattura nella leadership del CNT.  L’ex capo  del Consiglio Nazionale di Transizione, Mahmoud Jibril, accusa il Qatar di giocare un ruolo troppo grande negli affari interni della Libia e di sostenere determinate fazioni. “Il Qatar ha dato molto alla rivoluzione libica all’inizio, e ha veramente svolto un ruolo che non può essere dimenticato“, ha detto Jibril alla TV al-Arabiya di Dubai. “Ma ora penso che il Qatar stia cercando di svolgere un ruolo che è più grande del suo potenziale reale. Il ruolo del Qatar in Libia, se soddisfa gli interessi del popolo libico, è il benvenuto. Ma quando il Qatar appoggia una fazione o un gruppo contro il resto del popolo libico, allora questo non può essere favorevole al popolo libico…” Ha anche dichiarato che una ‘forza straniera ha ordinato l’esecuzione di Gheddafi’, riferendosi sempre al Qatar.
Pochi giorni prima anche l’ex ministro degli esteri e attuale ambasciatore del CNT alle Nazioni Unite, Abdurrahman Shalgham, aveva accusato il Qatar di cercare di dominare gli affari libici. “E’ scandaloso. Siamo sorpresi e non lo capiamo. Il (Qatar) assegna finanziamenti ad alcuni partiti, ai partiti islamisti. Danno soldi e armi e cercano di intromettersi in questioni che non li riguardano, cosa che noi rifiutiamo. Il Qatar vuole dominare la Libia. Il leader del CNT e la sua delegazione, che hanno visitato il Qatar di recente, hanno accettato ciò che è stato dettato da Doha, senza avere una esperienza politica e una conoscenza approfondita“, ha detto Shalgam a Maa al-Hadat, programma in arabo del canale satellitare tedesco Deutsche Welle. Shalgham accusa il Qatar di non essere imparziale con tutte le parti della Libia, e respinge la leadership del Qatar sulle forze della coalizione internazionale in Libia. Un altro leader del CNT aveva detto ad Arab News, che una delegazione si era recata a Doha per avvertirla di non interferire più in futuro.
Una fonte diplomatica occidentale affermava che Mahmoud Jibril avrebbe chiesto agli Stati Uniti di appoggiare la sua campagna contro le ingerenze del Qatar. Difatti, molti diplomatici occidentali si lamentano, in privato, di ciò che definiscono le ‘manovre machiavelliche’ del Qatar, la cui presenza a Tripoli è sentita nelle lobby degli hotel, dove i nuovi leader e i comandanti della Libia e gli inviati stranieri si scambiano consigli sul nuovo governo. Un diplomatico ha confessato che non capiva per quali scopi il Qatar abbia inviato armi e finanziamenti ai gruppi islamisti, e anche apparentemente ad alcune figure liberali del CNT, come Mahmoud Shammam: “Qual è la capitale della Libia libera? Doha. La Libia è il loro progetto. Ma qual è lo scopo del gioco? Non lo so, ma sono onnipresenti.”  Un diplomatico mediorientale aveva detto che i liberali libici dovrebbe rendersi conto che i soldi del Qatar seguiranno il probabile risultato delle elezioni libiche, piuttosto che il contrario. “Si dovrebbero chiedere perché il Qatar, come dicono, li ha traditi? E’ perché possono vedere ciò che i libici vogliono”, ha detto il diplomatico. “Questi tizi che ritornano dall’estero, non sono in contatto con la gente. Il Qatar può vedere chi andrà a governare questo paese, e vogliono un ritorno per il loro investimento”. Vi sono pochi dubbi sul fatto che i seguaci di al-Salabi e i potenziali alleati dei Fratelli Musulmani sembrino essere in grado di battere le figure liberali, quando si terranno le elezioni.
Nel frattempo, l’Alleanza 17 febbraio esprimeva il 7 novembre la sua più profonda gratitudine “per tutto quello che il Qatar ha fatto per giungere alla vittoria e per proteggere il popolo libico“. La dichiarazione descrive il sostegno morale, finanziario e logistico del Qatar ai rivoluzionari, come “il migliore sul terreno” e ne loda il ruolo di collegamento tra i ribelli e l’alleanza internazionale (NATO), respingendo le critiche fatte dai leader del CNT e saluta il Qatar alla guida dell’Alleanza degli Amici della Libia. “Siamo molto grati al Qatar, ma non ha alcun diritto di interferire nei nostri affari interni“, avvertiva invece Abdullah Naqir, un comandante delle milizie di Tripoli, “Non accetteremo la dominazione da parte del Qatar o da chiunque altro“.
In effetti, il 2 novembre Mustafa Abdul Jalil annunciava che le imprese turche avrebbero ricostruito le infrastrutture della Libia, mentre riceveva il ministro dell’economia turco Zafer Caglayan, e ringraziava la Turchia per il suo sostegno al CNT. “Il popolo libico assegna molta importanza alle relazioni con la Turchia, in particolare nell’economia e nella ricostruzione“. Abdul Jalil affermava che la Turchia aveva compiuto con successo un notevole sviluppo economico e che le società turche  avevano intrapreso dei grandi progetti in Libia. “Le aziende turche sono famose per il loro alto livello di qualificazione“. Il presidente del CNT avanzava la speranza che le relazioni turco-libiche migliorino la stabilità e il progresso della Turchia, quindi Caglayan ha incontrato il ministro dell’economia del CNT Abdullah Shamiya. Dopo l’incontro, Caglayan dichiarava che i servizi di consulenza e contrattazione sono di grande importanza per la ricostruzione della Libia, e che perciò era stato allocato un budget di 50 milioni di dollari a vantaggio delle società di consulenza e costruzione turche, affermando che queste società si sarebbero prese carico dei progetti in Libia.
Intanto, proliferano i partitini e i gruppetti organizzati da qualche ricco ex-esiliato, fenomeno da qualcuno presentato come la ‘rinascita democratica’ della Libia. Uno dei primi partiti ad emergere, a luglio, è stato il Partito Democratico di Bengasi, formato da uomini d’affari che hanno vissuto negli Stati Uniti, seguito dal Partito Nazionale e dal Partito della Nuova Libia, tutti inconsistenti sul piano quantitativo. Infine vi è il Raduno Nazionale per la Libertà, la Giustizia e lo Sviluppo, di Bengasi. S’ispira al partito guidato da Recep Tayyip Erdogan, anche se in realtà è la versione libica dei Fratelli Musulmani d’Egitto. E’ guidato dallo sceicco Ali al-Salabi, appoggiato da numerosi membri del CNT e che vuole imporre la legge della Sharia. È sostenuto dalla Turchia e dal Qatar, dove ha vissuto negli ultimi anni. A settembre, su al-Jazeera ha attaccato l’ex capo del CNT Mahmoud Jibril, etichettandolo “laicista estremista“, provocando manifestazioni a lui contrarie, in particolare di donne. “Non sarebbe nulla senza al-Jazeera“, ha detto un funzionario del CNT di Tripoli. Salabi paragona il suo partito al partito islamista Ennahda della Tunisia, che avrebbe vinto le elezioni di ottobre, e con cui ha stretti legami. Il suo partito è nazionalista, dice, non islamista. Il capo del CNT, Mustafa Abdul Jalil, aveva detto che la Libia avrebbe vietato le pratiche bancarie non islamiche. Salabi avrebbe risposto che “Questa è la sua opinione, nient’altro, la Libia dovrebbe mantenere il sistema bancario occidentale”. Anche Abdel Hakim Belhaj, capo del Consiglio militare di Tripoli, un ledaer islamista jihadista, ha deciso di aderire al nuovo partito di Salabi.
Un altro gruppo organizzato basato a Bengasi, rivale del partito di Salabi, è il Fronte Nazionale per la Salvezza della Libia (NFSL), fondato nel 1981 da Muhammad Yusuf al-Magariaf, ex-ambasciatore libico in India. È stato il principale gruppo di opposizione libico, operando soprattutto all’estero, organizzando  diversi attentati, tra cui uno fallito contro la caserma di Bab al-Aziziya, nel maggio 1984, a Tripoli. L’attuale capo del partito è lo statunitense Ibrahim Sahad, ma è guidato localmente da Mohamed Ali Abdullah. Il primo ministro libico Abdulrahim al-Qyb ne era membro, ma l’aveva lasciato nel 1993. “Sarà una grande forza politica in Libia per via della sua posizione in passato“, afferma Jalal Abdul-Mutalib, ex diplomatico libico e dissidente durante l’era Gheddafi. Il NSFL chiede elezioni entro la fine di marzo per eleggere una assemblea costituente che dovrebbe redigere una nuova costituzione, e quindi elezioni per i nuovi organi legislativi ed esecutivi, da indire entro aprile 2013. Nel frattempo, invoca un congresso nazionale di 200 membri con cui sostituire il CNT.
Un altro partito è il National Congress Party, che fu il principale partito politico durante la monarchia, mentre il Partito Democratico Sociale è totalmente nuovo.
A Misurata, invece, i ribelli locali vanno formando un proprio partito che supporta il mercato libero, e a Tripoli nasce il partito islamista Sahwa (risveglio), il cui fondatore è Hussam Najjar, un immigrato libico-irlandese, quindi si tratta di uno dei mercenari reclutati per l’assalto a Tripoli di agosto, guidati da Mahdi al-Harati. I partiti amazigh delle montagne Nafusa e quello di Misurata supportano la frammentazione del paese. “Dobbiamo avere un sistema federale come gli Stati Uniti“, affermava su Arab News Mahmoud Issa, un miliziano di Bengasi che guidava le proteste per i mancati pagamenti ai ribelli. Infatti, con una serie di dimostrazioni, le milizie di Bengasi chiedevano con insistenza di avocarsi il governo statale. “No a Tripoli“, gridavano.
Nel frattempo, i vari ‘vincitori’ della guerra alla Libia si propongono per smerciare i loro prodotti più rinomati: Stati Uniti, Francia e Turchia starebbero ognuno tentando, di vendere aerei da combattimento alla Libya Air Force (LAF); gli USA propongono gli F-16 Fighting Falcon, la Francia i Dassault Mirage e la Turchia una versione modernizzata del vecchio cacciabombardiere statunitense McDonnell F-4 Phantom. Anche in questo caso il Qatar avrebbe un suo ruolo.

Alessandro Lattanzio, 19/11/2011
SitoAurora

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