Ecco perché le cosiddette sanzioni occidentali contro la Russia sono un grande bluff

Una lezione di geostrategia di Jean-Paul Pougala, ex-scaricatore illegale, CameroonVoice Bandjoun (Camerun) 20/03/2014
Jean-Paul Pougala insegna “geostrategia africana” presso l’Istituto Superiore di Management (ISMA) al Rue des Ecoles di Douala, Camerun.

vladimir-putin-valery-gerasimov-sergei-shoiguParte 1/4 – Sul piano militare, la minaccia dell’occidente è un bluff
A – La Russia è inevitabile nelle strategie militari occidentali
Durante la crisi in Africa centrale, il popolo del Camerun inveiva perché le truppe francesi passarono sul territorio camerunese per arrivare in Africa Centrale. Le malelingue arrivarono a dire che la Francia voleva usare questa operazione per destabilizzare il Camerun. La vera ragione di tale transito, che radio e televisione francesi che trasmettono anche nell’Africa francofona furono attente a non svelare, era che la Francia, che si pretende così potente, non ha aeromobili di grandi dimensioni per il suo esercito. La Francia, che ha un deterrente nucleare molto costoso, paradossalmente non ha soldi per permettersi un aereo di tipo “jumbo”. Così è costretta a noleggiarli, e anche allora i costi sono proibitivi. E secondo voi, da chi affitta aerei di grandi dimensioni per trasportare le proprie truppe e materiale bellico? Dalla Russia. Proprio perché i grandi aerei meno costosi sono gli Antonov russi. Questo è lo stesso problema di tutti gli altri Paesi dell’Unione europea che di giorno giurano di torcere il collo della Russia, ma di notte spiegano a Mosca che stanno solo scherzando, affinché non si arrabbi. L’Unione europea la scorsa settimana ha firmato un accordo di associazione con il governo provvisorio (golpista) dell’Ucraina. Si tratta di un accordo che è di per sé un vero e proprio bluff, perché il grosso dell’economia ucraina è nella parte territoriale di lingua russa. Gli impianti industriali militari di epoca sovietica sono ancora legati a Mosca. E nessun accordo per salvare l’Ucraina può fare a meno della parte in cui si concentrano principalmente le industrie della Difesa ucraine. Vale a dire che l’Unione europea, sostenendo i manifestanti di Maidan fino all’accordo per emarginare i russofoni in Ucraina, ritiene di costruire un’alleanza strategica contro coloro che detengono l’industria delle armi necessaria anche per una piccola guerra. Si ha sempre l’impressione che i capi europei non ne sappiano molto della vera geopolitica di Ucraina e Russia. Da un lato, vogliono emarginare la Russia, mentre nei fatti non possono farne a meno. I cittadini europei non sanno che non c’è solo la Francia priva di mezzi per trasportare i suoi militari da un punto ad un altro. La NATO, che pretende di bombardare la Russia se cerca di riconquistare le regioni russofone dell’Ucraina, fa trasportate alla Russia il grosso delle sue truppe ed attrezzature nella maggior parte dei teatri non solo di guerra, ma anche di addestramento. Attraverso la sua agenzia, la Namsa, la NATO ha stipulato il contratto confidenziale SALIS (Strategic Air Lift Interim Solution) con la società russa Ruslan Salis GmbH di Lipsia, in Germania e che riguarda i grandi velivoli da trasporto di due aziende russe: l’Antonov Design Bureau (ADP) di Kiev, Ucraina e le Volga Dnepr Airlines (VDA) di Uljanovsk in Russia. Senza l’aiuto dei russi, la NATO dovrebbe rimanere a terra per mancanza di fondi. Per un confronto, il maggiore aereo cargo statunitense, il Boeing C-17, è 30 volte più costoso dell’Antonov. Questo spiega perché i 18 Paesi della NATO, tra cui la Francia, affittino aerei russi oggi. E anche se mostrano le loro zanne e danno l’impressione agli ignoranti di essere duri con la Russia, si nasconderanno con cura ogni volta che il Presidente russo Putin tossirà un po’. Secondo un articolo del 5 agosto 2009 sulla pagina Secret Défense del quotidiano francese Libération, la Francia paga ogni anno 30 milioni di dollari per l’affitto di aerei russi. Li ha usati per 1195 ore nel 2008, se ne calcoli l’ammontare con i 25000 euro per ogni ora di noleggio. Il giornale ha confrontato l’aereo dell’Antonov con quello dei partner statunitensi, e ha detto che per le stesse ore la Francia avrebbe dovuto pagare 600 milioni di euro se avesse scelto di affittare dagli statunitensi piuttosto che dai russi. Non importa, 25000 euro all’ora è una buona cifra, 16,4 milioni di FCFA per ogni ora di noleggio di un Antonov An-124 che trasporta un carico di 390 tonnellate in 1000 mc. La Francia può giocare a braccio di ferro facendo credere alla Polonia di inviare 4 caccia per proteggerla dalla Russia, ma tale iniziativa fa ridere gli asili in Russia. E chi finanzierebbe la guerra contro la Russia, se ancora non ha idea di chi finanzia le sue operazioni in Africa centrale, avendo l’Unione europea fatto alla Francia la vaga promessa di 50 milioni di euro mentre gli statunitensi erano riusciti a garantirsi che il voto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non facesse di tale intervento un intervento delle Nazioni Unite, in modo che non lo pagassero. Quindi si capisce perché la Francia deve risparmiare mentre la decisione del trasporto via terra dal porto di Douala si rivela una soluzione imposta. Non si tratta quindi di una manovra per destabilizzare il Camerun, ma di una scelta dettata dalle tasche vuote di un Paese in crisi che pretende di sloggiare i russi dalla Crimea.

B – L’esercito statunitense ha un bisogno vitale della Russia
Senza l’aiuto della Russia, i marines statunitensi avrebbero mille volte più difficoltà in Afghanistan.  Questo Paese non ha accesso al mare e confina con la Comunità degli Stati Indipendenti, la Cina, il Pakistan e l’Iran. Gli statunitensi, non sentendosi al sicuro in Pakistan dove bin Ladin si nascose per 10 anni, hanno scelto di passare attraverso la Russia per arrivare in Afghanistan. Così, quando si parla del costo della guerra in Afghanistan, il contribuente statunitense non sa che finanzia il nemico russo. Basta sgranare i conti del Pentagono per capire che la Russia si sta già fregando le mani a mano a mano che il conflitto si trascina. Nel 2012, per esempio, una dichiarazione del Pentagono ha reso ufficiale il numero di soldati statunitensi transitati dalla Russia dall’inizio del conflitto: 379000 soldati e 45000 tonnellate di materiale statunitensi. Quando il presidente russo Vladimir Putin e il presidente degli Stati Uniti Barack Obama s’incontrarono a margine del vertice G-20 di Los Cabos, in Messico, nel giugno 2012, i media statunitensi sferzarono il demonio della Russia che sostiene Assad e assiste l’Iran nel costruire la bomba atomica. Ciò che non poterono commentare era il comunicato stampa ufficiale che accompagnava l’incontro, rilasciato dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti, che diceva: “Gli Stati Uniti ringraziano la Russia per il suo contributo a plasmare il futuro dell’Afghanistan. I nostri Paesi hanno stabilito una fruttuosa cooperazione e pianificazione nel sostenere gli sforzi di Kabul per ripristinare ambiente tranquillo e società stabile libere da terrorismo e droga. Ai sensi degli accordi, la Russia ha visto transitare sul suo territorio più di 379000 soldati, più di 45000 container di merci militari e più di 2200 sorvoli aerei“. Quindi perché le sanzioni verbali del presidente Obama alla Russia si limitano a un miserabile divieto di visto, ora si capisce. Perché è la Russia che ha le carte per impedire, ad esempio, che le truppe statunitensi in Afghanistan non possano passare sul suo territorio; ciò sarebbe un serio disastro finanziario per il Pentagono e per il ministero della Difesa degli Stati Uniti che dovrebbe trovarvi una soluzione alternativa. Si tratta quindi solo di propaganda per l’opinione pubblica statunitense, per definizione guerrafondaia.

Perché gli equipaggiamenti militari russi sono superiori a quelli della NATO in una guerra convenzionale?
Ci fu una battaglia presso il Congresso degli Stati Uniti d’America nel giugno 2012, quando il Pentagono annunciò di voler comprare un secondo ordine di 10 elicotteri russi. Che sacrilegio che i potenti USA chiedano armi ai nemici per combattere in Afghanistan. Non funziona. I generali degli Stati Uniti in Afghanistan preferiscono gli elicotteri russi a quegli statunitensi, se vogliono ottenere una vittoria sui taliban, anche se ufficialmente si tratta di dotarne l’esercito afgano. La storia comincia all’inizio dell’avventura militare afghana della NATO. Il contingente canadese della Forza internazionale di sicurezza si rende conto, molto presto, che i loro mezzi non sono adatti. Rapporti confidenziali vengono inviati a Ottawa, infine, permettendo ai generali canadesi che occupano il sud dell’Afghanistan di affittare elicotteri russi in segreto, con risultati positivi sul campo. I generali statunitensi in Afghanistan ne vengono informati. E invece di trattare direttamente con i russi, su richiesta del Pentagono, compiono la scelta completamente insensata di acquistare da trafficanti di armi elicotteri da combattimento russi. È la Repubblica ceca ad avere la possibilità di vendere ai militari degli Stati Uniti i suoi vecchi elicotteri dell’era sovietica, tra cui i Mi-8 per i quali gli Stati Uniti spendono molti soldi, mentre quelli nuovi sono più convenienti. Non si deve trattare con il nemico russo. Non si deve offendere il popolo statunitense. Tale situazione diventa insopportabile perché la Russia si rifiuta di fornire pezzi di ricambio ad acquirenti anonimi e chiede la tracciabilità del venditore e dell’acquirente di questi elicotteri. La situazione permane fino al 2011 quando i generali statunitensi decidono di bucare l’ascesso che si era formato troppo a lungo, e trattano direttamente con i russi. Questa è la versione ufficiale del Pentagono nell’annunciare lo storico accordo per l’acquisto di 21 elicotteri Mi-17B-5 versione da combattimento, per 375 milioni dollari, da impiegare in Afghanistan. Nel giugno 2012, il Pentagono  decise di ordinare 10 nuovi elicotteri da combattimento alla Russia per 217 milioni dollari. Questa volta alcuni membri del Congresso degli Stati Uniti d’America decisero di non arrendersi senza combattere prima del passaggio a Mosca di ciò che viene considerato il più potente esercito del mondo. Fu il senatore Richard Shelby dell’Alabama ad aprire le ostilità accusando il presidente Obama di vendere il Paese ai russi, acquistando, disse, “aeromobili non appropriati, senza coordinamento nell’acquisto” dicendo, secondo lui, che “gli Stati Uniti hanno i migliori aerei del mondo“. Ma i generali che combattono in Afghanistan passano a velocità massima in prima linea per parlare direttamente al pubblico statunitense per spiegare che non sono in Afghanistan per fare numero, ma per combattere e spesso morire. Quindi, se dobbiamo morire, lo facciamo con le armi migliori per combattere. Non fu che il generale dell’US Air Force Michael Boera, responsabile dell’addestramento della forza aerea afgana, davanti alla caparbietà dei senatori statunitensi, a dimenticarsi la segretezza parlando direttamente alla stampa. Ecco cosa disse al giornale Washington Post: “Se venite in Afghanistan e farete un volo sul Mi-17, capirete subito perché questo elicottero è così importante per il futuro dell’Afghanistan (…) Dimenticate che il Mi-17 è russo, vola alla perfezione in Afghanistan“. La cosa più divertente di tale storia è che per contrastare il Pentagono e tutti i suoi generali che preferiscono gli aerei russi, come rivelato dal giornalista Konstantin Bogdanov dell’agenzia di stampa russa RIA Novosti il 15 giugno 2012, 17 senatori statunitensi scrissero una lettera al segretario alla Difesa Leon Panetta, nell’aprile 2012, per legare l’accordo sulle armi con la Russia alla crisi siriana. Ecco quello che scrissero: “Non possiamo permettere che i contribuenti statunitensi finanzino indirettamente l’uccisione di civili siriani (…) il denaro dei contribuenti viene speso per l’acquisto di elicotteri russi invece che per comprare attrezzature degli Stati Uniti per i militari afgani“. Non funzionò, i generali preferivano gli elicotteri russi e così fu. Questa informazione supera ogni commento. Se solo per il teatro di guerra ancora aperto gli Stati Uniti debbono usare le armi di coloro che sostengono di combattere, e sul loro territorio, la Russia, è probabile che sarebbe un vero suicidio politico e militare attaccare la Russia sul suolo ucraino.

C – La Francia può dichiarare guerra alla Russia? No
Quando l’11 gennaio 2013 le truppe francesi in Mali iniziarono l’offensiva contro i jihadisti, i maliani credevano che fosse sufficiente dimostrare gratitudine alla Francia agitando piccole bandiere tricolori per le strade di Bamako. Quello che non potevano sapere è che, allo stesso tempo, al palazzo dell’Eliseo vi fu un vero rompicapo: come finanziare l’operazione militare in Mali? Quattro giorni dopo, il 15 gennaio 2013, l’aereo del presidente francese Hollande atterrò alle 06:30 (03:30 ora locale di Yaoundé), sulla pista dell’aeroporto di Abu Dhabi. Il presidente Hollande doveva trovare il denaro per le operazioni in Mali. Perciò, (secondo AFP) incontrò il Presidente della Federazione degli Emirati Arabi, Qalifa bin Zayad al-Nahyan, e il principe ereditario di Abu Dhabi, Muhammad bin Zayad al-Nahyan. Poi andò a Dubai dove incontrò l’emiro shaiq Muhammad bin Rashid al-Maqtum. E’ quindi evidente che, se per sconfiggere 4 jihadisti nel deserto del Mali, la Francia deve cercare i soldi nella penisola arabica per sconfiggere il vero esercito di un Paese come il Camerun, con la Russia andrà a bussare in paradiso? Ma cos’è realmente accaduto in Mali? Cosa non ci hanno detto delle operazioni militari francesi in Mali, e che potrebbe illuminarci sulle finte zanne che la Francia di oggi mostra alla Russia?

Le informazioni della missione parlamentare sull’operazione Serval in Mali
Il 17 luglio 2013, 2 deputati francesi presentano la relazione delle informazioni sulla missione dell’operazione Serval in Mali, una missione cognitiva promossa dall’Assemblea nazionale francese.  Costoro erano:
– Philippe Nauche, nato il 15 luglio 1957 a Brive (Corrèze), deputato socialista del 2° distretto del dipartimento di Corrèze. Vicepresidente della Commissione della Difesa nazionale e delle forze armate francesi.
– Christophe Guilloteau, nato il 18 giugno 1958 a Lione (Rodano), deputato UMP del 10° distretto del Rodano e membro della Commissione per la Difesa nazionale e delle forze armate francesi.
Come ben si può vedere, non due avventurieri che passavano di lì per divertire la platea con cose  imbarazzanti. No. Sono due veri deputati all’altezza della serietà dei loro propositi. E poi, trattandosi di due partiti opposti, non si può dubitare l’obiettività e l’imparzialità del loro lavoro che credo fosse ben fatto. La prima parte spacciava qualche piccolo successo indiscutibile dell’intervento militare francese in Mali, ma ciò che interessa è la seconda parte della loro relazione, quando, senza perifrasi, indicano le debolezze dell’esercito francese in un teatro di guerra in Africa, che sono particolarmente di due tipi: logistica e tattica. Philippe Nauche e Christophe Guilloteau parlano senza reticenze delle attrezzature obsolete dell’esercito francese. Sostengono che l’elicottero Gazelle sia molto vulnerabile in uno scontro reale con un vero esercito. E inoltre aggiungono che questo fu il problema che causò la morte del pilota Damien Lame, l’11 gennaio 2013, cioè nel primo giorno dell’intervento. L’altro elicottero usato in Mali soffre di un male maggiore: la sua scarsa autonomia. Si tratta dell’elicottero Puma. Tatticamente, i 2 deputati evidenziato due gravi carenze. Il primo è l’incapacità dell’esercito francese nel raccogliere informazioni affidabili. Ad oggi, i servizi segreti francesi si affidano in modo sproporzionato ai loro ex-studenti di Saint Cyr, divenuti generali o colonnelli africani, per avere le informazioni di cui hanno bisogno. Questo fu molto utile in molte situazioni per dare l’ordine di non combattere ad interi eserciti che rapidamente caddero o fuggirono senza combattere solo per via delle informazioni diffuse al mattino su alcune Radio molto ascoltate in Africa. Ma in Mali non combattevano contro l’esercito del Mali, in cui la Francia ha molti informatori, ma piuttosto un avversario invisibile dove la Francia non si era infiltrata. In questo caso, i droni sono generalmente utilizzati per raccogliere quante più informazioni sulle posizioni e i movimenti dei nemici. E la Francia non ha soldi per comprare droni militari. Ma senza droni in Mali, la Francia avanzava alla cieca mettendo la vita dei propri soldati a rischio. Così sostenevano in ogni caso i due deputati. Non è chiaro come la Francia, che non addestra i generali russi e non ha informatori nell’esercito russo, possa combattere in Ucraina o in Crimea. Un’altra breccia nel Mali fu, secondo questi due deputati, la scarsa autonomia per il rifornimento degli aerei francesi. In Mali, la Francia ha bisogno vitale degli altri eserciti europei per rifornire in volo i suoi aerei, perché non può farlo da sola, non ha gli aerei necessari. In conclusione, i due deputati deplorano la subordinazione della Francia ai suoi alleati europei nel minuscolo teatro di guerra del Mali, definendolo “grande freno all’autonomia strategica della Francia”.

D – L’Europa può dichiarare guerra alla Russia? No
Mentre tutti gli occhi erano puntati alla Conferenza dei Capi di Stato africani e francesi sulla sicurezza in Africa, del 6 e 7 dicembre 2013, conferenza priva d’importanza strategica secondo me, qualcosa di più importante accadde invece due giorni prima, il 4 dicembre 2013 alle ore 9.30 presso la “Commissione della Difesa nazionale e delle forze armate francesi”. Sotto la presidenza di una nostra conoscenza, Philippe Nauche, assistemmo alla presentazione di due nuove persone: Danjean, presidente della sottocommissione “sicurezza e Difesa” del Parlamento europeo, e Maria Eleni Koppa, relatrice sui temi del Consiglio europeo, nel dicembre 2013, che affrontarono questioni su Difesa e sicurezza. Si parlò, tra l’altro, dell’intervento francese in Africa Centrale.
Ecco cosa dichiara Arnaud Danjean: “Il problema politico si aggiunge al problema di leadership in Europa. La difficoltà non sta tanto nelle persone quanto nell’autocensura delle strutture di Bruxelles: anticipando il blocco di certi Stati, non osano prendere iniziative su sicurezza e Difesa. Questo è il motivo per cui, in questi ultimi anni, le istanze della Difesa europea appaiono piatte. La Repubblica Centrafricana soffre per tale inazione. È probabile che l’UE si accontenterà del consueto ruolo di principale fornitore di aiuti umanitari. Kristalina Georgieva, Commissario per l’azione umanitaria, s’è già recata più volte nel Paese. Certi Paesi potrebbero fornire aiuti logistici, come del caso del Mali dove lo sforzo francese, segnato dall’invio di truppe da combattimento, fu possibile solo grazie al sostegno dei nostri alleati europei e nordamericani. Infatti, l’invio di un aereo da trasporto belga o olandese può essere determinante. Si tratta di una scommessa sicura in Africa Centrale, dove gli sforzi saranno condivisi nello stesso modo: i francesi inviano uomini di nuovo, e alcuni partner europei, nessuno dei quali mostra il desiderio d’inviare contingenti sostanziali, forniranno il supporto logistico e la Commissione firmerà un assegno umanitario“. (…) riguardo lo stato d’animo dei nostri partner europei, mi si permetta una metafora. Affinché le cose funzionino nella Difesa europea bisogna allineare tre pianeti: Francia, Gran Bretagna e Germania. Ma al momento, anche se l’immagine è assurda da un rigoroso punto di vista scientifico, non ne sono allineati nemmeno due! La Francia ha sempre tenuto una posizione da leader nel caso della Difesa europea, ma il dialogo con i suoi alleati resta complicato. Infatti, Francia e Germania, suo partner privilegiato, non usano la stessa lingua; quando parliamo di operazioni e istituzioni, i nostri amici tedeschi rispondono industria. Tuttavia, la loro visione industriale differisce profondamente dalla nostra: lungi dal basarsi su una politica industriale attiva a livello europeo, danno priorità alle loro aziende nazionali,  approfittando parecchio dei fondi europei. Per la Germania, il consolidamento dei mercati della Difesa deriva dalla corretta applicazione delle direttive europee sulla libera concorrenza“.
Ecco ciò che dice il deputato UMP Bernard Deflesselles del comitato: “Come voi, non mi aspetto molto dal Consiglio europeo del dicembre 2013. I dati sulla crescita dei bilanci militari nel mondo sono illuminanti: l’aumento è stato del 71% per la Cina, 65% per la Russia, 60% per l’India e 40% per il Brasile. Tutti gli Stati-continente aumentano a dismisura le spese per la Difesa. E l’Europa?  Siamo consapevoli della mancanza di volontà politica. Il Parlamento europeo ha cercato di farlo emergere e i rapporti del vostro sottocomitato sono eccellenti, ma non comportano nulla nella volontà dei governi. Ne abbiamo un esempio con il Mali. Sono lieto di apprendere che il contingente olandese di 380 uomini è stato inviato in questo Paese, ma ho visto con i miei colleghi della missione d’inchiesta sull’operazione Serval, che l’impegno dell’UE sul campo, cioè un contingente di 500 uomini assegnati all’addestramento dei nuovi battaglioni in Mali, non era all’altezza né delle aspettative, né della volontà dell’Europa. (…) Riguardo l’Agenzia europea per la Difesa (EDA), dobbiamo riconoscere che non è cambiato nulla dalla sua nascita, dieci anni fa.  L’unico progetto di difesa europea era l’A400M. Possiamo dire che per la cyber-difesa e l’industria spaziale non vi è alcun progetto o budget. L’Agenzia deve ancora affrontare l’Organizzazione congiunta per la cooperazione in materia di armamenti (OCCAR). In breve, non c’è nulla. Temo che l’Europa sia destinata a rimanere uno spazio economico con un po’ di solidarietà, forse, ma di certo non diventerà una potenza in grado di influenzare il mondo di domani“.
Philippe Folliot, del partito UDI (Unione dei democratici ed indipendenti) e segretario della commissione per la Difesa nazionale e le forze armate francesi, s’è interessato: “Abbiamo appena parlato del progressivo ritiro degli Stati Uniti dalla NATO: il centro d’interesse geostrategico degli statunitensi passa dal Nord Atlantico al Pacifico, senza rendersi conto che potrebbe essere devastante per la nostra capacità nel garantirci la sicurezza e la nostra Difesa, dato che ci saranno, se così posso dire, più fori nell'”ombrello statunitense“.

E – Parziale conclusione della prima di quattro parti:
E’ chiaro che in caso di aperto conflitto diretto con la Russia, su Crimea e Ucraina, l’Unione europea avrebbe più di un motivo per preoccuparsi. L’Europa è assai impigliata nei suoi problemi sulla Difesa per via degli Stati Uniti che hanno deciso di abbandonare la NATO, cioè di non finanziare più la Difesa dell’Europa per avvicinarsi al Pacifico, dove si gioca tutto adesso. E chi c’è nel Pacifico? Due Paesi: Russia e Cina, con altri quattro Paesi riuniti nella nuova alleanza strategica da quasi 3 miliardi di persone, cioè il 40% della popolazione della Terra, su 32 milioni di kmq dell’organizzazione intergovernativa regionale asiatica chiamata Shanghai Cooperation Organization che comprende Russia, Cina, Kazakhstan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. L’India ne è un osservatore così come Pakistan, Iran, Mongolia e dal 2012 anche Afghanistan. Altri Paesi come Turchia e Sri Lanka hanno chiesto di aderirvi e le loro richieste sono ancora in fase di elaborazione. Gli europei non vedono quanto di reale accade in Oriente, essendo impigliati nelle loro solite bugie finendo con il mentire a se stessi, cioè a credere nelle proprie bugie. Sebbene non contino più granché, subitaneamente di sono auto-proclamati comunità internazionale. S’è visto in Costa d’Avorio, e poi in Libia. Hanno inaugurato un nuovo modo di nascondere la propria debolezza militare con le sanzioni contro Costa d’Avorio e Libia e, avendo l’illusione che abbiano funzionato, oggi le brandiscono contro la Russia. Immaginate di dare il vostro raccolto di miglio al vicino di casa, che ha un grande granaio, affinché lo conservi. E il giorno in cui si arrabbiasse contro di voi, piuttosto che dire che non vuole tenere il vostro miglio e che dovete riprendervelo, vi dice che essendo arrabbiato vi blocca il raccolto, tenendoselo. Potreste chiamarlo bandito, si capisce. È il famoso congelamento dei capitali. Ed è così che Obama ha congelato 30 miliardi dollari di denaro libico detenuto in banche statunitensi. Oggi, nessuno sa cosa sia successo di quel grande bottino di guerra della Libia. Io ho una mia idea: forse Paul Bismuth, alias Don Sarko, ne sa qualcosa? Obama ed amici europei hanno voluto giocare alla Russia il colpo a Gheddafi. Solo che questa volta, come si dice ad Abidjan, hanno incontrato per strada un tizio. Un tizio con gli attributi di nome Putin. Ciò che fa tremare i capi europei è che il tizio non ha detto l’ultima parola e nessuno, nemmeno sua moglie, sa cos’ha in testa. Sulla testa di Gbagbo, in onore della Guida libica Gheddafi, vorrei dirgli: Parlate ancora!
Qui ci sono persone che si spacciano per “potenti” e che in ultima analisi sono forti con i deboli. Mi aspetto che Obama, Cameron e Hollande assemblino una coalizione dei volenterosi difensori del diritto internazionale per imporre una no-fly zone sulla Crimea. Là, sapremo chi sono i veri difensori del diritto internazionale.

644228Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lavrov avverte algerini e tunisini

L’Expression Algérien, 12 marzo 2014 – Tunisie-secret

La Russia alza la voce. Toccherà all’Algeria avverte Sergej Lavrov, ministro degli Esteri della Russia, che detto en passant, è stato accolto a Tunisi con la bandiera serba, un errore della diplomazia tunisina oramai incapace di distinguere la bandiera russa da quella serba. Il complotto contro l’Algeria non è più un segreto. Tutto è pronto per destabilizzare questo Paese tra la Tunisia sotto mandato islamo-atlantista e il Marocco sotto l’influenza d’Israele e la Libia afghanizzata. A Tunisi, cinque condizioni sono state soddisfatte per completare il piano anti-algerino: la base militare degli Stati Uniti, vicino al confine con l’Algeria, la sede di Freedom House, terreno fertile dei cyber-collaborazionisti, i ratti palestinesi di Hamas che hanno scavato decine di tunnel al confine tunisino-algerino, il miniesercito di jihadisti tunisini, algerini, libici e ceceni in Tunisia e le cellule dormienti di al-Qaida.

map_of_algeriaNella breve visita in Tunisia, di qualche ora, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha avvertito che “partiti stranieri” vogliono mettere a ferro e fuoco l’Algeria spacciando la primavera algerina. Un diplomatico russo ha aggiunto che questi stessi partiti “hanno aperto diversi fronti presso il confine con l’Algeria, da Libia, Tunisia e Mali”. Da alleato, Lavrov ha ribadito il sostegno del suo Paese all’Algeria. Il capo della diplomazia russa ha svelato durante la sua visita in Tunisia, che l’Algeria sarà bersaglio di istigatori e altri fomentatori che scriveranno l’ultimo episodio della presunta primavera araba. Quindi ha avvertito le autorità algerine contro gli istigatori della cosiddetta “primavera araba”. Il ministro degli Esteri russo accusa direttamente coloro che hanno causato i tumulti deliberati in Tunisia, Libia e Mali da cui proviene la maggiore minaccia all’Algeria. Ritiene che i cospiratori del nuovo ordine mondiale abbiano piani basati su una politica d’influenza verso minoranze e reti terroristiche. Tuttavia, la minaccia sottolineata da Mosca non è nuova ai servizi segreti algerini. Sottoposte a una notevole pressione dall’inizio della guerra civile in Libia, le forze di sicurezza algerine hanno fatto affidamento sulla loro esperienza nella lotta al terrorismo. In tempi relativamente brevi, migliaia di fonti d’informazione di prima mano sono state analizzati e controllate dal DRS, nella corsa contro il tempo contro ogni minaccia, compresi i gruppi criminali nati all’ombra della crisi libica, usata come catalizzatore del movimento jihadista, relativizzata e talvolta banalizzata dai partiti in guerra contro il regime di Gheddafi, tra cui Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Nella loro banca dati, i servizi di sicurezza sono riusciti a identificare le  nuove reti composte da marocchini e libici. L’arresto di alcuni agenti del Mossad in Algeria n’è la prova. Non trovando necessario rivelare il vero scenario programmato contro l’Algeria, le stesse fonti vicine al contesto sanno che l’Algeria è “terreno fertile” per i grandi appetiti occidentali. Il rapporto del dipartimento di Stato USA sui diritti umani, che paradossalmente accusa l’Algeria e l’analisi del Centro anti-terrorismo (CTC) dell’Accademia Militare di West Point che ha messo sotto il microscopio tutto ciò che accade nel sud dell’Algeria, sostenendo che questa regione sensibile dell’economia del Paese sarà l’epicentro di una esplosione popolare per via della marginalizzazione delle minoranze, non possono essere considerati che un’introduzione degli obiettivi reali degli occidentali.
Una prima percezione di ciò che sta per accadere. “L’Algeria è nel mirino degli Stati Uniti?” si chiedeva L’Expression in una precedente edizione! La risposta è stata rivelata dal Los Angeles Times. Il giornale ha riferito che “Forze speciali statunitensi operano in Tunisia“. La presenza di cui avevamo prova, ma negata dalle autorità tunisine, è giustificata, dice lo stesso giornale, dal fatto “di addestrare i militari tunisini nella lotta contro il terrorismo.” I marine, che sarebbero una cinquantina, hanno preso posizione nel sud della Tunisia, presso la frontiera algerina, nel gennaio 2014. “Un aeromobile tipo elicottero è presente“, aggiunge il Los Angeles Times. E’ solo la parte visibile di un iceberg e della grande strategia della guerra annunciata contro l’Algeria. Infatti, dalla fine dello scorso anno, rapporti confermano la forte presenza di agenti dei servizi segreti statunitensi e dell’AFRICOM nel sud della Tunisia. Gelosa della sua sovranità, l’Algeria aveva agito a tempo di record per liberare oltre 600 ostaggi, garantendo al contempo i confini. L’unità speciale chiamata a condurre l’operazione aveva impressionato il mondo per la sua professionalità! Anche se il pretesto della mobilitazione degli Stati Uniti in Africa è il coordinamento della lotta contro il terrorismo e salvaguardare i propri interessi, non è difficile credere che gli Stati Uniti non abbiano interesse nelle regioni dell’Algeria con giacimenti di shale gas, gas convenzionale e altri minerali come l’uranio. Clan compiacenti sono già sul terreno, pronti ad avviare il motore della destabilizzazione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Algeria nel mirino degli Stati Uniti

Charles Francis L’Autre Afrique 13 febbraio 2014

algeria-mapDa diversi mesi gli Stati Uniti hanno classificato l’Algeria un “Paese a rischio sicurezza per i diplomatici” e posto installazioni militari con contingenti navali nel meridione della Spagna, senza nascondere le intenzioni interventiste in Africa settentrionale. Si sa inoltre che gli Stati Uniti puntano alla zona di confine tra il sud della Tunisia e l’Algeria, “segno che gli Stati Uniti sono determinati ad agire, il Pentagono ha appena occupato, nel sud della Tunisia, una base in disuso da ristrutturare per intervenire nel teatro libico, ha detto una fonte diplomatica a Tunisi” (LeFigaro, 1 febbraio 2014). Il minimo che possiamo dire, anche se si tratta per il momento d’intervenire in Libia, è che l’orco si avvicina… Minacce punitive per non aver sufficientemente sostenuto l’intervento militare francese in Mali? Una piano di destabilizzazione dell’ultimo bastione indipendente dall’influenza degli Stati Uniti? Il fatto è che dopo il Mali e lo stato di tensione in tutta la sub-regione, gli algerini hanno il diritto ad avere gravi preoccupazioni.

L’intervento militare annunciato
500 marines w otto caccia degli Stati Uniti sono stati schierati dall’estate del 2013, una sostanziale forza d’intervento militare, nella piccola città di Moron, Spagna. Se la presenza militare degli Stati Uniti su suolo spagnolo non è uno scoop, ciò che è nuovo è lo scopo specifico di tale nuovo schieramento. La confessione del governo spagnolo in merito a ciò è davvero notevole: “consentire ai militari degli Stati Uniti d’intervenire in Africa settentrionale in caso di gravi perturbazioni“. Non si può infatti essere più chiari! Oggi, mentre gli Stati Uniti hanno appena fatto la richiesta formale al governo Rajoy di aumentare l’attuale presenza di marines, chiamata “Forza di risposta alle crisi in Africa“, apprendiamo dal quotidiano spagnolo El Pais, di grandi movimenti della marina degli Stati Uniti sulle coste spagnole: “L’11 febbraio, il cacciatorpediniere USS Donald Cook arriverà con il suo equipaggio di 338 uomini nella base navale di Cadice. Una seconda nave, l’USS Ross, arriverà a giugno e altri due, USS Porter e USS Carney, nel 2015. In totale, 1100 marines con le loro famiglie, che si sistemeranno nella base di Cadice.” Alla domanda su tutte queste manovre e schieramenti militari, Gonzalo de Benito, segretario di Stato agli Esteri spagnolo ha solo commento: “Quali operazioni compiranno questi marines super-equipaggiati? Non posso dirlo perché queste forze non sono qui per operazioni specifiche, ma per per dei possibili imprevisti…
Tra minacce e gerghismi, misuriamo come il suono degli stivali dev’essere preso molto sul serio. Che siano in Italia o in Spagna, nel nord del Mali o del Niger, francesi o statunitensi, è chiaro che le basi militari aumentano intorno al Maghreb.

Innanzitutto umanitari e poi la guerra…
Tutti gli interventi esteri che presiedono, e tendono ancora, al processo di disgregazione territoriale e politico delle nazioni, in particolare dell’Africa… sono sempre stati preceduti da campagne ultra-mediatiche sul piano “umanitario”. Si conosce lo svolgersi delle operazioni: “umanitari” e ONG segnalano, di solito dove gli viene detto, una situazione drammatica per i civili, denunciando carestie attuali o future, individuando moltitudini sottoposte a genocidio (o a rischio di), inondando il pubblico con immagini shock e opinioni, infine … le grandi potenze sono “costrette” a difenderli s’intende.. intervenendo a favore del “diritto alla vita dei popoli interessati”. Come in Libia, Costa d’Avorio, Africa Centrale, Mali… disintegrando, tagliando e infine dividendo tutto. Così, dopo averlo rodato da tempo in Biafra e in Somalia, entrambi disintegrati (1), il “buon” dottore Kouchner, ministro francese di destra e di sinistra, s’inventava nell’ex-Jugoslavia, anch’essa disintegrata, la versione finale del “diritto di intervento”! Invenzione che, dopo aver dimostrato la propria efficacia nell’implosione dei Balcani, prospera nel pianeta soggetto alla globalizzazione imperiale. Dalle “armi di distruzione di massa” irachene al “sanguinario” Gheddafi in Libia, “migliore amico della Francia”, dalla Siria al Mali, dalla Costa d’Avorio all’Africa Centrale… notando che si tratta di numerose guerre condotte in suo nome nel continente, si misurano i risultati di tale politica “umanitaria”.

Nord Africa, Algeria e Tunisia chiaramente nel mirino
Non dimentichiamo che il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha recentemente classificato l’Algeria tra i Paesi “a rischio sicurezza per i diplomatici.” Inoltre, allo stesso tempo, nel Congresso degli Stati Uniti sono state discusse nuovamente modifiche alla legge antiterrorismo, con l’obiettivo dell’intervento delle forze armate, senza previa consultazione… del Nord Africa! In questo modo… le ONG umanitarie, che hanno già espresso la volontà di “chiamare in aiuto le grandi potenze” e i loro eserciti, sono da tempo all’opera in Algeria. Secondo il sindacato centrale UGTA (Unione generale dei lavoratori algerini) queste ONG operano per dividere e contrapporre le popolazioni: Nord contro Sud, arabi contro berberi, lavoratori contro disoccupati… in cima a queste ONG “umanitarie” vi sono Freedom House, Canvas, NED… i cui legami con la CIA non sono un segreto.(2) L’UGTT ne accusa così l’infiltrazione nei movimenti sociali per “ingannarli e trascinarli in violenze, cercando di creare una crisi che possa giustificare l’intervento” e ancora “mentre i giovani manifestano legittimamente per i posti di lavoro, contro la precarietà e lo sfruttamento, i leader giovanili di Canvas li sfruttano per trascinare la questione dell’occupazione nel contesto del separatismo del sud dell’Algeria, cioè laddove si trovano le grandi ricchezze in minerali, petrolio e gas. “Casualmente, si è tentati di aggiungere o meglio… come al solito”. (3)
Insicurezza e disagio sociale suscitati al di qua delle frontiere, diffusa insicurezza suscitata aldilà. Il metodo è noto. Gli Stati Uniti, che già si affidano alla destabilizzazione regionale per giustificare il dispiegamento militare nel Mediterraneo, domani non mancheranno di cogliere il pretesto dei disordini sociali o del “pericolo per i diplomatici” per intervenire direttamente. Non sarebbe legittimo, tuttavia, chiedersi della responsabilità delle grandi potenze, soprattutto degli Stati Uniti, nella proliferazione del terrorismo in questa regione dell’Africa? Non lo è, e non è l’ultimo dei paradossi che, in nome dell’insicurezza, gli Stati Uniti tramite NATO e Francia decidessero di far saltare la Libia nel 2011? Non è per la stessa ragione che l’esercito francese entrò in guerra in Mali nel 2012. Due interventi, si ricordi, lungi dal portare la pace, aggravando la  destabilizzazione, facendo del Sahel e dell’intera sub-regione una polveriera.
Queste nuove minacce degli Stati Uniti, che rientrano nella cosiddetta strategia del “domino” tanto cara alla precedente amministrazione Bush, devono essere prese molto sul serio. Visto che tanti falsi pretesti non mancano e non mancheranno, nel prossimo futuro, a motivare l’intervento militare estero. Le grandi potenze non si fermeranno, al contrario, rischiano la disintegrazione regionale e relative conseguenze letali per i popoli. Già questa è la regione che subisce l’incredibile proliferazione di armi per via dell’esplosione dello Stato libico e del continuo flusso di armi di ogni  tipo, totalmente irresponsabile, per gli estremisti islamici in Siria. Le onde d’urto di tale situazione si sono viste in Mali dove una Francia militarmente obsoleta si mostra molto (troppo) amichevole verso dei separatisti assai ben equipaggiati che spuntano in Algeria, dove si pensava che il terrorismo islamico fosse stato sradicato, e in Tunisia, dove sciamano gruppi paramilitari che pretendono di rappresentare l’Islam e dove, allo stesso tempo, il potere lascia impuniti l’omicidio degli oppositori politici.
Appare sempre più chiaro alle popolazioni colpite che tali minacce verso gli Stati sovrani hanno per obiettivo di lasciarle in nazioni indebolite dirette da ascari impotenti e divisi, incapaci di resistere alla cupidigia delle multinazionali. Ecco perché gli Stati da cui provengono le multinazionali vanno così d’accordo, nonostante i loro interessi e quel che dicono, con i peggiori islamisti, sia oggi in Sahel e Siria che in Libia ieri. In altre parole, a ognuno il suo spazio, i suoi profitti e il suo bottino. Certo, mai come oggi le “vecchie chimere” ideate dai fondatori dell’Indipendenza come il “Panafricanismo” o “l’Africa agli africani”…, gettate nella pattumiera della storia, sembrano avere tanta attualità. Ad ogni modo e qualunque siano i discorsi urgenti imposti dalla drammatica situazione nel continente, l’attualità impone che l’Algeria non si faccia dettare le proprie azioni dall’intervento militare.cnvs1. Dopo il Biafra, Bernard Kouchner spiegò che bisognava “convincere” prima l’opinione pubblica, e poi seguono le operazioni spettacolari come “sacchetti di riso per la Somalia”, “barche per il Vietnam”… i disaccordi con MSF, la sua dipartita e la creazione di Medici del Mondo.
2. UGTA, Algeri 28 giugno 2013, sul giornale del PT algerino Fraternité
3. Sul ruolo nefasto di “umanitari”, ONG e destabilizzazione delle nazioni, vedasi “Banca Mondiale e ONG destabilizzano gli Stati

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Made in Arabia Saudita: radicalismo salafita in Africa

Wayne Madsen, Strategic Culture Foundation, 24/12/2013

N02017113459909125_1094947tIl radicalismo islamista, alimentato dalla ricchezza petrolifera dell’Arabia Saudita, si diffonde in Africa ad un ritmo veloce. I gruppi radicali salafiti e wahabiti come Boko Haram, Seleka e Uamsho, mai sentiti un decennio fa, massacrano i cristiani durante le messe, radono al suolo i villaggi cristiani e assassinano i religiosi islamici moderati. Naturalmente, questo caos made in Arabia Saudita è una manna per l’Africa Command degli Stati Uniti (AFRICOM), tutto ciò che serve a diffondere il terrorismo collegato ad “al-Qaida” in Africa, aumenta la presenza militare statunitense sul continente ed incrementa la forza armata dello Zio Sam nella sua ricerca di petrolio, gas e risorse minerarie dell’Africa… Mentre i leader degli Stati Uniti, come il presidente Barack Obama, il segretario di Stato John Kerry, il segretario della Difesa Chuck Hagel e altri continuano a piegarsi ai principini misogini dell’Arabia Saudita, tra cui il capo dell’intelligence saudita principe Bandar bin Sultan, la seconda Corte di Appello degli Stati Uniti di New York ha stabilito che le famiglie delle vittime degli attentati dell’11 settembre possono citare in giudizio il governo dell’Arabia Saudita per sostegno materiale ai dirottatori. Nel 2005, il giudice federale respinse le pretese contro l’Arabia Saudita sentenziando che l’Arabia Saudita godeva dell’immunità da tali reclami ai sensi del Foreign Sovereign Immunities Act. Tale decisione non fu ribaltata dalla corte d’appello federale.
La sentenza ebbe scarsa efficacia dopo che il senatore della Florida Bob Graham, presidente del comitato ristretto sull’Intelligence del Senato degli Stati Uniti, all’epoca dell’attacco dell’11 settembre 2001, aveva ancora una volta chiesto la declassificazione di 28 pagine delle “800 pagine del comitato congiunto d’inchiesta sull’intelligence prima e dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001“, emesse dai comitati di controllo sui servizi segreti di Senato e Camera nel 2002. Le 28 pagine censurate indicano la responsabilità del peggior attacco terroristico sul suolo statunitense del regno dell’Arabia Saudita, e particolarmente del principe Bandar e della sua ambasciata a Washington. Il principe Bandar e sua moglie pagarono il gestore di San Diego di due dirottatori, Usama Basnan, attraverso un conto presso la Riggs Bank di Washington. Ora vi sono le richieste bipartisan nel Congresso per declassificare le 28 pagine. Tuttavia i sauditi, che hanno stretti legami con l’oligarchia Bush e gli israeliani, possono usare la loro influenza per sopprimere le prove dell’intelligence USA contro di loro. È necessario, dunque, che lo “Stato profondo” statunitense consenta ai sauditi di continuare a sostenerlo, perché il terrorismo fornisce all’esercito e alla comunità dell’intelligence statunitensi il casus belli per l’azione militare in Africa, Medio Oriente e Asia meridionale. Un sempre maggiore coinvolgimento dei wahabiti sauditi emerge dalle coordinate sulle attività anticristiane ed anti-occidentali dei gruppi salafiti in Africa. Il gruppo salafita nigeriano Boko Haram, che attacca villaggi cristiani e moschee islamiche moderate, e massacra uomini donne e bambini cristiani e musulmani moderati  in tutta la Nigeria, ha fatto causa comune con un altro gruppo salafita in Mali, l’Ansar al-Din, avversario dei tuareg moderati che hanno preso il controllo del nord del Mali dopo l’efficace golpe militare che depose la leadership civile del Paese. Boko Haram, Ansar al-Din e al-Qaida nel Maghreb distruggono sistematicamente  gli antichi santuari musulmani tutelati dall’UNESCO dei santi sufi di Timbuktu e di altre città del Mali. Ansar al-Din ha definito “haram“, proibiti, i santuari secondo il dogma salafita. Boko Haram è anche apparsa nella Repubblica centrafricana, dove i guerriglieri musulmani seleka rovesciarono il governo del presidente Francois Bozizé, sostituendolo con uno di loro, Michel Djotodia, in un Paese dove i musulmani costituiscono solo il 15 per cento della popolazione. Non appena Djotodia e seleka hanno consolidato la loro influenza sul governo nel capitale Bangui, i seleka iniziarono ad attaccare i cristiani in tutto il Paese, saccheggiandone i villaggi. I lealisti di Bozizé organizzarono l'”anti-Balaka”, gli “anti-machete”, poiché i seleka, molti dei quali salafiti, impugnano i machete per  uccidere i cristiani, anche donne e bambini. L’arrivo delle truppe francesi nel 2000 a Bangui non  placò i timori della maggioranza cristiana del Paese. I sauditi non sono da meno nell’uso delle lame per compiere omicidi. Il tipo di esecuzione dei condannati preferito dal governo saudita è la spada che ne taglia la nuca sulla famigerata Piazza Deera a Riyadh, nota anche come “piazza spezzatino”.
Attratto dal boom petrolifero della nazione, un ampio flusso di musulmani provenienti dall’estero migrò in Angola per lavorare nelle infrastrutture petrolifere. Quando, alla fine di novembre le autorità angolane emisero l’ordine che le moschee costruite frettolosamente rispettassero le leggi del catasto del Paese, i salafiti diffusero la voce interessata che l’Angola avesse bandito l’Islam e avesse indiscriminatamente chiuso le moschee. Il governo angolano negò l’accusa. L’annuncio del governo angolano fu troppo poco e arrivò troppo tardi per gli angolani e gli altri passeggeri, oltre ai sei membri dell’equipaggio della Mozambique Airlines TM-470, schiantatosi in Namibia durante il viaggio da Maputo, Mozambico, a Luanda, capitale dell’Angola. Gli inquirenti conclusero che il capitano dell’Embraer 190, Herminio dos Santos Fernandes, manomise il pilota automatico dell’aereo per far schiantare deliberatamente l’aereo. Gli investigatori, comunque, non presero in considerazione che molti salafiti decisero di dichiarare guerra all’Angola, per le false voci efficacemente diffuse secondo cui l’Angola aveva “vietato l’Islam.” La lezione dell’EgyptAir 990, schiantasi nel 1999 sulla rotta New York-Cairo, possono esserne una copia conforme. Il capitano del Boeing 767 dell’EgyptAir avrebbe deliberatamente schiantato l’aereo sull’Atlantico in un atto di terrorismo suicida, uccidendo tutte le 217 persone a bordo. Molti credono che l’aereo fu manomesso ed usato come prova per l’attacco dell’11 settembre di due anni dopo. Il co-pilota dell’aereo, Qamil al-Batuti disse di aver dirottato i controlli dell’aereo per suicidarsi e compiere una strage, nello stesso modo in cui il capitano della Mozambique Airlines Fernandes avrebbe fatto con il suo aereo in rotta verso Luanda. Tuttavia, alcuni membri del Comitato Intelligence del Congresso e del Senato degli Stati Uniti e un giudice federale accusano l’Arabia Saudita quale responsabile del terrorismo aereo dell’11 settembre 2001, non escludendo il coinvolgimento saudita nel caso dei “suicidi” dell’EgyptAir 990 e della Mozambique Airlines 470.
A Zanzibar, i salafiti filo-sauditi presero una strada diversa. I locali chierici filo-sauditi crearono l’Uamsho, che invoca attacchi con acidi contro i turisti stranieri: come quello commesso contro due insegnanti 18enni inglesi lo scorso agosto. Uamsho, che in swahili significa “Risveglio”, rivendicò brutali attacchi con acidi a cristiani e religiosi musulmani moderati. I salafiti filo-sauditi attaccano così i cristiani anche in altre parti dell’Africa, in particolare in Egitto, Kenya e Etiopia. Bandar, il capo dell’intelligence saudita, avrebbe avvertito la Russia che l’Arabia Saudita non avrebbe esitato a scatenare i salafiti ceceni e di altrove contro le Olimpiadi invernali di Sochi, se la Russia non tagliava il sostegno al governo di Bashar al-Assad in Siria. L’azione dei sauditi sarebbe dietro il bombardamento salafita della chiesa cattolica di Santa Teresa, presso Abuja in Nigeria, della chiesa cattolica di Nostra Signora della Salvezza di Baghdad e della chiesa dei Santi di Alessandria d’Egitto. Nel caso del bombardamento di Alessandria, l’intelligence israeliana avrebbe affiancato i sauditi nell’attentato, un’alleanza insidiosa che agli investigatori sugli attacchi dell’11 settembre 2001 suona fin troppo familiare.
L’Arabia Saudita non può sottrarsi dalla responsabilità per gli attacchi a cristiani, musulmani moderati, sciiti, ahmaddiya, sikh, indù, buddisti e altri in tutto il mondo. Uno dei consulenti salafiti del re saudita Abdullah è il Gran Mufti shaiq Abdulaziz ibn Abdullah al-Shaiq. Il “sant’uomo” ha esortato i suoi seguaci a far saltare in aria le chiese fuori dall’Arabia Saudita. Il presidente Obama e i suoi alti funzionari, tra cui il direttore della CIA John Brennan, hanno fatto di tutto per placare il terrorismo saudita. Se gli Stati Uniti vogliono davvero farla finita con il terrorismo internazionale, soprattutto in Africa, una coppia di ben piazzati attacchi con missili da crociera statunitensi su certi palazzi sauditi, a Riyadh e Jeddah, dovrebbe bastare.

JamhadaSeleka1La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Butefliqa ha salvato Ghannuchi da uno scenario egiziano

Nebil Ben Yahmed, Tunisie-Secret, 7 dicembre 2013

Al-Watan ha fatto una rivelazione esplosiva senza dirla. C’è stato un tentativo degli ufficiali  dell’esercito tunisino di sbarazzarsi di al-Nahda, sull’esempio dell’esercito egiziano che ha licenziato i Fratelli musulmani, ma Abdelaziz Butefliqa ha fatto fallire il piano dei patrioti tunisini.

bouteflika-070912-1Ecco la prima rivelazione pubblicata sul quotidiano algerino al-Watan del 6 dicembre 2013: “Secondo le nostre fonti, la crisi è iniziata quando furono stabiliti contatti tra i comandi della sicurezza tunisina e certi Paesi del Golfo e, quando i capi dei servizi di sicurezza vedevano con occhio benevolo i movimenti anti-al-Nahda. Ciò spiegherebbe in parte, le riunioni tra Butefliqa, Ghannuchi e Beji Qaid al-Sibsi, ritenuto vicino ai militari tunisini. Il leader di al-Nahda ha confidato ai funzionari algerini di temere che l’esercito gli preparasse uno scenario egiziano (rimozione del presidente Mursi da parte dello Stato maggiore), con la complicità di alcuni Paesi del Golfo. Algeri cercò di rassicurare entrambe le parti, evitando lo scontro e persino chiedendo ad al-Nahda di fare alcune concessioni per incoraggiare il dialogo. L’esercito tunisino, nel frattempo, è alquanto scontento della gestione del governo islamista dell’insorgere del terrorismo. E forse per assistere maggiormente le forze di sicurezza tunisine, che Algeri ha aperto un canale diretto tra Tunisi e i Paesi interessati alla lotta antiterrorismo nella regione, con la prospettiva dell’adesione della Tunisia all’Iniziativa per la sicurezza di tali Paesi. In realtà, secondo le nostre fonti, l’Algeria si assocerebbe a Mali, Niger, Libia e Tunisia nel programma avviato tre anni fa per addestrare le forze aeree e di terra specializzate nel combattimento nel Sahara.”
In realtà, non c’era un solo tentativo dell’esercito tunisino, ma due. Il primo, che doveva avviarsi il 3 agosto 2013 (compleanno di Burguiba), e il secondo a fine settembre. Secondo quanto riferito, i due piani furono affondati dalla decisione della presidenza algerina. Diciamo presidenza algerina e non esercito algerino, perché i generali erano quasi tutti favorevoli al salvataggio della Tunisia, tanto più che l’opinione pubblica tunisina se l’attendeva. I Paesi del Golfo cui al-Watan allude sono Emirati Arabi Uniti e Quwayt, cioè i principali nemici del Qatar. I servizi egiziani lo supportarono completamente, ma non i siriani, cui gli iraniani che sostengono discretamente ma efficacemente al-Nahda, hanno chiesto neutralità. Riguardo l’Arabia Saudita, ricevette l’ordine dagli statunitensi di non farsi coinvolgere in un tale piano “contro-rivoluzionario” in Tunisia. Butefliqa, che ha fatto enormi concessioni agli Stati Uniti e al Qatar per due anni, avrà ricevuto le stesse istruzioni.
Per capire meglio il gioco inquietante della presidenza algerina, ricordiamo questa confidenza  pubblicata dalla rivista parigina Afrique-Asie, nota per essere molto vicina ai generali algerini, il 4 luglio 2013, con il titolo di “Vertice segreto tra Mezri Haddad e due ufficiali dell’esercito tunisino”.  Ecco cosa scrisse Afrique-Asie: “Abbiamo appreso attraverso dei canali della sicurezza di un Paese nordafricano che l’ex ambasciatore dell’UNESCO in Tunisia ha incontrato, due mesi fa, due ufficiali dell’esercito tunisino. L’incontro ha avuto luogo presso i confini di un Paese vicino alla Tunisia. L’incontro tra l’innocuo “filosofo” e due ufficiali di cui ignoriamo i gradi, é tanto più preoccupante sapendo che Mezri Haddad lanciò, esattamente un anno prima, l'”Appello in 7 punti” in cui chiedeva all’esercito e non al generale Rashid Amar, di prendere il controllo del Paese, sciogliere l’Assemblea Costituente e formare un governo ad interim di unità nazionale, organizzando entro sei mesi le elezioni presidenziali sotto il controllo esclusivo delle Nazioni Unite. La nostra redazione  pubblicò questo comunicato stampa del 13 giugno 2012, che all’epoca provocò reazioni contrastanti. Alcuni l’accolsero come una boccata d’aria fresca in un Paese inquieto e soffocato, altri lo videro come un appello al colpo di Stato. Incontrando i due ufficiali dell’esercito tunisino, possiamo certamente considerare che Mezri Haddad aveva delle idee “filosofiche”! Il terremoto appena avutosi in Egitto dimostra che alcune idee possano avere un impatto inaspettato!“.
Cosa combina Abdelaziz Butefliqa? Se sostenendo i Fratelli musulmani tunisini si crede al riparo dalla “primavera araba” in Algeria, si sbaglia. Nonostante la sua brevità, questa “primavera araba”, cioè la collocazione al potere degli islamisti, è un piano geopolitico globale statunitense. E ciò l’hanno capito anche i generali algerini fin dall’inizio. Ma non Abdelaziz Butefliqa, che sa che gli islamisti non hanno patria e le relazioni tra Ghannuchi e Abasi Madani sono forti come la collaborazione strategica tra al-Nahda e il FIS. Fin quando la Tunisia e la Libia saranno sotto il giogo dei Fratelli musulmani, l’Algeria non sarà immune. Anche questo i generali algerini l’hanno capito.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cosa c’è realmente dietro l’improvviso assalto della Francia per “Salvare l’Africa Centrale”

Andrew McKillop, Global Research, 6 dicembre 2013

centrafricana_repIl Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha annunciato sanzioni contro la Repubblica Centrafricana (CAR), e ha anche dato ai francesi una grande via libero nell’usare l’esercito come ferro di lancia delle forze dell’Unione africana per reprimere le violenze e ripristinare “sicurezza, legge e ordine” nell’ex-colonia francese. Il presidente francese Francois Hollande ha annunciato un’azione “immediata” ieri, dispiegando 250 nuove truppe dell’esercito che si uniscono alle già presenti 600 truppe di stanza nel Paese. Il Consiglio di sicurezza ha anche imposto un embargo sulle armi via mare allo Stato africano, ricco di minerali, e ha chiesto alle Nazioni Unite di prepararsi per una possibile missione di pace, presumibilmente per salvare il Paese dal caos sotto il suo nuovo leader musulmano Michel Djotodia, giunto al potere a marzo spodestando la giunta filo-francese del presidente François Bozizé.

AREVA e Africa centrale
I media statali e filo-governativi francesi, il 5 dicembre, hanno dato la diretta per tutto il giorno all’appello del presidente Hollande per una guerra nella misconosciuta Repubblica Centrafricana (CAR). Ma qual è la ragione di ciò? Questa disperatamente povera ex-colonia francese in Africa centrale era nota ai francesi per via del suo ex-dittatore, l'”imperatore” Bokassa, che prima di essere rovesciato regalava diamanti al “suo amico”, il presidente francese dell’epoca Giscard d’Estaing, per averlo aiutato ad organizzare le cerimonie d’intronizzazione dell'”imperatore”, nel 1977, indossando un abito di Pierre Cardin e decorando con 100000 pezzi di lamiera d0oro e d’argento il palazzo “imperiale”. Anche se la popolazione bianca francese oggi è piccola, non più di 600-1000, i decessi tra questi espatriati sarebbero “sconvenienti”, come ai tempi imperiali della colonia. Ancora più importante, infatti, a parte la piccola quantità di diamanti e oro prodotta dalla CAR, il Paese è ritenuto da molti attori, soprattutto francesi, canadesi, cinesi e inglesi, detenere impressionanti o anche enormi quantità di uranio. L’ufficio geologico statale francese BRGM, assieme ad interessi minerari svizzeri e tedeschi (in particolare Uranio AG) dal 1970, presume che la regione di Bakouma, nel nord del CAR, detenga “potenzialmente grandi risorse di uranio” a basse profondità, facilmente estraibile mediante la tecnica dei pozzi aperti. Le risorse di carbone o lignite relativamente vicine potrebbero teoricamente essere sviluppate per fornire energia a buon mercato (se non con “poco carbonio”), per la conversione dell’uranio in yellowcake, prima dell’esportazione.
Raggiunto un picco nel 2009-2010, ma decrescendo molto velocemente dopo, assieme ai prezzi dell’uranio e alle speranze del cosiddetto “rinascimento nucleare”, diversi promotori e commercianti di risorse minerarie globali erano attivi a Bakouma e in altre attività uranifere in Africa australe.
L’Uramin (o UraMin) Corp. fondata da Stephen Dattels e James Mellon e quotata a Toronto e a Londra, nel 2005 inserì l’uranio di Bakouma nel suo portafoglio delle risorse uranifere africane. UraMin sorprendentemente è registrata nelle Isole Vergini, per evitare le tasse, ma più sorprendentemente fu acquistata dall’allora CEO di Areva Anne (‘Atomic Annie’) Lauvergeon con un accordo raggiunto nel 2007, ma concluso solo nel 2011. Le somme furono versate da Areva solo all’apparizione della notizia sulla stampa, circa 470 milioni dollari, la somma finale probabilmente pagata dalla statale Areva è di 2,5 miliardi di dollari, secondo il quotidiano francese ‘Le Monde‘ del 13 gennaio 2012. Poco dopo il versamento delle somme alla fine del 2011, Atomic Annie fu licenziata senza tanti complimenti dall’allora presidente Nicolas Sarkozy, negli ultimi giorni del suo regime. Il gossip politico parigino sostenne che Atomic Annie fu “ingenerosa” nelle commissioni o tangenti pagate al vecchio affarista e amico politico di Sarkozy Patrick Balkany, che aveva volato con Lauvergeon sul suo Gulfstream per compiere diverse visite d’affari a Bangui, capitale della CAR nel 2008, e nella vicina Repubblica Democratica del Congo, dove il leader della giunta o “presidente” della CAR, il filo-francese Francois Bozizé, gestiva numerose operazioni transfrontaliere con il dittatore locale. Balkany, nel dicembre 2013 fu accusato dalla giustizia francese di corruzione negli affari esteri della CAR. Dopo il disastro di Fukushima nel 2011, fatale per l’immagine del nucleare come “pulito, economico e sicuro”, il fondo fu espulso dal mercato dell’uranio. Anche Lauvergeon nel 2007 pagò un prezzo estremamente alto per il basso rendimento, o nel caso di Bakouma, nell’inefficienza della risorsa uranifera. Dovette andarsene.

arevaLe risorse di AREVA in Sud Africa
Mentre era ancora al potere ad Areva, e aveva ancora il favore di Sarkozy, Lauvergeon utilizzò la “grande prospettiva di Bakouma” come elemento chiave della sua strategia aziendale per sviluppare le risorse di uranio dell’Africa meridionale, collegandosi in particolare alle risorse energetiche del carbone. Con il carbone a buon mercato per alimentare gli impianti di arricchimento dell’uranio, che producono uranio a “quasi zero emissioni di carbonio”, con cui alimentare i pericolosi e costosi reattori nucleari delle democrazie “ecologiche” come la Francia. Credendo che l’opinione pubblica sia assolutamente stupida, e che ciò fosse di grande aiuto per la strategia di Areva, venne promossa dai servili stampa e media francesi la strategia dell'”energia verde” di Areva. La miniera di Areva di Trekkoppje, in Namibia, acquistata da UraMin quello stesso 2007, quando acquistò anche Bakouma per un importo globale di 2,5 miliardi dollari, fu sviluppata sulla base della convinzione di Areva che l’enorme necessità idrica della miniera potesse essere soddisfatta da acqua dissalata resa a buon mercato utilizzando l’energia del carbone per la desalinizzazione, in un luogo a 200km dalle coste, e trasportata via pipeline fino al sito minerario. Areva credeva anche che i minerali dal bassissimo contenuto di uranio di Trekkopje potessero essere sfruttati in modo efficiente, e che i prezzi mondiali dell’uranio rimassero a più di 50 dollari la libbra (il prezzo, nel dicembre 2013, è di circa 36 dollari). In ogni caso Areva… sbagliava.
Alla fine del 2011 annunciò una svalutazione di 1,5 miliardi di euro del suo “portafoglio” delle operazioni minerarie sudafricane, e in particolare di Trekkopje, così come una perdita di 800 milioni di euro nelle sue operazioni nucleari. Le perdite di Areva nella sua operazione nella CAR non furono mai rese note, ma alcun sviluppo minerario di alcun genere fu mai iniziato nella CAR, mentre a Trekkopje qualche lavoro iniziale per sviluppare la miniera fu avviato, prima che il progetto venisse abbandonato o “messo fuori servizio”. La strategia nell’Africa meridionale di Areva non solo era guidata dall’affezionata speranza che i prezzi dell’uranio potessero raggiungere i 75 dollari al chilo, mentre ordini e progetti per i reattori nel mondo ebbero una grave contrazione, anche a causa dell’aggravarsi delle preoccupazioni per la sicurezza nelle sue due gigantesche miniere di uranio nel Sahel, in Niger. Dal 2009, e da allora, si ebbero sequestri a scopo di estorsione e attacchi suicidi a personale e installazioni dell’Areva, aggravando i costi di Areva, negati dalla società ma riportati dalla stampa francese, di almeno 30 milioni di euro solo per il “riacquisto” e la liberazione degli ostaggi. Tracimata nei vicini Mali, Burkina Faso, Mauritania, Algeria, Libia e Ciad, Areva viene contrastata dagli insorti regionali e locali, che vanno dai tuareg irredentisti ai jihadisti di al-Qaida e agli insorti fondamentalisti cristiani della lontana Uganda. I rapporti di Areva con le giunte filo-francesi locali che controllano il Mali e il Niger, in particolare, sono anch’essi “turbati”. Ciò, il 27 ottobre 2013, ha portato la giunta del Niger a rifiutarsi di collaborare ulteriormente con Areva, e alla chiusura della sua gigantesca miniera di Arlit. La giunta stessa ha contribuito con 500 tonnellate (1.000.000 di euro) di uranio per “coprire le spese”, ma il suo bottino non è stato ancora venduto.

Salvare la CAR “per la Francia e il Mondo”
La CAR è paragonabile a un’altra ex-colonia francese, Haiti, per la sua estrema povertà e le estreme corruzione e barbarie delle sue giunte e dittature, o “governi” andati al potere con l’appoggio francese. La CAR può avere un notevole potenziale agricolo, le sue risorse minerarie possono essere più grandi di quanto ritenute, ma “salvare il Paese” richiede grandi investimenti a lungo termine che difficilmente si materializzeranno nella povertà di un Paese devastato e soggetto ad anarchia, ribellione e quasi-genocidio. L’affermazione di Hollande, nei media del governo e al servizio del governo francese, secondo cui l’intervento armato della Francia nella CAR è sostenuta ed incoraggiata da “altri Paesi europei”, cioè dalla Germania preoccupata di pagare la Francia per il suo entusiasta remake del proprio colonialismo, difficilmente è qualcosa d’altro che protagonismo politico di Hollande. L’interesse per un Paese vasto e scarsamente popolato, privo di infrastrutture e di sbocco sul mare, nel continente africano, non può che essere basso. Altri Paesi europei molto difficilmente invieranno truppe e il coinvolgimento militare degli Stati Uniti è molto improbabile. Sarà uno spettacolo tutto francese, che terminerà con un’altra giunta scelta e sostenuta dai francesi.
Quasi certamente, i media “patriottici” della Francia canteranno le vaste riserve di uranio di Bakouma, quando non reclamizzeranno i diamanti che tempestano i torrenti e i fiumi della CAR. In realtà i diamanti sono pochi e rari, e le riserve di uranio sono scarse. Gran parte dei dati forniti dall’Uranio AG e da UraMin sono definite “fantasie” dal geologo più-gentile che non voglia usare altri e più duri termini per descrivere il materiale che alimenta Areva per 2,5 miliardi di dollari dei contribuenti francesi. Andati in malora!

a-bozize-idriss-sarkozy-vraiCopyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La lezione libica e la Jihad in Medio Oriente

Leonid Savin Strategic Culture Foundation 29.06.2013

WestPoint_1_LibyaAQvsASNel 2011, sotto l’egida della NATO, l’occidente aggredì la Libia, portando alla caduta di Muammar Gheddafi, all’abolizione dello Stato e alla diffusione della jihad in Africa del Nord. Nonostante l’assassinio dell’ambasciatore statunitense a Bengasi, un certo numero di politici dell’UE e degli Stati Uniti continuano a insistere ad aiutare i ribelli siriani, suscitando la possibile creazione di una grande zona per la jihad e un boomerang contro gli interessi dell’occidente stesso. Solo i più perspicaci centri analitici occidentali hanno notato il rischio per l’UE e gli Stati Uniti studiando le conseguenze della guerra in Libia. Ne citiamo due. Il primo è il Stiftung Wissenschaft und Politik (SWP), un istituto tedesco su questioni internazionali e di sicurezza che sviluppa l’agenda per il Cancelliere della Repubblica Federale Tedesca in materia di politica estera. Il secondo è il noto centro di intelligence degli Stati Uniti Stratfor.
Circa un mese fa SWP ha pubblicato un report denominato Fault Lines of the Revolution. Political Actors, Camps and Conflicts in the New Libya (1), che analizza una vasta serie di questioni, dal ruolo dei mufti dei jihadisti radicali alle minoranze etniche. L’opinione generale espressa nel documento è che in Libia si può vedere il ritorno al sistema che enfatizza l’identità e la politica locali rispetto al controllo centralizzato del governo legittimo di Tripoli. Mentre l’influenza dei musulmani radicali nel Congresso Nazionale è notevole, oltre ai Fratelli nusulmani e ai salafiti non vi sono altri gruppi ideologici, tanto che il resto dello spettro è rappresentato dagli interessi di clan e famiglie. La figura più influente nello spettro politico islamico è il mufti Sadiq al-Garyani, che nel 2012 fu nominato direttore della nuova agenzia Dar al-Ifta, responsabile dell’interpretazione della legge islamica. Nei primi mesi ha emesso una fatwa che vieta la demolizione di moschee sufi e l’uccisione di ex dipendenti della difesa e della polizia di Gheddafi. Tuttavia, in seguito ha improvvisamente iniziato a giocare con gli islamisti, il giorno prima delle elezioni ha annunciato che i musulmani non dovrebbero votare per i partiti che limitano la sfera della sharia, ha giustificato il massacro di Bani Walid nell’ottobre 2012 e ha sostenuto il divieto degli ex funzionari d’impegnarsi in politica. Al-Garyani s’è legato agli sceicchi del Qatar, indicando il sistema di controllo sulla Libia tramite l’identità religiosa.
Tuttavia, la situazione rimane fuori controllo, anche da parte degli islamisti. La relazione rileva che  grandi aree nel centro del Paese non sono controllate da Tripoli o Bengasi, e che diversi gruppi armati cercheranno di approfittare della situazione. Inoltre, anche le grandi città, tra cui Tripoli, Misurata e Bengasi, centri regionali dell’autorità, non sono in grado di stabilire e mantenere una sicurezza efficace e di cooperare con la capitale per pattugliare i confini. Di conseguenza, i vari gruppi dei consigli militari locali impongono il proprio controllo sulle province. La gerarchia di questi consigli spesso coincide con le complesse strutture tribali ed etno-sociali della Libia, aggravando il problema del controllo geografico del governo centrale. E ciascuno di questi consigli militari si considera il difensore della rivoluzione, il che significa che Tripoli non riesce a collaborare con essi e a stabilire un dialogo. La rivalità tra i soggetti locali non solo ha luogo lungo la linea di faglia della guerra civile. I gruppi armati delle tribù tubu e di quelle arabe a Sabha e Qufra sono legati alla concorrenza nella distribuzione delle risorse, prima di tutto del profitto dal contrabbando nei territori di confine. E’ stato notato molte volte che il contrabbando di armi e droga è bruscamente aumentato, e i tentativi delle autorità di fermarlo hanno incontrato la resistenza armata dei contrabbandieri (2). Inoltre, le conseguenze del crollo del sistema giuridico si fanno sentire, e a questo si aggiunge il problema di perseguire i rappresentanti del governo di Gheddafi.  Secondo i dati dell’International Crisis Group, settemila ex dipendenti della difesa e delle forze dell’ordine di Gheddafi sono in prigione, e meno della metà di loro sono in luoghi sotto un  controllo statale nominale. Cittadini di altri Paesi accusati senza prove reali di collusione con Gheddafi in quanto mercenari, sono stati imprigionati insieme ad ex-cittadini libici. Nel caso dell’omicidio del generale Abdel Fattah Yunis, le successive indagini e i tentativi del clan Yunis di uccidere i sospetti (uno dei quali lo è stato) (3) ha dimostrato il problema della vendetta del sangue, l’unico strumento rimasto alla giustizia in Libia.
L’abolizione dello Stato libico non si limita al territorio e ai problemi della Libia stessa. Robert Kaplan di Stratfor giustamente ha osservato che la caduta del regime di Gheddafi ha portato a “effetti  secondari”: la guerra e l’anarchia nel vicino Mali. “I tuareg maliani che avevano sostenuto Gheddafi sono fuggiti in massa dalla Libia, portando con se grandi quantità di armi dopo la morte del leader libico. I tuareg sono tornati in Mali dove hanno strappato il controllo del nord desertico del Paese a un governo che si trova molto più a sud, nella capitale Bamako. In seguito la ribellione tuareg è stata cooptata dai jihadisti… il governo francese è successivamente intervenuto con le sue truppe… la Libia, del resto, è ormai uno spazio ingovernabile, in parti significative del Paese al-Qaida può  molto probabilmente trovare rifugio” (4). Kaplan osserva, inoltre, che anche la presenza di 100.000 soldati statunitensi in Iraq non ha aiutato a creare una democrazia in quel Paese, così non ci si deve aspettare qualcosa del genere in Libia, dove una società civile semplicemente non è mai esistita. L’esperto di geopolitica statunitense suggerisce che questa analisi venga presa come avvertimento contro gli appelli ad intervenire in Siria, sottolineando che in Libia l’espansione dell’intervento militare estero è stata abbastanza moderata, ma non può essere prevedibile nel caso della Siria.
Il caso del Mali, collegato alla diffusione della jihad, può essere applicato anche al conflitto siriano.  A questo proposito Stratfor ha osservato che al-Qaida in Iraq tenta di utilizzare il conflitto siriano al fine di iniziare una guerra di religione in Iraq e in tal modo creare una zona di guerra continua che si estenda dall’Iraq al Libano. Le centinaia di persone che sono state uccise in Iraq da attentatori suicidi sono la testimonianza dei tentativi dei jihadisti di approfondire le animosità religiose tra sunniti e sciiti. E’ stato anche osservato che sia Riyadh che al-Qaida in Iraq cercano di approfittare dei crescenti sentimenti anti-sciiti e anti-iraniani nella regione, causati dalla morte di sunniti in Siria. Anche se i sauditi utilizzano i jihadisti per indebolire l’Iran, i jihadisti sperano di diventare una grande potenza politica in Siria e in Iraq a seguito del conflitto (5). Tuttavia, c’è una serie di ostacoli che impedisce che questi piani diventino realtà, comprese le limitate possibilità dei wahhabiti, le vittorie delle forze governative in Siria e il profilo politico dell’Iraq, in cui vi è una netta divisione tra curdi, sunniti e sciiti che impedisce ai jihadisti di coinvolgere tutta la popolazione del Paese. Nonostante il fatto che ci sia un collegamento evidente tra l’origine della lotta per il potere in Libia e la situazione dell’opposizione siriana, né a Bruxelles né a Washington e neanche i liberali dell’opposizione siriana vogliono vedere a cosa porteranno ulteriori tentativi di rovesciare il governo di al-Assad in Siria. E se nessun modello per controllare (dal punto di vista sociale, economico, politico, geografico ed etnico) l’attuale grande conflitto in Libia è ancora stato elaborato attraverso la mediazione dell’UE o delle Nazioni Unite, che senso ha continuare a molestare la Siria? Sembra che le decisioni dei leader europei e statunitensi sulla Siria vadano oltre i limiti della convenienza politica.

Note
(1) Wolfram Lacher. Fault Lines of the Revolution. Political Actors, Camps and Conflicts in the New Libya. SWP Research Paper. Berlin, Maggio 2013
(2) “Commander of Border Guard Visits Those Injured in Attack on Tamanhant Base”, Quryna, 2 aprile 2013
(3) “Abdel Fattah Younes’ Family: Criminal Prosecution – or Revenge”, Quryna, 5 dicembre 2012
(4) Robert D. Kaplan. Libyan Report Card
(5) Jihadists Seek a New Base in Syria and Iraq. Stratfor, 28 maggio 2013

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Vedasi anche: LIBIA: CAMPO DI BATTAGLIA TRA OCCIDENTE E EURASIA

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