La cooperazione russo-iraniana sulla sicurezza regionale

Vladimir Evseev New Oriental Outlook 16/07/2014

IranafpakNegli ultimi anni, un Grande (allargato) Medio Oriente che include Asia Centrale e Caucaso, attrae sempre più attenzione dalla comunità internazionale. In passato tale attenzione fu collegata in diversi modi ai giacimenti di petrolio e gas naturale e al loro trasporto nel mondo, così come ai numerosi conflitti regionali, alcuni dei quali armati. Successivamente, a causa del “risveglio islamico” (un termine più preciso di “primavera araba”) e del continuo intervento di Stati Uniti ed  alleati negli affari interni degli Stati stranieri, l’instabilità interna s’è intensificata notevolmente nella regione, fino al punto di divenire una minaccia agli interessi nazionali della Federazione Russa e dei suoi alleati della Collective Security Treaty Organization (CSTO) e dei partner della Shanghai Cooperation Organization (SCO), tra cui i principali attori regionali: Repubblica islamica dell’Iran (IRI) e Turchia. La situazione della sicurezza nel Grande Medio Oriente peggiora. Ad esempio, il problema afghano rappresenta una potenziale minaccia per tutti i Paesi circostanti, come la crescente esportazione illecita di stupefacenti e il radicalismo islamico. Le elezioni presidenziali in Afghanistan, in questo caso non ispirano ottimismo. Il protetto degli statunitensi Ashraf Ghani Ahmadzai, già ministro delle Finanze, ha vinto le elezioni al secondo turno. Sostiene chiaramente la firma dell'”Accordo di cooperazione per la sicurezza e difesa tra Stati Uniti d’America e Repubblica islamica dell’Afghanistan”. Questo garantirà la presenza delle truppe statunitensi nel Paese fino al 2024, quando si prevede che i soldati statunitensi saranno sotto giurisdizione degli USA, cioè non potranno essere portati davanti ai tribunali afghani. Tuttavia, la vittoria nelle elezioni presidenziali afghane è dovuta in gran parte a brogli. Ciò dà all’altro candidato, Abdullah Abdullah, già ministro degli Esteri, motivo con cui sfidare non solo i risultati delle elezioni, ma anche per controbattere con forza gli ascari degli statunitensi. Tutto ciò avviene sullo sfondo della significativa riduzione del numero di truppe straniere in Afghanistan, prevista per la fine del 2014, e del ritiro statunitense dalla base di transito nell’aeroporto internazionale di Manas. Tali soggetti più enfaticamente prevedono la costituzione di un sistema di sicurezza unificato, con la partecipazione di tutti gli Stati interessati come Russia, Iran, Pakistan, India, Uzbekistan, Tagikistan e Turkmenistan. Purtroppo, la Cina è riluttante a partecipare al processo, desiderando accordarsi con i taliban afghani. Presumibilmente ciò darà a Pechino vantaggi significativi, se i taliban arrivassero al potere a Kabul.
La presenza militare degli Stati Uniti in Afghanistan, dopo il 2014, merita una considerazione a parte come fanno, forse, alcuni loro alleati (per esempio, la Germania). Secondo i dati disponibili, tra 6000 e 13600 truppe straniere rimarranno nel Paese, che non basterebbero a contenere i vari estremisti. Per via di elevata corruzione, mancanza di formazione e attrezzature, e vulnerabilità alla propaganda islamista, le forze armate nazionali e le forze dell’ordine non potrebbero fare nulla. In particolare, solo il 7% delle unità dell’esercito afgano (1 su 23 brigate) e il 9% delle unità di polizia hanno sufficiente addestramento nel combattere i taliban, permettendogli di agire con un supporto minimo di truppe estere. Non solo Pechino, ma Washington e Kabul hanno grandi speranze sui negoziati con i taliban afghani. Molto probabilmente, ciò porterà a significative concessioni delle tre parti, con la conseguente “islamizzazione soft” dell’Afghanistan nel migliore dei casi, o la presa  dei taliban dell’autorità a Kabul, nella peggiore. In tale contesto, il traffico di droga in Afghanistan aumenterà significativamente, così come il contrabbando di armi, milizie e radicalismo sul territorio dei vicini Tajikistan, Uzbekistan e Kirghizistan. In uno scenario possibile, i taliban, in collaborazione con i combattenti di al-Qaida e del “movimento islamico uzbeko”, creeranno una base politica e militare nel distretto Warduj, nella provincia del Badakhshan, espandendosi gradualmente ai distretti limitrofi di Jurm e Yumgon. Ciò preparerebbe la presa dei taliban del nord dell’Afghanistan, costituendo una vera e propria minaccia per gli Stati dell’Asia centrale. I leader di detti Stati chiaramente lo sanno, ma non potranno resistere senza aiuti. Allo stesso tempo, Dushanbe e Bishkek contano sull’assistenza militare di Mosca e Tashkent di Washington. E’ del tutto possibile evitare lo scenario negativo degli eventi in Afghanistan, soprattutto se si considera che l’Iran vi ha un’influenza seria, in primo luogo sui prossimi tagiki e hazara. L’Iran ha fornito a questo Paese assistenza economica sostanziale. Ad esempio, nel 2008, l’Iran ha costruito la ferrovia Herat-Khwaf, di cui 76 km in territorio iraniano e 115 km in territorio afgano. E anche sotto la pressione dei narcotrafficanti, l’Iran continua a dare rifugio e lavoro a centinaia di migliaia di rifugiati afghani. Le posizioni di Mosca e Teheran sul problema afghano in gran parte coincidono. La Russia è a favore del ritiro completo delle truppe straniere e del dialogo tra le diverse forze politiche del Paese. Allo stesso tempo, il ritorno dei taliban al potere a Kabul non è auspicabile per la Russia, per via dell’inevitabile crescita delle minacce alla sicurezza non tradizionali che ne deriverebbe. Pertanto, Federazione Russa e Iran devono coordinare i loro sforzi, sia su base bilaterale che attraverso i contatti tra Iran e CSTO.
hakbari20130305192058713Una situazione estremamente complessa rimane nella Repubblica araba siriana (RAS). La conferenza internazionale “Ginevra-2″ ha avuto un successo assai limitato, e le elezioni presidenziali della Siria nel 2014 non sono state riconosciute legittime, ancor prima che avessero luogo, dall’occidente e dagli Stati arabi del Golfo Persico. Ciò ha permesso a Stati Uniti ed alleati di sollevare la questione della necessità di un forte aumento dell’invio di armi, tra cui missili antiaerei portatili e lanciarazzi anticarro, per armare l’opposizione e rovesciare il Presidente Bashar al-Assad.  In particolare, gli Stati Uniti prevedono per la cosiddetta “opposizione moderata” 500 milioni di dollari in diversi tipi di armi e attrezzature militari. Non vi è dubbio che gran parte di esse finirà ai radicali, sia per sequestro che con la vendita sul mercato “nero” della regione. Ciò accade mentre le forze di opposizione si sono radicalizzate, l’esercito libero siriano moderato continua a degradarsi e il suo successore non è solo il fronte islamico, ma lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (SIIL), che poco prima era generosamente finanziato dall’Arabia Saudita. Inoltre, quest’ultima organizzazione ha annunciato la creazione dello Stato islamico (califfato) sul territorio di Iraq e Siria, che potrebbe portare alla disintegrazione dell’Iraq e a mutare i confini di tutti gli Stati circostanti. Oltre a ciò, con il tacito appoggio di Ankara e Washington, il presidente del Kurdistan iracheno Masud Barzani ha invitato il parlamento regionale ad istituire una commissione per la preparazione del referendum per l’indipendenza. Il primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi ha fortemente condannato le azioni della leadership curda, tra cui l’occupazione armata di Kirkuk e delle sue circostanti aree ricche di petrolio. Ciò preoccupa vivamente l’Iran, dove vi è una significativa diaspora curda. L’Iran ha una maggiore influenza sugli iracheni arabi sciiti che costituiscono la maggioranza della popolazione del Paese. Per via del lungo confine tra i due Paesi, i molti santuari religiosi sciiti in Iraq, la necessità di mantenere corridoi per la Siria e una varietà di altre ragioni, l’Iran è attivamente coinvolto nella soluzione della crisi irachena. In particolare, non meno di tre battaglioni della Guardia Rivoluzionaria Islamica e molto probabilmente velivoli iraniani combattono in Iraq, per impedire il rovesciamento del governo di Nuri al-Maliqi e la preservazione dell’integrità territoriale dello Stato. Ancora una volta Mosca e Teheran hanno la stessa posizione. Ciò si riflette, per esempio, sul fatto che il 28 giugno, su richiesta del governo nazionale, cinque aerei d’assalto russi Su-25 siano stati schierati in Iraq nella base di al-Muqtana, nei pressi di Baghdad. Teheran, da parte sua, ha consegnato all’Iraq un gruppo di suoi velivoli senza equipaggio d’intelligence “Ababil”, lanciati dalla base aerea Rashid, sempre vicino Baghdad, e gestiti da specialisti iraniani, avendo quel dominio dell’aria che impedisce alla milizia sunnita di organizzare grandi offensive.
C’è ancora molta incertezza sulla questione nucleare iraniana. Alla fine della presidenza di GW Bush, ciò quasi comportò la guerra regionale dalle conseguenze imprevedibili. Ora la situazione è notevolmente migliorata grazie agli sforzi del presidente iraniano Hassan Rouhani nel risolvere la crisi nucleare, come indicato nel “piano d’azione comune” firmato il 24 novembre 2013 a Ginevra. Nel prossimo futuro un accordo più ampio tra i rappresentanti dell’Iran e i sei mediatori internazionali potrà essere firmato risolvendo la crisi nucleare iraniana. Tuttavia, contrariamente ad alcune aspettative, ciò non rafforzerà i legami statunitensi-iraniani, in primo luogo per le profonde divergenze sulla risoluzione delle crisi siriana, irachena e afgana, e poi per la riluttanza di Washington a rimuovere completamente le sanzioni economiche e finanziarie unilaterali su Teheran. Questo processo prevede dieci anni, quindi per il momento la questione è togliere solo le sanzioni bancarie all’Iran. Ciò, da un lato, conserva la contrapposizione statunitense e iraniana, sebbene a un livello sostanzialmente inferiore. Dall’altra, gli iraniani avranno nuove opportunità d’interazione con partner in ambiti politico-militari ed economici. La Russia è senza dubbio il partner regionale più attraente per l’Iran. Ciò per la coincidenza delle posizioni sulla maggior parte dei problemi regionali e globali, nonché per la persistente volontà di rafforzare non solo la cooperazione politica ed economica, ma anche militare. Di conseguenza, una partnership “costruttiva” tra i due Stati è possibile, e nel lungo termine, anche un partenariato strategico. In particolare, ciò implica, con il sostegno attivo della Russia, l’avvio dei principali gasdotti iraniani verso est (Pakistan, Cina, India). Il coinvolgimento dell’Iran nel processo d’integrazione eurasiatica e della cooperazione tra Iran e Stati membri della CSTO nel Caucaso meridionale e nell’Asia centrale, continuerà. Nella prima fase del processo, quest’ultimo potrà essere realizzato attraverso la creazione dei contatti operativi nell’Associazione Analitica della Collective Security Treaty Organization.
Rouhani and PutinNonostante alcuni problemi, la Turchia ha un’elevata credibilità nella regione, avendo una crescita economica stabile e fungendo da corridoio petrolifero per molti Paesi. In queste circostanze sarebbe utile coinvolgere la Turchia nel dialogo russo-iraniano, rafforzando la stabilità regionale e contrastando minacce non tradizionali come estremismo e terrorismo islamici. L’iniziativa russa d’istituire un centro universale della SCO per contrastare le nuove sfide e minacce che, di regola, provengono da attori non-regionali (Stati Uniti e altri Stati membri della NATO) è estremamente rilevante. E’ chiaro che la situazione nel consiglio di sicurezza regionale dipende in larga misura dall’interazione tra Russia, Iran e Turchia, caratterizzate da rivalità tradizionale e cooperazione durevole. In particolare, Teheran e Ankara costantemente oscillano tra confronto e relazioni diplomatiche reciprocamente favorevoli, avendo numerose divergenze strategiche su sicurezza regionale e cooperazione economica. Entrambi i Paesi hanno apertamente espresso il loro desiderio di diventare leader regionali. Hanno scelto diversi piani di sviluppo politico assieme alle tattiche corrispondenti per influenzare il Grande Medio Oriente. Tuttavia, la leadership di entrambi i Paesi si basa su un approccio ben noto in diplomazia: “una pace imperfetta è meglio di nessuna pace”, già confermata dai risultati della visita del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan a Teheran, alla fine di gennaio 2014, e poi dalla visita del Presidente Hassan Rouhani ad Ankara nella prima metà di giugno. Nel corso della prima visita, l’Iran non ha richiamato l’attenzione sull’atto ostile della Turchia d’installare sistemi missilistici antiaerei Patriot ed altri elementi del sistema di difesa missilistica, o sulle posizioni opposte dei due Paesi sulla Siria. Non possono ancora addivenire a un accordo su questi temi. Di conseguenza, il pragmatismo è necessario alla diplomazia del Presidente Hassan Rouhani, basata sulla comprensione che, sebbene l’Iran giochi un ruolo importante nel Grande Medio Oriente, non sia l’unico. Il Ministero degli Esteri dell’Iran riconosce il diritto della Turchia ad avere la propria politica militare, in gran parte dipendente dagli obblighi di Ankara in conformità all’adesione alla NATO e dalle relazioni da alleato di Washington. Ciò determina la prevedibilità della diplomazia iraniana verso la Turchia, per cui la priorità della cooperazione bilaterale è espandere le relazioni economiche e commerciali. Teheran ha molta esperienza. La  visita del presidente Hassan Rouhani ad Ankara l’ha confermato. L’obiettivo è raddoppiare il commercio turco-iraniano fino a 30 miliardi di dollari all’anno. Hanno inoltre discusso della lotta al terrorismo e all’estremismo nella regione, così come della situazione in Egitto, Siria e Stati arabi del Golfo Persico. Tuttavia, Ankara è preoccupata dalle prospettive delle relazioni iraniano-turche, dopo il possibile miglioramento delle relazioni tra Iran e occidente. E’ chiaro che dalla revoca parziale delle sanzioni economiche e finanziarie contro l’Iran, influenza di Teheran nei processi regionali potrebbe aumentare seriamente. Perciò la Turchia può perdere lo status di superpotenza regionale.  Secondo alcuni esperti russi, le differenze dei possibili modelli di sviluppo di Iran e Turchia favoriscono Teheran, prima di tutto, in politica estera. E la rivalità tra Turchia e Iran segue linee parallele. Ciò costringe Stati Uniti e Unione europea a venire a patti con l’idea che, nel prossimo futuro, potrebbero avere a che fare con l’egemonia regionale di questi Paesi islamici.
Un altro leader regionale, l’Arabia Saudita, basa le sue rivendicazioni sul sostegno alle forze radicali islamiche. Il sostegno dall’occidente è temporaneo, per esempio, su Siria e Iran. In queste circostanze, alcuni negli Stati Uniti e in Europa considerano l’Iran un partner sufficientemente prevedibile e affidabile. L’occidente, ovviamente vincolato dagli obblighi con la NATO, avrebbe preferito una scelta a favore di Ankara. Ma l’Iran non intende fare marcia indietro. Questo è il motivo per cui il suo mercato attrae le aziende occidentali, in modo che, a loro volta, combattano per rilassare le severissime sanzioni economiche e finanziarie contro l’Iran. La Russia, allo stesso tempo, sviluppa la politica di collaborazione con Iran e Turchia. Mosca è interessata a rafforzare la cooperazione politica tra Ankara e Teheran, mentre l’amministrazione statunitense considera inaccettabile qualsiasi interazione iraniana e turca su questioni chiave del Medio Oriente. Tuttavia, le differenze rimangono, in primo luogo sulla questione siriana. E possono anche peggiorare, se Ankara non abbandona i piani per rovesciare il governo legittimo della Siria e di concedere l’indipendenza al Kurdistan iracheno. Ma a dispetto dei seri legami economici della Turchia con Mosca e Teheran, Ankara continua a concentrarsi solo sull’opposizione siriana, e talvolta funge da canale degli interessi statunitensi. Ciò convince della necessità di rafforzare le relazioni bilaterali con l’Iran in tutti i campi, facendone un partner strategico. In futuro questo processo potrebbe includere la Turchia dove, in caso di riduzione sostanziale dell’influenza occidentale, gli interessi nazionali potrebbero probabilmente avere la priorità sugli interessi degli alleati della NATO. Solo quando sarà possibile costruire un nuovo sistema di sicurezza regionale trilaterale, per stabilire pace e stabilità nel Grande Medio Oriente, escludendo eventuali conflitti armati, vi sarà lo sviluppo della cooperazione economica reciprocamente vantaggiosa e il rafforzamento dei processi d’integrazione, nonché il rafforzamento dei legami nella scienza, cultura e sport.
Naturalmente, nel Grande Medio Oriente, così come nelle sue singole parti (ad esempio, il Caucaso meridionale), significative minacce alla sicurezza permangono. Ciò è dovuto ai problemi irrisolti afgani, iracheni e siriani, mancata regolamentazione nella crisi nucleare iraniana, nonché dalla questione del Nagorno-Karabakh e dell’integrità territoriale della Georgia. Ma questo sottolinea solo l’urgente necessità d’istituire un nuovo sistema regionale di sicurezza, basato sugli interessi nazionali di tutti gli Stati, e indipendentemente dalla loro affiliazione ad unioni politico-militari. “Una piattaforma per la stabilità e la cooperazione nel Caucaso” potrebbe esserne la base, come proposto dalla Turchia nell’agosto 2008. Non vi è dubbio che l’attivazione del gruppo di lavoro di Minsk dell’OSCE, un significativo miglioramento delle relazioni russo-iraniane e russo-georgiane, e il rafforzamento dei processi d’integrazione in Asia centrale e nel Caucaso meridionale ridurranno significativamente i possibili conflitti nel Grande Medio Oriente trovando una soluzione pacifica ai problemi attuali. Ci saranno ulteriori opportunità, questa volta, per Armenia, Kirghizistan e forse Tagikistan, entrando nell’Unione economica eurasiatica, in via di formazione. In questo modo, la cooperazione russo-iraniana nella sicurezza regionale viene ulteriormente rafforzata. Ciò permette di pensare a una partnership “costruttiva” tra Russia e Iran e di sollevare la questione della redditività di un futuro partenariato strategico tra i nostri due Paesi.

2Vladimir Evseev, Direttore del Centro di Studi Sociali e Politici, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia – Iran: le sanzioni occidentali stimolano lo sviluppo delle relazioni

Mikhail Aghajanjan Strategic Culture Foundation 14/05/2014
14091Le relazioni tra la Russia e l’Iran vivono una fase di sviluppo dinamico. Entrambe le parti compiono sforzi notevoli per raggiungere un qualitativamente nuovo livello di cooperazione in tutti i settori delle relazioni interstatali. Grandi aspettative sono legate alla prossima visita del presidente della Russia in Iran, che potrebbe benissimo aver luogo nella prima metà di quest’anno. Anche il programma della partecipazione del presidente iraniano Hasan Ruhani al vertice sul Caspio di Astrakhan, nel settembre 2014, è stata completamente coordinata…
Il ritmo veloce del dialogo tra i due Paesi testimonia gli attivi preparativi per il vertice tra le dirigenze russa e iraniana. Il periodo dicembre 2013 – aprile 2014 ha visto le mutue visite dei ministri degli Esteri e contatti intergovernativi sull’economia, tra cui spicca la visita del ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak a Teheran. La produttività della visita del capo del ministero dell’Energia della Russia, co-presidente della Commissione permanente russo-iraniana per la cooperazione commerciale ed economica, era strettamente legata ai precedenti accordi tra i vertici politici. I presidenti Vladimir Putin e Hasan Ruhani si erano incontrati a margine del vertice SCO di Bishkek, il 13 settembre 2013. Gli accordi presi a suo tempo da Mosca e Teheran non furono fissati in un documento, ma l’idea degli “accordi di Bishkek tra i due presidenti” divenne parte delle dichiarazioni politiche. L’ambasciatore iraniano a Mosca, Mehdi Sanaei, ha descritto l’incontro Putin-Ruhani come “evento vivace che in futuro sarà inscritto nella storia delle relazioni tra i due Paesi”. Durante una conversazione con il presidente della RII, il 28 aprile, il ministro dell’Energia Novak ha sottolineato che il presidente russo segue personalmente l’attuazione degli accordi raggiunti a Bishkek prestando particolare attenzione alle relazioni con l’Iran in generale.
Nell’ambito degli accordi tra la Russia e l’Iran vi è la risoluzione della controversia sull’invio dei sistemi di difesa missilistica S-300 russi all’Iran e la costruzione di un secondo reattore presso la centrale nucleare di Bushehr, in Iran, da parte della Rosatom. Ora l’attenzione delle parti si concentra sull’accordo petrolifero in cui la Russia potrebbe assumere il ruolo insolito di grande importatore di risorse energetiche dalla regione mediorientale. Un passaggio verso la risoluzione di uno di questi problemi avvicinerà le parti nei campi correlati. Mosca e Teheran cercano un modulo per avere risultati completi in tutti i settori pertinenti alla cooperazione. Ad esempio, il seguente scenario è possibile: l’Iran ritirerà le sue pretese di arbitrato contro la Russia in relazione alla rottura del contratto del 2007 (per la consegna di cinque divisioni di sistemi S-300PMU-1), dopo di che le parti avvieranno una vasta cooperazione tecnica ed economica militare con un accento sull’energia. Gli iraniani invitano le aziende russe a partecipare ai progetti per sviluppare il loro sistema ferroviario. Il formato dei moduli per futuri accordi può essere visto qui. La Russia potrebbe avviare la produzione congiunta delle ferrovie con i partner iraniani, fornendo materiale rotabile e lavorando all’elettrificazione delle principali linee ferroviarie della RII. Nel 2012 le Ferrovie Russe completarono l’elettrificazione della linea di 46 km tra Tabriz e Azarshahr. Nuovi progetti sono all’ordine del giorno per le ferrovie russe e quelle iraniane.
Naturalmente le sanzioni occidentali contro la Russia avvicinano oggettivamente Mosca e Teheran. Uno degli obiettivi dell’occidente nella sua precedente politica volta ad isolare l’Iran, era complicarne al massimo le relazioni con la Russia. Tale obiettivo non ha perso rilevanza anche dopo di miglioramento delle relazioni tra gli Stati occidentali e l’Iran, iniziato il 24 novembre 2013. Washington reagisce molto nervosamente al contratto petrolifero discusso da Mosca e Teheran. Dopo tutto, l’Iran non invierà solo una certa quantità di oro nero a nord (le compagnie russe sono pronte ad acquistare 500mila barili di petrolio al giorno dai loro partner iraniani) ricevendo beni necessari in cambio; la possibilità che l’Iran paghi altri servizi dalla Russia con il petrolio è anch’essa esaminata. Ad esempio, la realizzazione dei progetti per la costruzione di una secondo reattore presso la centrale nucleare di Bushehr, la posa di linee elettriche dalla Russia, attraverso l’Azerbaigian, alle province settentrionali dell’Iran, e la costruzione di nuove centrali elettriche dell’Iran e l’ammodernamento di quelle esistenti. I progetti russo-iraniani sull’energia elettrica, da soli, potrebbero ammontare a 10 miliardi di dollari (la costruzione di una centrale idroelettrica e l’esportazione di 500 MW di energia elettrica dalla Russia all’Iran). L’Iran potrebbe pagare con il petrolio parte dei potenziali ordini di beni e servizi russi, per tali progetti così come anche per l’invio di grano e attrezzature tecniche all’Iran, ora in discussione. Il pagamento del petrolio iraniano con “contanti freddi” è necessario per aggirare il continuo regime di dure limitazioni finanziarie e commerciali imposte alla RII nelle relazioni con i partner stranieri. Se si aggiungono i tentativi di Russia e Iran di passare all’uso delle proprie valute nei pagamenti, i timori degli Stati Uniti di “perdere il controllo della situazione” si acuiscono ancora più. Dopo tutto, se il contratto petrolifero russo-iraniano viene completato, il totale delle esportazioni di petrolio iraniano potrebbe superare il milione di barili al giorno, concordato nell’accordo interinale dei P5+1 del 24 novembre 2013.
Da quanto si può giudicare dalle dichiarazioni di Washington, l’amministrazione statunitense non ha un piano chiaro sul miglioramento delle relazioni con l’Iran o sulla politica di pressioni sulla Russia, con sanzioni volte ad isolarla. Nel decidere provvedimenti per ostacolare più strette relazioni tra Teheran e Mosca, gli Stati Uniti ricordano un funambolo sospeso a mezz’aria che rischia di perdere l’equilibrio. È dubbio che possano bilanciare questa posizione a lungo. Gli statunitensi sottolineano che le sanzioni contro la Russia sono un processo in cui neanche i risultati provvisori possono essere valutati. L’Iran ha già acquisito una certa immunità ai problemi che possono sorgere con l’imposizione delle sanzioni, avendo esperienza nel contrastarle.
Ampliando e approfondendo i loro legami, Russia e Iran dimostrano l’inutilità dei tentativi delle forze esterne d’influenzare questo processo. I rapporti dei due partner possono essere rallentati, e anche per molto tempo, ma la superpotenza che ha perso il senso della realtà non può ostacolarne lo sviluppo. Le sanzioni che Washington vorrebbe usare come dimostrazione del suo potere avranno l’effetto opposto; hanno solo rivelato l’incertezza dei passi statunitensi “sul filo del rasoio” nel  risolvere acuti problemi internazionali.

342439_Rouhani-putinLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli Illuminati contro la Russia

I piani degli imperialisti della City di Londra per la Russia
Dean Henderson 29 aprile 2014 map_ktk_enIeri l’UE e gli USA hanno imposto ulteriori sanzioni alla Russia, mentre 150 truppe statunitensi sbarcano nella vicina Estonia per le esercitazioni militari. Due mesi dopo che il presidente democraticamente eletto dell’Ucraina Viktor Janukovich è fuggito dal Paese per il putsch orchestrato da MI6/CIA/Mossad a Kiev, l’occidente continua l’aggressione alla Russia, nonostante i ripetuti tentativi diplomatici del presidente russo Vladimir Putin. Quindi cosa c’è di nuovo? La City dei banchieri di Londra guidata dai Rothschild da due secoli ha grandi piani imperialisti per le ricche risorse naturali della Russia, sempre ostacolati dagli zar o dallo stalinismo nazionalista. Putin ha sventato i loro ultimi tentativi, quando ha incarcerato l’israeliano dalla doppia cittadinanza Mikhail Khodorkovskij e ri-nazionalizzato gran parte dell’industria energetica russa. Non è un caso che uno dei funzionari russi sanzionati ieri sia Igor Sechin, presidente del colosso petrolifero russo Rosneft, di cui BP detiene ancora una quota del 20%.

Alleanza blasfema
hersh_malta_2 Mentre i sindacati bancari internazionali avevano sempre trattato con l’Unione Sovietica, l’accesso alle sue vaste risorse petrolifere rimase limitata fino a quando Ronald Reagan entrò alla Casa Bianca nel 1980, determinato a frantumare l’Unione Sovietica e aprirne i giacimenti petroliferi ai Quattro Cavalieri. Il suo uomo di punta fu il direttore della CIA Bill Casey, le cui connessioni con i cattolici Cavalieri di Malta furono sfruttate a fondo. La “santa mafia” segreta dell’Opus Dei del Vaticano era dietro l’ascesa al Papato del cardinale polacco Karol Wojtyla. Wojtyla divenne Papa Giovanni Paolo II e lanciò l’offensiva dell’Opus Dei/Vaticano per eliminare i movimenti della teologia della liberazione dall’America Latina e il comunismo dall’Europa orientale. Il fascismo aiutò naturalmente Karol Wojtyla. Durante gli anni ’40 era un commesso dell’industria chimica nazista IG Farben. Wojtyla vendeva ai nazisti il cianuro usato nei loro campi di sterminio di Auschwitz. Uno dei suoi migliori amici era il dr. Wolf Szmuness, ideatore nel 1978 dello studio sull’epatite B del Center for Disease Control degli Stati Uniti, attraverso cui il virus dell’AIDS fu inoculato nella popolazione gay. [722] Nel 1982 Reagan incontrò Papa Giovanni Paolo II. Prima della riunione, Reagan firmò l’NSD-32 che autorizzava una vasta gamma di attività economiche, diplomatiche e segrete per “neutralizzare la presa dell’Unione Sovietica sull’Europa orientale“. Nel corso della riunione i due decisero di lanciare un programma clandestino per strappare l’Europa dell’Est ai sovietici. La Polonia, Paese di origine del Papa, era la chiave. Sacerdoti cattolici, AFL-CIO, National Endowment for Democracy, Banca del Vaticano e CIA si schierarono tutti.
Il Vaticano è il maggiore proprietario al mondo di titoli azionari, utilizzando la filiale svizzera del Banco di Roma per svolgerne le  attività in modo discreto. Il fascista italiano Benito Mussolini fornì generose esenzioni fiscali al Vaticano, di cui gode ancora. La riconciliazione del Grande Oriente massone con il Vaticano fu sostenuta dal Banco Ambrosiano del capo della P-2 Roberto Calvi. Le relazioni tra il Vaticano e la massoneria erano tese dall’11° secolo, quando i greci ortodossi si divisero dai cattolici romani. Emersero le fazioni dei Cavalieri Templari e dei Cavalieri Ospedalieri di S. Giovanni. Quest’ultima fu la fazione cattolica. Cambiò nome in Cavalieri di Malta, dall’isola dove trovò rifugio dopo la sconfitta delle Crociate con l’aiuto del Vaticano. Malta è una base degli intrighi di CIA/MI6/Mossad. Nel 13° secolo papa Clemente V, sostenuto dal re di Francia Filippo, accusò i Cavalieri Templari di eresia protestante, citando la loro passione per il traffico di droga, armi, gioco d’azzardo e prostituzione. Queste attività sono ciò che resero i Templari “ricchi sfondati”. Papa Clemente diede una lezione bruciando sul rogo, un venerdì 13, il capo dei Templari Jacques de Molay. [723] I templari presero il loro bottino e fuggirono in Scozia per fondare la Massoneria di Rito Scozzese. Finanziarono la Casa di Windsor che controlla la Gran Bretagna e presiede il vertice della massoneria mondiale. I membri loggia massonica iscrivono i figli alla De Molay Society, in onore del pirata templare bruciato. Il tentativo di Calvi di conciliare società segrete protestanti e cattoliche fu un successo. Divenne il finanziatore del movimento polacco Solidarnosc, mentre l’inquinata Continental Illinois Bank del segretario al Tesoro di Nixon David Kennedy inviava i fondi della CIA dalla Banca di Cicero del vescovo Paul Marcinkus per finanziare Solidarnosc. [724]
Il Vaticano collaborò con la nobiltà nera europea, i Bilderberger e la CIA per lanciare la società ultrasegreta JASON e armare i dittatori sudamericani per reprimere la teologia della liberazione. Nel 1978, quando Papa Giovanni Paolo II prese il potere, il Vaticano emise un francobollo commemorativo con una piramide egizia e il Roshaniya, l’occhio che tutto vede. [725] Il Vaticano e gli Illuminati si ricongiunsero. Gli incontri di Reagan con Papa Giovanni Paolo II furono l’affermazione di tale nuova potente alleanza che si concentrò sulla rovina dell’Unione Sovietica. Anche prima che Reagan incontrasse il Papa, la CIA aveva un agente presso il ministero della Difesa polacco, il colonnello Ryszard Kuklinski. Kuklinski faceva capo al Vaticano e contribuì ad organizzare Solidarnosc guidata dalla ricca famiglia Radziwill, che aveva finanziato gli assassini di JFK via Permindex. La maggior parte dei capi di Solidarnosc erano vecchi ricchi aristocratici. Il precursore di Solidarnosc fu l’Alleanza Nazionale dei solidaristi, una squadra fascista russo/est-europea finanziata dalla RD/Shell di Sir Henry Deterding e dal presidente della Vickers Arms Corporation Sir Basil Zacharoff. Sir Auckland Geddes della Rio Tinto Zinc, che finanziò golpe fascista di Francisco Franco in Spagna, finanziò anche i solidaristi. Il nipote di Geddes, Ford Irvine Geddes, fu presidente della Inchcape Peninsular & Orient Navigation Company nel 1971-1972. [726] Il quartier generale dei solidaristi degli Stati Uniti era la Fondazione Tolstoj, nello stesso edificio della Julius Klein Associates che armò i famigerati squadroni della morte sionisti Haganah e banda Stern che usurparono le terre palestinesi per fondare Israele. Klein era un insider dell’MI6 alla Permindex contribuendo ad organizzare l’assassinio di JFK. Il figliastro dei solidaristi, il movimento Solidarnosc, fu spacciato dai media occidentali come grande forza liberatrice polacca. Con gli aiuti della CIA, Solidarnosc rovesciò il governo comunista di Varsavia. Il loro uomo di paglia Lech Walesa divenne presidente della Polonia. Nel 1995 Walesa fu sconfitto dall’ex-leader comunista Aleksander Kwasniewski. Walesa fu premiato per aver leccato stivali lavorando alla Pepsi.
Il direttore della CIA Casey richiese costante attenzione sull’Europa orientale dalla CIA. Casey s’incontrò spesso con il cardinale di Philadelphia John Krol per discutere di Solidarnosc. Utilizzò i suoi collegamenti con i Cavalieri di Malta, appoggiandosi pesantemente su fratello Vernon Walters, il cui curriculum spettarle si legge come un romanzo di James Bond. L’ultima incarnazione di Walter fu da ambasciatore itinerante di Reagan presso il segretario di Stato del Vaticano cardinale Agostino Casaroli. [727] Nel 1991 Walters era ambasciatore USA alle Nazioni Unite, dove rullò con successo i tamburi di guerra contro l’Iraq. Era nelle Fiji quello stesso anno, poco prima della caduta di quel governo di sinistra. Altri Cavalieri di Malta coinvolti nel tentativo di destabilizzazione dell’Europa orientale furono Richard Allen, dell’NSA di Reagan e vice di Robert Vesco, il giudice William Clark dell’NSA di Reagan, l’ambasciatore di Reagan in Vaticano William Wilson e Zbigniew Brzezinski. Altri cavalieri di spicco dei Cavalieri di Malta erano Prescott Bush, il segretario al Tesoro di Nixon William Simon, il golpista nixoniano Alexander Haig, il sostenitore dei Contra J. Peter Grace e l’agente venezuelano dei Rockefeller Gustavo Cisneros.
La squadra di Reagan seguiva una strategia in cinque parti nel tentativo di distruggere l’Unione Sovietica. In primo luogo, perseguì il concetto di Star Wars della JASON Society, nel tentativo di coinvolgere i sovietici in una corsa alle armi spaziali sapendo che Mosca non poteva permettersi. In secondo luogo, la CIA avrebbe lanciato operazioni segrete in Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria nel tentativo di rovesciare quei governi filo-sovietici. Mentre Walesa spuntò in Polonia, il poeta Vaclev Havel divenne il cavaliere bianco della CIA in Cecoslovacchia. Come Walesa, Havel divenne impopolare e subito cacciato dalla presidenza di burattino. Un componente del programma di destabilizzazione della CIA era comprare armi da queste nazioni dell’Est europeo per armare i ribelli sponsorizzati dalla CIA in Nicaragua, Afghanistan, Angola e Mozambico, usando la BCCI e successivamente la BNL. Gli Stati Uniti volevano anche mettere le mani sull’avanzato arsenale sovietico. La Polonia vendette segretamente agli Stati Uniti una serie di avanzate armi sovietiche per 200 milioni di dollari. La Romania fece lo stesso. Entrambi i Paesi videro i loro debiti esteri ridotti significativamente. [728] Il terzo componente della strategia di Reagan fu finanziare la privatizzazione economica del contingente del Patto di Varsavia. In quarto luogo, gli Stati Uniti avrebbero coperto le onde radio est-europee e sovietiche di propaganda filo-occidentale da fronti come Radio Liberty, Radio Free Europe e Voice of America. La CIA finanziò giornali e riviste locali.
La Compagnia fu aiutata nell’Unione Sovietica dai suoi compari del Mossad con il tentativo del magnate dei media e ufficiale pagatore del Mossad Robert Maxwell. Quando Maxwell minacciò di svelare l’incontro tra il capo del KGB Vladimir Krjuchkov e un capo del Mossad a bordo del suo yacht privato, in cui il colpo di Stato contro Mikhail Gorbachev venne discusso, il Mossad ordinò l’eliminazione di Maxwell. Il 4 novembre 1991, quando navigava presso le isole Canarie, Maxwell fu assassinato da un commando israeliano. L’esodo di massa degli ebrei russi negli insediamenti occupati da Israele in Palestina faceva parte del patto segreto tra Mossad e Krjuchkov, ancora in una prigione di Mosca per il suo ruolo nel tradimento del colpo di Stato contro Gorbaciov. [729] Ma fu il quinto e ultimo componente della strategia di Reagan che attrasse i Quattro Cavalieri. Gli spettri di Reagan avviarono una guerra economica contro l’Unione Sovietica, comprendente il congelamento dei trasferimenti tecnologici, contraffazione del rublo russo e sponsorizzazione di gruppi islamici separatisti nell’Asia centrale e nel Caucaso sovietici. I jihadisti furono incaricati di sabotare un importante metanodotto transcontinentale che i sovietici stavano costruendo. I sovietici avevano più gas naturale di qualsiasi altro Paese sulla terra e videro nel completamento di questo gasdotto una vacca da mungere per il 21° secolo. [730] Big Oil voleva il latte della mucca.

E’ il petrolio, stupido!
pipelinemapQuando l’ultimo presidente dell’Unione Sovietica Mikhail Gorbaciov annunciò la perestrojka e la glasnost per privatizzare l’economia del Paese, aiutò gli Illuminati a distruggerlo. Gorbaciov fu ingannato, complice inconsapevole, un agente della CIA o vittima dell’operazione Presidio di controllo mentale del Tempio di Set? Comunque sia, svolse un ruolo chiave nello smantellamento dell’Unione Sovietica. I sovietici controllavano non solo le vaste risorse della propria nazione, ma le risorse dei Paesi del Terzo Mondo e del Comecon, alleati dei sovietici. Nell’ambito della perestrojka dovevano cessare gli aiuti sovietici a queste nazioni in via di sviluppo, per alleviare il peso del crescente debito sovietico che, come il debito degli Stati Uniti, s’era accumulato con decenni di spesa militare della Guerra Fredda. Il debito delle due superpotenze era detenuto dalle stesse banche internazionali che ora utilizzavano la leva del debito per scegliere un vincitore e aprire le risorse russe e del Terzo Mondo ai loro tentacoli aziendali. [731]
Quando il Muro di Berlino cadde e Gorbaciov fu rovesciato in favore del sicario del FMI Boris Eltsin, i Quattro Cavalieri si precipitarono a Mosca per concludere accordi petroliferi. Petrolio e gas naturale sono sempre stati la principale esportazione sovietica e così rimase per la nuova Russia. Nel 1991 il Paese guadagnò 13 miliardi dollari in valuta forte dalle esportazioni di petrolio. Nel 1992 Eltsin annunciò al mondo che l’industria petrolifera della Russia da 9,2 miliardi di barili al giorno sarebbe stata privatizzata. Il sessanta per cento delle riserve siberiane della Russia non è mai stato sfruttato. [732] Nel 1993 la Banca Mondiale annunciò un prestito di 610 miliardi dollari per modernizzare l’industria petrolifera della Russia, di gran lunga il più grande prestito nella storia della banca. L’International Finance Corporation controllata dalla Banca Mondiale, acquistò le azioni di diverse società petrolifere russe e fece un ulteriore prestito alla Conoco di Bronfman per l’acquisto della Siberian Polar Lights Company. [733] Il principale mezzo di controllo dei banchieri internazionali sul petrolio russo era Lukoil, inizialmente per il 20% di BP Amoco e Credit Suisse First Boston, dove l’inviato in Jugoslavia di Clinton e architetto degli accordi di pace di Dayton Richard Holbrooke aveva lavorato. Il procuratore generale di Bush padre, Dick Thornburgh, che orchestrò il cover-up della BNL, ora era Chief Financial Officer della CS First Boston. Una manciata di oligarchi sionisti russi, noti collettivamente come mafia russa, possedeva il resto di Lukoil, che operò da Saudi Aramco della Russia dei Quattro Cavalieri, un partner di Big Oil per i progetti nel Paese che richiedevano quantità veramente impressionanti di capitale. Questi progetti riguardavano l’isola Sakhalin, noti come Sakhalin I, una venture da 15 miliardi di dollari della Exxon Mobil; e Sakhalin II, un accordo da 10 miliardi di dollari della Royal Dutch/Shell che includeva Mitsubishi, Mitsui e Marathon Oil come partner. i piani siberiani erano ancor più grandiosi. RD/Shell è un partner al 24,5% di Uganskneftegasin, che controlla un enorme giacimento di gas naturale siberiano. A Prjobskoe, BP Amoco gestisce un progetto da 53 miliardi di dollari. A Timan Pechora sul Mar Glaciale Artico, un consorzio composto da Exxon Mobil, Chevron Texaco, BP Amoco e Norsk HYDRO gestisce una joint venture da 48 miliardi di dollari. Nel novembre 2001 la Exxon Mobil annunciò l’intenzione d’investire altri 12 miliardi di dollari in un progetto su petrolio e gas nell’Estremo Oriente russo. RD/Shell annunciò un investimento di 8,5 miliardi di dollari per le concessioni nell’isola Sakhalin. BP Amoco fece annunci simili. [734] Nel 1994 Lukoil produsse 416 milioni di barili di petrolio, diventando così il quarto maggiore produttore al mondo dopo RD/Shell, Exxon Mobil e la co-proprietaria BP Amoco. I suoi quindici miliardi di barili di riserve di greggio erano secondi al mondo dopo Royal Dutch/Shell. [735]
Il Caucaso sovietico, con l’incoraggiamento di Langley, presto si separò dalla Russia. La mappa dell’Asia centrale fu riscritta con Kazakhstan, Uzbekistan, Tagikistan, Turkmenistan, Kirghizistan, Armenia, Azerbaigian, Ucraina e Georgia che dichiaravano l’indipendenza. Il gasdotto sovietico contro cui Reagan ordinò gli attacchi, trasportava gas naturale ad est, al porto sul Nord Pacifico di Vladivostok, e ad ovest al porto sul Mar Nero di Novorossijsk, dai più ricchi noti giacimenti di gas naturale del mondo, sotto ed a ridosso del litorale del Mar Caspio, nel cuore del Caucaso. I Quattro Cavalieri ambivano a queste risorse più che in ogni altra parte del mondo. Volevano costruire i propri gasdotti privati, una volta messe le mani sui giacimenti di gas del Mar Caspio che contengono, secondo una stima, 200 miliardi di barili di greggio. Le privatizzazioni dell’industria petrolifera furono rapidamente annunciate nelle nuove repubbliche dell’Asia centrale che ebbero, in virtù della loro indipendenza, il controllo delle vaste riserve di petrolio e di gas del Mar Caspio. Nel 1991 Chevron ebbe colloqui con il Kazakistan. [736] Le repubbliche dell’Asia centrale divennero i più grandi beneficiari degli aiuti dell’USAID, così come dei prestiti di Exim Bank, OPIC e CCC. Azerbaigian, Turkmenistan e Kazakistan ne furono particolarmente favoriti. Questi Paesi controllano il litorale del Mar Caspio, insieme a Russia e Iran. Nel 1994 il Kazakistan ricevette 311 milioni di dollari in aiuti statunitensi e altri 85 milioni di dollari per smantellare le armi nucleari sovietiche. Il presidente Clinton incontrò il presidente del Kazakistan Nursultan Nazarbaev. Firmarono una serie di accordi, dal disarmo alla cooperazione nella ricerca spaziale. Il Kazakistan, con una stima di 17,6 miliardi di barili di riserve petrolifere, era una parte  strategica del sistema di armi nucleari sovietiche ed ospitava il programma spaziale sovietico. I due leader firmarono un accordo che prevedeva la protezione degli investimenti delle multinazionali statunitensi. L’Istituto di libero scambio e della Camera di Commercio degli Stati Uniti invitò i funzionari kazaki a studiare le arti più sottili del capitalismo globale. I Quattro Cavalieri si mossero in fretta. Chevron Texaco rivendicò il primo premio da 20 miliardi di dollari, il giacimento Tenghiz, poi arraffò un altro giacimento petrolifero a Koroljov. Exxon Mobil firmò un accordo per sviluppare una concessione offshore sul Mar Caspio. [737] Tengizchevroil è per il 45% di Chevron Texaco e per il 25% di Exxon Mobil. [738] Il presidente della NSA di George W. Bush e poi segretaria di Stato Condaleeza Rice, esperta di Asia centrale, era nel CdA di Chevron assieme a George Schultz nel 1989-1992. Anche una petroliera prese il suo nome.
Grazie al Mar Caspio, l’Azerbaigian riceveva centinaia di milioni di dollari in aiuti statunitensi. BP Amoco guidava un consorzio di sette giganti del petrolio che versarono inizialmente 8 miliardi di dollari per sviluppare tre concessioni al largo della capitale Baku, storico campo base di Big Oil nella regione. [739] BP Amoco e Pennzoil, recentemente acquisita da Royal Dutch/Shell, presero il controllo della compagnia petrolifera dell’Azerbaigian il cui consiglio di amministrazione includeva l’ex-segretario di Stato di Bush Sr. James Baker. Nel 1991 il super-fantasma di Air America Richard Secord si presentò a Baku sotto la copertura dell’Oil MEGA. [740] Secord & Company fornirono addestramento militare, vendevano armi israeliane, passavano “sacchetti marroni pieni di contanti” e spedirono oltre 2000 combattenti islamici dell’Afghanistan con l’aiuto di Gulbuddin Hekmatyar. L’eroina afgana inondò Baku. L’economista russo Aleksandr Daskevich disse che 184 laboratori di eroina furono scoperti della polizia di Mosca nel 1991, “Ognuno era gestito da azeri che utilizzavano il ricavato per comprare armi per la guerra dell’Azerbaigian contro l’Armenia nel Nagorno-Karabakh“. [741] Una fonte d’intelligence turca afferma che Exxon e Mobil erano dietro il colpo di stato del 1993 contro il presidente azero Abulfaz Elchibey. Gli islamisti aiutarono Secord. Usama bin Ladin istituì un’ONG a Baku da cui attaccare i russi in Cecenia e Daghestan. Venne insediato il più flessibile presidente Haydar Aliev. Nel 1996, per volere del presidente dell’Amoco, fu invitato alla Casa Bianca ad incontrare il presidente Clinton, il cui NSA era Sandy Berger che aveva 90000 dollari di azioni dell’Amoco. [742] I separatisti armeni sostenuti dalla CIA occuparono le regioni strategiche del Nagorno-Karabakh e Nakhnichevan confinante con Turchia e Iran. Quando il presidente turco Turgut Ozal menzionò l’intervento in Nakhnichevan in sostegno degli azeri, il premier turco Sulayman Demirel subito lo smentì dall’alleato chiave degli Stati Uniti. Queste due regioni sono fondamentali per Big Oil che progettava di costruire un gasdotto dal Mar Caspio attraverso la Turchia fino al porto russo sul Mar Nero di Novorrossijsk. La stessa rotta era utilizzata dai mafiosi turchi Lupi grigi nel loro traffico di eroina dall’Asia centrale all’Europa. Quando il lupo grigio Mehmet Ali Agca cercò di assassinare papa Giovanni Paolo II nel 1981, la CIA usò la sua Gladio cercando di accusarne il governo comunista della Bulgaria. Lukoil possiede il 26% del porto russo sul Mar Nero di Novorossijsk. Il suo presidente Vait Alekperov voleva costruire l’oleodotto del Caspio attraverso Groznij, in Cecenia, mentre i Quattro Cavalieri preferivano passare per la Turchia. Il supporto della CIA a separatisti armeni e ribelli islamici ceceni assicurò il caos a Groznij. Alekperov finalmente accettò la rotta turca. Nel 2003 il dipartimento della Difesa propose una borsa per l’addestramento militare da 3,8 milioni dollari all’Azerbaigian. Più tardi, ammise che ciò era volto a proteggere l’accesso al petrolio degli Stati Uniti. Come Michael Klare ha detto, “Lentamente ma inesorabilmente, l’esercito statunitense si converte nel servizio globale di protezione del petrolio“. [743]
Il Turkmenistan, che confina con il Mar Caspio a sud-est, è una virtuale repubblica del gas, con massicci giacimenti di gas naturale. Ha anche vasti giacimenti di petrolio, rame, carbone, tungsteno, zinco, uranio e oro. Il giacimento di gas più grande è presso Dauletabad, nel sud-est del paese, vicino al confine afghano. Centgas di Unocal avviò la costruzione di un oleodotto che collegava i giacimenti petroliferi di Chardzhan ai giacimenti petroliferi siberiani più a nord. Cruciale per Centgas era il gasdotto da Dauletabad, attraverso Afghanistan e Pakistan, all’Oceano Indiano. [744] Tra i consulenti del progetto vi era Henry Kissinger. Unocal ora fa parte di Chevron. Con i Quattro Cavalieri che avevano un saldo controllo delle riserve del Mar Caspio, nacque il Caspian Pipeline Consortium. Chevron Texaco ebbe una quota del 15% e gli altri tre Cavalieri e Lukoil si divisero il resto. La sicurezza delle pipeline fu fornita dalla società israeliana Magal Security Systems, collegata al Mossad. Azerbaigian e Turkmenistan hanno rapporti particolarmente affettuosi con Israele grazie all’ambasciatore speciale Yusef Maiman, presidente del gruppo israeliano Mehrav. Mehrav è coinvolto nel progetto turco per deviare l’acqua del Tigri e dell’Eufrate nel sud-est della Turchia a scapito dell’Iraq. [745] Il gasdotto del Caspio fu ostruito da Bechtel in partnership con GE e Wilbros Group. Il gasdotto divenne operativo nel novembre 2001, appena due mesi dopo l’11 settembre. Bechtel costruì anche le infrastrutture del giacimento di Tengiz della Chevron Texaco. Nel 1995 Bechtel guidò un consorzio finanziato da USAID per ristrutturare le industrie energetiche di undici nazioni dell’Europa orientale, in linea con i mandati del FMI. Bechtel ricevette un contratto enorme per aggiornare molte fonderie di alluminio russe in difficoltà, in tandem con Pechiney. Lukoil contrattò con la ABB Lummus Crest del New Jersey (formatosi quando i giganti metalmeccanici Asea Brown Boveri e Lummis Crest si fusero) per costruire una raffineria da 1,3 miliardi dollari nel porto di Novorossijsk e aggiornare per 700 milioni di dollari la raffineria di Perm. L’amministrazione Bush programmava un’ulteriore serie di oleodotti sul Mar Caspio per collegare Tenghiz al Mar Nero. Un oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan fu costruito da un consorzio dei Quattro Cavalieri guidato da BP Amoco. Lo studio legale che rappresenta il consorzio della BP è la Baker Botts della famiglia di James Baker. Il gasdotto BP Amoco attraversa la Georgia passando per la capitale Tblisi.
Nel febbraio 2002 gli Stati Uniti annunciarono l’intenzione di inviare 200 consiglieri militari ed elicotteri d’attacco in Georgia per “radicarvi il nostro terrorismo”. [746] L’implementazione fu una cortina fumogena per proteggere la pipeline. Nel settembre 2002 il ministro degli Esteri russo Igor Ivanov accusò la Georgia di ospitare i ribelli ceceni. Nell’ottobre del 2003 il presidente georgiano Eduard Shevardnadze fu costretto a dimettersi con una rivoluzione incruenta. Secondo un articolo dell’11 dicembre 2003 sul sito del Partito Socialista Mondiale, la CIA sponsorizzò il colpo di Stato. Nel settembre 2004 centinaia di bambini russi furono uccisi quando i separatisti ceceni presero il loro edificio scolastico. Il presidente russo Vladimir Putin disse dell’incidente, “Certi ambienti politici in occidente vogliono indebolire la Russia, proprio come i romani volevano indebolire Cartagine“. Ha accusato “i servizi segreti stranieri” di complicità negli attacchi. Il suo consigliere Aslanbek Aslakhanov andò oltre affermando sul Canale 2 russo “Costoro non parlavano con la  Russia, ma con altri Paesi. Erano controllati. I nostri sedicenti amici hanno lavorato per decenni a smembrare la Russia… (sono i burattinai) e finanziatori del terrorismo”. La russa KM News titolò “Il sequestro della scuola fu pianificato a Washington e Londra“. [747] Lukoil incarna la corruzione dilagante in Russia dal crollo sovietico. La corruzione è la norma. Lukoil regalò un jet di lusso al sindaco di Mosca, al capo della Gazprom (il monopolio del gas naturale statale) e al presidente del Kazakistan Nazarbaev. Alla metà degli anni ’90 Lukoil annunciò che avrebbe venduto una quota del 15% agli azionisti stranieri attraverso il suo primo proprietario e consulente finanziario CS First Boston e la Bank of New York. [748] Nel 2002 annunciò l’intenzione di svendere un altro grande asset. Secondo Kurt Wulff dell’impresa d’investimento petrolifera McDep Associates, i Quattro Cavalieri scatenatisi nei loro nuovi pascoli dell’Estremo Oriente, videro tale aumento delle attività finanziarie, nel 1988-1994: Exxon Mobil – 54%, Chevron Texaco – 74%, Royal Dutch/Shell – 52% e BP Amoco - 54%. I Cavalieri avevano più che raddoppiato il loro patrimonio in sei anni. Questo salto di qualità della potenza mondiale anglo-statunitense aveva a che fare con l’acquisizione dell’industria petrolifera ex-sovietica e il conseguente impoverimento dei suoi legittimi proprietari.

Caspian-pipelines-mapNote
[722] Behold a Pale Horse. William Cooper. Light Technology Publishing. Sedona, AZ. 1991.
[723] The Robot’s Rebellion: The Story of the Spiritual Renaissance. David Icke. Gateway Books. Bath, UK. 1994. p.94
[724] Hot Money and the Politics of Debt. R.T. Naylor. The Linden Press/Simon & Schuster. New York. 1987. p.78
[725] Ibid. p.165
[726] Dope Inc.: The Book that Drove Kissinger Crazy. The Editors of Executive Intelligence Review. Washington, DC. 1992
[727] “The Unholy Alliance”. Carl Bernstein. Time. 2-24-92. p.28
[728] “US Obtained Soviet Arsenal from Poland”. Eugene Register-Guard. 2-13-94
[729] The Other Side Of Deception. Victor Ostravsky. HarperCollins Publishers. New York. 1994.
[730] Bernstein. p.28
[731] “The Dismantling of the Soviet Union”. Peter Symon. Philippine Currents. November/December 1991.
[732] “Drilling for a Miracle”. Fred Coleman. US News & World Report. 12-7-92. p.54
[733] Evening Edition. National Public Radio. 6-18-93
[734] “Exxon’s Russian Oil Deal Makes Other Firms Feel Lucky”. Wall Street Journal. 12-13-01
[735] “The Seven Sisters Have a Baby Brother”. Paul Klebnikov. Forbes. 1-22-96. p.70
[736] Taliban: Militant Islam, Oil and Fundamentalism in Central Asia. Ahmed Rashid. Yale University Publishing. New Haven, CT. 2001. p.145
[737] “Christopher Promises Aid to Oil-Rich Kazakhstan”. AP. Northwest Arkansas Morning News. 10-24-93
[738] 10K Filings to SEC. Exxon Mobil and Chevron Corporations. 3-28-01
[739] “The Quietly Determined American”. Paul Klebnikov. Forbes. 10-24-94. p.48
[740] Azerbaijan Diary: A Rogue Reporter’s Adventures in a Oil-Rich, War-Torn, Post-Soviet Republic. Thomas Goltz. M.E. Sharpe. Armonk, NY. 1999. p.272
[741] “al-Qaeda, US Oil Companies and Central Asia”. Peter Dale Scott. Nexus. May-June, 2006. p.11-15
[742] See No Evil: The True Story of a Ground Soldier in the CIA’s War on Terrorism. Robert Baer. Crown. New York. 2002. p.243-244
[743] Blood and Oil: The Dangers and Consequences of America’s Growing Dependency on Imported Petroleum. Michael T. Klare. Metropolitan/Henry Holt. 2004. p.6-7
[744] Escobar. Part I
[745] “The Roving Eye: Pipelineistan, Part II: The Games Nations Play”. Pepe Escobar. Asia Times Online. 1-26-02
[746] “Wolf Blitzer Reports”. CNN. 2-27-02
[747] “Paranotes: Russian School Seige Conspiracy”. Al Hidell. Paranoia. Issue 37. Winter 2005.
[748] Klebnikov. 1-22-96. p.72

Dean Henderson è autore di: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel. Potete seguirlo su Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Crimea e l’idea Eurasiatista come geopolitica della resistenza

Bruno De Cordier Geopolitika 26/04/2014
800px-euroas_unionIo so una cosa e la dirò: se la Russia sopravvive a questo periodo e alla fine si salva, lo sarà come entità eurasiatica e attraverso l’idea eurasiatista”, aveva detto l’etnografo, storico e geografo russo Lev Gumiljov in un’intervista data poco dopo la scomparsa dell’URSS e poco prima della morte nell’estate del 1992. Allora erano anni terribili di decadenza, disfacimento e perdita di autostima della Russia e del resto dell’enorme spazio che poco prima era l’URSS. Anche l’esistenza della Federazione Russa, entità nucleo dell’URSS, era incerta con l’aumento del separatismo nelle repubbliche nord caucasiche di Daghestan e Cecenia, e con l’avanzata dei potentati locali e provinciali su cui il Cremlino di Eltsin difficilmente aveva una reale influenza. Così oggi, la Crimea si appresta ad aderire alla Russia. Come le cose possono cambiare.

Il trauma del 1990
Ho pensato spesso a Gumiljov e alla sua idea eurasiatista ultimamente, perché in effetti spiega un bel po’ di ciò che è successo. In sintesi, afferma che la vecchia Unione Sovietica e lo spazio imperiale zarista che l’ha preceduta sono essenzialmente innestati in un antico campo culturale in cui le culture slave e turche, cristianesimo ortodosso, sunnismo e sciismo convivono e interagiscono da secoli. Il nucleo di questa sfera, di questo ‘grande spazio’, come lo scienziato politico russo Aleksandr Dugin lo chiama, è la Russia che anzi si estende geograficamente sui continenti europeo e asiatico ed ha, attraverso l’adozione del cristianesimo bizantino nel 980, dopo il primo contatto stabilito con i vescovi greci, in Crimea tra l’altro, e la sua integrazione nel sistema del Khanato dell’Orda d’Oro (1240-1502), ancorandosi in Oriente come in Occidente. L’intera nozione che la Russia costituisca quindi una sfera separata attorno al quale cristallizzare l’Eurasia, sembra anche essere presente e ben viva a livello popolare oggi. In un sondaggio condotto tra la popolazione russa nella primavera del 2007, ad esempio, la tesi che la Russia sia una entità eurasiatica a sé stante, con i suoi moduli sociali e di sviluppo, era accettata da quasi tre quarti degli intervistati. [1] Naturalmente, c’è più di un indicatore che riflette la realtà. In una simile ma molto più recente indagine, lo scorso anno, alla domanda di come la Russia sarà tra 50 anni, la maggioranza degli intervistati dopo la categoria dei non-so/non-risponde, rispose che la tecnologia e le scienze saranno molto simili a quelle occidentali, ma che la società e la cultura russa saranno completamente diverse. [2] Inoltre, in un altro sondaggio condotto lo scorso autunno, si apprende che la quota di coloro che in Russia rimpiangono la scomparsa dell’URSS è alta: 57 per cento, comprensibilmente più alta tra le categorie di età con ricordi vivi di quel periodo (coinvolgendo ancora una congrua parte di persone in età attiva), ma anche pari a un terzo delle categorie di intervistati che non erano ancora nati nel 1991 o che erano troppo giovani per avere ricordi vivi. [3]
L’impatto di quello che potremmo chiamare il trauma degli anni ’90’, causato dagli anni terribili che seguirono la crisi ed infine il crollo dell’URSS, non dovrebbe davvero essere sottovalutato. Nel giro di un paio d’anni, un grande capitale umano, un elevato livello di sicurezza sociale e un discreto livello infrastrutturale sociale furono sperperati e distrutti per far posto a una forma particolarmente rapace di capitalismo, soprannominato “riforme di mercato”, di consulenti stranieri e decine di profittatori, una crisi di identità acuta, una drammatica recessione demografica, un degrado generale e la perdita dello status. A metà degli anni novanta fu quando in realtà iniziai a lavorare in Eurasia. Allora, avevo già capito che tutto questo sarebbe mutato un giorno. E in effetti fu così. Fin dall’inizio di questo secolo, una non piccola parte di opinion maker, opinione pubblica e funzionari accusarono un astratto ‘occidente’, dove certamente gli Stati Uniti sono percepiti sempre più negativamente [4], ed in particolare i liberali locali e regionali in Eurasia.

Grande spazio economico
Quindi, quali sono i diversi fili che legano la Russia alla sua ampia sfera storica, e con il resto della regione precedentemente nota come URSS in particolare? Dobbiamo prima dare uno sguardo alla sottostruttura economica, iniziando dal commercio estero. Ufficialmente nel 2013 quasi il 21 per cento del commercio estero complessivo della Russia era con gli altri Stati dell’ex-URSS, esclusi i tre Paesi baltici. Circa i tre quarti del commercio in Eurasia riguardavano, in questo ordine particolare, l’Ucraina, la Bielorussia e il Kazakistan. Questi ultimi due sono anche parte dell’unione doganale e della Comunità economica eurasiatica, guidate e promosse da Mosca. I tentativi d’integrare anche l’Ucraina in queste strutture, in realtà ha scatenato il movimento di protesta a Kiev lo scorso anno. Inoltre, oltre il 50 per cento del commercio estero della Russia avviene con l’Unione europea, quasi il 10 per cento con la Cina e circa il 3 per cento con gli Stati Uniti. Il modello del commercio estero della Russia è quindi orientato principalmente verso l’UE, implicando anche qualcos’altro a proposito: che le economie e le società dell’UE hanno bisogno del mercato dell’Europa orientale. Quindi, le sanzioni economiche nei confronti di Mosca prima di tutto incideranno sull’UE che ha agito principalmente come estensione e sostegno degli Stati Uniti per tutta la crisi dell’Ucraina. Per gli appassionati nel sottolineare l’importanza delle politiche energetiche, beh, c’è anche la posizione e le attività di Gazprom in Eurasia. Questa società parastatale, strettamente collegata al Cremlino, controlla circa un terzo della produzione mondiale di gas naturale ed ha anche interessi e attività in altri settori come trasporti, petrolio, banche e media. E’ attivamente presente in tutti i Paesi ex-sovietici, tra cui Paesi Baltici che in realtà ne dipendono per la maggior parte dell’approvvigionamento del gas naturale. Gazprom partecipa anche, in una forma o nell’altra, all’estrazione di petrolio e al potenziamento delle infrastrutture dei Paesi esportatori di petrolio e gas come Turkmenistan, Azerbaigian e Kazakistan. Il solo peso di Gazprom spiega perché la Russia, insieme a Iran e Qatar, ha il comando da metà del 2001 dell’istituzione del cosiddetto Forum dei Paesi esportatori di gas. La struttura, che conta attualmente 11 Stati e nel quale il Kazakistan è un osservatore, è volto ad essere una sorta di ‘OPEC del gas’.

Lavoratori migranti e oligarchi
Torniamo alla società e alla vita quotidiana. Uno dei più importanti vettori socioculturali dell’influenza russa in Eurasia è, ovviamente, la lingua russa. L’avversione storica contro di essa non è così forte come lo era nel Baltico e nell’Europa centrale negli anni ’90 o come in Ucraina occidentale oggi. Nonostante la giusta promozione delle lingue locali o nazionali, diverse dalla russa nel 1988-1991, la lingua russa ancora, o di nuovo, ha uno status ufficiale o semi-ufficiale in Ucraina (anche se il suo futuro in Ucraina è incerto), Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. L’uso del russo in queste società di solito va ben oltre la popolazione di origine ed etnia russa. Anche nei Paesi in cui non ha più lo status ufficiale, come Azerbaijan e Turkmenistan, è ancora la lingua delle élite politiche e intellettuali, del segmento della popolazione più urbanizzata, delle minoranze etniche ed è spesso la lingua di comunicazione inter-etnica. La sua posizione sostiene anche l’influenza di mass media, cultura popolare e opinion maker russi. Un agente molto importante dei legami in Eurasia, che interfaccia base popolate e macro-economia, sono i lavoratori migranti, stagionali e permanenti, in Russia. La stragrande maggioranza del circa milione e mezzo di lavoratori ospiti che soggiornarono ufficialmente in Russia nel 2011, provenivano da altri Paesi dell’Eurasia. Il gruppo più numeroso, circa 510000, erano uzbeki. Inoltre, nello stesso anno, circa 280000 lavoratori ospiti provenivano dal Tagikistan, 193000 dall’Ucraina, 110000 dal Kirghizistan, 80000 dalla Moldavia, 71000 dall’Armenia, 68000 dall’Azerbaigian e 53000 dalla Georgia. Oltre ai Paesi dell’ex-Unione Sovietica, il secondo più grande Paese di origine dei lavoratori migranti in Russia è la Cina. Kazakistan e Bielorussia sono Paesi di accoglienza dei lavoratori migranti dell’Eurasia meridionale. Sono chiaramente formati in gran parte da commercianti dei bazar, operai edili, addetti alle pulizie e alla manutenzione e personale della ristorazione nelle metropoli, così come da lavoratori stagionali nell’agricoltura. Molti hanno al doppia cittadinanza. L’infrastruttura dei recenti Giochi Olimpici Invernali a Sochi, per esempio, in gran parte è stata costruita dai lavoratori del sud dell’Eurasia e della Moldavia. Questo tipo di migrazione alimenta un’economia delle rimesse che in Paesi come Armenia, Moldavia e Tagikistan, per esempio, contribuisce a una grande quota del PIL, pari al 21-48 per cento. Le rimesse di centinaia di migliaia di lavoratori migranti, la maggioranza dei quali uomini, sono un’ancora di salvezza finanziaria indispensabile per le loro famiglie e aree di provenienza. Socialmente e psicologicamente, l’impatto della migrazione e dell’economia delle rimesse è contraddittorio. Hanno rivitalizzato le regioni, ma anche perturbato le società locali, garantendo però l’interazione permanente dei popoli dell’Eurasia.
All’altra estremità della piramide sociale c’è qualcosa di particolare. Un certo numero di industriali e oligarchi di Uzbekistan, Azerbaigian e Georgia collegati alle alte sfere del potere in Russia, vivono a Mosca o a San Pietroburgo. Attraverso le associazioni socioculturali condiscendenti e attraverso i media, molti di loro cercano di costruirsi una base politica tra le diaspore in Russia dei rispettivi Paesi d’origine. Sul medio termine, ciò è importante in quanto molti dei personaggi in questione hanno ambigui, se non addirittura tesi, rapporti con i regimi o personaggi specifici e frazioni nei rispettivi Paesi. Personalmente, ritengo probabile che Mosca cercherà di guidare o di attivare un cambio di regime in certi Paesi eurasiatici, l’Uzbekistan per esempio, dai regimi inaffidabili o frazionati e dal grande potenziale in disordini sociali, prima che lo facciano figure filo-occidentali e reti sostenute dall’occidente. In questo senso, le personalità interessate come i loro movimenti e reti formano l’élite di riserva.

Imperialismo militare?
La base navale di Sebastopoli è stato un cruciale punto di partenza nel recente intervento della Russia o, a seconda di come la si guarda, invasione della penisola di Crimea. Ma come si può definire la cooperazione militare di Mosca con il resto dell’Eurasia? Dal 2002, il quadro istituzionale è stato il Collective Security Treaty Organization, una sorta di ‘contro-NATO’ che accanto a Russia, Bielorussia e Kazakistan, trova Armenia, Tagikistan e Kirghizistan suoi membri. La Serbia, tra gli altri, è un osservatore dell’organizzazione. Con l’eccezione della Georgia e sempre più anche dell’Azerbaigian, le rispettive forze armate nazionali dell’Eurasia sono ancora psicologicamente e tecnicamente piuttosto orientate verso la Russia dove acquistano la maggior parte della loro tecnologia militare e delle armi. Le forze armate russe hanno basi e consiglieri militari in Tagikistan, Armenia e Kirghizistan. Inoltre, co-gestiscono il complesso spaziale di Bajkonur, in Kazakistan, le stazioni radar in Bielorussia e, fino allo scorso anno, anche Gabala in Azerbaijan. E dalla metà del 1992, la Russia ha anche una forza di pace di 9200 effettivi in Transnistria, una regione secessionista dalla Moldavia, nel 1990. Oltre al territorio della vecchia Unione Sovietica, la Russia ha una base navale sul Mediterraneo, nel porto siriano di Tartus. Inquadrando le cose in prospettiva, gli Stati Uniti hanno novecento basi o altre forme di presenza militare al di fuori del loro territorio, anche in Eurasia.
Da circa un decennio, la Russia è anche diventata, come l’URSS, una fonte di varie forme di sviluppo e aiuto umanitario. [5] Ha inviato aiuti, per esempio, a livello multilaterale attraverso una serie di organizzazioni delle Nazioni Unite e ha anche donato aiuti a contesti dall’alto significato politico e simbolico, come Siria, Serbia e minoranza serba in Kosovo. La maggior parte degli aiuti all’estero della Russia, tuttavia, è destinata all’Eurasia. Nel 2007-13, circa il 57 per cento è andato a Tagikistan, Kirghizistan, Armenia e Ossezia del sud. Quest’ultimo mette in primo piano l’esistenza e il ruolo dei cosiddetti quasi-Stati, aree dell’Eurasia separatesi in un modo o nell’altro tra il 1989 e il 1993, che hanno molti, se non tutti, caratteristiche e attributi degli Stati, ma che non sono riconosciuti come tali dagli altri Paesi e dalle Nazioni Unite, o solo da una manciata di Paesi. [6] Ci sono attualmente quattro di tali entità nell’ex-Unione Sovietica: l’enclave del Nagorno-Karabakh in Azerbaigian, le già citate Transnistria e Ossezia del Sud, e l’Abkhazia, separatasi dalla Georgia nei primi anni ’90 e ufficialmente dichiaratasi indipendente dopo la guerra in Ossezia del Sud nel 2008. In qualche modo la Crimea s’inserisce anche in questa categoria. [7] I suddetti quattro quasi-Stati in gran parte si sostengono con un’economia informale, aiuti finanziari e altri, con le pensioni e le rimesse dei migranti provenienti dalla Russia. Nella maggior parte di queste entità vi è anche una forte identificazione e un parere favorevole dei russi tra l’opinione pubblica locale. Proprio come il Kosovo, in realtà un protettorato e perno importante della presenza della NATO-USA nei Balcani, costituiscono un elemento fondamentale della presenza di Mosca nella grande Eurasia. In questo senso, la Transnistria in particolare, insieme a Sebastopoli e all’enclave sul Baltico di Kaliningrad (una parte della vecchia Prussia annessa dall’Unione Sovietica dopo la Seconda Guerra Mondiale e oggi parte della Federazione Russa), è percepito come un necessario avamposto della resistenza eurasiatica sulla frontiera occidentale, contro una NATO percepita sempre più aggressiva ed espansionista. Pochi giorni dopo il referendum in Crimea, il parlamento della Transnistria, che come la penisola ha una maggioranza russa o almeno russofona, ha proposto di aderire alla Federazione Russa. [8]

Bismarck e la ‘neo-URSS’
Quindi, per concludere, Mosca ha sicuramente aspirazioni in questo enorme spazio tra il Mar Baltico e l’Alaska. Ma contrariamente al neo-impero statunitense, queste aspirazioni al dominio non sono planetarie. [9] A seguito dell’intervento militare della Russia in Crimea, tra l’altro legittimato dalla necessità di proteggere la popolazione russa della penisola, alcuni hanno supposto che il Kazakistan, con la sua grande minoranza russa pari a circa un quarto della popolazione e una maggioranza russa in numerose province confinanti con la Russia stessa, possa essere il prossimo. Ma ciò è abbastanza improbabile però. Se si guarda al modello dell’intervento militare russo negli ultimi anni, ci si accorge che ha riguardato Paesi come Ossezia del Sud e Georgia, dove i russi costituiscono appena l’1,5 per cento, e ora Ucraina e Crimea, in cui sono state imposte le cosiddette ‘rivoluzioni colorate’ che alla fine spronano verso un generale progetto socio-politico filo-occidentale e pro-NATO. Molto più di qualcosa guidato e ispirato dall’espansionismo aggressivo o dall’accesso alle risorse, la ricomposizione della grande Eurasia è percepita come un necessario movimento di resistenza contro forze e centri di potere il cui obiettivo finale è niente meno che la dissoluzione della Russia stessa, o della sua riduzione a soggetto sottomesso e ubbidiente. [10] Per evitarlo, un ‘grande spazio’ deve essere formato prendendo l’iniziativa di formare l’ordine mondiale multipolare in sostituzione dell’egemonia neo-imperiale degli USA. Non sarà per nulla una replica dell’URSS. L’Unione doganale tra Russia, Bielorussia e Kazakistan è sicuramente destinata ad essere un modello per la maggiore integrazione o reintegrazione dell’Eurasia, però molto simile al modo in cui il prussiano Zollverein del 1839 pose le basi per l’unificazione degli Stati e principati tedeschi, ottenuta da Otto von Bismarck nel 1871. E questo motivo non è certamente meno legittimo dell’Unione europea, del Consiglio di cooperazione del Golfo o della zona di libero scambio degli Stati Uniti con le Americhe. Se le élite nazionali coinvolte, in particolare del Kazakistan, alla fine saranno disposte a trasferire il potere ad un ente sovranazionale, nel prossimo futuro, resta da vedere. Eppure la percezione della minaccia del caos eterodiretto, del cambio di regime e dell’ulteriore balcanizzazione dell’Eurasia, e soprattutto gli interessi oggettivi e i vantaggi di un ordine mondiale multipolare, potrebbero sicuramente dare la spinta psicologica necessaria per farlo.

14705Note
[1] Аналитический Центр Юрия Левады – Yuri Levada Analytical Centre, “Л.А. Седов: Россия и мир”, 2007
[2] Аналитический Центр Юрия Левады – Yuri Levada Analytical Centre, “Россия-2063”, 2013
[3] Аналитический Центр Юрия Левады – Yuri Levada Analytical Centre, “Россияне о распаде СССР
[4] Аналитический Центр Юрия Левады – Yuri Levada Analytical Centre, “Россияне об отношении к другим странам
[5] Per ulteriori informazioni sulla Russia e gli aiuti, vedasi lo studio di Oxfam International, disponibile in russo e inglese
[6] Per un esame più approfondito dei quasi-Stati nell’ex-Unione Sovietica e altrove, vedasi l’eccellente numero speciale di Diplomatie: affaires stratégiques et relations internationales di Francois Grunewald e Anne Rieu, ‘Entre guerre et paix: les quasi- Etats‘, Diplomatie: affaires stratégiques et relations internationales, № 30, 2008.
[7] I primi a riconoscere il referendum sull’indipendenza della Crimea dopo la Russia furono Nagorno-Karabakh, Ossezia del Sud e Abkhazia. Kazakistan, Armenia e Repubblica Bolivariana del Venezuela seguirono.
[8] Joris Wagemakers accerta l’esistenza di una vera e propria resistenza identitaria tra le autorità e gran parte della popolazione della Transnistria. Per chi fosse interessato, si consulti Joris Wagemakers, ‘L’identità nazionale in Transnistria: prospettiva globale-storica sulla formazione e l’evoluzione di un’identità di resistenza”. Journal of Eurasian Affair, 1(2), 2014, pp 50-55.
[9] Uso il termine neo-impero perché a differenza degli imperi romano, franco, napoleonico e britannico, per citare alcuni esempi, non si considera né si autodefinisce tale ed attivamente mantiene l’illusione dell’uguaglianza tra se stesso e i suoi sudditi.
[10] Il fatto che ben prima della crisi dell’Ucraina e della Crimea, Vladimir Putin e la Russia in generale venissero demonizzati per mesi con isteriche campagne mediatiche internazionali supportate da certe corporazioni transnazionali, celebrità e parlamentari stranieri su un non -problema come l’arresto di un gruppo rock nichilista, e la cosiddetta persecuzione degli omosessuali, ha certamente rafforzato tale percezione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mosca è pronta per un riavvicinamento strategico con Teheran

Nikolaj Bobkin, Strategic Culture Foundation 26/03/2014
amiri20130917114154510L’espansione militare degli Stati Uniti di solito è accompagnata da un appuntamento fisso nella politica estera statunitense: la pressione delle sanzioni contro la Russia. Gli USA ora agiscono senza riguardo per il diritto internazionale, costruendo la propria coalizione contro la Russia e l’Iran. Ma adesso Mosca e Teheran agiscono in comune per costringere gli statunitensi a prendere in considerazione e rispettare gli interessi nazionali dei nostri Stati. Esemplificativo a tal proposito, è il serio aggiustamento della posizione della Russia sull’Iran, in particolare nei negoziati sul programma nucleare iraniano e la situazione della Siria. Recentemente, il segretario di Stato John Kerry ha detto che sulla questione della crisi in Ucraina contro la Russia, Stati Uniti considerano “tutte le opzioni”. Dopo il ritorno della Crimea alla Federazione russa, alcuni funzionari degli Stati Uniti hanno esortato l’adesione nella NATO di Ucraina, Georgia e Moldova, nonché a schierare truppe e aerei statunitensi in Polonia e nei Paesi baltici. Una rappresaglia degli Stati Uniti contro la Russia e l’occidente presumibilmente dovrebbe giusto adottare altre misure dannose per gli interessi russi. Sull’Iran gli USA rimangono fedeli alle stesse “opzioni”. Nonostante gli sforzi di Teheran, il presidente Obama afferma che l’opzione militare è ancora in vigore, e l’Iran non ha fornito agli statunitensi assicurazioni convincenti sul non impegno nella creazione di armi nucleari. Come la Russia, l’Iran è circondato basi militari. Gli Stati Uniti hanno lasciato l’Iraq per il potente gruppo del Golfo, hanno un grande contingente in Afghanistan e minacciano l’espansione della NATO nei Paesi del Caucaso meridionale, in realtà minacciando di trasformare l’Azerbaigian in un trampolino di lancio per la guerra contro la Repubblica islamica.

Il programma nucleare dell’Iran, oggetto di particolare attenzione
Il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif sottolinea che “il suo Paese e la Russia hanno interessi comuni e Teheran conta sull’aiuto di Mosca nel raggiungere un accordo definitivo“. Il Viceministro degli Esteri Sergej Rjabkov, che dirige la delegazione russa ai colloqui dei “Sei”, dice che “la Russia risponderà “alzando la posta” dei negoziati sul programma nucleare iraniano, tenendo conto degli sviluppi in Ucraina“. Teheran ha il diritto di aspettarsi che Mosca risponda ponendo severi requisiti nel far rispettare all’occidente le disposizioni per il ritiro graduale delle sanzioni all’Iran. Attualmente vi sono quattro risoluzioni per le sanzioni contro l’Iran, oltre a quelle che violano il diritto internazionale: le sanzioni unilaterali di Stati Uniti ed Unione europea, che la Russia vede come una riduzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, e ritiene che illegittimamente danneggino i negoziati. Ciò è dovuto agli Stati Uniti che seguono una politica non dettata dal diritto internazionale ma dalla legge della forza. Perché l’ONU ancora non risponde? Ad esempio, nelle ultime tre settimane, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha tenuto otto riunioni sulla crisi in Ucraina, il cui elemento chiave è il desiderio d’isolare diplomaticamente la Russia. Gli Stati Uniti non comprendono l’inutilità di tali sforzi, perché Mosca da membro permanente del Consiglio può porre il veto su qualsiasi decisione di tale organismo. Come per tutte le ultime risoluzioni anti-Iran che la Russia non ha supportato. Ora il Cremlino ha una reale ragione nel considerare le azioni statunitensi mettere a repentaglio la positiva conclusione dei negoziati a “sei” con l’Iran sul suo programma nucleare. Infatti, fino a poco tempo fa, anche il disaccordo sulla questione siriana non ha impedito alla Russia e ai membri occidentali dei “sei” di avere una posizione consolidata sull’Iran. La situazione in Ucraina ha portato alla peggiore crisi da “guerra fredda” nelle relazioni tra Russia e occidente. Washington teme che la Russia non sarà più incline al compromesso, e Teheran potrebbe avere la possibilità di “stare con noi”, cioè di uscirsene da tale situazione senza concessioni importanti. Parliamo delle sanzioni che l’occidente usa quale principale strumento di pressione su Teheran. Recentemente, durante un viaggio negli Stati Uniti, Netanyahu ha rilasciato una dichiarazione congiunta al Comitato dell’American Israel Public Affairs (AIPAC) e alla Federazione ebraica del Nord America (JFNA) sulla disponibilità ad appoggiare nuove sanzioni contro l’Iran. Sostituendo l’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA), Tel Aviv si è nominato ispettore capo dell’accordo con Teheran dei “sei”, e gli statunitensi l’aiutano su ciò.
Negli Stati Uniti le sanzioni antiraniane sono diventate una follia nazionale. Il professore di psicologia statunitense Joy Gordon, nel suo recente articolo “Il costo umano delle sanzioni contro l’Iran“, ha citato un caso negli Stati Uniti di studenti iraniani cui fu negato in un negozio Apple, nello Stato della Georgia, di comprare iPad. Questa è pura discriminazione etnica, perché negli USA non esiste una legge che vieta alle aziende statunitensi di vendere ai cittadini di origine iraniana beni elettronici di consumo. I cittadini di origine iraniana non riescono a trovare una banca per inviare denaro ai genitori. Le aziende farmaceutiche con contratti legali con partner iraniani, non possono effettuare i pagamenti ed inviare medicine in Iran. Ha ragione il Presidente Ruhani quando valuta le sanzioni degli Stati Uniti come violazione inaudita dei diritti degli iraniani. Le decisioni delle Nazioni Unite non hanno alcun regione per tale cinismo statunitense, la posizione dell’Iran deve essere sostenuta dalla Russia nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dove è logico discutere le decisioni della comunità internazionale e degli obblighi previsti dagli accordi di Ginevra sul programma nucleare iraniano. A quanto pare, è necessario porre la questione degli accordi USA-UE sulla revoca delle sanzioni. E gli statunitensi hanno sempre bisogno di chiedere il più spesso possibile all’arbitro a capo della comunità internazionale, relazioni sul “lavoro svolto”. Ciò che definiscono bianco oggi, agli occhi della comunità mondiale ha un aspetto molto nero. Non c’è alcun dubbio sul fatto che per il Consiglio di Sicurezza, tale pratica è svantaggiosa, perché molte decisioni recenti degradano le azioni del Consiglio nel mondo con la scusa delle pressioni statunitensi. Così è stato, ad esempio, rivedendo l’invito all’Iran per la conferenza internazionale sulla Siria di “Ginevra-2″.

Nella questione siriana, spalla a spalla con l’Iran
Ricordiamo che non c’è alcun disgelo nelle relazioni tra Washington e Teheran, alcuna concessione diplomatica iraniana nei negoziati sul programma nucleare iraniano cambierà la posizione degli Stati Uniti nel respingere la presenza dell’Iran nella riconciliazione siriana. Supportando l’invito all’Iran del segretario generale Ban Ki-moon, la Russia non ha convinto l”amministrazione statunitense sulla fattibilità della partecipazione iraniana. Il Cremlino procedeva dal fatto che il successo di “Ginevra-2″ fosse possibile solo se la rappresentanza di tutti, compreso l’Iran, avrebbe soprattutto influenzato la crisi in Siria. Tuttavia, rimanendo agli eventi principali in Siria, Teheran fu spinta dagli sforzi internazionali per risolvere il conflitto. Washington voleva provocare l’Iran e infastidire Mosca, che ha dimostrato correttezza politica, o meglio non ha mostrato sufficiente durezza. L’Iran non poteva non notarlo, molti esperti hanno ritenuto che l’indecisione del Ministero degli Esteri russo, nel contesto delle aspirazioni condivise dalla Russia, era dovuta al fatto che non volesse aggravare i rapporti con gli Stati Uniti. Secondo gli iraniani, la ricerca di una partnership paritaria con l’occidente non ha senso. Stati Uniti e NATO non hanno abbandonato l’introduzione violenta di norme contrarie a politica estera, interessi nazionali o tradizioni, religione e cultura di altre nazioni. Le azioni di Stati Uniti e occidentali in Siria, Libia, Iraq, Afghanistan sono la conferma visiva di tale posizione. Sorprendentemente, anche il capo della diplomazia dell’Unione europea Catherine Ashton che, senza il consenso di Londra non berrebbe nemmeno un sorso d’acqua, sempre sullo sfondo della crisi ucraina, ritiene assai importante il ruolo della Russia nella risoluzione del conflitto siriano. Parlando ad un forum internazionale a Bruxelles, ha notato che quando si parla di politica estera, “la Russia ha un ruolo”. L’UE ha bisogno di Mosca per risolvere il problema con la Siria e l’Iran, ma la solidarietà della Russia con l’occidente è ora necessaria su questi temi? La situazione attuale dell’Ucraina è dovuta a Stati Uniti, Germania e Francia. Contavano sul denaro di Arabia Saudita, Qatar e monarchie del Golfo, sul coinvolgimento attivo dei servizi speciali d’Israele, dal 2004, quando iniziarono ad interferire grossolanamente negli affari interni dell’Ucraina, organizzando, lanciando e sostenendo il piano “Majdan”, inasprendo il conflitto tra Janukovich e l’opposizione mentre la Russia chiedeva un atteggiamento sobrio e il consolidamento del popolo ucraino. Il “ruolo” russo qui non gli era necessario, Ashton non cercava di cambiare in qualche modo la posizione dell’Unione europea, attivamente coinvolta nelle vicende ucraine. Sembra che un esempio di risposta diplomatica russa possa essere un azione del ministro degli Esteri iraniano. Una settimana fa, prima dell’inizio del successivo round di colloqui a Vienna, era prevista una cena tra Ashton e Zarif durante la visita a Teheran, tuttavia gli iraniani l’hanno pubblicamente annullata in segno di protesta contro il programmato incontro della baronessa con l’opposizione iraniana. L’incontro con l’opposizione iraniana fu preparata con speciale segretezza da esperti dell’Unione Europea e si tenne presso l’ambasciata austriaca. L’ambasciatore austriaco fu convocato urgentemente al Ministero degli Esteri e la leadership iraniana protestò ufficialmente con l’Austria, avendo ragione di ritenere le azioni di Ashton una provocazione. Infatti, perché per la prima visita di uno dei capi dell’Unione europea in Iran in sei anni, e dopo le riunioni ufficiali con esponenti politici iraniani, tra cui il Presidente Hassan Rouhani, Ashton aveva bisogno di tale incontro? Soprattutto il tema chiave della sua visita era discutere il programma nucleare iraniano con una superficiale e discutibile irrilevante opposizione iraniana. Gli iraniani hanno ragione a reagire bruscamente agli occidentali che trascurano la loro sovranità nazionale, quando non rispettano le loro tradizioni e abusano della loro ospitalità. La diffidenza iraniana verso l’occidente può essere assunta dalla Russia non solo sulla Siria, ma anche sul problema afghano.

L’Afghanistan senza gli statunitensi, il nostro obiettivo comune
Le speranze degli Stati Uniti di concludere un accordo con l’Afghanistan sul rischio per la sicurezza non sono reali. Nonostante le intimidazioni alla leadership afgane per le implicazioni sul ritiro completo delle truppe statunitensi, il presidente Hamid Karzai sembra aver finalmente deciso di non firmare l’accordo presentatogli. L’amministrazione Obama, su tale questione, appare esplicitamente nel panico e, come sempre, ne accusa numerosi rivali geopolitici. Il sostegno dell’accordo è favorito da India, Pakistan, Turchia, in Asia Centrale l’unico Paese che si oppone è l’Iran. Teheran crede che la presenza militare di Stati Uniti e NATO avrebbe conseguenze negative per l’Afghanistan e  l’intera regione. Le preoccupazioni degli iraniani sull’Afghanistan che potrebbe diventare una leva con cui gli Stati Uniti sfrutterebbero le minacce al confine con l’Afghanistan, sembrano pienamente giustificate. Riguardo la Russia, il ministero degli Esteri russo ha negato la notizia secondo cui il Presidente Vladimir Putin ha esortato l’Afghanistan a firmare l’accordo (tali messaggi provenivano dagli statunitensi). Contro l’accordo Mosca ha agito pubblicamente, anche se in questo caso la nostra diffidenza non era chiara agli iraniani. Gli statunitensi, nel calore anti-russo per il loro fallimento in Afghanistan, vi vedono la “mano del Cremlino” che cerca di ripristinare l'”occupazione sovietica”. La Casa Bianca ha detto che ora che la guerra in Afghanistan giunge al termine, la Russia “rafforza la sua posizione” in Ucraina e Medio Oriente. La posizione inaspettata del presidente afghano Hamid Karzai, con cui il suo Paese rispetta la decisione della Repubblica autonoma di Crimea di aderire alla Russia come espressione della propria libera volontà, non è accettata dagli USA. Ignorano la leadership dell’Afghanistan e il suo tentativo di abbandonare la  “democrazia” statunitense. In oltre 12 anni di occupazione NATO dell’Afghanistan, sono morti più di duemila soldati statunitensi e circa un migliaio di altri Paesi della NATO. Il numero esatto di vittime tra la popolazione civile dell’Afghanistan non può essere contato. Secondo varie fonti, vanno da 18 a 23mila civili. Molte le vittime di azioni errate o inette delle truppe NATO. Gli Stati Uniti hanno speso più di 100 miliardi dollari in assistenza non militare, ma gli afghani credono che il denaro stanziato da Washington sia finito ai loro burattini. E’ triste, ma la vera crescita è evidente solo nell’economia della droga, una conquista davvero sconcertante per gli Stati Uniti. L’Afghanistan è diventato il maggiore produttore mondiale di droga, il cui transito è combattuto  con maggior successo proprio dall’Iran, sulla via della morte bianca per l’Europa. Si noti che la droga, importante, ma non principale fonte di finanziamento dei taliban, passa principalmente dagli alleati degli Stati Uniti nel Golfo Persico. Non c’è nulla di sorprendente nel fatto che Teheran si opponga all’intervento dell’Arabia Saudita e delle monarchie del Golfo in Afghanistan, e ciò non contrasta gli interessi della Russia. E in questo senso il potenziale non usato dei nostri Paesi è elevato, abbiamo bisogno di soluzioni innovative in Medio Oriente e di passi coraggiosi senza riguardo per gli statunitensi, e soprattutto dei loro amici implacabili che seminano guerra e sangue.

E’ tempo di agire senza gli statunitensi
Il presidente russo Vladimir Putin ha detto che “la situazione in Ucraina, come uno specchio, riflette ora ciò che è accaduto negli ultimi decenni nel mondo. Dopo la scomparsa del sistema bipolare, il pianeta non ha più stabilità. La fede degli statunitensi nella loro esclusività, li ha autorizzati a decidere il destino del mondo“, gli Stati Uniti elemosinano una risposta adeguata. Parliamo di un errore grossolano degli Stati Uniti e dei suoi alleati europei. In tale situazione, l’Ucraina ne soffre  più di altri, però, con l’introduzione di sanzioni di ritorsione verso Mosca prive di motivi umanitari. Chiaramente gli Stati Uniti non aiuteranno il popolo ucraino, l’Ucraina non avrà la sponsorizzazione statunitense che ha lo Stato d’Israele. La strategia vaga e pericolosa del presidente Obama, dell’imprevedibile generazione dei “baby boomers“, potrà divenire assai sensibile alla “risposta iraniana” di Mosca. In primo luogo, dobbiamo ripristinare urgentemente la piena cooperazione tecnico-militare con l’Iran, senza badare agli Stati Uniti e alle sue limitazioni. La recente risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che vieta il PTS con Teheran può essere ignorata. La leadership iraniana s’è impegnata a stipulare a luglio di quest’anno l’accordo finale sul suo programma nucleare, che dovrebbe abolire le sanzioni internazionali con la formalità del protocollo delle Nazioni Unite. Qualsiasi speculazione a tale proposito del segretario generale Ban Ki-moon, i suoi tentativi di guadagnare tempo con falsi pretesti, l’isteria di Stati Uniti, Francia, Israele e altri Stati riluttanti a far uscire dalle sanzioni all’Iran, vanno semplicemente ignorati. La riluttanza dell’UNSC nel risolvere tale problema, inoltre, non deve fermare la Russia, l’elevata dipendenza dell’ente e del suo segretario generale dagli Stati Uniti, lo si nota quando si concentrano senza alcuna ragione sull’approvazione degli Stati Uniti.
Sulla via del ritorno alla cooperazione militare con l’Iran v’è una pietra posta sul sentiero, che non è un segreto per nessuno. La causa dell’Iran con la Russia in connessione con il fallimento del contratto per la fornitura dei sistemi missilistici di difesa aerea S-300 sarà revocata nel caso Teheran abbia serie garanzie russe. La causa sarà ritirata dagli iraniani e la perdita finanziaria compensata con nuovi contratti. Nel frattempo, l’avvio di negoziati non può essere impedito. Le grandi aziende occidentali, anche degli Stati Uniti, hanno già piazzato i loro manager nei migliori alberghi di Teheran in attesa dell’avvio del mercato energetico iraniano, senza attendere la revoca delle sanzioni delle Nazioni Unite. In secondo luogo, se l’Iran ha interesse nella mediazione della Russia nell’esportazione del petrolio, è possibile procedere senza esitazioni. Inoltre, anche se Teheran non adotta ora tale richiesta, ha senso dichiarare al mondo intero che l’embargo unilaterale sulle importazioni di petrolio iraniano di Stati Uniti e Unione europea, in elusione delle Nazioni Unite, non viene attuato dalla Russia. Commercia con chi vuole e l’Iran è pronto a farlo di nuovo, ricevendo un trattamento speciale. Dopo tutto, gli statunitensi sono sempre stati amici con qualcuno e nemici di qualcun altro. In terzo luogo, non si può ignorare il blocco finanziario dell’Iran. I problemi causati da ciò nell’ultimo anno, hanno ridotto il nostro fatturato a 1,5 miliardi di dollari. A causa delle sanzioni degli Stati Uniti e occidentali la Russia sul mercato iraniano ha perso oltre 10 miliardi, e la perdita di profitti nel corso degli anni ammonta a decine di miliardi di dollari. Per ciò per quale regione dobbiamo sopportare tali costi? I recenti tentativi da parte della Russia di attuare meccanismi di compensazione con l’Iran sono lenti per via della possibile reazione di Washington a un business bancario russo inattivo. Iran e India, per esempio, in questo caso hanno agito in un altro modo: hanno deciso di comprare petrolio con l’oro, rivelandosi molto più efficiente. Tuttavia, in definitiva sarebbe più affidabile allontanarsi del tutto dal dollaro USA. Russia e Cina ne parlano da tempo, hanno così accumulato enormi quantità di oro. Se Vladimir Putin dice che gli Stati Uniti mettono in pericolo l’economia mondiale con l’abuso del monopolio del dollaro, non solo afferma un fatto, ma senza dubbio rende ammissibile l’adozione di misure preparatorie. In questa ricerca, l’Iran sarà al 100 per cento un nostro aperto alleato contro il dollaro in declino, come pochi anni fa. Il petrolio iraniano venduto in euro, mentre il dollaro domina sul reale meccanismo direttamente dipendente da Washington, dagli iraniani viene visto come un simbolo del colonialismo. Infine, si segnala l’opportunità di tornare ai grandi progetti pubblici nelle relazioni economiche con l’Iran. L’imprenditoria privata russa ha bisogno di garanzie governative per avviare la ripresa economica dell’Iran, dove, non senza ragione, con l’abolizione delle sanzioni è prevista una rapida crescita economica. Iran e Russia hanno deciso di costruire nuovi reattori nucleari, negoziano sulla partecipazione della Russia allo sviluppo dell’industria del petrolio e del gas del Paese, e vi è una serie di altre proposte iraniane. Ad esempio, per lo sviluppo delle ferrovie, il governo iraniano prevede di raccogliere 35 miliardi di investimenti. In breve, ci sono prospettive di buon vicinato capaci di colpire l’immaginazione militante statunitense, volta a nuove guerre e caos per rafforzare i propri monopoli.
Si prepara la visita di Vladimir Putin in Iran, quest’anno. Tra l’altro, a causa dell’assenza degli altri membri del G-8 al vertice di giugno a Sochi, è apparsa una via e il presidente russo potrà pianificare con sicurezza la visita a Teheran nei giorni i cui il vertice si terrà a Bruxelles, senza la Russia. Entrambe le parti, oltre a un’ulteriore espansione ed approfondimento del partenariato regionale possono giungere alla firma del “Grande Trattato” sulla cooperazione nel quadro della nuova agenda bilaterale. L’Iran è interessato a una maggiore cooperazione con la Russia nell’energia nucleare, e alla svolta al massimo livello richiesta dalla preparazione della Convenzione sullo status giuridico del Mar Caspio, e vi è l’interesse reciproco ai progetti comuni su petrolio e gas, spazio, tecnologie innovative per lo sviluppo delle infrastrutture dei trasporti del’Iran. La Russia può ora abbandonare il principio della costruzione delle relazioni con gli altri Paesi badando alla reazione degli Stati Uniti. Il nostro motto deve essere altro. E qui ricordiamo il saggio proverbio persiano: “Il cane abbaia, ma la carovana passa“.

iran-and-russia-geostrategic-oil-and-gas12La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Storia della British Petroleum

Dean Henderson 18 dicembre 2013

bpNel 1872 il barone inglese Julius du Reuter ebbe la concessione esclusiva per 50 anni di estrarre e commercializzare in Persia, dal Trono del Pavone, la monarchia del Paese. Nel 1921 il governo inglese insediò Shah Mohammed Reza Khan con un golpe di palazzo. Con il suo burattino al potere, la compagnia di du Reuter, uno dei tentacoli più importanti dell’impero inglese, si mise a sfruttare le ricche riserve di petrolio dell’Iran. L’Anglo-Persian Oil Company crebbe rapidamente, prima cambiando il suo nome in Anglo-Iranian Oil, e poi divenendo British Petroleum (BP). Durante gli ultimi due decenni del 20.mo secolo, la BP accelerò l’espansione mondiale, assorbendo Britoil e Standard Oil of Ohio negli anni ’80, e poi inghiottendo Amoco e Atlantic Richfield (ARCO) alla fine degli anni ’90. Nel 1991, la Russia traeva 13 miliardi di dollari dalle esportazioni di petrolio. Nel 1992, il fantoccio del FMI Boris Eltsin annunciò che la Russia, leader mondiale del petrolio, con 9,2 miliardi di barili/giorno, sarebbe stata privatizzata. Il sessanta per cento dei giacimenti siberiani della Russia non era mai stato sfruttato. Nel 1993 la Banca Mondiale annunciò un prestito di 610 miliardi di dollari per modernizzare l’industria petrolifera russa, il più grande prestito nella storia della banca. La Banca Mondiale, controllata dall’International Finance Corporation, acquisì le azioni in diverse società petrolifere russe e diede un ulteriore prestito alla Conoco della famiglia Bronfman, per l’acquisto della Siberian Polar Lights Company.
Il mezzo principale del controllo bancario internazionale sul petrolio russo fu la Lukoil, inizialmente con il 20% di BP e Credit Suisse First Boston. Una manciata di oligarchi sionisti russi con passaporto israeliano, noti collettivamente come la mafia russa, possedeva il resto della Lukoil, La collaborazione dei Quattro Cavalieri nel sfruttare petrolio e gas del Paese trascinò quantità impressionanti di capitale. Tra questi Sakhalin I, una joint venture di 15 miliardi di dollari dell’Exxon Mobil, e Sakhalin II, un affare di 10 miliardi di dollari della Royal Dutch/Shell comprendente Mitsubishi, Mitsui e Marathon Oil quali partner. Lo sfruttamento siberiano fu ancora più grande. RD/Shell fu partner al 24,5% di Uganskneftegasin, che controllava un enorme giacimento di gas naturale siberiano. A Prjobskoe, la BP Amoco gestiva un progetto da 53 miliardi di dollari, mentre a Timan Pechora, sul Mar Glaciale Artico, un consorzio composto da Exxon Mobil, Chevron Texaco, BP Amoco e dalla norvegese Norsk Hydro, creò una joint venture da 48 miliardi di dollari. Nel novembre 2001, l’Exxon Mobil annunciò l’intenzione di investire altri 12 miliardi di dollari su un progetto su petrolio e gas nell’Estremo Oriente russo, mentre RD/Shell annunciò altri 8,5 miliardi dollari di investimenti nelle sue concessioni sull’isola Sakhalin. BP Amoco fece proclami simili. Nel 1994 Lukoil estrasse 416 milioni di barili di petrolio diventando così il quarto più grande produttore mondiale dopo RD/Shell, Exxon Mobil e la relativa proprietà BP Amoco. I suoi 15 miliardi di barili di riserve di greggio erano secondi al mondo solo a Royal Dutch/Shell. Lukoil possiede anche il 26% del porto strategico russa sul Mar Nero di Novorrossijsk.
Il Caucaso sovietico, con l’incoraggiamento dell’intelligence occidentale, ben presto venne diviso dalla Russia. La mappa dell’Asia centrale fu ridisegnata con Kazakhstan, Uzbekistan, Tagikistan, Turkmenistan, Kirghizistan, Armenia, Azerbaigian, Ucraina e Georgia che dichiararono la propria indipendenza. La privatizzazione dell’industria petrolifera venne rapidamente annunciata in queste nuove repubbliche dell’Asia centrale, confinanti con i vasti giacimenti di petrolio e di gas del Mar Caspio. Già nel 1991, Chevron ebbe colloqui con il Kazakhstan. Le repubbliche dell’Asia centrale subito divennero i maggiori beneficiari degli aiuti dell’USAID, così come dei prestiti di Exim Bank, OPIC e CCC. Azerbaigian, Turkmenistan e Kazakhstan furono particolarmente favoriti, dato che questi Paesi, insieme a Iran e Russia, si affacciano sul Mar Caspio. L’Istituto del libero scambio e le Camere di commercio degli Stati Uniti invitarono funzionari kazaki a studiare le arti più sottili del capitalismo globale. I Quattro Cavalieri si mossero in fretta, con Chevron Texaco che rivendicava il premio più grande, i 20 miliardi di dollari del giacimento Tenghiz, insieme a quello di Korolev. L’Exxon Mobil firmò un accordo per sviluppare una concessione offshore sul Mar Caspio. Tengizchevroil ottenne il 45% da Chevron Texaco e il 25% da Exxon Mobil. Bush il minore, e l’agente dell’NSA e poi segretaria di Stato Condaleeza Rice, esperta di Asia centrale, sedettero nel CdA di Chevron, accanto all’ex-segretario di Stato di Reagan e insider della Bechtel George Schultz, nel 1989-92. Condie più tardi diede il suo nome a una petroliera della Chevron.
Oltre il Mar Caspio, l’Azerbaigian ricevette centinaia di milioni di dollari in aiuti statunitensi. BP Amoco guidò un consorzio di sette giganti del petrolio che riversarono 8 miliardi di dollari per sviluppare tre concessioni al largo della costa della capitale azera Baku, l’ex campo base di Big Oil nella regione prima che i bolscevichi vincessero nel 1917. BP Amoco e Pennzoil (oggi della Royal Dutch/Shell) presero il controllo della compagnia petrolifera dell’Azerbaigian, il cui consiglio di amministrazione comprendeva l’ex-segretario di Stato di Bush Sr., James Baker. Nel 1991 il super-spettro dell’Air America Richard Secord si presentò a Baku sotto la copertura della MEGA Oil. Secord & Co. fornivano addestramento militare ed armi israeliane, passavano “pacchetti marroni pieni di contanti” e spedirono oltre 2000 mercenari islamisti dall’Afghanistan con l’aiuto del sostenitore dei taliban Gulbuddin Hekmatyar. L’eroina afgana inondò Baku. L’economista russo Aleksandr Daskevich disse che i 184 laboratori di eroina scoperti dalla polizia a Mosca, nel 1991, “erano gestiti da azeri, che utilizzavano il ricavato per acquistare armi per la guerra dell’Azerbaijan contro l’Armenia per il Nagorno-Karabakh“. Una fonte dell’intelligence turca afferma che Exxon Mobil era dietro il colpo di Stato del 1993 contro il presidente eletto Abulfaz Elchibey. Gli islamisti di Secord vi parteciparono, mentre Usama bin Ladin istituì una ONG a Baku, quale base per attaccare i russi in Cecenia e Daghestan. Venne nominato il più flessibile presidente azero Heidar Aliev che nel 1996, per volere del presidente dell’Amoco, fu invitato alla Casa Bianca ad incontrare il presidente Clinton, il cui agente dell’NSA Sandy Berger deteneva 90.000 dollari di titoli dell’Amoco (ora BP).
Nel 2003 il dipartimento della Difesa propose un corso per l’addestramento militare da 3,8 milioni dollari all’Azerbaigian, nell’ambito della guerra al terrore. Più tardi, ammise che servivano a proteggere l’accesso al petrolio degli Stati Uniti. Come ha indicato l’autore Michael Klare, “Lentamente ma inesorabilmente, l’esercito statunitense si converte nel servizio globale di protezione del petrolio“. Con i Quattro Cavalieri saldamente aggrappati ai giacimenti del Mar Caspio, nacque il Caspian Pipeline Consortium. La Chevron Texaco si prese una quota del 15% e gli altri tre Cavalieri e la Lukoil, controllata da BP, si spartirono il resto. Il gasdotto del Caspio fu costruito da Bechtel in partnership con GE e Willbros Group. Il gasdotto iniziò a trasferire petrolio e gas dal novembre del 2001, appena due mesi dopo l’11 settembre. L’amministrazione Bush poi ancora più tranquillamente, programmò una serie di ulteriori pipeline dal Mar Caspio per completare la linea Tenghiz-Mar Nero. L’oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan fu costruito da un consorzio dei Quattro Cavalieri guidato da BP Amoco. Lo studio legale che rappresentava il consorzio BP era della famiglia di James Baker, la Baker Botts. Il gasdotto BP Amoco attraversa la Georgia, passando per la sua capitale Tblisi. Nel febbraio 2002, gli Stati Uniti inviarono 200 consiglieri militari ed elicotteri d’attacco in Georgia, per “consolidare il nostro terrorismo“. Piuttosto ironico dato che nel settembre 2002 il ministro degli Esteri russo Igor Ivanov accusò la Georgia, fedele alleato degli Stati Uniti, di ospitare ribelli ceceni. Nell’ottobre del 2003 il presidente georgiano Eduard Schevardnadze fu costretto a dimettersi con una rivoluzione incruenta. Secondo un articolo dell’11 dicembre 2003 sul sito del Partito Socialista Mondiale (WSWS), la CIA appoggiò i golpisti. Nel settembre del 2004 centinaia di bambini di una scuola russa furono uccisi quando i separatisti ceceni occuparono il loro edificio. Il presidente russo Vladimir Putin disse dell’incidente, “Certi ambienti politici occidentali vogliono indebolire la Russia, proprio come i romani volevano indebolire Cartagine“, accusando “servizi segreti stranieri” di complicità negli attentati. Il suo consigliere Aslanbek Aslakhanov andò oltre, affermando sul notiziario russo di Canale 2, “Questi uomini avevano colloqui non con la Russia, ma con altri Paesi. Erano al guinzaglio. I nostri sedicenti amici hanno lavorato per decenni per smembrare la Russia… (sono i burattinai) e finanziano il terrorismo.” KM News Russia titolò “Il sequestro del scuola è stato pianificato a Washington e Londra“.
La Lukoil, controllata da BP, incarna la corruzione dilagante in Russia dal crollo sovietico. La corruzione è una caratteristica normale delle offerte di Lukoil. La società diede un jet di lusso al sindaco di Mosca, al capo della Gazprom (monopolio del gas statale) e al presidente del Kazakhstan Nazarbaev. Secondo Kurt Wulff dell’impresa di investimento petrolifero McDep Associates, i Quattro Cavalieri si scatenarono nei loro nuovi pascoli dell’Estremo Oriente, osservando un aumento delle attività nel 1988-94 così: Exxon Mobil 54%, Chevron Texaco 74%, Royal Dutch/Shell 52% e BP Amoco 54%. I Quattro cavalieri raddoppiarono il loro patrimonio collettivo in sei anni, mentre la Russia cadde in due decenni di povertà.

84-bpNel 1928 Sir John Cadman della BP tenne una piccola riunione nel suo castello di Achnacarry in Scozia. Erano presenti Sir Henry Deterding della Royal Dutch/Shell, un accanito sostenitore di Adolf Hitler, Walter Teagle della Exxon, che in seguito inviò sostanze chimiche ai nazisti, e William Mellon della Gulf Oil, ora parte dell’abominio ChevronTexaco. L’accordo di Achnacarry divise le riserve mondiali di petrolio tra i Quattro Cavalieri. BP e Shell, la fazione Rothschild dei Cavalieri, si presero l’Iraqi Petroleum Company e il Consorzio iraniano, mentre Exxon, Mobil, Chevron, Texaco e Gulf Oil, l’ala Rockefeller dei Cavalieri, si presero la Saudi Aramco. Nel 1949 BP e RD/Shell controllavano il 52% del petrolio del Medio Oriente, mentre i Cavalieri statunitensi ne controllavano il 42%. Nel 1931-1933 questo cartello tagliò spietatamente il prezzo del greggio East Texas da 98 centesimi a barile a 10, rovinando molti produttori indipendenti del Texas. Coloro che sopravvissero furono messi sottoposti a un rigoroso regime di quote di produzione, esistente ancora oggi. Nel frattempo, il Cartello trasferì le sue operazioni nei pascoli dal lavoro a buon mercato del Medio Oriente, licenziando migliaia di lavoratori del petrolio degli Stati Uniti in Texas e Louisiana. I contribuenti statunitensi finanziarono le guerre in Medio Oriente a beneficio di questi baroni del petrolio, da allora. Se si vuole incolpare qualcuno della nostra dipendenza dal petrolio straniero, la colpa è della BP e dei suoi amici del Cartello.
La BP Amoco acquistò poi l’Arco nel 1999, divenendo proprietaria del 72% dell’Alaskan Pipeline. Alla fine del 1998, una serie di email della BP rivelò i piani a “breve termine sul mercato della West Coast“, per deviare il petrolio dagli Stati Uniti in Asia. L’azienda voleva creare “un’insurrezione sulla West Coast” e ricattare i consumatori degli Stati Uniti. Alla fine del giugno 2006, BP fu accusata di cercare di accaparrarsi il mercato del propano statunitense. La BP è anche uno dei produttori di bauxite più grandi al mondo, con grandi miniere in Giamaica. La BP s’interseca con i CdA delle compagnie finanziarie inglesi più vecchie, quali Hudson Bay, Kleinwort Benson, Jardine Matheson, HSBC e P&O Nedlloyd Shipping, l’operatore portuale più grande del mondo. Deutsche Bank, controllata dalla famiglia Warburg, JP Morgan Chase e Wells Fargo ne sono i maggiori azionisti, insieme ai Rothschild e ai reali europei. La British Petroleum, precedentemente nota prima come Anglo-Persian Oil e poi Anglo-Iranian Oil, ideò l’operazione Ajax nel 1953, impiegando agenti della CIA, del Mossad israeliano e dell’M16 inglese per rovesciare il governo iraniano democraticamente eletto di Muhammad Mossadegh. Tale evento è alla base dell’attuale tensione USA/Iran. In Colombia, la BP è implicata nel finanziamento degli squadroni della morte di destra, che terrorizzano quella nazione. Alla fine degli anni ’90, la BP ebbe la quota di maggioranza della compagnia petrolifera russa Lukoil, già nazionalizzata. Le attività di BP quadruplicarono, mentre la Russia veniva derubata delle sue risorse petrolifere e subiva una grave crisi finanziaria. E fu la BP che scaricò ai contribuenti degli Stati Uniti le sue passività, ripulendosi dei titoli tossici attraverso la sua controllata Arco di Milltown, MT, quando quel settore gravemente inquinato divenne un Superfondo.
La BP è una delle quattro compagnie petrolifere giganti che controllano l’industria petrolifera mondiale dal grande pennacchio di gas fiammeggiante. Nel mio libro, Big Oil e i suoi Banchieri nel Golfo Persico… li chiamo I Quattro cavalieri: BP Amoco, ExxonMobil, Chevron Texaco e Royal Dutch/Shell. Dopo decenni di fusione-mania, i Quattro Cavalieri, di proprietà in gran parte delle famiglie Rockefeller e Rothschild e della nobiltà europea, non solo hanno integrato verticalmente l’industria petrolifera, ma hanno anche integrato orizzontalmente l’intero settore energetico, dato che sono anche i più grandi proprietari di carbone, metano e gas naturale del pianeta. La BP ha il più grande impianto offshore di tutto il mondo. Riguardo la politica energetica degli Stati Uniti, è il momento di spezzare Big Oil e lanciare una società energetica statunitense nell’ambito del dipartimento dell’Energia, incentrata sulla produzione di energia alternativa. Se il fiasco del 2010 della BP, nel Golfo del Messico, non è una sveglia, si prendano in considerazione i pensieri economici di Daniel Webster, “Il governo più libero non può reggere a lungo se la tendenza della legge è accumulare rapidamente proprietà nelle mani di pochi, e rendere le masse povere e dipendenti“.

Oil RefineryDean Henderson è autore di quattro libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve e Stickin’ it to the Matrix. È possibile iscriversi gratuitamente al suo settimanale Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il piano eurasiatico di Cina e Russia

Aleksandr Salitskij New Oriental Outlook 10.2013

CHINA-RUSSIA-DIPLOMACYIl vertice a Bishkek della SCO (Shanghai Cooperation Organization) ha pienamente confermato la vitalità dell’unione che tende a rafforzare il regionalismo nel mondo di oggi. Questo rafforzamento è particolarmente legato al fatto che, in questo nuovo secolo, la struttura centro-periferia dell’economia mondiale e della politica si è indebolita. D’altra parte, i legami tra i Paesi non occidentali si rafforzano considerevolmente, a causa della loro reciproca compatibilità rispetto al grado e agli obiettivi del loro sviluppo. Ciò è dovuto, in gran parte, alla crescita della Cina, un attivo e potente attore indipendente e globale, che ha a lungo professato la dottrina del policentrismo. Mentre per primo s’è adattato all’economia globale, processo che ha completato con l’ingresso nel WTO nel 2001, Pechino poi ha cominciato a integrarsi pienamente in proprio. Affrontando i vecchi centri su un piano di parità, la Cina ha praticamente creato un proprio sottosistema separato nella divisione internazionale del lavoro. È diventata la più grande potenza industriale e commerciale, mentre allo stesso tempo ha legato strettamente a sé i suoi vicini e molti Paesi lontani. La sua espansione economica, la maggior parte della quale ha coinciso con la crisi finanziaria occidentale e i fallimenti degli Stati Uniti in Medio Oriente, ha provocato una risposta nettamente negativa di Washington verso la fine degli anni 2000 e i primi ’10. Di conseguenza, la tendenza verso il policentrismo ha acquisito l’ulteriore aspetto del nuovo bipolarismo. Tale bipolarismo in politica estera è sostenuta dalla Russia, che difende attivamente l’idea della sovranità nazionale. In particolare, la costante politica del nostro Paese in Siria e in altre regioni, ha avuto un influsso positivo sulle relazioni internazionali, permettendo ai Paesi relativamente deboli di beneficiare dei vantaggi del policentrismo. Ciò riguarda pienamente i Paesi dell’Asia centrale, che hanno trovato  partner affidabili e interessati nella Russia, che stabilizza la situazione regionale, e nella Cina in ascesa.
Dopo la crisi del 2008-2009, è stata ampiamente accettata l’idea che la fase neo-liberista della politica interna ed estera dei Paesi occidentali, che ha avuto inizio degli anni ’70, sia stato un periodo di sviluppo inibito e di massiccio rallentamento della crescita economica. La globalizzazione guidata dall’occidente ha consentito solo a un piccolo gruppo di Paesi e territori di  seguire l’esempio del Giappone del dopoguerra, il successo dell’economia orientata ai mercati esteri. La globalizzazione ha, infatti, paradossalmente portato la stagnazione in Giappone, ha creato una vasta “zona grigia” nei Paesi del terzo mondo dimenticata dalle potenze mondiali, all’aumento degli  Stati falliti e, infine, causato gravi danni alle dinamiche economiche nei Paesi più sviluppati. Cina e India hanno dimostrato di essere dei contrappesi statisticamente significativi e riusciti alla globalizzazione neoliberista per un quarto di secolo. Anche per le loro dimensioni, non potrebbero essere integrate nell’economia mondiale binucleare (USA e UE) occidentocentrico. Di conseguenza, un mondo policentrico ha cominciato a prendere forma, mentre la vivace trasformazione della Cina in un nuovo centro globale, ha praticamente significato la fine della politica dell’inibizione dello sviluppo. I Paesi ASEAN hanno anche compiuto progressi significativi nello sviluppo collettivo e regionale indipendente che, tra le altre cose, ha ridotto il ruolo di istituzioni “globali” come il FMI, la Banca Mondiale e il WTO, rendendole un’arena per discussioni più equilibrate e intense. L’importanza della cooperazione regionale è aumentata anche nella sfera finanziaria. Di conseguenza, ciò ha aumentato la varietà delle vie allo sviluppo che altri Stati hanno potuto prendere, soprattutto da quando il monopolio monetario e creditizio dell’occidente è praticamente diventato un ricordo del passato, portandosi via la capacità di dettare le strategie di sviluppo.
L’emergere della Cina a nuovo potente partner di numerosi Paesi del terzo mondo “dimenticati”, nel primo decennio di questo secolo, ha causato un ritorno sulla scena abbastanza contraddittorio dei vecchi centri globali. Tuttavia, con la ricomparsa della concorrenza per il terzo mondo, purtroppo s’assiste a una serie di cambiamenti di regime improduttivi che hanno arretrato notevolmente lo sviluppo socio-economico di molti Paesi relativamente agiati. Nel frattempo, dopo essersi finalmente abituata alla globalizzazione, la Cina n’è diventata sua fautrice attiva.
Annunciata al XVIII Congresso del Partito Comunista nel 2012, vale la pena di notare che in una serie di nuove disposizioni in materia di politica estera della Cina, c’è l’appello all’ulteriore liberalizzazione dei flussi internazionali di merci e, in qualche misura, del capitale. Un rapporto di Hu Jintao ha affermato che, “durante l’assunzione di un ruolo attivo nella gestione dell’economia globale, la Cina promuove la liberalizzazione e si oppone a qualsiasi tipo di protezionismo”. Tale dichiarazione è attesa da tempo dato il livello attuale di competitività della Cina. Anche se questo livello di competitività è stato raggiunto, in gran parte, grazie a decenni di politiche protezionistiche, l’emergere della Cina a “motore della prossima fase della globalizzazione” deve essere preso sul serio, come legittimo e serio cambiamento qualitativo. Tale cambiamento segna l’inizio di un’intensa fase di sviluppo economico nel Celeste Impero, quando il capitale nazionale (prima capitale dello Stato, poi capitale privato) si sentirà limitato anche nell’enorme mercato interno, e fluirà verso l’estero, connettendosi con la numerosa, e una volta paternalistica, diaspora vecchia e nuova (1).
L’espansione cinese non solo promuove, ma anche in parte modifica la globalizzazione perché, da “ritardatario al tavolo”, Pechino deve offrire ai suoi soci condizioni migliori nella cooperazione di quelle della precedente fase occidentocentrico di questo processo. Nell’accettare queste condizioni, i partner della Cina sono anche liberi di commerciare con altri centri di potere. Questo, in generale, finisce per avvantaggiare gli attori internazionali più deboli o semplicemente dimenticati nella fase precedente della globalizzazione. In altre parole, con l’aiuto della Cina, uno spazio per lo sviluppo indipendente e la diversificazione delle fonti esterne si viene ricreando. Allo stesso tempo, attraverso la partecipazione attiva della Cina, c’è un revival delle idee dello sviluppo nell’ambito della politica estera, tra cui lo sviluppo nell’ambito delle attività del BRICS, delle organizzazioni come la SCO e quelle regionali dei Paesi in via di sviluppo (tra cui l’ASEAN). Le critiche occidentali hanno cominciato ad assumere un carattere pratico e costruttivo. Il rinnovamento dello sviluppo e degli strumenti da supportare in modo indipendente caratterizza la proposizione principale della Cina agli Stati economicamente più deboli. Nella sua nuova veste di ispirazione della crescita sostenibile, Pechino ha giustamente dichiarato di essere interessata alla vera indipendenza dei propri partner, tra cui quelli dell’Asia centrale. L’indipendenza non può essere significativa senza la creazione di Stati capaci di avere un costante sviluppo economico, anche  nell’ambito delle infrastrutture e dell’industria, che la Cina è pronta a supportare sia a parole che con i fatti, poiché le sue grandi società d’investimento, costruzione e metalmeccaniche già iniziano ad affrontare la carenza di domanda interna del Paese. Il risultato di queste tendenze generali, è che i Paesi dell’Asia centrale hanno trovato nella Cina non solo un mercato alternativo importante per gli idrocarburi, ma anche un vero e proprio partner nel rafforzare le loro posizioni in politica estera, anche verso Mosca, l’Europa e Washington.
La diffidenza di Pechino verso i Paesi extraregionali che cercano di rafforzare la loro posizione nell’Asia centrale è associata alla naturale paura che possano sostenere il separatismo nello Xinjiang e nel Tibet, così come la possibile destabilizzazione di Pakistan e Iran. Anche la Russia ha preoccupazioni simili. Nel descrivere l’attuale situazione geopolitica della regione, l’analista cinese Yu Sui scrive: “l’interferenza negli affari dell’Asia centrale è stata una svolta strategica per gli Stati Uniti del dopo guerra fredda. Le misure di Washington erano dirette contro la Russia, ma vale la pena notare che cercavano anche di circondare e modificare la Cina. I Paesi dell’Asia centrale non sono meno importanti rispetto ai Paesi del nord-est e del sud-est dell’Asia, perché la regione ha stretti legami con il Xinjiang cinese, dove numerosi separatisti sono in attesa della giusta opportunità”. Inoltre, il Xinjiang è ora una fonte interna di idrocarburi cruciale per l’economia cinese. Yu Sui aggiunge che, “Nella maggior parte dei casi, la Cina è solo una forza addizionale della Russia in Asia centrale, mentre il rapporto tra Pechino e Mosca verso gli Stati Uniti è fortemente dipendente dalle politiche degli Stati Uniti.” In generale, si può essere d’accordo con questa affermazione, pur facendo debitamente notare che la reputazione di Pechino in Asia centrale è un indicatore chiave di tutta la situazione nella regione.
Dovremmo aggiungere una dimensione più importante al carattere dell’espansione cinese in Asia centrale. E’ iniziato e continua ancora con l’esportazione di prodotti ad alta intensità di manodopera, spesso ostacolando lo sviluppo del settore manifatturiero della regione e del suo complesso agricolo integrato. Detto questo, il problema del lavoro in Asia Centrale è attualmente molto grave e non può essere risolto semplicemente aumentando la migrazione della manodopera in Russia. Sull’agenda del momento, vi sono il sistema temperato di protezione dei vitali mercati nazionali regionali ed, eventualmente, il trasferimento di industrie ad alta intensità di lavoro dalla Cina, che ha già dichiarato ufficialmente la restrizione all’esportazione dei suoi prodotti più efficienti e ad alta tecnologia. E’ evidentemente impossibile evitare qualche autolimitazione da parte della Cina nell’attuazione dei contratti lavorativi in Asia centrale, dato che principalmente inserisce nelle strutture personale proveniente dalla Cina, mentre la formazione di personale qualificato avviene in loco. Non è necessario provare che la stabilità socio-economica regionale sulla base della reindustrializzazione (cosa attualmente difficile da immaginare senza la partecipazione della Cina) sia, in ultima analisi, l’unica garanzia per ripristinare la statualità e la democratizzazione degli attuali regimi politici, alla cui destabilizzazione Pechino e Mosca non contribuiranno. In effetti, la Russia e la Cina non sono meno ma più interessate degli attori non-regionali, occidentali e asiatici, al processo di ricostruzione dell’Asia centrale.
Formatasi nel 2001, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), da primo gruppo regionale internazionale avviato da Pechino, oltre a specifici compiti di mantenimento della sicurezza nella regione, dava un notevole peso politico e prestigio alla Cina. Questo è il motivo per cui la questione della reindustrializzazione dell’Asia centrale attraverso la cooperazione economica moderata con la Cina, merita l’attenzione di questa organizzazione. La questione futura è se l’Asia centrale sarà in grado di stabilire con successo un proprio raggruppamento interregionale integrato, dopo il rafforzamento della sovranità economica dei Paesi interessati, capaci successivamente di poter risolvere i problemi legati ai loro vicini? Fino a che punto la creazione di strutture come la Comunità Economica Eurasiatica e la SCO faciliteranno questo raggruppamento? Come faranno a risolvere i problemi del transito e di adesione a mercati lontani? Sembra che senza il patrocinio di Russia e Cina, questi piani non possano essere implementati in una qualsiasi forma. Va notato che concentrandosi sull’estrema importanza delle relazioni con i vicini (anche nei trattati internazionali e nei documenti della SCO), Pechino dovrebbe, teoricamente parlando, simpatizzare con l’integrazione economica regionale dei Paesi vicini, attraverso l’ASEAN o un’Unione doganale. La zona di libero scambio ASEAN-Cina ha già dimostrato la sua efficacia. Parlando di quest’ultima, come immaginato, un analogo accordo potrebbe essere raggiunto con l’Asia centrale a lungo termine, ancora una volta con possibili piccole eccezioni, mentre la diffusione dei prodotti della Cina solleva notevoli preoccupazioni in Asia centrale e l’integrazione interregionale resta estremamente debole, al contrario dell’ASEAN.
Anche se la principale componente strutturale della SCO è la cooperazione tra la Russia e la Cina, attualmente si nota una concorrenza “soft” tra Mosca e Pechino. I Paesi leader della SCO sono in sintonia sulle inevitabili divergenze e i problemi complessi che sorgono, anche quelli riguardanti i progetti d’integrazione. In particolare, la Cina ha proposto tre iniziative ai propri partner. La prima è la creazione della Banca per lo sviluppo della SCO, che ne prevede la creazione da zero, basata a Pechino e dotata di denaro cinese, ponendo l’attuale presidente della China Development Bank a suo direttore. Il secondo progetto è la creazione di una Banca di sconto speciale della SCO. La terza iniziativa è l’organizzazione di una zona di libero scambio della SCO, già proposta nel 2012. La Russia ha una posizione di attesa in relazione a tutti questi progetti. C’è ancora la possibilità che l’idea di creare l’Unione eurasiatica incentrata su tre Stati sia tranquillamente accettata da Pechino solo esteriormente, mentre in realtà causerebbe molta preoccupazione in Cina, soprattutto riguardo la prospettiva di creare una zona di libero scambio attraverso la SCO. E’ noto che dal 2004, la versione cinese di questa zona non è stata accettata dagli Stati dell’Asia centrale, membri della SCO. Il nuovo progetto della Cina ha incontrato la stessa sorte. I piani di Putin per l’integrazione eurasiatica, secondo alcuni analisti, non sono coerenti con le strategie cinesi per l’integrazione regionale in Asia Centrale. Al momento, i diplomatici russi sono riusciti a convincere i loro colleghi che è ancora prematuro prendere decisioni su questi progetti. La Cina, pur rendendosi conto che la Russia è in ritardo rispetto allo sviluppo economico in Asia Centrale, continua ancora a riconoscere la sua posizione di leader politico non ufficiale della regione, accrescendo la rivitalizzazione economica in Asia centrale. In questo senso, il rapporto tra Mosca e Pechino è competitivo economicamente, mentre allo stesso tempo vi è politicamente comprensione reciproca, non escludendo ovviamente alcune divergenze. D’altra parte, Pechino potrebbe vedere l’applicazione del concetto di “Unione Eurasiatica” e la creazione dell’unione doganale, come sforzi dei russi filo-cinesi nella rinnovata avanzata della Russia verso est. Il progetto orientale della Russia inevitabilmente presta ulteriore peso alla politica estera cinese. La parte più importante di questo progetto è l’aumento della densità della zona che collega la costa del Pacifico con il centro dell’Eurasia: Urali, Siberia occidentale e Kazakhstan. Rendere questo spazio più denso rappresenta, per noi, la diversificazione della sua specializzazione economica. Le prospettive più promettenti includono la produzione di prodotti alimentari, la cui carenza è in rapida crescita in Cina e, possibilmente, formare la base di un’Unione doganale, in una sorta di “granaio asiatico”.
La complementarità nella fornitura di risorse energetiche alla Cina, da un lato, e alla Russia e ai paesi dell’Asia centrale d’altra parte, è una base ovvia e un fattore importante per la cooperazione multilaterale e la concorrenza nella SCO. I Paesi leader dell’Asia centrale prendono in considerazione il vettore cinese, visto il crescente potenziale della Cina come fattore tra i più importanti per il proprio sviluppo, offrendo la possibilità di ricevere investimenti e prestiti esteri, la costruzione d’infrastrutture, lo sviluppo commerciale e l’attuazione di progetti energetici. I circoli dominanti in Asia Centrale spesso si orientano verso la Cina, come è dimostrato da diversi fatti. In particolare, dal VII forum eurasiatico tenutosi nell’ottobre 2012 a Astana, che ha fornito l’occasione per fare previsioni sul futuro sviluppo del petrolio e del gas in Kazakhstan. Il ministro del Petrolio e Gas del Kazakhstan, Sauat Mynbaev, ha dichiarato che il Paese ha in programma di aumentare le esportazioni di petrolio verso la Cina e l’Unione europea. “Il Kazakhstan è tra i due principali mercati di consumo del petrolio, l’UE e la Cina. Possiamo esportare in altri mercati lontani via Mar Nero, attraverso l’oleodotto BTC (Baku-Tbilisi-Ceyhan), per non parlare dei mercati di Afghanistan e Uzbekistan. Tuttavia, in termini di volumi delle esportazioni, i principali mercati sono l’UE e la Cina.” Gli esperti ritengono che il Kazakhstan possa competere con la Russia nell’esportazione dell”oro nero’ in Cina, il Kazakhstan ha un vantaggio significativo, delle pipeline dalla lunghezza più breve. Alcuni disaccordi esistono anche tra la Russia e il Turkmenistan riguardo la fornitura di gas al mercato cinese.
Nel frattempo, la Cina non ha perso interesse ad avere e comprare ad importi fissi il gas, con contratti di lungo periodo, essendo disposta a versare degli anticipi. Il mercato cresce e continuerà a crescere qui, a differenza del mercato europeo. L’espansione estera e l’emergere della Cina come  nuovo produttore energetico significa un’ulteriore frammentazione e regionalizzazione del mercato energetico mondiale, che comprende una frammentazione politica (geopolitica). Esperti del Kazakhstan hanno recentemente suggerito che la Cina abbia raggiunto la quota critica nelle proprietà dei complessi energetici delle repubbliche e vi è la possibilità che non ci siano ulteriori vendite di attività alla Cina. Tuttavia, nel 2013, la vendita di tali attività alla Cina è continuata. L’attuale livello delle vendita di energia alla Cina non può sembrare più vantaggiosa ma, ripetiamo, non bisogna sottovalutare il potenziale quantitativo di questo mercato, così come la sua profondità che comprende distribuzione, conservazione, elaborazione, ecc. Uno dei modi per smuovere i negoziati è mettere da parte la questione del prezzo alla frontiera, una formula di valutazione mista e vari tipi di pacchetti. È anche importante, per i partner della Cina, la questione del futuro rapporto del gas importato dai cinesi via pipeline e tramite il GNL, che finora sono quasi pari.
L’espansione cinese è giuridicamente corretta, non limitata al settore energetico e non ha ancora comportato perdite significative per la Russia. Inoltre, l’aumento del prezzo globale ha supportato la presenza della Russia in Asia centrale. In un certo senso, la scala del mercato cinese mette in ombra la questione della concorrenza tra la Russia e i Paesi dell’Asia centrale verso la Cina, e ci sono già esempi di collaborazione vantaggiosi per tutte le controparti. Inoltre, gli interessi comuni tra Mosca e Pechino aumentano. Così, per la Russia, la fornitura di gas e petrolio attraverso i gasdotti di Turkmenistan e Kazakhstan alla Cina, anche se risultanti una certa perdita, è alla fine vantaggiosa, perché indebolisce la pressione di questi produttori di idrocarburi sui mercati europei. Ora, la Cina non è particolarmente interessata alla vendita di risorse energetiche dell’Asia centrale all’occidente.
I disaccordi tra la Russia e la Cina sono ammorbiditi da un’altra circostanza. Secondo gli esperti russi, l’Asia centrale è stato e rimane ancora il “cortile” strategico della Cina, in molte modi: la sicurezza, l’energia e la complessa interazione con l’occidente e i suoi vicini in Asia orientale. Ha oramai il ruolo di fornitrice di nuovi mercati e di fonti di materie prime, pur essendo un “corridoio”.  Anche se il ruolo dell’Asia Centrale è sempre più importante per la Cina, questo “cortile” è ancora secondario per la Cina nella sua politica internazionale in generale. È importante per lo sviluppo delle aree arretrate della Cina, soprattutto lo Xinjiang.
Il quadro che emerge delle relazioni internazionali ci sembra essere piuttosto favorevole ai progetti della Russia in Eurasia, tra cui la cooperazione multilaterale con la Cina che attualmente ha chiari interessi nella stabilizzazione dell’Asia centrale e nello sviluppo della sua economia: tra le altre cose, la regione è diventata un strategicamente importante fornitore di energia della Cina. In futuro vi sono nuovi progetti che sarebbero in grado di aumentare l’autosufficienza collettiva della SCO nei beni strategici (energia, cibo, acqua), promuovendo lo sviluppo di infrastrutture, l’agricoltura e l’industria manifatturiera regionali, alleggerendo la posizione dei Paesi senza sbocco sul mare. Solo il tempo dirà se una struttura policentrica porterà alla ripresa socio-economica dell’Asia centrale.  Non tutto dipende da Mosca e Pechino, i cui interessi in molti settori, tra cui l’energia, sono sufficientemente vicini. Tuttavia, le possibilità esterne favorevoli a un “passo avanti nello sviluppo” della regione, lo ripetiamo, progrediscono ed appaiono migliori di quanto non fossero all’inizio del secolo, in gran parte grazie a Russia e Cina.

Aleksandr Salitskij, Capo ricercatore presso l’IMEMO, professore presso l’Istituto dei Paesi Orientali;
Nelly Semenova è ricercatrice presso il Centro di Ricerca per l’Energia e i Trasporti e l’Istituto di Studi Orientali, in esclusiva per la rivista online New Oriental Outlook.

1. Si noti che in Cina, gli emigranti non sono più chiamati ad essere politicamente neutrali. Così, circa 500 esponenti di spicco della diaspora cinese sono stati invitati alla Conferenza Internazionale di Huaqiao a Pechino, nella primavera del 2012. Al forum hanno partecipato quasi tutti i principali leader del Paese, che hanno sottolineato nei loro interventi l’importanza dei cinesi che partecipano alla vita politica dei Paesi in cui vivono, “Il raggiungimento di obiettivi comuni attraverso i metodi della diplomazia pubblica.”

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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