La sorpresa di Putin

Konstantin Dushenov, PravdaVoice of Sevastopol, 5/10/2014
Konstantin Dushenov nel 1977-1987 ha prestato servizio nella Flotta del Nord della Marina sovietica, a bordo dei sottomarini nucleari Projekt 671RTM e 667A come comandante addetto al gruppo missili e siluri.

12870_originalimage_IMGP5259I nuovi missili da crociera navali russi neutralizzano la potenza militare statunitense nella grande regione geopolitica da Varsavia a Kabul, da Roma a Baghdad. Il presidente Barack Obama, parlando alla 69.ma sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha definito le azioni della Russia principale minaccia per il mondo, più grave del terrorismo internazionale e del fondamentalismo islamico. I suoi attacchi contro la Federazione russa sono nevrotici e fallaci. Cosa disturba il presidente del Paese più forte del mondo? Uno dei motivi potrebbe essere il dispiegamento dei nuovi missili da crociera navali russi che Putin ha annunciato nell’ultima riunione a Novorossijsk, neutralizzando la potenza e la superiorità militare di Washington nella grande regione geopolitica tra Varsavia e Kabul, Roma e Baghdad. Ma andiamo con ordine.
Il 10 settembre le agenzie di stampa russe riferirono che il Presidente Putin guida personalmente la Commissione militar-industriale finora guidata dal governo, ordinando di preparare la nuova versione della dottrina militare della Russia entro dicembre 2014. Il Presidente ha proposto di discutere in dettaglio quali sistemi d’arma dovrebbero essere sviluppati, in modo da rispondere adeguatamente alle nuove minacce. Putin aveva indicato le munizioni di precisione come promettente direzione nello sviluppo del complesso industrial-militare, sottolineando che lo sviluppo di tutte le componenti di tali armi sarà necessario nei prossimi anni. Inoltre, il capo dello Stato ha detto che è necessario creare modelli unificati di armi e attrezzature militari, sottolineando che la Marina russa deve sviluppare nuove navi con sistemi di armamento, controllo e comunicazione globale. Il capo dello Stato è giustificato dal fatto che la Russia deve rispondere alle nuove minacce alla sicurezza: gli Stati Uniti continuano la costruzione del sistema di difesa missilistico ignorando i tentativi di negoziato della Russia. Inoltre, parti di tale sistema sono sempre schierate in Europa e Alaska, vicino ai nostri confini, ha detto. Inoltre, gli Stati Uniti sviluppano la dottrina dell’attacco preventivo globale, ha aggiunto il presidente. Ci sono altre cose realmente interessanti, ha detto Putin accennando ad altre sorprese spiacevoli per i partner occidentali, concludendo con sarcasmo che tali suggerimenti sono importanti per salvarli dalla futura isteria. Innanzitutto, solo pochi hanno dato la dovuta attenzione alle strane parole sull’isteria. La maggior parte degli analisti e politologi, interpreti e commentatori, ha preso le parole di Putin come mero discorso figurato, solita retorica volta a dimostrare all’occidente, guidato da Washington, la determinazione del nostro Presidente a difendere gli interessi nazionali russi. Solo pochi esperti hanno preso sul serio le sue parole su sorpresa e isteria. Ma mentre questi pochi si chiedono quali sorprese lo Zio Vova prepari per loro Zio Sam, la situazione ha cominciato a chiarirsi.
02.jpg46a3da45-80e1-47b0-a055-79fa940f2a8dLarge Il 23 settembre Putin giunse a Novorossijsk per un incontro sullo sviluppo del porto. Nel corso della riunione, l’Ammiraglio Vitko riferiva sullo stato di avanzamento della costruzione della base della Flotta del Mar Nero di Novorossijsk. In particolare, l’ammiraglio disse: i sottomarini basati a Novorossijsk, dotati di missili da crociera a lungo raggio e furtività, hanno un vantaggio qui superiore rispetto a Sebastopoli. Quando il presidente ha chiesto della gittata di questi missili, il comandante della Flotta del Mar Nero ha detto: oltre 1500 km. La base può ospitare otto sottomarini, ma per ora abbiamo intenzione di averne sette. Alla fine del 2016 sarà completata. Tutti le reti TV illustrarono la riunione e tutte le agenzie del Paese ne hanno scritto. E allora? Un lettore medio potrebbe chiedersi. Per capire la portata di questa “sorpresa”, prima di tutto è necessario dire qualche parola sui sottomarini che presto saranno dislocati nella base navale di Novorossijsk. Secondo i media i sottomarini sono del tipo Projekt 636.3, una versione profondamente modernizzata dei Varshavjanka, terza generazione dei grandi sottomarini diesel-elettrici della Marina sovietica. La prima generazione erano i Projekt 641 chiamati “Ferraglia”, la seconda, i Projekt 641B, fu chiamata “Gomma” per lo scafo leggero elastico. Nel 1983 la terza generazione di questi sottomarini, Projekt 877, fu completata e soprannominata Varshavjanka per l’intento di fornire i sottomarini non solo alla Marina sovietica, ma anche alle flotte dei nostri alleati del Patto di Varsavia. L’attuale versione modernizzata di questo sottomarino porta il nome di Projekt 636. Originariamente il Varshavjanka non era attrezzato per trasportare missili. Lo sviluppo dei missili da crociera adattati ai Varshavjanka iniziò solo nel 1983, quando i sottomarini del Projekt 877 furono inclusi nelle forze da combattimento della Marina sovietica e la prima dimostrazione di questi missili da crociera si svolse un decennio più tardi, nel 1993. In un primo momento, il missile da crociera Birjuza (SS-NX-27) e poi il Kalibr (3M-54 Klub) furono progettati per il Projekt 877. La portata massima di questi missili è inferiore a 300 km, secondo fonti aperte.
Fin dall’avvio, il Projekt 877 Varshavjanka è il più grande e potente sottomarino non nucleare nel mondo, e quindi il solo sottomarino non nucleare al mondo dotato di missili. I missili inclusi tra le sue munizioni sono i primi modelli di missili da crociera lanciati da tubi lanciasiluri del diametro di 533 millimetri della nostra Marina. In precedenza, solo missili balistici venivano lanciati da tali tubi lanciasiluri: 81R, 83R, 84R e varianti. Utilizzarono testate nucleari dalla metà degli anni ’70, e la combinazione missile-siluro dalla metà degli anni ’80. La loro gittata non superava i 50 km. Ed ora il comandante della Flotta del Mar Nero riferisce al Presidente della Russia che questi sottomarini saranno armati con missili da crociera che potranno colpire bersagli distanti oltre mille miglia!
Se tutto ciò è vero (e come potrebbe mentire l’ammiraglio al comandante in capo) e i responsabili degli armamenti russi sono riusciti ad inserire in un tubo lanciasiluri da 533 millimetri un missile da crociera con una gittata di 1500 km, si tratta di un vero passo avanti e di un risultato eccezionale della difesa nazionale. Inoltre, ciò significa il completo fallimento della strategia militare statunitense e il cambio qualitativo nell’equilibrio di potere a favore della Russia. Ora, ogni nave da guerra della Marina russa, non solo un sottomarino ma anche una nave di superficie, potrà divenire un vettore di missili strategici. Perché strategici? Perché dotare tali straordinari sistemi missilistici con testate nucleari è solo questione di tempo e di volontà politica del Cremlino. Le navi di superficie richiedono una spiegazione. Se questi nuovi missili a lungo raggio non superano le dimensioni del sistema missilistico Kalibr, difatti installato sul Varshavjanka, allora saranno nel munizionamento di qualsiasi nave attualmente dotata dei Kalibr. Il fatto è che il Kalibr è facile da installare su qualsiasi nave della Marina russa, dalle motomissilistiche agli incrociatori. L’unico problema è il numero dei missili che dipende dal tonnellaggio della nave. Finora si credeva che le caratteristiche del Kalibr non consentissero l’uso di questi missili contro qualsiasi nave o bersaglio a terra oltre i 300 km. Ora, attenzione per favore, abbiamo un’altra sorpresa.
292307cbed46c3c7ce78aa2b2ebefc5d Il 29 settembre 2014 i media riferirono del vertice sul Caspio cui hanno partecipato i capi dei cinque Stati rivieraschi: Russia, Iran, Kazakistan, Turkmenistan e Azerbaijan. I partecipanti al vertice concordarono una dichiarazione politica che esprime, per la prima volta, l’accordo unanime sul futuro status del Mar Caspio. Vladimir Putin commentava l’evento: “la cosa più importante che abbiamo concordato per la prima volta, è una relazione riguardante i principi fondamentali della cooperazione politica delle cinque controparti nel Mar Caspio. Gli accordi riflettono interessi a lungo termine di tutti”. Disse anche che la cooperazione tra i cinque Stati del Caspio rafforzerà la sicurezza regionale. I cinque hanno deciso che la presenza di forze armate straniere nella regione non sarà accettabile. Così, per i media, le nove corvette missilistiche Projekt 21631 Bujan-M delle unità da combattimento della Flotta russa del Mar Caspio diventano particolarmente interessanti. Queste navi agili, equipaggiate con motori a reazione e dal dislocamento di 950 tonnellate, possono anche essere basate sul fiume Volga, se necessario. Sono progettate specificamente come navi fluviali-marittime ma soprattutto, nonostante le loro piccole dimensioni, sono dotate del sistema missilistico Kalibr, con otto missili nel lanciatore verticale. Tre navi sono già in servizio, e il resto arriverà nella flotta da combattimento entro il 2018. Supponendo che saranno armati con missili convenzionali dalla gittata di 300 km, non è chiaro contro cui la Russia ha intenzione di utilizzarle sul Mar Caspio. Uno di questi missili può affondare un cacciatorpediniere, ma nessuno dei Paesi del Mar Caspio ha navi di questa classe. I missili convenzionali possono solo distruggere bersagli a terra sul territorio di Azerbaigian, Turkmenistan, Kazakistan e Iran, assolutamente inutile oggi. Ma se assumiamo che il Bujan-M sarà equipaggiato con i nuovi missili a lungo raggio, come i Varashvjanka di Novorossijsk, tutto appare chiaro. Il trattato Intermediate-Range Nuclear Forces firmato da Mosca e Washington nel lontano 1987 vieta ancora alla Russia di schierare missili a terra dalla gittata superiore ai 500 km. Ma tale divieto non riguarda missili superficie-superficie navali. Ciò significa che i nove Bujan armati con la nuova super-arma potranno distruggere 72 bersagli a una distanza di oltre 1500 km con un lancio solo. Date le dimensioni del Caspio, diventata la base delle corvette Bujan, è facile capire che copriranno la grande regione dell’Eurasia. E se si aggiungono i missili che verranno installati sui Varshavjanka nel Mar Nero, copriranno uno spazio enorme. Varsavia e Roma, Baghdad e Kabul, le basi della Sesta Flotta degli Stati Uniti nel Mediterraneo e i suoi gruppi navali d’attacco, Israele e la maggior parte delle coste meridionale del Mediterraneo, saranno sotto il tiro dei nuovi missili russi. Tutto ciò assieme al fatto che gli Stati Uniti non possono dispiegare forze per contrastare questa nuova inaspettata “minaccia russa” dal Mar Nero e dal Caspio. La Convenzione di Montreux del 1936 l’impedisce nel Mar Nero e i leader del Caspio hanno appena annunciato tolleranza zero verso una presenza militare straniera nella regione. Nient’altro da dire, Putin ha preparato una bella sorpresa per i nostri “partner statunitensi”. Dipartimento di Stato e Pentagono avranno di che pensare nel tempo libero.

HVhDuPS: un’altra cosa: qualcosa mi dice che non è l’ultima…

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA provocano l’Iran

Nikolaj Bobkin Strategic Culture Foundation 21/09/201424dcd34b-6e5d-46db-ac81-eda73e1b37eb_RTX13JW3 L’Iran e sei potenze mondiali (Russia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania e Cina) hanno iniziato un vertice tra esperti sul programma nucleare di Teheran il 19 settembre, nell’ambito degli sforzi per giungere a un accordo dalla fine di luglio su come risolvere la decennale controversia che ha suscitato timori di una guerra in Medio Oriente. Seyed Abbas Araghchi, Viceministro degli Esteri iraniano, ha detto che prima che i colloqui iniziassero tali gravi divergenze rimanevano, ma l’Iran spera di avere risultati positivi con il gruppo 5+1 e soprattutto con Stati Uniti, Russia e Cina. Vi sono chiari segnali che l’Iran non sia disposto a pagare qualsiasi prezzo. Il rispetto dei diritti e delle conquiste degli scienziati iraniani è per l’Iran la linea rossa da non superare. Il 24 novembre 2013, l’accordo interinale di Ginevra, ufficialmente intitolato piano d’azione comune, è un patto firmato tra Iran e i Paesi P5+1 a Ginevra, Svizzera. Si tratta del congelamento a breve termine di parte del programma nucleare iraniano in cambio della riduzione delle sanzioni economiche contro l’Iran, mentre si lavora a un accordo a lungo termine. Rappresenta il primo accordo formale tra Stati Uniti ed Iran in 34 anni. L’attuazione dell’accordo ebbe inizio il 20 gennaio 2014. In un primo momento i colloqui furono programmati per entro il 20 luglio 2014, poi la data fu spostata a novembre. L’accordo interinale di Ginevra è in vigore da un anno, alla data della firma, quindi un nuovo accordo dovrebbe vedere la luce prima del 24 novembre. C’è poco tempo e la situazione è critica. Gli Stati Uniti lo sanno e non importa quale politica speciale attui il dipartimento di Stato. Il segretario di Stato John Kerry dice di voler giungere a un accordo d’importanza universale ma, come prima, insiste su concessioni dall’Iran. Spera che l’Iran mostri un ingegnoso e ben pensato approccio per dimostrare che è pronto alla cooperazione. La posizione degli Stati Uniti prevede che compromessi e revoca delle sanzioni debbano essere collegati alle concessioni dall’Iran senza legami con il programma nucleare.
Incontrando il ministro degli Esteri della Finlandia a Teheran, Ruhani ha condannato tale politica dicendo: “Oggi anche noi siamo pronti a continuare i colloqui per giungere a un accordo definitivo, ma non se il G5+1 ha intenzione di fare pressione ai colloqui sull’Iran per impedirne il progresso scientifico e tecnologico, la strada per un accordo è aperta“. Ha osservato che l’Iran non accetterà un qualsiasi approccio discriminatorio contrario alle leggi internazionali e che vuole avere gli stessi diritti degli altri membri dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Pur sottolineando che i colloqui di Ginevra hanno deciso l’accordo a breve termine, successivamente prorogato, il Presidente ha detto, “La nostra linea rossa è i nostri sviluppo scientifico e ricerca nucleare, e l’Iran in alcun modo negozierà la sua Difesa, come il programma missilistico“. Ovviamente, le richieste di Washington sono inaccettabili. Ad esempio, la Casa Bianca insiste sulla riduzione del programma missilistico iraniano. La delegazione russa è guidata dal Viceministro degli Esteri Sergej Rjabkov che ha detto nell’intervista a RIA Novosti del 16 settembre, che la posizione degli Stati Uniti sulla questione nucleare iraniana è controproducente e affligge le prospettive per giungere a un accordo nei colloqui a New York. Secondo lui, non ci dovrebbero essere restrizioni al programma missilistico iraniano. La Russia non ha mai sostenuto tale approccio e non lo farà mai. Ecco dove le parti si bloccano. Foreign Policy scrive che la politica occidentale in Iran è sbagliata. Se la politica non viene rettificata sarà estremamente difficile aspettarsi un risultato positivo nel vertice Iran-Sestetto. Il nocciolo del problema è se Stati Uniti e NATO vogliono veramente chiudere il dossier iraniano. Con pretese inammissibili vogliono il pretesto per continuare ad imporre sanzioni e fare leva sull’Iran. Ma l’Iran è irremovibile nel non cedere alle pressioni. Ad esempio, l’Iran ha rifiutato di cooperare con gli Stati Uniti sullo Stato islamico. Il 15 settembre, l’Iran respinse la richiesta statunitense di cooperare nella lotta contro i militanti dello Stato islamico, ma gli Stati Uniti hanno detto che la porta rimane aperta all’opportunità di fare causa comune con il principale avversario in Medio Oriente. Il rifiuto dell’Iran è giunto mentre le potenze mondiali s’incontravano nella capitale francese accettando di usare “tutti i mezzi necessari” per combattere i militanti in avanzata in Iraq e Siria. L’Iran ritiene che gli statunitensi formino la coalizione contro lo Stato islamico per giustificare la loro presenza in Medio Oriente. Questo punto di vista è espresso dal leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khameney, che ha twittato il suo rigetto dell’impegno internazionale e ha rivelato un’offerta di collaborazione sottobanco, non specificata, degli statunitensi contro i militanti. Khameney ha detto che l’Iran ha respinto la richiesta degli Stati Uniti per via delle “cattive intenzioni” di Washington, ha riferito l’agenzia della Repubblica islamica. L’agenzia Reuters ha citato Khameney dire alla televisione iraniana che la richiesta degli Stati Uniti è “vuota e strumentale”, facendo eco alle affermazioni iraniane secondo cui le nazioni occidentali cercano di espandere la propria influenza nella regione, nell’ambito della campagna contro lo Stato islamico. “Ho rifiutato le offerte all’Iran sull’IS poiché gli Stati Uniti sono corrotti nella questione. Anche Zarif ha respinto l’offerta del segretario di Stato USA” ha detto. È la prima volta che il tentativo degli Stati Uniti di accordarsi con l’Iran sulla questione dello Stato islamico diventa pubblico. Il fatto che l’Iran abbia reso pubblico il rifiuto di compromettersi con gli Stati Uniti a scapito dei propri interessi nazionali, è il chiaro segnale che Teheran ha tracciato la linea rossa verso Washington.
Gli statunitensi cercano di accordarsi con l’Iran a danno di Mosca. L’idea è sostituire il petrolio russo sul mercato mondiale con forniture iraniane in cambio dell’eliminazione delle sanzioni. I media occidentali diffondono voci circa l’intenzione dell’Iran di approfittare della crisi ucraina ed iniziare le esportazioni di petrolio verso l’Europa. Storie vengono fatte circolare su Teheran che accetta di lasciare che le forze della NATO attraversino il suo territorio. Si sente in giro che l’Iran è pronto a sospendere il suo sostegno al governo siriano in cambio della fine delle sanzioni. Tutte queste voci non hanno nulla a che fare con la realtà. Non è null’altro che aria fritta. Il vero rapporto nel quadro Iran-USA-Russia è molto diverso. Gli iraniani sono un popolo sobrio che considera le offerte di Washington con attenzione; è l’atteggiamento giusto. Tutti i tentativi degli Stati Uniti di inserire un cuneo tra Russia e Iran sono andati in malora, essendo condannati fin dall’inizio. L’Iran ritiene che gli Stati Uniti non abbiano abbandonato il vecchio desiderio di cambiare il sistema politico in Iran. Quindi non vi è alcun motivo di aspettarsi che i colloqui abbiano successo entro la data assegnata dall’accordo di Ginevra, il 24 novembre. Inoltre, poche settimane prima dei prossimi colloqui, gli Stati Uniti hanno preso nuove misure per complicare i rapporti con Teheran. Il 29 agosto, gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni a più di 25 imprese, banche ed individui che sospettano lavorare al programma nucleare iraniano, sostenere il terrorismo e aiutare l’Iran ad eludere le sanzioni. Le misure statunitensi impediscono le transazioni con le parti designate, congelandone i beni e bloccandoli nella giurisdizione degli Stati Uniti. Washington ha detto che le sue azioni sono in linea con l’impegno ad alleggerire le sanzioni in cambio della sospensione del programma. In una dichiarazione, il sottosegretario per il terrorismo e l’intelligence finanziaria David Cohen ha detto che l’azione di Washington nell’imporre le nuove sanzioni “riflette la nostra volontà di continuare ad agire contro chiunque ovunque violi le nostre sanzioni”. Alti funzionari dell’amministrazione hanno detto che le ultime sanzioni includono il ricorso contro la Banca Asia della Russia, che secondo Washington è coinvolta nella conversione ed invio di dollari USA al governo iraniano. Inoltre le imprese colpite hanno aiutato l’Iran a sostenere il governo del Presidente Bashar Assad in Siria. Non c’è dubbio che la mossa influenzerà negativamente l’esito dei colloqui.
Le sanzioni degli Stati Uniti contro l’Iran recentemente inflitte ostacoleranno i colloqui sul programma nucleare del Paese, ha avvertito il ministero degli Esteri iraniano. I commenti del presidente iraniano Hassan Ruhani affermano che il Paese dovrebbe “resistere” alle misure. La portavoce del ministero degli Esteri iraniano Marzieh Afkham ha detto che le nuove sanzioni potrebbero compromettere l’accordo nucleare tra Iran e potenze mondiali, ha riferito il 30 agosto l’agenzia di stampa ufficiale IRNA. “Tali azioni hanno un impatto negativo e non costruttivo sull’andamento dei colloqui. La Repubblica islamica dell’Iran rifiuta ogni interpretazione unilaterale e strumentale dell’accordo di Ginevra dello scorso anno“, ha detto aggiungendo che “l’Iran è fermamente convinto che le sanzioni siano contrarie agli impegni assunti dagli Stati Uniti in virtù dell’accordo di Ginevra”. Anche Ruhani ha attaccato le sanzioni, dicendo che sono un'”invasione della nazione iraniana”. “Dobbiamo resistere all’invasione e mettere gli invasori al loro posto. Non dovremmo permettere la continuazione e ripetizione dell’invasione“. La televisione di Stato iraniana ha anche detto che la mossa viola l’accordo provvisorio raggiunto con le potenze mondiali secondo cui le nazioni occidentali accettano di alleggerire le sanzioni in cambio del rallentamento delle attività nucleari dell’Iran. Gli Stati Uniti prestano poca attenzione a ciò che dice Teheran. I funzionari sottolineano che l’azione non costituisce un ampliamento delle sanzioni, ma piuttosto applica le sanzioni esistenti. Sembra che Iran, Russia e Cina dovranno adottare nuove iniziative nel caso in cui l’occidente violi gli accordi di Ginevra. Geografia, ricchezza energetica, potenziale umano e militare potranno fare dell’Iran un potente e stabile Stato mediorientale, un fatto indiscutibile. L’idea dell’isolamento internazionale di Teheran proposto da Washington è arcaica ed obsoleta da tempo. Isolare l’Iran quando i terroristi occupano un terzo del territorio iracheno, minaccia seriamente gli sforzi internazionali per la pace. Il Medio Oriente ha urgente bisogno di un Iran potente ed indipendente, immune agli sforzi degli Stati Uniti per fare pressione sul suo processo decisionale. Date le circostanze, la prima cosa che Russia e Cina dovrebbero fare è ignorare le sanzioni, sostenute in passato dai due membri al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Togliere il divieto di cooperazione militare con Teheran è una decisione tempestiva e motivata.
Le sanzioni unilaterali degli Stati Uniti sono sempre stati illegali, ed ora sono strumento di ricatto contro le Nazioni Unite che, di fatto, ha ceduto la questione ai “Big Six”. L’organizzazione si tiene lontana dalla questione. La partecipazione al processo di negoziazione di Catherine Ashton, l’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione europea, è illegale; la commissaria non ha alcuna giustificazione per partecipare ai colloqui. Quando si parla dell’Iran, i negoziatori occidentali danzano in sintonia di Washington, come quando definiscono la loro politica verso l’Ucraina.

CHINA-CICA-DIPLOMACYLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia e Iran: energia in cambio della sopravvivenza

Sarkis Tsaturjan, IarexReseau International 9 settembre 2014

0,,16544700_303,00La politica delle sanzioni euro-statunitensi muta il sistema delle relazioni regionali. Il 10 e l’11 settembre la Commissione intergovernativa russo-iraniana studierà gli accordi concreti previsti nel protocollo d’intenti firmato a Teheran ai primi di agosto, per un periodo di 5 anni. Secondo le informazioni di “Kommersant”, l’accordo prevede l’acquisto dalla Russia di petrolio iraniano in grandi quantità, fino a 500000 barili al giorno o 25 milioni di tonnellate all’anno. Ciò rappresenta un quarto della produzione totale dell’Iran. L’Iran prevede di vendere con uno sconto di 5 dollari al barile meno dello Slightly Brent. L’embargo petrolifero imposto dall’occidente sulla vendita di greggio iraniano, che risale al 2013, è dimenticato. Mosca, in attesa delle sanzioni rinforzate da Washington e Bruxelles per via della sconfitta delle operazioni militari ucraine, ha iniziato a rompere il blocco grazie alla partnership con Teheran. Gli esperti di Kommersant ritengono che la maggioranza delle vendite sarà ‘puntuale’ e la maggior parte delle forniture andranno a Cina e Africa, in particolare Sud Africa. Ovviamente i BRICS avranno lo stimolo a sviluppare e rafforzare i reciproci legami. Per l’ambasciatore iraniano in Russia, Sanan, i profitti della vendita saranno usati da Teheran per acquistare dalla Russia macchine utensili, materiale rotabile, mezzi pesanti, metalli e cereali. Il gruppo di stato russo “Rostekhnologij” ha già annunciato la disponibilità a fornire all’Iran un’ampia gamma di apparecchiature ad alta tecnologia. Parte del ricavato dell’IRI (ente petrolifero iraniano) sarà destinato alle aziende russe per la costruzione della seconda unità della centrale nucleare di Bushehr. I piani statunitensi, che da tanti anni cercano di congelare il programma nucleare iraniano, si sgretolano sotto i nostri occhi. Ma non solo ciò colpisce l’amministrazione Obama: l’Iran chiede il lancio di un programma congiunto per la costruzione di miniraffinerie in Iran, e sviluppare i giacimenti di gas di Asaul e South Pars, che già occupano imprese russe. Non è un segreto che la partecipazione delle nostre imprese in tali progetti rafforza lo status della Russia quale potenza energetica globale. Anche il caos in Siria e in Iraq, su cui Arabia Saudita e Qatar hanno basato molte speranze, può cambiare il ruolo di leader della Russia nel mondo dell’energia.
“Lo Stato Islamico” ha polverizzato tali speranze. The Guardian riconosce che la situazione è senza speranza, “non abbiamo alcun desiderio di utilizzare i nostri punti di forza a vantaggio dello stato islamico, che si può apprezzare solo se uccide i coraggiosi sunniti in Iraq, con l’eventuale revisione delle relazioni occidentali con il Presidente Assad, preoccupando sunniti, o avvicinando i jihadisti“. I combattenti dello Stato Islamico legano le mani di Obama e Cameron, e le loro azioni danno a Putin e Rohani margini di manovra. L’Iran non si ferma facendo pressione sull’Arabia Saudita dal vicino Yemen. Nelle ultime settimane a Sana proseguono attivamente le manifestazioni organizzate dagli sciiti che ricordano lo sceicco Husayn Badr ad-Dina al-Husi, ucciso nel 2004 che, secondo l’agenzia Fars iraniana, installano nella capitale Sana una tendopoli da cui i manifestanti chiedono le dimissioni del governo di Abd Rabo Mansur Qadi, accusato di sostenere al-Qaida. La situazione è complicata al punto che il governo dello Yemen bombarda la provincia settentrionale di Amran controllata dagli sciiti. La preoccupazione del saudita non conosce confini: la stampa fa filtrare che Ryad prevede l’intervento terrestre nel Paese. Sciiti e salafiti sono impegnati in una lotta mortale.
Si noti che le azioni di Russia e Iran non sono solo diplomatiche; si tratta soltanto di ciò di cui avvertivamo poco prima delle informazioni dell’agenzia Rekh, che citano “l’incubo della coalizione”; in tale caso l'”incubo” di Obama e dei suoi consiglieri di politica estera. Gli Stati Uniti d’America da tempo spingono l’Iran nelle braccia della Russia: la riconciliazione di queste due potenze era prevedibile. Sullo sfondo del riavvicinamento russo-iraniano, gli esperti turchi reagiscono nervosamente ricordando l’accordo di partnership strategica tra Rosneft e ExxonMobil firmato un anno prima. L’articolo di Yenicag dal titolo paradossale “Sindacato americano-russo” suggerisce l’indipendenza di ExxonMobil dalla Casa Bianca avutasi con l’esplorazione congiunta con Rosneft nel Mar Glaciale Artico, rinforzata da investimenti inauditi per 400 miliardi di dollari entro il 2030. Yenicag è perplessa: “Gli Stati Uniti invitano gli europei ad imporre sanzioni contro le compagnie petrolifere russe, mentre non possono imporle ad ExxonMobil, sapendo che nessun presidente statunitense ha tale potere“. Annunciando che il petrolio della prima nave curda è stato acquistato da Rosneft e consegnato nel porto di Trieste. E’ possibile che ExxonMobil, che si sa operare nel nord dell’Iraq, abbia sfruttato i suoi rapporti con Rosneft per concludere tale vendita. L’autore dell’articolo suggerisce che ci sono due USA: quelli di Obama e quegli di ExxonMobil… dai processi diversi. Mentre gli ex-sovietologi del Congresso USA elucubrano su relazioni USA-Russia in stile “guerra fredda”, il ruolo del nostro Paese sulla politica globale è irriconoscibile. Negli anni ’80 Ronald Reagan e il suo direttore della CIA, William Joseph Casey, convinsero Arabia Saudita e Gran Bretagna ad aumentare l’offerta di petrolio sul mercato mondiale strangolando l’afflusso di valuta estera in URSS, comportando il crollo del modello economico sovietico. Attualmente una manovra simile non è possibile: le riserve artiche, l’esplorazione e lo sviluppo congiunto Rosneft-ExxonMobil, sono al di là dei mezzi di Arabia Saudita e partner regionali; e una quota delle esportazioni di petrolio iraniano alla Russia sarà la forza di riserva per impedirne il dumping sul mercato.

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Credo sia un messaggio confuso…

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La cooperazione russo-iraniana sulla sicurezza regionale

Vladimir Evseev New Oriental Outlook 16/07/2014

IranafpakNegli ultimi anni, un Grande (allargato) Medio Oriente che include Asia Centrale e Caucaso, attrae sempre più attenzione dalla comunità internazionale. In passato tale attenzione fu collegata in diversi modi ai giacimenti di petrolio e gas naturale e al loro trasporto nel mondo, così come ai numerosi conflitti regionali, alcuni dei quali armati. Successivamente, a causa del “risveglio islamico” (un termine più preciso di “primavera araba”) e del continuo intervento di Stati Uniti ed  alleati negli affari interni degli Stati stranieri, l’instabilità interna s’è intensificata notevolmente nella regione, fino al punto di divenire una minaccia agli interessi nazionali della Federazione Russa e dei suoi alleati della Collective Security Treaty Organization (CSTO) e dei partner della Shanghai Cooperation Organization (SCO), tra cui i principali attori regionali: Repubblica islamica dell’Iran (IRI) e Turchia. La situazione della sicurezza nel Grande Medio Oriente peggiora. Ad esempio, il problema afghano rappresenta una potenziale minaccia per tutti i Paesi circostanti, come la crescente esportazione illecita di stupefacenti e il radicalismo islamico. Le elezioni presidenziali in Afghanistan, in questo caso non ispirano ottimismo. Il protetto degli statunitensi Ashraf Ghani Ahmadzai, già ministro delle Finanze, ha vinto le elezioni al secondo turno. Sostiene chiaramente la firma dell'”Accordo di cooperazione per la sicurezza e difesa tra Stati Uniti d’America e Repubblica islamica dell’Afghanistan”. Questo garantirà la presenza delle truppe statunitensi nel Paese fino al 2024, quando si prevede che i soldati statunitensi saranno sotto giurisdizione degli USA, cioè non potranno essere portati davanti ai tribunali afghani. Tuttavia, la vittoria nelle elezioni presidenziali afghane è dovuta in gran parte a brogli. Ciò dà all’altro candidato, Abdullah Abdullah, già ministro degli Esteri, motivo con cui sfidare non solo i risultati delle elezioni, ma anche per controbattere con forza gli ascari degli statunitensi. Tutto ciò avviene sullo sfondo della significativa riduzione del numero di truppe straniere in Afghanistan, prevista per la fine del 2014, e del ritiro statunitense dalla base di transito nell’aeroporto internazionale di Manas. Tali soggetti più enfaticamente prevedono la costituzione di un sistema di sicurezza unificato, con la partecipazione di tutti gli Stati interessati come Russia, Iran, Pakistan, India, Uzbekistan, Tagikistan e Turkmenistan. Purtroppo, la Cina è riluttante a partecipare al processo, desiderando accordarsi con i taliban afghani. Presumibilmente ciò darà a Pechino vantaggi significativi, se i taliban arrivassero al potere a Kabul.
La presenza militare degli Stati Uniti in Afghanistan, dopo il 2014, merita una considerazione a parte come fanno, forse, alcuni loro alleati (per esempio, la Germania). Secondo i dati disponibili, tra 6000 e 13600 truppe straniere rimarranno nel Paese, che non basterebbero a contenere i vari estremisti. Per via di elevata corruzione, mancanza di formazione e attrezzature, e vulnerabilità alla propaganda islamista, le forze armate nazionali e le forze dell’ordine non potrebbero fare nulla. In particolare, solo il 7% delle unità dell’esercito afgano (1 su 23 brigate) e il 9% delle unità di polizia hanno sufficiente addestramento nel combattere i taliban, permettendogli di agire con un supporto minimo di truppe estere. Non solo Pechino, ma Washington e Kabul hanno grandi speranze sui negoziati con i taliban afghani. Molto probabilmente, ciò porterà a significative concessioni delle tre parti, con la conseguente “islamizzazione soft” dell’Afghanistan nel migliore dei casi, o la presa  dei taliban dell’autorità a Kabul, nella peggiore. In tale contesto, il traffico di droga in Afghanistan aumenterà significativamente, così come il contrabbando di armi, milizie e radicalismo sul territorio dei vicini Tajikistan, Uzbekistan e Kirghizistan. In uno scenario possibile, i taliban, in collaborazione con i combattenti di al-Qaida e del “movimento islamico uzbeko”, creeranno una base politica e militare nel distretto Warduj, nella provincia del Badakhshan, espandendosi gradualmente ai distretti limitrofi di Jurm e Yumgon. Ciò preparerebbe la presa dei taliban del nord dell’Afghanistan, costituendo una vera e propria minaccia per gli Stati dell’Asia centrale. I leader di detti Stati chiaramente lo sanno, ma non potranno resistere senza aiuti. Allo stesso tempo, Dushanbe e Bishkek contano sull’assistenza militare di Mosca e Tashkent di Washington. E’ del tutto possibile evitare lo scenario negativo degli eventi in Afghanistan, soprattutto se si considera che l’Iran vi ha un’influenza seria, in primo luogo sui prossimi tagiki e hazara. L’Iran ha fornito a questo Paese assistenza economica sostanziale. Ad esempio, nel 2008, l’Iran ha costruito la ferrovia Herat-Khwaf, di cui 76 km in territorio iraniano e 115 km in territorio afgano. E anche sotto la pressione dei narcotrafficanti, l’Iran continua a dare rifugio e lavoro a centinaia di migliaia di rifugiati afghani. Le posizioni di Mosca e Teheran sul problema afghano in gran parte coincidono. La Russia è a favore del ritiro completo delle truppe straniere e del dialogo tra le diverse forze politiche del Paese. Allo stesso tempo, il ritorno dei taliban al potere a Kabul non è auspicabile per la Russia, per via dell’inevitabile crescita delle minacce alla sicurezza non tradizionali che ne deriverebbe. Pertanto, Federazione Russa e Iran devono coordinare i loro sforzi, sia su base bilaterale che attraverso i contatti tra Iran e CSTO.
hakbari20130305192058713Una situazione estremamente complessa rimane nella Repubblica araba siriana (RAS). La conferenza internazionale “Ginevra-2″ ha avuto un successo assai limitato, e le elezioni presidenziali della Siria nel 2014 non sono state riconosciute legittime, ancor prima che avessero luogo, dall’occidente e dagli Stati arabi del Golfo Persico. Ciò ha permesso a Stati Uniti ed alleati di sollevare la questione della necessità di un forte aumento dell’invio di armi, tra cui missili antiaerei portatili e lanciarazzi anticarro, per armare l’opposizione e rovesciare il Presidente Bashar al-Assad.  In particolare, gli Stati Uniti prevedono per la cosiddetta “opposizione moderata” 500 milioni di dollari in diversi tipi di armi e attrezzature militari. Non vi è dubbio che gran parte di esse finirà ai radicali, sia per sequestro che con la vendita sul mercato “nero” della regione. Ciò accade mentre le forze di opposizione si sono radicalizzate, l’esercito libero siriano moderato continua a degradarsi e il suo successore non è solo il fronte islamico, ma lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (SIIL), che poco prima era generosamente finanziato dall’Arabia Saudita. Inoltre, quest’ultima organizzazione ha annunciato la creazione dello Stato islamico (califfato) sul territorio di Iraq e Siria, che potrebbe portare alla disintegrazione dell’Iraq e a mutare i confini di tutti gli Stati circostanti. Oltre a ciò, con il tacito appoggio di Ankara e Washington, il presidente del Kurdistan iracheno Masud Barzani ha invitato il parlamento regionale ad istituire una commissione per la preparazione del referendum per l’indipendenza. Il primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi ha fortemente condannato le azioni della leadership curda, tra cui l’occupazione armata di Kirkuk e delle sue circostanti aree ricche di petrolio. Ciò preoccupa vivamente l’Iran, dove vi è una significativa diaspora curda. L’Iran ha una maggiore influenza sugli iracheni arabi sciiti che costituiscono la maggioranza della popolazione del Paese. Per via del lungo confine tra i due Paesi, i molti santuari religiosi sciiti in Iraq, la necessità di mantenere corridoi per la Siria e una varietà di altre ragioni, l’Iran è attivamente coinvolto nella soluzione della crisi irachena. In particolare, non meno di tre battaglioni della Guardia Rivoluzionaria Islamica e molto probabilmente velivoli iraniani combattono in Iraq, per impedire il rovesciamento del governo di Nuri al-Maliqi e la preservazione dell’integrità territoriale dello Stato. Ancora una volta Mosca e Teheran hanno la stessa posizione. Ciò si riflette, per esempio, sul fatto che il 28 giugno, su richiesta del governo nazionale, cinque aerei d’assalto russi Su-25 siano stati schierati in Iraq nella base di al-Muqtana, nei pressi di Baghdad. Teheran, da parte sua, ha consegnato all’Iraq un gruppo di suoi velivoli senza equipaggio d’intelligence “Ababil”, lanciati dalla base aerea Rashid, sempre vicino Baghdad, e gestiti da specialisti iraniani, avendo quel dominio dell’aria che impedisce alla milizia sunnita di organizzare grandi offensive.
C’è ancora molta incertezza sulla questione nucleare iraniana. Alla fine della presidenza di GW Bush, ciò quasi comportò la guerra regionale dalle conseguenze imprevedibili. Ora la situazione è notevolmente migliorata grazie agli sforzi del presidente iraniano Hassan Rouhani nel risolvere la crisi nucleare, come indicato nel “piano d’azione comune” firmato il 24 novembre 2013 a Ginevra. Nel prossimo futuro un accordo più ampio tra i rappresentanti dell’Iran e i sei mediatori internazionali potrà essere firmato risolvendo la crisi nucleare iraniana. Tuttavia, contrariamente ad alcune aspettative, ciò non rafforzerà i legami statunitensi-iraniani, in primo luogo per le profonde divergenze sulla risoluzione delle crisi siriana, irachena e afgana, e poi per la riluttanza di Washington a rimuovere completamente le sanzioni economiche e finanziarie unilaterali su Teheran. Questo processo prevede dieci anni, quindi per il momento la questione è togliere solo le sanzioni bancarie all’Iran. Ciò, da un lato, conserva la contrapposizione statunitense e iraniana, sebbene a un livello sostanzialmente inferiore. Dall’altra, gli iraniani avranno nuove opportunità d’interazione con partner in ambiti politico-militari ed economici. La Russia è senza dubbio il partner regionale più attraente per l’Iran. Ciò per la coincidenza delle posizioni sulla maggior parte dei problemi regionali e globali, nonché per la persistente volontà di rafforzare non solo la cooperazione politica ed economica, ma anche militare. Di conseguenza, una partnership “costruttiva” tra i due Stati è possibile, e nel lungo termine, anche un partenariato strategico. In particolare, ciò implica, con il sostegno attivo della Russia, l’avvio dei principali gasdotti iraniani verso est (Pakistan, Cina, India). Il coinvolgimento dell’Iran nel processo d’integrazione eurasiatica e della cooperazione tra Iran e Stati membri della CSTO nel Caucaso meridionale e nell’Asia centrale, continuerà. Nella prima fase del processo, quest’ultimo potrà essere realizzato attraverso la creazione dei contatti operativi nell’Associazione Analitica della Collective Security Treaty Organization.
Rouhani and PutinNonostante alcuni problemi, la Turchia ha un’elevata credibilità nella regione, avendo una crescita economica stabile e fungendo da corridoio petrolifero per molti Paesi. In queste circostanze sarebbe utile coinvolgere la Turchia nel dialogo russo-iraniano, rafforzando la stabilità regionale e contrastando minacce non tradizionali come estremismo e terrorismo islamici. L’iniziativa russa d’istituire un centro universale della SCO per contrastare le nuove sfide e minacce che, di regola, provengono da attori non-regionali (Stati Uniti e altri Stati membri della NATO) è estremamente rilevante. E’ chiaro che la situazione nel consiglio di sicurezza regionale dipende in larga misura dall’interazione tra Russia, Iran e Turchia, caratterizzate da rivalità tradizionale e cooperazione durevole. In particolare, Teheran e Ankara costantemente oscillano tra confronto e relazioni diplomatiche reciprocamente favorevoli, avendo numerose divergenze strategiche su sicurezza regionale e cooperazione economica. Entrambi i Paesi hanno apertamente espresso il loro desiderio di diventare leader regionali. Hanno scelto diversi piani di sviluppo politico assieme alle tattiche corrispondenti per influenzare il Grande Medio Oriente. Tuttavia, la leadership di entrambi i Paesi si basa su un approccio ben noto in diplomazia: “una pace imperfetta è meglio di nessuna pace”, già confermata dai risultati della visita del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan a Teheran, alla fine di gennaio 2014, e poi dalla visita del Presidente Hassan Rouhani ad Ankara nella prima metà di giugno. Nel corso della prima visita, l’Iran non ha richiamato l’attenzione sull’atto ostile della Turchia d’installare sistemi missilistici antiaerei Patriot ed altri elementi del sistema di difesa missilistica, o sulle posizioni opposte dei due Paesi sulla Siria. Non possono ancora addivenire a un accordo su questi temi. Di conseguenza, il pragmatismo è necessario alla diplomazia del Presidente Hassan Rouhani, basata sulla comprensione che, sebbene l’Iran giochi un ruolo importante nel Grande Medio Oriente, non sia l’unico. Il Ministero degli Esteri dell’Iran riconosce il diritto della Turchia ad avere la propria politica militare, in gran parte dipendente dagli obblighi di Ankara in conformità all’adesione alla NATO e dalle relazioni da alleato di Washington. Ciò determina la prevedibilità della diplomazia iraniana verso la Turchia, per cui la priorità della cooperazione bilaterale è espandere le relazioni economiche e commerciali. Teheran ha molta esperienza. La  visita del presidente Hassan Rouhani ad Ankara l’ha confermato. L’obiettivo è raddoppiare il commercio turco-iraniano fino a 30 miliardi di dollari all’anno. Hanno inoltre discusso della lotta al terrorismo e all’estremismo nella regione, così come della situazione in Egitto, Siria e Stati arabi del Golfo Persico. Tuttavia, Ankara è preoccupata dalle prospettive delle relazioni iraniano-turche, dopo il possibile miglioramento delle relazioni tra Iran e occidente. E’ chiaro che dalla revoca parziale delle sanzioni economiche e finanziarie contro l’Iran, influenza di Teheran nei processi regionali potrebbe aumentare seriamente. Perciò la Turchia può perdere lo status di superpotenza regionale.  Secondo alcuni esperti russi, le differenze dei possibili modelli di sviluppo di Iran e Turchia favoriscono Teheran, prima di tutto, in politica estera. E la rivalità tra Turchia e Iran segue linee parallele. Ciò costringe Stati Uniti e Unione europea a venire a patti con l’idea che, nel prossimo futuro, potrebbero avere a che fare con l’egemonia regionale di questi Paesi islamici.
Un altro leader regionale, l’Arabia Saudita, basa le sue rivendicazioni sul sostegno alle forze radicali islamiche. Il sostegno dall’occidente è temporaneo, per esempio, su Siria e Iran. In queste circostanze, alcuni negli Stati Uniti e in Europa considerano l’Iran un partner sufficientemente prevedibile e affidabile. L’occidente, ovviamente vincolato dagli obblighi con la NATO, avrebbe preferito una scelta a favore di Ankara. Ma l’Iran non intende fare marcia indietro. Questo è il motivo per cui il suo mercato attrae le aziende occidentali, in modo che, a loro volta, combattano per rilassare le severissime sanzioni economiche e finanziarie contro l’Iran. La Russia, allo stesso tempo, sviluppa la politica di collaborazione con Iran e Turchia. Mosca è interessata a rafforzare la cooperazione politica tra Ankara e Teheran, mentre l’amministrazione statunitense considera inaccettabile qualsiasi interazione iraniana e turca su questioni chiave del Medio Oriente. Tuttavia, le differenze rimangono, in primo luogo sulla questione siriana. E possono anche peggiorare, se Ankara non abbandona i piani per rovesciare il governo legittimo della Siria e di concedere l’indipendenza al Kurdistan iracheno. Ma a dispetto dei seri legami economici della Turchia con Mosca e Teheran, Ankara continua a concentrarsi solo sull’opposizione siriana, e talvolta funge da canale degli interessi statunitensi. Ciò convince della necessità di rafforzare le relazioni bilaterali con l’Iran in tutti i campi, facendone un partner strategico. In futuro questo processo potrebbe includere la Turchia dove, in caso di riduzione sostanziale dell’influenza occidentale, gli interessi nazionali potrebbero probabilmente avere la priorità sugli interessi degli alleati della NATO. Solo quando sarà possibile costruire un nuovo sistema di sicurezza regionale trilaterale, per stabilire pace e stabilità nel Grande Medio Oriente, escludendo eventuali conflitti armati, vi sarà lo sviluppo della cooperazione economica reciprocamente vantaggiosa e il rafforzamento dei processi d’integrazione, nonché il rafforzamento dei legami nella scienza, cultura e sport.
Naturalmente, nel Grande Medio Oriente, così come nelle sue singole parti (ad esempio, il Caucaso meridionale), significative minacce alla sicurezza permangono. Ciò è dovuto ai problemi irrisolti afgani, iracheni e siriani, mancata regolamentazione nella crisi nucleare iraniana, nonché dalla questione del Nagorno-Karabakh e dell’integrità territoriale della Georgia. Ma questo sottolinea solo l’urgente necessità d’istituire un nuovo sistema regionale di sicurezza, basato sugli interessi nazionali di tutti gli Stati, e indipendentemente dalla loro affiliazione ad unioni politico-militari. “Una piattaforma per la stabilità e la cooperazione nel Caucaso” potrebbe esserne la base, come proposto dalla Turchia nell’agosto 2008. Non vi è dubbio che l’attivazione del gruppo di lavoro di Minsk dell’OSCE, un significativo miglioramento delle relazioni russo-iraniane e russo-georgiane, e il rafforzamento dei processi d’integrazione in Asia centrale e nel Caucaso meridionale ridurranno significativamente i possibili conflitti nel Grande Medio Oriente trovando una soluzione pacifica ai problemi attuali. Ci saranno ulteriori opportunità, questa volta, per Armenia, Kirghizistan e forse Tagikistan, entrando nell’Unione economica eurasiatica, in via di formazione. In questo modo, la cooperazione russo-iraniana nella sicurezza regionale viene ulteriormente rafforzata. Ciò permette di pensare a una partnership “costruttiva” tra Russia e Iran e di sollevare la questione della redditività di un futuro partenariato strategico tra i nostri due Paesi.

2Vladimir Evseev, Direttore del Centro di Studi Sociali e Politici, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia – Iran: le sanzioni occidentali stimolano lo sviluppo delle relazioni

Mikhail Aghajanjan Strategic Culture Foundation 14/05/2014
14091Le relazioni tra la Russia e l’Iran vivono una fase di sviluppo dinamico. Entrambe le parti compiono sforzi notevoli per raggiungere un qualitativamente nuovo livello di cooperazione in tutti i settori delle relazioni interstatali. Grandi aspettative sono legate alla prossima visita del presidente della Russia in Iran, che potrebbe benissimo aver luogo nella prima metà di quest’anno. Anche il programma della partecipazione del presidente iraniano Hasan Ruhani al vertice sul Caspio di Astrakhan, nel settembre 2014, è stata completamente coordinata…
Il ritmo veloce del dialogo tra i due Paesi testimonia gli attivi preparativi per il vertice tra le dirigenze russa e iraniana. Il periodo dicembre 2013 – aprile 2014 ha visto le mutue visite dei ministri degli Esteri e contatti intergovernativi sull’economia, tra cui spicca la visita del ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak a Teheran. La produttività della visita del capo del ministero dell’Energia della Russia, co-presidente della Commissione permanente russo-iraniana per la cooperazione commerciale ed economica, era strettamente legata ai precedenti accordi tra i vertici politici. I presidenti Vladimir Putin e Hasan Ruhani si erano incontrati a margine del vertice SCO di Bishkek, il 13 settembre 2013. Gli accordi presi a suo tempo da Mosca e Teheran non furono fissati in un documento, ma l’idea degli “accordi di Bishkek tra i due presidenti” divenne parte delle dichiarazioni politiche. L’ambasciatore iraniano a Mosca, Mehdi Sanaei, ha descritto l’incontro Putin-Ruhani come “evento vivace che in futuro sarà inscritto nella storia delle relazioni tra i due Paesi”. Durante una conversazione con il presidente della RII, il 28 aprile, il ministro dell’Energia Novak ha sottolineato che il presidente russo segue personalmente l’attuazione degli accordi raggiunti a Bishkek prestando particolare attenzione alle relazioni con l’Iran in generale.
Nell’ambito degli accordi tra la Russia e l’Iran vi è la risoluzione della controversia sull’invio dei sistemi di difesa missilistica S-300 russi all’Iran e la costruzione di un secondo reattore presso la centrale nucleare di Bushehr, in Iran, da parte della Rosatom. Ora l’attenzione delle parti si concentra sull’accordo petrolifero in cui la Russia potrebbe assumere il ruolo insolito di grande importatore di risorse energetiche dalla regione mediorientale. Un passaggio verso la risoluzione di uno di questi problemi avvicinerà le parti nei campi correlati. Mosca e Teheran cercano un modulo per avere risultati completi in tutti i settori pertinenti alla cooperazione. Ad esempio, il seguente scenario è possibile: l’Iran ritirerà le sue pretese di arbitrato contro la Russia in relazione alla rottura del contratto del 2007 (per la consegna di cinque divisioni di sistemi S-300PMU-1), dopo di che le parti avvieranno una vasta cooperazione tecnica ed economica militare con un accento sull’energia. Gli iraniani invitano le aziende russe a partecipare ai progetti per sviluppare il loro sistema ferroviario. Il formato dei moduli per futuri accordi può essere visto qui. La Russia potrebbe avviare la produzione congiunta delle ferrovie con i partner iraniani, fornendo materiale rotabile e lavorando all’elettrificazione delle principali linee ferroviarie della RII. Nel 2012 le Ferrovie Russe completarono l’elettrificazione della linea di 46 km tra Tabriz e Azarshahr. Nuovi progetti sono all’ordine del giorno per le ferrovie russe e quelle iraniane.
Naturalmente le sanzioni occidentali contro la Russia avvicinano oggettivamente Mosca e Teheran. Uno degli obiettivi dell’occidente nella sua precedente politica volta ad isolare l’Iran, era complicarne al massimo le relazioni con la Russia. Tale obiettivo non ha perso rilevanza anche dopo di miglioramento delle relazioni tra gli Stati occidentali e l’Iran, iniziato il 24 novembre 2013. Washington reagisce molto nervosamente al contratto petrolifero discusso da Mosca e Teheran. Dopo tutto, l’Iran non invierà solo una certa quantità di oro nero a nord (le compagnie russe sono pronte ad acquistare 500mila barili di petrolio al giorno dai loro partner iraniani) ricevendo beni necessari in cambio; la possibilità che l’Iran paghi altri servizi dalla Russia con il petrolio è anch’essa esaminata. Ad esempio, la realizzazione dei progetti per la costruzione di una secondo reattore presso la centrale nucleare di Bushehr, la posa di linee elettriche dalla Russia, attraverso l’Azerbaigian, alle province settentrionali dell’Iran, e la costruzione di nuove centrali elettriche dell’Iran e l’ammodernamento di quelle esistenti. I progetti russo-iraniani sull’energia elettrica, da soli, potrebbero ammontare a 10 miliardi di dollari (la costruzione di una centrale idroelettrica e l’esportazione di 500 MW di energia elettrica dalla Russia all’Iran). L’Iran potrebbe pagare con il petrolio parte dei potenziali ordini di beni e servizi russi, per tali progetti così come anche per l’invio di grano e attrezzature tecniche all’Iran, ora in discussione. Il pagamento del petrolio iraniano con “contanti freddi” è necessario per aggirare il continuo regime di dure limitazioni finanziarie e commerciali imposte alla RII nelle relazioni con i partner stranieri. Se si aggiungono i tentativi di Russia e Iran di passare all’uso delle proprie valute nei pagamenti, i timori degli Stati Uniti di “perdere il controllo della situazione” si acuiscono ancora più. Dopo tutto, se il contratto petrolifero russo-iraniano viene completato, il totale delle esportazioni di petrolio iraniano potrebbe superare il milione di barili al giorno, concordato nell’accordo interinale dei P5+1 del 24 novembre 2013.
Da quanto si può giudicare dalle dichiarazioni di Washington, l’amministrazione statunitense non ha un piano chiaro sul miglioramento delle relazioni con l’Iran o sulla politica di pressioni sulla Russia, con sanzioni volte ad isolarla. Nel decidere provvedimenti per ostacolare più strette relazioni tra Teheran e Mosca, gli Stati Uniti ricordano un funambolo sospeso a mezz’aria che rischia di perdere l’equilibrio. È dubbio che possano bilanciare questa posizione a lungo. Gli statunitensi sottolineano che le sanzioni contro la Russia sono un processo in cui neanche i risultati provvisori possono essere valutati. L’Iran ha già acquisito una certa immunità ai problemi che possono sorgere con l’imposizione delle sanzioni, avendo esperienza nel contrastarle.
Ampliando e approfondendo i loro legami, Russia e Iran dimostrano l’inutilità dei tentativi delle forze esterne d’influenzare questo processo. I rapporti dei due partner possono essere rallentati, e anche per molto tempo, ma la superpotenza che ha perso il senso della realtà non può ostacolarne lo sviluppo. Le sanzioni che Washington vorrebbe usare come dimostrazione del suo potere avranno l’effetto opposto; hanno solo rivelato l’incertezza dei passi statunitensi “sul filo del rasoio” nel  risolvere acuti problemi internazionali.

342439_Rouhani-putinLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli Illuminati contro la Russia

I piani degli imperialisti della City di Londra per la Russia
Dean Henderson 29 aprile 2014 map_ktk_enIeri l’UE e gli USA hanno imposto ulteriori sanzioni alla Russia, mentre 150 truppe statunitensi sbarcano nella vicina Estonia per le esercitazioni militari. Due mesi dopo che il presidente democraticamente eletto dell’Ucraina Viktor Janukovich è fuggito dal Paese per il putsch orchestrato da MI6/CIA/Mossad a Kiev, l’occidente continua l’aggressione alla Russia, nonostante i ripetuti tentativi diplomatici del presidente russo Vladimir Putin. Quindi cosa c’è di nuovo? La City dei banchieri di Londra guidata dai Rothschild da due secoli ha grandi piani imperialisti per le ricche risorse naturali della Russia, sempre ostacolati dagli zar o dallo stalinismo nazionalista. Putin ha sventato i loro ultimi tentativi, quando ha incarcerato l’israeliano dalla doppia cittadinanza Mikhail Khodorkovskij e ri-nazionalizzato gran parte dell’industria energetica russa. Non è un caso che uno dei funzionari russi sanzionati ieri sia Igor Sechin, presidente del colosso petrolifero russo Rosneft, di cui BP detiene ancora una quota del 20%.

Alleanza blasfema
hersh_malta_2 Mentre i sindacati bancari internazionali avevano sempre trattato con l’Unione Sovietica, l’accesso alle sue vaste risorse petrolifere rimase limitata fino a quando Ronald Reagan entrò alla Casa Bianca nel 1980, determinato a frantumare l’Unione Sovietica e aprirne i giacimenti petroliferi ai Quattro Cavalieri. Il suo uomo di punta fu il direttore della CIA Bill Casey, le cui connessioni con i cattolici Cavalieri di Malta furono sfruttate a fondo. La “santa mafia” segreta dell’Opus Dei del Vaticano era dietro l’ascesa al Papato del cardinale polacco Karol Wojtyla. Wojtyla divenne Papa Giovanni Paolo II e lanciò l’offensiva dell’Opus Dei/Vaticano per eliminare i movimenti della teologia della liberazione dall’America Latina e il comunismo dall’Europa orientale. Il fascismo aiutò naturalmente Karol Wojtyla. Durante gli anni ’40 era un commesso dell’industria chimica nazista IG Farben. Wojtyla vendeva ai nazisti il cianuro usato nei loro campi di sterminio di Auschwitz. Uno dei suoi migliori amici era il dr. Wolf Szmuness, ideatore nel 1978 dello studio sull’epatite B del Center for Disease Control degli Stati Uniti, attraverso cui il virus dell’AIDS fu inoculato nella popolazione gay. [722] Nel 1982 Reagan incontrò Papa Giovanni Paolo II. Prima della riunione, Reagan firmò l’NSD-32 che autorizzava una vasta gamma di attività economiche, diplomatiche e segrete per “neutralizzare la presa dell’Unione Sovietica sull’Europa orientale“. Nel corso della riunione i due decisero di lanciare un programma clandestino per strappare l’Europa dell’Est ai sovietici. La Polonia, Paese di origine del Papa, era la chiave. Sacerdoti cattolici, AFL-CIO, National Endowment for Democracy, Banca del Vaticano e CIA si schierarono tutti.
Il Vaticano è il maggiore proprietario al mondo di titoli azionari, utilizzando la filiale svizzera del Banco di Roma per svolgerne le  attività in modo discreto. Il fascista italiano Benito Mussolini fornì generose esenzioni fiscali al Vaticano, di cui gode ancora. La riconciliazione del Grande Oriente massone con il Vaticano fu sostenuta dal Banco Ambrosiano del capo della P-2 Roberto Calvi. Le relazioni tra il Vaticano e la massoneria erano tese dall’11° secolo, quando i greci ortodossi si divisero dai cattolici romani. Emersero le fazioni dei Cavalieri Templari e dei Cavalieri Ospedalieri di S. Giovanni. Quest’ultima fu la fazione cattolica. Cambiò nome in Cavalieri di Malta, dall’isola dove trovò rifugio dopo la sconfitta delle Crociate con l’aiuto del Vaticano. Malta è una base degli intrighi di CIA/MI6/Mossad. Nel 13° secolo papa Clemente V, sostenuto dal re di Francia Filippo, accusò i Cavalieri Templari di eresia protestante, citando la loro passione per il traffico di droga, armi, gioco d’azzardo e prostituzione. Queste attività sono ciò che resero i Templari “ricchi sfondati”. Papa Clemente diede una lezione bruciando sul rogo, un venerdì 13, il capo dei Templari Jacques de Molay. [723] I templari presero il loro bottino e fuggirono in Scozia per fondare la Massoneria di Rito Scozzese. Finanziarono la Casa di Windsor che controlla la Gran Bretagna e presiede il vertice della massoneria mondiale. I membri loggia massonica iscrivono i figli alla De Molay Society, in onore del pirata templare bruciato. Il tentativo di Calvi di conciliare società segrete protestanti e cattoliche fu un successo. Divenne il finanziatore del movimento polacco Solidarnosc, mentre l’inquinata Continental Illinois Bank del segretario al Tesoro di Nixon David Kennedy inviava i fondi della CIA dalla Banca di Cicero del vescovo Paul Marcinkus per finanziare Solidarnosc. [724]
Il Vaticano collaborò con la nobiltà nera europea, i Bilderberger e la CIA per lanciare la società ultrasegreta JASON e armare i dittatori sudamericani per reprimere la teologia della liberazione. Nel 1978, quando Papa Giovanni Paolo II prese il potere, il Vaticano emise un francobollo commemorativo con una piramide egizia e il Roshaniya, l’occhio che tutto vede. [725] Il Vaticano e gli Illuminati si ricongiunsero. Gli incontri di Reagan con Papa Giovanni Paolo II furono l’affermazione di tale nuova potente alleanza che si concentrò sulla rovina dell’Unione Sovietica. Anche prima che Reagan incontrasse il Papa, la CIA aveva un agente presso il ministero della Difesa polacco, il colonnello Ryszard Kuklinski. Kuklinski faceva capo al Vaticano e contribuì ad organizzare Solidarnosc guidata dalla ricca famiglia Radziwill, che aveva finanziato gli assassini di JFK via Permindex. La maggior parte dei capi di Solidarnosc erano vecchi ricchi aristocratici. Il precursore di Solidarnosc fu l’Alleanza Nazionale dei solidaristi, una squadra fascista russo/est-europea finanziata dalla RD/Shell di Sir Henry Deterding e dal presidente della Vickers Arms Corporation Sir Basil Zacharoff. Sir Auckland Geddes della Rio Tinto Zinc, che finanziò golpe fascista di Francisco Franco in Spagna, finanziò anche i solidaristi. Il nipote di Geddes, Ford Irvine Geddes, fu presidente della Inchcape Peninsular & Orient Navigation Company nel 1971-1972. [726] Il quartier generale dei solidaristi degli Stati Uniti era la Fondazione Tolstoj, nello stesso edificio della Julius Klein Associates che armò i famigerati squadroni della morte sionisti Haganah e banda Stern che usurparono le terre palestinesi per fondare Israele. Klein era un insider dell’MI6 alla Permindex contribuendo ad organizzare l’assassinio di JFK. Il figliastro dei solidaristi, il movimento Solidarnosc, fu spacciato dai media occidentali come grande forza liberatrice polacca. Con gli aiuti della CIA, Solidarnosc rovesciò il governo comunista di Varsavia. Il loro uomo di paglia Lech Walesa divenne presidente della Polonia. Nel 1995 Walesa fu sconfitto dall’ex-leader comunista Aleksander Kwasniewski. Walesa fu premiato per aver leccato stivali lavorando alla Pepsi.
Il direttore della CIA Casey richiese costante attenzione sull’Europa orientale dalla CIA. Casey s’incontrò spesso con il cardinale di Philadelphia John Krol per discutere di Solidarnosc. Utilizzò i suoi collegamenti con i Cavalieri di Malta, appoggiandosi pesantemente su fratello Vernon Walters, il cui curriculum spettarle si legge come un romanzo di James Bond. L’ultima incarnazione di Walter fu da ambasciatore itinerante di Reagan presso il segretario di Stato del Vaticano cardinale Agostino Casaroli. [727] Nel 1991 Walters era ambasciatore USA alle Nazioni Unite, dove rullò con successo i tamburi di guerra contro l’Iraq. Era nelle Fiji quello stesso anno, poco prima della caduta di quel governo di sinistra. Altri Cavalieri di Malta coinvolti nel tentativo di destabilizzazione dell’Europa orientale furono Richard Allen, dell’NSA di Reagan e vice di Robert Vesco, il giudice William Clark dell’NSA di Reagan, l’ambasciatore di Reagan in Vaticano William Wilson e Zbigniew Brzezinski. Altri cavalieri di spicco dei Cavalieri di Malta erano Prescott Bush, il segretario al Tesoro di Nixon William Simon, il golpista nixoniano Alexander Haig, il sostenitore dei Contra J. Peter Grace e l’agente venezuelano dei Rockefeller Gustavo Cisneros.
La squadra di Reagan seguiva una strategia in cinque parti nel tentativo di distruggere l’Unione Sovietica. In primo luogo, perseguì il concetto di Star Wars della JASON Society, nel tentativo di coinvolgere i sovietici in una corsa alle armi spaziali sapendo che Mosca non poteva permettersi. In secondo luogo, la CIA avrebbe lanciato operazioni segrete in Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria nel tentativo di rovesciare quei governi filo-sovietici. Mentre Walesa spuntò in Polonia, il poeta Vaclev Havel divenne il cavaliere bianco della CIA in Cecoslovacchia. Come Walesa, Havel divenne impopolare e subito cacciato dalla presidenza di burattino. Un componente del programma di destabilizzazione della CIA era comprare armi da queste nazioni dell’Est europeo per armare i ribelli sponsorizzati dalla CIA in Nicaragua, Afghanistan, Angola e Mozambico, usando la BCCI e successivamente la BNL. Gli Stati Uniti volevano anche mettere le mani sull’avanzato arsenale sovietico. La Polonia vendette segretamente agli Stati Uniti una serie di avanzate armi sovietiche per 200 milioni di dollari. La Romania fece lo stesso. Entrambi i Paesi videro i loro debiti esteri ridotti significativamente. [728] Il terzo componente della strategia di Reagan fu finanziare la privatizzazione economica del contingente del Patto di Varsavia. In quarto luogo, gli Stati Uniti avrebbero coperto le onde radio est-europee e sovietiche di propaganda filo-occidentale da fronti come Radio Liberty, Radio Free Europe e Voice of America. La CIA finanziò giornali e riviste locali.
La Compagnia fu aiutata nell’Unione Sovietica dai suoi compari del Mossad con il tentativo del magnate dei media e ufficiale pagatore del Mossad Robert Maxwell. Quando Maxwell minacciò di svelare l’incontro tra il capo del KGB Vladimir Krjuchkov e un capo del Mossad a bordo del suo yacht privato, in cui il colpo di Stato contro Mikhail Gorbachev venne discusso, il Mossad ordinò l’eliminazione di Maxwell. Il 4 novembre 1991, quando navigava presso le isole Canarie, Maxwell fu assassinato da un commando israeliano. L’esodo di massa degli ebrei russi negli insediamenti occupati da Israele in Palestina faceva parte del patto segreto tra Mossad e Krjuchkov, ancora in una prigione di Mosca per il suo ruolo nel tradimento del colpo di Stato contro Gorbaciov. [729] Ma fu il quinto e ultimo componente della strategia di Reagan che attrasse i Quattro Cavalieri. Gli spettri di Reagan avviarono una guerra economica contro l’Unione Sovietica, comprendente il congelamento dei trasferimenti tecnologici, contraffazione del rublo russo e sponsorizzazione di gruppi islamici separatisti nell’Asia centrale e nel Caucaso sovietici. I jihadisti furono incaricati di sabotare un importante metanodotto transcontinentale che i sovietici stavano costruendo. I sovietici avevano più gas naturale di qualsiasi altro Paese sulla terra e videro nel completamento di questo gasdotto una vacca da mungere per il 21° secolo. [730] Big Oil voleva il latte della mucca.

E’ il petrolio, stupido!
pipelinemapQuando l’ultimo presidente dell’Unione Sovietica Mikhail Gorbaciov annunciò la perestrojka e la glasnost per privatizzare l’economia del Paese, aiutò gli Illuminati a distruggerlo. Gorbaciov fu ingannato, complice inconsapevole, un agente della CIA o vittima dell’operazione Presidio di controllo mentale del Tempio di Set? Comunque sia, svolse un ruolo chiave nello smantellamento dell’Unione Sovietica. I sovietici controllavano non solo le vaste risorse della propria nazione, ma le risorse dei Paesi del Terzo Mondo e del Comecon, alleati dei sovietici. Nell’ambito della perestrojka dovevano cessare gli aiuti sovietici a queste nazioni in via di sviluppo, per alleviare il peso del crescente debito sovietico che, come il debito degli Stati Uniti, s’era accumulato con decenni di spesa militare della Guerra Fredda. Il debito delle due superpotenze era detenuto dalle stesse banche internazionali che ora utilizzavano la leva del debito per scegliere un vincitore e aprire le risorse russe e del Terzo Mondo ai loro tentacoli aziendali. [731]
Quando il Muro di Berlino cadde e Gorbaciov fu rovesciato in favore del sicario del FMI Boris Eltsin, i Quattro Cavalieri si precipitarono a Mosca per concludere accordi petroliferi. Petrolio e gas naturale sono sempre stati la principale esportazione sovietica e così rimase per la nuova Russia. Nel 1991 il Paese guadagnò 13 miliardi dollari in valuta forte dalle esportazioni di petrolio. Nel 1992 Eltsin annunciò al mondo che l’industria petrolifera della Russia da 9,2 miliardi di barili al giorno sarebbe stata privatizzata. Il sessanta per cento delle riserve siberiane della Russia non è mai stato sfruttato. [732] Nel 1993 la Banca Mondiale annunciò un prestito di 610 miliardi dollari per modernizzare l’industria petrolifera della Russia, di gran lunga il più grande prestito nella storia della banca. L’International Finance Corporation controllata dalla Banca Mondiale, acquistò le azioni di diverse società petrolifere russe e fece un ulteriore prestito alla Conoco di Bronfman per l’acquisto della Siberian Polar Lights Company. [733] Il principale mezzo di controllo dei banchieri internazionali sul petrolio russo era Lukoil, inizialmente per il 20% di BP Amoco e Credit Suisse First Boston, dove l’inviato in Jugoslavia di Clinton e architetto degli accordi di pace di Dayton Richard Holbrooke aveva lavorato. Il procuratore generale di Bush padre, Dick Thornburgh, che orchestrò il cover-up della BNL, ora era Chief Financial Officer della CS First Boston. Una manciata di oligarchi sionisti russi, noti collettivamente come mafia russa, possedeva il resto di Lukoil, che operò da Saudi Aramco della Russia dei Quattro Cavalieri, un partner di Big Oil per i progetti nel Paese che richiedevano quantità veramente impressionanti di capitale. Questi progetti riguardavano l’isola Sakhalin, noti come Sakhalin I, una venture da 15 miliardi di dollari della Exxon Mobil; e Sakhalin II, un accordo da 10 miliardi di dollari della Royal Dutch/Shell che includeva Mitsubishi, Mitsui e Marathon Oil come partner. i piani siberiani erano ancor più grandiosi. RD/Shell è un partner al 24,5% di Uganskneftegasin, che controlla un enorme giacimento di gas naturale siberiano. A Prjobskoe, BP Amoco gestisce un progetto da 53 miliardi di dollari. A Timan Pechora sul Mar Glaciale Artico, un consorzio composto da Exxon Mobil, Chevron Texaco, BP Amoco e Norsk HYDRO gestisce una joint venture da 48 miliardi di dollari. Nel novembre 2001 la Exxon Mobil annunciò l’intenzione d’investire altri 12 miliardi di dollari in un progetto su petrolio e gas nell’Estremo Oriente russo. RD/Shell annunciò un investimento di 8,5 miliardi di dollari per le concessioni nell’isola Sakhalin. BP Amoco fece annunci simili. [734] Nel 1994 Lukoil produsse 416 milioni di barili di petrolio, diventando così il quarto maggiore produttore al mondo dopo RD/Shell, Exxon Mobil e la co-proprietaria BP Amoco. I suoi quindici miliardi di barili di riserve di greggio erano secondi al mondo dopo Royal Dutch/Shell. [735]
Il Caucaso sovietico, con l’incoraggiamento di Langley, presto si separò dalla Russia. La mappa dell’Asia centrale fu riscritta con Kazakhstan, Uzbekistan, Tagikistan, Turkmenistan, Kirghizistan, Armenia, Azerbaigian, Ucraina e Georgia che dichiaravano l’indipendenza. Il gasdotto sovietico contro cui Reagan ordinò gli attacchi, trasportava gas naturale ad est, al porto sul Nord Pacifico di Vladivostok, e ad ovest al porto sul Mar Nero di Novorossijsk, dai più ricchi noti giacimenti di gas naturale del mondo, sotto ed a ridosso del litorale del Mar Caspio, nel cuore del Caucaso. I Quattro Cavalieri ambivano a queste risorse più che in ogni altra parte del mondo. Volevano costruire i propri gasdotti privati, una volta messe le mani sui giacimenti di gas del Mar Caspio che contengono, secondo una stima, 200 miliardi di barili di greggio. Le privatizzazioni dell’industria petrolifera furono rapidamente annunciate nelle nuove repubbliche dell’Asia centrale che ebbero, in virtù della loro indipendenza, il controllo delle vaste riserve di petrolio e di gas del Mar Caspio. Nel 1991 Chevron ebbe colloqui con il Kazakistan. [736] Le repubbliche dell’Asia centrale divennero i più grandi beneficiari degli aiuti dell’USAID, così come dei prestiti di Exim Bank, OPIC e CCC. Azerbaigian, Turkmenistan e Kazakistan ne furono particolarmente favoriti. Questi Paesi controllano il litorale del Mar Caspio, insieme a Russia e Iran. Nel 1994 il Kazakistan ricevette 311 milioni di dollari in aiuti statunitensi e altri 85 milioni di dollari per smantellare le armi nucleari sovietiche. Il presidente Clinton incontrò il presidente del Kazakistan Nursultan Nazarbaev. Firmarono una serie di accordi, dal disarmo alla cooperazione nella ricerca spaziale. Il Kazakistan, con una stima di 17,6 miliardi di barili di riserve petrolifere, era una parte  strategica del sistema di armi nucleari sovietiche ed ospitava il programma spaziale sovietico. I due leader firmarono un accordo che prevedeva la protezione degli investimenti delle multinazionali statunitensi. L’Istituto di libero scambio e della Camera di Commercio degli Stati Uniti invitò i funzionari kazaki a studiare le arti più sottili del capitalismo globale. I Quattro Cavalieri si mossero in fretta. Chevron Texaco rivendicò il primo premio da 20 miliardi di dollari, il giacimento Tenghiz, poi arraffò un altro giacimento petrolifero a Koroljov. Exxon Mobil firmò un accordo per sviluppare una concessione offshore sul Mar Caspio. [737] Tengizchevroil è per il 45% di Chevron Texaco e per il 25% di Exxon Mobil. [738] Il presidente della NSA di George W. Bush e poi segretaria di Stato Condaleeza Rice, esperta di Asia centrale, era nel CdA di Chevron assieme a George Schultz nel 1989-1992. Anche una petroliera prese il suo nome.
Grazie al Mar Caspio, l’Azerbaigian riceveva centinaia di milioni di dollari in aiuti statunitensi. BP Amoco guidava un consorzio di sette giganti del petrolio che versarono inizialmente 8 miliardi di dollari per sviluppare tre concessioni al largo della capitale Baku, storico campo base di Big Oil nella regione. [739] BP Amoco e Pennzoil, recentemente acquisita da Royal Dutch/Shell, presero il controllo della compagnia petrolifera dell’Azerbaigian il cui consiglio di amministrazione includeva l’ex-segretario di Stato di Bush Sr. James Baker. Nel 1991 il super-fantasma di Air America Richard Secord si presentò a Baku sotto la copertura dell’Oil MEGA. [740] Secord & Company fornirono addestramento militare, vendevano armi israeliane, passavano “sacchetti marroni pieni di contanti” e spedirono oltre 2000 combattenti islamici dell’Afghanistan con l’aiuto di Gulbuddin Hekmatyar. L’eroina afgana inondò Baku. L’economista russo Aleksandr Daskevich disse che 184 laboratori di eroina furono scoperti della polizia di Mosca nel 1991, “Ognuno era gestito da azeri che utilizzavano il ricavato per comprare armi per la guerra dell’Azerbaigian contro l’Armenia nel Nagorno-Karabakh“. [741] Una fonte d’intelligence turca afferma che Exxon e Mobil erano dietro il colpo di stato del 1993 contro il presidente azero Abulfaz Elchibey. Gli islamisti aiutarono Secord. Usama bin Ladin istituì un’ONG a Baku da cui attaccare i russi in Cecenia e Daghestan. Venne insediato il più flessibile presidente Haydar Aliev. Nel 1996, per volere del presidente dell’Amoco, fu invitato alla Casa Bianca ad incontrare il presidente Clinton, il cui NSA era Sandy Berger che aveva 90000 dollari di azioni dell’Amoco. [742] I separatisti armeni sostenuti dalla CIA occuparono le regioni strategiche del Nagorno-Karabakh e Nakhnichevan confinante con Turchia e Iran. Quando il presidente turco Turgut Ozal menzionò l’intervento in Nakhnichevan in sostegno degli azeri, il premier turco Sulayman Demirel subito lo smentì dall’alleato chiave degli Stati Uniti. Queste due regioni sono fondamentali per Big Oil che progettava di costruire un gasdotto dal Mar Caspio attraverso la Turchia fino al porto russo sul Mar Nero di Novorrossijsk. La stessa rotta era utilizzata dai mafiosi turchi Lupi grigi nel loro traffico di eroina dall’Asia centrale all’Europa. Quando il lupo grigio Mehmet Ali Agca cercò di assassinare papa Giovanni Paolo II nel 1981, la CIA usò la sua Gladio cercando di accusarne il governo comunista della Bulgaria. Lukoil possiede il 26% del porto russo sul Mar Nero di Novorossijsk. Il suo presidente Vait Alekperov voleva costruire l’oleodotto del Caspio attraverso Groznij, in Cecenia, mentre i Quattro Cavalieri preferivano passare per la Turchia. Il supporto della CIA a separatisti armeni e ribelli islamici ceceni assicurò il caos a Groznij. Alekperov finalmente accettò la rotta turca. Nel 2003 il dipartimento della Difesa propose una borsa per l’addestramento militare da 3,8 milioni dollari all’Azerbaigian. Più tardi, ammise che ciò era volto a proteggere l’accesso al petrolio degli Stati Uniti. Come Michael Klare ha detto, “Lentamente ma inesorabilmente, l’esercito statunitense si converte nel servizio globale di protezione del petrolio“. [743]
Il Turkmenistan, che confina con il Mar Caspio a sud-est, è una virtuale repubblica del gas, con massicci giacimenti di gas naturale. Ha anche vasti giacimenti di petrolio, rame, carbone, tungsteno, zinco, uranio e oro. Il giacimento di gas più grande è presso Dauletabad, nel sud-est del paese, vicino al confine afghano. Centgas di Unocal avviò la costruzione di un oleodotto che collegava i giacimenti petroliferi di Chardzhan ai giacimenti petroliferi siberiani più a nord. Cruciale per Centgas era il gasdotto da Dauletabad, attraverso Afghanistan e Pakistan, all’Oceano Indiano. [744] Tra i consulenti del progetto vi era Henry Kissinger. Unocal ora fa parte di Chevron. Con i Quattro Cavalieri che avevano un saldo controllo delle riserve del Mar Caspio, nacque il Caspian Pipeline Consortium. Chevron Texaco ebbe una quota del 15% e gli altri tre Cavalieri e Lukoil si divisero il resto. La sicurezza delle pipeline fu fornita dalla società israeliana Magal Security Systems, collegata al Mossad. Azerbaigian e Turkmenistan hanno rapporti particolarmente affettuosi con Israele grazie all’ambasciatore speciale Yusef Maiman, presidente del gruppo israeliano Mehrav. Mehrav è coinvolto nel progetto turco per deviare l’acqua del Tigri e dell’Eufrate nel sud-est della Turchia a scapito dell’Iraq. [745] Il gasdotto del Caspio fu ostruito da Bechtel in partnership con GE e Wilbros Group. Il gasdotto divenne operativo nel novembre 2001, appena due mesi dopo l’11 settembre. Bechtel costruì anche le infrastrutture del giacimento di Tengiz della Chevron Texaco. Nel 1995 Bechtel guidò un consorzio finanziato da USAID per ristrutturare le industrie energetiche di undici nazioni dell’Europa orientale, in linea con i mandati del FMI. Bechtel ricevette un contratto enorme per aggiornare molte fonderie di alluminio russe in difficoltà, in tandem con Pechiney. Lukoil contrattò con la ABB Lummus Crest del New Jersey (formatosi quando i giganti metalmeccanici Asea Brown Boveri e Lummis Crest si fusero) per costruire una raffineria da 1,3 miliardi dollari nel porto di Novorossijsk e aggiornare per 700 milioni di dollari la raffineria di Perm. L’amministrazione Bush programmava un’ulteriore serie di oleodotti sul Mar Caspio per collegare Tenghiz al Mar Nero. Un oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan fu costruito da un consorzio dei Quattro Cavalieri guidato da BP Amoco. Lo studio legale che rappresenta il consorzio della BP è la Baker Botts della famiglia di James Baker. Il gasdotto BP Amoco attraversa la Georgia passando per la capitale Tblisi.
Nel febbraio 2002 gli Stati Uniti annunciarono l’intenzione di inviare 200 consiglieri militari ed elicotteri d’attacco in Georgia per “radicarvi il nostro terrorismo”. [746] L’implementazione fu una cortina fumogena per proteggere la pipeline. Nel settembre 2002 il ministro degli Esteri russo Igor Ivanov accusò la Georgia di ospitare i ribelli ceceni. Nell’ottobre del 2003 il presidente georgiano Eduard Shevardnadze fu costretto a dimettersi con una rivoluzione incruenta. Secondo un articolo dell’11 dicembre 2003 sul sito del Partito Socialista Mondiale, la CIA sponsorizzò il colpo di Stato. Nel settembre 2004 centinaia di bambini russi furono uccisi quando i separatisti ceceni presero il loro edificio scolastico. Il presidente russo Vladimir Putin disse dell’incidente, “Certi ambienti politici in occidente vogliono indebolire la Russia, proprio come i romani volevano indebolire Cartagine“. Ha accusato “i servizi segreti stranieri” di complicità negli attacchi. Il suo consigliere Aslanbek Aslakhanov andò oltre affermando sul Canale 2 russo “Costoro non parlavano con la  Russia, ma con altri Paesi. Erano controllati. I nostri sedicenti amici hanno lavorato per decenni a smembrare la Russia… (sono i burattinai) e finanziatori del terrorismo”. La russa KM News titolò “Il sequestro della scuola fu pianificato a Washington e Londra“. [747] Lukoil incarna la corruzione dilagante in Russia dal crollo sovietico. La corruzione è la norma. Lukoil regalò un jet di lusso al sindaco di Mosca, al capo della Gazprom (il monopolio del gas naturale statale) e al presidente del Kazakistan Nazarbaev. Alla metà degli anni ’90 Lukoil annunciò che avrebbe venduto una quota del 15% agli azionisti stranieri attraverso il suo primo proprietario e consulente finanziario CS First Boston e la Bank of New York. [748] Nel 2002 annunciò l’intenzione di svendere un altro grande asset. Secondo Kurt Wulff dell’impresa d’investimento petrolifera McDep Associates, i Quattro Cavalieri scatenatisi nei loro nuovi pascoli dell’Estremo Oriente, videro tale aumento delle attività finanziarie, nel 1988-1994: Exxon Mobil – 54%, Chevron Texaco – 74%, Royal Dutch/Shell – 52% e BP Amoco - 54%. I Cavalieri avevano più che raddoppiato il loro patrimonio in sei anni. Questo salto di qualità della potenza mondiale anglo-statunitense aveva a che fare con l’acquisizione dell’industria petrolifera ex-sovietica e il conseguente impoverimento dei suoi legittimi proprietari.

Caspian-pipelines-mapNote
[722] Behold a Pale Horse. William Cooper. Light Technology Publishing. Sedona, AZ. 1991.
[723] The Robot’s Rebellion: The Story of the Spiritual Renaissance. David Icke. Gateway Books. Bath, UK. 1994. p.94
[724] Hot Money and the Politics of Debt. R.T. Naylor. The Linden Press/Simon & Schuster. New York. 1987. p.78
[725] Ibid. p.165
[726] Dope Inc.: The Book that Drove Kissinger Crazy. The Editors of Executive Intelligence Review. Washington, DC. 1992
[727] “The Unholy Alliance”. Carl Bernstein. Time. 2-24-92. p.28
[728] “US Obtained Soviet Arsenal from Poland”. Eugene Register-Guard. 2-13-94
[729] The Other Side Of Deception. Victor Ostravsky. HarperCollins Publishers. New York. 1994.
[730] Bernstein. p.28
[731] “The Dismantling of the Soviet Union”. Peter Symon. Philippine Currents. November/December 1991.
[732] “Drilling for a Miracle”. Fred Coleman. US News & World Report. 12-7-92. p.54
[733] Evening Edition. National Public Radio. 6-18-93
[734] “Exxon’s Russian Oil Deal Makes Other Firms Feel Lucky”. Wall Street Journal. 12-13-01
[735] “The Seven Sisters Have a Baby Brother”. Paul Klebnikov. Forbes. 1-22-96. p.70
[736] Taliban: Militant Islam, Oil and Fundamentalism in Central Asia. Ahmed Rashid. Yale University Publishing. New Haven, CT. 2001. p.145
[737] “Christopher Promises Aid to Oil-Rich Kazakhstan”. AP. Northwest Arkansas Morning News. 10-24-93
[738] 10K Filings to SEC. Exxon Mobil and Chevron Corporations. 3-28-01
[739] “The Quietly Determined American”. Paul Klebnikov. Forbes. 10-24-94. p.48
[740] Azerbaijan Diary: A Rogue Reporter’s Adventures in a Oil-Rich, War-Torn, Post-Soviet Republic. Thomas Goltz. M.E. Sharpe. Armonk, NY. 1999. p.272
[741] “al-Qaeda, US Oil Companies and Central Asia”. Peter Dale Scott. Nexus. May-June, 2006. p.11-15
[742] See No Evil: The True Story of a Ground Soldier in the CIA’s War on Terrorism. Robert Baer. Crown. New York. 2002. p.243-244
[743] Blood and Oil: The Dangers and Consequences of America’s Growing Dependency on Imported Petroleum. Michael T. Klare. Metropolitan/Henry Holt. 2004. p.6-7
[744] Escobar. Part I
[745] “The Roving Eye: Pipelineistan, Part II: The Games Nations Play”. Pepe Escobar. Asia Times Online. 1-26-02
[746] “Wolf Blitzer Reports”. CNN. 2-27-02
[747] “Paranotes: Russian School Seige Conspiracy”. Al Hidell. Paranoia. Issue 37. Winter 2005.
[748] Klebnikov. 1-22-96. p.72

Dean Henderson è autore di: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel. Potete seguirlo su Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Crimea e l’idea Eurasiatista come geopolitica della resistenza

Bruno De Cordier Geopolitika 26/04/2014
800px-euroas_unionIo so una cosa e la dirò: se la Russia sopravvive a questo periodo e alla fine si salva, lo sarà come entità eurasiatica e attraverso l’idea eurasiatista”, aveva detto l’etnografo, storico e geografo russo Lev Gumiljov in un’intervista data poco dopo la scomparsa dell’URSS e poco prima della morte nell’estate del 1992. Allora erano anni terribili di decadenza, disfacimento e perdita di autostima della Russia e del resto dell’enorme spazio che poco prima era l’URSS. Anche l’esistenza della Federazione Russa, entità nucleo dell’URSS, era incerta con l’aumento del separatismo nelle repubbliche nord caucasiche di Daghestan e Cecenia, e con l’avanzata dei potentati locali e provinciali su cui il Cremlino di Eltsin difficilmente aveva una reale influenza. Così oggi, la Crimea si appresta ad aderire alla Russia. Come le cose possono cambiare.

Il trauma del 1990
Ho pensato spesso a Gumiljov e alla sua idea eurasiatista ultimamente, perché in effetti spiega un bel po’ di ciò che è successo. In sintesi, afferma che la vecchia Unione Sovietica e lo spazio imperiale zarista che l’ha preceduta sono essenzialmente innestati in un antico campo culturale in cui le culture slave e turche, cristianesimo ortodosso, sunnismo e sciismo convivono e interagiscono da secoli. Il nucleo di questa sfera, di questo ‘grande spazio’, come lo scienziato politico russo Aleksandr Dugin lo chiama, è la Russia che anzi si estende geograficamente sui continenti europeo e asiatico ed ha, attraverso l’adozione del cristianesimo bizantino nel 980, dopo il primo contatto stabilito con i vescovi greci, in Crimea tra l’altro, e la sua integrazione nel sistema del Khanato dell’Orda d’Oro (1240-1502), ancorandosi in Oriente come in Occidente. L’intera nozione che la Russia costituisca quindi una sfera separata attorno al quale cristallizzare l’Eurasia, sembra anche essere presente e ben viva a livello popolare oggi. In un sondaggio condotto tra la popolazione russa nella primavera del 2007, ad esempio, la tesi che la Russia sia una entità eurasiatica a sé stante, con i suoi moduli sociali e di sviluppo, era accettata da quasi tre quarti degli intervistati. [1] Naturalmente, c’è più di un indicatore che riflette la realtà. In una simile ma molto più recente indagine, lo scorso anno, alla domanda di come la Russia sarà tra 50 anni, la maggioranza degli intervistati dopo la categoria dei non-so/non-risponde, rispose che la tecnologia e le scienze saranno molto simili a quelle occidentali, ma che la società e la cultura russa saranno completamente diverse. [2] Inoltre, in un altro sondaggio condotto lo scorso autunno, si apprende che la quota di coloro che in Russia rimpiangono la scomparsa dell’URSS è alta: 57 per cento, comprensibilmente più alta tra le categorie di età con ricordi vivi di quel periodo (coinvolgendo ancora una congrua parte di persone in età attiva), ma anche pari a un terzo delle categorie di intervistati che non erano ancora nati nel 1991 o che erano troppo giovani per avere ricordi vivi. [3]
L’impatto di quello che potremmo chiamare il trauma degli anni ’90’, causato dagli anni terribili che seguirono la crisi ed infine il crollo dell’URSS, non dovrebbe davvero essere sottovalutato. Nel giro di un paio d’anni, un grande capitale umano, un elevato livello di sicurezza sociale e un discreto livello infrastrutturale sociale furono sperperati e distrutti per far posto a una forma particolarmente rapace di capitalismo, soprannominato “riforme di mercato”, di consulenti stranieri e decine di profittatori, una crisi di identità acuta, una drammatica recessione demografica, un degrado generale e la perdita dello status. A metà degli anni novanta fu quando in realtà iniziai a lavorare in Eurasia. Allora, avevo già capito che tutto questo sarebbe mutato un giorno. E in effetti fu così. Fin dall’inizio di questo secolo, una non piccola parte di opinion maker, opinione pubblica e funzionari accusarono un astratto ‘occidente’, dove certamente gli Stati Uniti sono percepiti sempre più negativamente [4], ed in particolare i liberali locali e regionali in Eurasia.

Grande spazio economico
Quindi, quali sono i diversi fili che legano la Russia alla sua ampia sfera storica, e con il resto della regione precedentemente nota come URSS in particolare? Dobbiamo prima dare uno sguardo alla sottostruttura economica, iniziando dal commercio estero. Ufficialmente nel 2013 quasi il 21 per cento del commercio estero complessivo della Russia era con gli altri Stati dell’ex-URSS, esclusi i tre Paesi baltici. Circa i tre quarti del commercio in Eurasia riguardavano, in questo ordine particolare, l’Ucraina, la Bielorussia e il Kazakistan. Questi ultimi due sono anche parte dell’unione doganale e della Comunità economica eurasiatica, guidate e promosse da Mosca. I tentativi d’integrare anche l’Ucraina in queste strutture, in realtà ha scatenato il movimento di protesta a Kiev lo scorso anno. Inoltre, oltre il 50 per cento del commercio estero della Russia avviene con l’Unione europea, quasi il 10 per cento con la Cina e circa il 3 per cento con gli Stati Uniti. Il modello del commercio estero della Russia è quindi orientato principalmente verso l’UE, implicando anche qualcos’altro a proposito: che le economie e le società dell’UE hanno bisogno del mercato dell’Europa orientale. Quindi, le sanzioni economiche nei confronti di Mosca prima di tutto incideranno sull’UE che ha agito principalmente come estensione e sostegno degli Stati Uniti per tutta la crisi dell’Ucraina. Per gli appassionati nel sottolineare l’importanza delle politiche energetiche, beh, c’è anche la posizione e le attività di Gazprom in Eurasia. Questa società parastatale, strettamente collegata al Cremlino, controlla circa un terzo della produzione mondiale di gas naturale ed ha anche interessi e attività in altri settori come trasporti, petrolio, banche e media. E’ attivamente presente in tutti i Paesi ex-sovietici, tra cui Paesi Baltici che in realtà ne dipendono per la maggior parte dell’approvvigionamento del gas naturale. Gazprom partecipa anche, in una forma o nell’altra, all’estrazione di petrolio e al potenziamento delle infrastrutture dei Paesi esportatori di petrolio e gas come Turkmenistan, Azerbaigian e Kazakistan. Il solo peso di Gazprom spiega perché la Russia, insieme a Iran e Qatar, ha il comando da metà del 2001 dell’istituzione del cosiddetto Forum dei Paesi esportatori di gas. La struttura, che conta attualmente 11 Stati e nel quale il Kazakistan è un osservatore, è volto ad essere una sorta di ‘OPEC del gas’.

Lavoratori migranti e oligarchi
Torniamo alla società e alla vita quotidiana. Uno dei più importanti vettori socioculturali dell’influenza russa in Eurasia è, ovviamente, la lingua russa. L’avversione storica contro di essa non è così forte come lo era nel Baltico e nell’Europa centrale negli anni ’90 o come in Ucraina occidentale oggi. Nonostante la giusta promozione delle lingue locali o nazionali, diverse dalla russa nel 1988-1991, la lingua russa ancora, o di nuovo, ha uno status ufficiale o semi-ufficiale in Ucraina (anche se il suo futuro in Ucraina è incerto), Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. L’uso del russo in queste società di solito va ben oltre la popolazione di origine ed etnia russa. Anche nei Paesi in cui non ha più lo status ufficiale, come Azerbaijan e Turkmenistan, è ancora la lingua delle élite politiche e intellettuali, del segmento della popolazione più urbanizzata, delle minoranze etniche ed è spesso la lingua di comunicazione inter-etnica. La sua posizione sostiene anche l’influenza di mass media, cultura popolare e opinion maker russi. Un agente molto importante dei legami in Eurasia, che interfaccia base popolate e macro-economia, sono i lavoratori migranti, stagionali e permanenti, in Russia. La stragrande maggioranza del circa milione e mezzo di lavoratori ospiti che soggiornarono ufficialmente in Russia nel 2011, provenivano da altri Paesi dell’Eurasia. Il gruppo più numeroso, circa 510000, erano uzbeki. Inoltre, nello stesso anno, circa 280000 lavoratori ospiti provenivano dal Tagikistan, 193000 dall’Ucraina, 110000 dal Kirghizistan, 80000 dalla Moldavia, 71000 dall’Armenia, 68000 dall’Azerbaigian e 53000 dalla Georgia. Oltre ai Paesi dell’ex-Unione Sovietica, il secondo più grande Paese di origine dei lavoratori migranti in Russia è la Cina. Kazakistan e Bielorussia sono Paesi di accoglienza dei lavoratori migranti dell’Eurasia meridionale. Sono chiaramente formati in gran parte da commercianti dei bazar, operai edili, addetti alle pulizie e alla manutenzione e personale della ristorazione nelle metropoli, così come da lavoratori stagionali nell’agricoltura. Molti hanno al doppia cittadinanza. L’infrastruttura dei recenti Giochi Olimpici Invernali a Sochi, per esempio, in gran parte è stata costruita dai lavoratori del sud dell’Eurasia e della Moldavia. Questo tipo di migrazione alimenta un’economia delle rimesse che in Paesi come Armenia, Moldavia e Tagikistan, per esempio, contribuisce a una grande quota del PIL, pari al 21-48 per cento. Le rimesse di centinaia di migliaia di lavoratori migranti, la maggioranza dei quali uomini, sono un’ancora di salvezza finanziaria indispensabile per le loro famiglie e aree di provenienza. Socialmente e psicologicamente, l’impatto della migrazione e dell’economia delle rimesse è contraddittorio. Hanno rivitalizzato le regioni, ma anche perturbato le società locali, garantendo però l’interazione permanente dei popoli dell’Eurasia.
All’altra estremità della piramide sociale c’è qualcosa di particolare. Un certo numero di industriali e oligarchi di Uzbekistan, Azerbaigian e Georgia collegati alle alte sfere del potere in Russia, vivono a Mosca o a San Pietroburgo. Attraverso le associazioni socioculturali condiscendenti e attraverso i media, molti di loro cercano di costruirsi una base politica tra le diaspore in Russia dei rispettivi Paesi d’origine. Sul medio termine, ciò è importante in quanto molti dei personaggi in questione hanno ambigui, se non addirittura tesi, rapporti con i regimi o personaggi specifici e frazioni nei rispettivi Paesi. Personalmente, ritengo probabile che Mosca cercherà di guidare o di attivare un cambio di regime in certi Paesi eurasiatici, l’Uzbekistan per esempio, dai regimi inaffidabili o frazionati e dal grande potenziale in disordini sociali, prima che lo facciano figure filo-occidentali e reti sostenute dall’occidente. In questo senso, le personalità interessate come i loro movimenti e reti formano l’élite di riserva.

Imperialismo militare?
La base navale di Sebastopoli è stato un cruciale punto di partenza nel recente intervento della Russia o, a seconda di come la si guarda, invasione della penisola di Crimea. Ma come si può definire la cooperazione militare di Mosca con il resto dell’Eurasia? Dal 2002, il quadro istituzionale è stato il Collective Security Treaty Organization, una sorta di ‘contro-NATO’ che accanto a Russia, Bielorussia e Kazakistan, trova Armenia, Tagikistan e Kirghizistan suoi membri. La Serbia, tra gli altri, è un osservatore dell’organizzazione. Con l’eccezione della Georgia e sempre più anche dell’Azerbaigian, le rispettive forze armate nazionali dell’Eurasia sono ancora psicologicamente e tecnicamente piuttosto orientate verso la Russia dove acquistano la maggior parte della loro tecnologia militare e delle armi. Le forze armate russe hanno basi e consiglieri militari in Tagikistan, Armenia e Kirghizistan. Inoltre, co-gestiscono il complesso spaziale di Bajkonur, in Kazakistan, le stazioni radar in Bielorussia e, fino allo scorso anno, anche Gabala in Azerbaijan. E dalla metà del 1992, la Russia ha anche una forza di pace di 9200 effettivi in Transnistria, una regione secessionista dalla Moldavia, nel 1990. Oltre al territorio della vecchia Unione Sovietica, la Russia ha una base navale sul Mediterraneo, nel porto siriano di Tartus. Inquadrando le cose in prospettiva, gli Stati Uniti hanno novecento basi o altre forme di presenza militare al di fuori del loro territorio, anche in Eurasia.
Da circa un decennio, la Russia è anche diventata, come l’URSS, una fonte di varie forme di sviluppo e aiuto umanitario. [5] Ha inviato aiuti, per esempio, a livello multilaterale attraverso una serie di organizzazioni delle Nazioni Unite e ha anche donato aiuti a contesti dall’alto significato politico e simbolico, come Siria, Serbia e minoranza serba in Kosovo. La maggior parte degli aiuti all’estero della Russia, tuttavia, è destinata all’Eurasia. Nel 2007-13, circa il 57 per cento è andato a Tagikistan, Kirghizistan, Armenia e Ossezia del sud. Quest’ultimo mette in primo piano l’esistenza e il ruolo dei cosiddetti quasi-Stati, aree dell’Eurasia separatesi in un modo o nell’altro tra il 1989 e il 1993, che hanno molti, se non tutti, caratteristiche e attributi degli Stati, ma che non sono riconosciuti come tali dagli altri Paesi e dalle Nazioni Unite, o solo da una manciata di Paesi. [6] Ci sono attualmente quattro di tali entità nell’ex-Unione Sovietica: l’enclave del Nagorno-Karabakh in Azerbaigian, le già citate Transnistria e Ossezia del Sud, e l’Abkhazia, separatasi dalla Georgia nei primi anni ’90 e ufficialmente dichiaratasi indipendente dopo la guerra in Ossezia del Sud nel 2008. In qualche modo la Crimea s’inserisce anche in questa categoria. [7] I suddetti quattro quasi-Stati in gran parte si sostengono con un’economia informale, aiuti finanziari e altri, con le pensioni e le rimesse dei migranti provenienti dalla Russia. Nella maggior parte di queste entità vi è anche una forte identificazione e un parere favorevole dei russi tra l’opinione pubblica locale. Proprio come il Kosovo, in realtà un protettorato e perno importante della presenza della NATO-USA nei Balcani, costituiscono un elemento fondamentale della presenza di Mosca nella grande Eurasia. In questo senso, la Transnistria in particolare, insieme a Sebastopoli e all’enclave sul Baltico di Kaliningrad (una parte della vecchia Prussia annessa dall’Unione Sovietica dopo la Seconda Guerra Mondiale e oggi parte della Federazione Russa), è percepito come un necessario avamposto della resistenza eurasiatica sulla frontiera occidentale, contro una NATO percepita sempre più aggressiva ed espansionista. Pochi giorni dopo il referendum in Crimea, il parlamento della Transnistria, che come la penisola ha una maggioranza russa o almeno russofona, ha proposto di aderire alla Federazione Russa. [8]

Bismarck e la ‘neo-URSS’
Quindi, per concludere, Mosca ha sicuramente aspirazioni in questo enorme spazio tra il Mar Baltico e l’Alaska. Ma contrariamente al neo-impero statunitense, queste aspirazioni al dominio non sono planetarie. [9] A seguito dell’intervento militare della Russia in Crimea, tra l’altro legittimato dalla necessità di proteggere la popolazione russa della penisola, alcuni hanno supposto che il Kazakistan, con la sua grande minoranza russa pari a circa un quarto della popolazione e una maggioranza russa in numerose province confinanti con la Russia stessa, possa essere il prossimo. Ma ciò è abbastanza improbabile però. Se si guarda al modello dell’intervento militare russo negli ultimi anni, ci si accorge che ha riguardato Paesi come Ossezia del Sud e Georgia, dove i russi costituiscono appena l’1,5 per cento, e ora Ucraina e Crimea, in cui sono state imposte le cosiddette ‘rivoluzioni colorate’ che alla fine spronano verso un generale progetto socio-politico filo-occidentale e pro-NATO. Molto più di qualcosa guidato e ispirato dall’espansionismo aggressivo o dall’accesso alle risorse, la ricomposizione della grande Eurasia è percepita come un necessario movimento di resistenza contro forze e centri di potere il cui obiettivo finale è niente meno che la dissoluzione della Russia stessa, o della sua riduzione a soggetto sottomesso e ubbidiente. [10] Per evitarlo, un ‘grande spazio’ deve essere formato prendendo l’iniziativa di formare l’ordine mondiale multipolare in sostituzione dell’egemonia neo-imperiale degli USA. Non sarà per nulla una replica dell’URSS. L’Unione doganale tra Russia, Bielorussia e Kazakistan è sicuramente destinata ad essere un modello per la maggiore integrazione o reintegrazione dell’Eurasia, però molto simile al modo in cui il prussiano Zollverein del 1839 pose le basi per l’unificazione degli Stati e principati tedeschi, ottenuta da Otto von Bismarck nel 1871. E questo motivo non è certamente meno legittimo dell’Unione europea, del Consiglio di cooperazione del Golfo o della zona di libero scambio degli Stati Uniti con le Americhe. Se le élite nazionali coinvolte, in particolare del Kazakistan, alla fine saranno disposte a trasferire il potere ad un ente sovranazionale, nel prossimo futuro, resta da vedere. Eppure la percezione della minaccia del caos eterodiretto, del cambio di regime e dell’ulteriore balcanizzazione dell’Eurasia, e soprattutto gli interessi oggettivi e i vantaggi di un ordine mondiale multipolare, potrebbero sicuramente dare la spinta psicologica necessaria per farlo.

14705Note
[1] Аналитический Центр Юрия Левады – Yuri Levada Analytical Centre, “Л.А. Седов: Россия и мир”, 2007
[2] Аналитический Центр Юрия Левады – Yuri Levada Analytical Centre, “Россия-2063”, 2013
[3] Аналитический Центр Юрия Левады – Yuri Levada Analytical Centre, “Россияне о распаде СССР
[4] Аналитический Центр Юрия Левады – Yuri Levada Analytical Centre, “Россияне об отношении к другим странам
[5] Per ulteriori informazioni sulla Russia e gli aiuti, vedasi lo studio di Oxfam International, disponibile in russo e inglese
[6] Per un esame più approfondito dei quasi-Stati nell’ex-Unione Sovietica e altrove, vedasi l’eccellente numero speciale di Diplomatie: affaires stratégiques et relations internationales di Francois Grunewald e Anne Rieu, ‘Entre guerre et paix: les quasi- Etats‘, Diplomatie: affaires stratégiques et relations internationales, № 30, 2008.
[7] I primi a riconoscere il referendum sull’indipendenza della Crimea dopo la Russia furono Nagorno-Karabakh, Ossezia del Sud e Abkhazia. Kazakistan, Armenia e Repubblica Bolivariana del Venezuela seguirono.
[8] Joris Wagemakers accerta l’esistenza di una vera e propria resistenza identitaria tra le autorità e gran parte della popolazione della Transnistria. Per chi fosse interessato, si consulti Joris Wagemakers, ‘L’identità nazionale in Transnistria: prospettiva globale-storica sulla formazione e l’evoluzione di un’identità di resistenza”. Journal of Eurasian Affair, 1(2), 2014, pp 50-55.
[9] Uso il termine neo-impero perché a differenza degli imperi romano, franco, napoleonico e britannico, per citare alcuni esempi, non si considera né si autodefinisce tale ed attivamente mantiene l’illusione dell’uguaglianza tra se stesso e i suoi sudditi.
[10] Il fatto che ben prima della crisi dell’Ucraina e della Crimea, Vladimir Putin e la Russia in generale venissero demonizzati per mesi con isteriche campagne mediatiche internazionali supportate da certe corporazioni transnazionali, celebrità e parlamentari stranieri su un non -problema come l’arresto di un gruppo rock nichilista, e la cosiddetta persecuzione degli omosessuali, ha certamente rafforzato tale percezione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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