L’evoluzione della competizione strategica nell’Oceano Indiano

Salman Rafi Sheikh (Pakistan) Oriental Review 19 aprile 2013

L’area dell’Oceano Indiano sarà il vero nesso delle potenze mondiali e dei conflitti nei prossimi anni. E’ qui che la lotta per la democrazia, l’indipendenza energetica e la libertà religiosa sarà persa o vinta.” (Robert D. Kaplan)

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L’Oceano Indiano, una volta considerato un ‘oceano trascurato’, oggi, diventata il fulcro delle attività politiche, strategiche ed economiche a causa della presenza di navi convenzionali e nucleari delle grandi potenze della zona, e per la propria importanza economica e strategica. 36 Stati si affacciano sull’Oceano Indiano, presenti sulla sua fascia costiera. Inoltre, vi sono undici Stati nell’entroterra, ad esempio Nepal e Afghanistan che però sono senza sbocco sul mare, ma sono molto interessati dalla politica e dal commercio dell’Oceano Indiano. L’oceano contiene diversi minerali importanti: l’80,7% dell’estrazione mondiale di oro, il 56,6% dello stagno, il 28,5% del manganese, il 25,2% del nichel e il 77,3% della gomma naturale. Il più alto tonnellaggio delle merci mondiali, il 65% del petrolio mondiale e il 35% del gas, che si trovano nei Paesi rivieraschi, vi passano. La regione oggi è un’arena della geopolitica contemporanea. Strategicamente, l’Oceano Indiano ha un’importanza cruciale, soprattutto per la presenza delle maggiori potenze nella regione e del potenziale delle potenze regionali, di cui tre sono nucleari: Pakistan, Cina e India. Questo è il motivo per cui le potenze regionali ripongono grande fiducia nella realizzazione di una flotta di sottomarini lanciamissili e di SLBM per una seconda capacità di attacco, per mantenere l’equilibrio di potenza, al fine di scoraggiare l’egemonia di una qualsiasi potenza regionale o extra-regionale.
Gli USA hanno creato una loro base navale nell’Oceano Indiano a Diego Garcia, che costituisce una minaccia per gli Stati regionali e protegge gli interessi vitali degli Stati Uniti nella regione. Le relazioni politiche nel e intorno l’Oceano Indiano possono avere implicazioni significative per gli Stati Uniti riguardo la loro nuova strategia del “Perno Asiatico”. La nuova US Strategic Guidance 2012 collega l’economia e la sicurezza degli Stati Uniti agli sviluppi nel Oceano Indiano, elevando l’India alla posizione di partner strategico di lungo termine che serve “da ancoraggio regionale”. I documenti ufficiali dichiarano inoltre che l’Iran e la Cina sono i due Stati che più rischiano di utilizzare mezzi asimmetrici per contrastare le aree di interesse degli Stati Uniti. La collusione indo-statunitense nell’Oceano Indiano ha reso diffidenti Pakistan e Cina nelle loro aperture semi-ostili, quindi spingendo alla conseguente concorrenza strategica nella regione e all’impiego di strategie dipendenti dalle risorse, per contrastare e controbilanciare le manovre degli Stati avversari.
Il mondo starebbe entrando nell’era della geo-energia dove le questioni di sicurezza energetica (sicurezza della domanda e sicurezza dell’approvvigionamento) condizioneranno le relazioni tra Stati portando alla riconfigurazione della gerarchia delle potenze mondiali. La sicurezza energetica avrà un ruolo determinante nella creazione di situazioni di conflitto o cooperazione. Il Paese che detiene la posizione preminente nell’Oceano Indiano rischia di controllare il flusso di energia non solo per l’Asia orientale, futuro centro del potere economico mondiale, ma anche per altre regioni.  Attualmente, gli Stati Uniti d’America, la più potente forza navale del mondo, dominano la regione e gli Stati regionali, e in particolare la Cina cerca di bilanciare il potere degli Stati Uniti nella regione, al fine di proteggere gli interessi della propria economia in crescita e del proprio fabbisogno energetico. La domanda per cui è così importante dominare l’Oceano Indiano, può avere una risposta mettendo in evidenza il fatto che il petrolio inviato dal Golfo Persico a quasi tutto il mondo, attraversa l’Oceano Indiano e attraversa lo Stretto di Malacca diretto verso Cina, Corea e Giappone. Se un’altra potenza vi si ancora, i Paesi importatori di petrolio subirebbero duri colpi.  Poiché la strategia è dominare le rotte petrolifere, gli Stati Uniti hanno in questi ultimi anni coperto di attenzioni India, Vietnam e Singapore, che si trovano su tali rotte.
Le coste del Pakistan si affacciano solo sull’Oceano Indiano, un punto di accesso fondamentale per il commercio e in particolare per l’approvvigionamento energetico. I grandi interessi del Pakistan nell’Oceano Indiano impediscono all’India di dominare le zone più vicine al Pakistan stesso, e di proteggere le sue vitali vie d’importazione ed esportazione. Il Pakistan da solo può fare relativamente poco verso la presenza navale indiana nell’Oceano Indiano, pertanto, si è dedicato a due proposizioni: sviluppare la propria potenza navale e avere dei grandi contrappesi esterni. Probabilmente gli Stati Uniti non sono visti dal Pakistan come partner affidabili per puntellare la propria sicurezza nell’Oceano Indiano, soprattutto alla luce del crescente dialogo ai vertici tra Stati Uniti e India sulla sicurezza dell’Oceano Indiano. Il contrappeso più importante è la Cina. Il Pakistan si trova a beneficiare del “filo di perle”, a cui ha quindi consegnato dei diritti operativi. La partecipazione dell’Oceano Indiano alla sicurezza economica del Pakistan, come per l’India, è notevole: la sua fragile bilancia dei pagamenti dipende dal commercio marittimo, il 95% del suo commercio e il 100% delle sue importazioni di petrolio avvengono attraverso l’Oceano Indiano. Essendo obiettivo principale del Pakistan neutralizzare l’India per garantirsi i propri interessi economici ed energetici, si allea con la Cina e allo stesso tempo migliora la propria potenza navale e militare.
Mentre l’Oceano Indiano è un centro energetico, l’India cerca di migliorare il suo coinvolgimento nella regione, cercando di aumentare la sua influenza sul Plateau dall’Iran al Golfo di Thailandia.  L’India presto diventerà la quarta più grande consumatrice di energia del mondo, dopo gli Stati Uniti, la Cina e il Giappone: dipendente dal petrolio per circa il 33 per cento del suo fabbisogno energetico, del quale importa il 65 per cento, e il 90 per cento delle sue importazioni di petrolio potrebbe presto provenire dal Golfo Persico. Un’altra ragione alla base dello sviluppo della potenza navale dell’India è il “dilemma di Ormuz”, la sua dipendenza dalle importazioni che attraversano lo stretto vicino al coste di Makran, nel Pakistan, dove i cinesi aiutano i pakistani a sviluppare porti oceanici. Per proteggere i propri interessi vitali e per affermarsi come superpotenza, l’India amplia la sua flotta con lo stesso spirito. Con le sue 155 navi da guerra, la marina indiana è già una delle più grandi del mondo, e prevede di aggiungervi tre sottomarini a propulsione nucleare e tre portaerei nel 2015, rendendo la marina indiana una flotta oceanica. Gli obiettivi critici dell’India,  ampliando la sua marina, non sono solo economici e di sicurezza ma anche l’”autonomia strategica”, una politica in armonia con l’obiettivo indiano di raggiungere lo status di superpotenza, ed è in questo contesto che si vedrà più che mai l’India opporsi alla presenza di altre potenze regionali nell’Oceano Indiano. Per l’India, la presenza di potenze regionali esterne crea tensioni nella regione, cosa pregiudizievole per i suoi sensibili interessi; l’India vuole sostituire quelle potenze e dominare la regione. Tra gli ultimi sviluppi che la Marina indiana ha effettuato, vi è stata l’inaugurazione della più recente base della marina militare indiana, l’INS Dweeprakshak, nelle Isole Laccadive sotto il Comando Navale Sud, il 1° maggio 2102. È stata pensata per affrontare la strategia cinese del ‘filo di perle’ che separa l’India dalle altre nazioni dell’Oceano Indiano. Possiamo valutare il grado di ansia dell’India nel proiettarsi come superpotenza emergente, osservandone le spese per  questo aspetto della potenza. L’India prevede di spendere quasi 45 miliardi dollari nei prossimi 20 anni per 103 nuove navi da guerra, tra cui cacciatorpediniere e sottomarini nucleari. In confronto, gli investimenti della Cina nello stesso periodo sono stimati a circa 25 miliardi di dollari per 135 imbarcazioni.
Infatti, mentre l’India estende la sua influenza a est e ad ovest, a terra e in mare, si scontra con  la Cina, anch’essa preoccupata di proteggere i propri interessi in tutta la regione, espandendo la propria proiezione. La preoccupazione fondamentale che anima gli interessi cinesi nell’Oceano Indiano è la sicurezza energetica, un imperativo ampiamente dibattuto nei media e dagli studi accademici, che affronta il “dilemma di Malacca” (l’eccessiva dipendenza della Cina da questo stretto, a sua volta obiettivo degli USA per controllare politicamente questo stretto, per poter manipolare il fabbisogno energetico della Cina). Non è esagerato dire che chi controlla lo Stretto di Malacca controllerà le rotte energetiche della Cina. L’eccessiva dipendenza da questo stretto costituisce una grave minaccia potenziale alla sicurezza energetica della Cina. Lo Stretto di Malacca è senza dubbio una rotta marittima cruciale che permetterà agli Stati Uniti di cogliere la superiorità geopolitica, limitando l’ascesa della grande potenza e controllando il flusso di energia mondiale. Il governo cinese spera infine di bypassare, almeno in parte, lo stretto, trasportando petrolio e altri prodotti energetici attraverso autostrade e condotte dai porti sull’Oceano Indiano al cuore della Cina. Il governo cinese ha già adottato la strategia del “filo di perle” per l’Oceano Indiano, che consiste nel creare una serie di porti in Paesi amici lungo le coste settentrionali dell’oceano, come Gwadar in Pakistan, una porto a Pasni, in Pakistan, a 75 miglia est di Gwadar, a cui unirlo con una nuova autostrada, una stazione di rifornimento sulla costa meridionale dello Sri Lanka, e un impianto per  container dall’ampio accesso navale e commerciale a Chittagong, in Bangladesh. Il governo cinese  immagina anche un canale attraverso l’istmo di Kra, in Thailandia, per collegare l’Oceano Indiano alle coste sul Pacifico della Cina; un progetto pari al canale di Panama e che potrebbe far pendere ulteriormente la bilancia del potere in Asia a favore della Cina, fornendo alle fiorenti marina militare e flotta commerciale della Cina un facile accesso a una vasta continuità oceanica che si estende dall’Africa orientale al Giappone e alla penisola coreana. Oltre a questa strategia, la Cina coltiva rapporti con Paesi della regione attraverso accordi di aiuti, commerciali e per la difesa. Un fattore importante che spinge la Cina a costruire rotte alternative è il fatto che la Marina indiana presto sarà la terza più grande al mondo dopo quelle di Stati Uniti e Cina, operando come ostacolo all’espansione militare cinese. La marina popolare è in espansione anch’essa, e riconfigura il suo ruolo in vista delle mutate circostanze e della crescente importanza dell’Oceano Indiano. La Marina dell’Esercito di Liberazione popolare ha progressivamente aumentato la sua influenza marittima trasformandosi da flotta di difesa costiera a una forza capace di continue operazioni in mare aperto, ragionevolmente commisurata allo status di super-potenza della Cina.
Una delle sfide più grandi che gli Stati Uniti d’America si trovano ad affrontare nella politica mondiale è situata nell’Oceano Indiano, dove Cina e India emergono come principali potenze marittime e economiche, sfidando la decennale egemonia degli USA. Il compito della Marina degli Stati Uniti sarà, quindi, sfruttare tranquillamente la potenza navale dei suoi più stretti alleati: l’India nell’Oceano Indiano e il Giappone nel Pacifico occidentale, per imporre limiti all’espansione della Cina. Uno dei principali obiettivi degli Stati Uniti d’America è ridurre e rallentare l’aumento degli IDE cinesi nei Paesi regionali e di suscitare aree di conflitto. Com’è ovvio, gli Stati Uniti d’America sono interessati a istigare gli Stati regionali ad ostacolare l’espansione della Cina nel Mar Cinese Meridionale e nel Mar Cinese Orientale, nel limitare gli IDE cinesi e ad allontanare i Paesi dal campo cinese. Gli Stati Uniti d’America non vogliono che la regione sia dominata da un singolo Stato, perché potrebbe turbare gravemente gli interessi economici a lungo termine degli USA, così come disturbare l’equilibrio di potere nella regione. Ciò soprattutto in vista dello spostamento del centro economico da ovest a est. Se controllati da una qualsiasi nazione [asiatica], i punti chiave  nell’Oceano Indiano, tra lo Stretto di Malacca, lo Stretto di Hormuz e Bab el Mandeb, potrebbero mutare la bilancia commerciale ulteriormente a favore dell’Asia. La pirateria nello stretto di Malacca dimostra cosa può accadere quando non è possibile garantire l’accesso libero e sicuro attraverso un punto di passaggio. Ma il dilemma degli USA è che non possono impedire o bloccare i rifornimenti di Cina e India, in quanto ciò rallenterebbe l’economia mondiale, ma monopolizzare l’approvvigionamento energetico controllando gli Stati dell’Asia centrale. Un altro dilemma degli USA è che non possono emarginare del tutto la Marina cinese. Gli USA colgono ogni occasione per cercare d’incorporare la marina cinese nelle alleanze internazionali, mentre l’intesa USA-Cina sul  mare è fondamentale per la stabilizzazione della politica mondiale del XXI.mo secolo. Tuttavia, per raggiungere gli obiettivi regionali, gli USA giocano sul problema India-Cina per un proprio tornaconto. Continuando ad impegnarsi con l’India, perseguono la loro strategia di accerchiamento della Cina. Come parte della strategia, incoraggiano l’India a stabilire relazioni con gli Stati dell’Asia centrale e sud-orientale. Lo scopo è contenere l’influenza cinese. Gli USA rafforzano anche la loro presenza navale nella regione, riconoscendo il fatto che questa regione ottiene una posizione centrale negli affari politici mondiali. E’ in questo contesto che il cambiamento strategico del “perno asiatico” degli Stati Uniti dovrebbe essere compreso e analizzato.
L’Iran è l’altra potenza emergente dell’Oceano Indiano e che controlla lo Stretto di Hormuz, assai  importante, essendo un punto di transito che può potenzialmente innescare conflitti regionali. Come sottolineato in precedenza, questa via di transito è responsabile dei rifornimenti di petrolio alla maggior parte del mondo. Perciò, il controllo di questa rotta è di importanza strategica per gli Stati Uniti, ed è probabilmente più cruciale per l’Iran averne il controllo e usarlo come strumento per estendere il proprio potere e usarlo come leva per negoziare con gli Stati Uniti e i loro alleati sulla questione nucleare iraniana. Se o meno l’Iran scelga di bloccare lo stretto è una questione controversa, tuttavia, è evidente in molte dichiarazioni ufficiali iraniani che l’Iran considera questa opzione come praticamente realizzabile, per via della deterrenza cui è interessata. Rispondendo all’embargo petrolifero dell’Unione europea con lo spettacolo provocatorio della forza militare e di rinnovate minacce di chiudere lo Stretto di Hormuz, l’Iran avverte l’occidente che non sarà una vittima passiva della guerra economica. D’altro lato, preservare la sicurezza dello Stretto di Hormuz è una priorità della strategia della deterrenza difensiva dell’Iran nel Golfo Persico. La politica iraniana sarà certamente misurata e razionale, basata sulla piena responsabilità e tenendo conto delle realtà geo-politiche della regione, ma in nessun modo permetterà ad altri di mettere in pericolo i propri interessi legittimi.
Tutto ciò dimostra che l’Oceano Indiano ha assunto un ruolo centrale nelle strategie delle maggiori potenze mondiali e regionali. Come microcosmo del mondo in generale, la regione dell’Oceano Indiano si trasforma in una zona sia di “sovranità ferocemente custodite” (con economie e potenze militari in rapida crescita) che di “stupefacenti interdipendenze” (con i suoi oleodotti e rotte terrestri e marittime). Per la prima volta dall’assalto portoghese nella regione, nei primi anni del XVI° secolo, la potenza dell’occidente è in declino, ma in modo sottile e relativo. Sebbene gli USA cerchino di darvi nuovo impulso e di riconfigurarlo, potrebbero non essere in grado di affermare la propria posizione dominante nella regione. Gli indiani e i cinesi sono suscettibili di entrare nella dinamica della rivalità tra grandi potenze in queste acque, con i loro interessi economici da grandi partner commerciali, bloccandosi in un abbraccio disagevole, mentre il Pakistan continuerebbe a far valere la propria posizione stabilendo un’alleanza con la Cina e costruendo la propria potenza, soprattutto navale. Tenuto conto delle circostanze e delle realtà geo-politiche, gli USA dovranno cambiare atteggiamento, dal dominio a una sorta di relazione indispensabile con le potenze regionali, tra cui l’Iran e il Pakistan. In futuro, agirebbero da ‘bilanciamento’ tra Cina e India. Ciò che diventa evidente, con l’evolversi delle cose, è che nessun singolo Stato potrà dominare la regione da solo e, quindi, una sorta di sistemazione multilaterale dovrà stabilirsi, sulla cui base ogni Paese potrà “equamente” perseguire i propri obiettivi.

LI4B20FCB4026C7Note:
1.Quadrennial Defence Review Report, febbraio 2010, Department of Defence: Washington DC.
2.Asia Pacific Research Centre, “Energy in China: Transportation, Electric Power and Fuel Markets” (Tokyo: Asian Pacific Research Centre, 2004)
3.Robert D. Kaplan, “Center Stage for the Twenty-First Century”, (Foreign Affairs, marzo/aprile 2009)
4.Nathaniel Barber, Kieran Coe, Victoria Steffes, Jennifer Winter, “China in the Indian Ocean: Impacts, Prospects, Opportunities”, (Robert M. Lafollette School of Public Affairs, University of Wisconsin-Madison, Spring 2011)
5.Africa-Asia Confidential, “The battle for the Indian Ocean”, maggio 2009.
6.Selig S. Harrison ed. Super Power Rivalry in the Indian Ocean: Indian and American Perspectives (New York: Oxford University Press, 1989)

Oriental Review ringrazia Salman Rafi Sheikh, laureato in Relazioni Internazionali presso la Quaid-I-Azam di Islamabad, per il suo gentile contributo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’UNASUR e la geopolitica del complesso marittimo

 La necessità della sicurezza e della difesa strategica comune
Patricio Carvajal, Geopolitica, 17 gennaio 2013

Islas_MalvinasArg-UnasurQual è il futuro geopolitico dell’America Latina? Sarà l’America ancora uno spazio geografico senza conflitti? Queste due domande rientrano esattamente nel campo della riflessione geopolitica e delle relazioni internazionali. La geopolitica è la base della politica estera degli Stati e fondamento della difesa e della sicurezza strategica dell’America Latina; dalla fondazione dell’UNASUR la sicurezza e la difesa dovrebbero essere intese come una proposta regionale. Non si può continuare con una strategia di sicurezza e di difesa nazionali. Tale strategia è obsoleta e non è uno strumento adatto per le sfide della politica mondiale del XXI.mo secolo.
Ora, da un punto di vista geopolitico l’America Latina era uno spazio marginale fino alla fine della Guerra Fredda. Tuttavia, la guerra delle Falkland (1982) ha mostrato che la strategia britannica non solo corrispondeva a quella di uno Stato sovrano, ma anche alla strategia dell’Unione europea, oggi comunità economica, e degli interessi militari della NATO. Con la fine della Guerra Fredda (1989 -1991) si è ancora di più apprezzato il significato geopolitico delle Falkland nella strategia europea. Dopo la guerra fredda l’America Latina ridefinisce la propria politica regionale con il mondo sulla base di due principi: il realismo periferico proposto dallo specialista argentino in Relazioni Internazionali, Carlos Escudé, e la centralità della periferia proposta dal geografo brasiliano M. Santos (1998). Per Escudé, il realismo periferico impegna gli Stati dell’America latina nel campo delle relazioni internazionali, cioè al rispetto del diritto internazionale, dei trattati e degli accordi conclusi con singoli Stati in tutto il mondo. Qualsiasi violazione di tale normativa ridurrebbe gli Stati dell’America Latina allo status di “emarginati” della comunità internazionale.
Non c’è dubbio che la proposta fatta da Escudé sia fortemente influenzata dall’esperienza della dittatura militare argentina e dalla sua avventura militare nelle isole Malvinas. Per noi latino-americani, le Malvinas sono argentine. Cosa che non può essere messa in discussione se vogliamo consolidare l’UNASUR e raggiungere una politica regionale di sicurezza e di difesa. La proposta di M. Santos si riferisce agli spazi americani durante l’esistenza degli imperi coloniali europei, costituendo la periferia del sistema mondiale, secondo il criterio geo-storico (Braudel, Wallertein).
Con il processo di globalizzazione dopo la guerra fredda, la politica mondiale passa dal bipolarismo (USA/URSS) al multipolarismo (USA, UE, Russia, Cina, India, Brasile, Giappone). Ciò significa che nuovi giocatori emergono come potenze regionali con aspirazioni mondiali: le ex colonie europee in  America, Asia e Africa. Il blocco geopolitico emblematico di questa nuova realtà sono i BRICS. I Paesi di questo vettore di unità geopolitica si è distinto internazionalmente da quello dei Paesi della Triade Stati Uniti – Giappone – Unione europea (Ohmae).
Ora, come concepire una strategia marittima e geopolitica per l’UNASUR? Un punto di partenza può essere proposto dai già menzionati Escudé e Santos. D’altra parte, abbiamo un pensiero marittimo geopolitico latino-americano che ci permette di formulare questa strategia comune. Infatti, è necessario prestare attenzione ai discorsi sulla geopolitica marittima degli ammiragli Storni (Argentina), Buzeta, Ghisolfo, Martinez (Cile) e Vidigal (Brasile). Buzeta propose nel suo Geopolitica del 1978 un programma chiamato “Il Grande Progetto Sud America“, la cui base è l’integrazione regionale. Nel 1980, l’ammiraglio Ghisolfo aveva postulato specificamente una geopolitica navale, centrata sull’isola di Pasqua. Questa strategia insulare navale s’integra con il controllo argentino delle Falkland, poiché assumendo il comando di entrambi gli spazi insulari si ha il controllo delle rotte oceaniche del Pacifico del Sud e del Sud Atlantico. L’ammiraglio Martinez postulò nel 1993 una politica oceanica che sottolineasse la Convenzione di Giamaica (1982). Infine, l’ammiraglio Vidigal nel suo Amazzonia Blu (2006), propose l’incorporazione nel territorio brasiliano le 200 miglia della ZEE.
Secondo i criteri formulati da questi ammiragli, nei loro discorsi, l’UNASUR dovrebbe spiegare che l’area marittima degli Stati costieri dei suoi membri corrisponde alle linee guida tracciate dagli ammiragli. Ma questa affermazione, se fatta, non sarebbe sufficiente nemmeno a consolidare la strategia marittima e geopolitica dell’UNASUR. Perciò è necessaria una specifica strategia navale. In altre parole, definire l’esistenza di una forza congiunta navale dell’UNASUR, che inizialmente potrebbe essere basata sulle marine più potenti dell’alleanza: di Argentina, Brasile e Cile. Lo sviluppo di questa strategia è essenziale per la sicurezza e la difesa dei suddetti spazi marittimi complessi. In effetti, se si considera lo sviluppo dei sottomarini delle forze navali di Cina (Type 093 e Type 094), India (Kilo, Scorpène), Giappone (classe Soryu), Russia (classe Borej) e Stati Uniti (classe Virginia), possiamo apprezzare l’importanza assegnata da questi Stati al controllo delle zone marittime. Ad esempio, è possibile evidenziare l’entrata in servizio nell’US Navy della classe di sottomarini Virginia, unità polivalenti che esaltano la strategia nucleare con specifiche operazioni tattiche.
Una forza navale congiunta degli Stati ABC richiede l’incremento sostanziale della forza sottomarina, la creazione di basi per sottomarini negli spazi insulari del Pacifico e del Sud Atlantico, e lo sviluppo di unità di superficie in grado di operare di continuo nei mari meridionali. La forza sottomarina della marina cilena, con la classe Scorpène arriva a un alto livello di sviluppo tecnologico simile a quelle delle marine suddette, mentre certamente sono necessarie più unità di questo tipo, dato il vasto spazio oceanico delle nostre coste. Il programma del sottomarino nucleare brasiliano, basato sulla classe Scorpène, è una risposta adeguata alle sfide sulla sicurezza e sulla difesa dello spazio regionale. Il caso della marina dell’Argentina è preoccupante, date le riduzioni di bilancio in corso riguardanti le forze armate e la mancanza di una strategia marittima in linea con le sfide della politica mondiale del XXI.mo secolo, e di una strategia comune con Brasile e Cile.
L’esplosione demografica che colpisce il pianeta, la crescente domanda di risorse per nutrire la popolazione, la necessità di acqua e altri beni, indicano che molto presto la Convenzione di Giamaica (1982) e il Trattato sull’Antartico (1959) saranno convenzioni internazionali relative alla storia del diritto e non a una dottrina giuridica internazionale. Pertanto, abbiamo bisogno di nuove convenzioni internazionali in materia di complessi spazi marittimi. In questo senso, con il concetto geo-giuridico sviluppatosi dalla geopolitica e dal diritto pubblico tedeschi (Haushofer, Schmitt) siamo in grado di fornire una rigorosa base concettuale nella progettazione di queste nuove convenzioni. La cartografia prodotta dalla squadra del prof. dr. Martin Pratt dell’IBRU, sottolinea che la polemica è già scoppiata tra gli Stati membri della Comunità internazionale sul controllo del complesso marittimo. Infine, citiamo le parole dell’ex ministro degli Esteri brasiliano e attuale ministro della Difesa, dott. Celso Amorim, che possono servire da base per la geopolitica marittima dell’UNASUR: “Ma la politica di difesa dovrebbe essere preparata alla possibilità che il sistema di sicurezza collettivo possa basarsi su norme che potrebbero aver esito negativo, per un motivo o un altro, come del resto è successo con frequenza indesiderabile. Questo è uno dei motivi per cui dovremmo “rafforzare” il nostro soft power, rendendoci più forti. Pertanto, la nostra strategia di cooperazione regionale deve essere accompagnata da un deterrente globale contro possibili aggressori“. (Amorin, 2012:14)

*Patricio A. Carvajal, Università degli Studi di Playa Ancha-Cile Dipartimento di Storia, Professore Associato di Storia moderna e contemporanea, Centro per lo studio del bacino del Pacifico / CECPAC – UPLA

Fonti:
Amorim, C (2012). A Política de Defesa de um País Pacífico, in: Revista da Escola de Guerra Naval, Junho de 2012. vol. 18. Nº 1, pp. 7-15
Carvajal, P (2011). La geopolitica dell’Unione Europea per l’Atlantico meridionale, in: EURASIA, Rivista di Studi geopolitici
Carvajal, P; Monteverde, A (2012). La Geopolítica marítima de los Almirantes Buzeta, Ghisolfo y Martínez. Universidad de Playa Ancha, Centro de Estudios de la Cuenca del Pacífico/CECPAC
Le Dantec, F 2008. ¿Cooperación o conflicto? Relación Argentino – chilena. Santiago de Chile
IBRU- International Boundaries Research Unit
Institut Français de Géopolitique

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: Apocalisse annullata

Andrej Fomin, Oriental Review 21 dicembre 2012

China Marks 60 Years Of The Chinese NavyLa situazione in Siria si è alleggerita negli ultimi giorni. Gli statunitensi ritirano l’USS Eisenhower e il gruppo anfibio dell’USS Iwo Jima dal Mediterraneo orientale. Il presidente Obama si aspetta che questo passo ‘allevi la tensione nella regione’. Che tipo di tensione si è avuto, per divenire motivo di preoccupazione improvvisa per il governo statunitense, dopo 22 mesi di interferenza diretta negli affari siriani? Diamo un breve sguardo ai recenti eventi.
La decisione della NATO di implementare sistemi missilistici Patriot sul confine Turchia-Siria all’inizio di dicembre, è stata affrettata. La giustificazione dello schieramento per la presunta difesa del territorio turco contro granate e proiettili occasionali provenienti dalla Siria, è ridicola. Il sistema Patriot non è in grado di fornire tale protezione. È progettato per scopi antiaerei e ha una limitata capacità anti-missili tattici. Così i Patriot in Turchia dovrebbero contrastare solo i MIG siriani. Ma questo scenario è impossibile in Turchia, nel caso non invada la Siria. Allo stesso tempo, i gruppi d’attacco degli Stati Uniti sono arrivati nel Mediterraneo orientale, indicando la preparazione della NATO a un potenziale intervento terrestre.
In risposta la Russia ha rafforzato la sua flotta nella zona. Un gruppo d’attacco russo guidato dall’incrociatore pesante Moskva sarà affiancato da diverse navi da guerra (incrociatori, navi d’assalto anfibio e cacciatorpediniere) delle flotte russe del Nord e del Baltico, che dovrebbero  arrivare nel Mediterraneo orientale la prossima settimana. Ufficialmente le navi da guerra compiono esercitazioni e rifornimenti nella base russa di Tartus in Siria, sulla via per la missione anti-pirateria in Somalia. Il loro coinvolgimento nel confronto sulla Siria è solo questione della volontà politica della leadership russa. Di conseguenza la concentrazione delle marine che si affrontano al largo della costa siriana da metà dicembre, era quasi minacciosa.
La decisione degli Stati Uniti di ritirare le navi da guerra ha notevolmente irritato la Turchia, rimasta senza il sostegno degli Stati Uniti in caso di escalation militare, ma ciò ha ridotto al minimo la possibilità di un simile scenario. Questa ritirata non è la prima degli Stati Uniti: lo stesso è accaduto quando un jet turco è stato abbattuto a giugno o quando Israele ha suscitato lo spauracchio delle armi chimiche siriane a luglio.
Oltre alla vigorosa posizione russa sulla questione siriana, un altro fattore che ha causato questa tendenza positiva nella situazione siriana è la politica interna degli Stati Uniti. Il ‘virus allo stomaco’ che di recente ha disturbato la signora Clinton, potrebbe essere considerata una malattia diplomatica che le ha permesso di evitare la partecipazione alla seduta aperta alla Camera sugli attentati di Bengasi, dove rimase ucciso l’ambasciatore degli Stati Uniti in Libia, a settembre. Questo assassinio è una conseguenza diretta del fallimento della politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente, degli ultimi anni, come è stato riconosciuto da Daniel Benjamin, coordinatore per la lotta al terrorismo del Dipartimento di Stato: “…La rivoluzione libica ha liberato le mani a ogni gruppo estremista e ha dato luogo a un terrorismo diffuso. Un altro esempio di ciò è la Siria, dove i membri di al-Qaida in Iraq hanno cercato di ottenere un punto d’appoggio permanente da parte dell’opposizione. Le rivoluzioni che hanno spazzato la regione lo scorso anno, hanno aumentato il pericolo dell’estremismo e diffuso instabilità.”
Un rapporto confidenziale statunitense, elaborato dalla commissione indipendente sull’assalto a  Bengasi merita una particolare attenzione. Le conclusioni hanno ovviamente influenzato la decisione degli Stati Uniti di sospendere l’ulteriore aggravamento della situazione in Siria. Anche se difficilmente porterà gli Stati Uniti ad abbandonare il piano di destabilizzazione regionale, impone sicuramente una maggiore cautela, al fine di non screditare definitivamente la politica estera degli Stati Uniti. Delle rivelazioni indesiderate sui motivi reali dietro la primavera araba, potrebbero gettare nella confusione la società civile statunitense, fiduciosa che Washington combatta contro il terrorismo in tutto il mondo, che gli alleati degli Stati Uniti, appena consapevoli di essersi offerti come pedine del gioco geopolitico.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Accerchiamento militare e Dominio Globale: La Russia contrasta dal mare lo scudo antimissile degli USA

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 4 novembre 2012

Il Pentagono sta lavorando per circondare l’Eurasia e la Triplice Intesa eurasiatica formata da Cina, Russia e Iran. Per ogni azione, tuttavia, vi è una reazione. Nessuna di queste tre potenze eurasiatiche resterà un obiettivo passivo davanti gli USA. Pechino, Mosca e Teheran prendono le proprie contromisure per contrastare la strategia del Pentagono dell’accerchiamento militare. Nell’Oceano Indiano i cinesi stanno sviluppando le loro infrastrutture militare secondo quello che il Pentagono chiama “collana di perle” cinese. L’Iran procede nell’espansione navale, che vede il dispiegamento delle sue forze marittime sempre più lontano dalle acque nazionali, nel Golfo Persico e nel Golfo di Oman. Tutte e tre le potenze eurasiatiche, insieme a molti loro alleati, inviano anche navi da guerra al largo delle coste dello Yemen, di Gibuti e della Somalia nel contesto geo-strategico dell’importante corridoio marittimo del Golfo di Aden. Lo scudo missilistico globale degli Stati Uniti è una componente della strategia del Pentagono per circondare l’Eurasia e queste tre potenze. Nel primo caso, il sistema militare è volto a stabilire il primato nucleare degli Stati Uniti, neutralizzando qualsiasi risposta nucleare russa o cinese a un attacco dagli Stati Uniti o dalla NATO. Lo scudo missilistico globale è volto a impedire qualsiasi reazione o “secondo attacco” nucleare dei russi e dei cinesi ad un “primo colpo” nucleare del Pentagono.

Lo scudo missilistico globale degli Stati Uniti contro l’espansione navale russa
Tutti i nuovi rapporti sulle ramificazioni dello scudo missilistico degli Stati Uniti, trasferitesi in altre parti del mondo, sono sensazionalistici, in quanto ritraggono la sua espansione geografica come un nuovo sviluppo. Questi rapporti ignorano il fatto che lo scudo antimissile è stato progettato per essere un sistema globale, con le componenti posizionate strategicamente in tutto il mondo fin dall’inizio. Il Pentagono aveva previsto questo nel 1990 e forse molto prima. Il Giappone e gli alleati della NATO del Pentagono sono più o meno partecipi del piano militare fin dall’inizio. Anni fa sia i cinesi che i russi erano già a conoscenza delle ambizioni globali del Pentagono per lo scudo missilistico, e resero dichiarazioni comuni che lo condannavano come progetto destabilizzante che potrebbe turbare l’equilibrio di potere strategico globale. Cina e Russia rilasciarono congiuntamente anche dichiarazioni multilaterali, nel luglio 2000, assieme a Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan,  mettendo in guardia sulla creazione dello scudo missilistico globale del Pentagono, che avrebbe danneggiato la pace internazionale e violato il trattato Anti-Ballistic Missile (ABM). Il governo degli Stati Uniti è stato più volte avvertito che le misure che prendeva avrebbero polarizzato il mondo nelle ostilità che avrebbero ricordato la guerra fredda. L’avvertimento è stato ignorato con arroganza.
I russi ora contrastano lo scudo missilistico globale del Pentagono attraverso passi molto concreti. Questi passaggi implicano l’ampliamento della presenza del loro paese negli oceani e nell’aggiornamento delle loro capacità navali. Mosca prevede di aprire nuove basi navali al di fuori delle proprie acque interne e al di fuori delle coste del Mar Nero e del Mar Mediterraneo. La Federazione russa ha già due basi navali al di fuori del territorio russo: una è nel porto ucraino di Sebastopoli, nel Mar Nero, e l’altra è nel porto siriano di Tartus, nel Mar Mediterraneo. Il Cremlino ora guarda a Mar dei Caraibi, Mar Cinese Meridionale e alla costa orientale dell’Africa (in prossimità del Golfo di Aden) come luoghi adatti per delle nuove basi russe. Cuba, Vietnam e le Seychelles sono i principali candidati ad ospitare le nuove basi navali russe in queste acque. I russi erano già presenti in Vietnam, a Cam Ranh Bay, fino al 2002. Il porto vietnamita ospitava i sovietici dal 1979 e poi ha ospitato le forze russe dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991. La Russia ha continuato ad avere una presenza militare post-sovietica a Cuba fino al 2001, attraverso la base di sorveglianza elettronica di Lourdes, che monitorava gli Stati Uniti. Il Cremlino sta inoltre sviluppando le sue infrastruttura militari della costa artica. Nuovi basi navali nel nord artico stanno per essere aperte. Ciò fa parte della strategia russa, attenta ad includere il Circolo Polare Artico. È stata redatta in funzione di un duplice scopo. Uno è proteggere gli interessi territoriali ed energetici russi contro gli Stati della NATO, sul Lomonosov Ridge. L’altro è sostenere la strategia marittima mondiale russa.
Mosca si rende conto che gli Stati Uniti e la NATO vogliono espellere le sue forze navali dal Mar Nero e dal Mar Mediterraneo. Le mosse degli Stati Uniti e dell’UE volte a controllare e a limitare l’accesso marittimo russo in Siria, sono un indicatore di tali tendenze ed obiettivi strategici. Le mosse strategiche per limitare le forze marittime russe sono uno dei motivi per cui il Cremlino vuole delle basi navali nei Caraibi, nel Mar Cinese Meridionale e nelle coste orientali dell’Africa. Lo sviluppo delle infrastrutture navali della Russia artica e l’apertura di basi navali russe in luoghi come Cuba, Vietnam e Seychelles virtualmente garantirebbero la presenza globale delle forze navali russe. Le navi russe avrebbero diversi punti da cui accedere alle acque internazionali e fissare delle basi di appoggio all’estero. Queste basi forniranno le strutture di attracco permanente ai russi sia nell’Oceano Atlantico che nell’Oceano indiano. Le future basi navali all’estero, come quella in Siria, non vengono indicate come “basi navali” dai funzionari russi, ma con altri termini. Mosca chiede dei “punti di rifornimento” o basi logistiche, per farle sembrare assai meno minacciose. La nomenclatura non ha molta importanza. Le funzioni di queste strutture navali, tuttavia, hanno gli scopi militari strategici che vengono descritti.
I russi al momento hanno soltanto le basi permanenti di attracco delle loro coste nazionali sul Mar Glaciale Artico e sull’Oceano Pacifico. Inoltre, le infrastrutture navali nell’Estremo Oriente russo, sulle rive dell’Oceano Pacifico, hanno il più ampio accesso alle acque internazionali. Le infrastrutture navali di Mosca sul Baltico, geograficamente un ambiente limitato potrebbero essere immobilizzate, come le infrastrutture navali russe nel Mar Nero, nel caso di un confronto con gli Stati Uniti e la NATO. Aggiungendo delle infrastrutture navali in luoghi come Cuba, si potrebbe effettivamente garantire alle forze navali della Russia la libertà di navigazione, ed evitare di essere circondate dagli Stati Uniti e dai loro alleati.

La Nuova Postura Nucleare navale della Russia
Storicamente, il mandato delle forze navali russe è stato quello di proteggere le coste russe. Sia la Russia che l’Unione Sovietica hanno basato le loro strategie difensive sulla lotta contro una grande invasione terrestre. Per questo motivo le caratteristiche delle forze navali russe e sovietiche si sono sempre basate su funzioni volte ad appoggiare il contrasto ad una invasione terrestre. Così, la flotta navale russa non è stata strutturata come una forza d’attacco offensivo. Ciò, tuttavia, sta cambiando nell’ambito della reazione di Mosca alla strategia di accerchiamento del Pentagono. La Russia, come la Cina e l’Iran, si concentra sulla potenza navale. La Russia potenzia ed espande la sua flotta navale nucleare. I media russi ne riferiscono come di una nuova possibilità per il “predominio navale” del loro Paese. L’obiettivo di Mosca è stabilire la superiorità nucleare della sua flotta navale, basandosi sulle relative capacità di attacco nucleare. Questa è una reazione diretta allo scudo missilistico globale del Pentagono e all’accerchiamento della Russia e dei suoi alleati. Più di 50 nuove navi da guerra e più di 20 nuovi sottomarini saranno aggiunti alla flotta russa, entro il 2020. Circa il 40% dei nuovi sottomarini russi avranno letali capacità di attacco nucleare. Questo processo è iniziato dopo che Bush jr. ha cominciato a prendere le misure per creare lo scudo missilistico USA in Europa. Negli ultimi anni, le contromisure della Russia allo scudo antimissile degli Stati Uniti hanno cominciato a manifestarsi. Le prove in mare del sottomarino classe Borej nel Mar Bianco della Russia, dove si trova il porto di Arcangelo (Arkhangelsk), hanno avuto inizio nel 2011. Nello stesso anno è stato annunciato lo sviluppo del missile balistico nucleare sublanciato Liner, che sarebbe in grado di penetrare lo scudo antimissile statunitense. Un sottomarino russo avrebbe segretamente testato il Liner dal Mare di Barents, nel 2011.

Verso una futura crisi dei missili a Cuba?
Se si raggiunge un accordo con L’Avana, c’è sempre la possibilità che la Russia possa schierare missili a Cuba, come già fecero  i sovietici. Parlando ipoteticamente, questi missili russi avrebbero molto probabilmente delle testate nucleari. Semplificando, questo può presentarsi come un replay dello scenario che aveva portato alla crisi dei missili tra Stati Uniti, Unione Sovietica e Cuba, nel 1962. C’è molto di più, però, sullo sfondo di questa storia da guerra fredda e dei relativi cause ed effetti. L’autore principale della crisi dei missili di Cuba fu il governo degli Stati Uniti. Il dispiegamento di missili nucleari sovietici a Cuba era stata una mossa strategica asimmetrica per controbilanciare l’impiego segreto di missili nucleari degli USA in Turchia, da cui avrebbero colpito le città e i cittadini sovietici. Il governo degli Stati Uniti non fece sapere ai suoi cittadini che i suoi missili nucleari erano in Turchia puntati contro la popolazione sovietica, perché ciò avrebbe portato a molte domande da parte dell’opinione pubblica degli Stati Uniti, su chi fossero i veri aggressori e su chi ricadesse per davvero la colpa di aver avviato la crisi nel 1962. L’utilizzo delle armi nucleari russe, a Cuba, sarebbe stata anche una reazione alle armi nucleari con cui il Pentagono stava circondano la Russia e i suoi alleati.
Come nel 1962, il governo degli Stati Uniti sarebbe il responsabile ultimo, ancora una volta, se i missili nucleari venissero schierati a Cuba, giungendo a una crisi. Finora, non ci sono trattative in corso, ma solo una rinnovata presenza russa a Cuba. Nulla è stato concordato in termini concreti tra i governi di L’Avana e Mosca, e non vi è stata alcuna menzione di voler schierare missili russi a Cuba. Eventuali commenti sulle mosse russe a Cuba sono solo speculazioni. Gli aggiornamenti nucleari cui la Russia sottopone la sua marina sono molto più significativi di qualsiasi futura base russa a Cuba o altrove. La nuova postura nucleare navale della Russia permette effettivamente di dislocare armi nucleari in postazioni, molto più mobili, attorno agli Stati Uniti. In altre parole, la Russia ha diverse “Cuba” sotto la forma della sua flotta navale nucleare in grado di schierarsi in tutto il Mondo. Questo è anche il motivo per cui la Russia sta sviluppando delle infrastrutture navali all’estero. La Russia avrà la possibilità di circondare o di contrastare gli Stati Uniti con le proprie forze di attacco nucleare navale. La strategia navale della Russia ha lo scopo di contrastare abilmente lo scudo antimissile globale del Pentagono. In questo processo è compresa l’adozione di una politica di attacco nucleare preventivo da parte del Cremlino, in reazione all’aggressiva dottrina dell’attacco nucleare preventivo post-Guerra Fredda del Pentagono e della NATO.
Nello stesso anno, mentre veniva testato il Liner dai russi, il comandante delle Forze Strategiche Missilistiche della Federazione Russa, Colonnello-Generale Karakaev, ha detto che i missili balistici intercontinentali della Russia sarebbero diventati “invisibili” nel prossimo futuro. Il Mondo è sempre più militarizzato. Le mosse e le azioni degli Stati Uniti costringono gli altri attori internazionali a ridefinire e rivalutare le loro dottrine militari e strategie. La Russia è semplicemente solo uno di loro.

Per saperne di più sul piano dello scudo antimissile globale degli Stati Uniti e sulla militarizzazione degli Oceani, vedasi il recente libro di Mahdi Darius Nazemroaya: La globalizzazione della NATO (Clarity Press). Può essere ordinato direttamente da GlobalResearch  Online Store, è disponibile anche su Amazon e nelle migliori librerie.

Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sierra in Florida

Dedefensa 8 novembre 2012

Le informazioni che aveva diffuso la pubblicazione on-line Free Bacon di Washington, lo scorso agosto, firmate da Bill Gantz, sull’incursione di un sottomarino russo tipo Akula nel Golfo del Messico, dovrebbero essere considerate ora molto credibili, data la presenza di due navi da guerra russe, tra cui un sottomarino della classe Sierra, al largo delle coste della Florida durante l’uragano Frankenstorm, più in generale e ufficialmente noto con il nome di Sandy. (Riguardo all’Akula, si veda in particolare 17 agosto 2012 e 22 agosto 2010.) Bill Gantz ha dettagliato il caso di due navi russe il 5 novembre 2012, sempre sul sito Free Bacon di Washington. Vediamo che le inchieste di Gantz sono ampiamente supportate dalle dichiarazioni dei funzionari del Pentagono, con delle informazioni sul rifugio fornito  durante l’uragano ad una delle due unità, una nave di sorveglianza elettronica, in un porto in Florida.
Un funzionario della difesa ha detto che il sottomarino avrebbe condotto un’esercitazione antisottomarino contro i sottomarini lanciamissili balistici e da crociera degli Stati Uniti, di base a Kings Bay, Georgia. Un secondo funzionario ha detto che il sottomarino non navigava presso Kings Bay e non minacciava il gruppo da battaglia di una portaerei statunitense, che svolgeva esercitazioni nell’Atlantico orientale. […] Nel frattempo, i funzionari hanno detto che alla nave per l’intelligence elettronica (AGI) russa è stato concesso rifugio nel porto commerciale di Jacksonville, in Florida, nel raggio di ascolto delle forze di Kings Bay. Alla nave russa AGI, (Intelligence Generale Ausiliaria), è stato permesso di rimanere nel porto per evitare il super-uragano che ha devastato la costa orientale degli USA, la scorsa settimana. A Jacksonville, la portavoce della Port Authority non ha fatto commenti immediati sulla nave AGI russa nel porto. Una nave AGI e un SSN russi nella stessa area geografica, vicino a una delle più grandi basi per sottomarini lanciamissili balistici degli USA, Kings Bay, ricorda le attività della marina sovietica nella Guerra Fredda, per seguire i movimenti dei nostri SSBN”, ha detto un terzo funzionario degli Stati Uniti, riferendosi alla designazione dei sottomarini lanciamissili balistici, SSBN. “Anche se non posso dirvi come li abbiamo scoperti, posso dirvi che tutto ha funzionato nel modo corretto”, ha detto il secondo funzionario, affermando che il sottomarino russo “non costituisce alcuna minaccia…
La notizia è stata ripresa da RussiaToday, che aveva seguito con attenzione le informazioni relative all’Akula, lo scorso agosto. Il 6 novembre 2012, un articolo di RT conteneva le informazioni di Gantz. (RT sembra fare confusione tra la presenza delle due navi, come riportato da Gantz, e la versione secondo cui il Sierra veniva trasformato in nave AGI che avrebbe trovato, quindi essa soltanto, un rifugio in un porto sulle coste della Florida. (“I funzionari della difesa comunica che un sottomarino d’attacco a propulsione nucleare russo ha navigato entro 200 miglia dagli Stati Uniti, la scorsa settimana, ed è stato accolto in un porto sicuro quando il super-uragano Sandy ha colpito la costa orientale.”) Questi fatti stessi, così come le unità coinvolte, come descritto, non sembrano in alcun modo avere una funzione strategica fondamentale, o anche fondamentalmente nuova nella distribuzione generale teorica dello schieramento delle forze. Pertanto, le disposizioni strategiche adottate dai russi, che sono ben illustrate dagli incidenti descritti, non hanno a loro volta un “carattere strategico fondamentale.” E’ in un altro campo, nel sistema mediatico, che si deve cercare l’importanza di questi eventi e il loro impatto “strategico”, resi più urgenti dalla pubblicazione della cosa, anche se questa descrizione è estremamente moderata, precisamente dal punto di vista mediatico, ma oramai c’è, tanto più che si riflette a livello internazionale con RT, ed è questo ciò che conta. (Si noti ancora una volta come, a tale riguardo, come la strategia, e quindi la geostrategia, dipendano dalla percezione che i media veicolano, e quindi dalla comunicazione.)
Gli incidenti qui descritti rendono pubblica l’esistenza, o meglio più precisamente e più significativamente, la rinascita di una strategia della Russia per affermare il suo potere nei confronti degli Stati Uniti. Il sottomarino tipo Sierra, indipendentemente dalla potenza che rappresenta, era a 200 miglia dalle coste statunitensi e nella zona di manovra della Flotta dell’Atlantico USA. Questa è una conferma diretta, dopo l’incidente dell’Akula, dell’attuale strategia russa. Si tratta di un dispositivo da “guerra fredda” che non ha una particolare specificità politica, non è una recrudescenza della guerra fredda, ma semplicemente la prova che la posizione di potenza della Russia verso gli Stati Uniti, che non hanno cessato di affermare la propria posizione strategica aggressiva, si incontra con l’atteggiamento sovietico durante la Guerra Fredda, nella constatazione che nessun altro dispiegamento strategico è possibile a questo proposito, se non una presenza strategica “vicina” alla massa degli Stati Uniti. La cosa importante, in questo senso, è non vedere solo le cause tecniche di questo “revival”. Le cause sono politiche e senza dubbio rispondono alla dinamica e all’aggressività guerrafondaia degli Stati Uniti che alimentano la reazione strategica russa. L
e reazioni ufficiali del Pentagono questa volta cercano di minimizzare completamente il problema, presentandolo come una circostanza di routine. Ciò fa parte della “politica” del Pentagono di eliminare ogni drammatizzazione delle situazioni strategiche, in particolare verso la Russia. Ciò non esclude l’esistenza di fatti, e questi fatti diventano una nuova (conferma) sull’importante sviluppo delle relazioni strategiche tra gli Stati Uniti e la Russia, dalla prospettiva russa. Gli eventi mediatici che hanno avuto luogo non possono più nascondere questo nuovo fattore nelle relazioni internazionali. Questo fattore ha meno a che fare con il desiderio di affermazione di potenza della Russia che con la realizzazione della preoccupazione russa verso la politica aggressiva e guerrafondaia degli USA, avviata e continuata dalla loro leadership politica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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