Il giornale di una guerra che non esiste

Léon Camus Geopolintel.fr 18 marzo 2012

L’8 marzo abbiamo sentito passare molto vicino il sibilo dei proiettili. L’attacco all’Iran era all’ordine del giorno e ci mancava poco… ma l’opposizione dei militari, sia a Tel Aviv che a Washington ha avuto ragione della virulenza dei “politici”, dei neoconservatori e di altri Likudniki, Netanyahu e Obama in testa. Amano e vogliono la guerra color che non la conoscono e non la praticano che dai loro uffici o sulla carta, scrivendo la storia con la loro penna intinta nel sangue degli altri.
Incapace di colpire l’Iran, l’esercito israeliano ha iniziato per dispetto a picchiare la Striscia di Gaza, una vendetta a sua misura. Gaza, da dove sono partiti i lanci dei razzi artigianali al-Qod-1, erroneamente chiamati “missili” da una stampa costantemente afflitta da un forte strabismo divergente. Gli abitanti di Gaza morti – 25 al 12 marzo – non valgono in effetti alcun commento. Mentre la stampa occidentale si diletta nel dare il bilancio quotidiano delle vittime siriane, non vedendo che cadaveri “fuori dal contesto” … i danni collaterali di una guerra di cui – la stampa ufficiale e zelante – si fa vettore, non distinguendo tra civili e militari, ribelli salafiti da innocenti collaterali, i mercenari dai lealisti … insomma prodigando lacrime e compassione per coloro che cercano di gettare il proprio Paese tra le fiamme della guerra civile! Una guerra intercomunitaria, ma in nome di che cosa e perché? La cosiddetta democrazia! In verità, l’odio confessionale (sunniti contro sciiti alawiti) e la sete di vendetta (vendicare la sconfitta del febbraio 1982 dei radicali musulmani a Hama da parte di Hafiz al-Assad, dopo il tentato assassinio del Rais a opera dei Fratelli Musulmani?), per l’appetito genetico alla pulizia etnica?
Una stampa che in questo caso si presenta come il campione della libertà e della democrazia, ma che in realtà agisce come una postazione avanzata di tiro per l’artiglieria pesante della guerra delle parole e delle immagini. La grande guerra del XXI secolo, quella in cui le persone finiscono per ignorare chi le dirige, credendo di essere in pace, mentre il loro paese è in una guerra costante, che riscrive la storia a beneficio esclusivo dei vincitori per meglio molestare i vinti e rendere docili i presunti vincitori, che hanno solo tirato le castagne dal fuoco in favore delle minoranze dominanti.
Resta che in Siria il rullo compressore occidentalista non sembra più potere o saper fare marcia indietro. Unico ostacolo, l’intransigenza del Cremlino che ha ben compreso che dopo Assad, Putin è il secondo della lista dei colpi di stato e dei “rovesci” futuri… coloro che non dicono il proprio nome e si nascondono dietro una chimerica pura volontà popolare prodotto da quelli che una volta i rivoluzionari marxisti denominavano “agitprop”. L’agitazione e la propaganda sproporzionatamente amplificate dal megafono elettronico delle reti sociali. La folla non è mai così ben controllata che quando pensa di essere libera!
A Mosca, l’opposizione si prepara alla battaglia, sostenuta sottobanco e incoraggiata dalla voce di un Occidente interessato e dai Globalisti falsari del bilancio greco. I governi agli ordini dei mediocrati e delle tecnostrutture, tutti applicati per soddisfare i compiti affidati dai Criptarchi – come dire le mafie tribali – che da Londra a Shanghai, da New York, a Francoforte via Tokyo e Parigi, intendono d’ora in poi mettere il pianeta sotto controllo… e i popoli al passo!

L’Iran non perde nulla attendendo
Così, per motivi certamente abbastanza lontani dalla pura filantropia, le classi dirigenti statunitensi e israeliane si stanno dimostrando molto divise sull’opportunità degli attacchi aerei sui siti nucleari iraniani… e anche sul rovesciamento del regime con la forza, almeno per ora.
L’8 marzo, il presidente della commissione difesa e affari esteri della Knesset, il tenente generale Shaul Mofaz, ex capo di Stato Maggiore e Ministro della Difesa di Israele, su Radio Israele reagiva al discorso di Benjamin Netanyahu a Washington, il 5 marzo (quindi alla vigilia del suo incontro al vertice con il presidente degli Stati Uniti), davanti a migliaia di sionisti fanatici dell’AIPAC, denunciando l’errore di presentare l’Iran e il suo programma nucleare come una minaccia imminente per Israele.
Lo stesso giorno, facendo eco al collega israeliano, dodici alti graduati della riserva dell’esercito e dell’intelligence mettevano in guardia, attraverso il trucco di un annuncio “pubblicitario” a piena pagina sul Washington Post, giudicando egualmente che l’“azione militare contro l’Iran allo stato attuale, non è solo inutile ma sarebbe persino pericoloso per gli Stati Uniti e per Israele … Chiediamo [a Obama] di resistere a qualsiasi pressione per una guerra preventiva contro l’Iran“, concludendo con queste parole: “l’esercito degli USA è la forza più formidabile esistente in questo mondo, ciò non toglie che tutte le sfide non sempre hanno una soluzione militare“!
Tra i firmatari della diffida vi erano il generale Martin Dempsey, Capo di Stato Maggiore della Difesa degli Stati Uniti dall’ottobre 2011 e l’ex segretario della Difesa Robert Gates, Paul Pillar, ex capo della stazione CIA in Medio Oriente, che a sua volta, non esita a ricondurre il punto, sempre lo stesso giorno, sul Washington Monthly, insistendo sul fatto che “nessuno può conoscere tutte le conseguenze di una guerra contro l’Iran, e questo è il problema principale che precede le eventuali proposte di uso della forza contro il programma nucleare iraniano. Tuttavia, ha assicurato che le conseguenze negative per gli interessi degli Stati Uniti saranno molto probabilmente gravi.”
Dal punto di vista condiviso da Pillar e Dempsey, politici e militari iraniani sono e restano fino a prova contraria, gli attori razionali il cui fine ultimo è certamente santuarizzare il loro territorio, in altre parole, sono fedeli a una logica puramente difensiva e deterrente – non per condurre una guerra all’estero con l’equilibrio di potere che gioca assolutamente contro di loro… “Un Iran con armi nucleari non sarebbe così pericoloso quanto si vuole credere o far credere“, rilevando inoltre che l’assenza di una “minaccia esistenziale iraniana” per Israele è comunemente accettata dalla maggior parte dei leader politici e militari dello Stato ebraico, ad eccezione di una manciata di esaltati, come negli USA, dove una “tale minaccia è così istericamente brandita da una fazione che comprende sia i neo-conservatori che i democratici, compreso il Presidente Obama.”
In un secondo articolo pubblicato il giorno successivo (lunedì 6 marzo, il giorno della riunione decisiva Netanyahu-Obama), su The National Interest, Pillar ha osservato in proposito che “le osservazioni del presidente [Obama] su come un qualsiasi governo israeliano non possa tollerare delle armi nucleari nelle mani dell’Iran, e sul suo riferimento al diritto sovrano di Israele a decidere con la sola propria autorità ciò che occorre per soddisfare i suoi bisogni di sicurezza, suona quasi come un invito [implicito] a Netanyahu a lanciare un attacco“. Insistendo pesantemente sull’aspetto controproducente dell’azione nel momento sbagliato: “Non è prudente in questo momento decidere un attacco contro l’Iran… Penso che sarebbe prematuro decidere unilateralmente che sia il momento di usare l’opzione militare… Degli attacchi ora avrebbero un effetto destabilizzante e non permetterebbero [ad Israele] di raggiungere i suoi obiettivi a lungo termine.”

In fondo Obama si è impegnato a deludere il signor Netanyahu
Di fronte a una tale levata di scudi e quindi non potendo, contro la sua volontà, soddisfare l’appetito di orco del suo interlocutore, il presidente degli Stati Uniti aveva offerto, durante il loro incontro a porte chiuse nell’Ufficio Ovale (ex teatro del tragico secondo exploit di Dom Juan Clinton), a mò di compensazione, di ampliare le riserve (in precedenza limitate a 30 unità) di bombe bunkerbuster GBU-28, che oggi sono a disposizione degli israeliani. Un organico largamente insufficiente per colpire i bersagli multipli individuati in Iran.
Un regalo che ne richiede un altro, il capo del governo israeliano ha dato al presidente degli Stati Uniti una versione bibliografica del libro di Ester che racconta in dettaglio l’episodio leggendario celebrato due giorni dopo la festa del Purim … la storia di questa “principessa ebrea che è riuscita a contrastare il piano di un persiano malfidato che ordiva un complotto contro gli sfortunati ebrei“…  Esther svela i piani di Haman, in occasione di una festa. Questi confuso, sarà impiccato dal sovrano follemente innamorato dell’ammaliante Esther. E’ chiaro che gli estremisti brulicanti tra i leader israeliani vedono nell’Iran di oggi il discendente dell’antico impero persiano, non dovremmo essere dei geni per decifrare il messaggio molto chiaro di un presente particolarmente simbolico e rivelatore di un progetto mortale ancora incompiuto.
Dato che, davanti gli USA, Israele rimarrà “padrone del proprio destino“, come dice Netanyahu – che tradotto in linguaggio comune significa che Tel Aviv non intende essere al rimorchio di Washington – riconoscendo il diritto di avviare un’offensiva contro l’Iran. Convenzionale o meno (vale a dire nucleare), Netanyahu si guarda bene dal precisarlo sapendo che in questo campo il bluff regna incontrastato e il non detto, come l’implicito, hanno più portata e significato di qualsiasi discorso verbale.
Fatti e dichiarazioni di intenti che è utile rimettere nel contesto della campagna presidenziale statunitense. Soprattutto quando si sa quanto l’attuale titolare della Casa Bianca è in privato totalmente preso dalle tesi e dalla dottrina Netanyahu e, inoltre, in vista della gara in cui s’impegnano i candidati presidenziali repubblicani… come Rick Santorum, che ha dichiarato pubblicamente più volte di essere a favore degli attacchi preventivi contro Teheran. Questo sulla scia dello sfidante di Obama nel 2008, John McCain, a cui piaceva cantare “bomb bomb bomb Iran“. Mirabile esempio di delirio in uno di quei pazzi che ci governano!
In questo contesto di equilibrio precario tra falchi – anche se compensato da militari pragmatici e realistici, se non umani – e moderati, “la grande incognita è ora il grado di psicopatia di cui sono afflitti i leader israeliani, … tara di cui sappiamo anche che una tendenza al suicidio fa parte“? Oligofrenia e paranoia, come molti disturbi mentali, sembrano essere condivisi da certi politici degli Stati Uniti ed europei, più o meno contaminati dalle ossessioni veterotestamentarie o preda di ambizioni patologiche.

“Vetrificare l’Iran”
La psicopatologia non è solo una formula standard o una forma retorica. In Francia, Jacques Kupfer co-presidente del partito Likud (del primo ministro israeliano), che si trova anche a essere un membro del comitato esecutivo della Organizzazione Sionista Mondiale, non crede nelle soluzioni negoziate, e neanche ai bombardamenti convenzionali delle infrastrutture nucleari iraniane, indicando che non sarebbero per “nulla la soluzione finale” (3). Portandolo a proporre un uso illimitato delle armi nucleari: “bombardare l’Iran sarebbe in linea con la distruzione giustificata di Amburgo e di Dresda in mano ai nazisti, la distruzione di Hiroshima e Nagasaki in mano agli alleati giapponesi del Reich“!
Lasciamolo parlare: “L’Iran è certamente il pericolo più minaccioso. Ora ha dimostrato la sua volontà, anche agli scettici, di acquisire armi nucleari, imponendo ad Israele e possibilmente al resto del mondo civilizzato, una azione difensiva e preventiva … tra l’Occidente e il blocco sovietico l’equilibrio creato dalle armi di distruzione di massa è stato un deterrente per entrambe le parti. Questa logica non si applica a un paese musulmano dove non c’è razionalità e dove la mente analitica è appannata da una religione-ideologia di conquista e di guerra … Dopo aver fatto saltare il baluardo rappresentato da Israele in difesa di un Occidente smidollato e incosciente, l’invasione dell’Islam segnerà il destino dell’Europa ex giudaico-cristiana”.
Discorso abile che oppone il campo della civiltà alla barbarie islamica presa come un blocco omogeneo. Se il signor Kupfer non fosse una così grande personalità, alcuni storici, studiosi o membri di associazioni che difendono i diritti dell’uomo, si arrischierebbero a rispondergli e a sfumare di riflesso la sua analisi? Ma è improbabile che ciò accada. Nella terra di Descartes, l’esame critico del mondo che ci circonda ormai non fa più parte dei programmi di questa gioia esagonale che ancora e sempre è, l’istruzione nazionale!
“… Non credere alle maledizioni dell’Adolf di Teheran, non ascoltare la traduzione del suo discorso, ignorare le sue promesse e minacce, dimenticare le folle plaudenti per le strade dell’Iran che gridano contro Israele e l’Occidente, ci può portare al disastro … Immaginate per un momento che Israele sia dotato di armi nucleari [ovviamente non ne è (dotata), questo è un segreto di Pulcinella]! E’ ovvio che l’uso di una bomba atomica sarebbe perfettamente fattibile se un pericolo mortale incombesse su Israele … [con il risultato che] la vetrificazione dell’Iran deve essere considerata e, se necessario per la nostra esistenza, deve essere eseguita. L’Occidente ha sempre dovuto scegliere tra un arabo fanatico e barbaro e un buon ebreo civile e saggio … Se solo lo Stato di Israele avesse una bomba nucleare … e dei leader in grado di sfruttarne l’esistenza!“. Kupfer sarà ascoltato, e i popoli di tutto il mondo sapranno la verità alla fine, con un sospiro forte: lo Stato ebraico ha ingannato per quarant’anni, Dimona non ha mai prodotto alcuna testata nucleare e sono gli statunitensi (e gli inglese) che spingono lo Stato ebraico a perseguire una guerra eterna per la difesa dell’occidente “ingrato ed egoista” (Jacques Attali dixit)!

Sul fronte siriano
Il 7 marzo, l’agenzia privata di intelligence Stratfor aveva confermato che (secondo Wikileaks che ha pubblicato una e-mail esplicita proveniente dall’entourage del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan) elementi delle forze speciali statunitensi, ma anche francesi, inglesi, turche e giordane, sarebbero presenti in Siria dal dicembre 2011 … Cipro è stata scelta anche come base principale da cui far partire i velivoli inglesi e francesi quando l’attacco aereo su Damasco e le altre postazioni in Siria saranno ordinate dal Pentagono.
L’AFP riferiva il 7 marzo 2012 che la stampa siriana – con un ampio potere discrezionale in materia, richiesta dalla contrattazione? – menzionava la scoperta di corpi di stranieri morti, di cui un europeo, tra le rovine dei quartieri disputati a Homs. Notizia che non ha nulla di sorprendente per i lettori di un settimanale satirico. Spesso fonte ben informata, Le Canard enchaîné [del 29 febbraio 2012] aveva infatti riferito che oltre alla “Conferenza degli Amici della Siria” che aveva riunito a Tunisi il 24 febbraio, i rappresentanti di sessanta paesi, tra cui la Segretaria di Stato statunitense, la signora Hillary e il signor Juppé, ex ministro degli affari esteri francese… costoro, ai margini della Conferenza, si sarebbero coordinati con i funzionari dei Servizi Speciali di Qatar, Turchia e Arabia Saudita per “montare un colpo di stato” in Siria, sul modello della Libia … soprattutto tramite il Qatar, che rifornisce i ribelli di armi, munizioni e di esperti che li addestrano alla guerriglia urbana.
Ma la stampa ha confermato dopo otto giorni ciò che ha mandato in fermento il Web nelle ultime tre settimane, vale a dire l’arresto di ufficiali francesi in Siria … diciannove dicono! Se questa notizia, ripresa a Londra, a Mosca e in Turchia, sarà confermata, ciò significherebbe che l’Occidente, senza dirlo, è  in guerra contro l’Asse del Male che collega Teheran, Damasco e Beirut, dove lo sciita Hezbollah detta la politica … e, di conseguenza, in guerra con coloro che li sostengono indefettibilmente, in una parola, Mosca e Pechino! Tutto un programma.

Note:
(1) Nome utilizzato dalla Jihad islamica, gruppo distinto da Hamas incaricato della gestione della Striscia, per i Qassam di tipo 1, 2 e 3. Particolarmente rustici, questi ordigni sono usati dal 2001 e i cui ultimi modelli hanno una lunghezza di 2 m contro i 0,79 degli originali, con un peso di 90Kg, contro i 5,5. Il governo israeliano gli attribuisce a oggi la morte – diretta o indiretta – di 14 persone. Siamo così di gran lunga, in un decennio, lontano dal bilancio terrificante suggerito dai media che descrivono i residenti locali di Gaza vivere nel terrore costante e assoluto.
(2) L’affare Monica Lewinsky che ha portato all’operazione “Desert Fox“, impreziosito da attacchi “sostanziali”, ossia il lancio di 415 missili da crociera il 16 dicembre 1998 – contro i 291 del febbraio 1991, durante l’operazione Desert Storm – su Baghdad … un diversivo utile, mentre si prevedeva una procedura di impeachment avviata contro la falsa testimonianza del Presidente. 200 aerei da combattimento, 25 navi da guerra e due portaerei (Enterprise e Carl Vinson) furono mobilitati per cancellare le scappatelle sessuali di un personaggio tutt’altro che brillante. Vedremo a questo proposito un film – “I colori della vittoria” di Mike Nichols Sori del marzo 1998 – la cronaca della campagna presidenziale del 1992 del suddetto Clinton, nel film interpretato brillantemente da John Travolta, più vero del vero. Bilancio ufficiale di Desert Fox: 650 sortite, 600 bombe, 415 missili lanciati contro un centinaio di obiettivi tra cui la raffineria di Bassora.
(3) “Vitrifier l’Iran” 29 febbraio 2012

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lo spostamento strategico di Obama: de-globalizzazione e contenimento militare della Cina

Alfredo Jalife-Rahme Réseau Voltaire Città del Messico (Messico) 14 Gennaio 2012 – La Jornada

Il politologo politico messicano Alfredo Jalife-Rahme analizza le opzioni strategiche e di bilancio recenti del Pentagono e della Casa Bianca. Mentre una frangia estremista continua a sostenere che gli Stati Uniti l’impossibile mantenimento del loro dominio su tutta la superficie del globo, il presidente Obama e il Segretario alla Difesa Leon Panetta, in linea con la politica avviata da Robert Gates, prendono atto del declino strutturale della potenza statunitense. Approfondiscono la rottura con l’era Bush-Cheney, reindirizzando le proprie risorse su obiettivi più realistici e ri-allocando gradualmente il loro mezzi verso l’Asia e la Cina.

Il 5 gennaio il presidente Obama presentava all’improvviso il nuovo spostamento della strategia del Pentagono, un progetto che è delineato in un documento di otto pagine dal titolo: “Sostenere la preminenza globale degli Stati Uniti nella difesa del XXI secolo“.
Obama ha sostenuto che si potrebbe considerare finito il tempo delle guerre lunghe dell’ultimo decennio, chiaro riferimento al fallimento del bushismo belligerante che ha firmato, a mio parere, il suicidio degli Stati Uniti come potenza unipolare. In linea di massima, dicono che la sconfitta militare strategica in Iraq degli Stati Uniti (dove l’Iran è emerso vittorioso senza dover sparare un solo colpo) e l’impantanamento in Afghanistan sono i fattori che hanno costretto Obama a concentrarsi sulla regione Asia-Pacifico, con tre obiettivi: contenere la Cina, spezzare l’alleanza dei paesi BRIC (Cina, India, Russia, Brasile, Sud Africa), e infine sedurre l’India.
Il costo dell’avventurismo militare del bushismo, per dieci anni, in Medio Oriente, che Joseph Stiglitz (premio Nobel ed ex funzionario di Clinton) stima essere più di 3000 miliardi di dollari [1], ha seriamente svuotato le casse degli Stati Uniti, approfondendo tanto l’insolvenza del debito quanto un deficit colossale.
Le limitazioni sul budget militare annunciate da Leon Panetta, Segretario della Difesa, e dal generale Martin Dempsey, capo di stato maggiore delle forze armate, che sono pari a 500 miliardi di dollari in 10 anni (senza contare l’importo equivalente che il Congresso dovrà sostenere all’inizio del 2013), si applicano sia alle forze di terra che alla marina; si tratta di concentrarsi sullo schieramento di droni, con un accento sulla superiorità tecnologica degli Stati Uniti, grazie alla sicurezza informatica di cui godono (dato che gli Stati Uniti ha un proprio centro di comando, oltre a quelli che hanno in tutto il mondo, e mille basi militari in tutto il mondo).
A mio parere, lo spostamento strategico di Obama prevede di lasciare l’Europa al suo destino, di ritirarsi dal Levante, e una presenza ultra-concentrata nel Golfo Persico per dispiegarvi le sue portaerei (che godono della supremazia mondiale) e il rischieramento (con il ritiro delle truppe da Iraq e Afghanistan) nell’area Asia-Pacifico, per circondare e contenere la Cina. Si tratta di una sottile fuga nella de-globalizzazione, una tappa evidente del declino degli Stati Uniti.
Donna Miles, del servizio stampa dell’esercito, riassume dal documento in questione: “La crescente importanza dell’Asia e del Pacifico, dal punto di vista strategico”, “Gli interessi economici e di sicurezza degli Stati Uniti sono legati allo sviluppo di una regione che comprende 39 paesi”, “tra i quali la Cina e l’India emergono come giganti”, “Si tratta quindi di investire nella prospettiva di una lunga partnership strategica con l’India, per di stabilire un ancoraggio economico regionale che rafforzi la sicurezza nella regione confinante con l’Oceano Indiano. Nel quadro dell’ascesa della Cina come potenza regionale, e la preoccupazione circa le sue intenzioni strategiche”, “I 330.000 membri del Comando del Pacifico (United States Pacific Command) per garantire il libero flusso del commercio”, “Si deve anche garantire la pace nella penisola coreana, sotto il nuovo mandato della Corea del Nord“.
David Ignatius, sul Washington Post (7/1/12), ha detto che Obama ha voltato la pagina dell’11 settembre e che prende molto sul serio i tagli sul budget del Pentagono, sia a livello di politica estera che interna. “Potrebbe essere il passaggio più decisivo dal 1945“, poiché “anche le forze di terra si vedono tagliare pesantemente il rubinetto“.
Gli Stati Uniti allora saranno in grado di invadere due paesi alla volta, e dovranno semplicemente contentarsi di distruggerli in modo automatico dal cielo? Attraverso il controllo mondiale di Internet, gli Stati Uniti scateneranno la guerra informatica e prenderanno il controllo dei loro avversari, che ingenuamente hanno acquistato i dispositivi offertigli dalle transnazionali degli Stati Uniti, per spiarli meglio?
Secondo David Ignatius, si tratta “della fine dell’era dell’11 settembre,” l’annuncio della morte di Usama bin Ladin  ora permette agli Stati Uniti di impegnarsi con i Fratelli musulmani e i salafiti (dei fondamentalisti islamici), permettendo alle truppe di rientrare negli Stati Uniti e di evacuare l’Europa, probabilmente in un numero maggiore del previsto. L’Europa può quindi sentirsi abbandonata a se stessa e prendere in considerazione un riavvicinamento tra la Germania e la Russia, cosa altamente probabile.
David Ignatius ha detto che la Cina è naturalmente tesa, dopo la “svolta di Obama“, e sostiene che “i cinesi non sono stupidi e molti si aspettano che gli Stati Uniti gli saltino alla gola.”
Prevede che ci si avvicina a un periodo di rivalità e tensioni nel Pacifico, con tre punti fissi:
L’espansione recente degli Stati Uniti in Birmania, dove gli statunitensi hanno ipocritamente ignorato i diritti dell’uomo.
Il delicato passaggio dinastico nella Corea del nord, dove già si  decide sulla cooperazione o lo scontro tra Stati Uniti e Cina.
L’Associazione Trans-Pacifica (TPP), per strappare la supremazia commerciale alla Cina, integrando il Messico neoliberista del partito PAN attualmente al potere, in un modo altamente sterile per il Messico. Si tratterebbe dunque di opporre al BRICS la TPP.
La partnership strategica a lungo termine proposta dagli Stati Uniti all’India è stata evidenziata dal The Times of India (05/01/12), che riassume: “Gli Stati Uniti indicano la Cina come una minaccia contro la loro superiorità e cercano una partnership con l’India.”
Obama, Panetta e il generale Dempsey insistono: “Gli Stati Uniti manterranno la superiorità militare globale” (Robert Burns, AP, 05/01/12).
Ma la critica feroce del Partito Repubblicano non si è fatta aspettare: il rappresentante Howard Buck McKeon, presidente della Commissione sulle forze armate della Camera dei Rappresentanti, in un comunicato ufficiale, ha concluso che “si tratta di una ritirata mascherata da una nuova strategia, un grave declassamento militare degli Stati Uniti a potenza di secondo piano.”
McKeon ha probabilmente ragione, a giudicare dal tempo impiegato da Panetta e dal generale Dempsey per cercare di convincere la scettica opinione pubblica televisiva che “gli Stati Uniti hanno ancora l’esercito più potente del mondo, nonostante le restrizioni” (China Daily, 09/01/12).
Il generale Dempsey ha ammesso il suo disagio all’idea che alcuni paesi possano interpretare male il dibattito tra gli statunitensi sulla svolta e il ridimensionamento delle spese militari. “Qualcuno potrebbe vederci come un paese decadente, o anche come militarmente in rovina, e nulla è più lontano dalla verità.”
Mentre il segretario del Pentagono, Panetta, ha sottolineato che una cattiva stima della potenza del suo paese può essere dannosa nei rapporti con nazioni come l’Iran e la Corea del Nord, “Gli Stati Uniti sono la più grande potenza militare e ci sforziamo di rimanerlo, e in effetti il nostro bilancio della difesa è di gran lunga il più alto del mondo“, l’equivalente della somma dei 10 più grandi budget della difesa di tutto il mondo.

Nota
[1] Three Trillion Dollar War, Joseph Stiglitz e Linda Bilmes

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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