Le orde terroristiche della NATO in Iraq un pretesto per l’invasione della Siria

Tony Cartalucci New Oriental Outlook 13/06/2014
Bp2WnwaCYAIX1KiTutte le strade portano a Baghdad e lo Stato Islamico in Iraq e Siria (ISIS) le segue dal nord della Siria e dal sud della Turchia. Leggendo i titoli occidentali, due racconti zoppicanti iniziano a girare. La prima è che ciò costituisce il “fallimento” della politica statunitense in Medio Oriente, un alibi di come Stati Uniti e loro partner della NATO non devono in alcun modo essere considerati complici dell’attuale coordinato, massiccio, immensamente finanziato e pesantemente armato blitzkrieg del terrore su Baghdad. La seconda è come l’ISIS sembri “balzare” dalle dune di sabbia alle palme viaggiando senza problemi come militari professionisti in convogli di camion Toyota. In realtà l’ISIS è il prodotto di una cospirazione NATO-GCC risalente al 2007, quando i politici USA-sauditi cercarono d’innescare una guerra settaria regionale per eliminare dal Medio Oriente l’arco d’influenza dell’Iran dai suoi confini, attraverso Siria e Iraq, a Libano e Mediterraneo. L’ISIS è nutrito, addestrato, armato ed ampiamente finanziato da una coalizione di Stati della NATO e del Golfo Persico nel territorio della Turchia (NATO) dalle cui frontiere ha lanciato incursioni nel nord della Siria con, spesso, la copertura aerea e d’artiglieria turca. L’ultimo esempio è stata l’invasione di al-Qaida del villaggio di Qasab, provincia di Lataqia nel nord-ovest della Siria. A marzo, l’ISIS ritirò i suoi battaglioni terroristici dalle province di Lataqia e Idlib riposizionandole nella parte orientale della Siria, chiaramente preparandosi ad invadere l’Iraq settentrionale. Il Daily Star ha riportato, in un articolo di marzo intitolato “Il gruppo scissionista in Siria di al-Qaida lascia due province: attivisti”: l’ISIS, alienatasi molti ribelli occupando territori ed uccidendo capi rivali, s’è ritirato dalle province di Idlib e Latakia ed ha inviato le proprie forze nella provincia orientale di Raqqa e nella periferia orientale della città di Aleppo, dicono gli attivisti”. Il territorio occupato dall’ISIS attraversa la frontiera siriano-irachena, il che significa che qualsiasi campagna per sradicarla dal territorio iracheno può facilmente sconfinare in Siria. Questo è esattamente il punto. L’ISIS ha devastato Mosul, in Iraq vicino al confine turco, dirigendo a sud la guerra lampo del terrore che ora minaccia la capitale irachena Baghdad, e il governo iracheno valuta l’assistenza USA e/o NATO per spezzare l’ondata terroristica. Rafforzando tale pretesto, l’ISIS, sfidando ogni idea o tattica o strategica, ha sequestrato il consolato turco a Mosul, prendendo 80 ostaggi turchi, dando alla Turchia non solo un nuovo pretesto per invadere l’Iraq settentrionale, come ha fatto tante volte nel perseguire presunti militanti curdi, ma per invadere il territorio siriano dove risiede l’ISIS.

La Turchia ha già tentato di utilizzare attacchi false flag di al-Qaida per giustificare l’invasione della Siria
Scoprendo che la NATO ha pianificato un attacco falsa bandiera contro la Turchia per giustificare l’invasione turca del nord della Siria, l’International Business Times, nel suo articolo “La Turchia vieta YouTube: la trascrizione completa della conversazione trapelata sulla ‘guerra’ in Siria tra funzionari si Erdogan”, pubblica la trascrizione completa di una conversazione tra il capo dell’intelligence turca Hakan Fidan e il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu: “Il divieto del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan di YouTube avviene dopo che è trapelata una conversazione tra il capo dell’intelligence turco Hakan Fidan e il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu, e volto a rimuoverlo dal sito dei video. I dettagli della conversazione trapelata, indicano che Erdogan pensava che un attacco alla Siria “deve essere un’opportunità per noi (la Turchia)”. Nella conversazione, il capo dell’intelligence Fidan diceva d’inviare quattro uomini dalla Siria ad attaccare la Turchia, per “farne un casus belli“. L’articolo inoltre indica: “Nel video trapelato, Fidan discute con Davutoglu, Guler e altri funzionari di una possibile operazione in Siria per assicurare la tomba di Suleyman Shah, nonno del fondatore dell’impero ottomano. Invece di quattro uomini che effettuano una false flag per occupare la tomba, sembra che un intero esercito di mercenari verrebbe utilizzato come pretesto per occupare tutto il nord dell’Iraq e la Siria orientale”.

Banche svaligiate per finanziare l’invasione? I media occidentali mettono il carro davanti ai buoi
Il racconto dell’ISIS che saccheggia armerie, autorimesse e banche viene accuratamente diffuso dai media occidentali per ritrarre l’invasione come  rivolta terrorista che si sostiene saccheggiando armi e denaro. In realtà, l’ISIS già possedeva tutto ciò di cui aveva bisogno prima d’iniziare la campagna dai territori siriano e turco. L’International Business Times, nel suo articolo “Mosul caduta: i jihadisti rubano 429 milioni di dollari dalla Banca centrale della città, divenendo la più ricca forza terroristica del mondo”, afferma: “Lo Stato Islamico dell’Iraq e al-Sham (ISIS) è diventato il gruppo terroristico più ricco dopo il saccheggio 500 miliardi di dinari iracheni, l’equivalente di 429 milioni di dollari, dalla banca centrale di Mosul, secondo il governatore regionale. Il governatore di Ninive Athil al-Nujaifi ha confermato le notizie della televisione curda secondo cui i militanti dell’ISIS avevano rubato numerosi milioni dalla banche di Mosul. Una grande quantità di lingotti d’oro sarebbe stata rubata. Dopo l’assedio della seconda città del Paese, il bottino raccolto dal gruppo lo rende più ricco di al-Qaida stessa, quanto piccole nazioni come Tonga, Kiribati, Isole Marshall e isole Falkland”. Tale storia di copertina è l’ultima della lunga propaganda destinata a coprire il patrocinio ampiamente documentato dell’ISIS ed altre filiali di al-Qaida da parte di Stati Uniti, NATO e monarchie del Golfo Persico. I precedenti tentativi di spiegare perché dei presunti “moderati” ricevessero miliardi dall’occidente che finivano ad al-Qaida in Siria, avevano affermazioni secondo cui “le donazioni via twitter” eclissavano gli aiuti forniti da Stati Uniti, UE, NATO e Stati del Golfo Persico.

Stati Uniti, NATO e Stati del Golfo Persico sono dietro l’ISIS
Nel 2007, ben quattro anni prima dell’avvio della “primavera araba” nel 2011, l’articolo sul New Yorker del giornalista vincitore del premio Pulitzer, Seymour Hersh, dal titolo, “The Redirection: la nuova politica dell’amministrazione avvantaggia i nostri nemici nella guerra al terrorismo?” dichiara espressamente: “Per minare l’Iran sciita, l’amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le sue priorità in Medio Oriente. In Libano, l’amministrazione ha collaborato con il governo dell’Arabia Saudita, sunnita, in operazioni clandestine volte ad indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli Stati Uniti hanno inoltre preso parte ad operazioni clandestine contro l’Iran e l’alleata Siria. Sottoprodotto di tali attività è il rafforzamento dell’azione dei gruppi estremisti sunniti dalla visione militante dell’Islam, ostili agli USA e simpatizzanti di al-Qaida”. Durante il conflitto siriano iniziato nel 2011, l’occidente e i suoi partner regionali hanno inviato miliardi in contanti, armi e attrezzature. Nel marzo 2013 l’articolo del Telegraph dal titolo “Stati Uniti ed Europa avviano un ponte aereo per armare i ribelli siriani attraverso Zagabria“, dice: “Da novembre, sono state inviate 3000 tonnellate di armi dell’ex-Jugoslavia a bordo di 75 aerei cargo dall’aeroporto di Zagabria ai ribelli, in gran parte attraverso la Giordania. La storia conferma che l’origine delle armi ex-jugoslave viste in numero crescente nelle mani dei ribelli sui video online, come descritto il mese scorso da The Daily Telegraph e altri giornali, suggerisce quantitativi assai maggiori di quanto sospettato. L’invio verrebbe pagato dall’Arabia Saudita agli ordini degli Stati Uniti, e il rifornimento delle armi organizzato attraverso Turchia e Giordania, confinanti della Siria. Ma l’articolo aggiunge che così come dalla Croazia, le armi provenivano “da diversi altri Paesi europei, tra cui la Gran Bretagna”, senza specificare se fossero armi fornite o procurate degli inglesi. È noto che consiglieri militari inglesi, tuttavia, operano nei Paesi confinanti con la Siria insieme a francesi e statunitensi, addestrando capi ribelli ed ex-ufficiali dell’esercito siriano. Gli statunitensi li addestrerebbero anche sulla protezione di siti di armi chimiche in Siria”.
Inoltre, The New York Times nel suo articolo, “L’invio di armi via aerea ai ribelli in Siria s’espande con l’aiuto della CIA“, ammette che: “Con l’aiuto della CIA, i governi arabi e la Turchia hanno fortemente aumentato il loro aiuto militare ai combattenti dell’opposizione in Siria negli ultimi mesi, espandendo il ponte aereo segreto per armi e attrezzature ai rivoltosi contro il Presidente Bashar al-Assad, secondo i dati del traffico aereo, le interviste a funzionari di diversi Paesi e i resoconti di capi ribelli. Il ponte aereo, iniziato su piccola scala nei primi mesi del 2012 e proseguito ad intermittenza fino allo scorso autunno, s’è ampliato in un flusso costante e molto più grande alla fine dello scorso anno, come mostrano i dati. È cresciuto fino a comprendere più di 160 voli di cargo militari giordani, sauditi e qatarioti che atterrano all’aeroporto Esenboga nei pressi di Ankara e, in misura minore, in altri aeroporti turchi e giordani. Con la promessa di nuovi aiuti, l’importo complessivo degli aiuti non letali dagli Stati Uniti alla coalizione e ai gruppi civici nel Paese è di 250 milioni di dollari. Durante l’incontro, Kerry ha invitato le altre nazioni ad intensificare la loro assistenza, con l’obiettivo di fornire un miliardo di dollari di aiuti internazionali”. Gli Stati Uniti ammisero anche che ufficialmente armano e addestrano terroristi in Siria. L’articolo del Washington Post, “Le armi statunitensi arrivano ai ribelli siriani“, riferiva: “La CIA ha iniziato a fornire armi ai ribelli in Siria, dopo mesi di ritardo negli aiuti letali promessi dall’amministrazione Obama, secondo funzionari statunitensi e figure siriane. Gli invii verso il Paese iniziarono nelle ultime due settimane, insieme con l’invio distinto dal dipartimento di Stato di autoveicoli ed altra attrezzatura, un flusso di materiale che segna un importante escalation del ruolo degli Stati Uniti nella guerra civile in Siria”. I media e i governi occidentali forniscono la loro visione ed ora si aspettano che il pubblico a creda che “donazioni via twitter” e “rapine in banca” siano superiori a tale inedita impresa logistica multinazionale facendo prevalere al-Qaida sulle inesistenti “forze moderate” filo-occidentali in Siria e creando legioni di terroristi fantasma capaci di occupare intere province oltre i confini nazionali. Le prove semplicemente non convincono.
I rapporti del Centro antiterrorismo di West Point dell’US Army, “Bombardieri, conti bancari e rinforzi: al-Qaida dentro e fuori l’Iraq” e “Combattenti stranieri di al-Qaida in Iraq“, chiariscono che le legioni di al-Qaida/ISIS furono create, finanziate ed armate dagli Stati del Golfo Persico e rinforzate da combattenti stranieri provenienti dall’epicentro terroristico libico di Bengasi, e dall’Arabia Saudita in particolare. Tali legioni sono attive da quando furono create dalla CIA e dalle intelligence pakistana e saudita negli anni ’80, per combattere le forze sovietiche in Afghanistan.

Un pretesto per l’invasione della NATO
Il territorio occupato dall’ISIS attraversa il confine iracheno-siriano formando una regione quasi dalle stesse dimensioni della Siria. Baghdad chiede l’intervento straniero, e l’ISIS da alla NATO il pretesto perfetto occupando il consolato turco di Mosul, permettendo una nuova invasione dell’Iraq. I media occidentali sfruttano la famigerata brutalità dell’ISIS’, come decapitazioni di massa e centinaia di migliaia di civili in fuga, attuando chiaramente la campagna per influenzare l’opinione pubblica a favore dell’intervento. Invadere l’Iraq settentrionale permetterebbe alla NATO di giustificare operazioni contro la Siria orientale. In realtà, ciò che la NATO farà è stabilire la tanta desiderata “zona cuscinetto” da cui i terroristi possano lanciare efficaci attacchi in profondità nel territorio siriano. Con la Siria occidentale che torna alla pace e all’ordine dopo le vittorie del governo siriano, l’ultimo fronte dei fantocci della NATO è l’arco del terrore di al-Qaida lungo il confine della Turchia e quello orientale e settentrionale tra Siria e Iraq. La presenza della NATO nel nord dell’Iraq ostacolerebbe la logistica iraniano-siriana. L’idea di una tale zona cuscinetto gira almeno dal marzo 2012, quando fu proposta dalla Brookings Institution finanziata dalle corporations finanziarie degli Stati Uniti, nel “Medio Oriente, Memo# 21: Valutare le opzioni del cambio di regime” in cui si dichiara espressamente: “Un’alternativa agli sforzi diplomatici concentrati in primo luogo su come porre fine alle violenze e avere l’accesso umanitario, secondo la direzione di Annan. Ciò può portare alla creazione di zone franche e corridoi umanitari che verrebbero sostenuti da un potere militare limitato. Ciò, naturalmente, non raggiunge gli obiettivi degli Stati Uniti sulla Siria e potrebbe mantenere Assad al potere. Da questo punto di partenza, tuttavia, è possibile che una vasta coalizione con l’appropriato mandato internazionale possa aggiungere un’ulteriore azione coercitiva ai suoi sforzi“.
Nell’Iraq, la NATO usa i propri ascari terroristici per creare il pretesto per riattuare la strategia della “zona cuscinetto”. La prospettiva di Stati Uniti, NATO e Stati del Golfo Persico che riforniscono l’ISIS in Iraq è un dramma ironico, in quanto prova definitiva che svela l’incursione brutale dell’ISIS quale opera collettiva di tale coalizione, avviata per fini insidiosi. Invece, una campagna antiterrorismo congiunta iraniano-iracheno-siriana dovrebbe essere condotta per schiacciare il corpo di spedizione terroristico dei mercenari della NATO, una volta per tutte.

2014-06-11T223604Z_1_LYNXMPEA5A0YD_RTROPTP_4_IRAQ-SECURITYTony Cartalucci, ricercatore di geopolitica e scrittore di Bangkok, per la rivista online “New oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La battaglia di Damasco è iniziata

Thierry Meyssan Réseau Voltaire Damasco (Siria) 19 luglio 2012

Le potenze occidentali e del Golfo hanno lanciato la più grande operazione di guerra segreta dai tempi dei Contras in Nicaragua. La battaglia di Damasco non è destinata a rovesciare il presidente Bashar al-Assad, ma a spezzare l’esercito siriano per meglio assicurare il dominio di Israele e degli Stati Uniti in Medio Oriente. Mentre la città si sta preparando a un nuovo assalto dei mercenari stranieri, Thierry Meyssan traccia il punto della situazione.


Da cinque giorni Washington e Parigi hanno lanciato l’operazione “Vulcano di Damasco, e terremoto in Siria.” Non è una nuova campagna di bombardamenti aerei, ma un’operazione militare segreta, simile a quella utilizzata ai tempi di Reagan in America Centrale.
40-60000 Contras, soprattutto libici, sono arrivati in pochi giorni nel paese, il più delle volte dal confine giordano. La maggior parte di loro sono aggregati all’esercito libero “siriano”, struttura paravento delle operazioni segrete della NATO, posta sotto il comando turco. Alcuni sono affiliati a gruppi di fanatici, tra cui al-Qaida, posti sotto il comando del Qatar o della fazione della famiglia reale saudita dei Sudeiri. Tra l’altro, hanno preso alcuni posti di frontiera, e poi si sono trasferiti nella capitale, dove hanno seminato confusione attaccando dei bersagli casuali che trovavano: gruppi di poliziotti o militari isolati.
Mercoledì mattina, una esplosione ha distrutto il quartier generale della Sicurezza Nazionale, dove si incontravano alcuni membri del Consiglio di Sicurezza Nazionale. Avrebbe ucciso il Generale Daoud Rajha (Ministro della Difesa), il Generale Assef Shawkat (Viceministro) e il Generale Hassan Turkmani (sostituto Vicepresidente della Repubblica). Le modalità  dell’operazione rimangono incerte: potrebbe essere stato un attentatore suicida o il lancio da un drone stealth.
Washington spera che la decapitazione parziale dell’apparato militare induca alcuni alti ufficiali a disertare con le loro unità, o addirittura a rivoltarsi contro il governo civile. Non è accaduto nulla. Il presidente Bashar al-Assad ha immediatamente firmato i decreti di nomina dei loro successori e la continuità dello Stato è stata garantita impeccabilmente.
A Parigi, Berlino e Washington, i mandanti dell’operazione si sono scatenati nella squallida farsa della condanna delle azioni terroristiche, mentre riaffermano il proprio sostegno politico e logistico militare ai terroristi. Senza vergogna, hanno concluso che la responsabilità di questi omicidi non era dei colpevoli, ma delle vittime che avevano rifiutato di dimettersi sotto pressione e di consegnare la loro patria agli appetiti occidentali.
Caracas e Teheran hanno inviato le loro condoglianze alla Siria, sottolineando che l’attentato è stato commissionato e finanziato dalle potenze occidentali e del Golfo. Anche Mosca ha espresso le sue condoglianze e ha detto che le sanzioni richieste del Consiglio di Sicurezza contro la Siria, equivalgono al sostegno politico dei terroristi che l’attaccano.
I canali televisivi nazionali hanno cominciato a trasmettere musica militare e canzoni patriottiche. Interrompendo i programmi, il Ministro dell’Informazione Umran al-Zou’bi ha chiesto la mobilitazione di tutti: non è più il tempo delle dispute politiche tra governo e opposizione, è la nazione che viene attaccata. Ricordando l’articolo della Komsomolskaja Pravda, in cui ho descritto l’operazione mediatica di demoralizzazione preparata dalle reti TV del Golfo e occidentali [1], ha avvertito i suoi connazionali del suo imminente lancio. Poi, ha smentito le menzogne delle reti TV del Golfo secondo cui una rivolta era scoppiata nella quarta divisione e delle esplosioni avrebbero devastato la sua principale caserma.
I canali nazionali hanno trasmesso più volte, per ore, degli annunci che indicavano come ricevere i loro programmi su Atlantic Bird, in caso di interruzione dei satelliti Arabsat e Nilesat.
In Libano, Sayyed Hassan Nasrallah ha ricordato la fratellanza d’armi che unisce Hezbollah alla Siria contro l’espansionismo sionista, ed ha assicurato l’esercito siriano sul suo sostegno.
L’attentato è il segnale della seconda parte dell’operazione. I commando infiltratisi nella capitale hanno  poi attaccato diversi obiettivi, più o meno scelti. Così, un gruppo di 100 Contras ha attaccato la casa adiacente al mio appartamento, al grido di Allah Akbar! Un alto funzionario militare vi risiedeva. Dieci ore di combattimento ininterrotto vi hanno fatto seguito.
Considerando che, all’inizio della notte, l’esercito reagiva con misura, l’ordine veniva restaurato con più ritardo che usando la forza indiscriminatamente. Non si trattava più di combattere contro dei terroristi giunti per destabilizzare la Siria, ma di affrontare un’invasione straniera occulta, e di salvare la patria in pericolo.
L’aviazione è entrata in azione per distruggere le colonne dei mercenari diretti verso la capitale.
In tarda mattinata, è tornata la calma a poco a poco in città. I Contras ed i loro collaboratori sono stati dappertutto costretti a ritirarsi. Il traffico è stato restaurato sulle strade principali, e degli sbarramenti sono stati installati nel centro della città. La vita riprendeva. Tuttavia, ancora si sentono degli spari sparsi qua e là. La maggior parte delle attività sono chiuse, e ci sono lunghe code davanti alle panetterie.
Tutti si aspettano che l’assalto finale venga lanciato nella notte di giovedì e venerdì, e per tutto il giorno di venerdì. Non c’è dubbio che l’esercito siriano uscirà vittorioso ancora una volta, perché il rapporto di potenza è a suo vantaggio, e che l’esercito di leva sia sostenuto dalla popolazione, compresa l’opposizione politica interna.
Come previsto, Arabsat e Nilesat hanno scollegato il segnale televisivo di al-Dunya nel bel mezzo del pomeriggio. L’account Twitter di al-Dounia è stato dirottato dalla CIA, per diffondere dei falsi messaggi che annunciano il ritiro dell’esercito siriano.
Le reti TV del Golfo hanno annunciato il crollo della valuta, preludio della caduta dello Stato. Il governatore della Banca centrale, Adib Mayaleh, ha parlato alla televisione nazionale smentendo la disinformazione e confermando il tasso di cambio di 68,30 lire siriane per un dollaro USA.
Rinforzi sono stati dispiegati intorno alla piazza degli Omayyadi per proteggere gli studi televisivi pubblici, che sono considerati un obiettivo prioritario per tutti i nemici della libertà. Degli studi di ricambio sono stati installati presso l’hotel Rosa di Damasco, dove si crogiolano gli osservatori delle Nazioni Unite. La presenza di coloro che hanno lascito perpetrare l’attacco alla capitale, senza interrompere la loro pigrizia, serve da protezione de facto dei giornalisti siriani che cercano di informare i loro concittadini che rischiano la vita.
Al Consiglio di Sicurezza, Russia e Cina si sono opposte per la terza volta ponendo il veto a una bozza di risoluzione occidentale e del Golfo, volta a rendere possibile un intervento militare internazionale. I loro rappresentanti hanno instancabilmente denunciato la propaganda volta a far passare l’attacco straniero contro la Siria per una rivolta repressa nel sangue.
La battaglia di Damasco dovrebbe riprendere stasera.

[1] “La NATO sta preparando una grande operazione di disinformazione“, Réseau Voltaire, 10 giugno 2012.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’intelligence USA alla testa dell’”opposizione” siriana, il ruolo del Bilderberg e del CFR

Chris Marsden, Global Research, 18 luglio 2012, World Socialist Web Site

In un articolo del 12 luglio per la rubrica “Comment is Free” del Guardian, Charlie Skelton poneva la domanda fondamentale che i media di tutto il mondo non vogliono sentirsi chiedere.
The Syrian opposition: who’s doing the talking?” è una denuncia devastante delle intime connessioni tra l’opposizione siriana e i servizi d’intelligence statunitensi, britannici e francesi, assieme ai vertici neo-con degli Stati Uniti. Traccia la formazione del Consiglio nazionale siriano e la nomina della sua dirigenza, e dei principali piani a lungo termine, ben finanziati, per il cambiamento di regime in Siria, e più in generale in Medio Oriente. Questi piani risalgono almeno al 2005, e sono stati finanziati da Washington nel tentativo di assicurarsi il controllo politico della regione ricca di petrolio.
Skelton non tenta di essere esaustivo. Si concentra su alcuni dei membri più di spicco del CNS e identifica alcuni dei sostenitori più accaniti dell’intervento militare, come se fossero pagati quali rappresentanti delle potenze occidentali. Tra coloro che abitualmente vengono citati come “portavoce ufficiale” o “attivista pro-democrazia”, vi è l’accademica siriana di Parigi Bassma Kodmani, un membro dell’ufficio esecutivo e responsabile della politica estera del CNS.
Kodmani è un’assidua visitatrice alle conferenze del gruppo Bilderberg, un’organizzazione di alte figure politiche dedita a rafforzare i legami tra l’imperialismo statunitense ed europeo, e per garantire i loro interessi collettivi globali sotto la bandiera della promozione dell’”atlantismo”. Nel 2005 ha lavorato per la Fondazione Ford a Cairo. Quell’anno ha visto un marcato deterioramento delle relazioni USA-Siria, con il presidente George W. Bush che contemplava un intervento militare contro Damasco, assieme a Israele. A settembre, Kodmani divenne direttrice esecutiva della Arab Reform Initiative, finanziata dal Council on Foreign Relations e dal suo programma US/Middle East presieduto dall’ex consigliere per la sicurezza nazionale, generale Brent Scowcroft. Il “controllo finanziario” del progetto fu dato al Centre for European Reform (CER), un think-tank britannico guidato da Lord Kerr, vice presidente della Royal Dutch Shell. Kodmani è anche membro del Consiglio europeo per le Relazioni Estere, operando come direttrice esecutiva della sua Arab Reform Initiative.
Radwan Ziadeh, direttore delle relazioni estere del CNS, è senior fellow presso l’US Institute of Peace e ha firmato una lettera che chiedeva l’intervento militare degli Stati Uniti a fianco dell’ex capo della CIA James Woolsey, Karl Rove e altri importanti neo-con. Ha agito come intermediario tra la Casa Bianca e l’opposizione siriana dal 2005. Najib Ghadbian, un docente dell’Università dell’Arkansas, è membro della segreteria generale del CNS e fa parte del comitato consultivo del Syrian Centre for Political and Strategic Studies di Washington, insieme a Ziadeh. Ausama Monajed del CNS è il fondatore di Barada Television, una emittente satellitare pro-opposizione ed ex “direttore delle pubbliche relazioni del Movimento per la Giustizia e lo Sviluppo di Londra” (MJD). Entrambi sono massicciamente finanziati dal Dipartimento di Stato statunitense, secondo WikiLeaks.
Skelton cita alcune delle molte centinaia di milioni di dollari confluiti all’opposizione siriana dagli Stati Uniti e dagli Stati del Golfo. Tra i servizi di Monajed a Washington vi era la pubblicazione di una dichiarazione politica ufficiale del CNS, un documento redatto da Michael Weiss della Henry Jackson Society, che chiede l’intervento in Siria. La società è supportata dai vertici neo-conservatori come William Kristol e Richard Perle.
L’Osservatorio siriano per i diritti umani, le cui cifre gonfiate concernenti le vittime sono costantemente citate dai media, risulta essere di un tale Rami Abdul Rahman, di Coventry, un commerciante di abbigliamenti. Un altro luminare della Henry Jackson Society è Hamza Fakher, descritto da Nick Cohen dell’Observer come “una delle fonti più affidabili sui crimini di cui il regime nasconde le notizie.” Le storie che diffonde sono regolarmente citate come rapporti di testimoni oculari. Fakher è il responsabile per la comunicazione del londinese Strategic Research and Communications Centre di Monajed e un dipendente di Barada TV.
Skelton merita credito per la descrizione onesta della rete di connessioni tra l’opposizione siriana e l’apparato di sicurezza militare statunitense/europeo. Ma il fatto è che ciò che egli espone sarebbe ben noto ai servizi di ricerca di Guardian, New York Times, BBC, NBC, CBS, ABC e altri. Nessuno di essi è stato ingannato da nessuno. Sono disposti a condurre la propaganda di guerra imperialista, senza fare domande sulle fonti che citano, perché non vogliono sospendere il rullo dei tamburi di guerra. E’ questo ha causato la denuncia graffiante di Skelton nell’edizione del giorno successivo del Guardian, da parte del redattore diplomatico Julian Borger. “La manipolazione degli Stati Uniti delle notizie dalla Siria è una falsa pista“, dichiara il titolo, “il quadro generale è chiaro.” Accusando Skelton di “insinuazioni”, di un pesante uso delle virgolette per indicare lo scetticismo, di “prosa banale” e altri crimini letterari, Borger difende le varie attività d’intelligence identificate da Skelton, come “persone che hanno dedicato una parte sostanziale della loro vita professionale a studiare la società e la politica siriana.” Questa è una definizione così priva di valore che potrebbe essere applicata a qualsiasi tipo di stratega e spia imperialista. La chiara importanza di Bassma Kodmani nella gerarchia del CNS viene semplicemente respinta, mentre Skelton viene persino deriso per descrivere il Council on Foreign Relations (CFR) come “un potente gruppo di pressione degli Stati Uniti“, essendo “inutilmente sinistro“. E’ “il più prestigioso centro di ricerca di politica estera degli Stati Uniti“, insiste Borger. Borger, infatti, controargomenta con la sua posa falso-ingenua. Nessun altro think tank di politica estera è più influente del CFR, e Kodmani è lì come rappresentante di fiducia degli interessi imperialisti degli USA in Medio Oriente.
Si deve aggiungere che il Socialist Workers Party della Gran Bretagna e i suoi seguaci globali del Segretariato Unificato Pablista, e altri pseudo-sinistri, danno prova di una simile cecità, politicamente motivata, sul vero carattere dell’opposizione siriana e le sue finalità. A giugno, Khalil Habash si lamentava su International Viewpoint del Segretariato Unificato, che “Il processo rivoluzionario siriano sin dall’inizio è stato colpito da circospezione da una parte della sinistra … accusandolo di essere una cospirazione dei paesi occidentali imperialisti e reazionari regionali come l’Arabia Saudita. Questa tendenza purtroppo continua ….” Simon Assaf di SWP era ancora più schietto all’evento annuale Marxism 2012. Ha detto che non voleva soffermarsi su coloro che parlano di  “cospirazione” dovuta al coinvolgimento di Turchia, Qatar, Arabia Saudita o negli Stati Uniti, perché “ci avrei messo troppo tempo a calmarmi“.
Non è solo che questi gruppi si rifiutano di prendere una posizione critica nei confronti del movimento di opposizione e delle diverse forze sociali che esso rappresenta, come sarebbe necessario per chiunque cerchi di porre le basi per lo sviluppo di un movimento indipendente d’opposizione della classe operaia in Siria. Come il Guardian e altri media mainstream, hanno deliberatamente nascosto il carattere borghese, settario sunnita e pro-imperialista dell’attuale leadership del movimento, nascondendo gli intrighi imperialisti delle grandi potenze, il cui risultato finale sarebbe disastroso, come la guerra della NATO contro la Libia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Santa Alleanza USA – al-Qaida

Igor Ignatchenko, Strategic Culture Foundation, 17.07.2012

La Siria è inondata da terroristi di ogni genere. Al-Qaida ha commesso una serie di atti terroristici. Secondo l’ex comandante dell’Accademia Navale turca Ammiraglio Türker Erturk, essa ha il sostegno dagli Stati Uniti. Afferma che l’Occidente e i suoi alleati arabi hanno deciso di ripetere lo “scenario salvadoregno“, contando sui gruppi terroristici invece che sull’opposizione. Gli attentati suicidi a Damasco lo confermano. Lasciatemi ricordare l’operazione volta a destabilizzare il Salvador con l’aiuto di attentatori suicidi, guidata da John Negroponte, che in seguito divenne ambasciatore USA in Iraq, e il futuro ambasciatore statunitense in Siria Robert Ford.
Peter Oborne, commentatore del Daily Telegraph, ha confermato che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno recentemente intensificato la cooperazione clandestina con al-Qaida, per riunire gli sforzi nella lotta contro il governo siriano. Nel suo articolo Syria’s Crisis is Leading Us to Unlikely Bedfellows, sottolinea che le azioni terroristiche a Damasco, commesse l’anno scorso, avevano tutti i segni distintivi di quelle commesse dall’organizzazione terroristica in Iraq. Secondo il giornalista britannico, i militanti di al-Qaida sono giunti in Siria dalla Libia attraverso il “corridoio turco”. Peter Oborne vede “la triplice alleanza Washington-Londra-al-Qaida” come una grave minaccia per il Regno Unito.
Omar al-Bakri, un estremista religioso residente in Libano, ha confessato in un’intervista al Daily Telegraph che militanti di al-Qaida, sostenuti da al-Mustaqbal di Saad al-Hariri, si erano già infiltrati in Siria dal Libano. Nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Baghdad, il ministro degli esteri iracheno Hoshyar Zebari ha confermato il fatto che al-Qaida si infiltra in Siria attraverso il confine iracheno, al fine di commettere atti terroristici e trasportare armi.
The Guardian ha recentemente pubblicato un articolo intitolato Syria Would Be Disastrous for Its People. L’autore Sami Ramadani sottolinea il fatto che un’alleanza tra Stati Uniti e al-Qaida ha preso forma. Gli Stati Uniti e la Turchia vogliono intensamente destabilizzare la Siria, usando i fondi petroliferi forniti da Qatar e Arabia Saudita. Mentre Hillary Clinton sta cercando di convincere la comunità internazionale che l’intervento in Siria è un passo necessario, la CIA è coinvolta attivamente nel sostegno e nell’addestramento dei militanti. Come è noto, gli Stati Uniti e gli alleati della NATO hanno reclutato i capi delle organizzazioni terroristiche e criminali comuni provenienti da diversi paesi del mondo come mercenari, per infiltrarli tramite operazioni speciali nei campi di addestramento situati in Turchia e in Libano. Per esempio, mentre era a Homs, un membro della missione degli osservatore della della Lega Araba, che lavorava per i servizi speciali iracheni, restava molto sorpreso nel vedere mercenari pakistani, iracheni e afghani. Particolarmente impressionante è stato il fatto che alcuni di loro erano stati i suoi rapitori in Iraq. E’ importante notare che oltre un centinaio di mercenari provenienti dai paesi arabi e altri paesi, tra cui un numero significativo di legionari francesi, sono stati catturati dalle autorità siriane dopo aver liberato Homs.
Hala Jaber, un corrispondente del Sunday Times, è certo che estremisti religiosi e mercenari stranieri infiltrati in Siria dai paesi limitrofi, hanno contribuito all’esacerbazione delle violenze, per far porre fine alla missione degli osservatori internazionali. Hala Jaber ha sottolineato che gli appelli degli sceicchi sauditi ad attraversare la frontiera siriana, sono stati seguiti da decine di persone provenienti da Libano, Tunisia, Algeria, Arabia Saudita, Libia, Egitto, Giordania e Kuwait, fanatizzate dal desiderio di creare un califfato arabo in Siria e nella regione.
The British Times ha pubblicato un articolo, nel gennaio di quest’anno, che indicava che l’Arabia Saudita e il Qatar si erano legati con un accordo segreto per finanziare l’acquisizione di armi da parte dell’opposizione siriana per rovesciare il regime di Bashar Assad. Un accordo segreto tra i governi di Arabia Saudita e Qatar e l’opposizione siriana, era stato raggiunto dopo la riunione dei ministri degli esteri delle Nazioni della Lega araba a Cairo, nel mese di gennaio. Un rappresentante dell’opposizione siriana aveva detto al quotidiano britannico che l’Arabia Saudita ha offerto tutta l’assistenza. Aveva aggiunto che anche la Turchia ha preso parte attiva al sostegno dell’opposizione, fornendo armi attraverso il confine Siria-Turchia.
Mehmet Ali Ediboglu, un deputato della provincia di Hatay, ha detto al giornale National, organo degli Emirati Arabi Uniti, che c’erano grandi quantità di armi da fuoco turche in Siria. Ediboglu faceva parte della squadra del Partito popolare repubblicano turco che era giunta in Siria nel settembre 2011. I funzionari siriani hanno mostrato alla delegazione i camion carichi di armi scaricati nel deserto della zona cuscinetto tra i checkpoint di Siria e Turchia. Secondo un’intervista del deputato turco, le armi sono state consegnate dai Fratelli musulmani.
Il sito israeliano Debka, vicino all’intelligence israeliana Mossad, riportava nel lontano agosto 2011 che la NATO aveva consegnato sistemi di difesa aerea spallegiabili, armi anticarro, lanciagranate e mitragliatrici pesanti alle forze di opposizione, dal territorio della Turchia. “Ribelli siriani hanno ricevuto addestramento in Turchia“, aveva riferito Debka. NATO e Stati Uniti hanno organizzato una campagna per reclutare migliaia di volontari musulmani provenienti da diversi paesi, per aumentare la potenza dei “ribelli” siriani. L’esercito turco gli ha fornito addestramento e un sicuro passaggio attraverso il confine Siria-Turchia.
Secondo il Guardian, l’Arabia Saudita è pronta ad offrire assistenza finanziaria ai militanti dell’esercito libero siriano, incitando le defezioni di massa nei ranghi militari della Siria, e aumentando la pressione sul governo di Assad. Riyadh ha già discusso i piani di lunga durata con Washington e altri stati arabi. Come notano i media britannici, riferendosi a fonti anonime di tre capitali arabe, l’idea originaria non era dei sauditi, ma piuttosto dai loro alleati arabi disposti ad eliminare la sovranità siriana. L’incoraggiamento ai disertori siriani coincideva con le forniture di armi in Siria. The Guardian afferma che i colloqui con i funzionari dei paesi arabi chiarivano che le forniture di armi da Arabia Saudita e Qatar (compresi fucili automatici, lanciagranate e missili anticarro) erano iniziate a metà maggio. Gli interlocutori arabi del Guardian hanno detto che l’accordo finale per inviare le armi dai depositi in Turchia ai ribelli, era stato ottenuto con fatica, con Ankara che prima insisteva sulla copertura diplomatica dagli stati arabi e dagli Stati Uniti. Gli autori di questo articolo hanno detto che la Turchia ha anche permesso la creazione di un centro di comando a Istanbul, che sta coordinando le linee logistiche in consultazione con i leader dell’ELS in Siria. The Guardian ha assistito al trasferimento di armi ai primi di giugno, vicino alla frontiera turca.
Mentre l’autorevole New York Times ha riferito che la CIA ha già organizzato le forniture di armi e attrezzature all’opposizione. Secondo la fonte, esperti agenti della CIA stanno “lavorando” nella distribuzione illegale di fucili d’assalto, lanciarazzi anticarro e altre munizioni all’opposizione siriana. Armi e munizioni sono state portate in Siria, in particolare con l’aiuto della rete della Fratellanza musulmana siriana, dice Eric Schmitt, l’autore di questo articolo. Le spese per fucili, lanciagranate e sistemi anticarro vengono condivise da Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Gli agenti della CIA forniscono assistenza in loco, per la consegna della merce verso la destinazione desiderata. Gli operatori delle agenzie potrebbero aiutare i ribelli ad organizzare una rudimentale rete di intelligenza e controspionaggio per combattere Bashar Assad. Andrea Stone di Huffington Post conferma questa informazione. Osserva che gli ufficiali della Central Intelligence Agency hanno lavorato nella Turchia meridionale da marzo, consigliando ad Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti quali elementi dell’esercito libero siriano (ELS) avrebbero dovuto armare. Inoltre, il Vicepresidente del partito laburista turco, Bulent Aslanoglu, ha confermato che circa 6000 persone di nazionalità araba, afgana e turca sono state reclutate dalla Central Intelligence Agency degli Stati Uniti, per compiere attentati terroristici in Siria.
L’alleanza di Stati Uniti e al-Qaida non confonde Reuel Marc Gerecht, ex agente della CIA e senior fellow presso la Foundation for Defense of Democracies. Sulle pagine del Wall Street Journal sostiene la necessità di “un’operazione muscolare della CIA lanciata da Turchia, Giordania e persino dal Kurdistan iracheno“. Pensa che il limitato impegno della CIA contro Assad, venuto a conoscenza del pubblico grazie ai media occidentali, non porterà a nulla in termini concreti per coloro che cercano di rovesciare il regime al potere in Siria. Gerecht pone particolare importanza sul fatto che “Assad, che dipende dalla minoranza sciita alawita (circa il 10%-15% della popolazione) per la sua forza militare, non ha la forza per una contro-insurrezione su fronti multipli“. Lo studioso della Foundation for Defense of Democracies pensa che “un approccio coordinato, guidato dalla CIA, nel tentativo di inviare armi anticarro, antiaerei e anti-persona attraverso i vuoti nella sicurezza delle frontiere del regime, non sarebbe difficile. La mancanza di uomini del regime e la geografia della Siria, con basse montagne, steppe aride e deserti proibitivi, probabilmente la rendono vulnerabile all’opposizione, se l’opposizione ha abbastanza potenza di fuoco“. L’ex agente della CIA è sicuro che questa azione siriana non sarebbe un un’impresa enorme: “Anche quando la CIA ha potenziato il suo aiuto alle forze afgane antisovietiche nel 1986-87, i numeri coinvolti (all’estero e a Washington) erano piccoli, circa due dozzine. Un’operazione aggressiva in Siria probabilmente richiederà più manovalanza della CIA di quella, ma probabilmente meno di 50 ufficiali statunitensi lavorano con i servizi alleati“.
Secondo Gerecht, è soprattutto il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan che ha irreversibilmente rotto con Assad. La Giordania, il paese arabo che gode del rapporto più intimo con gli Stati Uniti, è anch’essa contraria a Damasco. Inoltre, il veterano della CIA assicura che il Kurdistan iracheno, sempre più gravido di funzionari statunitensi sul suo suolo, probabilmente darà alla CIA un considerevole margine di manovra, con Washington che ha promesso di sostenere i curdi in ogni controversia con Baghdad e Teheran.
 
É gradita la ripubblicazione viene con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Egitto dei Fratelli e il Nuovo Medio Oriente

Melkulangara Bhadrakumar Strategic Culture Foundation 28.06.2012

A prima vista, sembrerebbe che una grande figura unificante sia finalmente apparsa sulle rive del Nilo, la cui ombra si proietta sull’intero panorama politico del Medio Oriente. Questo, almeno, è l’impressione generata dalla serie di encomi da parte della comunità internazionale, a seguito dell’elezione di Mohammed Morsi alle presidenziali in Egitto. Da Israele all’Iran, i paesi del Medio Oriente hanno salutato l’esito delle elezioni egiziane con la conseguente vittoria del candidato dei Fratelli Musulmani. Tutte le grandi potenze all’unisono hanno unito le loro voci al coro e salutato l’avvento della democrazia in Egitto.
Tuttavia, a ben guardare, c’è anche una notevole “irregolarità” nel tono e nella sostanza delle dichiarazioni delle cancellerie mondiali. C’è emozione manifesta, di sicuro, nelle voci di Iran e Turchia, come se un nuovo mondo sia dietro l’angolo, nel loro vicinato, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno parlato con la voce dolce, seducente e suggestiva del corteggiamento determinato; la maggior parte dei paesi, tra cui la Russia, parla correttamente e con prudenza in questa occasione; mentre la voce di alcuni paesi regionali come Israele, Giordania o Arabia Saudita tradisce anche un alto grado di nervosismo, per le incertezze che attendono.
Come si spiega questa affascinante gamma di emozioni? In primo luogo, naturalmente, Morsi è un “islamista incorreggibile” e la splendida realtà politica è che si tratta di uno spettacolo nuovo, nella politica regionale, vedere l’islamismo arrivare al potere attraverso le urne. Si tratta di una emozionante e inquietante visione. In secondo luogo, c’è sempre l’ansia per l’”ignoto” – come l’ex segretario alla difesa Donald Rumsfeld avrebbe detto – nell’ambiente altamente volatile del Medio Oriente. Il cuore della questione è che la Fratellanza Musulmana [MB] a cui Morsi appartiene, è una variabile sconosciuta nella dinamica delle forze nel sistema regionale. Inoltre, la MB ha già mostrato nel periodo recente una rara capacità di pragmatismo e flessibilità (anche se fermamente sposata all’ideologia dell’islamismo) e ha fatto le capriole, sul tappeto erboso della politica, così tanto e così spesso in passato che ci si comincia a chiedersi dove finisce la tattica e inizia la strategia dei Fratelli. In terzo luogo, ci si sofferma su un dubbio inevitabile, che ciò che si è dispiegato in Egitto non sia ancora del tutto l’atto finale, conclusivo, del dramma rivoluzionario senza copione che ha cominciato a svolgersi sulla piazza Tahrir, più di un anno fa, nel dicembre 2010, e il sospetto che l’epilogo sia possibile da qualche parte più avanti, ancora.
A dire il vero, l’elezione di Morsi colpisce profondamente la geopolitica del Medio Oriente. Principalmente, ci sono quattro vettori che meritano attenzione. In primo luogo, l’Egitto è stato un ancoraggio della strategia degli Stati Uniti in Medio Oriente, in che misura le cose cambieranno con l’avvento dei Fratelli? In secondo luogo, relativo a quanto sopra, dove starà l’Egitto nella nuova situazione di fronte al nucleo della questione del Medio Oriente – il problema palestinese e le relazioni arabo-israeliane? In terzo luogo, quale sarà l’impatto, se del caso, che l’ascesa dei Fratelli Musulmani in Egitto avrebbe sulla traiettoria futura della primavera araba? Infine, quali politiche regionali ci si può aspettare dall’Egitto, quale democrazia guidata da un governo islamista, verso i suoi vicini arabi?

Arbitro, mediatore e impostore
Morsi ha vissuto ed ha studiato in parte negli Stati Uniti, ha lavorato per la NASA, ed è stato professore per qualche tempo. Evidentemente, è una mente erudita, ha familiarità con il sistema politico statunitense. Ha giocato un ruolo chiave nella creazione dei contatti tra gli Stati Uniti e la Fratellanza Musulmana, che rapidamente si sono sviluppati nello scorso anno, portando alla visita di una delegazione dei Fratelli a Washington, dove sono stati ricevuti da alti funzionari della Casa Bianca, del Dipartimento di Stato e del Congresso degli Stati Uniti, e sono stati festeggiati dai think tank connessi con le istituzioni degli Stati Uniti. Evidentemente, Morsi è ben lungi dall’essere uno sconosciuto a Washington, e la sua vittoria elettorale avrebbe potuto essere prevista dagli Stati Uniti.
D’altra parte, il rapporto degli Stati Uniti con l’esercito egiziano è stato, e rimane, la parte più significativa e durevole dei loro legami bilaterali con l’Egitto, anche se l’alchimia del rapporto ha cominciato a cambiare da quando il regime di Hosni Mubarak è stato rovesciato. Allo stesso modo, i Fratelli Musulmani hanno anche dimostrato la volontà di collaborare con l’esercito egiziano – spesso con grande esasperazione dei rivoluzionari di Tahrir Square – e nel prossimo periodo, il tipo di equilibrio che si svilupperebbe nelle equazioni reciproche tra MB e militari, potrebbe avere un grande impatto sul corso della rivoluzione democratica in Egitto. Basti dire che agli Stati Uniti non mi dispiacerebbe un ruolo di arbitro tra i Fratelli e le forze armate, in caso di necessità, davvero un ruolo familiare per la diplomazia statunitense, nel perseguimento della massimizzazione o espansione dell’influenza globale degli Stati Uniti nei paesi stranieri.
Chiaramente, gli Stati Uniti non possono permettersi si essere del tutto o apertamente dalla parte dei militari egiziani, né vogliono proiettarsi in quel modo, poiché sarebbero completamente inconsistenti nella loro professione di paladini delle aspirazioni democratiche delle nazioni arabe, e subirebbero il risentimento dal popolo egiziano. Pur essendo i “finanziatori” dell’esercito egiziano – gli Stati Uniti hanno dato circa 1,5 miliardi di dollari di aiuti ai militari, ogni anno – ci sono prove per ritenere che gli Stati Uniti hanno anche avuto delle brutte sorprese, recentemente, dall’esercito egiziano. Le indicazioni sono che in più occasioni l’esercito egiziano avrebbe anche detto agli interlocutori statunitensi certe cose, per poi continuare a servire al meglio i propri interessi corporativi, come entità dell’economia politica dell’Egitto. Tuttavia, deve essere dato credito agli Stati Uniti per avere colto velocemente l’occasione e di aver compreso che sarebbe pura follia stare solo dalla parte dei generali egiziani, nel loro gioco con i fratelli.
Gli Stati Uniti hanno immediatamente cercato di provare ed esplorare per sé il ruolo di mediatore nel gioco di potere a Cairo, offrendo il loro “aiuto” a Morsi e all’esercito per trovare un mutuo equilibrio, con la scusa che la situazione altamente volatile in Egitto non raggiunga un punto di infiammabilità che destabilizzi il paese e la regione. Cosa implica questo? Da un lato, implica che gli Stati Uniti dovrebbero astenersi dal dare unilateralmente sostegno ai militari, mentre, dall’altro, si darà la possibilità agli Stati Uniti di spingere i Fratelli a muoversi nella direzione della moderazione e del compromesso. A dire il vero, ci sono zone d’ombra di cui non si può mai venire a conoscenza, per esempio, quanto sapevano in anticipo (o accettavano) gli Stati Uniti delle ultime mosse dei militari per usurpare i poteri del presidente e del parlamento democraticamente eletti.

Buche sulla strada da percorrere
Parlando chiaro, tuttavia, la diplomazia degli Stati Uniti naviga in acque inesplorate. Lungi da una situazione in cui gli Stati Uniti influenzano il corso degli eventi, sembra che gli Stati Uniti credano a un modo per aggirare (e attraversare) le situazioni in via di sviluppo e che l’umore che può essere percepito, sia un “aspetta e vedi” e un adeguamento alla situazione. Questo non vuol dire che l’elezione di Morsi abbia sorpreso gli Stati Uniti, ma piuttosto che Washington si sia preparata a una serie di eventualità possibili e che la vittoria di Morsi era probabilmente (o sicuramente) una di esse. Almeno, questo è ciò che la breve dichiarazione dell’addetto stampa della Casa Bianca e la telefonata del presidente Barack Obama a Morsi, suggerirebbero. Il livello di agilità a Washington sarebbe stato di gran lunga superiore, se uno dei gruppi liberali che originariamente erano l’avanguardia della rivoluzione, avesse avuto successo come auriga alla guida del governo nel prossimo periodo, ma poiché ciò è solo d’interesse accademico, oggi, gli Stati Uniti devono accontentarsi di quello che passa il convento. Dal punto di vista degli Stati Uniti, venire a patti con la MB in Egitto diventa di fondamentale importanza, in quanto avrebbe implicazioni nel sostegno degli Stati Uniti al “cambio di regime” in Siria, dove anche la Confraternita è schierata contro il regime di Bashar al-Assad.
I fratelli egiziani, da parte loro, si sono finora astenuti dal sfidare frontalmente i militari e hanno dimostrato la volontà di consentire ai militari di mantenere i propri poteri e preservare la loro unicità nella società e nell’economia dell’Egitto. Quanto ciò continuerà ad essere così, è una grande domanda. Il fatto è che Morsi ha ottenuto una vittoria di stretta misura (grazie al supporto di salafiti e islamisti puri e duri e dei giovani del paese), mentre la popolarità della MB è crollata in modo significativo nei passati 6 mesi successivi all’elezione parlamentare, e ciò è successo a causa del crescente disincanto sui rapporti sottobanco tra fratellanza ed esercito. Così, a parte la pressione dei militari, Morsi deve anche interpretare in termini politici il significato del mandato che ha ricevuto dagli elettori egiziani, e cioè che ha il sostegno solo della metà della nazione egiziana.
Un altro aspetto che ha un peso fondamentale sulle relazioni Egitto-Stati Uniti è lo stato dell’economia egiziana, che è in cattive acque ed ha un disperato bisogno di grandi aiuti e sostegno da Fondo Monetario Internazionale e Unione europea. Le riserve valutarie dell’Egitto sono pari a circa 16 miliardi di dollari, allo stato attuale, qualcosa come il 40% della popolazione è disperatamente povera, sopravvive con un reddito giornaliero non superiore a un dollaro, il debito corrente è vicino ai 90 miliardi di dollari, il deficit di bilancio tocca il 10% del PIL. Il FMI stima che un’infusione immediata di 12 miliardi, o giù di lì, sia necessaria. È interessante notare che la piattaforma elettorale di Morsi sostiene le politiche neoliberiste e un’economia di libero mercato, con l’accento sulla capacità di attrarre investimenti esteri e sulla privatizzazione dell’economia egiziana, misure che balzano fuori dal libro mastro del FMI. Inoltre, il potente che sta dietro Morsi, Khairat al-Shater (il candidato originale dei Fratelli Musulmani alle elezioni presidenziali) è egli stesso un miliardario che rappresenta gli interessi economici del movimento. I liberali egiziani sono giustamente amareggiati dal fatto che i Fratelli sono stati a Tahrir Square solo il tempo per lustrare la propria immagine “rivoluzionaria”, mentre mettevano sotto protezione i loro interessi.
Gli Stati Uniti hanno una carta vincente nel controllo del flusso del denaro del FMI, necessario per rilanciare l’economia egiziana. E ciò è collegato alla richiesta, ad un certo punto, che Morsi e i Fratelli debbano agire all’unisono con la loro agenda geopolitica in Medio Oriente, anche se non così brutalmente come è stato finora. In sintesi, è giusto dire che gli Stati Uniti potrebbero essere spettatori degli eventi catastrofici in Egitto, ma detengono anche i cordoni della borsa dei militari e l’economia.
Ma ci sono altre buche sulla strada. A parte la saggezza politica di realizzare politiche economiche neo-liberiste, che sono sicuro renderanno la vita più difficile per i poveri e alimenteranno le tensioni sociali, Morsi deve anche fare i conti con la possibilità che ci possa essere uno scontro con gli Stati Uniti su Israele. Ogni sondaggio di opinione dell’anno passato ha sempre dimostrato che il popolo egiziano si oppone al trattato di pace con Israele, emanato dagli accordi di Camp David. Poi, come l’ondata massiccia di aspettative a Gaza (che è sfociata in festeggiamenti selvaggi per la vittoria di Morsi) testimonia, ci sono grandi aspettative dalla MB. D’altra parte, l’adesione dell’Egitto al trattato di pace con Israele è una “linea rossa” per Washington, che non permetterà a Morsi di attraversare. Se Morsi non coopera, è assolutamente concepibile che gli Stati Uniti non esiteranno a destabilizzare la sua presidenza e il governo con metodi occulti, come incoraggiare l’esercito a creare una situazione di tensione intollerabile.
Ma poi, il punto è anche che, come dice il proverbio, la strada per Gerusalemme passa per Cairo e anche se Morsi non straccia il trattato di pace con Israele, non ci si può aspettare che sia un collaboratore di Israele come lo era stato Hosni Mubarak, e non farà parte di un altro assedio di Gaza degli israeliani. Oltre a ciò, come potrebbe la MB ammettere i legami economici dell’Egitto con Israele? Infine, Hamas, che è una organizzazione sorella della Fratellanza musulmana, si aspetta con tutto il cuore che l’Egitto sostenga la resistenza palestinese. Capita anche che Morsi stesso abbia un retroterra “anti-israeliano”. La sua iniziazione al culto dei Fratelli, tre decenni fa, avvenne attraverso l’appartenenza a un comitato “anti-sionista” nella provincia di Sharkiya, sul Delta del Nilo, alla fine degli anni ’80, che ha respinto con le unghie e con i denti la ragion d’essere della normalizzazione dell’Egitto con lo stato ebraico. Così, anche se Morsi non annulla il trattato di pace con Israele, non sarà mai in agio con esso. I portavoce dei Fratelli Musulmani sono stati citati, dai media occidentali, dire che Morsi non si incontrerà con gli israeliani, ma non può impedire che altri funzionari lo facciano.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che non vede l’ora di lavorare “con la nuova amministrazione [dell'Egitto] sulla base degli accordi di pace”, che ha descritto come “una pietra miliare della stabilità nella regione e d’interesse vitale per entrambi paesi”. Ma non è così semplice. Che sarà la più grande preoccupazione di Israele, anche prendendo per oro colato le pubbliche assicurazioni di Morsi nel suo primo discorso dopo la vittoria alle elezioni: “Ci rivolgiamo al mondo con un messaggio di pace. Rispetteremo le carte e le convenzioni internazionali, e gli impegni e gli accordi che l’Egitto ha firmato con il mondo”, anche allora, per quanto l’establishment della sicurezza egiziana continuerà a cooperare nello scambio d’intelligence o nell’intraprendere azioni comuni? Senza una vera cooperazione a livello operativo, presente col regime di Mubarak su base giornaliera e in tempo reale, le sfide alla sicurezza saranno tali che Israele dovrà allocare un budget enorme per garantire la sicurezza delle sue frontiere con l’Egitto. Ancora una volta, senza annullare il trattato di pace in quanto tale, l’Egitto può richiedere cambiamenti nei termini dell’accordo, in particolare per quanto riguarda lo schieramento in Sinai, che il trattato di pace pone sotto una zona demilitarizzata. Morsi, infatti, ha accennato a una simile richiesta di revisione del trattato di pace con Israele.
Pertanto, delle lancinanti preoccupazioni hanno iniziato ad apparire nella mente d’Israele, sul se la MB consentirà all’esercito egiziano di collaborare totalmente con Israele, mentre il tempo passa, e i Fratelli sceglieranno come mantenere il loro rapporto con Hamas. Israele conta fortemente sugli Stati Uniti per modulare le politiche egiziane e garantirsi che i militari trattengano Morsi quando si tratta di Israele. I primi segni sono che Morsi preferisce formare un governo di unità nazionale e negoziare i poteri del presidente con i militari. Israele li considera degli utili segnali. Ma è una speranza un po’ esigua, dati i limiti dell’influenza degli Stati Uniti nella politica egiziana, e anche tenendo conto del fatto che il Consiglio Supremo delle Forze Armate [SCAF] di Cairo, dopo tutto, aveva cominciato a violare tutti gli accordi esistenti con Israele, compreso l’accordo sul gas. Fu sotto lo sguardo del SCAF che l’ambasciata israeliana di Cairo è stata attaccata, l’Egitto aveva sospeso il rilascio dei visti agli israeliani e diminuito il numero dei voli tra i due paesi, a parte il fatto che aveva permesso, per la prima volta della storia, a delle navi da guerra iraniane di attraversare il canale di Suez due volte, lo scorso anno, ignorando le virulenti proteste israeliane (e statunitensi). Il quotidiano israeliano Yediot Ahronot ha ben riassunto il paradigma della sicurezza con cui Netanyahu deve fare i conti: “l’Egitto non si trasformerà in una notte in uno stato nemico che minaccia i confini di Israele, ma l’intelligence e le istituzioni militari israeliane dovrebbero occuparsi di quel paese come un vecchio amico che ha bisogno di essere rivalutato, e devono prepararsi di conseguenza.” 

Non più uno status ‘sub-culturale’
La questione di fondo qui – come anche nella relazione dell’Egitto con gli Stati Uniti e l’Occidente in generale – è quanto o se l’Egitto accetterà uno “status subculturale”, per citare un’espressione di un editoriale del quotidiano del Partito comunista cinese Global Times. Il quotidiano ha analizzato la rivoluzione in Egitto, mettendo in evidenza e amplificando “i fattori culturali e politici fondamentali”, e puntando sulla controversia se Morsi “diventerà più laico”.
Infatti, ciò che preoccupa perennemente Israele è se Morsi rispecchia la strategia della MB, adagiandosi a una dottrina estrema con un pragmatismo a breve termine. La Fratellanza ha più di 85 anni ed è un movimento pan-arabo che ha costantemente sposato la creazione di uno stato islamico che comprenda l’intero Medio Oriente, e non ha mai rinunciato a questo obiettivo, nonostante la sua attuale volontà pragmatica, forse, nell’accettare l’esistenza di Israele. Naturalmente, l’Egitto come paese avrebbe molto da perdere se annullasse il trattato di pace con Israele, compresi miliardi di dollari di investimenti occidentali e, ultimo ma non meno importante, l’esercito egiziano ha ancora il potere assoluto in Egitto e la sua adozione di questa posizione, richiederebbe molto tempo e sforzi da parte della MB. Per tutti, come il quotidiano cinese ha sottolineato, qualcosa è cambiato radicalmente nel più vasto contesto regionale e di civiltà. Il Global Times aggiunge:
Il processo di democratizzazione sta rilassando il carattere culturale e politico del mondo arabo. Quando gli arabi hanno una scelta, sembra che la prima cosa sia trovare la propria identità. In precedenza, la Palestina ha prodotto il regime di Hamas. Le elezioni egiziane senza dubbio incoraggeranno la Fratellanza in altri paesi, con impatti sugli alleati degli Stati Uniti, come l’Arabia Saudita e la Giordania”.
L’osservazione di sopra, fatta in precedenza durante la settimana della vittoria di Morsi, era così preveggente quanto difficile sull’indomani; la Fratellanza musulmana della Giordania ha tratto ispirazione dalle vicende di Cairo e ha minacciato di boicottare le prossime elezioni locali, se Amman non realizza la promessa delle riforme democratiche. Il portavoce della MB ha detto che re Abdullah di Giordania deve svolgere bene il suo compito, che i ministri del governo saranno eletti dal parlamento e non saranno più i suoi incaricati. “Vogliamo anche che maggiori poteri siano conferiti al Parlamento”, ha detto all’agenzia Associated Press il portavoce della MB. Ha detto: “Tutti i passi che abbiamo visto finora [in Giordania] sono cosmesi. Vogliamo vedere atti reali e intenzioni serie per delle riforme vere, o noi sospendiamo la nostra partecipazione alle elezioni comunali”.

Rilanciare l’identità dell’Egitto
La MB della Giordania ha anche chiesto che re Abdullah rimuova Marouf al-Bakhit, un duro ex-generale dell’esercito, dal suo incarico di primo ministro, poiché credono non sia l’uomo adatto a guidare il programma di riforma della Giordania. Ovviamente, le cose stanno arrivando a una svolta in Giordania, dato che le elezioni parlamentari sono in programma per l’inizio del prossimo anno e, anche se re Abdullah ha detto che potrebbe richiedere “almeno due o tre anni” mettere in atto un governo eletto, l’impulso politico tratto dagli sviluppi nel confinante Egitto può dettare il contrario. I giordani hanno organizzato decine di manifestazioni in tutto il paese quest’anno, per premere per la libertà democratica e le riforme.
Anche in questo caso, dei manifestanti, stimati in 4000, hanno inscenato una protesta in Kuwait contro una sentenza del tribunale del 20 giugno, che demoliva i risultati delle elezioni parlamentari di febbraio (in cui l’opposizione aveva ottenuto 34 seggi nel parlamento di 50 membri). Lunedì, il governo del Kuwait aveva presentato le dimissioni in seguito alla situazione di stallo con l’opposizione.
A dire il vero, l’elezione di Morsi avrà risonanza in tutta la regione del Medio Oriente e ha il potenziale di ridisegnare il rapporto tra l’Egitto e il resto del mondo arabo, Arabia Saudita e Qatar in particolare. Gli ultimi due paesi sono saliti alla ribalta nella politica regionale, affiancando l’Egitto negli ultimi anni, ma l’Egitto è destinato a reclamare la sua posizione di leadership. Morsi aveva detto ai media iraniani, in un’intervista esclusiva poche ore prima che la sua vittoria elettorale fosse formalmente annunciata:
[Il mio piano] è stabilire relazioni con tutti i paesi della regione per rilanciare l’identità dell’Egitto nella regione, attraverso la cooperazione economica fra i paesi arabi e attuare alcune riforme della Lega Araba, attivare il suo ruolo sulla scena internazionale e, oltre a ciò, sostenere il popolo palestinese nella sua legittima campagna per la realizzare dei suoi diritti”.
Significativamente, Morsi ha anche sottolineato il suo entusiasmo per l’espansione dei legami dell’Egitto con l’Iran, e ha detto che i rapporti tra i due paesi “creano un equilibrio strategico nella regione. Ciò è parte della mia agenda”.
La reazione dell’Iran all’elezione del Morsi è stata più effusiva. Poche ore dopo l’annuncio del risultato delle elezioni al Cairo, il ministero degli esteri iraniano ha trasmesso le sue felicitazioni al popolo e al governo egiziani. Questo è stato seguito da un messaggio del Presidente Mahmoud Ahmadinejad. È interessante notare che un messaggio del capo di stato maggiore generale delle forze armate iraniane si felicitasse con la “nazione egiziana” e “invitava” le forze armate dell’Egitto ad accettare i risultati delle elezioni. In una dichiarazione separata, il capo di stato maggiore delle forze armate iraniane ha criticato il Consiglio Supremo l’esercito egiziano per le sue “azioni illegali”, e l’ha definito un corpo “illegale”. I commenti iraniani hanno consigliato la Fratellanza Musulmana ad affrontare l’esercito con l’appoggio degli agitatori di Tahrir Square, e ha avvertito che qualsiasi ritardo ingiustificato nel risolvere le equazioni fra la leadership eletta e l’esercito, può andare a scapito delle forze democratiche, in quanto il trinceramento militare sarebbe solo incline ad aumentare.
Teheran aveva fatto ripetute aperture a Cairo, nel periodo dal rovesciamento del regime di Mubarak, per riprendere le relazioni diplomatiche, ma ha dovuto accettare che la controparte egiziana avesse bisogno di più tempo. In che misura l’entusiasmo di Teheran per la MB sia genuina è difficile da dire, e ci potrebbe essere una spinta forzata verso ciò. Ma l’Iran sta adottando una visione a lungo termine, secondo cui l’ascesa dell’islamismo in Egitto, alla fine, opera in suo favore. (Questa è la sua presa di posizione pubblica nei confronti anche della Libia e della Tunisia.) Per il momento, Teheran trae soddisfazione dal fatto che Morsi non sarà parte di alcuna strategia statunitense di contenimento nei confronti dell’Iran.
Teheran sostiene con insistenza una certa affinità islamica con la MB e ritiene probabile che il sentimento sia ricambiato. La MB è dominata da fazioni e non è escluso che l’Iran abbia influenza su alcune delle sue fazioni. I collegamenti della MB con Hamas, il suo sostegno nel problema palestinese e la sua ostilità nei confronti di Israele, sono tendenze in armonia con la strategia generale regionale iraniana. Ma la cosa più importante di tutte, è che l’Iran osserva acutamente come il rapporto ambivalente tra la MB e gli stati petroliferi del Golfo Persico – Arabia Saudita e Qatar, in particolare, – si evolverà nel prossimo periodo. Il peggiore scenario per l’Iran sarebbe che la prodezza finanziaria saudita e qatariota possa incantare i fratelli d’Egitto. La sua più grande speranza è che la MB senta ed adotti una generale affinità islamica con l’Iran sciita, e non rientri nell’agenda saudita di mobilitazione dei sentimenti settari sunniti in Medio Oriente.

Rivoluzione nella rivoluzione
I rapporti della MB con l’Arabia Saudita promettono di essere un modello affascinante di politica regionale, nel prossimo periodo, e avranno significative ramificazioni nelle situazioni in Siria, Yemen, Bahrain, Libano, ecc. Da un lato, l’Egitto ha bisogno di aiuto finanziario e si sa che i paesi del Golfo Persico hanno tasche profonde. Ma d’altra parte, le monarchie dei petrodollari hanno mostrato riluttanza nel dare una qualsiasi assistenza di larga scala all’Egitto, a meno che non vi siano commisurate garanzie politiche che i loro interessi vitali non stiano per essere messi in pericolo. I regimi autocratici nel Golfo Persico sono estremamente cauti su una rivoluzione vittoriosa in Egitto, che potrebbe diventare un modello per i popoli arabi, e il fervore rivoluzionario potrebbe diffondersi nella regione, minacciando le monarchie. Morsi ha cercato di dissipare i timori dei regimi del Golfo Persico, assicurando che l’Egitto non esporterà la sua rivoluzione. Ma nel suo discorso della vittoria ha anche posto una condizione, dall’approccio sfumato: “Non permetteremo a noi stessi di interferire negli affari interni di un paese, allo stesso modo non permetteremo alcuna interferenza nei nostri affari”. Apparentemente questo può sembrare un atteggiamento logico ed equilibrato, in cui la buona volontà deve essere ricambiata, ma il guaio sta nel fatto che la MB ha avuto un rapporto travagliato con Arabia Saudita e Qatar.
La MB risente del finanziamento clandestino e della promozione dei salafiti egiziani da parte di Arabia Saudita e Qatar, che mirano a contestare la statura della MB come sorgente dell’islamismo in Egitto e nella regione. Allo stesso modo, la MB è ben consapevole che i sauditi e i qatarioti avevano stretti legami con Mubarak e che hanno cercato, per moltissimo tempo, di fermare il rafforzamento degli islamisti in Egitto, temendo che potessero cambiare la mappa politica della regione, finendo con l’attrarre l’attenzione sulla mancanza di legittimità dei loro regimi autocratici.
I sauditi sono molto nervosi per l’avvento al potere in Egitto della MB, perché lottano con la Fratellanza nel loro cortile di casa. C’è anche un retroterra storico di violenze tra l’establishment saudita e la Fratellanza (con cui l’ultimo Principe Nayef si è violentemente confrontato), che le due controparti hanno bisogno di porre a termine. I fermenti su sospetti e antipatie reciproci sono scoppiati di recente, quando l’Arabia Saudita ha minacciato di espellere tutti gli espatriati egiziani; l’ambasciata saudita a Cairo è stata attaccata, costringendo Riyadh a richiamare il suo ambasciatore. (È interessante notare che Morsi si è sentito chiamato a sconfessare pubblicamente i resoconti dei media, secondo cui la sua prima visita come presidente potrebbe essere l’Arabia Saudita.)
Detto questo, la vittoria elettorale Morsi è stata possibile, almeno in parte, solo a causa dei blocchi salafiti che hanno votato per lui. Data la natura del verdetto della “scissione”, Morsi si è affrettato a promettere che si sforzerà di agire come presidente di “tutti gli egiziani”. Insieme a ciò, la sua priorità per il prossimo futuro sarà per le questioni interne e non per la politica estera. Ma anche senza che la MB passi a una politica proattiva regionale, la sua ascesa in Egitto, in quanto tale, promette la ristrutturazione della politica del Medio Oriente. Non sarà più possibile ristabilire l’influenza esclusiva degli Stati Uniti in Egitto (e nel mondo arabo). Altri giocatori sono pronti a entrare nell’arena, in particolare la Cina, che è ben disposta ad impegnare risorse e che non è ossessionata da un passato coinvolgimento con l’era Mubarak. Il significato storico dell’ascesa in Egitto dei Fratelli Musulmani, risiede nel fatto che d’ora in poi nessuna singola potenza esterna può mettere la regione completamente sotto le sue ali e trasformarla in un’area “sub-culturale”.
 
É gradita la ripubblicazione in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

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