L’India dovrebbe isolarsi dalla guerra allo SI

M K Bhadrakumar 5 ottobre 2014Modi-2-621x414È la terza volta che l’India si trova a dover scegliere se unirsi alla guerra degli Stati Uniti contro il terrorismo. Nel 2001, il governo del BJP era piuttosto incline ad unirsi all’invasione dell’Afghanistan per rovesciarne il regime talib. Ma gli Stati Uniti erano più interessati ad imbrigliare l”alleato non-NATO’ Pakistan di Pervez Musharraf, ed accelerarono. La seconda volta fu nel 2003, quando in visita negli Stati Uniti, l’allora vicepremier LK Advani vide favorevolmente l’allora pretesa diplomatica del segretario alla Difesa statunitense Donald Rumsfeld secondo cui l’India doveva unirsi alla “coalizione dei volenterosi” per invadere l’Iraq. Ma la follia di Advani fu corretta dal Premier AB Vajpayee appena in tempo. Ora, il Premier Narendra Modi deve affrontare una scelta simile se far parte della “coalizione dei volenterosi” degli Stati Uniti contro lo Stato islamico in Iraq e Siria. Gli esperti della sicurezza indiani sembrano divisi. A complicare le cose, Israele ha anche lanciato al massimo livello ciò che sembra l’ultimo tentativo d’influenzare Modi, che mantiene apparentemente il senso delle proporzioni circa la mitica minaccia di al-Qaida in India. Tuttavia, sembra la toccata e fuga del nostro campeggio alla NSA di Washington nei fine settimana e causa del disagio che spinge “fonti altolocate” del governo indiano a spargere sistematicamente storie allarmistiche basate su congetture e intelligence scadente da pettegolezzo di bazar (qui e qui).
Tale gestione dei media suggerisce un attento piano per plasmare l’opinione pubblica a favore dell’abbraccio ‘Saath’ tra India e USA. (Saath, ‘andiamo avanti insieme’). Tuttavia, l’India farebbe un errore catastrofico associandosi alla “coalizione dei volenterosi” degli Stati Uniti contro lo SI. Il primo punto da ricordare è che si tratta di una guerra aperta. Il premier inglese David Cameron ha appena previsto che potrebbe essere una guerra generazionale. L’India ha la capacità di persistervi? In secondo luogo, le vite di oltre trenta indiani prigionieri dello SI sono nel mirino. Commettendo errori ci saranno ritorsioni e l’India sarà del tutto impotente, dato che gli Stati Uniti non faranno nulla per l’India oltre ciò che possono per il loro alleato chiave inglese, cioè niente. Il piano dello SI è forzare un Obama riluttante e un riluttante David Cameron ad inviare “soldati sul campo”, quindi vi sono alcune domande molto serie. Chiaramente, gli attacchi aerei contro lo SI non portano a nulla. Lo SI è già passato a una struttura orizzontale, senza comando supremo e centri di comando e controllo. Come un esperto di Medio Oriente ha dichiarato, opera come “un organismo rizoma”. Che vuol dire? Significa che gli Stati Uniti e i loro alleati presto non avranno “obiettivi”, mentre lo SI continua ad avanzare nonostante gli attacchi aerei degli Stati Uniti. Ha appena occupato una base militare irachena, con centinaia di soldati e catturato altre due città di confine in Siria. In breve, presto si dovrà riflettere sul ‘cosa succederà’ dopo gli attacchi aerei? La decisione della Turchia d’inviare truppe in Iraq e Siria e occuparne i territori anticipa l’attuale strategia militare degli Stati Uniti finire in un vicolo cieco, anche prima di quanto pensato. Persino in tale caso, nella “coalizione dei volenterosi” vi sono troppe contraddizioni. Gli Stati Uniti dipendono dagli stessi alleati del Golfo che il vicepresidente Joe Biden ha apertamente riconosciuto, in un discorso all’Università di Harvard, quali soli responsabili della creazione dello SI. In altre parole, i Paesi del Golfo e la Turchia (che finanziano, armano e assistono l’assalto dello SI) hanno un proprio ordine del giorno, diverso da quello degli Stati Uniti. Così l’amministrazione Obama affronta la difficile scelta tra fingere che i suoi partner della coalizione operino per sconfiggere militarmente lo SI inviando “stivali sul terreno” o, più plausibilmente, ad un certo punto accettare l’emergere dello SI e cercare di venirvi a patti.
A complicare le cose, l’Arabia Saudita è pericolosamente sovraestesa stiracchiando il proprio peso politico regionale. I confini con Iraq (900 km) e Yemen (1400 km) possono divenire vie d’infiltrazione di al-Qaida. Inoltre, ribolle la guerra tra fazioni nella famiglia reale saudita sulla successione di re Abdullah. Basti dire che tale crisi è quella del wahhabismo. La strategia saudita di sfruttare i salafiti negli ultimi 30-35 anni in Afghanistan, Pakistan, Siria e così via, chiude il cerchio con l’inevitabile radicalizzazione salafita che si muta nel movimento neo-wahabita qual è lo Stato islamico. Per quanto attese ed aspirazioni della gioventù saudita rimarranno lontane da carisma e forza dello SI? Questo è il problema centrale che emerge oggi. Citando l’analista del Medio Oriente di cui sopra, “la guerra in Medio Oriente è divenuta la guerra tra wahabismo e altri orientamenti del salafismo, come la Fratellanza musulmana (che i sauditi incolpano della nascita dello SI). È una guerra infra-sunnita, dei wahhabiti sauditi contro wahhabiti qatarioti, dei wahhabiti di Jabat al-Nusra contro lo SI; dei wahhabiti dell’Arabia Saudita e alleati contro i Fratelli musulmani“. Basti dire che si tratta di un calderone ribollente dalle inevitabili gravi ricadutee l’alta probabilità del ripetersi della rivoluzione islamica del 1979 in Iran, ma questa volta in Arabia Saudita.
Come osservatore di Obama, la mia impressione è che Obama traccheggi, sapendo perfettamente cosa ci sia in gioco. Obama sembra autorizzare gli attacchi aerei contro i movimenti senza troppa convinzione, intuendo la vulnerabilità terribile dell’Arabia Saudita. Naturalmente, il paradosso è che per la loro passività, gli Stati Uniti potrebbero finire per ripetere la follia in Iran degli anni ’70, rifiutando di fare pressione sul regime saudita per le riforme ed intuendo la vulnerabilità del regime, ma da spettatore paralizzato mentre lo SI avanza su Riyadh. Ma poi, che altro può fare Obama? L’opinione pubblica e l’establishment politico statunitensi non tollereranno che gli Stati Uniti inviino “stivali sul terreno” per salvare il regime saudita. Pertanto, l’India deve essere estremamente attenta a ciò che accade. Vi sono 7 milioni di indiani che si guadagnano da vivere nella regione. Non devono finire nel fuoco incrociato e ciò dovrà essere la prima preoccupazione. In prospettiva di lungo termine, l’India deve rivalutare potenzialità e/o pericoli dell’impennata dell’Islam politico nella mutazione del Medio Oriente. Se lo SI bussa alle porte di Riyadh, il rimbombo si farà sentire fino a Lahore. Questa non è una guerra al terrore. Le vecchie strategie regionali statunitensi perseguite in stretta alleanza con l’Arabia Saudita, hanno inesorabilmente portato all’attuale risultato esplosivo. Il patto faustiano degli Stati Uniti con i sauditi si disfa. L’India non ne ha alcun ruolo e non dovrebbe aspirare ad averne oggi, non importa chi sia il Mefistofele di New York che l’abbia sussurrato a Modi.

121613_Saudi_16x9Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il SIIL arriva nella “primavera araba”: i corni del dilemma curdo

Ziad al-Fadil Syrian Perspective 7 ottobre 2014Kurdistan-mapHo intenzione di farvi uno scherzo. Ayn al-Arab significa “primavera araba”. La parola “primavera” qui, ovviamente, si riferisce ad una sorgente d’acqua e non alla stagione. E’ anche il luogo chiamato Kobani dai curdi, divenuto ora famoso per l’attacco del SIIL a questa città sul confine siriano-turco. Poveri curdi. I loro capi sono o dei segaioli imperterriti come Masud Barzani, il cui unico scopo nella vita sembra sia pompare petrolio e aria fritta nel nord del Kurdistan iracheno; o condannati a languire in carceri in un’incontaminata isola, famosa per le sistemazioni limitate e la scarsità di televisori a schermo piatto, come Abdullah Ocalan. È già abbastanza brutto non poter condividere con tutti la visione dello Stato-nazione curdo, ma immaginate quanto sia esasperante quando gli unici difensori di Kobani sono del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, PKK, milizia designata “terrorista” dagli USA ed alleati, per non parlare dei malvagi erdoghani turchi. Cosa può fare un curdo quando terroristi sono contro terroristi? Beh, i curdi fanno, come sempre, tutto ciò che non dovrebbero. Chiedono altri e più efficaci attacchi aerei degli USA contro il SIIL che è, evidentemente, già a Kobani. Chiedono anche l’aiuto della Turchia. Ahaha! Che barzelletta! La stessa Turchia, tra l’altro, che vede la creazione di uno Stato curdo come se fosse la devoluzione dell’esistenza terrena nello stretto sfintere dell’oblio. E gli Stati Uniti sono restii ad aiutare un gruppo che designano “terrorista” per sconfiggere un altro gruppo “terrorista”. Dimenticate i turchi! Che può fare uno yankee?
I curdi pensano proprio come i palestinesi. Ci sono somiglianze. Entrambi sono popoli del Terzo Mondo oppressi dagli ebrei, Primo Premio dei Popoli Vittime. E proprio come gli ebrei, ma con meno successo, sono determinati a vincere il premio grazie ai buoni uffici di NATO, Stati Uniti e tutti gli altri malintenzionati della rete che trascorrono le loro ore di veglia architettando modi per frustrarne le speranze, i sogni, le aspirazioni e (un grande “e” qui) per tutto il tempo guadagnarsi il favore dei ricconi ebrei di Nord America ed Europa. I curdi della Siria per molti decenni hanno combattuto una battaglia persa per la cittadinanza siriana. nfine l’ebbero concessa dal dr. Assad. Pensate che mantengano i contatti con l’esercito siriano per respingere l’assalto del SIIL? No! Sarebbe troppo facile. Pensate che abbiano capito, ormai, che le aperture di Erdoghan sono solo uno stratagemma per garantirsene l’emarginazione mentre continua l’aggressione criminale contro la Siria? No. Sarebbe troppo semplice da capire. (Non si suppone che i turchi siano stupidi, comunque?) Pensate che si contattino Iran e Russia per vedere se questi due Paesi possano fornirgli aiuti genuini nella lotta contro un movimento sociopatico come il SIIL creato proprio da NATO, Stati Uniti e le alleate scimmie di Arabia Saudita e Qatar? No. Anche questo sarebbe troppo facile.
Iran e Russia? E’ un dato di fatto che i curdi parlano una lingua che deriva dal farsi. Mentre molti curdi sono costretti ad imparare il turco per avere un posto nelle vacue tradizioni delle orde dell’Asia centrale avanzate tra gli elleni e gli armeni dell’Anatolia, la maggior parte di loro non ha alcuna difficoltà ad adattarsi al farsi, che molti loro luminari, come Hoshyar Zibari, parlano fluentemente. I persiani non opprimono i curdi. I persiani non negano ai curdi il diritto di parlare nella loro lingua o d’insegnarla nelle loro scuole. Eppure, come i palestinesi, i curdi continuamente gravitano verso la parte più aggressiva del tracciato. La Russia? L’ex-Unione Sovietica, non è un segreto che il PKK sia socialista, persino comunista. Vero, la Russia ha lasciato quel particolare tipo di socialismo scientifico per migliorare la vita dei russi medi con pratiche capitalistiche spietate e dickensiane, da sociologia malthusiana. Ma per lo meno, la Russia è legata alla Cina comunista, altra potenza che commuta genere divenendo “potenza economica”. Mentre è difficile conciliare le precedenti personalità di questi due potenti membri del Consiglio di sicurezza dell’ONU, non è difficile capire che potrebbero avere meno dubbi nell’aiutare i curdi oppressi a respingere la grottesca folla di roditori assassini del SIIL, avendo anche loro dei fanatici simili a casa, per esempio ceceni e uiguri.
pkk-leader-small Mesut Kiryilan, che dirige il PKK, deve prendere il dilemma per le corna e fare quanto segue: ridurre Abdullah Ocalan allo status di invecchiato e lamentoso boss mafioso che non vedrà mai la luce del giorno, mentre fa salotto nella sua cella ad Imrali. Kiryilan non deve mai dimenticare che Ocalan ha ordinato l’assassinio di Sakine Cansiz a Parigi, con l’aiuto di Erdoghan e Hollande. Ne ordinò l’assassinio perché stava per rivelare, in Germania, la collusione di Ocalan con il piano per neutralizzare il movimento di liberazione curdo. Non dimenticate, la madre di Ocalan era turca, o almeno così ha detto ai suoi carcerieri mentre veniva portato via dall’Africa per essere processato ad Ankara. Non voglio sembrare caustico e cinico, senza cuore. Sono con i palestinesi (mia madre è nata a Jaffa, Palestina) e ho vissuto la loro tragedia per tutta la vita. Eppure, ogni volta che devo sedermi e pensare a come questi popoli vittime gestiscono i loro affari, socialmente, politicamente ed economicamente, capisco che scelgono sempre le soluzioni peggiori ai loro problemi, chiedendo l’amicizia ai più ostili alle loro aspirazioni, o sviluppando relazioni sociali basate su corruzione e furto, accettando le kakocrazie che hanno contribuito a fondare e santificando quegli stessi degenerati che li hanno truffati ed ingannati per decenni, Non ho alcuna simpatia per loro. Quando penso a Mahmud Abbas, leader dei palestinesi, penso alle pecore al macello, dove i macellai sono gli ebrei europei che ancora dentro i loro Konzentrazionlagern, o ai curdi in via di estinzione perché invocano i propri Quisling, Posso solo alzare solo le spalle, abbottonarmi il cappotto e attendere la fine della “primavera araba”.

sakine-cansiz-24Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Stato islamico: chi è davvero il SIIL?

Ghaleb Kandil, direttore di New Orient News, 6 ottobre 2014 – Mondialisation

10624972Il presidente turco Recep Erdogan è il leader regionale della “Fratellanza Musulmana” sopraffatto dalle delusioni. Incapace di sconfiggere la Siria e il suo Comandante in capo, vede dissipare i suoi sogni di gloria alla testa dell’impero neo-ottomano. Incapace di vincere la sua scommessa d’imporre un governo coloniale ai popoli del Levante ed Egitto, ha scatenato il suo profondo odio selgiuchide cospirando contro Siria, Egitto, Iraq ed interferendo in ogni affare nel mondo arabo. Tutte le strade che avvantaggiano il SIIL con finanze, armi e uomini passano da Istanbul, dove le transazioni sono realizzate vendendo petrolio rubato in Iraq e Siria da società turche e consegnato ai propri clienti statunitensi e sionisti da cui ricevono ingenti somme, milioni al giorno, per le casse di al-Baghdadi. Con gli auspici delle intelligence turche migliaia di turchi sono stati reclutati nel SIIL, i cui campi sono stati istituiti per addestrali e le cui “case di cura” accolgono. Molti di loro si sono recati in tali “luoghi di riposo” dopo le stragi. Immagini e articoli che descrivono i loro viaggi vengono anche pubblicati dalla stampa turca! Ed è sempre sotto gli stessi auspici che arrivano migliaia di combattenti stranieri che secondo Obama “l’occidente ne teme il ritorno nei Paesi di origine”. Riguardo le armi comprate da Arabia Saudita e Qatar, molte sono arrivate in Turchia per il SIIL, ma anche per le fazioni dei servizi segreti turchi che a loro volta massacrano, saccheggiano e devastano il nord-est siriano; anche se la maggior parte del bottino comunque torna ai “Dawaash” (i membri del SIIL) per comprarne l’aggressione ai curdi in Iraq e Siria.
La Turchia è lo Stato aggressore che ha creato “i comandi operatovi per la distruzione della Siria”, guidati dal generale degli Stati Uniti David Petraeus. E’ lo Stato responsabile dell’organizzazione delle “conferenze dei mercenari” delle edizioni successive, ma sempre sotto la bandiera di una presunta opposizione siriana. Un’opposizione i cui aspetti, nomi e capi variano a discrezione dei mandanti degli Stati Uniti, ma la cui costante dipende dall’illusione del governo ottomano decisa dall’odio verso la Siria e il suo popolo, e dall’ostilità verso tutto ciò che è arabo. Erdogan mira al popolo e ai leader arabi dell’Egitto dopo la rivolta contro l’organizzazione dei Fratelli musulmani, “madre del terrorismo e serva del colonialismo in Oriente”, perché gli egiziani che credevano alla sua propaganda presto hanno scoperto l’ipocrita transazione nell’ambasciata degli Stati Uniti, alla vigilia dell’arrivo al potere di Muhammad Mursi sotto il califfo dell’illusione ottomano, creatore del SIIL e protettore dei gruppi taqfiri che operano in Siria. Erdogan vuole spezzare l’Iraq e mira a prendersi Kirkuk, preparandosi ad attaccare la Siria per perfezionare il “piano del SIIL” con il pretesto della cosiddetta “zona di sicurezza” che cerca d’imporre sul campo. Ma ogni avanzata della Turchia in Siria sarà considerata un’aggressione alla Siria, alla sua sovranità e indipendenza. Si attiverà una risposta ferma e adeguata, e lo Stato siriano è pronto a respingere gli attaccanti.
Le autorità siriane hanno agito saggiamente accettando il “coordinamento sommerso” con l’amministrazione statunitense per permettergli di salvare la faccia dal fallimento morale e politico, mentre gli attacchi aerei degli USA sono difatti coordinati con Damasco; questo senza che la Siria li legittimi svolgendosi “al di fuori del quadro del Consiglio di sicurezza e quindi della legittimità internazionale”. Le autorità siriane sono ben consapevoli dei rischi potenziali di una tale situazione e ne detengono grandi vantaggi; ma a Damasco, i regolamenti di conti si compiono sempre al momento opportuno ed è con i suoi alleati che la Siria traccia le linee rosse e le norme sugli attacchi aerei degli Stati Uniti nel quadro della “lotta al SIIL”. La Siria ha detto, con il suo ministro degli Esteri a New York, che qualsiasi invasione del proprio territorio sotto qualsiasi pretesto, sarà considerato un attacco alla sovranità nazionale siriana. Pertanto, dovranno aspettarsi difesa e resistenza con tutte le forze disponibili, soprattutto perché gli attaccanti fanno parte dell’odiosa alleanza che ha lanciato la “guerra mondiale” per distruggere Siria, e la Turchia di Erdogan è il quartier generale dell’alleanza e uno dei suoi più atroci, viziosi ed ipocriti membri.

ALeqM5jBTEifhiRULijv3hODDaCnXrEC1ACosì scriveva Ghaleb Kandil alla vigilia del 2 ottobre, il giorno dell’adozione al parlamento turco del testo presentato dal primo ministro Ahmet Davutoglu, che autorizza l’impegno della Turchia in un’azione militare “contro il SIIL” in Iraq e Siria. Passiamo su tutto ciò che abbiamo sentito nei nostri media, lieti che la Turchia infine dimostri di essere davvero un alleato della NATO, ma che necessariamente ha liberato gli ostaggi di Mosul con la semplice deterrenza diplomatica verso l’infame SIIL. Infatti, abbiamo visto gli ostaggi liberati [1] laddove altri sono stati decapitati! Passiamo anche sul presunto rifiuto del governo turco nel giustificare la possibile invasione della Siria con l’intenzione d’istituire campi profughi o, più precisamente, una “zona di sicurezza” per milioni di profughi siriani, che sì ha umanamente accolto prima ancora di sentirne il bisogno, per non parlare delle centinaia di curdi iracheni ai quali ha aperto le frontiere dopo aver esitato… mentre il suo alleato statunitense cedeva alle sue pretese. Baderemo solo alle dichiarazioni del portavoce del ministero degli Esteri [2] francese, a seguito di questa ottima notizia:

8) Turchia/Siria/SIIL
D – Quali sono le consultazioni franco-turche?
R – La riunione dei ministri degli Esteri riguarderà relazioni bilaterali e questioni regionali. Il formato è stato deciso dopo la visita del presidente della Repubblica in Turchia, il 27 e 28 gennaio 2014. Si tratta di consultazioni annuali, ed è la prima volta che si svolgono a Parigi.

D – Come vede la Francia il progetto approvato dall’assemblea turca di creare uno spazio presso Qubanah, a cui i turchi fornirebbero copertura aerea?
R – Accogliamo con favore la decisione del Parlamento turco, che permette al governo d’intraprendere un’azione militare, se ritenuta necessaria. Per noi la Turchia è un alleato e un partner chiave nella coalizione antiterrorismo. Le consultazioni bilaterali del 10 ottobre saranno occasione per rivedere tutti questi problemi. Su progetti specifici delle autorità turche, vi rimando a loro.

D – Ciò significa mettere piede in Siria e dispiegarvi truppe, con l’argomento che dobbiamo proteggere Qubanah?
R – Si tratta di una decisione delle autorità e del parlamento turchi. Come ha detto il ministro, vi è una divisione del lavoro tra i Paesi della coalizione contro l’organizzazione terroristica SIIL.

D – Ma è ancora urgente. Sembra che nessuno si preoccupi della situazione a Qubanah, e si accetta che questa città cada e vi siano massacri. Nessuno sembra voler armare i curdi siriani?
R – Sosteniamo ciò che gli statunitensi fanno in Siria e nei Paesi arabi, ma ci deve essere una divisione del lavoro. Dobbiamo intervenire militarmente in Iraq. In Siria sosteniamo l’opposizione moderata. Il ministro l’ha chiaramente ricordato la scorsa settimana presso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

D – In tale divisione del lavoro chi aiuta i curdi di Qubanah?
R – Per noi, il partito che può combattere nel modo più efficiente contro SIIL e contro Bashar al-Assad è la coalizione nazionale siriana.

D – Perché aiutare i Peshmerga curdi in Iraq e non i curdi di Qubanah in Siria?
R – In Iraq lo facciamo su richiesta e in collaborazione con le autorità irachene”.

Niente di nuovo, tranne una buona ed inaspettata domanda, in questi giorni e in questo tipo di documento. [3] Qubanah è una città siriana a maggioranza curda, perché aiutano i curdi in Iraq e non i curdi in Siria? Ma indubbiamente il portavoce risponde con una piroetta. Ora sembra che ci sia “la domanda” se il problema curdo sia la bomba che possa esplodere in faccia all”alleato Erdogan” ora che Masud Barzani, presidente della regione autonoma del Kurdistan in Iraq, sa che non può contarci, e che Abdullah Ocalan, sempre prigioniero in Turchia quale leader del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) ha minacciato di interrompere il dialogo con Ankara se la popolazione di Qubanah sarà massacrata [4]. Una bomba che sarà molto più esplosiva di quella lanciata il 3 ottobre dal vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden [5]: “I nostri alleati regionali sono il nostro problema più grande in Siria… i turchi sono grandi amici e ho ottimi rapporti con Erdogan, con il quale ho trascorso molto tempo… i sauditi… gli emirati… che fanno? Erano così determinati a rovesciare Assad da condurre una guerra per procura tra sunniti e sciiti…” In breve, gli Stati Uniti sono puri come neve. Sono i loro alleati che armano e finanziano il SIIL, ma questi alleati “hanno finalmente capito i loro errori”!!! Data tale conclusione, non ha molto senso proseguire nell’aggressione alla Siria. La questione è se sia la risposta degli Stati Uniti ad Erdogan e altri alleati, per ricordare chi è il padrone e quale sia l’obiettivo finale del “piano SIIL”, servire soprattutto gli interessi degli Stati Uniti! Se avevano un qualche margine di manovra, l’hanno già consumato. La questione è anche se l’avvertimento di Joe Biden possa spiegare il fatto che il paragrafo di cui sopra (dichiarazioni ufficiali in politica Estera del 3 ottobre 2014) sia scomparso, avendo appena il tempo di copia/incollare, in un paio d’ore. La Turchia non sarebbe può un partner ‘d’obbligo’ degno della Francia? Oppure, ancora una volta, gli Stati Uniti rifiutano di accordarsi e la Francia traccheggia?

Traduzione e commento di Mouna Alno-Nakhal 04/10/2014

Note:
[1] Liberazione egli ostaggi turchi: “Questo è un giorno di festa per la nazione”
[2] Le dichiarazioni ufficiali in politica Estera 3 ottobre 2014
[3] I curdi di Qubanah “massacrati” dai jihadisti
[4] Abdullah Ocalan minaccia di rompere il dialogo con Ankara
[5] Tutti tranne noi! Biden incolpa gli alleati per l’avanzata del SIIL

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Walid al-Mualam

Walid al-Mualam

Il patto di Obama con i sauditi e al-Nusra
Moon of Alabama, 27 settembre 2014

Secondo il Wall Street Journal, Obama ha fatto un accordo con i sauditi, legittimando gli attacchi contro lo Stato islamico ed al-Qaida in Siria (Jabhat al-Nusra) con l’amministrazione Obama che poi rovescerebbe il governo siriano del Presidente Assad. Il principe saudita Bandar, che ha rifornito i jihadisti, è stato estromesso, ma è sempre nei cuori dei redattori neoconservatori di The Economist che gridano vittoria. Sono riusciti a trascinare gli Stati Uniti nella loro nuova guerra. Evviva! Ma da quanto ho capito, il ruolo di Obama nell’accordo apparirà più tardi. Ci vorrà un anno per addestrare gli insorti “moderati” in Arabia Saudita ed è solo quando saranno pronti che l’anatra zoppa Obama, potrà (o meno) iniziare l’azione militare. Gli elettori statunitensi sono ben consapevoli del fatto che Obama mantiene sempre le sue promesse (o meno). Un anno può essere lungo e chissà cosa accadrà prima. L’urgenza dell’accordo con i sauditi potrebbe essere dovuta ad certuni che pensano sia ora necessario attaccare i capi di al-Qaida (Jabhat al-Nusra) in Siria. Potrebbe anche esser dettato dagli scarsi voti di Obama nei sondaggi e il suo bisogno di mantenere un Senato a maggioranza democratica dopo le elezioni di novembre. La seconda ragione sembra più probabile. Per giustificare tale mossa su tale gruppo dalla grande leadership, la sua azione deve essere distinta dalle azioni dei jihadisti “moderati” di al-Nusra, con cui coopera su una serie di altre questioni. Il gruppo “Qurasan” è stato inventato e propaganda allarmista è stata lanciata per giustificare l’attacco. I media statunitensi come prevedibile hanno ingollato tutto e sparso ansia sulle “responsabilità” del “Qurasan“. Solo dopo l’attacco i dubbi sono stati autorizzati ad emergere: “Molti assistenti di Obama hanno detto che gli attacchi aerei contro Qurasan sono stati lanciati per contrastare un attacco terroristico “imminente”. Ma altri funzionari statunitensi hanno detto che la cospirazione era ben lungi dall’essere pronta, e non vi era alcuna indicazione che Qurasan la programmasse”. Secondo alcune speculazioni Jabhat al-Nusra fa parte di al-Qaida. E’ diretta da veterani di al-Qaida che hanno combattuto in Afghanistan e Pakistan e giunti in Siria dove era iniziata la rivolta. Gli Stati Uniti hanno ribattezzato tali veterani con il nome di gruppo “Qurasan” per avere una buona ragione per eliminarli. I loro sostituti potrebbero essere i maggiori gruppi ribelli nel sud della Siria disposti a cooperare di più con USraele. Una nuova versione soft di al-Qaida.
La strategia dispiegata con le varie guerre per procura in Siria e in Iraq dalle forze atlantiste è sempre più contorta. Non sarei sorpreso nel vedere Obama gettare la spugna su tutta la vicenda. Dopo le elezioni di novembre, potrebbe dire “basta” e mollare il caos.481100357-768x491Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Majdan sul Danubio

Laurent Caillette, Dedefensa99255933L’articolo “Ungheria (e Europa) nel mirino di Nuland” (vedi Dedefensa, 4 ottobre 2014) getta le basi per uno scenario in stile Majdan in Ungheria, che per quanto brutto sembra vero. Detto ciò dobbiamo tener conto di alcuni fattori che differenziano l’Ungheria dall’Ucraina, il principale è l’incapacità di un conflitto di rimanere entro i confini. A differenza dell’Ucraina, l’Ungheria è un Paese reale con un vero governo e una potente omogeneità linguistica. Da quel lato, le linee di faglia si trovano all’esterno (minoranze di lingua ungherese in Romania, Slovacchia, Serbia e Ucraina…). Orbán ne è consapevole dato che ha avviato un programma per far acquisire la doppia cittadinanza agli ungheresi all’estero, anche se ciò significa far irritare i governi confinanti. Forse si tratta di una manovra elettorale, almeno immaginando che il brav’uomo non esiti un secondo ad esportare un po’ di disturbi nei Paesi vicini, se necessario.
Poi l’estrema destra impersonata da Jobbik ha poco a che fare con i nazisti ucraini. Jobbik è una creazione recente, probabilmente per raccogliere il malcontento popolare tagliando l’erba sotto la possibile rinascita comunista. Nei primi anni 2000 Jobbik era anche un think tank del Fidesz (il partito di Orbán), tra i primi a parlare di maggiore cooperazione con Russia e Cina. A parte che Jobbik tira fuori le uniformi con le croci frecciate e 2-3 svastiche per le parate, bruciando bandiere stellate (blu e gialle) e illustrando un’avversione elettorale per i rom. Sebbene i rom siano il 10% della popolazione ungherese, sono poveri, politicamente inesistenti e possiamo anche dire che la loro cacciata non cambierebbe l’equilibrio strategico, come invece per l’Ucraina russofona. In situazioni di conflitto armato, piuttosto Jobbik è dalla parte di Orbán. Molto prima di fornirci queste pepite d'”illiberalismo”, Orbán aveva parlato più volte di un futuro da costruire ad est. È già vero con l’approvvigionamento energetico del gas e l’importazione di centrali nucleari russe. Allo stesso tempo, le sovvenzioni dell’UE vanno bene, anche quando si tratta di riempirsi le tasche tra amici. Per ora è tutto tranquillo perché il fiorino può giocare sul tasso di cambio e c’è ancora inflazione zero (bassi salari e potenziale deregolamentazione). L’ideale sarebbe persistere abbastanza da rafforzare l’abitudine delle élite locali alla pozione magica dell’UE, per poi fargli acquistare qualsiasi cosa. Ma ecco che l’ortodossia europeista non si ferma; come sempre deve avanzare in modalità turbo. Il nervosismo di Victoria Nuland dimostra anche che Orbán ha ben capito i limiti dell’UE, giocandoseli bene e persistendo ancora. Uno scenario tragicomico sarebbe un’Unione europea incapace di far godere della propria generosità l’Ungheria, con la secessione della Catalogna assieme al collasso bancario, per esempio, e Orbán potrebbe dire addio a Bruxelles prima di cercare logicamente miglior fortuna in Oriente. Sventolando la bandiera della NATO con meno orgoglio sulla facciata del Ministero della Difesa, i gendarmi mondiali ci potrebbero riservare una “Majdan 2” di riflesso e al passo con la realtà. L’hanno fatto in Siria e Ucraina, nessun motivo per fermarsi quindi. L’aspetto ottimista sarebbe l’Ungheria che abbandona la propria russofobia contratta all’epoca dell’Unione Sovietica.
A Budapest l’ambasciata statunitense si trova nella Szabadság tér (Piazza della Libertà!) di fronte alla sede di MTV Televízió, che non ha nulla a che fare con MTV. In tre anni l’ambasciata è divenuta una specie di fortino con massicce palizzate d’acciaio a protezione dell’ingresso. Costose da costruire, e ancor più costose da togliere.

20063Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Terrorismo e tumulti: il contenimento USA della Cina

Tony Cartalucci, Global Research, 3 ottobre 2014

china_sm96Con “Occupy Central” di Hong Kong completamente svelato quale movimento di protesta appoggiato dagli Stati Uniti, i lettori devono sapere che tale ultima agitazione non è che parte della grande campagna degli Stati Uniti per contenere e cooptare la nazione cinese. Già la guerra del Vietnam, con i cosiddetti “Pentagon Papers” del 1969, fu svelata essere semplicemente parte della grande strategia volta a controllare la Cina. Tre importanti citazioni da questi documenti rivelano tale strategia. Affermano che: “… La decisione a febbraio di bombardare il Vietnam del Nord e l’approvazione a luglio della Fase I dello schieramento hanno senso solo se a sostegno della politica di lungo periodo degli Stati Uniti per contenere la Cina” e inoltre: “La Cina, come la Germania nel 1917, come la Germania in occidente e il Giappone in oriente alla fine degli anni ’30, e come l’URSS nel 1947, si profila come grande potenza che minaccia di minare la nostra importanza e presenza nel mondo e, più tardi ma più minacciosamente, di organizzare tutta l’Asia contro di noi“. Infine, si delinea l’immenso teatro regionale in cui gli Stati Uniti erano impegnati contro la Cina, all’epoca, affermando: “Ci sono tre fronti nel tentativo di lungo periodo per contenere la Cina (rendendosi conto che l’URSS “contiene” la Cina a nord e nord-ovest): (a) il fronte Giappone-Corea; (b) il fronte India-Pakistan; e (c) il fronte sud-est asiatico“. Mentre gli Stati Uniti avrebbero in ultima analisi perso la guerra del Vietnam e ogni possibilità di utilizzare i vietnamiti come forza do ascari contro Pechino, la lunga guerra contro di essa continua altrove.
Tale strategia del contenimento venne aggiornata e dettagliata nel 2006 dal rapporto del Strategic Studies Institute “Filo di Perle: la sfida della nascente potenza della Cina nel litorale asiatico“, dove si delineano gli sforzi della Cina per garantirsi il petrolio dal Medio Oriente alle coste nel Mar Cinese Meridionale, così come i mezzi con cui gli Stati Uniti potevano mantenere l’egemonia sugli oceani Indiano e Pacifico. La premessa è che, se la politica estera occidentale non riesce a spingere la Cina a aderire al “sistema internazionale” di Wall Street e Londra da attore responsabile, una postura sempre più conflittuale deve essere adottata per contenere la nazione in ascesa. Questa guerra per procura si è manifestata nella cosiddetta “primavera araba”, dove gli interessi cinesi hanno subito danni in Paesi come la Libia devastata dalla sovversione e dall’intervento militare diretto degli Stati Uniti. Il Sudan è anche un campo di battaglia in cui l’occidente sfrutta il caos per respingere gli interessi cinesi dal continente africano. Ultimamente, i disordini politici nel Sudest asiatico, come in Thailandia, dove hanno spodestato il regime filo-USA del dittatore Thaksin Shinawatra, mentre il confinante Myanmar tenta di scongiurare la sedizione guidata dai fronti politici statunitensi e inglesi guidati da Aung San Suu Kyi. Nella stessa Cina, gli Stati Uniti brandiscono il terrorismo per destabilizzare e dividere la società cinese nel tentativo di rendere ingovernabile il vasto territorio della Cina. Nella provincia occidentale del Xianjiang, gli Stati Uniti appoggiano pienamente le violenze separatiste. Infatti, i primi a sostenere i separatisti uiguri dello Xinjiang sono gli Stati Uniti attraverso il Fondo Nazionale per la Democrazia (NED) del dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Per la Cina, la regione occidentale Xinjiang/Turkestan Orientale, ha una propria pagina web sul sito del NED, riguardante i vari fronti finanziati dagli Stati Uniti, tra cui:
International Uyghur Human Rights and Democracy Foundation, 187918 dollari
Per far avanzare i diritti umani delle donne e dei bambini di etnia uigura. La Fondazione manterrà un sito in inglese e uiguro, per sostenere i diritti umani delle donne e dei bambini uiguri.
International Uyghur PEN Club, 45000 dollari dollari
Per promuovere la libertà di espressione degli uiguri. L’International Uyghur PEN Club avrà un sito web per informazioni su testi vietati e opere e stato di poeti, storici, giornalisti e altri perseguitati. PEN uigura condurrà anche campagne di sensibilizzazione internazionale per conto degli scrittori imprigionati.
Uyghur American Association, 280000 dollari
Per aumentare la consapevolezza sui diritti umani uiguri. l’Uyghur Human Rights Project dell’UAS ricerca, documenta e porta all’attenzione internazionale informazioni indipendenti e accurate sulle violazioni dei diritti umani che colpiscono le popolazioni turche della regione autonoma uigura dello Xinjiang.
World Uyghur Congress, 185000 dollari
Per migliorare la capacità dei gruppi e capi uiguri filodemocratici per implementare efficaci campagne su diritti umani e democrazia. Il World Uyghur Congress organizzerà una conferenza dei gruppi e capi uiguri pro-democrazia sulle questioni interetniche svolgendo un lavoro di sostengo ai diritti umani uiguri.
Va notato che l’elenco proviene dal sito del NED del marzo 2014, da allora, il NED ha cancellato dalla lista diverse organizzazioni, come fece in precedenza per altre nazioni, prima di più intense campagne di destabilizzazione in cui voleva occultare il proprio ruolo. Tali organizzazioni finanziate dal NED sostengono apertamente il separatismo dalla Cina, non riconoscendo l’autorità della Cina sulla regione, riferendosi ad essa invece come “occupazione cinese”. Sull’attacco terroristico del marzo 2014 a Kunming, il Congresso mondiale uiguro finanziato dagli USA ha tentato di giustificarlo sostenendo che le autorità cinesi non hanno lasciato ai separatisti altra scelta. Il report di “Radio Free Asia” del dipartimento di Stato USA, intitolato “Le violenze alla stazione ferroviaria di Kunming in Cina lasciano 33 morti”, afferma: “Il portavoce del Congresso mondiale uiguro Dilxat Raxit ha detto che non vi era “alcuna giustificazione per gli attacchi ai civili, ma ha aggiunto che le politiche discriminatorie e repressive provocano “misure estreme” in risposta”. Dalle guerre per procura negli anni ’60 nel Sud-Est asiatico, alla “primavera araba” fabbricata dagli Stati Uniti nel 2011, al terrorismo nello Xinjiang e alle turbolenze a Hong Kong oggi, ciò che avviene non è una battaglia per la “democrazia” o la “libertà di espressione”, ma la vitale battaglia per la sovranità della Cina. Qualsiasi problema il popolo cinese abbia con il proprio governo, è un problema interno e solo esso può risolverlo a suo modo. Usando la promozione della “democrazia” come copertura, gli Stati Uniti continueranno i loro tentativi d’infettare la Cina con istituzioni e politiche appoggiate dagli USA per sovvertire, cooptare o rovesciare l’ordine politico a Pechino, e imporvi sulle ceneri un ordine neo-coloniale diretto esclusivamente dagli interessi di Wall Street e Washington, e non da quelli del popolo cinese.
Hong Kong era già occupata, dalla Gran Bretagna dal 1841 al 1997. Nella folla di “Occupy Central“, molti hanno buone intenzioni, ma la leadership è in combutta con gli interessi stranieri che cercano di sovvertire, dividere e distruggere il popolo cinese, non diversamente da ciò che la Cina subì per mano delle potenze europee nel 1800 e nei primi anni del 1900.

I capi di OccupyCentral con la senatrice statunitense Nancy Pelosi, già referente USA di Gianfranco Fini.

I capi di OccupyCentral con la senatrice statunitense Nancy Pelosi, già referente USA di Gianfranco Fini.

Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Alessandro Lattanzio ad IRIB: scontro Erdogan-Biden rispecchia le divergenze interne di Washington

ALeqM5jBTEifhiRULijv3hODDaCnXrEC1ATEHERAN (IRIB) Alessandro Lattanzio, redattore della rivista ‘Eurasia‘ e analista delle questioni politiche internazionali, parlando ai nostri microfoni sulla recente divergenza poltica tra Ankara e Washington ha detto: “Probabilmente e’ un riflesso dello scontro all’interno dei vertici statunitensi in questi giorni…” Potete ascoltare la versione integrale dell’intervista con Alessandro Lattanzio.

Perché Obama ha perso la guerra in Ucraina

Eric Zuesse, Global Research, 3 ottobre 2014

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Vuoi riscaldarti, cara? (scritta ‘carbone’ sul sacco)

Quando il presidente Obama ha preso il controllo di Ucraina nel febbraio 2014 con un colpo di Stato contro il presidente democraticamente eletto, piuttosto che con una vera e propria invasione statunitense, il nuovo governo imposto a Kiev è democraticamente assai vulnerabile. L’uomo che Obama ha rovesciato era stato eletto in modo schiacciante nelle regioni di Crimea, Donetsk e Lugansk nel sud-est dell’Ucraina e ampiamente altrove nel sud-est; gli elettori del sud-est dovevano essere eliminati (sterminati e/o espulsi dall’Ucraina), al fine di consolidare il nuovo regime ucraino pro-USA (sostenuto solo dagli elettori nel nord-est dell’Ucraina), se l’Ucraina avrà mai restaurata la democrazia, avrà i nuovi governanti antirussi piazzati da Obama. Ma la Crimea subito si staccava dal nuovo governo, e le truppe russe entravano in Crimea per proteggerla dall’azione militare pianificata dagli Stati Uniti per impedirne la fuga, e la Crimea poi subito tenne il plebiscito a marzo sostenendo in modo schiacciante il ricongiungimento con la Russia, la Crimea non ha mai lasciato volontariamente la Russia: il leader dell’URSS Krusciov aveva donato la regione russa della Crimea all’Ucraina nel 1954, e la Crimea ne fu sempre nettamente contraria. Poi, altrove nel sud-est dell’Ucraina, la popolazione ha occupato gli edifici governativi e rifiutato di accettare il nuovo governo golpista antirusso ucraino. Obama e i suoi nuovi dirigenti dell’Ucraina non lo gradivano ed erano determinati a fermare la ribellione, avviando una campagna di pulizia etnica per eliminare gli elettori nel sud-est (tranne in Crimea, ora difesa dalle truppe russe, per cui Obama non avrebbe sostenuto l’intento del suo regime golpista di estendere la pulizia etnica immediatamente in Crimea e anche di distruggere la Russia; Obama considerava l’intento prematuro, il suo programma di pulizia etnica sarebbe stato applicato in altre parti del sud-est).
Nessuno può capire la sconfitta di Obama in Ucraina se non sa che ha imposto in Ucraina un governo che ha avvito la pulizia etnica per sbarazzarsi delle popolazioni delle regioni che avevano votato per l’uomo che Obama ha rovesciato. È fondamentale saperlo, in modo da avere la possibilità di capire il motivo per cui Obama ha perso tale guerra che ha iniziato con il suo golpe di febbraio. In realtà, l’uomo che la squadra di Obama ha scelto per programmare la pulizia etnica ha annunciato, a giugno, che ci sarebbero stati campi di concentramento per tutti coloro che nel sud-est sostenevano il separatismo. La linea ufficiale degli Stati Uniti è che la popolazione nel sud-est sono “terroristi” che bombardano la propria gente procurandogli problemi; o come ha detto Christia Freeland su The New York Times, “Questa non è una guerra civile“. Il regime statunitense ha sempre strenuamente sostenuto ciò che il nuovo governo ucraino fa nel sud-est, in particolare la pulizia etnica. Uno dei motivi di tale linea, secondo cui i separatisti bombarderebbero la propria gente, è falso (oltre che essere semplicemente ridicolo), dato che la guerra civile non iniziò prima del 2 maggio, quando ci fu il massacro di pacifici oppositori al governo imposto da Obama, compiuto dai suoi sostenitori inviati a Odessa da Kiev per l’occasione, compiendo il massacro nella casa dei Sindacati. Questo massacro è stato co-ideato e finanziato da Igor Kolomojskij, miliardario ucraino che ha assunto il figlio di Joe Biden e occupato il governatorato locale grazie alla squadra di Obama. Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti aveva indetto una conferenza stampa il 29 luglio affermando che Stati Uniti ed UE sono “uniti nella determinazione a rispondere all’intensificata l’aggressione russa”. Il pubblico di giornalisti (il solito gruppo di stenografi della burocrazia USA) pose alla portavoce del governo statunitense domande volte a infangare ulteriormente le vittime ucraine degli USA (in particolare la popolazione bombardata), e lei disse, “Naturalmente, sosteniamo la de-escalation. Ma la maggior parte, stragrande parte, dell’escalation è dovuta ai russi… e ai separatisti russi” (termine ufficiale occidentale per le popolazione che bombarda), affermando che sono loro, e non il governo ucraino (che bombarda i villaggi ‘separatisti’), responsabili dell'”escalation” nella guerra civile ucraina che gli Stati Uniti hanno iniziato, e di cui ora finanzia il regime nazista che tormenta quei cittadini ucraini; cioè, coloro che gli USA accusano essere causa del problema. Devono liberare la terra nel sud-est dell’Ucraina, in modo da consentire alle compagnie petrolifere di estrarre il gas shale ucraino. Solo che di ‘tali’ compagnie del fracking, la più grande è di proprietà dell’oligarca Igor Kolomojskij, i cui agenti negli Stati Uniti sono il figlio di Joe Biden, Hunter Biden, e qualcun altro assunto dalla cricca di John Kerry. Ci sarebbero stati anche molti altri vantaggi per l’aristocrazia statunitense se Obama avesse vinto in Ucraina, ma la maggior parte di tali benefici saranno persi se i giacimenti di gas nel sud-est dell’Ucraina non potranno essere venduti (“privatizzati”) alle compagnie petrolifere occidentali, e a buon prezzo, dal governo ucraino che deve rimborsare quasi 30 miliardi di dollari che Stati Uniti, UE e FMI gli hanno prestato per finanziare il programma di pulizia etnica, fondamentale per la privatizzazione. Se tali prestiti non funzionano, i contribuenti occidentali saranno costretti a rimborsare i creditori in Ucraina, in quanto i cittadini occidentali pagano le tasse. Tuttavia, il nostro governo ucraino non è riuscito a sbarazzarsi di un numero sufficiente di ucraini. Come Christine Lagarde del FMI ha avvertito il 1° maggio (poco prima del massacro di Odessa che avviava la pulizia etnica per eliminare gli elettori indesiderati del sud-est dell’Ucraina), la “perdita del controllo economico sull’est (perdita dei redditi dal fracking) riduce le entrate del bilancio (ucraino) richiedendo una ricalibrazione significativa del programma (prestiti); (mettendo fine) a ulteriori finanziamenti, anche dai partner bilaterali dell’Ucraina”, Stati Uniti e UE.
A cosa fatte, quei “partner bilaterali” hanno ormai prestato all’Ucraina tutto ciò che possono o vogliono, e il lavoro è lungi dall’essere finito. Al meglio, in prospettiva, una qualsiasi continuazione porta a una lunga estenuante guerriglia per cui l’occidente non ha né denaro, né volontà. Quindi: “la perdita di controllo economico sull’est” da parte occidentale significa che Obama ha, in effetti, perso la sua guerra ucraina, e che i contribuenti e gli utenti occidentali saranno costretti a rimborsare il FMI (tramite aumento di tasse e riduzione dei servizi) per perdite superiori ai previsti 30 miliardi di prestiti all’Ucraina. Il FMI ha agito da intermediario degli aristocratici occidentali (come fa sempre), proteggendoli dalle perdite nei loro investimenti internazionali, in modo che i governi del FMI (contribuenti e utenti) assorbano le perdite di un qualsiasi aristocratico. Naturalmente, nelle puntate vincenti, i patrizi si trattengono tutti i guadagni. Nel frattempo, il pubblico (contribuenti ed utenti) di qualsiasi Paese che accetti prestiti dal FMI viene voracemente spogliato, come i cittadini ucraini vedranno. Ma l’affare ucraino di Obama è una delusione totale tranne che per i fabbricanti di armi. Povero Barack Obama, dovrà aspettare finché sarà licenziato prima che i miliardi inizino a piovergli (come già accade al suo amico ed ex-subalterno Timothy Geithner). Il motivo è che Obama ha perso i residenti del sud-est dell’Ucraina che preferiscono combattere fino alla morte che cedere ai suoi nazisti. A differenza degli ebrei nella Germania nazista, i russi che vivono in Ucraina hanno le loro armi, quelle che strappano alle truppe ucraine che eliminano e anche quelle provenienti dalla vicina Russia. Ma, soprattutto, sono disposti a combattere fino alla morte, cosa che solo pochi nazisti farebbero per l’occidente. Semplicemente non ci sono abbastanza nazisti dediti (cioè, abbastanza fascisti razzisti fanatici), in tutti i Paesi dalla ‘nostra parte’, per vincere. Non ci sono sufficienti fascisti razzisti antirussi per strappare una tale vittoria. E da fine giugno Obama l’ha finalmente riconosciuto, gettando la spugna. Naturalmente, non impedirà ai suoi diretti tirapiedi di massacrare persone, ma già da luglio non aveva più voglia di aumentare il debito del governo sostenendo tale massacro. Il Kyiv Post filo-Obama titolava il 26 maggio (il giorno dopo le elezioni, ma solo nel nord-ovest dell’Ucraina, di Petro Poroshenko, a presidente dell’Ucraina), “Poroshenko promette di accelerare l’operazione anti-terrorismo, ottenendo il successo in ore e non mesi“. Ma ora è già passato oltre un mese e Poroshenko-Kolomojskij-Obama-Jatsenjuk non solo non hanno racimolato “successi” in “giorni”, ma sono oltre il limite promesso di Poroshenko “non di mesi”; in realtà stanno perdendo la guerra. Così, Obama ha perso questa guerra. L’ha mollata ed è per questo che Obama ha perso.
In parole povere, non può sterminare abbastanza ‘nemici’. Il suo programma di sterminio ha finito i soldi molto prima che la popolazione cedesse la volontà di combatterlo. Naturalmente, chi ne paga il costo sono soprattutto coloro a cui la squadra di Obama spegne la vita, colpisce e distrugge le case. Contribuenti ed utenti occidentali non subiranno più di tanto. Gli aristocratici occidentali fanno tutto il possibile per indebolire l’economia della Russia, al fine di vincere la nuova grande guerra fredda, che il colpo di Stato di Obama in Ucraina ha riavviato. I proprietari delle aziende belliche statunitensi sono in piena espansione in conseguenza della mossa ucraina di Obama. La Russia, dal canto suo, fa tutto il possibile per rispondere alle sfide di Obama della rinnovata guerra fredda, cercando di trasformare in limonata la pila di limoni che Obama gli ha lasciato. In un certo senso, quindi (e molto semplificato): la seconda guerra mondiale ha creato il dominio statunitense; la guerra del Vietnam ha devastato tale dominio e le guerre di GW Bush-Obama potrebbe porvi fine. E’ particolarmente degno di nota, in tale contesto, che mentre la seconda guerra mondiale fu combattuta contro i nazisti, la guerra ucraina di Obama sostiene i nazisti. Gli USA così chiuderanno il cerchio con l’Ucraina, divenendo ciò che nella seconda guerra mondiale fu la nostra nemesi. In sostituzione dell’ex-nazione unica ucraina ci saranno due o più Stati falliti. Sarà un inferno. L’unica speranza per la Novorossija sarà Putin creare la versione russa del nostro Piano Marshall ripristinando la Novorossija. La metà nord-occidentale dell’Ucraina, che Obama controllava anche prima del suo golpe del 22 febbraio 2014, sarà travolta da una guerra sanguinosa assai intensa tra i nazisti e tutti gli altri. Obama non vorrà più neanche tale metà, avendo perso la metà del sud-est, suo vero obiettivo.
Il predominio di Stati Uniti, Unione europea e Giappone finisce. L’alleanza occidentale si dissolve e gli aristocratici europei hanno dato il comando agli aristocratici statunitensi, arrogante e sconsiderati che hanno affossato l’alleanza e da cui non potranno mai più riprendersi. Il mondo post-seconda guerra mondiale, in cui tutti noi abbiamo vissuto, è finito. Obama, con le sue azioni continua la tradizione di George W. Bush di orrende politiche, portando universalmente a piuttosto pessime conclusioni.

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Obama, lo sai cosa separa l’uomo dalla scimmia? Milioni di anni di evoluzione… No, l’Oceano Atlantico!

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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