La guerra in Mali e l’Agenda di AFRICOM: obiettivo Cina

F. William Engdahl, Global Research, 10 febbraio 2013

Consegnateci le nostre armi

Consegnateci le nostre armi

Parte I: La nuova guerra dei trent’anni in Africa?
Il Mali a prima vista sembra il luogo più improbabile per le potenze della NATO, guidata dal governo neo-colonialista francese del presidente socialista Francois Hollande (e silenziosamente sostenuto fino in fondo dall’amministrazione Obama), per lanciare quello che viene chiamata da alcuni una nuova Guerra dei Trent’anni contro il terrorismo.
Il Mali, con una popolazione di circa 12 milioni di abitanti, e una superficie tre e mezzo volte più grande della Germania, è un paese senza sbocco sul mare, nel deserto del Sahara, in gran parte al centro dell’Africa occidentale, confina con l’Algeria a nord, la Mauritania ad ovest, Senegal, Guinea, Costa d’Avorio, Burkina Faso e Niger a sud. Le persone che conosco e che hanno passato del tempo prima che i recenti sforzi di destabilizzazione le cacciassero, l’hanno definito uno dei luoghi più tranquilli e belli della terra, la casa di Timbuktu. I suoi abitanti sono per il novanta per cento musulmani delle diverse confessioni. Ha una agricoltura di sussistenza rurale e l’analfabetismo degli adulti è quasi al 50%. Eppure questo Paese è improvvisamente al centro di una nuova “guerra globale al terrore”.
Il 20 gennaio il Primo ministro britannico David Cameron annunciava la curiosa volontà del suo Paese di affrontare “la minaccia del terrorismo” in Mali e in nord Africa. Cameron aveva dichiarato: “E’ necessaria una risposta di anni, anche di decenni, anziché di mesi, e richiede una risposta con… l’assoluta ferrea volontà di risolverla…” [1] La Gran Bretagna nel suo periodo di massimo splendore coloniale non ha mai avuto una presenza in Mali. Fino a quando non ottenne l’indipendenza, nel 1960, il Mali era una colonia francese. L’11 gennaio, dopo più di un anno di pressioni occulte sulla vicina Algeria per implicarla nell’invasione del Mali, Hollande ha deciso di effettuare un diretto intervento militare francese, con l’appoggio degli Stati Uniti. Il suo governo ha lanciato attacchi aerei nel nord del Mali, in mano ai ribelli, contro un gruppo di fanatici tagliagole salafiti jihadisti autodenominatosi al-Qaida nel Maghreb islamico (AQIM).
Il pretesto per l’azione apparentemente rapida dei francesi, è stata l’azione militare di un piccolo gruppo di jihadisti islamici del popolo tuareg, Ansar al-Din, affiliato alla più grande AQIM. Il 10 gennaio Ansar al-Din, sostenuta da altri gruppi islamici, ha attaccato la città meridionale di Konna. È stata la prima volta dalla ribellione tuareg, all’inizio del 2012, che i ribelli jihadisti sono usciti dal territorio tradizionale dei tuareg, nel deserto del nord, per diffondere la legge islamica nel sud del Mali. Come ha osservato il giornalista francese Thierry Meyssan, le forze francesi erano molto ben preparate, “Il Presidente transitorio Dioncounda Traore ha dichiarato lo stato di emergenza e ha chiesto aiuto alla Francia. Parigi è intervenuta in poche ore per evitare la caduta della capitale, Bamako. La lungimiranza dell’Eliseo aveva già pre-posizionato in Mali le truppe del 1° Reggimento Paracadutisti Fanteria di Marina (“i Coloniali”) e del 13° Reggimento Dragoni Paracadutisti, gli elicotteri del COS (Special Operations Command), tre Mirage 2000D, due Mirage F-1, tre C-135, un Hercules C-130 e un C-160 Transall“.[2] Che conveniente coincidenza.
Dal 21 gennaio aerei da trasporto dell’US Air Force hanno iniziato a sbarcare in Mali centinaia di soldati d’elite ed equipaggiamento militare francesi, apparentemente per attuare quello che dicevano essere la controffensiva contro la precipitosa avanzata verso sud dei terroristi, diretti verso la capitale del Mali.[3] Il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian ha detto ai media che il numero dei suoi “stivali sul terreno in Mali” aveva raggiunto i 2.000, aggiungendo che “circa 4.000 truppe saranno mobilitate per questa operazione”, in Mali e fuori.[4] Ma vi sono forti indicazioni che l’azione francese in Mali sia tutt’altro che umanitaria. In un’intervista alla TV France 5, Le Drian con noncuranza ha ammesso, “L’obiettivo è la riconquista totale del Mali. Non lasceremo sacche.” E il presidente Francois Hollande ha detto che le truppe francesi sarebbero rimaste nella regione abbastanza a lungo “da sconfiggere il terrorismo.” Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Belgio, Germania e Danimarca hanno detto che avrebbero sostenuto l’operazione francese contro il Mali.[5]
Lo stesso Mali, come gran parte l’Africa, è ricco di materie prime. Ha grandi giacimenti di oro, uranio e, più recentemente, anche se le compagnie petrolifere occidentali cercano di nasconderlo, petrolio, molto petrolio. I francesi hanno preferito ignorare le vaste risorse del Mali, mantenendo il Paese nella povertà dell’agricoltura di sussistenza. Sotto il deposto, ma democraticamente eletto, Presidente Amadou Toumani Toure, per la prima volta il governo aveva avviato una mappatura sistematica delle grandi ricchezze del suo sottosuolo. Secondo Igor Mamadou Diarra, ex-ministro delle Miniere, il suolo del Mali contiene rame, uranio, fosfati, bauxite, gemme e, in particolare, una grande percentuale di oro, oltre a petrolio e gas. Così, il Mali è uno dei primi Paesi al mondo per  materie prime. Con l’estrazione dell’oro, il Paese è già uno dei primi sfruttatori, subito dopo Sud Africa e Ghana.[6]
Due terzi dell’energia elettrica francese è di origine nucleare, e nuove fonti di uranio sono essenziali. Attualmente la Francia riceve le più significative importazioni di uranio dal vicino Niger. Ma ora il quadro diventa un po’ complesso. Secondo gli esperti, di solito affidabili ex militari statunitensi con familiarità diretta con la regione, dicono in condizione di anonimato che in realtà Forze Speciali degli Stati Uniti e della NATO hanno addestrato le stesse bande di “terroristi” per giustificare l’invasione neo-coloniale del Mali della Francia, appoggiata dagli USA. La questione principale è perché Washington e Parigi addestravano i terroristi che ora vogliono distruggere in una “guerra al terrore?” Erano veramente sorpresi per la mancanza di fedeltà alla NATO dei loro allievi? E cosa c’è dietro l’acquisizione francese del Mali, sostenuta dall’AFRICOM statunitense?

Parte II: AFRICOM e i ‘Segreti di Vittoria’
La verità su ciò che sta realmente accadendo in Mali, ad opera di AFRICOM e dei Paesi della NATO, in particolare della Francia, è un po’ come la geopolitica del “Segreto di Vittoria”, quello che si pensa di vedere non è sicuramente quello che si avrà. Ci è stato detto più volte negli ultimi mesi, che qualcosa che si suppone si definisca al-Qaida, l’organizzazione ufficialmente accusata dal governo degli Stati Uniti di essere la responsabile della polverizzazione di tre grattacieli del World Trade Center, e di aver fatto un buco su un lato del Pentagono l’11 settembre 2001, si sia raggruppata.
Secondo la vulgata dei media e le dichiarazioni di diversi funzionari governativi dei Paesi membri della NATO, il gruppo originario del defunto Usama bin Ladin, rintanato, come avremmo dovuto credere, da qualche parte nelle grotte di Tora Bora in Afghanistan, abbia evidentemente adottato un modello da moderno business e starebbe schierando agenti del franchising al-Qaida con una modalità in stile ‘McDonalds del terrorismo’, da al-Qaida in Iraq al Gruppo combattente islamico libico in Libia, e ora al-Qaida nel Maghreb islamico. Ho anche sentito che un nuovo franchise “ufficiale” di al-Qaida è appena stato assegnato, per quanto bizzarro possa sembrare, a qualcosa che si chiama DRCCAQ, o al-Qaida nella Repubblica Democratica del Congo cristiano (sic).[7] Ora, ciò è un aspetto che ricorda quello di una setta altrettanto bizzarra, chiamata Ebrei per Gesù, creata dagli hippie durante la guerra del Vietnam. Può essere che gli architetti di tutti questi gruppi abbiano una così scarsa torbida immaginazione?
Se dobbiamo credere alla versione ufficiale, il gruppo che viene accusato di essere il maggior responsabile di tutti i problemi in Mali, è al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM in breve). L’AQIM, di per sé oscuro, è in realtà un prodotto creato occultamente. In origine si basava in Algeria, al confine con Mali, e si chiamava Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC, in francese). Nel 2006 il guru alla guida di al-Qaida, in assenza di Usama bin Ladin, il jihadista egiziano Ayman al-Zawahiri, annunciò pubblicamente la concessione all’algerino GSPC del franchising al-Qaida. Il nome fu cambiato in al-Qaida nel Maghreb Islamico e le operazioni antiterrorismo spinsero gli algerini, negli ultimi due anni, oltre il confine desertico nel nord del Mali. L’AQIM sarebbe poco più di una ben armata banda di criminali, che raccoglie denaro trasportando cocaina dal Sud America all’Africa verso l’Europa, o con il traffico di armi e di esseri umani.[8]
Un anno dopo, nel 2007, l’intraprendente al-Zawahiri aggiunse un altro tassello alla sua catena di teppisti di al-Qaida, quando annunciò ufficialmente la fusione tra il LIFG libico e al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM). Il LIFG o Gruppo combattente islamico libico, è stato fondato da un jihadista di origine libica, Abdelhakim Belhaj. Belhaj è stato addestrato dalla CIA con i mujahidin finanziati dagli USA, in Afghanistan, nel corso degli anni ’80, accanto ad un altro allievo della CIA, Usama bin Ladin. In sostanza, come osserva il giornalista Pepe Escobar, “a tutti gli effetti, da allora, LIFG/AQIM sono la stessa cosa, e Belhaj era/è il suo emiro“.[9] Ciò diventa ancora più interessante quando scopriamo che gli uomini di Belhaj, che come Escobar scrive, erano in prima linea nella milizia berbera delle montagne a sud-ovest di Tripoli, la cosiddetta Brigata Tripoli, erano stati addestrati in segreto per due mesi dalle Forze Speciali statunitensi.[10]
Il LIFG ha giocato un ruolo chiave nel rovesciamento di Gheddafi in Libia, orchestrato da Stati Uniti e Francia, trasformando la Libia di oggi in quello che un osservatore descrive come “il più grande bazar delle armi del mondo“. Quelle armi che ora da Bengasi inonderebbero il Mali e altri vari obiettivi caldi della destabilizzazione, tra cui, in base a quanto suggerito in occasione della recente testimonianza al comitato per le Relazioni estere del Senato degli Stati Uniti, dall’uscente segretaria di Stato Hillary Clinton, l’invio di armi dalla Libia alla Turchia, dove vengono incanalate ai vari ribelli terroristici stranieri, spediti in Siria per alimentarne la distruzione.[11]
Ora, che cosa intende fare quest’insolito conglomerato di organizzazioni terroristiche globalizzate, il LIFG-GPSC-AQIM, in Mali e altrove, e come ciò si adatta agli obiettivi di AFRICOM e dei francesi?

Parte III: Il curioso golpe in Mali e il perfetto tempismo terroristico di AQIM
Gli eventi nel già pacifico e democratico Mali, iniziarono ad essere molto strani il 22 marzo 2012, quando il presidente del Mali Amadou Toumani Toure venne estromesso ed esiliato con un colpo di stato militare, un mese prima delle programmate elezioni presidenziali. Toure aveva già istituito un sistema democratico multi-partitico. Il leader del putsch, il capitano Amadou Haya Sanogo ha ricevuto l’addestramento militare negli Stati Uniti, a Fort Benning, in Georgia e nella base dei marine di Quantico, in Virginia, secondo il portavoce di AFRICOM.[12]
Sanogo ha sostenuto che il colpo di stato militare era necessario perché il governo Toure non stava facendo abbastanza per sedare i disordini dei tuareg nel nord del Mali. Come sottolinea Meyssan, il colpo di stato militare contro Toure del marzo 2012, era sospetto in ogni senso. Un mai sentito gruppo chiamato CNRDRE (Comitato Nazionale per il Recupero della democrazia e la restaurazione dello Stato) rovesciava Touré e dichiarava l’intenzione di ristabilire la legge e l’ordine nel Mali del nord. “Il risultato è una grande confusione“, prosegue Meyssan, “in quanto i golpisti non erano in grado di spiegare in che modo le loro azioni avrebbero migliorato la situazione. Il rovesciamento del presidente non aveva senso, in quanto le elezioni presidenziali si sarebbero tenuto cinque settimane più tardi e il presidente uscente non era candidato. Il CNRDRE è composto da ufficiali addestratisi negli Stati Uniti. Sospesero il processo elettorale e consegnarono il potere a uno dei loro candidati, che casualmente era il francofilo Dioncounda Traore. Questo gioco di prestigio è stato legalizzato dalla CEDEAO (o ECOWAS, Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), il cui presidente non è altri che Alassane Ouattara, messo al potere in Costa d’Avorio dall’esercito francese, un anno prima.”[13] Alassane Ouattara, laureatosi in economia negli Stati Uniti, è un ex alto funzionario del FMI, che nel 2011 abbatté il suo rivale presidenziale in Costa d’Avorio con l’assistenza militare francese. Deve la sua opera non al “New York Times“, ma alle forze speciali francesi.[14]
Al momento del colpo di stato militare, i disordini in questione erano causati da una tribù, i tuareg, un gruppo laico di nomadi e pastori che chiedono l’indipendenza dal Mali fin dai primi mesi del 2012. La ribellione dei tuareg sarebbe stata armata e finanziata dalla Francia, che aveva rimpatriato i tuareg che avevano combattuto in Libia, al fine di dividere il nord del Mali, lungo il confine algerino, dal resto del Paese dichiarando la legge della Sharia. Ciò durò solo da gennaio ad aprile 2012, momento in cui i combattenti tuareg si diffusero dalle loro tende nomadi nel Sahara centrale ai confini del Sahel, coprendo una vasta area del deserto sconfinato tra la Libia l’Algeria, il Mali e il Niger. Lasciando l’algerino-libico LIFG/al-Qaida nel Maghreb islamico e i loro associati jihadisti di Ansar al-Din, a svolgere il lavoro sporco per conto di Parigi. [15] Nella loro battaglia per l’indipendenza dal Mali, nel 2012, i tuareg avevano concluso una diabolica alleanza con l’AQIM jihadista. Entrambi i gruppi si unirono brevemente con Ansar al-Din, un’altra organizzazione islamista guidata da Iyad Ag Ghaly. Ansar al-Din avrebbe legami con al-Qaida nel Maghreb islamico, guidato dal cugino di Ag Ghaly, Hamada Ag Hama. Ansar al-Din vuole l’imposizione rigorosa della sharia in Mali. I tre gruppi principali hanno brevemente unito le forze, nel momento in cui il Mali era immerso nel caos dopo il colpo di stato militare del marzo 2012.
Il leader del golpe era il capitano Amadou Haya Sanogo, addestratosi nel campo del Corpo dei marine di Quantico, Virginia, e in Georgia, a Fort Benning, dalle Forze Speciali degli Stati Uniti. In un bizzarro gioco di eventi, nonostante l’affermazione che il colpo di stato sia stato causato dal fallimento del governo civile nel contenere la ribellione nel nord, l’esercito del Mali ha perso il controllo dei capoluoghi di regione come Kidal, Gao e Timbuktu, a dieci giorni dalla presa del potere di Sanogo. La Reuters descrive il colpo di Stato farsesco come “uno spettacolare autogol“. [16]
La violazione della costituzione del Mali da parte dei militari è stata utilizzata per far scattare severe sanzioni contro il governo militare. Il Mali è stato sospeso dall’Unione Africana, e la Banca mondiale e la Banca africana per lo sviluppo hanno sospeso gli aiuti. Gli Stati Uniti hanno tagliato la metà dei 140 milioni di dollari di aiuti che invia ogni anno; tutto ciò ha creato il caos in Mali e ha reso praticamente impossibile al governo rispondere alla continua perdita di territorio a nord, per mano dei salafiti.

Parte IV: Terrorismo-antiterroristico
Ciò che poi ne è seguito è una pagina strappata sulla rivolta-contro-insurrezionale del manuale del brigadier-generale inglese Frank E. Kitson. Le operazioni dei britannici contro i Mau Mau in Kenya, negli anni ’50. L’insurrezione jihadista nel nord e il contemporaneo colpo di stato militare nella capitale, hanno portato a una situazione in cui il Mali è stato immediatamente isolato e massicciamente punito con sanzioni economiche. Agendo con una fretta indecente, i 15 membri della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), organizzazione regionale controllata dagli Stati Uniti e dai francesi, ha richiesto ai golpisti di ripristinare lo stato civile.
Il 26 marzo, gli Stati Uniti tagliavano tutti gli aiuti militari al paese impoverito, garantendo il massimo caos mentre i jihadisti hanno fatto la loro parte, con una grande spinta verso sud. Poi, in un incontro del 2 aprile a Dakar, Senegal, i membri dell’ECOWAS chiusero le frontiere dei loro Paesi con il Mali, imponendogli delle severe sanzioni, tra cui l’esclusione dell’accesso alla banca regionale, creando la possibilità che il Mali presto non sarebbe stato in grado di comprare beni di prima necessità, tra cui la benzina. Gli stessi che hanno “addestrato” i terroristi, addestrano anche gli “anti-terroristi”. Questa sembra una bizzarra contraddizione politica solo quando non si riesce a cogliere l’essenza dei metodi statunitensi e britannici della guerra irregolare, sviluppati e impiegati attivamente sin dai primi anni ’50. Il metodo è stato originariamente definito ‘Guerra a Bassa Intensità’ dall’ufficiale dell’esercito britannico che ha sviluppato e affinato il metodo dell’esercito britannico per controllare le aree assoggettate in Malesia, in Kenya durante le lotte per libertà dei Mau Mau, negli anni ’50, e più tardi in Irlanda del Nord.
La Guerra a bassa intensità, come viene definita in un libro con quel nome, [17] comporta l’uso dell’inganno, dell’infiltrazione di agenti doppi, provocatori, e disertori nei legittimi movimenti popolari nelle lotte per l’indipendenza coloniale, dopo il 1945. Il metodo viene a volte indicato come “banda/anti-banda”. L’essenza è che l’agenzia d’intelligence o i militari delle forza d’occupazione, che sia l’esercito britannico in Kenya o la CIA in Afghanistan, orchestrano e di fatto controllano le azioni di entrambe le parti in un conflitto interno, creando piccole guerre civili o guerre per bande allo scopo di dividere il movimento legittimo e creando il pretesto per l’intervento di una forza militare esterna in quella che gli Stati Uniti, oggi, hanno ingannevolmente rinominato “operazioni di pace” o PKO.[18] Nel suo corso avanzato sugli interventi militari statunitensi dal Vietnam, Grant Hammond, dell‘US Air War College, si riferisce apertamente alle Operazioni di mantenimento della Pace nei conflitti a bassa intensità, come a “una guerra con un altro nome“.[19]
Cominciamo a vedere le impronte insanguinate di una ricolonizzazione francese poi non così ben camuffata, dell’ex Africa francese, questa volta usando il terrorismo di al-Qaida come trampolino di lancio per dirigere la presenza militare, per la prima volta in più di mezzo secolo. Le truppe francesi probabilmente resteranno ad aiutare il Mali nell'”operazione di mantenimento della pace.” Gli Stati Uniti sostengono completamente la Francia, come “zampa di gatto” dell’AFRICOM. E al-Qaida nel Maghreb islamico e i suoi spin-off rendono possibile l’intero intervento militare della NATO. Washington sosteneva di essere stata colta di sorpresa dal colpo di stato militare. Secondo quanto riportato dalla stampa, un documento interno riservato, stilato nel luglio 2012 dall’Africa Command (AFRICOM) del Pentagono, ha concluso che il colpo di Stato si era svolto in modo troppo veloce affinché gli analisti dell’intelligence statunitensi rilevassero eventuali chiari segnali di pericolo. “Il colpo di stato in Mali si è svolto molto rapidamente e con scarso preavviso“, ha detto il portavoce di AFRICOM, colonnello Tom Davis. “La scintilla che l’ha accesa è scaturita tra le fila dei giovani militari, che alla fine hanno rovesciato il governo, ma non a livello di vertice, in cui i segnali di pericolo avrebbero potuto essere più facilmente notati.”[20] Questo punto di vista è fortemente contestato.
In un’intervista ufficiosa al New York Times, un ufficiale delle Forze per le operazioni speciali non era d’accordo, dicendo: “Questa è stata programmata da cinque anni. Gli analisti si compiacciono dei loro assunti e non vedono i grandi cambiamenti e gli impatti su di essi, come la grande quantità di armi che esce dalla Libia e i tanti, diversi combattenti islamici che ritornano“.[21] Più precisamente, a quanto pare AFRICOM aveva “preparato” la crisi da cinque anni, da quando ha iniziato ad operare alla fine del 2007. Il Mali per il Pentagono non è che il blocco successivo nella militarizzazione di tutta l’Africa da parte di AFRICOM, utilizzando forze delegate come la Francia, per svolgere il lavoro sporco.
L’intervento in Mali con la Francia come facciata, è uno dei primi passi del programma per la militarizzazione totale dell’Africa, il cui primo obiettivo non è impadronirsi delle risorse strategiche come minerali,  petrolio, gas, uranio, oro o ferro. L’obiettivo strategico è la Cina e la presenza commerciale cinese in rapida crescita in tutta l’Africa, negli ultimi dieci anni. L’obiettivo di AFRICOM è scacciare la Cina dall’Africa o almeno paralizzarne irrimediabilmente l’accesso indipendente alle risorse africane. Una Cina economicamente indipendente, così pensano in vari uffici del Pentagono, di Washington o dei gruppi di riflessione neo-conservatori, sarebbe una Cina politicamente indipendente. Dio non voglia! Così credono.

Parte V: L’ordine del giorno di AFRICOM in Mali: obiettivo Cina
L’operazione in Mali è solo la punta di un enorme iceberg africano. AFRICOM, il Comando Africa del Pentagono degli Stati Uniti, è stato creato dal presidente George W. Bush alla fine del 2007. Il suo scopo principale è contrastare la drammaticamente crescente influenza economica e politica cinese in tutta l’Africa. Campanelli d’allarme hanno suonato a Washington nell’ottobre 2006, quando il presidente cinese ospitò uno storico vertice a Pechino, il Forum sulla cooperazione Cina-Africa (FOCAC), che portò quasi cinquanta capi di Stato e ministri africani nella capitale cinese.
Nel 2008, in anticipo di dodici giorni al tour delle otto nazioni in Africa: il terzo viaggio del genere da quando  assunse la carica nel 2003, il presidente cinese Hu Jintao annunciava un programma triennale da 3 miliardi di dollari di prestiti agevolati e di aiuti all’Africa. Questi fondi si sovrappongono ai 3 miliardi di dollari in prestiti e 2 miliardi di crediti all’esportazione che Hu aveva annunciato in precedenza. Gli scambi commerciali tra la Cina e i Paesi africani esplose nei successivi quattro anni, mentre l’influenza francese e degli Stati Uniti sul “Continente Nero” scemava. Il commercio della Cina con l’Africa ha raggiunto i 166 miliardi dollari nel 2011, secondo le statistiche cinesi, e le esportazioni africane verso la Cina, in primo luogo le risorse per alimentare le industrie cinesi, sono salite a 93 miliardi di dollari dai 5,6 miliardi dollari negli ultimi dieci anni. Nel luglio 2012 la Cina ha offerto ai Paesi africani 20 miliardi di dollari in prestiti nei prossimi tre anni, il doppio della quantità promessa nel precedente triennio.[22]
Per Washington, rendere AFRICOM operativo nel più breve tempo possibile è una urgente priorità geopolitica. E’ entrato in funzione il 1° ottobre 2008, nel quartier generale di Stoccarda, in Germania. Quando l’amministrazione Bush-Cheney ha firmato la direttiva che creava l’AFRICOM nel febbraio 2007, fu una risposta diretta alla riuscita diplomazia economica africana della Cina. AFRICOM definisce la sua missione come segue: “L’Africa Command ha la responsabilità amministrativa del sostegno militare degli Stati Uniti alla politica governativa degli Stati Uniti in Africa, includendo i rapporti militari con 53 nazioni africane.” Ammettendo di lavorare a stretto contatto con le ambasciate del dipartimento di Stato degli Stati Uniti in tutta l’Africa; un’ammissione insolita che comprende anche l’USAID: “L’US Africa Command fornisce personale e supporto logistico alle attività finanziate dal dipartimento di Stato. Il personale del comando opera in stretta collaborazione con le ambasciate USA in Africa per coordinare i programmi di formazione, per migliorare la capacità della sicurezza delle nazioni africane“.[23] Parlando all’International Peace Operations Association di Washington DC, il 27 ottobre 2008, il generale Kip Ward, comandante di AFRICOM, definiva la missione del comando come: “cooperazione con le altre agenzie governative degli Stati Uniti e partner internazionali, per assolvere gli impegni di sicurezza sostenuti attraverso i programmi militari, attività sponsorizzate dai militari e altre operazioni militari dirette a promuovere un ambiente africano stabile e sicuro, a sostegno della politica estera degli Stati Uniti.”[24]
Diverse fonti di Washington dichiarano apertamente che AFRICOM è stato creato per contrastare la crescente presenza della Cina in Africa, e il successo crescente della Cina nel garantirsi accordi economici a lungo termine sulle materie prime provenienti dall’Africa, in cambio di aiuti cinesi e accordi per la condivisione della produzione e delle royalties. Secondo fonti informate, i cinesi sono stati molto furbi. Invece di offrire il selvaggio dettato dell’austerità del FMI e il caos economico, come ha fatto l’occidente, la Cina offre grandi crediti, prestiti agevolati per la costruzione di strade e scuole, al fine di crearsi una buona volontà. Il Dr. J. Peter Pham, un insider leader di Washington e consigliere dei dipartimenti di Stato e della Difesa statunitensi, afferma apertamente che tra gli obiettivi del nuovo AFRICOM, vi è “proteggere l’accesso agli idrocarburi e ad altre risorse strategiche che l’Africa possiede in abbondanza… un compito che include la garanzia contro la vulnerabilità di queste ricchezze naturali, la garanzia che nessun altro terzo interessato come la Cina, l’India, il Giappone o la Russia ne ottenga il monopolio o dei trattamenti di favore.”
In una testimonianza al Congresso degli Stati Uniti per sostenere la creazione di AFRICOM, nel 2007, Pham, strettamente associato al think-tank neo-conservatore ‘Fondazione per la Difesa delle Democrazie’, ha dichiarato: “Questa ricchezza naturale rende l’Africa un obiettivo invitante per le attenzioni della Repubblica popolare cinese, la cui dinamica, con una crescita in media del 9 per cento annuo nel corso degli ultimi due decenni, induce una sete insaziabile di petrolio, nonché la necessità di altre risorse naturali per sostenerla. La Cina attualmente importa circa 2,6 milioni di barili di greggio al giorno, circa la metà del suo consumo;… circa un terzo delle sue importazioni proviene da fonti africane… forse nessun altro rivale straniero vede la regione Africa come oggetto di interesse costante strategico come Pechino, negli ultimi anni… Molti analisti si aspettano che l’Africa, in particolare gli Stati lungo le sue coste occidentali ricche di petrolio, sarà sempre più teatro della competizione strategica tra gli Stati Uniti e il suo unico vero concorrente mondiale, la Cina, in quanto entrambi i Paesi cercano di espandere la loro influenza e garantirsi l’accesso alle risorse.”[25]
Per contrastare la crescente influenza cinese in Africa, Washington ha arruolato l’economicamente debole e politicamente disperata Francia, con la promessa di sostenere la riconquista francese del suo ex-impero coloniale africano, in una forma o nell’altra. La strategia, come emerge dall’uso dei terroristi di al-Qaida da parte di Francia-USA per far cadere Gheddafi in Libia, e ora per devastare il Sahara dal Mali, promuovere le guerre etniche e l’odio settario tra berberi, arabi e altri in Nord Africa. Divide et impera. Sembra ancora che abbiano cooptato un vecchio progetto francese per il controllo diretto. In un’analisi innovativa, l’analista geopolitico e sociologo canadese Mahdi Darius Nazemroaya, scrive: “Una mappa utilizzata da Washington per combattere il terrorismo, sotto l’Iniziativa Pan-Sahel, la dice lunga. Il campo o area di attività dei terroristi, entro i confini di Algeria, Libia, Niger, Ciad, Mali e Mauritania, in base alla designazione di Washington, è molto simile ai confini dell’entità coloniale territoriale che la Francia aveva cercato di creare in Africa nel 1957. Parigi aveva progettato di sostenere questa entità africana nel Sahara centro-occidentale come dipartimento francese (provincia), direttamente collegata alla Francia tramite le coste dell’Algeria“.[26] I francesi la chiamarono l’Organizzazione Comune delle Regioni del Sahara (Organisation commune des regions sahariennes, OCR). Comprendeva nei suoi confini paesi del Sahel e del Sahara come Mali, Niger, Ciad e Algeria. Parigi voleva usarla per controllare i Paesi ricchi di risorse, e per lo sfruttamento francese di tali materie prime come petrolio, gas e uranio.

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La mappa del Sahara francese del 1958, comparata alla mappa dell’Iniziativa Pan-Sahal dell’USAFRICOM (in basso) sulla minaccia terroristica nel Sahara oggi.
Fonte: GlobalResearch.ca

Aggiunge che Washington aveva chiaramente in mente questa zona ricca di energia e di risorse, quando ha tracciato le aree dell’Africa che hanno bisogno di essere “ripulite” da presunte cellule e bande terroristiche. Almeno ora AFRICOM ha “un piano” per la sua nuova strategia africana. L’Istituto Francese di Relazioni Estere (Institut français des relazioni internazionali, IFRI) ha apertamente discusso questo legame tra i terroristi e le zone ricche di idrocarburi, in un report del marzo 2011.[27]
La mappa utilizzata da Washington per combattere il terrorismo sotto la Pan-Sahel Initiative del Pentagono, mostra l’area di attività dei terroristi interna ad Algeria, Libia, Niger, Ciad, Mali e Mauritania, secondo la designazione di Washington. La Trans-Saharan Counterterrorism Initiative (TSCTI) è stata avviata dal Pentagono nel 2005. Mali, Ciad, Mauritania e Niger furono raggiunti da Algeria, Mauritania, Marocco, Senegal, Nigeria e Tunisia, in un anello di cooperazione militare con il Pentagono. L’Iniziativa antiterrorismo Trans-Sahariana è stata trasferita al comando Africom il 1° ottobre 2008.[28]
La mappa del Pentagono è molto simile ai confini o frontiere dell’entità coloniale territoriale che la Francia aveva tentato di creare in Africa nel 1957. Parigi aveva programmato di creare questa entità africana nel Sahara centro-occidentale, come dipartimento francese (provincia) direttamente collegata alla Francia, insieme alle coste dell’Algeria, dell’Organizzazione Comune delle Regioni del Sahara (Organisation commune des regions sahariennes, OCR). Comprendeva entro i suoi confini paesi del Sahel e del Sahara come Mali, Niger, Ciad e Algeria. I piani furono sventati durante la Guerra Fredda, dalle guerre d’indipendenza degli algerini e degli altri Paesi africani contro il dominio coloniale francese, il “Vietnam” della Francia. La Francia fu costretta a sciogliere l’OCR nel 1962, a causa dell’indipendenza algerina e dello stato d’animo anti-coloniale in Africa. [29]
Le ambizioni neo-coloniali di Parigi però, non scomparvero. I francesi non fanno segreto del loro allarme per la crescente influenza cinese nell’Africa ex francese. Il ministro delle Finanze francese Pierre Moscovici ha dichiarato ad Abidjan, lo scorso dicembre, che le imprese francesi devono passare all’offensiva e combattere la crescente influenza della rivale Cina, partecipando ai mercati sempre più competitivi dell’Africa. “E’ evidente che la Cina è sempre più presente in Africa… le società (francesi) che ne hanno i mezzi devono passare all’offensiva. Devono essere più presenti sul terreno. Devono combattere“, ha dichiarato Moscovici durante un viaggio in Costa d’Avorio. [30]
Chiaramente Parigi aveva in mente un’offensiva militare per sostenere l’offensiva economica prevista dalle imprese francesi in Africa.

Note
[1] James Kirkup, David Cameron: North African terror fight will take decades, The Telegraph, London, 20 gennaio 2013.
[2] Thierry Meyssan, Mali: One war can hide another, Voltaire Network, 23 gennaio 2013.
[3] Staff Sgt. Nathanael Callon United States Air Forces in Europe/Air Forces Africa Public Affairs, US planes deliver French troops to Mali, AFNS, 25 gennaio 2013.
[4] S. Alambaigi, French Defense Minister: 2000 boots on ground in Mali, 19 gennaio 2013.
[5] Freya Petersen, France aiming for ’total reconquest’ of Mali, French foreign minister says, 20 gennaio 2013.
[6] Christian v. Hiller, Mali’s hidden Treasures, 12 aprile 2012, Frankfurter Allgemeine Zeitung.
[7] Fonti da private discussioni con ex militari sttaunitensi attivi in Africa.
[8] William Thornberry and Jaclyn Levy, Al Qaeda in the Islamic Maghreb, CSIS, settembre 2011, Case Study No. 4.
[9] Pepe Escobar, How al-Qaeda got to rule in Tripoli, Asia Times Online, 30 agosto 2011.
[10] Ibid.
[11] Jason Howerton, Rand Paul Grills Clinton at Benghazi Hearing: ‘Had I Been President…I Would Have Relieved You of Your Post’w, ww.theblaze.com, 23 gennaio 2013.
[12] Craig Whitlock, Leader of Mali military coup trained in U.S., 24 marzo 2012, The Washington Post.
[13] Thierry Meyssan, op. cit.
[14] AFP, Ivory Coast’s ex-President Gbagbo ‘arrested in Abidjan’ by French forces leading Ouattara troops, 11 aprile 2011.
[15] Thierry Meyssan, op. cit.
[16] Cheick Dioura and Adama Diarra, Mali Rebels Assault Gao, Northern Garrison, The Huffington Post, Reuters.
[17] Frank E. Kitson, Low Intensity Operations: Subversion, Insurgency and Peacekeeping, London, 1971, Faber and Faber.
[18] C.M. Olsson and E.P. Guittet, Counter Insurgency, Low Intensity Conflict and Peace Operations: A Genealogy of the Transformations of Warfare, 5 marzo 2005 paper presented at the annual meeting of the International Studies Association.
[19] Grant T. Hammond, Low-intensity Conflict: War by another name, London, Small Wars and Insurgencies, Vol.1, Issue 3, dicembre 1990, pp. 226-238.
[20] Defenders for Freedom, Justice & Equality, US Hands Off Mali An Analysis of the Recent Events in the Republic of Mali, MRzine, 2 maggio 2012.
[21] Adam Nossiter, Eric Schmitt, Mark Mazzetti, French Strikes in Mali Supplant Caution of US, The New York Times, 13 gennaio 2013.
[22] Joe Bavier, French firms must fight China for stake in Africa—Moscovici, Reuters, 1 dicembre 2012.
[23] AFRICOM, US Africa Command Fact Sheet, 2 settembre 2010.
[24] Ibid.
[25] F. William Engdahl, NATO’s War on Libya is Directed against China: AFRICOM and the Threat to China’s National Energy Security, 26 settembre 2011.
[26] Mahdi Darius Nazemroaya and Julien Teil, America’s Conquest of Africa: The Roles of France and Israel, GlobalResearch, 6 ottobre 2011.
[27] Ibid.
[28] Ibid.
[29] Ibid.
[30] Joe Bavier, Op. cit.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio –  SitoAurora

Il Mali, un paese ricco di petrolio, gas e di miniere d’oro

Elisabette Studer, Le Blog Finance, 13 gennaio 2013 Mali_Mines_Ministry_mapIl Mali ha decisamente delle risorse del suolo molto promettenti… che potrebbero portare a una nuova maledizione del petrolio? Il paese è di grande interesse per le grandi compagnie petrolifere come Total, per via delle enormi risorse energetiche del bacino del Taoudeni, a cavallo tra il Mali, Mauritania, Niger e Algeria, oltre che per il giacimento di gas situato nelle vicinanze della capitale Bamako e delle miniere d’oro che possono suscitare cupidigia. Per non parlare del coltan, materia prima altamente apprezzata, utilizzata per la produzione di telefoni cellulari.

Mali, un paese ricco di idrogeno e futuro esportatore di elettricità?
La Société d’exploitation pétrolière du Mali (Petroma) ha scoperto di recente un enorme giacimento di gas a Bourakèbougou, a 60 km dalla città di Bamako e a 45 km da Kati, la città-guarnigione. Meglio ancora, si tratta di idrogeno puro (98,8% di idrogeno e 2% di metano e azoto), una cosa molto rara al mondo, se dobbiamo credere ad Aliou Diallo, l’uomo d’affari a capo della Petroma. Ciliegina sulla torta: il gas si trova a soli 107 m di profondità.
Una scoperta che consente al direttore della società di considerare la produzione di elettricità dall’idrogeno, in Mali. Ha detto che la sua società sarebbe anche in grado di generare energia per l’intera Africa occidentale, per meno di 10 Franchi CFA (2 centesimi di euro) per ogni kilowatt contro, i 106 franchi Franchi CFA di oggi. Molto interessante se si considera che la vicina Mauritania ha recentemente dichiarato di voler esportare elettricità in Mali e Senegal, mentre quest’ultimo si trova ad affrontare delle difficoltà strutturali energetiche. Meglio ancora, la Petroma ha appena acquistato un impianto per condurre le  ricerche affinché si scopra il petrolio, i cui segni positivi sono stati rilevati nella zona.

Un paese con significative risorse aurifere
Di recente, vi è stata l’inaugurazione della miniera d’oro di Kodieran, sempre di proprietà della Petroma, cui ha partecipato Aliou Boubacar Diallo, Amministratore Delegato della società mineraria Wassoul’Or-Sa, una controllata della Gold Pearl, che ne detiene una quota del 25%. Aliou Boubacar Diallo è anche membro del Consiglio di Sorveglianza della Gold Pearl.
Situata a Kodieran, la Wassoul’Or è una delle società minerarie del Mali con la logistica più promettente e le infrastrutture ben sviluppate (300 km di strade, a sud di Bamako), secondo il proprio sito. Un impianto pilota, con una capacità di 1000 tonnellate/giorno (materia prima) opera con successo, ed è stato attivato per testare il processo di produzione aurifera e per evidenziarne la percentuale in oro. Dopo aver iniziato con un rendimento iniziale di 5.000 tonnellate al giorno, all’inizio del 2012,  gradualmente è passato alle 11.000 tonnellate al giorno.

Petroma e Canada, per l’oro e il petrolio
Ricordiamo, a fini pratici, che la Petroma è una società canadese specializzata nella ricerca, sfruttamento, trasporto e raffinazione di petrolio e gas, il cui 98% del capitale è del Mali e il resto della Petroma Ink (una società canadese) che ha investito più di 10 milioni di dollari nel progetto di Bourakèbougou, che secondo gli indicatori è un grande giacimento. La costruzione della prima unità aurifera di Kodierana è stata compiuta dalle aziende canadesi Bumigeme e ABF Mines,  interamente finanziata dal Fondo Oro Mansa Moussa.

Mali settentrionale: una regione dal forte potenziale energetico e minerario
Con particolare riguardo al nord del Mali, dove vi sono le tensioni principali, si nota che se questa regione contribuisce molto poco, per il momento, al PIL del paese, il sottosuolo delle regioni di Gao, Kidal e Timbuktu solleva grandi speranze: 850000 kmq di petrolio e di gas potenziali, secondo gli studi condotti dall’Autorità per il petrolio (AUREP). Un contesto che potrebbe in parte spiegare la situazione attuale e le tendenze che potrebbero giustificare la partizione del paese. In ogni caso, quattro bacini principali sono stati identificati in questa regione: Tamesna (a cavallo tra Mali e Niger), Taoudeni (che copre anche parte di Algeria e Mauritania), la regione di Gao e la faglia di  Nara (Mopti).
Dal 2005, l’Autorità per la Promozione della Ricerca di Idrocarburi (AUREP), un’organizzazione del Ministero delle Miniere del Mali, ha eseguito la suddivisione di questi bacini in 29 lotti da esplorazione. La maggior parte di essi sono stati acquistati da imprese di piccole dimensioni, ma anche dall’algerina Sonatrach (attraverso la su controllata Sipex Internationale) e dall’italiana ENI. È anche presente la compagnia petrolifera francese Total. Ma l’insicurezza in questa parte del paese limita alquanto l’entusiasmo degli investitori, nonché i costi di trasporto del materiale, che dovrebbero aumentare a causa della situazione attuale. Quest’ultima molto probabilmente congelerà i lavori.
Peggio ancora, secondo l’Africa Energy Intelligence, tre giorni dopo il suo rientro nel governo, il ministro delle miniere del Mali Amadou Baba Sy ha firmato, il 18 dicembre 2012, un decreto attestante l’acquisizione da parte dello Stato del blocco 4 del bacino di Taoudeni, precedentemente concesso a ENI e Sipex (Sonatrach).

Quando il Wall Street Journal ha dedicato un articolo all’imprenditore maliano Aliou Boubacar Diallo
Ma il Mali non ha solo risorse energetiche. Esplorazioni condotte nell’Adrar des Ifoghas (Kidal) hanno rivelato un terreno favorevole alla presenza di oro e uranio, mentre la provincia di Ansongo  (regione di Gao) celerebbe manganese. Il vero nodo del conflitto in corso?
In ogni caso, il famoso e prestigioso Wall Street Journal del 30 maggio 2012 dedicava un articolo ad Aliou Boubacar Diallo, dopo la sua partecipazione, accanto alle società finanziarie internazionali, alla settimana di lavoro della Conferenza per l’Africa di Francoforte, Germania.
Nel corso della conferenza dedicata alle risorse naturali e minerarie, il proprietario di Wassoul’Or è intervenuto per spiegare “come conciliare gli interessi dei paesi ricchi di risorse naturali e gli investitori stranieri“. A questo proposito, Aliou Boubacar Diallo aveva indicato i “quattro punti essenziali” che secondo lui “meglio controllati, possono conciliare i diversi interessi“: “un quadro giuridico chiaro ed equo, una sicurezza giuridica per gli investimenti, fornita da codici minerari e petroliferi, fare in modo che il popolo africano benefici dell’estrazione e sfruttamento del petrolio e, cosa più importante, stabilità politica“.
Come no…

Fonti tratte della stampa africana

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mali: Algeri silura l’intervento dell’ECOWAS

CH Sylla, L’Aube, Maliactu 2 ottobre 2012

NdT. L’Algeria sventa e contrasta i vari piani per l’interferenza e l’invasione del Sahel e del Sahara  da parte della Francia (e quindi degli USA e d’Israele), suscitando i malumori dei locali fantocci di Parigi. La guerra per il futuro dell’Africa non è ancora decisa, nonostante la presunta ‘vittoria’ in Libia dell’asse atlantista.

Mentre le autorità del Mali e dell’ECOWAS appoggiano l’adozione di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che autorizza l’intervento militare nel nord del Mali, l’Algeria moltiplica le manovre per evitare l’intervento. La settimana scorsa, il ministro della difesa nigerino Mahamadou Karidiou ha fatto visita ad Algeri. Il signor Karidiou è stato ricevuto dal presidente algerino Abdelaziz Bouteflika. Nell’agenda vi erano anche le questioni legate alla cooperazione tra Algeri e Niamey sulla situazione in Mali. Al termine dell’incontro, il ministro nigerino ha detto che sull’occupazione delle regioni settentrionali del Mali, vi è una “convergenza di vedute” tra i due paesi. Vale a dire, “una soluzione del problema del nord del Mali passa attraverso il dialogo.” Questa dichiarazione del ministro della difesa nigerino ha sorpreso gli osservatori, anche quelli che hanno sempre seguito la posizione fino a quel momento sostenuta da Niamey sulla questione del nord del Mali.
In effetti, il Niger ha sempre difeso l’idea di un intervento militare per espellere i gruppi armati nella zona. E questo paese, durante le varie consultazioni dell’ECOWAS, era stato sia molto deciso che disponibile. Inoltre, il Niger si è persino offerto d’inviare truppe nel quadro del Micema. Ed ha offerto ospitalità ai molti militari del paese confinante ripiegati sul suo territorio. Il contingente guidato dal colonnello Gamou (composto da circa 500 elementi), è ancora a Niamey. Inoltre, il Niger, che ha ottimi rapporti con il Mali sul piano della sicurezza, ha sempre sostenuto la politica del bastone contro le varie ribellioni tuareg… Questi sono fatti e atti che facevano del Niger un paese necessario per qualsiasi operazione militare per la riconquista delle regioni settentrionali del Mali.

Pressioni dagli algerini
Che cosa può spiegare questa inversione di marcia delle autorità nigerine? Non è utile cercare troppo lontano. Niamey ha finalmente ceduto alle pressioni dell’Algeria sull’intervento militare in Mali. In effetti, per mesi, l’Algeria ha dimostrato riluttanza a qualsiasi intervento dell’ECOWAS nel nord del Mali. Gli algerini continuavano poi ad intraprendere manovre per sconfiggere tutte le iniziative intraprese dall’organizzazione. Prima del Niger, la Mauritania si è unita alla posizione algerina, annunciando che non parteciperà alle operazioni militari nel nord del Mali. Questo non è tutto. Gli algerini stanno attualmente lavorando all’interno dell’UA e dell’ONU per impedire l’adozione di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che autorizzi l’intervento nel nord del Mali. È per questo che, nonostante gli appelli urgenti dell’ECOWAS e anche della Francia, il caso del nord del Mali non ha ancora ottenuto l’unanimità  internazionale.
In realtà, l’Algeria ha sabotato tutte le iniziative volte a coinvolgere altri paesi nell’intervento nel nord del Mali. Questo atteggiamento degli algerini non è nuovo. Hanno sempre considerato il nord del Mali come una loro “wilaya” (provincia). Pertanto, nessuna forza straniera, che sia anche dell’ECOWAS, dovrebbe intervenire. Inoltre, ricordiamo ancora l’ostilità degli algerini, quando nel 2006 la Libia aveva tentato di aprire un consolato a Kidal. Così ci si chiede fino a che punto arriveranno gli algerini per impedire ai paesi dell’ECOWAS di entrare in Mali, per aiutarlo a recuperare la propria integrità territoriale? Nel frattempo, si sforzano di creare qualche dissenso all’interno dell’organizzazione e a spingere (costringere?) i paesi membri dell’ECOWAS a rinunciare alla partecipazione alle operazioni militari nel nord del Mali.

Una moltitudine di accordi…
Inoltre, l’Algeria ha sempre svolto il ruolo di pompiere piromane nel nord del Mali e nella sub-regione. Un paese che pretende di essere al centro della lotta contro il terrorismo e l’Islam radicale nel Sahel. Tuttavia, l’Algeria appare come la fonte di tutti i mali che affliggono attualmente il Sahel e la parte settentrionale del Mali. L’AQIM è nata in Algeria, è qui che si trovano delle potenti reti di traffico di droga e armi, prima di raggiungere il resto del Sahel. Ancora, migliaia di soldati tuareg (libici) pesantemente armati sono stati trasportati dall’Algeria nel nord del Mali, nell’ottobre 2011. E questo è lo stesso paese che (paradossalmente) è sempre stato un mediatore nella crisi nel nord Mali con i tuareg, ma non è mai stato in grado di risolvere (con il dialogo) il problema. A questo proposito, dal 1990 al 2009, un gran numero di accordi è stato firmato sul suolo algerino tra il governo del Mali e i ribelli tuareg. Il risultato?

Dov’è il CEMOC?
In realtà, l’Algeria ha fatto ogni sforzo, negli ultimi anni, per avere un impatto nel campo della sicurezza di Mali, Niger e Mauritania. Dall’aprile 2010, un comitato degli stati maggiori congiunti (CEMOC) è stato istituito tra i quattro stati. La struttura militare, con sede a Tamanrasset, ha la missione di combattere il terrorismo nel Sahel. E nell’organico del CEMOC ci dovrebbero essere  circa 75.000 effettivi. Questa è stata principalmente un’iniziativa algerina per contrastare la Francia nella regione. A questo proposito, un esperto di sicurezza ha avuto tale pensiero in merito al CEMOC: “Il problema è che l’iniziativa è algerina ed anti-francese. Vuole escludere dai paesi del Sahel l’influenza della Francia…”. E l’esperto aggiunge: “Non c’è un altro problema. L’AQIM è presentato come avversario del CEMOC. Ma l’AQIM nasce dal GSPC, il successore del GIA (Gruppo islamico in Algeria). Ciò solleva interrogativi quando si sa che i servizi segreti algerini sono compromessi nella gestione di queste organizzazioni…”.
Si è tentati di chiedere, allora dove è stato il CEMOC durante l’invasione del nord del Mali da parte dei gruppi armati? Che cosa ha fatto quest’organizzazione per difendere il Mali? Cos’è in realtà questa commissione? Per alcuni osservatori, l’Algeria nasconde male il suo gioco nel nord del Mali e in tutto il Sahel sahariano. E dietro i discorsi, non vi è nessuna azione concreta per proteggere la regione del Sahel e/o per lottare contro il terrorismo. Invece, tutto ciò che ha realizzato l’Algeria è impedire ad altri paesi di intervenire… nella regione. Quando quel paese si oppone a un possibile intervento militare per liberare questa parte del Mali, la comunità internazionale deve semplicemente chiedersi i veri motivi dell’opposizione algerina.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Nuovi gasdotti in costruzione nel Maghreb e Sahel

La strategia del governo franco-israeliano dei finti gruppi GIA/AQIM/GICM/LIFG nel Maghreb e Sahel completamente svelata

La DCRI ha creato AQMI, utilizzando gli harki controllati dal DRS, assieme alla feccia ebraica sionista della kabyla Tewfik, passata sotto la bandiera statunitense, e del suo ‘apprendista’ Kherfi. La DCRI, che non è altro che il Mossad e la Gestapo del CRIF di Parigi, ha preso il controllo di Boko Haram in Niger, e la Francia ha installato una pesante presenza militare, con la cattura di falsi ostaggi francesi, quale  scusa per ri-colonizzare l’intera area. Alain Juppé ha svelato la strategia franco-israeliana di liquidazione e divisione del Maghreb-Sahel durante la sua recente visita in Nigeria. ‘Offrendo aiuti’ al presidente nigeriano Jonathan Goodluck, egli stesso prigioniero degli israeliani che già lavorano a una divisione della Nigeria in due paesi, come il Sudan.
Diversi studi sull’identità degli ‘emiri di AQMI’ hanno portato a conclusioni definitive, gli ‘emiri’ di AQMI non sono quelli che i servizi francesi e i loro harki del DRS algerino pretendono siano, come è stato mostrato per la GIA. Così, l’emiro Abdelhamid Abu Zeid, si chiama Ghadir Mohamed, e non Abid Hamadou come sostengono gli ‘esperti di terrorismo del Sahel’ come l’Interpol o la DCRI, che hanno messo nella loro lista rossa delle persone attivamente ricercate. I falsari dei servizi franco-algerino-israeliani hanno usato il fatto che entrambi avessero lo stesso percorso:
– I due erano in origine dei ‘contrabbandieri’ e si erano uniti al Fronte Islamico di Salvezza per diversi scopi, ‘infiltrazione’ o ‘affari’.
– Entrambi avevano lo stesso profilo: un fratello e due cugini che si sono alleati con loro e si sono uniti ai ‘gruppi armati’.
Le famiglie dei due hanno fornito foto e confermato che Ghadir Mohamed era bianco, nato nella regione di Debdeb, vicino al confine libico, mentre Abid Hamadou detto Abu Zeyd, è nero ed è nato a Touggourt nel dipartimento di Ouargla.
Abid Hamadou morì sotto i colpi dell’esercito franco-algerino dell’israelita Nezzar, nel Sahara, negli anni ’90, ma la sua morte non è stato registrata dai servizi israelo-franco-algerini, che ne hanno usato l’identità per creare AQMI, che non è in realtà affatto presente sul terreno, come il GIA, il cui primo emiro Layada ha apertamente confermato che  Francia-Israele sostengono finanziariamente e militarmente per combattere il FIS e seminare la guerra civile.
Confrontare le prove e le fotografie dei due uomini alle loro madri, con quella dell’ex ostaggio francese Pierre Camatte, rapito il 25 novembre 2009. Camatte, rilasciato nel febbraio 2010, ha aiutato a svelare la vera identità del celebre Abu Zeid con l’aiuto della foto che gli venne presentata. La DCRI è stata smascherata, rivelando la frode del servizio francese. Questo è noto a tutti gli ‘specialisti’, ma l’ordine ai media francesi proibisce di parlarne.
Per ricolonizzare la regione del Maghreb-Sahel, con il pretesto del terrorismo e dei falsi sequestri di persona, in una prima fase, ha il fine di ripristinare basi operative militari ufficiali nella regione del Maghreb-Sahel. Quindi utilizzare ‘le rivoluzioni arabe’, come in Libia, come fattore di destabilizzazione dell’intera regione. Così la DCRI prevede di utilizzare la Libia come copertura per organizzare attentati in Europa, Squarcini e Netanyahu fallirono nel 2008 nel far saltare una centrale nucleare a Lione. Per una terza fase per riprendersi il pieno controllo di questa regione, da parte della NATO e dei suoi generali maghrebini arabi, di cui il Qatar avrà il comando operativo, c’è la famosa NATO araba.
Dopo la guerra in Libia, “l’AQMI non esiste più’, ha assunto una dimensione più ‘europea’ ed è deliberatamente armata e finanziata dalla NATO.
Un “flusso massiccio di armi” dalla Libia viene recuperato da ‘Al-Qaida nel Maghreb islamico’, capirete il DRS-DCRI della Francia-Israele. La Libia era un paese super-attrezzato e super-armato, e tutto l’arsenale (del regime del colonnello Muammar Gheddafi) o una gran parte, è scomparsa ed è finita sugli assi del Sahel.
Un flusso massiccio di armi ha lasciato la Libia sotto la protezione della NATO. Falsi gruppi armati, in realtà contrabbandieri e trafficanti di droga, insieme alla CIA e ai narcotrafficanti colombiani, che fanno atterrare i loro aerei nel Sahel. L’Algeria, che condivide con la Libia circa un migliaio di chilometri di confine, ha anche ‘denunciato’ il flusso di armi dalla Libia, con l’obiettivo di creare una guerra civile e continuare l’instabilità nella regione.
Mali e Mauritania, che sono gestite dalla DCRI, con dei colpo di stato, sono tra i paesi più colpiti dalle attività di questi finti gruppi, assieme al Niger e all’Algeria.
L’esercito mauritano, difatti l’esercito francese, interviene regolarmente in Mali, con il cosiddetto accordo di Bamako, a ‘caccia degli elementi di AQMI’, in realtà un tentativo di delineare zone militari di esclusione attorno alla zone ricche di idrocarburi e delle nuove zone petrolifere ritrovate in Niger, delle aree minerarie di uranio, silicio e fosforo, e per preparare la costruzione di nuovi gasdotti dall’Algeria, al Niger, alla Costa d’Avorio e alla Nigeria. Entrambi i paesi sono stati destabilizzati per consentire la disposizione dei futuri gasdotti e  oleodotti sotto controllo militare occidentale.
Comprendiamo meglio come il governo francese e la NATO abbiano consapevolmente ‘armato AQMI’ finanziando e armando il CNT libico, controllato dall’AQMI stessa, ma col ramo statunitense della CIA. Così la falsa minaccia del terrorismo è una copertura di questa gigantesca truffa che sono le ‘rivoluzioni arabe’, che mirano a incanalare l’energia verso gli Stati Uniti dal Sud e verso l’Europa e dal Nord, e a dominare Africa del Nord e il Sahel con l’imposizione di nuovi pupazzi arabi della NATO, come i generali d’Israele Ammar, Lamrani e Hiftar, il colonnello Riad al-Assad, ai popoli arabi e africani attraverso il politica degli Stati Uniti del ‘Grande Medio Oriente’ e quella europea del PEV ‘Politica europea di vicinato’. Le agende si fondono davanti ai nostri occhi …

Abu Suleyman – Islamic-Intelligence

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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