La carta curda giocata da Washington

Olga Zhigalina (Russia) New Oriental OutlookOriental Review 14 maggio 2013
INTER-201025-Turquie-Kurdistan_grandL’Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo Persico hanno interesse nel piano per istituire un “Grande Kurdistan”, elemento importante della dottrina statunitense del “Grande Medio Oriente”.  Queste monarchie vogliono che l’Iraq, la Siria, l’Iran e la Turchia vengano rapidamente smembrate.  Non è la prima volta che Washington prova a giocare la “carta curda” nella regione, ed intende utilizzare i curdi come “quinta colonna” per aumentare la pressione sui regimi al potere, in particolare in Iran e Siria. Marcate modifiche si sono avute proprio in questo secolo, nel movimento democratico nazionale curdo. La caduta del regime di Saddam Hussein in Iraq e la sua occupazione da parte delle forze della coalizione a guida USA, è stato un fattore importante nel scatenare il nazionalismo tra i curdi iracheni. Il processo politico iracheno ha contribuito al riconoscimento dell’autonomia del Kurdistan iracheno nella costituzione del nuovo stato federato del 2005. L’élite nazionale curda ha accettato il federalismo nell’Iraq post-Saddam e ha proposto una nuova versione nazionalista della semi-indipendenza della loro regione. Nel 2012, i curdi in Siria occuparono parte del Kurdistan siriano e formarono una regione curda autonoma. Il governo iraniano si avvicinava all’opposizione curda con la proposta di avviare negoziati. Le nuove tendenze in atto in Turchia poterono in grado di facilitare i progressi sul problema curdo.
L’interesse del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan nel mantenere il Partito Sviluppo e Giustizia (AKP) al potere e le sue aspirazioni verso la presidenza, hanno contribuito a qualche allentamento della sua linea dura contro i curdi: apparentemente aveva iniziato a mostrare la volontà di modificare la costituzione del Paese e di alterarne il sistema politico. La montante crisi siriana e il deterioramento della situazione al confine turco-siriano (lungo 500 km ed abitato prevalentemente da curdi) hanno spinto Erdo?an ad adottare misure più drastiche. A un tratto si è reso conto che la politica della Turchia verso la Siria, e in particolare il suo sostegno all’opposizione siriana, veniva giocata dai curdi della Turchia, in particolare dal PKK, sostenendone e favorendone l’avanzata  demografica, politica e militare. Ciò significava che il coinvolgimento della Turchia nelle ampie  azioni internazionali e regionali volte a limitare l’influenza iraniana su Damasco avrebbe complicato le relazioni turco-russe e intensificato il conflitto armato con il PKK. Pertanto, la preoccupazione per la questione curda in Turchia e la creazione dell’autogoverno curdo in parte del Kurdistan siriano, ha spinto i leader della Turchia a moderare le loro mire espansionistiche verso la Siria e fare il passo inedito di aprire dei colloqui con Abdullah Ocalan, nonostante l’opposizione dai nazionalisti e dei militari turchi.
I colloqui avviati dal gruppo parlamentare curdo coinvolsero rappresentanti dell’intelligence turca,  producendo un accordo con il capo del PKK Ocalan. Il PKK era stata dichiarata organizzazione terroristica dai leader della Turchia ed opera illegalmente in Turchia. Nonostante un penoso processo di raggiungimento di un accordo sia in corso, si può dire che riguarda disposizioni intese a frenare le aspirazioni nazionaliste dei curdi. L’élite politica curda ha reagito in modo ambivalente verso la riconciliazione di Ocalan con le autorità turche, con gli oppositori che affermano che le speranze dei curdi possono realizzarsi solo attraverso la “disintegrazione” di altri Paesi, in particolare la Siria e l’Iraq. Diffidano dell’accordo di Ocalan nel disarmare e ritirare i combattenti curdi provenienti dalla Repubblica di Turchia. Altri sostengono la tesi contraria, che il cessate il fuoco aiuterà il movimento curdo ad espandersi e nel fornire ai curdi più opportunità per soddisfare le loro richieste nell’ambito della struttura statale esistente. L’Unione europea, gli Stati Uniti e i curdi iracheni vedono il processo dei negoziati come una mossa positiva. Washington ha detto che sosterrà il popolo della Turchia nei suoi sforzi per risolvere il problema. L’UE ha esortato le parti ad incontrarsi e a raggiungere la pace promettendo pieno sostegno al processo di pace. I rappresentanti dei curdi iracheni hanno espresso soddisfazione per i curdi turchi che si muovono nella giusta direzione, anche se sentono che sia ancora presto.
Nel frattempo, c’è tensione in Turchia tra sostenitori e oppositori della politica conciliante sulla questione curda. Alcuni curdi ritengono che tale politica può causare una spaccatura nel PKK e la sua eliminazione progressiva, e che ciò interessa le autorità turche e l’occidente. Ci sono aspetti positivi e negativi nei tentativi del governo della Turchia di raggiungere un accordo con il PKK. Il governo turco ha riconosciuto per la prima volta che Ocalan è il leader politico dei curdi della Turchia e non un terrorista, ed ha ritenuto opportuno avviare negoziati con lui sulla questione curda. I politici si sono rifiutati di discutere con lui di una prospettiva nazionalista. Vogliono porre la questione di far tornare le relazioni turco-curdi a prima del periodo di Kemal, all’epoca dell’impero ottomano, quando il Kurdistan godeva di uno status speciale. Erdogan ha anche accennato alla possibilità di discutere una struttura federata, in futuro. Tuttavia, questo non significa che i curdi guadagnano terreno verso il raggiungimento dei loro obiettivi nazionali, come la creazione di uno Stato curdo. Nel suo messaggio del marzo 2013, tuttavia, il leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) Ocalan ha detto che la fine della lotta armata tra i combattenti curdi e l’esercito turco apre le porte a una nuova fase dello sviluppo del movimento curdo, all’intensificazione della lotta democratica e all’espansione del movimento. Possiamo supporre che, accettando le garanzie costituzionali ai diritti dei curdi, prenderanno respiro iniziando una nuova fase della loro lotta.
Nel frattempo, né la Turchia (e gli altri leader regionali), né gli Stati Uniti sono interessati a creare uno Stato curdo. Gli Stati Uniti sono sempre stati disposti a mantenere in vita il problema curdo,  riuscendo a mantenere vantaggiosamente l’equilibrio delle forze di cui hanno bisogno nella regione. Infatti, la perdita del Kurdistan della Turchia ne indebolirebbe significativamente la posizione geopolitica in Asia occidentale, impedendole di realizzare i piani strategici per l’Asia centrale, il Caucaso e la Russia. Uno Stato curdo unificato (costituito dalle aree curde della Turchia e dell’Iraq) dominerebbe le regioni del sud-est e dell’est della Turchia, bloccandone l’accesso all’Azerbaigian, al Caucaso e alle repubbliche turche dell’Asia centrale. Rivali della Turchia nell’influenza nel Caucaso e in Asia centrale, gli Stati Uniti si sono già assicurati posizioni decenti in Azerbaigian. Se il gasdotto che collega il giacimento di Shah Deniz in Azerbaigian con la città turca di Erzurum (attraverso il quale già passa un gasdotto che collega la Turchia e l’Iran) verrà costruito, gli Stati Uniti, dopo aver ottenuto il sostegno dei curdi turchi, saranno in grado di controllare le forniture energetiche dall’Asia centrale alla Turchia.
Prendendo l’iniziativa politica di placare i curdi turchi, allontanandoli dagli Stati Uniti, i leader turchi cercano di evitare che gli Stati Uniti e Israele utilizzino il fattore curdo per bloccare gli interessi della Turchia nel Caucaso e nella regione del Mar Caspio. Anche ignorando le critiche degli Stati Uniti, bypassando Baghdad per concludere contratti petroliferi diretti con la regione del Kurdistan iracheno. La Turchia continua a rafforzare il suoi contatti commerciali ed economici con i curdi iracheni nonostante le preoccupazioni dell’amministrazione Obama che ciò possa destabilizzare l’Iraq. In una conversazione telefonica con il presidente del Kurdistan Massoud Barzani, il segretario di Stato degli Stati Uniti John Kerry ha insistito sul fatto che i curdi iracheni non devono stipulare contratti di forniture di greggio alla Turchia ignorando Baghdad, sostenendo che ciò potrebbe portare alla disintegrazione del Paese. Desiderando rimanere l’unico arbitro regionale, gli Stati Uniti tentano di bloccare e indebolire la posizione della Turchia in Iraq e nel Kurdistan turco, dove la Turchia ha iniziato a rivendicare un ruolo nuovo e più significativo. Il processo di pace nel Kurdistan turco, innescato dagli eventi in Siria, favorisce Erdogan che vuole concorrere alla presidenza, così come alcuni politici turchi che cercano di espandere i loro progetti politici ed economici nel Caucaso e in Asia centrale. Tuttavia, è ancora troppo presto per valutarne l’impatto sui curdi della Turchia.

Olga Zhigalina, Dr. sc.  (Storia), è capo della sezione di curdologia e studi regionali del Medio Oriente e Senior Fellow del Centro per lo Studio dei Paesi del Medio Oriente dell’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia delle Scienze Russa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Qusayrgrad della III Guerra Mondiale?

SyriaNews

4117644-3x2-700x467[1]Una tranquilla città di confine di 30.000 abitanti circondata da bellissime orchidee, una città un tempo molto bella e in posizione strategica, come tutte le città siriane, la maggior parte strategiche al microscopio internazionale, ma questa volta non a causa di una qualsiasi ragione geografica, storia o artistica, ma per motivi molto più pericolosi, si tratta della guerra nucleare la cui fiamma nucleare potrebbe essere stata già accesa. La città di al-Qusayr prenderà presto il nome di ‘Qusayrgrad’.
Il vecchio Hafiz al-Assad ha detto una volta: “Siamo i migliori a giocare sul bordo del baratro, e se cadiamo, cadiamo sui corpi dei nostri nemici“, il giovane leone della Siria ha ereditato molte  funzioni dal padre, e questa è uno di esse. Dopo due anni, gli aggressori pensavano di avere il sopravvento nella crisi siriana, e nonostante le centinaia di avvertimenti da Damasco e dai suoi alleati, tra cui dal Presidente Bashar al-Assad: “Se la Siria cade, vi sarà un terremoto, un errore di calcolo e l’intera regione sarà devastata da un terremoto”. Gli strateghi occidentali notoriamente arroganti e razzisti, in altre parole stupidi, hanno sminuito gli avvertimenti di Assad, che continuava a dire che la Siria è diversa, non è la Libia, l’Iraq, la Somalia o qualsiasi altro Paese ‘democratizzato’ dall’occidente, come andavano dicendo saltellando i media occidentali tradizionali, sapendo e nascondendo l’infiltrazione in Siria più di 40.000 terroristi stranieri di al-Qaida, come l’inviato dell’ONU Ibrahim ha confermato. Sappiamo che è ciò che ne resta, oggi, su un totale di 125.000 almeno, unitisi ai criminali locali reclutati. I terroristi che controllavano la maggior parte delle campagne di Aleppo e la città di Raqqa, i migliaia provenienti dalla Giordania nel sud che occuparono la città di Daraa, caduta nelle loro mani, che infestarono la provincia di Damasco in molti luoghi, soprattutto Daraya e al-Utaibah, da cui i colpi di mortaio iniziarono a cadere sulla capitale. Non poteva andare meglio per i criminali Stati occidentali; la loro base nella città di al-Qusayr è il loro comando e centro di controllo principale, con ufficiali dei servizi segreti qatarioti, sauditi, israeliani turchi, francesi, statunitensi, inglesi e tedeschi infiltratisi dal Libano, in particolare i francesi, che scomparvero dalla loro base nel nord del Libano quando Damasco non cadde.
La Siria di Assad era sul bordo del baratro sempre più sottile, restando solo con il suo vertice superiore, ma le Forze di Difesa Nazionale avevano finito l’addestramento intensivo, a Hezbollah era stato chiesto di custodire i santuari religiosi con l’aiuto dei comitati locali, un’amnistia presidenziale era stata emanata il 16 aprile, e un mese era stato concesso ai criminali per arrendersi.  Un’amnistia presidenziale in mezzo a tutto questo?! L’EAS ha avuto l’ordine: liberare il Paese e sterminare i terroristi. E l’EAS l’ha eseguito.
600 terroristi a Jididet Fadhl, presso Damasco, sono svaniti in 3 ore, facendo impazzire i chierici  wahhabiti che avevano dichiarato la jihad contro la Siria, a cui non risponde più nessuno; la strada dal centro di Hama ad Aleppo, nel nord, è ripulita, un’altra strada è ripulita da Idlib, nel nord ovest, alla provincia di Latakia, assai infestata da terroristi infiltrati dall’intelligence turca, dove le enormi operazioni dell’EAS, delle FDN e della resistenza locale siriana hanno eliminato decine di terroristi, liberando Qirbet Solas, Quota 45 e altri siti strategici; la città di al-Utaibah vicino all’aeroporto internazionale di Damasco e centro di comando e controllo dei terroristi nel sud, provenienti e riforniti dall’Iraq e dalla Giordania, attraverso il deserto, è caduta nelle mani dell’EAS, che poi avvolge la provincia, spostandosi a nord e a sud, e recupera la città strategica di Qirbet Ghazalah, infliggendo così un colpo decisivo ai terroristi nel sud, uccidendo, almeno secondo le stime, 1600 terroristi. E più importante è l’avanzata tra i villaggi e le città ad ovest del fiume Oronte, nella provincia di al-Qusayr, liberandole una dopo l’altra, accerchiando la città e impedendo ai terroristi di fuggire verso il Libano. Le armi chimiche, il cui utilizzo da parte dell’esercito arabo siriano contro i civili, avrebbe attraversato la linea rossa di Obama, non sono state utilizzate; la linea rossa di Obama non é stata attraversata, e la confusione e l’isteria regnano nel campo occidentale da quando pensava di celebrare la vittoria, invece iniziando a ricevere brutte notizie dalla Siria, ma buone per il mondo intero. Israele viene coinvolto direttamente e compie un raid contro le galline dei pollai e un deposito di armi nei pressi di Damasco, molto probabilmente utilizzando mini-bombe nucleari, in coordinamento con i combattenti di al-Qaida che avevano attaccato 19 diversi posti di blocco dell’EAS intorno alla capitale, un altro epico fallimento. L’ex-ambasciatore statunitense in Siria, Robert S. Ford, il padre degli squadroni della morte iracheni noti per uccidere sciiti e sunniti iracheni, oltre ai marine, arriva in una città di confine tra Siria e Turchia, proprio quando una doppia esplosione si verifica in quella città uccidendo più di 40 esseri umani e ferendone circa 100; le accuse contro la Siria sono immediate. Perché questa pazzia improvvisa? La NATO perde, ma c’è altro.
L’esercito arabo siriano invita i terroristi di al-Qusayr ad arrendersi, non c’è più il corridoio per fuggire, il corridoio che hanno usato per entrare, e l’amnistia presidenziale è passata, i terroristi si rifiutano di arrendersi e le notizie di trattative segrete con il governo siriano, con cui l’occidente chiede all’EAS di riaprire il corridoio affinché coloro che sono nella città di al-Qusayr si ritirino in Libano, sono respinte dalla Siria, e John Kerry va a Mosca, Cameron il giorno successivo visita Mosca, Laurent Fabius, che insisteva su una soluzione militare della crisi siriana, improvvisamente afferma che ci deve essere una soluzione pacifica alla crisi politica. Dopo più di due anni, e per al-Qusayr avviene questa svolta? Aspettate. Kerry è d’accordo con i russi sulla soluzione pacifica e una nuova conferenza internazionale per risolvere la crisi siriana, con Ginevra 2; il giorno dopo Kerry sostiene che laddove non è riuscita Ginevra 1, fallirà Ginevra 2, ovvero la partenza di Assad.  Cameron è d’accordo con i russi sulla soluzione pacifica e la nuova conferenza internazionale per risolvere la crisi siriana, Ginevra 2, lascia la Russia per Washington e riprende di nuovo la storia delle armi chimiche! Cosa c’è nella città di al-Qusayr?
Ricapitoliamo: incursione d’Israele, attentati a Reyhanli, le ripetute accuse sulle armi di distruzione di massa ‘irachene’, funzionari occidentali in pellegrinaggio a Mosca e infine il dipartimento di Stato degli Stati Uniti che presente direttamente la seguente questione in inglese, arabo e persiano..!  Qusayr è la parola chiave principale:

Il dipartimento di Stato sui volantini a Qusayr, Siria
10 maggio 2013
DIPARTIMENTO DI STATO
Ufficio del Portavoce
10 Maggio 2013
2013/0551

DICHIARAZIONE DI JEN PSAKI, Portavoce

Volantini su Qusayr, Siria
Siamo profondamente preoccupati per le notizie secondo cui il regime di Assad ha lanciato volantini su Qusayr dicendo ai civili di evacuare o saranno considerati combattenti. Condanniamo con forza qualsiasi bombardamento di civili o minacce di farlo. Disporre un diverso dislocamento della popolazione civile in queste circostanze, è l’ultima dimostrazione di brutalità da parte del regime.
I continui indiscriminati bombardamenti aerei del regime su aree civili, tra cui panifici, file per il pane e ospedali, viola il diritto internazionale umanitario. Mentre notizie terribili su atrocità e massacri del regime continuano ad emergere, il regime di Assad e tutti i suoi sostenitori che commettono crimini contro il popolo siriano, dovrebbero sapere che il mondo sta guardando e che saranno identificati e ritenuti responsabili. Mentre il popolo siriano affronta tali responsabilità, gli Stati Uniti continueranno a lavorare con i siriani e la comunità internazionale per sostenere la documentazione delle violazioni.

Parole chiave: Siria, Qusayr, diritti umani, violazioni del diritto umanitario
IIPdigital

Perché non ci sono state dichiarazioni simili per Utaibah, Qirbet Ghazalah, Jididet Fadhl, la provincia meridionale di Aleppo, e tutto il resto?  L’occidente scatenerà stupidamente la Terza Guerra Mondiale, l’Armageddon per salvarsi dall’umiliazione di ciò che il mondo conoscerà su al-Qusayr? L’Iran ha mostrato solidarietà alla Siria, Hezbollah ha dichiarato che si unirà alla lotta  contro l’intervento straniero. L’esercito turco, sicuramente, secondo l’autore, non appoggerà il Primo ministro dei Fratelli musulmani Erdogan e si rifiuterà di essere coinvolto in una guerra tra Paesi musulmani per niente. I russi non permetteranno che il loro unico punto d’appoggio al mondo, al di fuori del Mar Nero, cada, non aderiranno alla lotta, ma sosterranno i loro alleati.
L’occidente è in grado di commettere stupidità e grandi crimini, speriamo che ci sia qualcuno sano di mente che l’impedisca.
Nel frattempo, guardate questo breve reportage dalla periferia di al-Qusayr:

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Siria e l’esaurimento psicologico washingtoniano

Dedefensa, 30 aprile 2013

603046L’articolo di Ben Hubbard, sul New York Times del 28 aprile 2013, ha causato scalpore. Tutti trattengono il fiato e continuano a rimbombargli  nella testa la frase centrale e simbolica del testo: “Da nessuna parte, nelle zone controllate dai ribelli, vi è una fazione combattente laica degna di questo nome”. Ciò significa che i ribelli che combattono Assad, in Siria, oggi non sono in generale che gruppi estremisti islamici, compresi quelli che i pianificatori washingtoniani riconoscono essere molto più pericolosi dello stesso Assad. Lo spettacolo descritto da Hubbard agghiaccia gli editorialisti del Sistema, e noi crediamo che sia stato scritto con questo intento…
Nella seconda città più grande della Siria, Aleppo, i ribelli allineatisi con al-Qaida controllano la centrale elettrica, i panifici e una corte che applica la legge islamica. Altrove, hanno occupato giacimenti di petrolio del governo, che potrebbero riattivare subito beneficiando del greggio che producono. In tutta la Siria, aree controllate dai ribelli sono punteggiate da tribunali islamici gestiti da avvocati e chierici, e da brigate combattenti guidate da estremisti. Anche il Consiglio supremo militare, l’organizzazione ombrello delle formazioni ribelli, con cui l’occidente sperava di emarginare i gruppi radicali, è pieno di comandanti che vogliono imporre la legge islamica con un futuro governo siriano. In nessuna parte controllata dai ribelli in Siria c’è una forza combattente secolare di cui parlare. Questo è il paesaggio che il Presidente Obama affronta mentre pensa a come rispondere alla crescente evidenza che ufficiali siriani hanno usato armi chimiche, attraversando la “linea rossa” che aveva tracciata. Più di due anni di violenze hanno radicalizzato l’opposizione armata che combatte il governo del Presidente Bashar al-Assad, lasciando pochi gruppi che condividono la visione politica degli Stati Uniti e che hanno la forza militare per andare avanti.”
Due giorni dopo, il 30 aprile 2013, il pomposo e maestoso quotidiano di riferimento giunge al culmine con un editoriale che simbolicamente afferma la posizione del giornale, dettagliando senza necessariamente voler essere appariscente, ma in modo particolare, le contraddizioni della posizione degli Stati Uniti (e del blocco BAO) in Siria, e quindi la paralisi che ne risulta. Considerando per lo meno contraddittorio e irresponsabile la posizione dei falchi al Congresso, tra cui i due amigos inevitabili Graham e McCain, l’editoriale nota che BHO ha agito con cautela, finora, ma che è intrappolato dalla visualizzazione della “linea rossa” per un intervento più deciso degli Stati Uniti, nel caso di uso di armi chimiche; e che se si scoprisse che vi è stato uso di queste armi, bisognerebbe agire per BHO; e questo sarebbe necessariamente a favore dei ribelli, ma ciò potrebbe essere catastrofico, perché è ormai chiaro, come abbiamo visto, che i “ribelli combattenti” islamisti sono più pericolosi di Assad…
A differenza di McCain e Graham, che hanno accusato il presidente Obama perfino del ritiro delle truppe dall’Iraq e che hanno cercato di indurlo ad un atteggiamento più militarista contro l’Iran, il presidente cerca di districare gli Stati Uniti dai conflitti d’oltremare e, di conseguenza, è stato molto cauto sul coinvolgimento militare in Siria. Ma potrebbe cambiare idea, ora che le forze di Assad vengono accusate di usare armi chimiche. Lo stesso Obama si è messo con le spalle al muro quando ha avvertito il leader siriano che l’uso di armi chimiche costituirebbero una “linea rossa” e un “punto di svolta”, suggerendo fortemente, forse incautamente, che attraversando quella riga scatterebbe qualche tipo di azione statunitense. L’incapacità di agire ora potrebbe essere fraintesa da Assad, come dai leader di Iran e Corea del Nord, i cui programmi nucleari sono sul radar degli Stati Uniti.  Obama deve agire solo se ha una documentazione convincente che il gas sarin sia stato utilizzato in un attacco da parte delle forze siriane, e che non sia il risultato di un incidente o di fertilizzanti. Il Financial Times ha riferito che la prova si basa su due distinti campioni prelevati dalle vittime degli attacchi. Con la guerra civile in Siria, che ora entra nel terzo anno e il bilancio delle vittime a oltre 70.000, la posizione è peggiorata. Assad resta al potere, le divisioni settarie si sono intensificate e i rifugiati nei Paesi limitrofi sono destabilizzanti. Ancor più preoccupante, i jihadisti legati ad al-Qaida sono diventati la forza di combattimento dominante e, come Ben Hubbard ha riportato su The Times, ci sono pochi gruppi di ribelli che condividono la visione politica degli Stati Uniti e che hanno la forza militare per andare avanti. Non ci sono mai stati facili opzioni per gli Stati Uniti in Siria, che non sono migliorate nel tempo. E la Russia e l’Iran che supportano Assad, meritano una particolare condanna. Senza il loro sostegno Assad non sarebbe durato così a lungo. Eppure, il Paese è importante per la stabilità regionale. Obama deve presto chiarire come ha intenzione di usare l’influenza americana nel trattare la minaccia jihadista e il finale di partita in Siria“.
In precedenza, un altro articolo sullo stesso giornale del 28 aprile 2013, attaccava le posizioni dei “consulenti [che] non sono pagatori“, di vari parlamentari e di altri che raccomandano “una forte azione” in Siria, sulla base di informazioni sull’uso di armi chimiche di cui è nota la poetica verità, ma che ognuno si sente in dovere di darvi un qualche credito. Si tratta, in questo caso, soprattutto per i falchi del Congresso come Graham-McCain e pochi altri, di avere come risultato un pasticcio enorme.
“...Domenica scorsa, molti repubblicani, tra cui i senatori Lindsey Graham del South Carolina e John McCain dell’Arizona, entrambi membri del Comitato per i Servizi Armati, che fanno le loro usuali apparizioni nei talk show televisivi avvertendo che l’assenza di un intervento in Siria favorirebbe nazioni come l’Iran e la Corea del Nord. “Se manteniamo questo approccio inattivo verso la Siria, con l’attuale indecisione verso la Siria, con questa sorta di azione senza scopo, inizieremmo una guerra con l’Iran perché l’Iran considererà la nostra inazione in Siria come una nostra mancanza di serietà sul loro programma di armi nucleari”, ha detto Graham al programma della CBS “Face the Nation”. Graham ha aggiunto: “Non c’è niente che si può fare in Siria senza rischi, il rischio maggiore è uno Stato fallito le cui armi chimiche cadano nelle mani degli islamisti radicali, che si stanno riversando in Siria.[...] Il senatore Saxby Chambliss, repubblicano della Georgia, anch’egli nel Comitato di servizi armati, ha detto a “Face the Nation” che aveva parlato la settimana prima con il re Abdullah II di Giordania di una no-fly zone, mentre il rappresentante Mike Rogers, repubblicano del Michigan e presidente del Comitato per l’Intelligence della Camera, ha detto che i deputati hanno ricevuto informazioni classificate che suggeriscono che il governo di Assad abbia usato armi chimiche negli ultimi due anni. “Il problema è, come si sa, che il presidente ha tracciato la linea,” ha detto Rogers al programma dell’ABC “This Week. “E non può essere una linea tratteggiata. Non può essere altro che una linea rossa. E più che la Siria, è l’Iran presta attenzione a ciò. La Corea del Nord presta attenzione a ciò”. I repubblicani convengono che gli Stati Uniti non dovrebbero mandare le truppe di terra. “La cosa peggiore che gli Stati Uniti potrebbero fare in questo momento è inviare truppe sul terreno in Siria”, ha detto  McCain al programma della NBC “Meet the Press”. “Cosa che metterebbe il popolo contro di noi”. I democratici, tra cui la senatrice Claire McCaskill del Missouri e il deputato Keith Ellison del Minnesota, sembrano meno propensi ad intensificare gli aiuti militari e ad aspettare che venga fornita assistenza umanitaria ai siriani che hanno abbandonato la lotta“.
Certamente non pretendiamo, con queste varie citazioni e i commenti che li accompagnano, di apportare nulla di nuovo a fatti ed eventi, come abbiamo visto altrove non sono che materiale sfuggente e improbabile per una guerra delle comunicazioni di cui nessuno controlla il senso e ne comprende davvero gli obiettivi. Piuttosto, si misura l’evoluzione del clima di Washington, che diffonde la sua schizofrenia indiscriminatamente, indubbiamente perché non è più possibile nascondere l’impotenza che ha portato questo stato. Il New York Times non esita più a descrivere la verità catastrofica della situazione sul terreno, e a scrivere editoriali dove ciò che viene scritto viene contraddetto, in successione, chiedendo di fare qualcosa in Siria ma che è impossibile fare qualcosa in Siria. Anche un’illuminata esaltata come Lindsay Graham, non si è nemmeno presa la briga di rimuovere o anche ridurre gli argomenti che contraddicono immediatamente la sua tesi guerrafondaia, citandoli subito dopo. Così dice che è necessario intervenire in modo netto in Siria (l’”utilizzazione” di armi chimiche) se no, Assad, Kim della Corea del Nord ed i mullah iraniani potranno facilmente schernire il potere americanista, aggiungendo subito che il peggior disastro (“il rischio peggiore“) è che i ribelli islamici catturino le armi chimiche (e non Assad che rimane al potere?), cosa che accadrebbe indubbiamente se gli USA saranno coinvolti “nettamente” in Siria, cioè aiutando i ribelli contro Assad, dal momento che gli unici ribelli combattenti, dice il New York Times, sono gli islamisti.
Ciò che è notevole non è il regno del sofismo, come abbiamo già descritto: si sapeva, naturalmente, e lo sapevamo. (Potremmo chiamarlo “sofisma siriano”, non avendo lo spirito di parlare di “sofismo libico” quando le stesse circostanze si manifestarono in Libia.) Ciò che è notevole è che Washington non prova nemmeno a rimuovere l’uno o l’altro dei suoi termini per argomentare meglio il suo caso, ma sembra abbandonare ogni speranza di contenere questa ondata di contraddizioni che alimenta proprio i sofismi in cui sono immersi gli USA (blocco BAO), dopo due anni di attività del tutto irresponsabili, o meglio infraresponsabili, intorno la Siria. Questo clima speciale che  miscela un’eruttazione belligeranza, ma usurata, e di paura alquanto esaurita dalle conseguenze di questo bellicismo, viene evidenziato con particolare forza dall’affermazione di McCain che gli Stati Uniti non invieranno nessuna truppa sul terreno in Siria (“La cosa peggiore che gli Stati Uniti potrebbero fare in questo momento, è inviare truppe sul terreno in Siria“). Questo è, però, un’opzione già ampiamente discussa dagli estremisti del Partito della Guerra di cui McCain è una delle fonti d’ispirazione più forte. (Per aggiungere la solita ciliegina sulla torta, necessaria e inevitabile quando si parla di Siria, riportiamo il giudizio di Shamus Cooke su Antiwar.com del 30 aprile 2013, secondo cui Obama, ancora molto misurato nelle sue opzioni interventiste, viene ampiamente superato “a sinistra” dai militari che sono più che mai contrari a qualsiasi intervento.) Questa specie di decomposizione delle trincee dialettiche e consolidate di Washington, che si è avuta finora, sembra indicare un interessante avanzamento del processo di dissoluzione, se non di entropizzazione dei giudizi sulla situazione in Siria e sulle opzioni politiche degli Stati Uniti. La psicologia dei leader americanisti comincia a sembrare seriamente infettata dai fattori dissolventi della “guerra siriana.” Ed alla luce dell’allarme “vero-falso” sull’uso, manipolato o meno, delle armi chimiche, in un momento in cui si misura l’intensa fatica psicologica di questi vari figuranti del Sistema, permettendo all’infezione di penetrare facilmente; questa intensa stanchezza, prossima all’esaurimento psicologico, grazie a una crisi che non giunge a determinare un parossismo che interessa il sistema, ma che s’impantana e l’impantana (“pantano critico”), in una sorta di amorfismo per loro incomprensibile.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Obama e Putin si spartiranno il Medio Oriente?

Thierry Meyssan Rete Voltaire Damasco (Siria) 22 febbraio 2013

pb-120618-obama-putin-01_photoblog900In un articolo pubblicato il 26 gennaio in Russia, Thierry Meyssan espone il nuovo piano di partizione del Medio Oriente su cui lavorano la Casa Bianca e il Cremlino. L’autore rivela i dati principali dei negoziati in corso, senza pregiudicare l’accordo finale o la sua attuazione. L’interesse dell’articolo è che permette di capire le posizioni ambigue di Washington, che spingono i suoi alleati in una situazione di stallo, imponendo un nuovo ordine nel prossimo futuro, pena l’esclusione.

Nel 1916, il Regno Unito e la Francia si divisero il Medio Oriente (accordo Sykes-Picot). Quasi un secolo dopo, gli Stati Uniti e la Russia stanno discutendo un nuovo piano di partizione che gli permetterebbe di sgomberare a loro profitto l’influenza franco-britannica. Il presidente Obama è in procinto di cambiare completamente la sua strategia internazionale, nonostante l’opposizione che il suo progetto genera nella propria amministrazione. I fatti sono semplici. Gli Stati Uniti stanno diventando indipendenti sul piano energetico, grazie al rapido sfruttamento del gas di scisto e delle sabbie bituminose. Pertanto la Dottrina Carter (1980) per garantirsi l’accesso al petrolio del Golfo è un imperativo della sicurezza nazionale finito. Come del resto l’accordo del Quincy (1945) secondo cui Washington si impegnava a proteggere la dinastia dei Saud se gli avesse garantito l’accesso al petrolio della penisola arabica.
I tempi sono maturi per un ritiro massiccio e per trasferire i GI in Estremo Oriente, a contenere l’influenza cinese. D’altra parte, tutto deve essere fatto per evitare un’alleanza militare sino-russa. Dovrebbero pertanto essere fornite delle opportunità alla Russia per allontanarsi dall’Estremo Oriente. Infine, Washington soffoca per le sue relazioni con Israele, troppo strette. Per gli Stati Uniti esse sono estremamente costose, ingiustificabili a livello internazionale, ritrovandosi contro tutte le popolazioni musulmane. Inoltre, dovrebbe essere chiaramente punita Tel Aviv, che ha interferito in modo sorprendente nella campagna elettorale presidenziale degli Stati Uniti, mettendosi sempre più contro il candidato che ha vinto. Questi sono i tre elementi che hanno portato Barack Obama e i suoi consiglieri a proporre un patto a Vladimir Putin, Washington implicitamente riconosce di aver fallito in Siria, ed è pronta a lasciare che la Russia s’installi in Medio Oriente senza contropartita, e di condividerne anche il controllo della regione.
E’ con questo spirito che è stato scritto da Kofi Annan, a Ginevra, il Comunicato del 30 giugno 2012. A quel tempo si trattava solo di trovare una soluzione alla questione siriana. Ma l’accordo è stato subito sabotato da elementi interni dell’amministrazione Obama. Lasciando che gli europei  facessero trapelare alla stampa diversi elementi della guerra segreta in Siria, tra cui l’esistenza di un ordine esecutivo presidenziale che impone alla CIA di schierare propri uomini e mercenari sul terreno. Incastrato, Kofi Annan si era dimesso dal suo incarico di mediatore. Da parte sua, la Casa Bianca ha tenuto un basso profilo per non manifestare le divisioni durante la campagna per la rielezione di Barack Obama. Nell’ombra, tre gruppi si opponevano al comunicato di Ginevra
• Gli agenti coinvolti nella guerra segreta;
• Le unità militari incaricate di contrastare la Russia
• I relè d’Israele.
Il giorno dopo la sua elezione, Barack Obama ha iniziato la Grande Purga. La prima vittima è stato il generale David Petraeus, pianificatore della guerra segreta in Siria. Cadendo in una trappola sessuale tesa da un ufficiale dei servizi segreti militari, il direttore della CIA è stato costretto a dimettersi. Poi una dozzina di ufficiali superiori sono stati posti sotto inchiesta per corruzione. Tra questi, il comandante supremo della NATO (l’ammiraglio James G. Stravidis) e il suo successore designato (general John R. Allen), così come il comandante della Missile Defense Agency, cioè lo “Scudo missile “, (generale Patrick J. O’Reilly). Infine, Susan Rice e Hillary Clinton sono state oggetto di attacchi feroci per l’occultamento al Congresso degli aspetti della morte di Chris Stevens l’ambasciatore ucciso a Bengasi da un gruppo islamico probabilmente sponsorizzato dal Mossad.
Dopo che le sue diverse opposizioni interne sono state disintegrate o paralizzate, Barack Obama ha annunciato un profondo rinnovamento della sua squadra. In primo luogo, John Kerry al dipartimento di Stato. Un sostenitore dichiarato della cooperazione con Mosca su temi d’interesse comune. E’ anche un amico personale di Bashar al-Assad. Poi Chuck Hagel al dipartimento della Difesa. È un sostenitore della NATO, ma un realista. Ha sempre denunciato la megalomania dei neoconservatori e il loro sogno sull’imperialismo globale. Si tratta di nostalgici della Guerra Fredda, quel periodo benedetto in cui Washington e Mosca condividevano il mondo a basso costo. Con il suo amico Kerry, Hagel ha organizzato nel 2008 un tentativo di negoziare la restituzione da Israele delle alture del Golan alla Siria. Infine, John Brennan alla CIA. Questo assassino a sangue freddo è convinto che il vero punto debole degli Stati Uniti è avere creato e sviluppato il jihadismo internazionale. La sua ossessione è eliminare il salafismo e l’Arabia Saudita così, in ultima analisi, alleviando il Nord del Caucaso russo.
Allo stesso tempo, la Casa Bianca ha continuato i suoi negoziati con il Cremlino. Ciò che dovrebbe essere una soluzione semplice per la Siria è diventato un progetto molto più ampio di riorganizzazione e condivisione del Medio Oriente. Ricordiamo che nel 1916, dopo otto mesi di negoziati, il Regno Unito e la Francia si divisero in segreto il Medio Oriente (accordo Sykes-Picot). Il contenuto di questi accordi fu rivelato al mondo dai bolscevichi quando andarono al potere. Ma ha persistito per quasi un secolo. Ciò che l’amministrazione Obama sta prendendo in considerazione, è un rimodellamento del Medio Oriente per il XXI secolo, sotto l’egida degli Stati Uniti e della Russia.
Negli Stati Uniti, anche se Obama succede a se stesso, non può che gestire gli affari correnti. Non riprenderà le sue massime funzioni che al giuramento del 21 gennaio. Nei prossimi giorni, il Senato sentirà Hillary Clinton sul mistero dell’omicidio dell’ambasciatore in Libia (23 gennaio), poi sentirà John Kerry per confermarne la  nomina (24 gennaio). Subito dopo i 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza si riuniranno a New York per discutere le proposte di Lavrov-Burns sulla Siria. Queste includono la condanna delle interferenze esterne, e il dispiegamento di una forza di pace delle Nazioni Unite, appellandosi a diversi giocatori, in modo tale da formare un governo di unità nazionale e pianificare le elezioni. La Francia dovrebbe opporsi, ma senza la minaccia di usare il veto contro il suo padrone degli Stati Uniti.
Il piano originale prevedeva che la forza delle Nazioni Unite dovrebbe essere composta principalmente da soldati dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). Il presidente Bashar al-Assad rimane al potere. Negoziando subito una carta nazionale con i leader dell’opposizione non armata scelti con l’approvazione di Mosca e Washington, e che avrebbero adottato questa carta con un referendum sotto il controllo degli osservatori. Questo accordo è stato preparato molto tempo fa dal generale Hassan Tourkmani (assassinato il 18 luglio 2012) e Nikolaj Bordjuzha. Una dichiarazione comune dei ministri degli esteri della CSTO è stata firmata il 28 settembre 2012 e il protocollo è stato firmato dal dipartimento delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace e la CSTO, che adesso ha gli stessi poteri della NATO. Esercitazioni congiunte UN/CSTO si sono svolte in Kazakhstan sotto il titolo “Fratellanza Inviolabile” (dall’8 al 17 ottobre 2012). Infine, un piano di schieramento dei “colbacchi blu” è stato discusso al Comitato militare delle Nazioni Unite (8 dicembre).
Una volta stabilizzata la Siria, una conferenza internazionale si terrà a Mosca sulla pace globale tra Israele e i suoi vicini. Gli Stati Uniti ritengono che non sia possibile negoziare una pace separata tra Israele e Siria, con i siriani che esigono prima una soluzione della Palestina nel nome del panarabismo. Ma non è possibile negoziare una pace con i palestinesi, perché sono molto divisi, a meno che la Siria venga incaricata a costringerli a rispettare un accordo di maggioranza. Pertanto, i negoziati dovranno essere globali, sul modello della Conferenza di Madrid (1991). In questo caso, Israele si ritirerebbe il più possibile nei suoi confini del 1967. I Territori Palestinesi e la Giordania si fonderebbero per formare uno stato palestinese unico. Il suo governo verrebbe affidato ai Fratelli musulmani che renderebbero la soluzione accettabile agli attuali governi arabi. Poi, le alture del Golan sarebbero restituite alla Siria in cambio dell’abbandono del Mare di Galilea, lungo le linee previste una volta dai negoziati di Shepherdstown (1999). La Siria garantirebbe il rispetto dei trattati da parte giordano-palestinese.
Come in un domino, ci sarebbe poi la questione curda. L’Iraq verrebbe smantellato per dare vita a un Kurdistan indipendente e la Turchia sarebbe destinata a diventare uno Stato federale concedendo l’autonomia alla regione curda. Gli Stati Uniti, vorrebbero estendere il rimodellamento sacrificando l’Arabia Saudita, diventata inutile. Il paese sarebbe diviso in tre, mentre alcune province verrebbero riunite alla federazione giordano-palestinese o all’Iraq sciita, secondo un vecchio piano del Pentagono (“Taking Saudi out of Arabia“, 10 luglio 2002). Questa opzione permetterebbe a Washington di lasciare un ampio spazio all’influenza di Mosca, senza dover sacrificare parte della propria influenza. Lo stesso comportamento è stato osservato quando il FMI, a Washington, decise di aumentare i diritti di voto dei paesi BRICS. Gli Stati Uniti non fecero nulla, cedendo il loro potere e costringendo gli europei a rinunciare a parte dei loro voti in fare dei BRICS.
Questo accordo politico-militare verrebbe accompagnato da un accordo energetico-economico, sul vero problema della guerra contro la Siria, in cui la maggior parte dei giocatori cerca di conquistarne i giacimenti di gas. Grandi giacimenti, infatti, sono stati scoperti nel sud del Mediterraneo e in Siria. Posizionando le sue truppe nel Paese, Mosca si garantirebbe un controllo più ampio sul mercato del gas, nei prossimi anni. Il dono della nuova amministrazione Obama a Vladimir Putin raddoppia di valore. Non solo allontana dall’Estremo Oriente i russi, ma viene anche  usato per neutralizzare Israele. Se un milione di israeliani ha la doppia cittadinanza degli Stati Uniti, un altro milione è di lingua russa. Installatesi in Siria, le truppe russe dissuaderanno gli israeliani dall’attaccare gli arabi e gli arabi dall’attaccare Israele. Pertanto, gli Stati Uniti non avrebbero più bisogno di spendere ingenti somme per la sicurezza della colonia ebraica. Il nuovo accordo richiederebbe che gli Stati Uniti riconoscano, infine, il ruolo regionale dell’Iran. Tuttavia, Washington pretenderebbe che Teheran si ritiri dall’America Latina dove ha stabilito relazioni, tra cui il Venezuela. Ignoriamo la reazione iraniana a questo aspetto dell’accordo, ma Mahmoud Ahmadinejad è già ansioso di sapere se Barack Obama avrebbe fatto tutto quanto in suo potere per aiutarlo a prendere le distanze da Tel Aviv.
I perdenti in questo piano sono, in primo luogo, la Francia e il Regno Unito, la cui influenza si affievolisce. Quindi Israele, privato dell’influenza negli Stati Uniti e restituito al giusto status di piccolo Stato. Infine, l’Iraq verrebbe smantellato. E forse l’Arabia Saudita, che ha lottato per settimane per venire a patti con gli uni e con gli altri per sfuggire al destino che gli è stato promesso. Vi sono anche dei vincitori. Prima di tutto Bashar al-Assad, ieri indicato quale criminale contro l’umanità dall’occidente, e domani glorificato come il vincitore sugli islamisti. E soprattutto Vladimir Putin, per la sua tenacia durante il conflitto, riuscendo a far uscire la Russia dal suo “contenimento”, riaprendola al Mediterraneo e al Medio Oriente, e riconoscendole la supremazia sul mercato del gas.

Thierry Meyssan

Fonte: Odnako (Federazione Russa) Settimanale informazioni generali. caporedattore: Mikhail Leontiev.
Articolo pubblicato il 26 gennaio 2013 sul settimanale russo Odnako (rivista vicino a Vladimir Putin)

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Messaggio di Mosca agli USA: “Giù le mani” dal Medio Oriente e dall’Africa

Stephen Lendman, Global Research, 4 febbraio 2013

12242La Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera si svolge ogni anno. Quest’anno ricorre la 49.ma sessione. Decine di Paesi e centinaia di leader mondiali vi partecipano, tra cui capi di Stato, ministri degli esteri e della difesa, così come altre figure di alto livello. L’impegno attivo è prioritario. Le minacce alla sicurezza attuali e future vengono discusse.
Nel 2007, il Presidente russo Vladimir Putin conquistò la scena, senza risparmiare tirate. Criticò aspramente la politica estera degli Stati Uniti, definendola: “Molto pericolosa (per il suo) incontenibile e ipertrofico uso della forza, forza militare. Nelle relazioni internazionali, la forza sta spingendo il mondo nell’abisso dei conflitti permanenti”. L’imperialismo degli Stati Uniti,  sottolineò, “ha oltrepassato i propri confini nazionali in tutti i sensi. Le azioni unilaterali illegali non hanno risolto nessun problema, divenendo focolaio di ulteriori conflitti. Assistiamo a un sempre più crescente disprezzo per i principi fondamentali del diritto internazionale…. Nessuno si sente al sicuro! Perché nessuno può ritiene che il diritto internazionale sia il muro di pietra che li proteggerà. Naturalmente, una tale politica stimola la corsa agli armamenti. Il dominio della forza incoraggia inevitabilmente una serie di Paesi ad acquisire armi di distruzione di massa.” Putin si era anche rivolto al “mondo unipolare”, definendolo quello “in cui c’è un solo padrone, un solo sovrano. E alla fine, ciò è svantaggioso non solo per tutti quelli dentro questo sistema, ma anche per il governante stesso, perché si distrugge dall’interno.” Aggiunse che “Ci danno costantemente lezioni di democrazia. Ma per qualche ragione, gli stessi che lo fanno, non vogliono impararle.” Gli USA deplorano la democrazia in patria e all’estero. La sua priorità è il predominio incontrastato. Pretende che si faccia ciò che dice. La Russia sostiene la pace, non la guerra, favorendo la risoluzione diplomatica dei conflitti.
Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha partecipato alla Conferenza di quest’anno. ITAR-TASS ha intitolato “Mosca invita l’occidente a non imporre i suoi valori ai popoli del Medio Oriente e dell’Africa.” Lavrov ha detto ai partecipanti: “Tutti aspiriamo alla stabilità e alle condizioni per lo sviluppo sostenibile nel Medio Oriente e in Africa, vogliamo che i popoli dei Paesi progrediscano verso la democrazia e il benessere, cosi come abbiano garanzie sui diritti umani, l’invio regolare di idrocarburi e di altre risorse vitali. Se questi sono i nostri obiettivi comuni, poi, si può convenire sulle regole trasparenti e chiare che dovrebbero essere utilizzate da tutti gli attori nelle loro azioni pratiche. Concordiamo a che tutti sostengano le riforme democratiche dei paesi in transizione, ma non ad imporre valori estranei, riconoscendo la varietà dei modelli di sviluppo. Che siano d’accordo nel sostenere la soluzione pacifica dei conflitti interni agli Stati e la fine delle violenze, mediante la condizione a un ampio dialogo cui partecipino tutti i gruppi politici nazionali. Bisogna che siano d’accordo nell’astenersi dalle interferenze esterne, in particolare con la forza e senza un chiaro mandato del Consiglio di sicurezza dell’ONU, e da eventuali sanzioni unilaterali. Dovremmo continuamente e con fermezza combattere l’estremismo e il terrorismo in tutte le sue forme, chiedendo l’osservazione dei diritti delle minoranze etniche e confessionali. L’approccio dei nostri omologhi occidentali causa molte perplessità. Supportano il cambiamento dei regimi per giustificare metodi terroristici? E’ possibile combattere in una situazione contro coloro che si supportano in un’altra?” Lavrov ha detto che le risposte alle domande chiave “dovrebbero essere trovare assieme, soprattutto riguardo agli obiettivi finali degli sforzi per risolvere le crisi nei Paesi della regione euro-atlantica, che hanno più aspetti unificanti piuttosto che differenze.” La Russia si oppone categoricamente all’uso della forza. Vuole che siano i siriani da soli a decidere chi li guidi. E non vogliono interferenze esterne. Supporta il diritto internazionale. In precedenza Lavrov espresse preoccupazione per l’aggressione israeliana contro la Siria, definendola “inaccettabile”.
Il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak si è anch’egli rivolto ai partecipanti di Monaco di Baviera, ammettendo il coinvolgimento d’Israele, dicendo che “ciò che è successo in Siria qualche giorno fa (è) la prova che quando diciamo qualcosa, vuol dire che è vero…. e noi diciamo che non crediamo che dovrebbe essere consentito l’invio di armi avanzate in Libano.” Israele ha commesso una mera aggressione, che non aveva nulla a che fare con il traffico di armi. Israele non ha obiettivi chiari e potrebbe spingere la Siria al contrattacco. In questo modo si rischierebbe un’altra guerra, che potrebbe diventare regionale o globale. La storia dimostra che piccoli conflitti a volte diventano grandi. Il portavoce del Parlamento iraniano Ali Larijani ha avvertito Israele dicendo: “Il mondo sta assistendo a una vendetta dell’occidente, in particolare degli Stati Uniti, e di alcuni elementi arretrati della regione, contro la Resistenza.” Ha esortato i Paesi della regione a prendere le distanze da Israele, affermando che “il movimento del risveglio islamico nella regione avrebbe dato una risposta adeguata al regime sionista”. Il 3 febbraio, l’agenzia siriana SANA dichiarava: “L’aggressione israeliana rivela il ruolo di Israele nella destabilizzazione della Siria.” Assad ha risposto pubblicamente per la prima volta, dicendo che Israele ha agito in “collaborazione con potenze ostili.” La Siria è in grado di affrontare tali minacce, respingendo l’aggressione. La destabilizzazione della Siria è fallita e l’Iran le offre pieno supporto.
Il 2 febbraio, Konstantin Garibov de La Voce della Russia, intitolava “L’attacco aereo israeliano contro la Siria annuncia nuovi conflitti regionali”, dicendo: “Ciò comporta grandi rischi. Il ministero degli Esteri russo ha condannato l’attacco israeliano, definendolo “un attacco non provocato contro uno Stato sovrano.” La Siria ha dichiarato il diritto di rispondere. Il diritto internazionale consente la legittima autodifesa. Il politologo libanese Imad Rizk ha definito la tempistica dell’attacco “sintomatica”. “Netanyahu è tornato alla grande politica, formando un governo di coalizione e negoziando per strappare un vantaggio strategico. Sarà lui a trattare con il nuovo segretario di Stato di Washington. Sembra che l’attacco sia diventato la dichiarazione di guerra congiunta di Stati Uniti e Israele” contro la Siria. Vladimir Putin ha detto che “Israele continuerà a colpire servizi o forze che partecipano al conflitto siriano, che siano gruppi islamici o truppe leali a Bashar al-Assad. Posso prevedere che la crisi si aggraverà ed Israele potrebbe espandere la sua partecipazione a tali attacchi.” Israele teme presumibilmente gli estremisti islamici. Presumibilmente è preoccupata dai legami di Hamas con  Hezbollah.
L’analista Vladimir Sotnikov dell’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia delle Scienze  Russa, crede che “sarebbe un incubo per Israele.” E’ probabile che sia ciò che Israele preferisce. Ha bisogno di nemici per giustificare la sua belligeranza. La pace, la calma e la stabilità sconfiggerebbero la sua agenda. Quando era ministro degli Esteri nel 1982, Yitzhak Shamir spiegò perché Israele attaccava il Libano. Esiste un “pericolo terribile”, disse, “non tanto militare, ma politico.” Il 6 giugno 1982, Israele invase il Libano. Gli scontri durarono quasi un anno. Venne fabbricata una false flag israeliana come pretesto. Arafat venne falsamente accusato dell’assassinio,  opera dei militanti di Abu Nidal, dell’ambasciatore israeliano nel Regno Unito, Shlomo Argov. Israele ebbe la guerra che cercava. Circa 18.000 palestinesi furono massacrati. Il sud del Libano rimase occupato fino al maggio 2000. Israele ancora detiene illegalmente le fattorie di Sheba. Si tratta di una zona di 14 miglia quadrate ricche d’acqua, presso il Golan siriano. Fu illegalmente occupata dal 1967, insieme a Ghajar, un villaggio sul confine libanese.
Sabra e Shatila restano i simboli della ferocia israeliana. All’epoca Ariel Sharon era ministro della difesa e ordinò il massacro. Lasciò che i fascisti falangisti facessero il lavoro sporco. Civili palestinesi furono massacrati a sangue freddo. Le donne violentate più volte prima di essere uccise. I bambini furono assassinati come gli adulti. Intere famiglie furono fucilate, pugnalate, bastonate a morte o sepolte, vive o morte, sotto le case. Alcuni furono torturati prima di morire, altri vennero decapitati. Dei cadaveri furono carbonizzati e violati, occhi cavati, i volti resi irriconoscibili. Israele l’aveva programmata con malvagità, e Sharon l’attuò, definendola “liberazione del mondo dal centro del terrorismo internazionale.” Orwell non avrebbe potuto dirlo meglio. Nessuno fino ad oggi è stato punito. Israele compie stragi impunemente.
Gideon Levy su Haaretz ha detto che “Israele fa quello che vuole“, che gli Stati canaglia agiscono in questo modo. Criticarlo significa essere accusati di “eresia e tradimento.” Israele viola impunemente lo spazio aereo del Libano, “dato per scontato“, bombardando tutto ciò che ritiene pericoloso. “Invade qualsiasi luogo, e non risolve mai nulla da nessuna parte. Può fare (quasi) qualsiasi cosa“, compiendo ogni dannata cosa che desideri e Washington gli offre pieno supporto. Sono partner imperiali che hanno intenzioni aggressive, sapendo di farla franca, chi li fermerebbe? “Tutto è consentito nella coscienza israeliana“, ricorrendo a ipotesi in gran parte infondate. L’idea di essere circondato da Paesi arabi ostili non basta, ma la ripetono. Le sole minacce che Israele affronta sono quelle che s’inventa, minacciando i vicini regionali e l’umanità, avendo come priorità il dominio del Medio Oriente. Vuole che i suoi rivali regionali siano eliminati, ricorre solo ad aggressioni non provocate. Israele è il solo che possiede armi di distruzione di massa, ed il loro utilizzo sarebbe immediato, se fosse minacciato. “All’inferno tutte queste domande fastidiose“, ha detto Levy. Solo ciò che Israele vuole conta, mentre lo stato di diritto si applica agli altri. “Ad Israele è permesso fare qualsiasi cosa“, perpetra stragi e molto altro ancora. É suo diritto divino, afferma, non importa quel che dicono gli altri, contano solo gli interessi israeliani. Dicendo così sostiene l’eccezionalità, la particolarità e l’unicità ebraica. Gli estremisti israeliani dicono di essere il “popolo eletto” di Dio, che ha il diritto divino di aggredire senza motivi, e scacciando i diritti umani dai territori che occupa. Possono fare qualsiasi maledetta cosa vogliano, svilendo valori morali e principi etici. Minacciando ebrei e non ebrei e mettendo in pericolo l’umanità. Devono essere fermati prima che uccidano di nuovo.
In risposta al massacro di Israele del maggio 2010, sulla Mavi Marama, l’ex membro del Congresso Dennis Kucinich chiese ai colleghi di firmare una lettera a Obama, che affermava: “Non è accettabile violare ripetutamente il diritto internazionale. Non è accettabile sparare su e uccidere civili. Non è accettabile commettere un atto di aggressione contro un altro alleato degli Stati Uniti. Non è accettabile continuare il blocco che vieta gli aiuti umanitari. Non è accettabile aumentare le tensioni in una regione, mentre gli Stati Uniti continuano a pagare con così tanto sangue e denaro. Nessuno mette in discussione il diritto di Israele a difendere le sue frontiere, ma questo non vuol dire sparare su civili inermi in tutto il mondo, in qualsiasi momento si voglia. Israele deve contare sul nostro sostegno, sulla vita dei nostri soldati, sull’investimento dei miliardi dei nostri contribuenti. Israele scarica sugli Stati Uniti le sue peggiori violenze pre-meditate scatenate contro persone innocenti.” E’ difficile immaginare qualcuno del Congresso così schietto, oggi.
E’ probabile che ciò sia il motivo per cui Kucinich non è stato rieletto nelle primarie del marzo 2012, le forze oscure l’hanno preso di mira e la lobby israeliana ha voluto cacciarlo. Hanno fatto a Cynthia McKinney la stessa cosa. Fare la cosa giusta è costoso e la lobby israeliana l’ha esclusa dal Congresso due volte, rovinandone la carriera politica. Praticamente nessuno in Congresso critica Israele. Farlo significa rischiare la carriera, ma per McKinney il principio conta di più, la sua anima non è in vendita. Speriamo che Kucinich la pensi  allo stesso modo. È libero di continuare a fare ciò che è giusto. Le voci per la verità e la giustizia sono estremamente necessarie, nel momento più pericoloso nella storia del mondo è necessario parlare. L’umanità in pericolo dipende da ciò.

Stephen Lendman vive a Chicago. Il suo nuovo libro s’intitola “Banker Occupation: Waging Financial War on Humanity.” Visitate il suo blog SJLendman.blogspot.com e ascoltate le sue interessanti discussioni con ospiti illustri sul Progressive Radio News Hour del Progressive Radio Network, giovedì alle 10 ora centrale degli Stati Uniti, e sabato e domenica a mezzogiorno. Tutti i programmi vengono archiviati per facilitarne l’ascolto. 

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

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