Sulayman Shah, le elezioni in Turchia e l’invasione della Siria

Mahdi Darius Nazemroaya Strategic Culture Foundation 30/03/2014

TURKEY-GOVERNMENT-PARLIAMENTGli oppositori turchi del primo ministro Recep Tayyip Erdogan e del suo governo assediato, sostengono che un Erdogan in difficoltà può tentare di avviare un conflitto con la Siria e addirittura invaderne il territorio. Secondo gli oppositori di Erdogan, lo scopo dell’invasione turca della Siria per Erdogan sarebbe richiamare i sentimenti patriottici. Lo scopo è manipolare la popolazione turca in sostegno del primo ministro Erdogan e del partito Giustizia e Sviluppo (AKP) in declino, nelle elezioni comunali programmate per il 30 marzo 2014…
Vi è una serie di eventi che sempre più accredita tali argomentazioni e accuse alla dirigenza dell’AKp. La prima afferma che Ankara sia preoccupata da una reliquia storica nel territorio siriano nota come Tomba di Sulayman Shah. A seguito di presunte e discutibili minacce da parte delle forze antigovernative siriane contro la Tomba di Sulayman Shah, il 16 marzo 2014 la Turchia ha autorizzato le sue truppe ad entrare nel territorio siriano per proteggere il sito. Sulla base di un accordo firmato da Francia e Turchia nel 1921, prima che la Siria diventasse una repubblica indipendente, la tomba di Sulayman Shah è considerata territorio turco, anche se si trova in Siria. Truppe turche sono stazionate per proteggere il sito. Dopo la proclamazione di Ankara che avrebbe difeso la Tomba di Sulayman Shah, la Turchia ha abbattuto un jet militare siriano il 23 marzo 2014. A ciò seguì uno scandalo politico legato a YouTube. Le conversazioni di funzionari turchi che parlano di come fabbricare un pretesto per invadere la Siria trapelarono su YouTube il 27 marzo 2014. I video di YouTube sono analoghi alla conversazione sul cambio di regime ucraino di Victoria Nuland del dipartimento di Stato USA. Le conversazioni trapelate rientrano negli schemi della lotta intestina in Turchia, con cui conversazioni di Erdogan e funzionari turchi erano già trapelate in precedenza.

L’abbattimento dell’aereo siriano da parte della Turchia
Se le affermazioni degli oppositori turchi di Erdogan sono reali, cosa rivelano riguardo l’abbattimento di un jet militare siriano per mano dei militari turchi alla fine di marzo 2014? Ankara ha sostenuto inizialmente che l’aereo siriano aveva violato lo spazio aereo assieme ad un altro aereo militare siriano che si ritirò. Il governo turco sostiene anche che avvisò quattro volte il jet militare siriano prima di abbatterlo, ma il governo siriano dice categoricamente che Ankara mente e che il jet siriano era in missione di combattimento nello spazio aereo siriano. Lo Stato Maggiore delle Forze armate turche ha rilasciato una dichiarazione sull’incidente vicino al confine turco-siriano.  Mettendo  in dubbio le affermazioni di Ankara secondo cui il suo spazio aereo era stato violato, l’esercito turco ha affermato che l’aereo militare siriano si era schiantato a 1,2 chilometri nel territorio siriano. La dichiarazione dello Stato Maggiore Generale delle Forze Armate turche dice che l’aereo siriano è caduto a “1200 metri a sud del confine siriano nella regione di Qasab”. La geografia di Qasab è importante. Si tratta di una città armena vicino al confine turco nel governatorato di Lataqia e del suo Distretto. Anche se il governatorato di Lataqia è noto soprattutto per essere la provincia siriana con un’alta concentrazione di alawiti, la sua parte settentrionale è abitata da armeni cristiani. Città come Esguran e Qaradash sono popolate da armeni. Qasab è anche un nome da ricordare; sarà menzionata da altre fonti. Le notizie sulla città siriana dipingono il quadro di un certo tipo di operazione turca. E’ anche interessante notare quanto l’Osservatorio siriano per i diritti umani inglese ha detto dell’abbattimento del jet siriano da parte turca. L’Osservatorio siriano per i diritti umani non è amico del governo siriano. Ha sostenuto il cambio di regime in Siria ed ha fabbricato numerose informazioni sul conflitto siriano solo per promuovere le milizie antigovernative e le idee per il cambio di regime a Damasco. Nonostante la sua posizione antigovernativa, l’Osservatorio siriano per i diritti umani ha detto che l’esercito turco ha “colpito un cacciabombardiere siriano in quanto ha colpito le zone della provincia settentrionale di Lataqia” mentre l’aereo militare siriano era impegnato in un attacco contro i ribelli antigovernativi.
Indipendentemente dai fatti, il primo ministro Erdogan e il suo governo hanno minacciato una “risposta forte” contro i siriani. Giorni dopo l’abbattimento l’aereo siriano, Ankara ha iniziato una campagna retorica per ritrarsi come parte che reagisce a provocazioni. Il governo turco ha affermato che in precedenza  aerei da guerra turchi erano decollati per evitare che un aereo siriano violasse lo spazio aereo turco e che l’esercito siriano molestava continuamente i jet militari turchi che pattugliavano lo spazio aereo turco, puntando i radar o sparando contro i turchi. Due punti devono essere chiariti in merito a quest’ultima accusa turca sul radar: non ha alcun valore giuridico né segnala alcuna aggressione contro la Turchia da parte dei siriani. A differenza del disturbo delle frequenze, il puntamento su un bersaglio con un sistema di tracciamento radar non è un atto di aggressione o una violazione della sovranità. Il risentimento di Ankara è puramente retorico e in contrasto ai fatti riguardanti le procedure militari difensive. Le unità che sono bersaglio di un puntamento radar sono consapevoli di essere seguite da un sistema di tracciamento difensivo che può sparargli, ma ciò non è una mossa offensiva, è chiaramente difensiva da parte di Damasco. Le  unità siriane puntando contro i jet turchi, indicano che la Siria non si fida del governo turco e che l’esercito siriano controlla gli aerei da guerra turchi nello spazio aereo turco per precauzione. La ragioni di ciò è che i siriani ritengono che gli aerei da guerra turchi potrebbero violare lo spazio aereo siriano o condurre un certo tipo di missione contro la Siria, in ogni momento.

Un’offensiva turca nel governatorato di Lataqia?
Al momento si faccia attenzione alla Tomba di Sulayman Shah. Tale mausoleo si trova nella parte settentrionale del Governatorato di Aleppo in Siria. Prima dell’abbattimento del jet militare siriano, il governo dell’AKP del premier Erdogan aveva più volte detto di essere preoccupato per la sicurezza della cripta. Sulayman Shah era un capo tribù dell’Asia centrale, di Merv, che si trova in Turkmenistan. Ciò che lo rende noto è che fu il nonno di Osman I, il fondatore dell’Impero Ottomano. Questo è il motivo per cui la tomba di Sulayman ha importanza storica per i turchi. Nonostante i tre anni di combattimenti, il sito storico turco non è mai stato minacciato dal governo o dagli insorti in Siria. Ankara, tuttavia, ha iniziato a sostenere di temere che i suoi alleati ribelli in Siria avrebbero attaccato il sito. Così l’allarme è stato lanciato dall’AKP circa la sicurezza del mausoleo. Il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu tenne una conferenza a Van sulle preoccupazioni del governo. Il ministro degli Esteri Davutoglu però andò oltre le preoccupazioni delle autorità turche. Davutoglu promise che la Turchia avrebbe reagito senza la minima esitazione a qualsiasi attacco alla Tomba di Sulayman Shah. Ha anche chiarito che la Turchia si preparava ad intervenire se il sito e l’unità di guardia turca che vi staziona venissero attaccati. Vatan, giornale turco, subito sottolineò che ciò che Davutoglu intendeva dire era che la Turchia si preparava ad inviare truppe presso Aleppo. Minacce contro il sito storico sotto forma di video caricato su YouTube apparvero alcuni giorni dopo. Nel video i ribelli antigovernativi in Siria avvertivano il governo turco che aveva un paio di giorni per cedere il sito storico o l’avrebbero distrutto. Il video fu caricato il 21 marzo 2014. Nello stesso periodo, con l’abbattimento del jet militare siriano, fu  anche riferito da fonti turche, con diversi gradi di enfasi, che le forze armate turche avevano inviato unità terrestri nella città siriana di Qasab e dintorni. Alcune fonti dissero che le unità turche  scortavano illegalmente i ribelli antigovernativi in territorio siriano, che i feriti venivano inoltre accolti negli ospedali da campo militari turchi (simili a quelli che Tel Aviv ha creato per i ribelli sulle alture occupate dagli israeliani del Golan), e che l’esercito turco è coinvolto nell’espansione dei combattimenti in Siria.
Ciò che è chiaro è che la Turchia aiuta militarmente gli insorti nell’offensiva su Qasab e Distretto di Lataqia contro l’esercito siriano. L’abbattimento del velivolo siriano fa parte del sostegno turco a tale operazione contro la Siria. Le forze antigovernative in Siria avrebbero affermato di aver catturato e occupato Qasab durante questo periodo. Negli Stati Uniti, l’Armenian Bar Association inviava una lettera di denuncia al governo degli Stati Uniti, il 25 marzo 2014. Esigeva che l’amministrazione Obama condannasse l’incursione militare turca su Qasab. I membri della comunità armena avrebbero dichiarato la Turchia giuridicamente responsabile delle violenze in Siria e dei disagi e morti tra gli armeni di Qasab e del governatorato di Lataqia.

Fughe di guerra: Erdogan e Davutoglu colti in flagrante come Nuland ed Ashton?
La bomba delle rivelazioni esplose poco dopo. Le conversazioni trapelate tra i funzionari turchi sulle prossime elezioni e i loro piani in Siria furono diffuse. Le fughe avvennero con due video su YouTube caricati il 27 marzo 2014. Un video dura poco più di sette minuti, mentre l’altro è di circa nove minuti. Erdogan ha dovuto affrontare un flusso costante di fughe che denunciano rapporti e  attività occulte del suo governo. L’AKP ha accusato i gulenisti, influente movimento internazionale diretto da un predicatore turco-statunitense, per tali fughe. Anche se le ultime fughe potrebbero eventualmente essere parte del conflitto interno in Turchia, potrebbero anche essere opera di un’agenzia d’intelligence straniera. Le fughe dei funzionari degli Stati Uniti e dell’Unione europea hanno dimostrato l’aumento dell’efficienza nel divulgare conversazioni segrete governative denuncianti agende occulte. La fuga sull’assistente-segretaria Victoria Nuland e il diplomatico statunitense Geoffrey Pyatt, illustrano che l’obiettivo di Washington in Ucraina è il cambio di regime e l’installazione di Arsenij Jatsenjuk a primo ministro. Una fuga riguardava più tardi Catherine Ashton che sa dal ministro degli Esteri estone Urmas Paet che il medico alla testa delle contestazioni di Euromaidan espresse l’opinione che Jatsenjuk e i politici dell’opposizione fossero coinvolti nell’uccisione di civili, mettendo in seria discussione la narrazione spacciata da Stati Uniti, Canada e Unione europea sulle proteste a Kiev. Le fughe turche mostrano che le autorità turche hanno pianificato la fabbricazione di un incidente con la Siria per motivazioni politiche volte a garantire la vittoria dell’AKP nelle elezioni comunali di fine marzo. Durante la conversazione, il ministro degli Esteri Davutoglu dice ad Hakan Fidan, il capo dell’Organizzazione Nazionale d’Intelligence (MIT) turca, che “il primo ministro ha detto che nell’attuale congiuntura, tale attacco (alla tomba di Sulayman Shah) dev’essere un’opportunità”. Davutoglu ipotizzava l’uso di un incidente al mausoleo come pretesto per un’incursione turca in Siria. La risposta di Fidan, però, va oltre. Risponde a Davutoglu con il seguente piano: “manderò quattro uomini in Siria, se servirà.  Darò una ragione alla guerra ordinando un attacco missilistico sulla Turchia. Possiamo anche preparare un attacco diretto alla tomba di Sulayman Shah, se necessario”.

La Tomba di Sulayman Shah: dove iniziò la storia ottomana è laddove il neo-ottomanismo finisce
La reazione del governo turco alle fughe di notizie è stata rapida. Le autorità dell’AKP hanno detto che le fughe sono manipolate per decontestualizzare il dialogo dolosamente e definendole grave minaccia alla sicurezza nazionale turca. Di conseguenza, il governo turco ha rapidamente bloccato YouTube in Turchia. Ciò è stato fatto affinché la popolazione turca non possa accedere alle conversazioni trapelate. Gli eventi si dipanano portando a nuova vita i fallimenti “neo-ottomani” del primo ministro Erdogan e del ministro degli Esteri Davutoglu. La loro visione della Turchia come potenza imperialista è crollata e l’ultimo chiodo è stato piantato sulla sua bara. Alcuni sostengono che il neo-ottomanismo era solo pseudo-ottomanismo. I due e l’AKP si sono lentamente scavati la fossa con la loro politica in Siria. La storia turca può, in termini concettuali, iniziare dalla Tomba di Sulayman Shah, ma Recep Tayyip Erdogan qui sembra avviarvi la fine. Vi sono forti malumori alla base dell’AKP verso lui. Le elezioni comunali sono una cartina di tornasole per lui e il partito. Se l’AKP ne esce male, Erdogan ed i suoi più stretti collaboratori si troveranno ad affrontare la rivolta interna nell’AKP. Questo è il motivo per cui le elezioni comunali sono così importanti.

Una risposta agli eventi in Ucraina?
La scacchiera eurasiatica è in movimento. Gli eventi in Siria e Turchia non dovrebbero essere considerati nel vuoto degli eventi mondiali, come se fossero estranei l’uno all’altro. I pezzi si muovono sulla scacchiera geopolitica. Un confronto tra la Turchia e la Siria potrebbe benissimo essere una risposta agli eventi in Ucraina e al ricongiungimento della Crimea alla Russia. Tale scandalo, però, sembra un caso turco di “Wag the Dog”. Le conseguenze sono imprevedibili e potrebbero portare a un’escalation. Inoltre avvengono mentre vi è il concentramento di Stati Uniti e NATO ai confini occidentali di Russia e Bielorussia in Europa orientale e nel Mar Nero. Inoltre, le fughe espongono ulteriormente il coinvolgimento del governo turco nel sostegno all’insurrezione in Siria. Il Vicecapo di Stato Maggiore delle forze armate turche tenente-generale Yasar Guler, compare in tali fughe. Il tenente-generale Guler descrive l’oggetto della discussione tra i funzionari turchi come avvio della guerra tra Turchia e Siria. Nel contesto di ciò che è stato discusso, raccomanda che la Turchia aumenti il supporto militare agli insorti in Siria, con ulteriori consegne di armi e munizioni ai loro combattenti. Prima di tali fughe, uno scandalo esplose quando la polizia turca fermò un autocarro del MIT in Siria carico di armi per i combattenti ribelli. In conseguenza della crescente consapevolezza pubblica mondiale sul ruolo del governo turco nella destabilizzazione della Siria, collaboratori e alleati della Turchia hanno pubblicamente preso le distanze dal primo ministro Erdogan e dall’AKp. Ankara dovrebbe prenderne atto: ora vi sono rapporti di funzionari anonimi alleati della Turchia che si lavano le mani delle azioni della Turchia.

1979561La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA usano l’Ucraina come pretesto per lanciare la guerra energetica contro la Russia

Nikolaj Bobkin Strategic Culture Foundatione 31.03.2014

1544468Quando è diventato chiaro che le sanzioni economiche contro la Russia si ritorcono contro Stati Uniti ed Unione europea, l’occidente ha iniziato a studiare altri modi per “punire” la Russia, come abbatterne le quote di mercato dell’energia. Obama ha promesso d’iniziare le forniture di gas dagli Stati Uniti direttamente all’Europa. Molti lo vedono come l’inizio della guerra energia contro la Russia. Il 26 marzo la commissione Esteri della Camera degli Stati Uniti ha tenuto un’audizione su “il potenziale geopolitico del boom dell’energia degli Stati Uniti” per studiare i modi per accrescere la produzione di energia negli Stati Uniti da poter usare contro la Russia. I parlamentari vogliono farla finita con le restrizioni all’esportazione di energia per ridurre la presenza russa in Europa orientale, vista come minaccia geopolitica. Ed Royce (R-CA), presidente della Camera per gli Affari Esteri, ha detto che la dipendenza dell’Europa dalle forniture energetiche della Russia paralizza la politica degli USA in Ucraina. L’influenza degli Stati Uniti e l’autorità del presidente degli Stati Uniti sono diminuiti a livello globale. Secondo Royce, il modo per porre rimedio alla situazione è indebolire la Russia respingendola dai mercati tradizionali e abbassando i prezzi dell’energia… “In poche parole, aumentando la produzione di energia degli Stati Uniti si dovrebbe aumentare la nostra sicurezza economica e nazionale. Riducendo la nostra dipendenza dalle importazioni di energia dal cartello dell’OPEC, gli Stati Uniti sarebbero meno vulnerabili alle perturbazioni politiche e della sicurezza del nostro approvvigionamento energetico. E aumentando le nostre esportazioni di energia, avanzerebbero i nostri interessi geopolitici, anche minando la leva coercitiva della Russia e di altri”, ha detto.
La crisi dell’Ucraina è vista come evento che dà impulso all’elaborazione di una nuova strategia degli Stati Uniti, mentre la riunificazione della Crimea con la Russia è usata come pretesto per dichiarare la guerra energetica. Già nel 2007 il Congresso statunitense approvò l’Energy Independence and Security Act, conosciuta come legge sulla politica energetica degli Stati Uniti, che prevedeva l’adozione di misure volte a ridurre la dipendenza dell’Ucraina e della Georgia da petrolio e gas della Russia. Il documento comprendeva diversi scenari per intraprendere azioni contro Mosca fino al blocco economico e all’embargo sulle importazioni di petrolio e gas russo verso l’Europa. Gli Stati Uniti hanno bisogno di un pretesto, qualcosa che hanno cercato per tutti questi anni. Come è noto, dalla dichiarazione dell’indipendenza dell’Ucraina nel 1991, gli Stati Uniti hanno speso oltre 5 miliardi dollari per sottrarre l’Ucraina dalla sfera d’influenza della Russia. Non si preoccupano della sorte del popolo ucraino. Ma sanno che 40000 km di oleodotti passano sul territorio dell’Ucraina. Potrebbero essere tagliati tenendo l’Europa lontano dagli approvvigionamenti energetici. La questione della riduzione della dipendenza dell’Europa dalle forniture energetiche estere è stato un punto di riferimento per molti anni, dove più della metà della domanda europea dipende dalle importazioni. Il gas rappresenterà il 25% della domanda energetica europea fino al 2050, entro il 2030 l’Europa avrà speso circa 500 miliardi di euro per pagare le importazioni di energia. La Russia è il principale fornitore europeo di energia dal 2011, seguita da Norvegia, Algeria e altri Paesi. Lituania, Lettonia, Estonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Bulgaria dipendono al 100% dalle forniture di gas dalla Russia. Non importa se la Germania ha cercato per molti anni di ridurre la dipendenza, ha ancora importato il 28% del suo gas dalla Russia lo scorso anno. Non si può trovare un modo per ridurre bruscamente le importazioni. Ci sono poche alternative, soprattutto da Stati Uniti, Qatar e Iran.
L’esportazione degli Stati Uniti verso l’Europa è una prospettiva inverosimile, non può avvenire in un periodo di tempo prevedibile. Il boom del gas shale statunitense non influenza l’Europa più di tanto. È vero, la produzione di gas di scisto ha permesso agli Stati Uniti di diminuire la domanda di carbone esportato in Europa. Secondo le stime, entro il 2015 la Germania chiuderà centrali elettriche a gas per una capacità totale di 10 gigawatt, mentre attiverà centrali a carbone pari a una capacità totale di 7 gigawatt. Ciò significa che l’Europa deve discostarsi dai propri standard o gli sforzi fatti in molti anni per ridurre le emissioni di gas a effetto serra andranno in malora. L’importazione di gas statunitense implica gravi perdite finanziarie. Al momento non ci sono infrastrutture per le importazioni marittime. Ad esempio, la Germania non ha alcuna infrastruttura che consenta di ricevere gas liquefatto da oltreoceano. I tedeschi spenderanno 5 miliardi di dollari per i terminali volti a soddisfare gli obiettivi indicati dalla strategia energetica degli Stati Uniti? Anche se viene presa tale decisione, le prime forniture via mare inizieranno ad arrivare non prima di 5-6 anni. Se le aziende statunitensi otterranno le licenze, la capacità raggiungerà 60-70 miliardi di metri cubi entro il 2020. Nel 2013 la domanda totale dell’Europa era dieci volte maggiore e le forniture della Russia rappresentavano circa il 30% di essa. Il 10 per cento proveniente dagli USA non risolverà il problema. Aumentare le quote di esportazione significa aumentare i prezzi nel Paese riducendo la capacità dell’economia statunitense di competere. Gli Stati Uniti non hanno alcuna possibilità contro Gazprom. Nuovi gasdotti potrebbero essere costruiti dall’Iran all’Europa. Ma c’è lo stallo tra Iran e Washington, sostenuta dai suoi alleati europei. Le sanzioni che vietano gli investimenti nell’industria del gas dell’Iran sono in vigore da molti anni. L’UE ha imposto un embargo sulle forniture di gas naturale iraniano, comprendenti importazione, acquisizione, trasporti, finanziamenti e assicurazioni. E’ insensato parlare dell’Iran quale fornitore di gas finché l’embargo è in vigore. Ed anche se vengono abolite, non sarà così facile come può sembrare. Non vi è alcun motivo per vedere l’Iran quale alleato nella guerra energetica che gli Stati Uniti vogliono scatenare contro la Russia. I tentativi dell’occidente di corteggiare l’Iran, perseguono l’obiettivo di fare maggiori concessioni sul suo dossier nucleare, smettere di sostenere Bashar Assad e cedere alle pressioni riguardanti altre questioni legate alla situazione nella regione. L’Iran lo sa. Teheran non sacrificherà i suoi rapporti di buon vicinato con Mosca in cambio delle promesse dell’occidente. Il ministro del petrolio iraniano Bijan Namdar Zanganeh ha detto a Catherine Ashton, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, durante la sua recente visita in Iran, che ci sono tre condizioni per l’esportazione del gas verso l’Europa: l’annullamento di tutte le sanzioni economiche, finanziamenti per la costruzione dei gasdotti, il diritto di Teheran di prendere accordi con la Russia sulla politica dei prezzi. A differenza degli Stati Uniti, Mosca può collaborare con Teheran e accedere a un’ampia gamma di questioni.
Il Qatar rappresenta un quarto delle forniture di gas liquefatto per l’Europa, ma la sua importanza è spesso esagerata. È vero, riduce la competitività del gas russo in una certa misura. Ma il Qatar da tempo non vede l’Europa come una priorità. Proprio quest’anno ha ridotto le forniture al continente europeo a favore di Asia e America Latina. Ha bisogno di maggior gas per rispettare tali obblighi. Per incrementare le esportazioni, il Qatar ha bisogno di un oleodotto che passi attraverso Siria ed Iraq. Questi Stati sono in subbuglio ed è difficile immaginare come la sua costruzione potrebbe avvenire nelle condizioni attuali, e senza investimenti stranieri che potrebbero essere attratti per l’attuazione del progetto. Gli Stati Uniti dovranno rimandare i piani per trascinare il Qatar nella guerra energia prolungata contro la Russia.

1948172La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La politica estera della Russia in Medio Oriente: Siria e Iran come trampolini regionali

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 31 marzo 2014
n00025105-b(1)Dall’inizio degli eventi della primavera araba nel 2011, la Russia è stata estremamente attiva in Medio Oriente. La regione ora comprende un importante vettore della strategia eurasiatica della Russia e l’adozione di una politica riuscita può impostare la fase per il futuro ritorno della Russia da attore globale. E’ quindi necessario esplorare la politica mediorientale della Russia in profondità, con particolare enfasi sulle questioni iraniana e siriana.

I limiti del Medio Oriente:
Per cominciare, il concetto di Medio Oriente deve essere definito prima di continuare nella ricerca.  Quando si evoca la regione, l’autore si propone di descrivere l’area compresa tra Turchia, Iran, penisola arabica ed Egitto (il ‘tradizionale’ Medio Oriente). Alcuni commentatori di politica estera, soprattutto statunitensi, sostengono la tesi di un “Grande Medio Oriente” che a volte espandono i confini indicati dall’autore includendo Africa araba, Caucaso, Asia centrale, Afghanistan e Pakistan.

Lo sviluppo storico delle relazioni regionali della Russia
L’era sovietica:
L’attuale politica della Russia ha parte delle sue radici nell’epoca sovietica. Pertanto, è necessario iniziare con una breve analisi storica degli sviluppi politici della Russia prima di affrontare lo stato attuale delle cose. Durante la Guerra Fredda, l’Unione Sovietica aveva rapporti cordiali con Iraq, Siria e Yemen del sud. Per un certo periodo i rapporti con l’Egitto furono molto fruttuosi con Nasser, ma questo percorso fu invertito da Sadat e l’Egitto si ‘capovolse’ dalla parte di statunitensi e israeliani.

L’era post-sovietica:
Il successivo periodo delle relazioni storiche si estende nel 1991-2003. All’inizio di questo periodo, l’Unione Sovietica acconsentì all’operazione Desert Storm degli USA. Tradendo il suo alleato mediorientale più vicino al momento, l’Iraq, indicando un esempio negativo ai suoi altri alleati nel mondo. Ciò indica il marciume politico interno dell’Unione Sovietica dell’epoca, mentre diveniva così instabile che non poté proiettare la sua precedente influenza sui suoi alleati del Patto di Varsavia, abbandonando i vecchi amici in Medio Oriente. Dopo la Guerra Fredda, la Russia  mantenne rapporti cordiali con l’Iraq e la Siria, anche se il suo rapporto con lo Yemen del Sud evaporò dopo la riunificazione con il Nord nel 1990 (e il tentativo di secessione del sud, fallito nel 1994). Per la maggior parte, i rapporti con il Medio Oriente erano a un punto morto. La Russia  dovette stabilizzarsi entro i propri confini, prima di proiettare influenza all’estero. Ciò non avvenne che nel periodo successivo delle relazioni.

Tra la guerra in Iraq e la primavera araba:
Il 2003-2011 segna il terzo periodo dell’impegno russo in Medio Oriente. La Russia espresse la sua forte opposizione alla guerra statunitense in Iraq, non avvallandola. La caduta del governo di Saddam Hussein rimosse ufficialmente l’ancoraggio politico della Russia per poi farne il trampolino di lancio per la futura interazione con la regione. La posizione geostrategica dell’Iraq è fondamentale nella pianificazione politica sovietica e futura russa, quindi l’occupazione militare statunitense del Paese ha danneggiato gli interessi a lungo termine russi. Poco dopo gli Stati Uniti iniziarono a brandire la retorica militante contro l’Iran, apparentemente con il pretesto che il programma nucleare iraniano fosse davvero una copertura del programma per armi nucleari. La Russia aiutò decisamente l’Iran, un Paese con il quale ebbe pochissimi contatti diplomatici fin dal periodo imperiale russo. Era assolutamente contraria ad ogni tipo di attacco militare contro l’Iran e dichiarò il suo sostegno ai programmi civili nucleari che vi sviluppa congiuntamente.

I benefici della cooperazione strategica iraniana:
L’impegno diplomatico con l’Iran fu una mossa strategica per compensare la “perdita” dell’Iraq e per  preparare il terreno alla futura spinta estera russa nella regione. L’Iran, storicamente egemone nella regione, apparve da quel momento in ripresa. Anche se pressato dalle forze militari statunitensi a oriente ed occidente, la nazione aveva ancora un forte soft power e una presenza discreta in Medio Oriente. Nel caso in questione, organizzazioni simpatizzati e affiliate iraniane in Iraq andarono al potere a Baghdad, comportando la situazione attuale in cui l’Iraq viene criticato da certi osservatori occidentali quale Stato fantoccio dell’Iran. L’influenza dell’Iran su Hezbollah, arcinemico d’Israele, si estende anche al vasto ambito regionale del Medio Oriente. Pertanto, difendendo il programma nucleare civile dell’Iran e facendo diplomaticamente tutto ciò che è in suo potere per evitare un attacco militare occidentale contro il Paese, la Russia ha stabilito una forte relazione strategica con la potenza emergente. Questo poi comportò un nuovo sviluppo della cooperazione durante la crisi siriana, con Mosca e Teheran che sostengono unitamente Damasco.
Schierandosi con l’Iran, già descritto in crescita regionale, la Russia ottiene forti implicazioni strategiche in Medio Oriente. Poiché l’Iran è diplomaticamente isolato dall’occidente, la Russia vi  vede l’occasione per un’interazione positiva. Oltre alla Cina (con cui la Russia ha una partnership strategica), non c’è concorrenza con altre grandi potenze a favore dell’Iran. Da allora Iran e Russia hanno notevolmente rafforzato i loro rapporti, negli ultimi dieci anni, e forgiato legami ancora più stretti sulla questione siriana, venendo descritti come stretti alleati strategici in Medio Oriente. Ciò comporta importanti benefici per la Russia, soprattutto in attesa del successo (vittoria pro-governativa) nella conclusione della crisi siriana. L’Iran sarà una potenza egemone regionale a quel punto, e la Russia continuerà a sostenerlo in contrasto alle monarchie del Golfo filo-statunitensi.  Un Iran regionalmente radicato vicino alla Russia potrebbe anche aprire le porte ad ulteriori attività diplomatiche ed economiche russe in Medio Oriente, in particolare nelle regioni dove l’influenza di Teheran è forte. Così, Russia e Iran coopererebbero nel ridisegnare la geopolitica del Medio Oriente, facendone delle potenze pseudo-revisioniste. La caratterizzazione ‘revisionista’ non è intesa in senso negativo ma soltanto in relazione al fatto che entrambe le potenze vogliono rivedere l’equilibrio di potere regionale costruito dagli USA attualmente in vigore (e indebolito).

Il rapporto storico con la Siria:
La Siria ha sempre avuto un rapporto speciale con la Russia, fin dai tempi dell’Unione Sovietica. Il partito Ba’ath ha radici socialiste, e di conseguenza, ha stabilito un rapporto di amicizia con l’URSS durante la guerra fredda. Relazioni così profonde da permettere la costruzione della struttura navale di Tartus, finora sola base navale estera della Russia. Ma le considerazioni militari non sono le sole alla base dell’amicizia tra i due Stati. Hafiz Assad coltivò i contatti con Mosca durante il periodo sovietico, e anche se l’URSS si disintegrò e la vecchia guardia del partito comunista venne rimossa, Assad continuava a vincere le elezioni e a rimanere il presidente della Siria. Ciò permise la continuità dei rapporti tessuti tra Mosca e Damasco, visto che lo stesso decisore governava la Siria dalla metà della Guerra Fredda fino al 2000, mentre allo stesso tempo la Russia era in preda della destabilizzazione economica e sociale nazionale. L’ancoraggio diplomatico della famiglia Assad fu fondamentale nel portare le relazioni sovietico-siriane verso le nuove relazioni russo-siriane. La Siria è stata anche l’unico alleato coerente della Russia in Medio Oriente. Mentre Saddam venne rimosso dal potere dagli Stati Uniti e poi giustiziato, e la cooperazione con l’Iran è solo relativamente nuova nelle relazioni della Russia. La Siria è sempre stato un amico della Russia e viceversa, rendendo l’attuale cooperazione e supporto di Mosca a Damasco uno sviluppo organico. Così, la Siria ha sempre mantenuto una posizione di rilievo nella pianificazione politica in Medio Oriente, anche se Mosca fu purtroppo ostacolata dall’instabilità nazionale nell’interagire correttamente a lungo termine con il suo partner.

I principi guida della politica mediorientale moderna della Russia:
Nel loro insieme, l’Iran e la Siria sono i punti focali della politica in Medio Oriente della Russia dall’inizio degli eventi della primavera araba. Il periodo dal 2011 ad oggi segna la nuova era della politica estera mediorientale della Russia, che potrebbe essere ancor più importante per la Russia riguardo la regione. E’ quindi utile affrontare tre temi di fondo che ne determinano il comportamento:
1) La Russia capisce che il sentimento popolare (o la sua percezione) può esplodere contro qualsiasi governo, a prescindere dalla legittimità. Questo sentimento è accettato, ma l’estremismo politico (l’Islam fondamentalista), il cambiamento radicale (cambio improvviso e radicale dei governi, con le “rivoluzioni” eterodirette), e l’insurrezione armata contro le autorità, non lo sono.
2) Come in tutti i Paesi, la Russia lotta per dare un senso e adattarsi ai processi di trasformazione (che siano endemici o eterodiretti è un punto controverso di tale tema), che sferzano la regione. Doveva ‘seguire il flusso’ e regolarsi nuovamente seguendo le dinamiche del cambiamento, così come prevedere il futuro corso degli eventi e le azioni di attori esteri (cioè NATO, Stati Uniti).
3) La Russia si oppone costantemente a qualsiasi coinvolgimento militare regionale (non richiesto). E’ categoricamente contraria a che Stati Uniti e altre potenze occidentali (NATO) intervengano militarmente nella regione. Dopo aver appreso la lezione della manipolazione occidentale della UNSC 1973, la Russia s’è impegnata ad impedire che tale scenario si ripeta in Siria. Questo punto è particolarmente importante in quanto spiega l’approccio della Russia verso il coinvolgimento dell’Iran in Siria e l’assenza di critiche sull’intervento saudita in Bahrain (attori regionali il cui sostegno è stato richiesto).

Considerazioni umanitarie:
Oltre a calcoli geopolitici e amicizie governative stabiliti, la politica della Russia nei confronti della Siria si basa anche su considerazioni umanitarie. Anche se Putin parla dei russi vittime dell’estremismo politico in Ucraina, in una recente dichiarazione, si comprende che la Russia è contro ogni tipo di estremismo politico nel mondo, vedendolo come violazione dei diritti umani di chi non vi si assoggetta. In questo contesto, l’opposizione della Russia ai gruppi terroristici che operano in Siria e il rafforzamento del sostegno al governo legittimo, non solo evitano che il terrorismo attecchisca nei pressi del Caucaso settentrionale, ma anche tutelano la dignità e la vita sociale dei siriani.

Russia come attore conservatore:
La Russia dimostra anche si essere un attore conservatore nelle relazioni internazionali, con la sua politica in Siria. Mosca è contro l’avanzata di violenti attori non statali (ANS) che potrebbero costituire una minaccia per la struttura esistente delle relazioni internazionali. Per dirla in modo teorico, la Russia è un attore realista che non vuole che il modello liberale prevalga. Non è che si rifiuta di riconoscere l’importanza degli ANS (Gazprom è un forte attore degli interessi russi, e ANS pacifiche hanno sostenuto le mire strategiche della Russia in Crimea), ma comprende che la diffusione illimitata di queste entità può portare a crescenti esplosioni di violenza e terrorismo, come in Siria e precedentemente in Cecenia.

Il significato di Derzhavnost:
Infine, si può intuire che la Russia preferisce implicitamente trattare con Stati dai forti governi centrali. ‘Derzhavnost‘ (Stato forte) è la chiave di volta dell’ideologia politica interna de-facto statualista prevalente in Russia dall’ascesa di Putin nel 2000. Con ciò in mente, il forte governo della Siria sembra quasi il precursore del modello di derzhavnost attualmente in vigore in Russia.  Così, i due Stati, a livello governativo, hanno un modello simile d’impegno verso i loro cittadini.  Nessuno di loro potrebbe essere definito Stato liberal-democratico occidentale e, come è noto, non è  detto che tale tipo di Stato funzioni correttamente quando viene militarmente (o occultamente  tramite le rivoluzioni colorate) esportato in Paesi che non mai storicamente furono guidati in tale modo. Chiudendo su questo tema, gli Stati forti valutano seriamente la sovranità statale, principio guida ufficiale della politica Estera russa. Ciò porta Siria e Russia ad avvicinarsi ancora di più a livello ideologico di quanto sarebbe evidente a prima vista.

L’importanza di una vittoria del governo per trasformare il Medio Oriente:
La crisi siriana e la sua risoluzione (in qualunque modo) potrebbe forse essere uno degli eventi più decisivi nella storia del Medio Oriente nell’ultimo secolo. La Russia ha puntato la sua intera reputazione regionale (e forse globale) sul sostegno al governo siriano. E’ già stato spiegato il motivo per cui la Russia ha preso questa decisione, ma “in un modo o l’altro” la scelta della Russia può essere considerata una scommessa. Può finire molto bene o molto male per la visione regionale della Russia. Russia, Iran e Siria sono ovviamente a favore della vittoria del governo, e questo scenario sarà quindi esplorato in questa sezione. In questa ‘futura memoria’, ordine e stabilità vengono ripristinati in Siria e Medio Oriente. Gli omicidi settari commessi dagli insorti filo-occidentali e i loro innumerevoli attacchi terroristici sarebbero fermati. Ciò migliorerebbe la situazione umanitaria nel Paese e permetterebbe alla Siria di lavorare alla ricostruzione con l’aiuto degli alleati, che soprattutto e sicuramente includerebbe la Russia. La vittoria filo-governativa sarebbe anche una grande sconfitta di Stati Uniti, Turchia, Israele, alcuni Stati membri dell’UE (Francia, Regno Unito) e monarchie del Golfo che sostenevano i combattenti antigovernativi. Segnerebbe ufficialmente la morte del neo-ottomanesimo della Turchia, e il ‘regalo d’addio’ (della crisi siriana) che gli Stati Uniti lascerebbero in eredità alla regione prima del Pivot in Asia, verrebbe decisamente respinto. La politica estera della Russia sarà vista come un successo, e la fedeltà all’alleata Siria sarà evidente a tutti. Ciò promuoverebbe soft power e diplomazia della Russia non solo nella regione, ma nel mondo. Dopo tutto, l’intervento diplomatico della Russia ha già scongiurato un attacco statunitense alla Siria, che in conclusione comporterà la sconfitta dei ribelli filo-occidentali; quindi la sua positiva reputazione diplomatica sarà consolidata. La Russia indicherà  ufficialmente di essere ritornata in Medio Oriente come attore importante e di essere più forte di quanto non lo sia mai stata in questa regione durante il periodo sovietico. Siria, Iran e Iraq saranno  uniti nell’asse strategico influenzato dalla guida di Teheran. Dato che Russia e Iran sono stretti partner, questo blocco sarà filo-russo e aiuterà Mosca a stabilire un punto d’appoggio in un Medio Oriente già dominato dagli USA. Questi tre Stati potranno perseguire i loro piani per un gasdotto Iran-Iraq-Siria la cui idea avrebbe spinto attori esteri a destabilizzare la Siria, in primo luogo. Tale piano può cambiare radicalmente la geopolitica del mercato mondiale del gas e far uscire l’Iran e i suoi partner dall’isolamento internazionale imposto dagli occidentali. Inoltre, offre anche la prospettiva di un futuro ‘OPEC del gas’ tra Russia e Iran (due dei maggiori fornitori della risorsa) e va da sé quanto sarebbe fondamentale tale misura.
Dovrebbe ormai essere evidente a tutti gli osservatori esterni che la Russia ha fortemente investito sul risultato della crisi siriana. Gli interessi della Russia sono guidati da storia, considerazioni umanitarie e pragmatismo. Mosca, sostenendo lealmente e costantemente Damasco, ha fatto notare la propria politica estera regionale. Il sostegno del programma energetico nucleare iraniano è stato significativo, ma non ha lo stesso peso in Medio Oriente del coinvolgimento politico russo nel caso siriano. La Russia ha sempre avuto contatti di un certo livello con i suoi partner in Medio Oriente, ma solo con gli avvenimenti della primavera araba e il loro sconfinamento nella storica alleata Siria che la Russia ha rimediato con il suo impegno. Ha raggiunto il suo rapporto recente con l’Iran al fine di moltiplicare l’efficacia delle proprie attività in sostegno dei siriani. Dopo la vittoria filo-governativa in Siria, su cui punta, la Russia potrà usare i successi diplomatici siriani e iraniani come  trampolino di lancio per le future proiezioni del proprio soft power nella regione. Ciò può portare alla ritirata dell’ex-sovranità statunitense in Medio Oriente e al chiaro cambio dell’architettura della sicurezza regionale.

640x392_46533_210418Andrew Korybko è master statunitense presso l’Università Statale di Mosca per le Relazioni Internazionali (MGIMO).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La vittoria della Siria è la svolta sull’egemonia globale occidentale

Tony Cartalucci New Oriental Outlook 31.03.2014

1069131Dal 2011, la Siria è l’obiettivo di un tentativo di cambio di regime eterodiretto. Cavalcando il momento della “primavera araba” ideata degli USA, manifestanti scesero in piazza in Siria per coprire i militanti armati da Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita, a cui si preparavano almeno dal 2007. Fu nel 2007, con l’articolo della giornalista premio Pulitzer Seymour Hersh, “The Redirection: la nuova politica dell’amministrazione avvantaggia i nostri nemici nella guerra al terrorismo?” che venne profeticamente dichiarato: “Per minare l’Iran sciita, l’amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le sue priorità in Medio Oriente. In Libano, l’amministrazione ha collaborato con il governo dell’Arabia Saudita, sunnita, in operazioni clandestine volte ad indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli Stati Uniti hanno inoltre preso parte ad operazioni clandestine contro l’Iran e la sua alleata Siria. Un sottoprodotto di tali attività è il rafforzamento dell’azione dei gruppi estremisti sunniti, che sposano una visione militante dell’Islam e sono ostili agli USA e solidali ad al-Qaida“. La destabilizzazione della Siria fu avviata assieme a quella di altri Paesi arabi, come Tunisia, Libia ed Egitto. In Tunisia e in Egitto si ebbe una  ricaduta politica con violenze di piazza limitate. In Libia, la ricaduta fu assoluta, la nazione totalmente devastata dai cosiddetti “combattenti per la libertà”, svelatisi militanti di al-Qaida del Gruppo combattente islamico libico (LIFG). Il blitzkrieg occidentale in Nord Africa e Medio Oriente ha colto molte nazioni di sorpresa. La loro incapacità nel rispondere efficacemente alla “rivoluzione colorata” orchestrata ha portato a tre anni di destabilizzazione regionale, cambio di regime e persino guerra.
In Siria però, il governo e il popolo hanno resistito e poi cominciarono a combattere. Era chiaro dal gennaio 2013 che le forze di sicurezza siriane avevano reagito contro i militanti stranieri che per 2 anni poterono attraversare i confini seminando caos mortale in tutta la nazione mediorientale. Avanzate irreversibili sono state compiute da nord, nei pressi della maggiore città della Siria, Aleppo, a tutto il confine libanese, e in particolare nella città meridionale di Dara, la cosiddetta “culla” della “rivolta”. I media occidentali hanno continuato a raffigurare la situazione in Siria come fluida con il governo siriano in bilico e i loro ascari sul punto di vincere. In realtà, la disperazione pervadeva Washington, Londra, Riyadh e Tel Aviv. Dei tentativi di provocare una grande guerra con gli attacchi israeliani sul territorio siriano furono effettuati, ma senza alcun effetto, e nell’agosto del 2013 l’occidente divenne ancora più disperato, nel tentativo d’intervenire direttamente per salvare i suoi ascari in difficoltà, inscenando anche un attacco chimico sotto falsa bandiera nella periferia di Damasco. Con grande disappunto dell’occidente, l’attacco false flag non solo non fornì il pretesto necessario per un intervento diretto, ma danneggiò severamente e forse irreparabilmente propri credibilità e prestigio internazionale.

Impossibile nascondere il trionfo della Siria
L’avanzata recente della Siria contro gli invasori islamisti ascari dell’occidente appare chiara a Yabrud, questo mese, a 80 km a nord-ovest di Damasco, una città strategica per le campagne degli islamisti contro i siriani e, attraverso il vicino confine, i libanesi. La città di Yabrud era ritenuta saldamente nelle mani degli islamisti per tutto il conflitto. Con la restaurazione dell’ordine a Yabrud, e le fazioni islamiste intrappolate in massa, sembra che le operazioni militari su vasta scala contro la Siria siano ampiamente al termine e si volgano invece verso una campagna terroristica di bassa intensità. L’occidente non può più ritrarre i suoi ascari islamisti come una forza di opposizione vitale politicamente, socialmente e adesso strategicamente. Le forze siriane hanno respinto gli islamisti ai confini della Siria. Proprio oggi, la Turchia ha sparato sostenendo di aver abbattuto un aereo da guerra siriano, mentre le forze siriane combattono gli islamisti sul confine. Nella città meridionale di Dara, vicino al confine siriano-giordano, il cosiddetto “Fronte del Sud” composto da 49 presunte fazioni militanti che sostengono di avere 30000 combattenti nei loro ranghi, è messo in dubbio persino da fonti occidentali che parlano di “alleanza sulla carta”.
Il Carnegie Endowment for International Peace stilò un rapporto inquietante sul costante sostegno militare ai terroristi che inondano la Siria dalla Giordania, armati e finanziati da Stati Uniti e Arabia Saudita, anche se di recente hanno fatto finta di castigare il Qatar per lo stesso motivo. Nel suo rapporto intitolato “Il “Fronte del Sud” esiste?”, sostiene: “Secondo diverse fonti, non vi è ancora stato un incremento del sostegno ai ribelli del sud dalla fine di febbraio, con grandi quantità di soldi spesi per gli stipendi dei ribelli e camion sauditi che portano merci verso il confine Giordania-Siria. Ma senza un notevole aumento del sostegno e, probabilmente, l’invio di armi efficaci come i missili antiaerei, è difficile immaginare che i ribelli possano avanzare di molto o che possano unirsi intorno ad un unico capo”. Sembra essere l’ultima spinta disperata di una forza impoverita contro i militari siriani ben radicati ed efficienti. Mentre l’occidente senza dubbio cerca di alimentare i disordini in Siria, sembra che le avanzate dei militari siriani abbiano raggiunto il punto di svolta che nessun sostegno indiretto, per quanto grande, può impedire. Senza un ampio intervento militare diretto delle forze occidentali, la guerra per procura è definitivamente perduta.

Cosa significa la vittoria della Siria per l’egemonia occidentale
L’attuale ricerca dell’egemonia occidentale deriva dalla fine della Guerra Fredda, quando Wall Street e Londra credettero che fosse possibile porre il pianeta sotto il loro controllo, in assenza di una qualsiasi superpotenza avversaria. Le rivoluzioni colorate in Europa orientale, il saccheggio della Russia negli anni ’90, la prima guerra in Iraq e la distruzione dei Balcani sembravano suggerire che tale piano fosse ben avviato. Tuttavia, Russia, Cina, India e altre nazioni in via di sviluppo reagirono subito e le ambizioni occidentali venivano lentamente messe sotto controllo. Oggi, con l’occidente estromesso dall’Iraq, impantanato in Afghanistan, le sue macchinazioni  svelatesi in Libia come predazione aggressiva, e confuso in Siria e Ucraina, non solo sembra che le su ambizioni siano sotto controllo, ma potrebbe in realtà correre il pericolo di un rovescio totale. Il fallimento dell’occidente in Siria invia un messaggio agli obiettivi dell’ingerenza occidentale. Non serve scendere a compromessi, negoziare o assecondare le convenzioni che l’occidente ha impostato per legare le mani ai suoi obiettivi. In realtà, così facendo, una nazione si rende più vulnerabile già solo nel tentativo di aderire alle norme che l’occidente insiste che gli altri seguano, ma che esso poi volontariamente viola.
Mentre l’occidente risponde alla propria crescente impotenza globale insistendo sulla continua ricerca del suo modello unipolare fallimentare costruito per raggiungere l’egemonia globale, nazioni come Russia e Cina insistono sui partenariati reciproci con altre nazioni in un mondo multipolare, senza dettare o violare la sovranità delle altre nazioni. Il fallimento dell’occidente in Siria indica che suoi poteri ed influenze sono in declino, illustrando i moderni pericoli storicamente affrontati dagli imperi sovraestesi. Anche se l’occidente riuscisse a ribaltare i suoi fallimenti in Siria, le sue reputazione e legittimità sono danneggiate a tal punto che qualsiasi spinta geopolitica sulla Siria sarebbe del tutto impossibile. Editorialisti e scribacchini politici occidentali si lamentano della “ritirata” del primato occidentale, ma è in “ritirata” solo perché ha scelto di essere bellicoso, in primo luogo. Una nazione che gioca un ruolo positivo e costruttivo a livello internazionale può ancora essere influente, se rispetta chi interagisce e agisce efficacemente impostando esempi interessanti. All’occidente e al suo secolare soggiogare gli altri, questo concetto non solo è estraneo, ma apparentemente meno preferibile rispetto al collasso cui attualmente presiede.
La vittoria della Siria significa che mentre l’occidente può spogliare le altre nazioni nel prossimo futuro, la somma vettoriale del suo potere e della sua influenza sarà in declino perenne. Per la Siria e le altre nazioni che affrontano la stessa possibile destabilizzazione interna, una lezione costosa viene appresa sul tentativo di placare e soddisfare le ambizioni occidentali. Creando un alto morale fin dall’inizio e avendo mezzi come media nazionali destinati al pubblico internazionale, come PressTV dell’Iran o RT della Russia, per raccontare al mondo la propria versione della storia, permette ad una nazione presa di mira di resistere e, se necessario, di combattere. Il tentativo di usare lo stesso sistema che l’occidente ha attuato per conseguire il primato mondiale, come l’ONU, il racket dei diritti umani e i media internazionali, giocando al gioco occidentale, secondo le sue regole e le sue condizioni, è un netto ed immenso svantaggio.

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Tony Cartalucci, ricercatore di geopolitica e scrittore di Bangkok, per la rivista online “New Oriental Outlook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA in allerta per un possibile attacco nucleare

Gordon Duff  PressTV  – Reseau International

MIDEAST-ISRAEL-60 YEARS-NAVYGli Stati Uniti sono in allerta e hanno schierato mezzi militari sulla costa atlantica da New York a Charleston, per un attacco con missili da crociera o aerei a bassa quota. Tali misure di sicurezza rafforzate sono iniziate con l’inasprimento delle minacce d’Israele all’Iran, ma sono aumentate dopo la misteriosa scomparsa del Volo 370 delle Malaysia Airlines. Fonti ai vertici delle forze armate e dell’intelligence USA citano la possibilità di un attacco terroristico che vedrebbe anche l’uso di armi nucleari lanciate da un sottomarino. Tuttavia, il piano di cui siamo stati informati dovrebbe riguardare un aereo dirottato da imputare agli iraniani, come Joel Rosenberg ha detto in un’intervista con Greta Van Susteren su Fox News il 18 marzo. Secondo lui, gli iraniani avrebbero dirottato l’aereo per attaccare Israele. Gli Stati Uniti, tuttavia, ritengono che altri che non l’Iran valutino un attacco contro Stati Uniti e non Israele, con l’intenzione di incolpare l’Iran.
Ieri, il reporter investigativo Chris Bollyn ha fatto una scoperta sorprendente: “Secondo i rapporti di osservatori aeronautici, Israele ha un Boeing identico a quello delle Malaysia Airlines. Il Boeing 777-200 è di stanza a Tel Aviv dal novembre 2013. La sola differenza visibile tra l’aereo scomparso e quello di Tel Aviv sarebbe il numero di serie. Cosa pianificano gli israeliani con tale doppione dell’aereo delle Malaysia Airlines? Utilizzando il gemello che hanno in deposito, i cervelli del terrorismo potrebbero aver programmato un piano sinistro in cui l’aereo scomparso riappare per un atroce attacco sotto falsa bandiera. Il fatto che il pubblico sappia dell’esistenza dell’aereo gemello di Tel Aviv potrebbe impedire che tale piano malvagio abbia successo“. Dopo la pubblicazione dell’articolo dettagliato e motivato di Bollyn, Tel Aviv ha lanciato un’offensiva mediatica su larga scala. Tuttavia, fonti statunitensi dicono che tale operazione si sia rivoltata contro gli israeliani, ciò significa che se il loro ruolo nel caso dell’aereo scomparso non era mai stato menzionato prima, ora lo è certamente. Una fonte di alto rango ha detto: “Alla luce degli sforzi israeliani per il rilascio di Jonathan Pollard, compreso un ricatto manifesto, il deterioramento delle relazioni tra Israele e l’amministrazione Obama ha creato una situazione molto pericolosa. Israele potrebbe fare qualsiasi cosa“.

L’avvertimento di Obama al vertice sul nucleare
Il 25 marzo 2014 il presidente Obama ha partecipato al Vertice sulla sicurezza nucleare a L’Aia, Paesi Bassi. 53 capi di Stato vi hanno partecipato. Il primo ministro d’Israele Netanyahu non era presente. Era il 3° Summit sulla sicurezza nucleare boicottato da Israele finora. Alla conferenza stampa di chiusura, il primo ministro olandese Mark Rutte aveva appena finito di congratularsi con l’Iran sulla cooperazione, lodando gli Stati Uniti per il loro successo diplomatico. Rutte fece il seguente annuncio accanto al presidente Obama: “...Si fanno progressi. Prendete l’Iran. Ho parlato con il Presidente Ruhani a Davos al World Economic Forum di gennaio. Ora abbiamo accordi provvisori. Potendo parlare con il Presidente Rouhani, sono il primo leader olandese, da oltre 30 anni, a poter discutere con il leader iraniano; è stato possibile solo grazie agli accordi interinali che sembrano reggere. Gli USA hanno la leadership anche qui“. Poi, il presidente Obama ha detto: “Quando si tratta della nostra sicurezza, continuo ad essere molto più preoccupato dalla prospettiva di un’arma nucleare fatta esplodere a Manhattan“. Normalmente, un tale avvertimento sembrerebbe meno inquietante, ma non viviamo in tempi normali.

Misure speciali
Il dispiegamento prevede velivoli AWACS (Airborne Warning and Control), sistemi di difesa missilistica navali AEGIS e sistemi per la difesa contro missili da crociera JLENS montati su aerostati. Non è inusuale che le navi AEGIS siano dispiegate al largo. È una procedura standard per usare gli AEGIS a difesa di New York e Washington fin dagli “errori procedurali” del NORAD durante l’11/9. Tuttavia, i sistemi AEGIS che furono assegnati a sostegno dell’”Iron Dome“, il famoso sistema di difesa missilistica di Israele, ora non lo sono più. Questo cambiamento indica una o più modifiche nella politica strategica degli Stati Uniti:
• La minaccia di un attacco preventivo contro Israele da parte dell’Iran è considerata inesistente.
• I ritiro dei sistemi dall’”Iron Dome” offre agli Stati Uniti la leva necessaria per rinnovare i colloqui con i palestinesi.
• Gli Stati Uniti riconoscono le relazioni pericolose esistenti tra le fazioni estremiste in Israele e negli Stati Uniti, capaci di azioni come il terrorismo nucleare contro le due nazioni.

Alcune teorie del complotto sulla chiusura delle ambasciate
Nel 2010, lo storico israeliano Martin van Creveld dichiarò che Israele era pronto ad usare armi nucleari contro le capitali del mondo, se “lo Stato ebraico” fosse minacciato. Creveld, che sostiene il ritiro d’Israele nei confini del 1967, è un professore rispettato e pragmatico, e non avrebbe fatti minacce. Avrebbe tentato, a suo modo, d’informare il mondo di una tale possibilità. Quattro giorni fa il ministero degli Esteri israeliano ha chiuso tutte le ambasciate a causa di una controversia salariale con un sindacato. Anche se questo può essere vero, altri “meno fiduciosi” citano la vecchia diceria che vuole Israele aver accumulato armi nucleari in tutte le sue ambasciate. Le armi nucleari tra le altre cose emettono fotoni ad alta energia, il SNM (materiale nucleare speciale) è rilevabile dai sensori satellitari, anche se depositato in un contenitore schermato. Le fonti dicono che “SNM” è stato rilevato in ambasciate e consolati israeliani. Si tratta in realtà di un piano di guerra che include attacchi simultanei ad ambasciate e consolati nel mondo della nazione obiettivo. Anche se nessuna specifica menzione d’Israele viene fatta, l’”opzione Sansone” è l’infame piano israeliano per “trascinare il mondo” in caso di minacce, facendo pensare alle dichiarazioni enigmatiche Creveld. Così, con la misteriosa chiusura degli impianti israeliani in tutto il mondo, i cospirazionisti credono che tali strutture contengano armi nucleari “apocalittiche”.
Altri fattori utilizzati per costruire un mosaico realistico della minaccia:
- La indiscriminate accuse d’Israele sul ruolo dell’Iran nel dirottamento del Volo 370 delle Malaysia Airlines
- Gli Stati Uniti adottano livelli DEFCON che non si vedevano dalla crisi dei missili di Cuba
- L’aumento delle minacce israeliane di attacco preventivo contro l’Iran
- la richiesta di alcuni parlamentari degli Stati Uniti per un attacco nucleare contro l’Iran
- La rimozione di oltre il 70% del personale del comando armamenti nucleari negli Stati Uniti, per “cattiva condotta”.

Il silenzio è d’oro
Assediato da tutte le parti, Israele aveva la possibilità di esercitare moderazione intelligente e diplomazia in risposta all’inaudita condanna globale senza. Tuttavia, ha scelto di usare ogni opzione immaginabile per aumentare non solo disprezzo ed isolamento, ma anche per farsi vedere come ostile ed irresponsabile il più possibile. Ci si può chiedere se tale politica sia volta ad unire gli ebrei dietro gli errori di tali suicidi israeliani piuttosto che per supportare lo “Stato ebraico”.

jlens-0713-deTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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