La verità sulle truppe statunitensi “inviate in Iraq”

Tony Cartalucci Global Research, 17 giugno 2014
maliki_4Quasi 300 truppe si preparano a partire per l’Iraq, come nel caso di qualsiasi nazione in cui vi sia un’ambasciata degli Stati Uniti, eventualmente per richiederne l’evacuazione. In alcun modo si tratta di “intervento” o “assistenza” al governo del Paese destabilizzato. Tuttavia, in Iraq, le testate occidentali fanno pensare diversamente ai lettori. L’articolo del GuardianBarack Obama invia truppe in Iraq mentre s’aggrava l’insurrezione del SIIS”, il solo titolo fa credere che la terza “guerra in Iraq” sia iniziata. L’articolo afferma: “Gli Stati Uniti inviano rapidamente diverse centinaia di truppe in Iraq, considerando l’invio di un ulteriore contingente di forze speciali mentre Baghdad lotta per respingere l’avanzata dell’insurrezione”. Dopo aver letto con attenzione l’articolo, tuttavia, si scopre che tali truppe servono solo alla sicurezza dell’ambasciata USA a Baghdad. 11 paragrafi dopo, tra suggestioni, speculazioni e congetture ecco la vera natura dello schieramento: “Obama ha detto al Congresso che il personale militare viene inviato in Iraq per fornire supporto e sicurezza all’ambasciata statunitense di Baghdad, ma è “attrezzato per il combattimento“. Tutte le truppe che partecipano a tali missioni di protezione ed eventualmente evacuazione delle ambasciate statunitensi, sono “attrezzate al combattimento“. Tale iperbole nella migliore delle ipotesi è sensazionalismo, e nel peggiore disinformazione intenzionale volta a minare ulteriormente la stabilità del governo di Baghdad, implicandone la dipendenza dalle forze militari statunitensi per la sopravvivenza. E’ stato riportato che lo Stato islamico in Iraq e Siria (SIIS) sia una creazione degli Stati Uniti e dei suoi alleati regionali, con la CIA che sorveglia, armava e finanziava l’organizzazione terroristica al confine turco-siriano nei passati tre anni. L’incursione del SIIS nel nord dell’Iraq fu preceduta dalla riassegnazione nella Siria orientale nel marzo 2014, da dove preparare l’invasione dell’Iraq. Gli invasori s’impegnano in palesi spargimenti di sangue settari nel tentativo d’innescare rappresaglie settarie in Iraq, creando un ampio conflitto settario. La forza relativamente piccola del SIIS può essere sopraffatta dalle forze di sicurezza irachene se l’impatto psicologico e strategico delle sue tattiche da guerra lampo saranno svelate e rintuzzate. Nel frattempo, durante tale fase, gli Stati Uniti in particolare lottano per minare la stabilità socio-politica dell’Iraq e la credibilità del governo di Baghdad. Ironia della sorte, per farlo gli Stati Uniti posano da alleati di Baghdad.

La politica del tocco della morte” degli USA
cia-seal_20110502090517_320_240I lettori dovrebbero ricordare le varie fasi della cosiddetta “primavera araba” ideata dagli USA, in cui Stati Uniti ed Israele intenzionalmente e pubblicamente offrirono “sostegno” al governo assediato di Hosni Mubaraq in Egitto, nonostante la formazione e il finanziamento delle bande volte a rovesciare il governo. Il presunto sostegno fu un’operazione psicologica (PSYOP) volta non ad aiutare il governo assediato, ma a minarlo ulteriormente. Gli egiziani, nello spartiacque politico videro Stati Uniti ed Israele con sospetto e disprezzo totali. Posando da alleati del governo di Mubaraq, Stati Uniti ed Israele poterono avvelenare politicamente la leadership di Cairo e negare qualsiasi sostegno che potesse contrastare la rivolta di piazza sponsorizzata dall’occidente. In retrospettiva, l’orchestrazione filo-occidentale dei disordini tunisini, egiziani e libici è chiara. Tuttavia, mentre si svolgevano, specialmente nelle fasi iniziali, i media occidentali s’impegnarono a una massiccia propaganda. In Egitto, una folla di 50000 persone diveniva una “di 2 milioni” attraverso crasse menzogne, inquadrature ristrette e propagandisti in malafede come Jon Leyne della BBC. In Libia, la natura armata della “ribellione” fu omessa e l’agitazione  spacciata quale “protesta pacifica”. Forse la cosa più diabolica di tutte fu il modo con cui i media mainstream ritrassero il capo dell’opposizione egiziana Muhammad al-Baraday. Infatti, al-Baraday era al centro delle proteste, tornato in Egitto un anno prima nel febbraio 2010, per assemblare il suo “Fronte Nazionale per il Cambiamento” con l’aiuto dei “movimenti giovanili” dell’Egitto guidati dal movimento 6 aprile e Wail Ghonim di Google, addestrati dal dipartimento di Stato USA. Ma ci dissero che vi “si era era solo recato” e che era visto con “sospetto” dall’occidente. Ci dissero anche che Hosni Mubaraq era ancora il nostro “uomo” e gli articoli si spinsero fino a pretendere (con affermazioni infondate) che Mubaraq stesse per fuggire a Tel Aviv, in Israele, che inviava via aerei armi per sostenerne il regime vacillante. Ovviamente tali “tentativi” di salvare il regime di Mubaraq fallirono, proprio perché non furono mai destinati ad avere successo, in primo luogo. E alla vigilia della caduta di Mubaraq, gli Stati Uniti alla fine fecero una svolta di 180 gradi sulla sua difesa, chiedendogli di dimettersi. Con incredibile “lungimiranza”, la rivista Foreign Affairs del Council on Foreign Relations segnalò nel marzo 2010, un anno prima della cosiddetta “primavera araba”, che: “Inoltre, gli stretti rapporti dell’Egitto con gli Stati Uniti sono un fattore critico e negativo nella politica egiziana. L’opposizione utilizza tali legami per delegittimare il regime, mentre il governo è impegnato in manifestazioni di antiamericanismo per evitare tali accuse. Se al-Baraday ha in realtà una ragionevole possibilità di promuovere riforme politiche in Egitto, i politici statunitensi sarebbero utili alla sua causa evitando di agire con forza. Paradossalmente, i freddi rapporti di al-Baraday con gli Stati Uniti da capo dell’AIEA, supporta solo gli interessi degli Stati Uniti“.
Comprendendo il sostegno israeliano o statunitense ad al-Baraday si sarebbe distrutta ogni possibilità di successo “della rivoluzione”. Sembra allora che l’aperta messinscena, perfino spudorata, del sostegno a Mubaraq nelle prime fasi dei disordini fosse un deliberato tentativo di dirigergli contro le ire degli egiziani, e di allontanare i sospetti dal fantoccio occidentale al-Baraday. Tentativi simili vengono fatti per sostenere la legittimità dei fratelli musulmani, per mettere in crisi il governo militare ora al potere a Cairo. Al di là dell’Egitto, una campagna simile si ebbe in Libia contro Muammar Gheddafi, con voci su Israele che cercava di salvare il regime arruolando mercenari ed anche affermazioni secondo cui Gheddafi fosse ebreo. Riflettendo la propaganda grottesca volta a galvanizzare l’opposizione a Mubaraq, si tentava di offuscare l’immagine di Gheddafi agli occhi dei nemici di USA ed Israele fingendo un sostegno fallimentare. Contro la Siria, una campagna simile di USA e Israele ebbe ancora meno successo. Eppure, la “politica del tocco della morte” di Stati Uniti ed alleati regionali fu estesa a tutti nella speranza contribuisse a minare e destabilizzare le nazioni prese di mira. Il tentativo più recente di ritrarre Baghdad quale beneficiaria dell’eventuale assistenza degli Stati Uniti, è volto a cercare di fornire una negazione plausibile agli Stati Uniti mentre addestra le legioni del SIIS, in primo luogo, indebolendo il governo iracheno filo-iraniano di Nuri al-Maliqi agli occhi dei suoi nemici e alleati.

620px-Iraq_Syria_Locator.svgCopyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Un think tank statunitense rivela come gli USA hanno inventato la “primavera araba”

Sonia Baker, Algérie PatriotiqueTunisie Secret 14 giugno 2014

Anche se il danno è fatto e certi Paesi arabi sono devastati, non è mai troppo tardi capire come la stupidità e l’arroganza dei tunisini siano state sfruttati per destabilizzare la Tunisia e distruggere altri tre Paesi arabi. Se il rapporto degli Stati Uniti non ci dice nulla di nuovo, dato che siamo stati i primi a denunciare l’impostura della “primavera araba”, è possibile sfidare gli idioti che continuano a celebrare la “rivoluzione” e accusare i cyber-collaborazionisti e i mercenari che hanno sulla coscienza la morte di migliaia di tunisini, libici, egiziani, yemeniti e siriani.

cia2Un documento rilasciato da un think tank statunitense rivela che la “primavera araba” è ben lungi dall’essere un movimento spontaneo di persone desiderose di un cambiamento politico, ma piuttosto una deliberata e orchestrata riconfigurazione da parte dell’amministrazione statunitense. L’organizzazione Middle East Briefing (MEB), basandosi su un rapporto ufficiale del dipartimento di Stato statunitense conferma il coinvolgimento della Casa Bianca nelle “rivoluzioni” che hanno scosso molti Paesi del Medio Oriente e Nord Africa. Il documento del 22 ottobre 2010 intitolato “Middle East Partnership Initiative: Panoramica“, è riservato ma MEB ha potuto visionarlo tramite il Freedom of Information Act. La terra dello Zio Sam ha ideato nei suoi uffici le tante strategie per sconfiggere i regimi nei Paesi mirati, basandosi sulla “società civile”controllata tramite il lavoro profondo delle organizzazioni non governativa (ONG). L’approccio statunitense è manipolare le ONG allineandole alla sua politica estera e ai suoi obiettivi riguardo la sicurezza interna, osserva MEB. “Il Middle East Partnership Initiative (MEPI) è un programma regionale che rafforza i cittadini del Medio Oriente e Nord Africa sviluppando società pluraliste, partecipative e prospere. Come dimostrato dai dati forniti in tale valutazione, il MEPI fu avviato nel 2002 per divenire uno strumento flessibile regionale per trarre un sostegno diretto dalle società civili indigene alla diplomazia del governo degli Stati Uniti nella regione“, si può leggere nella relazione del dipartimento di Stato che usa e abusa del linguaggio diplomatico per mascherare la natura egemonica di tale iniziativa. Nella sezione intitolata “Come funziona il MEPI” viene chiaramente spiegato come i principali obiettivi del MEPI siano “costruire reti di riformatori che condividano  conoscenze e si aiutino a vicenda, catalizzando il cambio nella regione“.

La sovversione finanziata dalle ambasciate statunitensi
L’amministrazione Obama non lesina sui mezzi della sua ingerenza negli affari interni dei Paesi mirati. Le sovvenzioni locali “forniscono un sostegno diretto ai gruppi indigeni che ora rappresentano più della metà dei progetti del MEPI“, osserva il rapporto. “Agenti designati dalle ambasciate statunitensi gestiscono finanziamenti e collegamenti con vari ONG e gruppi della società civile” beneficianti di tali sovvenzioni. “I progetti specifici nei Paesi sono volti a soddisfare le esigenze di sviluppo locale, individuate dalle ambasciate, dai riformatori locali e dalla nostra analisi sul campo. Gli sviluppi politici in un Paese possono portare a nuove opportunità e nuove sfide nel raggiungimento degli obiettivi politici del governo degli Stati Uniti, e il MEPI trasferirà i fondi per soddisfare tali esigenze“, dice ancora. Va da sé che i promotori di tale programma sabotano le istituzioni e i governi locali. Viene infatti indicato che il MEPI ha interlocutori solo tra gli attori della società civile attraverso le ONG interessate negli Stati Uniti e nella regione. “Il MEPI non finanzia governi stranieri e non negozia contratti di assistenza bilaterale“, dice il rapporto. Secondo il MEB, il documento stabilisce un elenco di Paesi prioritari da colpire secondo gli obiettivi della dirigenza statunitense. Sono Yemen, Arabia Saudita, Tunisia, Egitto e Bahrayn. Libia e Siria furono aggiunti un anno dopo la redazione della relazione del dipartimento di Stato. Sull’Egitto si apprende che il governo degli Stati Uniti contattò i Fratelli musulmani considerati compatibili con la politica estera del governo statunitense. L’amministrazione Obama prevede anche un “servizio post-vendita” di tali “rivoluzioni” volte a ridisegnare il “Grande Medio Oriente” secondo la visione statunitense. L’ufficio del coordinatore speciale della transizione in Medio Oriente fu fondato nel settembre 2011. William B. Taylor ne fu nominato a capo. Il diplomatico sapeva di rivoluzioni dato che fu l’ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina durante la “rivoluzione arancione” del 2006-2009. Secondo il rapporto del dipartimento di Stato, l’Ufficio del coordinatore speciale della transizione nel Medio Oriente coordina l’assistenza del governo degli Stati Uniti presso le “democrazie emergenti” in Medio Oriente e Nord Africa, tra cui Egitto, Tunisia e Libia.

Documento del Middle East Briefing (MEB) “U.S. State Dept. Document Confirms Regime Change Agenda in Middle East

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché gli USA temono il South Stream?

Pjotr Iskenderov Strategic Culture Foundation 13/06/2014
Uzsny-potok10L’occidente continua a minacciare i partner della Russia nel gasdotto South Stream. Seguendo il governo bulgaro, la Serbia ha annunciato che i lavori saranno sospesi. Entrambi i Paesi hanno citato la posizione della Commissione europea. Ma il commissario UE dell’energia Gunther Oettinger si rifiuta di discutere la costruzione di South Stream nell’ambito di una consultazione con la Russia,  principale azionista del progetto… Mentre il primo ministro bulgaro Plamen Oresharskij spiega che la sospensione dei lavori sul South Stream con la richiesta della Commissione europea e la necessità di “ulteriori consultazioni con Bruxelles”, la vicepremier e ministra dell’Energia serbo Zorana Mihajlovic ha tentato di incolpare la rivale storica del suo Paese nei Balcani, Sofia. Tuttavia, non ha evitato speculazioni politiche. “Fin quando i negoziati tra Bulgaria e Bruxelles e tra UE e Russia termineranno, resteremo inattivi. O finché la Russia non cambia posizione. In ogni caso i lavori nel nostro Paese saranno ritardati”. Ma la ministra serba non ha menzionato che “la posizione della Russia” sul South Stream risale ai primi mesi del 2008 nell’ambito degli accordi intergovernativi russo-serbi nella cooperazione energetica. Gli obblighi delle parti sul South Stream furono l’argomento principale di tali documenti, successivamente ratificati dal Parlamento della Serbia e confermati dai successivi governi nazionali. Inoltre l’accordo intergovernativo sulla cooperazione energetica, un accordo in cui Gazprom Neft acquista una partecipazione di controllo del monopolio petrolifero della Serbia Naftna Industrija Srbije (NIS) per 400 milioni di euro e discute di 500 milioni di euro d’investimento. Non sorprende che il primo ministro serbo Aleksandar Vucic abbia dovuto correggere la sua ministra; ha dichiarato che il governo serbo non ha deciso la sospensione del progetto South Stream. L’accordo russo-bulgaro per la partecipazione della Bulgaria al South Stream e la creazione di una società mista a tal fine, è stato ratificato dal parlamento bulgaro nel luglio 2008. E nel maggio 2009 a Mosca le aziende del gas di Russia, Italia, Bulgaria, Serbia e Grecia firmarono un documento sulla costruzione del gasdotto South Stream. Nell’agosto 2009 tale documento fu integrato da un protocollo firmato dal primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan sul transito del gasdotto South Stream nelle acque territoriali turche. Non molto tempo dopo, la società francese Electricité de France entrò nel progetto. Tale serie di eventi testimonia l’infondatezza di una presunta incompatibilità tra il progetto South Stream e gli interessi nazionali di Bulgaria e Serbia, o pratiche legali internazionali comparse solo ora. E anche la Commissione europea sapeva delle disposizioni degli accordi del 2008. Dobbiamo cercare altrove i motivi degli inaspettati discorsi antirussi di Sofia e riecheggiati a Belgrado.
Il fatto che il primo ministro Plamen Oresharskij abbia fatto tale dichiarazione sul South Stream, dopo un incontro con tre rappresentanti degli Stati Uniti guidati dal senatore John McCain, non è sfuggito all’attenzione del pubblico bulgaro. McCain non s’è nemmeno preso la briga di nascondere le richieste degli statunitensi a Sofia e altri partner della Russia: “Sappiamo che ci sono alcuni problemi riguardanti il gasdotto South Stream… ovviamente vogliamo ridurre al massimo il coinvolgimento russo”. Secondo le informazioni disponibili, Washington ha deciso di infliggere un nuovo duro colpo a South Stream, alla cui costruzione partecipano imprese tedesche e francesi, dopo aver ricevuto notizie allarmanti da Baku. Una fonte della società azera SOCAR ha indicato che la società francese Total e quella tedesca E.ON potrebbero vendere le loro azioni del progetto per la costruzione della Pipeline Trans-Adriatica (TAP): “Il complesso tedesco E.ON ha già annunciato l’intenzione di vendere la sua partecipazione al TAP. La francese Total ha anche annunciato l’intenzione di vendere la sua quota del progetto”. Considerando che TAP era destinata a sostituire il fallito Nabucco, che Unione europea e Stati Uniti sostenevano attivamente, ha reso comprensibile il panico a Washington e Bruxelles. C’è una cosa che innervosisce gli statunitensi, ed collegata al cambio della situazione del mercato mondiale dell’energia. Il rapporto recentemente pubblicato dall’International Energy Agency, World Energy Investment Outlook 2014, prevede un crollo della “rivoluzione dello shale” negli Stati Uniti e soprattutto l’aumento della dipendenza degli Stati Uniti dalle importazioni di gas quando la capacità di esportazione di Arabia Saudita e Iran sarà diminuita. In tale situazione, Washington ha deciso che sia necessario ed urgente prendere il controllo delle principali rotte commerciali energetiche che collegano Russia ed Europa. E Washington vede nel ricatto della Russia, di cui Bruxelles, Sofia e Belgrado sono strumenti, il mezzo adatto per servire i propri interessi.

southstream1La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Bengasi, CIA e guerra in Libia

Eric Draitser New Oriental Outlook 09/06/2014
LIBYA-UNREST-POLITICSLa violenza e il caos esplosi nella seconda città della Libia, Bengasi, dovrebbero essere intesi come lotta di potere tra fazioni per affermare la propria autorità sul critico centro commerciale. Tuttavia, ciò che viene volutamente omesso dai media occidentali è il fatto che entrambi i gruppi, uno militare guidato dal generale libico Haftar, l’altro terroristico islamista Ansar al-Sharia, sono ascari degli Stati Uniti, da cui hanno ricevuto sostegno da vari canali, in questi ultimi anni. Visto così, i disordini in Libia devono essere intesi come continuazione della guerra intrapresa contro il Paese dalle forze USA-NATO. Mentre scontri a fuoco, esplosioni e attacchi aerei sono la norma a Bengasi e nelle aree circostanti, la natura del conflitto rimane oscura. Da un lato c’è il generale Qalifa Belqasim Haftar, vecchio comandante militare sotto Gheddafi fuggito dalla Libia negli Stati Uniti dove divenne una notevole risorsa della CIA fino al suo ritorno in Libia durante l’assalto USA-NATO contro questo Paese. Dall’altra c’è l’organizzazione islamista Ansar al-Sharia, guidata da Ahmad Abu Qatala, implicata nell’attacco dell’11 settembre 2012 al compound USA-CIA di Bengasi che uccise l’ambasciatore statunitense Chris Stevens. Esaminando il conflitto e le connessioni tra questi due individui e le fazioni che guidano, le tracce dell’intelligence degli Stati Uniti non potrebbero essere più evidenti. Tuttavia, la situazione a Bengasi e nella Cirenaica in generale, è molto più complessa che non semplicemente tali due fazioni. Ci sono altre importanti milizie che hanno svolto un ruolo significativo nel portare la regione sull’orlo della guerra totale. I conflitti intestini tra le milizie dei movimenti/coalizioni bloccano i porti petroliferi di Bengasi e Cirenaica, tali milizie non hanno nemmeno pensato alla possibilità di una riconciliazione. E così, nonostante la guerra USA-NATO in Libia sia conclusa quasi tre anni fa, il Paese è ancora innegabilmente in guerra.

La guerra di Bengasi
Le notizie da Bengasi sono sempre più preoccupanti. Il 2 giugno, quasi un centinaio di libici, molti dei quali civili, sono stati uccisi o feriti nella metropoli costiera e nelle città circostanti, quando la milizia islamista Ansar al-Sharia ha attaccato un accampamento delle forze fedeli al generale dell’esercito Haftar. Gli uomini di Haftar, dotati di una modesta ma efficace forza aerea tra cui elicotteri da combattimento, risposero all’attacco respingendo i molti militanti di Ansar al-Sharia. Nel processo però, gli abitanti di Bengasi sono stati costretti a fuggire o rifugiarsi a casa, mentre aziende e scuole rimasero chiuse per via degli spari e dei combattimenti. Anche se lo scontro era di modesta portata rispetto agli orrori della guerra USA-NATO alla Libia nel 2011, è un duro monito sulla triste realtà attuale della Libia. Nazione una volta orgogliosa, ora è ridotta a un mosaico di milizie, clan e tribù in lotta, senza un’autorità centrale che governi il Paese, priva di servizi sociali affidabili e in completa assenza dello Stato di diritto. Nel vortice del conflitto politico e sociale va esaminata la natura del conflitto a Bengasi. La città è scossa da scontri e manifestazioni politiche dal rovesciamento e assassinio di Gheddafi nel 2011. Mentre un governo provvisorio a Tripoli fu istituito dal cosiddetto Consiglio nazionale di transizione (Cnt), il potere reale viene esercitato dalle milizie concorrenti affiliate a tribù e/o clan, di solito limitate a una importante cittadina o città. Anche se vi sono numerose milizie islamiste operanti presso Bengasi, le due più potenti e ben organizzate sono la Brigata dei martiri del 17 febbraio e Ansar al-Sharia. Mentre entrambe le organizzazioni sono nominalmente indipendenti, ognuna ha un’affiliazione diretta o indiretta al terrorismo di al-Qaida.
Ad opporsi a 17 febbraio e Ansar al-Sharia è il cosiddetto Libyan National Army, una raccolta di milizie e unità minori fedeli al generale Haftar. Avendo recentemente avuto notorietà dichiarando un quasi-colpo di Stato contro il governo di Tripoli, nel febbraio 2014, l’esercito nazionale libico conduce una guerra di bassa intensità contro le milizie islamiste nella speranza di avere il controllo di Bengasi e Cirenaica. Naturalmente, i piani del generale Hafter vanno ben oltre Bengasi, volendo utilizzare il conflitto come pretesto con cui sperare di mettere il Paese sotto la sua guida. Mentre alcuni vedono ciò come improbabile, è comunque una parte importante del calcolo strategico. Infine, c’è la questione persistente delle altre milizie che, in momenti diversi, controllano terminali petroliferi e impianti portuali a Bengasi e nell’Oriente in generale. Di particolare nota è la milizia di Ibrahim al-Jathran, capo tribale che ha chiesto l’autonomia regionale della Cirenaica dal governo centrale di Tripoli. Jathran e i suoi uomini hanno più volte bloccato gli impianti petroliferi avanzando le loro richieste. Anche se ancora non sono riuscite che a causare problemi politici e diplomatici a Tripoli, la milizia di al-Jathran e altre simili, complicano ulteriormente l’infinitamente complessa politica della piazza libica.

“Rivoluzione” libica e intelligence USA
Fin dall’inizio della guerra contro la Libia, Stati Uniti e loro alleati della NATO utilizzarono diversi gruppi terroristici e agenti dell’intelligence per rovesciare il governo di Gheddafi. Mentre alcuni erano direttamente legati alla CIA, altri furono tratti dalla stalla delle organizzazioni terroristiche utilizzate in tempi diversi dagli Stati Uniti, come i mujahidin in Afghanistan, Kosovo e altrove. In sostanza quindi gli Stati Uniti hanno sviluppato una rete a maglie larghe di ascari, alcuni ideologicamente oppositori degli Stati Uniti e altri, scatenati sulla Libia per fare il lavoro sporco di Washington. Un gruppo chiave alleato dell’intelligence degli Stati Uniti è il Libyan National Army di Haftar. L’organizzazione fu fondata da Haftar dopo la sua defezione (o espulsione) dalla Libia nei primi anni ’80. Da lì, Haftar divenne un agente significativo della CIA nel tentativo di rovesciare Gheddafi. Usando la forza di Haftar in Ciad durante la guerra alla Libia, nei primi anni ’80, la CIA tentò il primo di molti tentati cambi di regime in Libia. Come il New York Times riportò nel 1991: “L’operazione paramilitare segreta, avviata negli ultimi mesi dell’amministrazione Reagan, fornì aiuti militari e addestramento a circa 600 soldati libici catturati durante gli scontri al confine tra Libia e Ciad nel 1988… furono addestrati da agenti dell’intelligence statunitensi in sabotaggio e altre attività di guerriglia, dissero gli agenti, in una base nei pressi di N’Djamena, capitale del Ciad. Il piano per utilizzare gli esuli si adattava perfettamente al desiderio dell’amministrazione Reagan di rovesciare il colonnello Gheddafi”.
L’articolo del Times sopra citato osserva che gli sforzi per il cambio di regime fallirono e Haftar ed i suoi soci furono  poi trasferiti al sicuro e ospitati negli Stati Uniti. Un portavoce del dipartimento di Stato al momento spiegò che gli uomini avrebbero avuto “accesso alla normale assistenza al reinsediamento, tra cui corsi di lingua inglese e professionali e, se necessario, assistenza finanziaria e medica”. Infatti Haftar trascorse quasi vent’anni vivendo comodamente in una casa di periferia in Virginia, a breve distanza dal quartier generale della CIA a Langley. Era noto come “l’uomo di punta in Libia” della CIA per aver preso parte a numerosi tentativi di cambio di regime, tra cui il tentativo fallito di rovesciare Gheddafi nel 1996. E così, quando Haftar convenientemente apparve di nuovo in Libia per partecipare al cambio di regime del 2011, molti osservatori politici notarono che ciò significava che la mano della CIA era intimamente coinvolta nella rivolta. Infatti, come la guerra mutava e divenne chiara la connessione profondamente radicata tra intelligence degli Stati Uniti e cosiddetti “ribelli”, la verità su Haftar non poté essere nascosta. Tuttavia, Haftar non era certo il solo burattino di NATO e CIA. Un altro gruppo importante era il famigerato Gruppo combattente islamico libico (LIFG), guidato dal terrorista internazionale Abdelhaqim Belhadj che avrebbe ucciso statunitensi in Afghanistan, oltre ad essere direttamente legato ad al-Qaida. Dopo essere stata incarcerata da Gheddafi, la leadership del LIFG cercò di allinearsi agli Stati Uniti nella speranza di occupare il vuoto di potere post-Gheddafi. Guidato da Belhadj, il LIFG fu parte fondamentale della ribellione che rovesciò Gheddafi, prendendo l’iniziativa dell’attacco al compound di Gheddafi a Bab al-Aziziya. A tal proposito, il LIFG ebbe intelligence e probabilmente supporto tattico, dall’intelligence e dall’esercito degli Stati Uniti, in particolare attraverso la rete di AFRICOM di Camp Lemonnier a Gibuti. Una volta che Gheddafi cadde, Belhadj divenne il capo militare di Tripoli, agendo temporaneamente da dittatore. Tuttavia, pur di continuare a spacciare la mitologia della “democrazia libica”, i finanziatori USA-NATO di Belhadj decisero di mettere al suo posto il cosiddetto “governo di transizione”, considerato inefficace, nella migliore delle ipotesi, e assolutamente irrilevante nella peggiore.
La Brigata dei martiri del 17 febbraio è un altro gruppo terroristico con stretti legami con il “governo” di Tripoli e soprattutto la CIA. Dopo esser apparso nell’operazione di cambio di regime come milizia ben addestrata, ben armata e organizzata, la Brigata dei martiri del 17 febbraio subito salì alla ribalta nel panorama politico del dopoguerra. Atteggiandosi a forza affidabile delle autorità di Tripoli, la 17 febbraio subito divenne un’agenzia di sicurezza a noleggio. Qui CIA e 17 febbraio entrarono in contatto diretto. Il Los Angeles Times ha riferito: “Nell’ultimo anno, una volta assegnate le milizie a protezione della missione degli Stati Uniti a Bengasi, addestrate da personale di sicurezza statunitensi alle loro armi, occuparono gli ingressi, superarono le mure e ingaggiarono combattimenti corpo a corpo… I miliziani negarono seccamente di sostenere gli assalitori, ma riconobbero che la grande forza alleata al governo, nota come Brigata dei martiri del 17 febbraio, potesse includere elementi antiamericani… La brigata 17 febbraio è considerata una delle milizie più capaci della Libia orientale”. È essenziale notare che il cosiddetto “consolato” di Bengasi non era la tipica missione diplomatica, ma piuttosto un impianto della CIA probabilmente utilizzato dall’ambasciatore Stevens come quartier generale da cui organizzare l’invio di armi e combattenti per destabilizzare la Siria. Così, esaminando esattamente ciò che il regime di Bengasi è stato, si dovrebbe dire che gli Stati Uniti agirono da mecenate e mandante dell’organizzazione terroristica i cui membri ammettono che il loro gruppo “potrebbe includere elementi antiamericani“.
Ansar al-Sharia, naturalmente, rientra nella narrazione dell’attacco dell’11 settembre 2012 convenientemente da aggressore al compound della CIA difeso dai suoi rivali (e a volte alleati) della Brigata dei martiri del 17 febbraio. Ansar al-Sharia, guidata da Ahmad Abu Qatala, è ritenuta il gruppo che attaccò la stazione della CIA a Bengasi. In realtà, Qatala ammette di aver preso parte all’assalto al compound, anche se ammette solo di essere stato presente, non di guidarlo.
Nonostante professino un islamismo antioccidentale e radicato nella sharia, Ansar al-Sharia e Qatala in particolare, non sembrano particolarmente turbati dalla collaborazione con gli “infedeli americani.” In effetti, il New York Times ha osservato che Qatala e la sua organizzazione probabilmente svolsero il ruolo di carnefice in uno dei più significativi assassini (a parte quello di Gheddafi) di tutto il conflitto. Il rapimento e l’assassinio del generale libico Abdalfatah Yunis, fino al 2011 considerato il successore prescelto degli USA di Gheddafi, fu un importante punto di svolta. Come Times spiega, “Dopo che gli islamisti inviarono una squadra per prendere il generale per un processo improvvisato, nel luglio 2011, i suoi carcerieri lo trattennero di notte nella sede della brigata di Abu Qatala. I corpi di Yunis e due suoi aiutanti furono trovati su una strada il giorno dopo, crivellati di pallottole”. Allora, anche secondo i resoconti ufficiali, Qattala e Ansar al-Sharia sono almeno indirettamente, se non direttamente, responsabili della morte di Yunis. Ciò diventa particolarmente importante alla luce della vecchia competizione tra Yunis e Haftar per il controllo delle forze “laiche” nella Libia post-Gheddafi. Sarebbe giusto quindi sostenere che, nella lotta di potere tra Haftar e Yonis, Haftar, caro alla CIA, trasse vantaggio dalle azioni dell’organizzazione terroristica. E ora queste due fazioni sono in guerra. Così va nell’attuale Libia.
Qualsiasi analisi del conflitto in Libia, e in particolare a Bengasi, deve tener conto del ruolo degli Stati Uniti (e di altre nazioni), le cui agenzie d’intelligence vi sono profondamente coinvolte fin dall’inizio. In particolare, esaminando la natura dei combattimenti, Bengasi deve essere intesa come campo di battaglia e lotta ideologica. Da un lato, si tratta di controllare la città più importante del Paese dopo la capitale Tripoli. Dall’altro, è la lotta esistenziale per il futuro della Libia. Haftar e la sua fazione immaginano una Libia laica aperta a finanzieri, speculatori e società occidentali. Ansar al-Sharia e gli altri gruppi terroristici vedono la Libia elemento costitutivo dello Stato islamico governato dalla sharia. E, in agguato sullo sfondo, sopra e dietro tutti i principali attori del conflitto, la CIA e l’agenda geopolitica degli Stati Uniti. E così la guerra continua; nessuna fine in vista.

999947Eric Draitser è un analista geopolitico indipendente di New York City e fondatore di StopImperialism.org, editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook.”

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Haftar: il “socio effettivo” degli Stati Uniti in Libia

Ahmed Bensaada Global Research, 3 giugno 2014  -  Reporters
dataIl discorso pronunciato dal presidente Obama il 28 maggio 2014 presso la prestigiosa Accademia Militare di West Point [1] sembra segnare un aggiustamento importante nella politica estera degli Stati Uniti verso il mondo arabo. Sono finiti i giorni del teatrale elogio della “Primavera araba”: questa espressione non è stata pronunciata una volta sola in tutto il suo discorso. È stata sostituita da “sconvolgimenti nel mondo arabo”, cioè “rivolta (o sommossa) nel mondo arabo”. La parola “democrazia” è stata detta solo due volte, ma in un contesto molto generale. Realpolitik oblige, Obama ha dichiarato che “il sostegno statunitense a democrazia e diritti umani va oltre l’idealismo;  è una questione di sicurezza nazionale“. Non poteva essere più chiaro. Dopo i fiaschi politici delle “campagne” in Iraq e Afghanistan, il presidente degli Stati Uniti ha chiesto un cambio di strategia nella lotta al terrorismo. “Penso che dobbiamo riorientare la nostra strategia antiterrorismo, costruendola sui successi e le lacune della nostra esperienza in Iraq e in Afghanistan, con partenariati più efficaci con i Paesi in cui le reti terroristiche cercano di prendere piede” ha detto. Ciò non significa necessariamente che l’intervento militare diretto non sia più possibile, anzi. Serve solo, dice, “soddisfare standard che riflettano i valori americani“.
Due esempi libici illustrano tale nuova strategia degli Stati Uniti. L’istituzione di “partenariati efficaci” è essenziale per impedire tragedie come l’omicidio nel 2012 dell’ambasciatore USA in Libia Christopher Stevens e altri tre statunitensi [2]. Ricordiamo, a tal fine, che tale crimine commesso esattamente nell’undicesimo anniversario degli attacchi dell’11 settembre 2001, è stato attribuito agli islamisti di Ansar al-Sharia. [3] Interventi militari mirati, a loro volta, sono necessari per “neutralizzare” i terroristi coinvolti negli attacchi contro interessi statunitensi, come nel caso di Abu Anas al-Libi. Infatti, il 5 ottobre 2013, un commando statunitense lo catturò in pieno giorno con uno spettacolare raid a Tripoli. Tale ex-capo islamista, la cui taglia dell’FBI era di 5 milioni di dollari, è accusato del coinvolgimento negli attentati del 1998 contro le ambasciate statunitensi in Tanzania e Kenya. [4]
Tale politica “antiterrorismo” delineata dal presidente Obama a West Point sembra essere già attuata in Libia. Infatti, uno dei dispositivi che attualmente forniscono un “partenariato efficace” con la Libia si basa sulla collaborazione con il generale Qalifa Haftar (o Hiftar) le cui “gesta” sono ancora in prima pagina. La sua missione è lo sradicamento del terrorismo islamista che prolifera nel Paese dalla morte del colonnello Gheddafi. Il suo obiettivo principale: Ansar al-Sharia contro cui molte voci statunitensi si sono alzate chiedendo una rappresaglia per vendicare la morte dei diplomatici statunitensi brutalmente assassinati [5], accusando Obama di non aver fatto molto in tal senso [6].
La ricomparsa di Qalifa Haftar è molto istruttiva, soprattutto dopo la fuga precipitosa dell’ex-primo ministro Ali Zaydan in Germania [7], dopo il suo licenziamento da parte del parlamento libico. Ali Zaydan è il cofondatore, con Muhammad Yusif al-Magaryaf, del Fronte nazionale per la salvezza della Libia (FNSL) nel 1981. [8] Tale organizzazione, notoriamente addestrata e sostenuta dalla CIA [9], perpetuò l’opposizione armata con diversi tentativi di golpe contro il colonnello Gheddafi. Zaydan e la sua collusione con il governo degli Stati Uniti furono denunciati dopo l’arresto di Abu Anas al-Libi. Infatti, l’ex-primo ministro fu brevemente rapito il 10 ottobre 2013 da un gruppo di ex-ribelli islamici che l’accusavano di avere collaborato con il governo degli Stati Uniti nell’arresto di al-Libi, ex-membro di al-Qaida. [10] D’altra parte, nessun commento sulla fuga di Ali Zaydan o accuse di frode contro di lui furono espressi dal dipartimento di Stato. Invece, il suo portavoce “lodò” il lavoro di Zaydan “che ha guidato il fragile periodo della transizione in Libia”. [11] Dopo la fuga di Zaydan, che era nelle grazie del governo statunitense, era indispensabile riattivare “un partner efficace” nella persona del generale Haftar. Descritto come un “generale della rivoluzione”, Haftar apparve nel “quadro” insurrezione libico nel marzo 2011 “apportando qualche coerenza tattica alle forze ribelli anti-Gheddafi” [12]. Ma chi è questo Haftar lodato in tal modo dai media mainstream e la cui collaborazione è apprezzata dagli Stati Uniti? Il generale Qalifa Haftar era un alto ufficiale dell’esercito libico che partecipò al colpo di Stato che portò al potere Gheddafi nel 1969. [13] Principale ufficiale nel conflitto ciadiano-libico per la striscia di Aozou (ricco di uranio e altri metalli rari), guidò per sette anni la guerra contro le truppe di Habré, ex-presidente del Ciad sostenuto da CIA e truppe francesi. [14] Aiutati da forze francesi, Mossad israeliano e CIA, i ciadiani inflissero una grave sconfitta alle truppe libiche, il 22 marzo 1987 a Wadi Dum (Ciad settentrionale) [15]. Haftar e i suoi uomini (un gruppo di 600-700 soldati) furono catturati e imprigionati. Rinnegato da Gheddafi, che non avrebbe apprezzato la sconfitta che gli fece perdere la striscia di Aozou, infine il generale disertò presso il FNSL [16]. Supportato da Ciad, CIA e Arabia Saudita, si formò nel 1988 l’esercito nazionale libico, l’ala militare del FNSL, per cercare di rovesciare Gheddafi. [17] Un articolo del New York Times del 1991 dice che i membri di tale esercito “furono addestrati da agenti segreti statunitensi nel sabotaggio e altre azioni di guerriglia in una base nei pressi di N’Djamena, capitale del Ciad” [18]. Quando Deby salì al potere nel 1990 a N’Djamena, la situazione cambiò completamente per i ribelli libici, dato che il nuovo padrone del Ciad era in buoni rapporti con Gheddafi. Il buon rapporto tra i due uomini continuò fino alla caduta del leader libico. Infatti, Déby inviò anche truppe a sostenerlo contro la “primavera libica” [19].
libya_nfsl_logoHaftar e i suoi uomini dovettero lasciare il Ciad e gli statunitensi che l’infiltrarono organizzarono un ponte aereo con Nigeria e Zaire. [20] Furono quindi accolti come rifugiati negli Stati Uniti, beneficiando di molti programmi di reinserimento, comprese formazione, assistenza finanziaria e medica. Secondo un portavoce del dipartimento di Stato “i resti dell’esercito di Haftar erano sparsi in tutti i cinquanta Stati” [21]. Prima di tornare a supervisionare le forze ribelli durante la “primavera” libica, Haftar trascorse vent’anni nella provincia della Virginia. Alla domanda sul reddito del generale, uno dei suoi vecchi conoscenti confessò “che non sapeva esattamente come Haftar si mantenesse”. [22] Secondo un’altra fonte, “viveva assai bene e nessuno sa come campasse“, aggiungendo che la famiglia di Haftar non era ricca [23]. Tale frase diede luogo all’interpretazione chiara del fatto che Haftar vivesse a Vienna, in Virginia, a otto miglia dal quartier generale della CIA di Langley: “Per chi sa leggere tra le righe, questo profilo è un’indicazione sottilmente velata del ruolo di Haftar come agente della CIA. Altrimenti, come un ex-alto comandante libico poté entrare negli Stati Uniti nei primi anni ’90, pochi anni dopo l’attentato di Lockerbie, e stabilirsi nei pressi della capitale degli Stati Uniti, se non con il permesso e il sostegno attivo delle agenzie d’intelligence degli Stati Uniti?”. [24] “Quando ero negli Stati Uniti, ero protetto da ogni mossa di Gheddafi contro di me e i suoi tentativi di assassinio da tutte le agenzie degli Stati Uniti“, ha detto. “Mi spostavo dagli Stati Uniti in Europa e mi sentivo al sicuro perché ero protetto“. [25] Secondo il Washington Post, Haftar ha ottenuto la cittadinanza statunitense avendo votato due volte (2008 e 2009) nelle elezioni dello Stato della Virginia. [26] Da parte sua, il New York Times dice senza mezzi termini che il generale è “un cittadino degli Stati Uniti”. [27] Haftar ha anche riconosciuto che poco prima della sua partenza per Bengasi, fu contattato dall’ambasciatore degli Stati Uniti in Libia Gene Cretz, che alloggiava a Washington da gennaio, e da agenti della CIA. [28] Al suo arrivo a Bengasi, nel marzo 2011, il generale Haftar fu nominato capo dell’esercito del CNT e partecipò attivamente alla guerra contro le forze di Gheddafi. Ma travolto dalla sua nomea di “agente della CIA”, fu licenziato dopo il rovesciamento della “guida” libica [29]. Tuttavia, il caos anarchico che ha colpito il Paese, la debolezza del governo centrale verso la profusione di milizie islamiste che governano ognuna una propria roccaforte e le tendenze separatiste che minacciano la Libia, ne hanno permesso il ritorno alla ribalta libica. Già il 14 febbraio 2014 sorprese tutti gli osservatori annunciando una nuova tabella di marcia per il Paese, la sospensione del parlamento e la formazione di un comitato presidenziale per governare il Paese organizzando nuove elezioni. [30] Tale tentativo di presa del potere fallì. Ma non per molto. Dopo la fuga dell’ex-primo ministro Ali Zaydan, Haftar tornava alla carica a metà maggio 2014. Dopo pesanti combattimenti contro le milizie islamiste a Bengasi e contro il Parlamento libico, che fecero decine di morti e feriti, ribadì le stesse affermazioni. [31] Diceva di rispondere solo all’”appello del popolo a sradicare il terrorismo in Libia”. Haftar smentiva le accuse di un colpo di Stato. [32] Sorprendentemente parlò, come nel febbraio 2014, per conto di un “esercito nazionale libico”, nome usato nel 1988 dall’ala militare del FNSL.
A differenza del precedente tentativo, questa volta è sostenuto da molti civili e militari nell’operazione militare chiamata “al-Qarama” (Dignità in arabo) con cui sembra unire diverse forze che “sembrano poter distruggere gli islamisti che dominano il Parlamento, che ha aperto la porta agli estremisti e alimenta il caos che scuote la Libia“. [33] E gli Stati Uniti in tutto questo? A tal proposito, l’autore e giornalista statunitense Justin Raimondo dubita che sia “una coincidenza che il generale Qalifa Haftar colpisca appena quattro giorni dopo che gli Stati Uniti schierassero 200 soldati in Sicilia, una “squadra d’intervento di crisi” inviata su richiesta del dipartimento di Stato” [34]. Da parte sua, John Hudson di “Foreign Policy” ha detto che “il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha raddoppiato il numero di aeromobili in attesa in Italia e schierato centinaia di marines in Sicilia nel caso fosse necessario evacuare frettolosamente l’ambasciata [in Libia Stati Uniti], una decisione che verrebbe presa letteralmente in qualsiasi momento“. [35] D’altra parte, è interessante notare che durante tale periodo travagliato e violento, gli Stati Uniti avevano attività diplomatiche in Libia (anche se il loro ambasciatore aveva lasciato il Paese, apparentemente per motivi familiari), mentre Paesi come Algeria e Arabia Saudita chiusero le loro ambasciate. [36] Poi il 27 maggio 2014  raccomandarono ai loro cittadini di lasciare “immediatamente” la Libia a causa della situazione “imprevedibile ed instabile”, pur mantenendo “personale limitato presso l’ambasciata di Tripoli”.[37] Situazione curiosa, francamente, per questo Paese presuntamente democratizzato dalla grazia dei bombardamenti della NATO e dei “buoni uffici” di un famoso filosofo francese, amante delle camicie bianche e acerrimo appassionato di guerre “senza amarle”.
Va detto che a Washington, alcuni esperti e funzionari del dipartimento di Stato espressero sottovoce soddisfazione nel vedere qualcuno lottare contro gli islamisti come Ansar al-Sharia [38], la milizia accusata di essere l’autrice dell’attacco contro la missione diplomatica degli Stati Uniti di Bengasi che causò la morte dell’ambasciatore Christopher Stevens. Inoltre, ciò permise a Muhammad Zahawi, capo della brigata della milizia (la Brigata Bengasi), di accusare il governo degli Stati Uniti di sostenere Haftar [39].
Deborah Jones, l’ambasciatrice degli Stati Uniti in Libia, ha detto che la sua squadra non ha condannato le azioni del generale Haftar che ha dichiarato guerra ai terroristi “islamici” in Libia. Parlava presso il Centro Stimson di Washington. [40] Un modo indiretto di sostenere Haftar, uno dei concittadini rientrato nel Paese per guidarne la guerra e che godeva da anni della generosità e calda comodità degli accoglienti sobborghi statunitensi della Virginia. Un concittadino, almeno per ora, parte dell’arsenale dei “partner più efficaci” degli Stati Uniti.

Zaydan e Kerry

Zaydan e Kerry

Riferimenti:
1. The New York Times, «Transcript of President Obama’s Commencement Address at West Point», 28 mai 2014
2. Barney Henderson et Richard Spencer, «US ambassador to Libya killed in attack on Benghazi consulate», The Telegraph, 12 septembre 2012
3. AP, «U.S. names militants involved in Benghazi attack», CBS News, 10 janvier 2014
4. AFP, «Abou Anas al-Libi, un leader présumé d’Al-Qaida méconnu chez lui», 20 Minutes, 7 octobre 2013
5. Ron DeSantis, «DESANTIS: Justice, absent in Damascus, awaits in Benghazi, too», The Washington Times, 11 septembre 2013
6. Lucy McCalmont, «John Bolton: Obama hasn’t avenged Chris Stevens’s death in Benghazi», Politico, 6 mars 2014
7. Reuters, «L’ex-Premier ministre libyen Ali Zeidan a fui en Europe», Le Nouvel Observateur, 12 mars 2014
8. The Indian Express, «New Libyan PM Ali Zeidan has strong India links», 15 October 2012
9. Ahmed Bensaada, livre à paraître.
10.AFP, «Libye: le premier ministre brièvement enlevé par d’ex-rebelles», Le Monde, 10 octobre 2013
11. AFP, «Libye: le Congrès limoge le premier ministre, Ali Zeidan», Le Monde, 12 mars 2014
12.Walter Pincus, «Only a few of Libya opposition’s military leaders have been identified publicly», The Washington Post, 1er avril 2011
13. Ibid.
14. Russ Baker, «Is General Khalifa Hifter The CIA’s Man In Libya?», Business Insider, 22 avril 2011
15. J ean Guisnel, «Quand un espion raconte…», Le Point, 5 janvier 2001
16. Russ Baker, «Is General Khalifa Hifter The CIA’s Man In Libya?», art. cit.
17. Walter Pincus, «Only a few of Libya opposition’s military leaders have been identified publicly», Op. cit.
18. Neil A. Lewis, «350 Libyans Trained to Oust Qaddafi Are to Come to U.S.», The New York Times, 17 mai 1991
19. Pierre Prier, «La garde tchadienne au secours du colonel Kadhafi», Le Figaro, 23 février 2011
20. Pierre Prier, «Le nouvel état-major libyen sous tension», Le Figaro, 23 février 2011
21. Russ Baker, «Is General Khalifa Hifter The CIA’s Man In Libya?», Op. cit.
22. Chris Adams, «Libyan rebel leader spent much of past 20 years in suburban Virginia», McClatchy Newspapers, 26 mars 2011
23. Abigail Hauslohner et Sharif Abdel Kouddous, «Khalifa Hifter, the ex-general leading a revolt in Libya, spent years in exile in Northern Virginia», The Washington Post, 19 mai 2014
24. Patrick Martin, «A CIA commander for the Libyan rebels», WSWS, 28 March 2011
25. Shashank Bengali, «Libyan rebel leader with U.S. ties feels abandoned», McClatchy DC, 12 avril 2011
26. Abigail Hauslohner et Sharif Abdel Kouddous, «Khalifa Hifter, the ex-general leading a revolt in Libya, spent years in exile in Northern Virginia», Op. cit.
27. Ethan Chorin, «The New Danger in Benghazi», The New York Times, 27 mai 2014
28. Shashank Bengali, «Libyan rebel leader with U.S. ties feels abandoned», Op. cit.
29. Armin Arefi, «Khalifa Haftar, un général made in USA à l’assaut de la Libye», Le Point, 19 mai 2014
30. RFI, «Libye: rumeurs de coup d’État sur la chaîne Al-Arabiya», 14 février 2014
31. Claire Arsenault, «En Libye, le général dissident Khalifa Haftar tente le coup», RFI, 23 mai 2014
32. Armin Arefi, «Khalifa Haftar, un général made in USA à l’assaut de la Libye», Op. cit.
33. Esam Mohamed et Maggie Michael, «Un général dissident reçoit des appuis», Le Devoir, 21 mai 2014
34. Justin Raimondo, «The Libyan ‘Coincidence’. CIA-backed general launches Libyan coup», Antiwar, 21 mai 2014
35. John Hudson, «It’s Not Benghazi, It’s Everything», Foreign Policy, 20 mai 2014
36. Renseignor, «Devant la dégradation de la situation sécuritaire en Libye l’Arabie saoudite ferme son ambassade à Tripoli…», n°823, p.3, 25 mai 2014
37. AFP, «Les États-Unis conseillent à tous leurs ressortissants d’évacuer la Libye», Le Monde, 28 mai 2014
38.Ethan Chorin, «The New Danger in Benghazi», Op. cit.
39. AP, «As Libya deteriorates, U.S. prepares for possible evacuation», CBS News, 27 mai 2014
40. Barbara Slavin, «US ambassador says Libyan general is going after ‘terrorists’», Al Monitor, 21 mai 2014

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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